Archivio

Archivio Febbraio 2013

SARDEGNA D’ALTRI TEMPI

28 Febbraio 2013 Commenti chiusi
Categorie:Senza categoria Tag:

ARTICOLO SUI BOMBARDAMENTI A CAGLIARI NEL FEBBRAIO 1943 DI CARLO FIGARI SU UNA INTERVISTA A LUIGI SPANU

25 Febbraio 2013 Commenti chiusi

QUESTO ARTICOLO RICORDA LE TRAGICHE GIORNATE DEI BOMBARDAMENTI DEL FEBBRAIO 1943, INSERITO NELL’INSERTO

APPARSO NE “L’UNIONE SARDA” DEL 17 FEBBRAIO 2013

 

CAGLIARI 1943  – 70 ANNI DOPO

 

Luigi Spanu ha scritto due libri sui tragici eventi, ecco la sua testimonianza oggi

«Nessun allarme, poi i boati» 

Tra le vittime del 17 il grande pittore Tarquinio Sini

 

di Carlo Figari

 

Settant’anni fa le bombe degli alleati distrussero la città per oltre il novanta per centoNei rioni del centro storico esistono ancora rovine dimenticate e spazi vuoti: non si possono toccare perché sono considerati “monumentali”. Il ricordo di quel disastro è ancora oggi ben vivo nella memoria di chi ha felicemente superato quell’età che all’epoca era un bambino o un ragazzo con i pantaloni corti. Luigi Spanu (83 anni) è tra questi. Insegnante, studioso di Alziator e ispanista, ai bombardamenti ha dedicato due libri.

Cagliari alla vigilia degli attacchi del ’43. Come la ricorda con gli occhi di ragazzo?

«Si seppe che le truppe americane, di stanza in Algeria, si accingevano a portare la guerra in Italia. Si prospettava uno sbarco in Sardegna. La popolazione viveva in apprensione e restava rintanata nelle abitazioniSi faceva la fila per il pane, il latte, l’olio e altri generi alimentari. La razione giornaliera di pane era di 100 grammi a testa. La vita in città andava spegnendosi; era molto triste, mancava tutto e si dovevano fare molti sacrifici» .

Come vivevano i cagliaritani?

«Prima dei bombardamenti i cagliaritani venivano svegliati dalle sirene: ma si trattava sempre di falsi allarmi; perciò si erano abituati a convivere con questa triste abitudine. Le merci sparirono dai negozi: mancavano tessuti, scarpe e ogni altro tipo di vestiario. La mancanza di viveri aveva impoverito i ceti meno abbientiSi patì la fame, si diffondevano le malattie. Non esistendo più in commercio scarpe di pelle, i sandali o gli
zoccoli erano l’unica difesa ai poveri piedi.  Per difendersi dal freddo si usavano stufe e bracieri». 

Le notizie dal fronte e Radio Londra. Come gli abitanti si tenevano aggiornati e che cosa sapevano della guerra? 

«L’unica fonte era il giornale “L’Unione Sarda” che, controllato dalla censura, non dava notizie allarmanti. Non arrivavano giornali dalla penisola. Erano pochi i cagliaritani che avevano una radio. E qualcuno poteva captare le radio straniere. Quindi poche le notizie. Quelle radiofoniche e giornalistiche davano pesanti bombardamenti notturni ao centri militari, aeroporti e navali.

Il 17 febbraio arrivarono centinaia di aerei sul cielo della città. Scoppiò l’inferno.

«Era un mercoledì, giornata  splendida, primaverile. Scuole e uffici funzionavano. Tornato da scuola, feci la fila per il latte. Verso le 15  suonò la sirena d’allarme. Essendo in piazza Yenne, corsi per raggiungere casa (via Sant’Efisio). Passai davanti al rifugio “Grotta Santa Restituta”. Tante persone ammassate davanti al rifugio si accalcavano nell’ingresso. Continuai la corsa. Si sentì un forte boato. Uomini, donne e bambini, in attesa nel rifugio, furono falciati da proiettili di mitraglia e da schegge di piccole bombe. Altre vittime in diverse parti della città. Fu la prima giornata di terrore, sconvolse tutti gli animi».

Gli aerei tornarono il 26.

«Venerdì 26 arrivarono alla stessa ora. Nessun segnale d’allarme. Pesante bombardamentoMolti luoghi colpiti o distrutti: chiese, monumenti, il Municipio, il mercato cittadino e diversi palazzi rasi al suolo. Colpita la sede de “LUnione Sarda”. Tanti morti. I feriti vennero trasportati nei due ospedali cittadini. Fu consigliato di lasciare le case e stare nei rifugi o allontanarsi dalla città. La tregua durò poco».

Cosa accadde due giorni dopo?

«Mattina del 28, una domenicaIl cielo era limpidoAlle 12 stavo nel terrazzo, osservavo i campanili della chiesa di Sant’Anna e la cupola centrale in parte distrutta nel precedente bombardamento. Ad un tratto vidi in lontananza una nuvola e udii un rumore strano di aerei: erano nemici. Alcune bombe fecero tremare le case vicine. Nuvole di polvere entrarono dalle finestre spalancatesi. Finalmente il silenzio. Per fortuna, nessun danno alla nostra casa. Ancora tantissimi morti. La città era un cumulo di macerie».

Ormai Cagliari era diventata una città fantasma. Scapparono tutti?

«Sì, non si poteva più restare. Dopo la mezzanotte del 28, come migliaia di cagliaritanianche la mia famiglia lasciò Cagliarisuperando faticosamente le macerie e le strade disastrate. Dopo due ore di cammino raggiungemmo la stazione Ferrovie complementari in viale Bonaria. La notte era calma e serena. In cielo brillavano le stelle, ma il colore era diverso. In lontananza si scorgeva una grande nuvola rossastra, che squarciava le tenebre, illuminando a giorno la città. Era un enorme incendio che si sviluppava da parecchie ore nel porto».

Tra tanti morti ricorda qualche personaggio?

 «Tra le vittime del 17 febbraio il pittore Targuinio Sini, disegnatore e caricaturista, molto amato dai cagliaritani».

E poi lo sfollamento…

«I cagliaritani, lasciando le case in una fuga disperata, portarono il minimo indispensabile. Fu una vera e propria fuga di disperati verso i paesi dell’interno,  per sfuggire alle bombe e ad un probabile sbarco delle truppe americane».

Come fu il ritorno nella città distrutta?

«Il tenibile 1943 passò. Non le sofferenze. Persisteva la fame e la guerra.  Il 1944 non si prospettava migliore, ma fiduciosi in una pronta ripresa anche se lenta con tante incognite. Molti sfollati rientrarono. Noi, il 30 aprile, nel passare nella via S. Efisio, vedemmo la prepa­razione per la festa del santo martire. Soltanto nel 1° di maggio del ’43, la statua del santo partì su, un camionci­no scoperto, seguito da pochi fedeli. A metà settembre giunsero le truppe america­ne che portarono generi di prima necessità. Ma non scomparvero le tessere an­nonarie, poiché rimase l’incertezza economica e conti­nuava la vendita sotto banco, la borsa nera, di molti generi alimentari. La vita lentamente ricominciò».

 

Categorie:Senza categoria Tag: