Fiera del periodico sardo

11 Marzo 2013 Commenti chiusi

Fiera del periodico sardo
di Luigi Spanu
Dalle pagine, ormai ingiallite, de “L’Unione Sarda” del 1929, si legge che “da qualche anno il libro è in crisi. Si legge poco, o meglio si leggono pochi libri per andare alla ricerca di riviste o giornali che meglio possano appagare la vertiginosa rapidità della vita moderna. In queste condizioni il libro, che è la manifestazione più nobile dello spirito, langue negli scaffali dei libri, attendendo inutilmente una mano buona, una mano amica che lo apra, che lo legga, pronto a restituire con larghezza allo spirito quel piccolo sacrificio che hanno fatto le vostre tasche”. E’ vero che siamo in un momento di crisi profonda sociale ed economica e quindi non vi sono soldi sufficienti per acquistare giornali, riviste, oppure per comprare un libro ogni mese, ma vi sono anche fattori che interagiscono nella vita dei periodici e dei libri: l’editore, il libraio e il lettore. Gli editori sono dell’avviso che i librai non fanno nulla per incentivare la vendita del libro. I librai se la prendono con i lettori che non li acquistano; infine questi ultimi sono dell’avviso che non vi sono né buoni giornalisti né buoni scrittori; che si scrive troppo e che i libri costano cari.

L’occasione di questo articolo mi è stato offerto dalla “Fiera del Periodico sardo”, che si tiene abitualmente nei locali della Fiera Campionaria della Sardegna, in occasione della Fiera Natale, organizzata dalla “Stampa periodica d’informazione sarda”, con la collaborazione della Associazione “Amici di Sardegna”. Applaudiamo l’iniziativa, perché non capita spesso che si presenti al pubblico cagliaritano, e sardo in generale, una rassegna della stampa isolana.
Tale iniziativa serve per avvicinare soprattutto i giovani per spronarli alla continua lettura non solo dei periodici d’importazione ma anche e soprattutto locali.
Anche la produzione libraria deve essere potenziata e resa accessibile attraverso la promozione di altre manifestazioni come la “Fiera del libro” Mostra itinerante organizzata dalla Cooperativa Service Art di Cagliari con il patrocinio della CEE e della provincia di Cagliari, allo scopo di incrementare la lettura e la crescita culturale dei sardi.
Ricordiamo che circa 75 anni fa, e precisamente nel maggio del 1929, il capoluogo sardo vedeva una grande partecipazione di popolo alla manifestazione della “Festa del libro”; i giornali sardi
la presentarono per diversi giorni prima, durante e dopo la manifestazione.
Concludiamo augurandoci che l’iniziativa abbia sempre maggiore successo, e che si ripeta tutti gli anni, magari con un maggiore coinvolgimento delle amministrazioni scolastiche e culturali.
Ci sembra pertanto opportuno chiudere questo breve articolo riportando alcuni pensieri inseriti in un articolo del 25 maggio 1929 (L’Unione Sarda), il giorno prima dell’apertura della festa del libro a Cagliari: “Gli uomini in generale si preoccupano di quello che debbono dar da mangiare al corpo e non si curano del cibo dell’anima”. “Nella propaganda per la diffusione del libro non bisogna limitarsi ad insegnare a leggere, occorre anche far nasce¬re l’amore per il libro. Animati da questo sentimento, si sente la gioia di comperare il libro, di allinearlo nello scaffale, di tagliarlo con cura, di considerarlo con soddisfazione, di spolverarlo con rispetto, di tormentarlo con segni, commenti e note”. “Per misu¬rare il valore delle persone dovremo rivolgere la domanda: “Quanti libri hai?”, e noi aggiungiamo: “Quanti periodici leggi?”.
In “Per un futuro della stampa periodica, atti del II Convegno regionale dei periodici della Sardegna, Cagliari 30 aprile 1994”

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Maggio tragico in Sardegna nel 1906. Novantesimo anniversario della sollevazione operaia a Cagliari e in altre località della Sardegna

24 Aprile 2016 Commenti chiusi

Non si erano ancora gli echi delle tristi giornate sanguinose del settembre 1904 in Buggerru, quando la Sardegna si trovò a vivere un altro momento difficile: la popolazione soffriva la fame ed era stremata dalla lunga crisi economica. E sebbene i fatti sanguinosi della seconda metà del mese di maggio del 1906 siano ormai lontani, l’eco di quelle sollevazioni e del molto sangue versato resta, non solo nella memoria dei vecchi ma anche nella rievocazione degli avvenimenti. Poche le note nei giornali sardi, mentre i quotidiani peninsulari e internazionali si interessarono maggiormente con inviati speciali che riferivano telefonicamente ai loro giornali le vicende, apparse in prima pagina.
Le cause di questo generale disagio erano varie e abbracciavano tanto il campo agricolo quanto quello industriale. Le prime agitazioni si ebbero a Cagliari e trovarono il motivo nel rincaro dei viveri che metteva in condizioni di disagio la classe operaia e quella impiegatizia. Agitazioni si ebbero a Cagliari, a Sassari e ad Iglesias, promosse da impiegati statali che, a causa del maggior costo della vita, chiedevano una indennità di residenza.
I fatti tumultuosi, iniziati l’11maggio, presero una piega di sangue il 15 mattino, all’arrivo dell’impiegato per la riscossione delle tasse per i posti di vendita nel mercato cittadino cagliaritano. Ne nacque un parapiglia; la folla, adirata e respinta dalle forze dell’ordine, si recò alla Manifattura Tabacchi per chiedere aiuto alle sigaraie, che avevano saputo tener testa al sindaco Bacaredda, e per formare un corteo di protesta.
Nel primo pomeriggio i dimostranti, con le sigaraie in testa, si recarono alla stazione ferroviaria per impedire la partenza dei treni. I rivoltosi, però, respinti, si ricongiunsero con i manifestanti che scorrazzavano lungo la via Roma e ritornarono alla carica nei locali ferroviari. Dalla folla cominciavano a partire le prime sassaiole che colpirono alcuni soldati. Per il ferimento di un colonnello e di un capitano dei Carabinieri, la forza pubblica si vide costretta a fare uso delle armi; dopo una prima scarica, la folla terrorizzata si ritirò urlando e lasciando dietro di sé un morto e alcuni feriti. Contemporaneamente altri dimostranti avevano fatto saltare i cancelli della cinta daziaria e avevano buttato a mare i vagoni delle tranvie, mentre un centinaio di rivoltosi, recatisi nella vicina Quartu S. Elena, ne incendiarono la stazione.
L’eco degli avvenimenti arrivava in tutte le zone della Sardegna: il 18 e il 19 maggio insorse la popolazione di Villasimius, che tentò di assaltare l’esattoria, ma fu respinta dai soldati. Il 20 fu la popolazione di S.Vito, composta da pastori, contadini e artigiani, a sopraffare i carabinieri e ad occupare la caserma, il municipio e le scuole, e a dare alle fiamme gli archivi comunali. Il 19 e il 20 maggio gli abitanti di Macomer assalirono i caseifici e, il 21, i contadini di Usini dimostrarono davanti al municipio. Nello stesso giorno la cittadinanza di Olbia diede l’assalto ai caseifìci, mentre i pastori di Abbasanta protestavano perché non volevano pagare le tasse del bestiame.
La mattina del 20, sebbene di domenica, le strade del centro di Iglesias si affollarono di operai che chiedevano l’abolizione del dazio e del fuocativo. Col saccheggio e la devastazione dei negozi, un negoziante reagì e, dalla successiva sparatoria, caddero feriti due dimostranti. L’indomani, i dimostranti di Gonnesa fecero il giro delle miniere per chiedere aumenti salariali, subito accolti. Nel pomeriggio furono uccisi tre dimostranti e feriti una ventina, mentre un gruppo di minatori, portatisi a Nebida, saccheggiarono un bar e una cantina. I carabinieri aprirono il fuoco uccidendo due dimostranti e ferendone una quindicina.
A Villasalto, dove non si erano placati gli animi, il 27 maggio i carabinieri spararono sulla folla, uccidendo 5 contadini e ferendone dieci. A Bonorva, nello stesso giorno, un’im¬mensa folla che assalì alcuni caseifici, fu contrastata dalle forze dell’ordine. Anche a Cossoine i dimostranti assaltarono i caseifici ed il mercato pubblico devastandoli. Il mese si chiuse senza altri incidenti; agli eccidi seguirono pesanti repressioni, centinaia di arresti, processi interminabili e dure condanne.
Luigi Spanu
Nuovorientamenti, 19 maggio 1996

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UN INGLESE VISITA IL SANTUARIO DI BONARIA di Luigi Spani

7 Febbraio 2016 Commenti chiusi

Tra i non pochi illustratori del Santuario e della statua della Vergine di Bonaria vi è l’inglese John Warre Tyndale, nato a Londra il 2 gennaio 1811, dove esercitò l’avvocatura, morto a Canford Cliffs il 26 dicembre 1897. Il Tyndale fu nell’isola nel 1843 e pubblicò un vasto resoconto di quanto aveva visto e di quanto gli avevano raccontato gli amici. Nel suo lavoro, intitolato ‘The Island of Sardinia” (L’Isola dì Sardegna), pubblicato a Londra nel 1849, in tre volumi, e mai tradotto in italiano, vi sono pagine che trattano del Monastero di Bonaria.
Di Tyndale si sono interessati Alberto Boscolo in “I viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna” (Cagliari 1973), dove fu pubblicata la parte su Portotorres e Sassari, e Miryam Cabiddu in “Viaggiatori inglesi dell’800 in Sardegna” (Cagliari 1980), che provvide alla descrizione dell’opera e alla pubblicazione di alcune parti in lingua originale.
Per quanto si riferisce al tempio di Bonaria, il Tyndale scrive che, adagiato su una rocca vicina alla costa, esso domina su un bellissimo panorama e che i benefici che i trentadue mercedari ne ricavano sono soltanto la coltivazione della terra e il ricavato del lavoro dì alcune cave di alabastro appartenenti alla fondazione. Anche in questo lavoro il loro profitto personale è stato abbastanza considerevole. Alcuni anni dopo la fondazione del monastero, avvenuta nel 1324, continua l’inglese, era certamente auspicabile che qualche miracolosa circostanza lo facesse diventare famoso. I desideri dei Mercedari furono realizzati nel 1370, quando, secondo la leggenda, un vascello catalano, durante il viaggio di ritorno dall’Italia in Spagna, s’imbatte in una violenta tempesta, che l’obbligò a buttare a mare il carico. Tutto affondò ad eccezione di una piccola cassa, che i marinai videro galleggiare; questa cassa guidò il loro corso con grande ostinazione verso Cagliari. Lo stupore dell’equipaggio aumentò quando videro che la nave seguiva, come per una sua iniziativa, la scia della cassa. Nave ed equipaggio furono alla fine salvati dopo che la nave si era incagliata nel lido di Bonaria. I marinai, ansiosi di esaminare ancora la “guida galleggiante” che li aveva portati in salvo, scesero per vederla meglio, davanti a una enorme folla e, per smuoverla dalla spiaggia, unirono tutti i loro sforzi, che però risultarono inutili; la cassa era così fermamente fissa sul posto come lo era lo stesso colle di Bonaria. Finalmente uno dei marinai scoprì che nella cassa vi era apposto lo stemma dei Mercedari, quindi due frati, essendo stati chiamati, la sollevarono come se avessero preso una manciata di sabbia. La notizia si sparse subito per la città e le autorità ecclesiastiche e civili furono chiamate ad assistere alla cerimonia dell’apertura della cassa. L’operazione fu compiuta nella chiesa del Monastero: all’interno della cassa vi era una statua della Vergine con un Bambino in braccio!
Calmato lo stupore, nacque quindi una discussione animata sul luogo dove doveva essere posto il tesoro benedetto: l’altare maggiore della chiesa era già occupato dalla statua della Madonna del Miracolo e l’arrivo, pertanto, di un’altra di valore costituiva un imbarazzante quiz, che causò un grosso scontro sulla priorità e sul sacro cerimoniale. Alla fine fu deciso che la nuova statua si sarebbe dovuta porre, e fu immediatamente posta, in una delle cappelle laterali.
Le due immagini però, d’accordo, nella notte si scambiarono il posto. I frati sorpresi, desiderando avere un’ulteriore prova della forza di movimento delle due statue, le misero come erano la sera precedente. Durante la notte però, le statue, di nuovo, si scambiarono il posto. Non c’era altro da fare che prendere le statue e fare una terza prova. In presenza di molte persone, che erano intervenute per vedere le statue, per la terza volta si scambiarono il posto. Da ciò, inequivocabilmente vista l’espressa determinazione di occupare in quel modo i posti, a queste particolari reliquie fu concesso di restare in questi posti e da allora fino ad oggi sono oggetto di estrema venerazione.
La statua della cassa sta nell’altare maggiore, decorato con catenelle d’oro e argento, con lumi e ornamenti di ogni immaginabile tipo e materiale, mentre nell’altare stesso, costruito in argento lavorato, si trova la vecchia cassa nella quale era arrivata la statua; piccole schegge erano state acquistate ad alto prezzo dai devoti, come sicuro salvagente: un’infallibile sicurezza contro il naufragio! I sentimenti di paura e di riverenza con cui queste reliquie furono presentate al londinese, gli sembrava fossero una componente dell’intero miracolo e particolarmente i segni della bruciatura causata dalla candela.
Scrive ancora il Tyndale che nell’altare maggiore c’era una barchetta d’avorio, appesa al soffito con una cordicella: è come una sacra bandiera che, con la posizione della prua, indica la direzione del vento che spira nel golfo di Cagliari. Nel 1680, il viceré conte di Egmont, per un gesto di pietà verso la navicella e di gentilezza verso i sardi, sostituì l’ordinaria, con cui era stata appesa, con una catenella d’oro, adornata di pietre preziose. Ma la sacra barchetta non accettò il cambiamento e la prua ostinatamente si rifiutò di girare secondo il vento; così i monaci rimisero la fune originale.
Secondo l’autore, non sarebbe un atto giusto verso la rivale Madonna del Miracolo tralasciare la sua storia, poiché la sua origine è chiara ed esauriente come quella della sua “compagna”. Il titolo le deriva dalla circostanza di un devoto deluso che aveva implorato, senza successo, il suo aiuto in un giuoco d’azzardo; per il suo rifiuto e per la conseguente perdita al giuoco le piantò un pugnale in gola. Al momento del crimine sacrilegio, cioè nell’istante in cui la statua versava un grosso fiotto di sangue dalla ferita del petto, che le aveva causato il giocatore deluso, la collera del cielo si manifestò con un rimbombante tuono, e l’audace peccatore cadde a terra svenuto. La ferita, come pure la macchia di sangue, sono ben visibili e producono gli effetti desiderati d’orrore e di venerazione nei devoti. Ma se la statua della Madonna del Miracolo non poté difendersi contro lo spietato pugnale dell’assassino, possiede, tuttavia, la forza di preservare dalla putrefazione molti corpi che sono sepolti nel cimitero di Bonaria.
A riguardo del processo di decomposizione, il Tyndale scrive che nel cimitero il processo è ritardato, come in molti altri luoghi, dall’umidità del carbonato di calcio e dall’argilla esposta al sole, come giustamente osservava il Capitano Smyth, (si tratta di William Henry Smyth, ufficiale della Marina inglese, autore di “Sketch of the Present State of the Island of Sardinia”, pubblicato a Londra nel 1828). Ma i cagliaritani capiscono e credono più nelle statue che nella chimica e nella geologia.
L’autore termina le sue considerazioni sul monastero di Bonaria osservando che, tra le pitture del convento, ve n’è una che rappresenta i mercedari che danno insegnamenti religiosi ai Gesuiti; una cosa questa, osserva ancora, offensiva verso tutti i sapienti discendenti di Ignazio di Loyola che, secondo la storia, hanno frequentemente cercato, ma senza successo, di accaparrarsi un’opera d’arte che li rappresenti, cosa che essi considerano impossibile. Un altro quadro, che si trova nel chiostro, rappresenta la storia di un turco che, dopo aver rinunciato alla sua fede per la cristianità, in seguito la riabbraccio, poiché non volle pagare un certo contributo pecunario alla chiesa; quindi, di notte, cinque diavoli lo presero e gli portarono via la povera anima apostata; ma la Madonna di Bonaria gli apparve, combatté i demoni, e gli fece così rinnegare la conversione maomettana e, naturalmente, pagò il contributo.
L’Eco di Bonaria, giugno 1985

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Guida alle sagre della Sardegna di Luigi Spanu, Articolo di Adolfo Valguarnera – UNA NUOVA GUIDA DI LUIGI SPANU. DAL MESE DEI FALO’ AI RITI DELLA NOTTE SANTA

21 Ottobre 2015 Commenti chiusi

Guida alle sagre della Sardegna
L’eterno pendolarismo delle mode culturali vede in questi ultimi anni in auge un rinato interesse per le sagre e le feste popolari, interesse che potrebbe attenuarsi per poi rinascere nuovamente e cosi via nel tempo, ma che non morrà mai completamente. Luigi Spanu ha preso la palla al balzo fotografando il momento felice delle sagre popolari in Sardegna e ci offre una guida delle manifestazioni che si svolgono nella nostra isola presentate in ordine cronologico dal mese dei falò (gennaio) a quello dei riti della notte santa (dicembre).
L’idea deve essere stata buona, se in tipografia non è rimasta una sola copia, e si pensa già ad una ristampa del libro appena apparso in libreria. Di certo, per la sua impostazione, la guida è pratica. L’amatore, sia esso un devoto o un appassionato delle tradizioni popolari oppure un attento demologo o infine un semplice viaggiatore curioso che voglia rinfrancarsi lo spirito rituffandosi nelle più suggestive ed originali espressioni di massa, può scegliere fra le mille manifestazioni che si svolgono dai centri più grossi ai villaggi più piccoli, dal nord al sud dell’isola, da gennaio a dicembre. E non è detto che le più modeste feste di Arixi o di Masainas, per citare due piccoli centri, non appaghino l’interesse del visitatore, per eloquenza arcaica e genuinità di quanto non riescano a fare le reclamizzate e sponsorizzate manifestazioni delle grosse città. Anzi il lavoro di Spanu rappresenta un invito per un’ulteriore ricerca delle fonti più genuine di quella immensa miniera che è il patrimonio culturale isolano. Un invito a farlo prima che il fatale pendolarismo nelle mode culturali faccia ricadere in ombra l’interesse per gli studi demologici.
Per i fortunati che riusciranno a trovare ancora in libreria una copia di questa prima edizione il prezzo è di lire 20.000. Il titolo: «Guida alle sagre di Sardegna», edizioni Castello, collana «I Turchesi».
Adolfo Valguarnera, Nuovorientamenti, 3 sett. 1989

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Luigi Spanu FRANCESCO ALZIATOR ETNOGRAFO E VIAGGIATORE

19 Settembre 2015 Commenti chiusi

INTRODUZIONE

Francesco Alziator, un letterato con l’occhio del giornalista, che si interessò di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di teatro e di musica e soprattutto di tradizioni popolari, si è rivelato uno straordinario intellettuale sardo. E’ doveroso ricordare, con questa pubblicazione, il grande etnografo sardo; con la sua prolifica attività letteraria ha profuso nell’animo dei sardi, e nei cagliaritani in particolare, il suo profondo amore per l’amata isola. Nel contempo, vogliamo mettere in risalto che due importanti letterati sardi, Francesco Alziator e lo scrittore e romanziere Giuseppe Dessì, sono nati nel 1909 e morti nel 1977.
Cagliari ha già dedicato tre importanti convegni (1986, 1987, 2003), una mostra (“Cagliari e la Sardegna viste da Francesco Alziator”), diversi premi letterari, il riconoscimento di “Defensor Karalis” e sono state ristampate le sue opere di grande spessore. Gli è stata attribuita “La Fondazione FRANCESCO ALZIATOR” e nella sua abitazione, in via G. M-Angioy una lapide ricorda l’attività dello studioso.
Nella pubblicazione “I Cagliaritani illustri” (1993) a cura di Antonio Romagnino, allora presidente dell’Associazione “Amici del libro” vi è pubblicata la relazione tenuta dal dr. Gianni Flippini. Inoltre, sempre il Filippini, direttore editorile de “L’Unioene Sarda” in occasione della pubblicazione della ristampa del volume “I sentieri della memoria”, del 2013, scrive nella nota editoriale: “Sì, gli è stata intitolata una strada in periferia, purtroppo. – C’è soprattutto un Premio letterario – meritoriamente voluto e sostenuto dal Comune – che gli rende omaggio. Ogni anno una manifestazione culturale ne tesse meritate lodi. Eppure Francesco Alziator non è conosciuto quanto dovrebbe e le sue opere straordinarie non stanno nelle libreria di troppe case. Ed è per questo che L’Unione Sarda ha deciso di assumere un’iniziativa editoriale che aspira a dare al grande intellettuale la massima popolarità e a migliaia di lettori il piacere di tante scoperte”. Con questa breve citazione del dr. Filippini ci auguriamo che Francesco Alziator abbia il merito che gli spetta nella storia della letteratura sarda. Egli, infatti, è stato un profondo conoscitore della nostra cultura popolare ed uno scrittore dallo stile davvero originale e brillante. Parte dei suoi studi li ha riversati nel bel libro “II folklore sardo” (aprendo, così, una strada nuova agli studi demologici; purtroppo, oggi non vediamo all’orizzonte altri studiosi delle radici e dell’animo popolare dei sardi che possano competere con lui!). Alziator ha scritto molto anche sulla sua città, tanto che alcuni lo hanno definito “scrittore e poeta di Cagliari”. Tali scritti su Cagliari sono stati pubblicati su “L’elefante sulla torre” (ben tre edizioni): a significare che almeno cinquemila persone possiedono questo libro. Importantissima è stata la collaborazione offerta da Alziator a L’Unione Sarda con migliaia di articoli di grande spessore; ma egli ha scritto anche reportages eccellenti su Iglesias ed altri centri isolani; in “Iglesias, città d’arte” (raccolta degli scritti sulla città) sono riportati i quarant’anni di vita delle miniere (il volume è stato curato dallo scrivente). Sono state pubblicate opere postume e alcune opere ristampate. Tra le ristampe, la “Storia della letteratura di Sardegna” e, tra quelle postume, “I versi di Francesco Alziator” (1996), curata da Cenza Thermes: è una raccolta delle poesie composte tra la prima giovinezza e l’anno della morte. “Questa attività sotterranea di Alziator – nota Giovanni Mameli – era nota a pochissimi: finalmente si possono leggere le poesie da lui scritte e le traduzioni di alcuni componimenti di Alceo, Ippocrate, Orazio, Rilke e Hauptmann nella pubblicazione. Inoltre, è stato anche un disegnatore di schizzi in momenti di relax, come lo mostra un collage pubblicato in “Antologia di brani tratti dalle sue opere (Edizioni Castello, a cura dello scrivente, 1986).
Affinché non si disperda la mole degli interventi nei tre convegni di studi, occorre provvedere alla loro pubblicazione così da continuare nella disposizione dei tasselli per comprendere sempre meglio la poliedricità della figura di Alziator e soprattutto approfondire la sua professionalità nelle tradizioni popolari sarde e confermare che è, senza alcun dubbio, il più grande demoetnologo sardo e fra i primi demoetnologhi italiani. Nella parte finale, vengono pubblicati alcune relazioni.
Infine, chiediamo con viva forza che l’Amministrazione comunale di Cagliari che ha provveduto a creare il Museo storico della città (richiesto da tutti gli studiosi e dai cagliaritani in particolare), lo intitoli proprio a Francesco Alziator. Il quale, nato a Cagliari il 12 marzo 1909, completati gli studi liceali, si era iscritto alla facoltà di Lettere dell’ateneo cagliaritano. Sotto la guida di professori di chiara fama, aveva potuto seguire con vivissimo interesse le vicende della storia sarda e quanto riguardava le tradizioni popolari dell’Isola. A diciannove anni, intraprese la carriera giornalistica collaborando a “L’Unione Sarda”, con “Prefiche e canti funebri” (settembre, 1928). Nello stesso anno, nella rivista letteraria “Mediterranea”, compaiono lo scritto “Un fiorentino contemporaneo di Dante” e uno studio su “La decorazione delle casse sarde”. In seguito, il settimanale “Il Lunedì dell’Unione” gli pubblica tre liriche. Si laureò nel 1932, discutendo la tesi “Momenti della drammatica religiosa in Sardegna” e, due anni più tardi, conseguì una seconda laurea in Scienze politiche. Intanto, continuava la collaborazione con “l’Unione Sarda” e con diversi periodici della Penisola. Nel 1945, con Nicola Valle, fonda l’associazione culturale “Amici del libro” e collabora con varie riviste locali. L’anno successivo, pubblica alcuni articoli nella rivista “Il convegno” (diretta sempre dal Valle) e in “Almanacco letterario ed artistico della Sardegna”.
Nel 1954 vede la luce il suo primo grande lavoro, che gli dà lustro e successo: “La storia della letteratura di Sardegna” e da allora il direttore de “L’Unione Sarda”, Franco Maria Crivelli, gli affida il settore della demologia. A tre anni di distanza, appare”Folklore sardo”, che è un insieme chiaro e completo delle tradizioni popolari della Sardegna”.Dal 1954 al 1963 si fa conoscere per la frenetica attività giornalistica. Nel frattempo dà alla stampa “Caralis panegyricus di Roderigo Hunno Baeza”, dedicato all’illustre sindaco di Cagliari e letterato Pietro Leo. Con questo scritto, Francesco Alziator si conquista il grande merito di aver tolto dall’oblio un’opera di un importante umanista cagliaritano del ’500. Nel 1960 ottiene la libera docenza, grazie alla quale ha la possibilità di insegnare nell’università tradizioni popolari sarde. Nello stesso anno, pubblica “Picaro e folklore” (il suo lavoro più impegnativo sulle tradizioni popolari). Nel 1963 escono le sue tre opere fondamentali: “La città del sole”(opera di notevole importanza e di grosso impegno dato che Cagliari è veramente la città mediterranea dove il sole è di casa);) la “Collezione Luzzietti” (le cui tavole furono da lui rintracciate nella Biblioteca Universitaria di Cagliari e gli servirono per alcune note sulla storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna.) e la “Raccolta Cominotti” (anche quest’opera si trova nella Biblioteca Universitaria di Cagliari). Sei anni più tardi pubblica “La sartiglia”, uno studio scientifico sulla corsa dell’anello in Oristano, una delle più belle e coreografiche manifestazioni cavalleresche di tutta l’area mediterranea.
Nel 1976 è impegnato in uno studio sulla storia secolare della bella ed importante laguna della Cagliari del passato: Santa Gilla. Il libro intitolato “I giorni della laguna”, appare in libreria pochi giorni dopo la sua morte avvenuta il 7 marzo 1977. In seguito esce “L’elefante sulla torre”, miscellanea dei suoi articoli su Cagliari, già apparsi in precedenza sul quotidiano cagliaritano.
Nel maggio 1986: primo convegno dedicato al Nostro, tenutosi a Cagliari, con la partecipazione di A. Boscolo, N. Valle, G. Sorgia, M. Brigaglia, E. Delitala, E. Espa, L. Spanu, M. Pittau e di altri intellettuali di chiara fama; con i loro interventi gli studiosi hanno messo in chiara luce la figura di Francesco e la sua opera. Nel mese di gennaio del 1991, è stato pubblicato il volume “Iglesias città d’arte”, a cura del contenente una serie di testi che l’Alziator aveva scritto su “La città dell’argento” (come lui la chiamava).
Dopo quindici anni dalla morte, dopo diverse insistenze da parte di studiosi, di semplici cittadini e di associazioni, il Comune di Cagliari ha finalmente intestato una strada a questo suo grande figlio che, con i suoi innumerevoli scritti, ed in particolare con quelli de “La città del sole”, de “I giorni della laguna” e “L’elefante sulla torre”, ha illustrato la sua città amatissima, presentandone l’anima agli italiani e agli stranieri.
A vent’anni dalla morte, secondo Convegno organizzato dalla Casa editrice Castello, tenuto presso gli “Amici del libro”ed animato dai preziosi interventi di G. Filippini, M. Porru, L. Spanu, E. Espa, A, Romagnino e G. Mameli.
Intanto, nel 2003, nella sala settecentesca della Biblioteca universitaria di Cagliari, si è tenuto il terzo Convegno “Francesco Alziator – Attualità della memoria”, ideato dalla casa editrice “Zonza editore”. La quale si è proposta un progetto più ampio per approfondire i più svariati aspetti della personalità culturale di F. Alziator, con la riedizione di tutta l’opera del grande intellettuale. Ai lavori, coordinati dal dottor G. Filippini e dalla direttrice della Biblioteca universitaria E. Gessa, hanno partecipato B. Bandinu, P. Cherchi, A. Contu S. Cubeddu, F. Francioni, A. Romagnino e N. Tanda Intanto, in questi ultimi anni, i lavori più celebri di F. Alziator sono stati ristampati da “Zonza Editori”.
A conclusione, lasciate che ricordi l’Alziator come un grande personaggio della cultura sarda e cagliaritana in particolare. Egli andrà ricordato come illustre etnografo, saggista elegante, brillante scrittore e conferenziere, sempre chiaro nelle sue dotte esposizioni. Si è sempre interessato di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e, soprattutto, di tradizioni popolari. Il giornalista Gianni Filippini, concludendo il secondo convegno (1998) su Francesco, lo ha definito “un pezzo unico, un esemplare rripetibile”. E ci sembra giusto il giudizio più vero sul nostro indimenticabile studioso ed amico.
L.S.

ANCHE LA SARDEGNA NEI “REPORTAGES” DI ALZIATOR NELLE TERRE EUROPEE, AFRICANE ED ASIATICHE
Francesco Alziator si è rivelato uno straordinario intellettuale sardo. Egli è stato un profondo conoscitore della nostra cultura popolare ed uno scrittore dallo stile davvero originale e brillante.
Parte dei suoi studi li ha riversati nel bel libro “II folklore sardo” (aprendo, così, una strada nuova agli studi demologici; purtroppo, oggi non vediamo all’orizzonte altri studiosi delle radici e dell’animo popolare dei sardi che possano competere con lui!). Alziator ha scritto molto anche sulla sua città, tanto che alcuni lo hanno definito “scrittore e poeta di Cagliari”. Tali scritti su Cagliari sono stati pubblicati su “L’elefante sulla torre” (ben tre edizioni): a significare che almeno cinquemila persone possiedono questo libro. Importantissima è stata la collaborazione offerta da Alziator a L’Unione Sarda, ma egli ha scritto anche reportages eccellenti su Iglesias ed altri centri isolani; in “Iglesias, città d’arte” (raccolta degli scritti sulla città. Quartu S.Elena, 1991) sono riportati i quarant’anni di vita delle miniere (il volume è stato curato dallo scrivente).
Con il valido aiuto di una carissima amica, ho raccolto i vari servizi scritti e pubblicati in L’Unione Sarda, che costituiscono i resoconti dei suoi viaggi in Europa, Asia e Africa: li avevo letti e studiati per poterli presentare nel primo convegno di studi sulla figura dell’Alziator. Ora, si realizza il mio sogno di veder pubblicati tali scritti in un unico volume, grazie alla generosa disponibilità delle Edizioni Ariu. che sento il dovere di ringraziare sentitamente, e per la generosità de L’Unione Sarda”, che si ringrazia, per aver concesso – a titolo non oneroso – la pubblicazione degli articoli di Francesco Alziator elencati nell’indice. (1)
Noi sardi, in gruppo o singolarmente, non conosciamo bene la nostra terra e, spesso, ci accontentiamo di ciò che ne dicono i viaggiatori stranieri che sono venuti in Sardegna nella seconda metà del Settecento, nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Riteniamo che, ai sardi che si recano all’estero, potrebbero tornare assai utili le descrizioni che ci ha lasciato l’Alziator nei suoi “reportages” sulle varie regioni da lui visitate. Lo scrittore cagliaritano ha potuto osservare bene quei luoghi, descrivendo usi e tradizioni per metterli a confronto con quelli nella nostra terra.
Negli articoli di cui parliamo, incontriamo l’Alziator giornalista, scrittore, narratore, studioso, demoetnografo, fotografo e infine anche poeta.
Nel mio lavoro sulla “Vita e le opere di Francesco Alziator” (Edizioni Castello, del 1986), avevo scritto che, se il 1963 non era stato per lui un anno ricco di attività giornalistica e culturale (come quelli dal 1964 al 1968), ciò derivava dal fatto che in quei quattro anni il nostro letterato si era concesso un periodo di riposo, al fine di poter partecipare ad alcune crociere e visitare alcuni paesi mediterranei, non solo per divagarsi, ma soprattutto per motivi di studio. Così, nella terza pagina de “L’unione Sarda”, sono apparsi i servizi sulla Grecia antica e moderna, sulla Bulgaria, sulla Turchia Europea, su Barcellona e la Spagna, sulla Romania, sul Portogallo e sul Marocco. Si tratta di ben 21 articoli, suddivisi in 8 gruppi. Il primo (del 1963) parla delle grandi rotte dell’Africa e della penisola iberica: Gibilterra, Casablanca, Lisbona e Malaga.
Nell’agosto del 1963, in un articolo su Gibilterra, Alziator scrive: “Non si capisce perché si vada a Gibilterra e cosa offra di bello questo colossale roccione che culmina in due punte ed ha, proprio nel mezzo, uno smisurato scivolo di cemento armato (…): A Gibilterra è rimasto tuttavia quel qualcosa di incubo che danno le postazioni militari, il coprifuoco, gli sbarramenti di filo spinato e le uniformi”. Ma Alziator è attratto maggiormente dall’Oceano, e scrive: “Sino a questo momento credevo che tutto ciò che si legge e si dice dell’Atlantico appartenesse al bagaglio dei luoghi comuni ed a quella pestilenziale letteratura di maniera che ha rovinato ogni angolo del mondo. In realtà, c’è qualcosa che non è luogo comune, né letteratura, ma che ti entra dentro l’anima senza che neppure ne sgorghi il sangue, come quando ti ferisci con una lama”. (…) E più avanti scrive: “La notte vissuta al cospetto dell’Oceano, specialmente la prima, ti riporta ai più antichi colloqui dell’uomo con la natura”.
Parlando di Casablanca, dice: “si vede una vera folla di mercanti, di postulanti e di pezzenti. Gridano tutti insieme, in un linguaggio fatto di francese, spagnolo, arabo, berbero e, se non si compra nulla, si sentono le più inattese parolacce napoletane. I marocchini gridano e ti toccano, perché parlano soprattutto con le mani, usandole indifferentemente con chiunque: con le donne e con gli uomini”.
Alziator ha percorso mezzo Marocco in macchina ed ha scritto: “A Tetuan, a Tangeri e a Rabat, ma soprattutto a Marrakesch, i quartieri indigeni sono una peste, una sorta di grande esposizione della sporcizia nazionale, dell’avidità dei mendicanti, un assurdo concentrato di cattiva educazione, di cattivi odori e dì prodotti dell’artigianato da quattro soldi. Se volete vedere qualcosa di indimenticabile, lasciate perdere le spiagge e i bazar e rifugiatevi nei parchi di Tangeri e soprattutto di Casablanca, dove la natura esplode con gli oleandri giganti: i ficus dei viali cagliaritani, in Marocco, sembrano liane”.
Passeggiando per Lisbona, annota: “Il lido cagliaritano vale cento volte quello di Venezia, surclassa infinitamente Rimini, Riccione e tante altre spiagge internazionali, ma solo pochi lo sanno. Lisbona è una delle più belle città del mondo, con una personalità così intensa che, dopo qualche ora, tu senti che ti è entrata nell’animo come se ci fossi da anni. A Lisbona niente spogliarelli, ma «fados». Il «fado» è una canzone, in realtà è l’anima del Portogallo stesso, che di antico non ha che l’etimologia della parola che viene dal latino “fadum” ed ha origine dai canti dei negri brasiliani e dalla malavita di Lisbona del quartiere della “Moureria”, che sarebbe come dire Is Mirrionis o Tuvixeddu. Dopo mezzanotte, Lisbona è il regno del fado. Niente nights, ma ambienti grandi come un tinello familiare, le “adegas” (osterie) con tavoli e sedie rozze, dove si beve il buon vino porto”. “Che lezione per noi, scrive Alziator, che non riusciamo a mettere su una casa campidanese dove il turista possa mangiare piricchitus e sentire il trallallera. La realtà è che in questi fados c’è qualcosa di casa nostra. C’è la saudade, cioè quell’imprecisabile sentimento che dominò da secoli la vita portoghese: senso di solitudine, della solitudine dell’umanità di fronte all’oceano, al destino. …Come una battorina logudorese o un muttetu del Campidano”.
A riguardo della solare campagna del Portogallo, Alziator scrive: “La gente veste allo stesso modo del Campidano ed il sole dell’Atlantico splende sugli «azulejos» (piastrelle murali) delle bianche, piccole, pulitissime case che si alternano lungo la via”. Più avanti, nota: “Filigrana e fados, vino e saudade sono il Portogallo, paese pulito, cordiale, ospitale e solatio, che ha una storia di guerra e di conquiste e che da poco, ha finalmente appreso la saggezza della vita. Lo si sente nelle «quadras», una specie di mutettus che il popolo canta quando lavora, quando riposa e quando è preso dalla malinconia. In genere le quadras parlano, come le canzoni di tutto il mondo, soprattutto d’amore. Per tutto questo, il Portogallo del 1963 è una delle terre dove l’ospite sta a suo agio, meglio che in qualunque altro posto: perché i portoghesi si fanno i fatti loro, e i fatti loro se li fanno gli stranieri. Senza imposizioni, senza restrizioni, senza suggestioni, senza che neppure ti guardino il passaporto quando sbarchi. Con la più perfetta formula turistica che si possa pensare. Quella che dovrebbero imparare le molte autorità di casa nostra”.
A riguardo della Costa del Sol di Malaga, Alziator osserva che “ – a più di duemila miglia dalla Sardegna – gli è parso di percorrere la strada che da Pula porta a Santa Margherita; “Incredibile ma vero, la strada principe di questa reclamatissima Costa del Sol, che da Malaga s’avvia verso occidente, oltre Torre Molinos verso Fuengirola e Marbella, è la precisa ripetizione del suddetto tratto della Sulcitana. Sulla sinistra, la pineta, sulla destra il declivio verso i monti che chiudono l’orizzonte a settentrione e perfino antiche torri di guardia sui promontori. A Marbella non c’è solo la spiaggia, c’è anche un castello arabo che pare quello cagliaritano di San Michele, tanto è dimenticato e andato a male. A Malaga, l’antico castello che sovrasta la città, detto all’araba “Alcazaba” e il Castello di Gibralfaro, che domina la collina ad oriente, sono stati intelligentemente restaurati e valorizzati. A “l’Alcazaba” c’è un museo e le antiche torri, che rassomigliano tanto a quelle del nostro sventuratissimo Castello di San Michele, vengono illuminate ogni sera da fantastiche luci gialle al sodio, ed altrettanto si fa per Gibralfaro”.
Nel 1964, Alziator torna in Portogallo e ci dà un quadro delle bellezze della natura e della costruzione del grande ponte che congiungerà le due sponde del fiumeTago. “Un ponte – scrive – il più grande d’Europa, destinato a congiungere le due sponde del Tago nel punto più stretto (qualcosa come due chilometri) ed a fare così di Lisbona e di Barreiro tutta una città”.
Alziator è di nuovo in Marocco, precisamente a Marrakesh, che, per lui, è il vero Marocco, “Quello delle tre A: antico, autentico, aristocratico”. E lo sorprendono i trecento chilometri percorsi da Casablanca a Marrakesh, seguendo una interminabile fila di edifici, con tutti i segni dell’industria e del commercio moderno, che scorta il treno dalla stazione marittima alla estrema periferia ”finché le tende dei nomadi, i cammelli, i marabuti ed i voli di ibis non ci ricordano che siamo in Africa. Ma i grandi prati di erba medica, le fresche rive dell’Olum-er-rebia (la madre dei pascoli), il più grande fiume marocchino, per poco non fanno credere a verdi pascoli nostrani”. Per un particolare aspetto gastronomico, ad Alziator pare di essere in Sardegna: “In definitiva, il piatto di kuskus è come un piatto di fregula sarda con pezzi di montone che si mangia anche nella zona di Carloforte, dove è chiamato kaskà”.
Nel 1965, il nostro giornalista e scrittore si trova in Grecia, pronto a guardarla al di là del falso cliché incentrato sul turismo di massa. Scrive: “Siamo in un’isola: è Miconos, isola senza miti che offre la sua bellezza come un mistero. Rinasce dal mare delle Cicladi il sogno di un paradiso perduto. Miconos è ben poca cosa, una groppa di granito ricoperta di uno strato di calcare che, per una novantina di chilometri quadrati, affiora dal mare. Solo una groppa che non riesce neppure a raggiungere i 400 metri d’altezza, povera d’acqua, brulla come tutte le Cicladi: qualche albero di pepe e di fico, un po’ di oleandri e qualche macchia d’ibisco sono la sola vegetazione che si levi più di qualche palmo dalla terra. E, più avanti, “Miconos non ha nulla, non ha resti archeologici, non è stata teatro di avvenimenti storici nel passato e oggi è immune dalla schiavitù collettive del cemento armato, della motorizzazione e dai risultati sociali. A Miconos, la massima concessione alla mondanità è quella di sedere al tavolo di un caffè, in riva al mare, e indossare qualche volta le gonne e i pantaloni invece dei due pezzi o dello slip del costume da bagno; in città c’è una cappelletta ad ogni passo, talune a pochi metri l’una dall’altra; l’intera isola è dovunque punteggiata di cappelle, dalle rive del mare alle due opposte sommità più alte, chiamate però alla stessa maniera: Sant’Elia. Per questo o per quello, o per tutto insieme, la gente ritrova a Miconos un suo paradiso terrestre.
“Anche in Sardegna – nota Alziator – ci sono tante Miconos. Si chiamano San Pietro, Sant’Antioco, Serpentara, Isola dei Cavoli e con tanti altri nomi. Ma bisognerebbe che ci sapessimo fare. Noi, evidentemente, ci sappiamo fare meno dei Greci”.
Lasciata Miconos, Alziator raggiunge Corinto e scrive: “Il bello è tutto qui, nel viaggio, perché una volta che si raggiunge la zona del canale e si spazia sul Golfo di Corinto, l’azzurro non è più quello e la Grecia del turismo organizzato riaffiora decisa e ossessiva”. Il giornalista cagliaritano si reca, poi, ad Istambul, una delle città più ricche di storia del mondo, protesa verso il futuro. Qui, i turchi hanno imparato che la vita non si può tenere legata al passato. A riguardo delle moschee, Alziator scrive “non solo a Marrakesh o a Tetuan, ma anche nella occidentalissima Casablanca, tutte le volte che aveva provato, non solo ad entrare in una moschea durante un servizio religioso, ma anche a stare sull’uscio, gli si erano appuntati tali e tanti sguardi addosso da costringerlo ad allontanarsene”.
Per Alziator, un interessante momento è stato quando, dopo una mezza giornata di vagabondaggio tra il Gran Bazar e l’Al Nedam, rifletteva di non importargli il fatto che, sul Galata Quay, frequentato dai passeggeri di un transatlantico in arrivo, non ci fossero né taxi né dolmus (taxi collettivi) che non sono, poi, una specialità di Istambul perché se ne trovano anche in Sardegna, ad Oristano; da qualche parte, ne avrei trovato qualcuno sulla banchina o alla Sea station; ma non è stato così: di taxi o di dolmus neppure l’ombra”. Alziator ne chiese informazioni al primo vigile incontrato, parlandogli in inglese. “Ma il volto del vigile – scrive il nostro studioso -, il solito volto turco d’oliva rugosa con un’espressione che può essere ugualmente di comprensione, di presa in giro o di rallegramento s’oscurò di colpo e, con le ciglia corrugate strette strette, sembrò più che mai un’oliva”.
Per un momento Alziator pensò che non capisse l’inglese, ma l’ipotesi era davvero assurda perché un vigile che non sa l’inglese non lo si mette di servizio nella zona del porto. Infatti, il vigile, dopo aver sibilato, tra denti e labbra, un lungo suono indistinto, gli rispose, senza possibilità di equivoci: “No very near, sir, but in Stamboul?”. L’amico cagliaritano, che era vicino al letterato cagliaritano, e non conosceva Istambul, ma capiva molto bene l’inglese, esplose in puro sardo: “Aundi buginu seus? No seus a Istambul? Po pigai su tassì, deppeus andai a Istambul ?”.
Nel 1966, Alziator è di nuovo a Lisbona e si ferma ad ammirare il ponte sul Tago, che aveva visto anni prima in costruzione. Ora i lavori sono terminati, ed è, per grandezza, il secondo ponte sospeso del mondo. Con questo ponte comincia, senz’altro, la terza Lisbona. Alziator ricorda quindi il terremoto del 1755 che distrusse molta parte della città. Da quel terremoto scamparono i quartieri della miseria e della prostituzione: ancora oggi, quei quartieri conservano le stesse vie strette ed erte di tre o quattro secoli fa. Fu Giorgio Byron – ricorda Alziator – con un suo viaggio effettuato nell’estate del 1809 – a riscoprire le attrattive della capitale lusitana che, in quei giorni, non dovevano essere molte.
Lasciata Lisbona, Alziator è a Vigo, in terra di Spagna; nota subito che il cielo gagliego non è per nulla terso e che il suo mare è simile a quello che si vede lungo le coste atlantiche della Francia. Poi, osserva: “Il galiziano ama il sorriso piuttosto che la risataccia e sostituisce la presa in giro sottile e spiritosa al doppio senso scoperto o allo scherzo di mano pesante. È nello spirito gagliego di ridere di tutti a cominciare di se stessi”. La caratteristica del galiziano – a detta di Alziator – è che “Santiago prega, Vigo lavora, Pontevedra dorme e la Coruña si diverte”.
Il giornalista si sofferma, poi, a decantare las rias: “Questi fiordi che si insinuano fino al cuore della terra galiziana, la fendono a valle dei suoi incredibili boschi, lambiscono le sue colline verdi di pincarasco (pino marittimo), raggiungono villaggi distesi su ripidi pendii e si dissolvono in piccole, morbide spiagge. In Galizia tutto è differente dal resto della Spagna”.
Alziator fa una puntatine alle Azzorre “Le isole dei sogni e degli equivoci” e scrive: “Non bisogna credere che nelle Azzorre vi sia sempre cattivo tempo; qui si vivono le quattro stagioni in un giorno, come dice la gente locale. Né si può dire che non sia vero: due ore prima era il finimondo, ora i poggi verdissimi e le case di Horta (una delle piccole capitali isolane) si specchiano nella rada di Faial, dolce e quieta come un lago lombardo. Le Azzorre sono nove isole, siamo a metà strada tra Europa e America, sperduta al di là dei nostri abituali confini, non le sottrae alla più elementare e più vecchia delle leggi, per cui l’uomo è uguale dovunque e perciò Angra, Horta e Ponta Delgada si bisticciano per la pompa di un titolo, allo stesso modo di Cagliari e di Sassari, nel Seicento, per una primazia arcivescovile che, in pratica, poi, non era mai esistita. Alle Azzorre “non ci si può vivere, ma vi risiede il turismo che ricerca lo spontaneo, la natura, il non sofisticato, e perciò, anzitutto, quella riserva di primitivo e di incontaminato che sono le isole. E non si tratta soltanto di moda, si tratta di una evidente necessità dell’uomo moderno, oppresso dal cemento, dalle calcolatrici, dalla sovrappolazione, dal cronometro, e dai cibi in scatola. È possibile allora che ci si imbarchi per le Azzorre credendo di inseguire il sole. Ecco, allora, perché si ritorna sempre disillusi: perché nella corsa verso il sole ci raggiunge sempre il tramonto”.
Nel 1967 Alziator visita quattro località: Izmir (in Anatolia); Odessa (in Crimea), una terra di eccezionale bellezza anche se straordinariamente triste, Varna e Smirne (sul Mar Nero). Di Odessa, ricorda “quanto fecero i sardi, un secolo fa, quando Cavour li strappò alle loro case per mandarli a morire in quella terra della quale i più non avevano mai sentito parlare. Per il resto, Crimea è sole, vigneti, alberi esuberanti”.
Il nostro girnalista-scrittore ci parla di Yalta, “del suo verde, delle case di cura, della baia tranquilla, della sua assomiglianza a Madera. Se Odessa è silenziosa, malinconica e deprimente, è anche volitiva, desta, impegnata. In Odessa ogni occasione è buona per accendere luminarie, per far quattro salti, per cantare e suonare la balalaika. I forestieri impazziscono per questo ballo, e si assiste ogni giorno alla lotta del turista per la conquista di una balalaika”.
Dopo una notte di viaggio sul Mar Nero, Alziator giunge a Costanza, che gli ricorda l’esilio di Ovidio a Tomi. Qui visita il Museo Archeologico della Dobrugia (sistemato nell’antico palazzo vescovile dei Santi Pietro e Paolo); una sua sala è interamente dedicata al Poeta e lì vi è una grande carta murale che illustra le vie percorse da Ovidio per raggiungere Tomi. Costanza ha dedicato ad Ovidio la sua più bella piazza e, nel 1887, vi ha innalzato un monumento dello scultore italiano Ettore Ferrari.
Alziator ci parla della spiaggia di Mamaia “parola che, in rumeno, significa Mamma mia e che ricorda il grido desolato di una bimbetta verso sua madre, rapita dai pirati di un battello turco. Il grido non fu lanciato invano: la costa, per incanto, si allungò in una sottile lingua di terra che riunì madre e figlia. La sterminata pianura della Dobrugia, nella quale grano e mais si alternano al girasole e alle viti, a greggi di pecore, alla solitudine, agli sparuti asinelli e ad una fila di lagune costiere che fanno da anticamera tra la terra ed il mare; tutto questo ci ricorda i Campidani sardi, quando alle porte di Cagliari o di Oristano, prolungano la monotonia della piana verso gli stagni di Elmas e di Santa Giusta. Comunque Varna, come la Bulgaria, s’aggiorna e punta grosso sul turismo; anzi, fa di più; aspira a diventare la città del cinema”.
Per concludere questa carrellata, che riporta alcuni brani tratti dagli articoli di Alziator, mi piace ricordare le sue parole scritte per Smirne: “Qui comincia la dimensione Asia, una dimensione nella quale il numero perde il suo valore, o per meglio dire, perde il nostro valore, cioè il valore che il numero ha nella cultura occidentale per cui cento anni sono tanti e centomila persone sono molte. Ciò significa che, quando Roma cominciava ad essere un villaggetto sul Tevere, Smirne aveva già oltre duemila anni di storia e, prima che qualche nuraghe sorgesse in Sardegna, Smirne esisteva da più di dieci o quindici secoli; per raggiungere la popolazione e le dimensioni di Smirne occorrerebbe riunire quattro città come Sassari”.
Alziator, a modo suo, visitando molte zone europee, africane ed orientali, si è messo alla pari di quei viaggiatori del Settecento, dell’Ottocento e del Novecento che sono venuti in Sardegna per scoprire una civiltà antica e incontaminata. Con i suoi “reportages” ha dato la possibilità a noi sardi di osservare che in tutti i popoli della terra c’è un poco di Sardegna, un poco di vita quotidiana sarda.
(1)Le concediamo l’autorizzazione – a titolo non oneroso – a pubblicare gli articoli di Francesco Alziator da Lei elencati. La concessione è valida per una sola volta, ha scadenza 31 dicembre 2015 ed è condizionata alla citazione – con adeguata evidenza – de “L’Unione Sarda” come detentrice dei diritti relativi.

