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Archivio Novembre 2012

LA SARDEGNA E LE SUE MEMORIE – ASPETTI DI VITA SADA LUNGO I SECOLI

8 Novembre 2012 Commenti chiusi

LA SARDEGNA E LE SUE MEMORIE -  ASPETTI DI VITA SADA LUNGO I SECOLI

 

UNO SGUARDO AL PASSATO. LA SARDEGNA MINORE. – MOLTO LONTANA E POCO NOTA .

IN “L’UNIONE SARDA” -SARDEGNA MAGAZINE, RIU MANNU, L’ECO DI BONARIA, SANLURI NOTIZIE

USANZE E TRADIZIONI DEL FOLKLORE ISOLANO. PICCOLA STORIA CITTADINA DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA – LA VIA MANNO NEL 1929. RACCOLTA DI TRADIZIONI SARDE .

In “Sanluri notizie” dal 1988 continuativamnte sino al 1995.

PREMESSA: da scrivere. GUIDO COSTA E LA SARDEGNA: CIVILTÀ, LINGUA, USI E COSTUMI

Punti da mettere in evidenza: “Tracce di molte civiltà, lingue, usi e costumi di questa pittoresca terra”

  Tali ritrovamenti sono di notevole importanza, poiché danno modo di avere uno dei numerosi tasselli mancanti, che servono a ricostruire la storia toponomastica e monumentale della Cagliari del Seicento, PICCOLA STORIA CITTADINA DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA.

“L’immigrazione e le automobili fanno il futuro in Sardegna”; “La Sarde­gna ritorna all’Italia?”; Cinque mesi all’anno senza piogge”; “Lo sviluppo dipende dai quattro fiumi”; “La Sardegna in attesa di avere laghi artificiali più grandi in Europa”; “Il mare scava un futuro alla provincia meridionale; “L’Isola è circondata da molte isolette”; “L’antica Roma ha lasciato la sua indelebile impronta”; “Due antichi castelli sardi figurano nell’opera di Dante”; “La storia del Medioevo è nebulosa”; “Varietà di modi e di abitudini”; “Un po’ di vecchia Spagna è stata trasportata in Sardegna”: “Famosi romanzeri descrivono soltanto una fase della vita dei Sardi”; Le strade hanno ai lati siepi di fichi d’india” e “Sa Lolla è l’orgoglio delle donne campidanesi”.

 

PREMESSA

 

Ho accolto con molto piacere l’invito dell’editore di Artigianarte di scrivere la premessa alla pubblicazione postuma dell’amico Enrico Serra, che da poco più di un anno ci ha lasciato. Mi sono preso un impegno gravoso ma nello stesso tempo molto importante e interessante: ricordare un caro amico col quale ho avuto una frequentazione scolastica e culturale più che ventennale; con lui ho avuto lunghi colloqui, ho assistito alle sue conferenze, alla presentazione delle bellezze della città attraverso la sua storia millenaria, che possiamo ritrovare in questa pubblicazione, e attraverso i luoghi e i personaggi durante le passeggiate nei quar­tieri antichi della città; andava illustrando la città a migliaia di persone, che seguivano con grande silenzio e religiosità le sue bellissime spiegazioni, intercalate dalla lettura di poesie e fiorite  con passaggi in dialetto cagliaritano.

Non è facile trovare le parole per ricordare un sincero amico presentando una sua fatica culturale, che ho potuto leggere com­piutamente pochi giorni fa e che ho gustato molto più di quando, molti anni fa, colleghi nell’Istituto Magistrale d’Arborea, mi leggeva dei brani e delle poesie collegate con lo scritto sulla Cagliari del passato.

Il titolo è appropriato, lo scritto è tutta una poesia, è proprio un verso di una poesia dedicata alla città che egli amava moltis­simo e di cui si vantava di essere un cagliaritano verace. Bene ha fatto l’amico Serra ad affidare il lavoro all’editore Copparo­ni, facendo sì che non si perdesse una gran mole di note di vita cagliaritana.

Il professor Serra, scrittore di grande spessore, è stato un ottimo organizzatore di manifestazioni culturali e un piacevole e vivace illustratore della cagliaritanità. Per diversi anni, nell’Istituto Magistrale E. D’Arborea di Cagliari, ha organizzato serate teatrali musicali con canti e scenette dialettali. In questi ultimi anni, avendo istituito e formato un gruppo di poeti in lingua sarda e in italiano, si è mosso con loro e ha portato spettacoli in diversi luoghi di Cagliari e della Provincia. Con le sue serate culturali e teatrali è riuscito a far divertire gruppi di anziani e molti giovani studenti, che ora apprezzeranno l’iniziativa editoriale.

Enrico è stato un ottimo conoscitore della Cagliari del passato e di quella presente, ha illustrato diverse volte la storia e la vita dei quartieri cagliaritani e ne ha presentato le bellezze e gli angoli noti e meno noti. Uomo dinamico che conosceva molto bene riti e feste della Cagliari religiosa, che illustrava in mo­do superbo, e con la brillantezza nell’esposizione; era un ottimo conferenziere dalla parola sciolta, facile nella comprensione.

Grave quindi è stata la sua scomparsa per la cultura cagliaritana e per tutti noi, che apprezzavamo le sue battutine e soprattutto ascoltavamo volentieri la lettura delle poesie in sardo e le sce­nette cagliaritane.

Diverse le sue pubblicazioni teatrali in vernacolo, tra le quali ricordo “Si mi fanti deputau”, “Sa giutificazioni”. Di grande ef­fetto la pubblicazione “I fraris Marceddus”.

Ha partecipato a premi di poesia, nei quali si è distinto conquistando segnalazioni e pubblicazione delle composizioni. Ha fatto parte di commissioni di premi letterari e di poesie; numerose le pubblicazioni di carattere scientifico nel campo della metodologia educativa e della legislazione scolastica. Ha collabo­rato a giornali e riviste con articoli e saggi di vario genere.

Ecco quanto hanno scritto di lui a riguardo delle sue pubblica­zioni: “La sua ben nota vena umoristica, la profonda conoscenza di ambienti, fatti e sentimenti umani, gli hanno procurato un’al­tra affermazione anche nel campo della commedia”.

Dalle brevi scenette delle sue pubblicazioni saltano agli occhi immagini di popolane e popolani, di gente umile, che ci hanno presentato la vita quotidiana dagli anni 30 ai giorni nostri. È il suo un ambiente cagliaritano verace, con dialoghi freschi e splendidi, la lettura è piacevole, la presentazione teatrale è incisiva, poiché si colgono le sfumature delle battute e delle espressioni.

        Luigi Spanu

 

RITI SETTIMANA SANTA NEI CENTRI ISOLANI

 

In tutti i centri isolani il dramma della Passione e della Resurrezione del Cristo è  vissuto in modo intenso e commovente. Ad Alghero inizia il Martedì Santo con la processione dei Misteri. Sette simulacri vengono portati dalla chiesa di S. Francesco alla Cattedrale, dopo aver percorso le vie della città catalana. Altra suggestiva processione quaresimale è quella del Giovedì Santo accompagnato dall’Arciconfraternita e dal Gonfalone della chiesa della Misericordia, e con i 132 lampioni che illuminano le sette statue dei Misteri, alle 21 esce, dalla chiesa della Misericordia, il miracoloso Crocifisso. Durante il tragitto attraverso il centro gotico, illuminato con fiaccole, vengono commen­tate le quattordici stazioni della via Crucis. Nel pomeriggio del Venerdì San­to, con la processione del “descraivament”, un lungo corteo si muove dal tempio della Misericordia, accompagnato da donne velate, dietro il simulacro della Madonna e dai confratelli che seguono la statua con le scale e i piatti in cui vi sono le tenaglie e i martelli; vengono poi il feretro e i quattro baro­ni in robbone. Al tramonto, la processione arriva alla cattedrale, in cui il predicatore inizia la funzione del “discendi menti”. Durante la predica,il sacer­dote ordina al capo dei baroni, che rappresenta Giuseppe d’Arimatea, di to­gliere i chiodi e la corona e di metterla sul capo della Madonna. Ultimo ordi­ne è quello di far scendere la vittima dal patibolo e di collocarla nella let­tiga. Terminata la predica, il corteo si ricompone, riprendendo il suo itine­rario per le vie della città antica col Cristo Morto. Giunto alla chiesa della Misericordia, il feretro viene tumulato ai piedi dell’altare maggiore. Sempre nel pomeriggio del Venerdì esce, dalla chiesa dei Servi di Maria, la proces­sione della “Celcas”, con il simulacro della Madonna vestita di nero, che va alla ricerca del figlio, sostando per alcuni minuti nelle chiese della città.

La liturgia della Settimana Santa assume nel giorno del Venerdì un’importanza particolare basata sul ricordo della Passione. È il giorno de “[1]su scravamentu”. In questo giorno, a Cagliari, un lungo corteo, che esce alle 13 dalla chiesa di S. Giovanni, accompagna il miracoloso crocifisso sino alla Cattedrale,in cui viene abbandonato il Crocifisso, e poi fa ritorno con il simulacro dell’Addolorata alla chiesa di partenza. Il Crocifisso resta esposto nel Duomo fino alle 17,30 del sabato. Nel pomeriggio ha luogo un’altra processione che, prendendo le mosse dall’Oratorio del Santissimo Crocifisso, in Piazza San Gia­como, trasporta il  Cristo e la Madonna, accompagnati da un coro di cantori dell’arciconfraternita, che intonano laudi sacre. La processione si conclude nella chiesa di S. Lucifero, dove viene lasciato il Cristo per la deposizione.

L’arciconfraternita della Solitudine, della chiesa di S. Giovanni, provvede, il Sabato Santo, a riprendere il Crocifisso lasciato nel Duomo il giorno pri­ma, con l’itinerario identico a quello del pomeriggio precedente. Anche l’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso ritorna alla chiesa di San Lucifero, con lo stesso itinerario del giorno precedente, per riprendersi la lettiga con il simulacro del Cristo morto, facendo ritorno alla chiesa di partenza.

A Castelsardo, con il “Lunisanti”, si rinnova il mistero della Passione. I prin­cipali attori della sacra rappresentazione del lunedì sono la confraternita, i cantori, i portatori e le consorelle accompagnatrici. Il programma della Set­timana Santa, in questa città, si articola in tre grandi celebrazioni: “Lu Lunisanti”, il lunedì; “la prucessioni”, il giovedì, e “Lu ilcravamentu”, il venerdì. La prima è la sagra dei misteri, che si svolge tra Castelsardo e Tergu nel giorno e nella notte del lunedì santo. I cori eseguono “Lu Miserere”, “Lu Stabat”, e “Lu Jesus”.  Al mattino, parte dalla chiesa di Santa Maria, dove poi fa ritorno, la processione che si reca, accompagnata dai Cori, alla chiesa di Nostra Signora di Tergu. Qui gli stessi Misteri vengono presentati alla Madonna ac­compagnati dal coro funebre dell’”Attitu”. Nel pomeriggio, i Misteri iniziano dal quartiere della Pianeda, con gli apostoli, incappucciati, in candida tunica, che trasportano “i passi” dei Misteri, circondati dalle consorelle che reggono le fiaccole. La processione, accompagnata dal canto dei Cori, conclude la cerimonia nella chiesa di Santa Maria, con la presentazione dei Misteri al popolo.

Nella giornata della Coena Domini a Castelsardo esce la suggestiva e commovente processione de “Lu Santu”, che percorre le strade della città vecchia.

Gli abitanti di Galtellì ricordano la passione e la morte del Cristo il venerdì Santo nell’antica cattedrale, con la deposizione che ha un vero andamento drammatico. Dopo che il Cristo è stato deposto dalla croce, un angelo intona una quartina in sardo, ripetuta poi dagli altri angeli. Il Cristo viene portato allora in processione, in una lettiga.

A Ghilarza, la mattina del Venerdì Santo si svolge la tradizionale visita del­le sette chiese, mentre nel pomeriggio vi è la rappresentazione scenica della Passione con la liturgia della parola, l’adorazione della Croce e deposizione, e “s’iscravamentu”. Alla fine del rito, che si tiene nella parrocchia, si snoda per le vie del centro la processione con il Cristo morto.

Ad Iglesias, il martedì santo si svolge la processione dei Misteri, organizza­ta dalla confraternita del Sacro Monte, con il simulacro di Gesù nell’Orto dei Getsemani e quello della cattura di Gesù con le mani legate; seguono il simulacro della flagellazione alla colonna, quello dell’incoronazione di spine e la statua della salita al monte Calvario con Gesù che trasporta la croce e infine il simulacro di Gesù Crocifisso. Chiude la processione la statua dell’Addolorata che segue il figlio. Le arciconfraternite iglesienti organiz­zano i riti religiosi del giovedì mattina, con la processione del Monte, e al­la sera, quella del seppellimento di Gesù morto con l’Addolorata, mentre per il Venerdì Santo la mattina esce quella del Monte e il pomeriggio quella della deposizione. Dopo la deposizione del Cristo dalla croce, che celebra “su scravamentu”, ponendo il simulacro in “sa lettera”, inizia, nella tarda serata, la pro­cessione seguita con grande emozione. I ragazzi che suonano “is matraccas”, il suonatore di tamburi, il crocifisso dell’arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, la lunga fila dei bambinelli vestiti col saio bianco de “su babballottu”, che ruotano grandi e piccole raganelle, le donne vestite di nero del Santissimo Sacramento e la banda musicale che suona marce funebri sono gli attori di questa coreografica azione drammatica.

Anche a Laconi le sacre rappresentazioni quaresimali sono al centro dell’interesse; soprattutto è un richiamo la processione de “su scravamentu”, che conclu­de la settimana di passione. Si allestisce il calvario in un palco al centro della chiesa,in cui viene innalzata una croce col Cristo inchiodato. Alla destra sta la Madonna e sul fondo la lettiga. Inizia l’azione scenica che termi­na con i canti funebri della morte del Cristo.

Ad Olbia i riti del Venerdì Santo iniziano nel primo pomeriggio con la deposi­zione del Cristo dalla Croce, “s’iscravamentu”, affidato ai soci della Confra­ternita di Santa Croce, che provvedono a togliere i chiodi dalle mani e dai piedi della statua del Cristo. Al termine della funzione religiosa, il Cristo deposto viene portato in processione in una lettiga. Altro momento suggestivo e solenne della giornata è la fiaccolata imponente che nella tarda serata prende le mosse dalla chiesa di S. Paolo Apostolo e attraversa le vie princi­pali del centro storico.

Alle 18 del Lunedì Santo nella chiesa di San Martino,ad Oristano, ha luogo la processione dei Misteri, attraverso le strade cittadine, con le sette statue lignee, portate dai confratelli del Santissimo Nome di Gesù, con soste nelle sette chiese dove si tiene una breve meditazione. Al termine della celebrazione in Coena Domini, del Giovedì Santo, dalla chiesa dei Cappuccini esce la processione “su Jesus”, con una antica statua lignea di Gesù nell’orto e con quella della Madonna Addolorata. Il corteo alla luce delle fiaccole, precedute dal lugubre rullare del tamburo, si snoda per le strade della città e raggiunge la chiesa del Sacro Cuore, poi quella di Sant’Efisio, con lo stesso itinerario

del Lunedì Santo. Il Venerdì Santo è dedicato alla passione di Gesù e nel pomeriggio si assiste alla processione de “Sa Maria” dalla chiesa dei Cappucci­ni. I confratelli del Santo Nome di Gesù e quelli del Rosario portano a spalle il simulacro ligneo dell’Addolorata, per le strade del centro sino alla Cattedrale, in cui inizia la celebrazione della passione con la predicazione che presenta la fase de “su scravamentu”. Al termine della dolorosa rievocazione della deposizione del Cristo, si svolge la processione de “s’interru”, che si conclude nella chiesa dei Cappuccini, dopo aver riattraversato le strade cit­tadine.

Al termine della celebrazione in Coena Domini, dalla parrocchia di San Giacomo, in Orosei, si snoda un’incomparabile processione che si porta a visitare le sette chiese del paese. Aprono il corteo i confratelli dei tre oratori del­le Anime, del Rosario e di Santa Croce, che portano gli antichi lampioni acce­si e i bastoni di legno con in cima statuine simboliche scolpite. Seguono le donne, con il tipico costume locale, e il corpetto nero, in segno di lutto al posto di quello a fiori. Il Cristo, deposto in “su brassolu”, dopo la visita alle chiese, ritorna in parrocchia.

IL rito funebre del Venerdì Santo, che si svolge a San Gavino, è il più singolare e suggestivo, poiché lo spettacolo de “su scravamentu” trova come scenario la grande e bella piazza prospiciente la chiesa parrocchiale, in cui viene eretta una maestosa e immensa croce, ai cui piedi stanno la Madonna e Giovanni.  Il sacerdote invita San Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo a liberare il corpo del Cristo dalla Croce, i quali, con passo lento e solenne, si arrampicano su lun­ghe scale, appoggiate alla croce, e tolgono al Cristo prima la corona di spi­ne, posta poi sul capo della Madonna, e in seguito liberano dai chiodi le mani e i piedi. Il corpo del Cristo, disceso dalla croce e presentato dalla Madonna alla Maddalena e a Giovanni, viene deposto nella lettiga, che viene portata in solenne processione alla tomba, situata nell’antichissima chiesa di Santa Cro­ce, accompagnata dal canto del Miserere.

Nella suggestiva e maestosa basilica di Santa Giusta si svolge la rievocazione scenica popolare del dramma della croce e de “su scravamentu”. Il sacerdote fa inginocchiare presso la croce Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e i soldati, ai quali ordina di deporre il Cristo morto. Quindi Giuseppe toglie dal capo di Gesù la corona di spine, che viene posta sul capo della Madonna dalla Maddalena. Poi il sacerdote comanda a Giuseppe di levare il chiodo dalla mano destra del Redentore e a Nicodemo quello dalla sua sinistra. In seguito i due personaggi tolgono i chiodi dai piedi del Cristo, il quale, liberato dalla croce, viene portato in processione in “sa lettera”, per le vie della cittadina.

Anche a Santulussurgiu si celebra l’Ufficio delle Tenebre, il Venerdì Santo, durante il quale ha luogo “s’iscravamentu”. Il sacerdote invita Nicodemo e Giu­seppe d’Arimatea a schiodare dalla croce il Cristo. Vengono poi tolti i lunghi chiodi, che vengono mostrati alla Madonna e ai presenti. Mentre il Cristo viene schiodato e deposto nel sepolcro, il coro intona canti polivocali, tra i quali il Miserere e ha inizio il corteo funebre che accompagna il Cristo morto alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, al lugubre suono delle matraccas. O­gni tanto la processione si arresta per dar modo ai cantori di intonare altre laudi. Giunti alla chiesetta, la funzione religiosa ha termine.

La cerimonia de “s’iscravamentu” a Sarule inizia all’imbrunire del Venerdì Santo. Al centro dell’altare maggiore si innalza una grande croce. I priori di San Michele, del Santissimo e del Rosario si muovono al comando del sacerdote e procedono lentamente alla deposizione del Cristo. I simulacri del Cristo, deposto nella “lettera”, e della Madonna escono dalla parrocchia per una mesta processione che avanza lentamente per le vie del paese. I priori tengono in ma­no i chiodi, mentre i confratelli, in abito bianco, con la mozzetta celeste, rossa, marròn o nera, a seconda degli oratori di appartenenza, portano in mano la lanterna.

Anche a Sassari la Settimana Santa si apre con la processione dei Misteri, che prende le mosse dalla chiesa delle Monache Cappuccine, nel tardo pomeriggio del Martedì. Le sette statue lignee si conservano nella chiesa delle Cappuccine, dove vengono vestite e preparate per la processione. Ogni stazione viene cantata dai confratelli seguendo un rito che si perde nei secoli, mentre le voci basse dei cantori vengono accompagnate da un antichissimo organo. La con­fraternita del Santissimo Sacramento organizza, il mercoledì santo, la proces­sione della Madonna Addolorata, rinnovando alcune cerimonie del periodo catalano, simili a quelle che ancora oggi si vedono a Barcellona. La processione, chiamata anticamente “marca tesse”, perché la vestizione del simulacro era affidata alle signore della borghesia mercantile della città, è nota ora come la processione de “lu pabbarottu”, dal confratello che precede la processione con un sacco in testa con dei fori all’altezza degli occhi. Nella giornata della Coena Domini esce la processione dalla chiesa seicentesca di Sant’Andrea, men­tre il mattino del Venerdì Santo, dalla chiesa dei Servi di Maria, esce quella della “cerca” o anche della “Desolata”. I confratelli della parrocchia fanno ri­percorre all’antico simulacro ligneo della Madonna il percorso compiuto dal Cristo nel suo drammatico Calvario. Alla processione prendono parte numerosi 

bambini che indossano un abito simile a quello che l’evangelista Giovanni in­dossava durante il doloroso pellegrinaggio della Madonna. Dopo aver visitato le chiese del centro storico, la Desolata ritrova il figlio nella chiesa dei Trinitari. Nel tardo pomeriggio, dopo il rito della deposizione,dalla chiesa della Santissima Trinità esce la processione de “Lu scravamentu”.

Nella parrocchiale cinquecentesca di Teulada si svolge l’interessante rappre­sentazione de “su scravamentu” con i caratteristici personaggi de “is varonis”. Le donne provvedono a vestire di nero la Vergine che accompagna, dopo la Coena Domini, la processione de “sa Cruxi”. Gli appartenenti alla confraternita del Rosario portano in spalla la croce e sono accompagnati dal lugubre crepitio delle “matraccas” e delle “arraineddas”. Nel pomeriggio, solenne e spettacolare rappresentazione de “su scravamentu”, che ricostruisce la deposizione e la di­scesa del Cristo dalla croce. I simulacri della Vergine Addolorata e quello del Cristo deposto attraversano le vie della cittadina, portati a spalle da penitenti scalzi.

Per concludere ricordiamo che anche in Sanluri i riti della Settimana Santa seguono un cerimoniale simile a quello degli altri centri isolani.

                               LUIGI SPANU

 

NELL’ARCHIVIO DELLA CORONA D’ARAGONA – RITROVATO UN ANTICO DOCUMENTO SU BONARIA

FRA LE MEMORIE DELLA CITTÀ…   o della Sardegna  VITA CAGLIARITANA   Curiosità, usi e costumi

 

CURIOSITÀ STORICHE DELL’ISOLA – DOCUMENTI INEDITI PER LA STORIA DEL  SANTUARIO  DI   BONARIA

 

Sebbene la storia del Santuario di Bonaria sia stata oggetto di studio da parte di molti autori e sia ormai nota nelle sue linee generali, possiamo tuttavia constatare che non sempre le notizie “riportate sono da considerarsi inconfutabili. Numerosi documenti, non ancora debitamente valutati, si trovano conservati in molti archivi della Spagna e un loro studio darebbe possibilità di apportare nuovi elementi alla Storia del Santuario, in considerazione soprattutto di situazioni politiche e religiose legate alla storia degli aragonesi, che presero dimora nel colle che sorgeva ai piedi della città di Cagliari.

Oggi, grazie a Maria Mercé Costa, che ha rinvenuto appunto dei documenti inediti nell’archivio della corona d’Aragona, in Barcellona, è possibile conoscere alcuni avvenimenti e avere la data esatta della costruzione della Chiesa dei Mercedari sul colle di Bonaria. Si tratta di circa 60 documenti che hanno interesse eccezionale sia per la storia del Santuario di Bonaria, sia perché riguardano un periodo storico della nostra isola molto lontano e poco conosciuto; periodo in cui gli aragonesi cercavano di conquistare la Sardegna per poterla sfruttare.

La Costa ha raggruppato i documenti, provenienti da varie località della Spagna e della Francia, in un testo dal titolo: «El Santuario de Santa Maria de Bonaire a la ciutat de Caller», e li fa precedere da una lunga premessa che serve ad illustrare le diverse situazioni politiche, religiose e sociali. Interessano un arco di. circa 80 anni e precisamente dal 13.9.1324 al 26.9.1402.

Da uno di questi Manoscritti, che trovasi nello Archivio segreto vaticano, steso dal Pontefice Be­nedetto XII il 17.10.1339 veniamo a sapere che lo stesso Pontefice si interessava degli avvenimenti politici della Sardegna e si rivolgeva al Vescovo di S. Giusta (Oristano) per avere notizie più dettagliate sulla controversia sorta negli anni precedenti tra l’Arcivescovo di Cagliari, Gundisalvo, e il rettore della Chiesa di S Trinità e di Maria Bonaria, Guso, poiché la Chiesa faceva parte della diocesi cagliaritana.

Concludiamo queste poche notizie accennando appena ad un altro interessantissimo dato, che peraltro meriterebbe maggiore spazio: dai documenti si può rilevare che la Chiesa era stata già costruita in data 17.9.1324, contrariamente a quanto asseriscono gli storici che posticipano la data tra il 1324 e il 1326.

L’Eco di Bonaria, maggio 1972

 

CURIOSITÀ  STORICHE DELL’ISOLA -  Da un documento dell’Archivio Generale di Simancas risalente al 1692.

 

Da un documento dell’Archivio Generale di Simancas, si possono rilevare alcuni aspetti della vita economico-sociale della Sardegna nell’ultimo decennio del Sec. XVII. Poche sono le notizie intorno a questo periodo e tutte si rifanno a documenti, riguardanti gli ultimi due Parlamenta sardi del secolo. Il documento ci offre un quadro ricco di particolari che riguardano la vita grama e difficile che i sardi conducevano in quegli ultimi anni del secolo XVII, che furono certamente anni di miseria, di lunga carestia e di terribili malattie.

Il manoscritto, composto di 18 pagine, ci dà anche la possibilità di conoscere un momento della storia della piccola flotta sarda, costituita intorno al 1640, e il suo stato dopo circa 50 anni di attività. Il consiglio di Stato Spagnolo, si legge nel documento, su invito del Sovrano, provvide a votare un ordine del giorno sull’eventuale smantellamento di due galere, ridotte in precarie condizioni nel porto di Cagliari, e quindi a decidere sul mantenimento dei due presidi spagnoli in Cagliari e Alghero, per la mancanza di fondi necessari e per la gravissima situazione finanziaria ed economica della Sardegna.

«EL CONSEJO DE ESTADO, CON UNA CONSULTA DEL DE GUERRA, Y OTRAS DEL DE ARAGÓN, SE REFIERE EL MISERABLE ESTADO AL QUE OY SE HALLA REDUCIDAS LAS GALERAS DE ZERDEÑA POR LA ESTRECHEZ DE AQUEL REYNO». (Il Consiglio di Stato in una Consulta del Ministero di Guerra e in altre di quello di Aragona, riferisce il miserabile stato in cui oggi si trovano le galere della Sardegna a causa delle ristrettezze di quel Regno). 

Come risulta dal documento, due furono le riunioni della Consulta d’Aragona. Da esse si viene a conoscenza che il Conte d’Altamira, membro del Consiglio di Stato, aveva già riferito le difficoltà incontrate per riporre in sesto le galere, affermando che, se anche gli impegni delle casse regie non fossero tanto gravi e i raccolti fossero abbondantissimi, sarebbe stato egualmente impossibile provvedere alle spese per rimetterle a posto.

Al termine di una lunga ed estenuante riunione, in cui presero la parola i dieci membri del Consiglio, fu deciso all’unanimità di sottoporre al sovrano la necessità di rimettere in funzione le due galere della flotta sarda inviandole a Napoli perché fossero, poi, avviate al concentramento di Mahon, piccolo porto francese, e di mantenere i due presidi di Cagliari e Alghero, necessari per la sicurezza dell’isola.

L’Eco di Bonaria, Novembre 1972

 

LA SOCIETÀ IN SARDEGNA ATTRAVERSO LE OPERE DI LO FRASSO

 

Pochissime e frammentarie le notizie riguardanti la società in Sardegna durante il Cinquecento e quelle che abbiamo sono il risultato di lunghe e faticose ricerche di molti anni. Molto vi è ancora da lavorare, poiché moltissime e in luoghi disparati sono le fonti, e queste si trovano nei diversi archivi del­la Sardegna e della Spagna, purtroppo non ancora tutti esplorati, senza parlare poi di quelli della Francia e dell’Italia. Non basta, però, conoscere i documenti d’archivio e le relazioni presentate ai sovrani di Spagna dai visitatori ufficiali spagnoli venuti nella nostra Isola per controllare da vicino non la situazione politica, bensì quella economica, civile e sociale. Alcune di queste relazioni so­no state già trovate, studiate e pubblicate, e sono molto interessanti e importanti, ma ve ne sono moltissime altre da rintracciare e certamente saranno necessari moltissimi lustri per poter conoscere i diversi aspetti della società sarda del Cinquecento in tutti i suoi particolari e avere una fonte bibliografica completa. E’ anche necessario andare a scovare i moltissimi documenti dei tantissimi viceré che furono in Sardegna durante il lungo dominio aragonese e spagnolo; moltissimi di questi documenti furono inviati ai sovrani per dare notizie delle varie situazioni avvenute, ma soprattutto occorre trovare quei documenti che i viceré portarono via con sé al momento della loro partenza dall’Isola e che conservarono nelle loro abitazioni, poiché servivano come documenti di prova del loro buono o cattivo operato.

Dopo quanto detto sono dell’avviso che solo i documenti d’archivio non siano in grado di ricostruire la nostra storia sociale ed economica, ma servono anche gli scritti dei poeti, degli storici e dei romanzieri e dei giuristi, che agirono durante il lungo periodo di dominio iberico nell’Isola. Ritengo, perciò, che per la ricostruzione della storia sociale della Sardegna cinquecentesca abbia molto interesse e importanza il poemetto che Antonio Lo Frasso, sardo di nascita, diede alle stampe verso la fine del 1571, e precisamente il 30 novembre, nel capoluogo della Catalogna. Secondo quanto appunto scrive l’Algherese Lo Frasso nel suo poemetto che porta il lungo titolo « Los mil y dozientos consejos y avisos discretos sobre los siete grados y estamentos de nuestra humana vida, para biuir en servicio de Dios y honra de Mundo, dirigido a dos hijos del Autor », gli strati sociali esistenti nel mondo sono sette e ognuno di essi deve seguire certi comportamenti per onorare Dio ed il mondo. «Los mil y dozientos consejos» è un trattato secondo l’uso dei moralizzatori che era tanto diffuso in quel secolo. Consta di una lunga serie di ammonimenti e di suggerimenti, in terzine di ottonari, dove ognuno degli stati o situazioni sociali dell’uomo trova il suo appropriato consiglio morale. È certo che oggi questo poemetto offre un grande interesse per la conoscenza sociologica dell’epoca e in particolare del Cinquecento in Sardegna, tanto da porre il Lo Frasso in testa alla lista degli storici della sociologia.

Vale la pena ora presentare il quadro sociale dell’Isola appunto come ci è presentato dal nostro poeta sardo, quadro che serve assai per riempire quei vuoti che ancora vi sono nelle nostre conoscenze sui modi di vita del Cinquecento. Sono appunto sette i gruppi che egli presenta. I primi sei ben delineati e divisi, mentre il settimo comprendente un gruppo eterogeneo, quali il medico, l’avvocato, il cavaliere, il soldato a piedi e a cavallo, e infine il capitano e il colonnello di guerra. Nello scorrere la lettura di questi versi sfilano davanti a noi i personaggi appartenenti alle diverse classi sociali: sono monache e sacerdoti, pastori e contadini, artigiani e mercanti, medici ed avvocati e infine fanti e cavalieri. E tutti sono presentati secondo diverse note di costume che riflettono usanze che si riscontrano ancora oggi in moltissimi paesi della nostra isola e appunto per questo «Los mil y dozientos consejos» ha una enorme importanza sia per la storia civile e sociale che per quella degli usi e costumi ed anche perché da questo poe­ma possiamo formare un quadro ben delineato e completo sia dei comportamenti che delle caratteristiche dell’epoca e per la conoscenza di come vestivano i diversi componenti degli strati sociali del Cinquecento sardo.

Tutti gli insegnamenti e i suggerimenti che l’algherese presenta offrono il destro ad una illustrazione morale e didattica ma si comprende facilmente che l’interesse non è solo dottrinale bensì pratico. Dopo alcuni consigli di carattere generico rivolti ai due figli, Scipione e Alfonso, presenta con dovizia di particolari le condizioni di vita, la professioni, le situazioni e i comportamenti e persino gli abiti dei contadini e delle monache, nonché quelli dei diversi gradi militari. Ecco ora alcuni di questi consigli. Rivolgendosi all’ecclesiastico il poeta da diversi suggerimenti tra questi eccone alcuni riportati in castigliano, a cui seguono una libera traduzione.

Tomad las justas primicias /  que la Yglesia vos obliga /y otro de vos non se diga.Si miráis il Buon Pastor  /conservad bien su ganado / sin ser mucho masquilado. Dalle decime prendete la giusta parte che la Chiesa vi concede, affinché di voi non si mormori. Se osservate, il buon Pastore custodisce bene il suo gregge, sebbene non venga retribuito.

Al notaio consiglia di non falsificare gli atti, sia per corruzione da parte dei parenti o per volontà della moglie, e né di falsificare firme e scritture; e più avanti così scrive: jamas queráis publicar / el dicho que haueis tomado / hasta sea del juez montado.

Ossia, non rivelare mai quello che avete sentito, fin quando non abbiate il permesso del giudice. Sono molto interessanti i versi che riguardano l’avvocato, poiché ci porta a conoscenza quali fossero le Università a cui i pochi studenti sardi potevano accedere. E queste erano in Spagna: Alcalá, Salamanca, Lérida e Valenzia; in Francia: Tolosa Parigi e Montpellier; e in Italia: Bologna, Pisa, Piacenza e Padova. Passa poi a presentare i grandi giuristi del Trecento e del Quattrocento, ai quali è necessario volgersi, ed è interessante qui elencarli: Bartolo di Sassoferrato, Baldo degli Ubaldi, Bartolomeo del Saliceto e Dino del Mugello, italiani; Juan Socarráis e Jaime de Monjoich, barcellonesi, e Mieres Tomas, Consigliere e avvocato fiscale e patrimoniale di Alfonso V il Magnanimo, re d’Aragona.

Se qualche lettore volesse conoscere di più di quanto scrisse Lo Frasso su gli stati sociali, gli consiglio di consultare il mio studio su Antonio Lo Frasso, edito dal cagliaritano Ettore Gasperini.

Per concludere ritengo che sia doveroso da parte mia dare qualche notizia biografica di Antonio Lo Frasso, il primo poeta sardo del Cinquecento che meriti menzione, come asserisce Giuseppe Manno nella sua « Storia di Sardegna », e purtroppo sconosciuto a molti e poco noto agli stessi suoi conterranei, che non si interessano della storia della loro isola né di conoscere questi nostri uomini di lettere che con i loro scritti hanno tenuto sempre alto il nome della loro terra: la Sardegna. E ciò lo si può leggere nell’opera maggiore di Lo Frasso, il quale presenta ai lettori la sua terra e patria, in cui si svolge in parte il suo romanzo, e vi inserisce due sonetti e una glossa in sardo, a ricordo della sua lingua; si rammarica di non aver scritto il suo romanzo in sardo, poiché doveva onorare la nazione che l’aveva ospitato. Antonio Lo Frasso trascorse certamente la sua giovinezza in Alghero, ma non si conosce la data precisa della sua nascita, che si presume intorno al 1535. Seguì un corso di studi, quasi certamente nello studio generale in Sassari. Verso la metà del 1567 fu incolpato ingiustamente dell’uccisione di un nobile e rimase in carcere circa tre anni. Scarcerato ai primi del 1570, senza che il processo venisse celebrato, dato che non furono trovate prove a suo carico, s’imbarcò in un veliero spagnolo diretto a Barcellona. Qui, grazie ad un amico sardo, entrò al servizio di una famiglia nobile e l’anno seguente, precisamente il 30 novembre 1571, pubblicò un libro in cui erano contenuti due poemi, uno storico e l’altro didascalico. Il primo ricorda lo scontro memorabile del 5 ottobre di quello stesso anno tra la armata navale cristiana e quella turca nelle acque di Lepanto, ed è la prima cronistoria di questa battaglia navale e porta il seguente titolo: El berdadero discurso de la gloriosa victoria de la armada cristiana contra la turquesa; il secondo poemetto, di cui si è trattato precedentemente, ha un lungo titolo ed è indirizzato ai figli che si trovavano ancora in Alghero. Di queste due sue opere non resta che la sola copia, che trovasi nella biblioteca universitaria di Cagliari e nessuna copia esiste in quelle di Barcellona, come ho potuto constatare di persona. Ma l’opera che ha consacrato la popolarità di Lo Frasso, tanto da essere ricordata dal celebre romanziere spagnolo Miguel Cervantes de Saavedra nel suo «El ingenioso hidalgo DON QUIJOTE DE LA MANCHA» è «Los diez libros de Fortuna de Amor» , che vide la luce a Barcellona il 30 aprile del 1573. Da quest’opera, che è autobiografica, possiamo trarre le poche notizie della sua vita, fino all’anno appunto della stampa di quest’ultima; poi più nulla. Non si conosce neppure l’anno della sua morte, che, a detta di molti studiosi, si presume avvenuta in Barcellona negli ultimi anni del secolo XVI.

Frontiera, n.7/8  – Luglio/agosto 1976.

 

Curiosità storiche dell’Isola – Cagliari   negli   scritti di P. Matteo Contini

 

Siamo certi che non molti sanno che Matteo Contini in uno dei suoi scrit­ti, in lingua spagnola, lasciò inserita una pregevole descrizione sul capoluogo dell’isola, che è di enorme interesse per la ricostruzione della storia urbani­stica di Cagliari.Il Contini, però, non fu il solo nel seicento che ci lasciò notizie sulla sua città di nascita ma vi furono anche altri, e tra questi diversi cagliaritani, che nei loro scritti riportarono avvenimenti cittadini e presentarono la città di Cagliari nella sua struttura urbanistica e toponomastica. Purtroppo non ven­gono letti forse perché alcuni di questi scritti sono di ecclesiastici e poi sono scritti in spagnolo.

Questa breve nota ci da perciò la possibilità di far sapere che Matteo Con­tini, vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo, figura eminente nella storia e nella vita mercedaria di Cagliari, si spense a Barcellona il 15 marzo 1717, dopo aver insegnato teologia per moltissimi anni nel Convento di Bonaria ove tenne per alcuni anni anche l’incarico di Reggente degli Studi. Di lui restano due scritti. Una lunga orazione del Padre Accorrà, pub­blicata e commentata dal Contini. «El Fénix de Sardeña». Da quanto si può leggere a pagina 229 del primo volume del «Dizionario biografico degli Uo­mini Illustri di Sardegna», di P. Tola, edito a Torino nel 1837, questa orazio­ne, pubblicata postuma, dedicata a Salvatore Zatrilla, tesse la storia delle gesta delle potenti famiglie nobili sarde. Il secondo scritto, proprio del Contini, fu stampata a Napoli nel 1704, ove il mercedario si trovava. È una splendida relazione sulla fondazione del Convento e della chiesa di N.S. di Bonaria. Una copia, non l’unica, poiché un’altra esiste nella Biblioteca Co­munale di Sassari; a quanto si può leggere nel Ciasca, si trova nella biblioteca dei mercedari del Convento di Cagliari, e porta il titolo: «Compendio historial de la milagrosa venida de N.S. de Buenayre a su real Combento de mercedarios calzados de la ciudad de Caller». Sarebbe molto giusto provvedere alla sua ristampa con la traduzione a fronte, poiché è un scritto di enorme im­portanza: vi è inserita una storia generale della Sardegna fino alla fine del XVII secolo ed una pregevole descrizione molto particolareggiata della topo­nomastica di Cagliari del ’900.

In questa descrizione il Contini presenta la città simile ad un’aquila in vo­lo, la cui testa è il Castello, situato su di un monte, mentre il corpo, molto sviluppato, è la Marina, racchiusa da mura, che ad oriente si uniscono al Baluardo dello Sperone e ad occidente a quello del Balice. Le ali dell’aquila sono gli altri due quartieri, anch’essi circondati da alte mura, quello a de­stra Stampace e quello a sinistra Villanova. Tutti i quartieri hanno le porte d’accesso mentre nel Castello si possono ammirare le possenti tre torri pi­sane e diversi palazzi che servono da merli alle mura. Vi risiedono le alte cariche dello Stato e del clero e le dimore dei nobili, alcune chiese e diversi monasteri oltre ad istituti di istruzione, compresa la Università.

Per tutti i quartieri lo storico mercedario presenta una situazione piut­tosto urbanistica che storica, ma non per questo meno importante, dato che ha modo di darci notizie di chiese, monasteri, monumenti e luoghi che oggi non esistono e quindi, come conclusione, possiamo affermare che lo scritto è di grande utilità come fonte storica documentale.

L’Eco di Bonaria, 1977

 

L’ECONOMIA SARDA DEL XVIII SECOLO VISTA DAI FUNZIONARI REGI

 

Un manoscritto inviato a Casa Savoia verso il 1750 fornisce interessanti notizie sullo stato della produzione agricola e dei commerci nell’Isola

 

Nell’Archivio di Stato di Torino si trova un manoscritto di un interesse eccezionale: riguarda l’economia sarda al passaggio dell’Isola ai savoiani, del quale non ha fatto cenno alcuno, a quanto ci consta. È steso da un funzionario regio, inviato in Sardegna per fare una indagine dettagliata sulla situazione economica. Forse il rapporto è il primo che il governo sabaudo ebbe e se ne servì per discutere un piano che potesse modificare i sistemi di produzione agricola e incrementare i commerci.

Il documento, indirizzato al re sabaudo, fa parte di una cartella di una trentina di pagine e porta il titolo «Riflessioni su alcuni mezzi per rendere migliore l’isola di Sardegna». Nel manoscritto non appare né il nome del relatore né il periodo della stesura, ma tutto ci fa credere che venne steso intorno al 1750 e il viaggio del funzionario, che restò in Sardegna diverso tempo, come egli stesso scrisse in apertura del rapporto, fosse avvenuto parecchi anni prima, poiché in varie parti della relazione vi sono notizie e riferimenti poi riportati dal Gemelli nel 1776, dal Cossu nel 1789 e nel 1790 e da Francesco d’Austria nel 1812, i primi ad aver scritto sulle condizioni sociali, politiche ed economi-che della Sardegna del primo periodo sabaudo.

Il relatore doveva essere un tecnico molto qualificato, forse un esperto agronomo poiché dalla lettura del documento si comprende che è persona molto competente sia nella teoria agricola che nella pratica agraria e che possiede una vasta e profonda conoscenza dell’economia dell’Isola e delle caratteristiche fisiche della Sardegna e dei molti problemi sociali che l’affliggevano.

La relazione è divisa in quattordici paragrafi, ciascuno dei quali riguarda le diverse colture allora esistenti, per le quali l’estensore, dopo aver presentato la situazione, suggerisce i rimedi più idonei per il miglioramento e la valorizzazione quantitativa e qualitativa, dato che ai suoi occhi l’economia sarda appariva in gravissima difficoltà.

Che l’agricoltura isolana fosse in condizioni pietose al passaggio dalla dominazione spagnola a quella sabauda oggi si ha conoscenza più diretta, grazie ai recenti studi e ai documenti ritrovati che hanno dato la possibilità di accertare che gli spagnoli non pensarono mai ad organizzare l’agricoltura sarda con impiego di nuovi mezzi e strumenti, ma pensarono solo ad esportare dall’Isola tutti i prodotti della terra, non favorendo né il commercio né gli scambi con altri paesi, e influirono negativamente sull’economia sarda. E gli isolani subirono passivamente il passaggio da una dominazione all’altra senza scrollarsi di dosso l’abulia che li attanagliava.

Quadro economico veramente disastroso e rattristante quello che l’autore della relazione presenta al re sabaudo: decadenza totale in tutti i settori dell’agricoltura e della produzione; coltivazione del grano ancorata a sistemi arcaici e mezzi superati; produzione di formaggio salato, duro e friabile e commercio inesistente; scarsa quella del burro e di qualità cattiva e pessima la sua confezione; mal praticata e poco fruttuosa l’apicoltura; lana scadente, inservibile a qualunque industria e inadatta a lavori delicati e fini e senza sbocco commerciale; greggi non selezionati; quasi nulle le colture del lino, del cotone e del tabacco; mancanza di prati artificiali; nessun campo di sperimentazione.

Una sola la nota positiva in un quadro cosi nero e riguarda la produzione del vino, di cui, a detta del relatore, la Sardegna possiede buone qualità che si possono, però, migliorare solo con una appropriata scelta del terreno: esposizione buona al sole e lungo il corso di un fiume. Se le condizioni dell’agricoltura e della pastorizia, che costituivano la base dell’economia sarda di quei tempi, si presentarono in pessime condizioni al funzionario piemontese, addirittura inesistenti erano le industrie e i commerci, sebbene l’Isola avesse una discreta produzione di sale, usabile, però, solo per cucina e non a scopi industriali, per cui l’esportazione era minima, poiché veniva preferito il sale siciliano, più adatto alla salagione e alla preparazione di diverse conservazioni.

Dopo aver messo a nudo -le carenze e le deficienze, il funzionario passa ad illustrare i mezzi per rendere migliore e più florida l’agricoltura e la pastorizia e per dare un assetto completamente nuovo ed importante al fine di potenziare i commerci e la produzione, ed eventualmente allargare il cerchio e le possibilità dell’economia per renderla indipendente ed autonoma.

L’Unione Sarda, 3 agosto 1977

 

SCUOLA FORMATIVA, SERIA O REPRESSIVA?

Anno scolastico più lungo nelle scuole medie. Abolizione dei voti e del latino. Aboliti gli esami di riparazione. Gli insegnanti si difendono. Preoccupazione dei genitori per l’aumento delle bocciature.

 

Alla chiusura dell’anno scolastico 1976/77, dopo l’apparizione degli scrutini a Cagliari e in Provincia, si aprì una furente e vivace polemica sui giornali e negli ambienti scolastici a causa dell’aumento delle bocciature – a detta di molti una valanga di bocciature, soprattutto per le classi meno abbienti – e una diminuzione delle promozioni sia nelle classi della scuola media inferiore che in quelle intermedie degli Istituti Superiori. Il caso fu messo in risalto per parecchi giorni non solo dai giornali dell’isola ma anche da quelli del continente e dalla stessa televisione, che videro in quei risultati una svolta eversiva verso le famiglie della classe dei lavoratori con bocciature in massa come non si avevano da un quindicina d’anni a questa parte.

La polemica si affievolì soltanto alcuni giorni prima degli esami di maturità, poi si ebbe il timore che potesse influenzare le commissioni ministeriali. Il Ministro della Pubblica Istruzione, intervistato in merito alla severità degli insegnanti, non volle dare una risposta ben precisa, ma asserì che la scuola ha i mezzi per giudicare con la propria testa, senza le ingerenze delle autorità governative. Anche altre autorità scolastiche non vollero esprimere un giudizio sulle bocciature, mentre diversi insegnanti ritennero giusto un aumento della severità di giudizio.

La classe insegnante, disse qualcuno, ha preso coscienza delle nuova realtà italiana e non desidera che le Università abbiano schiere di giovani che affollano le facoltà a discapito della loro preparazione professionale e della cultura. Un preside di un istituto superiore della provincia di Cagliari da noi intervistato ha affermato che la scuola deve cambiare: non più promozioni in massa, ma una cosciente selezione, poiché si è creata una classe dirigente, che si è dimostrata impreparata e senza una formazione qualificata; la scuola, a suo giudizio, deve riprendere quel suo ruolo di formazione e di preparazione e ciò sarà possibile quando vi sarà una appropriata riforma degli istituti superiori e dell’Università.

Nello stesso periodo in cui scoppiava la polemica delle bocciature, il Parlamento approvava un’altra riforma per la scuola media inferiore; così il nuovo anno scolastico inizia con le migliori prospettive anche perché dovrebbe essere, stando agli accordi tra i partiti, l’anno della riforma dell’Università e di quella della scuola media superiore. Per quanto concerne la riforma della scuola media inferiore, c’è da dire che questa è la terza nel giro di quindici anni. La prima ebbe inizio nel 1962, quando prese l’avvio la scuola dell’obbligo; alcuni anni dopo, nel 1969, ci furono ritocchi a programmi e l’introduzione di materie nuove ed opzionali, ora la terza che dovrebbe essere quella che pone fine alla serie di riforme e quella che cancella dalla scuola media inferiore l’insegnamento del latino.

Nel 1962 la scuola media faceva un gran passo in avanti nella storia dell’educazione, dato che si creava la scuola dell’obbligo – vale a dire che i ragazzi fino al quattordicesimo anno d’età devono frequentare obbligatoriamente la scuola – che serve per una preparazione culturale e civile dell’alunno. A distanza, quindi di quindici anni nuovi correttivi. Tra le innovazioni più importanti vi sono: l’abolizione degli esami di riparazione (al termine dell’anno scolastico si avranno o promozioni o bocciature, senza possibilità d’appello a settembre), abolizione dei voti con l’introduzione di giudizi che periódicamente saranno illustrati ai genitori e con l’accompagnamento di schede personali che conterranno il curriculum scolastico e l’osservazione sullo sviluppo psichico e culturale dell’alunno, e, infine, l’apertura dell’anno scolastico sarà antecipato al mese di settembre (quest’anno il 20 e negli anni futuri il 10 settembre). Si avrà un anno scolastico di 215 giorni effettivi di scuola, esclusi i festivi.

La prima considerazione da fare è che questa riforma è soltanto per la scuola media inferiore e aumenta il baratro tra i due corsi di studi della scuola media, se non seguirà in breve tempo quella riforma tanto attesa e auspicata per la scuola media superiore. È necessario provvedere a queste riforme e creare un nuovo tipo di esame e di maturità diverso da quello attuale, che, in dieci anni di sperimento, come appunto diceva la legge istitutiva del 1968, ha dimostrato che è un esame burla, ufficializzato solo dalla commissione ministeriale, la quale provvede a dare promozioni in massa, dato che si trova con le mani legate da una serie di circostanze. I risultati finali di quest’ultimo esame di maturità hanno dimostrato che la cultura ha subito un enorme balzo indietro, confermato da basse votazioni e da una scarsa preparazione, o pressoché superficiale, dei candidati. Auguriamoci che quest’anno scolastico ci porti da una scuola riformata e seria.

Il Cagliaritano, settembre 1977

 

LA RIFORMA RIGUARDA ANCHE GLI ALUNNI

Orario a tempo pieno, studio basato su ricerche, selezione imperniata non sul ceto: queste le proposte degli studenti.

 

In queste colonne abbiamo riportato, nei numeri precedenti, le opinioni e le proposte dei partiti e del governo su come effettuare la riforma della scuola superiore, una scuola nuova agganciata alla realtà della società . Ma come sempre accade non si pensa mai di chiedere le opinioni, le considerazioni, le perplessità e i dubbi alle persone interessate a questa riforma: gli studenti. Che cosa, appunto, pensano i giovani del progetto approvato l’11 gennaio scorso dal governo e presentato alle camere per la definitiva approvazione, dopo molti anni d’attesa?

Abbiamo posto alcune domande ad alunni e alunne di un istituto superiore di Cagliari e dalle risposte, che riportiamo in seguito, abbiamo compreso che gli studenti vivono la realtà sociale e sono consapevoli che la scuola attraversa un momento difficile, come sanno benissimo che la società ha bisogno di un rinnovamento che sappia trovare una strada che ci tolga dall’attuale momento di crisi politica, sociale ed economica e che dia nuovi valori morali, ormai del tutto scomparsi.

Abbiamo chiesto ad una alunna cosa deve contenere una riforma per incidere profondamente nella realtà scolastica, e ci ha risposto che i punti fondamentali sui cui programmare una riforma autentica, al di là di ogni struttura, non sono molti, e tra questi il primo, secondo l’alunna, è l’orario a tempo pieno, in modo da alternare le ore di studio con quelle di attività ricreative tanto utili sia al fisico che alla mente, e poi lo studio deve essere basato più che sui libri, su ricerche personali, sperimentazioni, osservazioni e lavoro di gruppo, tenendo presente che la collaborazione deve essere obbligatoria.

Alla domanda se una scuola aperta a tutti deve dare la promozione in massa, un alunno ha risposto che la scuola deve essere aperta alla massa, ma deve provvedere a dare una buona preparazione e deve effettuare una selezione che non sia basata sul ceto, bensì sulle effettive capacità di ciascuno, in modo da dare alla società futura giovani veramente preparati. Si eliminerebbero così, ha concluso, anche tanti problemi causati da un eccessivo lassi­smo sulle promozioni. Deve andare avanti chi sa, è stata la risposta di un’altra alunna, così si avrà un buon funzionamento nei vari settori della vita civile ed economica della nazione. Si darebbero i posti di insegnante, di medico di ingegnere… a persone che veramente meritano, perché forniti di una buona preparazione. Si eliminerebbe in gran parte la disoccupazione intellettuale, poiché è bene che si sappia che, se ci sono dieci mila diplomati e i posti messi a concorso sono 50, più di novemila rimangono senza posto, andando ad ingrossare una massa di persone già deluse e disperate, pronte a qualsiasi avventura.

Con una selezione fatta in tempo, secondo il parere di un giovane, molti studenti potrebbero ritornare, magari a malincuore, ma con ancora un po’ di speranza, a quelle attività agricole e artigianali che oggi, a causa del sovraffollamento delle scuole, sono state del tutto abbandonate, creando gravi problemi nel mondo economico ed agricolo. Pertanto la riforma non deve essere solo basata su quante materie seguire e per quanti e come sarà composta la commissione esaminatrice di Stato, ma sulla serietà d’insegnamento e degli esami.

Punto molto dibattuto è stato quello di combattere la discriminazione razziale esistente oggi nella scuola e per discriminazione non si deve intendere quello classico e tradizionale tra bianchi e negri, tra ricco e povero, ma la differenza abissale, il disprezzo più odioso che esiste tra i più esuberanti ed estroversi e chi è chiuso e timido. Non è giusto, ha detto un’alunna, che i più deboli di carattere siano costretti a subire incondizionatamente ed accettare passivamente la volontà dei più forti. Più che dittatori si deve essere educatori e non si devono aggredire coloro che non intervengono ai dibattiti delle assemblee, ma si deve discutere con calma per fare un vero servizio agli studenti e a tutti. Si ridurrebbe l’assenteismo delle assemblee studentesche e si educherebbero tutti ad interessarsi delle cose che sono di tutti. Educare alla democrazia, secondo quanto ha espresso un alunno, in fondo significa cercare di incoraggiare, o almeno di non scoraggiare, chi intende partecipare ad una discussione, ad una iniziativa.

Per concludere i giovani sono d’accordo che una scuola riformata debba essere legata alla società, debba essere più giusta e debba preparare i giovani ad affrontare la vita.

Il Cagliaritano, ottobre 1977

 

FRANCESCO  ALZIATOR ATTENTO OSSERVATORE DELLA SUA GENTE

 

Mentre nelle strade cittadine ferveva il carnevale del corrente anno, lui che aveva scrutato gli angoli più recessi della sua vita nella tradizione cagliarita­na, scompariva lasciando un profondo vuoto. Era uno studioso dei vari aspetti della vita dei sardi. Lo si vedeva molto spesso in giro per la città a scrutarne i luoghi e la storia. Lo si incontrava nelle sale delle biblioteche e degli archivi cittadini a prendere appunti su fatti e notizie e a scrutare le fonti della storia e del folklore sardo, che poi faceva conoscere agli altri in conferenze, scritti e pubblicazioni. Lui diceva che non era mai pago di quanto sapeva e, appunto, per  questo   non  si fermava mai. Aveva studiato e approfondito tutti gli aspetti della storia cittadina e conosceva molto bene tutti gli angoli della sua città, vecchia e nuova, che percorreva molto spesso per cercare ed avere contatti con le persone che conoscevano la sua storia.

Moltissimi i suoi scritti. Collaborò con tutti i giornali e le riviste dell’Isola e con alcune del continente. A lui si rivolgevano coloro che volevano conoscere qualcosa della storia e della vita del popolo sardo. Storia di molte colonizzazioni, di troppe battaglie, di diverse sconfitte e di poche vittorie. Studiò a fondo anche la storia delle sagre e delle feste religiose della Sardegna e della città di Cagliari.

Ecco a proposito quanto scrisse a riguardo di Nostra Signora di Bonaria nella sua interessantissima opera «La Città del sole». «I secoli sono trascorsi, il piccolo tempio mercedario si è mutato in un grandioso santuario, ma la tradizione catalana non si è spenta e dura tuttavia tenacemente, espressa nelle più diverse manifestazioni, che vanno dagli ex-voto all’araldica, dal testo dei GOSOS all’epigrafia».

E conclude «La data del 24 aprile, scelta come la più importante delle solennità che annualmente si celebrano in onore di Nostra Signora di Bonaria, non deriva dalla tradizione, ma è l’anniversario della incoronazione del miracoloso simulacro. La Vergine di Bonaria, tradizionale protettrice dei naviganti, fu, nel 1907, dichiarata Patrona Massima della Sardegna».

L’eco di Bonaria, marzo 1977

 

LA CASA: UN PROBLEMA ANTICO

Crisi degli alloggi: un problema che ha raggiunto uno stadio assai acuto na che affonda le sue radici nella storia sarda

 

Famiglie senza case, occupazione di stabili, interessamento degli amministratori comunali per requisire appartamenti sfìtti, intervento della forza pubblica per scacciare gli occupanti abusivi: sono alcuni aspetti del grosso problema che in questo periodo è scoppiato come un bubbone che è stato inciso. E chi fa le spese della mancanza di alloggi è sempre la famiglia dell’operaio dato che non é in grado di avere una propria abitazione o di pagare un fitto alto, così è costretto a vivere in tuguri o topaie o in camere superaffollate. Questo difficile e spinoso problema della nostra società non riguarda solo questi tempi ma era in evidenza anche in altri periodi. È un problema che ha raggiunto uno stadio assai acuto ma che affonda le sue redici nella storia sarda. Lo comprova una supplica che i gremì sassaresi nel 1793 inviarono alla Regia Governazione della città, come si legge nel lavoro di tesi dell’anno accademico 1953/54 “Le corporazioni di arti e mestieri dal 1738 al 1828″ gentilmente messomi a disposizione dall’estensore Antonio Rizzolo, ora valente insegnante di latino e greco in un istituto superiore di Cagliari. Nella parte che riguarda i gremi di Sassari si trova proprio una supplica che è una furente protesta di tutti gli artigiani sassaresi per la crisi degli alloggi che li attanagliava da qualche anno, come lo fu in precedenza per Cagliari e Oristano, secondo quanto si legge nella stessa.

Con questa supplica il gremio degli Artigiani e quello dei Zappatori asserivano di costituire la maggioranza della popolazione lavorative e portavano a conoscenza del Governatore che a causa dell’aumento della popolazione durante i decenni precedenti, le loro famiglie si trovavano in gravi angustie per la scarsezza degli alloggi: tutte le case erano occupate, perfino i sotterranei, sarebbero state costrette a vivere in una sola stanza addirittura due o tre famiglie. Tra gli altri mali che derivavano da questo stato di cose, si legge nella supplica, gli artigiani trovavano per loro gravissimi i prezzi degli affitti che superavano di gran lunga i loro redditi consistenti per lo più del loro lavoro. La soluzione che essi prospettavano, secondo quanto si legge in questa supplica, era la costruzione di nuove case. Ma, poiché la città di Sassari era cinta di mura entro le quali non era rimasta nessuna area fabbricabile, gli artigiani asserivano che si rendeva necessario costruire fuori le mura, dove si serebbe formato qualche borgo, a somiglianza di quanto era avvenuto per altre città, come Cagliari e Oristano. Lungi dall’essere un male per la città, continua la supplica, ciò avrebbe creato una maggiore comodità agli abitanti e non sarebbe costato nulla al Regio Erario, poiché i ricorrenti dichiaravano che avrebbero provveduto a costruite a loro spese le nuove abitazioni. Gli artigiani chiedevano soltanto che si designasse, previo un opportuno sopralluogo, l’area per la costruzione del nuovo borgo, o borghi, e si concedesse loro il permesso di costruirvi le case.

A sua volta, il Governatore inviò la supplica al Consiglio Civico della città, affinché prendesse le decisioni necessari e facesse conoscere il suo parere. I consiglieri, come si legge nella delibera del 17 giugno dello stesso anno, espressero parere favorevole all’accoglimento della supplica. Si attendeva solo che la Regia Governazione desse il benestare, che non arrivò mai, anzi diede parere sfavorevole affermando che da quindici anni la popolazione di Sassari non aveva subito alcun aumento, così non trovava un motivo plausibile per la costruzione di nuove case fuori le mura. La Reale Governazione, si legge nella lettera inviata al Consiglio Civico con la quale dava parere sfavorevole alla costruzione di case fuori delle mura, sosteneva che le abitazioni della città erano più che sufficienti ed il costruirne altre avrebbe portato allo spopolamento della città, con grave danno per i Monasteri e per il Capitolo, per i quali l’unica rendita consisteva negli appalti delle loro case e delle loro palazzine. Restando vuote le case della città, continua la Regia Governazione, queste sarebbero servite da nascondiglio ai birbanti e malintenzionati, dei quali purtroppo abbonda la città, col conseguente aumento di furti nelle vigne, nei giardini e negli oliveti. Inoltre le case, asseriva la Regia Governazione, lasciate vuote ed abbandonate, sarebbero crollate in poche anni, deturpando l’aspetto della città. Infine, poiché l’area circostante le mura era occupata da orti, dai quali i proprietari traevano grosse rendite, sarebbe stato troppo alto il prezzo delle case, così il loro affitto sarebbe stato molto più caro di quello pagato dentro la città a causa dell’aggiunta a questo prezzo della spesa per la loro fabbricazione.

La Reale Governazione aggiungeva che era diminuito anche il fitto delle case dei quartieri eleganti di San Nicola, Sant’Apollinare e San Donato, nelle quali i poveri avrebbero sempre potuto trovare alloggio a condizione vantaggiose. Se poi la popolazione fosse aumentata in avvenire, entro le mura vi sarebbe stato posto per il doppio di quella attuale, poiché sarebbe stato sufficiente mettere in esecuzione il prescritto delle Reali Prammatiche, che disponeva che qualunque persona avesse voluto costruire case alte, avrebbe potuto costringere quei proprietari di case basse, che non volevano demolirle per rifarle a tanti piani, a vendergliele. Ciò avrebbe certamente abbellito la città, che nei suddetti quartieri poveri e in quello di Santa Caterina aveva avuto tutto l’aspetto di un villaggio.

L’Unione Sarda, 25 marzo 1977 e Sardegna Magazine, giugno 1990

 

IL PROBLEMA DEGLI ALLOGGI SULLA SASSARI DEL SECOLO XVIII

 

Il difficile e spinoso problema dell’alloggio non riguarda solo il presente ma era in evidenza anche in altri periodi, come lo prova una supplica che i gremi sassaresi, nel 1793, inviarono alla Regia Governazione dell’Isola. Si legge, infatti, nel lavoro di tesi di Antonio Rizzolo dell’anno accademico 1953/54 «Le corporazioni di arti e mestieri dal 1738 al 1828», nella parte che riguarda i gremi di Sassari, una furente protesta di tutti gli artigiani sassaresi per la crisi degli alloggi, come si era già verifìcato anni precedenti a Cagliari e Oristano.

Con quella supplica il gremio degli Artigiani e quello degli Zappatori asserivano di costituire la maggioranza della popolazione lavoratrice di Sassari e portavano a conoscenza del Governatore che a causa dell’aumento della popolazione durante i decenni precedenti, le loro famiglie si trovavano in gravi angustie per la scarsezza degli alloggi: tutte le case erano occupate, perfino i sotterranei, ed in una sola stanza erano costrette a vivere addirittura due o tre famiglie. Tra gli altri mali che derivavano da codesto stato di cose, gli artigiani, sempre secondo la supplica, trovavano per loro molto alti i prezzi degli affìtti che superavano di gran lunga i loro redditi, costituiti dal solo loro lavoro. La soluzione che essi  prospettavano era la costruzione di nuove case; ma poiché la città era cinta di mura, entro le quali non era rimasta area fabbricabile, si rendeva inevitabile costruire fuori le mura, così si sarebbe formato qualche borgo.

Lungi dall’essere un male per la città, continuava la supplica, ciò avrebbe dato maggior lustro, avrebbe creato una maggior comodità agli abitanti e non costerebbe nulla al Regio Erario, poiché i ricorrenti  dichiaravano di provvedere a costruire le nuove case a loro spese. Chiedevano soltanto di designare, previo un opportuno sopralluogo, l’area per la costruzione del nuovo borgo, o borghi, e di concedere il permesso di costruire le abitazioni.

Il Governatore, a sua volta, inviò la supplica al Consiglio Civico di Sassari, pregandolo di prendere le decisioni necessarie e di far conoscere il suo parere. I consiglieri, come si legge nella delibera del 17 giugno 1793, espressero parere favorevole all’accoglimento della supplica. Era necessario

perciò, solo il benestare della Regia Governazione, che non fu mai concesso, anzi fu dato parere sfavorevole e si affermava che da quindici anni la popolazione di Sassari non aveva subito aumento, per cui non era plausibile il motivo della costruzione di case fuori le mura. La Reale Governazione, sosteneva, inoltre, che le abitazioni erano più che sufficienti e il costruirne delle altre avrebbe portato lo spopolamento della città, con grave danno per i Monasteri e per il Capitolo, per i quali l’unica rendita consisteva negli appalti delle loro case e delle loro palazzine.

Col restare vuote le case della città, continuava la lettera della Regia Governazione, esse sarebbero servite da nascondiglio ai birbanti e ai male intenzionati, dei quali, purtroppo, abbondava la città, col conseguente aumento dei furti nelle vigne, negli orti e negli oliveti. Inoltre le case, asseriva la Regia Governazione, lasciate vuote ed abbandonate, sarebbero crollate in pochi anni, deturpando l’aspetto della città, e poiché l’area circostante le mura era occupata da orti, dai quali i proprietari traevano grosse rendite, il prezzo delle case sarebbe stato troppo alto e il loro affitto sarebbe risultato più elevato di quello che si pagava dentro la città a causa dell’aggiunta al prezzo della spesa per la loro costruzione. La Reale Governazione terminava la lettera aggiungendo che il fitto delle case nei quartieri eleganti di San Nicola, di Sant’Apollinare e di San Donato era aumentato negli ultimi anni, e se poi la popolazione sarebbe aumentata in avvenire, entro le mura vi era posto sufficiente per il doppio di essa, poiché si metterebbe in esecuzione quanto prescrivevano le Reali Prammatiche. Queste, infatti, disponevano che qualunque persona che avesse voluto costruire case alte, può costringere i proprietari di case basse, che non vogliono farle demolire per rifarle a tanti piani, a vendergliele. Ciò abbellirebbe la città, poiché i quartieri poveri e quello di Santa Caterina avevano ormai l’aspetto di un villaggio.

Non si conoscono i provvedimenti presi, ma possiamo concludere osservando che le autorità in qualunque tempo e luogo cercano sempre di stroncare ogni iniziativa che lede gli interessi delle classi dominanti.

Frontiera, n° 4-5  Aprile-maggio 1977

 

 

 

 

L’ECONOMIA SARDA DEL XVIII SECOLO VISTA DAI FUNZIONARI REGI

 

Un manoscritto inviato a Casa Savoia verso il 1750 fornisce interessanti notizie sullo stato della produzione agricola e dei commerci nell’Isola

 

Nell’Archivio di Stato di Torino si trova un manoscritto di un interesse eccezionale: riguarda l’economia sarda al passaggio dell’Isola ai savoiani, del quale non ha fatto cenno alcuno, a quanto ci consta. È steso da un funzionario regio, inviato in Sardegna per fare una indagine dettagliata sulla situazione economica. Forse il rapporto è il primo che il governo sabaudo ebbe e se ne servì per discutere un piano che potesse modificare i sistemi di produzione agricola e incrementare i commerci.

Il documento, indirizzato al re sabaudo, fa parte di una cartella di una trentina di pagine e porta il titolo «Riflessioni su alcuni mezzi per rendere migliore l’isola di Sardegna». Nel manoscritto non appare né il nome del relatore né il periodo della stesura, ma tutto ci fa credere che venne steso intorno al 1750 e il viaggio del funzionario, che restò in Sardegna diverso tempo, come egli stesso scrisse in apertura del rapporto, fosse avvenuto parecchi anni prima, poiché in varie parti della relazione vi sono notizie e riferimenti poi riportati dal Gemelli nel 1776, dal Cossu nel 1789 e nel 1790 e da Francesco d’Austria nel 1812, i primi ad aver scritto sulle condizioni sociali, politiche ed economiche della Sardegna del primo periodo sabaudo.

Il relatore doveva essere un tecnico molto qualificato, forse un esperto agronomo poiché dalla lettura del documento si comprende che è persona molto competente sia nella teoria agricola che nella pratica agraria e che possiede una vasta e profonda conoscenza dell’economia dell’Isola e delle caratteristiche fisiche della Sardegna e dei molti problemi sociali che l’affliggevano. La relazione è divisa in quattordici paragrafi, ciascuno dei quali riguarda le diverse colture allora esistenti, per le quali l’estensore, dopo aver presentato la situazione, suggerisce i rimedi più idonei per il miglioramento e la valorizzazione quantitativa e qualitativa, dato che ai suoi occhi l’economia sarda appariva in gravissima difficoltà.

Che l’agricoltura isolana fosse in condizioni pietose al passaggio dalla dominazione spagnola a quella sabauda oggi si ha conoscenza più diretta, grazie ai recenti studi e ai documenti ritrovati che hanno dato la possibilità di accertare che gli spagnoli non pensarono mai ad organizzare l’agricoltura sarda con impiego di nuovi mezzi e strumenti, ma pensarono solo ad esportare dall’Isola tutti i prodotti della terra, non favorendo né il commercio né gli scambi con altri paesi, e influirono negativamente sull’economia sarda. E gli isolani subirono passivamente il passaggio da una dominazione all’altra senza scrollarsi di dosso l’abulia che li attanagliava.

Quadro economico veramente disastroso e rattristante quello che l’autore della relazione presenta al re sabaudo: decadenza totale in tutti i settori dell’agricoltura e della produzione; coltivazione del grano ancorata a sistemi arcaici e mezzi superati; produzione di formaggio salato, duro e friabile e commercio inesistente; scarsa quella del burro e di qualità cattiva e pessima la sua confezione; mal praticata e poco fruttuosa l’apicoltura; lana scadente, inservibile a qualunque industria e inadatta a lavori delicati e fini e senza sbocco commerciale; greggi non selezionati; quasi nulle le colture del lino, del cotone e del tabacco; mancanza di prati artificiali; nessun campo di sperimentazione.

Una sola la nota positiva in un quadro cosi nero e riguarda la produzione del vino, di cui, a detta del relatore, la Sardegna possiede buone qualità che si possono, però, migliorare solo con una appropriata scelta del terreno: esposizione buona al sole e lungo il corso di un fiume. Se le condizioni dell’agricoltura e della pastorizia, che costituivano la base dell’economia sarda di quei tempi, si presentarono in pessime condizioni al funzionario piemontese, addirittura inesistenti erano le industrie e i commerci, sebbene l’Isola avesse una discreta produzione di sale, usabile, però, solo per cucina e non a scopi industriali, per cui l’esportazione era minima, poiché veniva preferito il sale siciliano, più adatto alla salagione e alla preparazione di diverse conservazioni.

Dopo aver messo a nudo le carenze e le deficienze, il funzionario passa ad illustrare i mezzi per rendere migliore e più florida l’agricoltura e la pastorizia e per dare un assetto completamente nuovo ed importante al fine di potenziare i commerci e la produzione, ed eventualmente allargare il cerchio e le possibilità dell’economia per renderla indipendente ed autonoma.

L’Unione Sarda, 3 agosto 1977

 

                                   CURIOSITÀ STORICHE DELL’ISOLA – CAGLIARITANI IN CONTROLUCE

 

Intorno al primo trentennio di questo ventesimo secolo in Castello di Cagliari, vivevano due fratelli di cui tutti parlavano e raccontavano numerose vicende strane. Erano i fratelli Marceddu o is fraris Marceddus come li chiamavano i cagliaritani, molti dei quali ancora viventi non li hanno scordati. Esercitavano il mestiere di fabbro ferraio in una botteguccia che era attigua al vecchio Teatro Civico in via Università, ora completamente distrutto e del quale restano soltanto i muri esterni.

Negli anni trenta io ero un ragazzo e abitavo nel quartiere di Stampace, uno dei quattro vecchi quartieri della Cagliari antica, e udivo molto spesso raccontare le stravaganze di quei due fratelli. Il più anziano era uno spilungone, un po’ curvo, ed aveva una enorme pancia; l’altro era basso ed aveva le gambe corte. Rassomigliava ad una botte. Erano sempre affamati e quando si presentava loro una buona occasione si abbuffavano, a quanto loro raccontavano. Infatti il loro argomento preferito con gli amici era il cibo e i grandi piatti e le grandi loro mangiate. Erano ingordi, voraci e crapuloni.

Si racconta che una volta avevano cotto parecchi chili di pesce su una. rete metallica, di cui si servivano per coricare. Durante la cottura si sentiva un fetido odore e un continuo scoppiettio. Uno dei due aveva detto che i pesci erano molto grassi ed appunto per ciò i rumori provenivano dalla cottura del pesce. La gente, invece, asseriva che i pesci cuocevano assieme a degli insetti che si trovavano nella rete metallica.

Ecco quanto scrisse di loro Marcello Serra, nel 1977, ne «L’Aurora sui graniti è Rossoblù», scritto in occasione della vittoria della squadra calcistica della Unione Sportiva Cagliari nel massimo campionato di calcio: «Guardando la torre pisana, che si staglia con le sue pietre calcaree tutta bionda di sole come un fondale luminoso tra le due quinte in ombra della Via Università, il più alto dice sospirando e intenerito: “O fratellino mio, se questa torre si trasformasse tutta in polenta!”. E l’altro, completando il pensiero: “E quelle pietre che sporgono dai muri diventassero ciccioli, tocchi di lardo, pezzi di formaggio! Che bella festa per noi, o fratello! Che bella mangiata potremmo farci finalmente!”. “Ed invece oggi – chiede il primo – che cosa abbiamo a pranzo?” “Soltanto due canestri di pesci  – risponde il secondo – una conca di interiora ed un catino di frattaglie. E c’è ancora da aspettare tanto a mezzogiorno!”».

Questi sono alcuni fatti che dei due fratelli Marceddu si raccontavano. La Cagliari di quel periodo era piena di personaggi e tipi curiosi simili ai due fratelli. Ogni strada ed ogni quartiere aveva una figura singolare, una macchietta caratteristica di cui i ragazzi approfittavano per divertirsi alle loro spalle e di cui il popolino si serviva per raccontare avvenimenti gioviali e piccanti.

L’Eco di Bonaria, settembre 1977

 

CURIOSITÀ  STORICHE DELL’ISOLA

Da un documento dell’Archivio Generale di Simancas risalente al 1692.

 

Da un documento dell’Archivio Generale di Simancas, si possono rilevare alcuni aspetti della vita economico-sociale della Sardegna nell’ultimo decennio del Sec. XVII. Poche sono le notizie intorno a questo periodo e tutte si rifanno a documenti, riguardanti gli ultimi due Parlamenta sardi del secolo. Il documento ci offre un quadro ricco di particolari che riguardano la vita grama e difficile che i sardi conducevano in quegli ultimi anni del secolo XVII, che furono certamente anni di miseria, di lunga carestia e di terribili malattie. Il manoscritto, composto di 18 pagine, ci dà anche la possibilità di conoscere un momento della storia della piccola flotta sarda, costituita intorno al 1640, e il suo stato dopo circa 50 anni di attività.

Il consiglio di Stato Spagnolo, si legge nel documento, su invito del Sovrano, provvide a votare un ordine del giorno sull’eventuale smantellamento di due galere, ridotte in precarie condizioni nel porto di Cagliari, e quindi a decidere sul mantenimento dei due presidi spagnoli in Cagliari e Alghero, per la mancanza di fondi necessari e per la gravissima situazione finanziaria ed economica della Sardegna.

«EL CONSEJO DE ESTADO, CON UNA CONSULTA DEL DE GUERRA, Y OTRAS DEL DE ARAGÓN, SE REFIERE EL MISERABLE ESTADO AL QUE OY SE HALLA REDUCIDAS LAS GALERAS DE ZERDEÑA POR LA ESTRECHEZ DE AQUEL REYNO». (Il Consiglio di Stato in una Consulta del Ministero di Guerra e in altre di quello di Aragona, riferisce il miserabile stato in cui oggi si trovano le galere della Sardegna a causa delle ristrettezze di quel Regno). 

Come risulta dal documento, due furono le riunioni della Consulta d’Aragona. Da esse si viene a conoscenza che il Conte d’Altamira, membro del Consiglio di Stato, aveva già riferito le difficoltà incontrate per riporre in sesto le galere, affermando che, se anche gli impegni delle casse regie non fossero tanto gravi e i raccolti fossero abbondantissimi, sarebbe stato egualmente impossibile provvedere alle spese per rimetterle a posto.

Al termine di una lunga ed estenuante riunione, in cui presero la parola i dieci membri del Consiglio, fu deciso all’unanimità di sottoporre al sovrano la necessità di rimettere in funzione le due galere della flotta sarda inviandole a Napoli perché fossero, poi, avviate al concentramento di Mahon, piccolo porto francese, e di mantenere i due presidi di Cagliari e Alghero, necessari per la sicurezza dell’isola.

L’Eco di Bonaria, novembre 1977

 

CURIOSITÀ STORICHE  – VIGNETI E VINI SARDI NEL PERIODO SECENTESCO

 

Sui metodi e sulle usanze antiche della coltivazione della vite e della conserva­zione dei vini, abbiamo trovato curiose e interessanti notizie in uno scritto di un poeta sardo del Cinquecento su come impiantare e condurre una vigna, mentre una relazione poco nota di un visitatore generale spagnolo in Sardegna nel Seicen­to ci ragguaglia sui vini sardi e sulla loro qualità.                                

Le considerazioni sull’agricoltore sardo si trovano nell’opera di Antonio Lo Frasso “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” (Milleduecento consigli e avver­timenti), edita in Barcellona nel 1571. Questo illustre algherese, vissuto nel XVI secolo, fu uno dei primi poeti sardi a presentare la società isolana nei suoi scritti di grande interesse socio-economi­co e documentale. Nell’opera enunciata, il poeta, nel dare dei consigli ai figli ai quali lo scritto è ri­volto, li avverte che i precetti e gli avver­timenti esposti saranno di loro utilità, in quanto necessari per condurre una vita regolata e timorata.

Nel decalogo all’agricoltore che desidera impiantare una vigna, il poeta sardo po­ne come prima esortazione quella di cer­care un buon terreno fuori della strada maestra e di acquistare le viti di un buon vivaio; poi occorre controllare che il ter­reno in cui si pongono i ceppi sia ben lavorato e recintato e abbia un viottolo che servita al guardiano della vigna. Per ottenere un ceppo rigoglioso, Lo Fras­so asserisce che è necessario scavare a fon­do, potare e innestare in autunno e in in­verno e vigilare affinché nella vigna non entrino animali nocivi. Continua col con­sigliare che assieme ai filari delle viti, che devono essere bene allineate, si pongano quadrati di alberi fruttiferi, di aranci e di altre varietà e perfino di rose, e per quanto concerne la vendita dell’uva, con­siglia di non venderla a prezzi elevati af­finché non si dica che l’uva è acerba.

Altro punto notevole del decalogo del vi-gnaiolo è quello che riguarda la vendem­mia che dovrebbe effettuarsi verso la me­tà di settembre per continuare per tutto ottobre; ma l’inizio di settembre serve per preparare le botti, che devono essere ben lavate e controllate. Se per caso l’agricoltore avesse bisogno di soldi, gli si consiglia di vendere il vino in città senza frodare nella misura e di non desiderare la siccità per poter vendere il vecchio e buttare il nuovo, poiché sarebbe peccato mortale e questo non piace al Signore Iddio; ma se per caso il vino si guastasse, allora lo si può vendere per ace­to. D poeta sardo termina i consigli ai vi-gnaioli pregandoli di fare la carità ai pove­ri mendicanti dei prodotti che Dio ha da­to loro.

È interessante anche quanto scrive Marti­no Carrillo, il visitatore generale spagnolo, inviato in Sardegna dal sovrano per ren­dersi conto della situazione economica e sociale dell’Isola nei primi anni del XVII secolo. A riguardo delle vigne asserisce che ve ne sono molte come sono molti i vignaioli, che l’uva raccolta è abbondante e che il vino viene esportato dal Regno in grandissima quantità. Nella relazione segreta, rintracciata alcuni anni fa dai professori Boscolo e Sorgia ne­gli archivi spagnoli della Corona d’Aragona, si legge che in Alghero si raccoglieva molta uva ed era abbondante l’esporta­zione del prodotto tanto che, quando non vi erano pronte le imbarcazioni per il trasporto del vino in altri Stati ed arriva­va quello buono, sì era costretti a sba­razzarsi del vecchio.

A proposito del colore dei vini e della lo­ro qualità, il Visitatore Carrillo faceva presente che predominavano i bianchi e i neri ed i cannonati avevano un colore ru­bino ed erano buoni e sani. Il bianco era di moscato e di malvasia e tutti eccel­lenti.                                       

Vini e cucina di Sardegna, novembre 1977

 

CURIOSITÀ STORICHE DELL’ISOLA

Notizie Sulla Madonna di Bonaria nella relazione del Visitatore generale spagnolo Martin Carrillo

 

Durante i quattro secoli di dominazione ispanica in Sardegna, i sovrani spagnoli si preoccuparono delle condizioni economiche e sociali dei sardi, tanto che dal 1540 circa al 1698  inviarono in continuazione loro Visitatori  che, oltre a controllare gli atti finanziari e amministrativi dei viceré, avevano il compito di ispezionare in modo particolareggiato l’isola al fine di segnalare al sovrano con un resoconto alquanto dettagliato, quanto avevano visto e sentito, per poi dar modo alla Corte spagnola di prendere quelle decisioni atte a migliorare la triste situazione economico-sociale della Sardegna.

Furono diversi questi Visitatori, dei quali sarebbe bene poter rintracciare le relazioni che sicuramente avranno la possibilità di farci conoscere più a fondo le condizioni di vita dei sardi  durante il Cinquecento e il Seicento. Purtoppo per il momento si conosce solo quella del canonico saragozzano Martino Carrillo che visitò la Sardegna dal 1610 al 1612.

Uomo di profonda cultura e conoscitore di problemi  economici, affrontò con  zelo e serietà la missione affidatagli. La sua visita nell’isola si rivelò lunga e difficile, perché i feudatari sardi lo ostacolarono, ma non per questo il Carrillo non riuscì ad effettuare, una ispezione coscienziosa e precisa. Per oltre un anno, infatti, il saragozzano, come si legge nello scritto di Maria Luisa Plaisant «Martin Carrillo e le sue relazioni sulle condizioni della Sardegna» (1969), affrontò intense indagini e fece accertamenti laboriosi.

Due furono le sue relazioni: una a stampa, stesa a Cagliari nel mese di febbraio dell’1612, approvata dall’ Arcivescovo di Cagliari e edita a Barcellona nello stesso anno;  la seconda, quella segreta manoscritta, destinata solo al sovrano, è stata ritrovata alcuni anni fa in Barcellona dall’esimio Professar Granearlo Sorgia, In questa il Carrillo mette in evidenza i danni e i mali che patisce il Regno di Sardegna: mancanza di giustizia, poco sviluppo nell’agricoltura, il mare e i porti e la milizia.

Nello scritto a stampa il canonico, dopo una esauriente storia sulla Sardegna, parla della cristianità dell’ isola e dei suoi santi, e a tal riguardo, lui che era uomo di chiesa e quindi aveva la possibilità di dilungarsi, illustra la posizione del Santuario di Bonaria dando molte notizie interessanti e utili, come appresso si possono leggere. Infatti il Carrillo, scrive che poco fuori della città, in un colle, chiamato anticamente l a  «Villa de Buenayre», luogo ove l’infante Alfonso pose il suo campo per la conquista di Cagliari, vi è un convento di Nostra Signore della Mercede, chiamato di Nostra Signora di Bonaria, edificato dal re Giacomo d’Aragona, in cui vi sono tre cose di grande ammirazione.

La prima è un’immagine antica della Madonna: secondo la leggenda, un soldato, disperato per aver perso tutto al gioco, vibrò una coltellata alla goda della Vergine, di cui ancora può vedersi la cicatrice e il segno della ferita. Il soldato, dopo il sacrilegio, non lo si vide più. La leggenda racconta che fu portato via dai diavoli. La seconda meraviglia per il  canonico Carrillo è l’immagine di Nostra Signora approdata in quel  luogo, dopo che alcuni mercanti gettarono in mare il carico dalla loro nave per una tremenda tempesta. In una cassa c’era l’immagine santissima che giunse nel colle senza bagnarsi e con una candela accesa, ma che aveva bruciato una mano della statua e il piede del Bambino Gesù, poiché la candela era caduta.

La terza cosa da ammirare nel Santuario è una navicella d’avorio, di un palmo e mezzo, con alberi, guida e timone, donata da una pellegrina, di cui non si seppe né da dove fosse venuta né chi fosse. Questa navicella, con una lampada, osserva il canonico spagnolo, sta appesa assieme a tanti altri gioielli, e si   muove e volge la prora dove soffia il vento. Ma il più emozionante, scrive il Carrillo, è che nessuno ha mai visto quando si muove, sebbene sia stata osservata attentamente. «Io, osserva il canonico, l’ho fissata tante volte, dato che sto scrivendo queste note nello stesso convento, e tutti i giorni l’ho vista in diverse posizioni, con la prora rivolta secondo il vento che vi è nel golfo.

Il Visitatore Generale termina le considerazioni, osservando che, oltre a diversi scritti e ai numerosi miracoli che si operano in questo tempio per intercessione della Santissima Vergine di Bonaria, si trova un libro molto interessante, scritto nel 1595 dal Padre Antioco Brondo, maestro in Teologia e superiore del Convento che in quel periodo si trovava a Roma per provvedere alla stampa di un’altra pregevole opera: «L’Apocalisse», e il Carrillo consiglia la lettura agli spagnoli.

L’Eco di Bonaria, aprile 1978

 

PER CONOSCERE LA SARDEGNA L’ISOLA VISTA DAGLI INGLESI

 

Dieci anni fa una giornalista di un quotidiano londinese fu in Sardegna per un servizio giornalistico. Visitò l’Isola allo scopo di riportarne impressioni, considerazioni e immagini per stimolare gli inglesi a venire in Sardegna. Gli articoli, poi, furono raccolti in un volume di 200 pagine con ventisette foto, scattate dalla stessa giornalista, alcune delle quali molto interessanti e significative. Il libro, edito alla fine del 1968 dalla «Faber an Faber» di Londra (e di prossima pubblicazione in Italia) è composto di sei capitoli e due appendici, e queste, poste a chiusura del libro, sono utili al turista poiché gli presenta un elenco degli alberghi e il modo per giungere in Sardegna.

La giornalista, Mary Delane, presenta agli inglesi un’isola con una realtà diversa da quella presentata  mezzo secolo fa da D.H. Lawrence con «Sea and Sardinia» e da J. W. Tyndale con «Sardinia», ai quali la Delane si riferisce per le notizie storiche inserite nel suo libro, dal titolo, molto originale «Sardinia: the undefeated Island» (Sardegna: l’isola non vinta). La narrazione della Delane, sciolta, semplice, scorrevole e interessante, parla di un’isola moderna e protesa verso una completa industrializzazione, ma con campagne spopolate e molti problemi sociali da risolvere. Assieme al racconto, notevole significato assumono le immagini, tra le quali ricordiamo quella che presenta la realtà sarda attuale.

La giornalista parla dell’espansione edilizia in tutte le città. Parla anche dell’evoluzione della vita sociale ed economica e della presenza di molte industrie e degli investimenti effettuati in diverse zone turistiche, ed afferma che la Sardegna possiede un patrimonio paesaggistico ed archeologico notevole ancora da sfruttare. Di Cagliari, la Delane scrive che supera i 200 mila abitanti e che durante l’ultimo conflitto mondiale ebbe distrutto il 50% delle abitazioni, ma oggi la città ha mutato assai il suo aspetto. Nota anche che la capitale dell’Isola presenta diverse tracce delle dominazioni: dalla cartaginese alla romana, alla bizantina, alla pisana, alla aragonese e alla spagnola, per i ruderi dell’anfiteatro romano e per le alte torri pisane, purtroppo chiuse ai turisti. Raggiunta Alghero, dopo la visita del Sulcis e dell’Oristanese, la Delane abbandona con rammarico la Sardegna, ed immagina la bellezza di un soggiorno più lungo per godere il bel sole, le immense spiagge e le splendide scogliere, lambite da acque sempre trasparenti, le grotte stupende e il soave profumo dei fiori e le meravigliose e strane torri coniche: i nuraghi.

L’Unione Sarda, 10 novembre 1978 e Sardegna Magazine, febbraio 1989

 

NELLA SARDEGNA DEL SETTECENTO – LA CURIOSA USANZA DELLA “RAMADURA”

 

Da un’interessante lettera archivistica si legge di una usanza di carattere religioso-sociale ancora in vita nell’ultimo quarto del Settecento. La lettera, indirizzata all’arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano, riguarda una lamentela di non ricompensa da parte della confraternita locale per un lavoro effettuato a beneficio della comunità religiosa del paese. Lo scritto, in spagnolo, in cui è inserito un vocabolo sardo, che non ha riscontro né nella lingua castigliana né in quella catala­na, riveste anche carattere religioso-popolare, poiché presenta una usanza ancora qualche anno fa riscontrabile non solo nei paesi, ma anche nel capoluogo isolano, quando si preparavano le strade in cui doveva passare una processione. L’usanza si va riprendendo nei paesi della Sardegna durante le sagre popolari. Nel documento si parla infatti di carri di “ramadura”, col signifi­cato di miscuglio di fiori e foglie sparso nelle chiese e per le strade, in occasione di processioni e di grandi feste religiose.

L’incarico di provvedere alla raccolta della ramadura e di spar­gere per terra fiori e foglie era affidato ai sagrestani dalle confraternite organizzatrici delle feste religiose. Le confraternite, sorte in Sardegna nel periodo catalano-aragonese e sviluppatesi e concretizzatesi nel periodo castigliano, ebbero un preciso posto nella storia religiosa e civile della Sardegna. Attraverso la storia delle confraternite, tuttora ine­sistente, si potranno conoscere le loro molteplici attività, ar­ricchendo così il quadro delle tradizioni civili e religiose; si potrebbe inoltre trovare quale rapporto vi sia stato tra queste istituzioni e l’architettura ecclesiastica.

Ritornando al documento si legge più avanti che, secondo una usanza molto antica, ogni anno si provvedeva a portare nella piazza antistante la chiesa parrocchiale, due carri di ramadura per le ricorrenze festive della Pasqua di Pentecoste e della San­tissima Trinità e altri due carri per la festa della Vergine San­tissima, per conto del priore dell’Oratorio, che dirigeva la con­fraternita nell’aspetto religioso. Alla conclusione delle feste era usanza che il priore cedesse la ramadura a beneficio del loro lavoro ai due sacrestani, i quali venivano pagati anche con l’obolo offerto dai paesani che parte­cipavano alla festa.

Poiché il priore non aveva provveduto a pagare quanto dovuto, i sagrestani rimisero la questione al canonico prebendato; il quale, viste le ragioni delle parti, controllata la riferita usanza, accertato che i sacrestani non avevano potuto fare altro lavoro, perché impegnati in quello della ramadura, decise che il priore pagasse il diritto e i sagrestani fossero tenuti a conti­nuare nell’usanza nella solita forma. Il priore non acconsentì a quanto il prebendato aveva ordinato; così i sagrestani inviarono una lamentela scritta all’arcivesco­vo, supplicandolo di prendere la decisione di comandare il priore della confraternita di lasciare la concessione ai due sagrestani e di provvedere al pagamento del lavoro effettuato. L’arcivescovo Melano rispose a quanto richiesto dai sagrestani, ordinando al priore di fare quanto essi avevano richiesto.

Gastronomia di vini in Sardegna, A.II, ottobre-novembre 1980 e Sanluri notizie 28 febbraio 1990

 

LA PRESSIONE FISCALE SUL VINO BEVUTO DAI SARDI

 

Particolari disposizioni del XIV secolo prevedevano esosi balzelli sul vino e comminavano severe pene contro i mercanti, gli osti e gli assaggiatori.

 

Nel 1929 il direttore dell’Ar­chivio comunale di Cagliari, Miche­le Pinna, pubblicava in «Archivio Storico Sardo» le ordinazioni co­munali, emanate nel XlV secolo dai Consiglieri del Castello di Cagliari, disposizioni che rimasero in vigore fino ai primi del Seicento e, poi, modificate, per tutto il periodo della denominazione spagnola. Con queste ordinazioni scritte in catalano, i Consiglieri municipali intendevano regolare il normale svolgimento della vita amministrati­va del Castello e dei sobborghi cit­tadini: Stampace, Villanova e La Marina, nonché provvedere all’or­dine interno della città mediante apposite disposizioni che, nel com­plesso, secondo il Pinna, rappre­sentavano il Codice di Polizia.

Si tratta di una fonte storico-amministrativa di notevole impor­tanza a cui ci si dovrebbe rifare per conoscere più a fondo le vicende minori cittadine e quali multe e pe­ne venivano comminate ai trasgres­sori degli articoli di queste Ordina­zioni.

Possiamo affermare che il Co­dice era il regolamento dei com­portamenti dei cittadini, durante il periodo aragonese prima e spagno­lo poi, una specie di Breve Comunale che serviva a disciplinare l’organiz­zazione, le funzioni e le competen­ze dei cagliaritani, stabiliva la giuri­sdizione degli uffici ed il loro pote­re sui mercanti, regolava le nume­rose funzioni amministrative, con­trollava i pesi, le misure e i traffici nell’interno del Castello e dei sob­borghi, vigilava sui venditori, sui sensali ed era uno strumento di controllo continuo delle merci nei magazzini.

In queste ordinazioni, di oltre duecento capitoli, al cui controllo era demandato il verghiere comu­nale, vi sono una decina di articoli che riguardano i vini, la loro misu­razione ed il trasporto, i mercanti e i rivenditori, gli osti e i tavernieri, nonché i sensali, gli assaggiatori e i trasportatori.

Ogni cittadino che doveva tra­sportare del vino greco, latino e sardesco (così erano indicati i vini che circolavano a Cagliari in quel periodo), era obbligato a denun­ciarli col giuramento all’esattoria d’imposta, il daziere d’oggi, e gli si applicava la multa di lire 5, pari a trentamila attuali, se avesse vendu­to, tenuto o introdotto del vino in casa per uso proprio, senza la bol­letta d’accompagnamento, o se l’avesse esportato senza pagare il diritto d’imposta, mentre il taver­niere, o altra persona, che com­prava del vino in botti, botticelle, barili e giare in Castello e nei sob­borghi, non poteva trasportarlo e venderlo prima che venisse pagata l’imposta. Così il sensale, colui che vendeva e faceva contratti di ven­dita di vino all’ingrosso e al detta­glio, era tenuto a far denuncia all’esattore, pena la multa di 5 lire o 20 giorni di carcere, se non paga­va la multa.

Nel trasporto del vino il barcaiolo, lo scaricatore, il carrettiere ed il facchino non dovevano berne e, qualora ne mancasse al control­lo, veniva loro comminata una mul­ta di 10 soldi con l’obbligo di pagare anche la quantità di vino bevuta o trafugata, mentre al sensale, al mercante di vino o di altra mercé era proibito di fare società con più di uno, pena la multa di IO soldi. Il mercante di vino era tenuto a di­chiarare al compratore da dove il vino proveniva e come tale vender­lo e annunciarlo ai cittadini median­te banditore. La pena prevista per i trasgressori di questo ordine era di 60 soldi, cioè 5 lire, dato che una li­re equivaleva a 12 soldi.

Al cittadino di qualsiasi condi­zione o nazione che vendeva botti di vino all’ingrosso era vietato di consegnare il vino al compratore senza che prima le botti venissero misurate dalle due persone o dai probiuomini, all’uopo incaricati dai Consiglieri comunali, che doveva­no accertare la quantità delle quartare di ciascuna botte ad assicurare il compratore che ogni botte con­teneva le centocinque quartare di Cagliari, come era previsto. La quartara era una misura di capacità per il vino, che si usò nel capoluogo ¡solano fino ai primi anni del XIX secolo:   essa   equivaleva   a   circa quattro litri e mezzo. Ma se i controllori, secondo la forma e le mi­sure indicate, avessero riscontrato che le botti contenevano meno della misura dichiarata, dal prezzo si sarebbe dovuto dedurre e defal­care la quantità mancante, e al compratore doveva restare il rima­nente contenuto nella botte. E se ciascuna botte avesse contenuto più delle centocinque quartare, si sarebbe dovuto corrispondere al venditore il di più, secondo la tarif­fa ed il prezzo stabilito. Quanto fatto e deciso dai due incaricati do­veva essere accettato senza condi­zioni dal compratore e dal vendito­re, i quali non potevano contravve­nire all’ordine, pena la multa di IO soldi. Inoltre i due contraenti era­no tenuti a corrispondere ai due in­caricati o ai probiuomini, quattro denari per botte, cioè due denari a testa, che aumentavano a tre dena­ri a testa fuori del Castello, e ciò tante volte quanto essi volevano che venissero misurate le dette botti. Chi però avesse pagato una volta per quella stessa botte, non era tenuto a pagare l’imposta un’al­tra volta, né i detti incaricati dove­vano misurare la feccia, che poteva essere misurata senza compenso.

Si intendeva che la misurazione doveva farsi anche se le parti non avessero pagato o avessero rinun­ciato alla misura, né alcuno poteva opporsi a quanto disposto. Era in­teso anche che si pagava tanto per un barile quanto per una botte. Nelle taverne del Castello e dei sobborghi non era possibile tenere più di tre botti ed era obbligo ven­dere il vino solo al minuto, pena la multa di 20 soldi, e non era conces­so agli osti e alle ostesse del Castel­lo e dei sobborghi che lasciassero giocare gli avventori che facessero chiasso sia all’interno del locale co­me nella porta o nell’ingresso. Si poteva giocare a dama e a carte so­lo nell’ingresso dell’osteria ed era vietato giocare a dadi allungati o piombati o in qualche modo truc­cati. Era comminata l’ammenda di 50 lire (oltre 60 mila lire d’oggi) o 12 mesi di prigione, qualora non venisse pagata la multa, mentre al mercante di vino o ad altra persona che avesse tenuto vino nella Strada del Vino (probabilmente la via Stret­ta del Castello, come asserisce Dionigi Scano), era vietato traspor­tare le botti di vino senza che ve­nisse aiutato dagli stessi osti o dalle ostesse che compravano il vino, oppure dai loro familiari, personalmente delegati, pena la multa di 60 soldi.

Al mercante si imponeva anche di scrivere nei registri il nome della persona che avesse ricevuto la bot­te del vino, altrimenti avrebbe pa­gato una multa pari a 5 lire, cinque­mila attuali. Per concludere, pre­sentiamo, in una libera versione ita­liana, uno degli articoli, come era ordinato e come veniva letto ai cit­tadini: «Udite ora per decreto del Veghiere (vicario). I Consiglieri e i Probiuo­mini del Castello di Cagliari, revo­cando tutte le singole disposizioni così da loro, come dai loro prede­cessori finora fatte ed ordinate, ordinarono che a nessuna persona che venda botte o botti di vino all’ingrosso sia lecito consegnarlo al compratore finché quelli che tengono la verghetta non l’abbia­mo misurato e calcolato; e che cia­scuna botte di media capacità s’in­tenda che debba risultare di 105 quartare di Cagliari. E se conterrà di meno, nella detta proporzione».

La verghetta (o verga) era un ba­stone con dei segni, che serviva per misurare l’altezza del vino nella botte. Da ciò l’appellativo di Verghiere attribuito al misuratore per stabilire la tassa sul vino.

Gastronomia e vini di Sardegna, A.III, n° 1, gennaio 1981

 

     CAGLIARI SEICENTOSESSANTA ANNI FA – VILLA DI BONARIA CITTÀ PER QUATTRO ANNI

 

In una piacevole, tranquilla collina, accanto al mare, nei dintorni di Castro di Cagliari, seicentosessanta anni fa, nasceva una colonia che, nel giro di quattro anni, divenne un grosso centro militare, commerciale e portuale. Alla fine del 1326, in questo colle, alle cui falde la pianura era malsana e acquitrinosa, ospitava oltre 150 cavalieri e ottomila abitanti, provenienti dalla Catalogna, dall’Aragona, dalla Valenza, dalle Baleari e dalla Murcia. Le concessioni immobiliari date a questi abitanti non erano pure e semplici donazioni, bensì cessioni enfiteutiche. I consiglieri delle diverse località dei regni, impegnati nella conquista della Sardegna, avevano concesso salvacondotti di commercio a molti coloni per popolare questo colle e concessero anche immunità per crimini e franchigie per debiti.

Questo centro, di cui non restano tracce visibili, ma si sa che vi era la porta dell’Ammiraglio e una porta «di mezzo» di fronte alla Basilica di S. Saturno, era cinto da alte mura, da torri, da fortificazioni, aveva molte abitazioni e una grande chiesa. Ma, proprio nel momento di maggior espansione edilizia e commerciale, e quando ormai vi erano gli organi giudiziari, amministrativi, militari e governativi, magazzini ben riforniti di grano, orzo, vino per due anni, carne salata in abbondanza, forni e molini, pozzi e un carcere sotterraneo, improvvisamente questo centro cessò di vivere e i suoi abitanti furono costretti a popolare il Castro di Cagliari, alla fina del 1327. Non era possibile per le autorità militari aragonesi controllare due roccaforti così vicine: il Castello di Villa di Bonaria e quello di Castro di Cagliari, evacuato interamente dal pisani, nel giugno del 1326.

Le poche notizie sopra menzionate, che interessano questo agglomerato cittadino, si trovano nel testo «La conquista de Cerdeña por Jaime II de Aragón», dello studioso spagnolo Antonio Arribas Palau, edito a Barcellona nel 1952, mai recensito in Sardegna dagli ispanisti. Sarebbe necessaria una edizione italiana, affinché l’opera possa essere divulgata e conosciuta; vi sono infatti riferimenti a località in cui si svolsero avvenimenti storici di grande importanza, ormai scomparse, o ancora da rintracciare, che si riferiscono ai primi anni della dominazione catalano-aragonese. Vi è anche la presentazione del Castro di Cagliari, l’invulnerabile fortezza pisana, il cui aspetto imponente non fece trovare parole al vescovo di Huesca e al nobile Berenguer di San Vicente, per la magnificenza delle sue condizioni di difesa. Ci presenta, inoltre, la storia di Sassari, del Goceano, di Castelsardo, allora Castelgenovese (Castellaragonese, al tempo degli aragonesi) e di molte altra località sarde.

Dopo lo sbarco in Bonaria, nel giugno del 1323, gli aragonesi compresero di non poter conquistare subito la roccaforte del Castro di Cagliari, per cui decisero dì costruire mura, fortificazioni, torri con relative porte, ed un amplio porto, più accogliente e migliore di quello della Marina di Cagliari, allora chiamata «La Pola». Era il primo nucleo di una comunità destinata ad assumere il carattere di vera città. Giunsero poi artigiani, mercanti, coloni, negozianti e professionisti per creare una città che fosse simile a quella della loro patria. Questo piccolo centro, chiamato Villa di Bonaria e Barceloneta, acquistò grande importanza, perché vi giungevano, con regolarità, le navi provenienti dalla Catalogna, dalle Isole Baleari e dal Regno di Valenza. Con rapidità impressionante, gli operai, dopo aver costruito il muro di cinta dello spessore di 20 palmi, provvidero ad edificare una grande chiesa, che fu dedicata a San Saturnino: era bella, simile alla cattedrale di Lerida, la chiesa-convento-fortezza, costruita un secolo prima, circondata da mura, con torre esagonale.

Questa chiesa, da non confondersi con la basilica romanica di S. Saturno, nella piana tra il colle di Bonaria ed il sobborgo di Villanova, serviva da fortezza ed accoglieva 50 cavalieri e 600 serventi. All’interno delle mura si trovavano molte macchine moderne da guerra, che rendevano la città talmente fortificata da sembrare un castello. Di fronte al mare, fu innalzata una torre, in cui furono sistemati 20 serventi e più a sud fu ricostruito un vecchio fab­bricato per bagni, servita da 110 serventi. Per controllare le mura furono costruite altre torri, a distanze regolari, che durante l’assedio davano alloggio a cento cavalieri e a 400 serventi.

La fondazione della Villa di Bonaria e l’aumento della popolazione portarono gravi problemi, diventati scottanti nei primi mesi del 1327, a sei mesi dall’occupazione definitiva del Castello di Cagliari. Per evitare lo scontro tra gli abitanti di Bonaria e le autorità del Castro, un privato, stabilitosi in Bonaria, considerò soluzione più adeguata la soppressione dei privilegi della città appena nata, a favore del Castello di Cagliari, giacché, in caso contrario, sarebbe arrivato un tempo in cui Cagliari sarebbe scomparsa. Ma, sopprimere i privilegi di Bonaria rappresentava una smentita alla politica del monarca aragonese e lasciava senza effetti una moltitudine di impegni già contratti, dato che Giacomo II aveva dato ben precisi ordini per la creazione di una nuova città, lasciando ai Pisani il Castro, come stabilito nel trattato del giugno del 1324.

II 25 febbraio 1327, Giacomo II, dando ascolto ai consigli del governatore del Regno di Sardegna, Bernardo de Boxadors, concedeva al Castro gli stessi privilegi concessi a Villa di Bonaria, per provvedere al suo ripopolamento. Tra i privilegi si contava l’esenzione dal servizio personale e del pagamento dei frutti, la facoltà di effettuare uno o due fiere annuali, uso gratuito del sale, fissazione di limiti e sua giurisdizione e concessioni di costruire nuove case. Gli abitanti di Villa di Bonaria, sebbene venissero fatte loro enormi concessioni, perché passassero al Castro, riuscirono ad ottenere un rinvio del termine, loro concesso, fin quando non fosse terminato il popolamento, nel luogo sano e di «bella vista», da parte di altri coloni, dato che le autorità della Villa avevano concesso di costruire fino al «Puig de les Forqués» (oggi Monte Real, su cui sorge la Casa Provinciale delle figlie della Carità di S. Vincenzo). Alle falde di questo «Puig» (monte), già difeso da un muro, erano state costruite un centinaio di abitazioni, pronte ad essere occupate dai coloni, ormai in viaggio, provenienti dalle coste iberiche. Dopo altri mesi di contrasti tra gli abitanti di «Barceloneta» e i governanti del Castro, alla fine del 1327, gli abitanti della villa furono costretti a trasferirsi nel Castello di Cagliari. Cessò perciò la vita su quel colle «Bon Ayre», che aveva per pochi anni raccolto un grosso numero di colonizzatoli iberici. Quel Colle riacquistò la vita alcuni anni dopo per opera del Mercedari e diede il nome alla statua della Vergine, giunta sul colle nel  1370.

L’Unione Sarda, 21 giugno 1983

 

LAVORANDO IN BIBLIOTECA – MARTIRI DI CAGLIARI VENERATI IN ARAGONA

 

Nella Biblioteca comunale di Cagliari si trova il libriccino «Noticias históricas de las insignas reliquias de diez Santos mártires de Caller en Cerdeña que se veneran en la iglesia parroquial de San Juan Bautista, de Armillas, diócesis de Zaragoza, Provincia de Teruel», stampato, nel 1893, in Saragozza, in occasione delle grandi feste tributate in quell’anno ai santi cagliaritani alla presenza del vescovo ausiliario dell’arcivescovo di quella città, in visita alla parrocchia di Armillas. Diciamo subito che si tratta di alcuni dei supposti martiri della fede, sulla autenticità dei quali permangono tuttora dense nebbie. Ma ciò non toglie valore alla presenza di queste reliquie in Spagna. Non sappiamo come questo volumetto (formato 15×10), stampato nella tipografia di Mariano Salas, sia giunto nella Biblioteca Comunale di Cagliari, forse richiesto dal bibliotecario di quel tempo. Sono ormai novant’anni che questo libriccino ha visto la luce in Aragona e crediamo che nessun sardo d’oggi sappia che in Armillas, un villaggio aragonese di non più di 2500 abitanti, si trovano le reliquie di martiri cagliaritani, ricordati annualmente con grandi feste nell’ultima domenica di aprile.

