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ORGANIZZAZIONE POLITICO, COMUNALE E SOCIALE

7 Novembre 2012

Il Parlamento sardo e sue funzioni

 Il mezzo che permetteva ai sovrani di conoscere con maggiori dettagli le condizioni generali della Sardegna e quindi di intervenire per modificarle era il  Parlamento, i cui provvedimenti  mettono in evidenza soprattutto i problemi sociali ed economici. La storia parlamentare servirà a darci una diretta conoscenza di molti aspetti della vita isolana.

La seduta del primo parlamento sardo si ebbe una trentina d’anni dopo l’arrivo degli aragonesi in Sardegna. Fu, infatti, indetto nel 1355 dal re Pietro d’Aragona.

Ai lavori parlamentari, la cui sede fu quasi sempre Cagliari, scelta come capitale del Regno, partecipavano di diritto gli ecclesiastici, i feudatari e i rappresentanti delle città e delle ville non soggette a vincolo feudale. Queste tre classi cooperavano con il viceré alla direzione del governo e rappresentavano i diversi ordini sociali della popolazione isolana.

Al Parlamento partecipavano di diritto i rappresentanti del clero: arcivescovi, vescovi, abati, prelati, priori dei principali monasteri e dei Capitoli  delle Cattedrali di ciascuna diocesi; i feudatari, i nobili e i cavalieri; del braccio reale facevano parte, infine, i rappresentanti delle città e delle ville non infeudate, cioè non dipendenti direttamente dalla Corona di Spagna.

Ogni braccio, o classe, costituiva, perciò, un corpo autonomo, si riuniva in assemblee distinte e prendeva decisioni a riguardo dei problemi più importanti per la vita dei sardi. Alla fine dei lavori i bracci presentavano le richieste al sovrano, assieme alla offerta del donativo, che veniva letta mediante una clausola fissa. Le decisioni venivano poi consegnate per iscritto al rappresentante dei tre ordini, eletto dal Parlamento. Questi si recava alla Corte di Spagna per presentare le richieste al sovrano. Come contropartita, veniva concesso al re un donativo annuale, che veniva confermato per un decennio, fino all’apertura del nuovo parlamento.

Gli Stamenti giuravano che avrebbero mantenuto fede al giuramento fatto e che le somme del donativo, riscosse annualmente, sarebbero state rinchiuse in due casse con quattro chiavi ognuna, ‑ cassa da tenersi una a Cagliari e una a Sassari -. Le chiavi erano conservate, per la cassa di Cagliari, dal viceré, dall’arcivescovo, dal marchese capo del braccio militare, e dal giurato in capo presidente del Reale, mentre per la cassa di Sassari, ne erano custodi il Governatore, in assenza del viceré, l’arcivescovo, l’inquisitore, il conte di Sedilo, o in sua assenza, il cavaliere da lui nominato.

Quando gli Stamenti si riunivano separatamente, il braccio ecclesiastico si chiudeva nella sacrestia della Cattedrale, quello militare nella cappella dedicata alla Beata Vergine della Speranza, mentre quello reale si radunava nella cappella di Santa Cecilia e i funzionari regi, che provvedevano al collegamento e ai lavori di competenza, si riunivano nell’antica cappella di San Francesco, in Cattedrale.

La Prima Voce dello Stamento Ecclesiastico era l’arcivescovo di Cagliari e, in sua assenza, veniva sostituito dall’arcivescovo o vescovo della chiesa  più antica della Sardegna; quella dello Stamento Militare era il feudatario più elevato in grado e quella  dello Stamento Reale era il rappresentante della città di Cagliari, in quanto era la personalità  più imponente del Regno.

I capi degli Stamenti dirigevano le operazioni parlamentari, proponevano gli ordini del giorno, davano e toglievano la parola e regolavano la discussione. Il Braccio Militare aveva una posizione di indiscussa supremazia rispetto agli altri due Bracci.  

Le Corti sarde, sin dalla loro prima convocazione, imitarono, nella forma, i parlamenti degli altri regni di Spagna, ma soprattutto quello d’Aragona. I tre ordini erano chiamati anche Stamenti, o Bracci, brazos. Tutti insieme formavano le “Cortes” generali del Regno.

Ognuno di questi bracci aveva un Capo presidente, che si chiamava Prima Voce: presiedeva le riunioni del Braccio ed aveva la parola nelle adunanze stamentarie. I lavori parlamentari duravano in media un anno; pochissimi hanno raggiunto il tempo di due anni.

