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Archivio Marzo 2013

Cagliari nell’inferno del ’43

31 Marzo 2013 Commenti chiusi

In queste pagine ricordiamo i bombardamenti che, proprio cinquant’anni fa scolvolsero la città di Cagliari

I segni evidenti di quella immane tragedia non riescono a cancellare quel dramma che sconvolse la città. Basta osservare attentamente le colonne dei portici lungo la via Roma, i muri di parecchie case dei quartieri della Marina, del castello e di Stampace e in parecchi altri luoghi.
Le azioni militari e i bombardamenti su Cagliari ebbero inizio subito dopo lo scoppio del conflitto mondiale e sin dal 10 giugno del 1940 la città viveva l’incubo degli allarmi e dei bombardamenti. Quasi tutte le notti, per tre anni, dal ’40 al’43, i cagliaritani venivamo svegliati dalle sirene degli allarmi; per fortuna però si era sempre trattato di falsi allarmi e perciò si erano abituati a convivere con questa triste abitudine. La vita era stata, in quegli anni, molto triste e le difficoltà economi-che avevano costretto i cittadini a molti sacrifici. Tutte le merci erano sparite dai negozi: mancavano i tessuti, le scarpe e ogni altro tipo di vestiario. Non esistevano più collegamenti navali con la penisola e la Sardegna, priva di industrie, si trovò senza merci di alcun genere. I generi alimentari di prima necessità erano tesserati e potevano essere acquistati solo dopo file estenuanti che duravano due o tre ore.
L’inverno del ’42-43 fu abbastanza rigido e piovoso e fare la fila, di mattina per il pane, di sera per il latte di pecora e per l’olio, comportava almeno tre ore al giorno di intemperie sopportate con infinita pazienza. Non esistendo più in commercio scarpe di pelle (quelle belle e calde che sognavo di notte!), i sandali, costruiti artigianalmente con strisce di pelle vecchia riciclata, erano l’unica difesa ai poveri piedi; in sostituzione si potevano usare gli zoccoli in legno fatti con strisce di feltro ritagliate da vecchi cappelli.
Altro grosso problema era il pane, o meglio, la mancanza di pane. La razione giornaliera prevista dal tesseramento era di un panino a testa (100 gr.). La vita in città, intanto, andava spegnendosi. Non si trovava più un solo negozio aperto e chi voleva trovare da mangiare doveva spostarsi in bicicletta sino ai paesi del vicino Campidano, a Quartu, a Monserrato, a Sinnai. Migliaia di cagliaritani orbitavano ormai intorno a quei paesi che non erano preparati a sopportare una così forte richiesta di generi di prima necessità. Si erano creati dei punti di vendita nelle case di alcuni privati che, come si diceva allora, vendevano a “sa martinica” sottobanco e a prezzi altissimi. I rivendtori abusivi (is martinicheris) diven¬nero in pochi giorni ricchissimi però permisero ai pochi cagliaritani rima¬sti in città di poter sopravvivere in quelle drammatiche giornate.
La prima incursione aerea sul capoluogo ebbe luogo il 17 febbraio. Fu la prima giornata triste che sconvolse tutti gli animi. L’attacco aereo durò una mezz’ora provocando una immane tragedia. Cessata quella furia, ci si volle rendere conto di quanto era accaduto. Chi a spalle, chi con altri mezzi di fortuna trasportava dei feriti all’Ospedale Civile. Si seppe che molti uomini, donne e bambini che si trovavano ammassati davanti al rifugio di Santa Restituta, in attesa di entrarvi, erano stati falciati da proiettili di mitraglia e da schegge di piccole bombe. Ciò accadde, poiché l’ingresso al rifugio era molto stretto, sebbene il portone d’entrata avesse un’ampia apertura. Per terra giacevano molte persone colpite dalle bombe e dai proiettili. Alcune erano già esanime, altre invocavano aiuto.
Intanto giungevano notizie di altre vittime in diversi luoghi della città e di parecchie case colpite e danneggiate e voci sempre più allarmanti sui danni subiti dagli altri centri dell’Isola. A Gonnosfanadiga era stata colpita, tra l’altro, una scuola elementare e centinaia erano i bambini morti e feriti.
A partire da quel giorno, la vita dei cagliaritani divenne ancora più misera e affannata. Si rimaneva nel rifugio il più a lungo possibile e si usciva solo per trovare un po’ di cibo o per trasferire dalle abitazioni un po’ di masserizie, coperte soprattutto. Qualcuno aveva portato dei tavoloni di legno che, sollevati dal terreno con delle pietre, potevano servire di giorno come sedili e di notte come giaciglio che, anche se duro, era meno freddo della nuda terra.
Dopo quel primo giorno di lutto e di morte, i successivi passarono nella tristezza e nella paura di altre incursioni più violente. Arrivò, purtroppo, quel terribile bombardamento del venerdì 26 febbraio. La giornata era iniziata all’insegna del bel tempo e il sole tiepido annunciava l’arrivo della primavera.
Verso la fine della mattinata ci fu il solito allarme, l’urlo delle sirene non ci aveva impaurito più di tanto. Improvvisamente, invece, l’aria fu squassata da improvvise esplosioni e subito dopo, assieme al rombo degli aerei, un odore pesante, di polvere, rese difficile respirare. Il panico si impadronì di tutti noi, fu un fuggi fuggi generale, una corsa disperata verso i rifugi.
I più coraggiosi, finito l’allarme, erano usciti per controllare i danni subiti dalla città durante il bombardamento; la maggior parte, invece, aveva preferito trascorrere la notte al riparo e solo alla mattina del sabato, quando tutto sembrava oramai tranquillo, parecchie famiglie ebbero il coraggio di tornare nelle rispettive abitazioni.
Quella notte nessuno dormì, del resto sarebbe stato impossibile, perché il rumore dei camions militari e delle sirene era continuo. Di tanto in tanto rientrava qualche coraggioso che portava le ultime notizie dall’esterno.
“Hanno colpito il porto e due navi stanno bruciando” diceva uno e subito dopo: “la Marina è stata colpita e stanno scavando per togliere i morti da sotto le macerie” rincarava un altro. Alcune improvvise esplosioni non precedute dal fischio delle sirene dell’allarme preoccuparono ancora di più e si restò a lungo col fiato sospeso. Solo dopo qualche ora si venne a sapere che erano alcuni depositi di carburante che avevano preso fuoco ed erano esplosi nella zona militare di Sant’Elia, o forse di Calamosca. Le notizie si intrecciavano e spesso si contraddicevano e tutto ciò faceva aumentare il panico e la confusione.
Per tutta la mattina del sabato restammo ad ascoltare le notizie che provenivano dagli altri quartieri della città, ma non avevamo il coraggio di allontanarci e di andare a vedere cosa era successo; temevamo che da un momento all’altro squillasse l’allarme e di dover quindi correre di nuovo, con la famiglia, al rifugio.
Per fortuna in città esistevano numerosi rifugi, grotte naturali che costellavano tutta la parte collinare della città vecchia e di Castello. I più frequentati erano quelli di via Porto-scalas, che aveva offerto riparo agli abitanti del Corso Vittorio Emanuele, quello della grotta Marcello, in Piazza Jenne, e quelli in cemento armato, costruiti dentro il Porto, di fronte alla darsena, che avevano ospitato sia i militari, sia i civili accorsi dalle strade vicine. Gli abitanti di Bonaria avevano trovato ricovero nelle grotte che si aprono sotto il colle e le grotte del giardino pubblico avevano accolto gli abitanti di Villanova.
Purtroppo, però, ci furono molti morti e tanti feriti. La sorpresa aveva contribuito a peggiorare il danno causato da quel primo bombardamento.
Per tutta la giornata i camion militari avevano proseguito nel loro andirivieni; passavano carichi di macerie e di tanto in tanto si udivano le sirene delle auto che portavano i feriti all’ospedale, proprio dietro la nostra casa. Per fortuna nessun allarme aereo interruppe il lavoro di quel giorno e la sera, dopo una lunga discussione, i nostri genitori decisero di rischiare e di stare a dormire a casa. In caso di necessità in pochi minuti, di corsa, avremmo raggiunto il rifugio che distava solo poche decine di metri. Andammo a dormi¬re vestiti e solo la stanchezza ci aiutò a prendere sonno. La porta d’ingresso venne lasciata aperta. Tutto era predisposto per una eventuale fuga, anche un cestino con un po’ di cibarie era stato posto dalla mamma accanto all’ingresso.
Sebbene il giorno dopo fosse l’ultimo del mese di febbraio, splendeva un sole primaverile e faceva piuttosto caldo per quella stagione. Il cielo era terso e non lasciava intravedere una nuvola. Questo poteva essere invitante per un bombardamento. Non fu suonato neppure l’allarme, non si fece a tempo. Fu questione di attimi; molte famiglie, come pure la mia, furono colte di sorpresa nelle loro abitazioni. Era infatti iniziato il tremendo bombardamento della domenica 28 febbraio; data indimenticabile per tutti quei cagliaritani che vissero quei momenti.
Il bombardamento continuava implacabile. Si sentivano in continuazione i fischi delle bombe e pochi attimi dopo forti esplosioni e boati che indicavano l’abbattimento di palazzi, chiese e monumenti. Ad ogni esplosione ci cadevano sopra calcinacci e la nostra abitazione continuava a traballare.
Eravamo impietriti e ad ogni scoppio pensavamo che nessuno di noi dalla paura sarebbe uscito fuori da quel cataclisma. Eravamo in mezzo ad un vortice di fuoco e di morte, che da un momento all’altro poteva travolgerci. Ad un tratto il fabbricato ebbe un forte sobbalzo. Lo scoppio violento di una bomba, caduta certamente molto vicina, spalancò improvvisamente il portone che dava alla strada. Entrò un nuvolone di polvere che ci avvolse tutti. Ci prese un attimo di smarrimento, credemmo che il palazzo di fronte fosse stato colpito e che le macerie avessero ostruito il nostro ingresso. Dopo alcuni minuti la nuvola di polvere si diradò e quasi increduli constatammo che il portone era sol¬tanto scardinato e il palazzo di fronte era ancora intatto.
Il bombardamento intanto continuava e assieme ai forti boati e alle esplosioni violente si sentiva il rumore degli aerei che faceva supporre che fossero tanti e che avessero l’intento di continuare ininterrottamente il loro lavoro di distruzione.
Dopo più di un’ora di quel continuo e infernale sconquasso, che ci sembrò una eternità, tutto si calmò. Come improvvisamente aveva iniziato così improvvisamente cessò. Aspettammo con ansia di udire il segnale di cessato allarme, ma non si sentì nulla. Pensammo, allora, che l’incursione aerea avesse avuto un attimo di sosta e che avrebbe ripreso quanto prima. Si aveva paura di muoversi, e così stemmo per altri lunghissimi minuti in attesa di eventi. Non accadde altro. Gli aerei nemici si erano allontanati definitivamente, lasciandosi dietro un mare di rovine e una infinità di morti.