APPENDICE

GLI ARTICOLI DEI REPORTAGES

SCRITTI (L’Unione Sarda) anni 1963 – 1964 – 1965 – 1966- 1967 – 1972

1) IL MAROCCO OFFRE AL TURISTA SOLO MISERIA E DELUSIONI

Casablanca,agosto

Sbarcare in Marocco non è semplice o, per lo meno, non è rapido. Dovunque, dopo un quarto d’ora di operazioni di polizia portuale, tutto è finito e buonanotte. Qui le autorità marocchine hanno un bisogno pazzo di farti vedere che comandano loro e fanno le cose con strafottenza e lentezza, proprio come vedevano fare alla dogana e dai peggiori gendarmi francesi. Dovunque si contentano del passaporto e del landing cart, qui no, qui occorrono certi strani biglietti celesti che ti devi guardare come una reliquia se non vuoi finire in un posto di polizia.
Ma i guai cominciano proprio quando credi di essere, finalmente, libero. Una vera folla di mercanti, di postulanti e di pezzenti ti circonda e ti chiude. Gridano tutti assieme, in un linguaggio fatto di francese, di spagnolo, di arabo, di berbero e, se non compri nulla, delle più inattese parolacce napoletane. Gridano e ti toccano perché i marocchini parlano soprattutto con le mani. Le usano indifferentemente con chiunque: con le donne e con gli uomini e tutti si ritrovano addosso la punteggiatura materiale di questa lingua dei porti che ti ricorda tanto le polpette dei ristoranti perché ci si può trovar dentro di tutto. Cosa ti offre questa gente? La più ingenua ed amena paccottiglia: cuscini di cuoio, coperte di pelo di cammello, orologi di ottone e brillanti di bottiglia, presentati con aria di mistero, dentro il palmo della mano semichiusa, come a nasconderli agli occhi indiscreti della polizia. Lo scarto dell’artigianato e dell’industria di tutto il mondo finisce sulle bancarelle marocchine: binocoli e cineprese giapponesi, lenti ed apparecchi tedeschi, seterie italiane e broccati francesi diventano souvenir d’Afrique e fanno felici i turisti di bocca buona. Se riuscirete a scampare indenni – e Dio solo sa come – alla furia scatenata del piccolo commerciante ambulante, e raggiungerete un taxi, vivrete allora un’altra della grandi emozioni marocchine. A Casablanca, come a Tangeri, a Rabat e dappertutto per il regno di Hassan II, ci sono bellissime macchine, in genere americane e francesi, fin qui nulla di eccezionale. L’eccezionale è il modo di guidare dei marocchini. Per loro, il sorpasso in curva, l’acceleratore a tavoletta, la vettura che sbanda sono ordinaria amministrazione. Si tratta, evidentemente, di una generazione di autisti che ha fatto scuola guida, durante la seconda guerra mondiale, con le jeeps dell’esercito americano e che adesso continua a guidare così, anche se la guerra è finita e trasporta delle persone e non del materiale bellico pesante. Questo sistema di guida marocchina non è solo una caratteristica dei taxi, anche i conducenti di autobus lo praticano con risultati ottimi, se paure sconcertanti. D’altra parte, poiché il traffico non è eccessivo e le strade sono ottime, si finisce con il farci l’abitudine in pochi giorni.
A questo modo, ho percorso mezzo Marocco, da Tangeri a Rabat, da Casablanca a Tetuan. Così, tra una frenata brusca ed una curva a mezzo fiato, sono passato dai pini di Tangeri a Capo Spartel, dove sorge il faro che, nel 1865, servi da pretesto ai diplomatici stranieri per fare in Marocco lunghe villeggiature a spese dei nostri governi. A Capo Spartel, si ha veramente il senso sconvolgente che dà l’0ceano a noi, gente del Mediterraneo, abituati ad orizzonti limitati, che ci troviamo di colpo perduti dinanzi a quell’orizzonte vuoto e triste, solcato da nuvole lunghissime e fluide, assolutamente diverse dalle nostre, in un cielo che di notte ha stelle incredibilmente grandi e che pare si tenda ad ellissi piuttosto che in circolo come il cielo europeo.
Solo nei quartieri indigeni non si può andare in macchina e si deve attraversarli a piedi. Le casbe, o meglio le medine, poiché casba vuoi dire, più propriamente, città murata e medina meglio indica il quartiere indigeno, sono dovunque ripugnanti. Solo a Casablanca, città rifatta o presso a poco, dopo il 1912, dal piano regolatore francese studiato durante il governo del maresciallo Lyautey, anche la medina è spaziosa e pulita. A Tetuan, a Tangeri, a Rabat, e soprattutto a Marrakech, i quartieri indigeni sono una peste, una sorta di grande esposizione della sporcizia nazionale, dell’avidità dei mendicanti, un assurdo concentrato di cattiva educazione, di cattivi odori e di prodotti dell’artigianato da quattro soldi. Ogni tanto si trova il favoloso palazzo di un cadì o di un sultano, trasformato in museo, ma ciò che prevale sono la miseria, gli odori ripugnanti – per tutta la Tangeri indigena stagna un equivoco odore d’olio e di sudiciume – la vista di gente denutrita e malata, con unguenti gialli e verdi sul capo o sugli arti e sopratutto un desolante senso di mancanza della dignità umana.
Eppure, dovunque i marocchini non fanno che ripetere, ad ogni momento, la parola indipendenza. In francese, in inglese, in spagnolo, la parola indipendenza è sempre sulle loro labbra, e tutto è riferito al momento dell’indipendenza. In realtà, il 1956 fu un grande anno per il paese: i francesi cominciarono a mollare la zona sud, gli spagnoli quella nord, l’antico Rif di abdel-Krim, l’amministrazione internazionale abbandonò Tangeri ed il regno sceriffiano di El-magreb divenne membro indipendente delle Nazioni Unite. Nel 1959, non c’era più un soldato straniero sul suolo del Marocco. Restano, è vero, le enclave spagnole di Ifni, a sud, e i presidios di Ceuta e di Melilla a nord, ma, in fondo, al giovane regno non dispiacciono, servono infatti a mantenere vivo l’irridentismo dei giovani.
Oggi il Paese è, per lo meno in apparenza, uno stato sovrano: ha una sua moneta, il dirham, un suo istituto bancario di emissione, una moderna università a Babat. Ciò che neppure l’indipendenza ha potuto dare è una lingua marocchina: metà dei dieci milioni dell’intera popolazione del regno parla, infatti, berbero e metà arabo o, meglio, una ventina di dialetti berberi ed altrettanti arabi e solo le persone istruite che non sono davvero molte capiscono l’arabo classico.
Al disopra di tutti, poi, c’è il Marocco ufficiale, del parlamento e dei ministri di Rabat, con i divieti di sosta per le auto non statali ed i parcheggi riservati ai ministri e ai deputati, che par proprio di essere a Roma o a viale Trento, davanti al palazzo della Regione sarda. Più sopra ancora, c’è il Marocco della grandi industrie, del grande commercio, dei grattacieli di Casablanca, il Marocco del denaro e degli intrighi internazionali, degli albergatori e delle compagnie turistiche che sanno sfruttare ogni occasione od ogni possibilità.
Forse in nessun altro paese il turismo la fa da padrone come qui e come qui forse ha, in sostanza, poco da far vedere: palazzi d’oriente, nati sul tavolo di architetti francesi, artigianato in serie di tipo tedesco, attrattive molto ridotte, le famose grotte d’Ercole, che attirano ogni anno milioni di persone sono – potete credermi sulla parola – qualcosa di così modesto di fronte alla quale le grotte di Dorgali non devono neppure servire da lontano termine di confronto. Non parliamo poi delle attrattive notturne: a Casablanca trionfano le ragazze dello streaptease, protestate dagli impresari di Milano o di Parigi. Vien fatto,allora, di chiedersi se il Marocco turistico non sia quello che, volgarmente, si dice un bidone. Non propria, o non almeno di tutto.
Se volete vedere qualcosa di indimenticabile, lasciate perdere le spiagge, come quella di Sale presso Rabat, con pretese di Costa Azzurra, fuggite dai bazar e dal grandioso degli skyscraper di sapore americano. Rifugiatevi nei pachi di Tangeri e soprattutto di Casablanca, dove la natura esplode con una violenza arborea e floreale che sgomenta. Le ombre sono profumate e dense come un velluto che chiude e snerva, le piante spaventano per la loro esuberanza, gli oleandri sono giganti, gli stessi ficus dei viali cagliaritani qui sembrano liane.
Il vero senso del Marocco è in questa esuberanza tropicale che si spiega con una sola parola che qui pare tutti abbiano un certo pudore a pronunciare: Africa.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 30.8.1963

2) IL FASCINO (E LA PAURA) DELL’OCEANO
Gibilterra, agosto

Passare dal Mediterraneo all’Oceano è come cambiar stazione alla radio: si tratta di cambiare lunghezza d’onda. Alla radio, tutto finisce in un breve girare di manopola, sull’Oceano tutto finisce sullo stomaco o su quei misteriosi otoliti che si dondolano in una qualche remota cavità del nostro orecchio. L’onda mediterranea è mutevole, pazza, ma non ha molto fiato. Dopo qualche ora di ballo, ti lascia in pace per prendere poi, magari più forte, all’indomani. L’Oceano è sempre serio e non ha salti d’umore ed anche quando è sereno ti ricorda, ad ogni momento, che il padrone è lui, con la sua onda lunga, dura ed eguale. Oggi, poi, non è per nulla di buon umore: Gibilterra è coperta di nebbia e fischia vento di Est.
D’altra parte, qui è sempre così. Ad Algesiras, che è appena a qualche chilometro più ad occidentale, splende, dal bel cielo estivo, un sole caldo e senza neppure un cirrettino di passaggio; a Gibilterra c’è una spessa volta di nuvole cupe. Anche le pietre e la terra hanno un loro umore e Gibilterra è un uomo di cattivo umore. In realtà, non si capisce perché si vada a Gibilterra e cosa offra di bello questo colossale roccione che culmina in due punte ed ha, proprio nel mezzo, uno smisurato scivolo di cemento armato. Gibilterra non offre nulla di bello o di interessante per nessuno. Non c’è neppure acqua da bere; in tutto il territorio la sola acqua disponibile è quella dei pozzi o quella insipida, ottenuta dall’evaporazione dell’acqua marina e che è detta, chissà perché, acqua sanitaria.
Neppure le spie hanno più possibilità a Gibilterra: gli inglesi hanno abolito quasi tutte le militar areas – quale lezione per le nostre autorità militari, che circondano di filo spinato e di divieti d’accesso anche una piazzuola di batteria del 1915-18 si possono visitare liberamente i trentotto chilometri di camminamenti in caverna perforati interamente durante la seconda guerra mondiale, meno due chilometri scavati già nel Settecento. Il fatto è che l’Ammiragliato britannico, anche se composto di militari, ha ben capito che Gibilterra è oggi una noce ridotta al suolo guscio e s’adatta perciò al fair-play.
A Gibilterra è rimasto tuttavia quel qualcosa di incubo che danno le postazioni militari, il coprifuoco, gli sbarramenti di filo spinato e le uniformi. Nonostante tutto ciò, vi deve essere parecchia gente che fa del turismo a Gibilterra se qui prosperano una mezza dozzina di alberghi, tra i quali il Roch Hotel di duecento camere, il Bristol ed il Grand Hotel, di più di sessanta camere ognuno. Se Gibilterra, o meglio North-Town e South Town, i due centri che noi siamo soliti chiamare semplicemente Gibilterra, hanno ben poco da dire, non è cosi per l’Oceano.
Sino a questo momento credevo che tutto ciò che si legge e si dice dell’Atlantico appartenesse al bagaglio dei luoghi comuni ed a quella pestilenziale letteratura di maniera che ha rovinato ogni angolo del mondo. In realtà, c’è qualcosa che non è luogo comune, né letteratura, ma che ti entra dentro l’anima senza che neppure se ne accorga, senza farti male, come quando ti ferisci con una lama: la ferita c’è, perché il sangue sgorga e, se non passa subito, finisce con lo spaventarti. Senza rendertene conto, distratto dal sole spagnolo di Algesiras, dalle rocce britanniche di Gibilterra, dalle nuvole sul Rockgun e sull’Highest Point – gli inglesi non hanno davvero molta fantasia nel battezzare i picchi montani – ti ci trovi dentro e ti rendi conto che qualcosa è cambiato. Saranno forse le paure delle Colonne d’Ercole che rifluiscono nel nostro decrepito sangue di europei, saranno forse le radici terragne dell’uomo che risalgono sgomentate da tanto mare, ma certo è che – la frase può sembrare banale, ma in fondo è quella che rende più agevolmente ciò che ti prende – l’Oceano è un’altra cosa. Il pensiero che per migliaia di miglia su quel mare non c’è più terra, che al di là le stelle sono diverse ed il sole ha un altro orario di lavoro è un fattore elementare quanto vuoi, ma che ti sconvolge. Ti viene in mente perfino un fatto banale, letto chissà dove, forse in una biblioteca o forse dal barbiere: che l’acqua dei lavandini scorre, oltre l’Oceano, in senso opposto a quello in cui scorre da Noi. Ed allora ti chiedi: se così avviene perfino lo scarico dei lavandini, cosa avverrà di tutto l’insieme di ossa, di coratelle e di budelli che costituisce il tuo unico ed amatissimo corpo?
Non è davvero letteratura: la notte, sull’Oceano, specialmente la prima, ti riporta ai più antichi colloqui dell’uomo con la natura. Oggi noi abbiamo perso la possibilità di quei colloqui. Il cemento nasconde la terra, l’aria condizionata supplisce le stagioni, la cabina pressurizzata del jet annulla di colpo tre o quattromila metri di altezza. Eppure la natura è sempre lì ad attenderti ed a riproporti, un giorno o l’altro, un salutare colloquio con lei. Qui, sull’Oceano, il colloquio è inevitabile: le stelle enormi, come non le hai mai viste prima, il respiro forte dell’onda atlantica, il dilatarsi del cielo in senso orizzontale stanno a ricordarti che le ventimila tonnellate del transatlantico dove viaggi non trovano posto, tanto sono irrilevanti, nell’ordine delle grandezze oceaniche.
La paura, il solo sentimento che muove veramente le azioni e la storia degli uomini, è alla base di tutta la filosofia e la letteratura dell’atlantico. Per l’Atlantico, la storia non è esistita, né esiste; l’Atlantico è fermo ai giorni della creazione, anzi a quelli che la precedettero: la presuntuosa civiltà degli uomini non lo ha né modificato, né mai lo modificherà. Le navi che lo solcano sono meno, molto meno di una pulce su un elefante.
Osserva l’Oceano, anche in una notte d’estate come questa, magari con la musica delle orchestre di bordo che sale fino sul ponte-sole, e vedrai che cosa valgono, in realtà, tutte le civiltà del mondo.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA 31.8.1963

3)RICORDANO I MUTETTUS DEL CAMPIDANO I FADOS CANTATI NEI NIGHTS DI LISBONA

1.9.1963
Entrar nel Tago, doppiato San Juláo de Barra e la Torre di Bugio, e, dopo l’onda e il vento dell*Atlantico, risalire lentamente le acque del grande fiume, vuoi dire finalmente la pace e la gioia di rivedere terra, alberi e case a dritta e a sinistra. Questo non vuol dire che le foci del Tago siano calme, tutt’altro: il vento ci fa le mattane rimuovendo perfino la fanghiglia gialla del fondo e sono così vaste da sembrare un vero mare, tanto che i portoghesi le chiamano, per quel giallo del fango e per la grandezza, o mar de palha (il mare di paglia).
Annuncia Lisbona la Torre di Belem, pallida, colore di defunto, piccola ed ormai inutile, soverchiata dal gusto plateale del monumento a Vasco de Gama. Questa torre, costruita sui primi del Cinquecento, sbarrava, una volta, con le sue batterie l’ingresso del Tago ed è forse l’unica cosa bella prodotta dall’architettura militare di tutto il mondo. Con le sue altane, le sue garitte di pietra ricamata, le sue bifore e i suoi balconcini coperti ed il rivelino con il cammino di ronda disseminato di padiglioncini che sembrano ombrelloni da spiaggia, la Torre di Belem pare più un meraviglioso dolce di nozze che non una fortezza del potentissimo impero lusitano. Al di là della Torre, un altro miracolo dell’architettura manuelina, traforato che pare più un intaglio che un palazzo: il convento dei Cappuccini. Poi di colpo, Lisbona. Lisbona non è una città, è uno spettacolo, un capogiro, un gioco di colli, di verde, di campanili e di colori intensi che sembra messo lì, oggi, per far festa e che poi debba essere smontato e conservato come si fa per un presepio o per la messa in scena di un’opera. Invece Lisbona è tutti i giorni così: spettacolo e capogiro, di giorno e di notte.
A paragone di Lisbona, anche Barcellona e Parigi impallidiscono. “L’Avenida da Libertade” è bella quanto gli Champs Elysèes e, per di più lunga, più distesa e meno congestionata. A Lisbona succede, in sostanza, quello che succede a tanti luoghi di casa nostra: il lido cagliaritano vale cento volte quello di Venezia, surclassa infinitamente Rimini, Riccione e tante altre spiagge internazionali, ma solo pochi lo sanno. Con le dovute proporzioni, così è di Lisbona: Parigi riempie la bocca del provinciale improvvisatore turista. Vienna è alle porte di casa e perciò ci si può andare almeno una volta nella vita; così anche per Barcellona che da Genova, in realtà, non è lontana. Lisbona no, Lisbona è in capo al mondo, in riva alle acque dove muore il sole, e perciò poca gente ci va. Nonostante ciò, Lisbona è una delle più belle città del mondo, con una personalità così intensa che, dopo qualche ora, tu senti che è entrata nell’animo come se ci fosse da anni.
Anche la vita notturna è diversa che altrove: lo spogliarello è ormai il denominatore comune di tutta l’Europa, anzi di tutto il mondo e, salvo che in Spagna, si rivedono a rotazione, gli stessi numeri dovunque. A Lisbona niente spogliarelli, ma fados. Il fado è una canzone ma dire così è dire nulla, poiché il fado, in realtà, è l’anima del Portogallo, il Portogallo stesso. In Portogallo si dà una versione estremamente poetica dalle origini del fado. Nella battaglia di Alcazalquivir, nella quale il re Sebastiano, uno degli eroi nazionali, cadde combattendo contro i mori invasori, perirono con il sovrano novemila portoghesi che, secondo il loro costume nazionale, si erano portati, assieme alle armi, le chitarre. ll vento, a sera, sfiorando le chitarre dei morti, ne fece vibrare le corde e portò alle amate che attendevamo il primo doloroso fado. In realtà, il fado di antico non ha che l’etimologia della parola che viene da latino fatum, e la sua genealogia è piuttosto di bassa estrazione. Ha origine infatti dai canti dei negri brasiliani e dalla malavita lisboeta del quartiere della Moureria, che sarebbe come dire Is Mirrionis o Tuvixeddu. Ed a tutto ciò si è aggiunta l’influenza della canzone italiana, specialmente napoletana. Ma queste sono soltanto le origini, perché i portoghesi hanno fatto di questi canti il loro linguaggio. Ci sono infatti cento fados diversi, come cento sono gli umori degli uomini, ma tutti terribilmente portoghesi.
Esser portoghesi, infatti, non è un semplice dato anagrafico o una situazione geografica. Esser portoghesi è una vocazione, un modo di vedere la vita, anzi un modo di soffrire la vita. Me duele España, scriveva .Miguel de Unamuno della sua patria tormentata. La stessa cosa potrebbe dire ogni portoghese se dovesse esprimere il sentimento della sua terra. Dopo mezzanotte Lisbona è il regno del fado. Niente nights pretenziosi ad ogni voce, niente gelatine colorate sui riflettori da diecimila candele, ma ambientini grandi come un tinello familiare, le adegas, con tavoli e sedie rozze, dove si beve porto, si mangiano piatti locali o anche semplici semi di zucca. Che lezione per noi che non riusciamo a mettere su una casa campidanese dove il turista possa mangiare piricchitus e sentire il trallalera! Al centro del tinello o da un lato, con il solo artifizio di qualche lampadina in più o in meno, si cantano i fados. Sarò provinciale, anzi lo sono senz’altro, ma la notte lisboeta al canto dei fados è qualcosa che pare un sogno da mille ed una notte.
La realtà è che in questi fados c’è qualcosa che è di casa nostra. C’è la saudade, quel l’imprecisabile sentimento che domina da secoli la vita portoghese: senso di solitudine -questo vuol dire infatti la parola – ma non di una solitudine personale bensì della solitudine della umanità di fronte all’Oceano, al destino. Un senso di impotenza, di tristezza e di rinuncia che è in sostanza il male che ha tarlato, nei secoli dei secoli, anche l’anima dei sardi. Non so se io od altri la faremo mai, ma è certo che una ricerca sulle affinità tra sardi e portoghesi potrebbe dare grandi sorprese. Ma di questo si parlerà un’altra volta. Per ora torniamo ai fados e potete credermi se vi dico che val la pena di percorrere mezza Europa per venire a sentir questa donnetta piccolina, mora e piuttosto bruttina che canta i fados all’adega dell’Atipoia e che quando canta si trasfigura, diventa bellina e risveglia con la sua canzone le più segrete anticamere del sentimento.
Ma Lisbona notturna non è tutta qui: c’è la Lisbona notturna delle vetrine tutte illuminate fino al mattino, delle strade sfolgoranti ed incredibilmente pulite, dove passano pochi e silenziosi gruppi d’uomini e trams giallo-rossi, piccoli che sembrano scatole di bicarbonato. Poi c’è la Lisbona notturna dei grandi alberghi. La capitale portoghese è orgogliosa di avere il più lussuoso e caro albergo d’Europa, il Ritz, che è fatto di marmo, ha trecento camere e pare un alveare razionale. Ma chi se ne cale del Ritz? E’ qualcosa che si può costruire dovunque, anche a Pompu o a Pabillonis.
Quello che solo Lisbona può offrire sono i fados di Adelina Ramo, nell’Atipoia in Rua do Norte, al Barrio Alto. Fados che sanno di riso e di tristezza, che sembrano un giuoco e sono un male dell’anima. Come una battorina logudorese o un mutettu del Campidano.
Francesco Alziator,
L’UNIIONE SARDA, 1.9.63

4) CAMPIDANESI A CAVALLO COME PER SAN’EFISIO NELLA FESTA PORTOGHESE DEL “COLETE ENCARNADO»

Lisbona, 3.9.1963
II detto popolare Tutto il mando e paese, è senza dubbio una delle massime verità del mondo. Qui in Portogallo, infatti, accade esattamente come da noi, dove la gente si sbraccia a farvi ammirare attrattive di carattere internazionale e si preoccupa poco di farvi vedere ciò che è veramente portoghese.
A Cagliari, ho visto tante volte mostrare, con orgoglio, al forestiero i grattacieli ed i casermoni di San Benedetto, ma nessuno fa vedere le incomparabili viuzze del Castello e della Marina. Eppure Cagliari è più lì che altrove. A Lisbona, tutti vi mostrano l’Hotel Ritz, i grattacieli e soprattutto smaniano per condurvi a l’Estoril ed, in definitiva, l’Estoril è nulla. O meglio, nulla di straordinario. É infatti nient’altro definitiva che una modesta spiaggetta che si raggiunge passando per le ville di Cascáis, dove i re vanno in esilio ed i miliardari in vacanza. La si raggiunge in breve da Lisbona – sono poco più di trenta chilometri in tutto – in macchina o con un delizioso trenino elettrico che pare una metropolitana e fa continuamente la spola, su e giù, di giorno e di notte. Ad Estoril, gli operatori economici hanno costruito molti alberghi, come il Palacio, il Cibral, l’Atlantico e il Grand Hotel, e poi che, una volta calato il sole sull’Atlantico, la spiaggia sarebbe diventata buia e noia, pensando alla notte, vi hanno costruito anche il casinò.
Sia detto fra parentesi, il lido cagliaritano, come spiaggia, è molto più bello dell’Estoril, ma quale potenza soprannaturale riuscirà mai a persuadere i capoccia del turismo cagliaritano che esiste anche la notte? Ma torniamo a Estoril ed al suo casinò, che, tutto sommato, è un palazzone dove ci si perdono quattrini al baccarà od alla roulette, ci si sentono i soliti numeri del varietà internazionale, si paga un minimo di quaranta escudos – il che significa cha un aperitivo costa mille lire – ci si annoia, ma in compenso, sia all’ingresso che all’uscita, si è salutati da un portiere che pare un ammiraglio in grande uniforme. Se andate in Portogallo, accettate il mio consiglio, non andate ad Estoril, o almeno non andateci di notte con l’idea di divertirvi. Quello non è Portogallo, è Nizza, è Sant-Vincent. É tutto, insomma, fuorché Portogallo.
II Portogallo è altrove, oltre la stupenda autostrada a quattro corsie a dieci escudos di pedaggio che da Lisbona porta a Villa Franca de Xira. Vi viena incontro, risalendo per Azambugia e Cartaxo verso Santarem e Alcamena, per la solare campagna, dove la gente veste allo stesso modo del Campidano ed il sole dell’Atlantico splende sugli azulejos delle bianche, piccole, pulitissime case che si alternano lungo la via, spuntano tra il verde basso dei vigneti e si intravedono tra gli ulivi. Uno dei fados più popolari, una canzone tanto nota tra i lusitani quanto da noi 0 sole mio o Marecchiaro canta appunto la casa portoghese. E solo una canzonetta, in realtà, ma, ad intenderla bene, esprime, meglio di cento libri, l’anima del Portogallo di oggi. Ieri conquiste, battaglie, lotte con i mori e gli spagnoli; ogni miseria, decadenza o saudada. Allora, a conti fatti, cosa resta? La propria casa: una casa portoghese, quattro pareti imbiancate – così canta il fado, – un bicchiere di vino, un San Gjuseppe di maiolica, due braccia che ti stringano, un giardinetto. Questa è la casa che rappresenta oggi l’aspirazione di ogni portoghese. Otto secoli fa, Alfonso Enrico batteva ad Ouriqeu i mori, quattro secoli fa Camoes cantava nei Lusiadas i portoghesi, signori del mondo, poco più di un secolo fa il Portogallo fondava l’impero immenso del Brasile, oggi: quattro pareti imbiancate, l’amore ed un Portogallo che, dopo tutto, è una delle terre più felici d’Europa e certo una delle terre più belle del mondo.
Lasciato il Portogallo ufficiale, quello dei soldati, immobili come statue presso la tomba del Soldato ignoto portoghese nell’incomparabile santuario di Batalha, dove un Cristo mutilato ti fa provare un incredibile brivido nella schiena; lasciate anche il Portogallo della fede mariana di Fatima, dove troppe bancarelle, troppi mercanti, troppi ristoranti e troppo commercio ti fanno allontanare con rabbia dalla pietà; lasciate anche perdere l’intera, stupenda regione del Ribatejo e rifugiatevi a Nazaré. Anche Nazaré, in definitiva, è una spiaggia turistica con alberghi, capanni e negozi, ma solo in definitiva. Qui la fanno veramente da padrone l’Oceano, il monte San Bartolomeo ed i pescatori: tutto il resto è solo temporaneo, molto temporaneo e provvisorio. Basteranno le prime sfuriate atlantiche che su questa costa uniforme e desolata si abbattono con incredibile violenza e tutte le soprastrutture estive scompaiono. Resteranno solo queste strane barche arcuate, che si dice ripetano le strutture delle navi fenicie, piolate verso la buona e la cattiva sorte da pescatori che portano una lunga berretta nera, identica, assolutamente identica, a quella dei sardi. A Nazaré è il Portogallo vero, quello che, una volta conosciuto, non si vorrebbe più lasciare. Qui è l’autentica eredità della grandezza lusitana: a Nazaré, a San Martinho do Porto e perfino a Caldas da Rainha, che fu famosa località turistica nel secondo Ottocento e che ora è tornata al suo dolce ruolo delle cittadine di provincia, cara al più grande scrittore del Portogallo moderno: Josè Maria Eça de Querioz, il cui recentissimo successo italiano de L’illustre casata Ramires ha confermato quanto la sua opera sia sempre viva a più di sessant’anni dalla scomparsa dell’autore.
Al diavolo il Portogallo del Ritz e dell’Estoril,evviva il Portogallo del palhieto e della filigrana! Il palhieto è il meno noto dei vini portoghesi, non ha la fama del Sandemann, del Graham, del Taylor, del Fonseca o dell’Opke, tutti vini che il Portogallo produce e la industria sfrutta, che danno il mal di testa e la lingua patonosa. Il palhieto è poco più che acqua con sapore d’uva e perciò piace agli astemi, non foss altro per il suo colore: colore d’oro con la trasparenza della filigrana. Non per nulla la filigrana è dovunque in Portogallo: di argento e di oro, non c’è Portogallo se non c’è filigrana. Persino nel vino. In realtà, la filigrana è un’arte per chi ha pazienza e tempo da impiegare e da perdere. I portoghesi hanno ormai tutto il tempo che vogliono e tutta la pazienza di cui può disporre un uomo. L’oltremare non li attende più. Per questo intrecciano filigrana, una filigrana dinanzi alla quale le altre possono andare a nascondersi: fiori, nodi, fogli, volute ed avvolgimenti, tutto può fare la filigrana e col più squisito gusto, per cui quello che in origine era un ornamento contadino trionfa oggi nelle più famose gioiellerie di Lisbona e diventa il souvenir principe del Portogallo.
Filigrana e fados, vino e saudada: questo è il Portogallo. Un paese pulito, cordiale, ospitale e solatio, che ha una storia di guerre e di conquiste e che dal passato ha finalmente appreso la saggezza della vita. Lo si sente nelle quadras, una specie di mutettus che il popolo canta quando lavora, quando riposa e quando è preso dalla malinconia, il che vuol dire spesso. In genere, le quadras parlano, come le canzoni di tutto il mondo, soprattutto d’amore. Ma stupisce che assieme all’amore si senta una solida, antica saggezza, distillata dalla esperienza che danno le vicissitudini. Nào se riam de quem chora — que podéis chorar também,- Quel chora tamben se ria – dos males que agora tem. (Non ridete di chi piange, perché potrete piangere anche voi. Quegli che piange ora se la rideva di colui che soffre adesso). Così dice una quadra, cantata in tutto il Portogallo, e così afferma un’altra: O’ meu amor, te su queres – toda a vida viver bem Has de ouvrir, has de calar – Náo dozer mal de nigùem. (0 amor mio, se tu vuoi vivere bene, per tutta la vita, devi ascoltare, tacere e non parlare male di nessuno).
Per questo il Portogallo 1963 è una delle terre dove l’ospite sta più a suo agio che in qualunque altro posto, perché i portoghesi si fanno i fatti loro e i fatti loro si fanno gli stranieri. Senza imposizioni, senza restrizioni, senza suggestioni, senza che neppure ti guardino il passaporto quando sbarchi. Con la più perfetta formula turistica che si possa pensare. Quella che dovrebbero imparare le molte autorità di casa nostra.