Fin dalla prima riunione parlamentare, per motivi di carattere politico‑militare sede naturale del Parlamento fu Cagliari, anche se non esisteva alcuna disposizione legislativa che imponesse questo obbligo.

La città di Cagliari, essendo sede del Parlamento e capoluogo del Regno, era rappresentata dai Procuratori ecclesiastici, da un consigliere e dal primo capo dei Giurati del Maggior Consiglio Civico e dalla Magistratura cittadina. Mentre ai primi parlamenti parteciparono gli stessi sovrani, ai successivi e fino all’ultimo del periodo spagnolo, nel 1698, la presidenza fu tenuta sempre dal viceré, che era anche Luogotenente Generale del Regno: ciò avveniva a causa della grande distanza dell’isola dalla Spagna.

Nell’ambito parlamentare si formavano due forze: quella del viceré e dei suoi funzionari, e quella dei Bracci, spesso antagonisti tra loro per motivi nobiliari e di interesse religioso, o per motivi amministrativi, ma d’accordo di volta in volta su una base di prestazioni reciproche.

I sovrani spagnoli tenevano in particolare considerazione i nobili, perché temevano che essi si schierassero dalla parte di eventuali avversari; perciò, concedevano loro i più alti incarichi nell’isola salvo la carica di viceré, e la facoltà di non dover sottostare, per reati di cui venissero accusati, ai giudici ordinari e di venire giudicati esclusivamente da un tribunale formato da sette loro colleghi, membri dello stesso braccio militare.

Il Parlamento mirava ad ottenere per i Sardi conquiste importanti, fondamentali, giacché chiedeva che, in cambio di impieghi occupati da forestieri in Sardegna, ne venissero riservati altri ai Sardi, nei regni della Corona di Spagna.

Il donativo non era che una parte delle tasse che i Sardi pagavano; infatti il fisco spagnolo, (non meno di quelli di altri dominatori precedenti e seguenti), attraverso numerose altre specie di imposizioni, ‑ dazi sulle carni, sulla farina, tasse di concessione, sulla pesca, e soprattutto attraverso i fortissimi dazi di esportazione, specie del grano,‑ ricavava dalla Sardegna somme di gran lunga superiori. Una parte del donativo era destinata a premiare e a rimunerare il viceré e i suoi più elevati collaboratori, nonché gli agenti delle amministrazioni. Un’altra cospicua parte del donativo era destinata a scopi di culto, celebrazioni religiose, pie elemosine, restauri di edifici; una parte ancora veniva destinata ad opere di pubblica utilità. L’onere maggiore del donativo era a carico del Braccio Militare che ne pagava il 60 per cento; era esente però da ogni imposta sulle rendite dei suoi considerevoli beni e non pagava tasse per esportare il suo prodotto per mare e per terra; seguiva il Braccio Reale, che versava il 25 per cento, mentre il Braccio Ecclesiastico versava più del 12 per cento, di volta in volta autorizzato dal Papa. La quota del Braccio Reale era suddivisa tra le popolazioni di diretto dominio regio, perciò, tra le città, le incontrade e le ville reali.

L’istituzione parlamentare portò ad una graduale evoluzione nel campo giuridico e politico dei Sardi che, nel 17° secolo, raggiunsero la piena coscienza dei propri diritti.

 

 

Magistratura Civica

 

Quanto alla struttura e all’organizzazione civica, la capitale dell’isola, anche nel ’600, aveva un ordinamento comunale autonomo, di tipo catalano: esso era retto da cinque membri o giurati, assistiti da un consiglio di cinquanta membri eletti annualmente dalle classi borghesi più elevate e di maggior censo.

Cagliari, che in base al Ceterum concesso da Giacomo II, re d’Aragona, il 5 agosto 1326, si governava con le stesse norme vigenti a Barcellona, agli inizi del Cinquecento ebbe una riforma amministrativa di enorme importanza, poiché pose fine all’antico Statuto relativo alle elezioni dei Consiglieri Civici e dettò nuove norme per la loro nomina, col sistema del sorteggio.