Dopo il bombardamento, mio padre radunò i figli più grandi per prendere una decisione: continuare a vivere in una città nelle grotte e porre in pericolo la nostra vita oppure allontanarci in tutta fretta? Fu scelta la seconda soluzione: abbandonare la città per sfuggire, sia ad altri possibili attacchi aerei, sia ad un probabile sbarco; era ormai convinzione di tutti che quei massicci bombardamenti precedessero lo sbarco delle forze nemiche nell’isola; e questo, anche perché gli anglo¬americani si trovavano in Algeria sin dal dicembre del 1942 e nei mesi successivi avrebbero certamente sferrato l’attacco finale contro la nostra nazione.
Il primo di marzo, finalmente la fuga. Sì, una fuga triste, dolorosa ma necessaria. Non c’era però la possibilità della partenza immediata per due motivi, primo perché non si poteva raggiungere in quattro e quattr’otto la stazione ferroviaria delle Complementari, comunemente chiamata “Ferrovie Secondarie “, poco distante dal porto; secondo perché non si sapeva se la stazione e le sue strutture avessero subito danni tali da poter essere utilizzate.
Per non restare in casa durante le ore successive, perii pericolo che gli aerei nemici tornassero, venne deciso di andare subito al solito rifugio per trascorrervi la notte, mentre uno della famiglia sarebbe andato alla stazione per vedere in loco la situazione. Avremmo ritrovata la nostra cara casa al ritorno alla fine della guerra? Quanto sarebbe stata lunga la lontananza forzata dalla nostra città? Saremmo rientrati dopo pochi mesi oppure anni o avremmo dovuto abitare in un altro quartiere? Questi ed altri pensieri tristi si presentavano nella mia mente e in quella dei miei cari nell’attimo della fuga. Inoltre la città era calata in un profondo silenzio e non aveva neppure la forza di trattenere i suoi figli che l’abbandonavano al suo destino.
Dopo aver percorso il lungo viale, passammo sotto la torre dell’Elefante, e poi percorremmo la via Università. Anche qui palazzi di¬strutti, muri cadenti o lesionati, e montagne di pietra sulle strada da superare e diverse case pericolanti da evitare. Pochissimi edifici rimasti illesi. Dell’antico Teatro Civico, che durante le stagioni sinfoniche e teatrali era sempre strapieno della migliore società cagliaritana, restava solo la struttura esterna, come è tuttora.
Anche il nuovissimo teatro di Viale Regina Margherita, il Politeama, distrutto interamente da un pauroso incendio di alcuni mesi prima, era un ammasso di macerie. Ricordo con immenso piacere di aver assistito diverse volte a manifestazioni liriche e alcuni films di guerra. Il Bastione di Saint Remy, alla destra del Teatro Civico, costruito all’inizio del secolo, si presentò ai nostri occhi quasi distrutto. La “Porta dei Leoni”, passaggio obbligato dalla città bassa al quartiere alto, aveva resistito e così la potemmo superare. Continuammo per il Viale Regina Margherita, dopo aver lasciato alle nostre spalle la Piazza Martiri. Non si vedevano che macerie e voragini nonché rivoli d’acqua che fuoriusci¬vano dalle condutture saltate.
L’albergo della “Scala di Ferro” con le sue mura merlate, uno dei migliori di allora, fu colpito in varie parti. Svoltammo, poi,l’angolo che immetteva nell’ultimo tratto del viale e scorgemmo il porto illuminato a giorno dal grosso incendio delle navi alla fonda e fummo pervasi da un acre odore di fumo e da una enorme nuvola che si elevava fino al cielo. I locali della Manifattura Tabacchi, alla sinistra del viale, un ex convento di cappuccini nei secoli precedenti, formavano una montagna di macerie e molti alberi del viale erano sradicati e qualche altro spezzato in due, come se fosse stato reciso da una sega elettrica. Terminammo di percorrere il lungo viale e incominciammo quello di viale Bonaria. Le basse costruzioni ai due lati erano danneggiati. A fatica facemmo l’ultimo tratto fino alla stazione, che nella parte esterna non aveva subito danni al contrario dell’edificio interno che dava al viale Armando Diaz era fortemente lesionato. La ex Satas, ove oggi sorge il palazzo delle Assicurazioni Venezia, era completamente distrutto, e molte carrozze automobilistiche sventrate e contorte. Uno spettacolo veramente allucinante.
Stremati più dalla fatica del lungo cammino che dal peso dei bagagli, giungemmo alla meta. Avevamo portato poche robe e alcuni vestiti, dato che non ci era stato possibile caricare quanto sarebbe stato necessario per una lunga lontananza .Solo quando si fosse avuta l’occasione, si sarebbe provveduto al trasporto delle suppellettili.
Durante il trasferimento dal rifugio alla stazione notammo solo desolazione. Il tragitto fu molto più lungo e difficile del previsto. Ci dovemmo fermare diverse volte per spostare qualche masso che ostacolava il nostro passo. Giungemmo così alla stazione che erano quasi le sei.