5) IMMAGINI CHE SANNO DI SARDEGNA NELL’INCANTO DELLA COSTA DEL SOL

A più di duemila Miglia dalla Sardegna, questo pomeriggio, ho percorso la strada da Pula a Santa Margherita. Incredibile ma vero, la strada principe di questa reclamizzata Costa del Sol, che da Malaga s’avvia verso occidente, oltre Torre Molinos verso Fuengirola e Marbella, è la precisa ripetizione di quel tratto della Sulcitana, che da Pula raggiunge Santa Margherita. Sulla sinistra, la pineta, sulla destra il declivio verso i monti che chiudono l’orizzonte a settentrione e perfino antiche torri di guardia sui promontori. Tutto, insomma, come da noi. Di diverso qui c’è un albergo ad ogni passo e non un alberghetto da spiaggiola per famiglia, ma stupendi hotels modernissimi, e ville e palazzi di ogni stile e formato. Questa è la fisionomia della Costa del Sole, di cui Malaga, che ne è il centro, va giustamente orgogliosa. A parte l’attrezzatura eccezionale, il resto, e cioè lo sfondo naturale, è come da noi e come da noi, tale e quale è la media delle temperature sia estive che invernali che la Dirección General del Turismo Español si sbraccia a diffondere per i quattro angoli della terra come se si trattasse di una cosa unica ed eccezionale.
La realtà è questa: che in fatto di turismo qui ci sanno fare e, quando si tratta di attirare il forestiero, sono pronti anche a sbattezzarsi ed a giurare che le cinque frecce della Falange che si vedono sparse nelle città sono la pubblicità di una fabbrica di stuzzicadenti.
Torremolinos era vent’anni fa un’insignificante borgata malagueña di un paio di migliaia di abitanti che aveva come solo capitale iniziale le case dei pescatori di La Carihuela, il mare, la sabbia della spiaggia ed il sole. Oggi ha venti hotels, di cui cinque di gran classe, ed è la sola località temuta, per la concorrenza, dalla Costa Azzurra.
Fuengirola, con le spiagge di Santa Amalia, Las Gavitas e Carvajal, segue a ruota Torremolinos, anzi, diremo, è la Torremolinos di chi può spendere meno e vuol starsene più in pace.
Ma la località che, oggi, sembra decisa a baciare le tappe è Marbella, una cittadina di tredicimila abitanti, che è ora la Saint Tropez spagnola, e che, come quella francese, unisce il vecchio al nuovo con abbastanza buon gusto. A Marbella, infatti, accanto al lungomare pretenziosissimo con tanto di vigile per il traffico e dalle boutiques francesizzanti – c’è perfino un autentico negozio di Antoine – ci si può smarrire in deliziose callejas andaluse, con rejas e guardabrisas – che sarebbe a dire inferriate alle finestre e fanali dell’altro secolo – che pare di essere in una stampa di maniera.
A Marbella, ho scoperto una via intitolata Teniente Coronel Coco: mon vi è dubbio, dato che gli Spagnoli ignorano la doppia c , che si tratta di un Cocco sardo. Sarà un cagliaritano morto nella guerra civile e sarà stato un comandante che si è distinto in combattimento? Mi piacerebbe tanto sapere chi sia questo mio conterraneo, ma qui, come avviene per i nomi delle strade di tutto il mondo, nessuno ne sa nulla.
A Marbella, non c’è solo la spiaggia, c’è anche un castello arabo che pare quello cagliaritano di San Michele, tanto è dimenticato e andato a male. Si tratta evidentemente di una eccezione o di una rappresaglia, dato che era una fortezza musulmana, perché dei loro castelli gli Spagnoli sono gelosissimi e li custodiscono come autentici tesori.
A Malaga, per esempio, l’antico castello, detto all’araba la Alcazaba, che sovrasta la città e il Castello di Gibralfaro, che domina la collina ad Oriente, sono stati intelligentemente restaurati e valorizzati. A L’Alcazaba c’è un museo e le antiche torri, che rassomigliano tanto a quelle del nostro sventuratissimo Castello di San Michele, vengono illuminate ogni sera da fantastiche luci gialle al sodio, ed altrettanto si fa per Gibralfaro.
Eppure Malaga non è, amministrativamente parlando, in condizioni migliori di Cagliari. Solo amministrativamente parlando perché, come città, pur non essendo molto più grande di Cagliari — infatti sui trecentomila abitanti — bisogna onestamente riconoscere che è assai più città.
Lo stupendo Paseo de Alameda, ora Avenida del Generalissimo Franco – in ogni città spagnola che si rispetti c’è una Plaza de Toros, un ospedale, un cimitero e un’avenida col nome di Franco – ha platani secolari, marciapiedi a mosaico, negozi sempre illuminati a qualunque ora della notte, ed un passeggio fitto e ininterrotto sino alla mezzanotte e l’una. La pubblicità al neon è quella delle grandi città: fatta di insegne in continuo movimento e non di lettere squallide e fisse come l’indicazione di una toilette e del telegrafo notturno.
ln più ci sono i caffè, gli incomparabili caffè spagnoli, con poltrone impegnative, pareti impegnative, che sembrano il salotto buono della nonna e l’atrio di un teatro ottocentesco. Ma ci sono anche i gelati e le gelaterie, con i gelati veri all’italiana, con tutto un campionario di coppe, pinguini, coni, torte, etc., come se si fosse davvero in Italia.
D’altra parte, se vi sentite in vena di shauvinismo e di nazionalismo, il vostro orgoglio di Italiani avrà di che appagarsi. Provate ad osservare le marche delle macchine: su dieci, sette sono SEAT, perché anche gli Spagnoli sono molto nazionalisti, ed allora montano le nostre Fiat a casa loro ed affermano che si tratta di vetture prodotte dall’industria nazionale.
Finché il nazionalismo è tutto qui, niente di male: il male comincia quando, invece di sparare bugie, spara i cannoni. Ed in terra di Spagna, i cannoni hanno sempre parlato anche troppo.
Incredibile davvero, perché la gente che dal Paseo de la Alameda si avvia alla stupenda Calle del Marques de Larios, sembra che la sola cosa che possa desiderare sia divertirsi. E molto. Ed andare in carrozzella, poiché Malaga è fors l’ultima città del mondo dove le carrozzelle sono a decine, a centinaia, forse a migliaia.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 4.9.1963

6) ADDIO VECCHIA LISBONA

Lisbona, 6.9.1964

Lisbona è lontana, per lo meno a raggiungerla per mare: da Napoli sono più di mille miglia e cioè due giorni di Mediterraneo ed uno di Altantico. Dopo tanto mare, lasciarti alle spalle l’isolotto di Bugio ed infilare l’estuario del Tago, quieto e luminoso,con il suo bonario aspetto di lago è un po’ come tornare a casa e ritrovarti in una dimensione dove i conti tornano. Ormai sapevo bene quello che mi attendeva: a dritta le spiagge di Trafaria e Caparica, con la collina non troppo verde né troppo brulla che sale dal fiume con dolcezza umbra. Sulla sinistra, Belem con la torre che pare un merletto ed i mille pinnacoli manuelini del convento dei Jeronimos, poi il verde del parco di Montesanto ed infine il miracolo di Lisbona.
Eppure non fu così. D’un tratto, su quel paesaggio tanto noto mi accorsi che qualcosa non andava. su una sponda e sull’altra, specie su quella sinistra, si levavano inconsueti ed intruse sagome di calcestruzzo. Pensavo alla palificazione per i vagoncini di una cava o a qualche altra diavoleria industriale, quando, di prora, mi apparvero due piloni alti, altissimi, anzi, fra i quali la nostra nave, rimpicciolita di colpo, sfilò lenta a modesta andatura, al guinzaglio del solito rimorchiatore tutto fischi e fumo. Saranno torri per la TV, mi dissi, però, guarda un poco dove sono andati a cacciarle; non potevano sbatterle sulla collina di Serafina o, lontano, a Montijo, senza rovinar il panorama del Tago?
Mentre, scandalizzato da tanto oltraggio alla bellezza, ruminavo tra me questi pensieri, la verità si fece strada dalla bocca di un passeggero, il solito passeggero che ci tiene a far vedere che conosce il luogo dove su approda e che lo illustra, in anteprima, agli amici, ma con un tono di voce abbastanza alta da non privare i vicini della sua cultura e della sua esperienza. Né linea di vagoncini per una cava, né torri per la TV. Si trattava, purtroppo, dei piloni di un ponte, e che ponte!, il più grande d’Europa e il quinto del mondo, destinato a congiungere le due sponde del Tago nel punto più stretto – qualcosa come due chilometri – ed a fare così di Lisbona e di Barreiro tutta una città.
Nessuno nega che i fiumi del Portogallo siano una realtà indiscutibile e che i fiumi si attraversano meglio con i ponti che con le zattere, ma è pur certo che i Portoghesi per i ponti hanno una sorta di mania in parti uguali di audacia, di preveggenza e di sperpero da gran signori.
Nel 1877, per guadare il Douro, ad Oporto, chiamarano il più famoso ed ardito costruttore della belle époque, Alexandre Gustave Eiffel, quel tale ingegnere di Digione che,una diecina d’anni dopo, doveva far tanto arrabbiare i Parigini, piantando davanti al ponte di Jena ottomila tonnellate di ferro portate su sotto forma di torre, sino a trecento metri d’altezza.
Oggi, per passare il Tago a piedi asciutti, i Portoghesi non badano a spese ed una società americana, per il 19 6 6, consegnerà loro un ponte-miracolo, già destinato a diventare un classico dell’ingegneria.
Non tenterò neppure di discutere la necessità. Lisbona, in sostanza,vive di quello che si fa sulla riva sinistra. La città attiva, per la verità, è tutta lì, a Barreiro. Ma col ponte andrà via uno degli ultimi scorci di un’Europa mite e cortese, nella quale la gente diceva al prossimo, più spesso grazie che non va’ a morì ammazzato!.
Una volta, da Lisbona, l’Europa si dilatava, con la lingua francese e le buone maniere, al di là dell’Oceano: oggi,con il folklore dei portuali e dei camionisti, Brooklin si spande sull’Europa.
Si voglia o no, questo è il senso ultimo del ponte. Col ponte le industrie di Lisbona marceranno meglio, la gente che avrà più denaro, più conforts e perderà meno tempo. Chi si azzarderebbe a negare tutto ciò? Ma è anche vero che, a furia di non voler perdere tempo a furia di non voler perdere tempo, di saturarci di conforts rischiamo di perderci in colossali: equivoci forzando e capovolgendo la natura umana. Con la fretta, muore sull’asfalto più gente che in una battaglia e l’eccesso dei conforts, la facilità di avere anche il superfluo tolgono l’umano piacere di raggiungere anche le piccole cose con il sapore di una conquista.
Ma di ciò è più tecnico che parlino saggisti e filosofi per la loro gloria ed edificazione dei posteri. Io parlo di Lisbona, di una città che adoro e che ogni anno, perché Lisbona è l’ultima esperienza veramente occidentale che meriti di essere vissuta, come l’avventura dello spirito e della cultura portoghese è un’esperienza che ogni Europeo non dovrebbe ignorare.
Lisbona è, in ultima assenza, la cultura portoghese fatta pietra, giardino monumento. Un assurdo eppure logico miscuglio di tradizione, di pettegolezzi, di provinciali nostalgia e di rinuncia che convivono con il piacere del nuovo, il coraggio della iniziativa, il senso autentico della città cosmopolita.
Lisbona ha una delle metropolitane più moderne del mondo, un viale più lungo e più pittoresco degli Champs Elisèes, un Politecnico con spettrografi di massa, ed al tempo stesso le assurde salite dell’Alfama sui cui ciottoli il forestiero, a meno che non sia un equilibrista, deve fatalmente scivolare o cadere. A qualche centinaio di metri della illuminatissima Piazza del Rossio, vi sono strade nelle quali le lampadine da sedici candele sono, nell’ipotesi più favorevole, a cinquanta metti l’una dall’altra.
Se volete, Lisbona vi può offrire un angolo di vera foresta tropicale nella famosa Stufa fria, qualche ettaro di incubo caldo umido, esuberante di piante e di fiori, sotto un cielo rigato da tralici fitti di canne, con musiche di Beethoven e di Wagner spifferate da diffusori nascosti nei tronchi per firmare una regia ossessionante di botanici con velleità letterarie.
Ma la vera, l’insostituibile Lisbona, quella che vi fa ammalare di nostalgia – di quella nostalgia che qui è detta saudade ed è un male tipicamente portoghese – non è nelle vie spettacolari che sembrano Parigi. Tutta Lisbona, sia detto senza malignità, ha come punto di riferimento Parigi, modello urbano per eccellenza, città guida amatissima ma alla quale si è lieti di poter dare ogni tanto un dispiacere, proprio come avviene tra parenti, facendo notare che I’Avenida da Libertade è più lunga dei Champs Elisées, che la sotterranea di Lisbona è più pulita di quella parigina e che il parco di Montesanto è più luminoso – e chi potrebbe dire il contrario -ed assai più nature del Bois de Boulogne. Parigi è dunque il metro, un metro ambivalente, se vogliamo, di Lisbona.
Non si può far a meno di ripensare a Jancintho, il protagonista di A citada e as serra (la città e la montagna), il capolavoro di Eça de Queiroz, uno degli scrittori portighesi la cui lettura dovrebbe costituire uno dei momenti base sull’esperienza portoghese di cui si parlava prima.
Jancintho è per metà Parigi e per metà Portogallo, ma finisce in lui per prevalere il Portogallo.
Così è Lisbona che si traveste da Parigi, ma che è supremamente bella dove è Portogallo, in quel quadrato – la Baixa – che gravita a settentrione dell’antico Terreiro do Paço, ufficialmente Praca do Comercio. Un quadrato che vale un mondo, nel quale la stupidità municipale non ha buttato via, come da noi, i nomi antichi. Percorrete quel magnifico quadrato, assolutamente fuori dal tempo, dove perfino le auto s’azzardano scarse ed al passo, e vi troverete, non dico prima delle guerre mondiali, ma prima del terremoto di Lisbona del 1775, prima della rivolta portoghese contro gli Spagnoli, due, tre, cinque secoli indietro, quando la Alfama era abitata dai Mori e dagli Ebrei, e sul Tago veleggiavano le navi con la prua rotonda alla maniera fenicia come, ancora oggi, a Nazareth, qualche centinaia di chilometri più a nord.
La Baixa ha nomi antichi: rua do Crucifixo, dos Douradores, dos Sapatèiros, Praça Figueira, rua da Assunçao, de San Nicolao, ia Conceiçao; pare di essere nella Marina di Cagliari. Rua do Ouro e da Prata riportano alla Genova del Trecento.
In questo quadrato senza tempo non c’è cemento armato, la gente risponde con cortesia, gli autisti si levano il cappello quando scendi dal taxi, ci sono botteghe di alimentari con granchi di sei chili ed aragoste sotto sale come fossero sardine; i vini di marca costano pochi escudos e la filigrana è come una punteggiatura del discorrere. Gli antiquari, più che antiquari, sono robivecchi, riservano ancora sorprese di pezzi non fasulli, e su tutto domina, tra verde e sole, il Castello di San Giorgio,vecchio di almeno una decina di secoli.
Questo è il mondo che vorremmo non se ne andasse; un mondo che non fa male a nessun e fa riposare dalla fretta e dalle brutte maniere.
D’altra parte, per chi piace, c’è la Lisbona del cemento armato. Del cemento che non dà tregua, che si è piantate a mezzo il Tago e, su su, sul punto più alto della città, nel Miradouro da Serafina, va acciambellandosi in un belvedere ristorante tanto brutte che pare quello dell’EUR.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 6.9.1964

7) COLAZIONE A MARRAKECH

Marrakech, 13.9.1964

Si lascia senza rimpianto Casablanca. In realtà, nonostante il suo milione di abitanti, i suoi grattacieli, le sue piazze immense ed il suo grande parco, non c’è nulla da vedere a Casablanca. La città nata a tavolino, distillato di tutta la sapienza degli urbanisti e di tutta la scienza dei libri di tecnica delle costruzioni, sono prodotti perfetti a cui mancano il soffio vitale dell’im- previsto, la bellezza dell’errore, lo stupore dell’assurdo, l’eleganza dello spontaneo. Rassomigliano alle persone diligenti e coscienziose che non commetteranno mai un errore, ma non avranno neppure l’illuminazione che trasforma il giornalaio in un capitano d’industria e l’autodidatta in un premio Nobel. Ricordano i giornalisti usciti dalle università per giornalismo e gli attori il cui solo merito è quello di aver frequentato con lode un’accademia d’arte drammatica.
A parte questo, poi, Casablanca, è il regno del cafard, di un inquieto ed insuperabile cafard, nel quale giocano i più diversi elementi. Ma la realtà ultima e prima è che gli Europei lasciano Casablanca con un esodo silenzioso e continuo che non ha nulla di biblico e di spettacolare, ma che ha tuttavia l’irreversibilità di quei mali da esaurimento che non stroncano, eppure annullano ogni giorno senza speranza. L’emorragia europea ha già fatto di Casablanca una città spenta, anche nel senso più materiale della parola.
Ancora un anno fa, la notte a Casablanca era vibratile ed accesa; ora queste vie immense, che portano tutte nomi rigorosamente patriottici e nazionalistici in luogo dei vecchi nomi europei, sembrano deserte esposizioni di modeste scritte al neon. Che si può obiettare, d’altra parte, se i Marocchini cacciano gli Europei? La storia di Casablanca, una città che di fisso non ha avuto neppure il nome e si è chiamata a volta a volta: Anfa, Casa Branca, Dar el Beida, e solo tardi Casablanca, è la monotona vicenda di un nido di pirati sul quale, dal XV secolo in poi, ora dominano i Portoghesi, ora gli Arabi. Nel 1907, per uno dei soliti eccidi xenofobi, originato da una vicenda di ferrovie e di marabuti, i Francesi, allora in piena prurigine coloniale, occuparono la città e il maresciallo Lyautey, uno dei rari militari della storia a cui i gradi non avessero fatto dimenticare che, dopo la guerra, grazie a Dio, viene anche la pace, con il suo programma Un chantier vaut un bataillen, gettò le basi della grande Casablanca moderna.
Nel gioco, la mano ora passata ai Marocchini, che a colpi di spillo – il tempo delle rivolte xenofobe è, per fortuna, terminato – cacciano via, con eleganza e legalità, gli Europei. Infatti è per destino e giustizia che i padroni dalla mano dura, da quelli della schiavitù della gleba a quelli della burocrazia e della dittatura accademici, debbano anche loro fare l’esperienza del prendere i calci anziché darli.
Tuttavia si è pur sempre Europei e questa morte europea di Casablanca non può certo rallegrarci. Ed allora, tanto vale fuggire da Casablanca, lontano, il più lontano possibile, verso iI vero Marocco, quello delle tre A: antico, autentico, aristocratico. In questo caso la vera fuga è verso Marrakech.
Una fuga lussuosa e costosa con il rapido della Paris Central, costruite per il servizio reale, ma che ogni turista che vuol cavarsi il gusto di viaggiare sul convoglio di S.M. Hassan II, può sempre prendere, a Dio piacendo ed all’Agenzia Cook. Il treno è un magnifico insieme di quattro elementi, più un elettromotore a nafta, Una delle vetture è un belvedere dalle poltrone orientabili, tanto grandi da ricordare i letti a due piazze; le altre vetture hanno i sedili ribaltabili a slipperetto di cuoio chiaro e, in più, vi è un piccolo bar. Le toilettes sono con solo lavadino per abluzioni, oppure…complete.
Mentre le ferrovie marocchine sono tutte elettrificate, quest’unico treno marcia con locomotore a nafata; le ragioni sono evidenti: un elettrotreno è schiavo della rete aerea di alimentazione, per cui un’interruzione di corrente di sabotaggio di un palo lo possono bloccare ovunque. E quando si tratta di un treno reale e di un paese piuttosto imprevedibile come il Marocco, la faccenda non è davvero molto spassosa.
I trecento chilometri tra Casablanca e Marrakech sono il pimo autentico campionario del Marocco 1964. Una interminabile sequenza cittadina, con tutti i segni dell’industria e del commercio moderno, scorta il treno dalla stazione marittima alla estrema periferia finché le tende dei nomadi, i cammelli, i marabuti ed i voli di Ibis non ti ricordano che sei in Africa, in piena Africa. Ma i grandi prati di erba medica, le fresche rive del Oum-er-rebia (La madre dei pascoli), il più grande fiume marocchino, per poco non ti fanno credere a verdi pascoli nostrani .Ed ancora ti perdi in padane dolcezze arboree quando il deserto, con autentici miraggi, che però ormai non stupiscono più nessuno da quando le leggi dell’ottica fanno parte dei programmi anche delle scuole marocchine, ti prende per non più abbandonarti, finché, di colpo, le trecentomila palme – non tutte in gran forma, per il vero – nell’oasi di Marrakech non ti annunciano che il tuo viaggio nel cuore del Marocco è finito,
Marrakech, una delle più antiche città marocchine, già sorgeva più di nove secoli fa e lo stesso nome Marocco deriva da quello della città. Le lunghe mura rosate che la circondano, il famoso minareto della Kutubìa,le storie antiche dei sultani almoravidi potrebbero essere altrettante tentazioni per un tornito e sapiente pezzo di colore.
Ma, all’una del pomeriggio, con oltre trenta gradi all’ombra, i pezzi di colore non hanno senso. E’ molto meglio mangiare e correre il rischio di un autentico ristorante marocchino anche se perfino Marrakech l’autentico è relativo, specie per ciò che è destinato al forestiero, e la regia del Ministero del Turismo nei ristoranti è più palese che altrove. Infatti, non appena è avvistata una carovana di turisti, un ammaestratissimo plotoncino di uomini in camicione rosso fiamma, con turbante turchino, ti accoglie sull’uscio del ristorante con il fracasso assordante di strumenti a percussione battuti sino all’esasperazione. Anche il ristorante è la copia turistica di un palazzo di sultani con gesso invece di avorio, bronzi invece d’oro e così via. Comunque, l’effetto non manca, né manca il matroneo in alto al patio scoperto dove veri uccelli esotici svolazzano tra gli ospiti, né mancano gli autentici canti e le vere danze arabe, sempre uguali come la ripetizione all’infinito di uno stesso documentario di pochi metri.
Dopo qualche minuto, la cosa più bella per queste danze e per questi canti è il cercare di ignorarli ed occuparsi di altro, per il vero c’è la diffa di cui occuparsi. La diffa è il grande banchetto arabo. I Marocchini, come i Sardi, sono, nella pluralità, gente poverissima che tutti i giorni campa di niente, ma quando fa festa…. Beh sappiamo tutti cosa è un banchetto sardo.
Anche i Marocchini non scherzano, solo che per noi, Europei, o, meglio ancora, a noi Italiani, abituati a maccheroni, pizza e bistecca, il menù marocchine pare davvero strano. Se già ti disorienta quel sedere accosciato su cuscini alti un palmo, che dire allora del pasto che s’apre con la cosiddetta pastilla?La parola pastilla è chiaramente di origine spagnola; ma il cibo chissa di dove proviene. Si tratta di una fetta immensa di sfoglia, ripiena di pezzetti di pollo e d’altre materie imprecisabili ed abbondantemente cosparsa di zucchero vanigliato.
Il kuskust che in definitiva è un piatto di fregula sarda con pezzi di montone e che si mangia anche a Carloforte e nel Sulcis, dove è chiamata kascà, rappresenta un’amabile parentisi quasi casareccia. Ma i vari tai jnes, informi di zenzero e pepe, tra i quali dominano le budella -chissà quanto ripulite! – degli ovini, ridotte a matasse sottili e lunghe un dito, avvolte su sottili spiedini dal manico colorato, e la nauseante, interminabile sequenza di mandorle sono un vero choc. Anche quel caffè a mangia e bevi con due dita di fondo nella tazza, per conto mio, non fa propaganda al mondo arabo. Solo il té con la menta è straordinario. Ma, ormai bisogna avare il coraggio dell’avventura ed andare a sorbirsi un’altra dose di canti e di danze, che sono – ve lo giuro – sempre gli stessi e forse eseguiti anche dalle stesse persone, che si fanno spostare rapidamente, come le mucche che per un certo ministro, da un capo all’altro del Marocco. Probabilmente sono, addirittura, le stesse che ho visto anni fa al Cairo e dopo a Tetuan, a Tangeri ed a Rabat. Certamente si tratta di canti e di danze bellissime: solo che a me, ed a quanto sento intorno non solo a me, non piacciono per nulla. Il fatto è che quando non ci si diverte alle stesse cose non si può andare d’accordo.
Può sembrare banale, o peggio ancora infantile, ma forse la radice più remota dell’incomprensione che ha sempre dominato i rapporti fra Europei e Musulmani è tutta qui. Forse, per questo, Casablanca stanotte mi sembrerà ancora più colossale e desolata.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 13.9.1964

8) UN ALTRO GIORNO A MADERA

Funchal, 20.9.1964

Sono quasi cent’anni, ormai, che gli Italiani, conoscono quest’Isola. Intendiamoci: la conoscono di nome, e non è poco, trattandosi di un’isoletta tanto lontana e favolosa che, nel medioevo, fu ritenuta l’lsola di San Brandano, sede del Purgatorio. Solo a metà del Trecento, essa compare con il nome di Isola de lo legname, (Madeira, in portoghese, significa legname), nel famoso Atlante Mediceo, poiché così l’avevano chiamata i Genovesi che l’avevano scoperta. Ma, se non volete gustarvi gli amici portoghesi, non parlategli dell’Atlante Mediceo e dei Genovesi, poiché per i Portoghesi è Vangelo che Madera sia stata scoperta ai primi del Quattrocento, dai loro connazionali Zarco e Teyxeira.
Un fatto, tuttavia, è certo: gli Italiani di re Umberto scoprirono Madera col Mantegazza, quando questi, nel 1876, ordinario di patologia generale da più di quindici anni, pubblicò in Milano un romanzo epistolare dal titolo Un giorno a Madera. Il libro, destinato a divulgare i pericoli dei matrimoni tra tubercolotici, piacque tanto agli Italiani che non solo ne fecero un best-seller, ma, per generazioni, se lo tramandarono non come libro d’igiene, ma come breviario d’amore.
Cosa valgono, in realtà, quelle pagine un po’ medico, un po’ darwiniane ed un po’ patetiche non saprei dirvi; però è indubbio che quel libro, carpito a sfroso dalla libreria del babbo – (tutto era vietato ai ragazzi di non molti decenni fa) – il quale forse l’aveva sotratto anche lui a quella del nonno, fu lettura molte diffusa tra la mia generazione. Perfino Papini in Un uomo finito dovette ammettere l’influenza del Mantegazza sui giovani dei suoi tempi.
Il miraggio di un giorno a Madera, suscitato da quel titolo fortunato, passò nel bagaglio dei luoghi comuni, condominio anche di coloro che non avevano neppure aperto i libro e divenne un magico suscitatore di pensieri vagamente erotici e trasmarini. Negli anni trenta, nell’età del jazz e della generazione perduta, quando i personaggi di Fitzgerald vivevano tra nights e transatlantici, l’erotismo di Madera ebbe un forte rilancio tra noi e le commesse dei grandi magazzini evasero, nel sogno, al canto di Una notte a Madera, abbracciato con te.
In realtà, assai pochi degli Italiani di re Umberto e non molti di più di quelli degli anni trenta conoscevano Madera. Neppure oggi, che Madera è visitata da qualcosa come un quarto di milione di turisti all’anno, gli Italiani vi approdano sono tanti, Chi ci dice poi se gli Italiani, guidati da quel loro buon senso antico, nato e rinforzato dalle infinite buggerature che la nostra storia ci ha sempre riservato, alla fine dei conti non l’indovinino? Con questo non voglio dire che Madera sia una buggeratura e sono anzi persuaso che quasi mille miglia di Atlantico – tante ce ne vogliono da Lisbona per approdare quaggiù – sono una esperienza che val la pena di fare.
Non è, infatti, di tutti i giorni trovarsi di fronte ad un arcipelago, sperduto nell’Oceano, nel quale, accanto all’isola di Madera, grande circa otto volte la nostrana Sant ‘Antioco,cma con trecentomila abitanti, sono isole non molto piccole, come le tre Desiertas e le due Selvages, abitate soltanto da tre o quattro fanalisti del servizio semaforico ed assolutamente intatte dai giorni della creazione.
Né è di tutti i giorni percorrere una regione nella quale, nelle cunette delle strade, crescono le piante che da noi si trovano solo dai fioristi di lusso e dove un incredibile cestino di frutta o un’orchidea di gran classe costano meno di un pacchetto di sigarette.
Madera è davvero un luogo straordinario, e nessuno vuol negarlo, ma quello che gli Italiani avvertono inconsciamente è che non è proprio indispensabile spendere tanti soldi e passare tanto mare per vedere una cittadina, anche se tanto graziosa come Funchal, e fare qualche escursione come sull’Appennino.
La realtà è che Madera non ha approdo per comitive aziendali, né Funchal è cittadina di masse o per weck-end di urlatori. A Funchal, il più assurdo connubio di marino e di montano che possa immaginarsi – nelle strade, a fianco l’una dell’altra, sono bianchissime case di tipo coloniale e bruni palazzetti che ricordano l’architettura tirolese -, nulla è fatto per i gusti della folla. Funchal è una capitale del raffinato, del silenzioso,del sofisticato alla maniera di mezzo secolo fa. A Funchal non manca niente di quello che è decoroso che abbia una capitale: musei, biblioteche, librerie, case editrici, giornali, tutto però in un formato ridotto che non è né ridicolo, né micragnoso,ma è anzi dignitoso ed elegante.
In una sola cosa Funchal esagera: nelle salite. Le salite genovesi, l’ascendere al Vomero, l’arrampicansi verso i vecchi quartieri cagliaritani sanno di dolce pianoro al confronto delle famigerate rampas di Funchal, sentieri da capre che, in brevissimo spazio, portano dal livello del mare agli stupendi miradouros a due o trecento metri d’altezza. Tutta l’Isola è il regno delle marce basse: c’è da credere che le auto maderasi non abbiano neppure la terza!
Una delle escursioni più consigliate ai turisti, quella da Funchal a Riberlo Frio, porta in meno di venti chilometri dal livello del mare a mille metri di quota, e, dopo altri venti chilometri, oltre Riberio Frio, a Pico Ruvio, a quasi duemila metri d’altitudine.
Anche Madera, come tutto il Portogallo, è un paese d’altri tempi e per questo non ha nulla da dire alle generazioni in maglione rosso o nero, per le quali una Vespa, o meglio ancora una auto, convenientemente smarmittata, fino a farla diventare un’apocalisse in marcia, rappresenta il bene supremo.
Funchal è città del silenzio – chissà quanto sarebbe piaciuta al divo Gabriele – è città per me- lanconici, forse, più che per tubercolotici e, forse, come tutta l’Isola, deve essere anche un luogo un po’ menagramo. Napoleone Bonaparte sostò a Madera prima del suo esilio senza ritorno, qui fu l’infelice Carlo del Portogallo, destinato ad insanguinare tragicamente il terreiro do Paco di Lisbona e Carlo di Asburgo, l’imperatore al quale non si può disconoscere il merito di aver tentato di troncare la carneficina della prima guerra mondiale, trascorse qui, in esilio ed in povertà, gli ultimi giorni della sua non lieta esistenza. Anche i primi abitanti di Madera, i leggendari fondatori di Machico, un incantevole centro della costa orientale, furono deportati: Robert Mac Kean (da cui il nome di Machico) ed Anna d’Orst, due amanti inglesi de Trecento,a cui sarebbe stato concesso di sopravvivere, purché non lasciassero la deserta isola. Sotto un cedro gli amanti costruirono la loro capanna e quando Anna morì ebbe anche fossa e croce sotto il cedro e lì Robert le spirò accanto dopo averla sepolta.
Non tutto, però a Madera è reverie, leggenda e…iettatura. La gente anche qui si è fatta pratica e sa, come si dice, il fatto suo, e, dal punto di vista dell’organizzazioni dell’industria turistica, gli isolani sono una grande lezione per tutti. Soprattutto per noi, a Cagliari, che guardiamo al turismo un po’ come a qualcosa che possa avvenire miracolosamente, un po’ come ad un qualcosa che, in fondo pare imbratti le mani. Trecentomila maderesi, uomini e donne, vivono quasi totalmente del turismo ed a quanto pare ci vivono discretamente: le donne ricamano per i turisti o per loro intrecciano mobili ed oggetti di vimini, dalle scuole escono interpreti e guide altamente qualificate, i contadini coltivano fiori e viti per i forestieri, i pescatori riforniscono gli alberghi e nei negozi si vendono souvenirs di gran buon gusto, frutto di un artigianato tradizionale non prostituite dalle più basse esperienze né esiste la solita paccottiglia sul tipo dei nostri nuraghi portacenere, dei ricami che di sardo non hanno nulla o, peggio delle filigrane fatte, a stampo, in Germania.
A Madera si offe al forestiero il meglio, a prezzi onesti, e si cerca di soddisfarlo in ogni suo gusto, e di fargli trovare, sin dallo sbarco, tutte lì, sicché, a due passi dal molo, potete ammirare le antiche slitte di Monte, trainate da buoi o da facchini: che vestono di bianco con sul capo una mgggiostrina modello 1912, come quella che portavano i nonni sulla rotonda dei Bagni Carboni di Giorgino.
La sorpresa più gradita, il pezzo forte per le turiste,lo si trova però a Pico dos Barcelos: il palanchino di stoffa a fiorami, che pende da un robusto trave, affida alle spalle di due portatori.
Dove ancora, nel mondo, si viaggia in palanchino? In qualche dimenticato angolo d’Asia e forse, con i tempi che corrono, forse neppure lì. Ora si va dovunque con le funi le seggiovie o gli ascensori. A Madera, la gente che non è stupida né fanatica del progresso si è detta: Ascensori e funivie se ne trovano dovunque, noi conserviamo invece il “palanchino”. In questo modo, ogni giorno che il buon Dio manda sulla terra, le turiste che salgono a Pico dos Barce- los su fanno portare in palanchino, magari solo per scattare una foto e lasciano tanti bei soldini ai buoni indigeni per i quali il turismo non appare né come un miracolo che verrà dal cielo, né come qualcosa che imbratti le mani.
Che lezione, questa di Madera! Soprattutto per i saloni del nostro turismo; bisognerebbe proprio che se ne rendessero conto di persona e poiché di viaggi ne hanno fatti tanti potrebbero farne ancora uno ed andare, magari per un giorno, a Madera.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA 20.9.1964

9) MYCONOS: UN’ISOLA SENZA MITI CHE OFFRE LA SUA BELLEZZA COME UN MISTERO
RINASCE NEL MARE DELLE CICLADI IL SOGNO DI UN PARADISO PERDUTO

Myconos, 23.9.1965

Sbarcare a Myconos è sempre un’avventura, soprattutto d’estate. Il porticciolo dell’Isola è inservibile per le grosse navi e il lusso di due dighette e di qualche centinaio di metri di banchine non lo mutano da quello che è: una sorta di grosso lavamano, maledettamente basso di fondali.
Per prender terra bisogna perciò affidarsi ai caicchi, le imbarcazioni tipiche di questi mari, barconi svelti di prora e larghi di bordo, un tempo a remi e ora, per grazia di Dio, fatti più rapidi dal motore.
Ma non si tratta solo di velocità: il problema è tutt’altro. Si tratta di riuscire a farcela contro il meltem, il maestrale di queste parti, il più violento e assurdo di venti. Il più anti-turistico, certo, perché, raro d’inverno, frequentissimo durante la cosiddetta alta stagione, d’agosto è addirittura quotidiano. Il meltem diventa furioso di giorno, specie al primo pomeriggio, proprio all’ora di arrivo dei transatlantici e cade alla notte, quando le navi se ne sono andate.
Ecco perché sbarcare d’estate è un’avventura e, nel caso migliore, significa rimetterci un abito, sotto gli spruzzi delle onde che, per tutta la durata del collegamento tra la nave e il porticciolo – una decina di minuti, per fortuna – se la spassano, giocherellone, sui passeggeri del caicco.
Giunti a terra, si dimentica di colpo tutto e Myconos ti prende con il suo inspiegabile e irresistibile fascino. Io non so se sia davvero possibile il coup de fondre tra un uomo e una donna, forse è solo letteratura o forse no, ma nel caso di un luogo è certamente possibile, perché migliaia di persone, ogni anno, io tra queste, lo provano per Myconos.
Di Myconos ci si innamora di colpo, senza possibilità di reagire, stupidamente, con l’assurdità della prima cotta negli anni del liceo, quando le efelidi di una compagna di classe si trasfiguravano nelle costellazioni di abbaglianti, sconosciuti cieli.
In realtà, Myconos è ben poca cosa: una groppa di granito ricoperta di uno strato di calcare che, per una novantina di chilometri quadrati, affiora dal mare. Solo una groppa che non riesce neppure a raggiungere i quattricento metri d’altezza, povera d’acqua, brulla come tutte le Cicladi: qualche albero di pepe e di fico, un po’ d’oleandri e qualche macchia d’ibisco sono la sola vegetazione che vada più di qualche palmo dalla terra. Una delle tante isole di questo azzurrissimo mare greco, con meno di quattromila abitanti e senza altre risorse che qualche pascolo, un po’ di grano, un po’ d’avena e i soliti splendenti fichi di queste terre. Un secolo fa, anzi, non c*era neppure questo e sull’Isola campavano solo pochi pescatori e molti conigli selvatici.
Myconos, a conti fatti, non ha dunque nulla, neppure un po’ di mitologia o di storia antica. Nessuno dei tanti Dei e dei molti loro figli illegittimi, generati un po’ dovunque per le contrade dell’Iliade, si è degnato di nascere a Myconos e qui non si è svolta neppure una delle vicende importanti della storia antica. Gli scrittori classici si sono dimenticati di questa groppa pietrosa; solo Ovidio se ne è ricordato, per una volta, nel VII libro delle Metamorfosi, ma unicamente per dire che era bassotta: humilem. L’antica tradizione popolare, per di più, ha bollato gli abitanti come avarissimi e ladri.
Myconos non ha proprio nulla: non ci sono scavi da fare, né misteri archeologici da scoprire. La poca storia isolana è legata ai Ghisi, una famiglia veneziana che, con Tinos e qualche altra isola vicina, fece di Myconos il suo principato d’oltre mare, finché i Sanudo non gli spogliarono d’ogni bene e la Repubblica di Veneaia si prese l’Isola e se la tenne sino al 1718, quando, dopo la pace di Passarowitz, essa divenne turca e tale rimase sino ai primi del secolo scorso.
Nonostante tutto, Myconos ti prende come nessun altro posto della Grecia. Non ti prende; per la verità, anzi ti afferra, costringendoti ad innamorartene e imponendoti, quando te ne vai, il dolore del distacco e la nostalgia, – oh, grecissima, crepuscolare parola per significare la sofferenza per l’ansia del ritorno! – come di un luogo che sia diventato parte integrale del tuo equilibrio.
Se questí fossero i sentimenti di uno di poche persone la cosa rientrerebbe nella categoria dei gusti o delle stranezze; ma, quando i sentimenti si presentano al plurale, allora non ci si può contentare di una semplice constatazione. In tal caso è necessario chiedersi, in modo irrazionale,per quali motivi Myconos piace tanto e non solo agli stranieri, ma agli stessi Greci, specialmente agli ateniesi, che ci vanno in villeggiatura e proprio d’agosto benché soffi il “meltem” e disti dalla Capitale parecchie e parecchie miglia.
La risposta, può darsi, è tutta qui: Myconos non ha resti archeologici, non è stata teatro di avvenimenti storici nel passato e oggi è immune dalle schiavitù collettive del cemento armato, della motorizzazione e dai risultati sociali.
Delos, Rodi, Corinto, per non dire Atene, Crosso o Micene, ti opprimono con le vestigia del passato, di fronte alle quali il turista medio soffre il complesso dell’ignoranza e quello colto si esaurisce nella ricerca materiale di un certo rudere e nello sforzo interiore di ritrovare un’atmosfera, irritrovabile tra squadre di venditori di cartoline, di spugne e di orribili souvenirs e pattuglie di guardiani in attesa di avventarsi contro il fotografo clandestino delle rovine.
Altrove l’artificiosa mondanità dei Ritzs, degli Hiltons,dei Majestics, col rituale della gente bene, dispensando il complesso del provinciale, tengono il forestiero in allarme. Altrove ti opprime la brutalità della folla, la crudeltà del collettivo, disintegrandoti in un anonimato irreversibile e desolante.
Qui, a Myconos, la massima concessione alla mondanità è quella di sedere al tavole di un caffè, in riva al mare, e indossare qualche volta le gonne o i pantaloni invece del due pezzi o dello slip del costume da bagno. In fatto di folla, poi, quaranta o cinquanta persone riunite sulla Tria Pigadia (la piazza dei Tre Pozzi), che sarebbe come dire, a Roma, Piazza del popolo, o piazza Venezia, rappresentano già un’adunata oceanica.
Tuttavia non può essere soltanto questo a creare la suggestione di Myconos, perché qualunque villaggio di pescatori o qualunque isola sperduta potrebbero offrire altrettanto. Ci devono essere anche altri motivi.
Il successo di Myconos, come di altre località del genere, compresa Capri, non la Capri arcisofisticata di adesso, ma quella di quando fu scoperta, cinquanta o sessanta anni fa, deriva dal fatto che questi luoghi riportano l’uomo ad un contatto immediato con la natura, senza le fatiche della montagna, gli imprevisti dell’andar per mare, i fastidi del camping, gli eccessi del naturismo integrale. I luoghi come Myconos sradicano del tutto e di colpo da ciò che è la vita d’oggi, ma la ridimensionano nell’intensità, ricomponendola in una formula non solo accettabile, ma gradevole anzi.
Myconos non dà smarrimenti di latitudini esterne o interiori, essa ti offre tutto lì, a due passi, senza scosse, senza imprevisti, senza mai meravigliarti o sgomentarti con la macchinosità di funivie, seggiovie, aliscafi o altre mattane del genere. A sera, gli eccessi degli urlatori sono ammorbiditi dalla dolcezza mielata dei canti polari greci, un po’ noiosetti, ma non certo irritanti.
In questi novanta chilometri quadrati di terra ellenica, i ritrovati della civiltà sono al completo, nell’edizione più modesta magari, ma nella più confortevole anche. Ci sono taxi, autobus e carrozzelle di piazza, un po’ malandati e vecchiotti: ma che fretta si può avere su un’isola che si può percorrere a piedi, da un capo all’altro in una giornata? Ci sono perfino qualche telefono e molte radio. La televisione no, ma non perché sia una deficienza di Myconos: perché manca su tutta la Grecia.
E’ indubbio che deve esistere una qualche discordanza tra l’attuale reattività psichica dell’uomo, formatasi lentamente attraverso secoli e secoli nei quali si andava piano, non c’erano rumori, tutto era regolato dal sorgere e dal tramontare del sole e il mondo d’oggi, fatto di fretta, di frastuono e di attività che non è il sole a regolare, ma l’esigenza di un modo di vivere anti-naturale. Myconos e i luoghi come Myconos riportano l’uomo in fase con la sua attività naturale, lo liberano dallo stress, senza d’altra parte riportarlo alla caverna o alla palafitta.
A Myconos si è costretti a servirsi del proprio corpo: i muscoli sono tenuti attivi dal nuotare e specialmente dal camminare, perché, se vuoi arrivare sin lassù, dove si domina un lato e l’altro dell’Isola, non si può che andarci a piedi o, al massimo, a dorso di somarelli piccoli o bigi come quelli sardi.
Ecco dunque il segreto di Myconos: qui si riparla con la natura senza interpreti, l’aria è aria e non il risultato della tecnologia dei condizionatori e, per salire o discendere le scale, si usano i piedi: in tutta l’Isola, infatti, non c’è neppure un ascensore.
Tuttavia, anche senza televisione e senza ascensore, a Myconos c’è di tutto. C’è pure la Grecia ufficiale e militare: sei gendarmi per la Polizia, dieci marinai per il Compartimenti marittimo e otto impiegati per l’amministrazione civile. Quello che poi davvero sovrabbondano sono le cappelle, i mulini a vento, le spugne, i pesci fritti e le quaglie.
Quaglie e mulini sono però in rapido calo. I cacciatori hanno falcidiato senza pietà le famose quaglie che, conservate sotto aceto, costituivano – almeno in Oriente – una vera squisitezza.
Anche i mulini a vento – quelli veri per lo meno – sono assai diminuiti perché, da quando l’Isola ha un generatore elettrico, non servono più e li hanno lasciati per far spettacolo. Ci sono, al loro posto, quelli in miniatura, il souvenir locale per eccellenza. Chiunque sbarca a Myconos sente il bisogno di comprarne almeno uno e ha davvero da scegliere. Se ne fabbricano di tutti i formati: grandissimi, alti più di mezzo metro, minuscoli di pochi centimetri, tutti ugualmente candidati, con il tetto di paglia come quelli veri o, soprattutto, con le pale di legno e tela mobilissime, pronte a ruotare al più piccolo soffio.
Incantevoli mulini-giocattolo, buoni, come i modellini dei treni, per i piccoli e per i grandi! Peccato solo che non li fabbrichino a Myconos: li fabbricano a Paros e, per sbarcare a Myconos, si dà perfino il caso che paghino la dogana e il dazio. Anche di pittori c’è esuberanza a Myconos. La Scuola ateniese di Belle Arti ha qui una succursale, dove gli artisti di ogni parte del mondo possono godere di larga ospitalità. Immaginarsi se artisti, pseudo artisti, amiche ed amici di artisti se lo fanno dire due volte, e che facciano poi a Myconos è affare loro e di nessun altro, poiché, oltre tutto, la succursale della Scuola di Belle Arti è fuori mano, in cima all’Isola.
Il fatto interessante è un altro: che la più famosa Scuola di Belle Arti, sostenitrice dell’ideale estetico più compassato, stilizzato e manualizzato di tutti i tempi, non riproponga l’arte classica,ma rimandi gli artisti a tu per tu con il cielo, il meltem ed i brulli pascoli di Myconos.
Se scemano però i mulini a vento, se si diradano le quaglie e gli artisti scompaiono sulle alture, in ogni via c’è una bancarella di spugne e l’aria è saporosa di un profumo di pesce fritto così corposo, così tattile che si potrebbe mangiare tra due fette di pane.
Neppure le cappelle cedono il passo .Gli isolani assicurano che sono trecentosessantacinque, una, cioè, per ogni giorno dell’anno. Può darsi che non superino il centinaio, ma costituiscono ugualmente uno spettacolo unico al mondo.
Gli architetti hanno sfruttato tutte le possibilità della geometria solida, unendo sovrapponendo, innestando, facendo intersecare due, tre, quattro cubi fra loro o da uno grande generandone altri minori, come in un giuoco di scatole da prestigiatore. In città c’è una cappelletta ad ogni passo, talune a pochi metri l’una dall’altra e l’intera isola è dovunque punteggiata di cappelle, dalle rive del mare alle due opposte sommità più alte, chiamate però alla stessa maniera: Sant’Elia.
Tutte bianchissime, colorate solo nelle cupole e nei tetti, le cappelle di Myconos completano la sinfonia cubica, preludiata in tutte le direzioni dalle case dal capoluogo.
Anche le altane e i camini sono cubici a Myrconos; cubici e bianchi, altrove sarebbero un’ossessione, qui sono piacevoli distensivi. Tanto bianco sarebbe abbacinante in un solo edificio, qui l’unione di tanto biancore di case, di mura di cinta, di cappelle crea un riposante, piacevole senso anche sotto il sole. Come il biancore delle lenzuola.
Forse anche quel bianco è una delle componenti del richiamo di questa isola che, da un insieme di fattori negativi, come in taluni procedimenti matematici, ha tratto un elemento positivo finale.
Per questo o per quello, o per tutto insieme, la gente ritrova a Myconos un suo paradiso perduto.
Anche in Sardegna, da noi, ci sono tante Myconos. Si chiamano San Pietro, Sant’Antioco, Serpentara, Isola dei Cavoli e con tanti altri nomi. Ma bisognerebbe che ci sapessimo fare. Ma noi, evidentemente, ci sappiamo fare meno dei Greci.