L’opuscolo, di venti pagine, con caratteri a stampa piccolissimi, consta di tre capitoli. Il primo presenta la Sardegna, la sua posizione geografica, una sua breve storia e ricorda l’abbondanza delle sue frutta e la ricchezza delle sue miniere; ma principalmente, l’Isola viene ricordata, perché occupa il primo posto nella storia ecclesiastica, per il valore con cui i suoi nativi seppero resistere, con coraggiosa fede, ai tiranni, durante le tredici persecuzioni mosse dagli Imperatori romani, nei primi secoli dell’affermarsi della Chiesa. L’anonimo autore di queste poche pagine presenta poi i campioni della fede, che diedero splendore alla chiesa versando il loro sangue e rendendo fertile e fortunato il suolo sardo. I dieci martiri, di cui la parrocchia di Armillas possiede le reliquie, sono Bartolomeo, Ruffino, Leone, Martirio, Ponziano, Filippo, Mauro, Vittorio, Stefano e Maria, tutti santi venerati anche nella chiesa cagliaritana, dei quali l’autore dà notizie biografiche, la data e il luogo dove furono rinvenute le loro ceneri.

La seconda parte parla della traslazione delle reliqui in Armillas, avvenuta nel 1624, su richiesta del mercedario Giovanni Angelo, vicario generale della Sardegna. Si racconta, poi, come questo frate si trovasse a Cagliari dal 1614 al 1617, periodo in cui si lavorava agli scavi nella zona cimiteriale di San Saturno e San Lucifero, nel quadro della ricerca dei corpi santi, durante gli anni della contesa religiosa, fra Cagliari e Sassari, per la supremazia ecclesiastica in Sardegna. Il 7 maggio 1624, il vicario generale mercedario ottenne il permesso viceregio per portare in Aragona le reliquie di alcuni martiri, e l’arcivescovo Francisco de Esquivel, che aveva fatto costruire, a sue spese, la cripta nella cattedrale di Cagliari, per porvi le ceneri dei santi martiri Cagliaritani, gli donò le reliquia richieste, come era stato concesso ad altri vescovi dell’Italia e di altre zone della Spagna. Rientrato in Aragona, il mercedario diede le reliquie, perché le custodissero, ai coniugi Millàn, padroni delle saline che si trovavano nei dintorni del villaggio di Armillas e benefattori dei conventi mercedari di Olivar e a Daroca.

L’ultima parte dell’opuscolo narra del culto pubblico delle reliquie che ebbe inizio nel 1785, quando gli ecclesiastici, approfittando della visita pastorale dell’arcivescovo di Saragozza, gli presentarono l’autentica delle reliquie, donate dai successori dei Millan alla parrocchia di Armillas. L’arcivescovo diede allora disposizione al parroco del villaggio, di porle in un reliquiario e di portarle processionalmente per le vie della parrocchia.

All’alba del 30 aprile 1786, giorno della festa di San Pietro Martire, le campane del villaggio suonarono a festa per invitare gli abitanti, che parteciparono ancho alla lunga processione, che percorse le vie di Armillas Dopo un’ora di sfilata le reliquie furono sistemate nella nicchia posta sull’altare maggiore. All’ormelia della messa cantata, un mercedario predicò, commuovendo il popolo e augurando ogni bene al villaggio; inoltre ringraziò la Provvidenza per aver disposto che i resti di alcuni corpi santi di Cagliari si venerassero in quell’umile parrocchia, dopo moltissimi anni di occultamento in una casa privata. Il padre concluse esortando gli abitanti ad avere fiducia in tutte le loro necessità, ogni qualvolta avessero pregato con fede e costanza davanti alle reliquie.  Da quel 1786 le reliquie dei dieci martiri cagliaritani si conservano nell’urna posta al centro dell’altare di San Ramon Nonnato e tutti gli anni si ripetono la grandissima festa e la processione.

L’Unione Sarda, 22 settembre 1984

 

DOCUMENTI – FESTE CIVILI E RELIGIOSE NELLA SARDEGNA DEL 1600

 

In «Leyes y pragmáticas», una raccolta di leggi, decreti e ordinanze effettuata dal dotto giurista sassarese Francesco Angelo Vico e stampata a Napoli nel 1640, si legge che, nella Cagliari del primo Seicento, in cui la vita sociale e collettiva era giunta ad un certo grado di organizzazione e di raffinatezza, le festività religiose e civili erano numerose. Lo si legge anche in Joaquín Arce, autore di «La Spagna in Sardegna» (Madrid 1960 e Cagliari 1982), il quale scrive che, senza contare le domeniche, le feste di Natale e di Pasqua e le altre feste mobili, erano ben settantaquattro le festività infrasettimanali. I sardi, in quei giorni, onoravano i patroni dei gremi e delle confraternite e i santi ai quali si rivolgevano per chiedere di preservarli dalle malattie e dalle lunghe carestie. Di parecchie di queste feste non restano tracce, poiché il tempo e il progresso le hanno sotterrate in modo tale che non sono riuscite a giungere ai nostri giorni. Alcune sono scomparse molti anni fa, talune uno o due secoli fa, come la sagra di S. Antioco che si svolgeva a Cagliari, il 5 maggio, nella collina di Bonaria, a cui intervenivano i contadini con le traccas, provenienti da diverse parti del Campidano. Ne abbiamo notizia dal Fuos, un cappellano militare germanico, che percorse la Sardegna negli anni Settanta del secolo XVIII e ci lasciò una interessante descrizione nel testo «La Sardegna nel 1773-1776 descrita da un contemporaneo» (traduzione dal tedesco di P. Gastaldi Millelire).

Il Fuos racconta che la sagra di S. Antioco era, con quella di Sant’Efisio, la più rilevante in tutto l’anno ed aveva carattere spiccatamente rurale. La descrizione che fa il Fuos sulle traccas, che intervenivano a decine alla sagra, è interessantissima. Essa si può leggere a pagina 135 de «La città del sole» di F. Alziator, che la riporta.Di un’altra festa, abbiamo conoscenza solo ora, da un documento rintracciato qualche mese fa nella solita miniera che è l’Archivio d’Aragona di Ba­cellona. Dal documento si possono trarre alcuni aspetti di vita sarda, che servono per ricostruire il panorama sociale dell’Isola nel periodo spagnolo. A noi interessa conoscere la festa di cui si parla nel sopraddetto documento archivistico. Essa si snodava per le strade del Castello di Cagliari nel giorno delle Ceneri, primo giorno di Quaresima. Alla funzione in Cattedrale partecipavano le massime autorità comunali, in abito di gala.

Si legge nel documento che era usanza in Cagliari che il Sindaco della città, al quale il viceré, la mattina del mercoledì delle Ceneri, consegnava il bastone del suo ufficio (noi propendiamo a credere che fossero le credenziali del viceré, che lo rappresentava, e lo chiameremo Alternos), andasse nel Duomo accompagnato dai giurati per assistere alla Messa cantata e ricevere le sacre ceneri dalle mani dell’Arcivescovo, o del Presbitero. Poi, fatto il giuramento davanti all’altare, il Sindaco usciva dalla chiesa e, a cavallo, partecipava alla processione. Prendeva posto dietro l’Arcivescovo, in abiti quaresimali, di color violaceo. Il Sindaco portava anche quella bandiera che gli aragonesi avevano innalzato sulla torre di San Pancrazio, la più alta della città, quando, nel 1324, per la prima volta, entrarono nel Castello di Cagliari, e due anni più tardi, quando se ne impadronirono definitivamente, in nome del sovrano d’Aragona Alfonso II.

Dal documento, che porta la data del 30 aprile 1644, a firma dell’Arcivescovo di Cagliari, Bernardo de la Cabra, che resse la diocesi cagliaritana dal 1641 al 1655, si hanno altri particolari, che si riferiscono alla diatriba sorta tra l’arcivescovo e i consiglieri comunali. Costoro, infatti, che già l’anno precedente non avevano voluto recarsi a rendere omaggio all’alto prelato dopo l’elezione a giurati della città, erano giunti in Duomo, il giorno delle ceneri, quando la Messa era giunta all’epistola ed il coro stava cantando il verso Adiuva nos. I giurati si erano tanto offesi, perché non erano stati attesi per ricevere le ceneri assieme con gli altri, che la domenica seguente fecero dimostrazione lasciando la Cattedrale prima che terminasse la Messa, non attendendo l’arcivescovo per accompagnarlo, come era usanza, quando era nell’adempimento degli uffici religiosi. Il De La Cabra, che il giorno dell’Assunta dell’anno 1643 non aveva accolto alla soglia del Duomo il viceré duca di Avellano e le autorità comunali, i quali sdegnati avevano abbandonato la chiesa, scriveva al sovrano, d’aver già reclamato presso il viceré. Ciò perché pretendeva di essere atteso, quando doveva partecipare agli uffici divini e sembrava ora pretesa più sfrontata quella dei giurati che volevano essere attesi anche loro. L’arcivescovo, che è ricordato per essere stato, secondo le cronache, la prima vittima della peste, in Cagliari, nel dicembre 1655, supplicava il sovrano, affinché ordinasse ai giurati di desistere dal pretendere di essere aspettati per le funzioni religiose, dato che la chiesa li chiamava per tempo con il suono delle campane, e così potevano arrivare puntuali.

L’Unione Sarda, 27 settembre 1984

 

 

DOCUMENTI E RICERCHE: COME FUNZIONAVA L’UNIVERSITÀ DI CAGLIARI  ALLA FINE DEL ’600

 

Tra le diverse centinaia di documenti che abbiamo controllato nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, ne abbiamo rintracciati alcuni che si riferiscono all’attività didattica, al numero delle facoltà universitarie di Cagliari, allo stipendio dei cattedratici e alla richiesta al sovrano di risolvere il problema finanziario dell’Ateneo. Le finanze dell’Università della capitale erano giunte al collasso nel 1698, quantunque la Municipalità avesse sollecitato continuamente gli stamenti e le città a versare la somma annuale concordata nel Parlamento sardo del 1603, mai versata sin dal 1626, anno di apertura dello Studio Generale cagliaritano. Della storia delle Università sarde si sono occupati diversi studiosi. Essi hanno affermato, tra l’altro, che nel Seicento sia nell’Ateneo di Cagliari che in quello di Sassari, ad un inizio promettente e valido era seguito un periodo inefficiente tanto che i locali erano stati impiegati solo come deposito di grano e caserme per truppe. Dobbiamo far notare che, come è stato riferito da coloro che si sono interessati della storia degli atenei isolani, tutti sono stati concordi nell’affermare che le notizie che si riferiscono al periodo spagnolo sono molto scarse e frammentarie.

Del libro sulla storia dell’Università cagliaritana molte sono le pagine ancora bianche, che aspettano da lungo tempo di essere scritte. Passeranno certamente molti e molti decenni prima che siano coperte di inchiostro, poiché i documenti si trovano sparsi negli archivi spagnoli, rinchiusi in migliaia di legajos (fascicoli), che devono essere ancora controllati e studiati. Con i documenti da noi letti e studiati, intendiamo ora riempire una parte di una di quelle pagine. Daremo così un modesto, ma riteniamo utile contributo, inserendo un tassello nel vasto e intricato puzzle che interessa la vita universitaria sarda nel primo secolo della sua attività. Dai documenti appare evidente che l’attività, a causa di pochi fondi, era sì ridotta, ma non inesistente. Non erano infatti sufficienti le sole tasse di immatricolazione e di frequenza e il contributo finanziario delle casse comunali di Cagliari. Per questo motivo, alcune aule erano state impiegate dalla municipalità come magazzini per il grano, contrariamente a quanto aveva disposto il sovrano, condannando questo comportamento, solo perché erano ridotte le attività, ma non i corsi e non erano diminuiti le facoltà e il numero delle cattedre.

Le facoltà, nel 1698, erano cinque, una in più di quelle istituite nel 1620 e funzionanti nel 1626. Le cattedre di giurisprudenza erano sei, di cui due di Leggi, una delle quali con il titolo di primaria, due di Canoni e due di Istituzioni; sei le cattedre di filosofia, come quelle di teologia, quattro quelle tenute dai gesuiti; due erano di medicina e una di arte, quest’ultima nuova. Le finanze dell’Ateneo erano tanto insufficienti che non si potevano pagare regolarmente e decorosamente i docenti, che si lamentavano da parecchi anni, perché lo stipendio non solo era modesto, ma veniva dimezzato di anno in anno. I docenti avevano quindi ridotto il numero delle lezioni, ricorrendo a quelle private e dedicandosi maggiormente alla professione. Questo modo d’agire era condannato, ma sopportato per ovvie ragioni, dalle autorità cittadine. Dal documento di tre pagina del 20 ottobre 1698, steso per ordine del Consiglio della Corona, si apprende che il cattedratico di prima riceveva 100 pesos annualmente, equivalenti in quel periodo a 1500 reali di conio misto, i cattedratici di Leggi ne ricevevano 80 e quelli di Istituzioni 40. La causa dello stipendio così esiguo viene giustificata dalle autorità cittadine del capoluogo sardo con il fatto che solo la città di Cagliari versava il contributo annuo.

Gli stamenti e le città isolane, nel Parlamento del 1603, tenuto a Cagliari sotto la presidenza del conte di Elda, viceré di Sardegna dal 1595 al 1597 e dal 1599 al 1604, si erano impegnati a contribuire alle spese dell’attività universitaria. Carlo II, con documento del 23 ottobre del 1698, ricordato quanto stabilito in quel parlamento, non accettò la proposta dei consiglieri della Corona enunciata nel sopraddetto documento del 20 ottobre, di tassare i sardi facendo pagare un cagliarese e mezzo (equivalente a un venticinquesimo di un reale) ai cittadini sul grano comprato dagli agricoltori a un cagliarese e mezzo a questi ultimi sul grano venduto. Inoltre il sovrano ordinò al viceré di Sardegna, conte di Montellano, di imporre agli stamenti e alle città isolane di versare la loro parte. Ciò era deciso nel parlamento del 1603, anche perché una clausola per concedere la fondazione dell’Università di Cagliari era quella che ordinava agli stamenti e alle città di provvedere a proprie spese alla gestione universitaria, dato che il sovrano, in quel tempo Filippo II, non intendeva provvedervi con mezzi finanziari dello Stato, come si legge in un documento del 20 luglio 1553. Nel documento del Consiglio della Corona si legge infine che nella capitale non vi erano gabelle né sulla carne né sul pane; erano tassati solo il vino, l’acquavite e l’olio, nonché le sete, le lane, le tele e altri generi che provenivano dall’estero, per i quali i fornitori pagano il 20 per cento.

L’Unione Sarda, 22 gennaio 1985

 

VICENDE, MESTIERI, COSTUMI E PROFESSIONI DI UNA CITTÀ: VIVERE A CAGLIARI DOPO IL RINASCIMENTO

 

 Negli ultimi anni del ’500 e per tutto il ‘600 ci fu a Cagliari un grande fervore edilizio grazie soprattutto ad una nuova politica governativa e municipale che diede la possibilità di costruire in diverse parti del Castello e dei sobborghi cittadini. Le vecchie fortificazioni portuali furono rese più efficienti con l’erezione di un fortino e ci fu anche il rafforzamento e l’ampliamento del baluardo portuale. Queste fortificazioni portarono ad una sistemazione e ad un ampliamento della piazza del Molo e delle due strade che facevano capo ad essa. Era ormai abolita la distinzione tra sardi e spagnoli e nel Castello ormai vivevano anche i borghesi cagliaritani. La nobiltà dell’isola, nelle sue case in Castello, faceva sfoggio di sale sfarzosamente decorate. Le case venivano costruite con parsimonia e talvolta si arricchirono di ballatoi in legno, raramente in ferro battuto.

Le molte feste religiose che nel corso dell’anno venivano celebrate per ricorrenze varie, e le diverse processioni alle quali partecipavano tutte le autorità, portavano allo sfoggio dell’ eleganza da parte della nobiltà ed erano motivo di svago per il popolo, che si divertiva a ballare entro le stesse chiese e nei piazzali antistanti. L’aristocrazia era costituita da feudatari, da alti ufficiali militari e civili e da quelli che avevano ottenuto dai sovrani ricompense per servigi resi alla Corona di Spagna. La nobiltà cagliaritana cercava tutte le forme esteriori che potessero porre in evidenza il suo rango. Le sale ed i saloni delle sue case erano tappezzate di damaschi e di seta e rivestiti di cuoi dorati e spesso ornati di frange. Per l’illuminazione i nobili si servivano di grandi candelabri in argento, in stagno e in terracotta. Le sale delle case erano ornate con molti vasi di fiorì.

Passando alla media categoria, i mercanti, nel Seicento, aveva raggiunto un certo benessere, tanto che investirono i loro capitali nell’acquisto di immobili e facevano prestiti a privati e alla amministrazione civica. Numerosi gli artigiani che provvedevano a rifornire il mercato cittadino e ad inviare i manufatti in diverse località dell’isola. Gli artigiani avevano raggiunto una perfezione tale nel lavoro che i loro manufatti si potevano trovare in tutte le botteghe cittadine e riuscivano a coprire la domanda interna. Per far sì che i loro prodotti avessero la possibilità di smercio, gli artigiani si erano riuniti in associazioni, fin dal secolo precedente: queste  associazioni di mestiere presero nome di gremi e per tutto il Seicento godettero di grande prosperità.

Accanto alle associazioni di mestiere, che durante il corso del secolo raggiunsero il numero di venti, vi erano le associazioni religiose, che venivano chiamate confraternite, parecchie delle quali sorsero nel corso del secondo decennio del XVII secolo. Numerose le feste religiose e parecchie le processioni annuali che si snodavano lungo le strade strette e tortuose della capitale isolana, alle quali prendevano parte le autorità religiose, politiche, militari e comunali. Le cronache di alcune di queste processioni secentesche si conoscono attraverso gli scritti del tempo e questi parlano della maestosità, del grande concorso di popolo, delle luminarie, dei fuochi artificiali, dei balconi addobbati e infiorati, delle strade festonate ed infiorate, dello sfoggio degli abiti da parte della nobiltà, della partecipazione di tutti i gremì, delle confraternite, degli ordini religiosi con i loro stendardi e le grandi croci processionali d’argento, ed infine delle manifestazioni notturne.

Il tenore di vita, come si rileva dalla lettura dei documenti d’archivio, nel Seicento era piuttosto elevato. Passando al sistema sanitario, l’assistenza era affidata al complesso ospedaliero di Sant’Antonio, che si trovava fuori le mura della Marina, lungo il costone, sotto le mura meridionali del Castello. Ospitava vecchi, malati cronici, trovatelli, malati di mente. Il personale medico era in maggioranza di provenienza iberica, ma vi erano italiani, cagliaritani e sardi, anche perché, con l’apertura dello Studio Generale nel terzo decennio dei Seicento, il corso di laurea in medicina riusciva a formare quadri medici ben preparati. La Municipalità cagliaritana risolse anche il problema educativo, che nella seconda metà del ’500 aveva visto sorgere a Cagliari il Seminario ed il Collegio dei Gesuiti. Provvide ad aprire scuole pubbliche per tutti i giovani della provincia e ad organizzare gli Studi Universitari, inaugurando lo Studio Generale, nel 1626, dopo una ventina d’anni d’attesa e di sollecitazioni. Gli Scolopi, istruttori del l’insegnamento primario e medio, aprirono nel capoluogo isolano, nel 1641, le scuole elementari e medie. Così Cagliari poté vantare la prima nell’isola, un corso di studi completo: dalle elementari  all’università.

L’Unione Sarda, 8 febbraio 1985

 

LE VICENDE DI UNA CITTÀ – COME VESTIVANO I CAGLIARITANI NEL 1600

 

E’ stato scritto che la Sardegna, essendo un’ isola, visse sempre una vita raccolta ed isolata dal contesto storico, sociale ed economico europeo, soprattutto nei secoli in cui era inserita nell’orbita della Spagna. Noi vogliamo sfatare questa convinzione, sostenendo la tesi che anche dalla foggia degli abiti, soprattutto dall’abbigliamento, durante il corso del secolo 17.mo, si può constatare che il capoluogo recepiva i modi di vestire delle altre nazioni e veniva influenzato non solo dalla moda che gli proveniva dalla Spagna, che portò in Sardegna il fasto e la ricchezza nei capi del vestiario, ma anche dalla moda francese, da quella italiana e da quella inglese. Per quanto si riferisce al vestiario, negli atti d’archivio, compaiono, infatti, gonne di broccato, camicie di tela, camicie d’Olanda, vestiti di Scozia, gonne di cataluffa di Maiorca, veli di tulle, fazzoletti, calzoni, farsetti, tele di Venezia, di Cambray e di Germania, cappelli, alla francese, tela di fustagno.

Nel capoluogo sardo non vi era soltanto una fiorente colonia genovese che provvedeva ad importare stoffe, tessuti, filati e merci varie, che essa possedeva nella sua terra di provenienza, ma vi era, accanto a mercanti maiorchini catalani, valenzani, napoletani e siciliani, stanziatisi a Cagliari da parecchi anni, anche una non numerosa colonia di mercanti inglesi, giunti nel capoluogo agli inizi del Seicento. Questi, rendendosi conto dell’importanza che Cagliari assumeva nel traffico del Mediterraneo occidentale ed orientale – porto d’incontro delle direttrici commerciali dall’Italia verso le Baleari, la Spagna e viceversa -, avevano creato un fiorente commercio tra il capoluogo isolano, le isole britanniche e alcuni porti dell’Italia da loro serviti; noleggiavano, perciò, navi da trasporto, con lo scopo di importare a Cagliari stoffe, tessuti e abiti delle loro terre, monili, collane e diversi oggetti per l’ornamento e l’abbigliamento, soprattutto quello femminile, e di esportare granaglie, sale, formaggi, olio, ecc.

Nel secolo XVII in Cagliari si potevano vedere persone che vestivano lo stesso tipo di abito: erano gli artigiani di uno stesso mestiere. Cosi l’abito del nobile si differenziava da quello del mercante, che a sua volta era diverso da quello del bottegaio, del notaio, del magistrato, nonché da quello dei diversi soci dei non pochi gremi. Gli operai usavano un abito giornaliero da lavoro, che nei giorni festivi e per le feste patronali veniva modificato: usavano anche un abito particolare per le cerimonie rituali e uno per le feste in genere, mentre i nobili ne usavano uno per le grandi manifestazioni e ricorrenze e uno per le giornate di gala. La donna cagliaritana, viveva in un mondo travagliato da profondi contrasti: alla cupa atmosfera delle lotte religiose che gravava in quel drammatico periodo, ella cercava di reagire arricchendo il proprio abbigliamento con un sfarzo che non conobbe uguali nei secoli precedenti. Borghesi e nobildonne gareggiavano nello sfoggiare pettinature elaborate con pezzi di crespo per tenere raccolti i capelli e abiti impreziositi da ricami e da gemme. Anche le ragazze si ornavano con anelli pesanti, braccialetti e orecchini di diversa fattura e tipo, collanine d’oro, d’argento e di corallo. Fregi e cinture, vesti con ricami e dovizia di pietre preziose sono addosso ai potenti e alle grandi dame.

Il vestito muliebre non poteva non occupare per la sua bellezza e varietà, una parte eminente in questo contesto e non ostentare una varietà di tecniche. Sotto l’aspetto religioso esso presentava il velo nella testa per le dame ed il cappuccio o la cuffietta, tipo monacale, per le popolane, obbligate a ciò per poter entrare nel tempio. L’abbigliamento femminile di un certo tono presentava una varietà maggiore di quello maschile, soprattutto per le guarnizioni e per i fronzoli di cui spesso si adornava. Era formato da un unico pezzo o da due distinte parti. Nel primo caso si trattava di un vero e proprio vestito lungo che arrivava fino ai piedi, confezionato in seta, in taffettà, in saia, a seconda dell’uso, giornaliero o festivo. L’abito a due pezzi, portato anche dalle popolane, era composto da una gonna e da un corpetto, per la cui confezione si adoperavano il taffettà, il fustagno, la saia, o il damasco. A seconda della provenienza, la foggia dell’abito variava e le differenze erano piuttosto marcate; infatti permettevano di distinguere un abito fiorentino da quello francese, o genovese, o spagnolo. Capo importante era il mantello, o cappa, a seconda della lunghezza.

L’arte del vestire maschile acquistò più varietà e bellezza; si fecero strada la moda con più colori, gli abiti con grandi pieghettature e comparve il mantello. L’abbigliamento maschile era completato dal cappello, chiamato sombrero, piuttosto alto. Era un copricapo a falda larga con aletta dietro, sollevata, e quella davanti abbassata a mo’ di visiera che, più o meno guarnito, veniva adornato con piume di struzzo e di pavone. Inoltre vi erano coloro che usavano la casacca di velluto nero foderata di taffettà o di seta, con bottoni in filigrana d’argento: era il capo d’abbigliamento cerimoniale. Nell’abbigliamento del nobile era comune la spada, di fattura spagnola, o francese. Si portava anche una daga o una scimitarra con manico in argento cesellato e ornato con gemme, provenienti dalle migliori fabbriche spagnole.

Per concludere, negli abiti signorili maschili, ma soprattutto in quelli muliebri, si notavano molti dei motivi decorativi che si trovavano nei tappeti, nelle casse intagliate e nei piccoli arredi domestici, e si notavano gli influssi ispanici ed orientali negli ampi fazzoletti, nei turbanti, nei veli, nelle maniche delle camicie, nei merletti, nei giubbotti, negli scialli e nel le scarpette.

L’Unione Sarda, 23 aprile 1985

 

DELITALA: LA LETTERATURA SARDA IN LINGUA SPAGNOLA NEL 1600

 

Dieci anni fa, Louis Saraceno, docente di lingua spagnola presso lo State University College Nero Paltz di New York e direttore del Programma del corso universitario in Siviglia per conto della State University della stessa città statunitense, dava alle stampe «Vida y obra de JoDelitala y Castelví poeta hispano-sardo del Seicento». La pubblicazione, che consta di circa 350 pagine e di una appendice documentaria, è passata inos­servata agli ispanisti e ai critici sardi.

Louis Saraceno, di origine italiana, analizza l’opera «Cima del Monte Parnaso» del poeta cagliaritano Giu­seppe Delitala, che fu governatore del Capo di Cagliari e Gallura e ricopri l’alta carica di viceré interino di Sardegna negli anni 1679 e 1666. Di lui si occuparono storici, saggisti e letterati. Lo studio di Saraceno è di grande importanza storico-letteraria, perché fa una analisi approfondita della corrente barocca spagnola in Sardegna e perché inserisce il poeta cagliaritano negli avvenimenti storici della Cagliari del secolo XVII. Inoltre, con grande gusto, interesse e forza espressivi analizza l’intero poema del poeta e viceré di Sardegna, alla luce delle ricerche effettuate nelle biblioteche ed archivi di Cagliari, Alghero, Sassari, Barcellona e Simancas, nella Biblioteca Nazionale di Madrid, in quella di New York e in «The Library of Congress» di Washington, che possiedono copia dell’opera poetica di Delitala.

Queste ricerche, inoltre, gli hanno permesso di trovare, nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Cagliari, l’atto di morte, in cui si legge che morì in Cagliari il 15 agosto del 1689. Ciò pone fine alle congetture di altri studiosi che posero la morte nel 1691, nel 1701 e perfino nel 1707. A Saraceno dobbiamo essere grati non solo per questo ritrovamento, ma anche perché il suo studio riporta alla luce riferimenti storici, bibliografici e letterari e perché presenta notizie biografiche su Delitala completamente nuove, che servono alla ricostruzione degli avvenimenti e alla conoscenza di personaggi della nostra storia, ed anche perché pone una puntuale bibliografia della edizioni di opere ispano-sarde dei secoli XVI, XVII e XVIII, una fonte documentale e una bibliografia sulla Sardegna spagnola, arricchendo cosi il quadro che già ci aveva presentato l’asturiano Joaquín Arce con la sua opera «La Spagna in Sardegna». Con il suo lavoro lo studioso di New York, come scrive Raffaele Scampuddu nella introduzione, colma una lacuna sulla letteratura sardo-ispanica del sec. XVII ed evidenzia i contrasti tra i fautori del donativo al re di Spagna e gli oppositori, le rivalità feroci tra Blasco Alagon e Agostino Castelvì che esplosero nella tragica congiura del 16 luglio 1668, ai danni del viceré di Sardegna, marchese di Camarassa.

Per concludere, lo scritto di Saraceno, che dà a conoscere una personalità letteraria di primo piano nel Seicento e fa il punto sul posto avuto dalla poesia sarda nel contesto della letteratura spagnola e di quella europea, dovrebbe essere divulgato in edizione italiana. Ci auguriamo che quanto prima qualche ispanista vi provveda.

L’Unione sarda, 18 maggio 1985

 

UNA CITTÀ E LE SUE MEMORIE. COME SI  ALIMENTAVANO I CAGLIARITANI NEL ‘600

 

La cucina cagliaritana, nel ’600, era complessa, ma genuina; esistevano piatti di derivazione bizantina, pietanze del periodo giudicale e di quello pisano, che si mescolavano con i piatti di provenienza catalano-aragonese e per ultimo con quelli di provenienza castigliana. I pasti in generale, erano qualitativamente variati e quantitativamente più abbondanti dei secoli precedenti, poiché gli spagnoli, che usavano fare un pranzo più consistente, portarono in Sardegna la loro forte, secolare tradizione gastronomica. Gli spagnoli diedero ai cagliaritani la opportunità di mangiare meglio e molto e introdussero l’uso dei tre pasti, che risentivano della duplice fisionomia della città, affacciata su di un lungo fronte marino e sulle lagune e rivolta verso il contado. Da una parte, i prodotti del mare, ma soprattutto degli stagni che, da quanto si legge in Martin Carrillo, erano molto pescosi: anguille, cozze, arselle, crostacei, muggini e moltissime altre varietà di pesci; dall’altra, quanto la campagna poteva offrire: selvaggina di ogni specie, carni, verdure, legumi, ortaggi, agrumi, erbe selvatiche.

Il Carrillo, che percorse la Sardegna nel 1611, scrive che i pescatori cagliaritani traevano grande quantità di pesci di ogni specie durante l’anno, più di quanto ve ne fosse nelle città popolose della Spagna rivierasca, e dal guadagno, che era abbondante, i Sardi riuscivano non solo a pagare al sovrano la spesa del contratto d’affitto, ma anche ad avere una buona rendita annuale. Tanto nei nomi come nel modo di preparazione dei piatti di pesce, anche nel ’600 si poteva notare la marcata provenienza catalana; ma i Cagliaritani erano ancora legati al lungo e massiccio contatto con la cucina genovese. I Liguri infatti, che avevano avuto sempre rapporti commerciali con la capitale isolana, dalla seconda metà del ’500 presero stabile dimora a Cagliari. Per quanto si riferisce ai piatti più in uso allora, i Cagliaritani preparavamo i macarrones (dal cat. macarrò• dal cast, macarrón), i fideos, o fideus (dal cat. fideu), le lisagnas, i tallarinus (dal cat. tallartna); la fregola, fatta a mano nella madia adoperando la semola. Inoltre preparavano fette di pane e miele e la pasta di marzapane (dall’arabo mutha-paan, che significava scatola piena di pane).

Sulle mense dei poveri erano consuete le minestre di legumi, di verdure e di pasta e, come secondo piatto, composto anch’esso in maggioranza da ortaggi, vi era anche la carne, solo per i giorni di grasso: pollame, vitellone, montone, agnello, daino, muflone, cinghiale, cervo e maiale (la carne di suino era la più comune nelle tavole dei poveri, dato che in ogni casa, si allevava almeno un maiale, che veniva ucciso nel mese di dicembre, che era chiamato anche mesi de su porcu), come si legge in Carrillo.A quei tempi i giorni di magro erano moltissimi e molto rispettati, e al venerdì e nei giorni di tempora addirittura non si vendeva carne. I poveri mangiavano più pesce che carne e si nutrivano, oltreché del bestiame minuto dei loro allevamenti, soprattutto di pane e formaggio, di pane e cipolle, di pane e lattuga, di erbe selvatiche, di fichi d’India, mentre i ricchi delapidavano patrimoni interi in fantasmagorici banchetti secondo l’uso della Spagna di allora, come scrive il Carrillo che presenta un lauto banchetto consumato in una festa per l’ordinazione di un sacerdote, in un villaggio dell’isola.

Durante i sontuosi banchetti dei ricchi, si usavano, per destare l’ammirazione dei convitati, i servizi d’ argenteria e quelli in oro, i coltelli impreziositi da incisioni e le forchette che venivano usate per portare la carne alla bocca. Le feste e i passatempi occupavano gran parte della esistenza della società ricca cagliaritana. Ogni famiglia nobile, patrizia o almeno ricca, aveva a disposizione servi e fantesche, spesso in gran numero, i quali restavano al loro servizio per lunghi anni. L’abitudine di banchettare si diffuse tanto in Cagliari che i governanti dovettero prendere dei provvedimenti e intervennero con bandi e pregoni per far limitare lo sfarzo a tavola, ed anche per proibire certe vivande oppure per vietare che si spendesse più di una certa somma per ciascun invitato.

Un piatto della tavola dei poveri, che erano costretti a sfruttare e ad utilizzare gli avanzi del pane raffermo, era il mazsamurru costituito da fette di pane bollito e condito, di origine incerta, ma certamente di area spagnola (mazamorra), a sua volta proveniente dal mondo arabo. C’era differenza fra la mensa dei poveri e quella dei ricchi, ma non bisogna credere che i pasti dei ricchi avessero la stessa sontuosità tutti i giorni. I ricchi avevano il pane bianco, ma talvolta usavano quello scuro, tagliato in forme quadrate, per porre sopra pietanze come su un piatto; mangiavano anche loro fave, piselli, fagioli, lenticchie e ceci.

L’Unione sarda, 31 maggio 1985

 

MAGIA E SUPERSTIZIONE A CAGLIARI NEL ’600

 

Che magìa e superstizione esistessero anche nel Seicento, quantunque la Chiesa ed anche l’Inquisizione avessero tentato tutti i mezzi per estirparne, soprattutto nel Cinquecento secondo i dettati del Concilio di Trento, è provato da alcune considerazioni che si trovano in diversi capitoli di tutti gli atti sinodali tenutisi nel corso del sec. XVII. La Chiesa contrastò e combatté sia la magia che la superstizione, non solo con l’emanazione di «ordinamenti», con la divulgazione degli atti sinodali e con l’anatema della scomunica, ma anche, e soprattutto, dal pulpito, con prediche e sermoni roventi.

L’Inquisizione, che ebbe, per diversi anni, la sua prima sede nel convento di S. Domenico di Cagliari, passando poi a Sassari, cercò di contrastare queste due forme, facendole passare come eresia e perseguendo streghe e fattucchiere. Ci risulta che ancora nel ’600, come accadeva anche in altri possedimenti spagnoli, in Sardegna furono mandate al rogo parecchie streghe. Neppure il rigore delle leggi, degli ordinamenti, delle scomuniche, né le torture, né le pene capitali riuscirono a far desistere i cittadini dal compiere atti di magia e di superstizione. La Chiesa trattava il popolo nello spirito delle ingiunzioni sinodali che venivano pubblicate e pubblicizzate al massimo, con prediche, omelie, in ricorrenze delle maggiori festività liturgiche e minacciava sanzioni umane e divine verso coloro che trasgredivano alle ingiunzioni, comminando scomuniche ai responsabili di abusi e di inadempienze.

Da una relazione d’archivio, riportata da Alziator, si apprendono quali fossero le magie di alcune streghe, che poi furono portate al rogo. Una di esse, una certa Teresa Serra, arrestata nel momento in cui effettuava un sortilegio di magia nera contro il viceré di S. Germano, che aveva impiantato a Cagliari, nel 1669, un clima di terrore, fu sottoposta alla tortura. La strega rivelò che era stata sollecitata da alcune dame ad effettuare un sortilegio contro il viceré ed aveva usato alcuni arnesi e delle polveri che dovevano essere buttate addosso al viceré. La sventurata strega fu allora squartata e poi impiccata ed anche altre tredici streghe subirono la stessa  sorte.

La nascita, il fidanzamento, il matrimonio e l’attesa dì un bimbo erano momenti che apparivano come occasione di reale pericolo, in quanto considerati periodi in cui si era maggiormente esposti agli occhi invidiosi degli estranei. Le donne usavano mettere, negli abitini dei loro figli, piccoli talismani che potevano essere di diversa fattura, ma erano dispensatori di salute, infallibili contro la iettatura ed il malocchio, di tutte le forme e per tutti gli usi, confezionati spesso dalle stesse madri, o ereditati. Anche se la Chiesa tuonava contro i fedeli e comminava scomuniche, in molte case del popolo cagliaritano, nel ’600, esistevano questi amuleti. Se ne trovavano di varie forme, come il corno, uno dei pochi amuleti usati, anche dagli uomini, molto spesso di notevoli proporzioni, sostenuti da una lunga catena d’argento che arrivava fino alla cintura. Si portavano anche schegge di legno, brandelli dì stoffa, scritti o pagine di vecchi libri, che erano tenuti come reliquie. Il popolo prima che il fuoco li distruggesse, faceva a gara, per appropriarsi delle strisce di abiti di santi o di vecchi paramenti sacri, destinati ad essere bruciati nel giorno del Sabato Santo, e li utilizzava per scopi magico-religiosi.

Le superstizioni più comuni fra le donne cagliaritane, nel secolo in questione, come lo documentano gli atti sinodali, erano non spazzare la casa nel mese dì agosto e non cambiare di casa sia d’agosto che di maggio; una donna incinta non poteva entrare in chiesa per tenere a battesimo un neonato; i novelli sposi non dovevano portare il velo nel mese di maggio. E sebbene molti non ritenessero credibili queste forme, al malocchio ci credevano tutti. Credevano anche che animali, piante e natura avessero poteri benefici e malefici. Un fatto di pratiche magiche risale alla prima metà del ’600, quando l’arcivescovo di Cagliari Francisco de Esquivel fece chiudere la grotta sotto la chiesa dedicata a Santa Restituta a Cagliari, poiché si accorse che i fedeli assieme con i riti religiosi, mischiavano riti magici tenuti da alcune donne.Anche gli ex-voto, presenti nei Santuari o in chiese particolari dove si venera qualche santo taumaturgo, sono da considerarsi, in certi casi, come degli amuleti, anche se sono presentati come segni di fede.

La credenza che la navicella della Madonna di Bonaria segnasse la direzione del vento nel golfo di Cagliari è da considerarsi, sotto certi aspetti, una superstizione. Ancora nel secolo XVII, come riferisce il Carrillo, i marinai cagliaritani, prima di prendere il mare per la pesca, o coloro che dovevano intraprendere un viaggio per mare, allora molto pericoloso, si portavano al santuario per osservare la posizione della navicella. Dalla posizione di questa riconoscevano che vento spirava al momento e così decidevano la partenza o meno. Sulle credenze legate alle streghe è interessante far presente che, alla fine del ’600, come si legge nei «Comentarios» del cagliaritano Vincenzo Bacallar, per scongiurare i malefici che si diceva fossero stati fatti, contro il re di Spagna Carlo II, molto ammalato, i cardinali spagnoli ricorsero agli esorcismi di una strega che si trovava in un certo paese della Spagna, dopo aver visto che i medici, con i loro mezzi di cura, non avevano prodotto alcun effetto. Ciò fa supporre che non solo il popolino credesse a pratiche magiche in certe donne, ma anche in ambienti nobiliari e nella stessa corte vigesse l’uso della magia e fosse presente la superstizione.

L’Unione Sarda, 13 giugno 1985

 

SE LA SARDEGNA VIENE LETTA IN SUDAFRICA

 

La Sardegna all’attenzione dei Sudafricani e fatta conoscere a migliaia di cittadini del Natal, attraverso un articolo di Ken Guy, un inglese in Sudafrica da parecchi anni, che è stato nella nostra isola nel maggio del 1981. Recentemente è apparso, nel periódico «Herald» della città di Howich, appunto nel Natal, un articolo di oltre cinque colonne. Ken Guy presenta la Sardegna nei suoi diversi aspetti: storia, gastronomia, caccia, sagre, artigianato, aspetto naturalistico-paesaggistico e sport. Molto significativo il titolo che dà risalto a tutto l’articolo: Per le tue vacanze scegli la Sardegna.

L’articolo inizia con l’invitare i sudafricani, che intendono fare un viaggio di evasione, a visitare la magica isola della Sardegna. È un paradiso, scrive, che giace a 185 km. dalle coste dell’Italia; non è un’isoletta, come appare nelle cartine geografiche, è in effetti la seconda isola del Mediterraneo. Passando a descrivere il clima, l’autore asserisce che nell’isola si gode un clima caldo e che la temperatura varia con l’altitudine; in estate si ha una temperatura media di 25 gradì in autunno essa si aggira sui 19; in inverno, clima mite, la temperatura media non discende sotto i 10 gradi.

La Sardegna, aggiunge, è un’isola dì grande fascino, ha coste deliziose, scogliere incantevoli, intime calette costantemente accarezzate da un’acqua dal colore più azzurro del cielo: mai visto un colore così intenso in altre parti della terra. L’interno è selvaggio e molto accidentato e il turista può saziare la vista perdendosi nei grandi appezzamenti di vigneti, oliveti e agrumeti. È un’isola in cui vi è molto bestiame e si possono incontrare gli aironi, ì fenicotteri rosa e – come pura rarità – anche le foche. Lungo la strada possono vedersi chiese romaniche e castelli spagnoli. Gli abitanti, si legge inoltre, sono gentili e parlano l’italiano: alcuni, che appaiono aspri quanto le montagne, si esprimono in un dialetto incomprensibile ai forestieri.

Quanto alla storia, scrive Ken Guy, l’isola presenta molte influenze del periodo romano e l’autore si sofferma a descrivere la città romana di Nora, che gli è apparsa ben ricomposta. Nota che basta anche poca immaginazione per vedere gli abitanti di quel periodo aggirarsi per le strade, affaccendati nelle loro quotidiane fatiche. Quello però che si evidenzia maggiormente è il nuraghe; spiega che essi sono grossi massi tagliati grossolanamente e sovrapposti l’un l’altro senza materiale legante. Si crede, osserva, che siano oltre 7000 disseminati strategicamente per l’intera isola. Sono torri di difesa e di avvistamento, spesso circondati di mura e datano a 1800 anni prima di Cristo. Ma la storia più antica, aggiunge, si spiega anche in altri monumenti, sentinelle della civiltà anteriore a quella nuragica: una loro testimonianza è «La tomba dei giganti». Da quei lontani giorni molte le civiltà passate nell’isola; esse hanno lasciato tracce profonde della loro permanenza in questa terra curiosa.

Per i loro manufatti l’articolista osserva che ì sardi usano la pelle, la lana, il cotone, il legno, il sughero, il corallo, il giunco, la canna e la palma nana. Tra l’altro, ci sono ì tappeti e gli arazzi, con disegni che discendono dalla tradizione, e l’orbace, tipico panno isolano, da cui si creano coperte, che vengono ricamate come un tempo. Altri prodotti dell’ artigianato sardo sono il ferro battuto.

La Sardegna, si legge più avanti, ha molti alberghi, in particolare lungo le coste e le strade percorse dai turisti, e la condizione dì queste ultime è buona.

L’Unione Sarda, 5 luglio 1985

 

RICORDO DI UN PITTORE SARDO NEL  QUARTO CENTENARIO DELLA MORTE:  MICHELE CAVARO NELLA CAGLIARI DEL ’500

 

Nella cripta di San Domenico, a Cagliari, sono ospitati alcuni retabli sardi del Quattro e del Cinquecento, eseguiti da pittori catalani residenti in Sardegna alla fine del ‘300 e nel ’400, che influenzarono gli artisti locali. Questi, nel ’500, si rivolgono all’arte rinascimentale italiana. Tra le opere esposte, che fanno parte di un grosso patrimonio artistico del periodo gotico-aragonese e di quello rinascimentale sardo, vi è uno stupendo pannello, restituito alle forme e ai colori originari, che faceva parte di un retablo di Michele Cavaro, l’ultimo rappresentante famoso dell’illustre famiglia Cavaro, che dal 1440 al 1580 tenne bottega in Stampace, a Cagliari, e lavorò per adornare chiese e conventi dell’Isola.

Il pannello rappresenta lo sposalizio mistico di S. Caterina, certamente dipinto da Michele alcuni anni prima della sua scomparsa. Il retablo è stato rinvenuto circa due anni fa, abbandonato nella sacrestia, della chiesa di San Pietro a Pirri. Noi l’avevamo già notato qualche anno prima, controllando le notizie dateci da Joaquín Arce, il quale, nel lontano 1954, percorrendo l’isola per uno studio sul lungo periodo di dominazione aragonese prima e spagnola poi, osservò che in quella sagrestia vi era un retablo del secolo XV o del XVI, e lo presentò come «Il retablo della Crocifissione». Arce non lo attribuì a nessuno. Scrisse che meritava uno studio, studio che è stato ultimamente fatto da D. Pescarmona, il quale lo assegnava a Michele «per il preciso confronto che si può istituire con la Madonna del Cardellino della chiesa d| Bonaria di Cagliari», come si legge nella guida alle opere esposte nella chiesa di S. Domenico.

Michele, primogenito del pittore Pietro che (educato all’arte pittorica nella bottega di Stampace dal padre Lorenzo, primo rappresentante della serie dei pittori di questa scuola, in Cagliari) ebbe frequenti rapporti e contatti con l’ambiente artistico napoletano e in Caponapoli eseguì l’ancona della «Visitazione» per Santa Maria delle Grazie; nacque certamente uno o due anni prima del 1517 e fu indirizzato dal padre alla pittura. Lo Spano fu il primo ad interessarsi ai Cavaro; seguì l’Aru, che documentò molti dipinti di Michele. Se ne occupò poi Corrado Maltese, che in «Studi Sardi» presentò uno studio interessantissimo su Michele ed altri. Michele nacque a Cagliari, non per Renata Serra, autrice di un prezioso studio sui «Retabli pittorici in Sardegna nel ’400 e nel ‘500» (Roma, 1980) che opta per Napoli, solo perché la madre è partenopea.

Alla fine del 1537, a causa della morte del padre, la direzione della bottega di Stampace passò a Michele, che firmò subito un contratto per completare il retablo della cappella di S. Antioco, nella Cattedrale di Iglesias, iniziato dal padre. Si accordò con l’arcivescovo e i consiglieri per 300 lire sarde, pagate in tre rate. Dal 1540 al 1545 fu di nuovo a Napoli, dopo la prima visita compiuta nel 1530, col padre. Forse si sposò nel capoluogo campano e poi passò a Boma. Rientrato a Cagliari, nel 1546, venne incaricato dal maggiorale dei calzettai di ridipingere un crocifisso, due candelabri e il retablo di Nostra Signora degli Angeli nella cappella del loro patrono. L’anno successivo comprò una casa in vico la Plassa, in Stampace, per 225 cagliaresi e nel 1555, al ritorno da un lungo viaggio per l’Italia, durante il quale studiò le opere di Michelangelo e di Raffaello, il cui influsso si nota nel polittico del Duomo di Cagliari, comprò, da un battiloro, un terreno nel vico S. Leonardo, accanto all’attuale via Baylle, per 25 cagliaresi.

Nel 1557 Michele si spostò a Bosa, perché incaricato dallo zio Antonio, nominato vescovo di quella, città, di riscuotere le decime. Nella città bosana restò per oltre cinque anni, senza trascurare l’attività pittorica, che continuò con l’aiuto di alcuni discepoli. Tornato a Cagliari con la nomina di subvicario, nel 1567 si accordò con l’obriere della parrocchiale di Maracalagonis per rinnovare l’altare in legno di S. Antonio con un retablo che doveva essere simile a quello che si trovava nell’altare della chiesa maggiore di Quartu. Il retablo, il cui lavoro, per una spesa di 775 lire, fu portato a termine nel tempo di quattro anni, aveva nel mezzo il Crocifisso e i due ladroni e tutt’intorno la gloria dei santi, tra cui S Pietro e S. Paolo. Michele, di cui il 16 agosto di quest’anno ricorre il quarto centenario della scomparsa, fu tumulato nella vecchia chiesa di S. Anna, da lui indicata nel testamento steso il 5 agosto alla presenza del notaio cagliaritano Orda, accanto alla moglie e ai figli avuti in seconde nozze.

L’Unione Sarda, 12 luglio 1985

 

QUANDO IN CHIESA SI PREDICAVA IN SARDO

 

Cagliari, nel Cinquecento, fu fortemente influenzata dalle correnti letterarie spagnole, ma le sue condizioni culturali apparivano ancora molto scarse. Nel corso del secolo XVII queste condizioni e quelle educative migliorarono e raggiunsero un grande sviluppo, grazie ad una formazione intellettuale più elevata e profonda, dovuta ad un maggior interessamento delle autorità governative e comunali, per l’insegnamento e per l’istruzione, tenute dai gesuiti e dagli scolopi, e grazie alla istituzione dell’ Università e alla aumentata possibilità di scambi culturali che divennero sempre più frequenti ed intensi con la Spagna e con i possedimenti spagnoli in Italia. A questo nuovo sviluppo contribuirono anche gli incontri di letterati attraverso le diverse accademie, tenute a Cagliari, come si legge in Giuseppe Zatrilla, in Giuseppe Delitala e in Arnal de Bolea, i maggiori esponenti della nuova letteratura sarda in lingua  spagnola. Secondo alcuni, anche l’Ordine francescano dei Minori conventuali e quello dei domenicani portarono un notevole apporto alla vita scolastica e diedero attiva partecipazione all’intenso risveglio della vita intellettuale del capoluogo isolano, che fu certamente all’avanguardia sia nell’istruzione, sia nella produzione letteraria.

Con l’istituzione delle scuole primarie e secondarie tenute dai Padri Calasanziani e con l’apertura dello Studio Generale, che diede la possibilità non solo al figli dei nobili e dei mercanti, ma anche ai figli dei professionisti e degli artigiani, di intraprendere, continuare, seguire e completare gli studi nei diversi ordini scolastici e nei diversi campi della scienza, venne portato a compimento il programma governativo e comunale riguardante l’istruzione nella capitale. Cagliari, che nel Seicento presentava ed offriva un quadro culturale molto più ampio, dava un contributo notevole ai settori della poesia, della prosa, della drammatica, del teatro, della storia, della cronaca, del diritto e in quello artistico. Anche il potenziamento della stampa fece sì che la cultura, in questo secolo, raggiungesse traguardi di grande spicco: parecchie le stamperie istituite a Cagliari nel secolo in questione, alcune delle quali all’interno dei monasteri.

Tra gli strumenti di base del sapere vi erano allora le biblioteche private di cui si hanno però, poche notizie. Diversi furono i bibliofili che riunirono importanti collezioni di opere edite, dalle quali si può comprendere quale grado di diffusione avesse raggiunto la stampa a Cagliari, e un ingente numero di manoscritti, tuttora da studiare, fonte inesauribile di tesori culturali inestimabili. Purtroppo le biblioteche di G.F. Fara, di N. Canelles, di F. Boyl, di Parragues di Castillejo, di G. Zatrillas e di Bacallar sono andate perse, mentre quella di Monserrato Rossellò, ricca di oltre cinquemila volumi, con le prime edizioni sarde, è l’unica, sebbene incompleta, ad essersi salvata e conservata. Delle altre biblioteche private ci restano solo il catalogo e notizie vaghe e frammentarie.

Cagliari si aprì alla vita e alla cultura europea. La ricca fioritura letteraria spagnola del Cinquecento e del Seicento influì profondamente su gli isolani, e il patrimonio letterario cagliaritano di questo secolo fu ricco di scrittori e di poeti che adottarono lo spagnolo, poiché le loro opere varcarono i confini isolani, anche se la volontà dei governanti non li aveva costretti a ciò e li aveva lasciati liberi di esprimersi e di scrivere anche nella loro lingua madre. Alla lingua sarda furono riservate la rappresentazione teatrale, la drammatica religiosa e l’oratorio.

I governanti non cercarono di annientare la lingua sarda, ma lasciarono che i sardi continuassero a parlare il loro dialetto accanto alla loro lingua e a quella catalana. Anzi, l’avvicinamento dello spagnolo diede nuove forze e nuova linfa al dialetto cagliaritano che assorbì molti modismi, accolse molta parole, verbi, avverbi e persino modi sintattici, come accadde con il catalano nei secoli precedenti, che continuò a mantenersi in modo più profondo anche nel Seicento, convivendo con la parlata sarda e con quella spagnola. I nobili erano quelli che, in maggioranza, conoscevano abbastanza bene la lingua spagnola, che parlavano e scrivevano correttamente e correntemente, o per aver passato molti anni in Spagna, o perché discendenti da famiglie di provenienza iberica, e conoscevano e parlavano il catalano e il sardo. Il clero conosceva tutte e tre le parlate e scriveva anche in latino, lingua che veniva insegnata nel Seminario, nei collegi e nei conventi. Si stampavano novenari e catechismi in sardo, in castigliano e in catalano.

Nella seconda metà del Seicento i cappuccini di Cagliari dovettero attenersi alle disposizioni rese obbligatorie di usare anche la lingua castigliana, oltre che nelle ordinarie conversazioni anche nella corrispondenza diretta ai Superiori d’Italia e nella predicazione, sostituendola con il catalano. Per quanto si riferisce agli scritti in sardo, nell’archivio dei cappuccini di Cagliari, che possiede oltre diecimila volumi, tra cui parecchi libri rari e moltissimi manoscritti del Cinquecento e del Seicento, ancora tutti da studiare e tutti ben rilegati ed ordinati, esistono manoscritti in dialetto cagliaritano e in campidanese. Tra questi vogliamo ricordare un inedito quaresimale di ben 400 pagine, sicuramente dei primi del ’600.

E infine, opportuno far presente che anche nelle chiese cagliaritane nel Seicento si predicava in sardo, nonostante la massiccia presenza della lingua catalana e di quella castigliana, a significare che la lingua del popolo non era per nulla svantaggiata nei confronti di quella dei dominatori di allora.

L’Unione Sarda, 24 luglio 1985

 

IL TECNICO COMMERCIALE GALILEI COMPIE CINQUANT’ANNI: Dalle bombe ai computer, mezzo secolo di scuola

 

II «Galileo Galilei» compie mezzo secolo. Fondato nel lontano 1935 grazie a due insegnanti, Mario Zonza e Paolo Garbati, ebbe la sua prima sede in via Manno. Ben presto ottenne l’autorizzazione ad aprire corsi di preparazione agli esami di idoneità e maturità e trasferì la sede nel palazzo Zamberletti, uno dei più bei palazzi di Cagliari. 

In via Roma l’”Istituto di istruzione media Galilei” rimase per sette anni, fino a quando le bombe cadute sulla città nel febbraio e nel maggio del 1943 non lo rasero al suolo, danneggiando gravemente il palazzo e l’istituto. Ora al suo posto sorge il palazzo dell’Ina, della Sovrintendenza scolastica e dell’Ente lirico, completamente diverso ma costruito nel rispetto delle volumetrie precedenti. Dopo la sfuriata della guerra l’istituto si trasferì in via Sant’Eulalia (prima al numero 27 e più tardi nella ex sede del Banco d’Italia), i locali attuali.

Riconosciuto legalmente nel 1953, l’istituto dispone di quindici aule normali, tre aule per i professori, un gabinetto di fisica, uno di chimica e scienze, un’aula di macchine calcolatrici e una di macchine contabili. Dotato di una biblioteca di cinquemila volumi e di alcuni computer è ancora gestito dai suoi fondatori che diciannove anni fa hanno ottenuto la commenda per meriti scolastici dal presidente della Repubblica.

Tra gli insegnanti più illustri, Liborio Azzolina, giunto nel 1911 dalla Sicilia a Cagliari per insegnare italiano negli istituti superiori e italiano e lettere neolatine all’Università; Bruno Fadda (docente universitario e per lunghi anni preside del Martini); Marco Vinelli, primo direttore dell’Unione Sarda, che si dedicò all’insegnamento dopo aver lasciato il giornalismo; Nicola Dessi, critico d’arte; Ernesto Concas, latinista e preside per anni dello stesso «Galilei».

Nella foto, il Palazzo Zamberletti, seconda sede del Galilei, prima che le bombe del secondo conflitto mondiale lo radessero al suolo cancellandolo per sempre dalla città.

L’Unione Sarda, 23 settembre 1985

           

IL PESO DELLA SPAGNA NELLA GASTRONOMIA SARDA. GLI APPORTI CULTURALI

 

Quattro secoli di dominazione spagnola in Sardegna non solo hanno lasciato tracce profonde nella lingua, nelle manifestazioni religiose e profane, nei comportamenti e nei costumi degli isolani, ma hanno anche inciso anche sulla gastronomia locale, che possedeva già pietanze di chiara derivazione semitica, latina, bizantina, araba, ebraica, pisana e genovese. Durante una nostra recente permanenza in Salamanca, come partecipanti ad un corso estivo per stranieri, tenuto nella stupenda cinquecentesca Università Salmantina, nella provincia della Vecchia Castiglia, abbiamo avuto modo di gustare la buona cucina spagnola ed abbiamo notato che quanto avevamo letto ne «La città del sole» di Francesco Alziator (Sassari, 1963) e in altri testi circa l’affinità della cucina sarda con quella castigliana era una realtà.

Non ci dilungheremo nel presentare tutti i piatti della cucina spagnola, che, a nostro giudizio, in un modo o nell’altro, presentano somiglianze con quelli della cucina sarda ed in particolare con quelli della cucina campidanese, ma ne presenteremo alcuni, che abbiamo potuto conoscere ed apprezzare personalmente, soprattutto fra quei piatti la cui denominazione è del tutto simile a quella sarda, oppure che presentano leggere differenze fonetiche.

Il pasto più abbondante degli spagnoli è il pranzo, cioè la seconda colazione, che si compone di antipasti di ogni genere, di un primo piatto, di norma una minestra (sopa), di un secondo piatto: pesce (pescado) o carne con legumi o insalata, ed infine della frutta. La cena è più semplice ed è generalmente composta da una minestra, da un piatto di uova o da una frittata con uova e cipolle (la «tortilla» spagnola), da pesce fritto con patate, anch’esse fritte, e da frutta. La cucina iberica, come quella sarda che non fa uso di intingoli, salse piccanti o spezie, è sobria, classica, essenziale, e nella sua semplicità non ammette decorazioni e ornamentazioni, ma ogni piatto costituisce una vera specialità ed è, pertanto, preparato con grande abilità che si manifesta anche nell’accostamento dei colori.

Come si è fatto notare in precedenza, tutti i popoli che hanno dominato la Sardegna lungo l’arco di molti secoli, hanno lasciato tracce più o meno profonde anche nella gastronomia, ma riteniamo che gli Spagnoli siano stati quelli che, soprattutto, forse senza volerlo, hanno esercitato la loro influenza che tuttora è forte nella cucina isolana. Infatti, di area iberica sono «su ghisau», castigliano «guisado» (catalano «guisat»): tipo di stufato lardellato, cotto a fuoco lento insieme con patate: «Sa lepudrida» campidanese o «s’oglia pudría» logudorese si trova nel castigliano «olla podrida»: si tratta di una minestra che, oltre utilizzare la carne di gallina e i legumi, usa come condimento lardo, prosciutto e insaccati vari: «Su scabecciu» o «pisci scabecciau» si identifica nel piatto castigliano «escabeche» (catalano «escabetx»); sa «Cassola», proveniente dalla «cazuela» (catalano «Cassola»): è una specie di umido cotto in una casseruola di coccio, come si usa in Castiglia, con carne o pesce; «is bombas», che in casigliano trovano il corrispondente ne «las albóndigas» sono polpette di carne tritata con prezzemolo, aglio e pangrattato; «is findeus», che corrispondono ai «fideos» castigliano (catalano «fideus»), costituiscono una pasta leggera del tipo dei vermicelli, usata per minestrina, e «is tallarinus», castigliano «tallarín», sono un tipo di pasta cotta in asciutto.

Anche alcune minestre della cucina sarda provengono da quella spagnola come è provato dalla terminologia analoga. Infatti, «sa suppa de allu», servita in casseruola di terracotta, con un cucchiaio di legno, come usano nella stessa Castiglia, corrisponde alla «sopa de ajo»: viene preparata con brodo di manzo con l’aggiunta di pomodori passati o appena soffritti; «sa suppa indorada» e la popolarissima «suppa de gattu» corrispondono alla «sopa dorada» e alla «sopa de gatu» castigliano. Sono minestre usate ancora dalle famiglie contadine e da quelle operaie castigliane come da quelle sarde per utilizzare gli avanzi del pane raffermo; vengono fritte nel latte o in acqua con sale e pepe. Un altro tipo di «suppa indorada», in uso anche in Spagna, è confezionato, invece, immergendo le fette latte e poi friggendole dopo averle cosparse di farina; su tutto viene spolverizzato dello zucchero.

Per quanto si riferisce alle pietanze col riso, sebbene in Sardegna esso sia stato portato dagli Spagnoli durante il Seicento, la sua coltivazione nell’isola si è affermata solo in questi ultimi decenni, soprattutto dopo la bonifica della piana di Arborea e l’irrigazione del Campidano di Oristano; la cucina sarda si serve poco del riso e soltanto per una serie di pietanze preparate per occasioni particolari, derivate in parte dalla gastronomia spagnola, ma soprattutto da quella italiana e sono adattate al gusto, alla costumanza e ai condimenti locali.

In alcuni paesi del Sàrrabus, negli anni passati, si preparava per l’Epifania una torta chiamata «Cocca bamba» che corrisponde al catalano «Coca (o pasta) bamba». Ed anche i popolarissimi dolci di pasta di mandorle «is guefus» derivano il loro nome dall’iberico «huevos de faltriquera», che altro non sono se non dolcetti avvolti in carta variopinta che durante la corrida o lo spettacolo teatrale vengono estratti dalla tasca e mangiati come le moderne caramelle. I campidanesi «durcis de incorza» devono il nome al castigliano «dulces de alcorza» che è una pasta candida di zucchero e di amido. Provenienti dal mondo iberico sono anche i «brugnolus» (catalano «Bunyol», castigliano «Buñuelo»), «is origliettas» (spagnolo «orilla», che vuol dire “orlo”) ed infine le «mantegadas» che in Spagna sono dette «mantecadas».

Nella gastronomia sarda, non si ritrova – se non in pietanze analoghe – la gustosissima specialità della «paella valenciana», conosciuta, apprezzata in tutto il mondo e in Spagna richiesta da tutti i turisti.

Ganostromia e vini di Sardegna, 1986

 

NEL CINQUANTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE – S. SALVATORE DA HORTA

 

Non si sono ancora spenti gli echi delle celebrazioni del quarto centenario della morte di San Salvatore da Horta, del marzo 1967, che il 17 aprile prossimo si terranno nell’Isola altre mani­festazioni in onore del santo spagnolo, per il cinquantenario della canonizzazione, avvenuta la domenica 17 aprile 1938. La venerazione per il frate spagnolo da parte dei sardi si diffuse prima ancora che egli si spegnesse nella cella del con­vento cagliaritano di Santa Ma­ria di Gesù, sito allora nei locali della Manifattura Tabacchi, di fronte alla via Cavour, chiamata «Carrer de Monsen Pipinelli». Il convento si trovava davanti alla Porta de Gesus, nell’appendice della Marina, da cui la chiesa prendeva il nome.

Il frate laico Salvatore giunse a Cagliari nel novembre del 1565, scelto con alcuni compa­gni per accompagnare il Provin­ciale che doveva visitare i con­venti francescani della Sarde­gna. Rimase a Cagliari soltanto un anno e mezzo, quando so­praggiunse la morte il 18 marzo 1567, alla giovane età di 46 an­ni. In quei pochi mesi di vita ca­gliaritana acquistarono fama i suoi miracoli. Lo stesso arcive­scovo di Cagliari, lo spagnolo benedettino Antonio Parragues de Castillejo, che partecipò, nel 1563, ai lavori del Concilio di Trento (si vedano le pagine che gli dedica monsignor Luigi Cherchi in «I vescovi di Caglia­ri», agosto 1983) e il viceré in persona, don Alvaro De Madri­gal, visitarono la salma del fra­tello, che godeva di straordina­rie popolarità non solo nel capoluogo dell’Isola ma anche in tutta la Sardegna.

Salvatore, primogenito di una famiglia poverissima, nacque nel dicembre del 1520 nel villag­gio di Santa Coloma de Farnés, in provincia di Gerona, a circa 70 chilometri da Barcellona. Fu nel santuario di Nostra Signora di Monserrato, centro spirituale della Catalogna, che Salvatore, in cerca di una vocazione, non fu soddisfatto della regola di San Benedetto. Ma il Signore pose nella sua strada alcuni francescani, che in cerca di ele­mosina, trovarono alloggio nel cenobio benedettino. In quell’incontro nacque un Santo per l’Ordine francescano.

Per ordine dei superiori il fra­ticello fu inviato in un convento situato poco lontano da Horta, lungo la costa tarragonese, da cui Salvatore prese il nome. In questo convento fu aureolato con il crisma taumaturgo e i suoi miracoli furono tanti che nessun altro santo si conosce che, in vita, curasse miracolo­samente gli ammalati e gli stor­pi.

Nel villaggio di Horta fra Sal­vatore restò circa 12 anni esple­tando l’incarico di elemosiniere e di cuciniere e, quando i lavori della cucina lo lasciavano libe­ro, si ritirava a pregare in piena natura. Suo luogo preferito era una piccola grotta di facile ac­cesso dal convento, ancor oggi meta di pellegrinaggio, per es­sere stato luogo prediletto del santo. In quella grotta ebbe ce­lestiali apparizioni della Vergi­ne e del figlio divino. In un an­golo della grotta, dove sorgeva un filo d’acqua che esce in for­ma di tre gocce in modo conti­nuativo anche in tempo di gran­de siccità ed è l’unica fonte del­la montagna, gli abitanti di Hor­ta hanno posto un’immagine del fraticello catalano in atto di preghiera. Si dice che il santo fece sgorgare l’acqua con tre colpi di cordone.

Da Horta il frate passò a Reus, importante centro agricolo-industriale in provincia di Tarragona, dove la sua pre­senza fu nota per i grandi mira­coli tanto che ci si mise di mez­zo l’Inquisizione; ma fu assolto con tutti gli onori. Passò poi a Valenza e quindi nel ducato di Gandia, chiamato da France­sco Borgia, che nel 1561, rima­sto vedovo, si fece gesuita e nel 1565 divenne generale della Compagnia, poi canonizzato, nel 1671.

Dal ducato di Gandia, dove sicuramente ebbe parte influen­te nella scelta religiosa di Fran­cesco Borgia, venne in Sarde­gna. Qui ottenne molti onori tanto che la sua fama di santo corse per tutta l’Isola, dopo quelle per tutta la Spagna. Molte personalità religiose e civili giunsero a Cagliari per vi­sitare la sua cella, tra cui ricor­diamo il Visitatore generale Martin Carrillo, canonico di Saragozza, il quale, nel 1611, rima­se estasiato nel vedere la sua cella ed il sangue nelle pareti causato dalle flagellazioni che si dava. Il poeta cagliaritano, in lingua spagnola, Giuseppe Delitala, gli dedica una composizio­ne in «Cima del Monte Parnaso Español» (Cagliari, 1672), in cui fa risaltare la sua povera na­scita, la venerazione nel tempio di Cagliari e i suoi numerosi mi­racoli.

Per concludere notiamo che anche l’arcivescovo di Cagliari Francesco d’Esquivel nella rela­zione fatta sul ritrovamento di molti corpi santi nella basilica di San Saturno (Napoli, 1617), ri­corda il miracoloso corpo del Beato Salvatore da Horta.

Riu Mannu, 25 maggio 1988

 

“SANTO SEMPRE CARO”

 

È stato l’anno delle celebrazioni, a Cagliari, in onore di San Salvatore da Horta nel cinquantenario della Cano­nizzazione, avvenuta in San Pietro il 17 aprile del 1938. Il frate catalano ven­ne assunto agli onori degli altari dopo circa quattro secoli dalla morte nella nostra città, nel lontano 18 marzo 1567 all’età di 47 anni. Non si creda che, dopo la sua scom­parsa, non si sia interessati all’umile francescano – inviato per punizione nel capoluogo sardo nel 1565 – affinché gli venissero riconosciuti i continui mira­coli che esaltavano le folle della Spa­gna e della Sardegna. Nel giorno della sua scomparsa perfino il viceré di Sar­degna volle rendere omaggio al laico fraticello, come pure l’arcivescovo di Cagliari, il benedettino Parragues de Castillejo, perché la sua vita era stata un esempio di virtù e di amore verso i poveri e i derelitti.

Nell’Archivio d’Aragona di Barcel­lona si trova un inedito carteggio, ri­guardante i processi di verifica dei suoi miracoli, datato dicembre 1603. Il frate cagliaritano Dimas Serpi, autore di una cronaca sui Santi di Sardegna, di un trattato di considerazioni spirituali sulle lezioni dell’ufficio dei defunti, e di un libro sulla Santità di San Giorgio di Suelli, consegnò un memoriale ai vescovi di Barcellona, Gerona e Tortosa sulla vita e i miracoli del venerabile Salvatore.

Il Serpi, Provinciale Generale nel Regno di Sardegna dell’Ordine dei Francescani, si interessò al fraticello per parecchi anni; e col memoriale in­viato ai vescovi catalani, che fa parte del carteggio su citato, sollecitava e pregava il sovrano di Spagna, Filippo III, affinché prendesse a cuore la possi­bilità di informare il Santo Padre, tra­mite l’ambasciatore spagnolo a Roma, per una sua canonizzazione.

Il provinciale francescano riferisce, inoltre, che le spoglie di fra Salvatore, custodite nella chiesa del monastero di Gesù in Cagliari, risplendevano per i nuovi e straordinari miracoli, aumen­tando così la devozione dei nativi dei Regni della Corona d’Aragona e di Sardegna.

I sardi e i catalani volevano la cano­nizzazione – aggiungeva fra Dimas -come la sollecitavano i Commissari delegati, lo stesso arcivescovo di Cagliari, Lasso Sedeño, i visitatori apo­stolici e il Maestro generale dell’Ordi­ne; perciò egli supplicava il sovrano di intercedere presso il pontefice. Il Con­siglio d’Aragona che lesse la lettera del Serpi, riconobbe validi i sei processi presentati. Fu inviata poi una relazio­ne al sovrano unita alla lettera del pro­vinciale francescano, in cui si metteva­no in rilievo i molti e manifesti miraco­li dell’umile fraticello spagnolo operati per mezzo del Signore Iddio. Al me­moriale del Serpi si accompagnava an­che un elenco, in sette pagine, dei mi­racoli del frate spagnolo, seguito da una relazione sui sei processi, del pa­dre Melchiorre Soler, carmelitano ca­gliaritano, teologo del Cardinale del Monte, per ordine dei consiglieri del Supremo Consiglio d’Aragona.

Nella diocesi di Barcellona i miraco­li furono undici. In un libro si racconta di alcuni marinai inglesi sfuggiti all’in­seguimento dei corsari, per interces­sione del fraticello a cui si erano racco­mandati. Il santo, a detta di molti testi­moni barcellonesi, fu molto penitente e dato alla contemplazione. Di lui non si ricorda parola oscena, e tutta la sua vita fu un esempio di virtù, poiché os­servava le leggi divine e della religione, macerandosi la carne con dei cilici, con vigilie e altre penitenze. Nella diocesi di Gerona, si legge nel­la relazione, diede la vista a tre ciechi dalla nascita, la parola a tre sordomuti. Fu esempio di vita e penitenza, dicono molti testimoni; fu visto due volte in estasi, assorto in preghiera con Dio e faceva, ogni giorno, miracoli in città. Nel vescovado di Tortosa: un bambino di 12 anni fu risuscitato, sordi e ciechi miracolati, idropici guariti, curati mol­ti infermi; fu visto due volte in estasi ed assorto in preghiera con Dio. Nella chiesa di Horta c’erano più di 10 carri di grucce, zoccoli, brachette per bambini e altri ex-voto dei miraco­lati, ritrovati dai francescani, quando ripararono la chiesa, come consta dalle testimonianze ricevute nel processo. E inoltre, si racconta che, dando la bene­dizione a più di 2000 persone, a mezzo­giorno apparvero tre torce accese sulla Croce che stava in mezzo alla chiesa, attribuite, dai testimoni, alla santità del fraticello.

Il mercedario Soler, nella relazione, stesa nel convento di Cagliari il 28 di­cembre 1603, riferiva che non aveva trovato nei miracoli cose contrarie alla Santa Fede; anzi risplendevano nella grazia del Cristo e nella forza del suo prezioso sangue e davano dottrina per conoscere il Salvatore, poiché, come dicono i dottori della chiesa, gli annunziatori della grandezza di Dio sono i santi; come lo è fra Salvatore, che Dio fece molto caritatevole, umile, penitente ed esempio di virtù, scegliendolo per la sua Corte, dandogli la grazia par­ticolare per curare i bisognosi, che gli chiedevano soccorso in questa vita, e coronandolo nell’altra con l’aureola della gloria. Il mercedario concludeva scriven­do che egli era favorevole alla cano­nizzazione che avrebbe dato animo ai deboli giovani e ai santi il giusto merito.

Voce serafica della Sardegna, n° 1, gennaio 1989

 

IL MONDO ISPANICO IN ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA

 

Nelle mie continue ricerche di notizie riguardanti aspetti della vita isolana, mi sono imbattuto in due scritti, in lingua spagnola; questi presentano due aspetti della vita di altri popoli, che mostrano strette affinità con alcuni usi della Cagliari antica uno, della Cagliari moderna il secondo, ma sempre con radici nel passato. La prima lettura offre un quadro di molte somiglianze con la figura cagliaritana caratteristica del capoluogo isolano sino ai primi anni trenta di questo secolo. Parliamo de «Is piccioccus de crobi» di cui scrissero parecchio gli studiosi sardi e no, e a cui si ispirarono poeti, scrittori e ritrattisti, tra cui ricordiamo l’artista fotografo Mario Pes, di cui ricorreva, pochi giorni fa, il venticinquesimo anniversario della morte.

A Cagliari questa caratteristica figura è scomparsa. Francesco Alziator, uno dei più attenti osservatori ed interpreti degli aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane, ne «La città del sole», che è del 1963, scriveva: «II piccioccu de crobi (letteralmente ragazzo della cesta) era una specie di servitore di piazza che, per qualche soldo, si offriva per il trasporto, nella sua capace cesta, de sa spesa, cioè dei cibi e di quanto altro s’acquistava ai mercati». E più avanti aggiungeva che «essi erano la caratterizzazione degli esportilleros spagnoli, servi di piazza che traevano il nome dalla esporta o esportilla con la quale trasportavano le derrate dei loro clienti».

Orbene, nelle grandi città dell’America del Sud si possono tuttora vedere questi «esportilleros». In un breve racconto dal titolo «Alfredo Aldana», di un testo scolastico spagnolo, in uso in alcune scuole di Stuttgart, nella Germania occidentale, si parla di una figura che ci ricorda chiaramente «Is piccioccus de crobi» cagliaritani. Si legge, infatti, che a Bogotá i ragazzi aiutano le donne a portare, per pochissimi pesos de propina, la cesta della loro spesa. Questi ragazzi appartengono agli strati più umili e generalmente sono ragazzi dai tredici ai diciotto anni.

In una illustrazione che accompagna questo racconto, appaiono i «piccioccus de crobi», che nelle notti fredde, in Bogotá, dormono nelle strade e, per riscaldarsi, si rannicchiano l’uno accanto all’altro. Anche i ragazzi «porta ceste» cagliaritani non avevano una dimora stabile; trascorrevano le notti sotto i portici della via Roma, specialmente sotto quelli del palazzo Vivanet, con la corbula per cuscino e i manifesti strappati dai muri per lenzuolo e coperte. Così ce li descrive l’Alziator.

L’altro aspetto di cui troviamo una chiara immagine nella nostra gastronomia si riferisce a «is zippulas». In una pubblicazione de «El sol» di qualche anno fa, si legge che in Castro Urdíale, porto a nord della Spagna, ogni mattina si possono trovare venditori di fritture. Queste, nella forma, nel materiale usato e nei metodi della confezione, rassomigliano alle zeppole sarde. Mentre, però, i nostri zippolari usano un imbuto per far scendere la pasta nell’olio, posto in piccole caldaie, questi spagnoli impiegano una macchina rotante, da cui la pasta esce in forma allungata e poi viene posta in una grande pentola, in cui vi è dell’olio bollente. Questa frittura prende il nome di «churro» che ha come corrispondente italiano «frittella». La forma di questo «churro» è simile alla lunga fritella delle zeppole sarde, che si trovano però anche in forma quasi di ciambella. Ricordiamo che anche «zippula» ha il corrispondente italiano appunto in frittella.

È’   interessante riportare la parte dell’articolo con la ricetta, poiché da essa possiamo vedere meglio come le lunghe frittelle abbiano una straordinaria rassomiglianza con le nostre. Occorre la farina, che viene impastata con dell’acqua, con un po’ di sale e bicarbonato. Noi usiamo il lievito, ma anticamente si usava il crémor tartaro. Nel frattempo si scalda l’olio in una grande pentola. Quando l’olio è molto caldo si pongono le lunghe frittelle (los churros) che devono diventare dorate. Allora si tolgono dall’olio e si mettono in un foglio di carta e si servono con miele diluito in poca acqua o con zucchero. Da noi generalmente non si usa il miele, ma lo zucchero. Inoltre los churros vengono anche usati a colazione, cosa che da noi non avviene. Comunque, le somiglianze, nonostante le varianti, sono notevoli.

A quanto mi consta, non è solo nella Spagna del nord in cui si possono trovare queste frittelle, simili alle zeppole sarde. Si trovano anche in Portogallo e in molti paesi del mondo arabo. Tutto ciò fa pensare che si tratti di una usanza del mondo musulmano, portato in occidente, probabilmente, nel periodo bizantino, e arrivato anche in Sardegna forse proprio dai bizantini.

Riu Mannu,  14 febbraio 1989Sardegna Magazine, 31 gennaio 1989

 

PADRE VINCENZO MARIO CANNAS DA 50 ANNI SACERDOTE

  Un benemerito dell’Ogliastra per i suoi profondi studi sulla cultura del territorio

 

Immensa gioia nella famiglia francescana per il Cinquantesimo anniversario della ordinazione sa­cerdotale di un confratello. Alla presenza dell’arcivescovo di Ca­gliari, Monsignor Ottorino Alberti e del padre Gabriele Piras, noto studioso e autore di varie pubbli­cazioni, tra le quali “II culto mariano in Sardegna” e “I san­ti venerati in Sardegna”, do­menica 25 giugno, nella parroc­chia di Sant’Antonio di Quartu Sant’Elena, il padre Vincenzo Mario Cannas ha celebrato il 50° anniversario di sacerdozio.

Ogliastrino di provata fede, -onora con grande amore la sua terra e la sua regione con scritti e vita spirituale -, Mario Cannas, nato a Tertenia (Nuoro) il 16 ottobre 1914, alla quale ha dedicato un esaustivo studio sulla storia e la vita del villaggio dai primordi ai nostri giorni, anco­ra giovanissimo entra nell’Ordine Francescano dei Frati Minori. Do­po i primi studi in Sassari, nel 1931 veste l’abito francescano nel convento di Quartu S. Elena e nel 1935 la la professione solenne nel­lo studio teologico di S. Mauro in Cagliari, dove aveva fre­quentato gli studi ginnasiali, liceali, teologici e filosofici.

Il 29 giugno 1939, festa di San Pietro e Paolo, circondato da uno stuolo di francescani, che affolla­vano il presbiterio della Cattedrale, Mario Cannas viene ordinato sacerdote dall’allora arcivescovo di Cagliari, Monsignor Emesto Maria Piovella. Nello stesso gior­no il primate cagliaritano consa­crava sacerdoti 9 francescani, un gesuita, un cappuccino, e ordina­va cinque diaconi e 4 suddiaconi.

Inizia per Padre Cannas, che prendeva il nome francescano di Vincenzo, una vita esemplare e di amore verso il prossimo. Pochi mesi dopo ebbe inizio la seconda guerra mondiale e nel febbraio del 1943, a seguito di un tremendo bombardamento su Cagliari, che aveva prostrato la cittadinanza con lutti e rovine, Padre Vincenzo mette in salvo le spoglie di San Salvatore da Horta e le opere artistiche trasferendo tutto, con mezzi di fortuna, nella basilica dei Mar­tiri in Fonni.

Sempre nel 1943 viene nomina­to cappellano militare col grado di tenente ed inviato a Bastia, in Corsica, per partecipare alla libe­razione dell’isola dall’invasione germanica. Rientrato in patria, il 15 ottobre 1944 fu aggregato alla Quinta armata americana parte­cipando alla guerra di Liberazio­ne; fu trasferito in seguito al 517° gruppo di Fanteria dell’8′ armata inglese. Decorato di due croci di guerra al merito e di una medaglia di be­nemerenza, nel 1947, cessato il servizio militare, si dedica alla ricerca e frequenta il corso di Paleografia. Archivistica e Diploma­tica nell’Archivio di Stato di Cagliari, conseguendo il diplo­ma. Si da quindi alla ricerca archivistica, passando lungo tem­po in archivi spagnoli e italiani, da cui ha tratto documenti im­portanti per la storia della Sar­degna.

Nel 1958 è stato nominato su­periore del convento di Quartu Sant’Elena e in seguito è stato tra­sferito in quello di San Cavino, in cui svolse l’ufficio di delegato re­gionale per le missioni estere. In quegli anni provvide al restauro e all’ampliamento della chiesa di Santa Lucia. Incaricato della segreteria e del-l’economato provinciale, in Ca­gliari, nel 1963 è stato nominato rappresentante legale dell’Ente provinciale di Santa Maria delle Grazie. Per parecchi anni ha inse­gnato nelle scuole superiori del ca-poluogo sardo e ha intrapreso an­che l’attività pubblicistica non trascurando quella francescana.

Cultore delle discipline ecclesiastiche ed autore di pubblicazio­ni a carattere agiografico, storico, speleologico ed archeologico, è membro di diversi centri speleolo­gici, è stato presidente onorario del gruppo speleologico Vidal ed è presidente attivo della sezione speleologica del Club Alpino Ita­liano.

Il 13 gennaio 1972 il presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha conferito il Cavalierato, mentre nel 1975 veniva nominato cavaliere ufficiale; infine il 18 ottobre 1978 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli ha conferito l’alta onorificenza di Commendatore per meriti della Repubblica.

Da quindici anni Padre Cannas dirige l’Archivio Arcivescovile di Cagliari con grande competenza e preparazione e, dopo la scompar­sa del generale Usai, benemerito e studioso di problemi ogliastrini, è stato nominato presidente della Comunità ogliastrina cagliarita­na e dell’hinterland.

Per concludere non resta che ricordare, in breve, alcuni suoi lavori culturali, tra i quali “Tertenia e dintorni nella sto­ria e nella Tradizione” (1964); “Un prete artista – Don Egidio Manca” (1965); “Frate Damia­no Pinna da Tissi” (1972) ; “San Giorgio di Suelli – Primo vescovo della Barbagia Orientale -Sec. X-XI” (1976), con apporti di numerosi documenti inediti; “Teulada e le sue grotte” (1978); “L’apicoltura in Sarde­gna” (1979); “II vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto sardo logudorese dal Can. Gio­vanni Spano” (1980); “La Chiesa Barbariense – Dalla fondazione alla soppressione -Sec. XI-XV (1981); “Chiesa di Sardegna” (1985), e numerosi articoli in diversi periodici, ri­viste e raccolte di studi storici; attualmente cura e dirige la collana “Studi Ogliastrini”, giunta al terzo numero (in pre­parazione), raccolta di partico­lare importanza perché tocca gli aspetti più vari di una delle più interessanti regioni della Sardegna.

L’Ogliastra, luglio 1989

 

 

RICORDO DEL RETTORE ALBERTO BOSCOLO  A UN MESE DALLA MORTE

 

La scomparsa dell’illustre studioso cagliaritano Alberto Boscolo (Bebbo per gli amici, molti dei quali ne hanno saputo apprezzare le rare doti di sensibilità e dinamismo) ha lasciato un grande vuoto nella cultura della storiografia medievale sarda. E non solo la Sardegna ha perso un grande uomo e storico, ma l’Italia tutta, poiché egli è stato un esploratore del Medioevo. Mediterraneo.

Alberto Boscolo, nato a Cagliari il 22 agosto del 1920, avrebbe compiuto 67 anni proprio all’indomani della sua morte, il 21 agosto scorso, avvenuta in Roma, dove si era trasferito da parecchi anni, essendo stato nominato membro effettivo dell’Istituto Nazionale delle Ricerche. In occasione dei suoi venticinque anni di insegnamento universitario, i suoi allievi di Cagliari, nel 1972, assieme alla Medaglia d’oro ai Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte, gli avevano offerto un volume di saggi a testimonianza del loro impegno e della loro possibilità in lavori maturati per merito della Sua valida e paziente opera di maestro.

La sua carriera accademica, iniziata nel 1957, è stata brillante, ricca di riconoscimenti e di onorificenze nazionali ed internazionali, culminata, dopo la quadriennale esperienza di Rettore Magnifico dell’Università di Cagliari, nelle prestigiose cattedre di Storia Medievale nella Bocconi di Milano, prima, e in quella di Tor Vergata, in Roma, poi. Oltre ad essere un insigne studioso, Alberto Boscolo, valido organizzatore di cultura e iniziatore di una scuola di medievalisti, è stato uno dei più attivi studiosi di ispanistica. Le sue continue ricerche nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona si rispecchiano nelle sue numerose pubblicazioni, tra cui ricordiamo “Medioevo Aragonese” e “II feudalesimo in Sardegna”.

Oltre ai suoi lavori sulle fonti, sulla storiografia sulla Sardegna catalano-aragonese, sulle istituzioni e sull’economia, ha dedicato la sua attenzione al regno di Pietro IV d’Aragona, a Martino l’Umano, a Ferdinando I e ad Alfonso il Magnanimo, con fondamentali monografie che hanno rivoluzionato la visione storica del periodo del Basso Medioevo sardo e italiano. È stato un grande maestro di storia; ha saputo stimolare alla ricerca ed ha saputo formare altri storici, che continuano il suo lavoro e operano nel solco del suo insegnamento.

Sanluri notizie, 21 settembre 1987

 

                                     Per una biografia di Giuseppe Sanna Sanna

 

Giuseppe Sanna Sanna partecipò attivamente alla vita politica e socia­le della Sardegna del secondo ’800 i cui avvenimenti più salienti sono stati illustrati dal prof. G. Sotgiu nell’intervento che mi ha preceduto.

Egli nacque ad Anela il 15-1-1821 e morì a Genova, lontano dalla sua terra, il 5 settembre 1874. La morte lo colse a 52 anni, nel pieno delle sue energie intellettuali, lasciando nella disperazione la moglie e ben 12 figli, molti dei quali in tenera età. Secondo quanto scrive il prof. Del Piano il pa­dre di Giuseppe Sanna Sanna era un pastore benestante; alcuni parenti del deputato sostengono invece che egli fosse figlio di benestanti e pertanto destinato ad una carriera fondata sugli studi.

Egli apprese a leggere, scrivere e a far di conto nella parrocchia del vil­laggio dato che le scuole normali erano inesistenti. La legge istitutiva è in­fatti del 1823 ma di fatto venne applicata sette anni dopo, nel 1830.

Anela era in quegli anni un villaggio di non più di 350 abitanti e com­prendeva una novantina di famiglie dedite alle attività agricolo-pastorali. In confronto Cagliari, ove G. Sanna Sanna si recò per proseguire gli studi all’età di 11 anni, apparve al nostro una grande città.

Un viaggiatore inglese che visitò la Sardegna nel 1828 la descrisse in­fatti cinta di mura e divisa in quattro quartieri. Distesa su una altura, la città mostrava a chi la guardava dal mare un aspetto imponente ma allo sbarcare «le strade strette e ripide, i nauseabondi effetti delle cloache a ciascu­na porta e il vedere in ogni balcone i panni stesi distruggono quella illusio­ne». Malgrado questi limiti Cagliari era sede del governo, dell’Università, dei tribunali e di numerosi altri servizi che ne facevano il centro più importan­te dell’isola.

Giuseppe Sanna Sanna nella città frequentò probabilmente la scuola degli scolopi vivendo a casa di qualche parente o adattandosi a prestare ser­vizio in qualche casa signorile. A 18 anni si iscrisse all’università scegliendo gli studi giuridici e a 23 nel 1843-44 si laureò in giurisprudenza iniziando la carriera forense.

Negli anni successivi si sposò con la giovane cagliaritana Vincenza Manunta e si impegnò anche nella attività politica diventando dapprima consi­gliere provinciale e poi rappresentante al Parlamento. A soli 30 anni nel 1851 nella IV legislatura venne eletto deputato al parlamento subalpino nel se­condo collegio di Cagliari. Il mandato gli venne confermato anche nella V, nella VII e nella VIII legislatura; quest’ultima è anche la prima legislatura postunitaria. Egli esercitò con molta efficacia il mandato parlamentare tanto da farsi immediatamente apprezzare per i suoi lucidi e documentati inter­venti sui problemi più rilevanti dell’isola.

Questa facilità di parola e di espressioni, che certo derivava dalla sua pratica forense, era rafforzata anche dalla sua esperienza giornalistica.

Quando, con l’approvazione dello Statuto, venne riconosciuta la liber­tà di stampa, il Sanna Sanna si era trasferito a Torino (1848-49) interessan­dosi alle tecniche di stampa. Completato il tirocinio acquistò i macchinari necessari per la stampa di un giornale che fosse finalmente libero da ogni censura governativa. Nacque così la «Gazzetta Popolare» diretta e gestita da G. Berta col quale il Sanna Sanna strinse un solido legame difendendo gli interessi della Sardegna e svolgendo una attiva campagna antica-vourriana.

Il Sanna Sanna diresse a lungo il giornale servendosi di collaboratori prestigiosi: Siotto Pintor, Brusco Onnis, P. Amat di San Filippo che analiz­zarono lungamente i problemi economici e sociali dell’isola prospettando soluzioni alternative al centralismo della burocrazia piemontese sul proble­ma del credito, dei lavori pubblici, dei porti, delle strade, della sicurezza nelle campagne, delle riforme amministrative. Egli pose fine a questa in­tensa vita giornalistica e politica nel 1870, quando la «Gazzetta Popolare» sottoposta a ripetuti sequestri e ad una feroce concorrenza da parte dei fo­gli governativi dovette chiudere. Il Sanna si impegnò allora in attività im­prenditoriali dedicando maggiori attenzioni anche alla sua numerosa fami­glia. La morte lo colse nell’estate 1874 lasciando – come scrisse il De Fran­cesco – nella costernazione non solo i parenti ma quanti ne conobbero il fiero temperamento che non lasciava certo prevedere il suo improvviso decesso.

Archivio Sardo del movimento operaio, contadino e autonomistico, 1987. Quaderno n° 23-25 in occasione deli Cinquant’anni morte di Antonio Gramsci

 

 

IL « THE SKETCH » DI W.H. SMYTH

Come era la Sardegna quando l’inglese William Henry Smyth la percorreva nel 1824? La risposta la si può avere leggendo il suo libro « The sketch of the present state of the Island of Sardinia », apparso in Londra nel 1828. Se ancora oggi, a distanza di 160 anni dall’apparizione dell’opera sopra citata, si scrivono libri che trattano di una Sardegna sconosciuta, nascosta, segreta, che riscuotono enorme successo e sono letti da moltissimi sardi e non, si può capire quale poteva essere allora, tra gli inglesi, la curiosità di conoscere la realtà di un’isola di cui avevano scarse e frammentarie notizie e che poterono comprendere leggendo le pagine dello Smyth ricche di immagini sulla Sardegna sconosciuta. Certamente gli inglesi di allora che avevano sentito il nome di Sardegna non erano molti, a giudicare da quanto scrive lo stesso Smyth nella presenta­zione del suo libro. Infatti egli osserva che nei libri inglesi non aveva trovato alcuna notizia sull’isola più importante del Mediterraneo, dopo la più nota Sicilia.

Lo scrittore inglese, che considerò la Sardegna una delle più belle isole del Mediterraneo, favorita com’era dalla matura, così da rendere imponenti vantaggi alla popola­zione, ebbe forse il primo impatto con l’isola mediterranea durante il periodo in cui Orazio Nelson bordeggiava le coste sarde e toccava alcune località della Sardegna, tra cui Sant’Antioco e La Maddalena, ricordate anche nel «The sketch». Questo incontro e altri successivi, dovuti ad incarichi militari, gli lasciarono una curiosità tale che, primo inglese ad interessarsi della nostra isola, vi pose nuovamente piede alla fine del 1823 e vi rimase per tutto l’anno successivo.

Egli ebbe come compagno di viaggio, nel suo brigantino, il console inglese di stanza a Cagliari, Mister Craig, col quale fece il periplo dell’isola e, provvedendo a disegnare le coste, le montagne e i fiumi, visitò la capitale e diversi centri isolani. Il risultato di questo lungo soggiorno in Sardegna lo si trova appunto nel libro « The sketch », che comprende una introduzione, quattro lunghi e corposi capitoli e un’interessantissima appendice, della quale occorrerebbe uno studio a parte.

Il primo capitolo è dedicato alla storia dell’isola, il secondo ai prodotti, il terzo agli usi e ai costumi e l’ultimo alla presentazione delle coste e dei centri isolani visitati dall’ufficiale inglese. Del terzo capitolo esiste la traduzione fatta da Francesco Alziator che, interessatosi a lungo dei viaggiatori stranieri e italiani in Sardegna nei secoli scorsi e nell’attuale, lo pubblicò interamente ne «L’Unione Sarda».

Del tutto sconosciuta l’opera di questo oscuro ufficiale inglese, non lo era però altrettanto la sua amicizia con il Lamarmora, di cui fu compagno di ricerche, come si legge nell’introduzione dell’autore dello «Sketch», che scrive, tra l’altro, una descrizione della Sicilia.

Si legge in Alziator che lo Smyth era un ufficiale della Marina di Sua Maestà bri­tannica che, negli anni in cui gli eventi avevano portato Orazio Nelson ad interessarsi e ad occuparsi della Sardegna, vi era stato ben due volte.

L’ufficiale britannico, che a detta dello scrittore sardo era uomo dotato di scarsa fantasia ma di molto spirito di osservazione, preciso, privo di pretese e di interessi particolari all’infuori di una certa intransigenza anticattolica, con una prosa sciolta, semplice e scorrevole, ci ha tramandato una marea considerevole di notizie di ogni genere e di dettagli di estremo interesse. Il suo lavoro meriterebbe quindi una completa edizione italiana, perché presenta un quadro molto dettagliato della storia, della produ­zione, del commercio, dell’economia, delle tradizioni popolari, del paesaggio isolano e della vita reale delle località visitate nel 1824.

È stato scarso l’interesse per l’opera sulla Sardegna di William Henry Smyth, e, appunto per questo, mi pare opportuno dedicare alcune pagine a lui e alla sua opera. Questo scrittore inglese, negli anni Venti del secolo scorso, dedicò un testo di ben 240 pagine alla Sardegna, tuttora importanti per una ricostruzione storica dei diversi pro­blemi che attanagliavano l’Isola in quegli anni.

Il primo ad occuparsi di lui fu un tale che si firmava con la sigla X.Y. Nel 1840, questi provvide a stendere una traduzione, tuttora manoscritta, che si trova nella Bi­blioteca Universitaria di Cagliari, segnato MS. 63, con il titolo «Abbozzo dello stato attuale dell’Isola di Sardegna». Grazie al personale della succitata biblioteca, sempre pronto a venire incontro alle esigenze degli studiosi, ho potuto consultare a lungo il manoscritto, servendomene per un riscontro del lavoro dello Smyth. Oggi quella tradu­zione non è più valida: è un italiano superato, vi sono molti errori ortografici, la forma lascia a desiderare e taluni termini inglesi vengono riportati tali e quali, forse perché il traduttore non ne aveva compreso il significato.

Della traduzione di X.Y. parla A.M. Cirese, il quale asserisce che l’opera dello Smyth ebbe una traduzione, al contrario di quanto affermava Francesco Alziator. Posso aggiungere che è stato un bene che la traduzione dell’Ottocento non sia stata stampata, per i motivi succitati; ma non è detto che non possa essere di qualche utilità.

È vero comunque che Alziator è stato il primo ad aver (tradotto e pubblicato il terzo capitolo dell’opera smythiana, dandogli larga diffusione e la possibilità ad un am­pio pubblico di venire a sapere che un ufficiale inglese del secolo scorso aveva stampato un lavoro sulla Sardegna, col quale aveva fatto conoscere agli inglesi gli usi, i costumi, la storia e l’economia dell’isola. In effetti, in Italia e in Sardegna, il lavoro dello Smyth era rimasto nel dimenticatoio. Fu Francesco Alziator che in un saggio sugli scrittori inglesi dell’Ottocento, apparso nel 1946 in Almanacco letterario ed artistico della Sar­degna (a cura degli «Amici del Libro» e diretto da Nicola Valle), scrisse: «Nel silenzio dell’arcipelago, il piccolo capitano William Henry Smyth, uno dei tanti ufficiali della squadra britannica, meditava la scoperta letteraria della Sardegna… Nel 1828, il capitano W.H. Smyth che aveva, in seguito, avuto dall’Ammiragliato l’incarico di rilevare le coste sarde, pubblicò Io Sketch… ». Dieci anni dopo, sulle colonne de «L’Unione Sarda» (27 maggio 1956), lo stesso Alziator pubblicava un articolo con il titolo «II rapporto di un ufficiale inglese della Marina di Sua Maestà Britannica». Nel presentare la traduzione della terza parte del rapporto dello Smyth, annunciava che, tra le mozioni presentate alla chiusura del «VI Congresso delle tradizioni popolari», tenutosi in Sardegna nel 1954, Paolo Toschi, suo maestro e uno dei maggiori esponenti della demoetnologia ita­liana, auspicava la riedizione delle opere più antiche che riguardavano il folklore sardo.

Cogliendo l’invito, l’Alziator tradusse non solo il terzo capitolo dello Sketch… (la più antica opera inglese sulla Sardegna), ma anche alcune pagine di Honoré de Balzac, di Emanuele Domenech, di Gastón Vuillier, di Crawford Flitch – di questi autori egli aveva già parlato anni prima -. Ne trattò in seguito Alberto Boscolo nella raccolta Viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna, pubblicata nel 1973 nella collezione «Testi e documenti per la storia della Questione Sarda». Il Boscolo si è valso della collaborazione di vari studiosi sardi quali Francesco Alziator, Armando Deidda, Manlio Brigaglia, Dolores Ghiani Alziator e Mario Manca.

Chi avesse intenzione di leggere la versione fatta da Francesco Alziator veda «Al­lora a Cagliari portavano la Berriuola»; «I Sardi cattivi camminatori e ottimi caval­lerizzi»; «Santi e feste in Sardegna»; «Gallura bella e feroce»; «Amore e morte dei Sardi»;  «Cagliari all’alba dell’800 », in «L’Unione Sarda»  (maggio, giugno e luglio 1956). Chi invece intendesse leggere l’intero capitolo può trovarlo, come già scritto, nella pubblicazione «I viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna».

L’Alziator osservava che lo Smyth visitò la Sardegna non certo spinto da amore per il pittoresco, ma queste visite gli lasciarono un’impressione profonda per il modo così tenace con il quale i Sardi mantengono i loro primitivi caratteri.

William Henry Smyth, del quale esiste una lunga ed interessante biografia nel «Dictionary of National Diografy » (London, volume XVIII, 1917), nacque in Westminster nel 1788. Giovanissimo entrò al servizio della Marina Mercantile e dal 1804 fu nelle acque indiane, cinesi e australiane. Nel 1812, dopo aver passato alcuni anni lungo le coste della Francia ed essere stato presente, nel 1811, alla difesa di Cadice, servi la Marina Britannica lungo le coste della Spagna e nell’anno successivo, promosso al grado di tenente, fu assegnato alla flotta di stanza nei mari della Sicilia. Provvide a fare una gran quantità di rilevamenti topografici, eseguì numerose ricerche archeologiche e misurò topograficamente, nel 1815, le coste siciliane, poi quelle italiane ed infine quelle africane. Nel 1821 portò le sue indagini in Sardegna, poi in Grecia e di nuovo lungo le coste africane e disegnò un elevato numero di carte che sono alla base di quelle tuttora in uso. Nel 1824, mentre egli si trovava in Sardegna, uscì in Londra «Memorie delle risorse, degli abitanti e della idrografia della Sicilia e delle sue isole»; seguì, nel 1828, lo scritto sulla Sardegna.

Nel frattempo, era stato nominato membro della Società Archeologica e della So­cietà Astronomica Reale, e nel 1826 era stato pure eletto membro della Royal Society. Quattro anni più tardi, fu tra i fondatori della Società Geografica Reale, iniziando così una nuova attività che lo avrebbe portato, nel 1846, alla Presidenza della stessa Società e, nel 1850, a quella della Società Geografica Reale. Fu membro onorario e corrispon­dente di un gran numero di Società letterarie e scientifiche europee del suo tempo. Diede alle stampe parecchi studi di carattere geografico, ottenne una grossa onorificenza della Royal Society e pubblicò numerose carte riguardanti «Philosophical Transactions » e « Proceedings » della Società Astronomica Reale.

La storia completa della sua attività letteraria è contenuta in «Synopsis of the published and privately works of Admiral W.H. Smyth», pubblicato nel 1864.

Venne collocato a riposo nel 1846 e nel maggio del 1853 ebbe la nomina a contram­miraglio. Dieci anni dopo raggiunse il grado di ammiraglio. La morte lo colse il 9 settembre del 1865, all’età di 77 anni. Si era sposato a Messina nell’ottobre del 1815 ed ebbe una numerosa prole.

Notizie biografiche sul Nostro possono leggersi in Viaggiatori inglesi dell’800 in Sardegna di Myriam Gabiddu (Cagliari, 1980), che contiene una succinta analisi dell’intero scritto dello Smyth e alcune parti in lingua originale con commento al terzo capitolo.

Nel già citato lavoro sui viaggiatori inglesi, Myriam Cabiddu riferisce che si deve al capitano Smyth la prima monografia in lingua inglese, frutto del suo soggiorno nell’isola, mentre era impegnato nei rilevamenti delle coste sarde per incarico del suo ammiragliato. A William Henry Smith la Cabiddu dedica un capitolo di oltre 14 pagine, molto interessanti e ricche di notizie sull’ufficiale inglese e dà una puntuale visione di quanto il capitano britannico scrisse sulla Sardegna.

Il lavoro della Cabiddu è anche interessante perché riporta molti passi in lingua inglese, come già detto e sono i brani più emblematici sulla lunga permanenza nell’isola dello scrittore inglese. La Cabiddu scrive che lo Sketch…, pur con i suoi limiti, ci appare oggi come una delle opere più importanti sulla Sardegna, scritta nell’Ottocento e costi­tuisce un punto di riferimento obbligatorio per quasi tutti i viaggiatori britannici che da esso hanno tratto giudizi, descrizioni e valutazioni.

La storia è l’argomento del primo capitolo, dai tempi dei nuraghi agli anni Venti del secolo XIX. Gli avvenimenti storici, inseriti nel capitolo, sono quelli ormai ben noti; l’autore infatti riportò molte parti della storia del Fara  di quelli del Manno. Anche se lo Smyth rivisita la storia sarda, porta delle novità, perché riferisce documenti sullo sbarco dell’armata anglo-austro-olandese a Cagliari nel 1708 e fa riferimento ad un carteggio da lui consultato nel Museo Britannico, tuttora sconosciuto, che modificherà notizie già riferite.

Nel secondo capitolo affiorano due grossi problemi economici che, per lo scrittore inglese, attanagliavano la Sardegna: la produzione ed il commercio. Lo Smyth osserva che l’isola rimase priva di una rete stradale fino al 1822, quando fu finalmente risolto il problema del traffico interno con la costruzione della grande strada Cagliari-Sassari-Portotorres, grazie all’interessamento del re Carlo Felice. Egli osserva inoltre che la posizione centrale dell’isola, tra la Spagna, la Francia, l’Italia e l’Africa dovrebbe favorire il commercio se il popolo sardo fosse più intraprendente nelle avventure marittime con i bei porti di San Pietro, La Maddalena, Terranova e con le spaziose baie di Ca­gliari, Palmas, Oristano, Alghero, Portotorres, Vignola e Tortoli. A detta dello Smyth, in queste baie, che offrono invidiabili stazioni commerciali, si potrebbero imbarcare fa­cilmente i prodotti delle diverse zone dell’isola.

Riguardo alle esportazioni, che risultarono minime nel 1824, il capitano britannico scrive che il primo prodotto agricolo è il grano, ma la produzione è di gran lunga infe­riore a quella del periodo in cui gli autori antichi riferivano che la Sardegna, insieme con la Sicilia, era il granaio di Roma; che l’esportazione si aggira sui 400.000 starelli, quando il raccolto è abbondante; segue l’orzo, di cui si esportano 200.000 starelli e vengono imbarcati 100.000 starelli di fave e 200.000 di piselli.

Sulla coltivazione della vite lo Smyth constata che il clima ed il terreno sono molto adatti ad aumentarla, ma non vengono sfruttati al massimo, e riferisce che i vini presentì sul mercato sono il moscato, il girò e il cannonau del Campidano, il moscato d’Alghero, la malvasia di Sorso e quelle di Cagliari, Bosa, Quartu ed Alghero, il nasco e la vernaccia di Oristano e Cagliari, i vini rossi della città catalana e dell’Ogliastra ed infine i vini bianchi più comuni di Torralba, Sassari e Thiesi. Aggiunge che i Sardi fanno molto uso di vino di seconda qualità e di terza, su piricciolu, e che le vinacce sono conservate come mangime per il bestiame.

Per il formaggio, uno dei prodotti più considerevoli di economia domestica, l’au­tore scrive che la produzione raggiunge circa 3.000 cantari di quello duro e fino ad Iglesias e a Sinnai e quasi 2.000 di quello ordinario; ne viene imbarcata una grandissi­ma quantità per Malta e per Napoli, località quest’ultima che ne fa una grande richie­sta. Anche il sale, una delle fonti più lucrose del reddito regio, è un importante pro­dotto esportato.

Lo Smyth si interessa anche delle tonnare, del lino, della seta, della lana e della coltivazione del tabacco, introdotta nel 1714 dagli austriaci, prodotto soprattutto dai privati nei dintorni di Sassaria, Alghero e nei villaggi vicini, che hanno l’obbligo di venderlo allo Stato.

Tra gli articoli di esportazione menzionati vengono annoverati lo zafferano di Sardara e Sanluri, l’acquavite di Villacidro, Gavoi e Santulussurgiu, la galena, il solfuro di piombo, il vasellame e una piccola quantità di metalli, e si imbarcano mandorle dolci ed amare, lardo fino e prosciutto, e stracci di lino, che servirebbero, secondo lo Smyth, per quell’arte che muta un articolo «indecente» in un altro utile e tanto bello qual è la carta.

Dopo aver riferito che anche la seta marina, il bisso, viene folato per fare guanti, calzette ed altri articoli d’ornamento femminile, l’autore chiude il capitolo con la presentazione di un rapporto statistico dal 1817 al 1825, che offre un interessante quadro sull’economia sarda nel primo quarto del secolo XIX, da tener presente per un eventuale studio sull’economia isolana nel corso dei secoli, ancora tutta da scrivere.

Nel terzo capitolo lo scrittore londinese presenta la cucina sarda, le cerimonie della Settimana Santa, le più importanti festività religiose del calendario isolano, i balli e la loro classificazione e comparazione con quelli di area greca, la musica, l’abbigliamento, le armi, il linguaggio, la superstizione, in particolare il malocchio, gli amuleti e gli esorcismi.

Questo capitolo sarà senz’altro utile per la stesura della storia del costume sardo, non più tutta da scrivere, dopo quanto studiato e riportato dall’Alziator, che ha prov­veduto con i suoi scritti a riempire molte pagine bianche dei volumi da dedicare all’abbigliamento isolano.