Ci rallegrammo nel vedere che i vagoni erano sul binario di partenza. Molti posti erano già occupati e questo ci fece comprendere che coloro che ci avevano preceduto, avevano bivaccato tutta la notte per essere sicuri di partire e allontanarsi dalla Cagliari. Salimmo nell’ultimo vagone, perché venimmo informati che non si doveva cambiare carrozza per raggiungere la stazione di Serri, dove saremmo dovuti scendere. Il convoglio, infatti, avrebbe fatto scalo a Mandas e qui si sarebbe diviso in due: una parte avrebbe continuato per Isili, Laconi e Sorgono, passando per Serri, mentre l’altra per Nurri, Lanusei ed Arbatax. I sedili erano di legno e scomodi, le carrozze sconquassate e molto vecchie, ma quello non era né il momento, né l’occasione per farci caso. Mio padre era molto stanco e madido si sudore per la grande fatica; per lui il tragitto era stato veramente massacrante e simile alla salita del Monte Calvario.
L’attesa era spasmodica perché si temeva che arrivassero gli aerei americani per completare il loro massacro. Diversi passeggeri si addormentarono, forse anche loro esausti della lunga attesa, altri mostravano nei loro visi la paura e l’angoscia nel raccontare le loro disavventure. Ci fu chi raccontò di non aver ritrovato la propria casa nel rientrare dopo il bombardamento. I volti dei passeggeri erano segnati dalle sofferenze e dalla fame, dal timore e dal terrore di venire colti dagli improvvisi ululi della sirena e dai fischi delle bombe. Tante persone non toccavano cibo da più di due giorni per non aver trovato nulla da mette¬re sotto i denti, altre, più fortunate, conservavano qualche tozzo di pane duro e lo nascondevano agli altri per non essere costretti a dividerlo. In tali frangenti l’uomo diventa perfino egoista. Finalmente arrivò l’alba, un’alba diversa da molte altre: quel¬la che ci portava la certezza della partenza e quindi l’allontanamento da quel luogo desolato.
Le ultime ore sembravano più lunghe del solito, mentre nelle nostre menti passavano, come un carosello d’immagini, le ore d’inferno delle precedenti giornate a ricordarci il dolore e la sofferenza. Intanto tutti i vagoni si erano riempiti e risultavano già stracarichi. In quelle fetide carrozze ferroviarie i passeggeri erano stipati eppure ne arrivavano altri. Sembravano tante formiche che, costrette a nascondersi per un forte ed improvviso tempora¬le, riprendevano il lavoro interrotto e continuavano la ricerca del mangime per il loro normale sostentamento. Così apparivano quelle persone, che, dopo una tremenda notte passata nei disagiati rifugi, si affrettavano a cercare i mezzi di trasporto per allontanarsi da quel luogo che ormai non offriva alcuna sicurezza e in cui non vi era possibilità di vita.
L’ora della partenza era trascorsa da alcuni minuti la gente chiedeva con insistenza il perché di quel ritardo. Molti passeggeri protestarono e inscenarono una pacifica dimostrazione. Ricordo che parecchie persone, salite nell’interno dei vagoni dai finestrini e sui tetti delle carrozze, venivano sollecitati a scendere, perché era pericoloso viaggiare in quelle condizioni. Dopo lunghe discussioni e l’assicurazione che un altro treno sarebbe partito, la situazione si normalizzò. Si udì il fischio della locomotiva e il convoglio si mosse lentamente e con lo stesso passo superò il recinto della stazione. La linea ferroviaria non aveva subito danni, sebbene diverse bombe fossero cadute nelle vicinanze e lungo il recinto del Camposanto. Dai finestrini potemmo dare uno sguardo al Cimitero Monumentale sotto il Colle di Bonaria. Vedemmo diverse tombe scoperchiate, monumenti sepolcrali distrutti e cancelli divelti.
Intanto il convoglio, col solito passo, raggiunse la via Dante e lasciò scorgere a sinistra le macerie della Chiesa paleocristiana di San Saturno e a destra, oltre la piazza, oggi denominata Piazza Repubblica, il nuovo Palazzo di Giustizia colpiti in diverse parti. Quella visio¬ne di distruzione continuò fino al¬l’apparire della campagna. La prima stazione raggiunta fu quella di Monserrato, una frazione poco distante da Cagliari, e poi quelle di Settimo, Donori e Dolianova.
Quel terribile anno 1943 fortunatamente passò, ma non ebbero termine le sofferenze. L’anno successivo non si prospettava migliore; persisteva la guerra, la fame e la miseria, ma si era fiduciosi in una pronta ripresa anche se lenta. A Cagliari la vita riprendeva lentamente anche se perduravano tante incognite. Molti cittadini rientrarono alle loro case, mentre altri sarebbero rientrati non appena avessero avuto la possibilità di trovare una abitazione. Incominciò subito la ricostruzione, seppure lenta e contrastata da diverse contingenze. Erano giunte, intanto, le truppe americane che portavano i generi di prima necessità, e non scomparvero in un primo tempo le tessere annonarie, poiché rimaneva l’incertezza economica e continuava la vendita sotto banco (la borsa nera) di molti generi alimentari.
La nostra vita riprese normale, anche se la guerra continuò per un altro anno causando sofferenze e lutti a milioni di Italiani. L’alacrità e l’amore dei cagliaritani per la loro città superò ancora una volta l’odio dell’uomo. Certo la ricostruzione fu lenta e difficile, ma qualche cosa dell’antico vigore era rimasto ed oggi, a distanza di cinquant’anni, sulle rovine, si leva una nuova realtà che è sicura speranza per gli anni futuri e che mi rende felice.
Luigi Spanu,Sardegna magazine, febbraio 1993 (servizio con Gianni Manconi)