Il nuovo sistema affidava al viceré il controllo delle liste dei candidati al sorteggio, ‑ presentatogli dal Consiglio uscente ‑, che avveniva nel giorno della vigilia della festa di sant’Andrea, il 29 novembre. Nella sede della Municipalità, in Castello, due notai provvedevano al controllo dei sacchetti nei quali si ponevano i rotolini di pergamena con i nomi dei candidati. Il sacchetto veniva chiuso e sigillato alla presenza del maggior rappresentante regio e della rappresentanza municipale e poi posto in una cassa, che veniva chiusa con tre chiavi. Tale operazione prendeva nome di insaccolazione. Il sorteggio avveniva in due tempi: il 29 novembre venivano sorteggiati i consiglieri ‑ o giurati ‑ e i 50 membri ed il 6 dicembre, all’ottava, per la festa di San Nicola, venivano sorteggiati i nomi dei cittadini che dovevano svolgere mansioni pubbliche: il mostazzaffo

(l’incaricato per l’annona dei mercati), il capitano del porto, il Padre d’Orfani, il clavario (custode delle chiavi) della frumentaria, l’obriere (il tesoriere), il capitano dell’artiglieria, il clavario ordinario, il clavario dell’Ospedale, il Console della Nazione, i controllori di polizia di Castello, di Stampace, della Marina e di Villanova.

Quanto alla rappresentanza consiliare nella Municipalità, i cagliaritani, nel corso del secolo 16°, ottennero un’importante conquista, che mantennero per tutto il corso del 600: una innovazione amministrativa dava infatti la possibilità a cittadini dei tre sobborghi cagliaritani di far parte del consiglio civico e di far sentire direttamente la loro voce in materia sanitaria, urbanistica, assistenziale e su altri servizi. Questi rappresentanti delle tre ville cittadine sedevano così accanto ai consiglieri civici e ai giurati.

L’amministrazione civica si avvaleva in tal modo della partecipazione dei rappresentanti dei sobborghi, o quartieri, che ebbero allora l’opportunità di far conoscere le esigenze degli abitanti delle appendici cittadine, i cui magistrati rappresentavano le tre classi sociali esistenti nel quartiere: quella dei professionisti, quella della piccola borghesia, rappresentata dai commercianti, dai proprietari, dai pubblici dipendenti e quella dei cittadini operai e artigiani, in maggior parte soci dei gremi cittadini.

Le classi sociali più basse, quindi, sebbene in grande minoranza, entravano a far parte dell’amministrazione municipale.

Ogni appendice, per conto suo, aveva nove magistrati, che venivano affiancati da un Consiglio degli Anziani, composto dai componenti le tre classi, in numero di tre per ogni classe.

 

ORGANIZZAZIONE ARTIGIANALE: I GREMI

 

I settori produttivi cagliaritani, che nel Seicento avevano raggiunto un livello di primo piano  nei valori dell’economia, erano organizzati su base artigianale, di tipo familiare. I fabbri, i  conciatori, i muratori, gli ortolani, i chitarrai, gli ortolani, i pescatori, i carradori, gli scaricatori di vino, i macellai o beccai, gli scaricatori portuali, gli addobbatori, gli argentieri e gli orafi, gli arrotini, gli aggiustapentole e ombrelli, i bottai, i terraioli, i calzolai, i falegnami, i musicisti e i cavallanti erano associati in corporazioni, che prendevano il nome di  gremi.

I gremi entrarono nella vita delle famiglie e formarono una forte componente nelle tradizioni cagliaritane religiose, civili e talvolta anche politiche. Così come, del resto, anche gli Ordini religiosi.

Tutto il settore produttivo cagliaritano era sotto il controllo diretto degli stessi soci dei gremi, che seguivano regole, norme e direttive emanate dagli statuti, che si rifacevano generalmente a quello dei gremi corrispondenti di Barcellona. I gremi, o corporazioni di mestiere e d’arte, riuscirono a unificare e quindi a rafforzare la difesa degli interessi dei lavoratori, facendo in modo che tutti gli operai di uno stesso mestiere si associassero per il bene della categoria intera, tenendola, d’altra parte, sotto un attento controllo.