A proposito del ballo sardo, Giuseppe Della Maria, che ha dato un grosso contri­buto alla conoscenza delle tradizioni popolari e del quale quest’anno ricorre il decimo anniversario della scomparsa, scrive in Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo (n. 17) che nel 1828 W.H. Smyth pensa che il ballo tondo del Capo di Sopra si balla alla voce di parecchi uomini, che studiosi nel canto, si appoggiano l’un l’altro nelle spalle, cantando in particolare tono forte e gutturale chiamato trippi… e i cantori, per acquistare il tono forte e gutturale si avvezzano sin da ragazzi». Ed aggiunge «La danza comincia con passo lento, si affretta a tenore della cadenza e si protrae per una o due ore; ma non scappa ad alcun ballerino un sintomo di gioia e di soddisfazione e le donne poi tengono gli occhi al suolo, quasi per tutta la durata della danza».

Grossa rilevanza nel terzo capitolo hanno due interessantissime manifestazioni folkloristiche che meriterebbero di essere rilanciate nella capitale: la prima nel periodo di carnevale, completando così il giro con quella oristanese, sa Sartiglia, e con quelle delle altre località della Sardegna; la seconda nei mesi autunnali, mesi ancora caldi a Cagliari. La prima manifestazione riguarda quella singolarissima de is pariglias (corsa a pari­glie), vero simbolo del folklore cagliaritano, che si disputava a Cagliari nella ripida e scoscesa via San Michele, oggi via Azuni, negli ultimi giorni di carnevale. Ne resta un’a­nimata stampa disegnata dal La Marmora, apparsa in primis ne «II folklore sardo» di F. Alzlator e poi in altri lavori. La descrizione fatta dallo Smyth è la prima ad averci riportato la corsa in modo perfetto e dettagliato. «Tre o quattro cavalieri – scrive l’uf­ficiale inglese e così traduce l’Alziator in Cattivi camminatori e ottimi cavalieri, già ci­tato – maschere a cavallo montano così vicino tra di loro, che una mette le brac­cia sulle spalle dell’altra e così correndo, a briglia sciolta, spesso arrivano al tra­guardo senza separarsi, tanta è la maestria con cui guidano i loro cavalli».

L’altra descrizione è quella della giostra delle barche che si effettuava nel porto di Cagliari, documentata iconograficamente dal pittore piemontese del secolo XVIII Gio­vanni Michele Graneri. La giostra marinara, alla quale assiste lo Smyth, si effettuò durante i festeggiamenti del patrono dei marinai cagliaritani, nella rada del porto, simile a quella che tuttora si tiene a Portotorres in occasione della festa in onore dei patroni.

Se il terzo capitolo è molto importante perché serve ala ricostruzione storica delle tradizioni popolari sarde con le sue notizie ed osservazioni sulle usanze nuziali e funebri, sulle credenze popolari, sulla musica e le danze, già succitate, non meno importante è il quarto capitolo per la presentazione della realtà isolana attraverso le tappe del viag­gio dello scrittore britannico e per lo studio dettagliato sulle coste e sui centri isolani. Il capitolo si apre con un ampio quadro della metropoli cagliaritana. Sono messi in evidenza gli aspetti dei quartieri, della posizione geografica, dei venti, delle provviste, della scarsezza dell’acqua, venduta alle porte delle case. Al problema del’acqua l’inglese si sofferma perché ha notato che le navi straniere non possono rifornirsene se non an­dando a Pula con i battelli a fondo piatto, mentre gli abitanti del Castelo si provvedono dalle cisterne. Suo suggerimento all’ingegner Musio è di portare l’acqua dalle sorgenti di Domusnovas per mezzo di tubi di ferro. Nota anche che, a chi sbarca, la città fa un ef­fetto imponente che cambia quando si vedono le strade strette, ripide e nauseabonde e i panini stesi ad asciugare dai balconi di una casa a quella della casa di fronte. Alcune pagine sono dedicate alla presentazione della stupenda chiesa di San Michele e soprattutto della sacrestia e dell’antisacrestia per i bei quadri e le pitture. Parla della cattedrale, del Museo Archeologico, istituito qualche anno prima dal sovrano piemontese, del tempio funebre di Pontila, dell’anfiteatro romano, del convento dei Cappuccini, del­l’Orto botanico, in cui un frate provvide a piantare nuove piante, tra cui un ananasso, che però non ottenne successo. Al frate lo Smyth lasciò una grossa quantità di sementi che aveva portato da altre contrade e, fra queste, quella del nespolo del Giappone.

Dopo la descrizione particolareggiata di tutte le baie, le calette e gli scogli che si trovano nella parte meridionale e in quella orientale dell’Isola sino alla torre di Quirra, e dopo aver parlato del villaggio di Tertenia, posto malsano per lo Smyth e noto per numerosi omicidi commessi, l’autore si sofferma a descrivere il villaggio di Tortoli, lo­calità dove presero terra i troiani, capoluogo dell’Ogliastra con circa 1.700 abitanti, sede giudiziaria, in cui risiede un vescovo cappuccino, con lunga barba; passa poi ad Orosei, località molto graziosa, circondata da fertili pianure, che procurano bestiame, grano, for­maggio e vernaccia, ma località fatale per gli stranieri a causa dell’aria pestilenziale.

Dopo aver visitato il villaggio di Orosei e controlliate le località rivierasche fino a Punta Nera, lo Smyth si ferma a Siniscola, dove ammira la bella chiesa e fa la conside­razione che il villaggio, a dispetto dell’insalubrità della zona, è prosperato grazie alle feluche napoletane e genovesi che si riparano frequentemente in questo tratto di costa.

Dopo la visita al villaggio di Posada, all’antica Olbia, al villaggio di La Maddalena e all’isola di Caprera, l’ufficiale inglese si porta a Tempio, capitale della Gallura, città degna di considerazione per alcuni edifici di tre piani e per i pesanti balconi in legno, non per l’aspetto generale che è triste a causa del rosso granito delle costruzioni, ma del costume nero delle donne, della barba folta e della capigliatura degli uomini. Il visitatore londinese rimase sorpreso per aver trovato in una locanda due ragazze che portavano sul capo, in equilibrio, una candela con la quale si aggiravano per la casa, tenendo così le mani libere.

Visitata la nuovissima città di Santa Teresa, situata salubremente vicino alla punta nord-occidentale, visto e disegnato il corso del fiume Coghinas, il navigatore inglese si ferma a Castelsardo, di cui presenta la storia. Nota poi il carattere cattivo e antisociale degli abitanti, per i molti omicidi avvenuti nelle campagne e nei boschi circostanti.

Per Sassari, lo Smyth iscrive che fu un villaggio insignificante fino al tempo in cui le incursioni saracene non obbligarono i torresini a cercare un posto sicuro, e continua dicendo che la città è circondata da mura e da torri quadrangolari; che vi sono cinque porte ed una cittadella, l’ultima porta impiegata come corpo di guardia; che la posizione della città è piacevole; che le campagne intorno sono prospere per la produzione di olio, vino, frutta, verdura e tabacco e che vi sono i migliori terreni giudiziosamente col­tivati e lussureggianti.

Nel lasciare la città torresina l’inglese rimase deluso nel vedere la fontana di Rosello, oggetto di grande ammirazione fra i sardi ed altamente lodata dagli scrittori na­zionali, ma nell’insieme con un’aria di mediocrità perché è composta da una base tanto pesante, posta solo a sostenere una piccola ed imperfetta statua equestre di San Gavino.

Dopo Sassari, l’autore controlla tutta la parte settentrionale dell’Isola, che presenta grandi massi di granito, mentre quella interna è principalmente schistosa e i terreni della pianura sassarese hanno molta varietà dal punto di vista geologico; provvede poi a studiare la costa di ponente, sino ad Alghero. Della città catalana presenta la storia e scrive che essa ricevette il titolo di fedelissima e che, oltre a partecipare a tutti i privi­legi accordati anche a Cagliari e a Sassari, la città possiede alcuni diritti in esclusiva; aggiunge che la città è fabbricata su una bassa punta di roccia sporgente fuori da una spiaggia; che ha la forma di un parallelogramma con robuste mura, fiancheggiate da bastioni e torri e che vi si entra da due ponte, una dal molo del porto e l’altra dalla parte che guarda la terra. Presenta poi la cattedrale, le scuole pubbliche, le istituzioni, l’ospedale, il mercato, che gli appare accettabile per aver molte provviste, un piccolo teatro per gli attori di passaggio, mentre i cittadini hanno i loro divertimenti nei giorni festivi, uno dei quali ricorda la vittoria riportata sui francesi nel 1412, per cui si fa una processione ogni 6 maggio.

Dopo aver esplorato e disegnato tutta la costa da Alghero a Bosa, lo Smyth si ferma in questa cittadina, situata in una bella vallata, tra due colline, che ha un bell’aspetto perché la città è pulita e le strade sono lastricate; è sede vescovile, ha un se­minario per gli studi filosofici e teologici, alcuni bei palazzi di proprietà delle famiglie nobili e sulla sommità vi sono le rovine di una acropoli.

Superata la costa da Bosa a Santa Catenina di Pittinuri e poi sino a Capo San Marco, l’autore si ferma ad Oristano, città situata in una bassa pianura, con un aspetto modesto; le case sono basse e lontane l’una dall’altra; la città è sprovvista d’acqua sebbene si trovi vicina ad un fiume; la società è più briosa, in inverno, di quella d’Alghero, ma i fore­stieri evitano questo luogo, per il clima pessimo.

Toccate altre località e controllate le baie e le coste da Oristano a Capo Frasca, lo Smyth si addentra nell’interno e si ferma nel popoloso, salubre villaggio di Villacidro, situato in posizione graziosa e costruito a forma di croce; ha una vallata ben coltivata; è ricca di frutta e vi è grande abbondanza di ciliegie, ma pochissimo grano e molto vino bianco, di qualità però scadente, per cui si distilla per farne acquavite.

Per Iglesias, l’ufficiale inglese scrive che è abbondantemente irrigata da alcune sorgenti, la migliore delle quali, chiamata Bingiargia, porta l’acqua alla fontana di San Nicolò, vicino al centro della città, per mezzo di un acquedotto lungo circa 17 chilo­metri; le strade sono generalmente sporche e mal lastricate e vi sono alcuni eccellenti palazzi.

Dopo il controllo della costa sud-orientale, in cui si trovano Porto Paglia e Porto Scuso, lo Smyth passa a descrivere la costa dell’isola di Sant’Antioco, che offre buoni luoghi per l’ancoraggio; consiglia ai naviganti di stare molto attenti nell’attraversate il canale perché esso è colpito da venti dei due versanti tanto che un secolo prima del suo arrivo, una nave svedese, carica di marmo, vi naufragò; poi presenta tutti i luoghi circostanti e le varie isolette che si trovano tra l’isola di Sant’Antioco e di San Pietro.

Dopo aver parlato a lungo dell’isola di San Pietro, in cui si sono rifugiati i tabarchini, ne traccia la storia e scrive che i carlofortini sono di carattere buono e sono assai paci­fici e tanto affiatati l’uno con l’altro che, durante la loro residenza di novant’anni nel­l’Isola, non hanno mai dato luogo a processi giudiziarii.

Continuando il rilevamento topografico, lo Smyth arrivò alla costa di Chia, poi a quella di Pula, entrambe con possibilità di buon ancoraggio e rifornimento di acqua. Notò anche che da quest’ultima località sino alle spiagge di Cagliari, in cui termina il suo viaggio, i terreni offrono il miglior esempio di coltivazione e sono estremamente produttivi, grazie anche agli ultimi tentativi del marchese di Santa Croce e di Viilahermosa ad Orri.

Il capitolo quarto, quindi, può considerarsi una guida particolareggiata della Sardegna del primo Ottocento, alla quale si accompagna un’interessantissima serie di stati­stiche dei prezzi dei mercati, informazioni monetarie e una nota sui pesi, le misure e dati ittiologici.

Bollettino Bibliografico della Sardegna, Anno IV – Quaderno I del 1987, fascicolo n° 7

 

SPOGLIO DE «L’UNIONE SARDA» ARTICOLI RIGUARDANTI CAGLIARI – A cura di Luigi Spanu

 

1978

 

5 gennaio – PINTOR M. Partita a bocce.

13 gennaio – ARTIZZU F. Costumi e realtà locali attraverso la lingua dei cagliaritani. Quando il freddo arrivava in città.

1 febbraio – ARTIZZU F. Una rilet­tura in chiave personale della celebre raccolta curata da Raffa Garzia. I « mutettus » dei cagliaritani.

8 febbraio – PINTOR M. Cagliari sotto assedio.

8 febbraio – Nelle lapidi il ricordo dei cagliaritani (nuove tendenze della to­ponomastica) .

24 febbraio – ARTIZZU F. Cagliari a piedi. Aria di campagna e vecchi rondò.

9 marzo – Cagliari a piedi. Una im­magine della città nel racconto di Raf­fa Garzia.

9 marzo – ROMAGNINO A. Un’isola, una cultura.

16 marzo – PINTOR M. Cavalieri e cipria nell’Ottocento.

22 marzo – ROMAGNINO A. Cagliari a piedi nella prima metà del secolo. Le poste in piazza del Carmine.

23  marzo – ROMAGNINO A. La pro­cessione del Cristo morto.

26 marzo – ARTIZZU F. La giornata pasquale nel capoluogo. La festa dei cagliaritani.

30 marzo – ALBIS F. Un cardinale cagliaritano.

27 aprile – PINTOR M. Cagliari di una  volta.  Fatti  ed  episodi di  cinquant’anni fa. Nettezza urbana e car­rozze di piazza.

30 aprile – FIORI V. Quando passa Sant’Efisio.

30 aprile – SINI T. Anche i cavalli sono presi in affitto (Sant’Efisio). 7 maggio – PISANO G. Viaggio at­traverso la Sardegna che cambia, Ca­gliari  1968-1978,  radiografia di una città. Nel vento della crisi.

14 maggio – PISANO G. Come uscire dalla crisi.

19       maggio – PINTOR M. Il collegio dei nobili.

21       maggio – PISANO G. Gli studenti in prima linea.

24 maggio – JANIN A. Cultura e isti­tuzioni a Cagliari. Come usare la cit­tadella dei Musei.

11 giugno – BULLEGAS S. La lunga storia degli spazi teatrali. La guerra per i palchi.

14 giugno – BULLEGAS S. La vicenda degli spazi teatrali a Cagliari. Il Civico e il Diurno: la gran gara tra lirica e prosa.

18 giugno. BULLEGAS S. La lunga vicenda degli spazi culturali. Dal Poli­teama ai giorni nostri. Ai tempi dei Mecenati.

22  giugno – Statue di Venere dissepolte negli scavi di viale Trieste.

23  giugno – MÁSALA F. Come fun­zionano le strutture teatrali a Cagliari:il Centro Universitario Cinematogra­fico. Il film dentro la scuola.

30 giugno – PINTOR M. Giochi d’az­zardo.

20       luglio – BULLEGAS S. Il pastore e la città.

29 luglio – MANUNZA M. Cagliari: il sole, il mare e poi?

2 agosto – SORGIA G. Un progetto mancato per il porto di Cagliari.

24       agosto – SORGIA G. Cagliari nel 1600: Un furto misterioso.

25 agosto - SALÍS L. In agonia la pi­neta di Monte Urpino.

17 settembre — Dal Bastione ai giar­dini pubblici il verde è tutto da valo­rizzare. Ma i vecchi progetti sono an­cora sepolti nei cassetti.

22 ottobre – ROMAGNINO A. Aspet­ti e costumi della Cagliari di fine se­colo nelle annate delle più importanti riviste letterarie isolane dell’Ottocen­to. La cronaca rosa di « Vita Sarda ».

24 dicembre – ROMAGNINO A. Quando Cagliari metteva i telefoni.

 

1979

 

 13 agosto – ARTIZZU F. Ferragosto tanti anni fa. Al Poetto sul tram.

17      settembre – VALLE N. Le memo­rie della città di Cagliari negli anni ’20. Quelle serate.

7 ottobre – ARTIZZU F. Le antiche piazze di Cagliari. Quella chiesetta a San Bartolomeo.

16 ottobre – ROMAGNINO A. La storia delle banche a Cagliari. Il largo Carlo Felice nei primi anni del 1900.

 21 ottobre – DE MAGISTRIS P. Ca­gliari nella memoria. Storia di un cia­battino.

28  ottobre – DE MAGISTRIS P. Ca­gliari nella memoria. Anche la povertà ha i suoi rituali.

4 novembre – DE MAGISTRIS P. Ca­gliari nella memoria. Storia di vino e di miseria.

6 novembre – ARTIZZU F. Come era­vamo. Quei riti di novembre. 13  novembre – TERLIZZO B. Due generazioni e una città.

15  novembre – VALLE N. L’antico mercato del largo Carlo Felice. 18 novembre – DE MAGISTRIS P. Cagliari  nella  memoria.   Un  giorno, una bettola.

27 novembre – DE MAGISTRIS P. Cagliari nella memoria. Vecchi e mi­seria.

29     novembre – VALLE N. L’occhio sulla città. Funerali di lusso.

30     dicembre – ARTIZZU F. Cagliari attraverso la storia delle sue strade. Con Totò in via Garibaldi.

 

1980

 

6 gennaio – ARTIZZU F. Cagliari e la Befana.

17       gennaio – ROMAGNINO A. Ca­gliari attraverso le immagini. La città nell’Almanacco.

3         febbraio – ARTIZZU F. Cagliari tra le due guerre. Una  città e il suo teatro.

5 febbraio – DE MAGISTRIS P. Cagliari nella memoria. La storia di Pie­tro Evento.

18       marzo – ARTIZZU F. Le memorie di una città. I cagliaritani e il teatro.

23       marzo – SORGIA G. Dalla cinta-arsenale alla Cittadella dei Musei. La lunga storia delle fortificazioni.

9 aprile – VALLE N. La Cagliari degli architetti, cinquant’anni fa. Girovaghi come mestiere.

15 aprile – ARTIZZU F. Cagliari at­traverso le espressioni locali. Le paro­le della vita.

25 aprile – MELIS G. Cagliari e l’ul­tima stecca.

30 aprile – VALLE N. Cagliari tra due guerre. La generazione dei caffè e del Comune.

4         maggio – ARTIZZU F. Cagliari attraverso le sue antiche strade. La di­scesa de sa costa.

13 maggio – ROMAGNINO A. Ca­gliari: perché il piccone ci ha rispar­miato.

9 giugno – MANUNZA M. Fondarono Buenos Aires pensando a Cagliari.

24       giugno – ARTIZZU F. Cagliari at­traverso le espressioni della lingua lo­cale. Le parole e la realtà.

24 giugno – ROMAGNINO A. C’era una volta il Liberty.

27 giugno – VALLE N. Cagliari una volta. Muttettus nelle strade.

1 luglio – ROMAGNINO A. Tra le palme di S. Saturnino.

13 agosto – ARTIZZU F. Cagliari at­traverso la sua storia. Il romanzo di un celebre tenore.

19       agosto – ARTIZZU L. Cagliari tra le   due   guerre.   Quelli   del   Palazzo INCIS.

19 agosto - Ecco com’era l’anfiteatro romano.

27 agosto – JANIN A. Cagliari: una città e i suoi turisti. Scusi, vorrei an­dare al museo.

9 settembre – JANIN A. Cagliari: do­ve andare, cosa vedere. Piccolo viag­gio in una città invisibile.

19 settembre – PISANO G. Cagliari ha un desolante primato:  è la città delle grandi incompiute.

22 settembre – AIME A. Quello splen­dido settembre. L’anfiteatro di Caglia­ri tra ricordi, delusioni e speranze.

25      settembre – PISANO G. Inchiesta su Cagliari, la città delle grandi incom­piute. E poi venne il colore.

26      settembre – PISANO G. Fatti e misfatti di una città. Il sacco di Molentargius,

11 novembre – VALLE N. Quella Ca­gliari dei monumenti perduti.

 

1981

 

15 gennaio – ARTIZZU F. Costume e società attraverso la lingua dei ca­gliaritani.

22 gennaio – TERLIZZO B. Cagliari: il fascino di S. Agostino.

6 febbraio – DE MAGISTRIS P. Cagliari 1930, I giorni del Lido.

VALLE N. Cagliari: il me­stiere della rinuncia.

6 marzo – ARTIZZU F. La memoria di una città. I cagliaritani e il teatro.

12      marzo – AIME A. Cagliari: tutto sbagliato, tutto da fare.

13   marzo – CANNAS M. Stampace: come nasce il quartiere dei mercanti.
13 marzo – Villa Clara diventerà un parco  pubblico circondato  da scuole e impianti sportivi.

17 marzo – ARTIZZU F. Il vicoletto di Piovanni. Cagliari e le sue strade.

25 marzo – LILLIU G. I nuovi bar­bari all’attacco di San

Michele.

1  aprile – LILLIU G. Cagliari:  per un museo di scienze naturali.

 3 aprile – ARTIZZU F. Quando le pa­role nascono dalle vicende di una città.

15   aprile – ARTIZZU F. La Pasqua del  chierichetto.   Tradizioni  popolari nel linguaggio dei cagliaritani.

16      aprile – SORGIA G. Un muro di fango per salvare la città dalla peste.
19 aprile – FIORI V. Cagliaritano a Siviglia.

21 aprile – LILLIU G. La Pinacoteca di Stato? Lasciamola morire.

 

In “Bollettino Bibliografico della Sardegna”, Anno IV – Quaderno I del 1987, fascicolo n° 8

 

UNO STUDIO SU SIGISMUNDO ARQUER

 

Un ottimo e suggestivo lavoro su Sigismondo Arquer, il fiscale cagliaritano del Cinquecento arso vivo in Toledo nel 1571, all’età di 41 anni, appare in questi giorni nelle librerie. Ne è autore il professor Marcello Cocco, docente di filologia romanza presso la facoltà di Magistero dell’Università di Cagliari, autore, tra l’altro, dell’edizione critica dell’inedito “Roman de Cardenois” (1975). Il volume, di oltre 650 pagine, ricco di finissime osservazioni, stampate per le edizioni “Castello” di Antonio Careddu, in una edizione di lusso, porta il titolo “Sigismondo Arquer, dagli studi giovanili all’autodafé” (con edizione critica delle lettere e delle “Coplas al imagen del Crucifixo”), ed è stato pubblicato con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, del­l’Università degli studi di Cagliari e della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna.

In molti si sono interessati all’Arquer, ma l’eccellente lavoro di Marcello Cocco pone fine a molti dubbi sorti intorno alla figura di questo grosso personaggio cagliaritano, che ha suscitato pietà e incomprensione, e dà la risposta agli interrogativi sollevati dagli studiosi dell’eminente figura sarda; i quali si erano soffermati a considerare alcuni aspetti della biografia, non prendendo in esame il carteggio del processo (presentato da alcuni), la sua lunga prigionia in Toledo e la condanna emessa dall’Inquisizione spagnola. Il professore Cocco è riuscito a trovare la causa della condanna attraverso la lettura attenta, particolareggiata e analisi profonda delle lettere del fiscale all’umanista sevigliano Caspare Cantelles (imprigionato nel 1563 per luteranesimo e bruciato nel 1564), che lo portarono al rogo.

Le lettere erano state sì trascritte da Ernest Schafer, nel 1902, senza però un’analisi e non prese in considerazione dai successivi storici, forse perché non credettero al loro valore nel processo. Con questo studio il Cocco, che fa seguire il lavoro da alcune pagine bibliografiche e da un indice di nomi, porta delle novità biografiche, tratte dalla corrispondenza con il Gaspare Centelles, che gli serve per analizzare il suo pensiero filosófico, che, a detta del Cocco, ha consentito all’Inquisizione di trovare i capi d’accusa necessari per condannarlo come eretico.

Un puntuale e accurato capitolo è dedicato agli studi su Sigismondo Arquer, iniziati nel 1740, con il Muratori, che ripubblicava la “Sardinia brevis historia et descriptio”, secondo l’edizione del 1558, e continuati da numerosi storici, fino al 1986, anno in cui il Cocco conclude il suo lavoro, come appare nella premessa; non ha potuto consultare l’interessante studio della Cenza Thermes che, per le edizioni 3T di Cagliari, pubblicava, nel 1987, notizie sul caso Arquer, con testi, traduzioni e note. Alla fine del suo lavoro, la Thermes presenta la cosiddetta “Passione” (che nel lavoro del Cocco appare come Coplas), con il testo a fronte, ed avverte che con la traduzione ella “non tenterà di rendere bello e poeticamente valido ciò che bello e poetico in realtà non è”.

Dalla premessa del lavoro del linguista cagliaritano si evince che egli non vuole dimostrare a priori che l’Arquer fosse o meno protestante, ma desidera chiarire la sua attitudine personale ed il suo pensiero, scrivendo più avanti che “chi si è occupato dell’Arquer ha optato o per una o per l’altra soluzione, non prendendo in considerazione il fatto che egli potesse essere un eretico oggettivo”.

Il volume che Marcello Cocco dedica a Sigismondo Arquer lo possiamo considerare “Opera omnia” sul Nostro, poiché vi è la ristampa della prima edizione della “Sardiniae brevis historia…”, del 1550 (che ebbe, un enorme successo e che, a detta del Cocco, è stata scritta durante la brevissima permanenza dello scrittore cagliaritano in Basilea), la stampa dell’intero incartamento processuale con l’indice del manoscritto e con le considerazioni dell’Arquer, delle lettere che il cagliaritano inviò al Centelles e delle Coplas, con una lunga ed interessante analisi.

Trovotutto, gennaio 1988

 

HA TRECENTO ANNI IL PRIMO ROMANZO SARDO

 

Alla fine del 1687, lo scrittore cagliaritano Giuseppe Zatrilla pubblicava a Napoli, il primo volume del suo romanzo (in lingua castigliana), “Engaños y desengaños del profano amor” (Inganni e disillusioni dell’amore illecito), considerato il primo romanzo sardo dell’età moderna. L’anno successivo vedeva la luce il secondo volume, sempre nel capoluogo campano. Il romanzo ebbe tre edizioni tutte apparse a Barcellona nel giro di cinquant’anni, a conferma dell’evidente interesse raggiunto nella letteratura spagnola dal romanzo amoroso di un sardo, in voga per tutto il Settecento. Per la Sardegna fu anche un avvenimento di notevole importanza culturale poiché la seconda metà del Seicento segna il periodo in cui i sardi seppero imporsi all’attenzione dei critici iberici ed ottennero grandi riconoscimenti con lo stesso Zatrilla con Jacinto de Bolea, Francesco Vico e Giuseppe Delitala. Nell’introduzione dell’opera, l’autore fa capire che i fatti non avvennero in Spagna, dove egli li aveva situati, bensì in ambiente molto noto ai sardi, per cui dovette mascherare il luogo dell’azione, sicuramente Cagliari, poiché i personaggi erano viventi. Il romanzo di Giuseppe Zatrilla, di intreccio amoroso (di cui occorrerebbe una edizione italiana), presenta il duca Federico che, invaghitosi di una verta Elvira, moglie di un amico, riesce ad incontrarla, a parlarle, a scriverle e a farla innamorare di sé con l’aiuto di Luis de Lara e di Inés Gonzaga, suoi amici. I genitori di Elvira, venuti a conoscenza dell’idillio, rinchiudono la figlia in casa. E sebbene si chiacchieri a lungo dell’amore di Elvira per Federico, solo il marito non crede all’infedeltà della moglie, che continua a incontrarsi con l’amante, grazie all’amico comune Gerónimo Mendoza. Questi, infatti, va ad abitare nella casa contigua a quella della amante di Federico, dalla quale viene indotto ad aprire una breccia nel muro. Per nascondere la breccia, Elvira, col permesso del marito, vi colloca un armadio e così i due amanti possono incontrarsi comodamente in casa di Gerónimo.

Dopo altri pettegolezzi, Felice scopre il passaggio segreto; donna Elvira, però, con abili pettegolezzi, lo rassicura e lo spinge a chiedere consigli proprio al duca. La conclusione è che il povero Gerónimo, per istanza del padre di Elvira, è costretto dall’arcivescovo di Toledo a lasciare l’appartamento. Le chiavi, però, restano al duca; così la tresca continua facilmente, finché Felice, in uno dei suoi periodici ritorni di gelosia, minaccia la tragedia. La moglie riesce a calmare il marito che viene portato ad una totale docilità con i regali del duca. Felice, che non ha più dubbi del come siano le cose tra il duca e la moglie, per non perdere i doni, preferisce continuare nella sua parte del marito che ignora. L’amico Luis lascia Toledo per dimenticare i suoi sfortunati amori e il duca, preso da timori per la sua non candida anima, fa sì che la grande passione si spenga e muoia sotto la spinta del pentimento.

Di importante, in questo romanzo, sono le cinque accademie, o incontri letterari, tenuti in casa del duca, ai quali partecipano i diversi personaggi, che presentano i loro versi e le loro composizioni in prosa.

Per concludere non rimane che dare una breve biografia dell’autore del romanzo seicentesco, che nacque a Cagliari nel 1648. Fu scrittore e poeta. Sposò la sorella di Francesca Zatrilla, personaggio femminile salita alle cronache nel 1688, per essere stata incolpata di aver ordito una congiura contro il viceré Camarassa. Giuseppe partecipò a diversi parlamenti sardi, tenuti a Cagliari in quegli anni, ed ebbe da Carlo II il conferimento della Contea di Villasalto e la nomina a cavaliere di Alcantara per aver armato, a proprie spese, un reggimento di fanti sardo. Fu prima voce dello Stamento militare e nel 1700, da Filippo V gli fu conferito il marchesato di Villaclara per una brillante missione effettuata presso la corte spagnola.

Dopo tanti onori e riconoscimenti e dopo la gloria con la stampa del romanzo e di un poema eroico dedicato alla scrittrice messicana Suor Inés de la Cruz (Cagliari, 1696), giunge, nel 1706, la disavventura di essere sospettato di aver ordito una congiura ai danni di Filippo V. Si era durante la guerra di successione spagnola e a Cagliari, come in Spagna e in tutta la Sardegna, si erano formate due fazioni politiche: una parteggiava per Filippo, l’altra per l’arciduca d’Austria, pretendente al trono di Spagna alla morte di Carlo IL Così il nostro romanziere fu esiliato in Francia con altri congiurati, tra i quali ecclesiastici, monaci e suore. Nonostante le mie ricerche in Francia non si hanno notizie sulla sorte dell’illustre scrittore sardo. Si pensa che sia morto in Francia intorno al 1720, oppure che sia rientrato nell’Isola, dopo qualche anno, quando Filippo V, avendo ricon­quistato Madrid, occupata due volte dal­le truppe dell’arciduca, concesse una amnistia a tutti i nobili esiliati per tradimento ai suoi danni.

Trovotutto 7/13 gennaio 1988 e Sardegna magazine, novembre 1988

 

RACCOLTA DI POESIE DEL LUSSERGESE G. CORONA

 

Dalle Officine Grafiche della Società Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini Editore è uscito in questi giorni un altro capolavoro; si intitola “Richiamo d’amore di cui è autore il poeta lussurgese Giovanni Corona che in vita ha composto altre duecento liriche di vario metro e lunghezza ed ha collaborato a diversi periodici isolani e continentali. Di lui, le cui liriche sono apparse in antologie italiane e in riviste sarde si sono occupati tra molti altri, Nicola Valle, Emidio De Felice, Mario Ciusa Romagna e Giorgio Keisserlian con attente e precise recensioni, che danno il metro della sua statura poetica.

“Richiamo d’amore” è una raccolta di oltre 150 poesie che il sanlurese Renzo Cau attento studioso di problemi letterari e linguistici ha provveduto alla pubblicazione con una introduzione in cui analizza con particolari det­tagli le odi raccolte in un finissimo libro, le cui pagine, in carta fabriano rigatina, creano una veste tipografica di pregio notevole. Numerose poesie di Giovanni Corona morto a Cagliari il 11 dicembre dello scorso anno, all’età di 73 anni, sono dedicate ad un personaggio con il quale ha avuto rapporti familiari o di amicizia. Come scrive Renzo Cau, che ha avuto la fortuna di conoscere il poeta di Santu Lussurgiu e il grande merito di averlo proposto ai sardi con questa raccolta: “l’introduzione vuole essere sia un omaggio all’amico poeta su una provvisoria ipotesi di lettura e le poesie apparse nel fascicolo di “II Convegno, (Cagliari 1966) sono tutte siglate con la lettera C e datate con l’anno di pubblicazione, eccetto alcune di cui è stato possibile reperire la data di composizione.

La raccolta di poesie, che è preceduta da una nota bibliografica su Giovanni Corona, che ha dedicato la sua esistenza all’insegnamento elementare e alla attività poetica della quale nel volume “Poeti della Sardegna” a cura di Raimondo Manelli (1985), si trovano quattro odi già pubblicate in “II Convegno”, comprende le composizioni del 1940 al 1985. Come si vede il volume che proponiamo alla lettura non solo agli amanti della lirica racchiude un attività di oltre quarant’anni di attività poetica di cui restano ancora inedite numerose poesie.

La limpida e interessantissima introduzione di Renzo Cau serve a farci penetrare nel vasto mondo poetico di Giovanni Corona che è fatto di diversi temi da quello familiare paesano e stagionale, a quello sociale ed esi­stenziale. In “Ritratti letterari” (Cagliari 1978) Nicola Valle, al quale rimandiamo non solo per altre notizie biobibliografiche, ma anche e soprattutto perché ha compreso subito che la lirica del Nostro era fluida e interessante, scrive che la persona e la personalità di Giovanni Corona è tutta nei suoi versi, la sua vita è priva di grandi avvenimenti; parla poco e si concede solo qualche passeggiata in campagna; (…) affronta preferibilmente argomenti letterari; (…) ed atteggiando a dolcezza e benevolenza il volto in certi momenti ricorda lontanamente quello di Eugenio Montale.

Nel quarto di copertina si può leggere una delicatissima lirica, che spumeggia e dà colore a tutta la poesia di Giovanni Corona, al quale nel mese di ottobre, nel suo paese natale è stato attribuito un premio alla memoria per la sua lunga attività di poeta. Per concludere, il Nostro può con giusto merito far parte dei grandi lirici della letteratura italiana del Novecento come lo è Sergio Manca di Mores di cui presentai qualche tempo fa una raccolta di poesie anche questa uscita dai tipi della Ettore Gasperini Editore.

Sanluri notizie, 1988 e Riu Mannu, febbraio1988

 

L’ALGHERESE ANTONIO LO FRASSO E LE SUE OPERE

 

Una lunga serie di studiosi, primo fra essi Migueì de Cervantes y Saavedra, si sono interessati ad Antonio De Lo Frasso; ma nessuno ne ha rinvenuto l’anno di nascita e quello di morte. Nella sua città natale non restano documenti che provino la data di nascita, come pure non si trova negli archivi barcellonesi l’atto di morte. Come si legge nei frontespizi delle sue opere, Lo Frasso nacque in Alghero da famiglia benestante, probabilmente nel secondo decennio del Cinquecento. Fu uno dei poeti più famosi del tempo in Spagna: le sue poesie erano recitate a memoria dalle dame spagnole! Nel secolo XVIII divenne addirittura un simbolo fra i letterati, dice Gaspar Melchor de Jovellanos.

Era un brillante cavaliere e seguì la carriera militare; acquistò una buona cultura, come si deduce dalla lettura delle sue opere, piene di riferimenti filosofici, giuridici, storici e archivistici. Si sposò ed ebbe due figli. Come egli stesso ci racconta nel prologo all’opera maggiore “Los diez libros de Fortuna de Amor” (I dieci libri di Fortuna d’Amore), dure vicende si erano abbattute su di lui, tra cui un’accusa di omicidio; ma, dopo la lunga fase istruttoria e quasi due anni e mezzo di carcere, venne riconosciuto innocente. Nonostante ciò, lasciò Alghero e la famiglia e si allontanò definitivamente, vivendo a Barcellona, come poeta della nobiltà catalana. Verso la fine del secolo, ammalato, solo e abbandonato, fu ricoverato in un ospedale di Barcellona, dove morì all’età di circa ottant’anni.

Nel 1571, Antonio Lo Frasso, o De Lo Frasso, pubblicò in un unico volume due opere: “El verdadero discurso de la Batalla de Lepanto…”, un poema di ben 109 ottave in versi endecasillabi, in cui per primo descrisse, con grande ricchezza di particolari, tanto da farci credere che fosse stato presente alla spedizione, le fasi della partenza della flotta da Barcellona, la sosta in Genova e a Napoli, il raduno dell’armata della Lega Santa in Messina e la vitto­riosa battaglia della cristianità nelle acque di Lepanto. Nella seconda opera, in terzine di ottonari, “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” (I milleduecento consigli e saggi avvertimenti), dedicati ai figli, Lo Frasso esamina tutte le possibili posizioni sociali che un uomo può raggiungere, comportandosi sempre con lealtà e dignità. Come la prima, anche quest’opera non è un capolavoro, ma è ricca di ottimi consigli, validi ancor oggi, e di molte osservazioni interessanti per lo studio della storia del costume e delle tradizioni popolari.

Nel 1573, il poeta algherese provvide a dare alle stampe l’opera più famosa: “Los diez libros de Fortuna de Amor”, una specie di autobiografia romanzata, dove prosa e versi si alternano, in castigliano, in catalano e in sardo. Per ciò, Lo Frasso lo si può considerare un precursore illuminato di tanti autori sardi, essendo stato il primo a pubblicare poesie e racconti in uno stesso lavoro, e facendo convivere nella stessa opera ben tre idiomi. L’opera merita, inoltre, di essere tenuta presente come studio di ambiente e come eco di diverse correnti letterarie.

Il nome di Lo Frasso ha avuto l’onore di figurare in uno dei massimi capolavori della letteratura spagnola, e di aver avuto una ristampa delle sue opere a Londra nel 1740. Ora è quasi sconosciuto alla maggior parte dei conterranei.

Trovotutto, marzo 1988

 

                        RICORDO DEL GIUDICE FRANCESCO IGNAZIO MANNU

 

Sino a qualche anno fa si sentiva cantare l’inno “Su patriottu sardu a sos feudatorios”, stampato clandestina­mente in Corsica intorno al 1785 durante i fatti luttuosi nel Logudoro, che poi risultò essere scritto dal giudice della Reale Udienza Francesco Ignazio Mannu. Nel 230° anniversario della nascita, lo vogliamo ricordare per tre motivi. Primo perché è una figura storica di notevole interesse. Secondo perché si era formato nel clima del riformismo bogiano e terzo perché fece parte del movimento riformista sardo negli anni Novanta del XVIII secolo. L’autore dell’inno patriottico nacque ad Ozieri, nel maggio del 1758, da famiglia benestante. Compì gli studi a Cagliari e si laureò in Leggi nell’Università del capoluogo. Percorse la carriera giuridica e divenne magistrato della Reale Udienza e dal 1825 fece parte della Commissione speciale per il riordino di un corpus organico di tutta la legislazione sarda, poi promulga-ta,nel 1827, da Carlo Felice in “Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna”.

Francesco Ignazio Mannu, al quale Francesco Alziator dedicò un capitolo in “Storia della letteratura di Sardegna”, intitolato “II canto della rivoluzione” in cui pubblica, con commento l’inno “su patriottu…”, dimorò sempre a Cagliari dove morì nel 1839, dimenticato da tutti, lasciando però una grossa somma all’ospedale civile di Cagliari. Il lascito sarebbe servito per la costruzione del nuovo fabbricato nella via “su monti” oggi via Ospedale, sorto qualche anno dopo. L’amministrazione ospedaliera lo ricorda nell’elenco dei benefattori in una lapide posta all’ingresso dell’ospedale. Alziator, che osserva in una nota come risulti falsa la notizia di un busto del Mannu nell’interno dell’ospedale cagliaritano, scrive, a riguardo dell’inno, che esso è un componimemto d’occasione e che letterariamente non è una gran cosa, anzi è una pagina piuttosto modesta, scritto più che altro per incitare i sardi alla rivolta contro i feudatari piemontesi.

L’inno, dopo la sua pubblicazione alla fine del Settecento, fu più volte ripubblicato e tradotto in inglese, francese e in italiano. Fu Sebastiano Satta che ne effettuò una pregevole traduzione, dopo quella del sassarese Costa, che lo riportò in testo originale. L’ultima pubblicazione risale al 1951 nella rivista “II ponte“, che raccoglie anche altri scritti di autori sardi. Lo scritto patriottico del Mannu era più che altro una condanna verso i piemontesi che non lasciavano spazio ai sardi, esclusi dallé cariche pubbliche o assegnati a quelle di poca importanza. Alla richiesta dell’abolizione del sistema feudale, per cui sorsero sommosse e fatti luttuosi, si schierarono numerosi intellettuali sardi come il magistrato Giovanni Maria Angioy, il notaio cagliaritano Francesco Cillocco, l’avvocato Gioachino Mundula, il Fadda, il sacerdote teologo Francesco Muroni e tanti altri.

1 sanguinosi fatti del Logudoro, generati dagli infiniti abusi baronali, vengono ricordati da Maria Teresa Ponti in “Tendenze separatistiche e fermenti feudali nel Logudoro (1795)”, attraverso un’inedita documentazione manoscritta dell’epoca dell’archivio di Stato di Cagliari, della Biblioteca Comunale di Sassari e di quella dell’Università di Cagliari, inserita in “La Sardegna nel Risorgimento” Sassari, 1962): un’antologia di saggi storici a cura del Comitato Sardo per il Centenario dell’Unità d’Italia.

Per concludere non ci resta che ricordare che il canonico oristanese Raimondo Bonu menziona il Nostro personaggio con una mezza pagina in “Scrittori sardi nel secolo XVIII” (Cagliari, 1972) e che, tra gli scritti del Mannu, oltre all’inno antifeudale, ricordiamo un compendio di vocabolario sardo, una satira ed altre composizioni in sardo logudorese.

Trovotutto, giugno 1988

 

                                   LA “BIBLIOTHECA BIBLIOGRAPHICA SARDINIAE”

 

Trent’anni fa vedeva la luce l’opera, in due volumi, unica nel suo genere in Italia, “Storia e scritti de L’Unione Sarda (1889-1958)” di Giuseppe della Maria, con il sottotitolo “Bibliotheca Bibliographica Sardiniae”. Un’interessante e luminosa recensione è stata fatta dall’arcivescovo Ottorino Alberti una ventina d’anni fa, apparsa nella rivista mensile illustrata della Sardegna “Frontiera”, diretta da Remo Branca, in cui scrive, tra l’altro, che, “i sardi devono essere riconoscenti al Della Maria di questa memorabile opera che rende più agevole e spedita la ricerca delle fonti”; ed è, aggiungiamo noi, un importante studio sulla società sarda della prima metà del secolo attuale. L’opera di Giuseppe della Maria è, senza dubbio, un’ottima realizzazione ed è una voluminosa monografia della vita non solo della Sardegna giornalistica e letteraria, ma è anche un ampio spaccato della vita cagliaritana attraverso un quotidiano, che compie, l’anno venturo, il primo centenario.

Con un metodico e scrupoloso esame di documenti, l’Autore si rifà alle testimonianze dirette di numerose personalità, entrate nella storia del giornalismo sardo; il lavoro del primo volume, di 190 pagine di formato grande, è preceduto da “Note sulla Stampa periodica in Sardegna”, cui segue la storia del giornale cagliaritano dalla nascita al 1958 e presenta le vicende direzionali e aziendali de “L’Unione Sarda” dalla fondazione al primo sessantennio di attività. Il secondo volume, di oltre 500 pagine, presenta una bibliografia generale e una bibliografia sarda sistematica. Se il primo volume consente di conoscere i direttori del giornale con i diversi giornalisti e collaboratori, il secondo volume dà la possibilità di aver, in poco tempo, un lavoro di bibliografia particolare sui collaboratori e sugli argomenti.

Giuseppe Della Maria, nato a Cagliari nel 1906 ed ivi deceduto nell’agosto del 1977, è stato una figura di primo piano per gli studi della stampa periodica dalla nascita del giornalismo alla prima metà del 1977; ha dedicato moltissimi anni allo studio del patrimonio storico, artistico, letterario ed etnografico della Sardegna, provvedendo anche alla riesumazione di significativi richiami legati al folklore e alla etnografia della nostra terra. A lui si devono diversi ritrovamenti archivistici di notevole valore tanto da essere annoverato tra i più grandi scopritori della Sardegna. Nel 1955 fonda il “Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo”, che ha diritto per oltre ventidue anni, provvedendo alla pubblicazione di 95 numeri, con il contributo di ottimi studiosi, tra cui Francesco Alziator, Alberto Boscolo, Sebastiano Dessanay, Alberto Guarino, Pietro Leo, Francesco Loddo Canepa, Carlino Sole, Maria Teresa Ponti, il sanlurese Pasquale Marica, Giovanni Todde, Evandro Pillosu e Tito Orrù; collaborarono anche i continentali Polidoro Benveduti, Giosuè Muzzo e Alessandro Ziradini e lo spagnolo Joaquín Arce.

Il Nostro ha collaborato per lunghi anni a “L’Unione Sarda” e a “La Nuova Sardegna” con articoli che hanno toccato argomenti di storia, di archeologia, di grafica, di etnografia, di sport e d’arte, e ha profuso tutte le sue energie nella ricerca di argomenti che interessassero l’abbigliamento popolare sardo, di cui ha presentato, nel Bollettino, un gran numero di stampe e illustrazioni; inoltre, in collaborazione col figlio Attilio, che ha curato la parte fotografica, ha provveduto alla realizzazione dello studio “Casteddaius”. Nomignoli e caricature, nel quale sono riprodotte oltre cento interessanti caricature di tipi e macchiette, scienziati e intellettuali, artisti e notabili, giornalisti e politici, che ha riscosso enorme successo di pubblico e di critica. Anche per Sanluri e i suoi abitanti interessa il lavoro di Della Maria, poiché nella rubrica “Geografica e storia”, a pag. 477, Raffa Garzia dà notizia (7 settembre 1905) del saggio di Francesco Corona “Cose sarde: Sanluri”; Mario Pintor presenta (9 luglio 1938) “Fortilizio antico e illustre: il Castello di Sanluri; Marcello Serra (13 aprile 1947) informa su “Tra il monte Linas e Sanluri. “Veneti e sardi si sono compresi”; Serafino Soro (13 agosto 1905) presenta “Francesco Corona. La sua Sanluri”, e un anonimo (1 novembre 1936) scrive “Paesaggi sardi. Vomeri nel Sanlurese”.

Nella parte “Geografia” Francesco Corona, di adozione sanlurese, con il racconto “Natale in Collegio” parla della sua permanenza nella Casa degli Scolopi di Sanluri, e un anonimo ricorda la morte del Corona (7 gennaio 1916), avvenuta a Cagliari qualche giorno prima, esaltandone gli scritti sulla sua località di adozione. Francesco Corona, figlio del sanlurese Luigi, che fu per lunghi anni Consigliere e Sindaco del Comune di Sanluri, è autore di una “Guida di Cagliari” (1894) e di una “Guida della Sardegna” (molto consultate). Nel lavoro di Della Maria il Corona compare per una cinquantina di Biografie di illustri personaggi sardi, che raccolte in una pubblicazione, potrebbero dar luogo ad un interessante spaccato della società sarda a cavallo del Novecento.

Anche il magistrato Giovanni Saragat, nato a Sanluri il 19 novembre 1855 e deceduto in Torino nel 1838, padre del presidente della Repubblica Giusepe Saragat, scomparso poco tempo fa, ha collaborato con “L’Unione Sarda”. Nella “Bibliotheca” è possibile rintracciare il suo impegno culturale che va dal 1895 al 1908, con almeno una ventina di articoli di diritto penale, istituzionale, processuale, di vita comune, di economia politica, di tradizioni, popolari, di industria mineraria, di letteratura, di note di viaggi in Sarde­gna e di due novelle di ambiente sardo, a puntate. Per concludere non ci resta che ricordare Pasquale Marica, deceduto a Roma ultra novantenne, che compare con un migliaio di articoli di argomenti di ogni genere. Alla sua Sanluri ha dedicato molte pagine giornalistiche che compaiono indicate nella “Storia e scritti de L’Unione Sarda” del Nostro Giuseppe Della Maria.

Sanluri notizie, 31 ottobre 1988

 

NEL CINQUANTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE – S. SALVATORE DA HORTA

 

Non si sono ancora spenti gli echi delle celebrazioni del quarto centenario della morte di San Salvatore da Horta, del marzo 1967, che il 17 aprile prossimo si terranno nell’Isola altre manifestazioni in onore del santo spagnolo, per il cinquantenario della canonizzazione, avvenuta la domenica 17 aprile 1938. La venerazione per il frate spagnolo da parte dei sardi si diffuse prima ancora che egli si spegnesse nella cella del convento cagliaritano di Santa Maria di Gesù, sito allora nei locali della Manifattura Tabacchi, di fronte alla via Cavour, chiamata «Carrer de Monsen Pipinelli». Il convento si trovava davanti alla Porta de Gesus, nell’appendice della Marina, da cui la chiesa prendeva il nome.

Il frate laico Salvatore giunse a Cagliari nel novembre del 1565, scelto con alcuni compagni per accompagnare il Provinciale che doveva visitare i conventi francescani della Sardegna. Rimase a Cagliari soltanto un anno e mezzo, quando sopraggiunse la morte il 18 marzo 1567, alla giovane età di 46 anni. In quei pochi mesi di vita cagliaritana acquistarono fama i suoi miracoli. Lo stesso arcivescovo di Cagliari, lo spagnolo benedettino Antonio Parragues de Castillejo, che partecipò, nel 1563, ai lavori del Concilio di Trento (si vedano le pagine che gli dedica monsignor Luigi Cherchi in «I vescovi di Cagliari», agosto 1983) e il viceré in persona, don Alvaro De Madrigal, visitarono la salma del fratello, che godeva di straordinarie popolarità non solo nel capoluogo dell’Isola ma anche in tutta la Sardegna.

Salvatore, primogenito di una famiglia poverissima, nacque nel dicembre del 1520 nel villaggio di Santa Coloma de Farnés, in provincia di Gerona, a circa 70 chilometri da Barcellona. Fu nel santuario di Nostra Signora di Monserrato, centro spirituale della Catalogna, che Salvatore, in cerca di una vocazione, non fu soddisfatto della regola di San Benedetto. Ma il Signore pose nella sua strada alcuni francescani, che in cerca di elemosina, trovarono alloggio nel cenobio benedettino. In quell’incontro nacque un Santo per l’Ordine francescano.Per ordine dei superiori il fraticello fu inviato in un convento situato poco lontano da Horta, lungo la costa tarragonese, da cui Salvatore prese il nome. In questo convento fu aureolato con il crisma taumaturgo e i suoi miracoli furono tanti che nessun altro santo si conosce che, in vita, curasse miracolo­samente gli ammalati e gli storpi.

Nel villaggio di Horta fra Salvatore restò circa 12 anni espletando l’incarico di elemosiniere e di cuciniere e, quando i lavori della cucina lo lasciavano libero, si ritirava a pregare in piena natura. Suo luogo preferito era una piccola grotta di facile accesso dal convento, ancor oggi meta di pellegrinaggio, per essere stato luogo prediletto del santo. In quella grotta ebbe celestiali apparizioni della Vergine e del figlio divino. In un angolo della grotta, dove sorgeva un filo d’acqua che esce in forma di tre gocce in modo continuativo anche in tempo di grande siccità ed è l’unica fonte della montagna, gli abitanti di Horta hanno posto un’immagine del fraticello catalano in atto di preghiera. Si dice che il santo fece sgorgare l’acqua con tre colpi di cordone.

Da Horta il frate passò a Reus, importante centro agricolo-industriale in provincia di Tarragona, dove la sua presenza fu nota per i grandi miracoli tanto che ci si mise di mezzo l’Inquisizione; ma fu assolto con tutti gli onori. Passò poi a Valenza e quindi nel ducato di Gandia, chiamato da Francesco Borgia, che nel 1561, rimasto vedovo, si fece gesuita e nel 1565 divenne generale della Compagnia, poi canonizzato, nel 1671.

Dal ducato di Gandia, dove sicuramente ebbe parte influente nella scelta religiosa di Francesco Borgia, venne in Sardegna. Qui ottenne molti onori tanto che la sua fama di santo corse per tutta l’Isola, dopo quelle per tutta la Spagna. Molte personalità religiose e civili giunsero a Cagliari per visitare la sua cella, tra cui ricordiamo il Visitatore generale Martin Carrillo, canonico di Saragozza, il quale, nel 1611, rimase estasiato nel vedere la sua cella ed il sangue nelle pareti causato dalle flagellazioni che si dava. Il poeta cagliaritano, in lingua spagnola, Giuseppe Delitala, gli dedica una composizione in «Cima del Monte Parnaso Español» (Cagliari, 1672), in cui fa risaltare la sua povera nascita, la venerazione nel tempio di Cagliari e i suoi numerosi miracoli.

Per concludere notiamo che anche l’arcivescovo di Cagliari Francesco d’Esquivel nella relazione fatta sul ritrovamento di molti corpi santi nella basilica di San Saturno (Napoli, 1617), ricorda il miracoloso corpo del Beato Salvatore da Horta.

Riu Mannu, 25 maggio 1988

 

UN ANNO DEDICATO A S.SALVATORE DA HORTA NEL CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE

 

 

È stato l’anno delle celebrazioni, a Cagliari, in onore di San Salvatore da Horta nel cinquantenario della Canonizzazione, avvenuta in San Pietro il 17 aprile del 1938. Il frate catalano venne assunto agli onori degli altari dopo circa quattro secoli dalla morte nella nostra città, nel lontano 18 marzo 1567, all’età di 47 anni.

Non si creda che, dopo la sua scomparsa, non si sia interessati all’umile francescano, – inviato per punizione nel capoluogo sardo nel 1565, – affinché gli venissero riconosciuti i continui miracoli che esaltavano le folle della Spagna e della Sardegna. Nel giorno della sua scomparsa perfino il viceré di Sardegna volle render omaggio al laico fraticello, come pure l’arcivescovo di Cagliari, il benedettino Parragues de Castillejo, perché la sua vita era stata un esempio di virtù e di amore verso i poveri e i derelitti.

Nell’Archivio d’Aragona di Barcellona si trova un inedito carteggio, riguardante i processi di verifica dei suoi miracoli, datato dicembre 1603. Il frate cagliaritano Dimas Serpi, autore di una cronaca sui Santi di Sardegna, di un trattato di considerazioni spirituali sulle lezioni dell’ufficio dei defunti, e di un libro sulla Santità di San Giorgio di Suelli, consegnò un memoriale ai vescovi di Barcellona, Gerona e Tortosa sulla vita e i miracoli del venerabile Salvatore.

Il Serpi, Provinciale Generale nel Regno di Sardegna dell’Ordine dei Francescani, si interessò del fraticello per parecchi anni; e col memoriale inviato ai vescovi catalani, che fa parte del carteggio su citato, sollecitava e pregava il sovrano di Spagna, Filippo III, affinché prendesse a cuore la possibilità di informare il Santo Padre, tramite l’ambasciatore spagnolo a Roma, per una sua canonizzazione. Il provinciale francescano riferisce, inoltre, che le spoglie di fra Salvatore, custodite nella chiesa del monastero di Gesù in Cagliari, risplendevano per i nuovi e straordinari miracoli, aumentando così la devozione dei nativi dei Regni della Corona d’Aragona e di Sardegna.

I sardi e i catalani volevano la canonizzazione – aggiungeva fra Dimas – come la sollecitavano i Commissari delegati, lo stesso arcivescovo di Cagliari, Lasso Sedeño, i visitatori apostolici e il Maestro generale dell’Ordine; perciò egli supplicava il sovrano di intercedere presso il pontefice. II Consiglio d’Aragona, che lesse la lettera del Serpi, riconobbe validi i sei processi presentati. Fu inviata poi una relazione al sovrano unita alla lettera del provinciale francescano, in cui si mettevano in rilievo i molti e manifesti miracoli dell’umile fraticello spagnolo operati per mezzo del Signore Iddio. Al memoriale dei Serpi si accompagnava anche un elenco, in sette pagine, dei miracoli del frate spagnolo, seguito da una relazione sui sei processi, del padre Melchiorre Soler, carmelitano cagliaritano, teologo del Cardinale del Monte, per ordine dei consiglieri del Supremo Consiglio d’Aragona.

Nella diocesi di Barcellona i miracoli furono undici. In un libro si racconta di alcuni marinai inglesi sfuggiti all’inseguimento dei corsari, per intercessione del fraticello a cui si erano raccomandati. Il santo, a detta di molti testimoni barcellonesi, fu molto penitente e dato alla contemplazione. Di lui non si ricorda parola oscena, e tutta la sua vita fu un esempio di virtù, poiché osservava le leggi divine e della religione, macerandosi la carne con dei cilici, con vigile e altre penitenze.

Nella diocesi di Gerona, si legge nella relazione, diede la vista a tre ciechi dalla nascita, la parola a tre sordomuti. Fu esempio di vita e penitenza, dicono molti testimoni; fu visto due volte in estasi, assorto in preghiera con Dio e faceva, ogni giorno, miracoli in città. Nel vescovado di Tortosa un bambino di 12 anni fu risuscitato, sordi e chiechi miracolati, idropici guariti, curati molti infermi; fu visto due volte in estasi ed assorto in preghiera con Dio.

Nella chiesa di Horta c’erano più di 10 carri di grucce, zoccoli, brachette per bambini e altri ex-voto dei miracolati, ritrovati dai francescani, quando ripararono la chiesa, come consta dalle testimonianze ricevute nel processo. E inoltre, si racconta che, dando la benedizione a più di 2000 persone, a mezzogiorno apparvero tre torce accese sulla Croce che stava in mezzo alla chiesa, attribuite, dai testimoni, alla santità del fraticello.

Il mercedario Soler, nella relazione, stesa nel convento di Cagliari il 28 dicembre 1603, riferiva che non aveva trovato nei miracoli cose contrarie alla Santa Fede; anzi risplendevano nella grazia del Cristo e nella forza del suo prezioso sangue e davano dottrina per conoscere il Salvatore, poiché, come dicono i dottori della chiesa, gli annunziatori della grandezza di Dio sono i santi; come lo è fra Salvatore, che Dio fece molto caritatevole, umile, penitente ed esempio di virtù, scegliendolo per la sua Corte, dandogli la grazia particolare per curare i bisognosi, che gli chiedevano soccorso in questa vita, e coronandolo nell’altra con l’aureo­la della gloria. Il mercedario concludeva scrivendo che egli era favorevole alla canonizzazione che avrebbe dato animo ai deboli giovani e ai santi il giusto merito.

Sanluri notizie, 30 settembre 1988

 

L’EDITORIA CAGLIARITANA NEL SEC. XVII

 

La storia dell’editoria cagliaritana in epoca spagnola è stata oggetto di studio solo per il Cinquecento. Manca quindi uno studio sul Seicento editoriale. Nel capoluogo isolano il progressivo sviluppo dell’arte tipografica ed editoriale, durante soprattutto la seconda metà del XVII secolo, grazie all’operosità di tre tipografie, dimostra che le attività culturali e librarie avevano raggiunto un’importanza straordinaria. Nella seconda metà del Seicento furono parecchie le biblioteche esistenti a Cagliari, dovute soprattutto ad alcuni nobili e a chierici letterati. Il primo tipografo del ’600 è stato Martin Saba un napoletano giunto a Cagliari alla fine del Cinquecento, con una profonda esperienza tipografica acquisita in molti anni di lavoro nelle tipografie napoletane. Nell’arco della sua venticinquennale attività, diede alle stampe una ventina di opere, quasi tutte di carattere religioso e giuridico, manuali di devozione, raccolte di testi scolastici, o universitari, poiché non esisteva ancora uno Studio generale.

Di libri, certamente, ne arrivarono a Cagliari, in particolare dalla Spagna. Durante la prima parte del ’600 erano parecc-hi i librai che vendevano e prestavano libri in lettura. I librai venivano soprattutto dal Napoletano, ma anche dalla Catalogna. Essi provvedevano a rifornire il mercato cagliaritano di opere, non solo di autori stranieri, ma anche di autori cagliaritani che avevano stampato i loro scritti lontano dalla Sardegna. Durante il secondo periodo del XVII secolo, a Cagliari ci furono anche diverse biblioteche non private, cioè destinate all’uso di più persone e di gruppo. Molti libri della biblioteca dell’arcivescovo di Cagliari Parragues e di quella del Canelles passarono alla libreria del Rossellò, che aveva provveduto alla raccolta anche di numerosi testi stampati nell’isola e fuori.

L’attività editoriale del cattedratico cagliaritano Antonio Galcerin, che faceva parte del primo corpo docente universitario di Cagliari, è stata più lunga di quella del Saba, poiché ebbe inizio nel 1624, con la stampa della prima opera del cappuccino Esquirro. Dopo ben quarant’anni di intenso lavoro editoriale, termina la attività del Galcerìn, probabilmente a causa della sua morte.

Continua l’opera il figlio Hilario, che ebbe alle sue dipendenze diversi direttori, tra cui il Pisa, il madrileño Onofrio Martin e Giovanni Antonio Pani. Il fatto più significativo e importante per la storia editoriale cagliaritana fu l’apertura, nella seconda metà del Seicento, di altre due tipografie. Ciò significa che aumentò l’interesse verso la stampa e verso il lavoro tipografico e che vi fu una maggiore richiesta di libri e una vita culturale più intensa. Queste due tipografie avevano sede una nel Convento dei Domenicani, nel sobborgo di Villanova, sorta nel 1679. L’altra fu aperta nel convento dei mercedari, nel 1665, sotto l’egida dei frati e del tipografo Onofrio Martin. Dai torchi di queste due tipografie uscirono libretti di devozione, testi di studio e ristampe di opere che riguardavano la storia della Madonna di Bonaria e quella dei Mercedari, panegirici ed opere di un certo valore storico-letterario; purtrop­po molte di queste opere non solo andarono disperse, ma non ce ne giunsero neppure il titolo.

In questa seconda metà del secolo XVII si ebbe una più intensa attività tipografica e libraria. In solo quarant’anni di stampa gli elencatoli contano una pubblicazione di 300 edizioni con una media di circa una trentina all’anno, tra le quali le opere del poeta cagliaritano Giuseppe Delitala, di alto valore letterario.

Sardegna Magazine, ottobre 1988

 

80 ANNI  – 1908-1988: UN PRESTIGIOSO ANNIVERSARIO PER LA NOSTRA RIVISTA

 

Col novello periódico quindi, e col crescere della confidenza d’ogni cuore in Maria, arriverà dovunque l’argenteo rivolo delle grazie, che perennemente sgorgano da questa viva scaturigine di ogni bene. Perciò il periódico di Bonaria, scritto con garbo, con sobrietà, con amore, apporterà la letizia nelle famiglie, penetrerà anche nelle case più umili: gioverà a ravvivare nel nostro buon popolo la divozione alla Vergine Santa, e quindi la fede nella Provvidenza divina, l’amore e la fedeltà alla nostra augusta Religione. Esso racconterà in succinto la bella storia del Santuario; descriverà le solenni manifestazioni d’affetto, che svolgonsi qui a pie’ della comune Madre; le grazie ch’Ella continuamente elargisce a piene mani, le sue materne e regali munificenze.

 

Ha compiuto ottant’anni il diffuso mensile «L’Eco di Bonaria», il bollettino del Santuario dei Mercedari cagliaritani, che scandisce le ore della vita religiosa e culturale dell’Ordine Mercedario. Il primo numero, nel maggio 1908, costava 20 centesimi e fu stampato presso la tipografia di G.Serreli, proprio nell’anno in cui Pio X proclamava la Madonna di Bonaria Patrona Massima della Sardegna.

In un’ottima presentazione, la copertina i cui disegni erano a firma di certi Sullieti e Cubeddu, recava una ghirlan­da di fiori che dava un’immagine suggestiva alle illustrazioni; tra esse facevano spicco il modellino ligneo della Basilica del De Vincenti, lo stemma dei Mercedari e quello della Cagliari passata e un quadro raffigurante la Madonna di Bonaria. Il fondatore della rivista, P. Adolfo Londei, scriveva, nell’articolo di presentazione, che il periódico avrebbe portato la letizia nelle famiglie, sarebbe penetrato nelle case dei più umili e avrebbe ravvivato nel popolo sardo la devozione alla Vergine di Bonaria. Sin dagli inizi la pubblicazione è stata, si legge in un articolo di alcuni anni dopo, una voce viva a sostegno dell’idea di costruire il nuovo tempio a Maria.

La costruzione della basilica, i cui lavori ebbero inizio nel 1708, era stata proposta dal mercedario Carignena (1699-1722), uno dei più grandi arcivescovi della diocesi cagliaritana. Purtroppo, a causa di diverse situazioni, i lavori presero molto tempo e furono portati a termine nel 1934. La basilica cui convergono i cuori di tutti i sardi, fu colpita, in seguito, dalle bombe lasciate cadere dagli aeroplani americani nelle incursioni aeree del febbraio 1943, che distrussero gran parte della città di Cagliari e rovinarono molte chiese.

In questi ottant’anni di vita. «L’Eco di Bonaria» è stato un prezioso organo di formazione e di diffusione della devozione alla Madonna e, con l’apporto della competenza dell’Unione Redazionale Mariana, iniziato una quindicina d’anni fa, è divenuto una rivista di notevole valore e presenza, perché ha intensificato il suo impegno per essere strumento di devozione mariana.

L’Eco di Bonaria,  n. 10 ottobre 1988

 

RACCOLTA DI POESIE DEL LUSSURGESE GIOVANNI CORONA

 

Dalle Officine Grafiche della Società Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini Editore è uscito,in questi giorni, un altro capolavoro: si intitola “Richiamo d’amore”, di cui è autore il poeta lussurgese Giovanni Corona, che in vita ha composto oltre duecento liriche di vario metro e lunghezza ed ha collaborato a diversi pe­riodici isolani e continentali.

Di lui, le cui liriche sono apparse in antologie italiane e in riviste sarde, si sono occupati, tra molti altri, Nicola Valle, Emidio De Felice, Mario Ciusa Romagna e Giorgio Keisserlian con attente e precise recensioni, che danno il metro della sua statu­ra poetica.

“Richiamo d’amore” è una raccolta di oltre 150 poesie che il san­lurese Renzo Cau, attento studioso di problemi letterari e lin­guistici, ha provveduto alla pubblicazione con una introduzione  in cui analizza, con particolari dettagli, le odi raccolte in un finissimo libro, le cui pagine, in carta fabriano rigatina, creano una veste tipografica di pregio notevole.

Numerose poesie di Giovanni Corona, morto a Cagliari il 12 dicem­bre dello scorso anno, all’età di 73 anni, sono dedicate ad un personaggio, con il quale ha avuto rapporti familiari o di amici­zia.

Come scrive Renzo Cau, che ha avuto la fortuna di conoscere il poeta di Santu Lussurgiu e il grande merito di averlo proposto ai sardi con questa raccolta, l’introduzione vuole essere sia un o­maggio all’amico poeta, sia  una provvisoria ipotesi di lettura e le poesie, apparse nel fascicolo di “Il Convegno”(Cagliari 1966) sono tutte siglate con la lettera C e datate con l’anno di pub­blicazione, eccetto alcune di cui è stato possibile reperire la data di composizione.

La raccolta di poesie, che è preceduta da una nota bibliografica su Giovanni Corona, che ha dedicato la sua esistenza all’insegna­mento elementare e alla attività poetica, della quale nel volume “Poeti della Sardegna”, a cura di Raimondo Manelli (1985), si trovano quattro odi già pubblicate in “Il Convegno”, comprende le composizioni dal 1940 al 1985.

Come si vede il volume, che proponiamo alla lettura non solo agli amanti della lirica, racchiude un’attività di oltre quarant’anni di verve poetica, di cui restano ancora inedite numerose poe­sie. La limpida e interessantissima introduzione di Renzo Cau serve a farci penetrare nel vasto mondo poetico di Giovanni Corona, che è fatto di diversi temi, da quello familiare, paesano e stagiona­le, a quello sociale ed esistenziale.

In “Ritratti letterari”(Cagliari,1978), Nicola Valle al quale ri­mandiamo, non solo per altre notizie biobibliografiche ma anche e soprattutto perché ha compreso subito che la lirica del Nostro era fluida  e interessante, scrive che la persona e la personali­tà di Giovanni Corona è tutta nei suoi versi, la sua vita è priva di grandi avvenimenti; parla poco e si concede solo qualche passeggiata in campagna; (…) affronta preferibilmente argomenti letterari; (…) ed atteggiando a dolcezza e benevolenza il volto in certi momenti ricorda lontanamente quello di Eugenio Montale.

Nel quarto di copertina si può leggere una delicatissima lirica, che spumeggia e dà colore a tutta la poesia di Giovanni Corona, al quale, nel mese di ottobre, nel suo paese natale è stato at­tribuito un premio alla memoria per la sua lunga attività di poe­ta.

Per concludere, il Nostro può, con giusto merito, far parte dei grandi lirici della letteratura italiana del Novecento, come lo è Segio Manca di Mores, di cui presentai, qualche tempo fa, una raccolta di poesie, anche questa uscita dai tipi della Ettore Ga­sperini Editore. 

Sanluri notizie 15 gennio 1989

 

RICORDO DELLA MONOGRAFIA SU SANLURI

 

Circa un quarto di secolo fa, la Società Poligrafica Sarda pubblicava “Sanluri terra ‘e lori”, un testo di enorme importanza per lo studio della storia dei nostri villaggi, che a suo tempo, a quanto mi consta, non fu recensito. Il compianto Padre Colli Vignarelli, che si guadagnò larga benemerenza per i numerosi scritti, nella prefazione scriveva: “Chi conosce ed ama la terra e la storia della Sardegna può ben comprendere l’utilità e l’importanza di una monografia su Sanluri”. Padre Colli, che aveva l’intenzione di pubblicarla in un unico numero in “Su, alla vetta!”, il periodico dell’Istituto scolopico sanlurese, che egli dirigeva, si convinse però che era “ottima cosa fare appello a collaboratori competenti e specializzati, affinché l’opera avesse il carattere di serietà scientifica”. Fu possibile così una larga collaborazione di studiosi. Il folto volume, che meriterebbe una seconda edizione con aggiornamenti e approfondimenti alla luce dei nuovi studi, divenne la terza monografia su Sanluri, dopo quelle del Ledda (1884) e del sanlurese Francesco Corona (1905), che, a detta del Colli, erano superate dal tempo e dal progresso degli studi.

Parecchi studiosi, che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera, ricca di pagine e corredata da numerose illustrazioni, alcune delle quali molto rare, sono purtroppo scomparsi; a loro voglio dedicare questo ricordo su “Sanluri terra ‘e lori”, poiché con i loro studi hanno dato un grosso contributo alla conoscenza non solo di molti aspetti della vita sarda nel corso dei secoli, ma anche a quella di questo splendido paese del campidano di Cagliari, noto sia per aver dato i natali a diversi personaggi di vasta cultura, ricordati nella monografia, sia per la disastrosa battaglia del 1409, che ha segnato la sconfitta dei Sardi, ma non del borgo, saccheggiato e distrutto, che riuscì a rinascere, ora vanto della storia di Sanluri.

Apre il libro il saggio dello studioso sanlurese Pasquale Marica, che illustra la realtà del paese nel secolo attuale, interpretandola attraverso la sua biografia giovanile; inoltre fa riferimento a fatti del passato, come quelli del giorno della fame, delle carestie, dei morti del 1881. Dopo aver salutato la sua Sanluri: “fiore del mio giardino, io sono orgoglioso di essere nato all’ombra del castello”, ricorda le personalità letterarie sanluresi, tra le quali Dionigi Scano, Giovanni Saragat e l’improvvisatore Raimondo Murgia. Il Padre Colli, che ha dato il maggior contributo alla realizzazione dell’opera con una serie di saggi che riferiscono diversi aspetti della vita sanlurese, sul toponimo “Sanluri” si rifà a documenti, a manoscritti e ad autorevoli autori; conclude affermando che la soluzione più probabile sul toponimo è quella di “luogo de Lori” (o qualcosa di simile), passato quindi in Selori; e scrive che no è “una conclusione certa e documentata, ma non priva di luce e di ragioni di convenienza”.

Il geólogo Paolo Montaldo tratta de “Le condizioni geomorfologiche del territorio comunale di Sanluri”, mentre Giovanni Lilliu, noto archeologo e studioso, ricostruisce la storia nuragica del paese in “Sanluri nell’antichità”, che, sebbene sia un saggio breve, è di grande efficacia. La parte storica è stata affidata all’eminente studioso medievista Alberto Boscolo, il quale ha dato un valido contributo alla ricerca storica sarda dal periodo dei Vandali a quelli spagnolo e piemontese. Nel saggio “Sanluri (Cenni storici)” egli traccia la storia abitativa della zona, iniziata “a partire dal periodo in cui la Sardegna era divisa in quattro giudicati autonomi”, e del piccolo borgo, che “si sviluppò tanto da diventare, ai primi del secolo XVI, capoluogo della curatoria”. Lo studioso cagliaritano tratta a lungo della vita del paese durante il periodo aragonese che passa agli arborensi. Questi provvedono a fortificarlo e a mantenerlo, fin quando, nel 1409, Martino il Giovane, re d’Aragona, giunto in Sardegna, sconfigge definitivamente i Sardi e fa saccheggiare e distruggere il borgo.

Nonostante questo triste capitolo di guerra, il Castello di Sanluri, che era stato costruito qualche tempo prima della conquista catalano-aragonese dell’isola, come scrive Alberto Boscolo, il borgo riprende la sua vita e, nel 1479, ritornata la pace nell’isola, passava ai Castelvì, fino alla dominazione piemontese; quindi era della Contessa di Villamar e infine degli Aymerich. Il Boscolo, scomparso oltre due anni fa, conclude il saggio presentando gli ultimi avvenimenti storici, soprattutto quello del 1881, in cui il paese veniva scosso da un tumulto popolare. Sull’avvenimento il giornalista Gesuino Murru, pochi mesi fa, ha riproposto, in modo lodevole, i fatti in “Sanluri 1881: cronaca di una protesta” (in “Sardegna oltre”, 1988).

L’alto funzionario del Ministero dei Beni Culturali, Gabriella Olla Repetto, parla de “Castello nei secoli XIV e XV”, e scrive che “non si conosce con sicurezza né quando né da chi venne edificato; (…) una recente indagine ritiene che risalga ad epoca antecedente a quella aragonese; le prime notizie documentate risalgono ai primi decenni della conquista aragonese”. La Olla Repetto traccia poi una storia amministrativa del castello e parla delle persone o “clientes” che, assieme al castellano, vivevano nel maniero, e delle spie che portavano le notizie dei movi­menti dell’esercito nemico. Si sofferma poi a trattare, dettagliatmente, gli avvenimenti storici precedenti alla battaglia di Sanluri e chiude il saggio facendo notare che la pace non fu duratura e che “il castello conobbe altri assedi, altre battaglie e altri personaggi e quindi la fine delle sue turbinose vicende, con la battaglia di Macomer (1478)”.

Segue un altro saggio di Francesco Colli, che si interessa delle “Iscrizioni sanluresi antiche e moderne”, che egli aveva rinvenuto in documenti e all’interno delle chiese del paese. A riguardo dell’interpretazione etimologica del termine Sanluri, Ovidio Addis scrive, in “Sanimi e i Sanluresi”, che il termine medievale Sellori deriverebbe dal romano Sellarium, Cellaria, che erano istituzioni agrarie civili e monastiche. A riguardo poi dei confini del borgo, il saggista si serve delle ricerche di topografìa medievale che si possono agevolmente rintracciare sul terreno, in lunghi tratti di confine. Più avanti l’Addis si interessa del borgo nel periodo giudicale, che, a suo dire, non fu una creazione del castello, mentre le mura del borgo furono elevate più tardi. Si sofferma poi a lungo sul periodo aragonese dando particolari su avvenimenti e fatti ed anche sulla battaglia del 1409. Per il periodo sabaudo, egli parla della parte demografica del borgo e delle situazioni createsi durante il primo periodo dell’ottocento, come la strada nazionale, il prosciugamento dello stagno, le carestie e la ferrovia. Avendo poi ricordato quanto fece un migliaio di popolani nel 1881, il successivo arresto di altre cento persone e la morte in carcere di un sedicenne, conclude con la considerazione che i sanluresi “dalla storia e dalla zolla ebbero il buon senso della vita, la pazienza e il gusto della libertà”.

“Chiese e cappelle dì Sanluri” è il tema che Padre Colli presenta. Capitolo molto interessante, poiché serve a conoscere quanto di monumentale esiste nel territorio di Sanluri e quante opere artistiche, le suppellettili e l’argenteria vi erano nelle chiese, alcune delle quali hanno preso la via della Pinacoteca e del Museo di Cagliari per non far più ritorno. Con l’aiuto di documenti rintracciati negli archivi comunale e parrocchiale, Padre Colli ha la possibilità di fare uno studio molto particolareggiato su “Le confraternite di Sanluri”, con sue considerazioni e osservazioni critiche. Giovanni Dettori, con il breve saggio “I canonici prebendati di Sanluri “, traccia la storia dei canonici del paese che divennero poi personaggi; mentre Padre Fedele da Sassari, nel saggio “Rilievi storici sul convento e sulla vita dei cappuccini in Sanluri”, dà notizie riguardanti la fondazione del Convento, la Cappella di S.Antonio da Padova, la vita di fra’ Salvatore da Sanluri, nonché i religiosi morti nell’assistere gli appestati.

Il nostro più grande demoetnologo Francesco Alziator presenta una pagina su fra Antonio Maria da Esterzili, mentre Padre Colli è l’autore di un articolo su Giovanni Battista Garau, educatore, filosofo e teologo scolopio, del quale hanno scritto altri studiosi sardi. Il Vivarelli fa seguire il saggio con un appendice documentativa. Segue un altro saggio del Colli per ricordare lo scolopio sanlurese Vincenzo Cossu, professore di filosofia sperimentale nell’Università di Cagliari, che dallo studioso viene considerato “uomo dotato di una volontà tenace, sempre tesa all’attuazione del bene ed al progresso della scienza”.

Lo storico Lorenzo del Piano presenta “I fatti di Sanluri nel 1881″, con particolari rinvenuti in documenti esistenti negli archivi, nelle relazioni e nei periodici. Si è soffermato quindi su quanto i giornali del tempo riportarono e quanto Giovanni Siotto Pintor e altri ne scrissero. Allega, in chiusura, un documento riguardante la sentenza del processo effettuato a Cagliari alcuni mesi dopo i fatti. Giuseppe Corrias si interessa della biografia del sanlurese Dionigi Scano, autore della “Forma Karalis “, e dà la notizia che sono stati pubblicati gli scritti inediti e il miglior suo lavoro storico, “Relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Sardegna”, frutto di lunghe e meticolose ricerche. Fausto Silesu affronta l’argomento su “La Settimana Santa in Sanluri”; lavoro di grande importanza, perché riporta quanto i sanluresi hanno fatto e fanno per ricordare la passione e la morte del Cristo. Allo studio seguono i canti del Venerdì Santo, in seddoresu, con la versione italiana a fronte. Un importante saggio è quello di “Sanluri nella storia delle tradizioni popolari”, di cui è autore Francesco Alziator, il quale fissa in brevi righe “una serie di fatti e di osservazioni dai quali sarà più agevole prendere l’avvio per una ricerca più ampia”. Il lavoro dell’Alziator si articola in sei argomenti, che presentano la natura geologica del territorio, il  ciclo dell’uomo e dell’anno, la casa e la vita familiare, blasone e leggende po­polari e si conclude con la parte riguardante l’abbigliamento popolare.  È ancora Padre Colli che scrisse sui documenti esistenti negli archivi sanluresi, con sue considerazioni. È uno scritto di notevole importanza per i ricercatori che hanno uno strumento necessario per rintracciare quanto si trova negli archivi del centro sanlurese.

Segue una serie di saggi che si in­teressano della Sanluri moderna. Pasquale Flagello tratta “Una relazione sul Comune di Sanluri, con l’indicazione di dati utili per il piano di Rinascita”; Aldo Tuccari si interessa de “L’agricoltura dei sanluresi”; Giuseppe Anelli, dell’ “Opera Nazionale Combattenti in Sardegna: su Stabilimentu «Vittorio Emanuele» in Sanluri”; Raffaele Cocco, del “Panorama sanitario di Sanluri”, con la storia delle morti e delle malattie, del momento demografico, dell’abitato e delle abitazioni; Attilio Tatti, tratta del “Patrimonio zootecnico dì Sanluri”, che si riferisce al periodo contemporaneo; Antonio Frau, de “La scuola di avviamento professionale, «Alberto Riva VillaSanta»”, istituita nel 1929; M.G.Pischedda, della “Scuola Media statale”; Biagio Cadeddu, delle “Statistiche delle Scuole Elementari di Sanluri”; F.Colli Vignarelli, de “L’Istituto dei Padri Sco-lopi”; Castriziano Lobina de “L’asilo «S.Raimondo» e La Casa di Riposo «Mater Divinae Providentiae»”; Orlando Piras de “La cantina sociale”, fondata il 31 maggio 1963, che ha portato notevoli vantaggi economici agli agricoltori della zona; Sandaliotes, della “Sanluri: dal Monte granatico al Banco di Sardegna”; Liliana Silesu, de “Su civraxiu, ovvero il Buon pane dì Sanluri”, un racconto sul noto pane dei sanluresi, esportato in tutta la Sardegna e in continente. Pietro Leo, sindaco di Cagliari, si interessa de “I sanluresi nella poesia di Cesare Saragat”, e acclude un serto poetico in sanlurese.

Chiude il volume “Miscellanea variarum rerum” di Francesco Colli Vivarelli, con il sottotitolo Notizie – Segnalazioni – Documenti, di notevole importanza, perché è completato con un elenco dei sanluresi degni di essere ricordati.

Sanluri notizie, 31 gennaio 1989

 

CAGLIARI E LA SARDEGNA VISTE DA FRANCESCO ALZIATOR – “LA CITTÀ DEL SOLE”

Se ne è parlato in una recente manifestazione organizzata dall’Associazione culturale “Studium Sardiniae”. Francesco Alziator è stato senza ombra di dubbio ino dei più grandi illustratori della vita e della storia di Cagliari. Dal 23 al 29 ottobre una rassegna sulla sua vita.

 

Presso la sede dell’Associazione culturale «Studium Sardiniae» in via Bellini, n. 9 si è tenuta, dal 23 al 29 ottobre, una rassegna sulla figura di Francesco Alziator nel contesto della cultura cagliaritana e sarda. La mostra delle opere, dei disegni e delle liriche inedite ha riscosso grande successo; la manifestazione, che si è snodata in tre appuntamenti: serata inaugurale, «Un pomeriggio con F. Alziator», lettura di brani tratti da scritti dell’autore e serata conclusiva con dibattito, intendeva ricordare la figura dell’illustre studioso nella sua vasta opera di storico e cultore della vita cittadina e sarda in genere, ed aveva anche lo scopo di risvegliare nei sardi l’amore verso questo nostro scrittore e studioso, che ancora una volta è stato dimenticato dalle autorità comunali di Cagliari, che a circa dodici anni dalla scomparsa non hanno ancora provveduto a intitolargli una strada della città.

Francesco Alziator è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi illustratori della vita e della storia della città di Cagliari, perché le ha dedicato articoli e opere, che hanno fatto sì che essa fosse conosciuta in molte parti del mondo. Un quarto di secolo fa vedeva la luce una delle sue più grandi opere «La città del sole», seguita da altre due di notevole importanza, che hanno dato un grosso contributo alla storia delle tradizioni popolari. «La città del sole» è un’opera di grosso impegno, il cui titolo è tutto un programma: Cagliari è veramente la città mediterranea dove il sole è di casa per quasi l’intero anno e le strade e i palazzi riflettono il bel sole mediterraneo.

Il libro, che è completato da una ventina di illustrazioni, alcune allora inedite, è uno studio veramente vasto e profondo dove il lettore può trovare i riferimenti ai più diversi aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane e ai diversi periodi della secolare vita di Cagliari.

Nelle trecentocinquanta pagine, divise in diciotto capitoli, il lettore si trova davanti al ciclo dell’uomo, in cui sono passate in rassegna anche le diverse feste annuali, le ricorrenze liturgiche e il folclore del mare. Altri argomenti sono le tradizioni di carattere giuridico, le danze, i canti popolari delle epoche più lontane e ancora presenti nell’area cagliaritana, e i canti religiosi; seguono la presentazione delle leggende popolari, la paremiologia, come espressione dell’animo e del costume popolare, i giuochi e i giocattoli, in cui è possibile identificare gli elementi che si riscontrano negli altri settori della demologia cagliaritana.

Dal capitolo undicesimo al tredicesimo vengono analizzati l’abitazione popolare, la gastronomia, in cui si trovano i segni delle usanze lasciate dalle varie genti passate nella terra sarda; per l’abbigliamento popolare sardo, lo studioso fa un’analisi accurata delle fonti letterarie ed iconografiche esistenti e asserisce che dalla sua indagine risulta che le tracce della dominazione spagnola sono maggiori e più evidenti di quelle più remote. Lo studioso cagliaritano termina il saggio con una presentazione del gioco del Natale: su barralijccu, sul quale ha fatto una lunga trattazione parlando della sua provenienza e si augurava che questa trottola diventasse un prodotto di esportazione made in Sardegna, idea non ancora presa in considerazione dagli amministratori regionali che si interessano di turismo e dagli operatori turistici.

Sardegna Magazine, gennaio 1989, Sanluri notizie, 15 novembre 1988 e Riu Mannu, 14 febbraio 1989

 

DEFINIZIONI POPOLARI DEI VINI DEL CAMPIDANO NEI PROVERBI E MODI DI DIRE

 

Un cagliaritano autentico, nato a Cagliari proprio sul finire dell’Ottocento, con l’hobby della ricerca e della raccolta di detti e proverbi sardi, fino conoscitore del dialetto campidanese e di quello cagliaritano, nonché del loguorese e del gallurese, ha provveduto nell’arco di trent’anni e più, a raccogliere centinaia e centinaia di modi di dire e di proverbi di tutti i dialetti sardi, sentiti o letti in giornali, riviste e libri. Parliamo di Carlo Mura, scomparso un anno e mezzo fa, che ha provveduto alla stampa di que­sto lavoro; possiamo trovarlo in “RE-GORTA DE FRASIAS FATTAS, DE MANERAS DE NAI, DE RAXONA-MENTUS, DE DIC1US ANTIGUS E NOUS IN LINGUA SARDA” (T.E.A., Cagliari, 1983).

Carlo Mura, che ho ricordato nell’anniversario della morte, mi aveva fatto dono di alcune sue osservazioni (arrexonamentus, come egli scrive) in dialetto cagliaritano-campidanese sui vini e sull’uva della Sardegna.Ecco quanto scrive del girò, del nasco e del moscato, nonché del nuragus, del vermentino, del cannonau, della vernaccia e della malvasia, che trascriverò anche nella versione italiana, per coloro che hanno poca dimestichezza col sardo. Su girò est casi durci simbillanti a is binas de Spagna, gustosi! e delicati fattu pò ci calai beni tottu su piàngili ( il girò è quasi dolce, simile ai vini spagnoli, gustoso e delicato per far digerire bene lutto il pranzo). Per il nasco il Mura scrive, che est bonu biancu durci, de colori, profumu e gustu delicau chi lassat unu pagu de marignseddu in su nasu. Est bonu appustis pràndiu un vino, bianco, dolce, di colore, profumo e gusto delicato, che lascia un po’ di amaro nel naso. È buono dopo pranzo. Per quanto si riferisce al nuragus dice che est binu bècciu, biancu e siccu, gustosa e bonu cun tottu, cun pezza e cun pisci, forti contenti is nuragus ma sèmpiri generosa chi cumàndara deddu biri a pràndiri e a cenai (è un vino vecchio, bianco e secco, gustoso e buono con tutto, con carne e con pesce, forte come i nuraghi, ma sempre generoso, che chiede solo di essere bevuto a pranzo e a cena). A riguardo del moscato osserva che cun su muscadeddu si fait su muscau, àteru binu durci sciropposu, grogànciu, meda profumau, domandati sèmpiri de is fèminas e de is mascus candu no sunti bistus (Col moscatello si fa il moscato, altro vino dolce, sciropposo, molto profumato, richiesto sempre dalle donne e dai maschi quando non sono visti).

Per il vermentino scrive che est casi sèmpri frizzanteddu, siccu e luxenti; est bonu papendu candu est de s’annu, est bonu pustis pràndiu candu est becciu; infini est bonu sèmpiri (il vermentino è quasi sempre assai frizzantino, secco e lucente; è buono pasteggiando, quando è dell’anno ed è buono dopo pranzo, quando è vecchio; infine è buono sempre). Ed eccoci alla vernaccia che est su rei gloriosu de is binus sardus. Bastat su colori luxenti comenti su raju de soli incadenau pò ti incantai is ogus; basta su proumu forti comenti est cussu de una giovanedda in frori pò ti lai perditi is scntidus, bastat a ddu pòniri in is murrus pò essiri conquistau comenti sublimat unu basidu longu sene fini. Custa est sa vernaccia; si ses mortu torras a biu buffendidda (È il re glorioso dei vini sardi. Basta il colore lucente come un raggio di sole incatenato per incantarti gli occhi, basta il profumo forte come quello di una giovanetta per far smarrire i sensi, basta avvicinarlo alle labbra per essere conquistati, come sublima un bacio lungo senza fine. Questa e la vernaccia: se sei morto, bevendola rivivi).

Alla vernaccia segue la malvasia che est sa sorrixedda de sa vernaccia: S’un e s’ateru non ténganta dannu pò su colori de am­bra dorada, po su profumu e gustu asciuttu casi de mèndula turrada (la malvasia è la sorellina della vernaccia, non abbiano danno l’uno e l’altro vino, per il colore di ambra dorata, per il profumo e il gusto asciutto, quasi di mandorla tostala). Infine ecco il cannonau, del quale il nostro dice che su binu cannonau est arrubiu, durcixeddu emarigoseddu in su guitturu profondissimu (il cannonau è rosso lucente, dolciastro e amarognolo in fondo alla gola).

Sardegna Magazine, febbraio 1989

 

ALLA FINE DELL’800 INIZIAVA L’ESPANSIONE DI CAGLIARI

 

Alla fine del XIX secolo parecchie strade di Cagliari portavano vecchie denominazioni. La città era compresa nei quartieri di Castello, Stampace, Villanova, Marina o Lapola. Dei quattro quartieri, quello che ancora oggi presenta una stabilità di denominazioni delle strade, è il Castello. Rispetto alla pianta della città del 1894, pubblicata in una guida curata dal cagliaritano Francesco Corona, tutte le strade rispondono ai nomi attuali, l’unica differenza è nella via del Duomo che aveva il nome di Via Speranza. Ma questa fu una strada assai «travagliata»: ai primi del Trecento la denominarono via dei Pellicciai e solo nel Cinquecento si mutò in Strada della Cattedrale, mutato ancora in Via Speranza ai primi del secolo.

Il quartiere che invece presenta una maggiore diversità di nomi è quello della Marina. Qualche esempio: una novantina d’anni fa Viale Regina Margherita era Viale Umberto, mentre, in diversi documenti del Cinquecento, questa strada, che iniziava dallo spiazzo (attualmente Piazza Costituzione), che esisteva tra le due porte della Marina e di Villanova e metteva in comunicazione il Castello con i due quartieri su citati, era indicata come la strada che discendeva a «porta libus ville lapole ed villanova versus ecclesiam Marie Bonarie». Il popolino invece la chiamava «Muntonargio de Jesus» (mondezzaio della contrada del Gesù). Alla fine del Seicento fu menzionata come via dei Tintori a causa delle diverse tintorie esistenti.

L’odierna Via Sardegna era allora via delle Saline, per il fatto che vi erano ubicati i magazzini del sale; il nome è certamente antico visto che si trovano citazioni già qualche secolo prima.

La Via Mores, la Via Napoli attuale, secondo Dionigi Scano si denominava «Carrer de las moras» che fa presumere che vi fossero gli alloggi delle schiave more.

Nel quartiere di Villanova tutte le strade portavano la stessa denominazione di quelle attuali. L’odierna Via Iglesias conduceva alla zona degli orti e delle vigne e forse le fu impartito questo nome, perché terminava nelle Argiolas (le aie) di fronte alla muraglia di Villanova.

Il quartiere di Stampace iniziò l’espansione fuori le mura già nel periodo spagnolo. Nel Cinquecento, durante la dominazione spagnola, l’espansione continuò ed ebbe maggiore impulso con la formazione della contrada di S. Francesco, l’odierno Corso Vittorio Emanuele, della contrada S. Nicolo, l’odierna Via Sassari, e della Via Ferrai e del Borgo, l’ultimo tratto del Corso, che mutarono denominazione intorno alla metà del XIX secolo. Mentre la Via S. Antonio, oggi Via Fara, e Via S. Paolo, l’odierna Via Siotto Pintor, rimasero fino agli inizi del nostro secolo.

Secondo le cronache dell’Ottocento l’espansione della popolazione che si aggirava intorno ai 50.000 abitanti portò alla formazione di nuovi quartieri, quale quello di S. Benedetto, di Bonaria e di La Vega, già ben visibili nella mappa del 1894.

Riu Mannu, 4 marzo 1989  

 

    MANIFESTAZIONI COLOMBIANE A CAGLIARI ALLA PRESENZA DEL SENATORE TAVIANI

 

Nel 1992 la Spagna sarà al centro dell’attenzione mondiale. In quell’anno, la città di Barcellona sarà la sede delle Olimpiadi; in Andalusia, Siviglia presenterà l’Expo, una esposizione mondiale che costerà oltre mille miliardi, per celebrare i cinquecento anni della scoperta dell’America. E Madrid, sarà la Capitale culturale europea e aspirerà a ricevere i più importanti congressi-ti convegni e fiere campionarie industriali del continente europeo. Sarà una città facilmente raggiungibile da due autostrade che la collegheranno con le reti autostradali attraverso la frontiera francese. Sicuramente molti dei sei milioni di visitatori annuali, che saranno attratti dalle feste madrilene, arriveranno in ae­reo, così l’aeroporto di Barajas sarà sostanzialmente ampliato. Intanto Cagliari si è inserita nell’itinerario della mostra delle cento città italiane che, dal 9 marzo scorso, continua il percorso già toccato con i maggiori centri italiani e i piccoli centri liguri, per ricordare la vita, le vicende del viaggio e le avventure dell’illustre genio italiano, Cristoforo Colombo.

Paolo Emilio Taviani in una imponente cerimonia, tenutasi nel palazzo vicereggio, ha inaugurato la mostra del grande navigatore genovese che nel 1492, dopo molti giorni di navigazione, ha toccato per la prima volta una nuova terra, allora sconosciuta ai navigatori europei.

La mostra, che può essere visitata dal 10 mar­zo presso la Galleria Comunale di Cagliari, è una delle diverse manifestazioni promosse dal Comitato nazionale per le Celebrazioni Colom­biane. Nella Galleria Comunale resteranno esposti una ventina di pannelli che in lingua spagnola e italiana riportano la biografia e i viaggi del grande navigatore genovese. L’Italia, ha detto il senatore Taviani, non farà grandi dispendiose celebrazioni in occasione dei 500 anni della scoperta dell’America, an­che perché non è giusto ricordare l’avvenimento, essendo già una terra in cui da secoli precedenti vi erano passate altre popolazioni asiatiche ed europee; con Colombo saranno ricordati tutti i geni italiani che nell’era moderna hanno aperto la strada alla scienza, all’arte e alla letteratura.

Profondo conoscitore del suo conterraneo, Ta­viani ha profuso molte energie nella ricerca dei documenti, serviti poi nella stesura del suo libro, apparso poco tempo fa. L’illustre senatore ha visitato luoghi in cui visse Cristoforo Colombo, e ha percorso le rotte che egli toccò. Grande merito, riconosciuto anche dagli studiosi e amministratori, si deve all’Assessore alla cultura Efisio Serrenti che, con questa manifestazione e l’iniziativa della mostra, ha voluto inserire il capoluogo isolano nella strada della cultura nazionale ed europea, pre­sentando anche il libro che Paolo Emilio Taviani ha scritto per ricordare il grande navigatore italiano. Nella mattinata del 9 è stata inaugurata, nei locali della Provincia, in via Cadello, la nuova sede della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna e del Centro di ricerca per gli studi paleografici e diplomatici dell’Università di Ca­gliari.

La cerimonia di deputazione di Storia Patria è durata un’ora circa. Dopo le brevi parole dell’assessore Serrenti, che ha ricordato gli ottimi rapporti instauratisi tra l’assessorato e la Deputazione, e le poche parole del sindaco di Cagliari, De Magistris, e quelle del Magnifico Rettore Duilio Casula, ha preso la parola il presidente della Deputazione, la professoressa Luisa D’Arienzo che, ringraziato l’assessore per l’interessamento dato alla realizzazione del progetto, ha percorso le vicende della sede del­la Deputazione in questi ultimi anni. Ha preso poi la parola il vice presidente del Senato Paolo Emilio Taviani che ha presentato la ‘Nuova Raccolta Colombiana’. Questa com­prenderà 27 volumi, tre dei quali pubblicati, e si completerà probabilmente nel 1992. La ‘Nuova Raccolta’, ha concluso dicendo il senatore Taviani, riguarda tutta la documentazione che si riferisce alla storia colombia­na, ma soprattutto quanto si è ritrovato in questi ultimi cento anni.

Sardegna Magazine, maggio 1989

 

RELAZIONE ECONOMICO CULTURALE TRA LA SARDEGNA E LA SPAGNA

 

Al fine di incrementare le relazioni economico-culturali tra la Sardegna e la Spagna, si è tenuto, nella Sala del Consiglio della Fiera Campionaria di Cagliari, nell’ambito della 41° Rassegna Fieristica, una gradita cerimonia, nella quale l’Ambasciatore di Spagna a Roma ha avvalorato quanto hanno detto il presidente della Fiera e della Camera di Commercio di Cagliari, l’avvocato Sandro Usai, e il Sindaco di Cagliari, Don Paolo De Magistris, che i legami tra i sardi e gli spagnoli risalgono ad oltre quattro secoli di vita in comune, come lo testimoniano le tracce nell’arte, nella cultura, nelle tradizioni popolari e nella lingua. A questo incontro – ha informato il presidente Usai – seguirà la primavera prossima, su iniziativa della Camera di Commercio di Cagliari, un’Esposizione della Sardegna a Madrid, per offrire agli spagnoli una valida immagine dell’Isola sotto l’aspetto economico, turistico, artistico e culturale.

Intanto, la settimana precedente all’incontro in Fiera ha avuto luogo l’iniziativa dell’Associazione degli Ispanisti Sardi (ACISAR) che, con visite guidate nei quartieri di Cagliari e in altri centri dell’isola e con un interessante convegno, tenutosi nella sala della Camera di Commercio, gentilmente concessa, hanno organizzato le prime giornate di studio per presentare la realtà culturale sarda nei secoli XVI e XVII.

La manifestazione, che ha visto docenti e studiosi sardi parlare della storia, della politica, della letteratura e delle strutture militari e della difesa lungo le coste nei secoli XVI e XVII, è stata aperta dall’assessore alla cultura della Provincia di Cagliari, Efisio Serrenti, che ha patrocinato tutte le iniziative dell’Associazione Culturale Ispanisti della Sardegna.

Per l’assessore Serrenti “II convegno servirà a riscoprire le nostre radici e la nostra storia al fine di conoscere il presente per proiettarci nel futuro”. Il professor Giancarlo Sorgìa, prorettore e docente di storia moderna, ha ricordato alcuni momenti della storia sarda nel Cinquecento e ha riferito di un episodio della Sardegna seicentesca. A seguire è intervenuto Julián Donado Vara, direttore dell’Istituto spagnolo di cultura dell’Ambasciata di Spagna, il quale ha incentrato la sua relazione sulla “Storia e società in Spagna nel periodo del regno degli Asburgo”. Con una spigliata e puntuale esposizione ha tracciato la storia di Carlo V e Carlo II, che ha visto svolgersi un periodo di decadenza economico-politico per la Spagna, ma di grande splendore letterario per le moltissime figure di primo piano, quali Cervantes, Lope de Vega, Calderón, Gongora e Quevado.

Di architettura militare in Sardegna nel Cinquecento e delle armi da-fuoco e tentativi di modernizzazio-ne dal 1489 al 1556 ha parlato l’ingegner Serafino Casu che, con una lumeggiante esposizione, accompagnata dalla proiezione di diapositive che si riferivano alle mura di Cagliari e di altri centri isolani, ha ottenuto un esaltante successo. L’ispanista Luigi Spanu, che ha diretto i lavori, ha relazionato sulla “Letteratura sardo-ispanica del ’600″, ponendo in risalto la pregevole produzione letteraria barocca ad opera dei poeti e romanzieri cagliaritani, Arnald de Bolea, Giuseppe Zatrilla e Giuseppe Delitala, e facendo notare che la letteratura sardo-ispanica non viene insegnata nell’Ateneo cagliaritano, perché mancano docenti e non è stato mai istituito il relativo insegnamento.

Il professor Giovanni Pirodda, docente di lingua e letteratura italiana presso l’Ateneo di Cagliari, presentando “Cenni sulla cultura sardo-ispanica tra il 1500 e il 1600″, ha posto in rilievo l’importanza e il potenziamento della stampa e l’istituzione dei corsi scolastici gratuiti che hanno accelerato lo sviluppo culturale degli isolani. Ha concluso gli interventi della prima giornata il dottor Sergio Serra, vice segretario generale della Camera di Commercio di Cagliari, che ha tenuto una interessantissima relazione sulla nobiltà in Sardegna nel periodo spagnolo.

Ha aperto i lavori del sabato 22 aprile il professor Enrico Bogliolo, docente presso l’Istituto di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari, il quale ha presentato la figura politica e diplomatica dello scrittore sardo-ispanico, poco conosciuto, Vincenzo Bacallar y Sanna. Il direttore aggiunto della Biblioteca Universitaria di Cagliari, la dottoressa Giuseppina Cossu, ha intrattenuto i convegnisti con “Aspetti di vita culturale in Sardegna nel ’500 e nel ’600, ponendo in evidenza la ricchezza dei testi seicenteschi e la enorme diffusione del libro nell’isola, grazie anche alle numerose biblioteche private.

L’ingegner Gianni Montaldo, dell’Istituto di Ingegneria di Cagliari, ha concluso le due giornate di studio con una splendida e interessantissima relazione sulla situazione delle torri litoranee e la loro funzione nei secoli e un loro probabile inserimento nella vita turistico-culturale isolana, che ha allietato il numeroso pubblico con la proiezione di pregevoli diapositive.

Nell’escursione domenicale, che ha completato il quadro delle prime giornate di studio sulla realtà storico-culturale in Sardegna durante il periodo spagnolo, i convegnisti hanno potuto ammirare i monumenti e le opere d’arte che tuttora rimangono nei quartieri di Cagliari e in Sanluri, Villanovaforru, Tuili, Barumini. Monastir e Serdiana.

Sanluri notizie, 31 maggio 1989 e Riu Mannu, 26 giugno 1989 e Sardegna Magazine, maggio 1989

 

PROBLEMA DEI NEOLOGISMI CATALANI E CASTIGLIANI NEL DIALETTO CAMPIDANESI IN EPOCA STORICA

 

Con questo scritto intendo dare un contributo alla questione che si va dibattendo in questi anni sui neologismi nella lingua sarda. Così prendo lo spunto per vedere qual era la situazione in Sardegna nel Trecento quando l’Isola si predisponeva ad accogliere un nuovo conquistatore.  A detta di Francesco Alziator, la lingua, che è sempre il miglior indice della profondità della penetrazione di una cultura e di conseguenza anche delle tradizioni, dimostra che non vi è settore della vita cagliaritana dove non sia tuttora chiara ed inequivocabile la potenza e l’imponenza dell’elemento catalano e di quello castigliano. È indubbiamente importante e necessario conoscere la vita dei sardi durante le diverse fasi delle varie dominazioni passate sulla nostra terra, non per fare confronti, o per esaltarle o condannarle; con una conoscenza più adeguata e approfondita, si potrà avere un quadro più reale dell’evolversi della civiltà sarda nei secoli e rendersi conto delle conquiste sociali raggiunte dagli isolani nei periodi di queste dominazioni.

Mentre in altro studio ho presentato la situazione della lingua sarda nei confronti di quelle catalana e castigliana, osservando come queste tre realtà linguistiche riuscissero a convivere, senza che la lingua sarda venisse annientata o fagocitata, – anzi abbiamo notato come la lingua dei nostri avi avesse attinto nuovo vigore e nuova linfa a contatto con queste due civiltà, tanto da allargare il proprio lessico -, qui parlerò delle parole, dei termini e dei modismi attualmente in uso nel dialetto campidanese che, nei primi momenti della dominazione ispanica, si consideravano neologismi.

Innanzi tutto dobbiamo dire che non esistono studi che abbiano messo a fuoco quali furono i neologismi che la parlata campidanese accolse nei primi momenti in cui si trovò a contatto con la lingua dei dominatori di turno – gli aragonesi e i catalani – e trasportò nel suo linguaggio quotidiano, sia perché non doveva avere il termine appropriato nella propria lingua, per indicare un certo oggetto, una situazione nuova, un comportamento, sia perché il nuovo termine doveva essere più attuale e comprensibile di quello già in uso.

E quanto sarà stato per la lingua sarda nei confronti del catalano, così sarà stato anche nei confronti del castigliano, che si sovrappose al catalano quando i nuovi dominatori, sempre dell’area iberica, non furono più gli aragonesi, ma i castigliani. Perché non è stato fatto ancora uno studio sui neologismi cast­gliani, si chiederanno i lettori? Era forse difficile reperire strumenti atti al riscontro dei vocaboli nuovi inseriti nella parlata campidanese?

Alla prima domanda rispondo che gli studiosi di linguistica sarda non si sono posti il problema dei neologismi catalani e castigliani, problema invece molto presente attualmente e parecchio dibattuto in questi ultimi anni, poiché tutte le parlate dialettali sarde attuali sono attaccate in massa dai neologismi di nuove entità linguistiche. Alla seconda domanda si può rispondere che pochissimi, o quasi inesistenti, fino ai nostri giorni, sono gli strumenti atti a controllare quali parole e modi di dire siano entrati nel campidanese durante il dominio ispanico. Ciò è dovuto al fatto che non è stato ancora ricostruito un modello della vera lingua sarda del periodo precedente all’arrivo degli aragonesi.

Il solo scritto in sardo dell’area cagliaritana giunto ai nostri giorni è la “Carta de Logu”, che però compare in pieno dominio aragonese, essendo del 1395, anche se il regno d’Aragona non dominava ancora nel Giudicato d’Arborea, dove fu redatta la Carta. È andata persa la “Carta de Logu cagliaritana”, rimasta in vigore per i sardi anche durante il periodo pisano e in parte del periodo aragonese; questa fu  abolita nel 1421 dai nuovi dominatori, quando fu estesa a tutta l’isola la “Carta de Logu arborense” emanata dalla giudicessa Eleonora d’Arborea. La “Carta  arborense” fu ristampata diverse volte nel Cinquecento e nel Seicento, in pieno dominio spagnolo, sia in sardo che in castigliano, poiché era in uso anche nella legislazione aragonese e spagnola.

Ora, grazie allo studioso Mario Tangheroni, che ha rintracciato, qualche anno fa, alcuni capitoli della Carta de Logu cagliaritana, sebbene i frammenti ritrovati sono in lingua pisana, possediamo un altro documento molto importante per la conoscenza della lingua sarda meridionale precedente all’arrivo dei Pisani. Restiamo sia in attesa della stampa integrale del testo, sia del ritrovamento di quella del Giudicato di Cagliari (cfr. Mario Tangheroni, Di alcuni ritrovati capitoli della “Carta de Logu cagliaritana”: prima notizia, in “Studi storici in onore di Gianni Todde”, A.S.S., vol. XXXV, Cagliari 1986). Siamo in possesso anche di carte volgari in antico campidanese (cfr. P. E. Guarnerio, “L’antico campidanese dei sec. XI-XIII secondo le antiche volgari dell’archivio arcivescovile di Cagliari”, Perugia,1906), che potranno essere utili per uno studio sul problema del campidanese prima della dominazione pisana e di quella iberica.