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VINCENZO MARIO CANNAS – LUIGI SPANU – DOCUMENTI INEDITI RIGUARDANTI IL SARRABUS E L’OGLIASTRA NEI PRIMI ANNI DEL GOVERNO ARAGONESE

28 Marzo 2013 Commenti chiusi

Documenti in ARCHIVIO DELLA CORONA D’ARAGONA Registro 1006 – Series Sardiniae-

Estratto da MEDIOEVO SAGGI E RASSEGNE, N° 14 ANNO 1990

Il gruppo delle carte oggetto del presente studio fa parte di quella miniera documentaria che si trova nell’Archivio della Corona di Aragona di Barcellona riferentesi alla Sardegna. Si tratta di documenti che riportano avvenimenti storici verificatisi nel Sarrabus e nell’Ogliastra verso il 1336, primo anno del lunghissimo e tormentatissimo regno di Pietro IV (1336-1387), re di Aragona ed anche di Sardegna.
I documenti, tratti dal registro 1006 della «Serie Sardiniae»,dell’archivio barcellonese riguardano episodi accaduti al castellano Enrico Ferdinando di Toledo, del nobile casato di Artaldo de Luna. II primo documento che qui pubblichiamo, datato 23 aprile 1336 (e. 27r), è imperniato sulla ratifica, da parte di Pietro IV, della nomina a castellano del Castello di Quirra di Enrico Ferdinando di Toledo, concessagli alcuni anni addietro, secondo la consuetudine italica, dal padre Alfonso. Vi si legge inoltre che il sovrano gli aveva assegnato 5000 alfonsini minuti, da esigere annualmente da tutti i vassalli del feudo di Quirra per tutto il tempo che egli sarebbe rimasto in vita. Il feudo, che allora comprendeva parte dell’Ogliastra e tutto il territorio del Sarrabus, era stato assegnato a Berengario Carroz, figlio di Berengario 1° Governatore generale del «regnum Sardinie» negli anni successivi alla conquista del Cagliaritano, in ricompensa dell’aiuto dato all’Infante Alfonso nella spedizione sarda dalla famiglia Carroz.
Il secondo documento, datato 29 aprile dello stesso anno (e. 29r), fa riferimento al continuo pericolo che correvano gli abitanti non solo del castello e del villaggio di Quirra, ma anche il centro abitato di Popus (oggi distrutto ed allora esistente nei pressi di Villaputzu), a causa delle frequenti incursioni di un gruppo di malfattori provenienti dalla Barbagia, i quali, di notte, attraversando il fittissimo bosco, raggiungevano il castello ed i villaggi, penetravano nelle dimore degli abitanti, li depredavano e a volte li uccidevano. Tale problema poteva essere risolvibile,secondo quanto aveva suggerito Enrico Ferdinando di Toledo al re Alfonso, soltanto distruggendo col fuoco ed estirpando dalle radici la densa boscaglia sia nei pressi del castello e dei villaggi vicini, sia nel Colostrai e nel Sarrabus e pertanto chiedeva l’autorizzazione a farlo. Il sovrano, aderendo alla richiesta del castellano, scrisse al Governatore generale Raimondo di Cardona, ordinandogli di indagare sulla veridici¬tà dei fatti. Ma forse il re Alfonso non fece in tempo a prendere le decisioni definitive, oppure, come spesso soleva accadere presso gli ufficiali regi, le disposizioni rimasero sulla carta. Pietro IV, comunque, riprese in mano la questione, ed il 29 aprile del 1336 diede disposizioni precise, ordinando al Governatore generale di imporre agli abitanti delle ville di Quirra, di Colostrai e del Sarrabus, di distruggere la foresta col fuoco e di estirparne le radici, in modo da impedirne la riproduzione, restituendo in tal modo la serenità al castello ed ai villaggi.
Altro grosso problema lo si trova nel documento terzo, ripor¬tato nelle carte 29V e 30r con la stessa data. In esso si legge che Ferdinando di Toledo si trovava impossibilitato a rifornirsi di grano e di orzo, perché i vassalli, che avevano l’obbligo di versarlo all’amministrazione, lo vendevano di nascosto, specialmente di notte, e lo esportavano con le barche lontano dal feudo. Pertanto il sovrano, visto l’esposto del castellano inviato nel 1334 al padre, invitava il Governatore generale, gli amministratori del reddito, il Vicario ed il subvicario del Castello di Cagliari a verificare i fatti e di conseguenza a prendere le dovute contromisure, in modo da assicurare il necessario rifornimento al castello e comunicare le decisioni prese.