10) LA GRECIA GUARDATA AL DI LÁ DEL FALSO CLICHÉ INCENTRATO PER IL TURISMO DI MASSA
PROFILO SEGRETO DI UNA TERRA FRA LE SUGGESTIONI DI CORINTO

Kòrinthos, 26.9.1965

Mi sono lasciato precipitosamente Atene alle spalle. Una vera fuga. Non perché la lunga estate calda della crisi greca si facesse pericolosa: vista sul posto, questa crisi appare nella sus realtà: un qualcosa che è, sì, negli animi e nella volontà dei Greci, ma che si e tentati di pensare che sia soprattutto nei telegrammi delle agenzie stampa e nelle speranze di certi partiti.
Ero ad Atene nel momento più esplosivo e,oltre a qualche tafferuglio isolato e a sterminate mandrie di polizioti nei giardini vicini al Parlamento e all’Accademia, la crisi tutta qui.
Si fugge Atene per ben altto. Perché ad Atene, d’estate, ogni giorno sono ventiquattro ore di disillusione. D’estate Atene e più che mai il regno del luogo comune e delle false esperienze culturali, pianificate attraverso lo scarico ed il carico di migliaia e migliaia di turisti che, quotidianamente, ascendono l’Acropoli per affannarsi a raggiungere guide tra i cui antenati era sicuramente il corridore di Maratona. Dopo un’oretta di percorso di guerra su pietre incredibilmente sdrucciolevoli, buche e ostacoli vari, le docili greggi di turisti comprano pistacchi, cartoline e Partenoni in alabastro e risalgono sui torpedoni per un altro semicupio nella classicità al Toseion e all’Agorà romana.
Se questo è tutto ciò che può offrire Atene:no, grazie, no! A questa Atene preferisco mille volte un certo caffè sulla via dello Stadio con sale ampie, silenziose, piene di una vaporosa luce verdastra, che ti dà l’impressione di vivere in un acquario. In un acquario strano, però perché ogni tanto un grosso pappagallo, che pare un capo indiano parato a festa tanti sono i colori che ha, ti dice: “S’agapò” (ti voglio bene) e ti sta ad ascoltare compiaciuto se glielo dici te tu.
Meglio di tutta l’Acropoli, ascoltare le canzoni dei patetici ciechi che, sulla Piazza Omònoia, rievocano la sola Grecia vera, quella degli amori e degli intrighi, del greco dei porti, dello sfaccendato che abborda il turista, di questi tardi bizantini il cui sforzo principale di ogni giorno pare sia quello di riuscire ad imbrogliare il prossimo, sia pure soltanto di poche dracme. Tanto è l’impegno e la fatica che essi dedicano a questa attività che viene da pensare che, spesso, non sia neppure questione di guadagno, ma addirittura una sorta di allenamento quotidiano alla frode per il puro gusto sportivo dell’imbroglio, senza alcun fine di lucro. Né migliore è l’Atene notturna, offerta al turista medio: false taverne, falso folklore o, peggio di tutto, lo spettacolo di Son et Lumière sull’Acropoli, con i Propilei, il tempio della Vittoria Aptera e l’Eretteo che assumono colori da music hall, Cariatidi, divenute violacee, che sembra da un momento all’altro debbano ritmare i numero del can-can con la tradizionale arietta dell’Orfeo all’inferno di Offenbach.
No, grazie no, signori del Reale Ente Turistico Greco. Meglio andarsene ad attendere l’alba nelle taverne autentiche del Pireo e respirare l’aria che sa di salmastro e di macchia montana sul mare di Salamina. Meglio fuggire da Atene, per il Pireo, verso Corinto, uscendo per quella che fu, tanti secoli fa, la via Sacra e oggi è solo una comoda arteria di periferia. Ma non fermatevi a Dafni: è un altro dei tanti falsi richiami del turismo organizzato: insignificanti resti di mura franche, pochi avanzi di mosaici bizantini che, solo a pensare a quelli ravennati, sembrano prove di colore e avanzi di lavorazione.
Bisogna spingersi più avanti e raggiungere l’autostrada, una delle più pittoresche autostrade d’Europa, costantemente in vista del cielo e del Golfo Salonico, di un azzurro che in tutto il Mediterraneo, bisogna riconoscerlo, non lo si vede altrove. Soltanto il Golfo di Napoli o il mare della Sardegna, hanno colori che si avvicinano a questo azzurro che, proprio, non si riesce a immaginare più squillante, più azzurro.
Questa è davvero la Grecia degli dei sereni e del piacere di vivere, di filosofare e di poetare! Questa è davvero un’autostrada coi fiocchi e tanto meglio se le macchine che la percorrono sono assai poche. I Greci preferiscono il trenino a vapore che, ogni tanto, fa capolino, stanco ma ostinato, fra gli spuntoni della collina che costeggia l’autostrada dal lato opposto al mare. Perciò l’autostrada diventa un riposo e immaginatevi cosa sembra a me che Io ho ancora negli occhi e nelle oreecchie e l’Aurelia sotto Ferragosto.
Non è facile spiegarsi perché questa magnifica via, che pure collega tra loro l’Attica e il Peloponneso, e cioè le due parti più attive e popolose della Grecia, sia così poco frequentata, o forse la spiegazione è del tutto elementare: la Grecia, nonostante i macchinoni americani di Atene, ha, felice terra, una modesta circolazione automobilistica.
Ma perché preoccuparsi dei problemi della circolazione ellenica? Al diavolo la tentazione di guardare tutto con la stortura mentale del “perché” e dei “per come”, del “sarebbe meglio cosi” o “per quali ragioni storiche” e così via. Meglio godersi l’azzurro del Golfo Salonico e del cielo greco, che sarebbe uguale anche senza il Fedone di Platone, l’Atena Pronacos di Fidia e la crisi ateniese. Il bello è tutto qui, nel viaggio, perché una volta che si raggiunge la zona del canale e si spazia sul Golfo di Corinto, l’azzurro non è più quello e la Grecia del turismo organizzato riaffiora decisa o ossessiva.
Quello che sia il Canale di Corinto lo sappiamo tutti sin dalla terza media e chi non le ha imparato allora, lo ha letto da qualche parte o lo ha guarducchiato alla televisione: si tratta di un taglio netto, largo venticinque metri, praticato su una collina alta più di quaranta metri, lungo sei chilometri e mezzo, in modo da permettere il passaggio delle navi dalle acque del golfo di Corinto a quelle del Golfo di Salonico. I lavori, durati dal 1882 al 1893, cominciati da una compagnia francese e terminati da una greca, permettono alle navi per lo meno a quelle di non eccessiva mole, – oggi il canale ha perduto un po’ della sua importanza, proprio per l’aumento dei tonnellaggi – di risparmiarsi il lungo periplo del Peloponneso. Fin qui, quello che tutti, presso a poco, sappiamo. Ma solo qui si fa una singolare esperienza: dall’alto del ponte sull’autostrada, a prima vista, i sei chilometri e mezzo del canale sembrano una modesta fenditura e, in sostanza, non si afferra cosa ci sia di tanto straordinario; poi, per caso, si guarda di sotto e ci si accorge di colpo di essere sospesi su un vero baratro a quaranta metri d’altezza, e quella specie di barchetta che ti sta pasando sotto i piedi è un piroscafo grande per lo meno due volte la motonave che collega la Sardegna al continente. Allora, mamma mia, se per caso soffri di vertigini!
Ci si spiega, allora, perché i Greci reclamizzino tanto questo spettacolo e lo abbiano reso così confortevole, mettendo su, a due passi, fior di ristorante, di motel e di altre cose del genere.
Né, d’altra parte, tutti sanno che questo canale, anche se in esercizio da appena un settantina d’anni, come progetto almeno esiste da circa duemila, poiché già se ne erano occupati Demetrio poliorcote, Cesare, Caligola, Adriano ed Erode Attico. Ma quelle che se lo prese a cuore più di tutti fu Nerone. Come è noto, Nerone aveva un debole per la Grecia, probabilmente per il fatto che da quelle parti non si sapeva bene chi egli fosse e gli echi dell’uccisione di Agrippina, di Ottavia e la storia del calcio a Poppea, erano stati ben trattenuti dai filtri dei cortigiani compiacenti.
Il mondo è, ahimè, sempre lo stesso e non vi è nulla che i cortigiani non farebbero per lucro e per viltà. Squadre di agenti di polizia hanno sempre sorvegliato gli amori e gli intrighi dei dittatori e ci sono sempre anime vendute, pronte a darvi per pochi soldi gli incartamenti mal custoditi di un assessore regionale e a giurare sulla virtù di una peripatetica gradita ai potenti.
Sotto Nerone, due alti personaggi consolari giurarono che Atte, la schiavetta asiatica gradita all’imperatore, discendeva dalla reale stirpe degli Attalidi. Ma torniamo al Canale di Corinto. Come si diceva, Nerone amava la Grecia e i Greci amavano lui. Perciò, nel 66, durante i Giochi istmici, nei quali l’imperatore aveva gareggiato, sconfiggendo più volte addomesticati avversai, egli proclamò la liberazione della Grecia, cioè la non soggezione all’amministrazione interna di Roma, e, ciò che è più trattandosi di levantini, la esenzione dai tributi. L’anno successive, a completamento della sua politica ellenica, Nerone rispolverò i progetti per il taglio dell’Istmo e, con le possibilità incontrollate dei dittatori, volle che i lavori avessero inizio effettivo.
Val la pena di leggere la cronaca dell’avvenimento nel latino di Svetonio. So bene che fare una citazione latina su un quotidiano è peccato mortale o quasi, ma, per una volta, perdonatemela, tanto più che si tratta di poche parole che io stesso vi tradurrò nel linguaggio d’oggi.
“In Achaia Istmum perfodere adgressus – scrive Svetonio nella Vita di Nerone – praetorianos pro contiene ad inchoandum opus cohortatus est, tubaque signo dato primus rastello humum effodit et corbulae congestam umoris extulit…”.
“Avendo personalmente deciso il taglio dell’Istmo – così si esprimerebbe un’agenzia di stampa – il Sovrano dinanzi alle truppe in armi, si degnò di presenziare alla cerimonta dell’inizio dei lavori. Squillato l’attenti, il Sovrano, dato il primo colpo di piccone, riempì una corbula di terra e la sollevò simbolicamente sulle spalle, tra l’entusiasmo della moltitudine”.
Bello,vero? É uno spettacolo al quale siamo abituati sin dall’infanzia e che, per la verità, si usa anche ora con non molte varianti.
Nerone non riuscì a vedere compiuta l’opera, perché seimila prigionieri giudaici – sempre buona sorte per gli Israeliti – avessero scavato più di mezzo milione di metri cubi di terra in breve tempo. Alla morte dell’imperatore, Roma, che non aveva nessun interesse a favorire la navigazione greca, archiviò il progetto che restò a dormire per circa ottocento anni.
Oltre il Canale, per un tratto almeno, si gode ancora di una Grecia senza archeologia; vigne basse come in Sardegna, grappoli dai chicchi ambrati e fittissimi – è la famosa uva di Corinto -e piante di tabacco, scure e rigogliose. D’un tratto, in basso verso il mare, Neò Kòrinthos, la nuova Corinto, una cittadina corretta, accogliente, dalle case bianche e basse, pulita e solare. Non ha neppure un secolo di vita, è nata a tavolino, come tutte le città pianificate, ma non ne ha l’aria squallida e anonima.
La vecchia Corinto, Pàlea Kòrinthos, sorgeva a circa sette chilometri a sud-ovest e, nel 1858, fu letteralmente rasa al suolo da uno dei tanti terremoti, ma più forte del solito, che scompongono di continuo la terra greca.
Ancora un po’ di verde e di sole e poi la Corinto dell’età classica -ellenica e romana – oggi cumulo di rovine molto attraenti, dominata dalla grossa gobba del monte Acrocorinto, sul quale alcune fortificazioni bizantine, turche e veneziane riassumono scolasticamente la storia civica corinzia dal medioevo in poi. In cima all’Acrocorinto c’era il tempio di Afrodite, e nel tempio le sacerdotesse, le quali, per il rito dei culti che vi praticavano, originarono il famoso proverbio latino: “Non licet omnibus adire Corinthum”, che tradotto in parole povere, significherebbe “Vietato ai minori di diciotto anni?”.
Oggi chiunque può salire sull’Acrocorinto e spaziare a perdita d’occhio su questo dolcissimo lembo della terra greca così diverso dalle solitudini e dallo squallore degli arcipelaghi.
Si parla tanto della solitudine della costa sarda, ma solo dopo aver navigato per cinque, dieci, venti ore tra Cicladi e Sporadi, in vista di isole ed isolotti calvi e bruciati, senza un albero, senza una casa e senza un uomo, si capisce cosa sia la vera solitudine.
Non tutto l’Arcipelago, naturalmente, è così: a volte la solitudine si rompe di colpo e, proprio sulla sommità di un monte, al centro di un’isola, come a Tilos, vi appare un incantevole paesetto, con la sua chiesetta e le sue case candide, aggrappate sù, su in alto. Il più delle volte è un faro o un semaforo che dominano la solitudine. Sul dosso di un’isola si scorge la traccia di un sentiero tra la sterpaglia, un sentierino da presepio per l’unico abitante: il fanalista. Allora si immagina la sua vita, la si paragona alla nostra e ci sentiamo straordinariamente fortunati. Ma starà poi tanto male il fanalista?
Talvolta s’apre su un’isola una sacra solitudine, come a Delos. Ma è una solitudini ad ore, perché, almeno due volte al giorno, tra il monte Cinto – per la verità una collinetta alta appena cento metri e alla quale si ascende por una gradinata – e il mare sciamano i turisti e colorano le rovine mielate. Quanto diverso s’immaginava il monte d’Apollo, ai tempi del liceo e che meraviglia scoprire che il più delle volte gli avanzi più importanti, o per lo mene, più spettacolari, sono quelli romani!
Certo la Grecia ha sorprendenti imprevisti: di colpo ci si può incontrare una domenica italiana del meridione. Vi sembra strano? Ebbene, andate a Rodi, verso sera, in un giorno festivo e vi troverete tutto: lo struscio, le ragazze agghindate e la musica in pi azza. Proprio così. Struscio e banda sono una delle tante eredità italiane dell’isola.
Anche il calabandiera sul Castello è una eredità italiana, un po’ fuori moda, oggi come tutti i rituali del nazionalismo, e che sa un tantino di piazzaforte coloniale.
Anche la pulizia e il gusto del costruire sono una eredità italiana, a Rodi.
E, per la verità, i Rodioti ne hanno fatto tesoro. Pur di far bella l’Isola, erediterebbero anche dal demonio. Perfino i Turchi, che per loro Greci è come dire assai peggio del demonio.

11) ISTAMBUL, UNA DELLE CITTÁ PIÙ RICCHE DI STORIA DEL MONDO, PROTESA VERSO IL FUTURO.
I TURCHI HANNO IMPARATO CHE LA VITA NON Si PUÒ TENERE LEGATA AL PASSATO

30.9.1965
C’è sempre un grande gusto a scorrazzare qualcuno per la città straniera e a fargli vedere come la conosciamo bene e come siamo bravi a farci capire. Il gusto è tanto maggiore quando la città è Istambul e lì qualcuno è cagliaritano come te e a Istambul ci viene per la prima volta.
Dopo una mezza giornata di vagabondaggi tra il Gran Bazar e l’Al Meydan, mi senti¬vo molto soddisfatto a rigirarmi questo pensiero per la mente, né mi importava nulla che sul Galata Qu- ay, spazzati dai passeggeri di un transatlantico in arrivo, non ci fossero né taxis né doImus. i taxì collettivi che non sono poi una specialità di Istambul, perché se ne trovano anche in Sardegna, ad Oristano. Da qualche parte ne avrei trovato di certo: sulla banchina di Tophane o alla Sea Station ma evidentemente, non avevo fortuna: di taxis © di dolmus neppure l’ombra.
La bella figura con il concittadino perdeva colpi e, per tagliar corto, decisi di chiedere aiuto al primo vigile che incontrai: Is there a taxi. -Stand nearbby?”. Il volto del vigile, il solito volto turco d’oliva rugosa con un’espressione che può essere ugualmente di comprensione, di presa in giro e di rallegramento s’oscurò di colpo e, con le ciglia corrugate strette strette, sembrò più che mai un’oliva. Per un momento pensai che non capisse l’inglese, ma l’ipotesi era davvero assurda perché un vigile che non sa l’inglese non lo si mette di servizio nella zona del porto. Infatti il vigile, dopo aver sibilato, tra denti e labbra, un lungo suono indistinto, mi rispose, senza possibilità di equivoci: “No very near, Sir, but in Stamboul”. L’amico cagliaritano che non conosce Istambul, ma capisce molto bene l’inglese, esplose in puro sardo: “Aundi boginu seus? No seus a Istambul? si pò pigai su tassi deppeus andai a Istambul?”
Giusto cielo! Potevo riprendere quota e farla da maestro. Anche lui ignorava, come la maggior parte delle persone, la differenza tra Istambul, che è il nome che designa l’intera città e Stambul, che è uno dei tre enormi aggruppati che la compongo¬no: Beyoglu, l’antlca zona dei cavalieri franchi e dei mercanti genovesi, detta anche Galata e Pera; Uslcildar, tutta sulla costa asiatica e Stamboul che sorge dove fiorirono Bisanzio, Costantinopoli e l’impero dei sultani.
Ecco perché a Istambul si può sentir dire che bisogna andare a Stamboul – la differenza tra i due nomi è apprezzabile solo per iscritto- per andare a prendere un taxi. D’altra parte, non si chiamava Cagliari Casteddu per indicare tout court sia l’intera città che il quartiere di Castello? E il procedimento, si badi, è lo stesso, perché anche Istanbul o Stamboul derivano da un’espressione bizantina per indicare “La città per eccellenza” né più né meno di quello che indicava su casteddu, parola nella quale si volevamo comprendere la capitale, la piazzaforte, l’amministrazione etc.
Ma a Istambul, o a Stamboul che sia, la sua storia ha meno importanza di qu¬anto si creda, anche se l’antica capitale ottomana e forse la città in tutto il mondo dove si possono vedere le tracce di un maggior numero di civiltà, con resti colossali come l’acquedotto di Valente o monumenti come Santa Sofia. Né Atene, né Roma possono vantare, assieme alle vestigia classiche e cristiane, monumenti di civiltà non europee come Istambul.
L’esuberanza dei segni del passato, la presenza fisica, per cosi dire, della storia e la prova visibile, ad ogni passo, di quanto vangano anche i più grandi imperi e i più potenti sovrani quando è trascorso un qualche secolo, hanno insegnato ai Turchi una grande lozione: la libertà dall’idolatria della storia e dal rispetto della tradizioni. Per Roma, per Atene, la storia è stata sempre un po’ la palla al piede: ogni tanto qualcuno sogna di riportare – l’impero “sui colli fatali” o di riconquistare Bisanzio e farne la capitale di un risorto dominio d’oriente. Da noi l’impero, ora per lo meno, è passato di moda, ma in Gracia ogni buon cittadino sogna la révanche
contro i Turchi e rivede le glorie di un nuovo impero bizantino.
I Turchi hanno imparato che la vita è qualcosa che non si può sempre legare al passato e che non si può in eterno tirare la cintola per la gloria, coma quando i nobili decaduti facevano la fame, ma rispettavano le forme. I Turchi hanno capito che ciò che conta è avere i piedi ben saldi sulla terra, lavorare sodo, ma mangiare almeno un paio di volte al giorno, avere una casa decente e sentirsi liberi dalle schiavitù dell’ignoranza e del fanatismo.
Perciò, in ventiquattr’ore, la Grande Assemblea turca tagliò netto con un’inutile tradizione e vietò l’uso del fez per gli uomini – il fez oggi esiste solo, nei negozi per le foto dei turisti – e del velo por le donne. Con uguale rapidità, sono scomparsi i caratteri arabi, i sistemi di misura complicati ed oggi chiunque può leggere quello che c’è scritto nell’insegna di un negozio o nelle targhe delle strade, conteggiare secondo il nostro sistema metrico e servirsi di lire turche divise decimalmente in curis, e, quindi – bontà divina! – capirci qualcosa.
In Marocco, non solo a Marrachesch o a Tetuan, ma nella occidentalissima Casablanca, tutte le volte che ho provato, non dico ad entrare in una moschea durante un servizio religioso, ma anche a stare sull’uscio, mi si sono appuntati tali e tanti sguardi addosso che non me la sono proprio sentita di restare. Non più di due settimane fa, sostavamo, in gruppo, davanti alla moschea di Tophane, dopp che il Muezin che, sia detto per inciso, si serve ora dell’altoparlante, tale e quale come le nostre chiese di periferia che si servono delle campane di Roma in microsolco a 33 giri e mezzo – aveva lanciato il suo appello per l’alatema, cioè per la preghiera della sera. Dall’interno del tempio avanzò deciso verso di noi l’himan. “Sarà per dirci di andarcene”, pensammo, ma l’himan, arrivato all’uscio, dopo essersi inchinato, ci chiese in perfetto francese se gradissimo di entrare per assistere alla funzione.
La grande forza dei Turchi, specie di quelli di Istambul, è che hanno saputo dare un taglio col passato, con i fasti che non nutrono,né vestono, con i punti d’onore che non servono a nulla.
Sono venuti i registi e hanno chiesto di poter girare nella Yeri Batan, la fontana sotterranea segreta che alimentava in tempo di guerra la città e le residenze imperiali, immensa come una basilica e con più colonne – sono esattamente 336 – di una basilica e i Turchi hanno detto: “Girate pure!”. Risultato: dopo le sequenze dei 007 dalla Russia con amore” e di “Topkapi”, l’Ente turistico turco ha aumentato di mille per cento gli ingressi alla Yeri Batan e al Museo del Serraglio.
Per quanti secoli ci siamo scannati tra Cristiani e Musulmana per questioni di una chiesa o di una maschea? Volete una prova di quella che è la nuova saggezza turca? Ridare Santa Sofia ai Cristiani sarebbe stato grave offesa per tutto l’Islam, officiarla ancora come moschea, offesa non meno grave per i Cristiani e allora? I Turchi l’hanno trasformata in uno splendide museo ed i musei, come si sa, non hanno confessioni religiose. Esattamente lo stesso è stato fatto per l’antica chiesa paleocristiana di Chora che, invece di proseguire nel ruolo di moschea, impostale dal gran visir Atik Ali, è oggi museo di mosaici bizantini tra i più importanti di tutto il Vicino Oriente.
É questo grande coraggio di buttare a mare il passato, è la fame di cultura che fanno dei Turchi di oggi un popolo serio e degno di rispetto. Che importa se Istambul è una delle città più ricche di storia del Mondo? Ma Istambul che fu Bisanzio ,Costantinopoli etc.etc., è anche l’eterno pomo della discordia con i Greci e oltre a tutto è militarmente vulnerabile. Perciò Istambul non è più la capitale; lo era stata per troppi secoli e si poteva anche permettere il lusso di passare ad Ankara, città certamente di terz’ordine di fronte all’antica capitale,ma con infinite possibilità urbanistiche, economiche e strategiche rispetto a Istambul.
Un’università è un’università e ha bisogno di attrezzature scientifiche, di biblioteche e di aule, non di palazzi storici. In conseguenza di questa semplice ma innegabile constatazione, i Turchi hanno tirato un calcio alle vecchie istituzioni culturali, alle sedi fastose ed hanno costruito ad Istambul una razionale città universitaria che, se l’avessimo noi, ci farebbe saltare di gioia.
I Turchi non hanno complessi, né rimorsi, e se ne hanno, se ne liberano facilmente. Ne volete un esempio, il più piccolo e banale? Non c’è forse città in Europa dove i gatti siano trattati meglio: la riprova è che anche qualunque straniero può chiamarli, prenderli in mano, giocarvi sin che vuole senza che al gatto o al Turco venga in mente che gli si possa far del male.
L’origine di tanto amore ai gatti è in una strade di cani. Non si tratta di una barzelletta, ma di storia .Nel 1911, Costantinopoli, così si chiamava allora Istambul, era letteralmente invasa dai cani randagi; per paura di contagi e di altri fastidi, tutti i cani della città furono accalappiati e imbarcati verso Sivri, una delle isole dei Principi, sul Mar di Marmara, famosa per essere stata colonia penale durante l’impero bizantino, e là furono uccisi.
La strage non andò a genio al popolo che riversò – classico transfert freudiano – l’amore ormai vano per i cani sui gatti, trasformando così un rimorso inutile in un utile amore. Perciò, oggi, se volete conquistarvi le simpatie di un Turco, anche se non sapete una parola della sua lingua, potete farlo benissimo: carezzate il suo gatto e immediatamente il volto di quel Turco si rallegrerà – i Turchi non hanno abitualmente espressioni allegre, anzi a prima vista, si può pensare che siano tristi o per lo meno melanconici – e si aprirà in un sorriso e il gattino, sotto le vostre carezze, si rotolerà o assumerà una posa buffa, quel sorriso si farà riso e vi accorgerete quanto sia vera quella comunità del sorriso, annotata in talune tra le più umane pagine di Antoine de Saint Exupery.
Sono certo le esperienze umane quelle che contano. Se ne avete abbastanza di antichi mosaici, di gemme inimmaginabili – al Topkapi Saray si viene realmente presi dalla nausea dei gioielli – fate a meno di stancarvi in moschee favolose e famose come quella di Solimano, quella di Yeni Valide, quella Blu, quella dei Principi, quella dei Piccioni e cento altre tutte famose che riempiono il cielo di Istambul di maniera e lanciatevi nel Kapali Carsi, il Gran Bazar: il mercato più straordinario che si possa immaginare. Mettete assieme tutti i Grandi Magazzini d’Italia e di Francia, aggiungetevi i più grossi Mercati d’Europa, dalle Halles parigine al romanissimo mercato di piazza Vittoria e magari il famigerato mercatino cagliaritano di Santa Chiara, aggiungetevi ristoranti, boutiques, rivendite di roba usata, antiquari, gioiellieri di classe, alberghi diurni, locali lindi e specchianti e angoli di un sudiciume incredibile, distendete tutto in un immenso piano solcato da un centinaio di strade che intersecano, il tutto coperto da volto che lo riparano dal sole, dal vento e dalla pioggia e rendono la giornata sempre uguale sotto la luce di migliaia e migliaia di lampade di ogni tipo, dalle sedici candele domestiche al più estroso neon ed avrete una pallida idea del Gran Bazar. Al Gran Bazar troverete il più campionario umano che si possa concepire: dal Turco di granollasse allo straccione che vi offre resina da masticare, dal turista sbraccato in short alla diva sofisticata e famosa.
Qualsiasi cosa vogliate il Gran Bazar può offrirvela: un visone, un pacchetto di sigarette,un libro, un vaso di rose bulgare o una pietra dura antica. il Gran Bazar è quasi vecchio come la città perché comincio a funzionare, con i primi rivenditori, in età bizantina e già con Mehmet II aveva proporzioni imponenti. Esso è meglio di un museo, di un grande hotel o della Borsa perché sul Gran Bazar domina lo spirito del più bizzarro e sottile individualismo che, rendendo un negozio diverso dall’altro, animando il commercio con la concorrenza e l’iniziativa, fa sì che ci sia di tutto, che nulla sia dimenticato e che ognuno possa trovarci qualcosa, non fosse altro un souvenir da quattro soldi o una busta e un foglio di carta da scrivere. Il Gran Bazar è immortale. Distrutto dal terremoto del 1894, risorse più bello e più grande quattro anni dopo; ridotto in cenere più volte dagli incendi, l’ultimo nel 1954, esso fu come la fenice. Per Istambul, il Gran Bazar è il polmone come il mare, anzi i tre mari. Ecco i veri polmoni di Istanbul. Infatti Istanbul, dicono qui con orgoglio, è bagnato da tre mari: il Mar di Marmara, il Corno d’oro e il Bosforo. In realtà sono cinque i mari vitali por questa metropoli mezzo europea e mezzo asiatica, perché ai tre bisogna aggiungere i Dardanelli e il Mar Nero. Senza il loro alito non solo Istambul ma l’intera nazione soffocherebbe.
Oggi è soprattutto al Mar Nero che la Turchia guarda e la faccenda non ha davvero bisogno di molte spiegazioni. Di conseguenza è sul Bosforo che fa perno tanta parte della sua difesa.
Le rive del Bosforo, lo si sa, hanno costituito in ogni tempo un formidabile arnese di guerra, il traghetto militare dell’Europa, da quando Dario, Serse e i diecimila di Senofonte passarono qui, tra Roumeli Hissar e Anatoli Hissar. Per ciò, su queste rive ci sono fortificazioni di tutti i tempi, dalle torri del Castello di Maometto II alle più moderne batterie e alle reti di sbarramento navale sempre in postazione e pronte a entrare in azione da un momento all’altro.
Ma le rive del Bosforo sono anche una località estremamente pittoresca. Per tutti i ventisette chilometri di lunghezza, sulle due sponde, sia su quella asiatica, subito a nord di Uskudar, sia su quella europea, oltre la minuscola moschea di Ortakay, per più di un’ora, la nave passa dinanzi ad un incredibile succedersi di case, casette, ville, palazzi sontuosi, pittoreschi yalis. Abitazioni di ogni tipo, costruite in marmo, in pietra, alcune smaglianti altre opache, case vecchissime e case di giornata, per così dire, con gli intonaci e le vernici ancora fresche, luminose o cupe, corrose dal tempo e ripiegate sull’acqua nei più assurdi equilibri. Sovente il mare s’insinua sotto il primo piano della casa, in una sorta di strano sottoscala, detto kaik hanè (la casa del caicco), nel quale si ormeggiano al riparo le imbarcazioni.
Dovunque il verde, un verde fitto e denso di cipressi che sa un tantino di cimitero, s’infiltra tra le fabbriche, sovrastando il mare per tutta l’altezza dalla colline. Alcune di queste costruzioni sono famose: qui hanno abitato Guglielmo II di Germania e sua moglie e qui si è rifugiata Eugenia, imperatrice di Francia. Prima che la revolverata di Sarajevo incendiasse il mondo, negli yalis delle ambasciate, quando Istanbul oltre che capitale ottomana era uno dei punti più sensibili della politica europea, i diplomatici della bella époche, tra dolci ombre a quiete acque, credendo di tutelare la pace, preparavano la guerra.
Certo, sul Bosforo tutto assume un’aria idiIliaca; sarà effetto dell’atmosfera un po’ veneziana e un po’ decadente delle sponde di questo mare che, al massimo, può parere un ampio, quieto fiume, senza burrasche che i venti si smorzano sull’alto delle colline.
Perfino i marinai di guardia alle installazioni militari che salutano, con larghi e cordiali gesti le navi che passano, possono sembrare turisti un poco eccentrici che invece di vivere in un yali, preferiscono trascorrere le vacanze tra cannoni e mitragliere ed abitare in caverna o nelle casematte.
La realtà è che il Bosforo resta sempre una frontiera. Se ne ha impressione immediata, brusca, quando la nave, lasciatesi dietro le estremità dello stretto i Rouméli Fanar, a oriente, dopo tanta dolcezza per gli occhi, tanto verde, tanta calma, si trova, in pochi istanti, dinanzi ad un mare sconfinato, ventoso, agitato: il Mar Nero. L’altro giorno era agitatissimo, plumbeo, invernale e intorno, di colpo, s’era levata tanta foschia. Pareva d’andare verso le terre dei Cimmeri.

12) PASSANO ACCANTO AL MARE LA BUONA E LA CATTIVA SORTE DELLA GRANDE CITTÁ
VITA SEGRETA DEL PORTO DI BARCELLONA

Barcellona, ottobre

Sono i porti che conducono dritto dritto al volto nero di una città, non le stagioni o gli aeroporti; le une e le altre portano in monotone periferie, così uguali, così impersonali che, se fosse possibile scambiarli tra loro, nessuno si accorgerebbe della differenza.
Le stazioni e gli aeroporti sorgono in un posto o in un altro per una decisione dei tecnici, nata a tavolino e cresciuta con l’aiuto di un regolo calcolatore e delle tavole di un manuale. Le stazioni e gli aeroporti sono un prodotto appena di ieri, un risultato della tecnica importantissimo, indispensabile, ma comunque artificiale. l porti no, i porti sono una impostazione della natura; taluni sono vecchi quanto la navigazione, il che vuol dire quasi quanto l’uomo. Nati con le città, qualche volta addirittura prima di esse, con le città sono cresciuti, creando la loro potenza o la loro decadenza, quando il mare li ha abbandonati e la sabbia li ha soffocati, come a Siviglia o a Pisa.
Per questo ci sono città che sono tutt’uno con il porto e attraverso di esso si sbocca in strade che hanno più di mille anni, in contrade che furono cinte di mura e tra le quali i cavalieri delle crociate, i mercanti e i pellegrini di Terra Santa vivevano e andavano e venivano, su e giù, é più né meno del marinaio di un del portuale degli anni 65.
LA VITA DEI PORTI
Sbarcare a Genova vuoi dire potersi trovare faccia a faccia con i portici di Sottoripa, con il palazzo di San Giorgio, che è la più antica banca del mondo, con il Palazzo della Commenda e la chiesa di San Giovanni, a Via de’ Prè, dove la gente circola e si ferma e fa le stesse cose da sette od otto secoli.
A Marsiglia, sia che la vostra nave ormeggi al vecchio Bassin de la Pinèdo, il flusso della folla vi condurrà, senza che ve ne rendiate conto, dal Vieux Port alla Canebière, cardine secolare della città dal tempo dei Focesi alla Francia du General.
Così è, naturalmente, per Barcellona.
La buona e la cattiva sorte della città passano per il porto: l’esclusione di Barcellona dai traffici con il Nuovo Mondo, infatti, le diedero quel colpo di grazia che neppure l’unione della Castiglia con l’Aragona era riuscita a darle.
Nel 1778, la decisione di Carlo III di ammettere finalmente la metropoli catalana al commercio con l’America segna l’inizio della ripresa di Barcellona perché, se è vero che Barcellona è una grande città industriale, un grande centro culturale, la capitale dell’eleganza spagnola e tante altre cose, Barcellona è innanzi tutto un porto.
I Barceljonesl lo sanno e perciò amano il loro porto come una creatura vira: lo contemplano, ne scrutano il movimento e, se anche abitano al Tibidabo, a San Cugat, al Prat de Llobregat, o a Sant’André del Gesùs, come i Genovesi di Castelletto di Staglieno, sapranno sempre dirvi il nome delle più grandi navi che sono entrate in porto e come vanno le cose tra il Muelle de la Costa e quello di Levante. Dal porto fiutano l’aria, anche quella politica internazionale: dal porto capirono un bel giorno di qualche anno fa che la quarantena politica della Spagna si era incrinata e non c’è da stupirsi se, in questi giorni, si contemplano, tutti soddisfatti, una divisione americana, al comando di un incrociatore lancia-missili, che mette in mostra i suoi formidabili Torriers i quali, visti così, sembrano però solo un’ingegnosa pubblicità di penne stilografiche. Perciò, se volete avere un’idea inedita, ma non meno precisa di Barcellona, non fate solo il consueto giro del Casco – così si chiama il centro storico della città – né lasciatevi tentare dalla solite escursioni al Tibidabo o al Monserrat, né dal folklore su commissione del Pueblo español, ma pronta di tutto, datevi una buona occhiata al porto.
Esso meriterebbe già di essere preso in considerazione per la sua grandezza – oltre trecento ettari di superficie – per le sue attrezzature, per il volume del suo movimento commerciale.
Ma non curiamoci di queste faccende che ognuno può imparare a casa sua: basta che si prenda la briga di sfogliare un atlante geografico o un annuario statistico.
A PIEDI PER VEDERE
Conoscere realmente un porto significa farselo a piedi, passo passo lungo le darsene, le colate e i moli e, magari, in barchetta a remi, per quanto è lungo e largo. Significa accorgersi che, come a Cagliari nella via Roma, anche qui nel più bel viale – tutto palme e cielo – dei quartieri sul porto – il Paseo de Colòn – il mare è segregato dalla passeggiata da inferriate carcerarie e, ciò che è più, non si riesce ad intravederlo per poco, tra un magazzino e un altro. In compenso, lungo il Paseo de Colòn, si può, al n. 6, scoprire la casetta dove Cervantes si dice abbia terminato il Don Quichote.
Se poi si vogliono fare quattro passi a piedi, in vista ai grandi archi dell’antico arsenale di Atarazanas, né ci si vuoi far prendere dalla tentazione delle stradette che, al di là di Santa Madrona, della Calle del Cid, o di quella dell’Olmo, che, a quanto si dice – sono in pieno Barrio Chino – possono riservare tante sorprese. La cosa migliore è imbarcarsi su una gaviota o su una golondrina. Ci si imbarca alla banchina di Plaza Puerta de la Paz, all’ombra del famoso monumento innalzato, tra il 1882 e il 1888, a Cristoforo Colombo. Una colomba di sessanta metri, ora dilatata da una impalcatura di tubi per la riparazione, cava all’interno e percorsa di continuo da un minuscolo ascensore e sormontata dalla statua del navigatore modellati da Rafael Atché. Ai Barcellonesi quel monumento, anche se ne sono orgogliosi, non piace molto e non gli hanno risparmiato la sorte che tocca al monumento più famoso di ogni città: così, per intenderci, ricorderemo un certo monumento di Torino il cui cavallo si dovrebbe impennare in determinate circostanze, e il nostro buon Carlo Fe¬lice che, visto da un certo punto della piazza, può incorrere in una brutta contravvenzione o peggio.
I Barcellonesi dicono che il Colombo di Atché non si preoccupa di altro che di strozzare un pesce con una mano sola: in realtà egli stringe nella sinistra una carta geografica spiegata a metà.
COLOMBO SFORTUNATO
II fatto è che Colombo non ha fatto fortuna neppure nei monumenti: questo Barcellonese grandioso è di certo, ma, in quanto a bellezza, fa il paio con quello genovese di Michele Canzio all’’Acquaverde.
Bisogna salire, come vi dicevo, su una gaviota o su una golondrina: il catalano, si deve riconoscerlo, è poetico e gentile e chiama gabbiani o rondinelle le imbarcazioni che Venezia chiama molto banalmente vaporetti ed i francesi,con un certe plaisenterie, bateuax-mouches, battelli-mosca.
Solo cosi ci si potrà rendere conto che il porto di Barcellona e pieno di imprevisti, anche gastronomici. Sbarcando a Barcelloneta, un quartiere di pescatori, vecchio di due secoli, con le vie parallele e perpendicolari, tutto dritte e precise – come Calasetta o a Santa Teresa di Gallura – si scopre che s’ha un bel chiamare la paella valenzana: la paella più saporita la si mangia qui, nella marina di Barcellona. Come i napoletani, i Barcellonesi amano le trattorie del porto, anzi le amano tante che ne hanno piazzate una proprio all’estremità del porto foraneo.
Chissà mai perché i Cagliaritani non faranno altrettanto? Ma a Cagliari, consentitemi la parentesi e lo sfogo, si parla di tutto fuorché di porto. Si chiacchiera di turismo, ma non ci si ferma su questa piana, semplice verità: solo dal mare può venire un grande afflusso turistico. Una nave di venti, trentamila tonnellate, con i suoi mille, duemila passeggeri, equivale all’apporto di decine e decine di treni e centinaia di aerei.
Barcellona è una città turistica al cento per cento, soprattutto perché ha un grande porto. A Cagliari si è costretti ad assistere al penoso spettacolo delle grosse navi ancorate al di là del più esterno dei moli perché i fondali non permettono l’attracco in porto e, qualche volta, le lance si capovolgono col levante. Cagliari è, cioè, allo stesso rango delle isolette greche o delle località minori del litorale libanese o israeliano.
Quotidianamente i politici chiacchierano,dicono frasi difficili, oscure e le grandi navi continuano a stare al largo del porto cagliaritano. Indimenticabile saggezza di quel grande che fu Luigi Einaudi quando affermò: “Nessuna cosa è tanto odiata dai politici quanto il parlar chiaro!.
Ma lasciamo i drammi di Cagli ari e torniamo a questa Barcellona che sa di salmastro.
Se invece di una golondrina, un po’ leggera, specie con il mare di traversia, prenderete una gaviota o addirittura un motoscafo – se ne trovano a nolo a diecine, liberi a tutte le ore – e vi farete una volata fino all’estremità del Muelle de Levante là farete un incontro davvero eccezionale.
Dinanzi all’estremità del molo è il regno dei biberos. Non datevi la pena di cercare questa parola in un dizionario spagnolo, né di cercare l’equivalente bibers in un dizionario catalano: state certi che non la troverete. I vocabolaristi, specie quelli più pignoli di un vigile, il quale spesso si accontenta della più elementare patente, essi sono come gli intenditori di brandy, che hanno bisogno di un certificato di invecchiamento. La parola bibero, invece, è giovane, perché a Barcellona la coltivazione delle cozze è giovane.
Un tempo, la coltivazione dei mitili era privativa de La Rochêlle che, sin dal Duecento, ne produceva notevoli quantità. Poi furono gli Italiani a seguire per quel via e Taranto, il Fusaro, la Spezia, Gaeta e, per fare un esempio di casa, Olbia, cominciarono a coltivare cozze in vasta scala. Da poi, la coltivazione avviene nei cosiddetti quadri, dove, tra i fusoli, pali infissi nel fondo marino, si tendono i libani, cioè le corde vegetali nelle quali, dopo la riproduzione del mollusco, che avviene tra novembre e gennaio, si fanno aderire le larve che, in capo a dieci mesi o un anno, sono cozze fatte e buone per la vendita.
A Barcellona, gli allevatori di cozze hanno pensato che, siccome l’occhio del padrone ingrassa l’animale, era meglio andarci addirittura a vivere sopra. Così sono i biberon, che altro non sono che grossi zatteroni cabinati, dai quali pescano centinaia di libani. Con loro coperta enorme e lo scafo più piccolo ricordano la sagoma delle porta-aerei.
“BIBEROS MISTERIOSI
II vocabolo bibero deriva appunto dalle funi che bevono, cioè che stanno a mollo nell’acqua, e sulle quali si sviluppane le larve del mitilo. I biberos barcellonesi sono diecine e diecine e se si pensa che da ognuno di essi pendono centinaia e centinaia di libani e su ogni libano si fomano migliaia e migliaia di cozze, non è difficile avere un’idea della produzione del mejillones o almejas o musclos (il primo vocabolo è spagnolo e gli altri due sono catalani), come qui sono dette le cozze. Per la verità, però, le cozze dei biberos non sono tenute in molto conto dai buongustai che, a Barcellona come a Cagliari, città nelle cui vene scorre per lo meno il cinquanta per cento di sangue catalano, sono come chi dicesse la quasi totalità degli abitanti.
Queste dei biberos sono un prodotto per gente comune, di bocca buona, per pasto di tutti i giorni e non si mangiano crude, non perché siano inquinate, ma perché non sanno di nulla. Le cozze veramente saporite, così si dice a Barcellona, sono soltanto quelle che crescono sulle scogliere della Costa Brava. E se lo dicono i Barcellonesi ci si può credere perché, in fatto di cozze che riguardano il mare, dal transatlantico al bitume per calatafare, dalla rete da pesca alla zuppa di pesce, essi scelgono sempre il meglio.
D’altra parte come potrebbe essere diversamente?
Le fortune di Barcellona sono sempre venute dal mare e le sfortune dalla terra, con i decreti e i soldati dei re di Spagna sin da quando per il matrimonio di Ferdinando d’Aragona con Isabella di Castiglia, la città, non solo perdette il suo secolare rango di capitale, ma cominciò a dover subire quella innumerevole serie di vessazioni e di spoliazioni che culminò, sotto il regno di Filippo V, quando questo sovrano, per punire Barcellona di aver parteggiato per l’Arciduca Carlo, nel 1717, la privò persino dell’Università che fu trasferita a Corvara, un’oscura cittadina sulla via di Lérida.
CIMITERO SUL MARE
I Barcellonesi, si dice, vogliono vedere il mare anche da morti. Sarà un modo di dire, ma il fatto vero e che il maggior cimitero della città degrada sul fianco occidentale del Montjuich, infaccia al mare aperto, e ogni funerale può sembrare l’avvio ad un imbarco dalle spiagge, sotto la Carretera di Casa Antùnez.
In fatto di mare Barcellona non la vuol dar vinta a nessuno e quando qualcosa le manca ci rimedia a tutti i costi.
Portsmouth, come tutti sanno, è famosa nel mondo perché custodisce nel suo arsenal la “Victory”, l’autentica ammiraglia della battaglia di Trafalgar, quella sulla quale Orazio Nelson vinse e mori.
Barcellona non volle essere da meno e nella darsena che è dinanzi al suo glorioso arsenale, a Atarazanasdove un tempo si levava il castello di Giacomo il conquistatore e oggi sorge il Museo Navale, ha ormeggiato nientemeno che la “Santa Maria”, l’ammiraglia di Cristoforo Colombo. Peccato solo che sia fasulla! Ma, per fortuna, non sono in molti a saperlo.
Comunque, ai Barcellonesi si può perdonare questo e altro, tanto sono vicini a noi Cagliaritani nei difetti e nei pregi. Essi sono più di chiunque altro i nostri veri cugini primi.
Alla fin fino sono anche materialmente vicini a noi più di quello che si creda. Ai limiti dell’orizzonte di questo stupendo mare barcellonese, nelle giornate molto chiare si vedono le Baleari e da Minorca, con cielo terso, è possibile scorgere l’Isola di Mal di ventre che è al largo del Golfo di Oristano.
Quale migliore possibilità per il turismo isolano per tentare di avviare una corrente di flusso o di riflusso sullo rotte Sardegna, Baleari, Costa Brava? Tutto sia nel valere veramente qualcosa e cominciare, magari con un esperimento mensile. Il resto, lo si può giurare, verrebbe da sé.
Purtroppo, è anche certo che, per lo meno in Sardegna, nessuno si muoverà. Anzi, se qualcuno lo tenterà – dei Sardi s’intende – gli altri si muoveranno solo por cercare di impedirglielo. Se invece lo farà un forestiero – ma che dico lo farà? basterà che lo prometta – allora gli daremo tutto: i soldi della Regione e gli applausi con musica in piazza, “piricchittus”, vernaccia e gruppo folcloristico.
Francesco Alziator
L’UNUIONE SARDA, 3.10.1965