Ora è necessario presentare, molto succintamente, un quadro storico-linguistico di come venne a trovarsi la Sardegna nel periodo in cui si verificarono le varie situazioni sopra descritte, anche perché tra i lettori, forse, vi saranno persone che non sanno che prima l’Aragona e poi la Spagna dominarono per secoli nella nostra Isola.

Sebbene la dominazione spagnola in Sardegna storicamente abbia avuto termine nel 1720 con il passaggio dell’isola ai Savoia,(a seguito del trattato di Londra del 1718), nelle diverse parlate attuali, ma soprattutto in quella campidanese, permangono moltissime parole catalane e numerose castigliane; il che dimostra che la colonizzazione degli Aragonesi e Catalani prima, e dei Castigliani poi, fu tanto profonda nel corso di ben quattro secoli, (ossia dal 1323, anno dello sbarco a Palmas dell’esercito aragonese al comando dell’infante Alfonso, che prese possesso militarmente dell’isola, al 1720, anno in cui la Sardegna, staccata dalla politica spagnola, entrò nell’orbita della storia sabaudo-piemontese).

Ancora oggi, infatti, dopo circa duecentosettant’anni, nella parlata dialettale di quella vasta area del Campidano e dei quattro quartieri cittadini e delle zone limitrofe, (dove si ode ancora il linguaggio dei nostri padri, che non è morto e non morirà mai, sino a quando vi sarà un sardo), si possono rintracciare numerosissime parole che derivano dal dialetto catalano e altrettante dalla lingua castigliana, e che nel lontano Quattrocento e nel Seicento potevano considerarsi neologismi. I moltissimi neologismi entrati nell’uso quotidiano di allora, che designavano oggetti, comportamenti, istituzioni, tipici di quell’epoca, non hanno snaturato per nulla il campidanese, come non lo è stato per le altre parlate dell’isola; anzi ne hanno arricchito il vocabolario, come avviene oggi con i neologismi italiani e soprattutto con quelli inglesi.

L’influsso ispanico rimane non solo nel lessico, ma anche nella stessa costruzione e nella sintassi. Molte frasi della parlata campidanese mantengono la stessa costruzione che hanno ancora oggi nel castigliano; come, per esempio, la forma italiana dell’imperativo negativo all’infinito: in spagnolo si ha il congiuntivo presente, come lo si ritrova nel campidanese: no te preocupes, spagnolo, no ri preocupis, in campidanese.

La penetrazione della lingua catalana nel sardo ebbe inizio nel lontano quattordicesimo secolo e continuò per due secoli, mentre quella castigliana iniziò alla fine del quindicesimo secolo, si consolidò nel successivo, e si completò nel diciassettesimo. Sicuramente in quel secolo l’animo dei sardi era tanto spagnolizzato in tutti i suoi molteplici aspetti, che anche le opere letterarie vennero scritte in uno spagnolo più fluido e appropriato, come ispaniche furono le espressioni artistiche della pittura e scultura, della musica, del canto e del ballo, delle arti minori e delle funzioni religiose. A riguardo dello spirito spagnolo, che ancora oggi è possibile trovare nell’animo dei sardi, Francesco Alziator, noto studioso delle tradizioni popolari e del folklore isolano, ha scritto in “La città del sole” che anche nei nomi cagliaritani delle confraternite e dei confratelli, quali germendaris, germanus, cunfraternitas, cunfradis, sono palesi, come generalmente avviene per  quanto si riferisce alla vita religiosa, agli elementi spagnoli.

E se vogliamo ritrovare termini catalani e spagnoli che si riferiscono alle diverse tappe della vita, dalla nascita alla morte, è sempre Francesco Alziator che ci viene incontro. Infatti, sempre in “La città del sole” si possono trovare moltissimi termini che, certamente neologismi allora, si ritrovano nel campidanese attuale. A riguardo degli influssi linguistici ispanici nell’isola, ci aiuta il saggista e studioso spagnolo Joaquín Arce, già Lettore di Lingua spagnola nel Magistero di Cagliari, scomparso qualche anno fa a Madrid; nel suo testo, di notevole importanza per la conoscenza dei molteplici aspetti della realtà aragonese e castigliana, edito nella capitale della Spagna nel 1960 “España en Cerdeña” (“La Spagna in Sardegna”, Cagliari,1982), Arce asserisce che nella grande pianura del Campidano, a sud dell’isola, come lingua è usata una variante sarda, la campidanese, alla quale appartiene anche la parlata cagliaritana, con particolarità, a volte sensibili, tra paesi situati a pochissima distanza. Joaquín Arce fa notare, inoltre, come, nonostante l’influenza e l’invasione sempre più massiccia dell’italiano nel linguaggio dialettale, continuano ad essere numerosissimi gli ispanismi che si trovano ancora nella lingua sarda.

Certo questi ispanismi oggi presentano caratteristiche grafiche e fonematiche diverse da quelle originarie; si nota però che essi risalgono effettivamente a parole spagnole e catalane, senza pericolo di sbagliare. Posso anche affermare, con sicurezza, che le parole derivate dalla lingua castigliana e quelle provenienti da quella catalana sono molto di più di quelle che hanno trovato lo Spano, il Wagner e lo stesso Arce. Siamo certi che moltissimi di questi termini, ancora in uso nella parlata campidanese, sei secoli fa erano neologismi. Questo perché sappiamo che essi nacquero dalla necessità di esprimere concetti nuovi e di indicare nuove cose o istituzioni, non presenti nella realtà sarda, e si diffusero prima nell’ambito ristretto e in un particolare ambiente, e poi passarono nella lingua quando il parlante ne sentì l’esigenza e l’opportunità.

All’introduzione di neologismi i puristi si oppongono; ma noi crediamo che nel Trecento e nei secoli seguenti i puristi della lingua sarda si potevano contare sulle dita della mano, o non esistevano affatto; quindi la lingua catalana prima e quella spagnola poi trovarono campo fertile per la loro semina in tutte le parlate dell’isola. Il popolo, che era lontano dalla cultura e continuava ad usare la lingua appresa dai genitori, al contatto con parole di un’altra lingua fu spinto ad inserire nel suo linguaggio quei vocaboli, modismi e termini; sia perché nel suo lessico non esistevano i termini che servivano ad esprimere i concetti che si solevano usare per indicare una nuova situazione, o un pensiero; sia perché riteneva utile usare il termine nuovo portato dalla lingua dominatrice per trovarsi al suo stesso livello, almeno nel linguaggio.

Quaderni Bolotanesi, maggio 1989 (pagg. 337/342)

 

PADRE VINCENZO MARIO CANNAS DA 50 ANNI SACERDOTE

  Un benemerito dell’Ogliastra per i suoi profondi studi sulla cultura del territorio

 

Immensa gioia nella famiglia francescana per il Cinquantesimo anniversario della ordinazione sa­cerdotale di un confratello. Alla presenza dell’arcivescovo di Ca­gliari, Monsignor Ottorino Alberti e del padre Gabriele Piras, noto studioso e autore di varie pubbli­cazioni, tra le quali “II culto mariano in Sardegna” e “I san­ti venerati in Sardegna”, do­menica 25 giugno, nella parroc­chia di Sant’Antonio di Quartu Sant’Elena, il padre Vincenzo Mario Cannas ha celebrato il 50° anniversario di sacerdozio.

Ogliastrino di provata fede, – onora con grande amore la sua terra e la sua regione con scritti e vita spirituale -, Mario Cannas, nato a Tertenia (Nuoro) il 16 ottobre 1914, alla quale ha dedicato un esaustivo studio sulla storia e la vita del villaggio dai primordi ai nostri giorni, anco­ra giovanissimo entra nell’Ordine Francescano dei Frati Minori. Do­po i primi studi in Sassari, nel 1931 veste l’abito francescano nel convento di Quartu S. Elena e nel 1935 la la professione solenne nel­lo studio teologico di S. Mauro in Cagliari, dove aveva fre­quentato gli studi ginnasiali, liceali, teologici e filosofici.

Il 29 giugno 1939, festa di San Pietro e Paolo, circondato da uno stuolo di francescani, che affolla­vano il presbiterio della Cattedrale, Mario Cannas viene ordinato sacerdote dall’allora arcivescovo di Cagliari, Monsignor Emesto Maria Piovella. Nello stesso gior­no il primate cagliaritano consa­crava sacerdoti 9 francescani, un gesuita, un cappuccino, e ordina­va cinque diaconi e 4 suddiaconi.

Inizia per Padre Cannas, che prendeva il nome francescano di Vincenzo, una vita esemplare e di amore verso il prossimo. Pochi mesi dopo ebbe inizio la seconda guerra mondiale e nel febbraio del 1943, a seguito di un tremendo bombardamento su Cagliari, che aveva prostrato la cittadinanza con lutti e rovine, Padre Vincenzo mette in salvo le spoglie di San Salvatore da Horta e le opere artistiche trasferendo tutto, con mezzi di fortuna, nella basilica dei Mar­tiri in Fonni.

Sempre nel 1943 viene nomina­to cappellano militare col grado di tenente ed inviato a Bastia, in Corsica, per partecipare alla libe­razione dell’isola dall’invasione germanica. Rientrato in patria, il 15 ottobre 1944 fu aggregato alla Quinta armata americana parte­cipando alla guerra di Liberazio­ne; fu trasferito in seguito al 517° gruppo di Fanteria dell’8′ armata inglese. Decorato di due croci di guerra al merito e di una medaglia di be­nemerenza, nel 1947, cessato il servizio militare, si dedica alla ricerca e frequenta il corso di Paleografia. Archivistica e Diploma­tica nell’Archivio di Stato di Cagliari, conseguendo il diplo­ma. Si da quindi alla ricerca archivistica, passando lungo tem­po in archivi spagnoli e italiani, da cui ha tratto documenti im­portanti per la storia della Sar­degna.

Nel 1958 è stato nominato su­periore del convento di Quartu Sant’Elena e in seguito è stato tra­sferito in quello di San Cavino, in cui svolse l’ufficio di delegato re­gionale per le missioni estere. In quegli anni provvide al restauro e all’ampliamento della chiesa di Santa Lucia. Incaricato della segreteria e del-l’economato provinciale, in Ca­gliari, nel 1963 è stato nominato rappresentante legale dell’Ente provinciale di Santa Maria delle Grazie. Per parecchi anni ha inse­gnato nelle scuole superiori del ca-poluogo sardo e ha intrapreso an­che l’attività pubblicistica non trascurando quella francescana.

Cultore delle discipline ecclesiastiche ed autore di pubblicazio­ni a carattere agiografico, storico, speleologico ed archeologico, è membro di diversi centri speleolo­gici, è stato presidente onorario del gruppo speleologico Vidal ed è presidente attivo della sezione speleologica del Club Alpino Ita­liano.

Il 13 gennaio 1972 il presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha conferito il Cavalierato, mentre nel 1975 veniva nominato cavaliere ufficiale; infine il 18 ottobre 1978 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli ha conferito l’alta onorificenza di Commendatore per meriti della Repubblica.

Da quindici anni Padre Cannas dirige l’Archivio Arcivescovile di Cagliari con grande competenza e preparazione e, dopo la scompar­sa del generale Usai, benemerito e studioso di problemi ogliastrini, è stato nominato presidente della Comunità ogliastrina cagliarita­na e dell’hinterland.

Per concludere non resta che ricordare, in breve, alcuni suoi lavori culturali, tra i quali “Tertenia e dintorni nella sto­ria e nella Tradizione” (1964); “Un prete artista – Don Egidio Manca” (1965); “Frate Damia­no Pinna da Tissi” (1972) ; “San Giorgio di Suelli – Primo vescovo della Barbagia Orientale -Sec. X-XI” (1976), con apporti di numerosi documenti inediti; “Teulada e le sue grotte” (1978); “L’apicoltura in Sarde­gna” (1979); “II vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto sardo logudorese dal Can. Gio­vanni Spano” (1980); “La Chiesa Barbariense – Dalla fondazione alla soppressione -Sec. XI-XV (1981); “Chiesa di Sardegna” (1985), e numerosi articoli in diversi periodici, ri­viste e raccolte di studi storici; attualmente cura e dirige la collana “Studi Ogliastrini”, giunta al terzo numero (in pre­parazione), raccolta di partico­lare importanza perché tocca gli aspetti più vari di una delle più interessanti regioni della Sardegna.

L’Ogliastra, luglio 1989

 

60 ANNI FA USCIVA IL ROMANZO UMORISTICO-SATIRICO “A QUEL PAESE …” DEL CARICATURISTA DI FAMA INTERNAZIONALE TARQUINIO SINI

 

Con l’impiego dei disegni eloquenti e autorevoli del Sini, che ancora oggi si presentano con senso umoristico vivissimo, qual’era quello dell’artista cagliaritano, si può ricostruire il quadro de­gli anni Venti e Trenta della Sardegna, in particolare della città di Cagliari. Il caricaturista Sini operò in Italia ed in Francia, prima, collaborando ai più importanti periodici umoristici del tempo, e in Sardegna, poi, non solo come disegnatore, pittore e acquafortista, ma anche come operatore culturale. Egli, intatti, nel­l’arco di tempo che non supera i 35 anni, svolgendo intensa attività, organizzò mostre a carattere folcloristico, preparò recite, propose e di­resse esposizioni, fu regista cinematografico, preparò cerimonie e feste, illustrò libri e riviste, disegnò copertine e cartelloni pubblicitari di grande effetto ed ideò etichette da corredo reclamistico per i più svariati prodotti; collaborò a diversi periodici cagliaritani, con scritti e caricature di personaggi e di situa­zioni; preparò un romanzo, andato disperso, in cui annotò e commentò le amenità che accadono dietro le quinte cinematografiche, com­mentate con disegni e battute, stampò un secondo romanzo, in cui mise in evidenza, i contratti sociali e civili esistenti nell’Isola, facendo nascere un grosso problema, che ap­passionò i lettori de “L’Unione Sarda”. Infine, s’interesso alle feste tradizionali sarde.

Tarquinio Sini era nato a Sassari il 11 marzo 1891, in quella Sassari fine Ottocento, socialmente non molto diversa dall’attuale, per i molti problemi che presentava Non ancora diciannovenne, inizia l’atti­vità artistica con la prima mostra personale, tenuta nella “Passeggiata coperta” del Bastione di San Remy di Cagliari. Il successo fu enorme per un’artista autodidatta alle sue prime armi, che mostrava già tanta acuta osservazione e nei cui lavori si riconosceva una disinvoltura nel tratteggiare le figure tanto da farlo apparire un artista provetto. Attratto dall’idea di sfruttare il suo talento di disegnatore, gli balenò l’idea di trasferirsi a Torino, dove si raccoglievano i migliori artisti del momento. Nel capoluogo piemontese fu assunto subito quale redattore-capo della più importante rivista umoristico-satirica che si stampasse in Italia in quel primo scorcio di secolo. Nell’agosto dello stesso anno, sul giornale umoristico della città piemontese, usciva la sua prima caricatura umoristico-satirica, preparata in poche ore; essa fu molto apprezzata dalla critica giornalistica e dal pubblico di Torino prima e da quel­la delle altre regioni d’Italia, poi. Era il battesimo, che si rivelò fortunato.

Anche nella capitali straniere giunse la fama del suo nome. Sue vignette apparvero infatti nelle riviste parigine “LE RIRE” e “LA REVUE”. in quella inglese “REVIEU OF REVIFU ILLUSTRATED” e in quella spagnola “CARAS Y CARITAS” (visi e visetti). Abbandonato il giornalismo, per interessamento della scrittrice torinese Carola Prosperi entrò alla “Savoia Film”, nel cui stabilimento fece il revisore di copioni e di films da proiettare, il soggettista, lo scrittore di didascalie, il direttore di scena e il regista. Ebbe modo di cono­scere le sorelle Curtolenti, che gli prepararono il viaggio in Francia. A Parigi incontrò un amico torinese che gli procurò un lavoro in un Istituto di Bellezza, in qualità di pre­paratore di etichette di profumi. Era intanto giunto al successo, dedicandosi esclusivamente alla raffigurazione di eleganze femminili e alla caricatura personale, avendo lasciato quella politica.

Nel 1916, ebbe la possibilità e la fortuna di effettuare, a Genova, una personale, il cui risultato fu felice, tanto che ne parlarono, in modo lusinghiero, i maggiori giornali ge­novesi. Nel novembre del 1918, all’annuncio della vittoria, che poneva fine alla Prima Guerra Mondiale, il pittore cagliaritano, che si trovava a Roma, fu ingaggiato da una nota casa cinematografica romana, in qualità di bozzettista e cartellonista. Produsse così molti cartelloni reclame per affissioni e per i giornali illustrati delle Case Cinematografiche, tra cui il settimanale “CONTROPELO”. Per questo settimanale preparò innumerevoli cartelloni, che poi raccolse in un album pubblicato sotto il titolo “Lo Schermo Cinemato­grafico”, andato disperso, che gli procurò grande successo. Mentre preparava bozzetti per cartelloni reclame, disegnò, nel 1919. anche copertine per cataloghi, brouchures, etichette per il corredo reclamistico dei più svariati prodotti e preparò un romanzo dal titolo vaporosissimo “Divismo”, in cui egli commentò le amenità in cui si era abbattuto girovagando tra le quinte di quella seconda industria nazionale.

Dopo aver soggiornato ancora per poco tempo nella Capitale, dove aveva ottenuto grandi consensi nel mondo della reclamistica e aveva raggiunto notorietà e grande popolarità, soprattutto nel mondo cinematografico, per aver ritratto le più grandi dive del cinema italiano dei primi anni dopo la I Guerra Mondiale, Tarquinio Sini sentì nostalgia della sua terra, così fece ritorno, probabilmente agli inizi del 1924, alla sua Isola. Non era solo la nostalgia a richiamarlo in Sardegna, era anche la ricerca di nuovi spun­ti per la sua arte. Si stabilì a Teulada, dove rimase alcuni anni a lavorare con grande impegno e passione, dandosi alla pittura che gli avrebbe permesso di preparare la sua rentrée nel capo-luogo isolano. Nel 1927, infatti, tenne una personale nella Galleria d’Arte Cau, che aveva aperto i battenti nella Via Manno con mostre di Eugenio Tavolara, Melis Marini e Biasi. La personale del Sini ebbe grande successo tanto che i suoi lavori furono tutti venduti. Per tutto il 1928 il Nostro artista collaborò a “L’Unione Sarda” con articoli di critica corredati da caricature di personaggi del mondo intellettuale, giornalistico, industriale e sportivo. Al periódico cagliaritano inviò servizi su feste tradizionali della Sardegna, a volte accompagnati da versi in sardo, che oggi sono documen­to importante per la nostra lin­guistica.

Nella sua ventennale carriera di caricaturista nella capitale sarda, dal 1923 al 1943, molte le personalità da lui immortalate con un tratto di penna: è uno spaccato della vita cagliaritana del primo dopo guerra e dei primi anni della II Guerra Mondiale. Tra le più interessanti caricature, ricordiamo quelle che ritraggono l’industriale e commerciante Mastino e l’industriale Gianni Balletto, avvocati Gianni Cao di San Marco e Aldo Miglior, e il benemerito sostenitore del Cagliari-Calcio Carletto Costa; gli allenatori e gio­catori del Cagliari Winkler, Crotti, Traverso, Della Ca’, Archibusaci, Fadda, Baccilieri, Grillo, Mestroni, Carmignati, Colombo, Bonello e il presidente; il provveditore alle Opere Pubbliche per la Sardegna; il commendatore De Simone; il letterato Nicola Valle; Mauro Aramu, noto collezionista di oggetti i più disparati; le tre grazie Maria Manovella, Lisetta Racugno e Pupa Zanni; il bel Carlo Costa e il truce Beppe Loi; il dottor Garau; i pittori Felice Melis Marini e Cesare Cabras; il poeta Francesco Zedda, noto Ciro; l’archeologo Antonio Taramelli e il giornalista Vittorio Porcile, noto Armoir; e molti altri. Nicola Valle, che si è molto interessato all’artista cagliaritano sin dal 1926 e gli ha magistralmente allestito due mostre antologiche, ricordandolo sempre nei suoi lavori, ci presenta Sini sotto i molteplici panni di decoratore, illustratore, scrittore e pittore.

Sini collaborò a diversi periodici satirico-umoristici sin dal 1923. Infatti si trovano sue caricature in “Sa Martinica”, in “Camaleonte” e in “Su Bandidori”, senza enumerare quelle che appaiono in diversi numeri de “L’Unione Sarda”, de “II Lunedì dell’Unione” e gli altri giornali. Il 1929 è l’anno del romanzo. In­fatti, dopo il suo debutto come critico d’arte, Sini si da al romanzo e debutta come scrittore. Egli stesso ne annuncia l’uscita in un’intervista concessa al giornalista intellettuale X PL con il titolo “SINI”. All’intervistatore il pittore cagliaritano mostrò le cartelle del suo romanzo, che egli chiama modernissimo, grottesco, iperbolico e sarà utilizzato per uso esterno ad imitazione di tanti altri. Il romanzo, impreziosito da una cinquantina di caricature interessantissime, spiritose e gustosissime, è stato dedicato agli amici artisti cagliaritani Primo Sinopico e a Giovanni Manca, pittori sardi che ave­vano, a parere del Sini, già raggiunto le più alte vette dell’arte, senza l’ausilio del folklore, e servì all’autore per presentare, in chiave umoristica, alcune credenze che tenevano lontani dalla Sardegna i turisti continentali e gli stranieri. Gli albergatori cagliaritani, a detta dello scrittore, organizzavano, per richiamo, rapine e imprese banditesche a danno dei turisti, che si concludevano però pacificamente con la restituzione ai proprietari, da parte dei maitre dell’albergo, della refurtiva. Questa veniva poi consegnata su un vassoio e restituita con un piacevole sorriso. Lo scritto Sini, che ha un fine umoristico, è un documento eccezionale, che serve per una storia del costume, ancora tutta da scrivere, poiché il testo è corredato con disegni di Sardi vestiti nel costume degli degli avi.

Con questo romanzo, che presenta personaggi in costume isolano, messi a confronto con donnine di città, in minigonne, venute dal continente in cerca di una dimensione di segno contadinesco, l’Autore mette in ridicolo lo sfruttamento del folklore, che in quegli anni appare come la manna per richiamare i turisti. Qualche giorno dopo l’uscita del libro, Nicola Valle scriveva che «L’autore si burla spiritosamente dei cercatori arrabbiati di colore locale ed immagina che la scaltrezza di fantastici albergatori ed impresari isolani costituisca a bella posta i pezzi più tradizionalmente folkloristici ed ostinatamente passatisti che fanno la delizia dei forestieri. (…) Le buone villiche ripudiano il patriarcale costume, e sollecitano i cataloghi della RINASCENTE, di Castelnovo, di Mele, di Zingone, e parlano di mode, né più né meno di Luisa Dudovich».

Che il romanzo avesse suscitato interesse, lo dimostra il fatto che il 12 agosto dello stesso anno, nell’articolo di fondo de “II Lunedì dell’Unione” se ne parla allungo. A detta di molti, commenta l’articolista, lo scritto era antifolkloristico. Più avanti il critico faceva notare che «Tarquinio Sini è venuto dalla fucina dei grandi giornali umoristici ed ha riempito delle sue cose, quotidianamente, per anni e anni, giornali e riviste, in Italia e in Inghilterra, in Francia e in Spagna, ed ha continuato per questa via, anche più tardi, lontano dalla carta stampata, ma affinando la propria arte, completandola, sviluppandola, emanandola anche nelle sfumature». Il giornalista terminò facendo notare che l’arte del pittore Sini è in pieno sviluppo, ed ogni tappa segna un superamento; «Così, dall’ingegno e dall’arte di Tarquinio Sini attendiamo ancora altre cose, sicuri che l’attesa non sarà vana».

Negli anni del II Conflitto Mondiale, il Sini collaborò, con caricature politiche, al periódico cagliaritano “II Popolo di Sardegna”, che aveva iniziato le sue pubblicazioni a metà del 1940. I suoi tratti di penna, che riproducevano la lotta soprattutto delle grandi potenze, erano mordaci; ad essi seguivano fra­si umoristiche, che mettevano in evidenza lo scontro tra gli Stati Uniti e la Russia, di cui prevedeva, forse, una amicizia-inimicizia, e alcuni avvenimenti che presentavano mo­menti decisivi nelle azioni belliche.

Contemporaneamente alla collaborazione giornalistica, si dedicava alla pittura con nuove aspirazioni. Il 1942 fu un anno tutto dedicato alle mostre. Interessantissima quella del giugno, che viene ricordata dal giornalista Antonio Pes Ballero con l’articolo “II gaio mondo di Sini”. Egli scrive: «Sini possiede l’invidiabile dote d’imporsi e di affascinare. Non occorre davvero il grande quadro, dove subito risaltano le in­numerevoli qualità dell’artista, la serietà dello studio, la bellezza della creazione; basta una piccola cosa, un angolo, uno squarcio, un appunto, il ricamo qualsiasi di una bisaccia sarda o la svolazzante corta gonna novecentesca, perché chi veramente intende l’arte e l’ama, chi veramente sa e può apprezzare, indugi e s’incentri dinnanzi a Sini pitto­re, dinnanzi alle luci, ai colori, al gaio, luminoso mondo di Sini».

Antonio Ballero aggiunge più avanti che «Intendere Sini della Sardegna folkloristica e strapaesana, dei fichi d’India e delle cuffiette di Desulo, dei neri berretti spioventi e dei piccoli, scuri cavallini, intendere Sini della Sardegna nuova di cui deliziosamente cogliendo le più delicate sfumature caricaturali, ingentilisce ogni rude aspetto, che potrebbe ricordare un passato di abbandono». Nell’aprile dello stesso anno l’artista è a Carbonia per una personale, che riscuote grandi consensi. Ne organizzò altre. Contemporaneamente continuava nel suo attivo lavoro, che ebbe termine soltanto quando arrivò la sua triste fine, il 17 febbraio del 1943. In una giornata quasi primaverile, aerei americani, venuti dall’Africa settentrionale, presero di mira la capitale della Sardegna procurando la morte di qualche decina di cagliaritani. Tra le vittime proprio l’indimenticabile Nostro artista, che trovò la morte nella piazzetta antistante il rifugio antiaereo di Santa Restituta, in via Sant’Efisio, vicino alla sua abitazione. Qui cadde dilaniato da una tremenda esplosione, avvenuta proprio al carcere di Santa Restituta, che fece una terribile strage. Si concludeva a Cagliari la vita artistica di quel grande caricaturista ed umorista sardo, giustamente considerato uno dei migliori esponenti di quel periodo, che con la matita e il pennello aveva reso immortali moltissimi personaggi cagliaritani degli anni Venti e Trenta del nostro secolo.

All’indomani della sciagura, Nicola Valle, sulle colonne de “L’Unio­ne Sarda”, scrisse che è rimasto il rammarico che il suo talento di pittore non sia andato oltre le sue for-tunatissime tempere. «Era proprio un uomo d’altri tempi – aggiunse Valle – di tempi lontani in cui circolavano altra aria e altri criteri, ed erano possibili altri entusiasmi: era un uomo che pareva uscito da un salotto o da una corte del Rinascimento, dove gli artisti venivano onorati e contesi secondo il loro talento». Il 19 febbraio il cronista dello stesso quotidiano, dopo aver scritto che Tarquinio Sini era conosciuto e stimato da tutti i cagliaritani, senza esagerare, osserva che, con la scomparsa del pittore sardo, Caglia­ri ha perso una figura tra le più note e le più care, poiché era un artista nel vero senso della parola, di quei pochi artisti che sapevano intendere nella sua forma più squisita e più sensibile. Il giornalista terminò il suo ricordo affermando che era morto senza aver avuto dall’arte la meritata ricompensa, proprio lui che molto meritava, perché fu sempre, per istinto e per carattere, sin troppo modesto ed appartato. Nel decimo anniversario della morte è sempre Nicola Valle a riproporci la figura del Nostro artista, ne “II Giornale d’Italia”. Il letterato cagliaritano, dopo aver ricordato che fu pittore, caricaturista, illustratore e giornalista, passa in rassegna la sua attività iniziatasi a Torino nei primi anni del secolo e continua a Roma e poi a Cagliari. Qui «fu illustratore, arredatore, cartellonista, caricaturista e dipinse alla tempera alcuni quadri di vita regionali, dei quali, ancora oggi, si può definirne il valore e coglierne meglio lo spiri­to. (…) Sini appare invero un temperamento di eccezionali possibilità: disegnava come un maestro; aveva il senso del comico; la sua satira era intelligente e prontamente comunicativa; possedeva un buon gusto ed un’iniziativa veramente singolare».

Sardegna magazine, agosto 1989

 

UN PERIODO STORICO DELLA SARDEGNA MOLTO LONTANA E POCO NOTA  Documenti inediti della storia di Bonaria

 

Sebbene la storia del Santuario di Bonaria sia stata oggetto di studio da parte di molti autori e sia ormai nota nelle sue linee generali, possiamo tuttavia constatare che non sempre le notizie riportate sono da considerarsi inconfutabili. Numerosi documenti, non ancora debitamente valutati, si trovano conservati in diversi archivi della Spagna e un loro studio darebbe possibilità di apportare nuovi elementi alla storia del Santuario; ciò in considerazione, soprattutto, di situazioni politiche e religiose legate alla storia dei catalani, che presero dimora, dal 1323 al 1327, nel colle che sorgeva ai piedi della città di Cagliari, di cui tuttora sono ben visibili alcuni resti. Grazie a Maria Mercé Costa, che ha rinvenuto dei documenti inediti nell’archivio della corona d’Aragona, in Barcellona, è possibile conoscere alcuni avvenimenti e avere la data esatta della costruzione della chiesa dei Mercedari sul colle di Bonaria. Si tratta di circa 60 documenti che hanno un interesse eccezionale sia per la storia del Santuario, sia perché riguardano un periodo storico della Sardegna molto lontana e poco noto; periodo in cui i catalani-aragonesi cercavano di conquistare l’isola per continuare il loro progetto di espansione nel Mediterraneo centrale.

La Mercé Costa ha raggruppato i documenti, rintracciati in varie località della Spagna e della Francia, in un testo dal titolo. “El Santuario de Santa Maria de Bonaire a la ciutat de Caller” e li fa precedere da una lunga premessa che serve ad illustrare le diverse situazioni politiche, religiose e sociali. Interessano un arco di circa 80 anni e precisamente dal 13.9.1324 al 26.9.1402. E poiché il testo è in catalano, come lo sono i documenti, sarebbe giusto una edizione in italiano per dare la possibilità di lettura ad un vasto pubblico desideroso di una conoscenza più dettagliata della storia cagliaritana di quegli anni. Da uno di questi manoscritti, che trovasi nell’Archivio segreto vaticano, steso dal pontefice Benedetto XII il 17.10.1330 veniamo a sapere che lo stesso pontefice si interessava degli avvenimenti politici della Sardegna e si rivolgeva al vescovo di Santa Giusta, allora sede della diocesi arborense, per avere notizie più precise sulla controversia sorta negli anni precedenti tra l’arcivescovo di Cagliari, Gundisalvo o Gondisalvo Bonihominis (Çapata) (1331-1341) – per altre notizie sul presule cagliaritano si veda Luigi Cherchi, “I vescovi di Cagliari” – e il rettore della Chiesa della Trinità e di Maria Bonaria, Guiso, poiché la Chiesa faceva parte della diocesi cagliaritana.

Per chiudere queste poche notizie, accenno appena ad un altro interessantissimo dato che, peraltro, meriterebbe maggiore spazio. Dai documenti si può rilevare che la Chiesa dei Mercedari di Cagliari era già stata costruita in data 17 settembre 1324, contrariamente a quanto asseriscono gli storici che posticipano la data tra il 1324 e il 1326.

L’Eco di Bonaria, ottobre 1989

 

SPUNTI DI VITA RURALE NELLA SARDEGNA DEL CINQUECENTO

 

“Se non vi piace il lavoro di semina  del  grano  e  dei  legumi, piantate una vigna,  in terreno lontano dalla strada maestra, per non subire danni:  fate che sia ben recintato e vi  sia  un  solo viottolo. Se avete bisogno di soldi, vendete il vino in città, non mostrandovi, però, meschini. Per portare l’acqua a tutte le viti, fate delle canalizzazioni concimate la terra se à sterile”. Questi suggerimenti sono alcuni  dei milleduecento consigli che il poeta algherese Lo Frasso dà ai figli Alfonso e Scipione, nel 1571. Questi consigli, sebbene siano passati più di quattro secoli possono essere tuttora rivolti ai nostri giovani, perché servano loro di incoraggiamento a credere nel lavoro dei campi,  nell’al­levamento, nell’ artigianato e nell’agriturismo.

Per presentare uno spaccato della società agro-pastorale del Cinquecento sardo, di cui si sa poco o nulla, è mia intenzione prendere in esame una cinquantina di versi che il poeta algherese indirizza agli abitanti del mondo rurale. Lo Frasso, nato nella città catalana nella prima metà del Cinquecento, visse a lungo a Barcellona, dove morì certamente alla fine del 1500, e f u, ai suoi tempi, molto noto negli ambienti culturali spagnoli e sardi, soprattutto per ”I dieci libri di Fortuna d’Amore”. Cervantes lo menzione nel “Don Chisciotte della Mancia”. Tre sono le opere di Antonio Lo Frasso, in spagnolo, che videro la  luce a Barcellona, due nel l571, in uno stesso volume, e la terza nei 1573, che ebbe una ristampa nel 1740 a  Londra. Nel primo lavoro, intitolato “La vera storia della gloriosa vittoria di Giovanni d’Austria nella battaglia di Lepanto, documento di notevole importanza storica,  il poeta  ricorda le tappe toccate dall’armata navale cristiana e le fasi dello scontro, del 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto con la squadra navale musulmana! E’ il primo resoconto, in ordine cronologico, che si conosca della grande battaglia del Cinquecento che cambiò le sorti della politica turca in Europa. II poema riporta, con dovizia di particolari quanto avvenne  nello scontro tra cristiani e musulmani.

L’altra opera è “I milleduecento consigli”.  Sono ammaestramenti per meglio comportarsi in caso si intraprenda una qualsiasi  professione: da quella ecclesiastica a quella del pastore,  dell’a­gricoltore, del notaio, dell’artigiano, del commerciante, del medico, dell’intellettuale, del cavaliere, del soldato a piedi, del soldato a cavallo, etc. Di questi consigli ci interessa soprattutto il loro contenuto mo­rale e didattico: infatti i versi del Lo Frasso ci danno la possibilità di conoscere l’animo dei Sardi del secolo XVI. Al poeta della città catalana interessava suggerire all’uomo di ogni tempo i comportamenti da seguire nei confronti del suo simile, quando si sarebbe ritrovato nelle condizioni di lavorare per gli altri. Penso che molti giovani del nostro tempo dovrebbero leggere i milleduecento consigli e poi meditarvi su.  Ma farebbero bene anche “i  grandi” e soprattutto gli amministratori della cosa pubblica a conoscerli e a metterli in pratica.

Tra i consigli che l’algherese dà a coloro che vogliono intraprendere il mestiere di pastore, mi piace ricordare quanto segue: non  pascolare in terreno vietato;  andare a pascolare per monti, selve e spiagge; aver cura delle pecore e degli agnelli, affinché i lupi non ne approfittino per attaccarli; far la capanna per riposarsi in luoghi in cui non darà fastidio a nessuno; andare alla messa  domenicale,  per  non pagare la tassa imposta a coloro che mancano al rito della domenica; tenere sempre il bastone, l’acciarino per il fuoco e la bisaccia ben fornita di pane e raccogliere il latte, il formaggio, la lana e la ricotta nella giusta stagione e nel tempo opportuno.

Se il pastore non vuole vedere diminuire il gregge, gli consiglia di tenervi a guardia i mastini con il collare, di uccidere subito la pecora colpita da una malattia, per non contagiare le altre, di pagare dal proprio gregge l’affitto del pascolo e di dare quanto spetta al canonico e al rettore, anche se gli deve restare poco. Gli fa poi notare che chi inventa malizie, quando veste l’abito di pastore, sarà considerato un borghese e, per allonta­nare le preoccupazioni, gli suggerisce di suonare il flauto, la ribeca – strumento musicale arabo per accompagnare le danze, uso in Sardegna nel Cinquecento – e la lira. Lo invita quindi a lottare, a tirare la stanga e ad indicare il giusto cammino al viandante perdutosi nelle montagne. Nei riguardi del garzone, il poeta consiglia il pastore a non appropriarsi, della sua paga e, prima che inizi il lavoro alle sue dipendenze, gli faccia un contratto e controlli bene quello che fa.

L’algherese presenta poi il mestiere di agricoltore, che è di tre specie: il seminatore, il coltivatore della vigna e l’ortolano. A tutti suggerisce di conoscere bene i propri doveri e di rendersi conto che troveranno ostacoli, ragione per cui devono fare affidamento sulle loro forze fisiche, morali e finanziarie: nel lavoro essi devono impiegare un giogo di buoi e nella semina un ara­tro. Poi li invita ad arare bene la terra e a seminarla, ma non dove è argillosa, né dove è arenosa, bensì dove crescono il len­tischio e certe qualità di fiori. E se, dopo aver seminato, do­vesse piovere, li esorta ad aver pazienza e a tagliare le erbe e le graminacee che crescono in mezzo al grano e poi, se al tempo del raccolto la spiga sarà bella piena, li avverte di ringraziare il Creatore.

Dopo aver provveduto a falciare il grano e a trebbiarlo e dopo aver cernito la paglia, lo scrittore consiglia l’agricoltore a portare a casa il grano, mettendolo nei silos, affinché possa dare buoni guadagni. Poi lo invita a pagare la decima alla chiesa, dalla quale otterrà benefici; a vendere il grano a prezzo consigliato dall’amministrazione e, se non potrà venderlo, quantunque sia stata una buona annata, suggerisce di non disperarsi e, se grano si guasterà, di non cercare altri rimedi e di darlo ai po­veri.  Quindi, consiglia  di spalarlo tutti i giorni, di non lasciarlo chiuso nei silos umidi, di non seminarlo nei giorni piovosi, perché il lavoro pulito dà buoni frutti. Passa poi a suggerire di dare tre mani alla terra, ma che dopo essere stata ben lavorata, non deve essere però appesantita con altro lavoro. Per il vignaiolo, scrive che deve piantare la vigna in un terreno lontano dalla strada principale, affinché non venga calpestato da estranei, e che deve controllare che il terreno sia ben livellato, lasciando un viottolo per il guardiano. Dopo di ciò potrà  provvedere  a scalzare la vigna e a innestare, lavori che debbono essere eseguiti sempre in autunno e in inverno, perché un vigneto ha bisogno di cura continua. Suggerisce allora di stare attenti a non lasciare entrare animali nocivi, poiché farebbero un danno enorme; e se ne entrassero,  di dare loro delle randellate. Consiglia di porvi un quadrato di alberi da frutta,  uno di arance e gli altri di diversa qualità, ponendovi all’interno delle rose.

Al tempo della vendemmia devono preparare le bottiglie, poi si porrà il mosto nei tini, senza però mischiarvi dell’acqua. Esorta poi a stappare le botti nel giorno di  santo Stefano e ad assaggiare il vino per controllare se è pronto per bere e se è di ottima qualità. Anche al seminatore e al vignaiolo consiglia i regali e la paga della decima al prelato e, qualora avessero bisogno di soldi, suggerisce loro di vendere il vino in città; li esorta anche a non mostrarsi meschini, se venisse loro tolta la licenza di ven­dita per far sì che il vino duri, il poeta è dell’avviso che bisogna accontentare il compratore, non frodandolo però, e che nel vendere il vino in grosse quantità, non vengano accecati, la cupidigia. Cosi, per vendere il vecchio, lasciando da parte il nuovo, non occorre desiderare la siccità e, qualora il vino si guastasse, consiglia di venderlo come aceto, e se anche in questo caso non andase bene, perché il vino mantiene un cattivo odore, esorta di buttarlo.

Per ultimo, troviamo gli insegnamenti all’ortolano, al quale coniglia di porre l’orto accanto al ruscello, in  pianura, perché con  minima spesa darà buoni frutti e buon guadagno.  Per portare l’acqua a tutte le piantina, suggerisce di fare canali e, se la terra  fosse magra, di concimarla e di fare un pozzo in un punto alto, tale da potersi servire dell’acqua corrente.  Vi metterà il bindolo e il secchiello, per irrigare bene tutto il campo, come se ci fosse un canale. All’agricoltore consiglia ancora di irrigare le erbe con l’acqua salmastra e di dare acqua, abbondante al cardo,  al melone e al cetriolo e di  portare ogni giorno la verdura al mercato,  per ricavarne un ducato da un soldo, cercando però di non essere avido con quanto il Signore Iddio gli avrà accordato e così aumenterà il capitale. Termina ricordando che gli agricoltori portano  abiti di vivaci colori e, come abito da  festa, usano il mantello e il saio nero senza guarnizioni e calzoni a mezza calza e, come abito da lavo­ro, un abito grigio scuro.

Sardegna magazine, ottobre 1989 e Sanluri notizie, 30 settembre 1989

 

NOTE SULLA NOBILTÀ SARDA NEL SEICENTO

 

La classe nobiliare cagliaritana, per tutto il seicento, fu una delle componenti più importanti della vita quotidiana della società cittadina. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari; contribuì a decidere i mutamenti nella vita economico-sociale, sia a suo vantaggio, sia a vantaggio delle altre componenti sociali; fu in lotta continua con il potere viceregio e si scontrò con il potere sovrano, per potergli strappare privilegi che servissero a darle una posizione politica superiore; fu quella classe che cercò di occupare posti eminenti nelle cariche militari e governative, non- solo nell’isola, ma anche nella terraferma spagnola; fu infine quella classe che vide cadere sotto la scure del boia viceregio, durante la repressione governativa, dopo l’uccisione del viceré Camarassa, molte teste dei suoi uomini di primo piano.

Quattro erano le possibilità riservate ai figli dei nobili, per poter raggiungere un posto eminente nella scala aristocratica del tempo: la vita militare, la vita ecclesiastica o monacale, la carriera giudiziaria o forense e la carriera dell’impiego pubblico, con l’esclusione dalle cariche civiche. Le possibilità per le patrizie erano tre: sposarsi e divenire le consorti fortunate dei nobili; entrare in un monastero e condurre una vita claustrale; divenire dame di Corte. Ai nobili erano riservati i posti più elevati nella gerarchia militare e in quella governativa, sia nel regno di Sardegna, che in quelli della terraferma, soprattutto nella seconda metà del secolo. Essi facevano vita di Corte, avevano incarichi nelle diverse strutture governative, alcuni venivano nominati cavallerizzi regi, altri alabardieri, portolani, capitani delle torri, altri ancora governatori.

In seno alla nobiltà cagliaritana si era venuta a formare una vera e propria graduatoria di valori: in testa stava la nobiltà di sangue, che manteneva un certo distacco da quella di privilegio. Si aggiungeva a questa seconda categoria la nobiltà di toga, costituita, per lo più, da cadetti, che non disdegnavano la carriera nella magistratura. Venivano poi i nobili decaduti, che erano costretti a stare al servizio di altri nobili, al fine dì mantenersi nella classe aristocratica. Nel seicento, infine, facevano parte della classe patrizia anche quei mercanti e professionisti che, attraverso servigi e favori erano riusciti a comprare prima il titolo di cavalieri e poi quello di nobiltà. Non tutti i nobili partecipavano ai lavori parlamentari, ma solo quelli che avevano ricevuto l’autorizzazione ad esercitare l’ufficio, dopo un periodo di tirocinio. Il braccio aristocratico, che prendeva nome di braccio militare, si riuniva anche al di fuori dei lavori parlamentari, quando la sezione parlamentare era chiusa, per discutere e preparare le diverse richieste da portare poi nel consenso parlamentare. I nobili vivevano soltanto nella parte alta della città, il castello, in abitazioni che, durante il Seicento,  furono internamente ristrutturate e ampliate. Nelle facciate delle abitazioni ponevano gli stemmi del casato, alcuni dei quali tuttora visibili nelle strade del Castello.

Le patrizie, alle quali era lasciato il gusto dell’arredamento della casa, curavano con grande amore tutto l’aspetto interno dell’abitazione e abbellivano le camere con quadri, arazzi, tappeti, vasi, cuscini, candelabri e soprammobili di grande valore. Esse avevano alle dipendenze una servitù molto preparata, di cui si servivano anche quando uscivano per fare acquisti, o quando andava­no, alla sera, a fare visita a parenti, o a conoscenti, per passare alcune ore in conversazioni salottiere, o in trattenimenti per le feste familiari. Molte famiglie nobili avevano in casa anche un altarino, davanti al quale si riunivano per pregare, essendo molto religiose, o per varie ricorrenze familiari, come nascite e matrimoni; possedevano anche una cappella di famiglia nelle chiese conventuali, che si trovavano fuori del Castello, in cui riponevano i loro estinti. Il ceto nobiliare non era costituito in un tutto unitario come nei secoli precedenti, bensi formava una classe composita, divisa in gerarchie rigorosamente osservate: al vertice, l’oligarchia dei grandi signori dell’alta nobiltà, che davano il tono della vita di società nella capitale o nel villaggio in cui dimoravano, e una miriade di nobili di grado inferiore che parteggiava per l’una o per l’alta fazione nobiliare. Nei loro feudi i nobili esercitavano diritti feudali con pienezza di poteri che l’assolutismo regio non era riuscito a logorare.

Anzi, l’investitura reale aveva conferito loro un potere virtualmente sovrano: erano i tutori della giustizia e dell’ordine pubblico, venivano processati, per i loro reati, non dalla massima autorità giudiziaria, ma da un foro, composto dai loro stessi pari; imponevano tributi; disponevano a loro arbitrio delle braccia della loro servitù e conservavano tutti i loro antichi diritti.

L’amministrazione dei beni veniva a volte affidata ad agenti o ad affittuari che liberavano il nobile proprietario da ogni preoccupazione, con il versamento di una gabella annua; questi nobili prendevano in appalto le diverse proprietà del sovrano: saline, tonnare, peschiere, ecc. Possedevano cavalli, carrozze, portantine, vestivano alla moda spagnola con abiti eleganti e sfarzosi; passavano a cavallo nelle strade cittadine, mettendosi in mostra e, nelle manifestazioni, erano sempre eleganti. Avevano alla loro dipendenza palafrenieri, stallieri, cocchieri e portantini. Tra gli svaghi della nobiltà vi era la caccia; seguivano la passione per l’arte del cavalcare, l’addestramento militare di equitazione e le lezioni di scherma per mantenersi in esercizio continuo, dato che i duelli erano molto frequenti. Si duellava nelle stradette, nelle piazze e negli spiazzi, poco fuori le mura, non solo la notte, ma anche alla luce del giorno. A tale vana esibizione di valentia si opponevano i bandi del viceré che comminavano l’allontanamento dal centro e perfino la morte ai duellanti. Venivano poi il gioco delle carte, quello degli scacchi e delle canne simile al lancio de! giavellotto. C’era chi si preparava per i tornei, che erano molto frequenti, in occasione di feste per nascite reali, matrimoni, vittorie nelle guerre e per la festa annuale di S. Saturno, patrono della città e, in particolare, dei nobili. C’era chi si dilettava di musica, di arte e di poesia, e chi, soprattutto di notte, preferiva girare per le strade cittadine, accompagnato da musici, per fare serenate, sotto le finestre, alle belle dame. Vi erano quelli che si dilettavano di letture; altri si riunivano abitualmente nei loro salotti e queste riunioni venivano chiamate accademie, come si legge nel romanziere cagliaritano del Seicento Giuseppe Zatrilla, ed erano simili a quelle che tenevano già da parecchio tempo in diverse parti d’Euro­pa, in cui si declamavano poesie, si parlava di astronomia, di astrologia e di alchimia; si rappresentavano commediole e piccole accademie. Vi erano dame che in tali riunioni si esibivano in concerti strumentali e in canti. Non c’era nobile cagliaritano che non appartenesse ad uno dei quattro ordini cavallereschi spagnoli: da quello di Santiago, certamente il più antico, il più nobile e il più potente, a quello di Calatrava; da quello di Alcantara a quello di Montresta. Condizioni generali per essere ammesso a far parte di uno degli ordini erano la legittimità, la purezza del sangue e la nobiltà del lignaggio. Nelle cerimonie i cavalieri cagliaritani vestivano l’abito dell’ordine, che era coperto interamente da un lungo mantello, nel quale era ricamato lo stemma dell’Ordine cavalleresco a cui il nobile apparteneva. Sia nelle cerimonie che nelle processioni, gli Ordini occupavano un posto ben preciso.

Sardegna Magazine, dicembre 1989 e Sanluri notizie, 31 ottobre 1989

 

CAGLIARI IN UNA RELAZIONE FRANCESE

 

Oltre trent’anni fa in “Nuovo Bol­lettino Bibliografico Sardo e Archivio tradizioni Popolari” (A.III, Io sem.1957, nn.13-24), periódico fondato e diretto da Giuseppe Della Maria, veniva pubblicata una re­lazione storico-geografica sulla Sardegna, datata 1746. Il professor Polidoro Benveduti, allora direttore della Biblioteca Universitaria di Cagliari, aveva accolto l’invito che l’emerito studioso cagliarita­no Pietro Leo aveva fatto, con un suo articolo apparso nel primo numero del periódico citato, nel 1955, provvedendo alla pubblicazione. A detta del Leo, la relazione doveva ascriversi al conte di Viry, intendente generale in Sardegna nell’anno in cui il rapporto veniva steso. Scopo del lavoro, che non è il primo, come asserisce Pietro Leo nella premessa al testo curato dal Benveduti, era quello di portare a conoscenza del sovrano di Savoia la situazione finanziaria dell’isola che, secondo il Viry, versava in condizioni piuttosto difficili. Il memoriale, che porta il titolo “Rèlation historique, et gèographique du Roiaume de Sardaigne et des principales iles  y adiacentes, faite à la fin de l’annèe mille-sept-cent-quarante-six”, è molto lungo; in esso v;i sono alcune pagine dedicate alla capitale isolana, con una molteplicità di considerazioni e di osservazioni, che ritengo siano utili per la conoscenza di un periodo ancora buio della storia cagliaritana.

Dopo aver, in grandi linee, presen­tato le vicende della Sardegna, soffermandosi principalmente sul periodo giudicale arborense e pochissimo su quello catalano-aragonese, il funzionario piemontese accenna alla tran­quillità raggiunta nel regno tra il 1479 e il 1708. Continua col presentare, in poche righe, i fatti del 1717, quando il marchese di Leida, sbarcato nelle vicinanze di Quartu S.Elena, con un contingente spagnolo di 9000 uomini, riconquistò la città e poi l’isola, ponendo fine al breve periodo della dominazione austriaca. Dopo aver detto che le feste nell’isola si celebrano con regolarità e con grande devozione e che la nobiltà è molto agiata, per avere rendite considerevoli, il funzionario mette in evidenza le buone condizioni dell’alto clero, che possiede molti redditi; per il basso clero delle città scrive che ama le passeggiate e le conversazioni ed è sempre circondato da una numerosa famiglia di ragazze e di bambini, figli di parenti, che essi nutrono a loro spese.

L’autore passa poi ad elencare gli incarichi governativi e quelli amministrativi ed ecclesiastici e, a riguardo del donativo, al quale contribuiscono tutti i nobili in misura del loro reddito, asserisce che nel 1745 esso era stato concordato in 45000 scudi con un termine minimo di due anni. Ciò contrasta con quelle che erano le somme nel periodo precedente e so­prattutto nel 1699, che era stato fis­sato in 60000 scudi sardi, con una dilazione di parecchi anni. L’intendente Viry dedica molte righe alla situazione dell’Isola al mo­mento del passaggio al duca di Sa­voia, Vittorio Amedeo, e parla in particolare dello stato delle finanze. Fa riferimento quindi alle 84 torri litora­nee, con tre o quattro soldati ciascu­na, un alcaide, un cannoniere e pez­zi di cannone in cattive condizioni. Le torri erano state, in seguito, ridotte a 65, con 45 alcaidi, una trentina di cannoni, 185 soldati pagati dall’am­ministrazione regia, dalle tonnare e dai baroni.

Passando quindi a parlare del capoluogo sardo, il funzionario governativo dice che Cagliari, con un bellissimo golfo, uno dei migliori e dei più grandi del Mediterraneo, è la sede del viceré, della Reale Udienza, di un arcivescovo e di un notabile capitolo, ed il Castello, – aggiunge -, sede anche della nobiltà, è fortificato naturalmente e artificialmente. Le case, mal costruite su strade mal lastricate, non hanno acqua potabile, che viene presa dalle cisterne. Accan­to alla torre di San Pancrazio vi è un pozzo, da cui si tira l’acqua per mezzo di una ruota, fatta girare da un cavallo. Il pozzo è a prova di bomba, e la municipalità provvede a farla funzionare perché riguarda l’interesse pubblico, ma anche perché essa ne trae il prodotto per la vendita.

Il quartiere della Marina, situato sotto la collina, verso il mare, è circondato da mura semplici, con dei bastioni in cattive condizioni e con un largo fossato, poco profondo. Chi viene dal porto, vi entra a piedi; è quasi senza artiglieria, giacché non vi sono che sette o otto pezzi nel bastione del molo e della darsena. Questa è in ottimo stato; occorre, però, continuare le riparazioni, già iniziate dal Comune. Ad Oriente del Castello, si trova il sobborgo di Villanova, mezzo diroccato, e, ad occidente, quello di Stampace, in condizioni migliori; in esso si trova la maggior parte dei magazzini per le granaglie; all’ingresso vi è la piazza del mercato, in cui alcuni commercianti non possono vendere all’ingrosso fino alle dieci, come detta la prammatica, per dare tempo al pubblico di rifornirsi del necessario: legge che non è del resto ben sovente osservata, se non da coloro che non sanno meritarsi la protezione del mostassen, cioè del tenente di polizia. Cagliari ha circa 17000 abitanti, di cui 1287 sono ecclesiastici, compresi i religiosi e le religiose, e 2000 sono studenti e servi, la specie peggiore del Regno, che l’intendente definisce come una peste.

Gli studenti (i ben noti majolus) sono figli di paesani; i padri, volendone fare degli ecclesiastici, poiché non hanno di che allevarli, li mettono al servizio dei borghesi, di procuratori e di notai e di altri che sono più miserabili di loro. Il loro compito è quello di andare alla piazza per acquistare le provviste per la giornata; poi vanno in collegio, servono a tavola e portano le torce, la sera, per illuminare la strada ai loro padroni. I servi sono della stessa stoffa. I genitori, o dal loro fondo, o a prestito, ai figli servi comprano un abito dai rigattieri e una spada con l’elsa d’ottone. I compiti sono quelli di camminare davanti alle loro dame, con la spada al fianco e il cappello sotto il braccio, di porgere l’acqua benedetta all’entrare in chiesa, e di portare i loro messaggi per la città. Dopo queste funzioni straordinarie, vanno al collegio a studiare; alcuni alunni e ecclesiastici o di secolari, ottenendone la protezione. Altri ne divengono maggiordomi, segretari e istitutori.

È la semente da cui escono valenti ecclesiastici e monaci; al contrario, altri, trovandosi in disagio in città, ritornano nei villaggi; ma non possono vivere a loro agio a causa della povertà, né trovano lavoro, poiché sono abituati ad una vita oziosa; si dan­no ai furti e agli assassini, una delle risorse principali di questa quantità prodigiosa di ladri di cui è pieno il regno. In altri tempi vi era la consuetudine – e si conserva ancora in Spagna – che soltanto le dame avessero i servi. La vana gloria però si è moltiplicata a tal punto che si vedono spesso i miserabili che non hanno neppure il pane per sfamare i loro figli, preceduti da questa gente inutile; appare perciò necessario bandirli da tutte le città del regno e non tollerarli, se non al servizio delle dame di nobile na­scita; presto così si ripopolerà la campagna e si purgherà la chiesa da una infinità di cattivi soggetti.

Il palazzo, in cui abita il viceré, è in buone condizioni di abitabilità; in esso vi sono anche le sale per le sedute della Reale Udienza e del Tribunale del Patrimonio, gli appartamenti per gli archivi, per le segreterie della Capitaneria Generale, per il viceré, per il Patrimonio e per l’Intendenza. Vi sono pure la Tesoreria e gli uffici dell’amministrazione, in cui si riuni­scono i deputati. L’impiego brillante e importante del viceré è occupato dal marchese Carrette di San Giulie (1745-1748), il cui segretario è l’avvocato Cacciardi. Il commendatore Curriane è il Generale delle Armi e Governatore di Cagliari e Sauzet è il Maggiore della città; la guarnigione presente a Cagliari è composta da due battaglioni, da alcune compagnie e anche da un battaglione di disertori graziati, da uno di dragoni e da una parte di quello dei cannonieri. Benché il viceré sia il capo della Reale Udienza, egli non partecipa ai lavori, se non in casi straordinari. Il Reggente della Cancelleria, sia della sala civile, sia di quella criminale, conte Castellamont Lezzolo, sta in una delle due; partecipa sempre, secondo l’usanza, alle regalie. La Camera Civile è composta dai sardi Ignazio Palliacelo, Francesco Saltuccio, Francesco Cadello e dal conte Cordara di Monferrato; quella criminale dai sardi Alfonso Delvecchio, che ormai molto anziano, non partecipa più alle sedute, da Pietro Maria Lai, Giuseppe Escardaccio, An­drea Pilo Pilo e dall’avvocato fiscale, conte Vescolati di Novara. I giudici della criminale, in numero di due per Capo, non sono pagati dall’amministrazione, bensì dalle città di Cagliari e Sassari. Il capo del Tribunale del Patrimonio, che è anche Conservatore generale dell’Insinuazione, è l’Intendente Generale conte di Viry, il cui vice è Antonio Cao.L’avvocato fiscale patrimoniale, Giuseppe Cadello, ha voce deliberativa, come nella camera civile della Reale Udienza. Non si può decidere alcun caso che interessi il patrimonio e le finanze, senza che vi abbia parte cipato e posto il suo visto. In caso di assenza legittima, lo rappresenta l’avvocato fiscale regio.

Dopo aver elencato le altre cariche giudiziarie, il relatore passa a parlare della magistratura civica, composta da cinque consiglieri, o giurati, che governano e amministrano i beni della città, alle dipendenze del viceré. I loro nomi sono estratti da cinque diverse borse, e formano il Consiglio Generale della Municipalità. Essi hanno cinque assistenti, scelti dagli stessi giurati, dopo l’estrazione dalle cinque borse, (corrispondenti alle cinque classi cui appartengono i cittadini). I giurati convocano la Giunta dei Quindici, eletta allo stesso modo. La seconda e la terza classe sono composte da avvocati e medici. Dalle stesse borse si estraggono i nomi dei clavari della Frumentaria, dei custodi del ritiro degli starelli di grano, che la città ammassa tutti gli anni. La quarta e la quinta borsa sono riempite con i nomi di procuratori, notai e uno o due farmacisti, mentre la prima è solitamente occupata da persone un po’ più agiate; spesso, di quelle persone che hanno acquistato esperienza in altri impieghi cittadini. Le altre borse vengono riempite con gente non nobile e senza beni; l’unico loro merito è di essere stati, qualche volta, servi o domestici di qualche nobile ecclesiastico.

Sarebbe giusto, osserva il funzionario, modificare questa situazione cittadina e ammettere solo coloro che hanno almeno duemila scudi di beni o di fondi, tanto da rendere il consi­glio della città responsabile delle cattive deliberazioni, o del cattivo impiego delle rendite della città, impegnando le famiglie Massa, Belgrano, Marastaldo, Alezani e Tuffani e i negozianti più ricchi della città e i più esperti degli affari. I giurati, considerati in sommo gra­do, hanno 500 lire sarde d’onorario, oltre ai proventi e a un paggio al loro servizio. I meglio pagati sono il mostassen, il capitano del porto e il clavario della Frumentaria. Il primo, scelto dal viceré su tre sorteggiati e proposti dalla municipalità, ha un vice e uno o due guardie; visita, dal mattino fino alla sera, i mercati, per esigere dagli ambulanti un tanto per quintale di carbone, cavoli, patate e altri tributi di uguale genere; egli guadagna, all’anno, tremila lire. Deve vegliare che i commercianti non vendano granaglie all’ingrosso prima delle dieci e ciò non capita spesso, poiché egli non ha riguardo per nessuno. Assieme con colui che ha l’incarico di controllo, fa la visita dei paesi di tutti i negozi, poiché bisogna segnarli in pani.

Con un guadagno fino a 2000 lire all’anno, il capitano del porto, che ha un vice, veglia affinché il buon ordine regni tra i vari vascelli, e controlla il fondo del mare, gettandovi la zavorra negli ormeggi. Allorquando si dà l’ingresso ai bastimenti in quarantena, il vice ha il dovere del controllo, poiché gli devono essere presentati la patente o il passaporto di sanità. A riguardo del capitano del porto, il funzionario piemontese osserva che tale impiego dovrebbe essere assegnato a qualche ufficiale di Marina, poiché sarebbero facilitati i commerci. Precedentemente il sovrano aveva assegnato l’ufficio a Efisio Soler, che lo tenne sino alla morte, avvenuta durante il periodo viceregio del marchese De Costance (1727-1731); poi fu deciso di estrarre a sorte il no­minativo, disposizione approvata dal sovrano. Il Soler, eletto dapprima dalla magistratura civica, in seguito, fu patentato a vita.

Il terzo impiego, che rende 2500 lire l’anno, è quello di Clavario della Frumentaria, o custode dei 28500 sta­relli di grano che la città immagazzi­na da più di un secolo, in virtù di una concessione dei sovrani spagnoli. Questa concessione fu regolata nel parlamento tenuto dal conte di Elda, nel 1603, quando la città domandò un aumento di 6000 starelli di grano in franchigia, dicendo che ne aveva solo 22500. Su questo fatto intervenne una lettera di Filippo II del 3 settembre l604, con la quale il sovrano accordava un aumento alla città, tale da raggiungere i 28500 starelli. Questa norma ha funzionato per lungo tempo facendo entrare, nelle case regie, 21 soldi per starello; questo fu stabilito sotto il governo del viceré marchese di Rivarolo (1735-1738). In seguito, la norma fu regolata con una lettera del sovrano che concedeva che il grano esportato dai paesi pagasse 6 soldi a starello, come in pratica accadeva nell’anno in cui il funzionario regio aveva steso il rapporto. Tutti gli impieghi vengono rinnovati annualmente. Alcuni mediante sorteggio, talvolta in presenza del vi­ceré, altri a sua scelta, dopo l’estrazione di nominativi dalle borse, riempite personalmente dal viceré. Ciò riguarda le diverse classi dei soggetti che formano il Consiglio della Città.

Le entrate della Frumentaria, inserite nel bilancio della città, servono per pagare, in franchigia di dogana, il viceré, i cinque giurati, i due giudici della sala criminale, i cancellieri, i cinque paggi della città, gli assessori, gli avvocati, i revisori dei conti, i notai, i sindaci, i due vicesegretari del cancelliere, il curatore delle macellerie, l’avvocato e il procuratore dei creditori, l’obriere, l’ispezionatore delle strade, il Padre e il Vicepadre degli orfani, il capitano d’artiglieria, il capitano del porto, lo spazzino del Castello e quelli dei tre quartieri, il custode dell’abbeveratoio e quello della fontana di S. Pancrazio, i carrettieri della spazzatura del Castello, i maestri delle grandi opere, l’orologiaio, il distributore del sale, l’ospedale (con la grande somma di 4755 lire), e i musici della cattedrale.

Tra gli stipendiati vi sono anche i gesuiti universitari, i padri delle Scuole Pie, i domenicani, i professori, i bidelli e il tesoriere; vengono dati soldi anche per la cera della Cattedrale e della Candelora, per le feste di S. Francesco di Paola, S. Giovanni di Dio, S. Giuseppe, S. Lucifero, l’Assunta, la Vergine del Rimedio, l’Angelo Custode, San Saturnino, Santa Cecilia, Sant’Andrea, San Diego e San Luigi Conzaga. Anche i Domenicani, gli Osservanti, i Benedettini e i Conventuali ricevono soldi per le messe; la Municipalità paga per il cero della sua cappella e rimborsa moltissimi altri enti e persone, per un importo totale di 55.516 lire sarde.

Sull’Università il relatore ci fa sapere che, quando fu realizzata la fonda­zione, nel 1626, la spesa di 2000 ducati l’anno si sarebbe dovuta dividere tra i tre bracci. Gli Stamenti Militare ed Ecclesiastico hanno trovato però il modo di non pagare e la spesa è rimasta sempre a carico dell’amministrazione civica. II luogo delle lezioni, essendovi nell’edificio acquartierata la truppa, è nell’episcopio, e gli organi dell’Università sono il cancelliere, nella persona dell’arcivescovo, il rettore, un preside, due professori per il diritto civile, due per quello canonico, altri due per l’istituzionale, due per la medicina, due per la filosofia aristotelica e infine un bidello. I professori non danno lezioni private, ma coloro che vogliono diventare dottori, lavorano negli studi dei professori e dei dottori collegiati dell’Università. Agli studenti, che pagano l’iscrizione, si richiedono pochi soldi: per il corso di laurea in diritto civile e canonico lire 200, per la reologia 100, per la medicina e per maestro d’arte lire 150.

In relatore passa poi a parlare della nobiltà e delle principali famiglie di Cagliari e per ognuna riporta il reddito annuale. Del nobile Bernardino Genoves, duca di San Pietro, dice che è prima voce dello Stamento Militare, con il titolo di marchese di Vallermosa e di .Santa Croce; si è obbligato a fondare un villaggio nel luogo di Kuracraba, in territorio di Oristano; poiché è colonnello del reggimento di Sardegna, ha dovuto lasciare lasciare il posto di prima voce a Dalmas San Just, marchese di Laconi: non poteva tenere due incarichi! Ha avuto un figlio da Agostina De Roma di Oristano, ed ha una rendita di 23000 lire, la cui maggior parte è prodotta dalla tonnara di Portoscuso. Malgrado questa grossa rendita, il casato è sempre senza soldi.

Dopo aver parlato dei redditi di tutte le altre casate, il Viry passa ad elencare quella dei maggiori negozianti; chiude questa parte con i componenti della diocesi di Cagliari dando minimi particolari tanto da far capire che il rapporto serviva per dare una conoscenza dettagliata e minuziosa dei fondi e per controllare la somma del donativo che negli anni passati era stai riscossa malamente. Dalle pagine della relazione si conosce che a Cagliari vi erano 21 conventi di religiosi e cinque di religiose con un totale di 804 soggetti e con un reddito annuale di 137.774 lire. I conventi dei Gesuiti erano quattro: due in Castello, di cui uno sotto il nome di Santa Croce, con 56 religiosi, era un collegio dove si conseguivano gli studi alti e bassi; l’altro, il seminario, accanto alla prigione, era rifugio dei prigionieri evasi, con 8 religiosi e 2500 di rendita annua. Il terzo, la casa professa, nel sobborgo della Marina, con dodici religiosi e 3000 lire di rendita. Il quarto Stampate, sotto il titolo di San Michele; era il Noviziato, con 50 religiosi e 7000 di reddito.

I padri delle Scuole Pie avevano due conventi: uno di Castello, di San Giuseppe, con collegio per gli studi primati e secondari, composto da 45 religiosi e con 450 lire di reddito. L’altro, in Stampace, nell’Annunziata, era 11 noviziato con 20 religiosi che rendeva 26500 all’anno. Seguono i Padri Convctuali di S. Francesco che hanno anche un convento sotto il nome di S. Antonio. Essi hanno 500 lire di rendita e sono 40. I Carmelitani hanno un convento in Stampace, con 2600 lire di rendita e 60 religiosi. I Cappuccini hanno due conventi: uno fuori delle mura, nel costone di Buon Cammino, con 80 religiosi e l’altro in Villanova, con 50 religiosi. Gli Agostiniani ne hanno due: il primo nell’antico convento situato nel cenobio, con 3 religiosi, che pretendono di avere il corpo di S. Ago­stino; l’altro, nella Marina, fondazione reale, con 43 religiosi e 2000 di rendita. I Minimi nella Marina, 1500 lire di rendita e 35 religiosi; i Domenicani hanno due conventi, entrambi nel sobborgo di Villanova; il primo con 45 religiosi e 3000 lire di rendita annuale; l’altro, chiamato di S. Lucifero, che ha 20 religiosi, con 2750 di rendita, a carico della città per contributo agli scolari che non avevano scuole di filosofia e di teologia. Gli Osservanti hanno due conventi: uno di 5 religiosi, in Villanova, sotto il nome di S. Maurizio; l’altro nella Marina, sotto il nome di Gesù, o di Santa Rosalia, con 80 religiosi, la cui chiesa non è ancora completata, sebbene abbia più di 500000 lire.

Un convento dei Trinitari è in Villanova, con 25 religiosi e 1000 lire di rendita; un altro, dei Mercedari, sotto il nome della Redenzione, sta fuori del sobborgo di Villanova, detto della Madonna di Bonaria, con 60 religiosi e 8000 lire di rendita. Infine vi è il convento dei padri di S. Giovanni di Dio, con 25 religiosi che occupano l’ospedale di Sant’Antonio, nel quartiere della Marina, con 4500 di rendita annua. I conventi dì religiose, tre dei quali in Castello, sono cinque. Quello di S. Lucia, dell’ordine di S. Francesco, ha 4500 lire e 92 religiose. Un secondo convento, della Concezione (oggi della Purissima), dello stesso ordine, ha 2500 di rendita e 75 monache. Un altro di Santa Caterina da Siena, dell’ordine di S. Domenico, 2500 di rendita e 40 religiose. Un convento, nella Marina, delle Cappuccine, con 30 religiose. La costruzione di questo convento, che non è lontano dalla palizzata, non è ancora terminata. Il quinto, di Santa Chiara, dell’Ordine delle Francescane, si trova in Stampace, all’incirca attorno ai baluardi, con 50 religiose e 2500 di rendita.

Da quanto sopra, si può concludere dicendo che dalla relazione del funzionario piemontese si ricavano molte notizie interessanti sulla vita economico-sociale e culturale della Cagliari del primo Settecento.

Sardegna magazine, febbraio 1990

 

I TIPOGRAFI DI UNA CAGLIARI SCOMPARSA – L’EDITORIA CAGLIARITANA NEL SECOLO XVII

 

La storia dell’editoria cagliaritana in epoca spagnola è stata oggetto di studio solo per il Cinquecento. Manca quindi uno studio sul Seicento editoriale. Nel capoluogo isolano il progressivo sviluppo dell’arte tipografica ed editoriale, grazie all’attività di ben tre tipografie, durante la seconda metà del Seicento, dimostra che le attività culturali e librarie avevano raggiunto un’importanza straordinaria. Nella seconda metà del ’600 furono parecchie le biblioteche esistenti a Cagliari, dovute soprattutto ad alcuni nobili e a chierici letterati.

Il primo tipografo del secolo XVII è stato Michele Saba, un napoletano giunto a Cagliari alla fine del Cinquecento, con una profonda esperienza tipografica acquisita in molti anni di lavoro nelle tipografie napoletane. Nell’arco della sua venticinquennale attività, diede alle stampe una ventina di opere, quasi tutte di carattere religioso e giuridico, manuali di devozione, raccolte di sermoni spirituali e diverse cause giudiziarie, tutte da studiare. Sono pochissimi i testi scolastici, o universitari, poiché non esiste ancora uno Studio generale. Dì libri, certamente ne arrivarono a Cagliari, in particolare dalla Spagna, poiché o libri erano esentasse. Durante la prima parte del ’600 erano parecchi i librai che vendevano e prestavano libri in lettura. I librai venivano soprattutto dal Napoletano, ma anche dalla Catalogna. Essi provvedevano a rifornire il mercato cagliaritano di opere, non solo di au­tori stranieri, ma anche di autori cagliaritani che stampavano i loro scritti fuori dell’isola.

Durante il secondo periodo del secolo in questione, a Cagliari ci furono anche diverse biblioteche non private, cioè destinate all’uso di più persone e di gruppo. Molti libri della biblioteca dell’arcivescovo di Cagliari Parragues e di quella del vescovo Canelles, l’introduttore della stampa in Sardegna, passarono alla libreria del Rossellò. Questi aveva provveduto alla raccolta anche di numerosi testi stampati nell’isola e fuori, che passò alla sua morte ai Padri Gesuiti di Cagliari. L’attività editoriale del cagliaritano Antonio Galcerin, che faceva parte del primo corpo docente universitario di Cagliari, è stata più lunga di quella del Saba, poiché ebbe inizio nel 1624, con la stampa della prima opera del cappuccino cagliaritano Esquirro, poco conosciuta. Dopo ben quarant’anni di intenso lavoro editoriale, termina l’attività del Galcerin probabilmente a causa della sua morte. Continua l’opera il figlio Hilario, che ebbe alle sue dipendenze diversi direttori, tra cui il Pisa, il madriteno Onofrio Martin e Giovanni Antonio Pani.

Il fatto più importante e significativo per la storia editoriale cagliaritana fu l’apertura, nella seconda metà del Seicento, di altre due tipografie. Ciò significa che aumentò l’interesse verso la stampa e verso il lavoro tipografico e che vi fu una maggiore richiesta di libri e una vita culturale più intensa. Queste due tipografie avevano sede una nel Convento dei Domenica­ni, nel sobborgo di Villanova, sorta nel 1679. L’altra fu aperta nel convento dei Mercedari di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida dei frati e del tipografo Onofrio Martin. Dai torchi di queste due tipografie uscirono panegirici, opere di un certo valore storico-letterario, libretti di devozione, testi di studio e ristampe di opere riguardanti la storia della Madonna di Bonaria e quella dei mercedari; purtroppo molte di queste opere non solo andarono disperse, ma anche non ci giunsero neppure i titoli. In questa seconda metà del secolo XVII si ebbe una più intensa attività tipografica e libraria. In solo quarant’anni di stampa si contano 300 edizioni con una media di circa una trentina di pubblicazioni all’anno, tra le quali le opere del cagliaritano Giuseppe Delitala, di alto valore lettera­rio, del quale Louis Saraceno provvide, nel 1976, alla pubblicazione, in spagnolo, di “Vida y obra de José Delitala y Castelvì, poeta hispano-sardo”: studio dì interesse notevole, di cui occorrerebbe una edizione in italiano. ( Ho provveduto alla pubblicazione in edizione italiana dell’opera di Louis Saraceno “Vita e Opera di Giuseppe Delitala Castelvì, poeta ispano-sardo” ,Cagliari 1994, Edizioni Castello)

.All’alto prelato Antonio Canopolo, che resse la sede arcivescovile di Arborea per 26 anni, va il merito lodevole di aver introdotto, nel 1616, la stampa in Sassari, servendosi dell’editore cagliaritano Bartolomeo Gobetti. Alla morte del Canopolo, avvenuta in Sassari nel 1621, la stamperia passò alla nobile famiglia Scano di Castelvì, che la tenne per moltissimi anni. No si sa se la tipografia, che dal 1690 sino a grande parte del Settecento fu in mano dei Servi di Maria, fosse la stessa tenuta dai successori dei Castelvì. Come si conosce il proprietario della tipografia che diede alle stampe testi di diverso soggetto, tra cui l’opera del gesuita sassarese Antioco Del Arca “El saco imaginado” (II finto rapimento) , si conoscono i nominativi degli editori. Il primo fu, come già detto, Bartolomeo Gobetti, che rimasein Sassari fino alla metà del secondo decennio del secolo; poi fu editore Antonio Seque, o Sechi, al cui figlio Giovanni Gavino passò l’editoria tenuta fino al 1630. La rilevò Francesco Bribo e poi, nella seconda metà del secolo, fu editore fra Giuseppe Brandino.

Come si vede le notizie sull’editoria in Sardegna nel XVII secolo sono ancora molto frammentarie e scarne, come sono anche quelle che si riferiscono ai centri di Alghero, Bosa, Castelsardo e Tempio, nel settentrione, e Oristano, Sanluri ed Iglesias nel meridione . Per una storia più dettagliata e precisa sarebbe necessaria una lettura degli atti d’archivio che si trovano non solo nelle città italiane, ma anche e soprattutto negli archivi della Spagna.

Sanluri notizie,  30 marzo 1990 

 

                        TESTIMONIANZE SULLA SARDEGNA IN TIRSO DE MOLINA

 

II mercedario spagnolo Tirso del Molina pubblicò, nel 1624, una raccolta di novelle, di notevole interesse documentale per quanto si riferisce alla realtà sarda nel periodo spagnolo, poiché ne ha ambientato una nel capoluogo isolano e nell’Oristanese: una novella amorosa, ricca di colpi di scena e di riferimenti all’ambiente isolano e alla ricchezza della terra sarda nonché al carattere e al vestiario dei suoi abitanti. L’insigne drammaturgo spagnolo è una delle figure più singolari della letteratura del “Siglo de Oro” e di quella universale. Gabriel Téllez, meglio noto con lo pseudonimo di fra Tirso de Molina, nacque a Madrid il 23 gennaio 1651, secondo Bianca de Los Ríos, la più autorevole fra i critici moliniani, basandosi su un atto di battesimo della parrocchia di San Ginés della capitale spagnola. Compiuti gli studi universitari, Tirso entrò nell’Ordine Mercedario di Madrid. Passò poi al convento di Guadalajara, dove professò i voti nel 1601. Da quell’anno al 1603 studiò arte nell’Università di Salamanca e seguì gli studi teologici e di Sacra Scrittura. Nel 1606 era già un drammaturgo affermato per aver composto oltre una ventina di drammi, che furono tutti rappresentati ma non dati alla stampa. Visse molto tempo a Toledo, che egli considerò la sua seconda patria e che ricorda in un suo voluminoso scritto.

Dopo tre anni di permanenza in Santo Domingo, tornato in Spagna dimorò in diverse città della Castiglia, partecipando alla vita letteraria. Fu membro della Accademia dei poeti di Madrid. Nel 1621 iniziò a scrivere “Cigarrales de Toledo”, una raccolta di divertenti novelle, di gaie commedie, di poesie e di altri vari scritti. Probabilmente, prima del 1628, Tirso fu di nuovo in Salamanca, forse esiliato dal Consiglio dell’Ordine di Castiglia, poiché non pareva cosa decorosa che un frate scrivesse per il teatro. Dovette lasciare Madrid anche per alcune imprecazioni verso le ingiustizie sociali e per aver proclamato l’eguaglianza degli uomini davanti alla legge divina e a quelle umane.

Dopo la morte del cronista dell’Ordine Mercedario, nel 1632 prese il suo posto con nomina ufficiale ed iniziò a scrivere la storia generale dell’Ordine, che portò a termine nel 1639. Alcuni anni dopo divenne superiore generale e il 13 marzo 1648, morì nel convento di Almazán, nella Vecchia Castiglia, pianto dai suoi contemporanei per l’alto senso drammatico delle sue opere e per la sua pungente ironia. Qualche mese dopo la sua scomparsa, nasceva a Cagliari un grande personaggio storico-letterario, che pochissimi sardi conoscono, anche perché la sua città natale non lo ricorda nella toponomastica cittadina, come non ricorda molti altri illustri sardi, sebbene abbiano dato lustro alla Sardegna con i loro scritti e con la loro produzione artistica, più noti all’estero che in patria. Parlo di Giuseppe Zatrilla, autore di un interessantissimo romanzo amoroso, che merita di essere letto da molti, perché vi si trova descritta una parte della storia minore della Sardegna secentesca, e di Cagliari in particolare.

Ritorniamo a Molina. Il suo stile, secondo quanto scrivono i critici spagnoli, é sempre rapido e nervoso, mentre il linguaggio é genuinamente castigliano e brillante, i dialoghi sono animati e pervasi di ironia, di tenerezza e di malizia. Per la sua forza drammatica e comica, per la sua grazia stilistica, ma soprattutto per essere stato il creatore di caratteri dei tempi moderni, Tirso de Molina, dopo Shakespeare, si legge in “Historia de la literatura española”, di José García López (Barcellona, 1966), “ha un posto d’onore nella letteratura universale e pari a quella di Lope de Vega, del quale fu valido seguace, nella letteratura spagnola”. I “Cigarrales de Toledo” (Giardini di Toledo) é un’opera miscellanea, pubblicata nel 1624, ma la stampa fu iniziata tre anni prima, cioè nel periodo mondano della sua vita. Il suo contenuto, di chiara ispirazione boccaccesca, differisce nella concezione e nella sostanza. Alcune dame spagnole, per evitare il caldo soffocante della città di Toledo, si ritirano insieme ai loro “galanti” nelle loro case poste lungo il fiume Tago alla periferia della città. Le ville erano ornate da bei giardini, ricchi di verde e di piante da frutto. Anche nei dintorni del capoluogo sardo vi erano alcune ville patrizie, con giardini nell’interno, proprio come nelle ville toledane. Sono venti i giardini che l’allegra compagnia doveva visitare; i rispettivi padroni, a turno si prenderanno cura dei loro ospiti e provvederanno a intrattenerli in piacevoli svaghi. In realtà, la narrazione si interrompe alla quinta novella e comprende tre commedie, diversi racconti, alcune favole e parecchie liriche.

Sono certo che, dal 1624 ad oggi, pochissimi sardi hanno avuto modo di leggere le quasi trenta pagine che lo scrittore madrileño dedica alla Sardegna. Probabilmente solo gli intellettuali del Seicento ne avranno avuto la possibilità, dato che le opere dei maggiori scrittori spagnoli avevano larga diffusione nell’isola, agevolata dall’esenzione di tasse. In Alziator (II folklore sardo) si legge che nel XVII secolo, con il diffondersi della letteratura drammatica del Siglo de Oro entrano anche in Sardegna, allora viva parte di quella sorta di Commonwealth che era l’impero spagnolo, le opere di Tirso de Molina, di Lope de Vega e di Calderón de la Barca. Scrive più avanti il nostro studioso che Tirso de Molina, che fu padre generale dei Mercedari, uno degli ordini allora più diffusi e più potenti in Sardegna, visitò o comu nque conobbe abbastanza bene l’Isola, tanto da ambientarvi uno dei “Cigarrales de Toledo”. Mentre Alberto Boscolo nella premessa al suo studio “I viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna” (Cagliari, 1973) asserisce che nella piacevole opera di Tirso di Molina, la Sardegna, descritta da due personaggi, inseriti nella vita agro­pastorale, appare in tutta la sua bellezza sconosciuta.

Anche Giancarlo Sorgia si interessò, alcuni anni fa, alla novelle del drammaturgo spagnolo in “L’ingiusta fama dell’isola pestilente” (La grotta della vipera, Cagliari 1981 ), scrivendo che l’illustre letterato spagnolo, con le parole messe in bocca ad uno dei protagonisti della vicenda, ebbe l’intento non solo di sfatare una fama che riteneva ingiusta, ma anche “di incoraggiare la conoscenza di una terra da lui ritenuta straordinaria”. Mi consta che nessun altro studioso sardo dei secoli XVIII, XIX e dell’attuale, esclusi Francesco Alziator, Alberto Boscolo e Giancarlo Sorgia, abbia fatto riferimento alla novella ambientata in Sardegna. Hanno presentato il mercedario spagnolo solo per la sua spiritosa commedia El Burlador de Sevilla (II seduttore di Siviglia), una delle più celebri opere di Tirso, in cui presenta uno dei miti più significativi dell’età moderna: quella di don Giovanni, diventato poi europeo e universale, grazie ad altri drammaturghi, poeti e musicisti: Moliere, Goldoni, Schiller, Zorrilla, Byron e Mozart. Secondo il Kossler, nessuno degli scrittori che hanno affrontato il problema del don Giovanni ha superato la semplicità e la tragicità che troviamo in Tirso de Molina.

Sono passati più di tre secoli e mezzo dall’apparizione dei Cigarrales ed io, a così grande distanza dalla sua pubblicazione, ho creduto opportuno proporre lo scritto che ci riguarda da vicino, anche perché ho accertato che l’opera dello scrittore spagnolo non esiste in alcuna biblioteca sarda. In una mia breve permanenza in Barcellona ho rintracciato, dopo lunghe ricerche, una copia del capolavoro moliniano, di cui propongo all’attenzione di un pubblico più vasto quanto scrisse il Molina della realtà medievale sarda. In questa novella perciò, di notevole interesse storico, si trovano aspetti sulla Sardegna che, a mio parere, sì riferiscono al Quattrocento o al Cinquecento, poiché, quanto il letterato spagnolo riporta della nostra isola, si riferisce, senza dubbio di essere smentito, a uno dei secoli da me sopra indicato.

Parecchie le considerazioni che possiamo trarre da questa trentina di pagine: dalle isolette deserte, accanto alla Sardegna, in cui si trova abbondante acqua e dove vivono molte specie di animali: cervi, lepri, conigli e capre selvatiche, di cui si servono i naviganti, da qualunque parte provengano, e i corsari, predatori dei mari e dei villaggi lungo le coste sarde, che catturano e fanno prigionieri molti isolani, alla antica credenza degli antichi che reputavano l’isola pestilenziale, e dalla nuova concezione sull’isola espressa del drammaturgo spagnolo che, per lui, la Sardegna è in condizioni eccellenti per l’aria salubre, per l’acqua cristallina e per il terreno ubertoso, al riferimento sulla lingua parlata nell’isola, soprattutto nella parte meridionale, nei confronti della quale il Molina asserisce che in essa vi sono parole genovesi e pisane; quest’ultima testimonianza fa presumere una fonte letteraria del Trecento, come ha asserito lo studioso moderno, Joaquín Arce, scomparso immaturamente qualche anno fa, in “Espana en Cerdena”, Madrid 1960 (La Spagna in Sardegna, Cagliari, 1982), opinione che io condivido.

E che la terra sarda avesse buoni terreni lo si nota quando lo scrittore presenta la proprietà di un nobile cavaliere sardo, nell’Oristanese, che consisteva in vigne, boschi, pascoli e armenti; ed era tanto grande che erano necessari molti pastori ed allevatori per custodirla e lavorarla. Nella lettura delle pagine in questione fa spicco la grande ospitalità dei sardi; il che dimostra che, già nei secoli in cui la Sardegna era aragonese, gli isolani avevano il radicato senso dell’ospitalità e quello di dover aiutare i bisognosi; caratteristiche probabilmente ora scomparse, a causa di una civiltà troppo avanzata, egoista e priva di valori morali e sociali. Per quanto si riferisce alla giustizia, il Molina scrive che essa era molto severa e rigorosa soprattutto nei confronti degli stranieri ed inoltre fa presente che nel contadino non vi era malizia e nel cortigiano nessuna ambizione, ma solo scrupolosità e serenità d’animo.

Tra gli aspetti, che si intravedono nella lettura, si nota che le estati nell’isola erano adornate da fiori incantevoli, da frutti succosi, da raccolti abbondanti, mentre gli inverni erano alquanto miti, riscaldati dalla legna dei boschi, che attenuava il freddo intenso, quando osava qualche volta molestare gli abitanti. Ciò per il fatto che l’isola, essendo vicina all’Africa, è più riparata dal freddo delle altre terre d’Europa. E questa mitizza climatica, scrive il Molina, permetteva la coltivazione di fiori per tutto l’anno. Inoltre nell’isola non si conosce sterilità, grazie all’abbondanza di latte, agli alberi che danno frutti dolci come le ciliegie e all’ambrosia dei favi ancora immacolati. L’autore fa pure cenno alla bellezza delle donne sarde e alla loro abilità nel cantare. Per quanto si riferisce ai cibi, al spagnoli si sono interessati alla cultura sarda e alla realtà isolana come traspare nei loro scritti, non letti, perché in spagnolo, oppure dimenticati.

Sardegna Magazine, aprile 1990

 

NICOLA VALLE, SETTANT’ANNI DEDICATI ALLA CULTURA

 

Sessantacinque anni dedicati all’insegnamento, alla letteratura e alla musica. La carriera di Nicola Valle, suggellata da un riconoscimento della Presidenza della Repubblica e uno da parte della Provincia di Cagliari, è parte importante della cultura sarda. Chi non conosce il professor Valle? Sono certo che il 90% dei cagliaritani e oltre l’80% dei sardi conoscono, da molto tempo, il professor Valle per la sua lunga attività come musicista, scrittore, conferenziere, animatore culturale, giornalista pubblicista, critico letterario, musicale e d’arte e come direttore per oltre quarant’anni dell’Associazione “Amici del Libro”, da lui voluta, e della rivista di cultura e di attualità “II Convegno”. Basterebbero queste poche righe per presentare un quadro della proficua ed enorme attività del Valle, figura di primo piano della cultura isolana. Al professor Valle è stata consegnata alcuni anni fa una medaglia d’oro per i suoi alti meriti dall’assessore alla cultura, turismo, sport e spettacolo della Provincia di Cagliari, con la motivazione, incisa nel retro della me­daglia: “A Nicola Valle, scrittore insigne, benemerito ed animatore dell’attività e del progresso culturale della Sardegna nella sua sessantennale attività culturale”. Ho conosciuto il professor Valle soltanto nel 1970, quando ho incominciato ad interessarmi e a partecipare alla vita culturale cagliaritana, allora molto più intensa di quella dell’attuale momento. Ho potuto leggere molti suoi scritti, a cominciare dalla raccolta di saggi “Variazione sul tema” del 1933, per continuare con “Origini del Melodramma” del ’36, argomento della sua tesi con­seguita nel 1926 a Cagliari, quan­do già collaborava da qualche anno come giornalista al “Solco”, a terminare con “Cagliari del passato” dell’83, “Paese che vai” dell’85, “Persone e personaggi”della fine dell’86 e “Nuovi saggi” del ’90, fresco di stampa.

Numerosi anche i suoi articoli apparsi in un gran numero di giornali e riviste sardi e nazionali, con i quali collaborò sin dal 1924. Il professor Valle ha scritto parecchi libri, tutti di grande valore, tra i quali, oltre ai citati, “Mattino sugli asfodeli” del ’33, “L’idea au­tonomistica in Sardegna” del ’58, che ha avuto una secon­da edizione del 1988, “Narratori e poeti d’oggi” del’58, “Incisioni di Carmelo Floris” del ’60, “Incisori di Iglesias” dell’anno successivo, “Scompare un’isola”, col sottotitolo “Viaggio in Sardegna”, che bisognerebbe ristampare, del ’64, “Antichi e moderni” del ’71, con prefazione di Giuseppe Toffanin, critico letterario di fama internazionale e fervido studioso dell’umanesimo europeo, “Grazia Deledda”, con l’autorevole introduzione di BonaventuraTecchi, dello stesso anno. “Vita e opere di Filippo Figari”, un ottimo lavoro, da ristampare, del ’73 e “Ritratti letterari” del 1978. Tuttti i suoi scritti hanno incontrato consensi favorevoli da parte della critica e hanno ottenuto grande successo.

Voglio aggiungere che in quarant’anni di presidenza dell’Associazione “Amici del Libro” ha portato a Cagliari, riscuotendo grossi successi, personalità di notevole rilievo riel campo della musica, della pittura, della letteratura, dell’arte, della politica e della attualità. Ne cito alcuni: Giovacchino Forzano, Gavino Gabriel, Celso Guareschi, Ugo Calamandrei, Giuseppe Petronio e molti altri. Ha organizzato numerose mostre personali di grandi pittori e artisti sardi e continentali, da Ciusa a Biasi, da Ballero a Sini, da Melis Marini a Enea Marras; possiede una raccolta di incisioni e xilografìe di enorme importanza per la storia dell’incisione, che ha offerto varie volte al Comune di Cagliari, perché se ne faccia una mostra stabile, ed ha provveduto a presentarle in diverse mostre sull’incisione, tenute nella sede degli Amici del Libro nel corso di parecchi anni. Ha portato la cultura sarda in numerose città d’Italia: Roma, Firenze, Milano, Genova, Venezia, e in città straniere: in Germania, Finlandia, Svizzera, e perfino negli Stati Uniti d’America.Per circa quarant’anni ha insegnato Letteratura Italiana e Latina nei licei classici. E’ stato per oltre cinque anni direttore della Biblioteca Universitaria di Caglia­ri, dal 1943, anno dei bombardamenti sulla nostra città, in un momento in cui i locali della Biblioteca, colpiti in parte, avevano bisogno di essere rimessi in sesto e i libri dovevano essere rimessi in ordine, per riprendere il servizio sociale di lettura, consultazione e prestito.

A Nicola Valle si deve il merito della istituzione, sempre nella stessa biblioteca, della Galleria delle Stampe, intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu. Non parlo dei quarantacinque anni di vita artistico-culturale del “Convegno”, la rivista da lui ideata e diretta. Degli oltre quattrocento numeri stampati, si rono ottenuti quaranta volumi, che raccolgono una massa enorme di monografie, oggetto anche di ricerca per lavori di tesi di laurea. Le monografìe interessano diversi personaggi sardi e continentali, tra i quali Lorenzo Giusso, Giuseppe Biasi, Grazia Deledda, Montanaru (Antioco Casula), Ennio Porrino, Mercedes Mundu-la, Nicola Dessy, Pietro Leo, Mi­chelangelo Buonarroti, Francesco Ciusa, Attilio Deffenu e infine Francesco Alziator, uno dei tanti collaboratori della rivista.

Non parlo neppure della lunga attività di musicista, iniziata a nove anni e lasciata dopo la se­conda guerra mondiale per altri interessi. Valle era un ottimo vio­linista ed è un ottimo critico musicale. Ha calcato diverse platee sarde ed italiane: faceva parte di un valido quartetto d’archi, che si è esibito nelle maggiori località della Sardegna e del Continente.Lasciata nel 1983 la direzione dell’Associazione degli Amici del Libro, che ha diretto con somma maestria e molta competenza, Valle, in questi ultimi sette anni, non ha abbandonato l’attività di scrittore e di giornalista provvedendo alla realizzazione di quattro suoi lavori letterali, ricordati all’inizio. Sono sicuro che non terminerà di stupirci. Aspettiamoci qualche altro suo lavoro. So che ha la passione del disegno e della caricatura. Spero e mi auguro che si possa vedere pubblicata una sua raccolta, se si riuscirà a convincerlo a darla alle stampe.

Per concludere mi pare giusto riportare quanto scrisse di lui Francesco Alziator, nel 1954, nella “Storia della Letteratura di Sardegna”, giudizio ancora validissimo dopo circa quarant’anni. “Passione, costanza e mordente sono le qualità dominanti che caratterizzano li. lunga fatica che, come scrittore e giornalista, Nicola Valle ha dedicato alle cose letterarie e non letterarie dell’isola. Per darsi a questa generosa fatica, che lo pone in primissimo piano tra i benemeriti della Sardegna, egli ha abbandonato il campo della musicografia, nella quale aveva esordito con un volume sulle origini del melodramma di tale impegno da potersi considerare fondamentale. Sacrificata l’indagine scientifica ad una libera e polemica visione degli uomini e delle vicende isolane, Nicola Valle ha da allora mai cessato dall’intento di porre in evidenza quanto la Sardegna ha fatto o fa nel mondo delle arti e delle lettere. Acuto e paziente indagatore del folclore sardo, è augurabile che le sue note, i suoi appunti e le sue ricerche, sparsi su giornali e riviste, siano infine riuniti sistematicamente.

Dopo trent’anni dal giudizio di Francesco Alziator, Antonio Romagnino, attuale presidente degli Amici del Libro, in “Ritratto di Nicola Valle ” apparso nel 1985 in “Sardegna Fieristica”, l’ottima rivista annuale diretta con grande maestria da Vittorio Scano, scrive “Nicola Valle, una intelligenza avida che getta tentacoli in tutte le direzioni, un uomo che non ha mai praticato discrimina­zioni di parte, e sempre invece ha separato il buono dal cattivo, il bello dal brutto e dal falso. Credo che a quella sua insaziata fame di bellezza e di umanità si attaglino le parole di Giovanni Papini. Gli ci vorrebbero tutte e cinque le arti regine”.

Sardegna magazine, luglio 1990

 

IL ’600 SARDO, SECOLO D’ORO PER I PADRI MERCEDARI DI BONARIA

 

 

Dal convento mercedario cagliaritano sono usciti ottimi studiosi, valenti teologi ed illustri oratori, tra cui Francesco Boyl, Fulgenzio Cocco, Pier Andrea Accorrà, Matteo Contini e Antioco Brondo. Il primo, nato ad Alghero nel 1595 dal Barone di Putifigari, gentiluomo sassarese che vendette il feudo per un tracollo finanziario, entrò giovanissimo nel convento mercedario di Cagliari, dove compì gli studi filosofici e teologici. Passò poi in Spagna e seguì gli studi accademici nell’Università di Alcalà di Henares, centro culturale a qualche chilometro da Madrid. Terminati gli studi, ne divenne reggente della provincia mercedaria di Aragona e quindi cattedratico di Teologia nientemeno dell’Università di Saragozza. Fu, in seguito, visitatore di alcuni conventi mercedari in Spagna, dipendenti allora dal sovrano, come quello di Cagliari. Tornato nel capoluogo sardo per dedicarsi alla predicazione, fu proposto dal Parlamento sardo, che allora prendeva nome di Stamenti sarde: così nel 1653 il pontefice lo nominò vescovo di Alghero. Non poté raggiungere la sede assegnatagli a causa della peste che vi imperversava, restando perciò nel conven­to di Bonaria, dove morì nel 1656, colpito anch’egli dallo stesso morbo, che desolò la città di Ca­gliari dal 1652 al 1656 e che fece moltissime vittime.

Di quella peste vi è ricordo ancora oggi poiché la Municipalità cagliaritana provvede ogni anno alla celebrazione della festa in onore di Sant’Efisio martire, pro­tettore della città, il quale la salvò dal flagello. Infatti nel 1656 alla cessazione del morbo, che portò via più della metà dei cittadini, si celebrò con solennità una processione con la statua, posta in un cocchio dorato, del santo martire cagliaritano, portandola a Nora, nel luogo del martirio, dove si trovava una chiesa eretta a ricordo del supplizio. Dal 1657 quindi Cagliari ricorda tutti gli anni la fine della peste ottenuta per intercessione del santo cagliaritano. Anche la statua della Madonna di Bonaria fu portata in processione per intercedere dalla Vergine la fine del flagello. Il vescovo Boyl, sepolto nel reale con­vento di Bonaria, lasciò fama di essere uomo virtuoso e dottissimo, di aver regalato alla cattedrale di Alghero una preziosa gioia di corallo, contenente reliquie di alcuni martiri sardi, tuttora esposta alla adorazione dei fedeli. Quando egli dimorava nel convento di Valenza, in Spagna, provvide, nel 1631, alla pubblicazione della sua omelia a “N.S. del Pulche, o del Poggio, Camera angelicale di Nostra Signora, patrona della insigne città e regno di Va­lenza”. Lo scritto è molto importante per noi sardi non solo perché egli prende le difese della santità dell’arcivescovo cagliaritano San Lucifero, ma anche perché, nell’appendice si trovano un’interessantissima descrizione della Sardegna, poco nota, e una storia del Santuario di Bonaria. Nel 1645, questo illustre figlio della comunità mercedaria, pubblicò, in Madrid, una raccolta dei suoi numerosi panegirici tenuti nei vari conventi mercedari della Spagna e donò al convento di Bonaria la sua ricca biblioteca, che andò completamente dispersa. Si ha notizia che l’alto prelato lasciò fama di essere stato uno dei figli più illustri dell’Ordine dei Mercedari.

Dal cagliaritano Fulgenzio Cocco si sa che nacque nella prima metà del Seicento e che mori in Cagliari nel 1690. Fu abile oratore, buon teologo, lettore e visitatore del suo Ordine in Sardegna e priore del convento di Bonaria. Viaggiò moltissimo per la Spagna, le Fiandre, l’Italia, la Francia e la Germania. Lasciò uno scritto sulla genealogia dell’illustre casato degli Egmont, la cui prima parte, nella quale si trova inserita un’immagine del viceré di Sardegna duca di Egmont, vide la luce, in Cagliari, qualche anno dopo. Negli anni in cui reggeva il convento mercedario di Bonaria diede alle stampe un volume sulla storia della Vergine di Bonaria, con dovizie di particolari e documenti inediti sulla fondazione del convento.

Il terzo mercedario è Pier Andrea Accorrà, lettore di Teologia, nato a Cagliari intorno agli anni Trenta del XVII secolo. Ancora giovane, entrò nel convento di Bonaria, dove si addottorò in Teologia e vi insegnò per alcuni anni. Nel 1681, dopo aver sostato diversi anni nei conventi di Gerona, Barcellona e Roma per inse­gnarvi, tornò a Cagliari a reggere gli studi del convento e poi espletò la carica di visitatore sinodale della diocesi cagliaritana. Di lui, che morì in Cagliari tra il 1689 e il 1690, restano molte orazioni, pubblicate postume nel 1702 dal suo discepolo, il padre Matteo Contini, che le dedicò al letterato ca­gliaritano Salvatore Zatrilla, fratello del più noto Giuseppe, sotto il titolo di “El fénix de Sardeña, oraciones postumas del P. R. P. Fra Pedro Andrea Accorrà”. Era più noto Giuseppe Zatrilla perché fu un grande nobile cagliaritano che scrisse un romanzo pubblicato a Napoli, nel 1678 il primo volume e nel 1688 il secondo. Altre composizioni dell’Accorrà sono sparse in altre raccolte, edite in Spagna.

Del mercedario Matteo Contini, valente cronista del Seicento, figura eminente nella storia e nella vita mercedaria sarda, nato a Cagliari negli anni Quaranta del XVII secolo, si sa che provvide ad installare nel convento di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida del tipografo Onorio Martin, una tipografia; la prima nell’isola di proprieta di ecclesiastici. Si può affermare che la stampa cattolica nacque proprio con Matteo Conti­ni, che nel 1704 descrisse la città di Cagliari nella sua interessantissima storia sulla vergine di Bonaria, dedicata a Donna Maria Sanjust, a molti, forse, tuttora sconosciuta. Per molti anni il Contini, che morì in Barcellona, il 15 marzo 1717, anno in cui l’isola di Sardegna, conquistata nel 1708 dagli austriaci, ricadeva nelle mani degli spagnoli, che. la tennero per altre tre anni, quando la Sardegna passò ai Savoia. Il Contini, che insegnò teologia scolastica nel convento mercedario di Cagliari, dove aveva compiuto gli studi, fu anche maestro e provinciale d’Aragona e fu considerato uno dei più illustri mercedari assieme al Brondo. Del Padre Matteo Contini restano due scritti. Una lunga orazione di Pier Andrea Accorrà, di cui fu discepolo, da lui pubblicata e commentata col titolo “Fenice della Sardegna”, in cui tesse la storia delle geste delle potenti famiglie nobili sarde. Sarebbe bene un’edizione italiana perché servirebbe per conoscere la società sarda nel periodo spagnolo.

Il secondo scritto del Contini, stampato a Napoli, nel 1704, come detto prima, è una splendida relazione sulla fondazione del Convento e del Santuario di N.S. di Bonaria, di cui sarebbe opportuna una ristampa con la traduzione a fronte, poiché vi è inserita una storia generale della Sardegna fino alla fine del Seicento ed una pregevole descrizione molto particolareggiata della toponomastica di Cagliari del XVII secolo.

In questa descrizione il padre mercedario presenta la città simile ad un’aquila involo, la cui testa è “II Castello”, situato su di un monte, mentre il corpo, molto sviluppato, è la “Marina”, racchiusa da mura, che ad oriente si uniscono al Baluardo dello Spe­rone e ad occidente a quello del Balice. Le ali dell’aquila sono rappresentate dagli altri due quartieri, quello a destra Stampace e quello a sinistra Villanova. Tutti i quartieri hanno le porte d’accesso e nel Castello si possono ammirare le possenti tre torri pisane e diversi palazzi che servono da merli alle mura. Vi risiedono le alte cariche dello Stato e del clero e si trovano le dimore dei nobili, alcune chiese e diversi monasteri oltre agli istituti di istru­ione dei gesuiti e degli scolopi, compresa l’Università.

Per tutti i quartieri lo storico mercedario presenta una situazione piuttosto urbanistica che storica, ma non per questo meno importante, dato che ha modo di darci notizie di chiese, di monasteri, di monumenti e di luoghi che oggi non esistono, e quindi affermano che lo scritto è di grande utilità come fonte documentale per la storia della città di Cagliari. Altro mercedario illustre fu l’algherese Machin.che nato nel 1580, studiò nella città catalana, poi passò in Cagliari ed entrò nel convento di Bonaria. Trasferito in Aragona, vi studiò e si laureò in teologia, materia che in seguito insegnò per vari anni. Divenuto superiore della casa professa di Barcellona, diresse l’Ordine mercedario e nel 1621 fu nominato vescovo di Alghero. Si dedicò alla vita pastorale e nel frattempo pubblicò il sermone letto in occasione della beatificazione di San Francesco Borgia, in Sassari nel 1624, tenuto nel collegio della compa­gnia di Gesù della città turritana, nel cui frontespizio vi è un incisione con il monogramma dei Gesuiti. Alcuni anni dopo la morte dell’arcivescovo spagnolo de Esquivel, il Machin, passato alla sede primaziale di Cagliari, è staio il primo sardo ad essere stato nominato primate di Sardegna e di Corsica, a testimonianza che ormai era possibile ai prelati sardi essere indicati al papa nella carica religiosa più alla della Sarde­gna.

Essendo nel frattempo cominciata l’attività didattica nella nuova sede universitaria di Cagliari, all’illustre prelato mercedario, che ne divenne primo settore, si devono i commentari della prima parte della Summa Tomistica, stampati a Madrid nel 1621, con una seconda edizione a Cagliari l’anno successivo, dedicati al papa Urbano VIII. Nel 1632, pubblica, nel capoluogo sardo, il sermone predicato per il voto e per il giura­mento delle Corti parlamentari sarde a favore della Immacolata Concezione della Madonna, e nel 1635 provvide alla stampa di uno scritto a difesa della giurisdizione dei tre ordini cavallereschi in Sardegna, di cui un’altra edizione si stampò l’anno successivo a Palermo, con una dedica al marchese di Alliastro.

Dopo un viaggio per più di un anno a Roma e a Napoli, al ritorno alla sua sede episcopale di Cagliari, Ambrogio Machin pubblica, nel 1638, gli atti del sinodo diocesano, diviso in 33 sezioni, tenuto a Cagliari 1’11 gennaio dello stesso anno, e le norme perla tassazione funeraria per in nobili e i poveri e alcuni altri uffici per il Capitolo, per i Beneficiati e per il clero della cattedrale. L’anno dopo vede la luce un suo trattato In difesa della santità di San Lucifero, in cui si trova la notizia che, se l’archivio di Cagliari non avesse preso fuoco, egli avrebbe avuto la possibilità di consultare altri atti più antichi, dei quali si sarebbe servito per una più consistente valutazione della santità del beato Lucifero, arcivescovo di Cagliari dal 350 al 370.

Caduto ammalato, il Machin cessò di vivere il 13 ottobre del 1640. Del suo ministero pastorale e della sua opera in generale si vedano l’opera di Luigi Cherchi “I vescovi di Cagliari” e la tesi di laurea del compianto vescovo di Nuoro, monsignor Melas.

Antioco Brondo, mercedario considerato il primo storico sardo dell’Ordine e del quale si sa che nacque a Cagliari nel 1548, entrò a studiare nel convento mercedario all’età di 12 anni. Fu dottore in teologia dell’Università di Pisa, dimorò a lungo nei conventi mercedari di Spagna e d’Italia e fu nominato Commissario generale della Provincia di Sardegna. Di lui resta un “Commentario” edito in Roma nel 1612 e una relazione storica sulla fondazione del convento di Bonaria, stampata in Cagliari nel 1595 nella tipografia del vescovo Canelles. Antioco Brondo fu venerato santo dopo la sua morte avvenuta a Cagliari, nel convento di Bonaria, nel 1628. Un altro suo libricino, di cui si sono perse le tracce e che può considerarsi una parte o la continuazione della relazione storica, riguarda le indulgenze concesse alla confraternita di Nostra Signora della Mercede.