Anche il quarto documento contenuto nella carta 30r, porta la stessa data e fa riferimento ad una lettera del castellano Enrico Ferdinando diretta qualche anno prima al re Alfonso, con cui lamentava certi atteggiamenti ostili nei suoi confronti da parte dei procuratori delle ville. Il re Pietro, di conseguenza, scriveva al Governatore generale ordinandogli di constatare la veridicità dell’esposto: cioè se il castellano fosse stato veramente ostacolato nella realizzazione delle opere necessarie o utili al castello e nell’approvvigionamento delle vettovaglie. Contemporaneamente ordinava di controllare se rispondeva a verità il fatto che il castellano subisse altre vessazioni o inibizioni e di provvedere in merito.
Nello stesso giorno 29 del mese di aprile, il re Pietro prese in esame un’altra lettera di Enrico Ferdinando inviata al re Alfonso in data 6 marzo del 1334 (e. 31r). Nell’esposto il castellano lamentava di non avere ricevuto da circa un anno e mezzo dall’amministratore generale del reddito, quanto dovutogli per la gestione del castello. Ciò, com’egli precisava, gli aveva causato grosse difficoltà costringendolo a prestiti onerosi con grave danno della castellania. In precedenza il re Alfonso aveva date disposizioni tassative in merito al Vicario e subvicario del Castello di Cagliari, ma a quanto pare, niente era stato fatto per dirimere la questione. Di qui la nuova ingiunzione di Pietro IV ai responsabili perché quanto prima fossero soddisfatti i diritti del castellano.
Ancora il 29 aprile Pietro IV prese in esame un’ulteriore lamentela di Enrico Ferdinando, già presentata al re Alfonso in data 7 marzo 1334. Nel villaggio di Quirra si era verificato un grave furto a danno del castellano. Un certo Bartolomeo Ribau, aiutato da sua moglie Alamanda e dal figlio Giacomo, aveva asportato dai magazzini della castellania una grossa quantità di frumento, che costituiva, a quanto sembra, l’intero approvvigionamento del castello. Altri uomini, inoltre, avevano rubato due vacche e due buoi, sempre appartenenti al castellano. Il re Alfonso, volendo che tali crimini non rimanessero impuniti, scrisse al Vicario del Castello di Cagliari incaricandolo d’indagare sulla veridicità dei fatti, ed una volta individuati i colpevoli, li assicurasse alla giustizia, punendoli secondo quanto stabilito dal diritto e dalla ragione. Il re Pietro in questa lettera non fa altro che ratificare quanto aveva già disposto il padre Alfonso.
Il 6 maggio (e. 31r/31v) Pietro IV rispose ad un’altra lamentela del castellano Enrico, questa volta direttamente rivolta a lui, riguardante un grave atto di sopraffazione perpetrato dall’amministratore generale del reddito (Arnaldo) Gueraldi e Sancio Aznari Darbe, forse suo stretto collaboratore nell’ufficio. Nonostante, infatti, la concessione regia del castello, fatta direttamente dal sovrano Alfonso ad Enrico Ferdinando, per ragioni che non conosciamo o per abuso di potere, il titolare non solo venne arbitrariamente spogliato del diritto acquisito sul castello, ma persino dei suoi beni personali, quali la mobilia, la biancheria, l’oreria, l’argenteria, l’armeria individuale, i cavalli ed il bestiame della castellania. Pietro IV con la carta presente si rivolge al Governatore generale ed al vicario del Castello di Caglia¬ri, ordinando loro di punire severamente i responsabili e fare restituire quanto era stato abusivamente tolto al castellano.
La lettera successiva porta la data del 24 maggio ed è contenuta nelle carte 32r e 32V. In questa il re si rivolge direttamente al Vicario del Castello di Cagliari e all’Assessore del Governatorato Arnaldo de Torrente a proposito di una vertenza sorta tra il castel¬lano Enrico Ferdinando ed i suoi procuratori circa il possesso di alcuni terreni adiacenti al castello ed il diritto di accesso. Il re nella carta ordina che i destinatari della lettera convochino le parti, ed in caso di occupazione indebita, difendano i diritti del castellano ri¬portando le cose allo stato primitivo.
Il nono documento risale, come data, al 18 luglio del 1336 ed è riportato nella carta 69V del registro 1006. Da questa carta che, come le precedenti sono datate da Saragozza (Cesaraugusta) nel-l’Aragona, risulta che la residenza reale era passata a quella di Lerida (Ilerda) nella Catalogna. Da questa sede il sovrano scrive al Governatore generale ed al Vicario del Castello di Cagliari sollecitando la restituzione dei pieni diritti sul castello ad Enrico Ferdinando, senza attendere altri ordini. In sostanza non è che il richiamo all’osservanza di quanto già ordinato dal re Alfonso e dallo stesso re Pietro nel precedente documento n.7.