13) VIAGGIO IN ATLANTICO VERSO L’ULTIMO TRAGUARDO NELLA CORSA AL SOLE
AZZORRE: LE ISOLE DEI SOGNI E DEGLI EQUIVOCI

HORTA, settembre

La rotta per le Azzorre è un appuntamento col mal tempo. Anche se, insolitamente, l’Atlantico vi accompagna da Gibilterra a Madera, sonnolento e modesto, non appena fiuta l’aria delle Azzorre, si fa brullo fino a diventare brutale e dà spettacolo. Le onde si frantumano in un’infinità di arcobaleni che il vento suscita dal mare, poi un cielo denso, spesso come una poltiglia di nero fumo, si inghiotte il sole e sulla nave che beccheggia e rolla, senza regola, cadono scrosci di pioggia disordinata e violenti.
Nessuna meraviglia. Siamo nella culla dei temporali: in questa zona i giochi delle basse e delle alte pressioni si alternano nel modo più bizzarro e pericoloso. Per questo, due osservatori metereologici di importanza intercontinentale, quello di Faial e quello di Hangra, ne informano il mondo ventiquattro ore su ventiquattro. D’altra parte, non bisogna credere che qui sia sempre cattivo tempo; alle Azzorre il tempo è anche bello, ed anche così, così. “Quattro stagioni in un giorno” dice la gente di qui. Né si può dire che non sia vero: due ore fa era il finimondo, ora i poggi verdissimi e le case di Horta, una delle piccole capitali isolane, si specchiano nella rada di Faial, dolce e quieta come un lago lombardo.
In pace e senza vento, l’isola di Faial, accoglie i naviganti ad Horta, piccola capitale azzorrana. Gli abitanti tengono molto a questo titolo. Ma anche quelli di Ponta Delgada, nell’sola di Saô Miguel dicono che Angra è una cittadina; quelli di Terceira ribattono che Saô Miguel è un grosso villaggio e le accusa di “nobiltà rovinata!” e di “mercanti arricchiti!” viaggiano da un’isola all’altra con molta frequenza.
Tutto il mondo è paese e il fatto che queste nove isole – tante sono le Azzorre – siano a mezza strada tra Europa e America, sperdute al di là dei confini del nostro emisfero, non le sottrae alla più elementare e più vecchia delle leggi, per cui l’uomo è uguale dovunque e perciò Angra, Horta e Ponta Delgada si bisticciano per la pompa di un titolo, allo stesso modo di Cagliari e di Sassari, nel Seicento, per una primazia arcivescovile che, in pratica, poi, non era mai esistita. Che importanza può avere chi ha attraversato due o tre miglia di mare per arrivare fino a questo arcipelago, se un luogo o un altro si chiami o no piccola capitale? E poi, alle Azzorre – qui è l’equivoco – non sono le città, se mai, che contano, ma i villaggi e soprattutto la natura.
Per altro non è questo il solo degli equivoci sulle Azzorre. II più antico è quello del nome: i naviganti del Rinascimento le chiamarono Açores perché le credettero nido di avvoltoi (l’avvoltoio in portoghese si chiama aç), mentre si trattava di nibbi e di falchi.
Un altro equivoco è quello delle balene: si dice e si scrive generalmente che le Azzorre sono uno dei centri mondiali della pesca delle balene, anche se nelle acque azzorrane non ci sono balene, ma capodogli.
Un altro equivoco è che si tratti di terre antiche e gravide di storia. Nel 1778, lo svedese I. Podolyn rivelò al mondo degli studiosi che, trent’anni prima, nell’isola di Corvo erano state rinvenute monete puniche e pirenaiche. La scoperta faceva di colpo, entrare le Azzorre nei confini delle rotte puniche e del mondo antico. La notizia apparve, però, più tardi priva di fondamento e Corvo tornò ad essere quella che è sempre stata: un grosso scoglio abitato (oggi son 180 case e 742 abitanti), senza storia, ma in realtà assai più importante che, se fosse uno scalo cartaginese, perché a Corvo nessuno chiude la porta di casa, non vi sono analfabeti e non si ammazzano gli animali. Corvo è probabilmente l’unico posto del mondo dove le pecore muoiono di vecchiaia.
Finalmente, il più grosso degli equivoci può essere quello di venire alle Azzorre. Alla fin fine, infatti, perché si viene alle Azzorre? Per il clima? Non direi: ad Horta, per esempio, piove per quasi duecento giorni all’anno, e in tutto l’Arcipelago i terremoti e le eruzioni vulcaniche sono altrettanto frequènti come gli anni di siccità in Sardegna. Da quando le Azzorre sono entrate nel giro del mondo occidentale, e cioè dalla seconda metà del Quattrocento, si ha notizia di una grossa eruzione almeno ogni mezzo secolo. Come potrebbe essere diversamente? Le Azzorre non sono che le sommità di tutta una congrega di vulcani sottomarini. Si tratta, in sostanza, di terre che un giorno o l’altro possono scomparire o dilatarsi senza preavviso. Per altro, la cosa e già avvenuta. Il 18 giugno 1811, a un miglio dalla Punta da Ferraria, ad ovest di Saô Miguel, apparve un’isola. L’equipaggio della fregata inglese “Sabrina”, che incrociava da quelle parti, si affrettò a sbarcarvi, a battezzarla col nome della propria unità e a issarvi la white ensigne in segno di perpetuo di S.M. britannica.
Quattro mesi dopo, l’isola e la bandiera appartenevano al regno delle onde e non al Regno Unito: il mare si era rimangiato, per sempre, Sabrina.
Tra il 1957 e il 1958, l’isola di Faial fu all’ordine del giorno della cronaca mondiale. Il vulcano Capelinhos, che sorge nella zona ovest dell’Isola ne aumentò la superficie abbattendo su Paial valanghe di lava, piogge di cenere, tormente di lapilli. I danni furono incalcolabili e non si ebbero vittime solo perché gli Isolani, che da secoli studiano gli umori del Capelinhos, si sono tramandati, di generazione in generazione, l’unico rimedio che serva: fuggire, per mare, con le imbarcazioni, le famose baleciras, alle primissime minacce.
Lo scorso anno, la terra ha tremato e con una certa vivacità, nell’i sola di San Giorgio e anche qualche giorno fa il monte Pico, che è il più vivace dei vulcani azzorriani, al di sopra dei suoi 2400 metri mostrava inquietanti fumacchi.
Perché si viene allora a queste benedette Azzorre, sperdute nella zona più burrascosa dell’Atlantico, distantissime una dall’altra e mal collegate tra loro e col Portogallo? Le navi dell’Empresa insulana di Naviçao, infatti, arrivano solo due volte al mese da Lisbona, il collegamento tra isola e isola è solo settimanale e l’aereo è giornaliero, domenica esclusa, soltanto tra l’isola di Santa Maria e quella di Saô Miguel.
Gli abitanti sono, in tutto, poco più di trecentomila e la superficie è sui duemila trecento chilometri quadrati. L’isola di Santa Maria è più piccola di Sant’Antioco, quella di Saô Jorge ne è appena il doppio, Graçiosa ha sessantun chilometri quadrati, cioè dieci più dell’isola di San Pietro e Corvo supera Caprera di solo due chilometri quadrati. I raffronti possono ben dare un’idea dell’ambiente.
L’attrezzatura alberghiera, infine, è lontanissima da quella di Madera e le risorse azzorrane consistono unicamente negli ananassi, in qualche piantagione di thè e di tabacco e in non molto altro. A conti fatti, si dovrebbe concludere che le Azzorre sono soltanto un equivoco, o peggio un fallimento.
Ma, per la verità, non è così, o, per lo meno, non è solo così. Per il viaggiatore mediocre, senza dare a questa parola nessun significato di spregiativo, per la persona comune che cerca un buon clima, un buon albergo e un buon pasto, le Azzorre sono un equivoco, o , se volete,un fallimento.
Ma, innegabilmente, la tendenza mondiale del turismo, oggi, non è più orientata, dall’average man. Per lui c’è ormai una struttura standard che può soddisfarlo: luoghi noti, conforts assi curati, etc. etc. Oggi, il turismo ricerca lo spontaneo, la natura, il non sofisticato, e perciò, anzitutto, quella riserva di primitivo e di incontaminato che sono le isole. E non si tratta soltanto di moda, si tratta di una evidente necessità dell’uomo moderno; oppresso dal cemento, dalle calcolatrici, dalla sovrappopolazione, dal cronometro, e dai cibi in scatola.
Tra le componenti del mondo attuale, la spinta verso il selvaggio, già da tempo segnalata dagli studiosi di letteratura e di etnologia, è un fatto concreto col quale bisogna fare i conti o le isole soddisfano, almeno in parte, questa esigenza. Per questo, dunque, si viene alle Azzorre, per questo la Sardegna sta entrando negli itinerari mondiali e speriamo che delle piccole rivalità sarde, non diverse da quelle che dividono le cittadine azzorrane, non approfittino altri più furbi e meno campanilisti per farci perdere l’autobus per sempre. il discorso è amaro, ma un giorno o l’altro dovrà essere fatto e i sardi dovranno pur capire che è meglio lavorare che bisticciarsi e non dare troppo credito ai funamboli professionali della politica.
Per ora è meglio tornare alle Azzorre e al loro innegabile fascino. Un fascino difficile e insospettato al primo incontro, perché il primo incontro è molto mediocre, a cominciare dal fatto che in tutte le nove isole vi è un solo porto, quello di Ponta Delgada, dovo le navi di un certo tonnellaggio possono attraccare alla banchina.
Ma, se vi infischiate del superfluo e vi piace l’aria che sia aria e non scarico di scappamenti, e i piedi vi reggono ad andare su per mulattiere erte e non date di stomaco alla prima onda, le Azzorre sono per voi. Se amate le esperienze singolari, quelle che non si possono fare nei saloni di un grande albergo o sui punti di un transatlantico, approdate con fiducia alle Azzorre ed esse non vi deluderanno. Non cercate ad Horta o a Ponta Delgada la Croisette, la Promenade des Anglais, o un qualunque Casinò.
Le sere azzorrane possono offrirvi, al massimo, le trasmissioni della Stazione Radio locale e qualche cinema di terz’ordine. Ma, in compenso, le Azzorre vi offriranno le eterne, più grandi evasioni che siano offerte all’uomo. Quella nello spazio: L’Europa e l’America lontane duemila miglia: quella del tempo: il carro con le ruote senza raggi trainato da bovi, veicolo d’uso quotidiano, gli uomini che montano a cavallo come un tempo le donne, i montoni che tirano le carriole e i cani che portano i pacchi come al tempo di Diego de Silves. Le Azzorre sono, probabilmente, l’ultima isola del mondo dove i mulini a vento fanno ancora da mulino a vento. A Palma di Maiorca dell’ultimo mulino ne hanno fatto il Jack el Hegro, un famoso night club, a Myconos, mummificati e fuori uso, sono divenuti lo spunto per il souvenir isolano: solo qui i mulini continuano a macinare. Qui, l’uomo ha ancora il senso della dignità umana e ci tiene ad essere un leale combattimento.
Nel mondo d’oggi, uno dei sentimenti più diffusi è la slealtà: i candidati ad un concorso cercano di eliminarsi non con la migliore preparazione, ma con le raccomandazioni e con la più robusta insinuazione contro l’avversario, e le carriere si devono generalmente più ai “si dice”, alle manovre politiche di corridoio e agli sgambetti che al valore personale.
Alle Azzorre, l’uomo è ancora un combattente leale. Per lo meno con le balene. (Inutile chiamarle capodogli o balenotteri se nessuno le chiama così e tutti le chiamano balene).
In tutto il mondo, la caccia a questi grossi cetacei-balene o quello che siano – è fatta con il cannone lancia-fiocina. Le grosse baleniere dell’Antartico fanno annu¬almente vere stragi con questo mezzo.
I pescatori delle Azzorre hanno rifiutato di usare il cannone. La pesca alla balena deve essere, essi dicono, una lotta alla pari tra l’uomo e l’animale. Anche se l’animale può essere lungo perfino trenta metri e pesante venti tonnellate, il cannone non c’entra per nulla. La pesca alla balena ha un suo codice cavalleresco, è una questione sportiva che non ammette raccomandazioni o colpi bassi.
Come tutte le i sole, le Azzorre hanno il potere di ritardare lo scorrere del tempo. In sostanza, è l’uomo che crea il ritmo del suo tempo, ma è il luogo dove vive che egli impone la misura delle cose, per cui un palazzetto di due piani è straordinario in un paesello e un grattacielo è poco a Manahatan.
Per questo, qui alle Azzorre costruzioni di cattivo stile manuelino passano per capolavori, ma è anche vero che nell’Arcipelago si può vivere un’avventura senza precedenti; si può sentir parlare il portoghese dei tempi di Camôes. Come il catalano del XV secolo ad Alghero e il genovese del ’700 a Carloforte.
Tra Azzorre e Sardegna, i punti di contatto non sono solo questi ma parecchi altri a partire dal più importante: la posizione strategica.
Le grandi potenze si occupano delle Azzorre per la loro situazione di scalo tra due continenti, solo in caso di bisogno, dai tempi di Enrico il Navigatore alla seconda guerra mondiale, poi le dimenticano regolarmente. Esattamente come la Sardegna volta a volta attenzione e preda di Punici, di Romani, di Spagnoli e cosi via.
Come i Sardi e tutti i popoli lontani dalle grandi vie di comunicazione, gli Azzorrani amano le leggende, vedono nelle rocce esseri pietrificati e danno loro dei nomi, conservano le antiche usanze, vestono in costume e ballano volentieri. Nel Sulcis, verso Sant’Antioco, due pietre sono il frate e la suora, tra Pico a Paial sorgono dal mare due rocce che sono: u om pe e u deitado (l’uomo in piedi e quello accucciato)¡ nell’isola di Saô Miguel, a una trentina di chilometri da Ponta Delgada, sotto il lago della Caldeira, riposano le sette città dell’Antilia, fondate dall’arcivescovo di Oporto e da altri sei vescovi fuggiti dal Portogallo al tempo dell’invasione araba.
La leggenda ebbe, in passato, tanto credito che Antilia è spesso segnata nelle carte geografiche del XV secolo e, nel 1474, Paolo Toscanelli, nelle famose lettere a Colombo e alla Corte portoghese fa di Antilia il più importante caposaldo per la misure della distanza tra Lisbona ed il Giappone, da lui chiamato l’Isola di Zipangu.
La chamarrida e il baile furado sono allegre danze tuttora in voga e la carapuça e il capelo sono copricapi femminili sempre usati al pari della cuffietta desulese e dello scialle campidanese. Come in Sardegna, le Azzorre hanno dato nomi di primo piano alla storia della letteratura nazionale. Ne ricorderemo due per tutti: Antero de Quental, il maggior poeta portoghese dopo Camôes e il grande storico Teofilo Braga, entrambi nati a Ponta Delgado.
Assai pochi, di certo, però, vanno alle Azzorre per ritrovare la casa di Braga e quella di de Quental. In realtà, alle Azzorre, si va forse, perché ci vanno gli altri, senza un perché preciso o, chissà, per una di quelle forze ignote – forze paranormali, come le chiamano oggi – del genere di quelle che guidano i pesci nel risalire i fiumi, le rondini nelle loro trasmigrazioni, i pipistrelli nei loro voli ciechi.
La forza che ha sempre spinto l’uomo alla corsa verso il sole, verso un occidente sempre più lontano, verso i confini tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Sin dai tempi più remoti, si è pensato a questa misteriosa terra come a un’isola occidentale, la più occidentale possibile. Da questa oscura indicazione dei sensi sono nate la remota Tule, le esperidi, l’isola di San Brandano? Lo stesso Purgatorio di Dante è una remotissima isola occidentale.
É possibile allora che ci si imbarchi per le Azzorre credendo di inseguire il sole. Ecco, allora, perché si ritorna sempre disillusi: perché nella corsa verso il sole ci raggiunge sempre il tramonto.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 15.9.1966

14) C’È ARIA D’AMERICA NELLA GRANDE CITTA’ SULLE SUGGESTIVE SPONDE DEL TAGO
SCOMPARSA SU UN FANTASTICO PONTE LA VECCHIA LISBONA

Lisbona,settembre

L’ho visto venir su piano, piano: estate su estate ad ogni appuntamento col Portogallo ed ora eccolo lì: il ponte, disteso e irreale, da una sponda del Tago all’altra, unire Alentejo e Algarve suturando una ferita che esisteva molte migliaia di anni prima che l’uomo mettesse piede su questo estremo lembo d’Europa.
Da quando i primi plinti, tozzi e grigi, cominciarono a ingombrare le colline dorate di Calci- lhas, il ponte mi fu davvero antipatico e quando, qualche anno dopo, vidi spuntare dal Tago i due piloni che spezzavano così di malo modo la bellezza dell’estuario, il mio fu vero sdegno. Né potei far a meno di pensare che la bellezza di Lisbona fosse proprio finita. Prima il Padrao dos Descobrimento,con le sue mostruose figure da gigantografia ispirate dall’infantile idea di rendere la grandezza di Enrico il Navigatore – il monumento fu eretto a commemorare il cinquantesimo centenario della morte del principe mettendolo a capo di una ciurma di famosi esploratori alta cinquantadue metri. Né molto diversa era stata l’idea che, nell’anno preceden- te, aveva fatto innalzare ad Almalà una statua di Cristo Re di ventotto metri su un basamento di cemento armato alto ottantadue, ma la statua di Cristo Re ha per lo meno la collina sul Tago che le dà slancio e la fede che fa il resto, ma la ciurma di Enrico pare solo un ammasso di polpi giganti a fior d’acqua, abbarbicati ad un relitto.
Come non pensare allora ai tempi del buon re Manuel e a Francesco de Arruda suo architetto che seppero concepire quella meraviglia di leggiadria e d’armonia che è la Torre di Belem la quale, come si sa, non fu costruita per essere un belvedere per gli ozi reali o un costoso ex voto, ma un robusto arnese di guerra destinato a
proteggere dai nemici l’imboccatura del Tago.
Lisbona, i confronti sono troppi o troppo facili in fatto di architettura e tutti fatalmente a scapito del nuovo. La colpa forse è anche della natura che ha fatto di Lisbona un’immensa scenografia dove tutto è in mostra e tutto è bello, dal Parco di Monte Santo al monastero dos Jerónimos, dalle torri campanarie ai cimiteri. Perciò ogni novità è, in certo senso, condannata e fuori posto tra i fondali di questo straordinario palcoscenico, amalgamando insieme già da un paio di secoli da qualcosa che gli fonde i toni in modo armonioso: forse il tipo della pietra, forse la luce dorata, forse l’alito del porto carico di salsedine e di fumo.
Inevitabilmente, quindi, un ponte che imprigiona questo panorama con cavi d’acciaio che ri- cordano le sbarre di una grata, nasce male,
Eppure, ora che il ponte, bello e terminato, anzi neppure terminato del tutto – che ancora in parte è rosso di minio e fresco di vernice – bisogna avere il coraggio di ricredersi e ammettere che non solo è un’opera importante, ma che è anche bello. Che sia un’opera grandiosa lo dicono le cifre. L’intero ponte ha assorbito 73 mila tonnellate di acciaio – cioè quasi il doppio di quello impiegato per la “Michelangelo” che, come si sa, è una delle più grandi navi passeggeri del mondo. I cavi d’acciaio impiegati nella costruzione sono lunghi 55 mila chilometri, i due piloni sul Tago sono alti, complessivamente, 190 metri e le fondamenta si internano nel letto del fiume a 80 metri per quello di destra e 35 per quelli di sinistra.
Il piano di scorrimento lungo un chilometro e 200 metri, è sostenuto da 70 metri sul livello del fiume, sicché, visti di lassù, anche i più grossi transatlantici sembrano rimorchiatori.
Ma la cosa che stupisce maggiormente chi, come me, non ha molta familiarità con la costruzione dei ponti è che a questa gigantesca passerella, larga più di un’autostrada, è lasciato tanto gioco per i fenomeni di dilatazione o per le sollecitazioni atmosferiche, da potersi spostare fino a otto metri in senso verticale e a un metro e sessanta in senso orizzontale. Cioè si è tenuto conto di temperature assurde come quelle di più di quaranta gradi e di venti che possano soffiare oltre 150 chilometri all’ora. Otto metri e un metro e sessanta: ripeto le cifre come mi sono state riferite dai tecnici, perché non si pensi ad un errore di stampa. Che dire poi dei movimenti di materiale: 270 mila metri cubi di cemento armato e sei milioni e mezzo di metri cubi di terra.
A tutto questo s’aggiungano varie migliaia di chilometri di cavo elettrico, un’imponente apparecchiatura di semafori sincronizzati elettricamente, oltre un impianto radar ed un impianto televisivo in circuito chiuso che permette alla stazione di polizia di controllare costantemente il rispetto dei due limiti di velocità consentiti: 30 chilometri di minima e sessanta di massima. Infine, se è vero quello che si dice a Lisbona, questo sarebbe, per grandezza, il secondo ponte sospeso del mondo. II pedaggio è forse caro: una macchina del tipo Fiat 850 paga sulle mille lire italiane per il percorso di andata e ritorno. É facile di conseguenza pensare cosa paghi un autobus o un grosso autocarro. D’altra parte, fino ad ora, per raggiungere la Outra Banda, così chiamano i Lisboeti la riva sinistra del Tago sulla quale sorge la città industriale, bi- sognava, fare i conti col traghetto che impiega, dalla stazione del Terreiro du Poca a quella di Cacilha dei treni del Sud e Sud Est, per lo meno 35 minuti ed anche di più se il lago è agitato.
Adesso, in pochi o pochissimi minuti, a seconda dell’intensità del traffico, si attraversa il ponte. Un certo ritardo si ha però sempre in quanto le vie d’accesso al ponte, costruite senza risparmio di chilometri, costringono ad attraversare interi quartieri sulle due sponde.
Ma il discorso dal quale s’era partiti era, però, diverso e, perciò, torniamo ad esso. II ponte è anche bello: l’ho odiato, è vero, per anni, ma ora che me lo vedo davanti con l’armonia delle cose che, tutte rette o curve decise, non lasciano tempo alle incertezze, né permettono soste, dubbi o sfumature, devo ammettere che questa sua sicurezza, non è solo un risultato della tecnica, ma anche qualcosa che suscita lo stesso genere di sentimenti che si provano davanti a quelle creazioni che l’estetica chiama opera d’arte.
Con questo ponte comincia, senz’altro, la terza Lisbona.
Nella geologia morale che forma gli strati di una città non è sempre facile individuarne i sentimenti. Nel caso di Lisbona, tuttavia, cosa è resa più agevole dal fatto che la città ha un anno zero così per dire, ma un reale, tragico anno zero, il 1755.
In quell’anno, uno dei più catastrofici terremoti che si ricordino rase al suolo la città: “Case, pedagi, conventi, monasteri, chiese, campanili, ospedali, ospizi, teatri, torri, porticati, ogni cosa è andata in indicibile precipizio”; queste parole con le quali Giuseppe Baretti aggiornava il conte Filippo Fontana sul cataclisma lisboeta, sono lo specchio fedele di quanto era accaduto.
Nulla rimaneva della “metropoli”, “che cinque anni sono era per ampiezza di recinto e per numero d’abitatori considerata la terza città dell’Europa”: è ancora la lettera del Baretti dalla quale si apprende anche che il palazzo reale, ridotto a mucchio di pietre e mattoni infrangerà “tanto esteso da tutte le parti che avrebbe bastato a contenere la corte di uno imperador d’Oriente”.
Della Lisbona precedente il terremoto non restò nulla, o, meglio, restò un’ambigua preistoria di eroismo e di miseria testimoniata dal castello di Saô Jorge con le sue mura visigotiche e la leggendaria porta nella quale Martin Moniz cadde per rendere possibile l’assalto dei Portoghesi contro i Mori,
Una truculenta preistoria di sangue e di gloria, sopravvissuta al terremoto ma non all’ironia del peggior prosatore portoghese, Bea de Queiroz che la liquidò sorridendo nel racconto dei Ramirez.
Scamparono al terremoto anche i quartieri della miseria e della prostituzione, e poiché il male sopravvive a tutto, ancora oggi quei quartieri conservano le stesse vie strette ed erte di tre o quattro secoli fa.
Per il resto, fu veramente l’anno zero e dalle macerie Pombal, il più grande statista che mai abbia avuto il Portogallo, dopo aver “seppellito i morbi e nutrito i vivi “secondo la frase che gli si attribuisce, si diede subito da fare per costruire la prima Lisbona, una città nata a tavoli- no con intelligenza e buon gusto e talune illuminazioni urbanistiche che fanno dei due principali pianificatori, Manuel de Maia ed Eugenio dos Santos, dei veri precursori. Quella prima Lisbona oggi è la Baixa, tuttora parte viva del centro cittadino, anzi la piazza – il Terreiro do Paci – sorta sulle rovine di quel palazzo reale che il Baretti aveva giustamente paragonato a un serraglio d’Oriente, si può dire che sia il centro stesso del Portogallo in quanto vi sono le sedi di una decina tra i più importanti ministeri. La seconda Lisbona è un misto di romanticismo, con tutti i danni e i vantaggi del gusto per il color locale, di bella époque, di illusioni, di stanchezza e di passività.
Fu Giorgio Byron il precursore della scoperta della seconda Lisbona: il suo viaggio è dell’estate del 1809, a giudicare dall’epistolario, le attrattive della capitale lusitana, in quei giorni, non dovevano essere molte.
In una lettera all’Hodjson del 16 luglio, Byron fa il rapido bilancio di quello che offriva Lisbona: mangiare arance, parlare in pessimo latino coi monaci, traversare il Tago a nuoto, cavalcare ciuchi, bestemmiare in portoghese ed essere divorato dalle zanzare.
Non molto dunque, per la verità, né certo quanto bastasse a ricompensare dei pericoli di Lisbona, specie di notte. A questo proposito, anche se la citazione è un po’ lunga, val la pena di riportare certe affermazioni del poeta inglese:
È un fatto ben noto che nell’anno 1809 gli assassini per le strade e nelle vicinanze di Lisbona da parte dei Portoghesi non erano da questi limitati ai loro compatrioti, ma bensì che giornalmente venivano massacrati degli Inglesi e lungi dall’ottenere soddisfazione, ci venne richiesto di non immischiarci se vedevamo qualche connazionale difendersi contro i suoi alleati. Andando a teatro alle otto di sera, quando le strade non erano più deserte di quello che generalmente non siano a quell’ora, fui fermato, in carrozza, con un amico davanti ad un negozio aperto; se ne fossimo fortunatamente stati armati non ho alcun dubbio che saremmo serviti ad “ornare un racconto” anziché a farlo”.
Nonostante i pericoli, lo spirito romantico vide nel Portogallo uno dei suoi paradisi e Lisbona entrò nell’itinerario di ogni viaggiatore dal secolo scorso. Anche perché, probabilmente, Byron esagerava un poco e prova ne sia il fatto che le famose croci delle vie portoghesi, di cui si parla nel Childe Harold (canto I, strofe XXI) e che avrebbero dovuto essere la testimonianza di un omicidio, erano in realtà le croci che indicavano la via dei conventi.
Da Byron al Ponte fu l’età della seconda Lisbona: un’età vagamente dannunziana, per intenderci, ma, per la verità, assai composita.
È il tempo nel quale il nazionalismo lusitano dell’Arco di trionfo che chiude la Rua Augusta mischia un discutibile barbaro come Viriato a Nuno Alvarez e la sottigliezza di Pombal all’audacia di Vasco da Gama.
L’architetto José Luis de Monteiro riesce a trasformare in gusto manuelino le tettoie della stazione del Rosio e l’Avenida da Libertade si popola di brutti monumenti e di palazzi liberty.
È l’età dell’oro dell’ozio nei caffè, dove la più severa apartheid vieta l’ingresso alle signore. È la belle époque portoghese della quale Lisbona è più che mai la degna capitale e Eca de Queiroz il sorridente Parini.
Parigi impone al varietà internazionale le sue gigoletes e i suoi apaches e Lehàr succede a Offenbach. Lisbona scopre il fado, lo scopre nei bassifondi del porto ma lo ripulisce subito e lo lancia sui palcoscenici. Il vero fado era quello della Mouraria, fatto ora di trivialità e ora di nostalgia, come tutte le canzoni della malavita e dei marinai. Salendo verso le adegas della città alta, il fado si è ingentilito e oggi si può dire sia un prodotto esclusivamente d’esportazione.
Qualcosa di autentico è tuttavia rimasto della Lisbona cara al folklore romanico. Nella zona del porto – un interminabile molo lungo venticinque chilometri – la vecchia Lisbona sopravvive. L’odore di pesce, o più precisamente di sardine, si mischia tutti i giorni, a seconda del vento e della marea, che sul Tago è piuttosto forte, all’alito fresco che viene dall’Oceano o al fetore delle fogne. Al mattino per tempo, al mercato all’ingrosso, sulla banchina del Sodre, le varinas ci sono ancora. Le varinas, come si sa, sono ragazze delle classi più povere che acquistano dall’arraisa le sardine che rivenderanno al grido: Vivinas, vivinas, ve a saltar!” (vive, vive, saltano ancora). Le varinas nonostante sia vietatissimo dalla polizia – e la polizia portoghese non è molto tenera – qualche volta vanno scalze. Miseria? Forse, ma io non sono certo che sia soltanto per questo. Le varinas sono in realtà magnifiche ragazze, dritte come pertiche e quell’andare scalze dà loro un passo deciso e regale che non avrebbero con le brutte scarpe nei negozi lisboeti, ed allora, unendo risparmio a civetteria, sfidano scalze la contravvenzione e il tempo.
Se la saprete cercare, la Lisbona sonnolenta e pigra, quella che delegava tutte li sue epilessie politiche agli anarchici e, che dopo il breve regno di Manuel II, accettò senza repulsioni e senza entusiasmi, la nuova forma di stato, non è scomparsa. C’è nell’architettura dell’ascensore di Santa Justa, nelle vetrinette degli erboristi nascosti nelle strade meno trafficate della Baixa, c’è, forse, assieme alla saudade, nelle più intime pieghe dell’anima di ogni Lisboeta. E forse non è un male. Certo, oggi l’amore più forte, è quello per il nuovo ponte, perché con lui comincia veramente la terza Lisbona e muoiono tutte le altre.
Già lo abbiamo detto, il ponte ha fatto di una Lisbona, tagliata in due dal Tago, un città sola. Di colpo, sono cessati inconvenienti di una gravità eccezionale per una grande città, come la mancanza di un ferry-boat per i treni, come il dover imbarcar la macchina nelle banchine di Sodre e sulla chiatta che la portava a Calcilha, o come il doversi portare appresso le valigie da caricare sul traghetto e di qui sino ai treni delle stazioni meridionali a Barreiro.
Da quando il traffico corre sul nuovo ponte, c’è aria d’America, a Lisbona. Le ore ed ore di tempo perduto non potevano non incidere sul ritmo della città industriale che è nell’Outra Banda. Ora questo tempo non lo si sperderà più: con questo non perdere più tempo ha cominciato la terza Lisbona,
Con questo nuovo ritmo la capitale lusitana sincronizza anche la sua vita alla civiltà della fretta.
Ma è davvero meglio?
Non sarò certo io a poter dare una riposta a questo che è forse l’interrogativo più grave di tutta l’esistenza di oggi. Quello che possiamo dire è che le componenti umane sono diverse. Anche nel senso materiale: oggi l’uomo solo gambe e braccia non è più un’entità completa, oggi l’uomo è concepito con un auto come appendice. Chissà che un giorno non si arrivi addirittura biologicamente ad un nuovo centauro rivestito di carrozzeria, con il motore inserito da qualche parte, con le ruote che gli spuntano dagli arti e la ruota di scorta magari sotto la schiena!
Non si tratta di uno scherzo, ma di una realtà: all’uomo senza macchina non spettano più tutti i diritti. Generalmente è vietato andare in qualche posto con la macchina sul ponte di Lisbona, invece, non ci si può andare senza macchina.
Mi sarebbe tanto piaciuto farmi passo a passo quel chilometro e mezzo di passeggiata: assaporarmi pian piano quell’insolito panorama di Lisbona dall’alto, levarmi il gusto di abbracciare un orizzonte tanto vasto da vedere con un solo colpo d’occhio la torre di Bugio perdersi tra le brume dell’imboccatura del Tago e le ciminiere di Setùbal levarsi dalle case bianche. Non ho potuto farlo. A nessun pedone è permesso percorrere il ponte. Il ponte lo si può percorrere solo in macchina.
Lo so bene che ci sono infinite ragioni che giustificano una disposizione di que¬sto genere. Ma è anche infinitamente triste l’esclusione di un uomo da qualcosa soltanto perché egli cammina nell’unico modo naturale che esiste: a piedi. Chi s’azzarderebbe a dire che non sia estremamente più pratico aver suturato una città tagliata in due? Chi oserebbe negare che queste linee decise del ponte che sostituiscono il razionale al fantasioso non abbiano la loro bellezza? Ed è anche certo che i pedoni su un ponte farebbero ritardare il traffico. Ma sarà poi certo che ad avere tanta fretta si è davvero più felici?
Francesco Alziator
L’Unione Sarda, 18.9.1966

15) BARCELLONA: UNA GRANDE METROPOLI CHE HA CONSERVATO UN ANTICO GUSTO ALLA VITA
HA UN ANGOLO PER TUTTI LA CITTÁ DOVE OGNI GIORNO È UNA DOMENICA