A riguardo del padre Antioco Brondo, il visitatore generale Martin Carrillo, arcivescovo di Saragozza, inviato in Sardegna dal re di Spagna Filippo III, per controllare lo stato economico-sociale e finanziario dell’Isola, scrive che “è maestro in teologia dell’Ordine della Mercede e che in quei giorni non si trovava nel convento perché era a Roma per pubblicare il suo libro sull’”Apocalisse”, opera, a detta del visitatore, dottissima e superba, che lui stesso aveva letto prima che il Brondo partisse per la città eterna. Infine nota che il Padre mercedario aveva già pubblicato, nel 1595, un meraviglioso libro sulla storia e i miracoli della Madonna di Bonaria.

Sardegna Magazine, agosto 1990

 

UNO SGUARDO AL PASSATO – I TESTI DEL PERIODO SARDO-ISPANICO

 

In questo ultimo periodo sono stati numerosi i convegni, gli incontri, gli scambi culturali, i gemellaggi, gli scritti e le mostre. Tema principale era le tracce del periodo in cui catalani-aragonesi e castigliani erano nella nostra isola; da quando, nel 1323, arrivarono per conquistarla, a seguito dell’infeudazione da parte del papa Bonifacio VIII, al 1720, quando gli spagnoli l’abbandonarono per il patto di Londra, che poneva fine alla guerra di successione spagnola ed assegnava all’Austria il predominio sull’Italia e la Sardegna. Ma non si creda che tutto questo sia sorto spontaneamente soltanto a partire da qualche anno. Lo si deve ad alcuni docenti della nostra Università che negli anni Cinquanta dell’attuale secolo erano convinti che era necessario studiare da diverse angolazioni il lungo periodo di dominazione iberica; ciò lo si poteva eseguire alla luce della numerosa documentazione inedita che si trovava negli archivi spagnoli, soprattutto in quello della Corona d’Aragona in Barcellona, non rifacendosi a quanto avevano scritto, dal Settecento alla prima metà dell’attuale secolo, storici che avevano creduto deleterio per la Sardegna il periodo aragonese e spagnola.

Il pioniere dì questo nuovo corso è stato l’insigne maestro Alberto Boscolo che, specializzatosi in Studi medievali, durante la direzione dell’Istituto di Storia Medievale e Moderna dell’Università di Cagliari ha creato un’ottima scuola di ricercatori medìevistì e di studi catalani e castigliani. A lui, che è stato anche Rettore del nostro Ateneo e membro del Centro nazionale delle Ricerche, sì devono numerose pubblicazioni sulla realtà sarda alla luce della documentazione archivistica reperita in numerose ricognizioni negli archivi della Spagna. Tutti i suoi scritti sul Medioevo sardo-aragonese dovrebbero essere raccolti in volume, per dar modo ad un pubblico più vasto di leggere quella realtà storica, ancora poco nota, anche se in questi ultimi anni se ne sta occupando assai.

Ripropongo alla lettura anche gli scritti dei suoi discepoli. Tra questi il professar Giancarlo Sorgia, oggi prorettore e docente di storia moderna, che con i suoi studi riguardanti il periodo sardo-spagnolo, ha portato alla conoscenza non solo degli ispanisti ma anche di un vasto pubblico, soprattutto con “La Sardegna spagnola”, edito nel 1982, quanto accadde nei secoli che vanno dalla fine del Quattrocento al Settecento. Desidero inoltre ricordare un suo scritto che, sono certo, pochissimi conoscono e che non potranno leggere, per due motivi. Primo, poiché è in catalano; secondo, perché non è riperibile, essendo stato pubblicato da oltre vent’anni. Ne propongo perciò l’edizione italiana; è uno studio che, in questo periodo di fervore storico e di maggior spirito di conoscenza della nostra storia, serve per sentirci a contatto con i personaggi aragonesi di primo piano che, dal 1323 al 1450, furono i maggiori protagonisti della storia catalano-aragonese in Sardegna e in Corsica; quest’ultima, l’isola che, con la nostra, costituiva il “Regno di Sardegna e Corsica”.

A Francesco Cesare Casula (anch’egli discepolo di Boscolo, attualmente direttore dell’Istituto di Storia Medievale della Università di Cagliari e profondo conoscitore dei rapporti italo-sardi del periodo alto e medio giudicale e del Basso Medioevo) si deve la continuazione della nuova impostazione di ricerca data dal maestro, scomparso da due anni, e la pubblicazione di un gran numero di scritti sulla Sardegna nel periodo catalano-aragonese. Per concludere, occorre dire che le manifestazioni e i convegni non si devono soffermare solo agli aspetti storici, politici ed economici del periodo in questione. Occorre anche che si istituisca, nel nostro Ateneo, la cattedra di letteratura sarda dei secoli dal XV al XVII per studiare dettagliatamente l’attività letteraria, drammaturgica e d’insegnamento sviluppatasi nell’arco di oltre tre secoli di vita sardo-ispanica, in parte presentata da Francesco Alziator, da Joaquin Arce, da Louis Saraceno, da colui che scrive queste poche righe e da pochissimi altri.

Sanluri notizie, 15 settembre 1990

 

NOSTRA SIGNORA DI BONARIA E I MERCEDARI

 

Nella tranquilla collina di Bonaria, accanto al mare, moltissimi anni fa nasceva una colonia che, nel giro di pochi anni, divenne un grosso centro militare, commerciale e portuale. Alla fine del 1326, questo colle, alle cui falde la pianura era malsana e acquitrinosa, ospitava oltre 150 cavalieri e ottomila abitanti, provenienti dalla Catalogna, dall’Aragona, dalla Valenza, dalle Baleari e dalla Murcia.

Questo centro, di cui restano poche tracce, era cinto di alte mura, torri e fortificazioni e aveva molte abitazioni e una grande chiesa, dedicata a San Saturnino, (da non confondersi con la basilica di S. Saturno, nella piana tra il colle di Bonaria ed il sobborgo di Villanova): era bella, simile alla cattedrale di Lérida, la chiesa-convento-fortezza, costruita un secolo prima, circondata da mura, con torre esagonale. Sarebbe stata la chiesa che doveva ospitare i mercedari, che a detta degli storici fu costruita per merito di fra Carlo Catalano, fondatore dell’Ordine in Sardegna, ma anche per l’opera instancabile del Padre Berengario Cantul, al quale re Alfonso concesse la chiesa. Ma, proprio nel momento di maggior espansione edilizia e commerciale e quando ormai vi erano gli organi giudiziari, amministrativi, militari e governativi, magazzini ben riforniti di grano, orzo, vino per due anni, carne salata in abbondanza, forni e molini, pozzi e un carcere sotterraneo, improvvisamente questo grande centro, di ormai circa diecimila persone, cessò di vivere e i suoi abitanti furono costretti a popolare il Castro di Cagliari, alla fine del 1327. Terminò perciò la vita sul colle “Bon Ayre”, che aveva per pochi anni raccolto un grosso numero di colonizzatoli iberici, primo nucleo di una comunità destinata ad assumere il carattere di vera città, i cui abitanti furono artigiani, mercanti, coloni, negozianti e professionisti, che crearono una città simile a quella della loro patria.

Questo piccolo centro, chiamato Villa di Bonaria e “Barceloneta”, acquistò presto grande importanza, perché vi giungevano, con regolarità, le navi provenienti dalla Catalogna, dalle Isole Baleari e dal Regno di Valenza. Poco tempo dopo l’abbandono, il colle riacquistò vita per opera dei PP. Mercedari e, quando vi giunse il simulacro della Vergine, richiamò pellegrini da tutte le parti della terra, ed anche i vescovi di Cagliari, freschi di nomina, prima di prendere possesso della loro sede primaziale, si portavano nel Santuario della Vergine di Bonaria e restavano per tre giorni in una cella del convento, in cui dimorò anche Paolo VI. Non solo i vescovi, ma anche i viceré trascorrevano alcuni giorni in raccoglimento presso il santuario prima di dare inizio alla loro missione. Lo stesso Imperatore Carlo V, quando nel 1535venne a Cagliari con la flotta, fermatosi per alcuni giorni nel golfo degli Angeli in occasione della spedizione contro Tunisi, volle recarsi al Santuario per invocare l’aiuto della Vergine di Bonaria.

E che i pellegrini fossero in numero sempre maggiore lo dimostra il fatto che un mercedario spagnolo, il grande drammaturgo Tirso de Molina, in una novella inserita in un suo notissimo capolavoro, pubblicato nel 1623 a Madrid, fa menzione sia del Santuario di Bonaria, sia dei molti pellegrini che dalla Spagna passavano a Cagliari per rendere omaggio alla Madonna dei Sardi, per poi raggiungere altri santuari mariani del bacino del Mediterraneo.

Dal convento mercedario cagliaritano sono usciti ottimi studiosi, valenti teologi ed illustri oratori, che hanno lasciato dietro di sé tracce indelebili. Tra gli oratori del Seicento si ricordano l’algherese Francesco Boyl, autore di un’interessantissima descrizione della Sardegna; nominato vescovo d’Alghero, questo personaggio morì nel convento di Cagliari, nel 1656, colpito dalla peste, lasciando al convento la sua voluminosa biblioteca; e i cagliaritani Fulgenzio Cocco, Pier Andrea Acorrà e Matteo Contini. Il primo, autore di una storia della Vergine di Bonaria, riportò, con dovizia di particolari, documenti sulla fondazione del convento mercedario e i prodigi della Madonna venerata sotto il titolo di Bonaria. Dell’Acorrà restano orazioni, pubblicate nel 1702, e alcune composizioni sparse in altre raccolte; del mercedario Matteo Contini, cronista del Seicento, che provvide ad installare nel convento la tipografia, restano due scritti. Il primo è una lunga orazione, in cui tesse la storia delle gesta delle potenti famiglie sarde, e il secondo, stampato a Napoli, è una splendida relazione sulla fondazione del convento e del Santuario di N. S. di Bonaria, in cui si trova una spettacolare presentazione della Cagliari del Seicento.

L’installazione di una tipografia fu avvenimento significativo e importante per la storia editoriale cagliaritana e diede notevole contributo al progresso culturale sardo con la stampa di opuscoli, libretti, raccolte, testi scolastici e ristampe di opere riguardanti la storia della Madonna di Bonaria e quella dei Mercedari, di cui occorrerebbe fare uno studio più dettagliato. Altro mercedario illustre fu l’algherese Ambrogio Machin, primo rettore dell’Università di Cagliari e primo sardo ad essere stato primate di Sardegna e Corsica, dal 1627 al 1641; lasciò  i “Commentari della Suma Tomistica”, con dedica al papa Urbano VIII, e un sermone predicato per il voto e per il giuramento delle Corti parlamentari sarde a favore della Concezione della Vergine, di cui restano testimonianze in un dipinto nella cappella di Sant’Isidoro, nella cattedrale, e in una cronaca.

Del padre Antioco Brondo, considerato il primo storico dell’ordine dei PP. della Mercede di Cagliari, restano un “Commentario”, edito in Roma nel 1612, e una relazione storica sulla fondazione del convento di Bonaria, stampata in Cagliari nel 1595 nella tipografia del vescovo Canelles. Il Brondo fu venerato come santo dopo la sua morte avvenuta nel convento di Bonaria, nel 1628. Un altro libricci-no, di cui si sono perse le tracce, riguarda le in­dulgenze concesse alla confraternita di Nostra Signora della Mercede, pubblicato nel 1604; può considerarsi una parte o la continuazione della relazione storica. Nel 1611, a riguardo del Santuario, il visitatore generale Martin Carrillo, arcivescovo di Saragozza, inviato dal re di Spagna Filippo III, per controllare lo stato economico-sociale e finanziario della Sardegna scrive: “Fuori della città di Cagliari, in un colle che da antica data chiamano villa di Buenaire, località in cui l’infante Alfonso pose il suo campo per la conquista della Sardegna e per prendere la città di Cagliari, c’è il convento di Nostra Signora di Bonaria, edificato e donato dal re don Giacomo d’Aragona, di cui ricordo tre grandi fatti prodigiosi: la statua antica della Madre di Dio, pugnalata da un soldato, la statua della Madonna che arrivò in quel luogo e la navicella d’avorio di un palmo e mezzo, che io stesso ho controllato per vedere la causa del movimento; non sono riuscito a vedere nulla e concludo col credere che sia un miracolo divino”.

A riguardo del padre Antioco Brondo, il Carrillo scrive che è maestro in teologia dell’Ordine della Mercede e che non si trovava nel convento perché era a Roma per pubblicare il suo libro sull’Apocalisse, opera dottissima e superba, che aveva letto prima che il padre partisse per la città eterna; nota infine che il Brondo aveva già pubblicato un libro meraviglioso, nel 1595, sulla storia e i miracoli della Madonna di Bonaria.

L’Eco di Bonaria, ottobre 1990

 

PORTOSCUSO E LA TONNARA

 

Tra gli aspetti particolarmente interessanti dell’economia isolana del Seicento va certamente considerato quello riguardante la pesca e la lavorazione del tonno, e la Sardegna, grande produttrice di tonno, ne esportava in misura ragguardevole in tutta l’Europa. Delle oltre venti tonnare che operarono sino ai pri­mi anni dell’attuale secolo, neppure una si è salvata dalla sempre più frenetica corsa alle nuove industrie. Ciò ha fatto sì che morisse quella grossa attività del mare che era stata sempre fonte di lavoro per i Sardi. I tonni, sebbene gli scarichi a mare delle industrie moderne abbiano inquinato l’ambiente marino e le nuove tecnologie di lavoro del pescato e la notevole concorrenza di altre nazioni hanno creato una nuova politica economica sarda, non hanno cambiato itinerario, come hanno creduto molti economisti.

Sono molti infatti coloro che han­no ritenuto ormai conclusa la pesca secolare del tonno nei mari di Sarde­gna. A mio modesto parere, ciò non trova riscontro con i primi e buoni successi ottenuti dai tonnarotti di Portoscuso, in questi ultimi anni. Così, per dare nuovo impulso all’attività industriale della pesca del tonno, è ripresa l’antica attività della tonnara per opera sia della Pro Loco, interessatasi allo studio dei documenti archivistici, sia della Società “Su Pranu”, costituita per volere popolare; la Società, pur in mezzo a difficoltà, disavventure e incredulità, sta tentando di riportare in auge la pesca del tonno, che ha già dato risultati incoraggianti, e cerca di salvaguardare e valorizzare meglio le risorse e la cultura della tonnara, poiché crede che questa antica attività marinara e commerciale significa dare ai giovani una speranza di lavoro.

Anche le amministrazioni regionale, provinciale e comunale, nonché la Comunità Montana si sono sensibilizzate al problema del recupero dell’attività della tonnara di Portoscuso con interventi finanziari, che ci auguriamo continuino, poiché la ripresa di questa attività, che fino ad una ventina di anni fa aveva visto un folto gruppo di operai lavorare il tonno, pescato dai tonnarotti in una lotta mortale, potrà risollevare l’economia della zona, dato che la pesca e l’attività conserviera del tonno saranno certamente fonte sicura di lavoro per molte famiglie di Portoscuso. Il recupero del patrimonio sardo è un chiaro segno di crescita culturale per cui, nel quadro della rivalutazio­ne e della valorizzazione della me­moria storica, sono certo che si potrà istituire in Portoscuso anche un Museo delle tonnare, che presenti non solo le strutture murarie di una architettura del settore risalente al secolo XVI e gli impianti tutt’ora in piedi, sebbene da ristrutturare e conservare, ma anche le attrezzature marinaresche e quelle per la lavorazione del pescato, impiegate nel secolare esercizio di questa attività commerciale che ha dato grandi introiti alle casse dello Stato.

Così sollecitato dal vigoroso sviluppo degli studi sardi e incoraggiato dal crescente interesse non solo dei sardi verso il proprio passato, ma anche dei non sardi verso le cose di casa nostra, ho rivolto l’attenzione ad una attività peschereccia, attualmente in grande difficoltà, e alla trasformazione del prodotto, al fine di ricordare alle amministrazioni pubbliche che devono continuare nel sostenere l’ini­ziativa della Società “Su Pranu”. Compito del saggio che sarà pubblicato quanto prima è quello di presentare la storia della tonnara di Porto­scuso, dalla nascita, risalente alla fine del ‘ 500, fino ai primi del ’700. Questa è la storia di tutte le tonnare sarde, poiché quella oggetto dello studio è legata alla storia delle altre tonnare, oggi scomparse, che potrebbero un giorno riprendere le attività. Con la documentazione rintracciata nell’Archivio di Stato di Cagliari e in quello della Corona d’Aragona di Barcello­na è stato possibile analizzare la situazione peschereccia del tonno dal ’500 alla fine del ’600, le diverse fasi di appalto, la pesca, la produzione, gli attrezzi di lavoro, le statistiche, l’esportazione, i controlli, le vendite, le imbarcazioni e l’equipaggio.

Mi auguro che la stampa della monografia contribuisca ad apprezzare ed utilizzare meglio il patrimonio ancora esistente in Portoscuso che merita una pronta valorizzazione, e che gli aiuti finanziari da parte delle autorità pubbliche sarde siano quanto prima stanziate e assegnate. Pertanto, per meglio valutare quanto nello studio si presenta, sarebbe necessario procedere ad organizzare un convegno che abbia come tema “La pesca del tonno e la sua lavorazione” cui debbano partecipare esperti ed economisti del set­tore al fine di programmare un’attività lavorativa e commerciale che sta allargando i confini e che vede risorgere altre tonnare.

Per concludere, sono dell’avviso che il lavoro dei tonnarotti è un tipo di manifestazione, coinvolgente sentimenti e nostalgia e che, se la loro attività acquisterà credito e riuscirà a rinforzarsi, saranno numerosi gli spettatori nel periodo delle mattanze: questa antica tradizione diverrà richiamo per il turista, che non solo potrà assistere alla mattanza ma potrà visitare il Museo Marinaro della tonnara di Portoscuso.

Sardegna magazine, ottobre 1990

 

RILEGGENDO LE NOTE DI PADRE BRESCIANI GLI ANTICHI COSTUMI GASTRONOMICI DEI SARDI

 

 

Certamente l’Ottocento è stato, per la Sardegna, il secolo in cui i Sardi hanno visto molti personaggi importanti percorrere l’Isola, convinti di trovarvi numerose novità di vita agreste e contadina, nonché di scoprire tradizioni popolari molto interessanti che risalivano a secoli precedenti. Tra gli italiani ricordo il gesuita Antonio Bresciani, nato negli ultimi anni del Settecento e morto a Roma nel 1862. Il Bresciani venne in Sardegna come Padre Provinciale del suo Ordine, ma andò via qualche anno dopo, nel 1845, e si rifugiò nella Capitale quando i gesuiti furono espulsi da tutte le regioni d’Italia. Nel capoluogo romano stese un’opera sui costumi della nostra isola, che pubblicò in Napoli nel 1850: «Dei costumi dell’Isola di Sardegna, comparati con gli antichissimi popoli orientali».

Dalle conversazioni di Padre Bresciani con quattro suoi confratelli nel Castello di Montalto, in territorio di Chieri, in Piemonte, scaturiscono dati di rilievo sia sulle tradizioni popolari, sia sulla società, quali ad esempio il modo di accogliere l’ospite, il lavoro, e la vita dei pastori e la situazione degli agricoltori.

Credo di fare cosa gradita dando una carrellata sulle pagine che trattano di alcuni modi di cuocere la carne, del modo di preparare sa cordula e dei modi di cuocere il pane e di macinare il grano, anche perché mi sembra che diversi di questi modi siano ancora in uso in diverse località della Sardegna. L’arrosto, osserva il gesuita, si ottiene, più o meno come lo effettuavano i Greci. Infatti, dopo aver diviso in due l’animale (un capretto, un agnello, un maialetto), esso viene infilzato in un ramo verde a forma di bastone, che, senza un appoggio viene girato e rigirato, spruzzandovi sopra un po’ del buon vino. Si lascia cuocere con il condimento del proprio adipe, fin quando non si forma una crosta dorata. L’arrosto, saporito e croccante, fa venire l’acquolina in bocca e, a detta del Bresciani, i Sardi l’hanno come boccone ghiotto tanto da far leccare le dita.

Per quanto si riferisce al modo di preparare e cuocere sa cordula, il gesuita osserva che prima si lavano bene le interiore dell’animale, poi il fegato, il cuore e la coratella vengono infilzati in uno spiedo che viene posto nel fuoco. Dopo aver girato e rigirato lo spiedo nella brace, si incarta nell’omento dell’animale con le budella, che vengono attorcigliate a guisa di nastro con molte intrecciature. Viene cotto e si ha un delicatissimo arrosto che si chiama sa cordula, nome che ricorda in modo evidente gli avvolgimenti delle budella. In realtà con questo nome e con questo modo di cottura i Sardi indicano sa trattalia. In alcuni villaggi del Marghine e del Goceano e nell’Ozierese, scrive il Bresciani, fanno il pane a forma di schiacciatelle, larghe un tagliere da tavola, così sottili che non raggiungono la metà della grossezza del mignolo. Alcune di queste schiacciate, racconta il gesuita, cuociono in una teglia, altre cuociono sotto la cenere, altre ancora sopra una pala calda posta sulla brace; e poiché esse sono tanto sottili, si colorano e facilitano il formarsi di una crosta, senza cuocere però bene come l’altro pane.

A riguardo della farina usata per il pane, egli scrive che in qualche località sarda si può trovare pane che non sia di frumento; infatti nei luoghi più aspri dell’isola si fa del pane di ghiande e di terra, soprattutto nei villaggi di Baunei, Arzana, Gairo, Urzulei e Triei, dove le ghiande vengono cotte nell’acqua; e quando queste sono ben ammorbidite, i contadini le pestano in un mortaio, le schiacciano in uno spianatoio e le impastano su una piastra di pietra liscia. Il pastume viene cosparso di una specie di loto di argilla, unta d’olio; fatto il pane a guisa di sfogliata, gli spruzzano sopra della cenere, affinché non si appiccichi nel forno, e lo ungono di strutto, di lardo o con olio per dargli un sapore. In alcune regioni dell’Asia, aggiunge il Bresciani, è usanza mischiare il pane con argilla oleosa, di cui si nutrono gli abitanti.

Il Bresciani termina la parte dedicata al pane scrivendo che, sia a Castelsardo che a La Maddalena, ha potuto vedere alcune fanciulle che macinavano anche di notte e, per restare sveglie,cantavano al suono della macina e chiacchieravano con gioia sino allo spuntar dell’alba.

Sanluri notizie, 30 ottobre 1990

 

OPEROSITÀ DELL’INSIGNE ARTISTA ANNA CABRAS BRUNDO

 

Nel libro “Dizionario Biografico di Cagliaritani” (Cagliari 1984), così scrissi di Anna Ca­bras Brundo: “Scultrice e pittrice auto­didatta. Ha preso parte a personali e collettive. I suoi lavori giovanili sono andati perduti durante i bombarda­menti su Cagliari del 1943. Suo primo lavoro è stato il busto di Felice Melis Marini, che le ha procurato unanimi consensi di critica e di pubblico. Molto apprezzata la sua Madonna di Bonaria col Bambino, alta m. 1,75. Ritrattista di vari personaggi tra cui Guido Costa, Nicola Valle, Marcello Serra, Francesco Alziator e fra Nicola. Le sue opere si trovano presso il Consiglio Regionale della Sardegna, l’Università di Cagliari, le sale del Municipio del capoluogo isolano e presso privati in Sardegna, Lazio e Sicilia”. Poche righe che non bastavano per inquadrare un’attività artistica di oltre cinquant’anni, da quando cioè nel 1936 la Brundo, poco più che sedicenne, iniziava a disegnare percorrendo la strada che l’avrebbe portata ad inserirsi nella storia artistica nazionale, ed isolana in particolare, perla immediatezza e la vivacità della sua scultura.

Non è stata scritta ancora la storia della scultura in Sardegna, sebbene molte pagine si possano trovare qua e là in molti autori. Speriamo che qual­che studioso ponga mano a questo lavoro. Per poter inserire i nostri grandi scultori nella “Storia della scultura in Italia”, è necessario prima che si prov­veda a stendere quella che noi Sardi non abbiamo. Non è mia intenzione fare un elenco dei validi scultori sardi che, ad iniziare dal Quattrocento fino ad arrivare ai nostri giorni, possono essere inseriti nella storia della cultura sarda: un posto in questa storia, tutta da scrivere, l’ha conquistato anche Anna Cabras Brun­do, come dimostrano le sue numerose sculture raccolte in foto in diversi album, che aspettano che qualche editore provveda alla pubblicazione per celebrare la sua più che cinquantennale attività artistica: sono tutte opere di primissimo piano.

Alla Cabras Brundo si sono interessati studiosi e critici d’arte, primo tra tutti Nicola Valle che, oltre ad averla inserita nelle pagine de “II Convegno”, l’ha riproposta nel suo recente “Perso­ne e personaggi”, dove le ha dedicato un intero capitolo, che può essere una pagina per il grosso volume della storia della scultura sarda. A riguardo del meraviglioso busto del sindaco di Cagliari Ottone Bacaredda, che ancora aspetta di essere collocato tra le aiuole del giardino antistante il palazzo Comunale, come scrive lo stesso Valle, il critico cagliaritano asserisce che “è mirabile sia per la correttezza impeccabile dell’anatomia, sia per l’espressione vibrante dello sguardo (particolare assai difficile da rendere nella scultura), sia per la perfetta aderenza all’originale”.

Antonio Ciardi-Duprè, uno dei più validi critici d’arte, nota che le opere della scultrice cagliaritana in genere, ed i ritratti in particolare, pur essendo notevoli per armonia plastica, sono il risultato di un attento studio psicologico del soggetto. Francesco Alziator, attento osservatore della realtà sarda, in “Pensiero e arte” (1963) scrive che “Anna Cabras Brundo, sostenuta da un’istintiva abilità tecnica che non si arresta dinanzi a nessuna difficoltà e dalle più profonde ed intense capacità espressive, ha realizzato un numero davvero notevole di opere nelle quali è, di volta in volta, più visibile l’ascesa verso una sensibilità sempre più squisita”. Peppinetto Porcu in “La voce della IV” (Marzo 1969), in un breve articolo che porta il titolo “L’incisiva arte di Anna Cabras Brundo”, ed in cui è proposto il perfetto busto di Crespellani, osserva che la Brundo è la scultrice senz’altro più degna di questo nome che lavori oggi in Sardegna. “Le sue sculture – scrive più avanti – sono il frutto di un profondo studio del personaggio, che viene trasportato sulla creta con vigore di tratto e permeato della spiccata personalità dell’artista”.

Il giornalista Italo Pomi, in “Orien­tamenti” (1970) apre il suo articolo scrivendo che “parlare di Anna Cabras Brundo non è certo difficile; difficile, se mai, è trovare gli aggettivi che le si addicano (…). È considerato oggi, non a torto, il miglior scultore vivente della Sardegna. Le sue magiche mani modellano e plasmano ora l’effigie di un caro componente della famiglia, ora un personaggio politico, talaltra un atleta o un qualunque personaggio del momento, cogliendo sempre l’espressione più tipica, inconfondibile, ricca di quella possente vitalità e di quella vigorosa bellezza che costituiscono una componente di raffinato buon gusto e di profonda maturità artistica”. A riguardo del busto di Sua Santità Paolo VI (il Papa venne a Cagliari nel 1970), Italo Ortu scrive: “Lei ha visto il Papa come l’abbiamo visto tutti noi cagliaritani: l’obiettivo del suo talento è scattato come sono scattati a decina di migliaia gli obiettivi delle macchine fotografiche, ma mentre da questi ne sono scaturite immagini piatte in bianco e nero o a colori, dalle mani di Anna Cabras Brundo ne è scaturita una immagine a tre dimensioni in grandezza naturale, un’opera di grande pregio che merita senz’altro una degna collocazione in una ancor più degna dimora”.

Antonio Ciardi-Duprè nel 1972 scrive che la sua opera ritrattista di scultura e di pittura ha i requisiti per venire apprezzata ovunque da tutti, ed in modo speciale le sue opere scultoree, sia per la robustezza nelle raffigurazioni che per le espressioni psicoanalitiche perfettamente rese.Un meraviglioso quadro sull’attività della scultrice sarda lo si ritrova anche in “Leonardo” della EDAC PAVIA (1972) in cui si legge: “L’artista sarda è una delle più valide scultrici operanti in Italia. Da qualche anno si cimenta con opere di pittura nelle quali va raggiungendo ed io, a distanza di circa 20 anni, posso affermare che ha raggiunto – una cifra personale di una non indifferente importanza.

L’anno successivo il professor Orazio Puglisi, storico e critico d’Arte, afferma che l’artista sarda riesce ad esprimere tutto il suo valore artistico specie nei quadri scultorei, di ineccepibile modellazione, di forte vigore eloquen­te e soprattutto di precise intuizioni psicanalistiche, frutto di approfondito esame compiuto nell’intimo dei perso­naggi. A riguardo della personale agli “Amici del Libro”, Francesco Birocchi, nel 1975, scriveva in “Tuttoquotidiano”: “Anna Cabras Brundo è una scultrice di sicuro talento e pittrice finissima. Le figure umane esposte sono una rassegna completa della produzione dell’artista”. E dopo aver scritto che viene considerata una delle più valide scultrici viventi in Italia, Birocchi asse­risce che “il sorriso è la caratteristica comune a tutti personaggi ritratti, ma i ritratti non si esauriscono nella forma esteriore; è evidente il cammino di interiorizzazione percorso dall’artista sempre alla ricerca del sentimento più profondo”.

Dieci anni più tardi Antonio Romagnino in “L’Unione Sarda”, facendo una analisi sulla storia di Cagliari attra­verso le riviste, si è soffermato ad analizzare quanto ha presentato la rivista “II Convegno”, nell’arco di 35 anni di vita culturale. E tra gli artisti che hanno trovato un degno posto nella rivista cagliaritana, Romagnino nota che anche l’ultimo numero di congedo della rivista non ha voluto venir meno alla vocazione puntigliosa privilegiata, dedicato com’è alla valente scultrice cagliaritana Anna Cabras Brundo. “Allieva di Francesco Ciusa (scrive il critico cagliaritano) – ne frequentò ancora dopo la guerra l’atelier di Via Alghero -, ha a lungo meditato quella lezione e l’ha approfondita con una ricerca personale ed autonoma nella figura e il ritratto.

Per questo suo scrupolo ha tardato ad esporre e solo al 1958 risale la prima mostra, ma poi la sua produzione non ha conosciuto soste e le esposizioni si sono susseguite fino ad oggi in nume­ro complessivo di una trentina, con un più crescente consenso di pubblico e di critica. (…) Anna Cabras Brundo non scolpisce con le mani pur nervose e sapienti ma con le parole, con le parole che indagano e leggono. È allo­ra che si verifica quanto ha scritto Mario Ciusa Romagna di codesta artista: “Possiede una non comune carica umana, ed è capace di modellare la materia a suo agio. É una vera ritrattista verista”.

Martino Casalini in “La Voce serafi­ca” (1986) scrive che “Anna Cabras Brundo è conosciuta e apprezzata in tutta la Sardegna per il suo notevole talento, la sua serietà e costanza e per la sua grande esperienza tecnica”. “Nelle tavole della Via Crucis che la scultrice cagliaritana ha artisticamente lavorato vi è – a detta di Casalini – il lavoro impostato e studiato con lo scopo di distrarre il meno possibile come un colloquio a tu per tu, più che mai intimo e diretto”. Più avanti Casalini osserva che “pur trattandosi di tavole di modestissime proporzioni e superfici, ella è riuscita ad esprimere e significare, con straordinaria efficacia, il movimento doloro­so e il cammino sofferto dall’uomo della Croce”. Dopo aver citato alcune opere di genere sacro o religioso, Casalini termina con l’augurio che la Sardegna e Cagliari, che pur devono essere orgogliose di questa artista, possano abbellire tanti altri luoghi ancora con le sue opere. Trai i numerosi premi e riconoscimenti che l’artista sarda ha ottenuto, e otterrà nei suoi lavori futuri, voglio ricordare quelli più significativi, perché sono ben meritati: il “Premio Internazionale Europa Arte” in Ancona nel 1965, la Medaglia d’argento alla “10* Mostra Nazionale d’Arte” in Milano nel 1973.

Nel concludere mi sia consentito di affermare che Anna Cabras Brundo nei suoi numerosi lavori ha rivelato tutta la sua potenzialità artistica, tanto che si può ben scrivere che è la migliore scultrice, nonché ottima pittrice, che la Sardegna abbia espresso in questo secolo. È giusto perciò che si provveda ad uno studio di riflessione che resterà negli anni futuri come un capitolo della storia dell’arte figurativa italiana, a testimonianza della forza della sua personalità di scultrice.

Sardegna Magazine, novembre 1990

 

TRENT’ANNI FA IL RESTAURO DEL SANTUARIO DI BONARIA

 

L’8 dicembre del 1960, nella giornata dedicata alla Immacolata, veniva riconsacrato l’antico tempio di Bonaria alla presenza dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Botto, del Maestro generale dei Mercedari, p. Sante Guttuso, e di una immensa folla di fedeli, che hanno onorato la Madonna di Bonaria nella fausta occasione dell’inaugurazione del restaurato Santuario. La sera precedente, dopo un omaggio floreale di oltre un migliaio di bambini, cui seguì la Messa vespertina officiata da mons. Pasquale Sollai, il simulacro miracoloso della Vergine è stato ricollocato trionfalmente sul suo altare tra il tripudio del popolo, che assiepava i due templi. Questa riconsacrazione, del santuario era divenuta necessaria poiché si era provveduto a rimettere in particolare luce gli aspetti architettonici, ormai anneriti dal tempo, e a mettere in salvo le più importanti memorie del vetusto tempio.

Il Santuario, che oggi appare più austero, più ricco di luce e più gradevole nel contrasto, dato dal rosa dei pavimenti in pietra d’Assisi e dagli altari con le pareti, le colonne e le arcate chiare, come scrive il giornalista cagliaritano Mario Pintor, rendono più evidenti i ricodi e i simulacri del tempio. L’opera di restauro è stata compiuta per volere dei Padri Mercedari, avvalendosi dei consigli e suggerimenti del prof. Renato Salinas, allora Soprintendente ai monumenti. La volta del presbiterio era stata affrescata dalla pittrice Gina Baldacchini.

Sull’altare maggiore, completamente rinnovato, spiccava la nuova edicola della Vergine di Bonaria, in cui conver­gevano gli antichi archi dell’abside. Allo scultore Arnaldo Bellini, a cui si deve anche la Madonnina in bronzo, posta sulla lunetta della facciata, spetta l’opera degli Angeli oranti posti sui capitelli dell’edicola.

L’Eco di Bonaria, dicembre 1990

 

A PROPOSITO DI D. H. LAWRENCE  – “SEA ABD SARDINIA”. SETTANT’ANNI DI GIOVINEZZA (prima parte)

 

Prima che passi il 1990 è doveroso ricordare il sessantesimo anniversario della morte di un illustre scrittore inglese, che circa settant’anni fa, e precisamente nel gennaio del 1921, sbarcò a Cagliari; ne ammirò le bellezze e i monumenti, passò a Nuoro e superò le montagne della Gallura, per terminare il viaggio ad Olbia.

Non saranno molti coloro che han­no compreso che voglio ricordare David Herbert Lawrence, nato a Eastwood, nel Nottingham, l’11 settembre 1885. Il padre, John Arthur, era minatore e la madre, Lydia Beradsall, una borghese. La madre, per il carattere del marito, divenuto ubriacone, concentrò il suo amore verso di lui, ultimo dei figli maschi. Frequentò la Council School della sua città, abbandonata a 16 anni per impiegarsi in una fabbrica di strumenti chirurgici. Ripresi gli studi all’Università di Nottingham, si diplomò in pedagogia e si mise ad insegnare a Croydon. Ma, lasciato l’insegnamento di maestro, iniziò una vita errabonda che lo portò a scrivere poesie e novelle; nel 1911 il suo primo romanzo autobiografico, “The white peacock”, in cui ricorda la prima ragazza entrata nei suoi sentimenti; l’anno dopo seguì il romanzo “The trespasser” e con l’amata baronessa Frieda von Richthofen attraversò la Germania, per passare poi in Italia; sul Garda e a Lerici rimase un anno, con qualche breve intermezzo in Germania e in Inghilterra. Si sposò nel 1914 con Frieda, che aveva ottenu­to il divorzio, e ritornò in Inghilterra, dove soggiornò sino alla fine della guerra mondiale. Ritornato in Italia nel 1919, viaggiò a lungo per Firenze, Capri e Taormina.

Si stabilì in Sicilia, da cui iniziò un viaggio attraverso l’isola della Trinacria. Passò poi in Sardegna, per un breve giro, che ricorderà in uno scritto. È la volta di Malta, poi in Germania e in Austria. Da Napoli s’imbarcò per il Nuovo Messico, passando per l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda, le isole Cook, Tahiti e San Francisco. Sono anni in cui egli scrisse diversi romanzi. Ormai conosciuto in tutto l’universo e celebrato come romanziere, poeta e critico letterario, visse facendo frequenti e lunghi viaggi in paesi di clima dolce, poiché affetto da tubercolosi. Non ebbe così una stabile dimora e continuò i suoi viaggi intorno al mondo e a passare le giornate scrivendo. Ritornato in Europa, prese dimora in Francia, nel dipartimento del Varo. Ma il male l’aveva ormai colpito completamente; fu ricoverato nel sanatorio di Vence, in Provence, nella villa di Robermond, dove si spegneva il 2 marzo del 1930.

Degni di menzione i libri e le pagine di viaggio e particolarmente “Crepuscolo in Italia” (1918), “Mare e Sarde­gna” (1921), “Mattinate in Messico” (1927). Fra i molti scritti di carattere filosofico il primo posto spetta a “Fantasia of the Unconscius” (Fantasia dell’inconscio) e fra quelli critici a “Studies in Classic America Literature” (1924), (Studi sulla letteratura americana). Di lui restano anche quattro lavori teatrali e quattro raccolte di poesie e l’eccezionale epistolario. I suoi scritti sostengono l’idea che l’uomo porterebbe i suoi istinti e le emozioni in equilibrio con il suo intelletto, che egli credette fossero supersviluppati. Egli sostenne questa dottrina, riferita alla dottrina romantica nei romanzi come “Thr rainbow” (1915), “Women in love” (1920), e il discusso “Lady Chattherley’s Lover” (1928), da cui è stato sceneggiato un film. Il romanzo “Sons and Lovers” (1913) -forse il miglior scritto – riflette molte delle sue esperienze giovanili.

Lui e la moglie, accusati di tradimento ed anche di spionaggio, nel 1919 si allontanarono dall’Inghilterra in volontario esilio. Gli ambienti di vari romanzi presentano la trama dei suoi viaggi: “Aaron’s Rod” (1922), prende posto in Inghilterra e Italia, “Kangoroo” (1923), in Australia e “The Plumed Serpent” (1926) in Messico. Altri libri contengono resoconti dei viaggi: “Sea and Sardinia” (1921) e “Etruscan Pla­ces” (1923). Il postumo “Complete Poems” (1964) e la raccolta delle lettere, “The Collected Letters of D. H. Lawrence” (1962), sono tra le più belle nella letteratura universale. Lawrence influenzò autorevolmente la letteratura degli anni Venti ed ispirò una serie di memorie morali che apparvero subito dopo la sua morte, che oscurarono, per alcuni anni, la sua reputazione come scrittore. Ma i suoi scritti guadagnarono larghi consensi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Di sicuro egli aveva letto “Sardinia and its resources” di Robert Tennant, che nello stesso anno della sua nascita (1885) giungeva in Sardegna per studiare le eventuali possibilità di iniziative da parte d’una società; si era recato in tutte le parti dell’isola, prendendo contatti con autorità, grossi proprietari terrieri, commercianti, consultando documenti e statistiche e informandosi sull’agricoltura, sulle miniere, sulle manifatture, sulla pesca e le ferrovie.

Della Sardegna si parlava, infatti, solo come destinazione punitiva di funzionari statali e di ufficiali delle Forze Armate. L’isola, per essere troppo distante dalla terraferma continentale, aveva conservato quel fascino di bellezza naturale dell’entroterra e delle sue aspre montagne e le coste selvagge ormai venivano descritte dai nume­rosi viaggiatori stranieri che facevano apparire l’isola come una nascosta donna da esplorare. Nel 1921, a New York, il grande scrittore inglese pubblicava “Sea and Sardinia” (Mare e Sardegna), in cui riportava le impressioni di un frettoloso viaggio da lui fatto in alcune località della Sardegna, cogliendo lo spirito della gente e la necessità di una sco­perta psicologica. Hanno scritto che “il libro è un lavoro che non si allontana dai soliti manuali alla Mark Twain e presenta perfino la medesima maniera di vedere un panorama o di apprezza­re i costumi degli abitanti. Egli guarda la Sardegna con occhio distaccato e, il più delle volte, ride del disordine so­ciale in cui egli trova l’Italia nel triste periodo del primo dopoguerra, e della povertà e della educazione del popolo italiano. Si reca ai mercati e alle fiere col vero scopo dell’artista, sa darci veri quadri originali pieni di umanità. Su Cagliari fornisce una magnifica scena di contadini in costume del luogo, fa vivere con loro e fa vedere caratteristici tipi di uomini sardi che stanno ritti e impettiti accanto alle loro minuscole mogli tonde e grassottelle. Una giornata di vendita al mercato è rappresentata con grafica verità: gli articoli di vendita sono visti con colore nuovo, con spirito nuovo”.

Fra tutti i viaggi degli scrittori inglesi in terra sarda quello di Lawrence fu il più breve, ideato da lui quando viveva a Fontana Vecchia, in Sicilia. Fu una rapidissima puntata di pochi giorni. Sbarcò nel porto di Cagliari il giorno dell’Epifania del 1921 e terminò il 20 gennaio dello stesso anno, accompagnato dalla moglie, l’ape regina, come egli la chiamava. Percorse l’isola da turista e fu impressionato dalle bellezze e dai monumenti dell’isola, ma lo stupirono anche le misere condizioni di vita, per cui confessò che la Sardegna era un luogo in cui non si poteva vivere. La prima edizione di “Sea and Sardinia” apparve a New York nel dicembre dello stesso anno (1921); probabilmente nessun altro visitatore della Sardegna riuscì a pubblicare le impressioni del viaggio nel giro di pochi mesi. La seconda edizione uscì a Londra un anno e mezzo dopo, nell’aprile 1923. (continua)

Sardegna Magazine, dicembre 1990

 

A PROPOSITO DI D. H. LAWRENCE – “SEA ABD SARDINIA”. SETTANT’ANNI DI GIOVINEZZA (seconda  e ultima parte)

 

Col suo lavoro, tradotto parzialmen­te in italiano per la Mondadori con il titolo “Pagine di viaggi”, ha dato al mondo il miglior libro che sia stato scritto sulla Sardegna ma anche molte delle sue pagine migliori, come scrisse Francesco Alziator nel 1945, – forse il primo sardo a interessarsi di Lawrence, con un certo interesse etnografico, e il primo a leggere e studiarne le opere, di cui aveva già espresso un giudizio e presentato alcune parti dell’opera “Sea and Sardinia” nel saggio “Scrittori inglesi in Sardegna” (Almanacco lettera­rio ed artistico della Sardegna, 1946, pp. 59-64), il che vuol dire di tutta la letteratura inglese contemporanea. Scrive ancora Alziator che Lawrence ha interpretato due elementi sempre sfuggiti a tutti: la virilità primigenia dei sardi e il senso tonale del paesaggio isolano. Il paesaggio è tutto colore, contrastato di luci e di oscurità, volumi e spazio. Il demoetnologo sardo ritornò sullo scrittore inglese nel gennaio 1955, con un lungo saggio pubblicato nel numero 1 de “II Convegno”, a lui dedicato nel 25.o anniversario della morte. Prima di addentrarsi nello scritto che riguarda il viaggio quindicinale nell’aspra terra sarda, Alziator traccia un esame sulle lettere dell’inglese da Taormina, dalle quali si apprende che era sua intenzione scrivere un libro su Venezia, mentre dalla lettera del 20 gennaio 1921, redatta subito dopo aver lasciato la Sardegna, vi è annotato che avrebbe scritto un libro sul viaggio; sebbene dava già un pessimo giudizio dell’isola, osservava che “gli era piaciuta moltissimo anche se in quello sperduto angolo d’Italia non era possibile andare ad abitarvi per le troppe difficoltà materiali”.

Il primo titolo dell’opera sulla Sardegna era “Diary of trip of Sardinia” (Diario del viaggio in Sardegna), ma venne poi cambiato con quello con cui apparirà alla fine dell’anno. Il testo viene poi corredato da otto tavole a colori di un suo amico pittore, che rap­presentavano i paesaggi ammirati da Lawrence. Lo scritto di Alziator, apparso come detto ne “II Convegno” con il titolo “Un consanguineo”, fu pubblicato anche nell’intera terza pagina de “L’Unione Sarda” del 22 e 23 marzo dello stesso anno, con una foto dell’autore inglese. Nell’articolo si presentano anche le pagine che si riferiscono alle giornate passate a Cagliari, alle quali rimando. Nel maggio 1989, per i tipi della Grafiche di Siena per conto della Nuova Immagine Editrice appare l’edizione italiana sul testo edito a Londra nel 1923, con la traduzione di Giuliana De Carlo e Elio Vittorini, illustrata da alcune immagini della Sardegna di quel periodo, tra le quali mi pare di scorgervi l’obiettivo di Mario Pes. Per Cagliari, Lawrence, che vi è giunto il 6 gennaio, proprio mentre si vedono in giro le maschere del carnevale già iniziato, scrive che è “una spoglia città che sale ripida, ripida che pare dorata, ammonticchiata nuda verso il cielo, dalla pianura della informe, incavata baia”.

Lasciata la città, dopo due giorni di passeggiate ad ammirare i luoghi e i monumenti, che gli apparvero simili a quelli dell’isola di Malta, prese il treno delle complementari per dirigersi al centro della Sardegna. Raggiunta Mandas nel primo pomeriggio, dopo cinque lunghe ore per un ottantina di chilometri, si fermò per passare la notte nell’albergo della stazione dopo aver fatto un pasto a base di braciole di maiale. Nel pomeriggio dell’indomani, dopo aver osservato che questo centro è luogo di smistamento ferroviario, partì per Sorgono. Il viaggio gli diede modo di scorgere il bel paesaggio delle montagne, la verde campagna, le greggi e mandrie al pascolo. Nella “graziosa” Sorgono, annidata tra i pendii boscosi, notò che le lenzuola del letto dell’albergo, dove avrebbe dovuto passare la notte, erano ancora quelle lasciate da chi vi aveva dormito la notte precedente. Dopo una cena a suon di carne di capretto e una sosta davanti al fuoco di un caminetto per scaldarsi, andò a letto ma non riposò bene per il freddo pungente. L’indomani mattina, di domenica, si recò alla partenza dell’autobus che lo portò a Nuoro, attraverso montagne, valli profonde, distese di boschi e vedute di paesaggi.

Si fermò a Gavoi, a metà percorso, per la coincidenza per altri autobus e si ebbe un tempo piuttosto lungo per il pasto delle due. Dopo la sosta, altro viaggio per varie ore, fino a raggiungere la sera Nuoro, fredda con il paesaggio “nudo e pietroso, ampio, diverso da tutti gli altri”. E poiché si era già nel periodo del carneva­le, Lawrence poté assistere ad una sfilata di maschere, notando che vi erano alcuni che portavano il costume veramente bello di ricco broccato antico e antichi scialli rilucenti. La notte era molto fredda, così il viaggiatore inglese si accucciò sotto le coperte, poiché non vi era il riscaldamento, addormentandosi subito sebbene nella strada continuasse il frastuono del carnevale. Poiché in Nuoro, a detta di Lawrence, non c’era nulla da vedere l’indomani pensò di continuare il viaggio nell’entroterra e si diresse a Terranova, l’odierna Olbia; nel viaggio notò che il paesaggio era diverso da quello del giorno precedente e ricordava che nei libri della scrittrice nuorese Grazia Deledda la brughiera d’estate era molto calda. Giunto ad Orosei fece una sosta, in attesa che l’autobus completasse il suo dovere postale e attendesse l’arrivo di quello per Nuoro.

Così lo scrittore poté scorgere che nella piazza del paese, dove il pullman sostò, c’era una chiesa con una falsa facciata barocca e tutt’intorno una strana aria spagnola. L’autista suonò la cornetta per ordinare la partenza, ma non partì in orario perché mancava un passeggero, che giunse tutto trafelato. Ripreso il viaggio, si costeggiò per lungo tratto il mare e dopo alcuni chilometri si raggiunse Siniscola, da cui si scorgeva Bagni di Siniscola, che a detta di altri nel periodo estivo è affollata di forestieri, come allora si chiamavano i turisti. A Siniscola si provvide al pranzo e poi si riprese il viaggio fattosi caldo, caldo come il mese di giugno, a detta di Lawrence, sebbene si fosse d’inverno. Lo scrittore ebbe la possibilità di parlare con i passeggeri, soprattutto con un prete che era stato in America, il quale gli disse che non aveva paura della tra­versata del Tirreno perché aveva già attraversato per molti giorni l’Atlantico. Si arrivò così ad una piccola città che all’inglese sembrò piuttosto un ac­campamento: era Terranova Pausania. Dopo aver sobbalzato su una cupa strada arida e sottile, il pullman si fermò davanti all’ufficio postale: lo scrittore scese poiché desiderava andare a piedi al porto, essendosi stancato molto nell’autobus, preceduto da un monello facchino che gli portava i bagagli. Dopo una lunga camminata raggiunsero la lunga striscia di terra che portava al porto.

Dopo aver comprato i biglietti salirono nella nave “piccolissima, ma pulita e civile”. Così terminò il breve viaggio nell’isola che a mio giudizio non può considerarsi di grande importanza per una conoscenza più dettagliata dell’isola. Il viaggio infatti fu passato quasi tutto in treno e in autobus, con brevi soste nella capitale e in altri villaggi del centro della Sardegna, e con una corsa lungo la costa nord-orientale fino ad Olbia; non è possibile che abbia potuto osservare tutte le bellezze di quei posti. L’unica cosa che lo scrittore inglese poté notare fu il comportamento dei sardi, che a suo dire, era “sì, gentile, ma in alcuni casi scontroso e indiffe­rente”. Il pezzo più valido dal punto di vista turistico è quando scopre la città di Cagliari, la quale gli appare “perduta tra Europa e Africa, senza far parte di nessuna terra. (…) Rimasta fuori dal tempo e dalla storia”. (fine)

Sardegna magazine, gennaio 1991

 

LE GRANDI MANIFESTAZIONI DEL CARNEVALE

 

Gennaio, è il mese dei falò, perché in molti paesi del­la Sardegna si accendono grandi fuochi, in uso anticamente per allontanare gli spiriti del male e allo scopo di onorare e di accattivarsi i due grandi santi della cristia­nità: Sant’Antonio Abate e San Se­bastiano; febbraio è quello delle maschere, perché non presenta fe­ste religiose di grande rilievo, ad eccezione della festività della Can­delora, il 2 del mese. Infatti febbraio è dedicato com­pletamente al carnevale e in tutte le parti dell’Isola si registrano sfila­te di carri carnevaleschi e di gruppi in maschera.

La manifestazione più seguita è quella che si tiene ad Oristano, l’ultima domenica del Carnevale, e il martedì grasso, giornata che chiude il periodo carnevalesco. Folla, cavalli e colore sono i prota­gonisti della Sartiglia, che vede ac­correre nelle due giornate turisti e forestieri da ogni parte del mondo. Questa è la più movimentata e drammatica delle sagre del folklo­re sardo. Della Sartiglia, manife­stazione principe di un popolo, si sono interessati gli studiosi e gli et­nografi per cercare di spiegarne i vari momenti della festa.

La Sartiglia è l’espressione di quella grande borghesia sociale che furono i gremi. Attraverso le gloriose tradizioni della Sardegna, il Gremio di San Giovanni, nel po­meriggio dell’ultima domenica del Carnevale, e quello di San Giusep­pe, l’ultimo giorno, assurgono a simbolica espressione dell’isola. Sia la corsa domenicale sia quella del martedì grasso presentano le stesse fasi. La vestizione de su Componidori (il comandante), av­viene intorno alle dodici, in casa del presidente del gremio. Dopo la vestizione il «compoidori», seduto su una se­dia posta su un tavolo, viene con­dotto nella stanza dove si trova il cavallo, sul quale viene collocato di peso.

Lungo il percorso i trombettieri, vestiti in abito carnevalesco e ma­scherati, iniziano il carosello. Par­tono a tutta velocità dalla curva di Piazza Mannu e imboccano la via Duomo dove, all’altezza della Cattedrale, è sistemata una stella, «sortija», termine spagnolo che si­gnifica anello. I cavalieri devono infilzarla con le loro spade, per due o tre volte. L’ultimo cavaliere è il Componidori. Alla fine della corsa equestre si contano i tentativi riu­sciti e si traggono degli auspici sul raccolto dell’annata agraria in cor­so. Da qualche anno il lunedì dopo l’ultima domenica dì Carnevale, si svolge la «Sartigliedda»: manife­stazione equestre per i ragazzi.

Anche ad Abbasanta si svolge un torneo equestre mascherato con cavalieri concorrenti alla pari­glia che provengono da diversi Co­muni dell’Oristanese. Pure a Santulussurgiu si corre una gara pres­soché simile a quella della Sarti­glia. Nella strada «sa carrela ‘e nanti», la frenetica corsa si svolge lun­go la tortuosa discesa dal centro verso la periferia del paese.

A Cagliari, sono numerose le sfi­late di cortei carnevaleschi lungo le strade cittadine. Allo scadere dell’ultimo minuto del martedì grasso, che chiude il periodo di carnevale, ci si da appuntamento in Piazza Yenne per dar fuoco ad un pupazzo fatto di stracci. Il cor­teo, preceduto da un carro sul qua­le è innalzata l’enorme testa di car­tapesta di Cancioffali (dalla terminologia sarda del carciofo), è formato da molti carri e da un centinaio di ma­schere che percorrono le principali strade della città e ritornano nella Piazza Yenne, dove ha luogo uno spettacolo con alcune tipiche ma­schere cagliaritane: sa panettera, sa viuda, su gattu e su tialu. Alle undici della notte i diversi cortei si ritrovano attorno al falò del re Cancioffali.

Il Carnevale nuorese non è stato mai pazzo, perché i nuoresi man­tengono intatta e viva la vecchia tradizione. A Mamoiada, infatti, sfilano i Mamuthones, maschere dal volto di legno, che con il loro passo cadenzato fanno risonare lú­gubremente i campanacci che por­tano sulle spalle. Le vie sono per­corse da due gruppi di maschere, venti per gruppo, che indossano nere pelli di pecora. Costoro han­no il compito di lanciare «sa cocca» addosso alla persona prescelta. I Mamuthones e gli «insoccadores» formano una sorta di compagnia drammatica che inaugura il Carne­vale il giorno stesso in cui si accen­de in piazza la catasta di Sant’An­tonio del fuoco, nel mese di gen­naio.

Ad Ottana sfilano i Merdules, o meres de ules, ossia i proprietari di buoi, che incutono timore e terro­re perché hanno sul volto una ma­schera di legno, che riproduce una testa di toro. Ad Orotelli sfilano i Thurpos, che fanno rivivere riti primitivi mimando il mondo con­tadino con una carica tragica e grottesca teatralità. Queste ma­schere, che offrono vino buono dalle loro borracce, corrono per le vie del paese con i loro gabbani ne­ri, una fila di campanacci e sonagli a tracolla, il cappuccio calato sugli occhi e il viso annerito di fuliggine.

A Tempio, le tradizionali mani­festazioni del Carnevale, riprese dalle reti televisive sarde, iniziano il giovedì grasso con la sfilata in cui il caratteristico personaggio è il re Giorgio, che precede il corteo ma­scherato dei bambini. Nel pome­riggio ha luogo la tradizionale frittellata. Nell’ultimo giorno del carnevale, sfilata dei carri mascherati e all’imbrunire il tradizionale pro­cesso, in chiave scherzosa, a re Giorgio, il quale viene condannato al rogo.

Anche Ghilarza mantiene viva la tradizione con una manifesta­zione mascherata denominata «su carruzzu a s’antiga». Il corteo, composto da cavalieri in costume mascherato, da carri carnevale­schi, calessi, gruppi folkloristici, si concentra nella piazza da cui parte la sfilata, che percorre i rioni del paese. Fa quindi seguito l’offerta gratuita delle «zippulas» e del vi­no.

A Samatzai, i giovani e i bambini mascherati vanno in giro per il pae­se, in corteo o a gruppi. La domeni­ca si snoda la sfilata per le strade del centro abitato con i carri alle­gorici e gruppi mascherati, che vie­ne ripetuta il martedì grasso, il giorno più suggestivo, poiché al tramonto parte il corteo maschera­to che porta il fantoccio da brucia­le. Giunti in piazza, si da fuoco al pupazzo. Intorno la gente balla, beve vino e mangia frittelle e zippu­las. La festa continua il giorno de «segai is pingiadas», la cosiddetta pentolaccia in cui sono previsti balli di gruppi in locali chiusi e nel­le case.

Per concludere, non poteva mancare il paese di Sanluri, in cui si tengono grosse manifestazioni, con sfilate di carri, falò in piazza, mascherate e zippolate.

Sanluri notizie, 31 gennaio 1991

 

 

USANZE E TRADIZIONI DEL FOLKLORE ISOLANO – LE GRANDI MANIFESTAZIONI DEL CARNEVALE SARDO

 

Febbraio è dedicato completamente al carnevale e in tutte le parti dell’Isola si registrano stilate di carri carnevaleschi e di gruppi in maschera.

La manifestazione più seguita è quella che si tiene ad Oristano, la Sartiglia. Folla, cavalli e colore sono i protagonisti della Sartiglia, che vede accorrere turisti e forestieri da ogni parte del mondo. Questa e la più movimentata e drammatica delle sagre del folklore sardo. Della Sartiglia, manifestazione principe dì un popolo, si sono interessati gli studiosi e gli etnografi per cercare di spiegare i vari momenti della festa. Sia la corsa domenicale sia quella del martedì grasso presentano le stesse fasi. La vestizione de su “Componidori” avviene intorno alle dodici, in casa del presidente. Dopo la vestizione, il “Componi­dori”, seduto su una sedia posta su un tavolo, viene condotto nella stanza dove si trova li cavallo, sul quale viene collocato di peso. Lungo il percorso i trombettieri, vestiti in abito carnevalesco e mascherati, iniziano il carosello. Partono a tutta velocità dalla curva di Piazza Mannu e imboccano la via Duomo dove, all’altezza della Cattedrale, è sistemata una stella, “sortija”, temine spagnolo che significa anello. I cavalieri devono infilzarla con le loro spade, per due o tre volte. L’ultimo cavaliere è il Componidori. Alla fine della corsa equestre si contano i tentativi riusciti e si traggono degli auspici sul raccolto dell’annata agraria in corso. Da qualche anno il lunedì dopo l’ultima domenica di Carnevale, si svolge la “Sartigliedda”: manifestazio­ne equestre per i ragazzi.

Anche ad Abbasanta si svolge un torneo equestre mascherato con cavalieri concorrenti alla pariglia che provengono da diversi Comuni dell’Oristanese. Pure a Santulussurgiu si corre una gara pressoché simile a quella della Sartiglia. Nella strada “sa carrela ‘e nanti”, la frenetica corsa si svolge lungo la tortuosa discesa dal centro verso la periferia del paese. A Cagliari, sono numerose le sfilate di cortei carnevaleschi lungo le strade cittadine. Allo scadere dell’ultimo minuto del martedì grasso, che chiude il periodo di carnevale, ci si dà appuntamento in Piazza Yenne per dar fuoco ad un pupazzo fatto di stracci. Il corteo, preceduto da un carro, sul quale è innalzata l’enorme testa di cartapesta di Cancioffali, è formato da molti carri e da un centinaio di maschere che percorrono le principali strade della città e ritornano nella piazza Yenne; qui ha luogo uno spettacolo con alcune tipiche maschere cagliaritane: sa panettera, sa viuda, sa gattu e su tialu. Alle undici della notte i diversi cortei si ritrovano attorno al falò del re Cancioffali.

Il carnevale nuorese non è stato mai pazzo, perché i nuoresi mantengono intatta e viva la vecchia tradizione. A Mamoiada, infatti, sfilano i Mamuthones, maschere dal volto di legno, che con il loro passo cadenzato fanno risonare, lúgubremente, i campanacci che portano sulle spalle. Le vie sono percorse da due gruppi di maschere, venti per gruppo, che indossano nere pelli di pecora. Costoro hanno il compito dì lanciare “sa socca” addosso alla persona prescelta. I Mamuthones e gli “Insoccadores” formano una sorta di compagnia drammatica che inaugura il carnevale il giorno stesso in cui si accende in piazza la catasta di Sant’An­tonio del fuoco, nel mese di gennaio. Ad Ottana sfilano i Merdules, o “meres de ules”, ossia i proprietari di buoi, che incutono timore e terrore perché hanno sul volto una maschera di legno, che riproduce una testa di toro. Ad Orotelli sfilano i Thurpos, che fanno rivivere riti primitivi mimando il mondo contadino con una carica tragica e grottesca teatralità. Queste maschere, che offrono vino buono dalle loro borracce, corrono per le vie del paese intabarratti nei loro gabbani neri, una fila di campanaccì e sonagli a tracolla, il cappuccio calato sugli occhi e il viso annerito di fuliggine.

A Tempio, le tradizionali manifestazioni del carnevale, riprese dalle reti televisive sarde, iniziano il giovedì grasso con la sfilata in cui il caratteristico personaggio è il re Giorgio, che precede il corteo mascherato dei bambini. Nel pomeriggio ha luogo la tradizionale frittellata. Nell’ultimo giorno del carnevale, sfilata dei carri mascherati e ali’imbrunire il tradizionale processo, in chiave scherzosa, a re Giorgio, il quale viene condannato al rogo. Anche Ghilarza mantiene viva la tradizione con una manifestazione mascherata denominata  “su carruzzu a s’antiga”. il corteo, composto da cavalieri in costume mascherato, da carri carnevale­schi, calessi, gruppi folcloristici, si concentra nella piazza da cui parte la sfilata, che percorre i rioni del paese. Fa quindi seguito l’offerta gratuita delle “zìppulas”, e del vino. A Sarnatzai, i giovani e i bambini mascherati vanno in giro per il paese, in corteo o a gruppi. La domenica si snoda la sfilata per le strade del centro abitato con i carri allegorici e gruppi mascherati, che viene ripetuta il martedì grasso, il giorno più suggestivo, poiché al tramonto parte il corteo mascherato che porta il fantoccio da bruciare. Giunti in piazza, si dà fuoco al pupazzo. Intorno la gente balla, beve vino e mangia frittelle e zippulas (zeppole). La festa continua il giorno de “segai is pingiadas”, la cosiddetta pentolaccia in cui sono previsti balli di gruppi in locali chiusi e nelle case.

Sardegna magazine, febbraio 1991 

 

UN MANOSCRITTO DI NOTEVOLE INTERESSE STORICO

È custodito nell’Archivio di Bonaria un manoscritto del P. Francesco Sulis

 

Nel Convento dei Mercedari di Cagliari si trova un pregevole manoscritto Ottocentesco che ne attende la pubblicazione. Ne è autore il Padre Francesco Sulis che lo redasse dal 1858 al 1870. Il manoscritto, che porta il titolo “Collezione delle notizie rimarchevoli sparse in vari libri e registri relativi alla Congregazione Mercedaria in Sardegna, ai Conventi di essa, alle Redenzioni eseguitevi ed ai Religiosi che si distinsero, fatta dal P. Francesco Sulis Merce-dario. Bonaria 1858 e seguenti”, è diviso in 7 parti, a cui seguono gli Indici: 1) notizie riguardanti la Congregazione Mercedaria in Sadegna; 2) notizie di vario genere riguardanti il Convento di Bonaria; 3) Cappelle del Santuario di Bonaria e loro ordine dalla sua fondazione sino al gennaio dell’anno 1870; (questo capitolo – dato che nel corso di cinque secoli si sono avuti diversi cambiamenti e al momento attuale ne mancano alcune, per avervi incorporato le Cappelle della Basilica – è di estrema importanza per la storia ecclesiastica sarda, poiché nessun altro storico ne ha dato una dettagliata situazione temporale). 4) Notizie sugli scrittori ed illustri Mercedari sardi, dedotte da autori estranei; 5) notizie degli scrittori ed illustri Mercedari sardi dedotti da autori e documenti domestici; 6) Notizie di vari Religiosi dei Conventi della Mercede di Sardegna e specialmente dedotti dai registri di vestizione, professioni e defunti; 7) Notizie sulle Redenzioni fatte specialmente  in Sardegna e sulla Questua per nuovo “Spedale” di Cagliari.

Il Mercedario F. Sulis, nato a Cagliari nel 1819 e morto a Roma nel 1895, studioso e valido scrittore, dotato di profonda cultura storica ed umanistica, docente di indiscusso valore, per decenni ha donato il risultato delle sue ricerche con la pubblicazione di diversi scritti, suffragati da scrupolosa interpretazione delle fonti, con stile garbato e sobrio.Il suo manoscritto, che contiene notizie utili non solo per la storia della Congregazione Mercedaria nell’Isola, ma anche a rendere visibile una grande piastrella che si incastona nel quadro storico, sociale e religioso della Sardegna, è di enorme interesse storico, artistico, sociale e religioso della Sardegna.

Si potrebbero riportare molte notizie del manoscritto del Sulis. Pensiamo sia sufficiente scrivere che egli illutra con grande competenza le varie disposizioni date alle Cappelle del Santuario di Bonaria dalla fondazione al 1870, anno della consacrazione della Vergine di Bonaria nel 5° Centenario dell’arrivo della statua della Vergine in Sardegna; ci presenta magnificamente tutti i quadri esistenti tuttora nel Santuario, nella nuova sacrestia e nel Convento, con note sugli autori, parecchi dei quali sconosciuti, ancora da studiare, che si inseriranno non solo nella storia artistica della Sardegna dal ’400 al ’800 ma anche di quella nazionale; nel manoscritto sono riportate le date delle vestizioni, delle professioni e della morte di numerosi Mercedari sardi: questo servirebbe per risalire alla conoscenza dell’opera benefica e vantaggiosa per i sardi fatta dai Mercedari non solo di quelli divenuti famosi per i loro studi e incarichi raggiunti, ma anche dei più comuni; sono riportate numerose notizie sulla Vergine di Bonaria e sugli scritti che interessano la storia del Convento Mercedario, apparse in periodici e testi dal 1600 al 1870, e si ha conoscenza della inedita diatriba intorno alla Questua per il nuovo Ospedale di Cagliari.

Da quanto sopra riportato crediamo che una fonte così pregevole non debba restare nella polvere di un Archivio che ha il. merito di possedere altri manoscritti, e numerosi lavori stampati, di cui furono autori gli studiosi Mercedari dei secoli passati, che contribuirono alla conoscenza della vita mercedaria.

L’Eco di Bonaria, 2 febbraio 1991

 

TRE COMUNI DELLA CINTA CAGLIARITANA

 

Lungo la strada statale 130, conosciuta più come “Iglesiente”, si snodano tre grossi centri, vicini l’uno all’atro che, essendo a ridosso del capoluogo isolano, possono considerarsi facenti parte della cinta cagliaritana, tanto che, in base alle nuove norme legislative, in un prossimo vicino faranno parte dell’area metropo­litana del capoluogo sardo. Inoltre questi tre centri, serbatoio agricolo e ortofrutticolo di Cagliari, possiedono patrimoni culturali ben distinti.  Sono tutti e tre comuni autonomi, dato che Elmas, ora a ben diritto comune a sé, non è più una delle frazioni di Cagliari, da cui dipendeva dagli anni 20, dal periodo fascista sino al 1990.

Il centro agricolo di Elmas, che con le nuove costruzioni ha ora un aspetto più cittadino, presenta diversi motivi artistici nell’antica chiesetta rurale di Santa Caterina di Semelia, probabilmente del periodo bizantino, e nella chiesa di San Giorgio, poco distante dal paese e nelle vicinanze dell’aeroporto civile di Elmas, fatta edificare dall’infante Alfonso d’Aragona, nel 1325.

A riguardo del nome “Elmas”, il visitatore spagnolo mons. Carrillo, nella sua relazione del 1611 presentata al sovrano di Spagna, scrive “Lo Mas” e lo scrittore cagliaritano Bacallar, un secolo dopo, scrive “El Mas”; ciò fa intendere che Elmas derivi dallo spagnolo “El Mas”, col significato di “il paese più vicino a Cagliari”. Ma la relazione col catalano “mas”, “masseria”, o casa di campagna, dal latino “mansum”, come scrisse l’asturiano di Oviedo Joaquín Arce nella sua “España en Cerdeña” (La Spagna in Sardegna), è indiscutibile, giacché nella stessa Catalogna eistono un “El Mas” e altri villaggi come “Los Masos” e “Els Masos”, a significare che la denominazione in sardo “Su Masu” da parte dei nativi non vuol dire “il masso”, come alcuni hanno interpretato e spiegano, bensì, dallo spagnolo, “il più”.

Ad Elmas, situata a due passi dal capoluogo e ai margini della grande laguna di Santa Gilla, che vanta oltre 10.000 abitanti, si tengono varie mostre e rassegne per tutto il mese di settembre, regate di pescatori e sagre gastronomiche. Assemini, il cui nome, a detta di Alziator, deriva dall’arabo Arsemine, è un grosso centro agricolo e artigianale, tra cui quello della ceramica, della cestineria marinara e del mobile, ed è nota per la buona cucina, il cui piatto forte è la “panada” di carne d’agnello o di anguille lagunari. Un tempo una delle risorse asseminesi era la pesca, oggi purtroppo decaduta anche per il degrado ambientale, in anni scorsi, della laguna. Ad Assemini, importante centro alle porte di Cagliari, con un passato storico di grande importanza, situato al limite meridionale della pianura campidanese, che ormai supera i 20 mila abitanti, sono state ricuperate diverse tradizioni antichissime, tra cui il matrimonio noto col nome di “asseminese”, la sagra più prestigiosa che si celebra nella seconda metà del mese di luglio o nell’ultima domenica, che ormai ha superato la decima edizione.

La festa si tiene davanti alla chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo, costruita intorno al Mille, ma rifatta in stile gotico-catalano, nel Cinquecento, ad una navata e con la facciata arabizzante merlata, e all’interno con volte a nervatura in alcune cappelle laterali. La chiesa possedeva alcune tavole cinquecente­sche oggi, forse, nella pinacoteca cagliaritana. Gli sposi, incatenati dai testimoni ed accompagnati dai gruppi in costume sardo e di altre parti d’Europa, vengono uniti in matri­monio seguendo un rito che, secondo la tradizione, tuttora da verificare, si tramanda da secoli. La celebrazione si svolge davan­ti ad un foltissimo pubblico, mentre i gruppi in costume si esi­biscono in canti e danze tradizionali. Al termine della cerimo­nia, gli sposi, sempre incatenati, si portano nella loro abita­zione a ricevere “s’arazza”, o “s’aratia”, il lancio del piatto matrimoniale, che comprende petali di fiori, grano, dolci e soldi, in segno augurale. Al matrimonio asseminese è legata la manifestazione della mostra-mercato dell’artigianato, che riscuote, ogni anno, successi e consensi, per i suoi oggetti antichi di artigianato, le ceramiche e i lavori di argenteria.

Per il ciclo annuale del Carnevale asseminese, la tradizione è viva nelle mascherate e nel bruciare il re fantoccio, mentre nell’ottava di Pasqua, gli asseminesi, come vuole la tradizione, festeggiano la patrona della città, Santa Lucia, con una solenne processione, che accompagna il simulacro della santa alla chiesetta campestre, alla periferia dell’abitato. Dopo i festeggiamenti civili e i riti religiosi, il simulacro della santa, in processione, fa rientro nella parrocchia.Per la festa di San Giovanni Battista, il 24 giugno, si festeggia il santo nella chiesa omonima, gioiello del periodo bizantino, la cui costruzione risale al X o all’XI secolo, in cui si trovano tracce di una lunga storia.

Nel comune di Decimomannu, centro di secolare tradizione agricola, agrumicolo e orticola, con numerose serre, vi è fiorente l’attività artigianale della ceramica e delle pelli. Tra le nu­merose manifestazioni di questo grosso villaggio campidanese con oltre 5500 abitanti, situato in una zona pianeggiante fertilissi­ma all’interno di un’ansa del fiume Mannu, a circa 15 chilometri da Cagliari, si fanno feste che testimoniano la fede del mondo contadino. Si inizia il 19 gennaio con la festa in onore di Sant’Antonio Abate, con riti religiosi nella chiesa parrocchiale, che mantiene strutture del ’500. I festeggiamenti terminano con l’accensione dei falò nelle piazze. Nel mese di maggio, si svolge la mini-sagra in onore di Sant’Are­ga (Santa Greca), con il ritorno alle antiche usanze di sparatorie di fucili durante l’incontro della reliquia con il simulacro della Santa. La chiesetta campestre intitolata alla santa si trova poco fuori dell’abitato e presenta tracce della costruzione del Cinquecento. Seguono festeggiamenti civili e riti religiosi.

Per la terza domenica di maggio si celebra la sagra di Sant’Isidoro, il patrono dei contadini, con rodeo, gare poetiche, sfilate in costume, spettacoli musicali e la processione per le vie del paese del simulacro del Santo, accompagnato da trattori addobbati a festa, che hanno sostituito i carri a buoi. Seguono gare sportive. Ma la festa più cara al popolo sardo è la sagra dell’ultima dome­nica di settembre, dalla domenica al martedì, in  onore di Santa Greca, con processione e l’incontro della reliquia nella strada per la chiesa della Santa e quella della parrocchia.

L’appuntamento per i fedeli, – si calcola che superino i centomila nei tre giorni della secolare sagra, un misto di sacro e pro­fano -, è nell’antico santuario eretto nello stesso luogo in cui, secondo la tradizione, la giovane martire cristiana fu trucidata a soli 20 anni, intorno al 300 d. C. Dai documenti risulta che la chiesa esisteva già nel nono secolo, ma nella sua forma attuale e nella struttura è del 1777, ricostruita sul primitivo oratorio, andato distrutto quasi del tutto qualche anno prima. Semplice è la facciata del tempio e tappezzate di migliaia di ex-voto sono le pareti interne. Vi sono raffigurati anche episodi del martirio di Santa Greca, il cui simulacro viene portato in processione, nel giorno della festa principale, preceduto da buoi e cavalli ricchi di fregi e di frange variopinte.

I pellegrini, che seguono la processione, e i confratelli cantano “is goccius” in onore della Santa. Sino a qualche anno fa i fedeli accorrevano alla festa in groppa di cavalli, o nelle tradizionali carrette, le famose “traccas”, ricoperte di candide tende, infiorate e addobbate a festa, cantando is goccius. Oggi i festaioli accorrono da tutte le parti dell’isola in macchina o in treno. Da ricordare infine, la chiesa parrocchiale gotico-catalana di Sant’Antonio Abate che, costruita nel Cinquecento, presenta molti rifacimenti eseguiti nel corso dei secoli.                

Sardegna magazine, marzo 1991

 

NOTIZIE SU ALCUNI ILLUSTRI MERCEDARI CAGLIARITANI

 

L’Ordine mercedario cagliaritano ha avuto sempre ottimi studiosi, valenti teologi e illustri oratori, che hanno lasciato dietro di sé tracce indelebili. Tra gli oratori mercedari del Seicento cagliaritano vogliamo ricordare Francesco Boyl, Fulgenzio Cocco, Pier Andrea Acorrà e Matteo Contini.

Il primo nacque in Alghero. Entrò giovanissimo nel convento mercedario di Cagliari, dove compì gli studi filosofici e teologici. Passò poi in Spagna e seguì gli studi accademici nell’Università di Alcalá de Henares: località a pochi chilometri dalla capitale spagnola. Divenne poi reggente degli studi della provincia d’Aragona e quindi cattedratico di Teologia nell’Università di Saragozza. Fu, in seguito. Visitatore di alcuni conventi mercedari in Spagna, che dipendevano direttamente dal sovrano. Tornato a Cagliari per dedicarsi alla predicazione, su proposta degli Stamenti Sardi, nel 1653, fu nominato vescovo di Alghero. Non poté raggiungere la sede vescovile, nella città catalana, poiché la po­polazione algherese era affetta dalla peste che aveva colpito la città qualche mese prima. Restò nel convento di Bonaria, dove morì nel 1656, perché colpito anch’egli dallo stesso male che giunse anche nella capitale dell’Isola.

Quando Francesco Boyl dimorava nel convento di Valenza, provvide, nel 1631, alla pubblicazione della sua orazione “N. S. del Pulche. Cámara Angelical de N. S. Patrona de la insigne ciudad y reyno de Valencia”. E’ uno scritto molto importante per noi sardi non solo perché egli prende le difese della santità dell’Arcivescovo di Cagliari Lucifero, ma anche perché, nell’appendice, si trova un’interessantissima descrizione della Sardegna, poco nota, in stile barocco. Nel 1645, in Madrid, Francesco Boyl pubblicò una raccolta dei suoi numerosi panegirici. Al convento di Bonaria lasciò la sua biblioteca, che aveva raggiunto la fama di essere la più ricca di quante si trovassero allora in Sardegna.

Del cagliaritano Fulgenzio Cocco, sappiamo che nacque nella prima metà del Seicento e morì in Cagliari nel 1690. Fu abile oratore, buon teologo, rettore e Visitatore del suo Ordine in Sardegna e Priore del convento di Bonaria. Viaggiò moltissimo per la Spagna, le Fiandre, l’Italia, la Francia e la Germania. Lasciò uno scritto sulla genealogia dell’illustre casata degli Egmont, la cui prima parte, nella quale è inserita un’immagine del viceré di Sardegna duca di Egmont, vide la luce in Cagliari, qualche anno dopo. Probabilmente una prima edizione dell’opera fu stampata in Madrid nel 1678. Negli anni in cui reggeva il convento mercedario di Cagliari, Fulgenzio Cocco diede alle stampe anche un volume sulla storia della Vergine di Bonaria, in cui raccontò diffusamente la fondazione del convento e presentò i prodigi della Madonna che si venera sotto il titolo di Bonaria.

Il terzo mercedario da ricordare è Pier Andrea Acorrà, lettore di Teologia, nato in Cagliari intorno agli anni ’30 del XVII secolo. Ancora giovane, entrò nel convento dei Mercedari della capitale isolana, dove si addottorò in teologia e vi insegnò per alcuni anni. Si trasferì nei conventi della Catalogna, prima a Gerona, poi a Barcellona e quindi passò a Roma per insegnarvi. Nel 1681 tornò a Cagliari e fu reggente degli studi nel convento di Bonaria e poi espletò la carica di Visitatore provinciale in Sardegna per il suo Ordine. Fu anche esaminatore sinodale della diocesi cagliaritana. Morì in Cagliari tra il 1689 ed il 1690. Di lui restano molte orazioni, pubblicate postume nel 1703 dal suo discepolo, il padre Matteo Contini, che le dedicò al letterato cagliaritano Salvatore Zatrilla, fratello del più noto Giuseppe, sotto il titolo di “El Fénix de Sardeña, oraciones postumas delP.R.P. Fra Pedro Andrés Acorra”. Altra sue composizioni panegiriche sono sparse in altre raccolte, edite in Spagna.

Del mercedario Matteo Contini, valente cronista del Seicento, nato negli anni cinquanta del secolo XVII, si sa che provvide ad installare nel convento di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida del tipografo Onofrio Martin, una tipografia. Nel 1704 descrisse in un compendio storico, stampato a Napoli, la città di Cagliari nella sua interessantissima storia sulla Vergine di Bonaria, dedicata a Donna Maria Sanjust, a molti, forse, tuttora sconosciuta. Per molti anni il Contini, che morì in Barcellona il 15 marzo 1717, insegnò teologia scolastica nel convento mercedario di Cagliari, dove aveva compiuto gli studi e fu reggente degli studi nel convento, Matteo Contini, che fu anche maestro e pro­vinciale d’Aragona, fu considerato uno dei più illustri mercedari.

L’Eco di Bonaria, marzo 1991

 

I RITI DELLA SE TTIMANA SANTA NEI CENTRI ISOLANI

 

In lutti i centri isolani il dramma della Passione e della Resurrezione del Cristo è vissuto in modo intenso e commovente. Ad Alghero inizia il Martedì Santo con la processione dei Misteri. Sette simulacri vengono portati dalla chiesa di S.Francesco alla Cattedrale, dopo aver percorso le vie della città catalana. Altra suggestiva processione quaresimale è quella del Giovedì Santo. Accompagnato dall’Arciconfraternita e dal Gonfalone della chiesa della Misericordia, e con i 132 lampioni che illuminano le sette statue dei Misteri, alle 21 esce, dalla chiesa della Misericordia, il miracoloso Crocifisso. Durante il tragitto attraverso il centro gotico, illuminato con fiaccole, vengono commentate le quattordici stazioni della via Crucis. Nel pomeriggio del Venerdì Santo, con la processione del de-scraivament, un lungo corteo si muove dal tempio della Misericordia, accompagnato da donne velate, dietro il simulacro della Madonna e dai confratelli, che seguono la statua con le scale e i piatti cui vi sono le tenaglie e i martelli; vengono poi il feretro e i quattro baroni in robbone.

Al tramonto, la processione arriva alla cattedrale, in cui il predicatore inizia la funzione del discendimenti. Durante la predica, il sacerdote ordina al capo dei baroni, che rappresenta Giuseppe d’Arimatea, di togliere i chiodi e la corona e di metterla sul capo della Madonna. Ultimo ordine è quello di far scendere la vittima dal patibolo e di collocarla nella lettiga. Terminata la predica, il corteo si ricompone, riprendendo il suo itinerario per le vie della città antica col Cristo Morto. Giunto alla chiesa della Misericordia, iI feretro viene tumulato ai piedi dell’altare maggiore. Sempre nel pomeriggio del Venerdì esce, dalla chiesa dei Servi di Maria, la processione della «Celcas», con il simulacro della Madonna vestita di nero, che va alla ricerca del figlio, sostando per alcuni minuti nelle chiese della città.

La liturgia della Settimana Santa assume nel giorno del Venerdì un’importanza particolare basata sul ricordo della Passione. È il giorno de su scravamentu. In questo giorno, a Cagliari, un lungo corteo, che esce alle 13 dalla chiesa di S.Giovanni, accompagna il miracoloso crocifisso sino alla Cattedrale, in cui viene abbandonato il Crocifisso, e poi fa ritorno con il simulacro dell’Addolorata alla chiesa di partenza. Il Crocifisso resta esposto nel Duomo fino alle 17,30 del sabato. Nel pomeriggio ha luogo un’altra processione che, prendendo le mosse dall’oratorio del Santissimo Crocifisso, in Piazza San Giacomo, trasporta il Cristo e la Madonna, accompagnati da un coro di cantores dell’arciconfraternita, che intonano laudi sacre. La processione si conclude il Sabato Santo, a riprendere il Crocifisso lasciato nel Duomo il giorno prima, con l’itinerario identico a quello del pomeriggio precedente. Anche l’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso ritorna alla chiesa di San Lucifero, con lo stesso itinerario del giorno precedente, per riprendersi la lettiga con il simulacro del Cristo morto, facendo ritorno alla chiesa di partenza.

A Castelsardo, con il Lunisanti, si rinnova il mistero della Passione. I principali attori della sacra rappresentazione del lunedì sono la confraternita, i cantori, i portatori e le consorelle accompagnatrici. Il programma della Settimana Santa, in questa città, si articola in tre grandi celebrazioni: Lu Lunisanti, il lunedì; la prucessioni, il giovedì, e Lu ilcravamentu, il venerdì. La prima è la sagra dei misteri, che si svolge tra Castelasardo e Tergu nel giorno e nella notte del lunedì santo. I cori eseguono Lu Miserere, Lu Stabat e Lu Jcsus. Al mattino, parte dalla chiesa di Santa Maria, dove poi fa ritorno, la pro­cessione che si reca, accompagnata dai Cori, alla Chiesa di Nostra Signora di Tergu. Qui gli stessi Misteri, vengono presentati alla Madonna accompagnati dal coro funebre dell’Attitu!. Nel pomeriggio, i Misteri iniziano dal quartiere della Pianeda, con gli apostoli, incappucciati, in candida tunica, che trasportano «i passi» dei Misteri, circondati dalle consorelle che reggono le fiaccole. La processione, accompagnata dal canto dei Cori, conclude la cerimonia nella chiesa di Santa Maria, con la presentazione dei Misteri al popolo. Nella giornata della Coena Domini a Castelsardo esce la suggestiva e commovente processione de Lu Santu, percorrendo le strade della città vecchia.

Gil abitanti di Galtellì ricordano la passione e la morte del Cristo il venerdì Santo nell’antica cattedrale, con la deposizione che ha un vero andamento drammatico. Dopo che Cristo è stato deposto dalla croce, un angelo intona una quartina in sardo, ripetuta poi dagli altri angeli. Il Cristo viene portato allora in processione, in una lettiga. A Ghilarza, la mattina del Venerdì Santo si svolge la tradizionale visita delle sette chiese, mentre nel pomeriggio vi è la rappresentazione scenica della Passione con la liturgia della parola, l’adorazione della Croce e deposizione, e s’iscrivamentu. Alla fine del rito, che si tiene nella parrocchia, si snoda per le vie del centro la processione con il Cristo morto.

Ad Iglesias, il martedì santo si svolge la processione dei Misteri, organizzata dalla confraternita del Sacro Monte, con il simulacro di Gesù nell’Orto del Getsemani e quello della cattura di Gesù con le mani legate; seguono il simulacro della flagellazione alla colonna, quello dell’incoronazione di spine e la statua della salita al monte Calvario con Gesù che trasporta la croce e infine il simulacro di Gesù Crocifisso. Chiude la processione la statua dell’Addolorata che segue il figlio. Le arciconfraternite iglesienti organizzano i riti religiosi del giovedì mattina, con la processione del Monte, e alla sera quella del seppellimento di Gesù morto con l’Addolorata, mentre per il Venerdì Santo la mattina esce quella del Monte e il pomeriggio quella della deposizione. Dopo la deposizione del Cristo dalla croce, che celebra su scravamentu, ponendo il simulacro in sa lettera, inizia, nella tarda serata, la processione seguita con grande emozione. I ragazzi che suonano is matraccas, il suonatore di tamburi, il crocifisso dell’arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, la lunga fila dei bambinelli vestiti col saio bianco de su babballottu, che ruotano grandi e piccole raganelle, le donne vestite in nero del Santissimo Sacramento e la banda musicale che suona marce funebri sono gli attori di questa coreografica azione drammatica.

Anche a Laconi le sacre rappresentazioni quaresimali sono al centro dell’interesse; soprattutto è un richiamo la processione de su scravamentu, che conclude la settimana di passione. Si allestisce il calvario in un palco al centro della chiesa, in cui viene innalzala una croce col Cristo inchiodato. Alla destra sta la Madonna e sul fondo la lettiga. Inizia l’azione scenica che termina con i canti funebri della morte del Cristo. Ad Olbia i riti del Venerdì Santo iniziano nel primo pomeriggio con la deposizione del Cristo dalla Croce, s’iscravamentu, affidato ai soci della Confraternita di Santa Croce, che provvedono a togliere i chiodi dalle mani e dai piedi della statua del Cristo. Al termine della funzione religiosa, il Cristo deposto viene portato in processione in una lettiga. Altro momento suggestivo e solenne della giornata è la fiaccolata imponente che nella tarda serata prende le mosse dalla chiesa di S. Paolo Apostolo e attraversa le vie principali dei centro storico.

Alle 18,00 del Lunedì Santo nella chiesa di San Martino, ad Oristano, ha luogo la processione dei Misteri, attraverso le strade cittadine, con le sette statue lignee, portate dai confratelli del Santissimo Nome di Gesù, con soste nelle sette chiese dove si tiene una breve meditazione. Al termine della celebrazione in Coena Domini, del Giovedì Santo, dalla chiesa dei Cappuccini esce la processione su Jesus, con una antica statua lignea di Gesù nell’orto e con quella della Madonna Addolorata. Il corteo alla luce delle fiaccole, precedute dal lugubre rullare del tamburo, si snoda per le strade della città e raggiunge la chiesa del Sacro Cuore, poi quella di Sant’Efisio, con lo stesso itinerario del Lunedì Santo. Il Venerdì Santo è dedicato alla passione di Gesù e nel pomeriggio si assiste alla processione de «Sa Maria» dalla chiesa dei Cappuccini. I confratelli del Santo Nome di Gesù e quelli del Rosario portano a spalle il simulacro ligneo dell’Addolorata, per le strade del centro sino alla Cattedrale, in cui inizia la celebrazione della passione con la predicazione che presenta la fase de su scravamentu. Al termine della dolorosa rievocazione della deposizione del Cristo, si svolge la processione de s’interrru, che si conclude nella chiesa dei Cappuccini, dopo aver riattraversato le strade cittadine.

Al termine della celebrazione in Coena Domini, dalla parrocchia di San Giacomo, in Orosei, si snoda un’incomparabile processione che si porta a visitare le sette chiese del paese. Aprono il corteo i confratelli dei tre oratori delle Anime, del Rosario e di Santa Croce, che portano gli antichi lampioni accesi e i bastoni di legno con in cima statuine simboliche scolpite. Seguono le donne, con il tipico costume locale, e il corpetto nero, in segno di lutto al posto di quello a fiori. Il Cristo, deposto in su brassolu, dopo la visita alle chiese, ritorna in parrocchia.

Il rito funebre del Venerdì Santo, che si svolge a San Gavino, è il più singolare e suggestivo, poiché lo spettacolo de su scravamentu trova come scenario la grande e bella piazza prospiscente la chiesa parrocchiale, in cui viene eretta una maestosa e immensa croce, ai cui piedi stanno la Madonna e Giovanni. Il sacerdote invita San Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo a liberare il corpo del Cristo dalla Croce, i quali, con passo lento e solenne, si arrampicano su lunghe scale, appoggiate alla croce, e tolgono al Cristo prima la corona di spine, posta poi sul capo della Madonna, e in seguito liberano dai chiodi le mani e i piedi, il corpo del Cristo, disceso dalla croce e presentato dalla Madonna alla Maddalena e a Giovanni, viene deposto nella lettiga, che viene portata in solenne processione alla tomba, situata nell’antichissima chiesa di Santa Croce, accompagnata dal canto del Miserere.

Nella suggestiva e maestosa basilica di santa Giusta si svolge la rievocazione scenica popolare del dramma della croce e de su scravamentu. Il sacerdote fa inginocchiare presso la croce Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e i soldati, ai quali ordina di deporre il Cristo morto. Quindi Giuseppe toglie dal capo di Gesù la corona di spine, che viene posta sul capo della Madonna dalla Maddalena. Poi il sacerdote comanda a Giuseppe di estrarre il chiodo dalla mano destra del Redentore e a Nicodemo quello dalla sua sinistra. In seguito i due personaggi tolgono i chiodi dai piedi del Cristo, il quale, liberato dalla croce, viene portato in processione in sa lettera, per le vie della cittadina.

Anche a Santu Lussurgiu si celebra l’Ufficio delle Tenebre, il Venerdì Santo, durante il quale ha luogo s’iscravamentu. Il sacerdote invita Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea a schiodare dalla croce il Cristo. Vengono poi tolti i lunghi chiodi, che vengono mostrati alla Madonna e ai presenti. Mentre il Cristo viene schiodato e deposto nel sepolcro, il coro intona canti polivocali, tra i quali il Miserere e ha inizio il corteo funebre che accompagna il Cristo morto alla chiesa di santa Maria degli Angeli, al lugubre suono delle matraccas. Ogni tanto la processione si arresta per dar modo ai cantori di intonare altre laudi. Giunti alla chieselta, la funzione religiosa ha termine.

La cerimonia de s’iscravamentu a Sarule inizia all’imbrunire del Venerdì Santo. Al centro dell’altare maggiore si innalza una grande croce. I priori di San Michele, del Santissimo e del Rosario si muovono al comando del sacerdote e procedono lentamente alla deposizione del Cristo. I simulacri del Cristo, deposto nella lettera, e della Madonna escono dalla parrocchia per una mesta processione che avanza lentamente per le vie del paese. I priori tengono in mano i chiodi, mentre i confratelli, in abito bianco, con la mozzetta celeste, rossa, marron o nera, a seconda degli oratori di appartenenza, portano in mano la lanterna.

Anche a Sassari la Settimana Santa si apre con la processione dei Misteri, che prende le mosse dalla chiesa delle Monache Cappuccine, nel tardo pomeriggio del Martedì. Le sette statue lignee si conservano nella suddetta chiesa, dove vengono vestite e preparate per la processione. Ogni stazione viene cantata dai confratelli seguendo un rito che si perde nei secoli, mentre le voci basse dei cantori vengono accompagnate da un antichissimo organo. La confraternita del Santissimo Sacramento organizza, il mercoledì santo, la processione della Madonna Addolorata, rinnovando alcune cerimonie del periodo catalano, simili a quelle che ancora oggi si vedono a Barcellona. La processione, chiamata anticamente marcatesse, perché la vestizione del simulacro era affidata alle signore della borghesia mercantile della città, è nota ora come la processione de lu pabbarottu, dal confratello che precede la processione con un sacco in testa con dei fori, all’altezza degli occhi. Nella giornata della Coena Domini esce la processione dalla chiesa secentesca di Sant’Andrea, mentre il mattino del Venerdì Santo, dalla chiesa dei Servi di Maria, esce quella della cerca o anche della Desolata. I confratelli della parrocchia fanno ripercorrete all’antico simulacro ligneo della madonna il percorso compiuto dal Cristo nel suo drammatico Calvario. Alla processione prendono parte numerosi bambini che indossano un abito simile a quello che l’evangelista Giovanni indossava durante il doloroso pellegrinaggio della Madonna. Dopo aver visitato le chiese del centro storico, la Desolata ritrova il figlio nella chiesa dei Trinitari. Nel tardo pomeriggio, dopo il rito della deposizione, dalla chiesa della Santissima Trinità esce la processione de Lu scravamentu.

Nella parrocchiale cinquecentesca di Teulada si svolge l’interessante rappresentazione de su scravamentu con i caratteristici personaggi de is varonis. Le donne provvedono a vestire di nero la Vergine che accompagna, dopo la Coena Domini, la processione de sa Cruxi. Gli appartenenti alla confraternita del Rosario portano in spalla la croce e sono accompagnati dal lugubre crepitio delle matraccas e delle arraineddas. Nel pomeriggio, solenne e spettacolare rappresentazione de su scravamentu, che ricostruisce la deposizione e la discesa del Cristo dalla croce. Il simulacro della Vergine Addolorata e quello del Cristo deposto attraversano le vie della cittadina, portati a spalle da penitenti scalzi.

Per concludere ricordiamo che anche in Sanluri i riti della Settimana Santa seguono un cerimoniale simile a quello degli altri centri isolani.

Sanluri notizie, 15 marzo 1991

 

LE SAGRE D’APRILE

 

Siamo in aprile; il mese della primavera per eccellenza; il mese primaverile, il mese delle sagre. Terminati i suggestivi riti pasquali, incomincia la stagione delle Sagre di primavera, che da qualche anno registrano un considerevole risveglio. In Gonnosfanadiga, il lunedì dopo Pasqua, che quest’anno cade proprio il primo del mese, ha luogo la sagra in onore di Santa Severa, tenuta nell’amena località campestre a poche centinaia di metri dall’abitato. La ricorrenza ha radici antichissime. Alcune migliaia di fedeli, anche in considerazione della giornata festiva, affluiscono nella chiesa rurale eretta nel 1388. La domenica di Pasqua, il piccolo simulacro della Vergi­ne martire é portato a spalle, accompa­gnato dalla folla festante.

La processione, che parte dalla chiesa del Sacro Cuore, si trasferisce nella chiesa di campagna, un tempio umile e modesto che si adagia sui graniti della località che ha preso il nome della santa, circondata sui graniti della località e delle querce secolari. Era la festa della gioventù, perché in quel giorno, per tradizione, i giovani annunciavano il loro fidanzamento. Accanto ai riti religiosi vi sono manifestazioni civili e sportive. Il martedì pomeriggio si svolge “sa sfida”, una gara che vede la popolazione divisa in due squadre: quella di Gonnos e quella di Fanadiga, che si affrontano in diversi giochi. Il martedì dopo Pasqua, nella chiesa di San Salvatore, in agro di Uras, si rinnova una sagra legata all’avvenimento storico isolano del 1470, quando si svolse una cruenta battaglia tra l’esercito degli Arborea, forte di oltre 7.000 uomini e più di 20.000 cavalli,

comandati dal marchese di Oristano Leonardo Alagon, e quello catalano-aragonese, comandato dallo stesso viceré di Sardegna Nicolo Carroz, con un migliaio o due di uomini in più. La battaglia infuriò violentissima proprio nei pressi della chiesetta di San Salvatore dove cadde, combattendo, il marchese Antonio de Sena, visconte di Sanluri, che venne trasportato nella chiesetta. La sua salma fu poi portata ad Oristano. La festa ha un profondo significato religioso, le cui origini risalgono al XV secolo. La chiesetta, situata a 300 metri dall’abitato, sorge su uno spiazzo di fronte al golfo di Oristano, e la sua costruzione risale al XIII secolo, quando ancora il paese faceva parte del Giudicato di Arborea. Nello stesso giorno a Pirri, frazione di Cagliari, si rinnova la tradizionale sagra in onore di Santa Maria Clara, o Chiara, festa che prolunga la pasquetta dei cagliaritani. Una volta la sagra, che ha origini molto lontane, aveva inizio l’ultimo giorno di carnevale, come festa civile, e celebrava i festeggiamenti con i soliti riti reli­giosi, dopo il giorno di Pasqua. Nel pomeriggio si aprivano le cerimonie con le corse dei cavalli, nel tratto Pirri-San Lucifero di Cagliari e ritorno.

C’era pure una processione, preceduta da gioghi di buoi, dalle ricchissime bardature. Oggi la tradizionale processione muove da Monte Claro, dove esiste una cappella della chiesetta campestre, dedicata alla Santa, per arrivare -alla chiesa parrocchiale di San Pietro in Pirri, che conserva per tutto l’anno il simulacro. Nella seconda domenica dopo la Pasqua di Resurrezione, quest’anno il 14 aprile, in Sant’Antioco si festeggia il patrono con numerose manifestazioni. La sagra, nata nel Seicento, quando vennero ritrovate le spoglie del santo, richiama un gran numero di fedeli e di turisti all’arrivo del simulacro del Santo portato in processione notturna.

Anche Mogoro festeggia Sant’Antioco nel secondo lunedì di Pasqua, il cui culto ha radici secolari, mentre Neoneli fa precedere la festa del compatrono da un novenario e dalla consueta solennità che richiama fedeli da tutti i paesi del Barigadu e del Mandrolisai. Tra i diversi paesi che, tra il 22 ed il 28 d’aprile, festeggiano il santo dei Cavalieri San Giorgio vi é Baressa. In passato, nei paesi della Marmilla sfilavano, in processione, migliaia di buoi, infiorati e con ricchissime bardature, e alla folla si distribuivano canestri di pane, come auspicio di annata felice.

Anche la popolazione di Osini festeggia San Giorgio, ma quello di Suelli, nei giorni 23 e 24, rinnovando il culto con partenza, il pomeriggio del 23, della processione del Santo, portato a spalla alla chiesetta campestre. Nei due giorni di festa si radunano molte bancarelle e posti di ristoro, poiché confluiscono centinaia di persone dai centri vicini e perfino dalle città lontane. Sull’altopiano del Taccu di Osini, per un miracolo attribuito al Santo di Suelli e per una antica leggenda popolare, fu costruito un tempio nel luogo del miracolo, agli inizi del Duecento, al centro di un tancato.

Nell’altopiano della Giara, ai cui piedi sorge l’antico tempio dedicato a San Giorgio, si celebra la sagra primaverile di Sini. Il simulacro del Santo viene accompagnato in processione alla chiesetta campestre, la cui costruzione risale al Seicento. La statua viaggia posta su un cocchio dorato, trainato da coppie di buoi ornati a festa. In Ollastra Simaxis, la cui parrocchia é del Seicento, si celebra la festività di San Marco, che cade nei giorni dal 24 al 26. Il giorno 25 c’è anche la tradizionale fiera del bestiame. I festeggia­menti iniziano con un novenario offi­ciato nella chiesetta campestre, un tempo pisana, rimessa a nuovo qualche anno fa. Negli stessi giorni in Armungia vengono eseguiti festeggiamenti per la Madonna di Bonaria, con una fiaccolata notturna. Il corteo della processione lascia la chiesetta dedicata alla Madonna, sita alla periferia del paese, e si porta alla chiesa parrocchiale, dove si concludono i riti religiosi. Chiudiamo ricordando che, per la fine del mese, a Gavoi iniziano i grossi festeggiamenti in onore di Sant’Antioco, la festa grande del paese che richiama, per qualche giorno, quanti si trovano lontani dal paese.

Sardegna magazine, aprile 1991

 

RICORDO DI TARQUINIO SINI NEL CENTENARIO DELLA NASCITA

 

Con l’impiego dei dise­gni eloquenti e autore­voli del Sini, che anco­ra oggi si presentano con senso umoristico vivissimo, qual era quello dell’artista cagliaritano, si può ricostruire il quadro de­gli anni venti e trenta della Sar­degna, in particolare della città di Cagliari.

Il caricaturista Tarquinio Si­ni operò prima in Italia, collaborando ai più importanti pe­riodici umoristici del tempo, e in Francia, preparando cartel­loni pubblicitari per cosmetici, e poi in Sardegna.

Nell’arco di tempo di circa trentacinque anni, svolgendo intensa attività, per oltre tre anni collaborò al giornale umoristico torinese «II Pasqui­no»; organizzò mostre a carat­tere folkloristico; preparò reci­te, propose e diresse esposizio­ni; fu regista cinematografico, preparo cerimonie e feste, illu­strò libri e riviste; disegnò co­pertine, cartoline e cartelloni pubblicitari di grande effetto e ideò etichette di corredo recla­mistico per i più svariati pro­dotti; collaborò a diversi perio­dici cagliaritani, con scritti e caricature di personaggi e di si­tuazioni; preparò un romanzo, andato disperso, in cui annotò e commentò le amenità che ac­cadono dietro le quinte cine-matografiche, commentate con disegni e battute; stampò un secondo romanzo, in cui mise in evidenza i contrasti so­ciali e civili esistenti nell’Isola, facendo nascere un grosso pro­blema, che appassionò i lettori de «L’Unione Sarda».

Infine si interessò alle feste tradizionali sarde.

Tarquinio Sini, nato a Sassari il 27 marzo 1891, in quella Sassari fine ottocento, social­mente non molto diversa dal­l’attuale, per molti problemi che presentava, iniziò l’attività artistica a diciotto anni con la prima mostra personale, tenu­ta nella «Passeggiata coperta» del Bastione San Remy di Ca­gliari. Il successo fu enorme per un artista autodidatta alle sue pri­me armi, che mostrava già tan­ta acuta osservazione e nei cui lavori si riconosceva una disin­voltura nel tratteggiare le figu­re tanto da farlo apparire un ar­tista provetto. Attratto dal­l’idea di sfruttare il suo talento di disegnatore, gli balenò l’idea di trasferirsi a Torino, dove si raccoglievano i migliori artisti del momento.

Nel capoluogo piemontese fu assunto subito quale redattore-capo della più importante rivista umoristico-satirica che si stampasse in Italia in quel primo scorcio di secolo. Giunta la sua fama nelle ca­pitali straniere, le sue vignette apparvero in riviste parigine, inglesi e spagnole. Abbando­nato il giornalismo, andò a Pa­rigi; qui lavorò in un istituto di bellezza, in qualità di prepara­tore di etichette di profumi.

Al termine del primo conflit­to mondiale si trasferì a Roma, ingaggiato da una nota casa ci­nematografica romana, in qua­lità di bozzettista e cartelloni­sta. Produsse così molti cartello­ni reclame per affissioni e per i giornali illustrati delle Case Ci-nematografiche, che raccolse in un album, pubblicato sotto il titolo «Lo schermo cinemato­grafico», andato disperso.

Disegnò copertine per cata­loghi, brouchures, e preparò etichette per il corredo recla­mistico dei più svariati prodot­ti; preparò un romanzo dal ti­tolo vaporosissimo «Divismo», in cui egli commentò le ameni­tà in cui si era imbattuto giro­vagando tra le quinte di quella seconda industria nazionale.

Tornato in Sardegna, colla­borò ai più importanti periodi­ci umoristici del tempo non so­lo come disegnatore, pittore e acquafortista, ma anche come operatore culturale e con scrit­ti e caricature di personaggi e di situazioni.

Nicola Valle, che si è molto interessato all’artista cagliari­tano sin dal 1926 e che gli ha magistralmente allestito due mostre antologiche, ricordan­dolo sempre nei suoi lavori, ce lo presenta sotto i molteplici panni di decoratore, illustrato­re, scrittore e pittore.

Sini collaborò a diversi pe­riodici satirico-umoristici sin dal 1923. Si trovano sue carica­ture in «Sa Martinica», in «Ca­maleonte» e in su «Bandidori», senza enumerare quelle appar­se in diversi numeri de «L’Unione Sarda», de «II Lunedì dell’Unione» e di altri giornali. Dopo il debutto come critico d’arte Sini si dà al ro­manzo e nel 1929, egli stesso annuncia l’uscita di «A quel paese…!» in una intervista con­cessa al giornalista intellettua­le X PL con il titolo «SINI».

All’intervistatore il pittore ca­gliaritano mostrò le cartelle del romanzo, che egli chiamava modernissimo, grottesco, iper­bolico, da utilizzarsi per uso esterno ad imitazione di tanti altri.

Il romanzo, impreziosito da una cinquantina di caricature interessantissime, spiritose e gustosissime, è stato dedicato agli amici artisti cagliaritani, Primo Sinopico e Giovanni Manca, pittori sardi che aveva­no, a parere del Sini, già rag­giunto le più alte vette dell’ar­te, senza l’ausilio del folklore, e servì all’autore per presenta­re, in chiave umoristica, alcune credenze che tenevano lontani dalla Sardegna i turisti conti­nentali e gli stranieri. Gli alber­gatori cagliaritani, a detta dello scrittore, organizzavano, per richiamo, rapine e imprese banditesche a danno dei turi­sti, che si concludevano però pacificamente con la restitu­zione ai proprietari, da parte dei maitre dell’albergo, della refurtiva. Questa veniva poi consegnata su un vassoio e re­stituita con un piacevole sorri­so.

Lo scritto del Sini, che ha un fine umoristico, è un docu­mento eccezionale; serve per una storia del costume, ancora tutta da scrivere, poiché il testo è corredato con disegni di Sar­di vestiti nel costume degli avi. Con questo romanzo, che presenta personaggi in costu­me isolano, messi a confronto con donnine di città, in mini­gonne, venute dal continente in cerca di una dimensione di segno contadinesco, l’Autore mette in ridicolo lo sfrutta­mento del folklore, che in que­gli anni appare come la manna per richiamare i turisti.

Il suo attivo lavoro ebbe ter­mine soltanto quando arrivò la sua triste fine, il 17 febbraio 1943, in una giornata quasi pri­maverile, causa un bombarda­mento su Cagliari, sua città di adozione, che procurò la morte di alcune decine di cagliaritani.

Si concludeva la vita artistica del grande caricaturista ed umo­rista sardo, giustamente consi­derato uno dei migliori espo­nenti di quel periodo, che con la matita ed il pennello, aveva reso immortale moltissimi personag­gi cagliaritani degli Anni Venti e Trenta del nostro secolo. All’in­domani della sciagura, Nicola Valle, scrisse che è rimasto il rammarico che il suo talento di pittore non sia andato oltre le sue fortunatissime tempere.

Sanluri notizie, 15 aprile 1991

 

MAGGIO DI SANGUE IN SARDEGNA NEL 1906

Lotta di classe e fatti di sangue che sconvolsero la Sardegna agli inizi di questo secolo rivisitati in occasione dell’ottantacinquesimo anniversario dalle sollevazione degli operai sardi di tutta l’isola. Vicende che ancora oggi devono essere motivo di riflessione.