Queste associazioni artigianali divennero floridissime, nel corso della loro storia, e raggiunsero la duplice funzione di tutelare gli interessi ed il buon nome della categoria operaia e di funzionare come associazioni di mutuo soccorso. Istituite a base tipicamente professionale, erano una delle espressioni caratteristiche dell’associazionismo cagliaritano, perché avevano carattere di associazione artigianale e religiosa, nonché caritativa. Esse avevano un proprio patrimonio, il cui reddito, unito ai proventi fissi e variabili, serviva per pagare le spese del donativo reale ed ecclesiastico. I gremi possedevano chiese, oratori per le funzioni religiose e per le adunanze, cappelle come cimiteri, e terreni, fabbricati, magazzini, da cui ricavavano enormi cespiti. Costituivano una delle componenti più attive e dinamiche della vita economica, sociale e religiosa della Cagliari secentesca. Infatti, gli aggremiati esercitavano una forte influenza anche nelle riunioni del Consiglio Civico, del quale facevano parte, in quanto eletti.

Il gremio sorgeva spontaneamente tra gli esercenti di uno stesso mestiere e la Magistratura Civica, alla quale era demandato il controllo amministrativo nella persona del Veghiere, ne approvava la costituzione e ne sanzionava lo Statuto. Ma il riconoscimento finale del gremio spettava all’autorità regia, vale a dire al viceré e alla Reale Udienza che approvava lo Statuto. I testi erano per la maggior parte in catalano, alcuni in castigliano, ma vi si trovavano anche termini sardi.

L’associazione gremiale era costituita dai membri effettivi; in alcuni casi, però, venivano ammesse anche le figlie e le mogli dei maestri. Per essere nominato maestro era necessario trascorrere un periodo di apprendistato. L’aspirante ad un mestiere, chiamato “incartato”, ‑ perché si compilava una carta come contratto di ingresso presso un maestro abilitato, che lo preparava per l’esame, insegnandogli il mestiere; lo accoglieva in casa sua, gli forniva gli alimenti e il vestiario e, in caso di malattia, lo assisteva, come un figlio. Il maestro non poteva avere più di due alunni alla volta. Dopo il periodo di apprendistato, l’alunno, che voleva far parte della categoria degli artigiani, effettuava un “capolavoro d’arte”, ossia provava la sua abilità attitudinaria mediante una prova pratica ed un esame, per il quale pagava una tassa di mezzo ducato, se figlio di un socio, di un ducato, se figlio di un cittadino qualunque, di due ducati, se era forestiero. All’esame, oltre agli esaminatori, presenziavano gli anziani del gremio, che ne dovevano garantire la regolarità. Di solito le domande d’esame erano tre, oltre all’opera d’arte, ed era concesso che fosse presente il maestro per sostenere moralmente l’allievo.

Quanto ai prezzi dei manufatti, le norme impedivano che una bottega, attraverso una offerta più vantaggiosa, togliesse il lavoro ad un’altra e che un maestro possedesse più di una officina, o bottega. Per facilitare il controllo, era stabilito che i laboratori e le botteghe fossero pubblici ed era proibito aprire bottega od officina senza il relativo permesso del Consiglio Civico.

A capo del gremio erano i Maggiorali, eletti col sistema di votazione allora vigente: l’insaccolazione, ossia l’imbussolamento in una borsa di pallottoline di cera, che racchiudevano una striscetta ‑ la matricola ‑ in cui era scritto il nome degli eleggibili. I maggiorali uscenti e quelli già scaduti formavano le matricole dei probabili maggiorali con una lista delle persone atte a ricoprire le varie cariche. La matricola non era annuale, ma durava da due a cinque anni. I nomi degli eletti erano tanti quante erano le cariche del gremio: da uno a quattro per i maggiorali, uno per il clavario, moltiplicati per tante volte quanti erano gli anni per i quali si facevano durare le matricole. Queste venivano disposte in distinte borse di cuoio, per ogni carica del gremio. Ogni anno si estraeva un nome da ogni borsa e si aveva così una “maggioralia” per quell’anno. Scaduto il periodo annuale, biennale, triennale, quadriennale o quinquennale si procedeva alla formazione delle nuove matricole. Chi aveva ricoperto una carica non era rieleggibile prima che fosse passato il periodo di una matricola. Le votazioni si effettuavano una volta all’anno, alla presenza del pubblico, nel giorno della festa patronale, che segnava il culmine dell’attività annuale del vecchio consiglio. Quando venivano eletti quattro maggiorali, per il forte numero di soci, come avvenne per molti gremi che nel corso del sec. XVII superavano il centinaio, veniva eletto un maggiorale capo.

Luigi Spanu

 

 

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