Barcellona, settembre

Io non ho una casa a Barcellona, né parenti stretti che mi attendono; non ci ho mai vissuto a lungo, eppure,tutte le volte che ci vengo, provo la precisa sensazione di tornare a casa! Non riesco a rendermi ragione da dove venga fuori questa sensazione davvero singolare; forse deriverà dal fatto che, nelle mie vene di vecchio cagliaritano, ci sarà qualche goccia del sangue di uno dei tanti catalani, senza mestiere e senza denaro, che seguirono l’Infante Alfonso nella spedizione di Sardegna; o, probabilmente, le escure forze che regolano gli equilibri fisici e
psichici di ogni essere umano, nel mie caso, raggiungono il miglior assetto proprio sul suolo di Barcellona.
Io non so molto dei rapporti che passano tra l’uomo e la terra, ma ho sempre pensato che, sotto gli antichi riti dell’incubazione, nei quali il malato era posto, nel suolo, a contatto con il suolo, avvenisse realmente un qualcosa non di natura magica, ma piuttosto biologica. L’assorbimento di una sorta di radiazione, per intenderci, della quale i sacerdoti avevano scoperto gli effetti salutari che, poi, avevano applicato millantandoli, al solito, come di origine divina.
D’altra parte, sono note le simpatie di D.H. Lawrence per il granito e la sua repulsione per il calcare.
Ricorderò, a proposito di queste oscure correnti che passano dalla terra all’uomo, una notazione del “Mestiere di vivere” di Cesare Pavese, nella quale egli accenna alle relazioni consce e inconsce che passano fra lui e il Piemonte, tra cui “la materiale simpatia del sangue col clima e il vento”.
Potrebbe certo essere così. La materiale simpatia del mio sangue col clima, col vento e con il suolo trova qui, a Barcellona, la sua migliore stella. Potrebbe anche darsi che tutto si spieghi molte più semplicemente e derivi dal fatto che Barcellona è una città accogliente e non soltanto in senso umano, ma anche che nel senso più materiale. Infatti, a poche centinaia di metri da qualunque delle sue stazioni marittime o ferroviarie, la città ti si squaderna intera, senza attese, senza preludi, senza opachi viali di periferia da percorrere senza la solita interminabile sfilata di banchine sudice e di moli ventosi.
La nave ha appena buttato giù l’ancora, e già la grande Piazza della Puerta de la Paz è lì davanti con i suoi palazzi pretenziosetti, tutti fregi ed aquilotti di cemento e Cristoforo Colombo che, dall’alto dei sessanta metri della sua colonna, non si sa bene se custodisca la carta nautica dell’Atlantico o se, come dicono i barcellonesi, si sforzi di strozzare un’anguilla.
Barcellona è tutta là, basta sbarcare e, in dieci minuti, potete essere sotto il monumento a Colombo e avviarvi per la Rambla di Santa Monica, la prima delle cinque che, una dietro l’altra, con nomi diversi, a seconda che si tratti del nome ufficiale o di quello catalano autentico, ma con uguale allegria, vi condurranno dritti dritti al cuore di Barcellona: la Plaza de Cataluña. Qui passa la prima frontiera tra il vecchio e il nuovo, tra la Rambla de Cataluña ed il Paseo de Gracia che vi spalancheranno le interminabili – veramente interminabili, perché taluna è lunga sette chilometri, taluna otto chilometri – Avenidas dell’Ensanche. Al pari di tutte le grandi città, a, che Barcellona è fatta di due città: quella nuova, detta l’Ensanche – la parola significa allargamento – è il Casco che è quella vecchia. Come sempre avviene, anche a Barcellona le cose belle sono soprattutto nella città vecchia.
Nel nostro caso, la Barcellona da vedere è tutta lì, con distanze che possono percorrere comodamente a piedi meglio che con qualunque mezzo, perché il metrò non arriva ancora verso Puerta della Paz e che i lavori del nuovo tronco siano in corso ve ne renderete conto subito perché la Rambla di Santa Monica non è più una rambla, ma una serie di scassi enormi con tempeste di polvere che imbiancano i platani e attraversabili solo su passerelle che sembrano ponti elevatori di castelli. Si potrebbe girare in taxi e non è che i taxi manchino, ma il fatto è che non è facile accaparrarsene uno. La ragione è tutta qui: le tariffe ufficiali sono molto basse e con quelle il povero tassinaro non ce la fa a tirare la barca, per cui, se non annusa un buon cliente che compensi con la lunghezza della corsa, oppure uno straniero che renda per via del cambio e della scarsa pratica della città, potete scommettere cento a uno che, per i percorsi brevi, con una scusa o con un’altra, troverà sempre il modo di non farvi montare sul suo taxi.
D’altro lato, come si fa da un’auto in corsa, a rendersi veramente conto delle meraviglie che, ad ogni passo, può offrire il Barrio Gotico? In questi tre o quattro chilometri quadrati di terreno, la grande e la piccola storia di Barcellona si sono stratificate, ammucchiate, sovrapposte: ogni secolo, ogni anno ha lasciato qualcosa. Ma non accontentatevi degli edifici monumentali come la Cattedrale, il Palacio Real Mayor, Santa Maria del Mar, la Casa de la Ciudad o il Patio de los Nuranjos: quelli ve li indica qualunque guida e vi saltano immediatamente agli occhi. Vi è invece tutta un’altra possibilità di incontri assai più personali: basta guardarsi intorno e potrete scoprire un vostro angolo di Barcellona: un portone, una grata di finestra, uno stemma, una vecchia lanterna a quattro vetri.
Da poco, ho esplorato una strada che pare la nostra cagliaritanissima Via Sardegna: è Calle de los Escudellers tutta ristoranti e ristorantini, botteghe buie e fresche, bazar dai mille odori. Solo che il metro è diverso: la Calle de los Escudellers è la via Sardegna di una città di oltre due milioni di abitanti e perciò ha anche tutto quello che manca da noi, dancings e locali del genere, ma in definitiva, la stessa aria un po’ fredda e oscura, lo stesso cielo che s’apre su una trincea fiancheggiata da balconi fioriti e gli stessi odori di fritti, di umido e di gabinetto,
Però si conosce più Barcellona in mezz’ora, a piedi, in Calle de los Escudellers che in una giornata, in macchina, sulle grandi avenidas dell’Ensanche. Qui, in Calle de los Escudellers potete trovare dei barcellonesi veri, altrove vi imbatterete nella gente amorfa, uguale dovunque o sarete trascinati nel solito, docile branco turistico che sale e scende da un pullman, entra ed esce da una chiesa, sosta un brevissimo istante davanti a un palazzo o a un panorama e non riesce mai a scambiar due parole con la gente del luogo. A Calle de los Escudellers, come in una qualunque altra delle cento viuzze della città vecchia, o presto o tardi dovrete incontrarvi o scontrarvi con un barcellonese e sarà un’esperienza magnifica; se il vostro sarà un incontro, dopo dieci minuti di conversazione vi sentirete amici, dopo in quarto d’ora vi scoprirete per lo meno una diecina di conoscenze comuni e se l’incontro si protrarrà, vi ritroverete anche parenti.
Se il vostro sarà invece uno scontro, beh, anche in questo caso verranno fuori i parenti, ma preceduti o seguiti da aggettivi che il Dicionario de la Real Academia he sempre preferito non registrare. In entrambi i casi – incontro o scontro – dovrete riconoscere lealmente che il bar= cellonese, come il napoletano o il parigino, è veramente un capolavoro della natura,
0 forse meglio, una forza elementare della natura che ha, bisogno di manifestarsi, di esistere, di vedere il mondo a modo suo e non come vogliano gli altri.
Il Barrio Gotico è, oltre tutto, una manifestazione di questa originalità e di questa esuberanza barcellonese. Nel Barrio, non soltanto le ogive si piegano e si modellano con un tocco tutto diverso dal resto del gotico europeo, i chiostri hanno moduli particolari e le piazze sembrano rispondere più a motivi bizzarri che a strutturazioni urbanistiche, ma ogni cosa e prima di tutto barcellonese, inimitabilmente barcellonese, dalle oche che vivono nel patio della Cattedrale ai gatti che conobbero i fasti dei conti di Barcellona e dei re d’Aragona e di Pastiglia.
Tuttavia, non si deve credere che nell’Ensanche tutto sia dozzinale o senza gusto. Ad evitare questo equivoco, basterà, ricordarsi che appartiene proprio all’Ensanche il monumento più singolare di tutta Barcellona: la chiesa della Sagrada Familia il capolavoro di Antonio Gaudì.
Oggi l’architettura di tutto il mondo ha imparato a dar movimento al cemento armato, e servirsi di tarsie di porcellana o di vetro, a vivificare col colore gli intonaci e ad atteggiare la pietra nelle maniere più insolite. Oggi si possono constatare dovunque i risultati delle masse di cemento in movimento e delle policromie. Nella stessa Cagliari, per esempio, nella scalinata di Bonaria c’è una bella riprova di quello che si può ottenere con queste tecniche. Oggi, 1966. Ma quando Antonio Gaudi cominciò a manifestare che un guantaio di Barcellona presentava all’Esposizione Universale di Parigi, era il l878. Quasi un secolo fa! Fu un cliente di quel guantaio, il Conte Eusebio Güell a prendere una cotta per le idee del giovanissimo Gaudì e a dargli la possibilità di realizzare i suoi progetti.
Tuttavia, anche Gaudì non poté sfuggire al destino dei precursori che dalla cultura accademica sono ritenuti cattivi allievi – tale era egli considerato alla Escuela de Arquitectura – contano ben poco per la loro generazione e non riescono a vedere realizzata la loro opera. Certo, il genio di Gaudì non passò ignorato per le Corbusier o per Gropius e i barcellonesi, anche in questo, fecero eccezione perché intuirono, per lo meno assai presto, la grandezza di Gaudì. Forse il calore con cui Barcellona circondò sempre quest’artista fu una delle pochissime gioie di Antonio Gaudì poiché, per la verità, la fortuna non poteva fosse davvero dalla sua. Povero, malaticcio, bruciato giovanissimo da una delusione d’amore che lo spinse ad un celibato che fu quasi misogenia, per lui la mala sorte restò in agguato sino all’ultimo giorno della sua vita, il 7 giugno 1926, quando, nell’attraversare una via di Barcellona fu travolto da un tram. Portato all’ospedale privo di sensi, scambiato per un miserabile, fu ricoverato in una corsia per i poveri, dove morì senza aver ripreso conoscenza. Solo dopo la morte, all’ospedale scoprirono chi era quel miserabile e Barcellona gli tributò onoranze funebri come mai si erano viste per un artista. Comincia la solita amara beffa della sorte che nega le soddisfazioni ai vivi, che ne hanno tanto bisogno, e le profonde sui morti che, nel migliore dei casi, se ne infischiano perché ormai o sono confusi nel nulla o splendono della Eterna Luce.
Sicuramente anche l’Ensanche è pieno di cose interessanti, ma, come tutte le città pianificate ha strade troppo larghe, ottime per il traffico, ma prive di quelle di incontri e di sensazioni che ti danno le cose vecchie. Nelle strade dell’Ensanche ci si trovano bene tutti, pedoni e autisti, le case hanno doppi servizi, finestre ampie ed ascensore, ma tutti i barcellonesi, senza eccezioni, quando vogliono sentirsi veramente a casa propria, se ne vanno al Barrio Gotico e, se parlano con un forestiero, quasi per scusarsi di essere dell ‘Ensanche, dicono: “Mio padre”, o “mio nonno abitava nella tal strada o nella tal piazza della città vecchia”.
Però, anche i barcellonesi hanno cambiato casa e la città è divenuta una delle metropoli europee, il vecchio spirito festaiolo non è morto. A Barcellona è sempre domenica; sarà sempre la facciata di una chiesa con le luminarie, in cielo brillerà almeno un razzo e, da qualche parte, si ballerà in piazza la Sardana. Proprio così: in piazza. A Barcellona ci sono più di due milioni di abitanti, ma si balla ancora in piazza, perfino nella stessa piazza del Duomo, come nei più piccoli paeselli sardi. Si balla un ballo vero, senza coreografie fasulle per i turisti, un ballo per sentirsi uniti nella gioia e per il piacere di ritrovarsi vivi, giovani e spensierati. Questo è la Sardana; un invito a buttarsi dietro le spalle gli anni e i malumori, un invito fatto a tutti, anche al primo forestiero che passa, perché Barcellona non è chiusa e castiza, ma compagnona senza mutria.. Perché a Barcellona è sempre domenica e la domenica è festa per tutti, e quando non ci si può divertire in altro modo ci si diverte a guardare chi passa.
Lungo le Ramblas, in Plaza de Cataluña ci sono centinaia e centinaia di sedie, ai lati della via, dove la gente si siede per vedere la gente che passeggia e quella che passeggia guarda la gente che sta a sedere.
Non vorrei, tuttavia, che questo mio discorso generasse un equivoco e che qualcuno potesse pensare ai catalani come gente vuota, fatua e, quello che è peggio pigra, che trascorre le sue giornate ad ammazzare il tempo. Niente di più falso. In fatto di lavorare sodo, di darsi da fare, di cavar fuori il denaro anche dalle pietre, il catalano non la cede a nessuno e se c’è da menare le mani, da un lato o dall’altro di una barricata, potete star tranquilli che ci sono sempre i catalani. Se poi si tratta di andare per mare, chi ci sa fare più di loro? Essi sono concorrenti pericolosi e ben se ne accorsero Aragona e Castiglia che vietarono a Barcellona i traffici con le Americhe con un assurdo provvedimento che restò in vigore sino a quando Carlo III, nel 1778, rese giustizia alla città comitale.
La verità è che i catalani, anche se sanno lavorare duro e sono sempre dove devono essere al momento giusto, non dimenticano il piacere di vivere e di divertirsi. Nel loro realismo, i barcellonesi non seguono chimere assurde o nomi vuoti, essi pensano che il mondo è prima di tutto Barcellona, perciò cercano di farla più bella che possono, perché ci si possa vivere meglio che si può. E, per la verità, a Barcellona c’è tutto; chi vuol lavorare può trovarci da lavorare, chi vuol studiare ci troverà magnifiche biblioteche e un antico archivio con più di quattro milioni di documenti. La musica classica e quella jazz offrono agli appassionati esecuzioni veramente di primo ordine, il teatro di prosa e quello lirico vantano nobili tradizioni e le arti figurative sono rappresentati da capolavori mondiali in musei di grande importanza. Diecine e diecine di mostre e di dibattiti, poi, sono la palestra quotidiana delle più estrose e recenti tendenze.
Sulle Ramblas è possibile comprare di tutto, da una scimmia a un pacchetto di sigarette, da una cassata alla siciliana a un uccello tropicale, sulle Ramblas si può bere un caffè fatto come si deve, all’italiana, e vedere l’ultimo film della Loren o prenotare una Fiat o una Mercedes, e soprattutto si può passeggiare o sedere sotto un cielo senza nuvole, in un aria senza vento, in mezzo a fiori molto colorati, a donne, molte donne e a gente di tutto il mondo. Se poi vi viene appetito, credo che poche città vi possano offrire ciò che vi offre Barcellona per farvi mangiar bene e non spendere eccessivamente.
Vi siete mai chiesti quanto sia lontana Cagliari da Barcellona? Forse no. Ebbene, Cagliari dista da Barcellona – miglio in più, miglio in meno poco importa – lo stesso numero di miglia che Genova dista da Barcellona, cioè circa trecentocinquanta, percorso che una nave moderna che possa sviluppare una velocità di una ventina di miglia può coprire in un tempo superiore di appena qualche ora a quello impiegato dalla motonave di linea Cagliari – Civitavecchia.
Se poi si dovesse spezzare in due la traversata, si potrebbe fare anche una tappa alle Baleari, a Palma di Maiorca. Con una linea come questa, si porterebbero questi Sardi, che, per la verità, ancora non hanno preso l’abitudine di viaggiare – i Sardi in genere, viaggiano solo per necessità – a vedere Barcellona. D’altro canto, si offrirebbe ai Catalani, i quali hanno sempre una remota nostalgia per la Sardegna, la possibilità di farsi un’idea di quello che l’Isola è veramente.
Ma i risultati potrebbero essere ben più rilevanti: una linea che collegasse Napoli, Cagliari, Palma, di Paiorca con Barcellona e viceversa, che sarebbe in sostanza una sorta di raddoppio dell’antiquata Cagliari – Napoli bisettimanale – rappresenterebbe, finalmente, un concreto inserimento della Sardegna nel turismo internazionale di massa. Solo con l’effettivo e prolungato contatto, infatti, si può uscire da una situazione di reale isolamento che non può essere rotto da qualche saltuario attracco di transatlantico a Cagliari costretto il più delle volte ad ancorarsi al di là della diga foranea per mancanza di fondale.
Le linee di navigazione interna, ormai, bene o male, funzionano e soprattutto se si farà sensibile la concorrenza tra armamento sovvenzionato e armamento libero, le cose non potranno che migliorare per i passeggero.
Quello a cui bisogna pensare, ormai, è il collegamento internazionale, Barcellona a due passi e Tunisi addirittura ad uno, l’una e l’altra testa di ponte, di grandissima possibilità in ogni settore devono costituire, per i responsabili un invito pressante alla meditazione.
Ma a Tunisi penseremo un altro giorno; per ora fermiamoci ancora un attimo su Barcellona. Perché non si approfitta intanto, come bailón d’essai, di una qualunque occasione per portare i Cagliaritani a Barcellona e far venire i BarcelIonesi da noi. Tutto può essere buono; una mostra campionaria, un avvenimento statistico, un incontro sportivo. Forse, a conti fatti, per il numero di possibili partecipanti, quest’ultimo sarebbe il migliore. Ma, per carità, non la gita affrettata dei tifosi che dura poche ore e tutto finisce lì tra stadio e aeroporto, ma una gita più distesa nella quale l’incontro sportivo lasci un certo margine di tempo prima e dopo. Poi da cosa nasce cosa, perché tutto non cada nel silenzio. Una rotta del sole Napoli-Cagliari-Barcellona può essere una grande porta per il nostro turismo che non può limitarsi a quello dei milionari e dei commendatori che passano lo week end con l’amichetta.
In un mondo di molti, il turismo deve essere a disposizione di molti: juna linea che unisca, via Cagliari, l’Italia meridionale alla Spagna è un’ottima carta.
Perché, invece di dissolvere i sudatissimi quattrini dei Sardi in tanti rivoli che si insabbiano, non si convogliano verso le iniziative dell’armamento? Perché l’Assessorato al Turismo non punta su questa carta, che, oltre tutto, può rappresentare un ottimo investimento di capitali?
Non ho, però, molte speranze che queste parole giungano al posto giusto; gli uffici stampa regionali mettono in evidenza soprattutto i ritagli che parlano dell’assessore X o Y quando si reca ad inaugurare questa o quella operucola, destinata solo a procurare i voti degli elettori della frazione di X o di Z. Perciò tutto cadrà nel silenzio e se un giorno o l’altro un forestiero, magari un qualunque intraprendente levantino, prenderà lui l’iniziativa e perpetuerà la nostra situazione che in tanti settori – tra i quali quello marittimo – è ancora coloniale, non lamentiamoci. La colpa sarà stata soltanto nostra,
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 25.9.1966

16) VIAGGIO IN CRIMEA: UNA TERRA DI ECCEZIONALE BELLEZZA ANCHE SE STRAORDINARIAMENTE TRISTE
L’UNICA STANZA RISCALDATA DI UN GRANDE PALAZZO FREDDO

Odessa,agosto

I monti Jaila, che sovrastano poderosi la Crimea,levandosi da una dolce cimosa verde e prendendo quota rapidi con pareti erte ed ampie per perdersi tra le nuvole, sono il mio primo incontro con la terra russa. Lo stesso che fecero, ormai più di un secolo fa, i Sardi che la saggezza o la follia di Cavour aveva strappato alle loro case per mandarli a morire in questa terra della quale i più non avevano mai sentito parlare, e per motivi ai quali essi erano assolutamente estranei. Poveri Sardi del Corpo di spedizione di Lamarmora! ln queste mie giornate in Crimea non riesco a levarmeli dalla mente: ce ne sono a centinaia, morti in combattimento o uccisi di dissenteria, sepolti in questa terra. Ma chi si è mai più ricordato di loro? Avranno mai avuto un fiore o un lume nel piorno dei Morti? Credo proprio di no e, ora, non posso far nulla neanch’io che pure me li ritrovo ad ogni momento nel pensiero. Forse per questo, nonostante la bellezza della natura, la Crimea mi sembra straordinariamente triste.
D’altra parte, come può essere lieta una regione nella quale ci sono più di cinquanta sanatori?
Anche le spiagge, piccine, piccine come un fazzoletto, un fazzolettino da donna di quelli che non servono più dopo una sola soffiatina di naso, hanno qualcosa di triste zeppe come sono di creature che, viste a distanza, sembrano proprio formiche, sedute, strette una accanto all’altra, a fare, silenziose e composte, la cura del sole. Tuttavia bisogna riconoscere che la Crimea è una terra davvero bella, e a stento ci si persuade di essere lontani dal Mediterraneo e su un mare che, per larghi tratti, d’inverno, è tutto una lastra di ghiaccio.
La verità è che Yalta potrebbe essere benissimo una cittadina della Riviera Ligure o della Costa Azzurra, e che il suo clima è così dolce – 14.o di media annua – che ci si spiega perfettamente come il sogno di ogni Russo sia una vacanza in Crimea.
In sostanza, la Crimea è per la Russia, come l’unica camera riscaldata di uno sterminato palazzo gelido, dove tutti vogliono andare sia pure per un poco. Se le insegne dei negozi e i cartelli stradali non fossero in caratteri cirillici, qui di essere in Russia non se ricorderebbe nessuno. Salvo il momento in cui, per sbarcare o per risalire a bordo, subisci dalla polizia il più meticoloso esame del passaporto e del viso, e per le sentinelle sparse un po’ dovunque. Per il resto, Crimea è solo, vigneti, alberi esuberanti. Yalta, con il suo verde, le sue case di cura, la sua baia, tranquilla, assomiglia, in modo impressionante, a Madera. Ma su Yalta c’è in più il segno della grande storia, di quella che segna e incide le sorti dell’umanità.
Oggi il nome di Yalta lo apprendono nei libri gli studenti di tutto il mondo per l’incontro dei tre grandi nel febbraio del 1945. Per questo chi viene ad Yalta, invece di andarsene a prendere il sole a Mikhor o scalare le montagne che sovrastano Gursuf, è condotto a vedere il palazzo di Livadia. Fu lì, a tre chilometri dalla città, nella residenza estiva degli zar – un casermone con pretese rinascimentali, ma piuttosto ingombrante più che monumentale – che Stalin ricevette Roosvelt e Churchill.
Il particolare architettonicamente più notevole del palazzo è, in realtà, la cappella, oggi chiusa, che vale da sola la gita a Livadia.
Per la verità, a Livadia c’è anche un’altra grande attrattiva: la Fontana della Giovinezza, perché chi ci si abbevera, non invecchierà; la gente ci va per ridere, ma tuttavia beve.
Ben più bello del palazzo di Livadia è il castello di Alupka, costruito nella prima metà dell’Ottocento, da uno dei conti Vorotzov che si diceva fossero più ricchi dello zar stesso.
Nell’insieme, il castello di Alupka, con la sua falsa architettura Tudor, nata dalle nostalgie britanniche del costruttore, è forse un poco pesante: gli interni sono quelli di un qualunque palazzo patrizio, né i pavimenti meritano davvero le pantofole che si è costretti a calzare come se si entrasse in una moschea.
Ma dove l’uniformità del granito cede il passo alla fantasia compiacente del marmo italiano, alla scenografia degli scaloni all’aperto, il castello esce decisamente dalla banalità e fa stile. Basterebbe l’umorismo delle sculture dei leoni bonari e sonnacchiosi della grande scalinata a dare da soli la misura della classe degli artisti che hanno decorato il castello.
Anche ad Alupka i Sardi di Crimea non si abbandonano: nel giardino che si aspre dinanzi ad una camera dai mobli in betulla della Carelia, è conservato un cannone italiano del I856, regalo – o gran bontà dei cavalieri antichi! per ricordo dall’ex-nemico Larmarmora all’ex-nemico Vorontzov.
Come dovunque, in Crimea, anche a Miskhor, è il verde che trionfa con cedri, querce, ulivi, cipressi, pini e perfino cespi di alloro che sembra Italia e, nell’orto Botanico Nikiski, esteso per 300 ettari, ci sono rose e piante esotiche da stupire chiunque.
Tra questo verde assurdamente tropicale, che nessuno s’attenderebbe ai margini della terra ucraina, la vita s’apre alla speranza e perfino una gente complessa e affaticata come quella russa – ieri tutta contorta negli interrogativi e nelle in¬troversioni, oggi tutta esaurita dall’impegno di vivere – riesce a distendersi e a riposare. Riposare, questa pare la grande parola d’ordine della Crimea; riposano i malati nei sanatori, riposano gli uomini e donne nei parchi, riposano bimbi al mare e perfino le code, le Immancabili code dinanzi ai negozi hanno qualcosa di quieto e riposante,
A Yalta, come a Madera, le preoccupazioni sulla salute stanno avanti a tutto e smorzano, per quanto possibile, tanti punti d’attrito.
Fu nel 1899, per riposare – ma come può riposare il pensiero – che i medici indussero Antonio Gramsci a costruirsi ad Yalta una casa, quella che ora è trasformata in Museo,
Non so quanto vi abbia riposato Cechov, perché qui furono scritte alcune delle sue opere più importanti, tra cui “II giardino dei ciliegi”, ed a guardarti intorno ti pare, ad ogni passo, di ritrovarti con Liubov, Ania o Lopachin. Ho visto un vecchio dai grandi baffi, asciutto e svagato, che sedeva su un muretto: sembrava, in tutto e per tutto, il fedele Firs. Stava in silenzio e, forse, non gli è piaciuto che lo fotografassi, poiché ciò sembrava interrompere il filo del suo monologo interiore. Ma se si fosse alzato in piedi e avesse detto la battuta finale del capolavoro di Cechov: “La vita è passata, e io… come se non l’avessi vissuta”, a me la cosa sarebbe parsa del tutto naturale e gli avrei fatto un forte applauso. Quanto Yalta è silenziosa, malinconica ed un tantino deprimente, altrettanto Odessa è volitiva, desta, impegnata. Non si dimentichi, per altro, che l’una è sui cinquanta mila abitanti e l’altra ne ha più di settecentomila.
Nell’atmosfera di Odessa avverti subito quelll’ignoto, ma reale fattore accelerante che è tipico delle grandi città; l’inserirti in un sistema più ampio di coordinamento, dato dalla dimensione degli edifici, dalla lunghezza delle vie, dal numero delle persone che ti circondano. Non dal traffico, perché nelle città sovietiche – all’infuori dei mezzi di trasporto pubblici – quello delle auto è ridotto al minimo e la cosa, per chi viene dall’Italia, in definitiva, è tutt’altro che spiacevole. Che Odessa sia una grande città si avverte non solo dal numero delle persone – nella sola stazione centrale, uno dei centri ferroviari più importanti di tutta l’Unione Sovietica,vanno e vengono qualcosa come centomila persone al giorno – ma anche dalla psicologia degli uomini. Una città grande si interessa di grandi cose, fa grandi cose e tollera e lascia perdere quelle che non sono essenziali.
Né a Yalta, né negli altri centri della Crimea, esistono chiese e se lì qualcuno volesse un pope o pregasse costituirebbe eresia e scandalo politico. A Odessa c’è, in pieno centro, una chiesa ortodossa e nessuno se ne preoccupa, a meno che non debba farlo per dovere di ufficio.
Né, d’altra parte, si può mettere in dubbio che Odessa non abbia le carte in regola con la Rivoluzione e la ideologia marxista: Odessa è la città che fece causa comune con la rivolta dell’incrociatore Potemkin, esaltata nel realismo di un grande monumento, la città di Muro dei Fucilati, sulla strada di Cernomorka e delle Catacombe partigiane.
Ma Odessa è soprattutto una metropoli ed una metropoli è luogo dove non soltanto uomini e fatti assumono più giuste dimensioni, ma dove tutto viene proiettato in un tempo relativo, che tende a valori eterni. Tutte le grandi città hanno lunghe storie nelle quali tutto è già avvenuto e tutto può accadere; dove la gente è tanta, nessuno è mai veramente importante: Tizio può sempre sostituire Caio e Sempronio può stare al posto di Caio; dove oggi c’è una scuola, ieri c’era un quartiere malfamato e dove oggi c’è una banca, domani potrà esserci un bagno pubblico. In questa dinamica di quel sistema di forze che è una gran città, resta pur sempre una costante di energia, che ha alla base l’uomo. Ed allora sulla metropoli livellatrice, l’uomo esercita la sua difesa per sopravvivere e salvarsi, quando non può in altri medi, divertendosi.
Per questo ad Odessa si sono mantenuti intatti la girusdizione zarista dell’opera lirica, del varietà, ed il gusto delle feste.
Il monumentale complesso del Teatro dell’Opera, costruito tra il 1884 ed il 1887 da architetti austriaci per rimpiazzare quello andato a fuoco nel 1873, oggi in via di totale ripristino e già per ottobre si annuncia la stagione con la Traviata di Verdi in primo piano.
Ad Odessa ogni occasione è buona per accendere luminarie, per far quattro salti, per cantare e suonare la balalaika, qui siamo infatti nella vera patria della balalaika, che non è genericamente russa (russo in questo mondo di genti, di latitudini e di lingue diverse è un aggettivo come americano o asiatico) ma autenticamente e soltanto ucraina.
In realtà, la balalaika discende dalla donna ed è mongolica, ma dal secolo XIII fa parte del mondo ucraino, cosicché può considerarsi ormai indigena. Che gli Ucraini vadano pazzi per la balalaika non c’è da stupirsi, ma il bello è che ne vanno pazzi anche i forestieri ed allora si assiste, ogni giorno, nei negozi dell’Intourist, alla lotta del turista per la conquista di una balalaika.
Non c’è souvenir che posea sostituirla: né l’artigianato del legno, né il berretto di pelliccia, la bottiglia di vodka o il vasetto di caviale: tutti vogliono la balalaika.
E per le vie di Odessa si vedono girare professionisti francesi o italiani, che in patria porterebbero neppure un pacchetto, brandire balalaike, o addirittura accarezzarne le corde per strada; qualcuno ne porta due, qualcuno perfino tre, a spalla, l’una sull’altra, come prosciutti risonanti.
Ho visto signore sussiegose contendere una balalaika a teenagers in minigonna. Borghesi e impegnati di tutto il mondo si riuniscono per la balalaica.
In tutto questo c’è però anche una speranza per il mondo, perché fino a quando la gente saprà e vorrà ridere, l’umanità sarà salva.
Spasimo, Odessa, dovisdania Odessa! – Tutti ricorderemo Puskin sul suo piedistallo scheggiato dalle bombe, i 192 gradini della scalinata ottocentesca di Boffo, resa epica dalle inquadrature di Sergei M. Ejsenstein ne “L’incroci atore Potemkin”, il Liceo dove Mandelejev ideò la sua tavola degli elementi, il verde dei parchi ed il biondo delle ragazze.
Ma io preferisco ripensare ad Odessa come alla città delle balalaike, del carillon municipale e della luminarie a colori. Così pòsso anche credere che il mondo non impazzirà.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 31.8.1967

17) APPUNTI E IMPRESSIONI DI VIAGGIO NELLE CITTÀ COSTIERE DELLA ROMANIA E DELLA BULGARIA
MONDI DIVERSI IN ETERNO CONFRONTO SI GUARDANO DALLA RIVE DEL MAR NERO

Varna, 5.9.1967

Peccato, proprio ora il ghiaccio cominciava a sciogliersi, le simpatie a nascere e già le prime barzellette circolavano – barzellette innocenti e forse preventivamente autorizzate dall’Intourist, come quella che ammette da una parte la scarsità degli alloggi, ma dall’altra esalta la gigantesca opera di assistenza sanitaria U.R.S.S. e fa dire all’uomo della strada:” Se in Russia vuoi stare bene bisogna che stia mala” – proprio ora che si cominciava a filare qualche discorso che non fosse di pura cortesia, si deve andar via. Destinazione: Costanza, via Mar Nero.
Svaniscono a poppa, tra bruma marina e alte nuvole, le magnifiche cime dei monti Jala, la cista s’affloscia e i primi limani – le lagune costiere del Mar nero- dilatano sull’orizzonte una vasta ombra malinconica. Scende la notte, una notte marina d’estate piena di fari, di stelle e di insonnia, finché, al primo imbiancare del cielo, si è già davanti alla terra rumena, e subito, assurda ma vera, si distende Costanza che mischia, nel grigio della foschia mattutina, ai suoi ruderi romeni, una chiesa, una moschea ed un casinò. Non è che una casuale coincidenza eppure in quel miscuglio c’è l’espressione della gente rumena amante della tradizione e della cultura tollerante e con una terribile, accidentalissima, voglia di divertirsi.
Ma Costanza, per chi, come me, viene dall’Italia e ha trascorso tanta parte della propria vita nella scuola, è soprattutto Tomi, l’esilio di Ovidio. Tutti sanno com andò la vicenda: a un certo momento, sotto l’accusa di aver scritto libri immorali – questa fu la versione ufficiale – in realtà per aver saputo troppe cose di carattere morale o politico sulla famiglia d’Augusto – Ovidio fu esiliato, senza riguardi, in questa terra che, se perfino oggi sembra tanto lontana dall’Italia, a quei tempi doveva parere addirittura un altro pianeta.
Per nove anni, dall’8 al 17 d. C., Ovidio sopravvisse alla sua morte civile in un susseguirsi di speranze e di depressioni. In questa terra piatta e nebbiosa, che pare l’anticamera del nulla, il Poeta scrisse capolavori come le Epistulae ex Ponto e i quattro libri della Tristia. Ad Augusto successe Tiberio, sul mondo cominciò a splendere la luce del Vangelo, ma tutto fu inutile per Ovidio che morì senza rivedere Roma. La storia, è vero, lo ha stravendicato. Ma chi risarcirà mai l’essere umano chiamato Ovidio, una cosa di carne e di nervi, fatta di sentimenti e di corpo che, per nove anni fu distrutto giorno per giorno – ed i giorni furono più di tremila – con l’alternarsi indifferente di albe, di meriggi e di oscurità e il spaventoso ripercuotersi su di un essere ipersensibile, incompreso ed esaurito? Quale forza potrà fare che non sia avvenuta questa ingiustizia e non sia stata pa¬tita questa sofferenza?
I barbari Geti che accolsero lo sventurato Ovidio si mostrarono assai più comprensivi dei politici di Roma. Per secoli e secoli, su queste terre si sono succeduti dominazioni e dominazioni: Romani, Bizantini, Turchi e così via. Di tutta quella gente nulla è rimasto di veramente inserito nel ricordo del popolo, invece, a di¬stanza di quasi venti secoli, Ovidio è vivo ancora oggi, talmente vivo che ogni Rumeno della Dobrugia – e non quelli colti che leggono il latino, ma il camionista, il cameriere, il contadino – sanno tutti chi è Ovidio,
Un’intera sala del Museo Archeologico della Dobrugia sistemato nell’antico palazzo vescovile dei Santi Pietro e Paolo, è dedicata al Poeta ed una grande carta murale illustra le vie che Ovidio dovette percorrere per raggiungere Tomi. Un bell’albergo di Romaia, la spiaggia di lusso della Romania, ha il nome di Ovidio. Un villaggio e la poderosa centrale termica della Dobrugia, che produce oltre 36 mila chilowatt ora, portano il nome dell’Esule.
L’omaggio più commovente è però quello di Costanza, che non solo ha dedicato al nome del Poeta la sua più bella piazza e vi ha innalzato, sin dal 1887, un monumento che, con squisito fasto, fu commesso ad un Italiano – lo scultore Ettore Ferrari – ma ha voluto ricordare in eterno Ovidio incidendo sulla base di questo monumento i versi che egli stesso aveva scritto per la sua tomba, in una elegia del terzo libro dei Tristia: «Qui giaccio io, Ovidio – dicono press’a poco quei versi – il poeta dei teneri amori, rovinato dal mio stesso ingegno. 0 viandante, se mai tu hai conosciuto l’amore, prega per il mio riposo”.
II dranma di Ovidio è quel talmente vivo che ancora qualche anno fa uno scrittore romeno esule, Vintila Horia, volle riviverlo, in lingua francese, nel diario apocrifo “Dieu est né en exil” che tanto scalpore e tanto successo sollevò nelle cronache del Goncourt,
Ma anche questo potrebbe sembrare poco. Provate allora a fare una piccola inchiesta personale e constaterete facilmente quante persone di ogni età, in Roma¬nia, si chiamano Ovidio.
Tiriamo le somme e non sarà difficile capire che il potere politico può dare tante cose, ma difficilmente la immortalità. In venti secoli, trombe, tamburi, fanfare e false glorie sono volate via col vento e con la polvere dalla Serra rumena ma è restato veramente vivo solo un maledet- tissimo esule.
Ecco un fatto sul quale dovrebbero meditare i politici, specie quelli che credono all’immortalità per aver raggiunto ,Dio solo sa poi come, uno scanno in Parlamento, in Consiglio regionale o al Comune.
Ma torniamo a Costanza e alla Dobrugia. La Romania fa oggi proprio sul serio nella valorizzazione di questa porta sul mare, aperta al turismo mondiale. Lo si vede a Mamaia, una spiaggia, che, dal punto di vista dell’arenile decisamente non è gran che, sia detto per inciso, ed è anzi proprio nulla se paragonato a quella cagliaritana del Poetto – che – dal punto di vista sabbia – per il resto è meglio tacere – probabilmente è la più bella d*Europa.
Tuttavia, anche se la spiaggia è bruttina, a Mamaia, in pochissimi anni sono sorti una trentina di hotels, dei quali alcuni veramente notevoli per la grandiosità ed il lusso. Agli hotels si aggiungono i nights, il Casinò, i ritrovi di ogni genere, due campings, l’attrezzatura sportiva e il grande Teatro all’aperto “Ovidio”: questa è Mamaia, una spiaggia i cui dépliants sono sparsi in tutto il mondo. Che importa se, in realtà, è una costiera piatta, di rena sudiciotta? L’impor- tante è che mezza Europa passa per questa costiera.
Per me la cosa più attraente è la leggenda che è legata al nome: Mamaia vuol dire Mamma mia! e ricorda il grido desolato di una bimbetta verso sua madre, rapita dai pirati di un battello turco. Il grido non fu lanciato invano: la costa, per incanto, si allungò in una sottile lingua di terra che riunì madre e figlia. Mamaia, nonostante tutto, non è allegra perché, sinceramente, la Dobrugia non è allegra. Essa è una sterminata pianura nella quale il grano e il granturco si alternano al girasole e alle viti. Greggi di pecore, solitudine e sparuti asinelli ed una fila di lagune costiere che fanno da anticamera tra la terra e il mare: tutto ricorda i Campidani sardi, quando, alle porte di Cagliari o di Oristano, prolungano la monotonia della piana verso gli stagni di Elmas e di Santa Giusta.
Per di più, dal cielo neo e compatto come una caldaia di pesce, prove senza soste su una Dobrugia che l’estate ha reso arida e sitibonda ed ora si trasforma in breve in un pantano.
Tuttavia, dove è possibile, non appena la piana cede al bosco, i Rumeni pensano sempre al turismo e così è sorto un delizioso angolo come il “Doi eipurasi” (ai due conigli) nel quale, tra gli alberi, spuntano inattese capanne polinesiane.
Tante sono le cose inattese in Romania come, per esempio, in piena autostrada, ritrovarsi un decrepito villaggio turco, Babaday, con tanto di moschea trecentesca, un minareto alto trenta metri, le donne in costume musulmano, ed una fontana – la fontana Calaigi – sacra meta di pellegrinaggio purificatorio.
La Romania è inesauribile: ad una quarantina di chilometri da questo villaggio da fiaba orientale c’è Tulcea, con la sua cattedrale ortodossa dove, nel giorno di Ferragosto, ho visto cattolici e ortodossi antecipare i tempi, pregando assieme l’Onnipotente, un museo con gli uccelli e i pesci più bizzarri che si possono immaginare – tutti della zona – e il porto fluviale dove si risale il Danubio con i battelli ristorante, a bordo dei quali la colazione con caviale e spumante è servita da ballerine da operetta, mentre gli altoparlanti diffondono l’immancabile “Danubio Blu” di Strauss.
Ma il vero termometro dell’ospitalità e dell’allegria rumena è Murfatlar dove tzigani autentici, sotto pergolati che sembrano italiani, aprono con le sei qualità di vini che è tradizione accettare, la via a brindisi, amicizie e, per l’indomani, a quel diffuso male anglossone, detto hangover, che da noi non ha un nome preciso, perché gli Italiani preferiscono farselo passare con una doccia piuttosto che classificarlo con un nome.
Peccato! Neanche in Rumania si può stare a lungo. Si salpa di nuovo: rotta per Varna.
Varna è una città a trucco; vi sta dal mare, non è nulla, piatta, bianca, sorda. Ti attira, tutt’al più, un sobborgo su una collina, verde di pini e bianco di villette. Ma è la civetteria di Varna a presentarsi così dimessa, senza promettere nulla; poi, quando si mette finalmente piede a terra – polizia, dogana, sanità rubano ore – ci si accorge che è veramente Varna: una gran bella città, solare, piena di vita e soprattutto di colori e di suoni, con gli autobus rossi e gialli, i cancelli verdi, le case immacolate e un traffico quasi da ora di punta italiana.
Coma mai tutto questo? Non lo so. So soltanto cosè.
Ci si accorge subito però che nello spirito bulgaro c*è un forte impulso a primeggiare, ad indulgere alle apparenze ed anche al buon appetito: i ristoranti servono dal primissimo mattino colazioni forti con salsicce e birra e vanno avanti così sino al tocco, per rinforzare poi le dosi e proseguire sino a notte.
Nel Bulgaro c’è tanta tenacia quanto, forse, scarso potere critico. La storia della nazione è una storia di batoste dalle quali altri difficilmente si sarebbero rialzati, ma i Bulgari ce I’hanno fatta sempre. I Bizantini annientarono, agli inizi del VII secolo, il primo stato bulgaro, i Turchi polverizzarono il secondo nel XIV, l’Impero Ottomano ridusse poi in schiavitù il Paese, ma i Bulgari fecero come quei giocattoli a molla che se ne stanno compressi in una scatola e scattano in alto ogni volta che la si scoperchia. Nel 1878 essi erano tanto in piedi da tentare, in breve tempo, di diventare nel primo decennio di questo secolo, la potenza egemone dei Balcani. La pace di Bucarest del 1913 segnò la fine di questo sogno ma il fluire della storia insegna che non si può mai dire.
Di quegli anni di potenza qualcosa è rimasto: una precoce pianificazione urbanistica che fa di Varna una città un po’ tedesca e un po’ francese; il rispetto del passato che fa mettere in gran rilievo ruderi di terme e di edifici romani e una concretezza umana che gli avvenimenti successivi hanno rafforzato e sfruttato.
Naturalmente, la Varna degli anni sessanta non è più quella del primo Novecento, ma la diffusione della lingua tedesca come mezzo d’intesa con il forestiero e la grandiosità massiccia di certa architettura non sono roba d’oggi, ma affondano le radici nelle vecchie amichevoli intese tra Ferdinando e Guglielmo II.
Certo, da quei tempi molta acqua è passata sotto i ponti della Provadiiska e molto incenso s’è bruciato sotto le cupole a cipolla della grande cattedrale ortodossa di piazza Varnesko; oggi la città supera i 190 mila abitanti. Ma qualcosa è anche rimasto tale e quale: la tenacia bulgara che prima di tutto crede nei Bulgari e poi si vedrà.
Anche le rose bulgare, le rose più profumate d’Europa, sono rimaste le stesse, distrazione della natura che le ha messe lì dove la primavera è breve e l’inverno lungo. Solo l’essenza e un po’ mutata, né va più a Roma o a Parigi, in astucci d’oro e d’argento portati col corriere diplomatico; prodotta su scala industriale, circola per il mondo, assieme all’artigianato del legno e alla ceramica, e rappresenta una voce non trascurabile dell’esportazione nazionale.
Comunque, Varga, come la Bulgaria, s’aggiorna e punta grosso sul turismo; anzi, fa di più; aspira a diventare la città del cinema. Infatti, ogni tanto – che ti pare Roma -ti scontri per strada coni riflettori, camere da ripresa, ciak e fanciulle ottocentesche che portano a spasso,sul pavé, altissimi stivaletti di vernice.
Chi s’aspettava una Varna cine-città? È quanto basta per finire in bellezza.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 5.9.67

18) VIAGGIO NELLA VICINA ASlA DOVE TUTTO HA UNA DIMENSIONE CHE GLI OCCIDENTALI NON COMPRENDONO
SMIRNE ERA GIÀ MOLTO VECCHIA QUANDO DA NOI INIZIAVA LA VITA