 

Ottantacinquesimo anniversario della sollevazione degli ope­rai sardi in tutta l’Isola. Non si erano ancora spenti gli echi delle tristi giornate sanguinose del settembre 1904 in Buggeru, dove la rivolta fu soppressa dai militari che, sparando sui dimo­stranti, lasciarono sul terreno tre morti e una ventina di feriti, quando la Sardegna si trovò a vivere un altro momento difficile, con la popolazione che soffriva la fame ed era stremata alla continua crisi economica che attanagliava l’Isola. E sebbene i fatti sanguinosi del mese di maggio del 1906 in Sardegna sono ormai lontani, l’eco di quel mese gonfio di sangue rimane, oltre che nella memoria dell’uomo, nella rievocazione degli avvenimenti; poche le note nei giornali isolani, mentre i quotidiani peninsulari e internazionali si interessarono maggiormente con inviati speciali che telefonavano ai loro giornali le vicende, apparse poi in prima pagina. Anche la Camera dei Deputati e il Senato discussero i fatti sanguinosi della Sardegna, ma non presero provvedimenti, come riferiscono le cronache parlamentari.

Parecchi storici si sono occupati dei moti cagliaritani del maggio 1906 e pochi di quelli accaduti in altre località isolane; ultimamente il professor Giancarlo Sorgia pubblicò un resoconto del dibattito giudiziario a Cagliari dopo il ritrovamento delle carte processuali che hanno dato la possibilità di avere altri particolari che pongono sotto altra luce le risultanze di quei fatti drammatici; noi le riproponiamo attraverso le cronache dei giornali non isolani quali “II secolo XIX”, “II Corriere della Sera”, “La Stampa”, “La Nazione”, “II Giornale d’Italia”, “La Domenica del Corriere”e “II Gior­no”, anche perché quest’anno ricorre l’ottantacinquesimo anniversario degli avvenimenti; si da modo ai giovani di leggere quanto avvenne in Sardegna in quel tremendo mese di sangue. Intorno a questi drammatici fatti sono apparse una ballata in un quadro teatrale, di cui é autore Sergio Atzeni, tendente ad affidare alla recitazione l’avvenimento in poche pagine, e una commedia in due atti, di chi scrive queste righe, che ha portato sulla scena gli avvenimenti in dialetto cagliari­tano.

A detta dell’illustre professore Alberto Boscolo che ha studiato dettagliatamente i fatti accaduti nel corso del 1906 in Sardegna, le cause di questo generale disagio, che si protraeva da anni, erano varie e abbracciavano tanto il campo agricolo quanto quello indu­striale. I noti fatti cagliaritani della ri­volta e della sommossa verificatisi nel maggio del 1906 trovano “L’Unione Sarda” riservatissimo nei commenti, poiché era di parte, al contrario de “II Paese” – il battagliero quotidiano ca­gliaritano di Umberto Cao - che largheggiò in relazioni, servizi e scritti polemici. L’agitazione scoppiò a Cagliari – scrive il Boscolo – e trovò il suo motivo nel rincaro dei viveri che metteva in condizioni di disagio una classe di persone, quelle a reddito fisso degli impiegati e degli operai. A mantenere sempre vivo nell’animo dei malcontenti un senso di agitazione – si legge più avanti – si aggiunsero un comizio e una campagna promossa dai commessi di negozio, intesa ad ottenere il riposo festivo, ottenuto il 6 maggio con la chiusura festiva dei negozi, che rappresentava una vittoria della classe lavoratrice. Agitazioni si ebbero a Cagliari, a Sassari e ad Iglesias, promosse da impiegati di Stato, per il rincaro dei viveri e per la richiesta di una indennità di residenza.

Il 7 maggio entravano in agitazione i lavoratori dei forni, per una diminuzione di ore lavorative; richiesta accolta dai padroni, ma i fornai continuarono lo sciopero poiché avanzarono altre pretese. La mattina dell’8 veniva proclamato lo sciopero generale per i giorni seguenti. Quando si sperava che lo sciopero dei fornai fosse avviato ad una buona soluzione, sul far della sera del 10 l’agitazione si riaccese. I proprietari dei forni si riunirono nella sede della Società Operaia per gli ultimi accordi. Furono accettate le proposte e la riammissione di tutti i lavoran­ti in servizio. I panattari però pretende­vano altre richieste, alle quali i proprie-tari dei forni non furono stavolta tutti d’accordo. Frattanto alcuni panattari, verso le 21, diedero l’assalto a un forno in via Cavour, che con calci e spintoni atterrarono la vetrina esterna e penetrarono nell’interno, fermati però dalla polizia.

Volarono sassi e l’agitazione minacciava di prendere serie proporzioni. Altri dimostranti intanto si erano lanciati per le strade del quartiere della Marina, lanciando sassi alle vetrine dei negozi, fermati alcuni minuti dopo dalle forze dell’ordine. Poco dopo la notte furono dispersi tutti i dimostranti, che si diedero l’appuntamento per i giorni successivi. Un posto di primo piano spetta alle sigaraie della Manifattura dei tabacchi di Cagliari che, le prime a unirsi in “Lega”, la mattina dell’ primo di maggio andarono al Municipio perché volevano dal sindaco la chiusura del mercato; non furono però sentite.

Nel comizio del 13, nel Bastione S. Remy, cui presero la parola le sigaraie, inveendo contro il sindaco Ottone Bacaredda e l’amministrazione comunale per non essere state ricevute il giorno prima dalla giunta e dal sindaco, che aveva detto loro “se le triglie vanno a 2 lire il Kg, faccio loro tanto di cappello e compro baccalà” (frase che aveva fatto irretire non solo le sigaraie ma tutta la popolazione), si decise di continuare le agitazioni e di chiedere al sindaco di presentarsi per un colloquio. In seguito, una Commissione delle sigaraie fu ricevuta dal capo dell’amministrazione comunale, il quale, rimproverato per la frase offensiva nei confronti della cittadinanza, promise di mettere mano ad una profonda revisione di alcuni punti in contrasto con le richieste degli operai, quali la diminuzione del prezzo del pane e l’apertura di forni municipali. I fatti tumultuosi, che iniziarono l’11di maggio, presero una piega di sangue il 15 mattino, all’arrivo dell’impiegato per la riscossione delle tasse per i posti in vendita, nacque un parapiglia. Intanto la folla, adirata e respinta dal mercato, si recò alla Manifattura dei Tabacchi, per chiedere aiuto alle sigaraie e per formare un corteo di protesta.

I dimostranti, con le sigaraie in testa con la bandiera rossa, si recarono allo stabilimento Cau, alle Ferrovie Secon­darie, alla Segheria e al Gasómetro per convincere gli operai ad abbandonare il lavoro e marciare insieme per le strade della città. Nel primo pomeriggio i dimostranti si recarono al ponte della Scaffa, dove diedero l’assalto distruggendo porte e imposte e misero fuoco al mobilio. Poi si recarono alla stazione ferroviaria per impedire la partenza dei treni e per invitare il personale allo sciopero. Intanto i rivoltosi, espulsi dalla stazione, si ricongiunsero con i manifestanti che scorrazzavano per la via Roma e ritornarono all’assalto nei locali ferroviari. La truppa che bloccava gli accessi, op­pose un valido argine alla furia deva-statrice degli assalitori.

Dalla folla intanto cominciavano a partire le prime sassaiole che colpiro­no alcuni soldati. L’esempio fu conta­gioso e una fitta sassaiola si rovesciò sulla forza pubblica. Tra i primi ad essere ferito fu il tenente colonnello dei Carabinieri, subito soccorso e medicato. Poco dopo una sassata, scagliata con estrema violenza, feriva il capitano Gandini. In breve, vari carabinieri e soldati che operavano con la più serena calma, in questo grandinare di colpi, cominciarono a sanguinare per le sassate che li colpivano alla testa, al viso, alle mani, al petto e alle gambe. In questo momento, senza sapere da chi fosse venuto l’ordine, la forza pubblica, sul punto di essere sopraffatta, si vide costretta a fare uso delle armi. Non si sa bene quanti colpi fossero esplosi. Il fatto é che dopo una prima scarica la folla si ritirò urlando di dolore e di terrore, lasciando dopo di sé, sul vasto spazio rimasto vuoto, un morto e due feriti.

Dopo quest’ultimo episodio dolorosissimo, che rattristò profondamente la cittadinanza, sembrò che fosse tornata la calma. Contemporaneamente altri dimostranti avevano fatto saltare i cancelli della cinta daziarie avevano buttato a mare i vagoni delle tranvie e subito dopo altri rivoltosi, recatisi nella vicina Quartu S. Elena, ne incendiarono la stazione. Tre ore dopo questo tremendo conflitto, si tenne un comizio, nel quale fu approvato un ordine del giorno che reclamava un’immediata azione giudiziaria e le dimissioni del consiglio comunale. Venne pure proclamato lo sciopero generale e tutti i negozi rimasero chiusi. Il prefetto di Cagliari immediatamente telegrafò al Ministro dell’Interno dei gravi fatti che ordinò tre inchieste: una amministrativa, una giudiziaria e una militare. A riguardo delle agitazioni “La Stampa” di Torino, prima di far conoscere i fatti, da noi già esposti, elencò le richieste della cittadinanza cagliaritana che erano l’istituzione di case operaie, la graduale diminuzione del dazio comunale, l’abolizione dell’antico diritto del quarto sul diritto di pesca nelle peschiere, detto “quarta regia”, municipalizzazione dei servizi pubblici, sorveglianza municipale sulle leggi del lavoro e l’applicazione delle leggi sull’istituzione obbligatoria e sussidio per la refezione scolastica come servizio municipale.

Si invocava anche un’azione giudiziaria a carico dei responsabili diretti e indiretti per le repressioni e i conflitti, e le dimissioni in massa del Consiglio Comunale. Per i fatti del capoluogo sardo, il 16 mattina si riunì la Camera dei Deputati per le dichiarazioni del Governo per bocca dell’On. Sonnino, che riferì sugli avvenimenti facendo una cronaca ad iniziare dall’ll con lo sciopero dei lavoranti fornai, ricomposto il giorno successivo con gli accordi. A riguardo del tumulto del 15, il capo del Governo disse che la folla, nella dimostrazione dei lavoratori partita dal mercato cittadino, e riunitasi presso la Manifattura Tabacchi, si erano intromessi i soliti turbolenti che compirono atti vandalici, tirarono sassi, spezzarono vetri dei negozi e rovesciarono 4 carrozze tranviarie ferme allo scalo marittimo; al pomeriggio la poca truppa, che si opponeva ai dimostranti, ammassati nella stazione ferroviaria, con lo scopo di non far partire i treni, sparò prima in aria, per non essere sopraffatta, poi contro i manifestanti di cui rimasero 18 feriti, sei di questi gravemente, tanto che due di loro sono poco dopo morti.

Presero la parola il Deputato cagliarita­no Carboni Boi per riferire che all’agitazione avevano partecipato anche dipendenti dello Stato, specialmente docenti delle scuole secondarie, e che chiedeva al Parlamento di aprire un’in­chiesta a tale riguardo, e il repubblicano Pansini, il quale dopo aver ricordato che in Italia in quei mesi si erano manifestati troppi eccidi contro i dimostranti causati dalle forze dell’ordine, ne chiedeva un’inchiesta. Dopo questi fatti le agitazioni non si fermarono; l’eco degli avvenimenti arrivava in tutte le zone della Sardegna. Infatti il 18 e il 19 insorse la popolazio­ne di Villasimius, che tentò di assalire l’esattoria, ma fu respinta dai soldati. Il 20 toccò alla popolazione di S. Vito, composta di pastori, contadini e artigiani, che sopraffece i Carabinieri e occupò la caserma, il municipio, le scuole e la posta e diede alle fiamme gli archivi  del Comune, del dazio, del Monte granatico e della compagnia barracellare.Ma l’indomani tutto ritornò calmo, poiché le truppe inviate per mare da Cagliari accerchiarono il paese e lo scontro terminò con alcuni feriti e con l’arresto di 70 dimostranti.

Il 19 e il 20 maggio gli abitanti di Macomer assalirono i caseifici e il 21 i contadini di Usini dimostrarono davanti al Municipio, chiedendo l’aumento dei salari e la chiusura dei caseifici. Nello stesso giorno la cittadinanza di Terranova (l’odierna Olbia) diede l’assalto a due caseifici e i pastori di Abbasanta non vollero pagare le tasse sul bestiame: ma non successero incidenti. L’eco degli avvenimenti di Cagliari e di altri centri isolani giungono anche a Iglesias, che la mattina del 20, sebbene domenica, vide le strade del centro affollarsi di operai, che si radunarono davanti al Comune chiedendo l’abolizione del dazio e del fuocativo. Iniziarono presto le violenze col saccheggio e la devastazione dei negozi vicino al Municipio.La reazione di un negoziante provocò la sparatoria e caddero feriti due manifestanti.

Intanto un grosso gruppo di minatori assalì la cantina di una società mineraria e fece grosse razzie di alimentari. La notte passò senza altri avvenimenti. All’indomani i dimostranti di Gonnesa fecero il giro delle miniere per chiedere aumenti salariali ai direttori delle società minerarie, richieste che venne­ro accolte. Nel pomeriggio, però, al rientro nelle loro case di Gonnesa, i manifestanti trovarono la forza pubblica ad attenderli. Ne nacque uno scontro in cui furono uccise tre persone e ferite una ventina. Un altro gruppo di minatori si era portato intanto a Nebida dove saccheggiarono e devastarono un bar e una cantina. I carabinieri, che aprirono il fuoco uccidendo due dimostranti e ferendone oltre una quindicina, arrestarono diversi rivoltosi.

II 22 insorsero Pozzomaggiore ed Ittiri; ma arrivò da Sassari la forza pubblica che assediò i due paesi. Il mattino del 24 alcune migliaia di dimostranti di Ittiri, quasi tutti pastori, assalì un caseificio e lanciarono sassi contro i soldati che risposero caricandoli, causando parecchi feriti e contusi. A Villasalto, dove non si erano placati gli animi, il 27 maggio i carabinieri spararono sulla folla, uccidendo 5 contadini e ferendone 10. A Bonorva, nello stesso giorno, una folla immensa assalì alcuni caseifici; i soldati di presidio reagirono alla sassaiola uccidendo un dimostrante e ferendone molti. Anche a Cossoine si assalirono i caseifici e il mercato pubblico che vennero devastati. Il mese si chiuse senza altri incidenti, ma agli eccidi seguirono pesanti repressioni, centinaia di arresti, processi interminabili e dure condanne.

Sardegna magazine, maggio 1991

 

MAGGIO TRAGICO NEL 1906 IN SARDEGNA

 

Non si erano ancora spenti gli echi delle tristi giornate sanguinose del settembre 1904 in Buggeru, quando la Sardegna si trovò a vi­vere un altro momento difficile, con la popolazione che soffriva la fame ed era stremata dalla lunga crisi economica. E sebbene i fatti sanguinosi della seconda metà del mese di maggio del 1906 sono ormai lontani, l’eco di quelle sol­levazioni e del molto sangue ver­sato resta non solo nella memoria dei vecchi ma anche nella rievo­cazione degli avvenimenti.

Le cause di questo generale di­sagio erano varie e abbracciavano tanto il campo agricolo quanto quello industriale. Le prime agita­zioni si ebbero a Cagliari e trova­rono motivo nel rincaro dei viveri che metteva in condizioni di disa­gio la classe operaia e quella im­piegatizia. Agitazioni si ebbero a Cagliari, a Sassari e ad Iglesias, promosse da impiegati statali che, a causa del rincaro dei viveri, chiedevano una indennità di resi­denza.

I fatti tumultuosi, iniziati l’11 maggio, presero una piega di san­gue il 15 mattino, all’arrivo del­l’impiegato per la riscossione del­le tasse per i posti di vendita nel mercato cittadino cagliaritano. Ne nacque un parapiglia, e la folla, adirata e respinta dalle forze del­l’ordine, si recò alla Manifattura dei Tabacchi, per chiedere aiuto alle sigaraie che chiedevano saputo tener testa al sindaco Bacaredda, e per formare un corteo di prote­sta.

Nel primo pomeriggio i dimo­stranti, con le sigaraie in testa, si recarono alla stazione ferroviaria per impedire la partenza dei treni. I rivoltosi, però, respinti, si ricon­giunsero con i manifestanti che scorrazzavano lungo la via Roma, e ritornarono alla carica nei locali ferroviari. Dalla folla comincia­vano a partire le prime sassaiole che colpirono alcuni soldati. Per il ferimento del colonnello dei Ca­rabinieri e del capitano, la forza pubblica si vide costretta a fare uso delle armi; dopo una prima carica, la folla si ritirò urlando di dolore e di terrore, lasciando die­tro di sé un morto e alcuni feriti. Contemporaneamente, altri dimo­stranti avevano fatto saltare i can­celli della cinta daziaria e avevano buttato a mare i vagoni delle tran­vie, mentre un centinaio di rivol­tosi, recatisi nella vicina Quartu S.Elena, ne incendiarono la sta­zione.

L’eco degli avvenimenti arriva­va in tutte le zone della Sardegna: il 18 e il 19 insorse la popolazione di Villasimius, che tentò di assali­re l’esattoria, ma fu respinta dai. soldati. Il 20 fu la popolazione di S.Vito, composta da pastori, con­tadini e artigiani, a sopraffare i Carabinieri e ad occupare la caser­ma, il Municipio e le scuole, e a dare alle fiamme gli archivi comu­nali. Il 19 e il 20 maggio gli abi­tanti di Macomer assalirono i ca­seifici e il 21 i contadini di Usini dimostrarono davanti al Munici­pio. Nello stesso giorno la cittadi­nanza di Olbia diede l’assalto ai caseifici e i pastori di Abbasanta protestavano perché non voleva­no pagare le tasse del bestiame.

La mattina del 20, sebbene di domenica, le strade del centro di Iglesias si affollarono di operai, che chiedevano l’abolizione del dazio e del focativo. Col sac­cheggio e la devastazione dei ne­gozi, un negoziante reagì e, dalla successiva sparatoria, caddero fe­riti due dimostranti. L’indomani i dimostranti di Gonnesa fecero il giro delle miniere per chiedere aumenti salariali, subito accolti. Nel pomeriggio furono uccisi tre dimostranti e feriti una ventina, mentre un gruppo di minatori, portatisi a Nebida, saccheggiaro­no un bar e una cantina. I Carabi­nieri aprirono il fuoco uccidendo due dimostranti e ferendone una quindicina.

A Villasalto, dove non si erano placati gli animi, il 27 maggio i Carabinieri spararono sulla folla, uccidendo cinque contadini e fe­rendone dieci. A Bonorva, nello stesso giorno, un’immensa folla, che assalì alcuni caseifici, fu con­trastata dalla forza dell’ordine. Anche a Cossoine i dimostranti assalirono i caseifici ed il mercato pubblico devastandoli.

Il mese si chiudeva senza altri incidenti; agli eccidi seguirono pesanti repressioni, centinaia di arresti, processi interminabili e dure condanne. Lotta di classe, quindi, e fatti di sangue, che scon­volsero l’Isola, rivisitati nell’ottantacinquesimo anniversario del­le sollevazioni operaie.

Sardinia now, maggio 1991

 

ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA NEL SEICENTO (Prima parte)

 

Negli ultimi anni del Cinquecento e per tutto il Seicento ci fu a Cagliari un gran fervore edilizio grazie soprattutto ad una nuova politica governativa e municipale che diede la possibilità di costruire abitazioni in diverse parti del Castello e dei sobborghi della città. Questo sviluppo fu favorito anche dalla venuta nel capoluogo isolano, dal continente italiano e dalla Spa­gna, di costruttori edili, di architetti, di appaltatori, di muratori e di scalpellini che, con la buona preparazione degli artigiani cagliaritani e con la sempre più numerosa e potente colonia genovese, giunta a Cagliari negli anni Ottanta del secolo XVI, crearono una vita fiorente e piena di iniziative di carattere sociale ed economico, dando così luogo ad una intensa attività commerciale. Cagliari del resto, ormai inserita integralmente nel mondo ispanico, per tutto il Seicento conduce una vita ricca di iniziative artistiche, artigianali e commerciali. Ma vi fiorisce soprattutto l’attività culturale che, per la presenza di alcuni intellettuali, poté varcare il mare ed inserirsi nel più vasto mondo europeo. Cagliari aveva già un gremio di muratori ed affini, sorto nel Cinquecento, del quale facevano parte scalpellini e battipietra, che avevano contribuito a mutare il volto urbanistico della città negli ultimi anni del secolo XVI. Ora, l’incontro con elementi di altre zone della penisola italiana e di altre regioni della Spagna, porta al rinnovamento del tipo di costruzione e le abitazioni che sorgono nel Seicento hanno certamente una migliore struttura edilizia. Molti i contratti di costruzione, numerose le commissioni per le ristrutturazioni, ampliamenti e rifacimenti di abitazioni.

Per tutto il Seicento si accentua l’azione che tende a fare del Castello e delle cosiddette appendici una sola città e si ha un progressivo aumento della popo­lazione, indice che le condizioni di vita nella capitale isolana erano migliori ora, nel Seicento, più che nel secolo precedente. Il Castello ed i sobborghi si arricchiscono urbanisticamente con la erezione di nuove chiese e con la costruzione di numerosi conventi, dell’Università e di locali per scuole e collegi, tanto che, intorno agli anni Quaranta, si deve frenare questa ondata di costruzioni, soprattutto nel Castello, saturo ormai di monumenti religiosi. Le vecchie fortificazioni portuali furono rese più efficienti con l’erezione di un fortino che prese il nome del viceré don Francesco de Mura y Corterreal, marchese di Castel Rodrigo, che ne ordinò la costruzione e ci fu anche il rafforzamento e l’ampliamento del baluardo portuale di Sant’Elmo. Queste fortificazioni portarono ad una sistema­zione e ad un ampliamento della piazza del Molo e delle due strade che facevano capo ad essa: quella delle Conce e quella dell’Osteria, e che mutò il suo nome in quello di San Francesco al Molo, quando fu costruita la chiesa dei frati minimi di San Francesco da Paola, nella seconda metà del Seicento.

Tra le abitazioni che formavano un certo nucleo, in vicinanza della chiesa di San Giacomo e di San Domenico, nel sobborgo di Villanova, vi erano campi e cortili, con annesse fontane e pozzi, che nel secolo XVI furono sfruttati per elevare fabbricati, dando così origine ad una strada in cui costruì la sua abitazione l’argentare cagliaritano Giovanni Antonio Pixoni, che le diede il nome e che per la sua perizia fu elevato alla carica di consigliere comunale. Questo rinnovamento che diede vita all’intensa opera di costruzioni di cui abbiamo parlato, non influì però sull’edilizia privata cagliaritana, sebbene dal 1580 il capoluogo sardo ben conoscesse il nuovo stile architettonico nelle strutture religiose venute su in città e imperante nel continente italiano, grazie agli architetti cremonesi che lavoravano per il sovrano spagnolo Filippo II. Dal gotico-aragonese spagnolo si passa allo stile barocco. Non sono molti, però, gli edifici seicenteschì cagliaritani barocchi, per quanto se ne sa fino ad ora, che risultino inseriti in questo nuovo gusto architettonico. In Castello, dove questo nuovo stile fu conosciuto, dimoravano gli espo­nenti più altolocati della classe dominante e nobiliare: quelli della Magistratura politica e civica e quelli della borghesia colta e gli ecclesiastici. Era ormai abolita la distinzione tra sardi e spagnoli e nel Castello ormai vivevano mescolati anche i borghesi cagliaritani. La nobiltà spagnola dell’isola nelle sue case in Castello faceva sfoggio di sale, sfarzosamente decorate, mentre i gentiluomini ca­gliaritani si accontentavano di di­more più modeste. Le case venivano costruite con parsimonia e talvolta si arricchiscono di ballatoi in legno, raramente in ferro battuto.

Le molte feste religiose che nel corso dell’anno venivano celebrate per ricorrenze varie, e le diverse processioni alle quali partecipavano obbligatoriamente tutte le autorità politiche e le comunità religiose portavano allo sfoggio dell’eleganza da parte delle nobiltà ed erano motivo di svago per il popolo, che si divertiva a ballare, in onore del santo protettore, entro le stesse chiese e nei palazzi antistanti. Nei sinodi vescovili celebrati nel Seicento vennero presi in esame questi aspetti della vita religiosa e vennero vietati i balli mondani, le recitazioni di drammi sacri e l’ornamento nell’abbigliamento femminile, se prima non fossero messi sotto il controllo delle autorità ecclesiastiche preposte a tale scopo. Nel Seicento gli Spagnoli mostrarono un interesse più diretto per la Sardegna, emanando diverse provvidenze intese a migliorarne la vita sociale, economica e culturale. Filippo III istituì a Cagliari l’Università e si adoperò favorevolmente per incrementare la cultura al fine di formare una classe dirigente locale che potesse essere più vicina alla Corona reale.

Notevoli furono alcune provvidenze per incrementare l’agricoltura e per favorire l’impianto di coltivazioni speciali: si impose di piantare un certo numero di gelsi e si ordinò di innestare un certo numero di ulivi selvatici, annualmente, tanto che si riuscì ad esportare olio in grande quantità. Tra il 1638 e il 1660 Cagliari fu dotata di una flotta sarda, costituita- è vero – da sole tre navi, che valsero però a rendere meno insicura la vita lungo le coste e meno periglioso il traffico marittimo cosicché il commercio ebbe un forte incremento. La società cagliaritana si presentava divisa in tre categorie: la maggiore, di cui facevano parte persone d’onore, alti ufficiali, nobili, cavalieri, dottori in legge e cittadini notevoli per censo, per parentele o per aver ricoperto alte cariche pubbliche; la media, di cui facevano parte i commercianti, a cominciare da quelli di posizione finanzia­ria indipendente, nelle cui mani si concentrava il lucroso commercio marittimo.

Dell’ultima, la minore, facevano parte gli artigiani, i mestieranti, i notai, i chirurghi, gli scrivani e i piccoli impiegati. L’aristocrazia, che era in posizione eminente, era costituita da feudatari, da alti ufficiali militari e civili e da quelli che avevano ottenuto dai sovrani ricompense per servigi resi alla Corona di Spagna nelle diverse campagne di guerra in Italia, nelle Fiandre, nello stesso territorio spagnolo e nel Nuovo Mondo.

Sardegna Magazine, giugno 1991

 

ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA NEL SEICENTO (seconda parte)

 

Per rinsanguare le depauperate finanze dello Stato, nel Sei­cento invalse l’uso di concedere privilegi di nobiltà e di cavalierato, previo pagamento di un tributo, e quindi molti di coloro che appartenevano alla classe media, poterono passare alla classe maggiore e dirigente. Con i diplomi di cavaliere e di nobiltà, si diffuse nell’isola l’uso del “don”. I ricchi sfoggiavano abiti di lusso, di velluto e damasco, mantelli foderati di taffetà e di seta proveniente da Maiorca, Valenza e da Napoli, guarniti d’argento, di pizzi e di merletti, spesso con placche e con bottoni d’argento e d’oro. Nelle solennità e nei giorni di festa, massicce catenelle d’oro e altri monili arricchivano l’insieme. Un cappello piumato a larghe falde copriva il capo. Si mettevano in mostra inoltre le belle armi, che erano assai ricercate ed era molto ambito il possesso di archibugi e pistole cesellate che provenivano dalle diverse fabbriche spagnole. La nobiltà cagliaritana cercava tutte le forme esteriori che potessero porre in evidenza il suo rango.

Le sale ed i saloni delle loro case erano tappezzati di damaschi e di seta e rivestiti di cuoi dorati e spesso ornati con frange; ricche mantovane e sontuosi tendaggi davano tono alle finestre; le vaste sale erano arredate con armadi in stile spagnolo, con tavoli in noce, con scrittoi dai molteplici cassetti, su cui troneggiavano soprammobili e calamai in argento. Per l’illuminazione si servivano di grandi candelabri in argento, in stagno e in terracotta. Le scale delle case erano ornate con molti vasi di fiori, soprattutto in seta e in cotonina. Diverse acquasantiere, rosari di corallo legati in oro e in argento, molti quadri, di soggetto religioso e arazzi di foggia spagnola e fiamminga, ornavano le pareti delle stanze, a dimostrazione che il senso religioso era molto profondo. Nelle feste, nei tornei e nelle serate di gala, che erano parecchie nel corso dell’anno, il nobile sfoggiava tutta la sua ricchezza e ai nobili e ai cavalieri erano affidati i ruoli principali nelle commedie e nei teatri. Al popolo veniva riservata solo una parte nelle sacre rappresentazioni che si svolgevano all’interno delle chiese e nelle processio­ni quaresimali.

Nel palazzo viceregio e nelle sale delle case della nobiltà ca­gliaritana più distinta abbiamo buone ragioni per credere che si rappresentassero già commedie dei drammaturghi spagnoli del secolo d’oro; nelle rappresentazioni si intercalavano le abituali “loas” (brevi poemi drammatici in celebrazione di avvenimenti o persone, alcuni dei quali anche musicati) di autori locali allora ben noti. Passando alla media categoria, i mercanti cagliaritani, nel Seicento, raggiunsero un certo benessere, tanto che investirono i loro capitali nell’acquisto di immobili; essi facevano prestiti non solo a cittadini privati, ma anche all’amministrazione civica, con le condizioni che venisse loro corrisposta una determinate rendita annua o mensile, in denaro o frutti, detti “pensione an­nua”, garantita su immobili. I mercanti traevano profitto non solo dal commercio e dai prestiti, ma anche da altri affari che essi concludevano con cittadini privati e con enti pubblici, e costituivano una categoria che godeva di una certa floridezza economica. Il tenore di vita, come si rileva dalla lettura dei documenti d’archivio, nel Seicento, era piuttosto elevato.

Le case popolari, però, senza lussi, erano poco dissimili l’una dall’altra; il loro nucleo era costituito dalla cucina, dalla stanza da letto, da un disimpegno e da una camera che veniva chiamata “sardisca”. La cucina era un vasto ambiente, arredato con semplicità, ma in maniera funzionale; pochi i mobili: tavolo su due cavalletti, dove si lavorava il pane, dato che in quasi tutte le famiglie cagliaritane povere si era soliti cuocere il pane in casa, alcune sedie impagliate, una cassetta con piatti e stoviglie, talvolta una culla, segno che la massaia, mentre accudiva alle faccende domestiche, teneva accanto a sé il figlioletto, l’ultimo nato; vi erano inoltre spiedi, graticole, cestini appesi alle pareti e mortai di marmo e di bronzo. Gli altri vani avevano i mobili strettamente necessari, con molti quadri alle pareti, diverse cassapanche per riporvi il vestiario e i pochi averi. Le sale delle case signorili erano invece ampie e servivano per ricevere visite; le pareti erano addobbate con quadri, dalle cornici dorate e intagliate, per lo più di carattere religioso oppure paesaggistico; vi erano anche quadri che rappresentavano gruppi famigliari, molte piccole statue in legno come soprammobili e diversi arazzi alle pareti e tappeti nei pavimenti, che erano in legno. I mobili erano costituiti da cassapanche intagliate, ben lavorate, ricoperte da tappetini e da buffets, che servivano per conservare l’argenteria, il vasellame e ornamenti di vario genere. Le sedie spesso erano rivestite di pelle e arricchite da frange dorate, con schienale intagliato o in pelle; c’erano inoltre armadi in noce per capi di vestiario e biancheria.

Nella stanza da letto, un letto matrimoniale, con un giraletto di gusto prettamente isolano, con spalliera lavorata ad intarsio, o in bronzo decorato con lavorazione artigianale. Molto vario e curato il baldacchino, fatto spesso con stoffe pregiate. Particolare elemento era la “filiola”, un materassino che veniva inserito tra i materassi per evitarne l’incurvamento, e come pagliericcio usavano le tavole; diversi cuscini, sovraccoperte ricamate, copriletti semplici, colorati con disegni in leggero rilievo completavano l’arredamento della camera da letto. Lo studio, presente nella casa di un professionista, o di un nobile, era semplice e con pochi mobili; probabilmente, ci si riuniva per concludere affari e leggere. I mobili erano in castagno o in noce, ricchi di cassetti con vari reparti per custodire i vari documenti: atti di vendita, di credito, di censo e pochi libri, a significare che si leggeva pochissimo e l’acquisto era riservato a quei libri di interesse particolare: vi erano testi di carattere religioso, filosófico e teologico. Chi possedeva invece molti libri erano i beneficiati, i canonici, i chierici e i dottori in utroque, nonché scrittori e poeti i quali possedevano anche testi di autori stranieri.

Il mobile presente in tutti gli ambienti era la cassapanca, di varie grandezze, che serviva per tante cose, e in esse le donne ammassavano gli indumenti, la biancheria e le cose preziose. Ma possedevano anche molti bauli per conservare capi di vestiario più lussuoso: cassapanche e bauli erano ricoperti di vacchetta, come le sedie e gli armadi, alcuni dei quali a vetri. Per deodorante si usava una pastiglia che veniva chiamata “odore” che certamente era un composto di lavande. Si usavano candelabri in legno, in stagno, in ottone e perfino in argento, adatti all’ambiente.Tra i soprammobili troviamo boccali per acqua, arricchiti di bordure in argento e in bronzo. Sulle scrivanie cala­mai, che nelle case patrizie erano in argento e perfino in oro. Tutto ciò denotava un certo benessere e indicava che molti manufatti erano importati; ma altri, soprattutto quelli di artigianato, provenivano in maggioranza dalle botteghe artigianali locali. (fine)

Sardegna magazine, luglio 1991

 

CENTENARIO DELLA NASCITA DI TARQUINIO SINI

Caricatura di Tarquinio Sini su Edmondo Sanna (1934)

 

II caricaturista Tarquinio Sini operò in Italia e in Francia, prima, collaborando ai più noti periodici umoristici del tempo, e in Sardegna, poi, non solo come disegnatore, pittore e acquafortista, ma anche come operatore culturale. Nell’arco di tempo che non supera i 35 anni, egli svolse intensa attività, organizzò mostre a carattere folkloristico, preparò recite, propose e diresse esposizioni, fu regista cinematografico, preparò cerimonie e feste, illustrò libri e riviste, disegnò copertine e cartelloni pubblicitari e ideò etichette da corredo reclamistico. Collaborò a diversi periodici cagliaritani, preparò un romanzo, andato disperso, in cui annotò e commentò le amenità che accadono dietro le quinte cine-matografiche, commentate con disegni e battute, stampò un secondo romanzo, in cui mise in evidenza i contrasti sociali e civili esistenti nell’isola.

Tarquinio Sini, nato il 27 marzo 1891 - ricorre pertanto il centenario della nascita – in quella Sassari fine Ottocento, socialmente non molto diversa dall’attuale, per i molti problemi che presentava, iniziò, non ancora diciannovenne, l’attività artistica con la prima personale tenuta a Cagliari. Il succes­so fu enorme per un autodidatta alle sue prime armi, che mostrava già tanta acuta osservazione.Attratto dall’idea di sfruttare il suo talento, si trasferì a Torino, dove fu assunto quale redattore-capo della più importante rivista umoristico-satirica che si stampasse in Italia in quel primo scorcio di secolo.

Nella sua ventennale carriera di caricaturista nella capitale sarda, dal 1923 al 1943, molte le personalità da lui immortalate con un tratto di penna: è uno spaccato della vita cagliaritana nel primo dopoguerra e nei primi anni de-della seconda guerra mondiale. Tra le più interessanti caricature di personalità ricordiamo quelle del commerciante Mastino, dell’industriale Gianni Balletto, dei notabili avvocati Gianni Cao di San Marco e Aldo Miglior, degli allenatori e giocatori del Cagliari, del letterato Nicola Valle, dei pittori Felice Melis Marini e Cesare Cabras e del poeta Francesco Zedda, e di moltissimi altri.

Nel 1929, dopo il suo debutto di critico d’arte, Sini si da al romanzo ed esordisce come scrittore. Il libro “Aquel paese…”, impreziosito da una cinquantina di caricature interessantissime, spiritose e gustosissime, gli servi per presentare, in chiave umoristica, alcune credenze che tenevano lontano dalla Sardegna i turisti italiani e stranieri. Gli albergatori sardi, a detta dello scrittore, organizzavano, per richiamo, rapine e imprese banditesche a danno dei turisti, che si concludevano però pacificamente con la restituzione ai proprietari, da parte del “maitre” dell’albergo, della refurtiva. Questa veniva poi consegnata su un vassoio e restituita con un piacevole sorriso.

Lo scritto del Sini, documento eccezionale per una storia del costume, ancora tutta da scrivere, poiché il testo è corredato con disegni di personaggi sardi vestiti col costume degli avi, messi a confronto con donnine di città, in minigonne, venute dal continente in cerca di una dimensione di segno contadinesco, mette in ridicolo lo sfruttamento del folklore, che in quegli anni appariva come la manna per richiamare i turisti. Qualche giorno dopo l’uscita del libro, Nicola Valle scriveva: “L’autore si burla spiritosamente dei cercatori arrabbiati di “colore locale”. (…) Le buone villiche ripudiano il patriarcale “costume”, e parlano di mode, né più né meno di Luisa Dudovich”. Che il romanzo avesse suscitato interesse, lo dimostra il fatto che il 12 agosto dello stes­so anno, nell’articolo di fondo de “II Lunedì dell’Unione” se ne parla a lungo.

Ogni anno la cittadinanza cagliaritana ricorda i martiri delle tristi giornate del febbraio del 1943, quando le fortezze volanti americane procurarono la morte di centinaia di cagliaritani. Tra le vittime c’era anche Tarquinio Sini, immortalatosi sull’altare il 17 febbraio. Si concludeva così la non lunga vita artistica di quel grande caricaturista ed umorista sardo, giustamente considerato uno dei migliori esponenti della Sardegna artistica degli anni Venti e Trenta del nostro secolo, che con la matita e il pennello aveva immortalato moltissimi personaggi sardi.

La Nuova Stampa, 3 Luglio 1991

 

L’ORGANIZZAZIONE DI CAGLIARI NEL ’600  (prima parte)

 

Numerosi erano gli artigiani che, nel Seicento, provvedevano a rifornire il mercato cittadino, ma anche ad inviare i manufatti in diverse località dell’isola. Gli artigiani avevano raggiunto una perfezione tale nel lavoro che i loro manufatti si potevano trovare in tutte le botteghe cittadine e riuscivano a coprire la domanda interna. Per far sì che i loro prodotti avessero la possibilità di smercio, gli artigiani si erano riuniti in associazioni fin dal secolo precedente; queste associazioni di mestiere presero nome di gremi e per tutto il Seicento godettero di grande prosperità. I gremi erano legati alla storia politica ed economica ed avevano carattere anche di associazione religiosa e di tutela lavorativa artigiana. Sorsero spontaneamente tra gli artigiani di uno stesso mestiere o di mestieri affini, senza l’autorizzazione degli organi pubblici. In seguito la Municipalità ed il Regio Vicario, comunemente chiamato Veghiere, riconoscevano la loro costituzione. Al Viceré era demandata l’autorità di confermare la creazione di corporazioni artigiane e la ratifica dei loro statuti e il conferimento di particolari privilegi a persone che esercitassero un’arte o un mestiere. Il gremio aveva il proprio santo protettore e una cappella sociale in una chiesa o in un oratorio, dove veniva allestita la festa patronale annuale con grandi cerimonie e feste: per l’occasione gli aggremiati vestivano gli abiti da ceri­monia. Gli associati avevano il dovere di partecipare alle funzioni religiose, di prendere parte alle messe di suffragio delle anime dei confratelli defunti, di andare ai funerali dei soci e a quelle delle loro mogli; nei rapporti con i soci gli aggremiati dovevano essere tolle­ranti, indulgenti, dovevano rispettare i maggiorali, che erano a capo del gre­mio, gli anziani e i compagni. I gremi avevano un ingente patrimonio, il cui reddito, che si formava da proventi fissi e variabili, serviva per pagare il donativo reale ed ecclesiastico, per pagare le spese per le Amministrazioni e per il mutuo soccorso.

La cassa gremiale provvedeva a sovvenzionare prestiti ai soci poveri, agli inabili al lavoro e agli ammalati e dava assistenza ai vecchi operai. Il gremio era formato da maestri, che diventavano tali dopo un lungo tirocinio e una prova d’esame, detta prova d’arte. Il maestro insegnava lealmente il mestiere, manteneva a sue spese l’apprendista e lo assisteva in caso di malattia. L’allievo, a sua volta, si impegnava a prestarsi per tutto ciò che aveva attinenza col mestiere e a rispettare il tempo di apprendistato; in caso contrario, doveva risarcire il maestro per l’insegnamento avuto, le botteghe dei lavoratori erano aperte al pubblico, sia per evitare abusi nell’esecuzione dei lavori e nei materiali usati, sia per dare modo ai maggiorali di controllare i manufatti. In media, si lavorava quattordici ore giornaliere, per complessive ottanta ore settimanali. I gremi si adoperavano per tutelare le arti e i mestieri e per portare aiuto e soccorso ai bisognosi, e i soci garantivano la perfetta esecuzione dei manu­fatti; per alcuni mestieri vi era, anzi, l’obbligo di porvi il marchio e il sigillo della bottega, autorizzato dal Veghie­re.

Gli statuti erano scritti in catalano, più raramente in castigliano. I gremi non erano delle associazioni chiuse, dato che i soci potevano farne parte e uscirne quando volevano. Le associazioni gremiali costituivano un ostacolo alla libertà del lavoro, perché gli aggremiati erano legati alle decisioni della corporazione e gli stessi dovevano sottostare agli obblighi e alle tariffe da essa imposti. Accanto alle associazioni di mestiere, che durante il corso del secolo XVII raggiunsero il numero di venti, tra cui possiamo dire che vi erano anche i musici e gli addobbatori, di cui nessuno finora aveva mai fatto cenno, vi erano le associazioni religiose, che venivano chiamate confraternite, anch’esse in numero di venti, parecchie delle quali sorsero nel corso del secondo decennio del Seicento per volere dell’Arcivescovo di Cagliari, lo spagnolo Francesco d’Esquivel, che fece costruire la cripta del Duomo cagliaritano per custodirvi le reliquie dei santi martiri cagliaritani, della cui autenticità l’Arcivescovo fu un acerrimo difensore. Numerose le feste religiose e parecchie le processioni annuali che si snodavano lungo le strade strette e tortuose della capitale dell’isola, alle quali prendevano parte tutte le autorità religiose, politiche, militari e comunali che avevano il loro posto assegnato nella processione e nelle grandi cerimonie, per cui sorsero anche diverse dispute e controversie, che si protrassero per anni, tanto che dovettero in­tervenire d’autorità il papa e il sovrano.

Le cronache di alcune processioni secentesche si conoscono attraverso gli scritti del tempo e queste parlano della maestosità, del grande concorso di popolo, delle luminarie, dei fuochi artificiali, dei balconi addobbati e infioriti, delle strade infiorate e festonate, dello sfoggio degli abiti da parte della nobiltà, della partecipazione di tutti i gremì, delle confraternite, degli ordini religiosi con i loro stendardi e le croci processionali d’argento, delle manifestazioni notturne come quella che fu eseguita nel 1618. Per il trasporto delle sontuose arche in vetro, che contenevano i resti dei martiri cristiani cagliaritani, dalla zona cimiteriale di San Saturnino e San Lucifero al Duomo, per essere tumulate nella cripta della primaziale, appositamente costruita in quegli anni dai migliori costruttori. La processione iniziò alle due del pomeriggio ed ebbe termine dopo il tramonto, con una grande manifestazione scenica nel sagrato della Cattedrale e con un torneo, cui parteciparono numerosi cavalieri che indossavano abiti fastosissimi. La festa si concluse dopo la mezzanotte, dopo balli, spari di mortaretti e lancio di razzi. Stupenda fu anche la processione per l’istituzione della festa della Immacolata Concezione, anche questa descritta da un contemporaneo. Tralasciamo di parlare delle diverse processioni del Corpus Domini, della Pasqua di Resurrezione e di Pentecoste, che vedevano la costruzione di grandi altari lungo le strade per dove passavano le processioni. Vi era una gara tra le diverse comunità per meglio addobbare, abbellire ed ingigantire i loro altari, che erano sempre pieni di vasi di fiori di lino e di seta, di numerosi e grandi candelabri.

Si racconta che tra un candelabro e l’altro venivano posti grandi specchi per creare luce più abbondante e più diffusa. Ogni gremio, ogni confraternita, ogni parrocchia e ogni comunità religiosa provvedeva ad organizzare la propria festa patronale, rendendo festose e splendenti le strade cittadine, le cappelle e gli altari, con luminarie, fiori e grandi addobbi. Passando al sistema sanitario, che nel Cinquecento non aveva ancora una stabile organizzazione e mancava di personale, sin dall’inizio del secolo XVII si registra una migliorata organizzazione, anche perché la Magistratura Civica, alla quale era demandata l’assistenza sanitaria, controlla più direttamente il personale medico e sanitario, che si presenta più preparato e responsabile. L’assistenza sanitaria era affidata al complesso ospedaliero di Sant’Antonio, che si trovava fuori le mura della Marina, lungo il costone che era sotto le mura meridionali del Castello. Ospitava vecchi, malati cronici, trovatelli, malati di mente, non solo cittadini ma anche provenienti dai villaggi del Campidano di Cagliari. Il personale medico era in maggioranza di prove­nienza iberica, ma vi erano italiani, cagliaritani e sardi, anche perché, con l’apertura dello Studio Generale, il corso di laurea in Medicina riusciva a formare quadri medici ben preparati, tanto che uno dei direttori dell’Ospedale, un grande studioso cagliaritano, Francesco Mostallino, per diversi anni ebbe dietro di sé una équipe di medici di grande valore. Nel Seicento a Cagliari fu istituito il Protomedicato, che aveva il compito di dirigere e coordinare tutte le attività sanitarie.

Oltre ai medici e ai chirurghi, che erano associati anch’essi in un gremio, vi era il personale sanitario che li assisteva; tra questi vi erano anche alcuni barbieri, che praticavano salassi, impacchi, facevano bagni caldi, cavavano denti, applicavano unguenti e pomate, con ordine sanitario, essendo alle dipendenze dei medici e dei chirurghi. I barbieri, che corrispondevano più o meno al personale paramedico di oggi, eseguivano anche interventi di pronto soccorso e di cura, dentro e fuori del complesso ospedaliero. Per esercitare l’arte medica era necessario un periodo più o meno lungo di apprendistato presso un maestro e superare diversi esami nell’arco di tre anni, il contratto di apprendistato era stipulato presso un notaio tra il medico, o il chirurgo, e il barbiere, o il padre del giovane; in mancanza di quest’ultimo, si ricorreva al Padre d’Orfani, un’istituzione portata a Cagliari dopo la conquista aragonese, che aveva l’incarico di destinare i trovatelli presso famiglie oneste e benestanti, come apprendisti artigianali.

Sardegna Magazine, agosto/settembre 1991

 

SANLURI CENTO ANNI FA

 

Negli ultimi anni dell’Ottocento esistevano, in Sardegna, i mandamenti, circoscrizioni amministrative intermedie tra il circondario ed il Comune, già esistenti in alcuni stati italiani e scomparsi nel 1923. Nel mandamento di Sanluri esistevano quattro Comuni, in un territorio parte in pianura e parte nel nucleo dei Colli di Monte Melas, bagnato da un fiumiciattolo, che scaricava le sue acque nello stagno, allora prosciugato e denominato Sanluri. Furtei, con circa 980 abitanti, Segariu, con appena 647, e Villamar con una popolazione di 1900 facevano parte del mandamento di Sanluri, che ne era allora il capoluogo con una popolazione di poco più di 7700.

Per Sanluri lo Strafforello, che nel 1895 pubblicò «La Patria», studio dedicato tutto alla Sardegna, scrive che «il capo-luogo del mandamento, distante da Cagliari 44 chilometri, è città forte del medioevo, sulla frontiera del regno di Cagliari, siede nell’estrema falda meridionale del monte Melas, con vie irregolari, eccettuata la principale, che è generalmente assai ampia. Le case sono in pietra e in argilla, rarissime quelle a mattoni crudi e quasi tutte con cortile davanti o dietro. La chiesa parrocchiale de: la Madonna delle Grazie ha sette cappelle con due cappe Ioni ed è di buona architettura».

Aggiunge che sorgono nell’abitato oltre sei piccole chiese, fra cui quella antichissima di San Pietro, e due erette per voto per la cessazione della peste in due diverse volte. Dopo la chiesa parrocchiale, quella più «notabile» è la chiesa di San Francesco con annesso un ex-convento di cappuccini fondato nel 1608 secondo il Vico, o nel 1609 secondo il Bollano. Era notevole in questa chiesa un dipinto rappresentante un «Deposto di Croce che oggi si trova nel convento dei Cappuccini di Cagliai. Fuori del paese poi si trovano altre tre chiese. Lo storico passa poi a nominare il Castello di Sanluri che, costruito secondo il Fara, nel 1358, aveva una figura di dieci lati disegnati con otto angoli sporgenti e due rientranti, quindici torri e un castelletto a sinistra della porta da cui si usciva per andare a Sardara.

Prima di passare a descrivere la storia del centro del mandamento, in cui si ferma a lungo – ma noi non riportiamo, essendo nota – lo studioso piemontese scrive che «il Comune di Sanluri produce frumento, vino, olio, legumi, «civaie (per viveri in generale, o per ogni legume secco), legna, alleva bestiame grosso e molti polli di qualità superiore. Caccia di conigli selvatici, perni lepri e quaglie, ecc. L’industria fabbrica tessuti casalinghi di lino e lana».

A riguardo dello stagno, lo Straforello scrive che, centro d’infezione, rendeva insalubri le adiacenze tanto che ne fu deliberato giustamente il prosciugamento, eseguito su un piano dal Carbonazzi ( personaggio ricordato nella toponografica di Cagliari), ispettore del Genio Civile, dopo la concessione nel 1838 da parte di Carlo Alberto ai Montafier, purché intraprendessero e ne eseguissero il prosciugamento. Nel 1847 si costituì in Lione una Società per la coltura dei terreni e per l’esercizio dello stabilimento «Vittorio Emanuele» e delle industrie accessorie, dopo il prosciugamento effettuato con un grande canale di scolo, che comunicava col fiume di Samassi, e con molti altri canali interni.

I terreni prosciugati furono riconosciuti «di natura e fertilità uguale a quella dei terreni circostanti come attestava l’identità delle erbe, che vi germogliarono spontanee, che analizzati risultò che i terreni presentavano le condizioni più favorevoli alla vegetazione. Fra le varie colture riuscì discretamente lucrosa quella della soda». Nello stesso anno i sanluresi assaltarono lo stabilimento «Vittorio Emanuele» e spinsero il bestiame a pascolare nei seminati minacciando azioni peggiori. I Villacidresi, riporta lo Straforello, che da molti anni traevano ottimi benefici dallo stabilimento, inviarono 500 uomini a cavallo per proteggerlo contro gli infuriati sanluresi, i quali si rabbonirono, dolenti dei danni arrecati, e confessarono di essere stati aizzati dalle minacce degli avversari dell’impresa, che tentavano con ogni arte di rendere odiosa.

Sanluri notizie, 15 settembre 1991

 

L’ORGANIZZAZIONE DI CAGLIARI NEL ’600  (seconda parte)

 

L’Ospedale di S. Antonio Abate era il più grosso complesso ospedaliere, non solo di Cagliari ma anche dell’isola, per impianti, personale e per letti. I fondi dell’ospedale erano costituiti da finanziamenti erogati dal Consiglio della Magistratura civica, da lasciti testamentan, da elemosine, raccolti da appositi elemosinieri che andavano per la città e per i paesi, e da donazioni di benefattori. Anche le chiese e le confraternite raccoglievano fondi per l’Ospedale in cassette collocate nelle gradinate della cattedrale e della chiesa di S.Antonio. In particolari occasioni, il Consiglio della Municipalità promuoveva delle sottoscrizioni pubbliche, soprattutto in momenti di calamità, o quando dovevano essere ricoverati marinai e feriti sbarcati da navi che approdavano nel porto di Cagliari. Quasi certamente gli ammalati, che in maggioranza erano poveri, non pagavano retta, ma dovevano essere raccomandati da qualche componente il Consiglio Civico. Nell’ospedale prendevano servizio cinque medici e un chirurgo (che esercitavano anche la libera professione ognuno per un periodo trimestrale), ed erano stipendiati dall’amministrazione civica, come lo erano i dipendenti sanitari. Erano aggregate al personale sanitario anche le balie, che allattavano i neonati abbandonati nel brefotrofio dell’ospedale.

Tre erano i reparti medici: uno per i maschi, uno per le donne e un terzo per coloro che erano affetti da malattie veneree; vi erano anche i reparti del brefotrofio e quello per il ricovero dei vecchi, degli invalidi e dei pazzi. Nel 1636 l’amministrazione dell’ospedale passò ai religiosi di S. Giovanni di Dio, ma il Consiglio della Municipalità cittadina si impegnava ad erogare i contributi per le spese più urgenti e per i salari del personale.

Oltre all’ospedale di S.Antonio vi era in funzione un altro piccolo ospedale nel Castello, nel Convento di S. Lucia, la cui attività ci é poco nota svincolata com’era dal controllo del Consiglio Civico e  dell’autorità vescovile, spesso in lotta tra loro. Le classi nobili, il ceto medio e gli artigiani, aventi qualche risorsa, non mettevano piede nell’ospedale, poiché avevano i loro medici, i quali avevano molto lavoro esterno. La categoria dei medici, nel Seicento, divenne sempre più potente tanto da avere un gremio con privilegi economici ed organizzativi. La Municipalità cagliaritana come provvedeva al controllo per l’assistenza sanitaria, così risolse anche il problema educativo, che nella seconda metà del Cinquecento aveva visto sorgere a Cagliari il Seminario ed il Collegio dei Gesuiti.La Municipalità provvide quindi ad aprire scuole pubbliche per tutti i giovani della provincia e ad organizzare gli Studi Uni­versitari, aprendo lo Studio Generale, nel 1626, dopo una ventina d’anni di attesa e di sollecitazioni. Così, nel corso del secolo XVII, si ebbe un forte colpo in avanti con l’istituzione del Collegio dei Nobili, nel 1618, per opera dell’Arcivescovo di Cagliari, il castigliano Francesco d’Esquivel, ma soprattutto con l’apertura del massimo organismo didattico: l’Università, chiesta insistentemente dai Parlamenti Sardi sin dal secolo precedente, per ovviare all’obbligo di far varcare il mare ai giovani sardi per portarsi alle Università spagnole, italiane e francesi. Dopo l’istituzione dell’Ateneo a Cagliari, nell’ultimo decennio della prima metà del Seicento, gli Scolopi, istruttori dell’insegnamento primario e medio, di passaggio nel capoluogo isolano intorno agli anni venti, aprono nel 1641, sollecitati dagli amministratori civici, le scuole elementari e medie per tutti i giovani delle zona cagliaritana.

Così Cagliari poté vantare, prima città nell’isola, un corso di studi completo: dalle elementari all’Università. L’ubicazione di queste scuole era soprattutto nel Castello, a significare che l’insegnamento era in mano delle classi elevate e medie borghesi nonché del clero. Il palazzo dell’Università, costruito nell’arco di un ventennio, a spese della Municipalità, con il concorso dei cittadini e di alcuni nobili, si trovava poco più oltre del palazzo viceregio, nella zona dove esisteva una piazza che prese quindi il nome di Piazza Università. Il Collegio dei Nobili, che nei primi due anni dal suo inizio era ubicato in uno stabile della Piazza dell’Abbeveratoio, in Stampace, passò e rimase per tutto il secolo in Castello, in uno stabile di proprietà del notissimo Armaniach. La scuola degli Scolopi, sorta nel 1641, si trovava nella via S.Giuseppe, mentre il Collegio dei Gesuiti, costruito intorno agli anni quaranta, era ubicato accanto alla chiesa di S. Croce .Qualche decennio dopo, però, sorse un altro Collegio dei Gesuiti, nel quartiere della Marina, a significare che non erano più sufficienti i locali del Castello, poiché la popolazione scolastica era aumentata in modo notevole. 

Il seminario tridentino, sorto dopo il Concilio di Trento, che aveva sancito l’istituzione di seminari in tutte le diocesi, si trovava a destra del duomo. Come e cosa si insegnava in queste scuole? Ogni quattro mesi si doveva sostenere un esame, superato il quale si passava direttamente alla classe successiva. Erano otto gli ordini di classe; dall’ottava alla prima. La classe dei piccoli, chiamata del salterio, era frequentata da molti bambini, che venivano esercitati più alla lettura e alla pronuncia delle parole che alla comprensione dei termini. Nella classe successiva, la settima, si continuava la lettura, con l’intento però di far comprendere quanto veniva letto. Si passava alla sesta e dopo alla quinta, che era detto d’ingresso, dopo un esame. Vi erano maestri di lettura, quelli di scrittura e quelli di abaco. Le lezioni si svolgevano al mattino e al pomeriggio e si insegnava la bella scrittura, lo scrivere in corsivo, in tondo e in stampatello. Con la sesta classe terminava il corso primario e si entrava in quello secondario, passando alla classe quinta, che era la classe inferiore della grammatica.

Per quelli che continuavano gli studi, iniziava il corso quadrimestrale di latinità e umanistica. Le prime due classi erano quelle di base, dove si leggeva e si traducevano operette in latino. Le ultime due erano quelle d’insegnamento di una certa gravita. Prima della venuta a Cagliari degli Scolopi, l’insegnamento primario era affidato ai parroci, ai sacerdoti, ai notai e presentava numerose carenze. Il Magistrato Cìvico si accollò la spesa per gli studi primari e secondari tenuto dagli insegnanti delle Scuole Pie; possiamo perciò scrivere che nel Seicento si ebbe una scuola aperta a tutti e gratuita.

I maestri scolopi erano tutti spagnoli ed insegnavano nella lingua spagnola, costringendo così gli scolari ad imparare la lingua ufficiale  dei governanti. Compito degli scolopi fu anche quello di accompagnare gli scolari alle loro case, di mattina e di pomeriggio, quartiere per quartiere. Per quanto si riferisce all’ insegnamento impartito dai Gesuiti, esso si imperniava soprattutto su un corso che comprendeva cinque classi ed aveva lo  scopo di dare una formazione letteraria ed umanistica.

Gli scolari vi entravano dopo aver seguito un corso di studi nelle chiese o in privato, prima che nel capoluogo isolano giungessero i maestri delle Scuole Pie. La pedagogia dei Gesuiti si basava sul culto dell’antichità classica e dell’umanesimo latino, formando la massima parte del ceto colto nelle lettere, nella scienza e nella musica. Il curriculum degli studi era così ordinato. Il collegio comprendeva tre corsi: l’umanistico in cinque anni, il filosófico in tre e il teologico in quattro. Il primo era detto di studi inferiori, gli altri due di studi superiori. Tutta la formazione umanistica era basata sulle lingue e sugli studi classici.

Il Collegio di Santa Croce, fondato nel 1564, la casa del noviziato in San Michele, nel quartiere Stampace, fondato nel 1585, la casa professa di Santa Teresa, nel rione della Marina, fondati alla fine della prima metà del Seicento, erano i luoghi ove veniva impartito l’insegnamento. Il collegio dei Nobili, in Castello, fu affidato ai Gesuiti, come ai Gesuiti venne concesso l’insegnamento anche nell’Università di Cagliari, per alcune facoltà. Sebbene in questi ultimi tempi le origini e i primi anni di vita dello Studio Generale siano state studiate accuratamente, permangono ancora molte zone d’ombra, anche perché la bibliografia non ci offre un lavoro organico e non illustra compiutamente le vicende dell’Università nel corso del XVII secolo. Occorrono ulteriori ricerche, che non saranno poche, sia per la scarsità delle fonti, sia perché gli indici dei nostri archivi non mettono in evidenza questa particolare materia.(fine)

Sardegna magazine, ottobre 1991

 

VIGNETI  E VINI  SARDI  NEL  PERIODO  SECENTESCO

 

Sui metodi e sulle usanze della coltivazione della vite e della conservazione dei vini e su come impiantare e condurre una vigna, si trovano curiose, interessanti notizie in uno scritto di un poeta sardo del Cinquecento, mentre una relazione poco nota di un visitatore generale spagnolo in Sardegna nel Seicento ci ragguaglia sui vini sardi e sulle loro qualità. Le considerazioni sull’agricoltura sarda si trovano nell’opera di Antonio Lo Frasso “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” (I milleduecento consigli e avvertimenti), edita in Barcellona nel 1571. Questo illustre algherese, vissuto nel XVI secolo, fu uno dei primi poeti sardi a presentare la società isolana nei suoi scritti di grande interesse socio­economico e documentale.

Nell’opera enunciata, il poeta, nel dare dei consigli ai figli, ai quali lo scritto è rivolto, li avverte che i precetti e gli avvertimenti esposti saranno di loro utilità, in quanto necessari per condurre una vita regolare e timorata. Prima però di parlare del decalogo dell’ agricoltore sardo, è necessario dare brevi notizie su Antonio Lo Frasso. Si sa che è nato nella città catalana, probabilmente nella prima decade del ’500; nella sua città natale non restano documenti che lo provino. E’ di Alghero poiché la città di nascita compare nei frontespizi delle sue opere: “I milleduecento consigli…”, appunto, di cui abbiamo dato indicazioni in pre­cedenza, e “I dieci libri di Fortuna e Amore”, entrambe in castigliano. Questo ultimo scritto è molto importante perché, essendo autobiografico, è zeppo di notizie interessanti sulla città di Alghero, sulle famiglie nobili algheresi e su Barcellona.

Da quest’opera sappiamo che dovette espatriare nel 1571, dopo essere stato incriminato per omicidio, ma scagionato dalle prove; dovette però restare in carcere per oltre due anni. A Barcellona, dove si portò e rimase fino alla morte, avvenuta forse alla fine del XVI secolo o ai primi  del   ’600, stampò due opere e visse come poeta nella casa di un patrizio barcellonese, del quale si sa che era un nobile sardo-catalano. Nell’opera dei consigli è inserito un discorso celebrativo in ottava rima sulla vittoria conseguita, a Lepanto, dai Cristiani sui Turchi, indirizzato a Don Giacomo Alagon e Cardona, conte di Sorris, in Sardegna.

Lo scritto ha un valore documentale anche perché è la prima relazione sulla battaglia, apparsa nel novembre del 1571. Ritornando al decalogo de “I mille-duecento consigli”, all’agricoltore che desidera impiantare una vigna, il poeta sardo pone come prima esortazione quel la di cercare un buon terreno fuori della strada maestra e di acquistare le viti di un buon vivaio; poi occorre controllare che il terreno sia ben lavorato e recintato e che abbia un viottolo per il passaggio del guardiano della vigna.

Per ottenere un ceppo rigoglioso, il Lo Frasso asserisce che è necessario scavare a fondo, potare e innestare in autunno e in inverno e vigilare affinché non entrino animali nocivi. Continua col consigliare che assieme ai filari delle viti, che devono essere ben allineate, si pongano quadrati di alberi da frutta: aranci e altre varietà e perfino rose, e per quanto concerne la vendita dell’uva, consiglia di non venderla a prezzi elevati affinché non si dica che l’uva è acerba. Altro punto notevole nel decalogo del vignaiolo è quello riguardante la vendemmia che dovrebbe effettuarsi verso la metà di settembre per continuare per tutto ottobre; ma l’inizio di questo mese serve per preparare le botti, che devono essere ben lavate e controllate. Se per caso l’agricoltore avesse bisogno di soldi, gli si consiglia di vendere il vino in città senza frodare nella misura e di non desiderare la siccità per poter vendere il vecchio e buttare il nuovo, poiché sarebbe peccato mortale e questo non piace al Signore Iddio; ma se per caso il vino si guastasse, allora lo si può vendere per aceto. Il poeta algherese termina i consigli ai vignaioli pregandoli di fare la carità ai poveri mendicanti dei prodotti che Dio ha dato loro.

È interessante anche quanto scrive Martin Carrillo, il visitatore generale spagnolo, arcivescovo di Saragozza, inviato in Sardegna dal sovrano per rendersi conto della situazione economico-sociale dell’Isola nei primi anni del XVII secolo. A riguardo delle vigne asserisce che ve ne sono molte come sono molti i vignaioli, che l’uva raccolta è abbondante e che il vino viene esportato dal Regno in grandissima quantità. Nella relazione segreta, rintracciata qualche decennio fa dai professori Boscolo e Sorgia negli archivi spagnoli della Corona d’Aragona, che il Carrillo scrisse al sovrano, oltre a quella stampata nel 1611, si legge che in Alghero si raccoglieva molta uva ed era abbondante l’esportazio­ne del prodotto tanto che, quando non vi erano pronte le imbarcazioni per il trasporto del vino in altri Stati ed arrivava quello buono, si era costretti a sbarazzarsi del vecchio.

A proposito del colore dei vini e delle loro qualità, il Visitatore Carrillo, giunto in Sardegna nel 1610, faceva presente che predominavano i bianchi e i neri ed i cannonati avevano un colore rubino ed erano buoni e sani. Il bianco era di moscato e di malvasia e tutti di qualità eccellente.

Sardegna Magazine, dicembre 1991 e Sanluri notizie, 15 ottobre 1991

 

LA SARDEGNA NELLA PRIMA METÀ DEL SETTECENTO

Dalla lettura de la «Relation historique, et geographique du Roïaume de Sardaigne (…), faite à la fin de l’annèe mille sept cent quarante six» dell’intendente piemontese Viry            

 

Dalla lunga «Relation historique, et gèographique du Roïaume de Sardaigne (…), faite à la fin de l’annèe mille-sept-cent-quarante-six», dell’Intendente piemontese Viry, si ricava un quadro non molto consolante, ma rapido ed abbastanza efficace e inedito della vita socio-economico-culturale della Sardegna nel primo Settecento. Per Cagliari scrive che la città, situata ai piedi di uno dei migliori, più grandi e più sicuri golfi del Mediterraneo, si adagia su una erta collina, la cui sommità è occupata dal Castello, fortificato ad arte e dalla natura, sede del viceré, della reale udienza, di un arcivescovado e di un considerevole Capitolo. Le case del Castello, mal costruite, e le strade, mal pavimentate, non prendono altra acqua da bere che quella piovana raccolta nelle cisterne, se si eccettua un pozzo, che è accanto alla torre di San Pancrazio, da cui si attinge l’acqua per mezzo di una ruota, girata da un cavallo.

Dalla collina al mare si trova il quartiere della Marina, circondato da mura semplici, con qualche bastione in cattivo stato e un largo fossato, poco profondo; è pressoché senza artiglieria, giacché sul bastione del molo e della darsena, sebbene in buonissimo stato, con la necessità di riparazioni, già cominciate, non vi sono che sette od otto pezzi. Lungo il costone orientale del Castello si trova il sobborgo di Villanova, mezzo rovinato, e ad ovest quello di Stampace, in stato un po’ migliore del primo, in cui vi si trova la maggior parte dei magazzini delle granaglie. All’ingresso del quartiere vi è la piazza dove si vende il grano, nella quale nessun mercante può comprare all’ingrosso fino alle dieci del mattino, secondo la prammatica, affinché il popolo abbia il tempo di potersi servire del necessario.

La città ha 17024 abitanti, tra i quali 1197 ecclesiastici e circa duemila tra studenti e servi, che sono la peste del Regno. I primi, il cui impiego è di andare alla piazza per comprare le provviste per il giorno e andare poi al collegio, dove servono a tavola, e rischiarano la notte ai loro maestri, sono i figli degli abitanti dei villaggi, i quali vogliono farne degli ecclesiastici; e poiché non hanno la possibilità per allevarli, li mettono presso i borghesi, i procuratori e i notai, che sono tanto più miserabili di loro. I secondi, della stessa stoffa, i cui padri, o del loro proprio fondo o per prestito, comprano loro un abito dal rigattiere e una spada di ottone, camminano davanti alle loro matrone, con la spada al fianco e il cappello sotto il braccio; danno loro l’acqua benedetta, all’ingresso in chiesa, e portano i loro biglietti in città; dopo queste poche funzioni, vanno al collegio a studiare. La giunta municipale della città è composta da giurati, che governano e ne amministrano i beni, sotto la completa dipendenza, tuttavia, del viceré. Essi hanno per assessori cinque eletti, scelti dagli stessi giurati nelle cinque borse. Questi ultimi non sono però consultati, se non in casi eccezionali; e quando non si presenta di una certa importanza, i giurati su citati convocano la giunta dei quindici.

I soggetti che compongono la giunta dei quindici sono eletti come gli stessi giurati e possono essere scelti indifferentemente dalle cinque borse. La prima borsa è composta da cavalieri non nobili, da persone più agiate e da quelle che hanno acquisito esperienze dagli altri impieghi della città. La seconda e la terza borsa, dalle quali si estraggono i nomi dei clavari della frumentaria e dei custodi dei 2800 starelli di grano, che la città ammassa tutti gli anni nei magazzini, sono composte da avvocati e medici. I posti più lucrativi sono quelli di Mostassen, di Capitano del porto e di clavario della frumentaria. L’impiego del Mostassen è simile a quello del tenente di polizia; ha sotto di lui un vicemostassen, che con uno o due sbirri gira, dalla mattina fino a mezzogiorno, per i mercati, per esigere dai contadini un tanto per cento per quintale di carbone, cavoli, patate, e altre esazioni di simile specie. Inoltre egli deve vegliare che i commercianti non comprino grano all’ingrosso nella piazza prima delle dieci del mattino; ma ciò non viene spesso prati­cato, se non a riguardo di quelli che non sono suoi amici. I componenti dell’assemblea dell’Università, che si riuniscono nel palazzo arcivescovile, poiché i locali servono da quartiere alla truppa, sono l’arcivescovo cancelliere, un rettore, un sovrintendente, due professori in diritto civile, due per il diritto canonico, due per l’istituto di medicina, due per la filosofia aristotelica e un bidello.

I professori non danno lezioni pubbliche, poiché gli studenti che vogliono laurearsi, lavorano negli studi dei professori, o dei dottori collegiati dell’università, e per pochissimo tempo portano il berretto da studente; se si misurasse la loro preparazione, il più delle volte non meriterebbero di ottenere il titolo di dottore tanto rapidamente. Le spese che gli studenti sostengono per laurearsi non arrivano alle 200 lire per il diritto civile e canonico; alle 100 per la teologia; alle 50 per la medicina e per la maestra delle arti, oltre a una spesa minima per l’iscrizione.

All’arcivescovado sono uniti gli antichi vescovadi di Bonavoglia, di Suelli, di Galtellì e d’Iglesias. I villaggi, di cui l’arcivescovo è il primo curato, sono Monastir, Oliena, Urzulei, Domus de Maria, Irgoli, Marroni, Teulada, Iglesias, Escalaplano, San Pantaleo, Loculi, Gairo, Sicci, Galtellì, Arixi,Perdiana, Sueli (sic), Talana, Soleminis, Arzana, Ilbono, Donori, Elini, Sadali, Sant’Andrea, Ulassai, Seui, San Basilio, Hierzu, Ussassai, Loceri, Perdas de Fogu, Villagrande Strisaili, Ardauili, Villanova Strisaili, Seulo ed Esterzili. \

Per la città d’Iglesias il relatore scrive che è molto apprezzata; vi è aria buona, abbondanza di vino, di grano, di pascolo e di buona acqua; è lontana da Cagliari di quasi 37 miglia (circa 51 chilometri); ha circa 6000 abitanti, tra cui vi sono le famiglie nobili, i cui beni consistono in terre e bestiame. Vicino alla città vi sono località molto vaste per stabilirvi industrie manifatturiere, soprattutto quella della carta, il cui stabilimento è necessario per il regno, dato che tutta la carta viene dall’estero. La Municipalità, che ha un segretario, un padre d’Orfani, un censore, un mostassen, eletto tutti gli anni e che adem­pie il suo impiego come quello di Cagliari, è amministrata da cinque giurati, eletti per un anno nel giorno di Sant’Andrea, in presenza dell’Alternos, nominato, a questo ufficio, dal viceré. Vi sono anche tre valletti del Comune.

I redditi comunali consistono in quelli di dogana del vino, dell’olio e del pascolo e delle terre a grano del Cicerri. Infine la città riscuote i diritti del bollo, dell’acquavite e dell’importazione di formaggi prodotti nell’arco di un anno. La città, sede in altri tempi di un vescovado, ha una cattedrale con un arciprete, sempre un canonico, esattore delle decime del paese di Villamassargia, con tante mansioni e con un arcidiacono e dieci canonici; i canonici di Domusnovas e Musei, che godono della rendita dei due canonicati, sono i primi curati e gli esattori delle decime di questi due villaggi.

Passando a descrivere la città di Oristano, il Viry osserva che è sede di un arcivescovado e capitale del Marchesato di questo nome. La città, situata in una bellissima pianura, ha l’aria molto malsana; è circondata da antiche mura, diroccate in qualche parte e mal costruite, ed è mal popolata; con i sei sobborghi raggiunge le 4500 anime, la cui maggior parte è povera e di cattivissimi costumi. La città è governata da un veghiere, nominato dalla Corte, il quale esercita la giustizia, e da cinque giurati, che amministrano gli affari della città. Le rendite della città consistono nelle terre a pascolo, nelle dogane, nella maggior parte dei carriagi, nei diritti di quattro denari per ogni starello di grano e di cereali imbarcati, nella macellazione, compreso il diritto che i privati ottengono dal bestiame per il loro uso, nei prodotti della terra per il pascolo in Paloni e Campo Longo, e su quello che ottengono i poveracci nel follare i grani. L’arcivescovo, che ha un bellissimo alloggio, è il primo curato e alto esattore delle decime della sua cattedrale e dei villaggi di Santa Giusta, Palmas, Marrubiu, Villaurbana, Mogorella, Villanova Sant’Antonio, Assolo, Nuragus, Atzara, Lodine, uvoaaa, Nugheddu, Bidoni, Boroneddu, Ghilarza, Aidomaggiore, Allai, Fordongianus, Villanova Truschedu, Milis, Seneghe, San Vero Milis e Nurachi.

La cattedrale, bella e ricca di argenteria, è retta da un arciprete, sempre un canonico dei sobborghi d’Oristano e Sirfolia. Per il capoluogo della Gallura, l’Intendente piemontese fa presente che Tempio, una delle città del regno meglio costruite, è situata su una alta montagna, a 40 miglia (56 chilometri) ad est di Sassari, distante 24 miglia (30 chilometri) ad est dal porto di Terranova. Il suo territorio è molto vasto, pressoché tutto incolto, e non consiste che di boschi e di montagne abbondantissime di pascoli. La città è abitata da 5217 anime, la cui ricchezza consiste quasi tutta nel bestiame, a guardia del quale è impegnata la maggior parte dei cittadini, che costruisce le proprie abitazioni ordinariamente nei boschi: in inverno presso la costa e in estate ripiegano verso Tempio, dove i pastori conducono le loro famiglie durante i mesi di giugno, luglio e agosto.

A sei miglia (circa 9 chilometri) a nord di Tempio si trova il Monte Cucuro, rifugio sicuro dei banditi, i quali, di concerto con i pastori, si nascondono, col favore dei boschi e delle strade dissestate e di difficile accesso, lungo le coste inabitate; con segnali di fumo, avvertono gli abitanti di Bonifacio che hanno delle merci di contrabbando come bestiame, formaggio e pesci, pronti ad essere imbarcati; questi, al segnale, vi inviano dei battelli, non prima di aver piazzato la mercé a un prezzo molto vile. II governatore vi tiene un distaccamento di 40 dragoni comandati da un capitano. Nel villaggio vi è un vicedelegato dell’intendenza generale. La giustizia vi è resa in prima istanza per mezzo di un delegato, che è incaricato dell’esazione e della riscossione del donativo della Gallura.

Tempio, che ha un aria molto salubre, per cui il vescovo di Civita, presentemente unito a quello di Ampurias, ossia Castelaragonese, vi risiede la maggior parte dell’anno, è abitata da una enorme quantità di nobili. Oltre alla giurisdizione della governatoria c’è anche quella del veghiere, nominato da Sua Maestà, come il suo assessore; la sua giurisdizione s’intende in prima istanza su tutti gli affari civili e criminali, che accadono nella città e nel territorio, eccettuati quelli della Nurra e dell’Asinara; il primo gode del diritto sugli armenti, che pascolano nel territorio, sulle pene pecuniarie, comminate a coloro che arrecano danno alle terre e ai frutti, sugli onorari, sulle merci e sulle entrate delle sentenze e di altri lavori. Il consiglio della città è composto da cinque giurati, che vengono eletti annualmente nella seconda domenica dopo Pentecoste, con le stesse formalità e metodo di quelli della città di Cagliari, alla presenza del governatore, in rappresentanza del viceré: formalità che si pratica legalmente nella distribuzione di tutti gli altri impieghi. Ogni giurato, che ha un valletto al suo servizio, regge tutti gli affari della città.

Nel giorno dell’elezione ne vengono eletti sei, che hanno voce in tutte le delibere. Il primo dei giurati è sempre un cavaliere che non è, come a Cagliari, escluso dal consiglio della città; malgrado ciò il consiglio non ha meno bisogno di riforme di quante sono necessarie alla capitale. Nello stesso giorno vengono eletti anche l’ufficiale, ossia il giudice per il distretto della baronia della Nurra, di cui la città è il possessore, benché non abbia titolo. Il vescovo è il primo curato e esattore delle decime di Tempio, Luras, Nugu (?), Calangianus e Terranova.

Sanluri notizie, 15 febbraio 1992

 

FRANCESCO ALZIATOR E IGLESIAS

 

Francesco Alziator, illustre scrittore ed etnografo cagliaritano, molto noto in Sardegna per i numerosi scritti sulle tradizioni popolari sarde, per gli innumerevoli articoli in diversi periodici e riviste, in particolare ne “l’Unione Sarda” e ne “La Nuova Sardegna”, e per quelli che riguardano Cagliari, sua città natale, alla quale ha dedicato anche un libro “La città del sole”, si è occupato, con numerosi articoli e studi, anche di altre città isolane, tra cui Iglesias.

Lo studioso sardo, al quale ho dedicato un mio lavoro, che vuol essere un compendio di tutta l’opera del Nostro, si è soffermato a lungo a considerare i riti della Settimana Santa della città mineraria – particolarmente suggestivi per i turisti, che Alziator invita ad una sosta, poiché meritano una particolare attenzione – e nei suoi articoli mette in evidenza la figure dei “babballottus”, che rappresenta a suo dire, l’interiorità degli abitanti.

Alziator amava la città mineraria, la città dell’argento, – così l’ha chiamata nei suoi articoli, – come amava tutta la terra sarda. Di Iglesias, di cui ha ricordato l’etimologia del nome, ha voluto mettere in luce il lavoro nelle miniere, la fatica nei campi, la bellezza cittadina con le mura ormai cadenti, ed il castello pisano, ed ha intitolato un articolo “Iglesias, piccola città d’arte tra le montagne ed il mare “; con questo articolo ha fatto una disamina anche delle condizioni turistiche della città,scrivendo, tra l’altro, che “la gente è misurata e gentile”.

Egli ritiene che la città, che gli ricorda in tutto la storia sarda nel periodo giudicale, in quello pisano ed in quello aragonese, sia senz’altro la città turistica sarda per eccellenza per il clima, per la storia e per la natura con “le vallate verdi, i poggi, gli orti ed i giardini”, e desidera che l’amministrazione civica la lanci “come località turistica di riposo” e provveda ad arricchirla con manifestazioni culturali ed artistiche, sopratutto per l’Ottobrata Iglesiente, a cui fa sovente riferimento nei suoi articoli,poiché, secondo lui, ottobre é un mese particolarmente valido per il turismo in Sardegna.

Infatti la Sardegna, scrive Alziator, per il suo clima, i paesaggi, la storia e le tradizioni, non deve programmare l’attività turistica soltanto per i mesi estivi, ma deve provvedere a pianificarla fino al mese di novembre. Per questo il nostro studioso, che scriveva queste cose intorno agli anni cinquanta, é da considerarsi un antesignano del turismo sardo moderno, ed iglesiente in particolare, poiché scriveva che “a Iglesias si respira aria del continente”.

La Sardegna delle case piccole e basse, dei muretti, termina nella pianura e ricomincia oltre la giogaia di monti che sovrasta la città. D’altronde, forse nessuna delle città sarde…. é così legata alla storia dell’isola, come Iglesias.

Con la presente raccolta degli scritti del Nostro sulla terra dei metalli, come egli la chiama, credo di dar modo non solo ai suoi abitanti di leggere quanto egli ha lasciato sulla loro città, ma anche a tutti i sardi, per i quali la lettura sarà di invito per riscoprire le caratteristiche di una città, nella quale molti viaggiatori italiani e stranieri si sono fermati ad ammirarne le bellezze, per poi parlarne nei loro scritti.

Possiamo dire che gli articoli di Alziator su Iglesias sono ancora attuali e per il loro colore e la loro vivacità sembrano scritti oggi. Il passare degli anni ha ingiallito la carta dei giornali, ma non ha ingiallito le parole di Francesco Alziator, il quale ci si presenta anche come un attento storico della città; infatti, negli articoli, ne ritroviamo la storia secolare. In occasione della “mostra dell’argento sardo”, tenutasi ad Iglesias nel 1970, lo scrittore cagliaritano ha approfittato dell’occasione per fare una breve storia dell’oreficeria in Sardegna e in modo particolare per scrivere che “la mostra degli argenti di Iglesias, centro sensibilissimo della cultura isolana, é una delle espressioni più valide e più significative anche se, forse, meno note”.

Per concludere posso sottolineare il fatto che Alziator ha percorso tante volte il quartiere medievale di Iglesias, tanto da sciogliere alcuni dubbi storici attraverso la loro lettura; voglio ricordare inoltre che, nella città dei metalli, egli ha tenuto parecchie conferenze sulla storia e sui diversi aspetti della città, tanto che fu premiato dalla “Lao Silesu” per un significativo articolo su di essa.

Sardegna magazine, gennaio/febbraio 1992

 

DUE SORELLE LETTERATE

 

Questo momento è particolarmente indicato per parlare di due donne, due so­relle cagliaritane, resesi famose, una in prosa e in poesia, la seconda in vernacolo cagliaritano. La prima, Mercede Mundula, inclusa perfino nel Dizionario Enciclopedico Italiano, nacque a Cagliari l’1 marzo 1890. Frequentò la scuola normale del capoluogo isolano, ottenendo la licenza d’onore. Nel 1912 lasciò la Sardegna per Roma e sei anni più tardi si interessò delle donne inserite nei lavori della scrittrice nuorese, premio Nobel per la letteratura, con il lavoro “Le donne di Grazia Deledda”, e raggiunse notorietà e fama in campo interna­zionale con la collaborazione ad alcuni periodici italiani e a riviste straniere.

Collaborò a lungo con “Vita Femminile”, e si fece conoscere anche come autrice di versi. Nel 1920 le fu assegnato il “Premio Merello”, istituito dall’industriale cagliaritano Fortunato Merello, per ricordare l’intellettuale e uomo politico Ottone Bacaredda, scittore e sindaco di Cagliari per oltre un ventennio. Il premio veniva concesso ai nativi della provincia di Cagliari, segnalatasi con opere di scultura, pittura, architettura, musica e poesia e con pubblicazioni letterarie. Nel 1923 Mercede pubblicò il volume “La piccola Lampada”, una raccolta di versi, di cui Natale Sanna ha scritto che si rivelò di ispirazione dannunziana o sattiana, ma con una propria individualità e acuta sensibilità. Nel 1931 seguì con uno studio su “Santa Teresa d’Avila”. Nel 1933 si presentò con una seconda raccolta poetica “La collana di vetro”, con cui dimostrò di possedere doti eccezionali di poetessa e una personalità più robusta, e a detta sempre di Natale Sanna “la sua capacità si fa più espressiva e il sentimento più perfetto”.

Ma l’opera che le diede più noto­rietà anche tra le donne e la consa­crò scrittrice di talento fu il volume “La moglie di Verdi: Giuseppina Strepponi”, che ebbe subito una seconda edizione, essendo andata a ruba la prima. Per Francesco Alziator questo studio deve essere considerato come il più impegnativo delle sue opere in prosa. Nel 1935 apparve il romanzo “L’allegra baracca” e nel 1938 seguì “La casa sotto il pino”. Collaborò anche con riviste, ma so­prattutto scrisse per i bambini nel “Corriere dei piccoli” e nel “Corriere dei Ragazzi”. Di lei, che si spense a Roma, -dove si era trasferita dopo il matrimonio l’1 maggio 1947, a soli 57 anni di età, si sono occupati i maggiori critici letterari italiani del calibro di Attilio Momigliani, Giuseppe Lipparini, Ercole Rivalta e Ettore Janni, ma soprattutto il critico sardo Raffa Garzia il quale le dedicò un lungo articolo nella “Nuova Antolo­gia”, lodandola ed esprimendo giudizi molto lusinghieri. Anche Francesco Alziator in “Storia della letteratura di Sardegna” si interessò a Mercede Mundula con una dozzina di pagine, in cui presenta, tra l’altro, alcune liriche con un commento efficacissimo e solido. Scrive inoltre che i due volumi di versi sono i capitoli di una storia incompiuta.

Forse la conclusione era tra le carte che la scrittrice lasciò alla sua prematura morte, o forse la lena era mancata già innanzi. E così le sue opere appaiono come un arco non finito, che ancora mostra il pietrame venuto da cave diverse e che l’into­naco non ha celato e reso uniforme. Infatti Mercede aveva preparato una raccolta di saggi su eroine, pagine rimaste inedite. Ci auguriamo che qualche studioso riesca a ritrovarle e provvedere alla sua pubblicazione, poiché la scrittrice cagliaritana, a detta di Nicola Valle, alla quale ha dedicato un saggio in “Ritratti Letterari”, sembra abbia voluto scrutare con trepida curiosità l’intimo della vita di alcuni grandi spiriti.

La sorella Teresa nacque a Cagliari il 16 luglio 1904, studiò chimica e poi scienze all’Ateneo cagliaritano in cui insegnò per dieci anni. Nel 1922 sposò l’avvocato Luigi Crespellani, che fu sindaco di Cagliari e primo presidente della Regione Autonoma della Sardegna e poi senatore della Repubblica. Nel 1973 pubblicò una prima raccolta di poesie in dialetto cagliaritano, e tre anni dopo, una seconda, nelle quali decantò le bellezze dell’ambiente, le tradizioni, i personaggi più tipici della Cagliari passata. Si spense nel 1980. Se di Mercede si sono interessati in molti, non così di Teresa, anche perché compose soprattutto poesie in vernacolo cagliaritano, che non hanno la possibilità di percorrere i sentieri della poesia italiana, ma si racchiude nella sola zona dell’Isola. Teresa ha sì composto versi in Italiano durante il periodo universitario, seguendo forse la strada della sorella, ormai divenuta famosa: l’impegno familiare. però, le tarpò le ali. Nel lungo periodo di vita di madre e moglie, “il suo spìrito d’osservazione si rivolse agli aspetti più vivi e più immediati della realtà sarda della sua città e dell’ambiente che la circondava, nonché alla riflessione sull’incontro con le persone più semplici e più autentiche con cui veniva a contatto”.

Così si legge nel volante interno della copertina, dal quale apprendiamo anche che dalle note biografiche “de me’ e tottu” tracciato con vera finezza, traspaiono i molti inte­ressi che l’assorbono: l’amore alla sua città, alla sua terra, alla casa, al mare, ai nipoti, alla sua lingua, nella quale, in piena maturità, l’artista, si è espressa con trasporto, amandone lo spirito arguto e la ricchezza di espressioni che le consentirono eufemismi, traslati e divagazioni.

Sardegna magazine, marzo 1992

 

                                    IL MARCHESE DI CASTEL RODRIGO E IL FORTINO DI CAGLIARI

 

Quando il marchese di Castel Rodrigo giungeva a Cagliari per sostituire il viceré Francisco Fernández conte di Lemos, la Sardegna era uscita da poco dalla terribile pestilenza che, dagli inizi del 1652 all’otto­bre del 1656, aveva ridotto di un quarto la popolazione sarda e di circa la metà la città di Cagliari. Per tutta la prima parte del Seicento si erano susseguiti molti avvenimenti di carattere storico, sociale, economico e commerciale di notevole importanza. Tra i primi, il più notevole, dal punto di vista culturale, fu senza dubbio l’istituzione nell’isola di ben due università, fatto eccezionale se si considera che pochissimi erano gli Atenei in Spagna, in Italia e in Francia. La Sardegna perciò fu favorita da questo grosso evento. Una università sorse a Cagliari, nel 1626, e l’altra a Sassari, nel 1636, già funzionante come Studio Generale sin dagli inizi del Seicento. Entrambe avevano quattro facoltà, dalle quali uscirono subito ottimi medici, validi giureconsulti e docenti universitari ben preparati.

Sia Cagliari che Sassari poteva­no vantarsi di avere tutti gli ordini di studio, dai primari ai secondari e agli studi universitari. I gesuiti, gli scolopi e religiosi di altri Ordini dirigevano la vita scolastica e sovrintendevano agli studi. An­che Tempio, Iglesias, Bosa, Oristano, Alghero e Isili, agli inizi del Seicento, avevano gli studi primari e secondari, sempre per opera soprattutto dei gesuiti e degli scolopi, che aprirono collegi, come testimoniano i documenti del periodo. Per quanto si riferisce alla stam­pa, dopo che nel Cinquecento era nata la tipografia a Cagliari, per opera del canonico Canelles, anche Sassari ebbe una tipogra­fia. Si pubblicavano libri agiogra-fici, orazioni sacre, omelie, nove­ne, statuti di gremi e confraterni­te, testi di argomento filosófico, storico, letterario e giuridico. Si ebbero opere in maggioranza scritte in castigliano, alcune in latino, pochissime in sardo, al quale era riservato la drammaturgia sacra, e un’opera in italiano.

La società sarda era allora divisa in classi. Quella nobiliare all’apice della piramide, ma anche il clero aveva una posizione di preminenza; seguiva la borghesia, classe nascente agli inizi del XVII secolo, rappresentata da grossi mercanti, da artigiani e da professionisti, che potevano accedere alle cariche municipali. Alla base della piramide c’era il popolo, associato in gremi per il lavoro e in confraternite per le attività religiose e assistenziali. Motivi permanenti nell’isola furono l’aumento demografico, il continuo au­mento delle popolazioni cittadine, gli scarsi raccolti, non coperti da quelli abbondanti in alcuni anni, la mancata produzione in anni siccitosi, lunghe carestie e mancanza di generi alimentari, poiché venivano inviate per le truppe impegnate nelle guerre che la Spagna conduceva in Europa e nel Nuovo Mondo.

In campo economico-agricolo, nella prima metà del ’600, per aumentare la produzione, furono presi provvedimenti in alcuni settori produttivi, quali quello del sale, del tonno e della pesca. Si ebbero anche interventi nell’agricoltura con l’impiego di oliveti e di canne da zucchero, in diverse località isolane; fu introdotta la bachicoltura e ci fu un forte incremento nella produzione della cera e nel settore tessile. In Cagliari, sede principale del Regno di Sardegna, vi erano tutte le magistrature cittadine: dal vi­ceré al governatore del Capo di Cagliari e Gallura, ai reggenti la cancelleria e la tesoreria, al Consiglio di Patrimonio e Giustizia, al vicario, al bailo, all’assessore del viceré, al procuratore, al maestro razionale, al Consiglio municipale e al magistrato civico. In Sassa­ri, seconda città per importanza e popolazione, vi erano il governatore del Capo del Logudoro, il tri­bunale dell’Inquisizione, il Consiglio e il magistrato civico.

Inoltre in Cagliari aveva sede la Reale Udienza e nella Cattedrale si tenevano i lavori del parlamento sardo, che veniva convocato a scadenza decennale. Ne facevano parte i nobili, organizzati nello Stamento militare, che teneva i lavori nella chiesetta della Spe­ranza, di proprietà degli Aymerich; il clero, organizzato in brac­cio, si riuniva nell’aula capitolare e i rappresentanti dei Comuni, non infeudati, organizzati nel braccio reale, si riuniva nell’aula consiliare.

I problemi della difesa dell’Isola erano sempre aperti e presenti, non solo per gli attacchi dei barbareschi lungo le coste, in parte risolto e tenuto sotto controllo dagli inizi del secolo con la costruzione di vedette costiere, o di torri, ma anche per gli attacchi di navi di nazioni in lotta con la Spagna. Anche la Francia mirò al possesso dell’Isola e, dopo il fallito sbarco nel Cinquecento, ritornò nel suo intento con lo sbarco, nel 1637, di un esercito di oltre 3000 uomini da una flotta di 37 vascelli. Quest’ultimo episodio venne ricordato dallo storico cagliaritano Canales de Vega, riaprendo il problema della miglior difesa costiera e quello più importante della flotta sarda per controllare i mari dell’Isola.

Nel 1638, furono, finalmente, firmati gli atti per la costruzione di una flotta che doveva essere composta di ben otto navi. L’anno successivo uscì dal cantiere navale di Genova la prima nave seguita, a due anni di distanza, dalla seconda. Si dovette però attendere circa un ventennio per vedere in mare la terza. Nel 1660, infatti, proprio il viceré di Castel Rodrigo, che aveva pressato perla costruzione delle altre navi della flotta sarda, poté vedere a Cagliari la terza nave; fece così ampliare il porto di Cagliari, costruendo anche una Darsena per una migliore sistemazione della flotta e di numerosi bastimenti mercanti­li che vi avrebbero trovato sosta, in attesa che fossero costruite le altre navi, fatto mai accaduto.

Dopo che, nel 1657, davanti alla Marina di Oristano, erano ricomparse alcune navi francesi, che si limitarono ad impadronirsi di grosse barche cariche di grano, dal Consiglio di Patrimonio e Fi­nanze fu deciso di migliorare la difesa della piazzaforte di Cagliari con nuovi pezzi di artiglieria e di provvedere alla ristrutturazione delle mura del quartiere della Marina e alla costruzione di un fortino, innalzato lungo le mura orientali del quartiere marinaro, col nome di “Castel Rodrigo”; ancora agli inizi dell’attuale secolo nei cagliaritani permaneva il ricordo di un fortino esistente nella via appunto chiamata del Fortino, l’attuale via Porcile.

Le cronache inoltre riportano la nomina a capitano del nuovo fortino di Pietro Antonio Peis da parte del viceré – del fortino esiste, nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, un disegno a colori -, e la lettera del sovrano in data 26 dicembre 1959 con la quale confermava sia la nomina che la somma di quaranta scudi mensili attribuitagli dal viceré. Ancora negli anni quaranta del nostro secolo, l’attuale via Porcile, veniva appunto chiamata dai cagliaritani “sa ruga de su fortinu”, poiché si ricordava che, nel passato non lontano, nella parte bassa della strada vi era un fortino costruito nel 1658, nel giro di soli tre mesi.

In “Forma Karalis” (Cagliari 1923, 1934), Dionigi Scano, a riguardo della personalità del viceré marchese di Castel Rodrigo, scrive a pagina 84, che “Volendo migliorare le condizioni d’approdo del porto, lo dotò di un arsenale in vicinanza del convento di “Gesus”, di una darsena e di un piccolo baluardo nel molo. Di queste opere egli non solo diede i disegni, ma le diresse personalmente e l’Aleo, cronista del Seicento, ricorda che, mentre il viceré attendeva nella darsena ai lavori, divampò un incendio nel palazzo reale e fu lo stesso marchese a raccogliere gli operai e a portarsi sul posto, riuscendo ad estinguere il fuoco. Per questo interessamento diretto, il baluardo fu anche chiamato “Fortino di Castel Rodrigo” ed egli può essere annoverato, come il viceré Dusay, tra gli architetti di Cagliari”, ed essere ricordato nella toponomastica cagliaritana, come lo sono stati altri viceré, forse meno meritevoli del marchese di Castel Rodrigo.

Dai documenti, scritti dallo stesso marchese, rinvenuti nello stesso archivio di Barcellona, si nota che egli in persona operò per ristrutturare le opere difensive della Marina del capoluogo isolano. Tali ritrovamenti sono di notevole importanza, poiché danno modo di avere uno dei numerosi tasselli mancanti, che servono a ricostruire la storia toponomastica e monumentale della Cagliari del Seicento, tuttora tutta da scrivere. Il viceré provvide a costruire, su suo progetto, dato che era anche ingegnere militare, non un piccolo fortino, come scrive Dionigi Scano, ma una cittadella fortificata, come egli stesso la chiama, poiché serviva da baluardo dell’appendice della Marina che, come il marchese scrisse al sovrano di Spagna, il 16 settembre 1658, non aveva alcuna difesa e poteva essere assalita e conquistata, nel volgere di poche ore, da una piccola armata, sbarcata da poche navi nella rada di Cagliari.

Il disegno, con una legenda, mostra non solo le costruzioni e le linee di difesa, ma anche gente a cavallo e a piedi, soldati, armi, batterie di cannoni, case, strade, staccionate, moli e un mulino a vento nella vicina chiesa di San Pietro, accanto alle rive dello stagno di Santa Gilla. Il mulino a vento, il primo che pose il viceré Moura – ne sarebbero dovuti arrivare sei da Maiorca, come si legge dalla relazione al sovrano-, sarebbe servito per macinare il grano; il macinato poi, si sarebbe portato ai sei forni costruiti nel fortino, che dovevano provvedere alla cottura giornaliera di 160 quintali di pane e di biscotto, per ap­provvigionare la città, i militari e le ciurme dei bastimenti in partenza da Cagliari. La vendita avrebbe permesso di rastrellare oltre 12.000 scudi annui, che sarebbero serviti a rimpinguare le Casse dello Stato, non più a carico dei cittadini.

I documenti, in numero di quat­tro, datati 14 e 16 settembre 1658, servono per illustrare in quanto tempo furono approntate le opere, come era la difesa del capoluogo isolano prima dei lavori e come si trovava il fondo del porto di Cagliari; questo alla fine dei lavori po­teva contenere 12 galere, poste su due file di sei l’una, essendo passato da 4 palmi di profondità a 12, con l’impiego di alcune draghe, che, ogni giorno, riempivano di melma ben sei barconi. Per concludere, questo viceré, ricordato per il fortino che tenne per circa tre secoli il suo nome, si occupò anche nel miglior andamento delle saline della Sardegna, soprattutto di quelle di Cagliari che, nel 1658, videro giungere a 125.000 quartini la loro produzione, di buona qualità; concesse maggior speditezza nell’espletamento delle cause penali; fece costruire la terza galera della flotta sarda e vietò ai notai pubblici di ricevere compensi dai cittadini e alla amministrazione municipale di riscuotere le rendite e i redditi.

Sardegna magazine, aprile 1992

 

SETTIMANA SANTA NEI CENTRI ORISTANESI

 

Molto suggestive e di interesse internazionale sono le processioni della Settimana Santa, seguite da migliaia di fedeli che giungono da ogni parte della Sardegna e del mondo. Le tradizionali manifestazioni religiose, alle quali partecipano, negli antichi costumi, le confraternite, rivestono grande interesse per il turista che può rendersi conto delle tradizioni religiose dei mesi di marzo e aprile, che sono avari di sagre popolari. Siamo in piena quaresima, quindi non è possibile effettuare manifestazioni religiose in cui si possano eseguire balli e spettacoli folkloristici. Quest’anno la Settimana Santa cade dopo la metà del mese di aprile e in molti centri oristanesi si apre con la processione dei Misteri, un rito antichissimo, in cui si è inserita la tradizione catalana intorno al Quattrocento e poi quella castigliana nel Cinquecento.

Anche nei piccoli e grandi centri dell’Oristanese si ripetono i riti sacri della Settimana Santa. Dopo quarant’anni di silenzio, qualche anno fa ad Oristano – Città ricca di storia e di arte, ad economia industriale, commerciale, e artigianale, capoluogo dal 1974 della provincia omonima, situata lungo la costa occidentale dell’Isola, sulla parte bassa della vallata del Tirso, con una popolazione, comprese le frazioni, di oltre 30.000 abitanti – è stato ripreso il dramma della Passione e della Resurrezione del Cristo. I riti santi sono pubblicamente esaltati dalle manifestazioni che ven­gono organizzate dalle confraternite del Santissimo Nome di Gesù e del Santissimo Rosario.

Il Lunedì Santo ha luogo la processione dei Misteri che inizia alle 18 nella chiesa di San Martino. Le sette statue lignee, di antica fattura, vengono portate dai confratelli del Santissimo Nome di Gesù e sostano nelle sette chiese dove si fa una breve meditazione. La processione percorre il viale San Martino e raggiunge la chiesa dei Cappuccini. Da qui, percorrendo la via Costa e il viale Indipendenza, giunge alla chiesa di Sant’Efisio. Quindi, per la via Vittorio Veneto, piazza Indipendenza e via Mazzìni la processione raggiunge la chiesa di San Sebastiano.

Per la piazza Roma, la via Dritta e piazza Eleonora raggiunge poi la Cattedrale, dalla quale, per la via Emanuele ed il viale San Martino si torna alla chiesa di partenza, dove si ferma, per essere giunta alla fine. Al termine della celebrazione della messa in Coena Domini, del Giovedì Santo, dalla chiesa dei Cappuccini prende le mosse la processione denominata Su Jesus, con una antica statua lignea di Gesù nell’orto e con quella della Madonna Addolorata. Il corteo, alla luce delle fiaccole, precedute dal lugubre rullare del tamburo, si snoda per tutte le strade della città e raggiunge la chiesa del Sacro Cuore, poi quella di Sant’Efisio, con lo stesso itinerario del Lunedi Santo. Quindi si porta alla chiesa di Santa Chiara e poi a quella di San Sebastiano. Raggiunge la chiesa di San Francesco e quindi la Cattedrale, per far ritorno alla chiesa dei Cappuccini verso le 23. Si approfitta della processione per la tradizionale visita ai sepolcri che si protrae sino a notte inoltrata.

Il Venerdì Santo è dedicato interamente alla passione e morte di Gesù, e nel pomeriggio, alle 18, accompagnato dal canto della polifonica, dalla chiesa dei Cappuccini prende le mosse la processione de Sa Maria. I confratelli del Santo Nome di Gesù e quelli del Rosario portano a spalle il simulacro ligneo della Addolorata, in abito nero, passando per la via San Martino, la piazza Manno, la via Vittorio Emanuele e la piazza Duomo, sino alla cattedrale. Qui inizia la celebrazione della passione con la predicazione che presenta la fase de su scravamentu. Al termine della dolorosa rievocazione della deposizione del Cristo in croce, si svolge la processione de s’interna. I confratelli, preceduti dal rullare dei tamburi, illuminando le strade con le lanterne, portando a spalle la lettiga con la statua lignea del Cristo morto. La processione si conclude nella chiesa dei Cappuccini, dopo aver attraversato la piazza Eleonora, la via Dritta, la piazza Roma, la via Sa Portixedda, la via Vittorio Emanuele, la piazza Sant’Efisio, la via Amsicora, la via Aristana, la via Gioberti, la via Cagliari e il viale San Martino per giungere alla chiesa dei Cappuccini, dove la processione ha termine.

Di fronte all’Episcopio, nella piazza Duomo, ha luogo la processione de s’incontru della Domenica di Resurre­zione; s’incontrano il simulacro della Madonna e quello del Cristo Risorto, che partono dalla stessa chiesa di San Martino, trasportato dai confratelli, rispettivamente del Santissimo Nome di Gesù e del Santissimo Rosario.

A Ghilarza, grosso centro posto al centro dell’Isola, situato nel Barigadu, tra l’altipiano di Abbasanta e il lago Omodeo, uno dei centri con un reddito considerevole sul bestiame, sulla piccola industria e sulla produzione lattiero-casearia, a circa 130 chilometri da Cagliari e a una quarantina da Oristano, si rinnova la Settimana Santa tra antichi riti e usanze e con la celebrazione della Santa Messa in Coena Domini. La mattina del Venerdì Santo si svolge la tradizionale visita delle sette chiese, mentre nel pomeriggio vi è la rappresentazione scenica della Passione che si svolge in tre momenti: liturgia della parola, adorazione della croce e deposizione, il momento più suggestivo, e s’iscravamentu. Alla fine del rito, che si tiene nella parrocchia, si snoda per le vie del centro la processione con il Cristo morto. Nella suggestiva e maestosa basilica di Santa Giusta, centro costiero a due chilometri da Oristano, si svolge la rievocazione scenica popolare del dramma della croce e de su scravamentu, con gli attori che vestono abiti alla foggia del tempo. Il sacerdote fa inginocchiare presso la croce Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e i soldati, ai quali ordina di deporre il Cristo morto.

Quindi, Giuseppe toglie dal capo di Gesù la corona di spine, che viene posta sul capo della Madonna dalla Maddalena. Poi il sacerdote comanda a Giuseppe di levare il chiodo dalla mano destra del redentore e a Nicodemo quello dalla sua sinistra. In seguito i due personaggi tolgono i chiodi dai piedi del Cristo, il quale, liberato dalla croce, viene portato in processione nella lettiga, sa lettera, per le vie della cittadina. Anche a Santulussurgiu, centro a 30 chilometri dal capoluogo oristanese, il Venerdì Santo si celebra l’Ufficio delle tenebre, durante il quale ha luogo s’iscravamentu. Il sacerdote invita Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea a schiodare dalla croce il Cristo. Vengono tolti i lunghi chiodi, che sono mostrati alla Madonna e ai presenti. Mentre il Cristo viene schiodato e deposto nel sepolcro, il coro intona canti polivocali, tra i quali il Miserere ed ha inizio il corteo funebre che accompagna il Cristo morto alla chiesa di Santa Maria degli Angeli, al lugubre suono delle matraccas. Ogni tanto la processione si arresta perché i cantori intonino altre laudi. Giunti alla chiesetta, la funzione religiosa ha termine.

Sardegna magazine, aprile 1992

 

IGLESIAS, GROSSO CENTRO MINERARIO (prima parte)

 

Non sono pochi coloro che si sono interessati alla storia, alla arte,alla vita economico/sociale e alle tradizioni popolari della città che in tanti secoli ha conosciuto e sop­portato numerose dominazioni e ha sofferto lotte, carestie e pestilenze; non sono stati pochi gli studi, i convegni, i dibattiti, gli scritti e i premi che hanno avuto il punto focale considerare i molteplici aspetti della vita del ricco centro minerario di “Villa di Chiesa”, del periodo pisano, e di “Iglesias”, dal Cinquecento ai giorni nostri.

Nonostante ciò, siamo ancora molto lontani dal possedere una completa conoscenza della secolare storia di questa città che, secondo alcuni studiosi, era già un centro importante nel periodo fenicio-punico, per altri, invece, esisteva già nel periodo nuragico. Certamente in quella zona, in cui doveva poi sorgere il grosso centro estrattivo, ai piedi di montagne che avevano nelle loro viscere metalli per la fabbricazione di armi e per il sostentamento e la vita di molte famiglie, doveva pur viverci qualche comunità legata alla pastorizia e ali’ agricoltura che nei secoli successivi, in seguito alla scoperta di piombo argentifero e di galena, mutò di attività. Molte sono le zone d’ ombre che permangono nella lunga storia di questa città e molte sono le pagine bianche da riempire. Occorreranno forse anni, secoli per poterle scrivere, soprattutto per quanto si riferisce alle pagine dei periodi nuragico, punico, romano, altomedievale e del periodo precedente alla dominazione delle grosse famiglie pisane, del periodo  catalano-aragonese, di quello spagnolo e di quello piemontese. Siamo certi che vi sono pagine da riempire anche per il secolo XIX e del precedente.

Se qualcuno volesse interessarsi alla ricerca di documenti che ci portino alla luce i momenti di vita del periodo di dominazione aragonese e poi di quella spagnola, deve andare a togliere la secolare polvere dai documenti che si trovano nei diversi archivi di Barcellona, di Valenza, di Maiorca, di Madrid e di Simancas, nonché da quelli numerosissimi nell’archivio comunale della stessa città mineraria. Dovrà leggere ed interpretare i numerosi documenti notarili che si trovano nell’ Archivio di Stato di Cagliari, dai quali è possibile trarre notizie sugli aspetti di vita familiare e comunitaria.Per gli altri periodi si consigliano gli archivi di Pisa, Genova, Torino, II Cairo, Istambul e quello di Iglesias. Come si vede, per riempire con fiumi d’inchiostro le numerose pagine e poter dire che una grossa quantità di notizie documentate è stata ritrovata, dovranno passare molti anni.