La carta 69V riporta anche un’altra lettera, scritta nello stesso giorno al Governatore generale, per chiedere un atto di clemenza. Enrico Ferdinando, infatti,aveva reso noto al sovrano che nel castello si trovava prigioniero un certo Bernardo Fabra, accusato e sottoposto a tortura per avere cospirato contro la sicurezza del castello. Secondo l’esposto del castellano, però, il Fabra risultava estraneo alla vicenda, per cui ne implorava la liberazione. Il sovrano, aderendo alla sua petizione, da incarico al Governatore di apri¬re subito l’inchiesta e qualora il Fabra risultasse veramente innocente, di rimetterlo in libertà.
Con questo documento, riportato nella carta 105r, veniamo a conoscenza che il sovrano aveva spostato la sua residenza a Valenza. Qui, informato da Enrico Ferdinando che gli eredi di Diego Capata avevano occupato con inganno ville, salti ed altri possedimenti appartenenti al sovrano e al castellano, in data 25 settembre scrive al Governatore generale ed al Procuratore fiscale del Castello di Cagliari chiedendo informazioni più sicure; in caso certo di occupazione indebita ordina, tuttavia, che vengano ripristinati energicamente i giusti diritti.
La carta 104v riporta il testo di una lettera inviata dal sovrano ad Enrico Ferdinando il primo ottobre. Dal contesto sembra che il castellano, già in precedenza, avesse proposto al re la possibilità e l’utilità di fondare nei pressi del castello nuovi centri abitati composti prevalentemente da Aragonesi e Catalani fedeli al sovrano. Una proposta dettata da ragioni di opportunità e di convenienza per il re e per il castellano, che probabilmente ebbe la sua effettuazione. Il sovrano, infatti, nella lettera diretta ad Enrico Ferdinando, ne approvò ed incoraggiò l’iniziativa, ma, prudentemente ne pretese anche la garanzia, scrivendogli di informarne il Governatore, non soltanto per averne il benestare, ma per la saggia distribuzione di terre ai nuovi abitanti, di eventuali benefici immunitari e di altri privilegi.
Questo documento, per noi 13° della serie, è contenuto nella carta n. 108 del Reg. 1006, ma non interessa direttamente il castello di Quirra o il suo territorio. Riguarda piuttosto il suo titolare, che ricorre al sovrano per una causa vertente tra il castellano di Quirra e lo scrittore Clemente di Salaviridi, sulla villa distrutta di Jana Juso, nella curatoria di Bona Volla, per la quale Enrico Ferdinando rivendica un antico tributo per conto del vescovado di Suelli. Il re, in data 14 ottobre, scrive al Vicario del Castello di Cagliari, incaricandolo d’intervenire presso i litiganti e risolvere la questione pacificamente e secondo giustizia. Con questa carta s’interrompe la serie dei documenti riguardanti il territorio ed il castello di Quirra; le altre che seguono si riferiscono a luoghi e personaggi diversi che sottopongono al sovrano i loro particolari problemi.
L’altro documento che riguarda la continuazione del nostro discorso, lo troviamo nella carta 116r. Qui rileviamo un’altra lettera, datata da Valenza 2 novembre 1336, con cui Pietro IV, rivolgendosi prima all’amministratore del regno e poi al Governatore generale, ordina che venga corrisposto al castellano Enrico Ferdinando, quanto già stabilito per i servizi da lui prestati al sovrano e quanto disposto annualmente per la gestione del castello, cioè mille alfonsini minuti.
Nello stesso giorno (carta 116V) il sovrano scrisse all’Amministratore generale dell’isola per ricordargli che ad Enrico Ferdinando di Toledo era stata concessa una particolare sovvenzione per fornire il castello di armi ed altre cose necessarie, onde assicurarne la migliore gestione. Con tale lettera Pietro IV ordina che venga rimesso al castellano quanto dovuto, rilasciandone regolare ricevuta.
L’ultima lettera che fa parte del nostro studio si trova nella carta n. 118r. Scritta da Valenza il 7 novembre del 1336, è diretta al Governatore generale a proposito di una lamentela presentata da Enrico Ferdinando riferentesi alla posizione assunta da alcuni notai della zona che, convocati dall’Alcaide per la stesura degli atti, si sono rifiutati e si rifiutano di farlo. Il sovrano, con la presente, ordina al Governatore di indagare sulla veridicità della situazione, e, se trovata conforme all’esposto, di costringerli con la forza privandoli anche dell’ufficio del notariato o con altri mezzi dettati dal diritto e dalla ragione.
Vincenzo Mario Cannas e Luigi Spanu