Smirne, settembre

A Smirne comincia la dimensione Asia,una dimensione nella quale il numero perde il suo valore e, per meglio dire, perde il “nostro” valore, cioè il valore che il numero ha nella cultura occidentale per cui cento anni sono tanti e centomila persone sono molte. Smirne ha circa cinquemila anni di vita e quattrocentomila abitanti. Ciò significa che, quando Roma cominciava ad essere un villaggetto sul Tevere, Smirne aveva già, oltre duemila anni di storia e prima che qualche nuraghe sorgesse in Sardegna, Smirne esisteva da più di dieci o quindici secoli, e per raggiungere la popolazione e le dimensioni attuali di Smirne occorrerebbe riunire quattro città come Sassari.
Qui, nella dimensione Asia, il numero dei secoli o quello degli abitanti non ha proprio nessun valore e specialmente quando il cielo e il sole della grande estate folgorano la città, l’uomo, nuovo ogni volta, riprende il suo rapporto diretto con il cielo e con il sole, alla ricerca dell’ombra, sotto i pergolati e le tende del bazar, al rezzo dei cortili e nella quieta dei caffè. La sera livella Smirne all’Occidente con le luci al neon, i riflettori con le gelatine gialle come ad Atene e a Roma per illuminare i ruderi, ma, al mattino, Smirne ha solo la faccia asiatica per la quale i suoi cinquemila anni di vita e i quattrocentomila abitanti sono un aggettivo irrilevante.
Di giorno, poi, non ci sono turisti; se li portano via tutti Bergama, una cittadina di trentamila abitanti, erede dell’antica Pergamo e custode delle sue rovine. Efeso con i suoi incomparabili richiami mariani e Mileto, stracarica di illustri pietre elleniche. Di giorno, la città è di chi la sa capire, sonnolento villaggione asiatico che si distende nella baia come un grosso cane pezzato che dorme acciambellato al sole. È davvero così: Smirne è una ciambella bianca e bruna al sole, intorno ad un mare che il soffio del melten riempie di scintillanti riflessi metallici e di trasparenze verdissime.
A nord della baia lunata, biancheggiano Karsiyaka, Alaybey, Naldoken e, più ad Oriente, Bayrakli. È qui che sorse la primissima Smirne nel terzo millennio avanti Cristo, qui gli archeologi dell’Università di Ankara hanno messo in luce un aggregato urbano contemporaneo al primo strato di Troia. Roba da capogiro, per chi ancora sente il reale fascino del passato e non lo strumentalizza in funzione di una cattedra universitaria o di un richiamo turistico. Nella dimensione Asia, le leggende valgono assai più della verità e fa davvero un certo senso sentirsi dire che su questa terra ha camminato Omero.
Al di là di Bayrakli, attraverso Salhane e la stazione di Alsancak, si è presto a Smirne-centro. La città lambisce pacata il mare e poi s’ammonticchia, a sud-est, densa di case e casette, su per le pendici del piccolo Pago, dominate dai torrioni della fortezza bizantina e dai due sottili minareti della moschea della Kadifekale.
Ma la maggiore attrazione di Smirne non è lontana dal porto. Basta qualche minuto di taxi o,meglio ancora, una mezz’oretta a piedi per godersi senza riserve il Gran Bazar.
Un vero Bazar, senza ingressi monumentali, senza quadri indicatori al neon e scritte in inglese, come quello di Istambul, Soprattutto un bazar casareccio, con l’autentico disordine orientale, senza richiami per il forestiero che qui è totalmente ignorato. A Smirne è altrettanto facile che a Istambul trovare gente che parli francese, inglese o italiano; in qualunque caffè è assai probabile trovare gente di casa nostra e sentire chiacchierare in veneto o in genovese e dovunque pagare in dollari, lire o franchi.
Dovunque, ma al Gran Bazar no davvero. Al bazar si parla turco, la mercé è turca, per i turchi, e se vuoi qualcosa, devi acquistare roba turca o farti capire a cenni come un sordomuto. In complesso, si possono comperare a cuor sicuro stupende pietre dure, incise, senza correre i rischi di Istambul dove su dieci pietre almeno otto sono false.
Qui si entra veramente nell’intimità della vita domestica degli strati più bassi del popolo; c’è il cassone nuziale, ricoperto di lamiera d’ottone che pare oro e ornato sino alla nausea e di borchie, c’è la biancheria intima delle signore – non molto attraente per la verità – ci sono gli oggetti, anche i più personali, della vita casalinga e, naturalmente, dolci, spezie, profumi, ed erbe aromatiche.
II bazar è una vera città, con strade grandi e piccole, piazze e viuzze, fontane e caffè. Quante strade? nessuno, credo, potrebbe dirlo con precisione: il forestiero si regola col sole e con le cupole della grande moschea che è al centro, per non smarrirsi e spesso, però, nonostante le precauzioni, rifà tre volte lo stesso percorso. Ma non ci perde niente lo stesso, a Smirne il tempo conta poco e al Gran Bazar ancora meno: Smirne non è Istambul, vera metropoli occidentale con una strada tutta banche che pare Londra, una città universitaria da fare invidia a Roma o a Parigi ed una stazione di vaporetti più grande di tutte quelle di Venezia messe insieme. Smirne, almeno in parte, è ancora la Turchia delle stampe ottocentesche.
Per lo meno nel Bazar, il solo posto dove pergolati e tendoni proteggono dal sole, come in un qualunque suk arabo, e l’unico mezze di comunicazione rapido è la tipica carrozzella tutta ottoni lucidi come le cassette dei lustrascarpe, con il cavallino fresco di brusca e striglia e parco di biada, coperto di fiocchi, di gale e finimenti a specchio.
Il Bazar ha preceduto secoli la psicologia dei grandi magazzini e le divisioni in reparti: i Lafayette non erano neppure in mente Dei quando qui si aprivano già i reparti casalinghi, confezioni, passamanerie, dolciumi; mancavano, naturalmente, gli elettrodomestici e, se è per questo, non ci sono neppure adesso. La Smirne degli elettrodomestici, dei transistori, dei giradischi è già verso il porto, assieme a quella degli alberghi spettacolari, delle agenzie di viaggio con la pubblicità delle linee aeree svedesi e della Costa Azzurra.
Roma vista dovunque, a casa nostra e fuori, e che non dice nulla. Per questa Smirne ci si può rivolgere a chiunque, specie ai giovani, che ne sono orgogliosi – e, certamente, come Turchi, hanno ragione – ma se si vuol vedere qualcosa che non si vede di consueto, è meglio andare alla ricerca della Smirne del narghilè, dei barconi crociati e degli ambulanti coi carrettini, pasticceria, calzoleria, gioielIeria, gelateria, bar, rivendita di cartoline e perfino di rosari musulmani.
Non si può dire che il Turco non sia assuefatto a dimensioni grandiose: Le vestigia del suo passato remoto classico e bizantino e quelle del suo passato prossimo ottomano lo abituano sin dalla infanzia a moduli fiori dal comune, eppure la misura del mondo personale non supera quelli del tappeto da preghiera. Quello che il Turco sente veramente suo deve essere piccolo: così si spiegano i carrettini tutto fare, minuscoli e stracarichi, piccoli cuscini per sedere, i corti sofà per dormire, etc. Il resto, il grandioso, appartiene alla comunità come le moschee, o ai potenti scomparsi – dei quali si ricorda solo la paura che facevano – come i palazzoni da mille e una notte- e i giardini da favola.
Smirne è una delle capitali di quella civiltà del narghilè che va dall’Algeria all’India. A Istambul, il narghilè perde terreno di giorno in giorno sopraffatto dalla sigaretta, a Smirne il narghilè trionfa ancora, espressione di una gente saggia che ha trasformato il vizio del fumo in una contemplazione filosofica. Chi potrà mai eguagliare la saggezza musulmana e comprendere tutte le sue sottili, imprevedibili risorse?
Il musulmano sa trasformare un vizio in meditazione e non trova alcuna irriverenza nell’aver trasformato il tasbih, il rosario nato per glorificare 33, 66 o 99 volte gli epiteti di Allah, in un passatempo che le parole incrociate o gli anelli rompicapo che gli orafi turchi vendono come souvenir locale.
Immense risorse della gente smirniota, orientale di giorno, occidentale di sera quando per le vie si accendono i richiami dei nights e sempre pronta a prendere la vita come viene, nella ricchezza o nella miseria, perché sa che, alla fine, una cosa vale l’altra.
Quante miglia ci separano dalla frontiera russa? Non molte, ma tra l’mpegno russo di vivere e la gioia turca di vivere passano milioni di anni luce. Ed il bello è che ognuno può scegliere quello che preferisce.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 9.9.1967

19) SMIRNE HA RINUNCIATO A STUPIRSI PER LE SORPRESE DEI SUOI MILLE CONTRASTI FRA LAMPADE DI ALADINO E MACCHINE ELETTRONICHE

Izmir, settembre

Quando il mondo era piccolo e la Grecia, ancora ai tempi di Bi ganzi o, era la misura di tutte le cose, questo massicio rettangolo d’Asia turca che si abbarbica all’Europa, separato appena appena dal filino di mare che corre tra il Bosforo e i Dardanelli si chiamava Anatolia. Un nome superbo che voleva dire dove si leva il sole. Poi il mondo conosciuto crebbe in grandezza e in cattiveria e fu il Giappone a ereditare quel nome ed ora che il mondo non ha più nulla da crescere, per lo meno in grandezza, quel titolo, come tutti i titoli, ha perduto ogni importanza.
L’Anatolia, pero, è rimasta sempre la stessa: un miscuglio di venti milioni di abitanti discendendi da indigeni e invasori che non sono mai riusciti a fondersi e hanno sempre cercato di sopraffarsi l’uno con l’altro. Basterebbe pensare alla sorte degli Armeni, una delle stirpi più civili di tutta l’Asia Minore che non è mai riuscita a ritrovare l’unità e l’indipendenza e che, tra il 1895 ed il 1896, tanto per non andare troppo lontano nel tempo, è stata quasi del tutto massacrata. E fosse stato solo quello: chi ne vuol sapere qualcosa di più si rilegga “I quaranta giorni del Musa Dag” di Franz Werfel e avrà bene di che inorridire. Oggi, l’Armenia se la sono divisa in tre fra la Turchia, Urss ed Iran, e quando i grandi sono d’accordo non c’è più problema; tutt’al più c’è il problema solo spirituale, di qualche milione d’Armeni. Ma quando mai i problemi di pochi contano contro la volontà di molti? Le Cecoslovacchie, nel corso della storia, sono accidenti quotidiani!
L’Anatolia ha, tuttavia, per lo meno d’estate, una grande valvola di sicurezza: il caldo bestiale. Un caldo che istupidisce, annulla, e, finché questo dura, nessuno farà mai una rivoluzione.
Anche qui a Smirne uscire dall’albergo, che pure è a due paesi dal mare, vuoi dire aver la sensazione di essere avvolti tra fogli di stagnola arroventata, di sentirsi risucchiare l’acqua dai tessuti e di entrare in una nuova dimensione non più del tutto umana, ma metà di foglia secca, troppo pesante per potersi sollevare nell’aria, e metà di corpo cosciente, ma senza volontà, che rinuncia a tutto per sopravvivere e bere.
Questa è Smirne in un mattino d’agosto, l’unica Smirne uguale per tutto, perché, per il resto, di Smirne ce ne sono tante. C’è quella turistica della Ataturk Caddessi e de Gazi Bulvari, degli alberghi con l»aria condizionata, dei consolati e delle agenzie aeree e di navigazione, e quella del vecchio porto, zeppo di battelli in legno con il cassero alto e il ponte falcato come nelle copertine dei libri di Salgari. C’è perfino la Smirne degli avanzi archeologici, che, per dire la verità, qui non sono molto considerati. si può dire davvero che ad ogni passo c’è una Smirne differente. Qualcosa di definitivo è certo rimasto di tante civiltà che sono passate su questo bitorzolo d’Asia che non si vuol del tutto dimenticare di aver fatto parte dell’Europa fino al quaternario, che, geologicamente, vuoi dire ieri o tutt’al più avant’ieri. Quel qualcosa che è rimasto, soprattutto qui a Smirne, è un individualismo che neppure il fatalismo islamico, l’annientamento israelitico dell’uomo dinanzi alla divinità o le sottigliezze del cristianesimo greco sono riusciti a domare. Perciò ogni smirniota, povero o ricco, di Konak, Alsancak o Basmahane – i quartieri del centro – o di Bayrakli, di Kasiyaka o di uno degli altri tanti posti dai nomi difficili che punteggiano il grande arco che costituisce l’azzurrissima baia di Smirne, si sente anzitutto se stesso con idee, diritti e convinzioni sue che ama e difende e, se non ci credete, andate a vedere ed a sentire soprattutto nel grande Bazar quando la gente litiga. Il Bazar, orgoglio di tutta l’Asia Miniare, è una Smirne con un centinaio di strade che, intersecandosi e dividendosi e frammezzandosi, sembrano infinite, con centinaia, di persone che, andando di qua e di là, avanti e indietro, sembrano migliaia. Il Bazar di Smirne è il regno dell’assurdo: mangia-dischi con le ultime novità italiane e venditori di cassoni nuziali in cedro ornato d’ottone, come quando la sposa velata traversava per settimane il deserto a dorso di cammello, apparecchi eletrronici e lampadine come quelle di Aladino.
A Smirne nulla può stupire e, d’altra parte, la gente è assai poco disposta a stupirsi.
Solo io sono riuscito a far stupire il portiere del mio albergo – eppure Dio solo sa a quante e quali domande sono abituati a rispondere i portieri d’albergo. Se gli avessi chiesto una coppia o un gregge di ballerine nude, l’indirizzo di una fumeria di hascisc o cose del genere non avrebbe battuto ciglio; invece sobbalzò quando gli chiesi dove avrei potuto vedere tessere un tappeto, in una casa, ben in teso, non in una fabbrica.
“Do you look for a wear of carpets? Mi ripetè due volte, forse credendo di non aver capito la domanda e solo alla mia conferma cominciò a rassegnarsi. Diamine, è tutta una vita che mi dò da fare sui tappeti sardi, che, secondo me, almeno in parte, discendono o sono imparentati con questi dell’Anatolia, e immaginiamoci se mollo la preda: sono a Smirne, la terra dei tappeti – da oltre un secolo l’Europa è invasa da tappeti di Smirne – e non rinuncio a vedere l’autentica tessitura di un tappeto.
E infatti – a cosa non riesce la potenza del dollaro unita a quella di un portiere d’albergo? – al pomeriggio una Consul nera, guida-interna – la meno adatta che si possa immaginare per l’estate anatolica, ma la più soddisfacente per il busto beycale della direzione dello hotel – mi scarrozza, con grande logorio di balestre e consumo d’olio, verso stradette polverose e tanto familiari che mi pare d’attraversare il Sulcis.
Dopo un’ora o poco meno di questa giostra, avviene il miracolo: sono davanti ad un telaio verticale – tutti i telai orientali, a differenza dei nostri, sono verticali – sul quale è teso un tappeto, finito solo a metà, in una casetta fresca e pulita che ha un profumo tra i dolci turchi e il basilico nostrano. Sono in piena Turchia asiatica, ma la casa è quella di un greco ed è lui, il greco, proprio lui,uno degli ultimi tessitori di tappeti di Smlrne, un greco che parla turco ed è di religione cristiana, proprio così!
Le cose sono andate a questo modo: Smirne da secoli ha prodotto stupendi tappeti che l’Europa cominciò ad apprezzare assai prima che nel XVII secolo cominciasse a comparire i primi tappeti persiani, e cosi sino ai primi del Novecento. Avvenne anche che furono i Greci, da secoli abitanti in Turchia, a divenire i più bravi tessitori di tappeti di Smirne e di tutta l’Anatolia. Ma nel 1922, dopo la vittoria sui Greci, la Turchia – la brutalità del vincitore si chiama nel linguaggio delle cancellerie con tanti nomi: purezza della razza, sovranità del popolo, difesa dell’orgoglio nazionale, ma sempre brutalità è – in nome di una di queste formule diplomatiche, buttò fuori qualcosa come due milioni di Greci che vivevano e lavoravano in Anatolia da generazioni e generazioni.
Solo qualcuno riuscì a sfuggire: il padre del mio ospite fu uno di questi pochissimi,
Quella cacciata fu anche un’arma a doppio taglio, perché da allora,e d è passato quasi mezzo secolo, la Turchia ha perduto il primato dell’artigianato del tappeto. La mia cocciutaggine ed un portiere d’albergo mi hanno però condotto dove ancora un tappeto di Smirne è un vero tappeto di Smirne. Non so quanto costi, non l’ho chiesto neppure, tanto sapevo che non me lo sarei potuto permettere: quello che mi interessava era vederlo nascere.
La cosa è più semplice di quanto non si creda: tra i bastoni orizzontali che chiudono in basso e in alto il telaio sono tirati i fili d’ordito. II bordo inferiore era già fatto ed ora su quella balza andava crescendo il vero centro del tappeto, con il famoso sistema dei nodi. Il tappeto orientai e, infatti, non è come il nostro, una sorta di ricamo, ma tante sequenze di nodi – i nodi celebri sono il “ghiordes” e il “senneh” – che si alternano a sequenza di tessuto non annodato. Il tessitore – far tappeti è, o era almeno, mestiere più di uomini che di donne – con un pettine che qui è di legno, ma in Iran è di ferro – spinge i nodi verso il tessuto non annodato, fino a che fa tutt’uno con esso e poi riprende, sempre a mano, a far nodi, quindi a tessere un tratto non a nodi e cosi via, fino a che il tappeto è concluso con una bella frangia.
Ma un tappeto non termina così; vi è l’ultima operazione, quella che gli dà la caratteristica inconfondibile del manufatto orientale, la tosatura. Ogni nodo è tagliato, con una forbice speciale, in modo che la superficie del tappeto si muta in una specie di velluto alto due o tre centimetri, uniforme e inconfondibile. Solo qualche raro tipo di tappeto, detto Kilim, mantiene i nodi intatti. Nodo a nodo, tessuto a tessuto, cosi lavora il mio ospite che parla molto ma, ahimè, mezzo in turco e mezzo in greco. Per fortuna i gesti sono internazionali, e l’autista, che è curdo, sa il turco ed anche un sommario inglese col quale riesco a farmi chiarire quello che non riesco a ottenere coi gesti.
Un turco-greco, un curdo che parla inglese e un sardo che cerca in Anatolia le origini dei tappeti della sua isola. Il mondo è solo fatto di uomini, il resto non conta. Greco, turco e sardo si ritrovano uomini nella comunità del sorriso e della cortesia, mentre si beve un caffè, uno di quei famosi ma terribili caffè turchi con la fanghiglia nera in fondo alla tazza.
E fino a che si fa così, nel mondo c’è ancora un filo di speranza, anche se fuori, ci sono 38 gradi e i giornali danno pessime notizie.
Francesco Alziator
L’unione Sarda, 1.9.1968

20) VIAGGIO NEL MEDITERRANEO DAL MAROCCO A BARCELLONA. MEDIOEVO E DUEMILA DIVISI DA UN MARE

Barcellona, settembre

Ricordo di aver letto, una volta, nei “Saggi”di Montaigne, un’affermazione che mi ha molto impressionato. Citando a memoria, posso anche aver cambiato qualche parola, ma il senso è comunque intatto: “Nei miei viaggi” non so bene quello che cerco, ma so bene quello che fuggo”. Ebbene, anch’io so esattamente quello che fuggo: il Marocco.
È bello lasciarsi alle spalle questo stranissimo e incoerente paese che non convince in nulla.
A sbarcare a Casablanca, ti trovi una falsa America di mezzi grattacieli, lungo le linee ferroviarie, una falsa Francia di stazioncine come in Provenza o nelle Bocche del Rodano, nei grandi ristoranti una specie di aria di Chez Maxim con le scritte in arabo e il cibo condito per palati africani. Solo la grande piazza Djeama el-Fua di Marrakech, con i suoi venditori di acqua e gli incantatori di serpenti, sopravvive alla sofisticazione e puzza ancora di escrementi di cammello, odora di foglie di menta per il té e di cuoio fresco, nell’ombra dei mercati coperti.
Il Marocco non convince perché è sempre una massiccia contraddizione o, per lo meno, così appare a noi europei. Da un lato, la spinta tumultuosa verso un Marocco cibernetico, dall’altro un ristagnare di medioevo d’Oriente, con intrighi e corruzioni di palazzo che son sempre intrighi e corruzioni ancha se intessuti al microfono, trasmessi per radio e messi in atto con l’aiuto dei jets. Per di più c’è una classe di intellettuali che, come succede in tutte le nazioni di espansione – il Marocco innegabilmente lo è – funziona da ufficio propaganda col culto della storia e fa delle diverse dinastie degli Almoadi, dei Saadi, degli Alaniti una sorta di civilizzatori del mondo. Peccato che questi studiosi non scendano a particolari, per esempio, su Mulai Ismai, il cui vanto era quello di aver ucciso personalmente circa quarantamila persone e di aver posseduto altrettanti schiavi e che abbiano dimenticato le abominevoli gesta della soldataglia marocchina in Italia durante la seconda guerra mondiale!
Per questo è bello lasciarsi alle spalle il Marocco e ritornare in questa Europa che, se è pur vero che è carica di difetti e di colpe, è anche pur vero che, finalmente,se ne è resa conto. Con l’ultimo sole di luglio ho lasciato il Mediterraneo,col primo sole d’agosto, l’Europa, Sul Mediterraneo sfumavano le mura di pietra bruna del castello moresco di Jarifa, sullo sfondo di Pietra Marroquí, sull’Oceano il lungo incatesimo bianco di Lisbona, con il suo alternarsi di verde e di pietra, lungo le rive del Tago, sino alle meraviglie manueline del convento dei Jerónimos, della torre di Belén e a quell’affollato monumento ai navigatori che, non brutto in sé, messo invece dove è messo, sembra l’incastro di fragola in un gelato di panna. E poi il ponte, l’immenso ponte, orgoglio di tutto il Portogallo – uno dei più grandi ponti del mondo – che ha innestato a Lisbona, sull’estrema terra europea, un brandello di Brooklin.
Col ponte e la sua aria made in Usa, i Lisboeti hanno scoperto il gusto dei grattacieli e i grattacieli fanno ormai corona alla vecchia città in un’audace periferia di cemento armato che sfida l’intera storia cittadina. La storia di Lisbona, infatti, come si sa, è una storia di movimenti tellurici e anche quest’anno, a gennaio, c’è stato il consueto terremoto. Ma poiché non ogni male viene per nuocere, è anche vero che in conseguenza di un terremoto, quello disastroso del 1755, il marchese di Pombal, che fu sicuramente uno dei più grandi uomini di stato europei del suo tempo, fece ricostruire la città, con un piano regolatore al quale collaborarono i migliori architetti del paese, proiettandola cosi bene nel futuro da permettere a Lisbona di diventare poi una delle più belle capitali europee. Nonostante il ponte, i grattacieli, la metro- politana e una periferia industriale sulla riva sinistra del Tago, Lisbona è una città ferma all’epoca delle tettoie ferroviarie in vetro e ferro, dei camerieri in marsina, dei balconi in ghisa fusa e dei lampioni a grappolo. In sostanza, l’Avenida da Libertade è ancora cosi come ai tempi dei romanzi di Eça de Queiroz. Mutare questa Li sbona, o per lo meno il suo cuore antico che batte tra Praça do Rossio e Praça do Comercio e ha per vene i binari di incredibili trams gialli, piccoli, rumorosi, come solo si rivedono nelle fotografie della gioventù dei nonni, sarebbe come colpirla con un terremoto peggiore di quello del 1755.
Ad esser sinceri, questa è una Lisbona superata, che scolorisce ogni anno di più, che è sempre meno pulita e meno curata, una città anacronistica e illogica, come sono anacronistici e assurdi la dittatura, il colonialismo, il militarismo e il nazionalismo. Vi è una differenza capitale, però; l’anacronismo di una Lisbona che giuoca a far la Parigi di mezzo secolo fa o che ti ricrea al Museo delle Carrozze l’aria del maneggio viennese della Scuola Spagnola, non fa male a nessuno, anzi, è un piacevole, fantastico ritrovare il passato, mentre per tutto il resto…
Il benvenuto, al ritorno nel Mediterraneo, me l’ha dato la nebbia, una nebbia settentrionale e pesante che s’è divorata Gibilterra, inghiottito il Peñon e tutto il resto e, per ore e ore di navigazione, la sola sensazione che faceva capire di non essere più in Atlantico erano le onde divenute piccole e svelte. Poi, tra fumi e sole, che ti sembra d’approdare a Genova, scopri Barcellona con Badalona che ti pare Sampiedarena, con il cimitero marino di Montjuich, dove i morti guardano il mare, come nei cimiteri liguri, messi li forse per un atavico persistere di credenze nell’inconscio, rimasto dai tempi nei quali l’idea dell’aldilà era quella di una nebbiosa isola da raggiungere con i battelli. Se Lisbona è, per cosi dire, 1910 – ogni città, come un vino di marca, è un anno, l’an no che più la ha caratterizzta – Barcellona è l’avvenire.
Barcellona è sempre una città da scoprire, un mondo destinato ad essere incompreso dai contemporanei: quando nacque l’ensanche, con un piano regolatore che ha percorso di più di mezzo secolo le necessità del traffico di una metropoli di due milioni di abitanti, il piano fu giudicato un’assurdità. Quando Antonio Gaudi cominciò a parlare, in architettura, un linguaggio nuovo in tutti i sensi e a lavare, pietra su pietra, gli stupori della Sagrada Familia, fu giudicato un pazzo.
La Barcellona di oggi non può essere capita dalle incessanti mandrie di turisti che la invadono di giorno e di notte. II turista medio, sempre in ritardo con i tempi, va in Spagna in forza dell’ultimo residuo di romanticismo, filtrato magari attraverso un’arietta della Carmen, un vecchio calendario con andaluse dagli occhi neri, dal grande pettine di tartaruga e le danze, i canti, e tutta la paccottiglia della letteratura di terz’ordine.
Non dico con questo che la vera Barcellona sia quella di quel respingente grattacielo che, con la sua massa grigia e il suo tettuccio di cemento, s’è accampato nel bel mezzo della città a sconvolgere tutto il paesaggio, Barcellona è una grande carta puntata sull’avvenire. II gusto trionfalistico spagnolo la chiama la Ciudad condal nel ricordo – troppo stinto ormai – dei suoi conti medioevali. In realtà, Barcellona è una città dove ancora si crede veramente in qualcosa,
È una fiducia costruita sul solido, poiché Barcellona ha tutto, a cominciare da una lingua sua. Quanti sanno che una delle più convincenti letterature di questo secolo, con nomi di risonanza mondiale, come Verdaguer, Maragall, Espriu, d’0rs etc. è scritta in catalano?
Ricordo, quest’inverno, un convegno a Macomer dove si tentava, con tutti i mezzi di ridare vitalità alla lingua sarda. Qualcuno fece osservare un fatto elementare e cioè che una lingua vive se è sostenuta da una fede, se tende ad una meta e se possiede una letteratura viva. Il catalano è la migliore riprova di tutto ciò. A Barcellona anche le persone meno colte conoscono i poeti catalani e non ci si deve meravigliare se il tassista o il giornalaio cita versi di Joan Maragall, non fosse altro la “Sardana”. I Barcellonesi sanno che la loro lingua è una grande arma e lo sanno bene anche gli altri. L’amore dei Barcellonesi per tutto ciò che è catalano non è un nazionalismo anacronistico, anzi, se mai, è un’ipoteca per l’Europa di domani, perché non è il nazionalismo delle conquiste o delle dottrine a senso unico. Una gente che innalza un monumento a un ballo non può avere un nazionalismo pericoloso. Ho visto monumenti di tutte le taglie, belli e brutti; in genere si tratta di sovrani a cavallo, cupi pensatori assorbiti in sforzi incomprensibili o donne senza vestiti, simboli della libertà, del progresso, della vita eterna e così via. Ho perfino visto il monumento del Maneken-Pis di Bruxelles, che non si può dire che non sia singolare, però non avevo mai vasto un monumento a un ballo. Bisogna venire quassù, su questo verdissimo colle di Montjuich che, manco a farlo apposta, ha perpetuato nei secoli dei secoli, nella Spagna antisemita, un ricordo ebraico – Montjuich infatti vuol dire monte dei Giudei – per vedere il monumento dedicato a una danza.
“La Sardana es la dansa més bella de totes les danses que es fan i es desfan”. Così ha scritto per questo ballo Joan Maragall, stesso che in una memorabile ode alla Spagna, cercò di scuotere l’orgoglio castigliano dal culto del passato: “Troppo pensavi al tuo onore – e troppo poco alla vita… – le tue feste erano i funerali. – Oh triste Spagna!… – dentro le vene, il sangue è vita – per quelli di oggi, e quelli di domani, – versato è morte…”
I catalani hanno capito il messaggio del loro grande poeta. Per questo a Barcellona hanno innalzato un monumento alla sardana, una danza dove tutti in cerchio per godere, non in fila per marciare verso assurde glorie.
Francesco Alziator
L’UNIONE SARDA, 10.9.1972

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FESTIVITÀ E SAGRE NELLA PROVINCIA DI ORISTANO di Luigi Spanu

10 Marzo 2015 Commenti chiusi

Dopo la pubblicazione sulle sagre e le feste popolari nei Comuni delle Province di Cagliari e Nuoro, ho rivolto l’attenzione a quelle dei Comuni compresi nella nuova provincia di Oristano. Ho fatto una ricerca su giornali, testi e su internet, verificandone alcune anche sul campo. Quindi, ho provveduto alla stesura di un lavoro che ho corredato di illustrazioni, alcune delle quali risalgono a tempi un po’ lontani Questo studio servirà ai turisti (moltissimi soprattutto nei mesi estivi, nei quali è concentrata la maggior parte delle sagre) e agli isolani che, attraverso lo studio-guida, potranno seguire meglio le locali manifestazioni religiose e profane, alcune delle quali si svolgono nello stesso giorno ed in località diverse e lontane fra loro.
La maggior parte delle sagre oristanesi, che il tempo non ne ha cancellato il fascino, sono conosciute perché hanno una lunga tradizione, soprattutto la Sartiglia (tuttora studiata dagli etnografi), la processione degli scalzi di Cabras e l’Ardia di S. Costantino di Sedilo. Purtroppo, la pressante azione della civiltà consumistica ne ha fatto scomparire diverse; ecco perché ritengo necessaria questa pubblicazione, in modo da fissarne la storia e i programmi; di festività e sagre, però, ne sono sorte delle altre, come quella della “Polenta veneta”, di scena ad Arborea.
Le Comunità paesane sentono sempre la necessità di incontrarsi per divertirsi. Non c’è Comune nella Provincia di Oristano che non festeggi un proprio santo protettore con manifestazioni popolari che richiamano schiere di fedeli, di curiosi e di turisti. Le sagre, che fanno rivivere le tradizioni popolari vecchie di secoli, sono occasione di incontri, di mercato e ricordano appuntamenti e scadenze della vita agricola, oppure avvenimenti storici e significativi miracoli. I fedeli accorrono ai santuari e alle chiesette campestri per chiedere l’intercessione dal Cielo affinché si abbia una buona annata agraria: ringraziare per il buon raccolto o per una guarigione ottenuta, o per impetrare una grazia.
Nei Comuni della Provincia di Oristano, la stagione delle feste ha inizio già nei primi giorni dell’anno: si ricordano i due santi del fuoco, Sant’Antonio e San Sebastiano, con i quali prende il via il ciclo del carnevale. Una grande quantità delle feste popolari si concentrano da aprile a settembre, con un’appendice nel mese di ottobre, periodo in cui gli agricoltori sono maggiormente impegnati nei lavori dei campi. Nel mese di novembre, le sagre diminuiscono di numero, mentre nell’ultimo mese dell’anno, prima della grande festa religiosa del Natale (che si svolge in tutte te contrade della Provincia), si celebrano quelle per Santa Barbara, patrona dei minatori, e per Santa Lucia, patrona dei ciechi.
Numerose le manifestazioni che si svolgono nel lungo periodo del carnevale, che vede non solo il capoluogo oristanese, in prima fila, per la Sartiglia; anche in piccoli centri si organizzano sfilate di carri allegorici lungo le strade dell’abitato, dando così un grande richiamo alla vita economico-sociale dei vari paesi. Con le sagre, nel cui ambito vi sono gruppi folkloristici e “cantadores” che allietano la folla con le loro esibizioni, si muove anche la schiera degli ambulanti. Costoro installano le bancarelle (is paradas) accanto alle chiese e nei luoghi di festa, dando la possibilità ai presentì di gustare le specialità della cucina sarda: dall’arrosto dei muggini e delle anguille a quelli dei maialetti, dei capretti e degli agnelli, dai piatti caratteristici locali alla frutta fresca e secca, alle verdure e ai dolci sardi; in tale occasione, si vendono anche giocattoli per i bambini, utensili agricoli e casalinghi. Molto spesso, in prossimità dei luoghi di festa, sosta in parco dei divertimenti, con giostre e circo equestre.
Per meglio conoscere ed apprezzare le manifestazioni popolari che si svolgono nel corso dell’anno, nella provincia di Oristano segue un’elencazione calendariale con l’indicazione delle località in cui si tengono le sagre e le feste popolari in questione.
GENNAIO: In tutta la Provincia, in particolare ad Abbasanta, Ales, Gonnostramatza, Milis, Nugheddu Santa Vittoria, Ollastra Simaxis, Oristano e Paulilatino, si organizzano canti propiziatori con il precipuo scopo di ottenere buoni raccolti e migliori fortune per tutti gli abitanti dei vari paesi. S.Antonio Abate viene festeggiato in quasi tutti i Comuni con feste religiose e fuochi in piazza (“sas tuvas” o “su fogarone”).
Ad Abbasanta c’è la “Mostra del dolce” (“Sa pannischedda”) e distribuzione di “sapa”. San Sebastiano, assai venerato e festeggiato in diversi centri, anche con falò in piazza.
FEBBRAIO: Carnevale a Fordongianus, Ghilarza, Marrubiu, Oristano, Paulilatino, Terralba e Santulussurgiu: a questi centri si sono aggiunti, in questi ultimi anni, altri centri, o paesi: si fanno grandi stilate in costume e a cavallo, balli e canti in piazza, corse mascherate, distribuzione di frittelle, malvasia e vernaccia, carri allegorici e processo al re del carnevale. Sartiglia ad Oristano con giostra equestre. Cerimoniale propiziatore e corse a pariglie; sartìglietta dei bambini con i cavalli di canna.
MARZO: In questo mese, tempo di Quaresima, nessuna sagra. Può capitare che la Pasqua cada alla fine di marzo, pertanto la Settimana Santa con tutti gli appuntamenti si svolgono nel mese di marzo.
APRILE: S. Francesco di Paola a Solarussa; S. Antioco a Neoneli; San Giorgio a Baressa e a Milis; San Marco ad Ollastra Simaxis (con la Fiera del Bestiame bovino ed equino); Sant’Imbenia a Cuglieri.
SETTIMANA SANTA ad Oristano, Santa Giusta, Ghilarza, Terralba e in altri centri, con messe e processioni quaresimali, Via Crucis per le vie cittadine e rievocazione spettacolare de “Su Scravamentu”.
MAGGIO: Sant’Antioco ad Albagiara, Neoneli, Palmas Arborea E Scano Montiferro; San Michele a Ghilarza; Madonna di Zurbara (o Zuralba) a Marrubiu; Santa Vittoria a Scano Mqntiferro; Madonna delle Grazie a Ollastra Simaxis e a Solarussa; Sant’Isidoro ad Assolo, Paulilatino, Samugheo, Villaurbana e Allai; Santa Caterina a Pittinuri (Cuglierì); Santa Giusta a Santa Giusta; Spirito Santo ad Allai; S. Bernardino a Mogoro; S. Margherita a Baradili; S.Caterina da Siena a da Padova a Sant’antonio Ruinas, Cabras e Zeddiani; Madonna di Paulis a Zuri; Sacro Narbolia; S. Maria a Cabras.
GIUGNO: S.Leonardo a Santulussurgiu; S.Antonio Cuore a Samugheo; S.Basilio a Morgongiori; Santa Sofia a San Vero Milis; San Giovanni Battista a Cuglieri, Ghilarza, Mogorella, Norbello, Nuraghi, Tramatza e Zerfauu; S.S. Pietro e Paolo ad Assolo, Neoneli, Solarussa E Terralba.
LUGLIO:o Madonna della Gloriosa a Masullas; Madonna della Rosa a Seneghe, S.Costantino a Sedilo; Ollastra Simaxis E Paulilatino; San Palmerio a Ghilarza; San Quirico ad Ardauli e Norbello; S. Giuditta a Norbello; Madonna del Carmine a Cuglieri E Santulussurgiu; Santa Margherita a Baradili, San Nicolo’ D’arcidano e Villaurbana; Santa Maria Maddalena a Morgongiori, Paulilatino; Soddí; Tramatza e Ula Tirso; San Valentino a Nuraxinieddu; San Giacomo a Nugheddu Santa Vittoria; San Martino a Riola Sardo; Fiera del Tappeto a Mogoro.
AGOSTO: Sant’Antioco a Ghilarza; San Francesco d’Assisi a Villanovatruscheddu; San Salvatore a Cabras; San Gabriele a Neoneli; Santa Lucia a Siamanna; Madonna della Neve a Cuglieri e Desulo; Trasfigurazione di Nostro Signore a Zerfaliu; San Lorenzo a Boroneddu; Assunzione di Maria Vergine in diversi Comuni della Provincia; San Lussorio a Santulussurgiu; Sant’Agostino ad Abbasanta e Nurachi; San Giovanni decollato a Nurachi; San Giovanni del Sinis a Cabras; San Raimondo Nonnato a Seneghe; San Ciríaco a Terralba.
SETTEMBRE: Madonna di Bonaria a Marceddì (Terralba); San Basilio a Samugheo; San Crispo a Villaurbana; Nostra Signora delle Grazie a Cuglieri e a Tiria (Palmas Arborea); Madonna del Rimedio ad Oristano, Donigala Fenugheddu e Allai; San Nicola di Bari a San Vero Milis; S.S. Cosma e Damiano ad Aradauli; Sagra di Santa Croce ad Oristano; San Michele Arcangelo a San Vero Milis; Santa Maria di Bonacatu a Bonarcado; San Gemiliano a Villanova Truscheddu; Mostra dell’Artigianato del Mandrolisai a Samugheo. OTTOBRE: San Daniele ad Asuni e Gonnoscodina; Santa Reparata ad Albagiara, Narbolia e Usellus; San Gregorio a Solarussa.
NOVEMBRE: San Teodoro a Paulilatino; Santa Caterina ad Abbasanta; San Didaco a Santulussurgiu. DICEMBRE: Santa Lucia in molti centri e Natale in tutti i Comuni della Provincia.
Sardegna Magazine, maggio 2008

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Notte italiana – Italia night (2004) Il professor Luigi Spanu ha parlato dei costumi sardi –

10 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Il 7 ottobre scorso, nella sala “Karl W. AnatoI” della biblioteca dell’università di Long Beach in California, il professor Luigi Spanu di Cagliari ha partecipato alla serata “Notte italiana – Italian Night” con una dissertazione sui “Costumi sardi: Usi e costumi della Sardegna”, organizzato dal Centro George L. Graziadio per gli Studi d’Italiano dell’università di Long Beach.
Dopo l’introduzione fatta dalla professoressa Clorinda Donato coordinatrice e docente del dipartimento d’italiano relativa alla nascita del centro e del programma di italiano, la professoressa Teresa Fiore, incaricata del progetto Studi Italiani, ha presentato il programma “Passato, presente e futuro” del programma di B.A. di italiano appena istituito presso codesta università.