Occorrerà raccogliere, in tanti volumi il materiale rintracciato, per dar modo, a chi volesse saperne di più, di trovarvi quanto gli interessa: dalla gastronomia all’arte, all’artigianato, al movimento economico, ai prodotti della terra, al movimento migratorio, alla espansione edilizia, alle diverse attività di mestiere, alle organizzazioni religiose, civili ed amministrative e alla storia dell’estrazione mineraria. Ci auguriamo che la mole di lavoro che resta da fare non disanimi i giovani ricercatori, ma gli sproni alla ricerca, poiché il loro lavoro servirà a molti altri. La storia di Iglesias, che è legata alla vita estrattiva delle miniere circostanti e alla lavorazione artistica dell’ argento, inizia, probabilmente, in epoca fenicio-punica, come attesta il compianto Ferruccio Barrecca, che crede si possa considerare il toponimo Maimone “dato a una fontana ubicata nella parte più vecchia della città ed oggi scomparsa” – ripristinata proprio in quest’ultimo periodo – come indizio della presenza fenicio punica nella stessa Iglesias.

Anche per il lungo periodo romano vi sono presenze nella città e nelle località limitrofe. Ancor oggi non si conosce l’esatta dominazione della città romana che si trovava dove oggi è Iglesias; si pensa ad un “Metalla”, per il primo periodo romano, e a un “Sardopatoris Fanum” per il periodo successivo, come ritiene il romanista Pietro Meloni. Dal periodo romano a quello pisano, le testimonianze di vita nella città sono quasi mille, per cui non è stato ancora tentata una breve stesura di una storia, sebbene si è certi che i bizantini tennero ben difesa questa parte dell’ isola, poiché serviva come approvvigionamento minerario. Non si sa se in quella zona mineraria iglesiente si siano visti gli arabi, o come razziatori, o come nucleo avanzato, in attesa di una loro penetrazione successiva. Questo perché lungo la costa del Sulcis-Iglesiente si ritrovano toponimi arabi, come Paringianu, che testimoniano una presenza radicata di questa civiltà.

Come si vede ampie e profonde sono le ombre che permangono nella storia della comunità che avrebbe vissuto nella zona in cui, nella seconda metà del Duecento, sorse la città di Villa di Chiesa, in pieno periodo pisano. Infatti, dopo gli avvenimenti verificatasi in Cagliari nel 1257, quando i Pisani costrinsero alla fuga il Giudice di Cagliari nella battaglia di S. Igia, o santa Gilla, il territorio del Giudicato di Cagliari veniva diviso in tre parti. (continua)

Sardegna Magazine, marzo 1992

 

IGLESIAS, GROSSO CENTRO MINERARIO (seconda e ultima parte)

 

II conte Ugolino della Gherardesca, che otteneva il Sigerro, cui faceva parte Villa di Chiesa, territorio ricco di miniere e di piombo argen­tifero, rilanciò la coltivazione delle miniere, riorganizzando la produzione dell’argento. Secondo Francesco Artizzu, l’odierna Iglesias nasceva intorno ad un nucleo centrale formato da una chiesa e da un gruppo di abitazioni, che pro­babilmente accoglievano i ricercatori di giacimenti minerari: pisani, sardi e diversi ebrei, che diedero forte incremento alla città, Villa di Chiesa, allora chiamata così, la località più popolosa ed importante della Sardegna, dopo Cagliari, allora capoluogo del Giudicato cagliaritano, in possesso dei Pisani e dei Genovesi, che se lo contendevano. Dai Pisani, che regolarono per lungo tempo l’amministrazione della città, fu istituito il “Breve di Villa di Chiesa”, oggi un prezioso documento di enorme interesse giuridico, un’organica raccolta di leggi e di norme comunali, che serviva per regolare l’esercizio dell’attività estrattiva. Pisa esercitava un controllo diretto sul ricchissimo centro minerario.

Il “Breve” continuerà a mantenersi anche nel periodo aragonese-catalano, iniziatosi nel febbraio del 1324, quando la città cadde, dopo un assedio di oltre sette mesi. Nel periodo pisano, dal 1257 al 1324, la città fu completamente cintata; fu innalzato, su un colle che dominava la città, il castello dei Salvaterra, ora completamente dissestato, e il cen­tro fu abbellito di palazzi e monumenti. Il castello, circondato da un fossato e da una palizzata, aveva due torri e un ponte levatoio che permetteva il collegamento con l’abitato. Al conte Ugolino si devono le mura, il castello e la facciata della chiesa di Santa Barbara, oggi la cattedrale, databile al 1284.

Dallo storico spagnolo Arribas Palau, che studiò le cronache e le lettere che si riferiscono alla conquista aragonese, conosciamo dettagliatamente le varie fasi della conquista della Sardegna da parte dei catalano-aragonesi, in particolare i momenti del lungo assedio della città da parte delle truppe di Alfonso, nel giugno del 1323, dopo lo sbarco dell’ armata catalana nel golfo di Palmas. Dopo sette mesi di con­tinue battaglie, di orrendi massacri, di malattie e il non arrivo degli aiuti da parte dei Pisani, il 7 febbraio 1324 la città apriva le porte ai nuovi conquistatori.

Dal 1324 al 1720 “Villa di Chiesa”, che nel periodo catalano-aragonese (1324-1478 ) si chiamò “Vila Desgleys” e che, in quello castigliano, per effetto dell’unificazione dei vari regni spagnoli, si chiamava “Iglesias”, come tuttora è denominata, visse un periodo di varie vicende militari nel Trecento e agli inizi del Quattrocento, e di pace, per gli altri due secoli. Infatti, nel 1336, Mariano IV d’ arborea, vecchio alleato dei catalani, entrato in guerra contro Pietro IV d’ Aragona, il cerimonioso, che non voleva riconoscerlo signore di Sardegna, come si aspettava in compenso per aver, il padre Ugone, iniziato la guerra contro i Pisani nell’aprile del 1323, si impadronì, per la prima volta, di Vila Desgleys, che dovette abbandonare solo dopo una serie di avvenimenti politico-militari.

La seconda volta fu nel 1365. Gli Arborea tennero la città fino al 1388, quando fu firmato l’accordo tra Eleonora, la nuova regina degli Arborea, e Giovanni I re d’ Aragona. Solo un anno restò in mano ai catalani, poiché la città passò di nuovo agli Arborensi, che la tennero sino al 1409, anno in cui essi furono sconfitti in Sanluri. Da quell’anno non ci furono più combattimenti nella città che, nel 1540, fu riscattata dal proprio feudatario, il conte di Quirra, al quale il sovrano aragonese l’aveva ceduta nel 1436. Una sollevazione popolare fece fuggire il Quirra e la città divenne di dominio regio.

Se nel periodo catalano, causa le continue guerre e il passaggio da un esercito ad un altro, si fermò l’attività estrattiva, nel periodo spagnolo i lavori furono ripresi in tono minore, ma la popolazione visse sempre in una economia agro-pastorale. Anche nel periodo piemontese la situazione economico-estrattiva non migliorò. L’unica cosa favorevole fu che nel decennio 80-90 del Settecento, si ebbe una produzione mineraria più consistente, so­prattutto di galena. L’attività estrattiva, che nell’Ottocento, diede molti buoni frutti, migliorò e con essa la situazione economica della città, che vide giungere nuovi ricercatori, poiché furono aperti nuovi pozzi.

La città cominciò la sua espansione fuori della cinta muraria che fu poi abbattuta. Nel Novecento l’attività estrattiva ebbe punte di alta produzione tanto che, nel 1926, la produzione toccò il punto più alto della parabola produttiva. Nel 1934, però, si ebbe un arresto causato dal conflitto mondiale, ma si riprese nei primi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e continuò una forte produzione sino al 1970. Iniziò allora la parabola discendente; una lenta e continua agonia fece giungere alla paralisi completa, in questi ultimi anni, quando si giunse alla chiusura di molti pozzi, causa una profonda crisi nazionale. Le miniere sono ormai chiuse da più di otto anni e, di conseguenza, anche la popolazione di Iglesias, che oltrepassò di molto i trentamila nel periodo del benessere, ora si trova a superare di poco le trentamila unità, come ha significato l’ultimo censimento. Oggi la città si estende in tutte le parti della periferia e mantiene il suo aspetto di tipica cittadina medievale nel centro storico, mentre il circondario ha preso un aspetto di città nuova.

Al periodo spagnolo risalgono i riti della settimana santa, che richiamano molto pubblico: la processione dei Misteri del Martedì Santo, quella de “su sclavamentu” del Giovedì Santo, tenuta senza interruzione dal Seicento e curata dalla arciconfraternita iglesiente del Santo Monte, cui partecipano i caratteristici “baballottus”, e “s’incontru” della domenica della Pasqua di Resurrezione.

Per concludere non ci resta che dire che l’artigianato iglesiente, che vanta un antica tradizione, sopratutto quella dell’argento, del sughero e del legno, è fiorente, grazie ad un ritorno alle radici della propria storia e della propria vita popolare. (fine)

Sardegna magazine, aprile 1992

 

CAGLIARI: L’ARCICONFRATERNITA DEI GENOVESI

 

L’Arciconfraternita dei Genovesi, oggi nella sede parrocchiale dei SS. Giorgio e Caterina, nel quartiere di Monteurpinu, ha compiuto quattro secoli di vita sociale, nel 1991 Qualche mese fa si è tenuto a Cagliari, nei locali dell’Hotel Mediterraneo, un convegno di studi sulla vita sociale ed economica dell’Arciconfraternita, al quale hanno partecipato numerosi studiosi. Alla fine del quattrocento la presenza commerciale geno­vese nell’isola era di grande potenzialità, anche perché essi erano i banchieri della Corona spagnola. Nel secolo successivo i genovesi si stanziarono in modo profondo nel capoluogo sardo e parteciparono alla vita economica prendendo in affitto le saline, le tonnare e altri possedimenti regi. Contemporaneamente fondarono una associazione per far sì che le navi battenti la bandiera della repubblica di Genova potessero buttare le ancore in tutti i porti della Sardegna. Nel 1580 i mercanti genovesi ottennero una cappella nella Chiesa de Gesus, nell’attuale sede della Manifattura Tabacchi nel Viale Regina Margherita, che allora era “sa ruga del esterquilio”. Nella cappella effettuavano le attività religiose, commerciali e di assistenza alle famiglie genovesi residenti nell’isola e provvedevano a riscuotere le quote da ogni mercantile che toccava il suolo sardo.

Qualche anno dopo si costituirono in confraternita con lo scopo precipuo di inserirsi sempre più nella vita socioeconomica cagliaritana. I documenti dicono che l’Arciconfra-ternita era sorta ai fini religiosi ed era una associazione laica che praticava soprattutto l’attività mercantile. Nello scorcio del secolo XVI fondarono, a loro spese, la chiesa di S.Caterina, in via Marino, ricco e fiorente tempio dell’Arciconfraternita dei Santi Giorgio e Caterina, che possedeva un grande corredo di paramenti, finemente lavorati, numerosi arredi sacri e alcuni preziosi, tanto che si può affermare che il seicento fu il secolo d’oro dell’Associazione genovese, una delle prime arciconfraternite a costituirsi a Cagliari. La chiesa dei genovesi fu distrutta dalle bombe nel triste mese di febbraio di cinquantanni fa e, fra i numerosi ricordi salvati, ci fu la venerata Madonna d’Adamo, dono di un confratello, cosiddetta perché sarebbe stata rinvenuta da un tale capitano Adamo entro le valve di una nacchera. I privilegi concessi alTArciconfraternita da Papa Clemente Vili erano riscuotere elemosine in tutta l’isola, riscattare i cristiani caduti in mano dei turchi e provvedere al buon governo dell’Arciconfraternita, i cui statuti furono chiamati ordinazioni e capitoli, che furono approvati da Mons. Caldenty, vicario generale della sede arcivescovile cagliaritana.

L’organizzazione associativa era ed è di tipo gerarchico, con a capo un priore – attualmente è il prof. Mario Lastretti – e due Guardiani, eletti il 25 Novembre, nella ricorrenza della festa della patrona Santa Caterina. Ogni confratello versava una quota annuale e le consorelle la metà della quota. I verbali delle sedute, che risalgono al 1587 (il primo registro è andato perduto, ma la vita della società ligure iniziò qualche anno prima), sono in lingua italiana, sebbene a Cagliari si scrivesse in catalano e in spagnolo, come sono scritti tutti gli statuti delle arciconfraternite e dei gremi cagliaritani.

Nell’archivio dell’Arciconfraternita, quasi totalmente salvato dai bombardamenti su Cagliari del febbraio 1943, che rasero al suolo la chiesa cinquecentesca, vi sono libri di conti, inventari, bolle pontificie e atti riguardanti l’attività sociale ed economica. Si sta provvedendo alla loro catalogazione per dar modo di studiarli, perché serviranno non solo per il ricupero della memoria storica dell’Arciconfraternita, ma anche per riportare alla luce alcuni tasselli della realtà socio-economica sarda dalla fine del cinquecento ai giorni nostri.

Per concludere, dell’antica chiesa vi è da ricordare il ricco portone in marmo bianco con colonne spirali, in stile barocco, dono del confratello Giò Antonio Rosso; l’affresco del cagliaritano Scaletta, il martirio di S. Giorgio, nella volta dell’altare maggiore, il quadro di Santa Caterina di Alessandria nella prima cappella a destra, entrando, e il bel quadro della vergine con S. Bernardo, a sinistra dall’altare maggiore.

Sardegna Magazine, maggio 1992

 

LA NOBILE CITTÀ DI BOSA

 

Trentacinque anni fa in “Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo e Archivio Tradizioni Popolari” (A.III, lo sem.l957, nn. 13-24), periódico fondato e diretto da Giuseppe Della Maria, veniva pubblicata una relazione storico-geografica sulla Sardegna, datata 1746, che a detta dello studioso cagliaritano Pietro Leo doveva ascriversi al conte di Viry, intendente generale in Sardegna nell’anno in cui il rapporto veniva steso. Scopo del lavoro, come asserisce il Leo, era quello di portare a conoscenza del sovrano di Savoia la situazione finanziaria dell’isola che versava in condizioni piuttosto difficili. Dalla relazione si ricavano numerose notizie sulla vita socio-economico-culturale della Sardegna nel primo Settecento, il cui quadro non è molto consolante, ma è rapido e abbastanza efficace.

Nel lungo memoriale, che porta il titolo “Rèlation historique, et gèographique du Roïaume de Sardaigne et des principales lies y adiacentes, faite à la fin de l’annèe mille-sept-cent-quarantesix”, vi è una parte dedicata alla città di Bosa, di estremo interesse, per una molteplicità di considerazioni e di osservazioni, utili per la conoscenza di un periodo ancora buio sia della storia sarda che di quella bosana. Dopo aver presentato le vicende della Sardegna, soffermandosi principalmente sul periodo giudicale arborense e su quello catalano-aragonese, il funzionario piemontese accenna alla tranquillità raggiunta nel regno tra il 1479 e il 1708.

Presenta poi i fatti del 1717, quando il marchese di Leida, sbarcato nelle vicinanze di Quartu S.Elena, con uncontingente spagnolo di 9000 uomini, riconquistò la città e poi l’isola, ponendo fine al breve periodo della dominazione austriaca. Detto che le feste nell’isola si celebrano con regolarità e con grande devozione e che la nobiltà è molto agiata, per avere rendite considerevoli, il funzionario mette in evi­denza le buone condizioni dell’alto clero, che possiede molti redditi, mentre il basso clero delle città ama le passeggiate e le conversazioni ed è sempre circondato da una numerosa famiglia di ragazze e di bambini, figli di parenti, che essi nutrono a loro spese. L’intendente dedica molte righe alla situazione dell’Isola al momento del passaggio al duca di Savoia, Vittorio Amedeo, e parla in particolare dello stato delle finanze. Fa riferimento quindi alle 84 torri litoranee, ridotte a 65, con tre o quattro soldati ciascuna, un alcaide, un cannoniere e pezzi di cannone in cattive condizioni, pagati dall’amministrazione regia, dalle tonnare e dai baroni. Passando quindi a parlare della città di Bosa, il funzionario piemontese scrive che è situata sulla costa occidentale del regno, a mezza strada da Alghero a Cagliari, in una valle malsana, a lato di un fiume, che passa sotto un ponte accanto alla porta della città, lontano un mezzo miglio dal mare, nella cui imboccatura c’è una isoletta, dove si trova una torre per la difesa dai corsari.

Solo i battelli possono risalire il fiume fino alla città, i quali non trovano alcun porto sicuro, se non qualcuno in estate; ma se i bastimenti non salpano prontamente quando scoppia una bufera, dato che i venti si levano da sud e soffiano verso ovest e girano poi fino a nord, si perdono senza rimedio; vi s’imbarca ordinariamente del formaggio e del grano e vi si fa molto contrabbando. Benché l’aria di Bosa sia malsana, non è così quella della torre, – in cui si potrebbe porre come Alcaide un vecchio sergente, uomo sicuro, dandogli nello stesso tempo l’incarico di guardia reale -, poiché è isolata, fuori della valle, e rinfrescata dai venti. II territorio è abbondante di olio, di vino e di eccellente Malvasia, e di grano, ma non tutto di buona qualità. Mentre nella costa del nord, montuosa e deserta, con moltissima buona acqua e abbondante pascolo, si alleva una grande quantità di bestiame, nella parte meridionale, molto deserta, vi sono alcune zone in cui il pascolo è abbondantissimo. La città è costruita sulle pendici di una ripida collina, nella cui sommità vi è un vecchio castello, in cui alloggia, inutilmente, un custode.

Il castello, la cui recensione minaccia di cadere e il cui interno è assolutamente rovinato, è in posizione molto vantaggiosa e domina l’intera città. Nel campo, all’interno del castello, infine, si semina del grano. Le case, in anfiteatro, giungono fino allo spalto e al fossato, che è ricolmo di terra. La parte inferiore della città è in pianura ed ha una bellissima strada, con delle case in buon stato, che si ritrovano sino al fondo della strada. Accanto al ponte vi è la cattedrale, che è un corpo di costruzione antica di poca importanza.

La città, circondata da vecchie mura, abbattute in buona parte, è abitata da 3896 persone, tra le quali si trovano i nobili. In città c’è un tribunale per la reale intendenza, il cui capo è Ignazio Delitala Squinto vicedelegato. La giustizia a Bosa è esercitata da un veghiere con incarico biennale, nomi­nato dalla Corte, il quale ha, alle sue dipendenze, un Assessore e un Cancelliere, ossia un Segretario.

Il Comune e i redditi della Municipalità sono amministrati da cinque giurati, la cui elezione si fa annualmente in presenza del Governatore di Sassari, che ha un segretario e due valletti comunali. I redditi dalla città, che consistono in diversi diritti d’entrata e uscita ‘elle merci dall’estero, delle derrate del paese e della macellazione, am­montano annualmente ai diritti, che dopo qualche anno sono in monopolio; ciò fa sì che essi rendano molti mezzi per le connivenze e per i monopoli dei consiglieri. Per concludere il Viry scrive che Bosa è sede del vescovo della diocesi di questo nome, occupata da Antonio Amat, con 6.000 lire di rendita annua.

Sardegna magazine, maggio 1992

 

NOTE SULLA SANITÀ ED ASSISTENZA IN SARDEGNA NEL SEICENTO

 

Diversi studiosi si sono interessati alle Associazioni d’Arte e Mestiere che dal XIII secolo sino ai primi del XIX secolo avevano provveduto ad organizzare il lavoro artigianale, a tendere allo sviluppo della loro arte e a dare un marchio di qualità ai loro manufatti. Nello steso tempo i lavoratori sardi si erano dati delle regole con degli statuti; queste servivano a rendere gerarchicamente più organizzate le loro strutture gremiali, che ripren­devano in tutto o in parte quelle  delle organizzazioni dei gremi della Catalogna, provvedendo poi a delle modifiche nel corso dei secoli. I pochi studiosi sardi, che si sono interessati ai gremi, hanno pubblicato gli statuti, in catalano, dei secoli XIV, XV, XVI e XVII, ritrovati negli archivi isolani, senza però darne la traduzione, che si spera si possa giungere molto presto alla loro pubblicazione in italiano.

Uno statuto che sembra di interesse notevole e molto importante è quello dei chirurghi e dei medici cagliaritani, certamente sconosciuto a molti; la sua la lettura porta alla conoscenza dell’organizzazione medica e assistenziale nei secoli XVI e XVII e del modo di estrapolare notizie che faranno mutare il quadro socio-sanitario già presentato dagli studiosi dei gremi. Dallo statuto si evince che il corpo ospedaliero cagliaritano, composto, alla fine del ’500, da cinque medici e da un chirurgo, raddoppiò il numero nel secolo successivo, dato l’aumento della popolazione e le migliorate possibilità finanziarie del Comune.

Il complesso ospedaliero era ubicato in “Sa Costa”, l’odierna via Manno, ed era il più grosso di tutta l’isola per impianti, personale e per letti. I fondi dell’ospedale erano costituiti da finanziamenti erogati dalla Municipalità, da lasciti testamentari, da elemosine, da raccolte nelle città e nei paesi, e da donazioni di benefattori. Nello statuto vi è un parte dedicata alla piccola e grande questa settimanale che devono fare i confratelli. Gli ammalati erano in maggioranza poveri, non pagavano retta, ma dovevano essere raccomandati da qualche compo­nente del Consiglio Civico e dovevano essere nullatenenti. Al personale sanitario erano aggregate anche le balie, che allattavano i neonati, in gran numero abbandonati nel brefotrofio, un’istituzione inserita nel complesso ospedaliero, in cui esistevano tre reparti: uno per i maschi, uno per le femmine ed un terzo per gli affetti da malattie veneree. Oltre a questi reparti vi era anche quello per il ricovero dei vecchi, degli invalidi e dei matti.

Nel corso del ’600 la medicina fece un balzo in avanti, anche a seguito dell’istituzione dell’Università: vennero aboliti i vecchi schemi risalenti al medioevo e si usò un nuovo tipo di sperimentazione, basata sull’osservazione diretta. Nell’ambito delle competenze del chirurgo c’era anche quella di assistere le partorienti, specie nei casi più difficili. Per la pratica di ostetricia si usavano anche metodi assai empirici e di carattere magico.

Per stabilire la causa della morte e studiare la natura del morbo, il chirurgo compiva anche le autopsie, previo il consenso delle autorità ecclesiastiche. Per essere assunti fra il personale sanitario, i giovani venivano collocati nelle botteghe di chirurgia e medicina con l’obbligo di fare la questua per la festa del patrono del gremio, due per ogni quartiere. Gli apprendisti-alunni stavano in carica presso un maestro titolato. Per poter esercitare la professione, gli studenti dovevano sostenere un esame davanti al protomedico e ai maggiorali del gremio e poi superare l’esame di abilitazione, che si poteva sostenere solo esibendo un certificato attestante l’aver portato a termine il corso quinquennale di studi in un ateneo e compiuto il tirocinio di apprendistato presso un maestro. Dopo la fondazione dell’Ateneo, gli studenti avevano l’obbligo di frequentare le lezioni di anatomia e di chirurgia per un periodo di tre anni. Nell’ospedale operava stabilmente ogni giorno, ad ore fisse, un solo chirurgo, che provvedeva alle visite e svolgeva funzioni anche di medico di reparto.

Per concludere si consiglia la lettura dell’interessante studio sull’organizzazione sanitaria, che si trova in “Cagliari sei secoli d’amministrazione civica” (pgg.34-40) di Giancarlo Sorgia e Giovanni Todde, del 1981.

Sardegna Magazine, maggio 1992

 

SAGRE DELL’ORISTANESE

 

Non c’è Comune nella Provincia di Oristano, come in tutta l’isola, che non festeggia un Santo con manifestazioni popolari che richiamano molte schiere di fedeli, di curiosi e di turisti. Le sagre, che fanno rivivere le tradizioni popolari, sono occasione di incontri e di mercato e ricordano appuntamenti e scadenze della vita agricola, avvenimenti storici e miracoli. I fedeli accorrono ai santuari e alle chiesette campestri per chiedere una buona annata agraria, per ringraziare del buon raccolto o di una guarigione, o per impetrare una grazia. La maggior parte delle sagre oristanesi, che il tempo non ne ha cancellato il fascino, sono cono­sciute, perché han­no una lunga tradi­zione, soprattutto la Sartiglia, la processione degli scalzi di Cabras e l’Ardia di S. Costantino di Sedilo.

Purtroppo la pressante azione della civiltà consumistica ne ha fatto scomparire parecchie, per cui è necessario una pubblicazione che ne fissi la storia e i programmi; ne sono però sorte altre, in questi ultimi anni, come quella della “Polenta véneta”, di scena ad Arborea, perché le Comunità paesane sentono sempre la necessità di incontrarsi per divertirsi. Nei Comuni della Provincia di Oristano, la stagio­ne delle sagre inizia già nei primi giorni dell’anno: si ricordano i due Santi del fuoco, Sant’Antonio e San Sebastiano, con i quali prende il via il ciclo del carnevale.

Una grande quantità delle feste popolari si concentrano da Aprile a Settembre, con un’appendice nel mese di Ottobre, periodo in cui gli agricoltori sono più impegnati nei lavori dei campi; nel mese di novembre le sagre diminuiscono di numero; mentre nell’ultimo mese dell’anno, prima della grande festa religiosa del Natale, che si svolge in tutte le contrade della Provincia, si celebrano quelle per Santa Barbara, patrona dei minatori, e per Santa Lucia, patrona dei ciechi. Numerose le manifestazioni che si svolgono nel lungo periodo del Carnevale, che vede non solo il capoluogo in prima fila per la già ricordata Sartiglia, ma anche i piccoli centri, con i carri allegorici attraversare le strade dell’abitato, dare un grande richiamo alla vita economico-sociale.

Con le sagre, nel cui ambito vi sono gruppi folkloristici e cantadores che allietano la folla con le loro esibizioni, si muove anche la schiera degli ambulanti. Costoro, che installano le bancarelle (is paradas) accanto alle chiese e nei luoghi di festa, danno la possibilità ai pre­senti di gustare le specialità della cucina sarda: dall’arrosto dei muggini e delle anguille a quello del maialet-to, del capretto e dell’agnello; ai piatti caratteristici delle località diverse della Sardegna; alla frutta fresca e secca, alle verdure, ai dolci sardi e alla vendita degli utensili agricoli e casalinghi.

Ai primi di giugno, in Santulussurgiu, si svolgono manifestazioni popolari per la Fiera dei Cavalli (che si tiene da più di due secoli, alle falde del Montiferru) e, in occasione dell’incontro degli allevatori, si tiene la mostra dell’artigianato locale: selle, finimenti, colletti e pelletteria.

A Zeddiani il 13 giugno si festeggia Sant’Antonio da Padova in una bella chiesa, mentre in Villasant’Antonio, piccolo centro dell’alto Oristanese, che fino al 1986 aveva nome Sant’Antonio Ruinas, lo si festeggia nella prima domenica di giugno. E’ la riproposta di un antico culto portato dai bizantini in Sardegna nel IV secolo dopo Cristo, dopo la caccia­ta dei Vandali. S.Giovanni Battista è festeggiato a Ghilarza, a Mogorella, piccolissimo Comune agricolo dell’Alta Marmilla, a Norbello, nella cinquecentesca chiesetta campestre, a Nurachi, i cui riti religiosi si tengono nella seicentesca chiesa parrocchiale, che ha una facciata moderna.

Ad Oristano la festa in onore del Battista è stata rilanciata da oltre dieci anni dal Gremio di San Giovanni Battista, i cui riti religiosi si tengono nella chiesetta rurale, detta “dei fiori”, costruita dai contadini oristanesi probabilmente agli inizi del Seicento e ristrutturata nel Settecento. Anche nel piccolo centro agricolo-artigianale di Tramatza, situato nell ‘Alto oristanese, si tiene la festa per S. Giovanni Battista nell’antica chiesetta, situata a ridosso dell’abitato, festa ricuperata dopo decenni di abbandono. Nella notte, a cavallo tra il 23 e il 24, si svolge la tradizionale festa di “S’abba muda”, un rito che risale ad alcuni secoli fa e che si celebrava in tutti i centri isolani, per ricordare la nascita del Santo. Il rito, rimasto solo in questo centro, è dato dalla uscita dalle case degli abitanti, i quali, con un recipiente, vanno alla fonte pubblica e ritornano alle loro abitazioni con il recipiente pieno d’acqua, senza parlare e senza ridere.

Il 29 giugno festa in onore dei S.S. Pietro e Paolo ad Assolo, a Solarussa e a Cabras; a Neoneli, il compatrono San Pietro, lo si festeggia con riti religiosi nella chiesa parrocchiale, ricostruita nei primi anni del Seicento, su precedente impianto del Quattrocento, che conserva tuttora un prezioso ostensorio del ’500, di gusto catalano, ed il coro ligneo della fine dell’800; a Terralba si festeggia il patrono San Pietro nella parrocchia a lui intitolata, costruita nel primo ventennio dell’Ottocento, in stile tardo-gotico. A Zuri, frazione di Ghilarza, nota per la foresta pietrificata a pochi chilometri dal borgo, in cui si tengono manifestazioni in onore della Madonna di Paulis nel mese di giugno, si festeggia il patrono San Pietro nella chiesetta Duecentesca, (che subì modifiche in vari tempi), con manifestazioni che culminano il 29 giugno : balli sardi in piazza, complessi musicali e processione per le vie dell’abitato, nella serata conclusiva. A Samugheo, grosso centro ad attività agro-pastorale ed artigianale, situato nel Mandrolisai, sulla vetta del Rio Mannu, in giugno si festeggia il Sacro Cuore; mentre a San Vero Milis, grosso borgo ad economia agro-pastorale e di rilevante artigianato, situato nella piana di Milis, nella parte terminale del Campidano Oristanese, a metà giugno si tiene la festa per la patrona Santa Sofia, matrona romana, vissuta nel  I° secolo, con solenne processione del simulacro della santa, che viene celebrata anche con balli e canti nel programma delle manifestazioni civili.

Sardegna magazine, giugno 1992

 

INDUSTRIA E AGRICOLTURA SARDA ALLA FINE DELL’800

 

Per conoscere la situazione agro-industriale sarda nel sec. XIX, ci viene incontro un’interessante pubblicazione del professor Gustavo Strafforello, il quale, nel 1895, presentava lo studio “La Patria”, imperniato sulla Sardegna, scriveva che l’agricoltura, la pastorizia, la pesca e la coltiva­zione delle miniere erano allora i quattro rami principali della non florida industria sarda, alla fine dell’Ottocento, e che scarsi erano i lavori delle arti: “lanerie grossolane dette orbacce, tele casalinghe, qualche tessuto in cotone, cuoi conciati con foglia di mirto, pelli, marocchini, cappelli e berrette, sapone, mobili, turaccioli, corde di palmite, setacci, amido, paste, stoviglie di poco valore, acciughe salate e tonno sott’olio”.

Ecco quanto si poteva trovare nell’Isola in quegli anni a cavallo dei due secoli, considerati come l’inizio dell’industrializzazione. Corrispondente a quella dell’industria era la pochezza del commercio, nonostante i dodici porti di Cagliari, Terranova, Porto Torres, Carloforte, ecc, di cui andava fiera e altera l’isola e “ciò – notava il Nostro – in gran parte a causa della mancanza di comunicazione coll’interno e di iniziative da parte degli abitanti”.

Gli oggetti principali d’esportazione consistevano in minerali, granaglie, farine, olio, vino in bottiglie, bestiame bovino, cavalli, sale, pesce, cacciagio­ne, ecc; e le importazioni in generi coloniali, di tessuti di lana e di cotone, carbón fossile, mentre la comunicazione regolare a vapore da Cagliari con Livorno, Civitavecchia (dirette e lungo la costa orientale per Tortoli, Orosei, Siniscola e Terranova), Napoli, Palermo e Tunisi; e da Porto Torres con Livorno e (per la Maddalena e Terranova) con Civitavecchia; oltre a ciò un vapore percorreva la costa orientale fra Cagliari e Portotorres, più o meno linee simili a quelle tuttora in servizio.

Per quanto concerne il collegamento ferroviario si provvide ad estendere alla Sardegna il beneficio impareggiabile delle strade ferrate con la legge 4/ 1/1863, che concedeva ad una Società la costruzione di una rete ferroviaria di circa 400 chilometri, comprendente le linee da Cagliari ad Iglesias e Porto Torres e da Chilivani a Terranova.

Il Governo accordava, per questa linea, la garanzia di un prodotto netto di 9000 lire il chilometro e s’impegnava inoltre di cedere alla suddetta Società 200.000 ettari di terreni ademprivili: terreni in uso civico persistente sui fondi pubblici nel diritto di farvi pascolare animali dopo falciate le messi, di andarvi a spigolare, di far legna, di raccogliervi piante morte, foglie e ghiande. I terreni, dissodati e messi a coltura, avrebbero potuto favorire grandemen­te l’aumento della scarsa popolazione e della ricchezza territoriale dell’isola e nello stesso tempo compensare largamente la Società per le sue spese eccessive. Si diede mano ai lavori da Cagliari ad Oristano, da Sassari a Porto Torres, e alla diramazione verso Iglesias; ma fin al 1865 tutto rimase in sospeso e i lavori furono abbandonati per le critiche condizioni in cui versava la Società assuntrice, la quale aveva già speso ben 10 milioni di lire in studi e costruzioni.

Per rialzare le sue sorti, il Governo concluse, il 23 agosto 1868, con la Società una nuova convenzione che divideva la rete ferroviaria sarda in due sezioni; una comprendeva le linee Cagliari-Decimomannu-Oristano, Decimomannu-Iglesias, Sassari-Porto Torres e da Sassari ad Ozieri, d’immediata costruzione; ma nel 1870 nessuna locomotiva attraversava ancora la Sardegna eccetto quella che percorreva il tratto San Leone-Capoterra, inaugurata nel 1862. Delle ferrovie in esercizio in Sardegna, quelle sotto la direzione della Società delle ferrovie sarde, comprendevano le tre linee seguenti: la Cagliari-Oristano-Golfo degli Aranci di 306 chilometri; la Decimomannu-Iglesias, di 37 chilometri, e la Porto Torres-Sassari-Chilivani, di 67 chilometri.

I  lavori delle strade ferrate sarde del secondo periodo o complementari, iniziarono nel 1884, a cura della Società Italiana appositamente costituitasi con un capitale interamente versato di quindici milioni di lire. La Società in 10 anni costruì ed aprì all’esercizio pubblico l’intera rete ferroviaria sarda, che risultò di 948 chilometri e, con altri 24, in corso di costruzione, avrebbe raggiunto una complessità di 972 chilometri.

II  2 settembre del 1893 fu inaugurato il tram del Campidano, che allora si denominava tramvay a vapore del Campidano, costruito a cura dell’industriale cagliaritano Luigi Merello, deputato al Parlamento. Questo tram passava per Pauli (oggi Monserrato), Pirri, Selargius e Quartucciu; la sua stazione principale era a Quartu Sant’Elena. La vitivinicoltura della zona ottenne immensi benefici da tale célere ed economico mezzo di trasporto. Per lo Straforello lo spopolamento e la conseguente mancanza di braccia all’agricoltura, non furono colpa dei Sardi, come pure le devastazioni incessanti e le vicende disastrose, che funestarono l’isola sino alla metà del secolo in questione. Lo stato della proprietà in Sardegna si presentava in condizioni tristi e lacrimevoli per più cause, fra cui primeggiavano l’eccessivo frazionamento, la preponderanza del Demanio e dei Comuni nella possidenza e le imposte esorbitanti. Il frazionamento eccessivo della proprietà, a detta dello Straforello, aveva impedito l’accumularsi dei capitali e lo svolgersi progressivo della ricchezza pubblica; il Demanio e i Comu­ni, sotto il titolo di terre­ni ademprivili e salti comunali, possedevano poco più della metà del territorio, in cui predominava il pascolo, indi il bosco; estesissimi erano i terreni incolti posseduti dal Demanio e dai Comuni, suscettibili di miglioramento.

Le imposte poi erano così onerose che il piccolo possidente era costretto ad abbandonare il podere. Quindi avvenivano espropriazioni incessanti da parte del Demanio, delle Province e dei Comuni, che, diventati proprietari, non potevano né rivendere né dare a fitto i terreni espropriati. Interessante è la parte riguardante i terreni ademprivili e comunali; di questi oltre centomila ettari erano beni incolti comunali, che si estendevano per molta parte nelle paludi; le paludi, per circa cento chilometri, anda­vano da Cagliari ad Oristano, di Sant’Antioco, di Cabras, di Ponti e di Tortoli. Lo stato delle zone paludose era, a detta di una inchiesta di quegli anni, di uno spaventevole squallore.

Lo Straforello conclude con la considerazione che il progetto razionale dell’onorevole minuistro Chimirri, ancora alla fine del secolo, era rimasto un pio desiderio e che la colonizzazione e la bonifica della sardegna non avevano visto fare alcun passo in avanti.

Sardegna magazine, luglio 1992

 

QUINDICI ANNI FA MORIVA GIUSEPPE DELLA MARIA

 

Giuseppe Della Maria, figura di primo piano per gli studi sulla stampa periódica dalla nascita del giornalismo nell’Isola fino ai nostri giorni e uno dei più importanti raccoglitori del repertorio bibliografico sardo, ha conquistato un posto molto importante nella storia della cultura sarda.

Benemerito degli studi del folklore isolano, dedicò moltissimi anni allo studio del patrimonio storico, artistico, letterario ed etnografico sardo, attingendo agli archivi privati e pubblici e sfogliando un gran numero di giornali, periodici e numeri unici; auspicò l’istituzione di un museo del costume sardo; pubblicò un vastissimo materiale presente in riviste e giornali sardi e non, non inclusi nelle bibliografie esistenti; diede notevole contributo all’inventario delle opere figurative in Sardegna e provvide alla riesumazione di significativi richiami legati al folklore e alla etnografia isolana. Sono trascorsi esattamente quindici anni dalla scomparsa di questo studioso, da molti dimenticato; soprattutto da “L’Unione sarda”, di cui era stato assiduo collaboratore per lunghi anni, tanto che non lo ha ricordato neppure nel decimo anniversario della morte.

Nato a Cagliari, in via Canelles, il 15 marzo del 1906, frequentò la scuola elementare in Castello, seguì gli studi nel Convitto Nazionale di Cagliari, poi nel Ginnasio e nell’Istituto Tecnico di Ca­gliari. Sin da ragazzo collezionava libri, stampe, disegni; rivolgeva la sua attenzione ai giornaletti ed era appassionato di cavalli. Dopo il conseguimento del diploma, passò a Roma, dove iniziò gli studi universitari nella facoltà di medicina veterinaria, che continuò a Napoli. Già da studente si interessava ai problemi della zootecnia e della razza equina. Laureatosi nel capoluogo campano, rientrò a Cagliari, dove intraprese l’attività professionale come veterinario. Intorno agli anni Cinquanta aprì una “Galleria d’Arte” in via Roma, in cui furono presentate le opere dei grandi pittori sardi allora più noti, tra cui Mario Delitalia, Filippo Figari, Foiso Fois ed altri e furono tenute conferenze culturali ed artistiche di notevole livello. In seguito si mise a girare la Sardegna con lo scopo di ritrovare reperti archeologici, testi rari, stampe e quadri d’autore.

Negli anni sessanta, lasciata l’attività commerciale, diresse per parecchi anni i mercati civici di Cagliari, con serietà e con competenza. Ebbe contatti epistolari con molti intellettuali, poiché era stato attratto, con grande interesse verso lo studio e la ricerca storica, lette­raria ed artistica, soprattutto della Sardegna. Si dedicò anche allo studio delle tradizioni popolari, poiché nel suo lavo­ro di veterinario, a contatto degli allevatori e dei contadini ebbe modo di interessarsi alla vita dell’uomo nelle sue molteplici attività ed aspetti: dalla nascita, al matrimonio, alla morte. Prima di ogni altro, seppe dare un’impronta originale alla ricerca scientifica e bibliotecaria a partire dal secondo dopoguerra fino al 1977, anno della sua morte, avvenuta in Cagliari il 7 Agosto, quando aveva compiuto i 71 anni, proprio mentre conduceva ulteriori ricerche di documenti nell’Archivio comunale e in quello universitario, per dare alle stampe la sua preziosa opera di ricercatore; la sua esistenza, satura di dinamismo e vitalità, veniva però stroncata da un male incurabile. Aveva eccezionali doti di uomo e di studioso; legato in particolare al N.B.B.S. che per anni aveva curato con lucida e intelligente capacità. In occasione del sessantesimo anniversario di pubblicazione de “L’Unione Sarda”, aveva provveduto alla compilazione di due volumi di storia e scritti del giornale Cagliaritano e aveva condotto la ricerca con molto scrupolo anche sulla Nuova Sardegna che attendeva di vederne pubblicato il primo volume.

La sua produzione letteraria, oggi poco conosciuta, meriterebbe davvero una nuova lettura e soprattutto un editore intelligente che la riproponesse all’attenzione del pubblico e della critica. Durante la sua vita, pochissimi si sono interessati alla sua attività letteraria, iniziata nel 1933 e portata avanti fino a pochi giorni prima della sua fine. Per oltre quarant’anni collaborò infatti a diversi giornali isolani tra cui “L’Unione Sarda”, (come già detto), “La Nuova Sardegna” e “L’Isola”, in cui pubblicò numerosi articoli sulle tradizioni popolari cagliaritane, e di carattere zootecnico, archeologico, storico, artistico e sportivo; dal 1968 fu giornalista pubblicista. Giuseppe Della Maria che godette della massima stima negli ambienti intellettuali, aveva consultato, con la preziosa e dinamica collaboratrice Maurizia Rad, oltre 12 almanacchi, altrettanti calendari, 53 periodici, numerose testate giornalistiche e riviste; si era interessato anche alla toponomastica cagliaritana e aveva messo insieme una infinità di argomenti di cronaca e di storia.

A Giuseppe Della Maria si devono diversi ritrovamenti archivistici di notevole valore tanto che egli può essere annoverato tra i grandi scopritori della Sardegna. Grazie al concorso del Consiglio Regionale Sardo e del Comune di Cagliari, nel 1955 usciva il primo numero del Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo, da lui fondato e di cui fu il direttore, rivista ricca di ottimi contributi, aperto a studiosi sardi e non, fondamentale per la conoscenza della bibliografia sarda. Dal n° 7 vi aggiunse la sezione “Tradizioni Popolari della Sardegna”, ed ebbe il merito di vedere la stampa di oltre 90 numeri, dopo ben 22 anni di pubblicazione.

Così poté riproporre agli studiosi una rivista sulla falsariga, di quello che, nel 1901, Raffa Garzia aveva fondato e poi diretto fino al 1913: Bollettino Bibliografico Sardo con notizie bibliografiche di letteratura italiana. Dopo ben 22 anni di attività giornalistica e direzionale si può affermare che Giuseppe Della Maria ha assolto in modo mirabile il compito proposto dal Bollettino, perché, a distanza di 15 anni dalla sua scomparsa, il giudizio su quanto è stato eseguito del programma non può essere che positivo. Pochi giorni dopo la sua scomparsa usciva la splendida raccolta, di personaggi illustri di Cagliari e si poneva fine alla pubblicazione di questo colosso letterario, al quale avevano dato la collaborazione i più noti scrittori e studiosi non solo dell’Isola e della penisola, ma anche dell’Europa. Sono stati ben 95 i numeri pubblicati, con una cadenza bimestrale, e a volte, per esigenze finanziarie, trimestrale o quadrimestrale, poiché il Della Maria provvedeva alle spese con propri fondi e con l’aiuto della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Cagliari, come viene ribadito su tutti i numeri, e con sovvenzioni di privati.

Nel 1971, in occasione del cinquantenario della morte del sindaco di Cagliari Ottone Bacaredda, il Nostro partecipò alla compilazione di una pubblicazione, che ricordava l’illustre amministratore e letterato cagliaritano, con l’eloquente saggio “L’uomo Bacaredda”, a corredo dei saggi di altri illustri studiosi sardi, tra cui Francesco Alziator, Paolo De Magistris, Lino Salis e Nicola Valle, con la presentazione dell’allora sindaco di Cagliari Eudoro Fanti e la coordinazione di Gaetano Madau Diaz, in ottima veste tipografica. Il lavoro del Della Maria, in 35 pagine molto illuminanti, si divide in capitoli, nei quali mette in luce la figura non solo del giornalista, letterato, giurista, politico, amministratore e deputato, ma soprattutto quella del sindaco di una città che, per opera sua, diventò moderna; e lo ricorda anche come sindaco durante la sommossa del 1906, poiché risultò “il capo espiatorio di una situazione economico-politica nella quale giocano – come egli scrive – e giostrano interessi, convenienze, tornaconti di classi e di uomini”. Il saggio è chiuso con 5 pagine ricchissime di note che fanno risaltare il lavoro fatto dal Nostro, tanto da renderlo scientificamente valido.

Poiché riesce materialmente impossibile fare in queste poche pagine una rassegna di tutto ciò che Giuseppe Della Maria ha pubblicato in oltre 40 anni di intensa attività, si rimanda a quanto pubblicato dall’estensore di queste pagine al ricordo nel n° 9 del 1988 del “Bollettino Bibliografico e Rassegna Archivistica e di studi storici della Sardegna”, anno V.

Sardegna magazine, agosto 1992

 

UN LIBRO SULLA BARONIA DI SENIS

Alcuni mesi fa nella Sala Consiliare della provincia di Oristano è stato presentato l’interessante volume “La Baronia di Senis”, di Giuseppe Masia, di oltre 350 pagine, formato grande. E’ un libro da leggere a sorsi, un po’ alla volta e meditare; un libro da conservare per le future generazioni, un libro che costituisce un degno complemento per la maggiore ampiezza del periodo studiato e per la più ampia varietà di temi trattati. Il corredo fotografico, poi, davvero superbo, fa di questo volume un grande gioiello, che deve essere portato a tutti gli amanti delle cose sarde, poiché è anche uno scrigno di perle preziose.

Le costanti ricerche dell’Autore presso l’Archivio di Stato di Cagliari, mirate a ricostruire la storia dell’antica Baronia di Senis, gli hanno permesso il ritrovamento di diversi documenti, che interessavano tutto il territorio della Baronia. Le fonti documentarie utilizzate sono prevalentemente i documenti dell’Archivio di Stato di Cagliari. Ne emerge un affresco che ha le tinte calde del tempo che non è stato capace di stendere su quelle vicende il proprio impietoso oblio.

Per l’archeologo Momo Zucca, che è stato uno dei presentatori, è un libro che si legge come un romanzo, con documentazione puntuale e riscontro diretto dei dati. Il volume apre con una sequenza dei villaggi che formavano la Baronia e vengono riportate interessanti notizie archeologiche che riportano lontano nel tempo, fino al neolitico. L’archeologo Zucca ha messo in evidenza la precisione degli argomenti trattati e ha messo in risalto l’importanza dei monumenti attribuiti ai cartaginesi e dei castelli di Laconi e di Senis e della penetrazione militare aragonese in Sardegna.

Il secondo oratore si è soffermato sulla presenza dei baroni feudali a Senis ed ha evidenziato che con la conquista dell’isola, i sovrani aragonesi concedevano le terre in Sardegna ai loro feudatari in compenso dell’aiuto dato a loro nella conquista. Si formarono in Sardegna molti feudi assegnati alle famigli catalane, aragonesi e valenzane Il feudo era il mezzo col quale la Corona d’Aragona prima e quella spagnola poi, ricompensarono la nobilita catalana-aragonese e valenzana, che con gente d’armi e con donativi aveva conquistato l’isola. Fu anche una istituzione di governo e di presidio. Infatti tutti i poteri del sovrano sia sui terreni che sugli abitanti, passarono al feudatario che imponeva ai vassalli tutte le imposte, proporzionato al numero degli abitanti del Comune.

Si dice che il castello di Senis, che era uno fra i più antichi della Sardegna, e di cui Masia porta una larga documentazione e individua il punto in cui si ergeva, fu costruito probabilmente nel secolo XI quando i sardi, cacciati gli arabi, ricuperarono la loro indipendenza. Così i più potenti fra loro, che avevano giurisdizione sopra le popolazioni vassalle, eressero tanti castelli; ma il castello di Senis dovette essere abbandonato prima del secolo XIV vale a dire nel 1300, quando appunto giunsero le armate catalano-aragone­si. Il territorio si trova a levante di Oristano, sparso di colline notevoli, bagnato dal fiume Imbesu, che si forma dai ruscelletti che scendono dalle pendici settentrionali alla Giara. Il suolo era ubertissimo, principalmente per la enorme produzione di cereali, uva, frutta, ortaggi, e non mancavano le selve e gli alberi ghiandiferi. La seconda parte si incentra sui signori feudali di Senis e l’Autore ha avuto la pazienza di cercare e di illustrare tutti i signori della baronia; e di stendere la loro genealogia, accompagnata dagli stemmi ad incominciare con la signora di Boixadors. Passa allora alla figura dei Pontons, segue la signoria dei Carbonell a Senis, continua con la signoria dei Botter e dei Madello a Ruinas e Mogorella e la signoria dei Joffre nell’attuale baronia. Poi, attraverso quella dei Cardona e dei Besalu, che sono i primi baroni di Senis, si giunge a quella dei Margens, dei Fagondo e dei Nin, che va dal 1570 al 1846, la signoria più lunga.

La terza parte tratta dell’organizzazione del fondo di Senis, nel quale sono inserite le liste feudali dal 1700 al 1833, che servivano per il versamento delle tasse feudali. Sono interessanti ed importanti perché da esse si conoscono le famiglie gravitanti nella baronia, i terreni, i cereali ed altre interessanti notizie, mentre la quarta parte è incentrata sull’abolizione del feudo, avvenuta tra il 1835 e il 1841, dopo di cui nascono i complessi comunicativi. Ogni parte è corredata di note che portano un grosso contributo alla conoscenza della storia della baronia. Nella parte finale con l’elenco dei beni di Senis, vi è inserito un glossario, vale a dire una raccolta di vocaboli, per lo più antichi o rari, o comunque meritevoli di spiegazione.

Il libro, che si presenta in veste tipografica editoriale splendida con una sovraccoperta che mostra un’immagine del castello baronale di Senis, riporta quadri riassuntivi, cartine, stemmi, bolle pontificie, sigilli, monete, atti di infeudazione ed è chiuso da otto appendici e dalle parti storiografiche e letterarie della baronia. Credo che quanto è stato scritto sia sufficiente a far comprendere quanta fatica ha profuso il prof. Masia nel lavoro, che è pregevole ed apprezzabile ed è un lavoro di fine pazienza e di passione. Il Masia ha dato alla luce una pagina di storia della Sardegna, una parte della storia della provincia di Oristano e del territorio della baronia di Senis, che va ad aggiungersi a quel grande quadro o mosaico rappresentante la vita secolare dei sardi, ancora in gran parte da dipingere e da completare.

Sardegna Magazine, dicembre 1992

 

PICCOLA STORIA CITTADINA DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA – LA VIA MANNO NEL 1929

 

Da un articolo del 1929 di un cronista della cronaca cittadina di Cagliari si possono estrapolare alcune  considerazioni sulla Via Manno, che da alcuni anni, come si apprende dalla lettura, aveva cambiato nome. Infatti era stata intitolata al Barone Manno, togliendo quello primitivo che durava certamente da moltissimi secoli. Era conosciuta come “Sa Costa”. Nella “Guida” dello Spano, del 1861, essa si chiamava contrada della Costa.

Il cronista de “L’Unione Sarda”, che si potrebbe ravvisare in Mario Pintor, inizia il suo articolo scrivendo che la Via Manno non per nulla aveva il vanto di aver tolto alla vecchia via l’antico nome, imponendo il suo e il Barone Manno aveva  il diritto di scendere dagli scaffali della Biblioteca universitaria, ove era rimasto in penombra, e chiedere come altri, anche minori di lui, il respiro di una via. E gli fu data “Sa Costa che, delle vie cittadine dev’essere tra le più antiche, come era ed è, la più simpatica rappresentante dell’aristocrazia del commercio”.

E poiché “Sa Costa”, anche dopo il cambio di nome continuava ad essere chiamata col suo vecchio nome, il cronista scrive che anche dopo tanti anni di Manno, “c’è molta gente, in Cagliari, che preferisce ricordarla col nome di origine, tratto chi sa da quale motivo contingentale. Probabilmente, seguendo essa un bel tratto della cortina dei bastioni, dava l’immagine di una costiera e fu detta “Sa Costa”; ma non essendo noi degli storici e nemmeno degli attenti rovistai della storia, lasciamo che ciascuno la pensi come vuole”.

A riguardo poi del passaggio del tram nella via, fa la considera­zione che “Cagliari continuerà a camminare egualmente per via Manno, come vi camminò quando era “Sa Costa”. Solo che allora si camminava in libertà, mentre ora non si sa più, a motivo del tram, se reggersi a destra o a sinistra, e, comunque, si cammina male, da qualsiasi parte ci si tenga. Perché della nostra via Manno che mutata mutandis fa il paio con la Via Condotti di Roma, non si è rispettato né il suo sviluppo serpentino, né la naturale angustia, mentre è serbato molto rispetto ai ciottoli, che sono ancora quelli di “Sa Costa”, quando vi si camminava in pochi e vi passava qualche traeca o i cavalli inghirlandati per la benedizione di S. Antonio”

Avendo saputo che si sarebbe provveduto ad una moderna sistemazione della strada osserva che “sarà cosa che tornerà ad onore di Manno e a sollievo dei conterranei dello storico, ma non si parla egualmente del tramutamento della linea del tram che, non ha necessità assoluta di turbare il passaggio dei cittadini nella via erta, stretta e angolare”. Altra considerazione riguarda la Chiesa di santa Caterina, dato che la “Via Manno”, non per nulla ha il vanto di rappresentare l’aristocrazia del commercio. Essa, fin dalle origini, fu il piccolo emporio di Cagliari e fu probabilmente per tal motivo che i genovesi – animatori di commerci in tutto il mondo e perciò anche di Cagliari – vi eressero la loro bella chiesa, votata a Santa Caterina da Genova (sic), con l’esercizio del culto -  ci sia permesso dirlo che non c’è niente di male – a carattere elegante, attivo e progressivo nel cammino della Chiesa”. “La messa domenicale di mezzogiorno a Santa Caterina, – osserva il cronista  raccoglieva, come San Silvestro a Roma, il fiore delle famiglie elevatesi a grande dignità nel ceto dei commercianti e negozianti e i genovesi dell’arciconfraternita, quando uscivano o quando escono, a novembre ci pare, in processione col simulacro della martire, impongono alla celebrazione una certa aria dì mondanità che piace e la fa distinguere dalle altre”.

L’articolo conclude con la considerazione sul tram e sulla chiesa dì sant’Antonio e scrive che “meno pomposa nelle manifestazioni chiesastiche, la Chiesa di S. Antonio, che sta al centro, è un gioiello architettonico, ma l’architettura esteriore, oggi che la via è tormentata dal saliscendi del tram, le procura un dolore: quello di avanzarsi troppo sullo spazio dei pedoni, formando uno stretto pericoloso tra lo scalino d’accesso alla chiesa e alla rotaia del tram”.

Sardegna Magazine, dicembre 1992

 

NELL’ARCHIVIO DELLA CORONA D’ARAGONA – RITROVATO UN ANTICO DOCUMENTO SU BONARIA

 

Alcuni anni fa ho rintracciato, nell’Archivio d’Aragona di Barcellona, un importante e interessante documento di due pagine, scritto da Cagliari dal Priore di Bonaria, il commendatore Sisinnio Boy, in data 8 luglio 1613, che serve per meglio conoscere la storia del Convento mercedario e del Santua­rio di Bonaria. Il Boy si lamentava presso il sovrano di Spagna poiché, da quando i serenissimi re d’Aragona Alfonso e Pietro, prede­cessori di Filippo III, allo­ra regnante in Spagna, avevano fondato la santa casa di N.S. di Bonaria, nel 1325, per la conquista dell’Isola, togliendola ai Pisani, e avevano portato in Sardegna la religione di N.S. della Mercede nel 1336, la terza o la quarta casa dell’Ordine ad essere fondata, il santuario e il convento non avevano avuto mai modifiche; però, togliendo la chiesa che, sebbene stesse molto bene di fronte al mare e ben sistemata con l’immagine santissima miracolosamente portatavi dal mare, e adorna di infiniti miracoli, (e la fabbrica era in degrado, senza traccia di convento, per cui il suo predecessore la mise in condizioni di potervi dimorare comodamente poco meno di 50 frati, per festeggiare e onorare la miracolosa immagine), il convento era in condizioni misere e non poteva, senza un aiuto straordinario,  continuare i lavori nella fabbrica; così al Priore era sembrato, per non fermare l’opera e lasciare tutto incompleto, supplicare il sovrano affinché acconsentisse l’esportazione di sei o settemila rasieri di grano (un antica misura di capacità usata a Cagliari ed equivalente a circa 177 litri), già richiesti in altra occasione con un memoriale con il quale si chiedeva di elargire un’elemosina.

Così il Boy con quest’ultima richiesta, per maggior gloria della Regina degli Angeli e per rendere onore e per avere merito dal Sovrano, che era il proprietario della fabbrica e del santuario, chiedeva fortemente l’aiuto e provvedeva a pregare Dio per la reale casa affinché la proteggesse e le desse tanta gloria. Dopo il memoriale e la lettera, che ci portano a conoscere che i lavori di ristrutturazione della fabbrica e del santuario si erano fermati, questi ripresero, e per la metà del Seicento furono portati a termine. Furono ampliati i locali del convento e fu costruita ex novo una sacrestia, quella che tuttora funziona a sinistra dell’altare maggiore, mentre la vecchia, che si trovava dietro lo stesso altare, fu impiegata per altre funzioni ed è adibita oggi ad ufficio parrocchiale.

L’Eco di Bonaria, gennaio 1993

 

CAGLIARI NELL’INFERNO DEL ’43

In queste pagine ricordiamo i bombardamenti che, proprio cinquant’anni fa scolvolsero la città di Cagliari

 

I segni evidenti di quella immane tragedia non riescono a cancellare quel dramma che sconvolse la città. Basta osservare attentamente le colonne dei portici lungo la via Roma, i muri di parecchie case dei quartieri della Marina, del castello e di Stampace e in parecchi altri luoghi. Le azioni militari e i bombardamenti su Cagliari ebbero inizio subito dopo lo scoppio del conflitto mondiale e sin dal 10 giugno del 1940 la città viveva l’incubo degli allarmi e dei bombardamenti. Quasi tutte le notti, per tre anni, dal ’40 al’43, i cagliaritani venivamo svegliati dalle sirene degli allarmi; per fortuna però si era sempre trattato di falsi allarmi e perciò si erano abituati a convivere con questa triste abitudine. La vita era stata, in quegli anni, molto triste e le difficoltà economi-che avevano costretto i cittadini a molti sacrifici. Tutte le merci erano sparite dai negozi: mancavano i tessuti, le scarpe e ogni altro tipo di vestiario. Non esistevano più collegamenti navali con la penisola e la Sardegna, priva di industrie, si trovò senza merci di alcun genere. I generi alimentari di prima necessità erano tesserati e potevano essere acquistati solo dopo file estenuanti che duravano due o tre ore.

L’inverno del ’42-43 fu abbastanza rigido e piovoso e fare la fila, di mattina per il pane, di sera per il latte di pecora e per l’olio, comportava almeno tre ore al giorno di intemperie sopportate con infinita pazienza. Non esistendo più in commercio scarpe di pelle (quelle belle e calde che sognavo di notte!), i sandali, costruiti artigianalmente con strisce di pelle vecchia riciclata, erano l’unica difesa ai poveri piedi; in sostituzione si potevano usare gli zoccoli in legno fatti con strisce di feltro ritagliate da vecchi cappelli. Altro grosso problema era il pane, o meglio, la mancanza di pane. La razione giornaliera prevista dal tesseramento era di un panino a testa (100 gr.). La vita in città, intanto, andava spegnendosi. Non si trovava più un solo negozio aperto e chi voleva trovare da mangiare doveva spostarsi in bicicletta sino ai paesi del vicino Campidano, a Quartu, a Monserrato, a  Sinnai.  Migliaia  di  cagliaritani orbitavano ormai intorno a quei paesi che non erano preparati a sopporta­re una così forte richiesta di generi di prima necessità. Si erano creati dei punti di vendita nelle case di alcuni privati che, come si diceva allora, vendevano a “sa martinica” sottobanco e a prezzi altissimi. I rivenditori abusivi (is martinicheris) diven­nero in pochi giorni ricchissimi però permisero ai pochi cagliaritani rimasti in città di poter sopravvivere in quelle drammatiche giornate.

La prima incursione aerea sul capoluogo ebbe luogo il 17 febbra­io. Fu la prima giornata triste che sconvolse tutti gli animi. L’attacco aereo durò una mezz’ora provocando una immane tragedia. Cessata quella furia, ci si volle rendere conto di quanto era accaduto. Chi a spalle, chi con altri mezzi di fortuna trasportava dei feriti all’Ospedale Civile. Si seppe che molti uomini, donne e bambini che si trovavano ammassati davanti al rifugio di Santa Restituta, in attesa di entrarvi, erano stati falciati da proiettili di mitraglia e da schegge di piccole bombe. Ciò accadde, poiché l’ingresso al rifugio era molto stretto, sebbene il portone d’entrata avesse un’ampia apertura. Per terra giacevano molte persone colpite dalle bombe e dai proiettili. Alcune erano già esanime, altre in­vocavano aiuto.

Intanto giungevano notizie di altre vittime in diversi luoghi della città e di parecchie case colpite e danneggiate e voci sempre più allarmanti sui danni subiti dagli altri centri dell’Isola. A Gonnosfanadiga era stata colpita, tra l’altro, una scuola elementare e centinaia erano i bambini morti e feriti. A partire da quel giorno, la vita dei cagliaritani divenne ancora più misera e affannata. Si rimaneva nel rifugio il più a lungo possibile e si usciva solo per trovare un po’ di cibo o per trasferire dalle abitazioni un po’ di masserizie, coperte soprattutto. Qualcuno aveva portato dei tavoloni di legno che, sollevati dal terreno con delle pietre, potevano servire di giorno come sedili e di notte come giaciglio che, anche se duro, era meno freddo della nuda terra.

Dopo quel primo giorno di lutto e di morte, i successivi passarono nella tristezza e nella paura di altre incursioni più violente. Arrivò, purtroppo, quel terribile bombardamento del venerdì 26 febbraio. La gior­nata era iniziata all’insegna del bel tempo e il sole tiepido annunciava l’arrivo della primavera. Verso la fine della mattinata ci fu il solito allarme, l’urlo delle sirene non ci aveva impaurito più di tanto. Improvvisamente, invece, l’aria fu squassata da improvvise esplosioni e subito dopo, assieme al rombo degli aerei, un odore pesante, di polvere, rese difficile respirare. Il panico si impadronì di tutti noi, fu un fuggi fuggi generale, una corsa disperata verso i rifugi. I più coraggiosi, finito l’allarme, erano usciti per controllare i danni subiti dalla città durante il bombardamento; la maggior parte, invece, aveva preferito trascorrere la notte al riparo e solo alla mattina del sabato, quando tutto sembrava oramai tranquillo, parecchie famiglie ebbero il coraggio di tornare nelle rispettive abitazioni. Quella notte nessuno dormì, del resto sarebbe stato impossibile, perché il rumore dei camions militari e delle sirene era continuo. Di tanto in tanto rientrava qualche coraggioso che portava le ultime notizie dall’esterno.

“Hanno colpito il porto e due navi stanno bruciando” diceva uno e subito dopo: “la Marina è stata colpita e stanno scavando per togliere i morti da sotto le macerie” rincarava un altro. Alcune improvvise esplosioni non precedute dal fischio delle sirene dell’allarme preoccuparono ancora di più e si restò a lungo col fiato sospeso. Solo dopo qualche ora si venne a sapere che erano alcuni depositi di carburante che avevano preso fuoco ed erano esplosi nella zona militare di Sant’Elia, o forse di Calamosca. Le notizie si intrecciavano e spesso si contraddi­cevano e tutto ciò faceva aumentare il panico e la confusione. Per tutta la mattina del sabato restammo ad ascoltare le notizie che provenivano dagli altri quartieri della città, ma non avevamo il coraggio di allontanarci e di andare a vedere cosa era successo; temevamo che da un momento all’altro squillasse l’allarme e di dover quindi correre di nuovo, con la famiglia, al rifugio.

Per fortuna in città esistevano numerosi rifugi, grotte naturali che costellavano tutta la parte collinare della città vecchia e di Castello. I più frequentati erano quelli di via Porto-scalas, che aveva offerto riparo agli abitanti del Corso Vittorio Emanuele, quello della grotta Marcello, in Piazza Jenne, e quelli in cemento armato, costruiti dentro il Porto, di fronte alla darsena, che avevano ospitato sia i militari, sia i civili accorsi dalle strade vicine. Gli abitanti di Bonaria avevano trovato ricovero nelle grotte che si aprono sotto il colle e le grotte del giardino pubblico avevano accolto gli abitanti di Villanova.

Purtroppo, però, ci furono molti morti e tanti feriti. La sorpresa aveva contribuito a peggiorare il danno causato da quel primo bombardamento. Per tutta la giornata i camion militari avevano proseguito nel loro andirivieni; passavano carichi di macerie e di tanto in tanto si udivano le sirene delle auto che portavano i feriti all’ospedale, proprio dietro la nostra casa. Per fortuna nessun allarme aereo interruppe il lavoro di quel giorno e la sera, dopo una lunga discussione, i nostri genitori decisero di rischiare e di stare a dormire a casa. In caso di necessità in pochi minuti, di corsa, avremmo raggiunto il rifugio che distava solo poche decine di metri. Andammo a dormire vestiti e solo la stanchezza ci aiutò a prendere sonno. La porta d’ingresso venne lasciata aperta. Tutto era predisposto per una eventuale fuga, anche un cestino con un po’ di cibarie era stato posto dalla mamma accanto all’ingresso.

Sebbene il giorno dopo fosse l’ultimo del mese di febbraio, splendeva un sole primaverile e faceva piuttosto caldo per quella stagione. Il cielo era terso e non lasciava intravedere una nuvola. Questo poteva essere invitante per un bombardamento. Non fu suonato neppure l’allarme, non si fece a tempo. Fu questione di attimi; molte famiglie, come pure la mia, furono colte di sorpresa nelle loro abitazioni. Era infatti iniziato il tremendo bombardamento della domenica 28 febbraio; data indimenti­cabile per tutti quei cagliaritani che vissero quei momenti. Il bombardamento continuava implacabile. Si sentivano in conti­nuazione i fischi delle bombe e pochi attimi dopo forti esplosioni e boati che indicavano l’abbattimento di palazzi, chiese e monumenti. Ad ogni esplosione ci cadevano sopra calcinacci e la nostra abitazione con­tinuava a traballare.

Eravamo impietriti e ad ogni scop­pio pensavamo che nessuno di noi dalla paura sarebbe uscito fuori da quel cataclisma. Eravamo in mezzo ad un vortice di fuoco e di morte, che da un momento all’altro poteva travolgerci. Ad un tratto il fabbricato ebbe un forte sobbalzo. Lo scoppio violento di una bomba, caduta certamente molto vicina, spalancò improvvisamente il portone che dava alla strada. Entrò un nuvolone di polvere che ci avvolse tutti. Ci prese un attimo di smarrimento, credem­mo che il palazzo di fronte fosse stato colpito e che le macerie aves­sero ostruito il nostro ingresso. Dopo alcuni minuti la nuvola di polvere si diradò e quasi increduli constatammo che il portone era soltanto scardinato e il palazzo di fronte era ancora intatto.

Il bombardamento intanto continuava e assieme ai forti boati e alle esplosioni violente si sentiva il rumore degli aerei che faceva supporre che fossero tanti e che avessero l’intento di continuare ininterrottamente il loro lavoro di distruzione. Dopo più di un’ora di quel continuo e infernale sconquasso, che ci sembrò una eternità, tutto si calmò. Come improvvisamente aveva ini­ziato così improvvisamente cessò. Aspettammo con ansia di udire il segnale di cessato allarme, ma non si sentì nulla. Pensammo, allora, che l’incursione aerea avesse avuto un attimo di sosta e che avrebbe ripreso quanto prima. Si aveva paura di muoversi, e così stemmo per altri lunghissimi minuti in attesa di eventi. Non accadde altro. Gli aerei nemici si erano allontanati definitivamente, lasciandosi dietro un mare di rovine e una infinità di morti. Dopo il bombardamento, mio padre radunò i figli più grandi per prendere una decisione: continuare a vivere in una città nelle grotte e porre in pericolo la nostra vita oppu­re allontanarci in tutta fretta? Fu scelta la seconda soluzione: abbandonare la città per sfuggire, sia ad altri possibili attacchi aerei, sia ad un probabile sbarco; era ormai convinzione di tutti che quei massicci bombardamenti precedessero lo sbarco delle forze nemiche nell’isola; e questo, anche perché gli angloamericani si trovavano in Algeria sin dal dicembre del 1942 e nei mesi successivi avrebbero certamente sferrato l’attacco finale contro la nostra nazione.

Il primo di marzo, finalmente la fuga. Sì, una fuga triste, dolorosa ma necessaria. Non c’era però la possi­bilità della partenza immediata per due motivi, primo perché non si poteva raggiungere in quattro e quattr’otto la stazione ferroviaria delle Complementari, comunemente chiamata “Ferrovie Secondarie “, poco distante dal porto; secondo perché non si sapeva se la stazione e le sue strutture avessero subito danni tali da poter essere utilizzate. Per non restare in casa durante le ore successive, perii pericolo che gli aerei nemici tornassero, venne deciso di andare subito al solito rifugio per trascorrervi la notte, mentre uno della famiglia sarebbe andato alla stazione per vedere in loco la situa­zione. Avremmo ritrovata la nostra cara casa al ritorno alla fine della guerra? Quanto sarebbe stata lunga la lonta­nanza forzata dalla nostra città? Saremmo rientrati dopo pochi mesi oppure anni o avremmo dovuto abitare in un altro quartiere? Questi ed altri pensieri tristi si presentavano nella mia mente e in quella dei miei cari nell’attimo della fuga. Inoltre la città era calata in un profondo silen­zio e non aveva neppure la forza di trattenere i suoi figli che l’abbando­navano al suo destino.

Dopo aver percorso il lungo viale, passammo sotto la torre dell’Elefante, e poi percorremmo la via Università. Anche qui palazzi distrutti, muri cadenti o lesionati, e montagne di pietra sulle strada da superare e diverse case pericolanti da evitare. Pochissimi edifici rimasti illesi. Dell’antico Teatro Civico, che durante le stagioni sinfoniche e teatrali era sempre strapieno della migliore società cagliaritana, restava solo la struttura esterna, come è tuttora. Anche il nuovissimo teatro di Viale Regina Margherita, il Politeama, distrutto interamente da un pauroso incendio di alcuni mesi prima, era un ammasso di macerie. Ricordo con immenso piacere di aver assistito diverse volte a manifestazioni liriche e alcuni films di guerra. Il Bastione di Saint Remy, alla destra del Teatro Civico, costruito all’inzio del secolo, si presentò ai nostri occhi quasi distrutto. La “Porta dei Leoni”, passaggio obbligato dalla città bassa al quartiere alto, aveva resistito e così la potemmo superare. Continuammo per il Viale Regina Margherita, dopo aver lasciato alle nostre spalle la Piazza Martiri. Non si vedevano che macerie e voragini nonché rivoli d’acqua che fuoriusci­vano dalle condutture saltate.

L’albergo della “Scala di Ferro” con le sue mura merlate, uno dei migliori di allora, fu colpito in varie parti. Svoltammo, poi,l’angolo che immetteva nell’ultimo tratto del viale e scorgemmo il porto illuminato a giorno dal grosso incendio delle navi alla fonda e fummo pervasi da un acre odore di fumo e da una enorme nuvola che si elevava fino al cielo. I locali della Manifattura Ta­bacchi, alla sinistra del viale, un ex convento di cappuccini nei secoli precedenti, formavano una monta­gna di macerie e molti alberi del viale erano sradicati e qualche altro spezzato in due, come se fosse stato reciso da una sega elettrica. Terminammo di percorrere il lungo viale e incominciammo quello di viale Bonaria. Le basse costruzioni ai due lati erano danneggiati. A fatica facemmo l’ultimo tratto fino alla stazione, che nella parte esterna non aveva subito danni al contrario dell’edificio interno che dava al viale Armando Diaz era fortemente lesionato. La ex Satas, ove oggi sorge il palazzo delle Assicurazioni Venezia, era completamente distrutto, e molte carrozze automobilistiche sventrate e con­torte. Uno spettacolo veramente allucinante.

Stremati più dalla fatica del lungo cammino che dal peso dei bagagli, giungemmo alla meta. Avevamo portato poche robe e alcuni vestiti, dato che non ci era stato possibile caricare quanto sarebbe stato necessario per una lunga lontananza .Solo quando si fosse avuta l’occasione, si sarebbe provveduto al trasporto delle suppellettili. Durante il trasferimento dal rifugio alla stazione notammo solo desolazione. Il tragitto fu molto più lungo e difficile del previsto. Ci dovemmo fermare diverse volte per spostare qualche masso che ostacolava il nostro passo. Giun­gemmo così alla stazione che erano quasi le sei. Ci rallegrammo nel vedere che i vagoni erano sul binario di partenza. Molti posti erano già occupati e questo ci fece comprendere che coloro che ci avevano preceduto, avevano bivaccato tutta la notte per essere sicuri di partire e allontanarsi dalla Cagliari. Salimmo nell’ultimo vagone, per­ché venimmo informati che non si doveva cambiare carrozza per raggiungere la stazione di Serri, dove saremmo dovuti scendere. Il convoglio, infatti, avrebbe fatto scalo a Mandas e qui si sarebbe diviso in due: una parte avrebbe continuato per Isili, Laconi e Sorgono, passando per Serri, mentre l’altra per Nurri, Lanusei ed Arbatax. I sedili erano di legno e scomodi, le carrozze sconquassate e molto vecchie, ma quello non era né il momento, né l’occasione per farci caso. Mio padre era molto stanco e madido si sudore per la grande fatica; per lui il tragitto era stato veramente massacrante e simile alla salita del Monte Calvario.

L’attesa era spasmodica perché si temeva che arrivassero gli aerei americani per completare il loro massacro. Diversi passeggeri si addormentarono, forse anche loro esausti della lunga attesa, altri mostrava­no nei loro visi la paura e l’angoscia nel raccontare le loro disavventure. Ci fu chi raccontò di non aver ritrovato la propria casa nel rientrare dopo il bombardamento. I volti dei passeggeri erano segnati dalle sofferenze e dalla fame, dal timore e dal terrore di venire colti dagli improvvisi ululi della sirena e dai fischi delle bombe. Tante persone non toccavano cibo da più di due giorni per non aver trovato nulla da mettere sotto i denti, altre, più fortunate, conservavano qualche tozzo di pane duro e lo nascondevano agli altri per non essere costretti a dividerlo. In tali frangenti l’uomo diventa perfino egoista. Finalmente arrivò l’alba, un’alba diversa da molte altre: quella che ci portava la certezza della partenza e quindi l’allontanamento da quel luogo desolato.

Le ultime ore sembravano più lunghe del solito, mentre nelle nostre menti passavano, come un carosello d’immagini, le ore d’inferno delle precedenti giornate a ricordarci il dolore e la sofferenza. Intanto tutti i vagoni si erano riempiti e risultavano già stracarichi. In quelle fetide carrozze ferroviarie i passeggeri erano stipati eppure ne arrivavano altri. Sembravano tante formiche che, costrette a nascondersi per un forte ed improvviso temporale, riprendevano il lavoro interrotto e continuavano la ricerca del mangime per il loro normale sostentamento. Così apparivano quelle persone, che, dopo una tremenda notte passata nei disagiati rifugi, si affrettavano a cercare i mezzi di trasporto per allontanarsi da quel luogo che ormai non offriva alcuna sicurezza e in cui non vi era possibilità di vita.

L’ora della partenza era trascorsa da alcuni minuti la gente chiedeva con insistenza il perché di quel ritardo. Molti passeggeri protestarono e inscenarono una pacifica dimostra­zione. Ricordo che parecchie persone, salite nell’interno dei vagoni dai finestrini e sui tetti delle carrozze, venivano sollecitati a scendere, perché era pericoloso viaggiare in quelle condizioni. Dopo lunghe discussioni e l’assicurazione che un altro treno sarebbe partito, la situazione si normalizzò. Si udì il fischio della locomotiva e il convoglio si mosse lentamente e con lo stesso passo superò il recinto della stazione. La linea ferroviaria non aveva subito danni, sebbene diverse bombe fossero cadute nelle vicinanze e lungo il recinto del Camposanto. Dai fine­strini potemmo dare uno sguardo al Cimitero Monumentale sotto il Colle di Bonaria. Vedemmo diverse tom­be scoperchiate, monumenti sepolcrali distrutti e cancelli divelti.

Intanto il convoglio, col solito passo, raggiunse la via Dante e lasciò scorgere a sinistra le macerie della Chiesa paleocristiana di San Saturno e a destra, oltre la piazza, oggi denominata Piazza Repubblica, il nuovo Palazzo di Giustizia colpiti in diverse parti. Quella visione di distruzione continuò fino all’apparire della campagna. La prima stazione raggiunta fu quella di Monserrato, una frazione poco distante da Cagliari, e poi quelle di Settimo, Donori e Dolianova.

Quel terribile anno 1943 fortunatamente passò, ma non ebbero termine le sofferenze. L’anno successi­vo non si prospettava migliore; persisteva la guerra, la fame e la miseria, ma si era fiduciosi in una pronta ripresa anche se lenta. A Cagliari la vita riprendeva lentamente anche se perduravano tante incognite. Molti cittadini rientrarono alle loro case, mentre altri sarebbero rientrati non appena avessero avuto la possibilità di trovare una abitazione. Incominciò subito la ricostruzione, seppure lenta e contrastata da diverse contingenze. Erano giunte, intanto, le truppe americane che portavano i generi di prima necessità, e non scomparvero in un primo tempo le tessere annonarie, poiché rimaneva l’incertezza economica e continuava la vendita sotto banco (la borsa nera) di molti generi ali­mentari.

La nostra vita riprese normale, anche se la guerra continuò per un altro anno causando sofferenze e lutti a milioni di Italiani. L’alacrità e l’amore dei cagliaritani per la loro città superò ancora una volta l’odio dell’uomo. Certo la ricostruzione fu lenta e difficile, ma qualche cosa dell’antico vigore era rimasto ed oggi, a distanza di cinquant’anni, sulle rovine, si leva una nuova realtà che è sicura speranza per gli anni futuri e che mi rende felice.

Sardegna magazine, febbraio 1993 (servizio con Gianni Manconi) e Sanluri notizie, 15 gennaio 1993

                         

CAMILLO BELLIENI, IL PADRE DELL’IDEOLOGIA SARDISTA

 

Nello scorso mese di gennaio ricorreva il centenario della nascita di Camillo Bellieni e la stampa sarda non ha avuto il minimo ricordo per una delle figura di maggior rilievo nel quadro della Sardegna politica e letteraria del primo settantennio dell’attuale secolo, che lo vide attivo e militante nel campo politico, collaboratore di riviste e periodici e autore di studi storici sardi. Nato a Sassari il 31 gennaio 1893, figlio di un farmacista, studiò nel ginnasio e liceo della città turritana. Si laureò prima in leggi presso l’Università della sua città e poi in Filosofia in quella di Roma. Ebbe compagno di classe Palmiro Togliatti, che si trovava a Sassari perché il padre era economo del Convitto Nazionale. Nei primi anni della sua giovinezza, nel capoluogo turritano erano sorti i fermenti federalistici: gli uomini di cultura, i cosiddetti intellettuali, si trovavano in contatto con i capi del pensiero meridionalistico. Si leggeva Mazzini e si discutevano le teorie del Salvemini.

Nel 1913, vinse il concorso come segretario capo della biblioteca della scuola di ingegneria di Napoli, città in cui visse per anni, facendo amicizia con esponenti del mondo culturale, tra cui l’illustre docente Marussia Bakunin, figlia del grande pensatore anarchico. L’anno successivo si iscrisse all’Unione Radicale napoletana, di cui il presidente di allora divenne sindaco di Napoli dopo la liberazione della città, nel 1944. Prese parte alla prima guerra mondiale nelle file delle Brigata Sassari e durante la permanenza al fronte aveva avuto vicino Emilio Lussu e Attilio Deffenu, quest’ultimo caduto in combattimento nel 1918, all’età di 25 anni, alcuni mesi prima della fine della guerra. Al suo ritorno in Sardegna, incontrò Arnaldo Satta Branca, che pose l’iniziativa di costituire una Società di Reduci della trincea, alla quale il Bellieni aderì, diventando Delegato regionale per la Sardegna e partecipando al Congresso nazionale tenuto a Napoli, dove venne eletto nel comitato centrale. L’esigenza di creare un movimento politico che si contrapponesse alla continua e pressante azione accentratrice del governo, e che facesse rivivere, potenziandola, l’aspirazione autonomistica, spinse il Bellieni, associatosi a Lussu e a Giovanni Battista Puggioni, a sfociare in un movimento sardista, che nel 1920 portò alla creazione del Partito Sardo d’Azione. Il Lussu ne divenne capo e animatore, per designazione del Bellieni, il quale ne fu riconosciuto 1′ideologo.

Il Bellieni avrebbe voluto impostare l’ideologia della autonomia sarda sui filoni della storia della Sardegna, con collegamenti, almeno ideali, con i moti del Settecento, conclusisi con la cosiddetta rivoluzione angioina, con relativo riconoscimento della esistenza di una Sardegna nazione, da considerarsi come una realtà da non dimenticare e da non ridurre a semplice emarginazione .Nel 1924, nella collana della “Avanguardia di Sardegna”, della fondazione il Nuraghe, diretta da Carta Raspi, pubblicava una acuta analisi su Attilio Deffenu e il Sardismo in Sardegna, in cui scriveva che nella nostra isola era necessario creare una società capitalistica con presupposti per la riscossa del proletariato.

Distrutto ed in parte assorbito il Partito Sardo d’Azione dal Fascismo, Camillo si chiudeva in se stesso, dandosi all’insegnamento nell’Istituto Magistrale di Trieste e poi, epurato per il suo antifascismo, si diede agli studi storici sulla Sardegna, dei quali si era già occupato tra il 1924 e il 1925 con articoli apparsi sul Nuraghe. Dopo il 1925 pubblicava l’importante opera fondamentale “La Sardegna e i sardi nella civiltà del mondo antico”, in due volumi, scagliandosi contro l’economia schiavistica. Quattro anni più tardi pubblicò una interessantissima biografia su Eleonora d’Arborea. Il 1931 è l’anno culturalmente più fecondo, poiché, dopo un attento studio pubblicato in “Studi Sassaresi”, dava alle stampe il volumetto, “II Caput fiscale in Sardegna nel Basso Impero” e poi, “Capitatio plebeia e capitatio humana”. Silenzio fino al 1943. In quell’anno, caduta la dittatura fascista e liberata la Sardegna dal fascismo, il Bellieni, che si trovava in continente, tornò nell’Isola e fu tra i primi a mettersi al lavoro per ricostituire il Partito Sardo. Prese parte a convegni, ad incontri, constatò che le sue teorie sul sardismo sardo si andavano modificando, manteneva contatti diretti con i partiti nazionali, caldeggiando una autonomia nazionale sarda innestata pienamente nel contesto nazionale italiano. Sostenne una autonomia nazionale sarda da confederarsi con gli altri Stati europei. Si sentì emarginato in quel partito del quale era stato il più autorevole ideologo. E quando Lussu, nel 1949, dopo che il partito sardo ebbe un momento dì crescita l’anno prima nelle elezioni regionali, lasciò il partito, ritenendolo superato, per entrare in quello socialista, il Bellieni abbandonò la vita pubblica e si rifugiò a Napoli. Ritornava però di frequente a Sassari e si tratteneva per alcuni mesi; si rammaricava del declino sardista dicendo che la colpa era perché non era stata cementata bene l’unione tra il movimento politico e la classe operaia e sindacale, e così metteva il sindacato alla base dell’economia sarda e quindi il partito sarebbe cresciuto.

Era un sardo fervente. Gli storici continentali lo hanno ricordato nei lavori del LIII Congresso di Storia del Risorgimento tenutosi a Cagliari dal 14 al 18 ottobre 1986, inserendo la sua figura nel più vasto contesto delle vicende politiche italiane. Il prof. Tito Orrù, presidente del Comitato, in quell’occasione ha detto che inserire Camillo Bellieni nella storia risorgimentale italiana è dare una dimensione nazionale all’ideologia autono­mistica del partito sardo d’azione e al suo programma di coagulare in un movimento più vasto le istanze regionalistiche affioranti in altre regioni del nostro Paese. Camillo Bellieni è stato senz’altro una figura di rilievo del quadro della Sardegna politica e letteraria del primo settantennio del secolo attuale, che lo vide attivo e militante nel campo politico, collaboratore di riviste e periodici e autore di studi storici. Possiamo dividere la sua vita in quattro fasi: la prima, politica ideologica, negli anni 1912-1924; la seconda, di scrittore, dal ’24 al ’44; la terza, dal ’44 al 47, ancora politica, e infine la quarta dal ’47 alla morte, avvenuta in Napoli il 9 dicembre 1975, nuovamente letteraria e storica.

Era uno spirito inquieto ed estroso, cercava evasione nella storia, pubblicando due grossi volumi, che presentano la lunga storia dei sardi nelle grosse vicende, dalla preistoria alla fine del periodo giudicale, e ad alcuni scritti che si riferiscono alle battaglie politico e alla esposizione del suo pensiero ideologico. È ritenuto giustamente il massimo teorico ed ideologico del Partito sardo d’azione, tanto da chiamarlo il padre del partito e sostenitore della autonomia sarda. Pose le basi della sua linea ideologica autonomista nel grande discorso di Tiesi. Partecipò a movimenti culturali nazionali collaborando a “Critica politica” e al periódico “Volontà”, a fianco di Lussu, Puggioni, Fancello e Calamandrei, affermando sempre la volontà dei sardi di raggiunge­re l’autonomia e con essa l’affermazione della cultura e della lingua sarda.

Sardegna Magazine, febbraio 1993  e Sanluri notizie, 30 aprile 1993

 

     SAGRE DI FESTA E DI FOLCLORE: ARBUS, GUSPINI, S. ANTONIO DI SANTADI E MACOMER

 

In molti paesi dell’Isola, in questo mese di giugno, si festeggiano Sant’Antonio da Padova, il 13, San Giovanni Battista, il 24, e San Pietro, il 29. Ma l’appuntamento classico, a metà mese, non tanto per il pro­gramma quanto per la venerazione, che la cittadina di Arbus e tutta la zona dimostra per Sant’Antonio, si svolge nella borgata di Santadi, distante 25 chilimetri da Arbus, località distante da Cagliari 67 chilometri. Questa sagra di fede e di folclore, che ricalca usi e tradizioni cristiane, risalenti a più di un secolo fa, assu­me, oltre al carattere religioso, una importanza particolare di richiamo turistico, essendo la località di Santadi sulla costa occidentale. E’ la sagra più caratteristica della zona e una delle più suggestive della Sardegna, che rischiarmi migliaia e migliaia di fedeli e di turisti, ed è la sagra che apre ufficialmente l’estate arburese. La pregevole statua lignea del Santo, opera di un ignoto artigiano del luogo, viene collocata su un caratteristico cocchio dorato, trainato da un trattore al posto del giogo di buoi, come accadeva sino a qualche decennio fa. Il corteo parte dalla parrocchia di Arbus, accompagnato da una lunga fila di traecas, da trattori agricoli e da motorette addobbati a festa.

La lunga processione, che prende le mosse nella prima mattinata di sabato, attraversa l’abitato di Guspini, dove sosta per qualche minuto per ricevere l’omaggio dei fedeli e poi si avvia lentamente alla volta di Sant’Antonio di Santadi. Qui giunge all’imbrunire, dopo circa otto ore di viaggio, attraverso campagne desolate e lungo i margini del placido stagno che si trova nelle vicinanze della chiesa campestre. Intorno al santuario si raccolgono i fedeli che hanno fatto ala al passaggio del simulacro e quelli che giungono da ogni parte della zona, per prendere parte alle cerimonie religiose. La notte della domenica si fa festa intorno alle traccas, mangiando e bevendo fino all’alba del lunedì. Nel pomeriggio del lunedì, si svolge una processione lungo il tragitto e il simulacro, portato a spalla, giunge alla sommità del monte Torrelli. Terminati i festeggiamenti nella borgata, il martedì mattina il cocchio riparte per fare ritorno Arbus, dove giunge la notte, dopo aver attraversato nuovamente le lo­calità toccate nel viaggio verso Sant’Antonio di Santadi. Con tutti i mezzi, e per chilometri e chilometri, i fedeli attendono il passaggio del cocchio a Guspini e a Gennefronda, dove si può ammirare uno scenario stupendo. Il cocchio giunge alla chiesa parrocchiale di Arbus tra il tripudio della folla e il ad frastuono dei fuochi artificiali.

A Macomer, cittadina lungo la Carlo Felice, circa 150 chilometri da Cagliari, si celebra la festa campestre in onore di Sant’Antonio, la sagra più sentita e più intensamente vissuta dal capoluogo del Marghine. Una folla immensa di fedeli e di gitanti sale al monte per implorare la guarigione dei suoi mali. Prima dell’immersione nel fiume, i fedeli battono con le nocche la porta del santuario, mormorando una giaculatoria. Dopo la mezzanotte avviene l’immersione e ogni fedele butta nell’ac qua un sasso mormorando alcune parole. Si esce dal fiume, si ritorna davanti alla chiesa e si bussa di nuovo. La mattina dopo, si esegue una cavalcata in costume, che fa tre giri intorno al tempio: i cavalieri offrono una bandiera, quando passano davanti alla porta del santuario. Il rito termina con la presentazione di un’offerta ai piedi del santo di Padova.

Sardegna magazine, giugno 1993

 

NOTE SULL’INSEGNAMENTO A CAGLIARI NEL SEICENTO

 

Nel Seicento, con l’istituzione delle scuole primarie e secondarie, tenute dai Padri Calasanziani, e con l’apertura dello Studio Generale, che diede la possibilità non solo ai figli dei nobili e dei mercanti, ma anche a quelli dei professionisti e degli artigiani, di intraprendere e completare gli studi nei diversi ordini scolastici e nei diversi campi della scienza, venne portato a compimento il programma governativo e comunale ri­guardante l’istruzione a Cagliari. Grande fu il contributo dato dai Padri della Compa­gnia di Gesù alla formazione della gioventù cagliaritana per tutto il secolo XVII. L’edu­cazione che essi impartivano, nei loro col­legi, mirava a formare insegnanti e predica­tori addestrati nelle dottrine della Compa­gnia.

Un forte passo in avanti era stato fatto con l’istituzione, nel l6l8, del Collegio dei No­bili, detto prima dei Gesuiti, che aveva tutti gli insegnamenti inferiori e alcune scuole superiori; nel 1640, il Collegio, – che nei primi anni della sua vita era ubicato in uno stabile della piazza dell’Abbeveratoio, in Stampace, e passò e rimase per tutto il se­colo in Castello, in uno stabile di proprietà del notissimo Armaniach,- poteva contare ben cinquanta religiosi addetti all’insegna­mento, di cui quattordici erano maestri ordinari cattedratici. L’insegnamento, nel Collegio dei Nobili, era affidato ai Gesuiti, come pure ad essi venne concesso l’insegnamento, per alcune facoltà, anche nell’Università. A questo col­legio, all’inizio della sua attività didattica, poteva accedere qualunque giovane senza discriminazione sociale; quando però fu istituita la scuola comunale per i giovani della città e per quelli della diocesi caglia­ritana, esso fu riservato soltanto ai figli delle classi nobili: da qui il nome di collegio dei Nobili, dopo il 1641. Gli alunni di questo collegio avevano l’obbligo di portare l’abito talare, qualunque fosse la loro intenzione nel prosieguo degli studi: seguire la carriera ecclesiastica o entrare nell’Università per avviarsi ad altra carriera.

Questo sviluppo fu opera dell’arcivesco­vo Francisco De Esquivel. Ma soprattutto si ebbe un miglioramento generale della cul­tura con l’apertura del massimo organismo didattico: l’Università, chiesta con insisten­za dai parlamenti sardi sin dal secolo prece­dente. Il palazzo universitario, costruito nell’arco di un ventennio, a spese della municipalità e con il concorso dei cittadini, si trovava poco oltre il palazzo viceregio, nella zona dove esisteva una grande piazza, che prese, quindi, il nome di piazza Univer­sità, oggi Piazza Indipendenza. Sebbene le origini e i primi anni di vita dello Studio Generale, ossia dell’Università, siano state studiate da diversi autori, del secolo scorso e del nostro secolo, restano ancora molte zone d’ombra, perché la bi­bliografia presentata non offre un lavoro organico e non ne illustra compiutamente le vicende, per tutto il Seicento. Occorrono ulteriori ricerche, perché scarse sono le fonti, e gli indici degli archivi non mettono in evidenza questa particolare materia.

La municipalità aveva provveduto ad apri­re scuole pubbliche per tutti i giovani dell’hinterland e ad organizzare gli studi universitari, aprendo lo studio generale, nel 1626, dopo una ventina d’anni di lavori e di sollecitazioni.

Quanto all’insegnamento impartito dai Gesuiti, esso si imperniava soprattutto su un corso comprendente cinque classi, con lo scopo di dare una formazione letterario-umanistica. Gli scolari entravano nel colle­gio dopo aver seguito un corso di studi nelle scuole parrocchiali o in privato, fino a quando non furono istituite le scuole muni­cipali. La pedagogia dei gesuiti si basava sul culto dell’antichità classica e dell’umanesi­mo latino, formando la maggior parte dei figli del ceto elevato e la massima parte del ceto colto nelle lettere, nelle scienze filolo­giche e giuridiche e nella musica. Il collegio comprendeva un corso umani­stico di cinque anni, detto degli studi infe­riori, ed un corso filosofico di tre e ed uno teologico di quattro, detti degli studi supe­riori. Alla fine degli studi inferiori si conse­guiva un diploma, detto il “licenciado”, dopo quelli superiori un diploma di dotto­rato. La formazione umanistica era basata sulle lingue e sugli studi classici.

Il Collegio di Santa Croce, (fondato nel 1564 dal gesuita cagliaritano Pietro Spiga e dal catalano Baldassare Pinna), e la casa del Noviziato, (in San Michele, nel quartiere di Stampace, istituita alla fine della prima metà del Seicento), erano i luoghi dove veniva impartito l’insegnamento gestito dalla Com­pagnia di Gesù. Il collegio dei gesuiti, costruito intorno agli anni quaranta, si trovava ubicato sulla destra della chiesa di S. Croce e aveva iniziato la sua opera educatrice già nel secolo precedente. Poiché nel corso del Seicento la popolazione scolastica aumen­tò, sorse un altro collegio dei Gesuiti, frutto di una politica scolastica avanzata, che portava all’istruzione la maggior parte della popolazione, non solo nella capitale, ma anche dell’intera isola, favorendo gli stu­denti dell’interno, ponendoli al servizio di famiglie benestanti. Erano i cosiddetti “maiuoli”, ragazzi servetti del contado che, non avendo mezzi sufficienti per continuare gli studi intrapresi nella parrocchia del villag­gio, si adattavano a fare i servetti in città, presso una famiglia cagliaritana, per poter frequentare le scuole regolari e pagarsi gli studi. Era una costumanza di origine spa­gnola, della quale si trova largo eco nella letteratura picaresca. Altro istituto scolasti­co, in funzione nel Seicento, era il Semina­rio Tridentino, sorto, nel 1578, sulla destra del Duomo, dopo che il Concilio di Trento ne aveva sancito l’istituzione in tutte le diocesi, per una migliore formazione spiri­tuale e religiosa del clero.

Dopo l’istituzione dell’ateneo, all’inizio dell’ultimo decennio della prima metà del secolo, gli Scolopi aprirono, nel 1641, sol­lecitati dagli amministratori civici, le scuole elementari e medie per tutti i ragazzi della zona cagliaritana. Nel 1627. infatti, era sbarcato a Cagliari il p. Scolopio Melchiorre Aballi, di ritorno dalla Spagna. Aveva incon­trato il viceré ed i consiglieri civici, ai quali aveva parlato del programma d’istruzione delle Scuole Pie. Due anni dopo, nel 1629, la municipalità cagliaritana inviò al fondato­re dell’Ordine, Giuseppe Calasanzio, una lettera con la quale gli chiedeva l’istituzione nella capitale sarda della loro scuola.

I patti di fondazione furono fissati nel capoluogo sardo soltanto nel 1639, dopo ripetuti colloqui tra gli incaricati della Mu­nicipalità ed il padre provinciale delle Scuo­le Pie. Il quale fece arrivare da Roma quattro calasanziani che sbarcarono a Cagliari il 6 novembre di quello stesso anno. Così la capitale poté vantare, prima città sarda, un corso di studi completo: dalle elementari all’università, prima della fine della metà del Seicento. L’ubicazione di questi istituti era soprattutto nel Castello, a significare che l’insegnamento era in mano delle classi elevate e medio-borghesi, con l’ingerenza della chiesa nella vita scolastica.

L’attività didattica da parte dei calasanziani iniziò in una località accanto alla via Genovesi, in attesa della costruzione della casa o del collegio, che si compì nel 1678, (e non nel 1641 come asserisce lo Spano), assieme con la fabbrica della chiesa, nella zona accanto alla torre dell’Elefante, come si legge in alcuni documenti, rintracciati, pochi anni fa, da chi scrive queste note, nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona. Prima della venuta degli Scolopi, l’inse­gnamento primario era affidato ai parroci, ai sacerdoti, ai notai, ai maestri privati e presentava numerose carenze e difficoltà per l’istruzione di tutti i ragazzi della città. La magistratura civica si accollò l’onere degli studi primari e secondari, che avrebbero tenuto i padri delle Scuole Calasanziane, tutti di provenienza spagnola. I quali avreb­bero insegnato in castigliano, costringendo così gli scolari ad imparare la lingua dei governanti.

Otto erano gli ordini delle classi: dall’otta­va alla prima. Le esercitazioni si facevano simultaneamente, in coro, ma si assicurava anche l’insegnamento individuale. La classe dei piccoli, chiamata del “salterio”, era frequentata da molti bambini, che venivano esercitati più alla lettura e alla pronuncia corretta delle parole che alla comprensione dei termini. Nella classe successiva, la setti­ma, si continuava la lettura, con l’intento però di far comprendere quanto veniva letto. Si passava alla sesta e dopo alla quinta, che era detta d’ingresso, dopo un esame. Ogni quattro mesi si doveva soste­nere una prova, superata la quale si passava diretta mente alla classe successiva. Vi erano maestri di lettura, di scrittura e di abaco. Le lezioni si svolgevano al mattino e al pomeriggio con un intervallo di tre ore. Ogni giorno si faceva lezione tre ore la mattina e altrettante di sera; nei giorni di vacanza si studiava per una sola ora. Si insegnava la bella scrittura, lo scrivere in corsivo, in tondo e in stampatello. Con la stessa classe terminava il corso primario e si entrava in quello secondario, passando alla quinta, che era la classe inferiore della grammatica. Per quelli che continuavano gli studi, iniziava il corso quadriennale di latinità e di umanistica. Le prime due classi erano quelle di base, dove si leggevano e si traducevano operette in latino. Le ultime due classi comportavano un insegnamento di una certa profondità. A sei anni si entrava nella scuola primaria e dopo otto anni si otteneva il titolo di baccellierato superiore, che dava la possibi­lità di frequentare gli studi universitari, a cui si accedeva dopo un anno preuniversitario o propedeutico e un esame finale.

L’ingresso degli scolari nelle classi, la mattina, si annunziava con un primo tocco di campana. Gli alunni venivano attesi per lo spazio di mezz’ora, mentre il Prefetto sorvegliava affinché i ragazzi entrassero con modestia e in silenzio. A un secondo suono di campana, cessava l’attesa e si dava inizio alla lezione con la recita delle preghiere mattutine, recitate anche dal maestro. Si ripetevano le lezioni assegnate il giorno precedente, e poi veniva spiegata la lezione del giorno, fino alla fine delle due ore.Ogni docente non poteva insegnare con­temporaneamente in più di due classi, per evitare confusioni e per riuscire più efficace con un insegnamento più attivo. I libri adottati nelle varie classi venivano prescritti e fissati in catalogo dal Prefetto della scuola che, nella loro scelta, poneva ogni diligenza in rapporto ai costumi, all’onestà ed alla convenienza del soggetto e della lingua, che, quasi sempre, era quella latina e talvol­ta il castigliano.In nessuna scuola le vacanze generali superavano i quindici giorni, mentre quelle parziali ed ordinarie erano di mezza giorna­ta, durante l’inverno, e di un giorno intero per settimana, nell’estate.

Gente Città, giugno 1993

 

FRA LE MEMORIE DELLA CITTÀ…    VITA CAGLIARITANA

 

Nel 1917, in una Cagliari che allora superava di poco i trentamila abitanti, sede di un governatore e di un vice, di una Corte d’Appello e del tribunale provinciale di prima istanza, di due conciliatori e di un tribunale di commercio, fu collocata, nel cortile dell’Istituto Tecnico “Pietro Martini”, la lapide commemorativa del sottotenente Francesco Raimondo Fadda, medaglia d’oro, caduto il 21 maggio 1916, a Dente del Sief. Il Fadda era studente dell’Istituto, per cui la Giunta di vigilanza aveva voluto che un ricordo marmoreo, -oggi nell’ingresso della scuola- sorgesse nei locali scolastici che l’eroe aveva frequentato. Alla cerimonia erano presenti il padre del caduto e due sorelline, il sindaco avv. Ottone Baccaredda, il prefetto, il generale, personalità, rappresentanze e studenti.

Il preside dell’Istituto, prof. Ciro Guidi, dopo la lettura dei telegrammi di adesione da parte di altre autorità civili, militari e religiose, parlò dell’eroe studente, seguito dalla commemorazione fatta dal deputato Enrico Carboni Boy, che in un patriottico discorso ricordò la figura dell’eroe cagliaritano.  Alla chiusura della manifestazione, fra grande commozione, cadde il drappo tricolore che ricopriva la lapide.

Cagliari, che aveva allora quattro parrocchie, una per quartiere: Castello, Villanova, Marina e Stampace, più quella di Sant’Avendrace, 12 conventi e 5 monasteri di suore, una università, un museo di storia naturale e di archeologia, un gabinetto di anatomia e uno di chimica, un liceo, un ginnasio, il collegio degli Scolopi, le scuole tecniche, due teatri: il Civico e il Diurno, e quattro tipografie, era città capoluogo di provincia e della Sardegna, e col Continente aveva la sola linea Cagliari-Genova, con arrivo il lunedì e partenza il mercoledì, e vi era un vapore che collegava, due volte al mese, Tunisi.

Sardegna magazine, settembre 1993

 

VITA A CAGLIARI NELL’APRILE DEL ’43

 

Cinquan’anni fa, i bombardamenti sul capoluogo sardo, del 16, 26 e 28 febbraio, distrussero al 60% le abitazioni e fecero fermare quasi tutte le attività, anche lo stabilimento de “L’Unione Sarda”, in via Regina Elena, che fu colpito in modo tale che si dovette sospendere la pubblicazione. Non passarono 20 giorni che alcuni giornalisti, coraggiosamente e faticosamente, tra disagi e privazioni, rischi e pericoli, provvidero a riprenderne la pubblicazione. Elevarono a domicilio del giornale il rifugio antiaereo de “S’Avanzada”, a pochi passi dallo stabilimento. L’uscita del giornale continuò fino all’ll maggio, quando, per mancanza di carta e di piombo, si dovette fermare tutta l’attività, facendo mancare, non solo ai pochi cittadini rimasti in città ma soprattutto alla popolazione dell’interno, notizie necessarie in un momento in cui la città era in rovina, spopolata e abbandonata.

Nello sfogliare i numeri di quei pochi giorni, mi sono fermato particolarmente su alcune notizie importanti per la vita della città del 7 aprile. Si dava notizia che i reparti interni di Medicina e Chirurgia dell’Ospedale Civile di Cagliari erano stati trasferiti a Villamassargia ove funzionava già regolarmente, mentre le Cliniche Medica e Pediatrica funzionavano ad Ales e quella Ostetrica a Lunamatrona. Si avvertiva inoltre che avrebbero continuato a funzionare ad Ales le Cliniche Chirurgica e Oculistica. Nell’Ospedale Civile di Cagliari avrebbero continuato a svolgere la loro opera un pronto soccorso medico, nella già Clínica Oculistica, ed un ostetrico nella già Clínica Pediatrica e avrebbe funzionato pure un reparto ed un dispensario celtico.

Per quanto si riferiva alle lezioni universitarie, si comunicava a tutti gli studenti, specie a quelli che avevano in corso domanda di dispensa tasse, borsa di studio Universitaria, a voler indicare alla Segreteria il loro nuovo recapito. Inoltre gli studenti che si. dovevano rivolgere ai professori per avere chiarimenti e informazioni circa i loro studi dovevano indirizzare la corrispondenza all’Università che si sarebbe incaricata di farla recapitare a destinazione. Per concludere, si rivolgeva un ordine alla cittadinanza perché stesse attenta al riforni­mento idrico, in particolare all’acqua dei rioni Marina e Stampace, dal momento che, in conseguenza delle recenti incursioni aeree, erano rimaste prive d’acqua, si sarebbero fatti lavaggi delle tubazioni, come preci­sava un’ordinanza del Commissario Prefettizio. E fino a quando non si avrebbe dato apposito avviso, l’acqua delle zone in questione, proveniente dalle predette tubazioni, si sottolineava con queste parole perentorie: “Non deve assolutamente essere impiegata per alcun uso essendo inquinata e perciò pericolosa per la diffusione di malattie infettive”.

Sardegna magazine, ottobre 1993

 

                                   ORGANIZZAZIONE DEL GREMIO DEI VASAI IN ORISTANO

 

Nella storia della organizzazione e produzione della ceramica, importanza preminente ha il gremio dei figuli, che ebbero un posto di primo piano nei valori dell’econo­mia sarda. Tutti i settori produttivi sardi, nel corso dei secoli fino all’ottocento, erano associati in corporazioni, che prendevano il nome di gremi. Se, nel corso del trecento, nel continente italiano, allora diviso in regioni dipendenti da Stati europei o autonomi politicamente, si affievolì l’attività dei figuli, non fu così in Sardegna, diventata area sotto l’egemonia iberica, che ritrovò il suo antico primitivismo nella produzione di articoli casalinghi e ripetè le forme e i moduli della civiltà dominante legati alla cultura degli antenati. Nelle modeste botteghe artigianali le terraglie e le stoviglie venivano cotte nelle primordiali fornaci con una tecnica appresa dagli avi e tramandate da padre in figlio.

Così nacquero le organizzazioni artigianali e i gremi entrarono nella vita familiare e formarono una forte componente sociale, civile e talvolta politica. Tutto il settore produttivo era sotto il controllo degli stessi soci dei gremi che seguivano regole, norme e direttive emana­te dallo statuto, che si rifacevano generalmente a quello dei gremi corrispondenti di Barcellona. I gremi, o corporazioni di mestiere e d’arte, riuscirono a unificare e quindi a rafforzare la difesa degli interessi dei lavoratori, facendo in modo che tutti gli operai di uno stesso mestiere si associassero per il bene della categoria intera, tenendola, d’altra parte, sotto un attento controllo. Queste associazioni artigianali divennero floridissime nel corso della loro storia, e raggiunsero la duplice funzione di tutelare gli interessi ed il buon nome della categoria operaia e di funzionare come associazioni di mutuo soccorso.

Istituite a base tipicamente professionale, erano una delle espressioni caratteristiche dell’associazionismo sardo, poiché avevano carattere di associazione artigianale e religiosa, nonché caritativa. Esse avevano un proprio patrimonio, il cui reddito, unito ai proventi fissi e variabili, serviva a pagare le spese del donativo reale ed ecclesiastico, le moderne tasse e imposte governative e comunali. Possedevano chiese, cappelle, oratori per le funzioni religiose, per le adunanze -di cui restano i verbali tutti in lingua catalana o in castigliano- e come cimitero, e terreni, fabbricati, magazzini, da cui ricavavano enormi fonti di reddito. Il gremio sorgeva spontaneamente tra gli esercenti di uno stesso mestiere e la magistratura civica, l’odierna giunta comunale, alla quale era demandato il controllo amministrativo nella persona del vicario regio, ne approvava la costituzione e ne sanzionava lo statuto.

L’associazione gremiale era costituita dai membri effettivi; in alcuni casi, però, venivano ammesse anche le figlie e le mogli dei maestri. Per essere nominato maestro era necessario trascorrere un periodo di alun­nato, o apprendistato. L’aspirante ad un mestiere, chiamato “incartato”, poiché si compilava una carta, un contratto insomma, entrava presso un maestro abilitato, che lo preparava per l’esame, insegnandogli il mestiere; lo accoglieva in casa sua, gli forniva gli alimenti e il vestiario e, in caso di malattia, lo assisteva, come un figlio.

Il maestro non poteva avere più di due alunni alla volta. Dopo il periodo di apprendistato, l’alunno, che voleva far parte della categoria degli artigiani, effettuava un “Capolavoro d’arte”, ossia provava la sua abilità attitudinaria mediante una prova pratica e un esame. All’esame, oltre agli esaminatori, presenziavano gli anziani del gremio, che ne dovevano garantire la regolarità.

Di solito le domande d’esame erano tre, oltre all’opera d’arte, ed era concesso che fosse presente il maestro per sostenere moralmente l’allievo. In caso di promozione, la cerimonia prevedeva il giuramento del socio allo statuto ed egli acquisiva così la patente certificatoria. Il nuovo maestro, allora, sceglieva un marchio di riconoscimento, l’attuale “DOC”, da imprimere su ogni manufatto. Quanto ai prezzi.dei manufatti, le norme impedivano che una bottega. attraverso una offerta più vantaggiosa, togliesse il lavoro ad un’altra e che un maestro possedesse più di una officina, o una bottega; per facilitare il controllo, era stabilito che i lavoratori e le botteghe fossero pub­blici ed era proibito aprire bottega od officina senza il relativo permesso del consiglio civico, come è ancora in vigore.

Il posto di lavoro era quasi sempre nella stessa abitazione e, in parecchi casi, era malsano, poiché si trovava in locali poco igienici, non molto illuminati dal sole e poco spaziosi. Il manufatto era venduto completamente nello stesso mercato del villaggio, che era bisettimanale, o nei mercati rionali della città, che era giornaliero. I migliori acquirenti erano la classe nobiliare e quella dei benestanti del paese o della città. I manufatti delle corporazioni, quali serrature, chiodi, cestini, stoviglie, oggetti di rame da cucina, pianelle, tegole,-vasellame di terracotta, filati, coltelli, pelli, ferri battuti, oggetti in argento, coprivano il fabbisogno locale e isolano.

A capo del gremio erano i maggiorali, eletti col sistema di votazione allora vigente: l’insaccolazione, ossia imbussolamento in una borsa con pallottoline di cera, che racchiudevano una striscetta, detta matricola, in cui era scritto il nome degli eleggibili. I maggiorali uscenti e quelli scaduti formavano le matricole dei nuovi maggiorali con una lista delle persone atte a ricoprire le varie cariche. La matricola non era annuale, ma durava da due a cinque anni. I nomi dei matricolati erano tanti quante erano le cariche del gremio. Da una a quattro per i maggiorali, uno per il calvario, o tesoriere, moltiplicati per tante volte quanti erano gli anni per i quali si faceva durare la matricola. Le matricole venivano inserite in distinte borse di cuoio, per ogni carica del gremio. Ogni anno si estraeva un nome, da ogni borsa e si aveva così una maggioralia per quell’anno. Scaduto il periodo annuale, biennale, triennale, quadriennale o quinquennale si provvedeva alla formazione delle nuove matricole. Chi aveva ricoperto una carica non era rieleggibile prima che non fosse passatoli periodo di una matricola. Le votazioni si effettuavano una volta l’anno, alla presenza del pubblico, nel giorno della festa patronale,, che segnava il culmine dell’attività annuale del vecchio consiglio. Le regole tariffarie e tecniche stabilivano la qualità della materia prima, la tecnica della lavorazione, i livelli e i prezzi e la preparazione della manodopera, che doveva garantire la bontà del manufatto.

Sul rispetto delle leggi gremiali veniva formato un “apparato”, ossia una commissione che puniva i trasgressori con multe e sospensioni e, in casi più eclatanti, anche l’espulsione dal gremio e il ritiro della licenza per tenere aperta la bottega o l’officina. La patrona del gremio dei terraiuoli e vasai era San Giuliano. In Oristano, centro più attivo per la fabbricazione delle terre-cotte, tutti i tipi anfore dovevano essere confezionati nel rispetto dello statuto dell’associazione dei vasai. I figuli erano autorizzati a produrre solo anfore, pentole e orci e non potevano variare i sistemi di lavoro e il commercio doveva essere sempre svolto sulla base di regole imposte dallo statuto.

Le fabbriche di stoviglie di Oristano erano in .numero superiore di quelle di Decimomannu. In quest’ultima località, nella seconda metà del secolo XIX si era costituita una società di ceramica con molti fondi, che eresse uno stabilimento accanto alla chiesa di Santa Greca.

Sardegna magazine, novembre 1993

 

AL P. VINCENZO MARIO CANNAS UN PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO

 

II 16 ottobre scorso, il Senato Accademico del Collegio de’ Nobili di Firenze, su proposta del Preside Conte Prof. Marcello Falletti di Villafalletto, ha conferito, al fran­cescano p. Vincenzo Mario Cannas ofm, un nuovo titolo onorifico, quale riconoscimen­to delle sue attività culturali. La consegna del “Collare Ac­cademico” e del rispettivo Di­ploma, gli è stato conferito du­rante una solenne Assemblea del Corpo Accademico, tenuta a Prato nell’antica chiesa di S. Francesco d’Assisi, nel pome­riggio del 18 ottobre.

Vincenzo Mario Cannas, ogliastrino di provata fede, -onora con grande amore la sua terra e la sua regione con scritti e vita spirituale -, nato a Tertenia nel 1914, cappellano militare nell’ultima guerra, in­signito di diverse decorazioni, diplomato in Paleografia, Ar­chivistica e Diplomatica, do­cente nelle scuole medie supe­riori, appassionato di diverse discipline, saggista e pubblici­sta, da vari anni dirige, con competenza e preparazione, l’Archivio Arcivescovile di Ca­gliari; i suoi lavori sono richie­sti da giornali e riviste sarde e continentali. Frequenta a lun­go archivi italiani, vaticani e spagnoli, accumulando noti­zie di prima mano per studi su Chiese, Conventi e presen­ze francescane risalenti a date lontane.

Già Ispettore alle antichità, è stato nominato Cavaliere Ufficiale ai meriti della Repubblica dal Presidente Leone, nel 1975, e il Presidente Pertini, tre anni dopo, gli ha conferito l’onorifi­cenza di Commendatore.

Studioso di cose sarde, p. Cannas, presidente della Co­munità ogliastrina cagliarita­na e dell’hinterland, collabo­ratore di vari periodici e gior­nali regionali e continentali; per anni operatore attivo nel Club Alpino, sezione di Cagliari; indagatore del mondo sotterraneo in campo speleo­logico ed archeologico, in par­ticolare, si è dimostrato attore attento della promozione socio-economica-culturale del suo paese e della sua Ogliastra, con pubblicazioni diver­se, quali: i due volumi sull’an­tica Diocesi di Suelli (Ogliastra) (1976-1981); Visioni di un paesaggio carsico: uno studio sul mondo sotterraneo idrospeleologico del Tacco di Sadali (1982); Documenti inediti riguardanti il Sarrabus e l’Ogliastra nei primi anni del governo aragonese (1990); La strada punico-romana da Sar-capos a Sulcis (1989); Guida alla carta archeologica del Co­mune di Tertenia con annessa carta archeologica (1989); Ras­segna delle tesi di laurea ri­guardanti l’Ogliastra (1991) etc., che, con tutte le altre, lo hanno reso noto nell’Isola e nel Continente.

Attualmente, come fonda­tore e direttore, continua a di­rigere, con la collaborazione di valenti studiosi, la collana “Studi Ogliastrini”, giunta al 4° numero, che ha prodotto un’infinità di articoli di alto li­vello culturale.

L’Ogliastra dicembre 1993

 

1793-1993  – BICENTENARIO DELLA STAMPA PERIÓDICA   IN SARDEGNA

 

L’occasione di questo articolo è dato dalla indizione della “Fiera del Periodico sardo”, che si tiene nei locali della Fiera Campionaria della Sardegna, in occasione della Fiera Natale, dal giorno 11 fino al 19 dicem­bre, (il pomeriggio, nei giorni feriali, e mattino e sera, il sabato e i giorni festivi), organizza­ta dall’USPI unione stampa periodica italiana-Delegazione regionale della Sardegna, con la collaborazione della Associazione “Amici di Sardegna”. Applaudiamo l’iniziativa, perché è la prima volta che si provvede a presentare al pubblico cagliaritano, e sardo in particolare, una rassegna della stam­pa isolana. Tale iniziativa serve per avvicinare soprattutto i giovani per spronarli alla continua lettura non solo dei periodici d’im­portazione ma anche soprattutto locali.

Anche la produzione libraria deve essere potenziata e resa accessibile attraverso la pro­mozione di manifestazioni come la “Fiera del libro” allo scopo di incrementare la lettura e crescita culturale. Ricordiamo che circa 75 anni fa, e precisamente nel maggio del 1929, il capoluogo sardo vedeva una grande partecipa­zione di popolo alla manifesta­zione della “Fiera del libro”; i giornali sardi la presentarono per diversi giorni prima, du­rante e dopo.

Dalle pagine, ormai ingiallite, de “L’Unione Sarda”, del 1929, si legge che “da qualche anno il libro è in crisi. Si legge poco, o meglio si leggono pochi libri per andare alla ricerca di riviste o giornali che meglio possano appagare la vertiginosa rapidità della vita moderna. In queste condizioni il libro, che è la manifestazione più nobile dello spirito, langue negli scaffali dei libri, attendendo inutilmente una mano buona, una mano amica che lo apra, che lo legga, pronto a restituire con larghezza allo spirito quel piccolo sacrificio che hanno fatto le vostre tasche”. È vero che siamo in un momento di crisi profonda sociale ed economica e quindi non vi sono soldi sufficienti per acquistare giornali, riviste, op­pure per comprare un libro ogni mese, ma vi sono anche fattori che interagiscono nella vita dei periodici e dei libri: l’editore, il libraio e il lettore. Gli editori sono dell’avviso che i librai non fanno nulla per incentivare la vendita del libro. I librai se la prendono con i lettori che non li acquistano; infine questi ultimi sono dell’avviso che non vi sono né buoni giornalisti né buoni scrittori; che si scrive troppo e che i libri costano cari. Concludiamo sperando che l’iniziativa abbia successo, e che si ripeta tutti gli anni, e auspichiamo che accanto alla fiera del periódico sardo vi sia anche quello del libro.

Ci sembra pertanto opportuno chiudere questo breve articolo riportando alcuni pensieri inseriti in un articolo del 25 mag­gio 1929 (L’unione Sarda), il giorno prima dell’apertura della festa del libro a Cagliari: “Gli uomini in generale si preoccupano di quello che debbono dar da mangiare al corpo e non si curano del cibo dell’anima”. “Nella propaganda per la diffusione del libro non bisogna limitarsi ad insegnare a leggere, occorre far nascere l’amore per il libro. Animati da questo sentimento, si sente la gioia di comperare il libro, di allinearlo nello scaffale, di tagliarlo con cura, di considerarlo con sod­disfazione, di spolverarlo con rispetto, di tormentarlo con segni, commenti e note”. “Per misurare il valore delle persone dovremo rivolgere la domanda: “Quanti libri hai?”, e noi aggiungiamo: “Quanti pe­riodici leggi?”.

Sardegna Magazine, dicembre 1993 e Il Solco, gennaio 1994

 

SCOMPARSA DI UN GRANDE INTELLETTUALE: NICOLA VALLE – UNA VITA DEDICATA ALLA CULTURA

 

Il 24 ottobre scorso ci ha lasciati, all’età circa di novantanove anni, uno dei più grandi intellettuali sardi del nostro tempo: Nicola Valle. La sua carriera culturale, di oltre settantacinque anni dedicati all’insegnamento, alla letteratura e alla musica, è stata suggellata  da un riconoscimento della Presidenza della Repubblica e uno da parte della Provincia di Cagliari, è parte importante della cultura sarda. Al professor Valle, musicista, scrittore, conferenziere, animatore culturale, giornalista pubblicista, critico letterario, musicale e d’arte e direttore per oltre quarant’anni dell’Associazione “Amici del Libro”, da lui voluta, e della rivista di cultura e di attualità “Il Convegno”,è stata consegnata,anni fa, una medaglia d’oro, per i suoi alti meriti, dall’assessore alla cultura della Provincia di Cagliari,con la motivazione: “A Nicola Valle, scrittore insigne, benemerito ed animatore dell’attività e del progresso culturale della Sardegna nella sua sessantennale attività culturale”.

Numerosi i suoi scritti, a cominciare dalla raccolta di saggi “Variazioni sul tema” e “Origini del Melodramma” e a terminare con “Cagliari del passato”, “Paese che vai”, “Persone e personag­gi”  e “Nuovi saggi”, fresco di stampa. In gran numero poi gli articoli apparsi in giornali e riviste, sardi e nazionali, con i quali collaborò sin dal 1924. Ha scritto parecchi libri, tutti di grande valore, tra i quali, oltre ai citati, “Mattino sugli asfodeli”, “L’idea autonomistica in Sardegna”, “Narratori e poeti d’ oggi”, “Incisioni di Carmelo Floris”,”Incisori di Iglesias”, “Scompare un’isola”, col sottotitolo “Viaggio in Sardegna”, “Antichi e moderni”, con prefazione di Giuseppe Toffanin, critico letterario di fama internazionale e fervido studioso dell’umane­simo europeo, “Grazia Deledda”, con  l’autorevole introduzione di Bonaventura Tecchi,”Vita e opere di Filippo Figari” e “Ritratti letterari”: scritti che hanno incontrato consensi favorevoli da parte della critica e che hanno ottenuto grande successo.

In quarant’anni di presidenza dell’Associazione “Amici del Libro” ha portato a Cagliari, riscuotendo grossi successi, personalità di notevole rilievo nel campo della musica, della pittura, della letteratura, dell’arte, della politica e della attualità. Ha organizzato numerose mostre personali di grandi pittori e artisti sardi e continentali, da Ciusa a Biasi, da Ballero a Sini, da Me­lis Marini a Enea Marras. Ha portato la cultura sarda in numerose città d’Italia:  Roma, Firenze, Milano, Genova, Venezia, e in città straniere: Germania, Finlandia, Svizzera, e perfino negli Stati Uniti d’America.

Direttore della Biblioteca Universitaria di Cagliari, dal 1943, anno dei bombardamenti sulla nostra città, in un momento in cui i locali della Biblioteca, colpiti in parte, avevano bisogno di essere rimessi in sesto e i libri dovevano essere rimessi in ordi­ne, per riprendere il servizio sociale di lettura, consultazione e prestito, gli si deve il merito dell’istituzione, sempre nella stessa biblioteca, della Galleria delle Stampe, intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu.

Degli oltre quattrocento numeri della quarantennale rivista “Il Convegno”,si sono ottenuti quaranta volumi, che raccolgono  le monografie di diversi personaggi sardi e continentali, tra i quali  Giusso, Biasi, la Deledda, Montanaru (Antioco Casula),Ennio Porrino, Mercedes Mundula, Nicola Dessy, Pietro Leo, Michelangelo Buonarroti, Francesco Ciusa, Attilio Deffenu e infine Francesco Alziator, uno dei tanti collaboratori della rivista. Valle, che è stato un ottimo violinista ed era ottimo critico musicale, ha calcato diverse platee sarde ed italiane: faceva parte di un valido quartetto d’archi, che si è esibito nelle maggiori località della Sardegna e del Continente.

Per concludere riportiamo quanto scrisse di lui Francesco Alziator nella “Storia della Letteratura di Sardegna”, giudizio tuttora valido. “Passione, costanza e mordente sono le qualità dominanti che caratterizzano la lunga fatica che, come scrittore e giornalista, Nicola Valle ha dedicato alle cose letterarie e non letterarie dell’isola. Per darsi a questa generosa fatica, che lo pone in primissimo piano tra i benemeriti della Sardegna, egli ha abbandonato il campo della musicografia, nella quale aveva esordito con un volume sulle origini del melodramma di tale impegno da potersi considerare fondamentale. Sacrificata l’indagine scientifica ad una libera e polemica visione degli uomini e delle vicende isolane, Nicola Valle ha da allora mai cessato dall’intento di porre in evidenza quanto la Sardegna ha fatto o fa nel mondo delle arti e delle lettere. Acuto e paziente indagatore del folclore sardo, è augurabile che le sue note, i suoi appunti e le sue ricerche, sparsi su giornali e riviste, siano infine riuniti sistematicamente”.

Sardegna Magazine, Dicembre 1993

 

UN PIACEVOLE E VIVACE ILLUSTRATORE DELLA CAGLIARITANITÀ

 

L’ultimo giorno dell’anno, appena trascorso, il professor Enrico Serra, che ha collaborato per diversi anni alla nostra rivista, ci ha lasciato. Grande perdita per la cultura cagliaritana e per tutti noi, che apprezzavamo le sue battutine e soprattutto ascoltavamo coî piacere le sue piacevoli conferenze, le sue poesie in sardo e le scenette cagliaritane.

Professor Serra è stato uno scrittore solido, un ottimo organizzatore di manifestazioni culturali. Per diversi anni, nell’Istituto Statale “E. d’Arborea”, dove ha insegnato per molti anni, organizzava serate musicali con canti e scenette dialettali, ripetute diverse volte nei centri sociali per anziani a Cagliari e in altre località dell’isola. In questi ultimi anni, avendo costituito e formato un gruppo di poeti in lingua sarda e in lingua italiana, si prodigava con loro a portare spettacoli in diversi luoghi del capoluogo sardo e in provincia. Riusciva a far divertire giovani e anziani con le sue serate culturali e teatrali.

Ottimo conoscitore della Cagliari del passato e del presente, ha illustrato diverse volte, sul posto, la storia e la vita dei quartieri cagliaritani, seguito da una moltitudine di amanti della cagliaritanità, e ne presentava le bellezze e gli angoli più noti e di quelli poco noti. Conosceva in modo superbo e perfetto riti e feste della Cagliari religiosa; brillante conferenziere, dalla parlata sciolta, facile a comprendersi e sicuro nell’esposizione.

Diverse le sue pubblicazioni teatrali in sardo, tra le quali “Si mi fanti deputau”, “Sa giustificazioni” e “i fraris Marceddu”. Ha partecipato a diversi premi di poesia e ha avuto modo di vincerne alcuni. Ha fatto parte di commissioni letterarie e di poesia e ha avuto al suo attivo numerose pubblicazioni di carattere scientifico nel campo della metodologia educativa e della legislazione scolastica. Ha collaborato a giornali e riviste con articoli e saggi di vario argomento. La sua ben nota vena umoristica, la profonda conoscenza di ambienti, fatti e sentimenti umani, gli hanno procurato diverse affermazioni nel campo della commedia. Saltano agli occhi immagini di popolane e popolani, di gente umile, che ci parlano della vita quotidiana dagli anni 30 ai giorni nostri. Le sue commedie presentano un ambiente cagliaritano verace, con dialoghi freschi e splendidi. La lettura è piacevole, la presentazione teatrale è incisiva, poiché si colgono le sfumature delle battute e delle espressioni. Nella stesura limpida e cristallina dànno un suono melodico e nello stesso tempo forte e robusto.

Sardegna magazine, gennaio 1994

 

NOTE SULL’INSEGNAMENTO A CAGLIARI NEL SEICENTO

 

Nel Seicento, con l’istituzione delle scuole primarie e secondarie, tenute dai Padri Calasanziani, e con l’apertura dello Studio Generale, che diede la possibilità non solo ai figli dei nobili e dei mercanti, ma anche a quelli dei professionisti e degli artigiani, di intraprendere e completare gli studi nei diversi ordini scolastici e nei diversi campi della scienza, venne portato a compimento il programma governativo e comunale riguardante l’istruzione a Cagliari. Grande fu il contributo dato dai Padri della Compagnia di Gesù alla formazione della gioventù cagliaritana per tutto il secolo XVII. L’educazione che essi impartivano, nei loro collegi, mirava a formare insegnanti e predica­tori addestrati nelle dottrine della Compagnia.

Un forte passo in avanti era stato fatto con l’istituzione, nel l6l8, del Collegio dei Nobili, detto prima dei Gesuiti, che aveva tutti gli insegnamenti inferiori e alcune scuole superiori; nel 1640, il Collegio, – che nei primi anni della sua vita era ubicato in uno stabile della piazza dell’Abbeveratoio, in Stampace, e passò e rimase per tutto il secolo in Castello, in uno stabile di proprietà del notissimo Armaniach,- poteva contare ben cinquanta religiosi addetti all’insegnamento, di cui quattordici erano maestri ordinari cattedratici. L’insegnamento, nel Collegio dei Nobili, era affidato ai Gesuiti, come pure ad essi venne concesso l’insegnamento, per alcune facoltà, anche nell’Università. A questo collegio, all’inizio della sua attività didattica, poteva accedere qualunque giovane senza discriminazione sociale; quando però fu istituita la scuola comunale per i giovani della città e per quelli della diocesi cagliaritana, esso fu riservato soltanto ai figli delle classi nobili: da qui il nome di collegio dei Nobili, dopo il 1641. Gli alunni di questo collegio avevano l’obbligo di portare l’abito talare, qualunque fosse la loro intenzione nel prosieguo degli studi: seguire la carriera ecclesiastica o entrare nell’Università per avviarsi ad altra carriera.

Questo sviluppo fu opera dell’arcivescovo Francisco De Esquivel. Ma soprattutto si ebbe un miglioramento generale della cultura con l’apertura del massimo organismo didattico: l’Università, chiesta con insistenza dai parlamenti sardi sin dal secolo precedente. Il palazzo universitario, costruito nell’arco di un ventennio, a spese della municipalità e con il concorso dei cittadini, si trovava poco oltre il palazzo viceregio, nella zona dove esisteva una grande piazza, che prese, quindi, il nome di piazza Università, oggi Piazza Indipendenza. Sebbene le origini e i primi anni di vita dello Studio Generale, ossia dell’Università, siano state studiate da diversi autori, del secolo scorso e del nostro secolo, restano ancora molte zone d’ombra, perché la bibliografia presentata non offre un lavoro organico e non ne illustra compiutamente le vicende, per tutto il Seicento. Occorrono ulteriori ricerche, perché scarse sono le fonti, e gli indici degli archivi non mettono in evidenza questa particolare materia. La municipalità aveva provveduto ad aprire scuole pubbliche per tutti i giovani dell’hinterland e ad organizzare gli studi universitari, aprendo lo studio generale, nel 1626, dopo una ventina d’anni di lavori e di sollecitazioni.

Quanto all’insegnamento impartito dai Gesuiti, esso si imperniava soprattutto su un corso comprendente cinque classi, con lo scopo di dare una formazione letterario-umanistica. Gli scolari entravano nel collegio dopo aver seguito un corso di studi nelle scuole parrocchiali o in privato, fino a quando non furono istituite le scuole muni­cipali. La pedagogia dei gesuiti si basava sul culto dell’antichità classica e dell’umanesi­mo latino, formando la maggior parte dei figli del ceto elevato e la massima parte del ceto colto nelle lettere, nelle scienze filologiche e giuridiche e nella musica. Il collegio comprendeva un corso umani­stico di cinque anni, detto degli studi infe­riori, ed un corso filosofico di tre e ed uno teologico di quattro, detti degli studi supe­riori. Alla fine degli studi inferiori si conse­guiva un diploma, detto il “licenciado”, dopo quelli superiori un diploma di dotto­rato. La formazione umanistica era basata sulle lingue e sugli studi classici.

Il Collegio di Santa Croce, (fondato nel 1564 dal gesuita cagliaritano Pietro Spiga e dal catalano Baldassare Pinna), e la casa del Noviziato, (in San Michele, nel quartiere di Stampace, istituita alla fine della prima metà del Seicento), erano i luoghi dove veniva impartito l’insegnamento gestito dalla Compagnia di Gesù. Il collegio dei gesuiti, costruito intorno agli anni quaranta, si trovava ubicato sulla destra della chiesa di S. Croce e aveva iniziato la sua opera educatrice già nel secolo precedente. Poiché nel corso del Seicento la popolazione scolastica aumentò, sorse un altro collegio dei Gesuiti, frutto di una politica scolastica avanzata, che portava all’istruzione la maggior parte della popolazione, non solo nella capitale, ma anche dell’intera isola, favorendo gli studenti dell’interno, ponendoli al servizio di famiglie benestanti. Erano i cosiddetti “maiuoli”, ragazzi servetti del contado che, non avendo mezzi sufficienti per continuare gli studi intrapresi nella parrocchia del villaggio, si adattavano a fare i servetti in città, presso una famiglia cagliaritana, per poter frequentare le scuole regolari e pagarsi gli studi. Era una costumanza di origine spagnola, della quale si trova largo eco nella letteratura picaresca. Altro istituto scolasti­co, in funzione nel Seicento, era il Seminario Tridentino, sorto, nel 1578, sulla destra del Duomo, dopo che il Concilio di Trento ne aveva sancito l’istituzione in tutte le diocesi, per una migliore formazione spirituale e religiosa del clero.

Dopo l’istituzione dell’ateneo, all’inizio dell’ultimo decennio della prima metà del secolo, gli Scolopi aprirono, nel 1641, sollecitati dagli amministratori civici, le scuole elementari e medie per tutti i ragazzi della zona cagliaritana. Nel 1627. infatti, era sbarcato a Cagliari il p. Scolopio Melchiorre Aballi, di ritorno dalla Spagna. Aveva incon­trato il viceré ed i consiglieri civici, ai quali aveva parlato del programma d’istruzione delle Scuole Pie. Due anni dopo, nel 1629, la municipalità cagliaritana inviò al fondatore dell’Ordine, Giuseppe Calasanzio, una lettera con la quale gli chiedeva l’istituzione nella capitale sarda della loro scuola. I patti di fondazione furono fissati nel capoluogo sardo soltanto nel 1639, dopo ripetuti colloqui tra gli incaricati della Municipalità ed il padre provinciale delle Scuole Pie. Il quale fece arrivare da Roma quattro calasanziani che sbarcarono a Cagliari il 6 novembre di quello stesso anno. Così la capitale poté vantare, prima città sarda, un corso di studi completo: dalle elementari all’università, prima della fine della metà del Seicento. L’ubicazione di questi istituti era soprattutto nel Castello, a significare che l’insegnamento era in mano delle classi elevate e medio-borghesi, con l’ingerenza della chiesa nella vita scolastica.

L’attività didattica da parte dei calasanziani iniziò in una località accanto alla via Genovesi, in attesa della costruzione della casa o del collegio, che si compì nel 1678, (e non nel 1641 come asserisce lo Spano), assieme con la fabbrica della chiesa, nella zona accanto alla torre dell’Elefante, come si legge in alcuni documenti, rintracciati, pochi anni fa, da chi scrive queste note, nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona. Prima della venuta degli Scolopi, l’inse­gnamento primario era affidato ai parroci, ai sacerdoti, ai notai, ai maestri privati e presentava numerose carenze e difficoltà per l’istruzione di tutti i ragazzi della città. La magistratura civica si accollò l’onere degli studi primari e secondari, che avrebbero tenuto i padri delle Scuole Calasanziane, tutti di provenienza spagnola. I quali avrebbero insegnato in castigliano, costringendo così gli scolari ad imparare la lingua dei governanti.

Otto erano gli ordini delle classi: dall’ottava alla prima. Le esercitazioni si facevano simultaneamente, in coro, ma si assicurava anche l’insegnamento individuale. La classe dei piccoli, chiamata del “salterio”, era frequentata da molti bambini, che venivano esercitati più alla lettura e alla pronuncia corretta delle parole che alla comprensione dei termini. Nella classe successiva, la settima, si continuava la lettura, con l’intento però di far comprendere quanto veniva letto. Si passava alla sesta e dopo alla quinta, che era detta d’ingresso, dopo un esame. Ogni quattro mesi si doveva sostenere una prova, superata la quale si passava diretta mente alla classe successiva. Vi erano maestri di lettura, di scrittura e di abaco. Le lezioni si svolgevano al mattino e al pomeriggio con un intervallo di tre ore. Ogni giorno si faceva lezione tre ore la mattina e altrettante di sera; nei giorni di vacanza si studiava per una sola ora. Si insegnava la bella scrittura, lo scrivere in corsivo, in tondo e in stampatello. Con la stessa classe terminava il corso primario e si entrava in quello secondario, passando alla quinta, che era la classe inferiore della grammatica. Per quelli che continuavano gli studi, iniziava il corso quadriennale di latinità e di umanistica. Le prime due classi erano quelle di base, dove si leggevano e si traducevano operette in latino. Le ultime due classi comportavano un insegnamento di una certa profondità. A sei anni si entrava nella scuola primaria e dopo otto anni si otteneva il titolo di baccellierato superiore, che dava la possibilità di frequentare gli studi universitari, a cui si accedeva dopo un anno preuniversitario o propedeutico e un esame finale.

L’ingresso degli scolari nelle classi, la mattina, si annunziava con un primo tocco di campana. Gli alunni venivano attesi per lo spazio di mezz’ora, mentre il Prefetto sorvegliava affinché i ragazzi entrassero con modestia e in silenzio. A un secondo suono di campana, cessava l’attesa e si dava inizio alla lezione con la recita delle preghiere mattutine, recitate anche dal maestro. Si ripetevano le lezioni assegnate il giorno precedente, e poi veniva spiegata la lezione del giorno, fino alla fine delle due ore. Ogni docente non poteva insegnare contemporaneamente in più di due classi, per evitare confusioni e per riuscire più efficace con un insegnamento più attivo. I libri adottati nelle varie classi venivano prescritti e fissati in catalogo dal Prefetto della scuola che, nella loro scelta, poneva ogni diligenza in rapporto ai costumi, all’onestà ed alla convenienza del soggetto e della lingua, che, quasi sempre, era quella latina e talvolta il castigliano. In nessuna scuola le vacanze generali superavano i quindici giorni, mentre quelle parziali ed ordinarie erano di mezza giornata, durante l’inverno, e di un giorno intero per settimana, nell’estate.

Sardegna Magazine, aprile 1994

 

FRUGANDO IN BIBLIOTECA – Pellegrini spagnoli a Bonaria nel 1894

 

Il ritrovamento, nella Biblioteca Comunale di Cagliari, di un libro del secolo scorso, sconosciuto ai sardi, anche perché in spagnolo, dà la possibilità di conoscere un grande miracolo accaduto nelle acque sarde a 500 pellegrini spagnoli, di ritorno alla loro nazione, dopo il pellegrinaggio di 18.000 iberici nella città eterna di Roma nell’ultima settimana del mese di aprile del 1894. L’autore del volumetto “La Virgen María y los peregrinos del ‘Bellver’”, di circa 100 pagine, con le immagini del vapore, par­tito dal porto di Barcellona nella terza settimana di aprile, del suo comandante e dell’allora arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Maria Serci, è stato il beneficiato della chiesa parrocchiale di San Paolo di Saragozza, padre Alberto J. Turmo y Baselga, che lo diede alle stampe due anni dopo.

Il libro si apre con la dedica alla Santissima Vergine di Bonaria, patrona dei marinai di Sardegna, segue il prologo in cui l’autore presenta l’avvenimento del pellegrinaggio a Roma, che aveva richiamato l’attenzione delle nazioni e aveva riempito di immenso giubilo il cuore del Pontefice, e che dà notizie di quanto capitò al Bellver durante l’orribile temporale dal 28 al 30 aprile 1894.

L’autore introduce poi l’argomento del libro parlando del giorno del primo di maggio, quando, alle prime luci del mattino, il vapore, superate le vicende della tempesta, solcava le acque del Golfo di Cagliari; si videro allora passeggeri pallidi e sfiniti, ma contenti di aver raggiunto la salvezza dopo lunghe preghiere rivolte alla Vergine Santissima. Il Bellver, sebbene inclinato spaventosamente sul fianco di babordo, riuscì ad entrare nel porto di Cagliari. È  la volta dei capitoli che presentano le fasi dalla partenza el vapore da Civitavecchia per Barcellona, al furioso temporale che colse i pellegrini nel Mar Tirreno,  alle avarie dell’imbarcazione, che sballottarono la nave per oltre 50 ore, alle preghie­re dei pellegrini, che si videro sul punto di affondare,

Gli ultimi tre capitoli trattano dell’animo dei pellegrini nel ritrovarsi nella terraferma, in una città che li accolse con grande amore, proprio nel giorno della sagra di Sant’Efisio, che poterono ammirare, della visita alla città e alla Cattedrale e delle belle parole dell’arcivescovo mons. Paolo Maria Serci, il quale li invitò  a portarsi al Santuario di Bonaria, patrona dei marinai, che aveva fatto loro la grazia di salvarli da quella terribile tormenta. Un capitolo è riservato alla storia dell’arrivo a Cagliari della cassa della Vergine di Bonaria, giunta nel capoluogo isolano nel 1370, dopo una tremenda bufera su una nave spagnola, come pure capitò al Bellver, nave iberica, giunta a Cagliari dopo una terribile burrasca, con pellegrini diretta in Spagna. L’ultimo capitolo è riservato alla Vergine, alla quale gli spa­gnoli dedicarono due intensi giorni in preghiera e in ringrazi­mento con messe e con il canto del Te Deum.

Il libro si chiude ricordando il ritorno felice, in Spagna, dei pellegrini, sicuri che li aveva salvati da sicura morte la Madre dei naviganti, la Vergine di Bonaria, che essi non conoscevano: così lo credevano loro, come lo credevano i marinai della nave e i fedeli di Cagliari.

Sardegna Magazine, maggio 1994

 

   IL RAZZISMO, UNA FIABA DI ANGELO MORO EPISCOPO

 

La prima lettura, piacevole, della fiaba “La scelta coraggiosa” di Angelo Moro Episcopo, pubblicata recentemente da Artigiarnate Editrice di Cagliari, mi ha suscitato subito il desiderio di una seconda lettura, durante la quale ho potuto cogliere alcune sfumature e alcuni passaggi, non recepiti prima. Ma anche la seconda lettura, per provvedere ad un giudizio critico, non è stata sufficiente; ne occorreva una terza, dopo la quale mi è riuscito di penetrare nell’animo dell’autore, che certamente possiede buone psicologiche e sa presentare i problemi della realtà quotidiana anche esponendoli in scritti piuttosto brevi. Si sa che una fiaba, per essere tale, deve possedere tre requisiti: la concisione, una scrittura che renda facile e comprensibile sia la lettura sia il messaggio che si vuole dare, e infine una morale, offerta non solo nella chiusura, ma in tutto il senso della fiaba. Tutto ciò si trova ne “La scelta coraggiosa”, che ha anche il pregio di essere corredata da 21 disegni di Alex, rivolti ai bam­bini per essere colorati, come si legge nel frontespizio: “Novità – La prima fiaba che i bambini potranno colorare”.

L’autore, (sardo di adozione, essendo nato a Sant’Arsenio, Salerno), educatore, docente e pedagogo, giornalista e collaboratore di alcuni periodici e riviste, tra cui “New Sardegna Magazine”, – dal 1959 opera nel mondo della scuola -, per particolari benemerenze nel campo didattico, si legge nell’ultima pagina del libro, è stato nominato Cavaliere della Repubblica, e il Comune di Selargius ha voluto premiarlo con una Targa d’argento, per aver conquistato il “Cuore d’oro”, per il pluriennale impegno di educatore e insegnante. Lo scritto è un suggestivo lavoro che ha per sfondo la vita degli abitanti di un’isola nel XV secolo -, presentata nel vario divenire delle situazioni, attraverso le vicende di una coppia che esercita il comando sul popolo. È la storia anche di un gruppo di persone, che si muovono in diverse situazioni della vita per raggiungere una meta, che alla fine  perseguono. Il titolo ha come sfondo il rispetto di tutti, “in modo che vi sia amore e pace in tutti i cuori” come si chiede l’autore. E come tutte le fiabe, anche questa di Angelo Moro Episcopo si chiude con una morale, quella sul razzismo, problema attuale non solo in Italia, ma anche in tutto il mondo.

L’azione si svolge in una comunità in cui i più alti soggiogano i più bassi. Da questo nasce la penosa situazione delle famiglie che non superano una certa altezza; così queste scelgono di andarsene a vivere per conto proprio in un’isola. Qui formano una comunità che elegge una coppia di giovani, da poco sposati, come re e regina, e detta una prima legge, con la quale i piccoli uomini affermano che ogni persona alta è cattiva e chiunque capiti nell’isola più alto di loro, sarà legato e abbandonato alla corrente del mare. Il caso volle che la coppia, che aveva avuto una figlia, venisse a trovarsi nella condizione di mettere in atto la legge, dato che la fanciulla, nel crescere, aveva superato l’altezza imposta per stare nella comunità. La famiglia reale, perciò, fu costretta a mettere in atto la legge: la figlia fu abbandonata su una barca, che prese il largo.

La fanciulla però si salvò e raggiunse l’isola di smeraldo, dove tutti gli abitanti erano di pietra in un mondo tutto fatto di pietra. Vide un palazzo, in cui trovò tante statue. Si avvicinò ad una bella statua e, nel parlare, le sfiorò la fronte con le labbra. Come “la bella addormentata nel bosco”, si sveglia dopo il bacio del bel principe, così la statua si destò e raccontò alla ragazza di essere un re e di essere divenuto una statua con tutto il suo mondo, perché una maga cattiva l’aveva castigato in quanto non voleva sposarsi: non voleva amare! Intanto nell’isola dei piccoli uomini regnava la tristezza. Per opera di una maga, tutto, però, ritornò felice, poiché la fanciulla “alta” fece ritorno tra loro, divenendo “piccolina” come tutti gli altri. Ma la fanciulla era sempre triste, perché le mancava il re che aveva sposato nell’isola smeraldo. Un giorno, però, un gruppo di pirati si presentò nell’isola e incatenò gli abitanti; ma presto i pirati furono sconfitti dallo sposo della giovane, giunto improvvisamente, alla testa dei suoi uomini. La pace ritornò nell’isola e, dopo tante paure, gli uomini dalla piccola statura fecero ritorno alla loro antica terra. È un racconto fresco, di una quindicina di pagine, scritto con uno stile agile, che offre una lettura piacevolissima e ci guida in una delicata quanto profonda e commossa esplorazione dell’animo.

Episcopo si dimostra scrittore serio e puntiglioso, ottimo conoscitore delle situazioni umane, che presenta con le bellezze e le brutture della vita, illustrate in modo superbo e con una scrittura sciolta. In questa sua fiaba, saltano agli occhi immagini di gente umile, con dialoghi freschi e splendidi. La presentazione degli scorci è incisiva, poiché si colgono le sfumature delle battute e delle espressioni. La stesura limpida e cristallina dà un suono melodico e nello stesso tempo forte e robusto.

Sardegna Magazine, 31 maggio 1994

 

UN MIRACOLO DELLA MADONNA DI BONARIA – Un libretto ritrovato nella Biblioteca Comunale di Cagliari racconta un miracolo avvenuto nel 1894

 

“Erano le prime luci dell’alba del primo maggio 1894; un vapore spagnolo solcava le acque del golfo di Cagliari. Il mare era calmo, il cielo era sereno, il sole brillava ad Oriente. Alcuni minuti più tardi la nave entrava nel porto, attraccando al molo di mezzogiorno. Nessuno dei 500 uomini, che, in coperta, contemplavano la beila prospettiva che offre, vista dal porto, la capitale della Sardegna, aveva pensato, neppure per un attimo, che sarebbe giunto forzatamente a quelle spiagge. A mezzogiorno la nave si trovava attraccata al molo. Molti cagliaritani scendevano dalla città per le strade che sboccano in Via Roma; si avvicinavano al porto, ansiosi di vedere da vicino la nave spagnola”.

Questi sono alcuni dei suggestivi passi riguardanti un curioso fatto di un secolo fa, che interessò Cagliari e la Sardegna. Questi passi si trovano in un libretto, sconosciuto a moltissimi sardi, anche perché in spagnolo, rinvenuto nella Biblioteca Comunale di Cagliari; il libretto permette di avere un quadro della Cagliari di un secolo fa e di conoscere un grande miracolo accaduto nelle acque sarde a 500 spagnoli, di ritorno in patria, dopo il pellegrinaggio a Roma, nell’ultima settimana del mese di aprile del 1894. Titolo del volumetto “La Virgen Maria y los peregrinos del ‘Bellver’”, di circa 100 pagine, corredato dalle immagini del vapore, del suo comandante e dell’allora arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Maria Serci, ed il beneficiato della chiesa parrocchiale di S. Paolo di Saragozza, Alberto J. Turino, che lo diede alle stampe due anni dopo. Il Turino non pretendeva di affermare che fu un vero miracolo, nell’accezione rigorosa di questa parola; né pretendeva scrivere la storia del pellegrinaggio, bensì di servirsene per mettere l’accento su un fatto religioso di cui non si erano soffermati i cronisti e gli storici; aveva voluto però significare come, date le circostanze, senza un aiuto speciale del cielo, sarebbe stato impossibile l’arrivo a Cagliari.

Il libro si apre con la dedica alla Vergine di Bonaria; segue il prologo in cui l’autore presenta il pellegrinaggio a Roma e da notizie di quanto capitò al Beliver durante l’orribile temporale tra il 28 e il 30 aprile 1894; introduce poi l’argomento parlando del primo maggio, quando, alle prime luci del mattino, il vapore, superati i pericoli della tempesta, solcava le acque del Golfo di Cagliari; si videro allora passeggeri pallidi e sfiniti, ma contenti di aver raggiunto la salvezza dopo lunghe preghiere rivolte alla Vergine San­tissima. Il Bellver, seb­bene inclinato spavento­samente sul fianco di babordo, era riuscito ad entrare in porto.

Anche “L’Unione Sarda” si interessò, per alcuni giorni, dell’arrivo della nave spagnola, della visita alla città, dei diversi avvenimenti accaduti ai pellegrini spagnoli, e dei riti religiosi nel santuario della Madonna di Bonaria, che a detta dei romeri era stata la loro salvatrice. È  la volta dei capitoli che presentano le fasi della partenza da Civitavecchia per Barcellona, il furioso temporale che colse i pellegrini nel Mar Tirreno, le avarie dell’imbarcazione, che sballottarono la nave per oltre 50 ore, le preghiere dei pellegrini, che si videro sul punto di affondare.

Gli ultimi tre capitoli trattano dello stato d’animo dei naviganti nel ritrovarsi nella terraferma, in una città che li accolse con amore, proprio nel giorno della sagra di Sant’Efisio, a cui essi poterono assistere; parla della visita alla città e alla Cattedrale e delle belle parole dell’arcivescovo di Cagliari, il quale li invitò a recarsi al Santuario di Bonaria, patrona dei marinai, che certamente aveva fatto loro la grazia di salvarli da quella terribile tempesta. L’ultimo capitolo è riservato alla Vergine, alla quale gli spagnoli dedicarono due intensi giorni di preghiera e di ringraziamento con messe e con il canto del Te Deum. Il libro si chiude ricordando il ritorno felice, in Spagna, dei pellegrini, sicuri di essere stati salvati da sicura morte dalla Vergine di Bonaria, che essi prima neppure conoscevano.

L’Eco di Bonaria, 7 luglio 1994

 

LA MADONNA DI BONARIA CI HA SALVATI

Nei numero di luglio del “L’Eco di Bonaria” abbiamo dato notizia del ritrovamento di un opuscoletto in lingua spagnola che racconta un miracolo della Madonna di Bonaria avvenuto nel 1894. In questo articolo il Prof. Spanu ci racconta i particolari di questo miracolo

 

La sera del 27 aprile 1894 i passeggeri erano partiti, dopo aver lasciato Roma, ponendo fine al pellegrinaggio. Nel porto di Civitavecchia si imbarcarono 470 pellegrini di molte diocesi spagnole. Il cielo era nuvoloso, il mare agitato, soffiava un vento da sud, che faceva au­mentare i timori di un mare burrascoso. Quattordici ore impiegò il Bellver a percorrere la distanza tra la costa d’Italia e lo stretto di Bonifacio. Le ondate aumentavano progressivamente. La mattina del 28 un incidente fece suonare l’allarme; alcuni notarono che il vapore imbarcava acqua. Verso mezzogiorno la nave si trovava all’altezza dell’Isola dell’Asinara; un’altra avaria mise in difficoltà la nave.

 La notte si avvicinava e il mare cresceva di intensità, iniziò un grosso temporale. I violenti colpi di mare che la nave riceveva, causarono una inclinazione di oltre 35 gradi. Il vapore navigava paurosamente inclinato e ricevere forti scossoni. Il capitano sperava che, al mattino, il tempo si sarebbe messo al bello. Non fu così: la mattina del 29 il mare aveva la stessa violenza. I pellegrini avevano deposto le loro speranze di salvezza in Maria, la Stella del Mare, che non avrebbe tardato a guidarli in qualche porto, dove avrebbero cantato, con immenso giubilo, la misericordia della Madre di Dio. Si avvicinava la seconda notte d’angoscia, senza alcuna speranza di miglioramento, né il mare smetteva di bollire con inspiegabile furia. Gli sforzi dell’equipaggio agli ordini del capitano non diedero il risultato voluto. Si notò che, marciando con quella furia, la nave sarebbe giunta nel golfo di Cagliari.

La mattina del 30 aprile il vapore navigava con rotta verso la capitale della Sardegna, obbedendo agli ordini di un marinaio intelligente ed esperto, obbligato molte volte, per il mal tempo, a cambiare rotta: la nave rischiava di cozzare lungo gli scogli delle coste sarde.

Il temporale continuava impetuoso, le nuvole scaricavano, sulla coperta, forti acquazzoni; il mare colpiva furiosamente la nave, facendo temere un inevitabile affondamento. I marinai impegnati a riparare le avarie che si susseguivano nelle macchine del vapore; i pellegrini si videro tante volte sul punto di soccombere, vittime di un naufragio orribile. La sera del 30 il bastimento si trovava vicino alla costa sarda; il temporale non diminuiva d’intensità. Durante quei giorni di vera angoscia per i pellegrini, in tutte le cabine risuonavano le più ferventi preghiere e i sacerdoti ascoltavano le confessioni più sincere e dolorose di quei poveri uomini: molti dei quali, uscendo dalle loro case, non avevano mai visto il mare e forse la maggior parte di essi non aveva mai posto piede sulla coperta di una nave. Era uno spettacolo sommamente edificante vedere quegli uomini così rassegnati alla morte. Non si udivano grida di spavento, di disperazione e di lamenti; non si vedevano neppure gesti scomposti, o scene terrificanti che, in casi analoghi e tra un’altra classe di passeggeri, avrebbero avuto luogo.

A mezzanotte il temporale diminuì di intensità, e all’alba, quando già le ombre della notte andavano piegandosi verso Occidente, il Bellver navigava verso la Sardegna. Apparve un sole splendente. Come apparivano belle le falde dei monti della Sardegna, coperti di erba rigogliosa e di fiori aromatici, che levavano le loro corolle per ricevere le prime carezze del sole nascente! La nave, sempre costeggiando, si avvicinava al porto di Cagliari. Verso le nove cominciò a distinguersi la città, disposta sulle falde di una collina, con la cattedrale del XIV secolo nella parte più elevata, che guarda verso Cartagine, la sua antica dominatrice.

Quando la Sanità ebbe compiuto il controllo, cominciò lo sbarco dei passeggeri. Molti si diressero alla cattedrale per ringraziare Dio e la sua Santissima Madre. Quando l’illustre prelato di Cagliari ebbe notizia che nell’interno del tempio si trovava un grosso numero di pellegrini, che cantavano inni di lode e di ringraziamento al Dio della misericordia, mandò loro un messaggio affinché salissero nel palazzo. Ricevette i romeri con affetto, ordinò di servire dolci e vino generoso, ed egli stesso si degnò di accompagnarli per i corridoi del palazzo per godere della vista dei bellissimi punti, che da lì si scoprivano. “Vedono quella chiesa? – disse loro l’arcivescovo. È  il tempio di Nostra Signora di Bonaria, patrona dei marinai”.  pellegrini si riempirono di gioia all’udire queste parole, poiché compresero allora che lì era la Stella del Mare; sì, la Stella del Mare che aveva fatto cessare il temporale, dissipando le nuvole, calmando i venti, rasserenando le acque e conducendo la nave spagnola alle belle spiagge della Sardegna. E allora decisero di manifestare, con un atto pubblico e solenne, la loro riconoscenza per il favore inestimabile che la Madre di Dio aveva loro dispensato. Il 2 maggio si notava una straordina­ria animazione per il bel viale che unisce la città al convento di Bonaria. Si erano messi d’accordo, nella sera precedente, i presuli di Cagliari e di Lugo, con i religiosi mercedari, i pellegrini e gli ufficiali, decidendo di celebrare il giorno successivo, nel Santuario della Vergine, una solenne messa e il Te Deum di ringraziamento.

In quel tempio, gli spagnoli pregarono fervorosamente: alcuni piangevano per la gratitudine immensa, e da tutti i cuori salivano al cielo, misti, con le nuvole di incenso e gli incomparabili accenti del Te Deum Laudamus, i sentimenti più vivi d’amore e riconoscenza.

L’Eco di Bonaria, agosto 1994

 

GRAMSCI VISTO DAGLI SPAGNOLI

 

Sebbene si sia scritto tanto in Italia su Granisci, manca ancora molto su come l’hanno visto all’estero, e soprattutto in Spagna, nazione in cui ha dominato il franchismo sino al 1975. Leggendo gli scritti sul pensiero gramsciano dal 1958 al 1985, di Luzon, Tura, Lázaro, Prieto, Buey, Bozal, Perz, Service, Avila, Galera, Lorca, Locasta, Machuca e Aguilera de Prat, si nota subito che anche durante il periodo della dittatura franchista, il pensiero di Gramsci era dibattuto. Vi sono state due fasi nella fortuna di Gramsci in Spagna: quella intorno al 1960, quando la conoscenza del pensatore italiano appare utile a un bisogno del patrimonio marxista-leninista; la seconda fase, circa nel 1977, dopo la morte di Francisco franco, quando si sono create le condizioni per un massiccio ingresso della filosofia gramsciana nella cultura politica spagnola.

Francisco Fernandez Buey ha presentato il pensiero di Gramsci tracciando lo studio fatto da diversi storici spagnoli, a cominciare i da Luzon con “La obra postuma de Gramsci” (1958) e con i precedenti della filosofia dell’intellettuale sardo in Spagna. Gramsci veniva pronunciato, alla fine degli anni Cinquanta, nei circoli universitari dell’opposizione franchista e con i primi volumi della traduzione dei Quaderni che giravano i clandestinamente nel 1960. In occasione del 40° anniversario della morte del pensatore sardo, Luzon scriveva che nel 1958, quando egli pubblicò in Spagna la prima esposizione del pensiero gramsciano, i comunisti nel carcere di Burgos l’avevano già letta, e che Sacristán qualificava l’intellettuale italiano come il filoso nìmarxista più importante dell’Europa occidentale; inoltre, considerando che si allacciava ad una corrente minoritaria del marxismo europeo di allora, il relatore ricordava le critiche di Gramsci del pragmatismo e del positivismo in generale e sottolineava un dato di poco valore allora: l’interesse dello scrittore sardo nel carcere di Turi per i congressi di Storia della Scienza e della Tecnologia, soprattutto di quello celebratosi a Londra, nel 1931.

Echi della prima lettura di antologie gramsciane apparvero nel “Bollettino Informativo” di Salamanca e nella rivista “Praxis”, pubblicata a Cordova nel 1960. Più latenti sono stati gli echi della raccolta dei saggi pubblicati, nel 1966, in “Storia e Filosofia”. La prima antologia di Gramsci fu stampata nel 1967 in coincidenza della Commemorazione del 30° anniversario della morte e della celebrazione del Convegno di Cagliari, dove lo storico Tura aveva presentato la comunicazione ” Gramsci in Spagna”.

Dopo aver considerato che M. Sacristán aveva provveduto a studiare tutta l’opera del Gramsci per una selezione dei testi apparsi nell’antologia, pubblicata in Messico nel 1970, in cui sono inclusi gli articoli del periodo di Ordine Nuovo, le lettere precedenti alla carcerazione e il materiale precedente alla stesura dei “Quaderni”, non pubblicati in Spagna, a causa della censura, il Buey scrive che le linee d’interesse sullo studio del pensiero gramsciano possono riassumersi in quattro punti. Primo: uno sforzo per studiare e far conoscere la totalità delle riflessioni politiche del pensatore sardo dal ‘ 1917 al 1937, come passaggio per la discussione sull’attualità del filosofo italiano e sui limiti della bozza strategica in una fase del cammino del movimento operaio. Secondo: uno sforzo diretto ad utilizzare le principali categorie gramsciane e le osservazioni di metodo dei “Quaderni”, per analizzare la situazione concreta della lotta di classe e la Spagna di allora e, più particolarmente, la correlazione di forze politico-sociali del momento. Terzo: una rilettura del Gramsci di “Ordine Nuovo”; e del teorico dei “Consigli di fabbrica”, del 19/ 19/20 per  fondare un sindacalismo nuovo, inteso come movi mento socio-politico.

Ed infine il quarto punto per una rilettura dei testi gramsciani sul concetto di “egemonia” in chiave antileninista e orientata a stabilire un vincolo teorico e politico tra il pensiero dello stesso Gramsci e la concezione del movimento comunista europeo-occidentale.

Sardegna Magazine, ottobre 1994 e Sanluri notizie, 15 settembre 1994

 

DOCENTI TERZA ETÀ -  Anni di insegnamento della lingua spagnola

 

Ho iniziato ad insegnare all’Uni­versità della Terza Età di Cagliari quattordici anni fa, quando la sede era ancora in via del  Mercato Vecchio, chiama­to dal dinamico e ottimo presiden­te, l’on. Giuseppe Tocco, che la gui­da tuttora magnificamente e magi­stralmente.

L’attività studentesca dei discen­ti di spagnolo nel corso di questi anni di lavoro, è stata intensissima ed interessantissima; alcuni studen­ti, che iniziarono il primo corso nel 1980, continuano tuttora a se­guirli nel lavoro di perfezionamen­to della lingua nei diversi punti di vista, letterario, sociologico, filosó­fico e di vita quotidiana. Il primo corso è sempre numeroso e frequentantissimo. Tra i fedelissimi, ricordo i signori Fadda, Caddeo, Giardini, Cogoni, Cuccu, Dadea, Cois, Lepore e dott. Cuomo. Mi scuso con tutti gli altri non nominati, ma è come se li avessi ricordati tutti. A fine corso gli studenti presen­tano un loro lavoro che viene letto o recitato nel corso di un piccolo spettacolo accademico. E’ previsto anche un viaggio di istruzione in Spagna, che serve, per verificare sul campo quanto appreso durante i corsi.

Alcuni anni fa è stato presentato a tutti i soci dell’Università, uno spettacolo teatrale in lingua spa­gnola, di Federico Garcia Lorca, ma­nifestazione che ha ottenuto enor­me successo.

Altri anni il saggio finale ha visto la lettura di poesie o di brani di autori spagnoli o di rime composte dagli stessi studenti. Per quanto si riferisce ai corsi, si può dire che gli alunni si sono sempre distinti per applicazione, studio e costanza nel­le frequenze. L’insegnamento ad anziani mi è servito per crescere con loro, poiché le lezioni sono state anche incontri di vita culturale e sociale, poiché si è parlato anche della loro vita, dei loro luoghi e della loro attività.

Per le lezioni a tutti i soci del­l’Università ho presentato argomen­ti di letteratura spagnola, autori e vita spagnola, letteratura sarda e altri argomenti, seguiti dall’intero corpo studentesco della Terza Età con grande attenzione. L’Università della Terza Età deve molto al presidente, l’on Giuseppe Tocco, il quale segue con grande in­telligenza e amore l’intera attività, organizza lezioni, dispone argomen­ti, chiama i migliori specialisti nelle diverse discipline.

Tempi Nuovi: terza età, 31 gennaio 1995

Nota: Il dinamico presidentissimo Giuseppe Tocco, che ha creato e guidato per oltre un ventennio e con grande perspicacia l’Università della Terza Età di Cagliari, ci ha lasciati nel 2006, raggiungendo la pace eterna.

 

UNA PAGINA DELLA CAGLIARI DEL PASSATO – II QUARTIERE DELLA MARINA 70 ANNI FA

 

Una breve ma interessante disamina della situazione del quartiere della Marina di Cagliari negli anni Venti si trova in “L’Unione Sarda” del 28 dicembre 1928, a firma di Giovanni Dore, che a leggerla oggi pare scritta per l’attuale stato del quartiere. L’articolista apre il suo scritto osservando che al visitatore che fa un rapido giro per le anguste e buie stradette della Marina, il quartiere gli appare caratteristico e misterioso come uno dei rioni d’Oriente, intorno ai quali si è sbizzarrita la fantasia dei romanzieri. Ai cagliaritani, invece, non fa più alcuna impressione, giacché sono abituati a percorrerlo in lungo e in largo e ne conoscono a fondo i misteri e gli aspetti. Ad alcuni forse il rione susciterà un senso di disgusto, poiché quelle strettoie mozzano il respiro ed il cielo ha sempre un aspetto melanconico, tetro e quindi sgradevole.

Passando poi a considerare il rione come era nei secoli passati, il Dore scrive che la Marina, chiusa fra il Largo e le mura, il mare e la via Mazzini, cinta quindi da una barriera saldissima, si è potuta modificare assai meno degli altri quartieri, ed ha perciò serbato più integri l’aspetto, le abitudini e tutto il suo colore antico. Nonostante ciò, ha avuto dei cambiamenti, come li dimostra una maggior pulizia di strade, di case e di abitanti, una discreta agiatezza di vita e varie palazzine nuove. Il cronista osserva che nell’età trascorsa marinai, artieri navali, pescatori e scaricatori del porto erano i suoi abitanti costretti a vivere in un labirinto di stradette buie, mal selciate, che nell’inverno si ricoprivano di “sozze brodette brune di fango vischioso”, in cui affondavano i piedi callosi dei pescatori e sguazzavano i piccoli somarelli sardi, che trai­navano stridenti carretti, carichi d’ogni mercanzia. Le povere catapecchie prendevano aria e luce mediante piccole aperture, chiuse da imposte cadenti, o da finestre che, in luogo di vetri, avevano panni di stoffa e talora fogli sgualciti di giornali, fissati al legno con “rugginose bullette”. Per le strade si vedevano i bimbi dagli occhi spesso rovinati dal tracoma, sudici come tanti “baston da pollaio”, dagli abiti tutti brandelli e bu­chi, che passavano le giornate a razzolare fra le immondizie e a sguazzare quasi fra la fanghiglia nera.

Al mattino i viottoli apparivano poco illuminati, poiché il sole vi lasciava penetrare solo una tenue luce, ripieni di oscurità la notte, giacché rischiarati solo da fumose lucerne ad olio, che spargevano fuochi barlumi davanti a certe porte, dalle quali uscivano fumo, bestemmie e tanfo di vino. Vi erano equivoci albergucci, modeste trattorie, pieni di gente avida di cibo e bevande. Presso le porte di luridi sottani, su un focolare po­sticcio, dentro una padella untuosa e nera friggevano di conti­nuo pesci, erbaggi e zippulas, che i numerosi avventori acquista­vano in grande quantità.

Più avanti il giornalista de “L’Unione Sarda”, nota che nella notte, mentre il quartiere dormiva, splendevano sul mare le lucerne ardenti sulle prore delle barche da pesca, e all’alba, mentre i lavoranti si recavano al porto per i lavori di carico e scarico, e le donne, nelle buie casette, rattoppavano gli abiti e preparavano le reti, rientravano dal mare i pescatori e si spandevano per le stradette invitando la gente ad acquistare la loro merce fresca e squisita. Il Dore chiude l’articolo parlando della via Roma del suo tempo, che veniva chiamata “Regina viarum”, e tutti vedevano la necessità di attuare presto quanto di desiderabile vi era in esso ancora da eseguire e da trasformare. Intendeva parlare della sistemazione delle case, prospicienti il mare, e della spianata, che si estendeva lungo il porto, poiché si lamentava del troppo fango in inverno e della troppa polvere in estate; si rivolgeva all’ammi­nistratore civico al quale consigliava di affrontare tutti i problemi cittadini e risolverli con larghezza di vedute e volontà ferrea, per dare una tinta di rinnovamento novello a tutti i quartieri di Cagliari e soprattutto alla Marina.

Ci sembra un appello rivolto all’attuale amministrazione civica!

Sardegna Magazine, febbraio 1995

 

LA STORIA DEL SANTUARIO – IL PRIMO LIBRO SU BONARIA

 

Fra gli studi di storia della Chiesa sarda del periodo spagnolo, considerati di notevole valenza docu­mentaria, sono doverosamente da considerarsi quelli del mercedario cagliaritano Antioco Brondo, il cui lavoro è il primo studio a stampa riguardante la storia della Vergine di Bonaria, pubblicata a Cagliari nel 1595, (cui pochi si sono rifatti). Inoltre c’è da dire che l’ordine mercedario di Cagliari ha avuto sem­pre ottimi studiosi, valenti teologi e illustri oratori, che hanno lasciato dietro di sé tracce indelebili. Nel 1995 ricorre il quarto secolo di vita dell’importante libro, (diviso in due parti), dell’illustre figlio della Mercede. La prima parte, di 17 capitoli e due indici, è imperniata sulla storia dell’arrivo dell’immagine della Madonna di Bonaria e sulla sua imposizione come patrona dei naviganti e sulla devozione, non solo dei sardi. La seconda riporta il ricordo di duecento miracoli accaduti dal 1370, anno dell’arrivo della statua della Vergine a Cagliari, sino al 1595, e ottenuti a invocazione della sacra immagine della Vergine di Bonaria. Lo scritto è di notevole importanza perché si avvale di numerosi documenti, alcuni ormai persi, con i quali l’autore costruisce la storia di alcuni fatti ed anche perché, nel testo, non mancano diverse annotazioni su personaggi che hanno operato nell’ambito della chiesa di Bonaria, e sono incluse alcune rare illustrazioni riguardanti la Vergine e l’antico stemma dei frati mercedari.

E poiché il volume è rarissimo e sicuramente un pubblico più vasto desidererebbe leggerlo, sarebbe opportuno, a distanza di quattro secoli, la ristampa del testo spagnolo con la traduzione a fronte, poiché l’opera è antica e si trova, in pochissimi esemplari, in non molte biblioteche sarde e forse in nessuna di quelle spagnole. Ci piace qui osservare che Padre Brondo, dando alle stampe il suo libro, scrive, nella parte dedicata al lettore, che ha provveduto alla stesura di questo lavoro, concluso dopo giorni e notti faticosi, perché de­siderava che esso potesse correre le strade e continuasse per secoli a far conoscere al mondo la grandezza della Santissima Vergine e in particolare quella dei numerosi miracoli che ogni giorno la Madonna di Bonaria opera con i suoi devoti.

Quando il libro apparve, si era agli ultimi anni del sec. XVI. (Già da un secolo la Sardegna si trovava inserita nella politica spagnola, preceduta da un secolo e mezzo di dominio catalano-aragonese. Molti i problemi nella capitale isolana, che viveva con la paura di invasioni sia da parte degli eserciti avversari della Spagna, sia da parte degli arabi, ma soprattutto da pari» dei corsari saraceni che infestavano le coste isolane e incutevano paura e terrore perfino nell’interland con feroci scorribande, uccisioni e traduzione di persone in terre musulmane, dove restavano anni e anni prigionieri: problema che in parte sarà risolto con la erezione, lungo la fascia costiera, di numerose torri di avvistamento e alcune di difesa, le cui costruzioni ebbero inizio proprio nell’anno in cui apparve la stampa del libro dedicato alla Vergine di Bonaria.

Altro problema era la necessità di avere un’istruzione più capillare, con la istituzione di scuole pubbliche e dello studio generale, richiesto da vari rappresentanti del parlamento sardo, durante i lavori e con pe­tizioni al sovrano di Spagna. L’insegnamento, infatti, era tenuto solo da parroci e soprattutto dagli ecclesiastici in genere e nei conventi. Sin dalla prima metà del Cinquecento, i consiglieri comunali, nella sede parlamentare, chiesero di incrementare l’insegnamento con l’apertura di scuole, dopo quelle istituite a Cagliari e in altri centri isolani, tenute da gesuiti: chiedevano anche di istituire l’Università per dar modo ai sardi di non varcare il mare per portarsi nelle università spagnole, e maggiormente in quelle in Italia, per un certo momento vietate ai sardi perché centri di eretici. Il problema avrà una soluzione soltanto a partire dal 1626, quando ebbe inizio l’attività accademica a Cagliari, e successivamente a Sassari, che diede modo agli isolani di continuare gli studi universitari nella loro terra, e con l’arrivo nell’isola degli Scolopi, nel 1640, che aprirono scuole primarie e secondarie aperte a tutti. Intanto la classe mercantile cagliaritana, che nei secoli precedenti era stata in prevalenza aragonese, catalana e maiorchina, ebbe, nel Cinquecento, un profondo cambiamento e fu genovese. Questo portò anche all’espandersi del quartiere della Marina, o Lapola, dove si ebbe un rapido sviluppo urbanistico, specie per le esigenze dei nuovi mercanti, che operavano con l’ausilio di commissionisti e spedizionieri, anche perché poco o nulla era l’attività bancaria e poco usata ¡a cambiale. Inoltre, il porto di Cagliari prendeva importanza per il forte aumento dei traffici sia con la Spagna, sia con i porti della sponda italiana, come appare nei racconti dei miracoli, in cui troviamo popolari, nobili, intellettuali, viceré e governatori.

Lo scalo marittimo cagliaritano serviva come sbocco ai prodotti agricoli e zootecnici dell’interland, prodotti avviati verso i centri del Mediterraneo e verso i porti dell’Europa settentrionale, quali l’Inghilterra, i Paesi Bassi e l’Impero. Con l’impianto della stampa per opera del canonico iglesiente Nicolo Canelles, ai primi della seconda metà del Cinquecento, Cagliari vede la pubblicazione di molti testi, soprattutto di carattere religioso; tra questi si annovera il lavoro del Brondo, che dava modo non solo ai sardi, ma anche agli stranieri, di conoscere che nella capitale della Sardegna esisteva un santuario, in cui la Vergine di Bonaria era venerata da milioni di pellegrini, che si rivolgevano alla Madonna per chiederle grazie e per ringraziarla dell’aiuto avuto nelle peripezie e nelle infermità, come lo evidenziano i racconti dei miracoli. Sono pochissimi coloro che si interessarono al Brondo, per cui le notizie biografiche sono rare e frammentarie. Del mercedario si sa che nacque a Cagliari nel 1548; entrò giovane nel convento della Mercede a Cagliari e conseguì la laurea in Sacra Teologia nell’Università di Pisa. Dimorò nei conventi di Spagna e d’Italia. Fu Priore e Commendatore nel Convento di Bonaria, in Cagliari, e Commissario Generale del suo Ordine in Sardegna. Di lui resta il primo volume del “Commentario”, stampato in Roma nel 1612, mentre il secondo volume, annunciato, restò incompleto e forse non fu mai pubblicato. Altra sua opera, probabilmente stampata in Cagliari nel 1604, diretta a mons. Antonio Sureddo, vescovo di Ales e Terralba e del Consiglio di Sua Maestà di Spagna, Filippo III, è una raccolta, che tratta delle indulgenze, delle grazie, dei perdoni e dei tesori celestiali che i Sommo Pontefici concessero ai secolari della confraternita di N. S. della Mercede, redentrice dei prigionieri cristiani in terra dei musulmani, e a coloro che portavano lo scapolare con le armi reali della religione cattolica. Di questa confraternita, di cui si parla anche nel libro della storia e dei miracoli, non si hanno altre notizie.

Infine il Brondo scrisse la relazione storica della fondazione del convento di Bonaria, oggetto del nostro studio, fatta seguire da una seconda parte riguardante i miracoli della Madonna di Bonaria. Egli fu venerato come santo dopo la sua morte avvenuta in Cagliari, nel Convento di Bonaria, nel 1619, per altri nel 1628. Ritornando allo studio che riguarda la storia della Vergine di Bonaria si sa che fu diretto all’arcivescovo di Cagliari, lo spagnolo Francisco Del Vali, primate di Sardegna e Corsica, gonfaloniere di sua Santità e del consiglio di sua Maestà. La prima parte, come già detto, tratta della storia della Santa Casa e della immagine della Vergine di Bonaria: il vero e autentico originale dei fatti si trovava, a detta dell’autore, nell’archivio del Santo Monastero della Madonna della Mercede. Contiene 26 pagine di introduzione, le licenze e la dedica. Seguono 15 pagine di indici e 332 pagine di testo.

La seconda parte contiene 18 pagine di dedica e il prologo. Seguono 547 pagine di testo e chiudono il lavoro sei pagine in cui si trovano alcuni canti sacri in spagnolo, chiamati “gozos”. Nella copertina e in diverse pagine del libro vi sono alcune immagini della Vergine e e lo stemma dei Mercedari. L’opera riveste speciale interesse per l’attento riferimento allo stato della chiesa di Bonaria, nonché di non sem­pre facili rapporti con le autorità locali e regie, all’istruzione e ad alcune note biografiche dell’ar­civescovo di Cagliari Francisco Del Vali, poco studiato e conosciuto, che fece molto per la conoscenza della Vergine di Bonaria nel mondo, per la diocesi cagliaritana (si veda ad esempio il recente lavoro dell’attuale arcivescovo di Cagliari mons. Ottorino Pietro Alberti “Aspetti di storia civile e religiosa della Sardegna). Non mancano diverse annotazioni su personaggi chi hanno operato nell’ambito della chiesa di Bonaria; inoltre vi sono pagine di notevole chiarezza ed efficacia e note etnografiche e di tradizioni popolari ormai scomparse.

L’Eco di Bonaria, febbraio 1995

 

CURIOSITÀ STORICHE DELL’ISOLA – CAGLIARI   NEGLI   SCRITTI DI P. MATTEO CONTINI

 

Siamo certi che non molti sanno che Matteo Contini in uno dei suoi scritti, in lingua spagnola, lasciò inserita una pregevole descrizione sul capoluogo dell’isola, che è di enorme interesse per la ricostruzione della storia urbanistica di Cagliari.Il Contini, però, non fu il solo nel seicento che ci lasciò notizie sulla sua città di nascita ma vi furono anche altri, e tra questi diversi cagliaritani, che nei loro scritti riportarono avvenimenti cittadini e presentarono la città di Cagliari nella sua struttura urbanistica e toponomastica. Purtroppo non vengono letti forse perché alcuni di questi scritti sono di ecclesiastici e poi sono scritti in spagnolo. Questa breve nota ci da perciò la possibilità di far sapere che Matteo Contini, vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo, figura eminente nella storia e nella vita mercedaria di Cagliari, si spense a Barcellona il 15 marzo 1717, dopo aver insegnato teologia per moltissimi anni nel Convento di Bonaria ove tenne per alcuni anni anche l’incarico di Reggente degli Studi. Di lui restano due scritti. Una lunga orazione del Padre Accorrà, pubblicata e commentata dal Contini. «El Fénix de Sardeña». Da quanto si può leggere a pagina 229 del primo volume del «Dizionario biografico degli Uomini Illustri di Sardegna», di P. Tola, edito a Torino nel 1837, questa orazio­ne, pubblicata postuma, dedicata a Salvatore Zatrilla, tesse la storia delle gesta delle potenti famiglie nobili sarde. Il secondo scritto, proprio del Contini, fu stampata a Napoli nel 1704, ove il mercedario si trovava. È una splendida relazione sulla fondazione del Convento e della chiesa di N.S. di Bonaria. Una copia, non l’unica, poiché un’altra esiste nella Biblioteca Comunale di Sassari; a quanto si può leggere nel Ciasca, si trova nella biblioteca dei mercedari del Convento di Cagliari, e porta il titolo: «Compendio historial de la milagrosa venida de N.S. de Buenayre a su real Combento de mercedarios calzados de la ciudad de Caller». Sarebbe molto giusto provvedere alla sua ristampa con la traduzione a fronte, poiché è un scritto di enorme im­portanza: vi è inserita una storia generale della Sardegna fino alla fine del XVII secolo ed una pregevole descrizione molto particolareggiata della topo­nomastica di Cagliari del ’600.

In questa descrizione il Contini presenta la città simile ad un’aquila in volo, la cui testa è il Castello, situato su di un monte, mentre il corpo, molto sviluppato, è la Marina, racchiusa da mura, che ad oriente si uniscono al Baluardo dello Sperone e ad occidente a quello del Balice. Le ali dell’aquila sono gli altri due quartieri, anch’essi circondati da alte mura, quello a destra Stampace e quello a sinistra Villanova. Tutti i quartieri hanno le porte d’accesso mentre nel Castello si possono ammirare le possenti tre torri pisane e diversi palazzi che servono da merli alle mura. Vi risiedono le alte cariche dello Stato e del clero e le dimore dei nobili, alcune chiese e diversi monasteri oltre ad istituti di istruzione, compresa la Università.

Per tutti i quartieri lo storico mercedario presenta una situazione piuttosto urbanistica che storica, ma non per questo meno importante, dato che ha modo di darci notizie di chiese, monasteri, monumenti e luoghi che oggi non esistono e quindi, come conclusione, possiamo affermare che lo scritto è di grande utilità come fonte storica documentale.

L’Eco di Bonaria, marzo 1995

 

GIAN LUIGI PALA – LA VERITÀ SULLA MADONNINA DI ASSEMINI

 

“… Gian Luigi Pala è un giornalista pubblicista trentacinquenne che risiede ad Assemini. La sua ricostruzione dei fatti è molto puntigliosa: riporta molti episodi in ordine cronologico senza avere una tesi preconcetta alla luce della quale selezionare gli eventi di cui parla. Risiedendo ad Assemini, l’autore del libro  ha potuto seguire la vicenda giorno per giorno e stare a diretto contatto con i protagonisti (…). Tutto è iniziato il 22 magio del 1994, con una telefonata di Cristina al parroco… L’inchiesta di Pala si conclude con un enorme punto interrogativo. Con una serie di dubbi, con domande senza risposte che per il momento non ci sono. Che interesse avrebbe una tranquilla coppia, senza problemi economici, a inscenare una vicenda destinata a sfuggire loro di mano e a danneggiarli più che avvantaggiarli? (…)”. (Giovanni Mameli, L’Unio­ne Sarda, 21.3.1995).

È la pubblicazione dettagliata di quanto accadde in Assemini l’anno scorso, libro che ebbe grande successo nella presentazione nella Sala consiliare del Comune di Assemini. Ne è autore Gian Luigi Pala, alla sua prima pubblicazione, per i tipi delle edizioni Castello, di Nino Careddu, che l’anno venturo compie 15 anni di attività editoriale (…). Noi vogliamo soltanto passare in rassegna lo scritto di Pala e quanto egli ha riportato nel suo racconto. Il titolo del libro è molto suggestivo: “La verità su La Madonnina di Assemini”.

Gian Luigi Pala, che dall’ottobre del 1981 è corrispondente per “L’Unione Sarda”, ha vissuto in prima persona gli avvenimenti che ebbero inizio nel maggio 1994, quando, per la proprietaria della statuetta, il pomeriggio della domenica 22, è avvenuto qualcosa di strano. Ciò diede uno scossone alla vita pacifica del paese poco distante da Cagliari. Subito un’enorme folla si accalcò davanti alla casa della proprietaria nella speranza di veder piangere la Madonnina, pregò a lungo e sostò per molto tempo nell’intento di assistere alla prossima lacrimazione, che però non avvenne. Il libro, che ha 95 pagine, si sviluppa in 22 brevi e concisi capitoli che lasciano passare come in un film ogni avvenimento di quel giorno che viene sviscerato nei minimi particolari. Il racconto si chiude e la cronaca di quanto è accaduto nel giro di alcuni me­si ha fine. Resta ora il libro di Pala a testimoniare quanto è capitato in un luogo vicino alla capitale dell’Isola (…). È un racconto fresco, scritto con uno stile agile, ed offre una lettura piacevolissima e ci guida in una delicata quanto profonda e commossa esplorazione dell’animo.

Gian Luigi Pala si dimostra scrittore serio e puntiglioso, ottimo conoscitore delle situazioni umane, illustrate in modo superbo e con una scrittura sciolta. In questo suo lavoro, saltano agli occhi immagini di gente umile. La presentazione degli scorci è incisiva, poiché si colgono le sfumature delle battute e delle espressioni. La stesura limpida e cristallina dà un suono melodico e nello stesso tempo forte e robusto.

Sardegna Magazine, aprile 1995

 

RICORDO DI UN LETTERATO CAGLIARITANO TRA I FONDATORI DELL’ACCADEMIA DI SPAGNA

 

Attraverso la lettura dei “Comentarios” del cagliaritano Vincenzo Bacallar, marchese di San Filippo, di cui lo scorso anno ricorreva il 325° anniversario della nasci­ta, possiamo conoscere taluni avvenimenti accaduti in Sardegna nel primo ventennio del 700. Il periodo compreso tra il 1701 ed il 1720, anno in cui l’Isola vede le truppe sabaude calpestare il suo suolo, si presenta denso di avvenimenti storici molto tempestosi sia per la Sardegna che per il resto d’Italia, la Spagna e l’intera Europa a causa dei continui conflitti e capovolgimenti delle situazioni interne ed internazionali.Questi avvenimenti vengono dettagliatamente presentati dal citato Bacallar, diplomatico sardo, ne “Los comentarios de la guerra de España” -manca tuttora una edizione italiana- in cui li descrive non solo con semplicità di linguaggio, ma anche con una presentazione realistica delle situazioni e dei maggiori personaggi, che ci appaiono nella loro più naturale spontaneità, mentre vivono ansiosi quei tormentati momenti. Non sono molti quelli che si sono interessati agli scritti del diplomatico sardo, figura di studioso abbastanza nota all’estero, ma quasi ignorato in Sardegna, forse perché scelse la causa della Spagna. I pochi studiosi sardi che si occuparono di lui lo studiarono solo per quanto si riferisce alla storia del periodo in cui visse o dal punto di vista letterario. Vincenzo Bacallar visse in un periodo in cui non solo l’Europa fu sconvolta da una guerra, che diremo mondiale, ma anche la Sardegna fu teatro di capovolgimenti, di scontri e di situazioni che portarano prima alla dominazione austriaca, nel 1708, quando l’armata navale dell’ammiraglio inglese Lake si presentò nel golfo di Cagliari e conquistò, senza colpo ferire, l’Isola, poi nuovamente a quella spagnola.

Il Nostro nacque a Cagliari il 6 febbraio 1669, alcuni mesi dopo i gravi fatti di sangue accaduti nel capoluogo isolano: l’omicidio del marchese di Villasor prima e poi quello del viceré di Sardegna, il marchese di Camarassa. Intraprese gli studi in Cagliari, nel Collegio dei Nobili; fu poi inviato a Madrid per essere educato ed avviato nel mestiere delle armi e negli affari politici. Al rientro a Cagliari, alla fine degli studi, fu prima cavallerizzo del re e fece parte della Corte cagliaritana; poi fu nominato governatore del Capo di Cagliari e Gallura. Quando, nel 1707, nell’ambito della guerra di successione spagnola (1700-1713), si credette che l’Austria meditasse un colpo di mano sulla Sardegna, in Gallura scoppiarono delle rivolte, con a capo dei banditi, incoraggiati anche dai rinforzi inviati dall’Arciduca Carlo d’Austria, attraverso la Corsica. Poiché la ribellione non fu domata, fu inviato sul posto, col nuovo incarico di Luogotenente Generale, il Bacallar, che riuscì ad eliminare gli ultimi resti dei rivoltosi.

Gli avvenimenti precipitarono e, a cau­sa dell’arrivo nell’Isola della flotta anglo-olandese, il Bacallar, avendo constatato che non era possibile la resistenza da lui promossa nel centro della Sardegna, si nascose in Sassari e poi si imbarcò e si allontanò dall’Isola, rifugiandosi in Madrid. Qui, con altri fuorusciti sardi e l’appoggio del sovrano spagnolo, provvide a mettere su una spedizione, che però fallì, poiché un contingente militare au­striaco sbarcò nella Sardegna settentrionale, prendendo le misure necessarie per prevenire una riconquista dell’Isola. Dopo la Pace di Utrecht, del 1713, il Bacallar venne nominato ambasciatore spagnolo a Genova, dove si fermò una ventina d’anni. Il marchese di San Filippo tesseva intanto una fitta ragnatela con molte persone e con diverse autorità spagnole ed europee e progettò un piano per la riconquista della Sardegna, che portò all’attenzione dell’Alberoni. La descrizione dei preparativi della spedizione è contenuta in alcune carte ancora chiuse in un archivio della Spagna, di cui occorrerebbe la pubblicazione, poiché comprende anche un quadro molto preciso e dettagliato della situazione economica, sociale e geografica della Sardegna alla fine del Seicento e nella prima decade del Settecento. Gli avvenimenti successivi e l’intera spedizione con la riconquista dell’Isola da parte degli spagnoli, di cui il Bacallar era un comandante, si possono appunto leggere ne “Los Comentarios”. Nel capoluogo ligure, il marchese, oltre ad espletare l’incarico diplomatico, continuò l’attività di scrittore e di storico. Egli fu anche uno dei promotori dell’istituzione dell’Accademia Spagnola, sorta in Madrid nel 1714, e fu tra coloro che collaborarono alla stesura del primo dizionario della lingua spagnola voluta dal Consiglio del­l’Accademia di quel Regno. Ebbe così grande peso nella cultura spagnola ed europea. Infatti, l’Accademia lo considerò una delle massime autorità in fatto di lingua castigliana e come tale lo incaricò di redigere molte voci del dizionario.

Le sue opere, tutte in castigliano, sono “Los dos Tobias”, “Palacio de Momo”, “Monarquía Hebrea”, “El arte de reynar” e “Los comentarios de la guerra de España e historia de su Rey Phelipe V el animo­so”. Vincenzo Bacallar, morto l’ 11 giugno del 1726, a L’Aja, dove si era trasferito nel 1725, nominato ambasciatore in Olanda, fu, così, uomo di larga attività e non inferiore fu la sua cultura. Amò i libri tanto che possedeva una nutrita ed importante biblioteca di oltre 15.000 volu­mi, in cui si trovavano rare opere, non solo di interesse europeo, ma anche riguardanti la Sardegna.Sarebbe opportuno, quindi, studiare la complessa e molteplice attività del marchese di San Filippo, da quella militare-politico-diplomatica a quella letteraria e di storico.

Sardegna Magazine,  maggio 1995 e Sanluri notizie, 15 maggio 1991

 

EL POETA ANTONI LO FRASSO

UN ALGUERÉS ILLUSTRE I POC CONEIXUT DEL SEC. XVI

Estudi de Luigi Spanu i Antoni Nughes (Prima parte)

 

Un gran numero di studiosi, primo fra i quali Miguel de Cervantes y Saavedra (l’autore del “Don Chisciotte”), si sono interessati ad An­tonio Lo Frasso, o De Lo Frasso; ma nessuno ne ha rinvenuto l’anno di nascita e quello di morte. Nella sua città natale non restano docu­menti che diano queste notizie, come pure non si trova negli archivi barcellonesi l’atto di morte. Come si legge nei frontespizi delle sue opere, Lo Frasso era nato in Alghero da famiglia benestante, probabilmente nel secondo decen­nio del Cinquecento. Fu uno dei poeti più famosi del tempo in Spa­gna: le sue poesie erano recitate a memoria dalle dame spagnole! Nel secolo XVIII divenne addirittura un simbolo fra i letterati, dice Ga­spar Melchor de Jovellanos. Era un brillante cavaliere e seguì la car­riera militare; acquisì una buona cultura, come si deduce dalla let­tura delle sue opere, piene di rife­rimenti filosofici, giuridici, storici e archivistici. Si sposò ed ebbe due figli. Come egli stesso ci racconta nel prologo all’opera maggiore Los diez libros de Fortuna de Amor (I dieci libri di Fortuna d’Amore), dure vicende si abbatterono su di lui, tra cui un’accusa di omicidio; ma, dopo la lunga fase istruttoria e quasi due anni e mezzo di carcere, venne riconosciuto innocente. No­nostante ciò, lasciò Alghero e la famiglia e si allontanò definitiva­mente, vivendo a Barcellona, come poeta della nobiltà catalana. Verso la fine del secolo, ammalato, solo e abbandonato, fu ricoverato in un ospedale di Barcellona, dove morì all’età di circa ottani’anni.

Nel 1571, Antonio Lo Frasso, o De Lo Frasso, pubblicò in un unico volume due opere: El verdadero discurso de la Batalla de Lepanto…, un poema di ben 109 ottave in versi endecasillabi, in cui per primo descrisse, con grande ricchezza di particolari, tanto da farci pensare che fosse stato presente alla spedizione, le fasi della partenza della flotta da Barcellona, la sosta in Genova e a Napoli, il raduno dell’armata della Lega Santa in Messina e la vittoriosa battaglia della cristianità nelle acque di Lepanto. Nella seconda opera, un poemetto di ben 108 ottave in terzine di ot-tonari, Los mil y dozientos conse­jos y avisos discretos (I milleduecento consigli e saggi avverti­menti), dedicati ai figli, Lo Frasso studia tutte le possibili posizioni sociali che un uomo può raggiun­gere, comportandosi, nella vita di tutti i giorni, sempre con dignità e onestà. Anche quest’opera non è un capolavoro, ma è piena di ottimi consigli – taluni validi ancor oggi – e interessanti per lo studio del costume e di molte tradizioni popolari.

Nel 1573, il poeta algherese provvide a dare alle stampe l’opera più famosa: “Los diez libros de Fortuna de Amor”, una specie di autobiografia romanzata, dove prosa e versi si alternano, in castigliano, in catalano e in sardo.

Lo Frasso è stato sempre il primo autore sardo a pubblicare poesie e racconti in uno stesso lavoro, fa­cendo convivere nella stessa opera ben tre idiomi. L’opera merita, inoltre, di essere ricordata anche per altri motivi: preziose sono, in­fatti, le notizie sull’ambiente algherese e barcellonese e interessanti i cenni a diverse correnti letterarie. Il nome di Lo Frasso ha avuto l’o­nore di figurare in uno dei massimi capolavori della letteratura spa­gnola, e di aver avuto una ristampa delle sue opere a Londra, nel 1740. Ora è quasi sconosciuto alla mag­gior parte dei conterranei. Le sue opere furono diffuse ed ap­prezzate da Cervantes, che lo ri­cordò più volte nella sua celeber­rima opera El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (Madrid 1605), e negli altri due lavori: El viaje al Parnaso (Madrid 1614), e El Vizcaíno fingido, da Los entre­meses (Madrid 1615).

Abbiamo provveduto, nel 1973, a presentare in originale le sue opere con la traduzione a fronte. Il no­stro lavoro sul poeta algherese è preceduto da un attento studio su “Antonio Lo Frasso, poeta e romanziere sardo-ispanico del Cinquecento”. Uno studio che pre­senta questo singolare algherese e che è il frutto di una ricerca lunga e appassionata.

Nell’opera “I dieci libri di Fortuna d’Amor” vi sono frequenti richiami, nutazioni e passi autobiografici che testimoniano della sua nostalgia per la sua isola, tanto che, antesi­gnano della valorizzazione della lingua sarda, inserisce glosse, so­netti e composizioni poetiche in sardo logudorese. Questo scritto è, inoltre, molto importante, per­ché, essendo autobiografico, è zeppo di notizie sulla città di Alghero, sulle famiglie nobili algheresi e in Barcellona. Nel 1571 stampa, come già detto, un volume di consigli saggi, in rima, e una celebrazione in versi  della vittoria di Lepanto riportata dalla flotta cristiana contro quella musulmana, che costituisce la prima cronaca della battaglia. Con il lavoro sullo scontro navale nelle acque di Lepanto (El verda­dero discurso de la Batalla de Le­panto…) l’autore ricostruisce punto per punto la vittoria della flotta cristiana comandata da Don Giovanni d’Austria contro i turchi, e ricostruisce le vicende dell’im­presa con tale esattezza e tali par­ticolari cosicché nulla ha da invi­diare alle ricostruzioni storiche fatte in seguito col sussidio di un’imponente bibliografia e di nu­merose ricerche archivistiche. Il merito del poeta algherese è di es­sere stato il primo a ricostruire la vicenda di questa battaglia. Francesco Alziator, che si è inte­ressato ad Antonio Lo Frasso de­dicandogli un capitolo in Storia della letteratura di Sardegna (Ca­gliari 1954), scrive che è interes­sante la descrizione della battaglia e dei preparativi militari, poiché il poeta algherese appare come un cronista storico ed anche perché l’opera è il primo documento sto­riografico della famosa battaglia del mondo cristiano sugli infedeli della mezzaluna.

Si tratta della spedizione degli eser­citi cristiani contro i Turchi nelle acque di Lepanto avvenuta ai primi di ottobre del 1571. Lo scritto è, cronologicamente, la prima cro­naca dello storico scontro navale; possiamo perciò considerare il poeta sardo il primo ad avere can­tato queste gesta nella cristianità. Questo solo sarebbe già un grande merito, poiché il nostro poeta ini­zia l’illustre catena, di cui uno de­gli anelli è il lirico spagnolo Ferdinando de Herrera, considerato il poeta del secondo Rinascimento letterario spagnolo dopo Garcilaso de Vega e prima di Lope de Vega Carpio, che canta in toni biblici la vittoria. Infatti il poemetto di An­tonio Lo Frasso porta la data del 30 novembre dello stesso anno: non erano passati ancora due mesi dalla vittoria. Tutte le altre opere che ricordano la battaglia sono po­steriori a quella del nostro poeta. Questo fa pensare che Lo Frasso fosse presente alla battaglia, es­sendo un soldato di carriera; per  lo meno, deve essere stato accanto a qualche personaggio illustre par­tecipante alla battaglia, che gli ha fornito numerosi dettagli. Pare co­munque inverosimile che i nume­rosi e precisi dettagli inseriti nel poema non facciano pensare che il  sardo abbia provveduto alla ste­sura in una fregata durante il viag­gio di ritorno. Non è possibile che un uomo, anche se molto dotato intellettualmente, possa comporre un lunghissimo poema nel giro di pochissimi giorni, stando a Barcel­lona, in attesa di avere, dai messi del generalissimo don Giovanni d’Austria, notizie che si riferiscono a tutti i minimi particolari dell’im­presa.

L’opera inizia con la invocazione alle muse, segue la dedica; vengono poi ricordati gli alleati partecipanti alla Lega Santa: il Papa, Venezia, don Giovanni d’Austria, che si ac­commiata dal Re di Spagna. L’au­tore passa poi a presentare l’itine­rario con la partenza della flotta spagnola dal porto di Barcellona; l’arrivo a Genova delle truppe ibe-riche e, dopo la sosta di due giorni, la partenza su cinquanta galere al comando del generalissimo don Giovanni, al quale si uniscono i ge­novesi del Doria. La prima tappa è Napoli, dove la cittadinanza tributa grandi onori ai soldati e dove viene consegnato alla flotta uno stendardo a nome del pontefice e del re di Spagna Fi­lippo II. Dopo l’aggregamento di altri soldati e l’imbarco di vetto­vaglie, l’armata cristiana si dirige verso la Sicilia, e a Messina si ag­giungono altri militari. Riunita la flotta, don Giovanni si trasferisce nel mare di Grecia, dove, avendo avuto notizia che la flotta turca tornava da Costantinopoli, decide di aspettarla all’in­gresso del golfo di Lepanto. Ar­rivò, in effetti, l’armata turca e lo scontro delle due squadre fu terri­bile.

Prima del grande scontro, il comandante di tutti gli eserciti cri­stiani, il valoroso ed illustre don Giovanni, passa in rassegna le navi e rivolge ai combattenti un discorso di incitamento. Si passa poi alla descrizione della disposizione delle galere prima della battaglia. La nave del coman­dante sta in mezzo a due capitane: a destra quella pontificia con due patrone a poppa, del Cardona e del Doria, a sinistra quella vene­ziana del Barbarigo. Si rivolgono preghiere al Signore Dio e alla Vergine e, su una nave, viene celebrata una messa per chie­dere la protezione del cielo. In seguito al ferimento di Ali Pa­scià da parte di una fucilata che lo  colpisce in fronte, nell’armata turca subentrò una certa demora­lizzazione. Ciò avvantaggiava don Giovanni che poté ottenere una completa vittoria, salutata da tutti con gioia grande. Le navi turche abbattute e catturate furono molte e così pure molti furono i prigio­nieri, mentre in campo cristiano le perdite furono minime.

Il racconto termina con il ringra­ziamento per la vittoria conseguita e con le lodi per il grande condot­tiero ed eroe della giornata e per tutti i soldati che presero parte al memorabile scontro, non dimenti­cando i caduti e gli eroi. Alla fine della esposizione lo Frasso rivolge a Dio e alla Vergine un’ottava di ringraziamento per la strepitosa vittoria e chiude il racconto con un suo sonetto rivolto al serenissimo don Giovanni.

“Se non vi piace il lavoro di se­mina del grano e dei legumi, pian­tate una vigna, in terreno lontano dalla strada maestra, perché non subisca danni; fate che sia ben re­cintato e vi sia un solo viottolo. Se avete bisogno di soldi, vendete il vino in città, ma non dimostratevi meschini. Per portare l’acqua a tutte le viti, fate delle canalizza­zioni e, se la terra non è fertile, concimatela”.

Questi suggerimenti sono alcuni dei milleduecento consigli che il poeta algherese Lo Frasso da ai figli Al­fonso e Scipione, nel 1571. Sono ammaestramenti per meglio com­portarsi in caso si intraprenda una qualsiasi professione: da quella ec­clesiastica a quella del pastore, del­l’agricoltore, del notaio, dell’ar­tigiano, del commerciante, del me­dico, dell’intellettuale, del cava­liere, del soldato a piedi, del sol­dato a cavallo, ecc. I consigli, seb­bene siano passati più di quattro secoli, possono essere tuttora ri­volti ai nostri giovani, perché ser­vano loro di incoraggiamento a cre­dere nel lavoro dei campi, nell’al­levamento, nell’artigianato e nell’agriturismo.

Per presentare uno spaccato della società agro-pastorale del Cinque­cento sardo, di cui si sa poco o nulla, prendiamo in esame alcuni  versi che il poeta algherese indirizza agli abitanti del mondo rurale. Di questi consigli ci interessa so­prattutto il loro contenuto morale e didattico: infatti i versi del Lo Frasso ci danno la possibilità di co­noscere l’animo dei sardi del secolo XVI. Al poeta della città catalana interessava suggerire all’uomo di ogni tempo i comportamenti da se­guire nei confronti del suo simile, quando si sarebbe ritrovato nelle condizioni di lavorare per gli altri. Per coloro che intraprendono il mestiere di pastore si consiglia di non pascolare in terreno vietato, ma di andare a pascolare per monti, selve e spiagge. Il pastore deve aver cura delle pecore e degli agnelli, affinché i lupi non ne ap­profittino per attaccarli; deve farsi la capanna e riposarsi in luoghi in cui non darà fastidio a nessuno; deve andare alla messa domenicale, per non pagare la tassa imposta a coloro che mancano al rito della domenica; deve tenere sempre il ba­stone, l’acciarino per il fuoco e la bisaccia ben fornita di pane e rac­cogliere il latte, il formaggio, la lana e la ricotta nella giusta sta­gione e nel tempo opportuno. Anche al seminatore e al vignaiolo si consigliano i regali e la paga della decima al prelato e, qualora aves­sero bisogno di soldi, l’algherese suggerisce loro di vendere il vino in città; li esorta anche a non mostrarsi meschini, se venisse loro tolta la licenza di vendita e, per far sì che il vino duri, il poeta è dell’av­viso che bisogna accontentare il compratore, non frodandolo però, e che nel vendere il vino in grosse quantità, non vengano accecati dalla cupidigia. Così, per vendere il vecchio, lasciando da parte il nuovo, non occorre desiderare la siccità e, qualora il vino si gua­stasse, consiglia di venderlo come aceto; e se anche in questo caso non andasse bene, perché il vino mantiene un cattivo odore, esorta a buttarlo.

Per ultimo troviamo gli insegna­menti all’ortolano, al quale consi­glia di porre l’orto accanto al ru­scello, in pianura, perché, con mi­nima spesa, darà buoni frutti e buon guadagno. Per portare l’ac­qua a tutte le piantine, suggerisce di fare canali e, se la terra fosse magra, di concimarla e di fare un pozzo in un punto alto, così da po­tersi servire dell’acqua corrente. Vi metterà il bindolo e il secchiello, che serva per irrigare bene tutto il campo, come se ci fosse un canale. All’agricoltore consiglia ancora di irrigare le erbe con l’acqua salma­stra e di dare acqua abbondante al cardo, al melone e al cetriolo e di portare ogni giorno la verdura al mercato, per ricavarne da un soldo un ducato, cercando però di non essere avido con quanto il Si­gnore Iddio gli avrà accordato e così aumenterà il capitale. Chiude la parte che interessa l’a­gricoltore, ricordando che gli agri­coltori portano abiti di vivaci co­lori e che, come abito per i giorni di festa, usano il mantello e il saio nero senza guarnizioni e calzoni a mezza calza e, come abito da la­voro, un abito grigio scuro. Al sarto rivolge consigli tecnici e morali: accurati nel tagliare la stoffa, farsi pagare il giusto, con­segnare gli avanzi, lavorare di giorno e di notte, avere discrezione nel prendere le misure, insegnare bene il mestiere, condurre vita one­sta; ammonisce i notai affinché non facciano imbrogli, scrivano e registrino gli atti con lealtà, trattino sempre la verità, evitino errori, servano tutti con onestà e non falsi­fichino gli atti, firme e scritture, non rendano pubblico quello di cui si è sentito, se non quando è stato ordinato dal giudice. Ai medici consiglia una buona pre­parazione professionale accompa­gnata con la conoscenza della fi­losofia, grammatica e perfino della astrologia. Fa poi un elenco degli onorari medici consigliando loro un continuo studio e rapporti continui con buoni maestri.

L’ultima parte è dedicata alla vita militare e il poeta dimostra di avere una buona conoscenza delle armi. Nell’opera maggiore Los diez libros de Fortuna de amor, si trovano gli onesti amori del pastore Frexano e della bella pastora Fortuna, – nar­rati con svariatissime immagini poe­tiche -, la breve storia di Florizio e Argentina, una vivacissima descri­zione di giostre reali e tre trionfi di Dame. Sono menzionate le città sarde, in numero di otto; sette si trovano lungo le coste, l’ottava, Sassari, è situata a due miglia dal mare. La seconda città è Alghero, porto di mare, in cui si pesca la maggior quantità di corallo. Vi si trovano cinquecento mulini e cin­quecento forni privati. Nell’isola vi sono uomini dotti, donne belle e oneste nel porta­mento. Nei vestiti, tanto gli uomini come le donne, usano l’abito e l’e­leganza della Spagna. Nei primi libri, impregnati sull’ar­dente amore di Frexano per l’amata Fortuna, alla quale invia tre lettere accompagnate da sonetti, canzoni e glosse. Ma la ragazza non gli da alcuna risposta. Allora il pastore ascende il Monte Parnaso alla ri­cerca della fonte fatata, nella cui cima trova le nove Muse sedute ac­canto alla fonte. Le prega di lasciar­gli bere dell’acqua per poter acqui­stare il sincero amore. La Dea Mi­nerva, però, lo avverte che l’acqua della fonte può essere bevuta solo dai saggi, ma in premio, per aver scalato il monte, gli consegna una foglia d’alloro in cui sono scolpiti questi versi: “Que vale cordura / sino hay ventura” (Che vale essere saggi, se non c’è fortuna). L’opera, in complesso, ha dei pregi, poiché si avverte il continuo lamento del poeta per essere stato ab­bandonato dall’amata ed essere stato costretto ad abbandonare la sua Alghero. Infatti viene accusato di aver ucciso un concittadino e chiuso in carcere, dove resta per ol­tre due anni e mezzo. E’ il momento più triste della sua vita, poiché viene abbandonato dalla sua amata e perde tutti i suoi averi. Così, rico­nosciuto innocente, lascia con tri­stezza la sua città, andando a piedi da Alghero sino al porto di Arbo­rea, da cui parte per la Catalogna, spogliatosi di tutti i ricordi della sua amata e della sua terra. S’imbarca su un galeone e si reca in Spagna alla corte del sovrano per chiedere giustizia dell’offesa patita ingiusta­mente per lungo tempo.

 Il viaggio in mare dalla Sardegna alla Spagna dura parecchi giorni, durante i quali il galeone, dopo al­cuni giorni di bonaccia e buona na­vigazione, incappa in una tremenda burrasca che rovina parte della im­barcazione. Alte onde sballottano il natante tanto che cadono gli al­beri, si rovinano le sartie, e in certi momenti le onde sommergono il battello. Si sentono lamenti, grida, pianti e preghiere. Dopo due giorni e due notti infernali passa la bufera e il galeone, semidistrutto, rag­giunge il golfo della Catalogna ed entra nel porto di Barcellona, alla cui vista Frexano rivolge lodi al Si­gnore per lo scampato pericolo ed il suo cuore si gonfia di contentezza poiché ha potuto mettere piede sulla terra, dopo la brutta avventura pas­sata in mare.

Nel porto catalano lo attende l’a­mico Claridoro, il quale gli offre metà del suo bestiame e tutto il gua­dagno che il lavoro darà. Entrati in città, Frexano si stupisce della sua bellezza e nota in un palazzo una grande festa. Viene a sapere che sono i preparativi per le nozze della sua futura signora e padrona con il governatore della città di Mi­lano. Avuto il permesso di parte­ciparvi, entra nel palazzo e resta estasiato dalla ricchezza delle deco­razioni. Nota in uno stemma della casa alcuni versi che esaltano il va­lore del padre della sposa, il celebre Luogotenente Zuñiga che ha partecipato assieme con il genera­lissimo Don Giovanni d’Austria alla vittoriosa battaglia di Lepanto. Negli ultimi tre libri, il poeta inse­risce tre Trionfi ad imitazione di quelli del Petrarca, che non hanno nulla a che vedere con la struttura del romanzo: sono la storia di Don Florizio con la bella pastora Argen­tina, in cui Florizio sostiene una lotta con un grande drago, uscen­done vincitore, e sposa una bella pastora che viveva in un bosco in­cantato, lontano dal suo castello. Un’egloga, a ricordo del valore, delle virtù e della bellezza di cin­quanta dame più celebri e famose della città di Barcellona, è l’argo­mento del nono libro, mentre l’ul­timo è diretto alla illustrissima e grande signora Donna Francesca Alagon, contessa di Quirra, in oc­casione delle sue nozze con Don Luigi Carroz de Centelles. Vi tro­viamo molte rime, sonetti e can­zoni, che il poeta ha inserito, in que­sto libro offrendo alla generosa pro-tettrice, non potendole donare né gemme né oro nel giorno più bello della sua vita.

Il romanzo ha termine con alcune sestine, che ricordano il passato amore di Frexano con Fortuna, sen­za però aver alcuna relazione con la vicenda dell’opera, e con una ele­gia, “testamento d’amore”, tra un pastore e la morte. E con il roman­zo si chiudono anche le notizie sulla vita dello scrittore algherese. A conclusione di questo scritto, cui potrebbero seguirne altri, essendo le opere di Lo Frasso ricche di di­versi temi, l’opera maggiore pre­senta, all’inizio, la stampa della piazzaforte di Alghero, notevole documento cinquecentesco che ser­virebbe non solo alla storia della città catalana, ma anche alla rico­struzione della documentazione sto­rica delle fortificazioni sarde. Inol­tre l’opera assume un interesse mag­giore perché presenta un elenco di dame dei potenti casati algheresi, analizzate dall’autore in una sfilata di belle donne, le cui eccelse virtù e le molteplici grazie muliebri sono estremamente esaltate.

L’ALGUER, a. VIII, N° 40, MGGIO-GIUGNO 1995  (nota: questa prima parte è di Luigi Spanu)

 

ANTONI LO FRASSO, LA SARDENYA I L’ALGUER (Seconda e ultima parte)

 

L’estudi del Prof. Luigi Spanu ha il.lustrat les obres de Antoni Lo Frasso i ha evidenciat alguns aspec-tes de l’obra literaria i poètica en l’àmbit de la literatura espanyola del ’500.

Seguramet el sard més famós i coneixut en els ambients literaris espanyols, aquest personatge i la sua dimensió literaria son estats i resten, però, problemàtics i, sota diversos punts de vista, encara controversos. Si no és fàcil, per ara, fixar i donar-li una clara i defini­tiva col.locació en el panorama glo­bal de la literatura espnyola, ningú pot pensar de trobar la solució a les problemàtiques lligades a aque­sta figura, disminuint-ne acriticament el valor o arribant a la con-clusió, segurament superficial, que la mencio de Miguel Cervantes en el “Quijote” sigui a l’ensenya de la ironia.

D’altra part, si prescindim o deixem en suspès el judici sobre la di­mensió i el valor en l’horitzó més ample de la “hispanidad”, la col.locació de Antoni Lo Frasso com literat sard és segurament de relleu i, en aquest àmbit, és i re­starà un deis algueresos més il.lu­stres.

És veritat que no és i no será fácil definir exactament si Antoni Lo Frasso és nat a PAlguer o si de l’Al-guer eli n’ha fet la pàtria de adopció. No tenim documentació certa i les dues expressions amb les quals eli defineix la sua origen no son to-talment univoques. De fet Antoni Lo Frasso se defineix  “sardo déla Ciudad de Lalguef i a pròsit de la llengua castellana en la qual escriu la sues obres confessa “…que no ha sido poco mi atre­vimiento escrevir en la presente llengua y dexar mi natural sarda’ ‘ ; però se té també de donar el just pes al fet que parlant de l’Alguer diu que és un “puerto de mar donde yo nací”.

Les dues interpretacions, dones, re­sulten possibles i legitimes. De totes maneres és un fet absolutament irrellevant: nat a l’Alguer o fili adoptiu, Antoni Lo Frasso ha fet conèixer l’Alguer en tot el món cul­tural espanyol del ’500. L’Alguer és també el Hoc on ha ambientai bona part de Los diez libros de Fortuna d’Amor, i sota aquest aspecte l’interès, per nosaltres al­gueresos, és enorme: de l’Alguer cita, per exemple, les famílies més importants quan en el “Trionfo” del libro IV, celebra les virtuts de 20 dames alguereses, dues de les quals, de altres fonts, sabem que havien fet de padrines als sous dos filis Gaví Alfons i Francese Sipió. De PAlguer nos ha deixat, inserit en la primera edició de la sua obra, un disseny que reproduim en aquest estudi (p. 9) i que descriu també si en manera clarament aprossimativa la nostra ciutat vista de la marina.

Famosíssimes son també, i no podem no citar-Íes, les noticies amb les quals descriu l’Alguer: “…la segunda ciudad [de Sardeña] y llave del reyno, es la ciudad de Larguer, puerto de mar donde yo nací, en la guai se pesca la mayor cantidad del coral, con dozientas fragatas, y dos mil hombres que entienden en ello, tiene dentro la dicha, ciudad quinientos molinos de sangre, que muelen grano, y quinientos hornos de particulares que cuezen pan…”   (Prologo)

Igualment famosos son els versos que Antoni Lo Frasso dedica a la nostra ciutat: “Lalguer castillo fuerte bien murado con frutales por tierra muy divinos y por la mar coral fino estremado es ciudad de mas de mil vecinos”. (Libro quarto, f. 13Ov-131r)

Si no tenim documentació directa que pugui resoldre el problema de on Antoni Lo Frasso és nat, encara mes poc sabem de la sua experien­cia algueresa. Per fortuna poques noticies les trobem en Los diez li­bros de Fortuna d’Amor, obra principal en part ambientada a l’Alguer, com ja havem dit, i que és clarament autobiogràfica: el nom del mateix protagonis