Si è passati così alla parte dedicata alla Sardegna. Dopo una breve introduzione geografica, storica e sociale dell’Isola fatta dalla figlia del prof. Spanu, questi ha quindi parlato della storia e della formazione dei costumi sardi durante i secoli. II prof. Luigi Spanu è passato ad illustrare le immagini riguardanti i costumi mettendone in evidenza quelli di una trentina dei paesi delle quattro province sarde. Tra le quali, piace ricordare, quelli di Cagliari, Assemini, Busachi, Oristano, Ploaghe, Nuora, Orgosolo, Ollolai, Sennori, Cabras, Mamoiada. Dopo la dissertazione, che ha riscosso un ampio consenso, i partecipanti all’incontro, in prevalenza studenti di italiano, hanno potuto gustare alcune pietanze della gastronomia sarda: pane carasau, bottarga, pecorino sardo e pabassine.
Luisa Spanu – Rivista dell’Università di Log Beach

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ANNI DI INSEGNAMENTO DELLA LINGUA SPAGNOLA – TERZA ETA’ DI CAGLIARI di Luigi Spanu

10 Febbraio 2015 Commenti chiusi

Ho iniziato ad insegnare all’Università della Terza Età di Cagliari quattordici anni fa, quando la sede era ancora in via Mercato Vecchio, chiamato dal dinamico e ottimo presidente, l’On. Giuseppe Tocco, che la guida tuttora magnificamente e magistralmente. Sono contento di aver passato questi lunghi anni con discenti anziani. La loro vicinanza mi ha arricchito immensamente e credo di aver dato loro qualcosa di mio.
L’attività studentesca dei discenti di spagnolo nel corso di questi quattordici anni di lavoro, è stata intensissima ed interessantissima; alcuni studenti, che iniziarono il primo corso nel 1980, continuano tuttora a seguirli nel lavoro di perfezionamento della lingua nei diversi punti di vista: letterario, sociologico, filosofico e di vita quotidiana. Altri si sono aggiunti in questi ultimi anni ed hanno ingrossato le fila dei parlanti in spagnolo.
Il primo corso è sempre numeroso e frequentatissimo. Tra i fedelissimi ricordo i signori Fadda, Caddeo, Giardini, Cogoni, Cuccù, Dadea, Cois, Lepore e dott. Cuomo. Mi scuso con gli altri non nominati, ma è come se gli avessi ricordati tutti. Oltre allo studio della lingua e alla conversazione, a fine corso gli studenti presentano un loro lavoro che viene letto o recitato nel corso di un piccolo spettacolo accademico. E previsto anche un viaggio d’istruzione in Spagna, che serve per verificare sul campo quanto appreso durante i corsi. Alcuni anni fa è stato presentato a tutti i soci dell’Università, uno spettacolo teatrale in lingua spagnola, di Federico Garcia Lorca, manifestazione che ha ottenuto enorme successo.
Altri anni il saggio finale ha visto la lettura di poesie o di brani di autori spagnoli o di rime composte dagli stessi studenti. Per quanto si riferisce ai corsi, si può dire che gli alunni si sono sempre distinti per applicazione, impegno, studio e costanza nelle frequenze.
A mio riguardo posso dire che ho iniziato quando ero ancora giovane, con molti anni d’insegnamento nelle scuole della provincia; ma l’insegnamento ad anziani mi è servito per crescere con loro, poiché le lezioni sono state anche incontri di vita culturale e sociale, poiché si è parlato anche della loro vita, dei loro luoghi e della loro attività. Abbiamo seguito anche un corso di letteratura spagnola, presentando autori e argomenti della Spagna antica e moderna. Per le lezioni a tutti i soci dell’Università ho presentato argomenti di letteratura spagnola, autori e vita spagnola, letteratura sarda e altri argomenti, seguiti dall’intero corpo studentesco della Terza età con grande attenzione. Termino col dire che l’Università della Terza Età deve molto al presidente, l’on. Giuseppe Tocco, il quale segue con grande intelligenza e amore l’intera attività: organizza lezioni, dispone argomenti, chiama i migliori specialisti nelle diverse discipline.
Luigi Spanu, Rivista terza età, anno 1994

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RACCOLTA DI TRADIZIONI SARDE – CARLO BRUNDO . articolo di Luigi Spanu

9 Dicembre 2014 Commenti chiusi

Recentemente, l’”Artigianarte Editrice” ha dato alle stampe un bel volume di Albino Lepori, intitolato “Carlo Brundo – Raccolta di tradizioni sarde”. Ci sembra opportuno dare brevi notizie su Carlo Brundu, avvocato e scrittore vissuto nell’Ottocento, autore di numerose e prestigiose pubblicazioni e del quale pochi si ricordano; bene ha fatto, quindi, il nostro Albino Lepori a pubblicare una parte dei lavori del Brundu, frutto della feconda e frenetica attività letteraria di un benemerito della cultura sarda.
Carlo Brundo, giornalista, romanziere e novelliere, saggista e valente avvocato del foro cagliaritano, nacque a Cagliari nel 1834. Iniziò l’attività letteraria nel 1869 con alcuni racconti pubblicati nella tipografia Timon di Cagliari. Seguirono molti altri lavori di pregevole fattura; nel 1871, diede alle stampe un saggio su “Cagliari antica e moderna” e, due anni più tardi, pubblicò una raccolta di sette racconti, opera che Albino Lepori ripropone con il volume di cui trattiamo. Dalla penna del Brundo uscirono, poi, quasi a getto continuo, novelle, romanzi, saggi biografici e critici. Dal 1882 al 1893, pubblicò “Lucrezia Montanina”, “Le nozze di Vitaliano”, “II romanzo di una montanara” e diversi saggi storici, tra cui “L’Alcaide di Lonzone”, “La rotta di Macomer” e “Una congiura in Cagliari”. Nel contempo, non trascurò mai di collaborare a diversi periodici e a riviste letterarie.
La pregevole raccolta delle tradizioni sarde in questione ha la sua fonte ispiratrice nelle “Novelle esemplari“ (1613) dello spagnolo Miguel Cervantes Saavedra (1547-1616), uno dei più grandi e famosi letterati della letteratura mondiale. Infatti, alla maniera di Cervantes, anche nei racconti di Carlo Brundo (e riproposti da Albino Lepori) si muovono caratteristici personaggi popolari; per averne conferma, basterà leggere: “Il pellegrino”, “Una vendetta spagnola”, “La nave impietrita”, “Bedas”, “Diego e Maria, “L’ospitalità” e “L’elice di Seleni”.
Nella prefazione del bel libro che il Lepori ha dato alle stampe, si legge: “Si è molto, e spesso, parlato delle nostre tradizioni, ma nessuno, ch’io sappia, vi ha posto diligenza nel raccoglierle e amore nel divulgarle”.
Concordiamo pienamente con quanto ha affermato Albino Lepori: troppo spesso, mettiamo nel cassetto del dimenticatoio i nostri antenati che tanto hanno fatto per la crescita sociale ed umana del popolo sardo.
Lo scrittore Carlo Brundu morì all’età di 70 anni, il 5 giugno del 1904.
Diamo merito ad Albino Lepori per aver liberato dalla polvere degli archivi (per farceli conoscere) i lavori di un letterato sardo che non meritava davvero di essere totalmente dimenticato.
Carlo Brundo, “Raccolta di tradizioni sarde”, a cura di Albino Lepori, Artigianarte editrice, Cagliari 2003, euro 15
Luigi Spanu, Sardegna magazine, novembre 2003

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Cagliari nell’inferno del ’43 – Nel cinquantenario dei bombardamenti aerei su Cagliari. di Luigi Spanu

6 Dicembre 2014 Commenti chiusi

Lo scopo di questo articolo è di presentare le catastrofiche giornate del febbraio 1943 nel cinquantenario degli avvenimenti. I segni evidenti di quella immane tragedia non riescono a cancellare quel dramma che sconvolse la città di Cagliari. Basta osservare attentamente le colon¬ne dei portici lungo la via Roma, i muri di parecchie case dei quartieri della Marina, di Castello e di Stampace e in parecchi altri luoghi.
Le azioni militari e i bombardamenti su Cagliari ebbero inizio subito dopo lo scoppio del conflitto mondiale e sin dal 10 giugno del 1940 la città vive¬va l’incubo degli allarmi e dei bombardamenti. Nei primi mesi del ’40 gli aerei nemici, soprattutto francesi, avevano preso di mira le postazioni militari: l’aeroporto di Elmas, San Bartolomeo, il porto, ma solo casualmente erano stati colpiti edifici civili in città.
Quasi tutte le notti, per tre anni, dal ’40 al ’43, i cagliaritani venivano svegliati dalle sirene degli allarmi; per fortuna però si era sempre trattato di falsi allarmi e perciò si erano abituati a convivere con questa triste abitudine, oramai quasi nessuno dava più importanza a quel lugubre sibilo delle sirene.La vita era stata, in quegli anni, molto triste e le difficoltà economiche avevano costretto i cittadini a molti sacrifici. Tutte le merci erano sparite dai negozi: mancavano i tessuti di qualsiasi tipo, le scarpe e ogni altro tipo di vestiario. Non esistevano più collegamenti navali con la penisola e la Sardegna, priva di industria, si trovò senza merci di alcun genere. I generi alimentari di prima necessità erano tesserati e potevano essere acquistati solo dopo file estenuanti che duravano due o tre ore. Il latte, l’olio, il pane corrispondevano, ogni giorno, ad una fila di almeno un’ora. L’inverno del ’42-43 fu abbastanza rigido e piovoso e fare la fila, di mattina per il pane, di sera per il latte di pecora e una volta alla settimana, il venerdì, per l’olio, comportava almeno tre ore al giorno di intemperie sopportate con infinita pazienza.
Non esistendo più in commercio scarpe di pelle, i sandali, costruiti artigianalmente con strisce di pelle vecchia riciclata, erano l’unica difesa ai poveri piedi. Altro grosso problema era il pane. La razione giornaliera prevista dal tesseramento era di un panino a testa (100 gr.). La vita in città, intanto, andava spegnendosi. Non si trovava più un solo negozio aperto e chi voleva trovare da man¬giare doveva spostarsi in bicicletta sino ai paesi del vicino Campidano. Anche in questi paesi, però, non era facile trovare qualcosa. Si erano creati dei punti di vendita nelle case di alcuni privati che, come si diceva allora, vendevano a «sa martinica» sottobanco e a prezzi altissimi. I rivenditori abusivi (is martinicheris) divennero in pochi giorni ricchissimi però permisero ai pochi cagliaritani rimasti in città di poter sopravvivere in quel drammatiche giornate.
La prima incursione degli aerei americani sul capoluogo ebbe luogo il 17 febbraio 1943. Fu la prima giornata triste che sconvolse tutti gli animi. L’attacco aereo durò una mezz’ora provocando una immane tragedia. Cessata quella furia, ci si volle rendere conto di quanto era accaduto. Chi a spalle, chi con altri mezzi di fortuna trasportava dei feriti all’Ospedale Civile. Si seppe che molti uomini, donne e bambini che si trovavano ammassati davano al rifugio di Santa Restituta, in attesa di entrarvi, erano stati falciati da proiettili di mitragli e da schegge di piccole bombe Per terra giacevano molte persone, alcune erano già esanime, altre invocavano aiuto.
Intanto giungevano notizie di altre vittime in diversi luoghi della città e di parecchie case colpite e danneggiate e voci sempre più allarmanti sui danni subiti dagli altri centri dell’Isola. A Gonnosfanadiga era stata colpita, tra l’altro, un scuola elementare e centinai erano i bambini morti e feriti. Spezzonamenti a San Gavino, a Iglesias, a Sassari e mitragliamenti aerei su moltissimi altri centri. A partire da quel giorno, la vita dei cagliaritani divenne ancora più misera e affannata. Si rimaneva nel rifugio il più a lungo possibile e si usciva solo per trovare un po’ di cibo o per trasferire dalle abitazioni un po’ di masserizie, coperte soprattutto. Qualcuno aveva portato dei tavoloni di legno che, sollevati dal terreno con delle pietre, potevano servire di giorno come sedili e di notte come giaciglio che, anche se duro, era meno freddo della nuda terra.
Dopo quel primo giorno di lutto e di morte, i successivi passarono nella tristezza e nella paura di altre incursioni più violente. Arrivò, purtroppo, quel terribile bombardamento del venerdì 26 febbraio. La giornata era iniziata all’insegna del bel tempo e il sole tiepido annunciava l’arrivo della primavera. Verso la fine della mattinata ci fu il solito allarme, l’urlo delle sirene non aveva impaurito più di tanto. Improvvisamente, invece, l’aria fu squassata da improvvise esplosioni e subito dopo, assieme al rombo degli aerei, un odore pesante, di polvere, rese difficile respirare. Il panico si impadronì di tutti noi, fu un fuggi fuggi generale, una corsa disperata verso i rifugi. La paura non dava modo ai più forti di aiutare gli anziani, i vecchi e i bambini restavano indietro e qualcuno inciampava o cadeva bocconi sulle strade, sfinito. I più coraggiosi, finito l’allarme, erano usciti per controllare i danni subiti dalla città durante il bombardamento; la maggior parte, invece, aveva preferito trascorrere la notte al riparo e solo alla mattina del sabato, quando tutto sembrava oramai tranquillo, parecchie famiglie ebbero il coraggio di tornare nelle rispettive abitazioni.
Quella notte nessuno dormì, del resto sarebbe stato impossibile, perché il rumore dei camions militari e delle sirene era continuo. Di tanto in tanto rientrava qualche coraggioso che portava le ultime notizie dall’esterno. «Hanno colpito il porto e due navi stanno bruciando» diceva uno, e subito dopo: «la Marina è stata colpita e stanno scavando per togliere i morti da sotto le macerie rincarava un altro.
Alcune improvvise esplosioni non precedute dal fischio delle sirene dell’allarme preoccuparono ancora di più e si restò a lungo col fiato sospeso. Le notizie si intrecciavano e spesso si contraddicevano e tutto ciò faceva aumentare il panico e la confusione. Per fortuna in città esistevano numerosi rifugi, grotte naturali che costellavano tutta la parte collinare della città vecchia e di Castello. I più frequentati erano quelli di via Portoscalas, che aveva offerto riparo agli abitanti del Corso Vittorio Emanuele, quello della grotta Marcello, in Piazza Jenne, e quelli in cemento armato, costruiti dentro il Porto, di fronte alla darsena, che avevano ospitato sia i militari, sia i civili accorsi dalle strade vicine. Gli abitanti di Bonaria avevano trovato ricovero nelle grotte che si aprono sotto il colle e le grotte del giardino pubblico avevano accolto gli abitanti di Villanova. Purtroppo, però, ci furono molti morti e tanti feriti. La sorpresa aveva contribuito a peggiorare il danno causato da quel primo bombardamento.
Per tutta la giornata i camions militari avevano proseguito nel loro andirivieni; passavano carichi di macerie e di tanto in tanto si udivano le sirene delle auto che portavano i feriti all’ospedale. Nessun allarme aereo interruppe il lavoro di quel giorno e la sera, dopo una lunga discussione, i nostri genitori decisero di rischiare e di stare a dormire a casa. Sebbene il giorno dopo fosse l’ultimo del mese di febbraio, splendeva un sole primaverile e faceva piuttosto caldo per quella stagione. Il cielo era terso e non lasciava intravvedere una nuvola. Questo poteva essere invitante per un bombardamento. Non fu suonato neppure l’allarme, non si fece a tempo. Fu questione di attimi; molte famiglie, come pure la mia, furono colte di sorpresa nelle loro abitazioni. Era infatti iniziato il tremendo bombardamento della domenica 28 febbraio; data indimenticabile per tutti quei cagliaritani che vissero quei momenti. Il bombardamento continuava implacabile. Si sentivano in continuazione i fischi delle bombe e pochi attimi dopo forti esplosioni e boati che indicavano l’abbattimento di palazzi, chiese e monumenti. Si era in mezzo ad un vortice di fuoco e di morte, che da un momento all’altro poteva travolgere tutti.
Il bombardamento continuava e assieme ai forti boati e alle esplosioni violente si sentiva il rumore degli aerei che faceva supporre che fossero tanti e che avessero l’intento di continuare ininterrottamente il loro lavoro di distruzione. Dopo più di un’ora di quel continuo e infernale sconquasso, che sembrò un’eternità, tutto si calmò. Come improvvisa¬mente aveva iniziato così improvvisamente cessò. Si aspettò con ansia di udire il segnale di cessato allarme, ma non si sentì nulla.
Si pensò, allora, che l’incursione aerea avesse avuto un attimo di sosta e che avrebbe ripreso quanto prima. Si aveva paura di muoversi, e così si stette per altri lunghissimi minuti in attesa di eventi. Non accadde altro. Gli aerei nemici si erano allontanati definitivamente, lasciandosi dietro un mare di rovine e un’infinità di morti. Il primo di marzo, finalmente la fuga. Sì, una fuga triste, dolorosa ma necessaria. Non c’era però la possibilità della partenza immediata per due motivi, primo perché non si poteva raggiungere in quattro e quattr’otto la stazione ferroviaria delle Complementari, comunemente chiamata «Ferrovie Secondarie», poco distante dal porto; secondo perché non si sapeva se la stazione e le sue strutture avessero subito danni tali da poter essere utilizzate. Inoltre la città era calata in un profondo silenzio e non aveva neppure la forza di trattenere i suoi figli che l’abbandonavano al suo destino.
Dopo aver percorso il lungo viale, passammo sotto la torre dell’Elefante, e poi percorremmo la via Università. Anche qui palazzi distrutti, muri cadenti o lesionati, e montagne di pietra sulle strade da superare e diverse case pericolanti da evitare. Pochissimi edifici rimasti illesi. Dell’antico Teatro Civico, che durante le stagioni sinfoniche e teatrali era sempre strapieno della migliore società cagliaritana, restava solo la struttura esterna, come è tuttora.
Anche il nuovissimo teatro di Viale Regina Margherita, il Politeama, distrutto interamente da un pauroso incendio di alcuni mesi prima, era un ammasso di macerie. Il Bastione di Saint Remy, alla destra del Teatro Civico, costruito all’inizio del secolo, si presentò ai nostri occhi quasi distrutto. La «Porta dei Leoni», passaggio obbligato dalla città bassa al quartiere alto, aveva resistito e così la potemmo superare. Continuammo per il Viale Regina Margherita, dopo aver lasciato alle nostre spalle la Piazza Martiri. Non si vedevano che macerie e voragini nonché rivoli d’acqua che fuoriuscivano dalle condutture saltate.
L’albergo della «Scala di Ferro» con le sue mura merlate, uno dei migliori di allora, fu colpito in varie parti. Svoltammo, poi, l’angolo che immetteva nell’ultimo tratto del viale e scorgemmo il porto illuminato a giorno dal grosso incendio delle navi alla fonda e fummo pervasi da un acre odore di fu¬mo e da una enorme nuvola che si elevava fino al cielo. I locali della Manifattura Tabacchi, alla sinistra del viale, un ex convento di cappuccini nei secoli precedenti, formavano una montagna di macerie e molti alberi del viale erano sradicati e qualche altro spezzato in due, come se fosse stato reciso da una sega elettrica. Terminammo di percorrere il lungo viale e incominciammo quello di viale Bonaria. Le basse costruzioni ai due lati erano danneggiati. A fatica facemmo l’ultimo tratto fino alla stazione, che nella parte esterna non aveva subito danni al contra dell’edificio interno che dava al viale Armando Diaz era fortemente lesionato. La ex Satas ove oggi sorge il palazzo delle Assicurazioni Venezia, era completamente distrutto, molte carrozze automobilistiche sventrate e contorte. Uno spettacolo veramente allucinante. Stremati più dalla fatica del lungo cammino che dal peso dei bagagli, giungemmo alla meta. Avevamo portato poche robe e alcuni vestiti, dato che non ci era stato possibile caricare quanto sarebbe stato necessario per una lunga lontananza. Solo quando si fosse avuta l’occasione, si sarebbe provveduto al trasporto del suppellettili.
Durante il trasferimento dal rifugio alla stazione notammo solo desolazione. Il tragitto molto più lungo e difficile del previsto. Ci dovemmo fermare diverse volte per spostare qualche masso che ostacolava il mostro passo. Giungemmo così alla stazione che erano quasi le sei. Ci rallegrammo nel vedere che i vagoni erano sul binari di partenza. Molti posti erano già occupati e questo ci fece comprendere che coloro che ci avevano preceduto, avevano bivaccato tutta la notte per essere sicuri di partire e allontanarsi da Cagliari. Salimmo nell’ultimo vagone, perché venimmo informati che non si doveva cambiare carrozza per raggiungere la stazione di Serri, dove saremmo dovuti scendere. Il convoglio, infatti, avrebbe fatto scalo a Mandas e qui si sarebbe diviso in due: una parte avrebbe continuato per Isili, Laconi e Sorgono passando per Serri, men¬tre l’altra per Nurri, Lanusei ed Arbatax.
I sedili erano di legno e scomodi, le carrozze sconquassate e molto vecchie, ma quello non era né il momento, né l’occasione per farci caso. Mio padre era molto stanco e madido di sudore per la grande fatica; per lui il tragitto era stato veramente massacrante e simile alla salita del Monte Calvario. L’attesa era spasmodica perché si temeva che arrivassero gli aerei americani per completare il loro massacro. Diversi passeggeri si addormentarono, forse anche loro esausti della lunga attesa, altri mostravano nei loro visi la paura e l’angoscia nel raccontare le loro disavventure. Ci fu chi raccontò di non aver ritrovato la propria casa nel rientrare dopo il bombardamento. I volti dei passeggeri erano segnati dalle sofferenze e dalla fame, dal timore e dal terrore di venire colti dagli improvvisi ululi della sirena e dai fischi delle bombe.
Tante persone non toccavano cibo da più di due giorni per non aver trovato nulla da mettere sotto i denti, altre, più fortunate, conservavano qualche tozzo di pane duro e lo nascondevano agli altri per non essere costretti a dividerlo. In tali frangenti l’uomo diventa perfino egoista. Finalmente arrivò l’alba, un’alba diversa da molte altre: quella che ci portava la certezza della partenza e quindi l’allontanamento da quel luogo desolato. Le ultime ore sembravano più lunghe del solito, mentre nelle nostre menti passavano, come un carosello d’immagini, le ore d’inferno delle precedenti giornate a ricordarci il dolore e la sofferenza. Intanto tutti i vagoni si erano riempiti e risultavano già stracarichi. In quelle fetide carrozze ferroviarie i passeggeri erano stipati eppure ne arrivavano altri. Sembravano tante formiche che, costrette a nascondersi per un forte ed improvviso temporale, riprendevano il lavoro interrotto e continuavano la ricerca del mangime per il loro normale sostentamento. Così apparivano quelle persone, che, dopo una tremenda notte passata nei disagiati rifugi, si affrettavano a cercare mezzi di trasporto per allontanarsi da quel luogo che ormai non offriva alcuna sicurezza e in cui non vi era possibilità di vita.
L’ora della partenza era trascorsa da alcuni minuti la gente chiedeva con insistenza il perché di quel ritardo. Molti passeggeri protestarono e inscenarono una pacifica dimostrazione. Parecchie persone, salite nell’interno dei vagoni dai finestrini e sui tetti delle carrozze, venivano sollecitati a scendere, perché era pericoloso viaggiare in quelle condizioni. Dopo lunghe discussioni e l’assicurazione che un altro treno sarebbe partito, la situazione si normalizzò. Si udì il fischio della locomotiva e il convoglio si mosse lentamente e con lo stesso passo superò il recinto della stazione. La linea ferroviaria non aveva subito danni, sebbene diverse bombe fossero cadute nelle vicinanze e lungo il recinto del Camposanto.
Dai finestrini potemmo dare uno sguardo al Cimitero Monumentale sotto il Colle di Bonaria. Vedemmo diverse tombe scoperchiate, monumenti sepolcrali distrutti e cancelli divelti. Intanto il convoglio, col solito passo, raggiunse la via Dante e lasciò scorgere a sinistra le macerie della Chiesa paleocristiana di San Saturno e a destra, oltre la piazza, oggi denominata Piazza Repubblica, il nuovo Palazzo di Giustizia colpiti in diverse parti. Quella visione di distruzione continuò fino all’apparire della campagna. La prima stazione raggiunta fu quella di Monserrato, una frazione poco distante da Cagliari, e poi quelle di Settimo, Donori e Dolianova. Quel terrbile anno 1943 fortunatamente passò, ma non ebbero termine le sofferenze. L’anno successivo non si prospettava migliore; persisteva la guerra, la fame e la miseria, ma si era fiduciosi in una pronta ripresa anche se lenta.
A Cagliari la vita riprendeva lentamente anche se perduravano tante incognite. Multi cittadini rientrarono alle loro case, mentre altri sarebbero rientrali non appena avessero avuto la possibilità di trovare una abitazione. Incominciò subito la ricostruzione, seppure lenta e contrastata da diverse contingenze. Erano giunte, intanto, le truppe americane che portavano i generi di prima necessità, e non scomparvero in un primo tempo le tessere annonarie, poiché rimaneva l’incertezza economica e continuava la vendita sotto banco (la borsa nera) di molti generi alimentari.
La nostra vita riprese normale, anche se la guerra continuò per un altro anno causando sofferenze e lutti a milioni di italiani. L’alacrità e l’amore dei cagliaritani per la loro città superò ancora una volta l’odio dell’uomo. Certo la ricostruzione fu lenta e difficile, ma qualche cosa dell’antico vigore era rimasto ed oggi, a distanza di cinquant’anni, sulle rovine, si leva una nuova realtà che è sicura speranza per gli anni futuri e che mi rende felice.
LUIGI SPANU, in Sanluri notizie, 15 gennaio 1993

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AL TEMPO DEGLI “HIDALGOS”dì Roberto Cuccureddu -La fisionomia della nostra città durante il XVII secolo in un corposo volume di Luigi Spanu: “Cagliari nel Seicento”

25 Novembre 2014 Commenti chiusi

Scavando in tutte le direzioni, il libro illustra tutte le componenti del capoluogo isolano:urbanistica, toponomastica, istituzioni, religione, economia, gremì, confraternite,scuole, arti, feste, giochi, abbigliamento, gastronomia, ecc.
Un’indagine scrupolosa che, pur non ignorandone gli aspetti negativi, evidenzia la vitalità
del capoluogo isolano in quel periodo
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A Cagliari il 17 gennaio 1652 non è una giornata come le altre. Stando al racconto lasciatoci dal cappuccino Giorgio Aleo, di buon mattino, numerosi popolani, particolarmente eccitati, si dirigono verso il Castello per inscenare una protesta sotto il palazzo reale. Molti sono armati di bastoni e pietre. Originata dalla mancanza di viveri, conseguente al cattivo raccolto dell’anno precedente e la serrata dei negozianti, i quali si rifiutano di accettare la moneta spicciola, in larga misura falsificata, l’agitazione è contro la monarchia spagnola, ma punta a colpire i responsabili del malgoverno. I manifestanti, infatti, avanzano gridando «Morte ai governanti e viva il re».
Giunti davanti alla dimora, che ospita il viceré, la plebaglia prende a sassate la finestra e usa i bastoni per demolire le persiane. Si tenta di penetrare nel palazzo reale, ma l’assalto fallisce in seguito alla decisa reazione dei militari che lo presidiano. Tuttavia, facendo buon viso a cattivo gioco, il viceré, Pedro Martinez Rubiò, si vede costretto ad affacciarsi e promettere immediati interventi per ristabilire l’approvvigionamento dei generi alimentari e stroncare la serrata.
Poche parole che convincono i dimostranti a desistere. Ma, qualche tempo dopo, il potere reagisce con violenza: tutti i capoccia vengono arrestati e giustiziati. L’assolutismo non ammette ribellioni di questo tipo.La singolare notizia è una tra le mille offerteci dal volume “Cagliari nel Seicento” di Luigi Spanu (Edizioni Castello) che ricostruisce puntigliosamente le vicende della nostra città durante il XVII secolo, assetto urbanistico, toponomastica, istituzioni, economia, gremi, confraternite, scuole, arti, religione, feste, giochi, abbigliamento, gastronomia, ecc. Dunque, un libro-enciclopedia che, scavando in ogni direzione, evidenzia tutte le componenti, comprese quelle minori, della vita cagliaritana nel siglo de oro.
Ciò non infirma, però, la sostanziale validità dell’opera che riscatta il Seicento cagliaritano dai pregiudizi negativi con cui è stato sempre liquidato. Come si sa, la propaganda del successivo periodo piemontese ha sparato a zero sulla dominazione spagnola in Sardegna, dipingendola come il peggiore dei mali. Un quadro fosco ripreso e rilanciato nei secoli XIX e XX da personaggi quali Giuseppe Manno, Giovanni Spano,Dionigi Scano, Riccardo Truffi e Antonio Marongiu. Per costoro, dal 1479 ai primi del Settecento – tanto dura la presenza spagnola nell’isola – soltanto tenebre ed arretratezza in tutti i campi.
Spanu confuta apertamente questa tesi e lo fa alla luce della pluriennale quanto approfondita ricerca compiuta a Cagliari (Archivio storico comunale ed Archivio di Stato), Barcellona, (Archivio Corona d’Aragona, Archivio comunale) e Madrid (Archivio centrale). Senza dire della lettura di tutti i testi, manoscritti e stampati, apparsi a Cagliari nel Seicento. Una montagna di materiali utilizzati per il volume in questione e dai quali si ricava l’idea che la stroncatura di quel secolo sia figlia di un’affrettata conoscenza della documentazione.
In effetti, proprio nel Seicento, quando diventa spagnola nel senso più pie¬no del termine, la Sardegna esce dalla sua tradizionale emarginazione e si apre all’Europa. Cagliari, per ovvie ragioni, è la località isolana che trae il maggiore vantaggio da questo clima.
Come si legge nel libro, a provarlo sono i documenti archivistici, le carte notarili, gli atti giudiziari ed i lavori a carattere letterario, storico e giuridico prodotti dagli intellettuali locali. Compulsando queste testimonianze si evince che nel Seicento il capoluogo isolano non vive chiuso in se stesso, oppresso dalla paura delle incursioni barbaresche, ma è una città vivace e creativa dove, oltre le numerosissime feste pubbliche (religiose e non), si tengono spettacoli di prosa, rappresentazioni drammatiche e accademie letterarie. Né più e né meno di quanto avviene nelle altre città spagnole di media grandezza. Un’attività chiaramente allineata con le mode e la mentalità che, tramite i galeoni, arrivano tra noi dalla penisola iberica.
Peraltro, nonostante il ferreo centralismo del potere, non manca una certa autonomia. Spanu la ritrova nel libero uso della parlata cagliaritana che coinvolge la massa, ma anche il clero e gli autori di drammi religiosi i quali scrivo¬no in dialetto per arrivare meglio all’animo dei fedeli. Spanu è manifestamente innamorato della materia trattata. Tuttavia, non trascura di evidenziare le negatività che nel XVII secolo fanno da contrappeso agli aspetti positivi: la bardatura del feudalesimo che soffoca l’economia; i continui contrasti tra i nobili; lo scarso valore di molti viceré; la serpeggiante disonestà nelle file della Reale Udienza (massima magistratura giudiziaria); il popolo condannato al più totale isolamento.
Ma, sotto il profilo urbanistico, qual è la fisionomia di Cagliari nel Seicento? La città per eccellenza è il Castello che esercita ancora un netto predominio sulle appendici di Stampace, Marina e Villanova; fanno corona tre sobborghi: Sant’Avendrace, San Bartolomeo e San Giuliano.
Nel 1610 mette piede in Sardegna il Visitatore reale Martin Carrillo che si trattiene nell’isola due anni per raccogliere notizie sul suo stato. Un attento osservatore che poi trasmette al sovrano le cose di cui è venuto a conoscenza. Nella sua relazione si legge che Cagliari, oltre a vantare un formidabile dispositivo difensivo (fortificazioni ed artiglieria), si presenta accogliente, economicamente sviluppata (particolar¬mente importanti le saline) ed è sede di intensi traffici marittimi.
Il Castello sorge su un colle di fronte al mare. La paternità della sua nascita spetta ai pisani che lo costruiscono a partire dai primi decenni del Due¬cento, con l’obiettivo di realizzare una rocca inespugnabile. Per questo, esclusi gli strapiombi naturali, l’intero perimetro del colle viene circondato con una cinta muraria intervallata da torri quadrate e circolari. All’inizio del XIV secolo, i toscani, in previsione dello sbarco aragonese, integrano il complesso con tre possenti baluardi che, da quel momento, caratterizzeranno la rocca: la Torre di San Pancrazio, a nord; la Torre del Leone e la Torre dell’Elefante, del versante sud.
Gli aragonesi ereditano questo apparato militare e si limitano, come si dice oggi, a gestirlo. Gli spagnoli provvedono, invece, a modernizzarlo affinché possa fronteggiare le neonate armi da fuoco: cannoni, colubrine, spingarde. Pertanto, nell’ultimo scorcio del Quattrocento, si comincia ad elevare giganteschi bastioni. Il lavoro s’intensifica nel secolo successivo che vede operare a Cagliari celebri architetti militari, quali Rocco Capellino ed i fratelli Giorgio ed Iacopo Palearo Fratino. La mole dei bastioni (San Pancrazio, Leona, Santa Croce, della Città, del Balice, dello Sperone, ecc.) conferisce alla rocca un aspetto sempre più arcigno. A fare le spese delle novità sono alcune cortine e torri minori pisane che vengono abbattute.
Nel Seicento si persiste in questo cri¬terio: al miglioramento dei bastioni si contrappone la demolizione di altre opere pisane. Le stesse torri maggiori (San Pancrazio, del Leone e dell’Elefante) subiscono un progressivo declassamento, in quanto ritenute strategicamente inutili, e vengono adibite ad al¬tri usi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nel bastione di San Pancrazio, in cima alla rocca, si crea un arsenale dove si fabbricano ordigni ed attrezzature guerresche.
Ad ogni modo, pur con l’accennata eliminazione di molte testimonianze pisane, nel XVII secolo il Castello rag¬giunge la punta massima della sua forza, tanto da essere considerato inespugnabile. Chi osasse attaccarlo avrebbe ben scarsa possibilità di successo.
All’interno della rocca un dedalo di vie strette e dall’andamento tortuoso. Ai bordi di ciascuna residenza patrizia, case borghesi e abitazioni popolari. Vi abitano nobili (molti di origine iberica), mercanti napoletani, siciliani, veneziani e soprattutto genovesi la cui intraprendenza incrementa i commerci. Ci sono anche numerosi sardi per i quali, sino ad un centinaio d’anni prima, il Castello è stato tabù; ma ora, finito l’apartheid, convivono tranquillamente con i discendenti dei conquistatori aragonesi ed i forestieri stanziati a vario titolo nel quartiere.
La toponomastica, già trasformata in epoca aragonese, sotto la Spagna muta ancora. Spanu si limita a citare le due strade principali: il Calle de los Caballeros ed il Calle Mayor, cioè le odierne via Canelles e via Lamarmora. A metà del primo si apre un ingresso laterale del Municipio il cui prospetto guarda sulla piazza antistante il Duomo. Nella parte alta, detta “Calabraga”, stazionano, da tempo immemorabile, le prostitute. Ma il Calle de los Caballeros è ricordato, innanzi tutto, per un evento criminale: il 16 luglio 1668 il viceré marchese di Camarassa viene ucciso a schioppettate mentre in carrozza percorre quella strada.
Calle Mayor, chiamato anche “Calle de los plateros” per le molte botteghe che vi s’incontrano, inizia dalla Torre del Leone, tocca la Plazuela (piazzetta Carlo Alberto), dove si trovano gli uffici pubblici, e termina nella Plaza Mayor (piazza Indipendenza).
L’edilizia privata del Castello si mantiene anche nel Seicento in tono minore. Peraltro, gli aristocratici s’ingegnano a scimmiottare le sontuose residenze iberiche facendo propri i nuovi stili – rinascimentale e barocco – che, attraverso la Spagna, penetrano nell’isola ed a Cagliari. Tra l’altro, i nobili non trascurano di sistemare sopra i porto¬ni lo stemma della loro casata. Di questi adattamenti, rimossi in larga misura nei se¬coli successivi, attualmente rimane appena qualche traccia. Tuttavia, fatta eccezione per qualche casa costruita in seguito, il volto dell’odierno Castello ricalca quello definitosi nel Seicento.
Il volume s’intrattiene anche sull’edilizia pubblica rappresentata in primo luogo dal palazzo regio che ospita i viceré e nel quale, in passato, hanno dimorato due sovrani aragonesi: Pietro IV (1354) ed Alfonso V (1421). Eretto nel 1337, l’edificio è stato ristrutturato più volte nei secoli XV e XVI. Altri interventi nel 1605, quando la residenza viene ampliata accorpando due case contigue al monastero di Santa Lucia. Poi, i lavori per rimediare ai disastrosi incendi del 1647, 1655 e 1658. Infine, gli ingrandimenti compiuti quando il XVII secolo volge al termine: scalone principale, cortile, fontane e locali per la guarnigione. Significativo il palazzo destinato a ricevere l’Università, istituita nel 1626, che viene edificato in Plaza Mayor.
Senz’altro ricca l’edilizia religiosa, con la costruzione di chiese e conventi che, ovviamente, riflettono i due stili artistici appena menzionati a proposito delle dimore patrizie. Per il gotico catalano, che ha contrassegnato il passato, dal 1326 a metà Cinquecento circa, non c’è più spazio.
Nel 1638, all’incrocio tra via Canelles ed il bastione di San Remy, sorgono un convento di Carmelitane e chiesa annessa: entrambi intitolati a Santa Caterina. Ventitré anni più tardi, di fronte all’omonimo bastione si costruiscono la chiesa di Santa Croce e l’attiguo monastero gesuitico dove avrà sede un fiorente collegio. Dopo il 1672, come prova un documento custodito nell’Archivio della Corona d’Aragona, si eleva la chiesa di San Giuseppe raccordata col convento-collegio dei padri Scolopi.
Il volume pone poi l’accento su grandi lavori che, in due riprese, modificano radicalmente l’assetto interno della Cattedrale. Edificato dai pisani nella seconda metà del Duecento, ingrandendo una precedente chiesa dedicata a Santa Maria, il Duomo viene ampliato dagli aragonesi i cui interventi non valgono, però, ad alterare la struttura primitiva. Ma, all’inizio del Seicento, l’arcivescovo Francesco d’Esquivel costruisce il coro, un nuovo presbiterio e, sotto quest’ultimo, la cripta che dovrà ricevere le urne con le spoglie dei martiri cagliaritani rinvenute nella necropoli di San Saturno chiamata Santuario dei Martiri. La cripta verrà inaugurata nel 1618.
La seconda ondata va dal 1669 al 1672. Progettate dall’architetto Francesco Solaro, le opere vengono eseguite da maestranze liguri agli ordini del maestro Domenico Spotorno. La città partecipa alle ingenti spese con 12 mila scudi. La navata centrale viene ampliata fino ad incrociarsi col transetto sopra il quale svetta una grande cupola; scompare il soffitto a capriate, sostituito da una volta a botte; si aprono nuove cappelle; il pulpito di Guglielmo, appartenuto al Duomo di Pisa e sino ad allora addossato ad una colonna, viene diviso in due parti e sistemato all’interno della facciata. La Cattedrale acquista così una cadenza barocca. All’esterno resiste l’originario prospetto romanico, risalente all’impianto pisano, che sarà demolito nel primo Settecento per fare posto ad una facciata barocca.
Gli elementi forniti da Spanu sul Castello sono tanto numerosi da rendere difficile il riassunto. Tuttavia, non possiamo tacere l’immagine complessiva della rocca che si ricava dalla costruzione di Spanu. Un ambiente quasi sempre senza sole e d’inverno oppresso dal vento che s’insinua in strade e vicoli. Nondimeno, la vita ferve: artigiani al lavoro nelle loro botteghe; casalinghe intente a sfaccendare; bambini che giocano; poveracci che chiedono l’elemosina; signore e signori altolocati, facilmente individuabili dall’abbigliamento; popolani cenciosi; cavalieri a cavallo; carrozze e portantine occupate da gente facoltosa. Un’esistenza dura quella dei castellani nel Seicento, fatta naturalmente eccezione per i ricchi che hanno mezzi finanziari e servitù. Per le classi inferiori è tutto complicato: basti pensare al pane fatto in casa, dopo aver macinato il grano per ottenere la farina. Lo stesso dicasi per l’acqua il cui rifornimento comporta una vera faticacela: chi non dispone di una sorgente nell’ambito della propria abitazione, deve recarsi con damigiane e brocche ad uno dei pozzi pubblici distribuiti nel quartiere: San Pancrazio, Santa Croce, Santa Lucia, Santa Caterina e nella Plazuela. Gli ultimi quattro – precisa Spanu – aperti nel XVII secolo.
Cortine e torri anche nell’appendice di Stampace, creatasi intorno alla seconda metà del Duecento sotto le mura che chiudono a occidente il Castello. Ma le une e le altre, risalenti all’epoca pisana, sono più basse e meno spesse di quelle della rocca. Partendo dalle mura della Marina, la cinta corre lungo le odierne via Azuni e via Ospedale, raggiunge la zona di San Guglielmo e si collega con le fortificazioni del Castello. Si entra nell’appendice attraverso Porta Stampace (all’inizio dell’odierna via Manno), la porta sotto la torre costruita da Grazia Alberti nel 1293 (dove oggi si trova l’Ospedale militare) e Po¬ta dei Cavoli (vicina al fosso di San Guglielmo). Peraltro, durante il Seicento gli spagnoli si disinteressano delle fortificazioni di Stampace che, infatti, prendono a decadere.
Cuore del quartiere è la piazza dell’Abbeveratoio (così detta per la presenza di una fontana riservata agli animali) o di Stampace, dove si tiene il mercato. La strada principale è via dell’Abbeveratoio che dalla piazza appena menzionata sale verso la parte alta dell’agglomerato. Perpendicolari a questa via, alcune strade minori: dall’alto verso il basso, s’arrugh’e su monti (via Ospedale), via San Paolo (Siotto Pintor), via Sant’Antoneddu (Carlo Buragna), via Santa Restituta, via Sant’Anna (Sant’Efisio), Vicus dels Mercaders (Farà), via San Giorgio (oggi inesistente) e via Santa Margherita.
L’appendice è abitata in prevalenza da gente del ceto popolare: artigiani, operai, ortolani, contadini. I sardi prevalgono, ma non mancano elementi provenienti da Spagna e Italia. Stampace è, dunque, un rione povero. Cionondimeno, vi si svolgono transazioni commerciali di una certa entità con i paesi isolani dell’interno e l’oltremare. La cosa non deve stupire in quanto, l’appendice ospita dal periodo pisano vari mercanti, come attesta quel Vicus dels Mercaders menzionato poc’anzi.
Il quartiere è completato da aggruppamenti di case fuori dalle mura: attorno alla chiesa di San Francesco, lungo la contrada dei Ferrai (segmento iniziale del corso Vittorio Emanuele) e verso la chiesa di San Bernardo (a metà della stessa strada). Numerose le chiese. In testa, quella di San Francesco, davanti alle mura meridionali e demolita a fine Ottocento ed il cui primo impianto risale al XIII secolo. In seguito, la chiesa, officiata dai Minori Conventuali, sarà integrata da strutture gotico-catalane, tra cui un bellissimo chiostro. Nel Cinquecento, il San Francesco consegue il massimo splendore e si arricchisce di magnifici retabli ed opere scultoree. Per il suo tramite, la lezione pittorica del gotico catalano, che arriva dalla penisola iberica, si introduce in tutta la Sardegna. Considerato un museo per le numerose quanto pregevoli opere d’arte, questo tempio rivestirà anche nel Seicento una posizione di eccezionale rilievo.
A Stampace ci sono poi le chiese di Sant’Efisio, Sant’Anna, San Giorgio, Santa Restituta e Santa Chiara, infine, la chiesa di San Michele, edificata sulla sommità di via dell’Abbeveratoio ed annessa al complesso (oggi Ospedale militare) nel quale ha sede il Noviziato dei Gesuiti. La sua costruzione, in stile barocco, risale all’ultimo Seicento.
In sintesi, un’appendice di basso profilo. Non diversa la condizione di Villanova che nasce quando il XIII secolo si avvia alla conclusione. Il quartiere, ubicato nell’area in leggera discesa che si estende ad oriente del Castello, è popolato in primo luogo da contadini i quali coltivano vigne, orti e frutteti. Non a caso, l’insediamento rifornisce la rocca di primizie. Accanto agli agricoltori, molti artigiani.
I pisani circondano l’appendice con mura e torri che, per altezza e robustezza, ricordano quelle di Stampace. Anche qui i varchi che assicurano l’entrata e l’uscita sono tre: Porta Cabanas (ad est, subito dopo la chiesa di San Cesello); Portico Romero (a metà circa del¬l’odierna via Garibaldi) e Porta Villanova (tra piazza Costituzione e piazza Martiri dei nostri giorni). Pozzi nel convento di San Domenico e Bonaria, a La Vega e nella zona detta Tristani. Strade lunghe, strette ed unite tra loro da numerosissimi vicoli. Le arterie principali sono via San Giacomo, via San Domenico, via San Giovanni e via Piccioni o Pixoni, dal nome di un illustre orafo attivo in quella zona nel Cinquecento.
Tranne l’ultima, le vie prendono il nome da chiese omonime. Quella dedicata a San Giacomo, in gotico catalano, risale al Quattrocento e racchiude alcune interessanti opere d’arte: un quadro di Joan Figuera (la “Vergine col bambino”), il gruppo scultoreo “della Pietà”, in terracotta policroma; un crocifisso ligneo scolpito tra Quattro e Cinquecento al quale si attribuiscono molti miracoli. Gotico-catalana anche la bellissima chiesa di San Domenico. A fine Cinquecento il complesso viene integrato dalla cappella rinascimentale dedicata alla Madonna del Rosario, opera dell’architetto cagliaritano Michele Barrai col quale collaborano, in qualità di scalpellini, il padre Giuseppe ed il fratello Gaspare. Unito alla chiesa un bellissimo chiostro con due bracci in gotico catalano, costruiti prima del 1493, e due bracci rinascimentali (ultimo Cinquecento). Purtroppo, la chiesa, il chiostro e l’annesso convento sono andati distrutti durante i bombardamenti del 1943. Senza dubbio più modesta la chiesa di San Giovanni, databile alla fase iniziale dell’appendice ma ristrutturata dopo il 1639, quando in essa trova sede l’Arciconfraternita della Solitudine.
Nel periodo esaminato dal volume, Villanova si dota di altri edifici religiosi: la chiesa di San Cesello, elevata a fine Seicento, ed in piazza San Giacomo gli oratori del Santo Cristo (1616) e delle Anime (1695). A levante, dopo le mura, aie, coltivazioni e case di campagna. Poi, nei pressi dell’odierna via Dante, la chiesa di San Lucifero, costruita nel 1660 per volere della Municipalità. Nato a Cagliari, Lucifero è stato anche vescovo della sua città. Facciata timidamente barocca, qualche bella tela e nella scala del presbiterio tanti azulejos (mattonelle di origine ispanica prodotte da una bottega locale).
A due passi la chiesa di San Saturno il cui primo impianto è del V secolo d.C; quindi, uno tra i più antichi monumenti religiosi della Sardegna. Nel 1089 il San Saturno viene donato dai giudici di Cagliari ai monaci Vittorini i quali lo ingrandiscono in forme romanico-provenzali. Durante il Seicento la necropoli attorno alla chiesa viene scavata ripetutamente con l’obiettivo di riportare alla luce le sacre spoglie dei martiri cagliaritani. Inoltre, nella seconda metà del secolo, l’arcivescovo cede la chiesa alla Congregazione dei medici e degli speziali che la intitola a Cosimo e Damiano, suoi santi protettori.
A poca distanza, e precisamente nell’attuale piazza antistante il cimitero di Bonaria, ecco la chiesa di San Bardilio (romanico pisana) alla quale è annesso un convento occupato, dopo il 1508, dai Padri Trinitari che vi restano sino alla costruzione del monastero di San Lucifero. Sul colle retrostante sorge il santuario intitolato dagli aragonesi a Nostra Signora della Mercede ed oggi comunemente chiamato Bonaria. Officiato dai Padri Mercedari, è famoso per la statua della Madonna trovata nella vicina spiaggia dentro una cassa. In sacrestia vari quadri di grande formato dovuti al pittore Domenico Conti che porta a temine il ciclo nel 1670.
Ad Oriente, sempre fuori dalle mura, negli anni Cinquanta del XVII secolo, viene aperta al culto la chiesa di San Benedetto, costruita impiegando l’ingente somma elargita dal benefattore Benedetto Nater. La facciata della chiesa, che ha una sola navata, è sormonta¬ta da alcuni merli. Al tempio è annesso un convento utilizzato dai Cappuccini come sede del loro noviziato. Un’altra chiesa, intitolata a San Mauro, sorge nel 1650 oltre le mura settentrionali dell’appendice; la officiano i Padri Minimi che occupano anche il convento. Tutta¬via, qualche anno dopo, chiesa e convento passano ai Minori Osservanti.
Roberto Cuccureddu – In Almanacco di Cagliari, 2001

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