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ANNI DI INSEGNAMENTO DELLA LINGUA SPAGNOLA – TERZA ETA’ DI CAGLIARI

27 Marzo 2013 Commenti chiusi

Ho iniziato ad insegnare all’Università della Terza Età quattordici anni fa, quando la sede era ancora in via Mercato Vecchio, chiamato dal dinamico e ottimo presidente, l’On. Giuseppe Tocco, che la guida tuttora magnificamente e magistralmente. Sono contento di aver passato questi lunghi anni con discenti anziani. La loro vicinanza mi ha arricchito immensamente e credo di aver dato loro qualcosa di mio.
L’attività studentesca dei discenti di spagnolo nel corso di questi quattordici anni di lavoro, è stata intensissima ed interessantissima; alcuni studenti, che iniziarono il primo corso nel 1980, continuano tuttora a seguirli nel lavoro di perfezionamento della lingua nei diversi punti di vista: letterario, sociologico, filosófico e di vita quotidiana. Altri si sono aggiunti in questi ultimi anni ed hanno ingrossato le fila dei parlanti in spagnolo.
Il primo corso è sempre numeroso e frequentatissimo. Tra i fedelissimi ricordo i signori Fadda, Caddeo, Giardini, Cogoni, Cuccù, Dadea, Cois, Lepore e dott. Cuomo. Mi scuso con gli altri non nominati, ma è come se gli avessi ricordati tutti. Oltre allo studio della lingua e alla conversazione, a fine corso gli studenti presentano un loro lavoro che viene letto o recitato nel corso di un piccolo spettacolo accademico. E previsto anche un viaggio d’istruzione in Spagna, che serve per verificare sul campo quanto appreso durante i corsi. Alcuni anni fa è stato presentato a tutti i soci dell’Università, uno spettacolo teatrale in lingua spagnola, di Federico Garcia Lorca, manifestazione che ha ottenuto enorme successo.
Altri anni il saggio finale ha visto la lettura di poesie o di brani di autori spagnoli o di rime composte dagli stessi studenti. Per quanto si riferisce ai corsi, si può dire che gli alunni si sono sempre distinti per applicazione, impegno, studio e costanza nelle frequenze.
A mio riguardo posso dire che ho iniziato quando ero ancora giovane, con molti anni d’insegnamento nelle scuole della provincia; ma l’insegnamento ad anziani mi è servito per crescere con loro, poiché le lezioni sono state anche incontri di vita culturale e sociale, poiché si è parlato anche della loro vita, dei loro luoghi e della loro attività. Abbiamo seguito anche un corso di letteratura spagnola, presentando autori e argomenti della Spagna antica e moderna. Per le lezioni a tutti i soci dell’Università ho presentato argomenti di letteratura spagnola, autori e vita spagnola, letteratura sarda e altri argomenti, seguiti dall’intero corpo studentesco della Terza età con grande attenzione. Termino col dire che l’Università della Terza Età deve molto al presidente, l’on. Giuseppe Tocco, il quale segue con grande intelligenza e amore l’intera attività: organizza lezioni, dispone argomenti, chiama i migliori specialisti nelle diverse discipline.
Luigi Spanu, Rivista terza età, anno 1994

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ANTONIO PARRAGUéS DE CASTILLEJO E LA SARDEGNA

16 Marzo 2013 Commenti chiusi

Premessa
Pubblico questo importante e impegnativo saggio su un grosso personaggio del Seicento in Sardegna,lì arcivescovo di Cagliari Antonio Parragués de Castillejo. Questo scritto è il frutto dello studio fatto dalla grande scrittrice e donna sarda Cenza Thermes (1)e da me negli anni Ottanta del secolo scorso.
È senza dubbio un ottimo scritto che servirà per conoscere più a fondo il momento storico in cui si sviluppa, l’allora cultura, la politica e la società della nostra amata terra: la Sardegna.
Mi auguro e spero di poterlo pubblicare per dar modo ad un pubblico più ampio e senza il mezzo dell’internet di poterlo leggere e commentare.
Luigi Spanu,16 marzo 2013

ANTONIO PARRAGUéS DE CASTILLEJO E LA SARDEGNA (2).
Antonio Parragués de Castillejo nacque a cavallo del XVI secolo a Ciudad Rodrigo, in Estremadura; fu benedettino, docente di teologia, canonico a Tarazona, quindi vescovo a Trieste. Fu uomo di cultura e si formò una biblioteca, vasta e ricca per quei tempi: ma era scomodo a troppa gente per la sua intransigenza e per la chiarezza impietosa delle sue accuse che non risparmiavano nessuno, nemmeno l’imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando, che fu poi anche re d’Austria, per cui gli fu intentato un processo per lesa maestà. Il papa Paolo III gli venne in aiuto, ma ugualmente egli dovette lasciare Trieste e andare in esilio a Venezia e a Padova, solo e povero. Infine, Ferdinando, per istigazione dei suoi consiglieri austriaci, lo inviò nelle Fiandre, dove ebbe, però, buona accoglienza, come egli stesso dice nelle sue lettere. Dalle Fiandre dovette suo malgrado partire per la Sardegna, rinunciando all’arcivescovado di Trieste, del quale rimase titolare. È in Sardegna continuò la sua lotta, della quale si ha traccia nelle lettere del suo Epistolario, pubblicate, nel I958, dalla dottoressa Palmira Onnis Giacobbe, con un lavoro ammirevole per la pazienza e la perizia. Il libro racconta le condizioni della Sardegna durante il dominio spagnolo nel Cinquecento e contiene l’Epistolario dell’Arcivescovo di Cagliari Antonio Parragués.
Queste lettere sono contenute nel ma¬noscritto n° 185 della Biblioteca Universitaria di Cagliari, probabilmente non autografo, proveniente dalla biblioteca di Monserrato Rossellò. Il codice, come quello della Biblioteca Comunale di Cagliari, riguardante il periodo triestino, è in condizioni veramente miserevoli, dovute al tempo, ma anche ai disastri dell’ultima guerra.
La parte dell’epistolario di cui ora ci occuperemo offre un quadro veramente desolante della situazione religiosa, morale e culturale della Sardegna, nel ’500. Se non avessimo le testimonianze di altri autori, come ad esempio l’Arquer, potremmo anche pensare che il vescovo spagnolo sia stato eccessivamente severo nel giudicare il clero sardo e tutte le autorità laiche, a partire dal viceré e dai suoi amici, per finire con il re in persona. Purtroppo, però, di ignoranza, di odi, di intrighi fra famiglie e famiglie, di miseria e di schiavitù del popolo sardo la storia ci ha dato documentazioni sulle quali non è possibile chiudere gli occhi.
Se il Parragués calcò troppo le tinte, dobbiamo ammettere che quelle tinte fosche lo erano davvero e culminarono, nel ’600, con l’assassinio del viceré, il marchese di Camarassa, e con tutti i luttuosi intrighi ad esso connessi. Ma, certo, ci sentiamo di poter affermare che di completa ignoranza non doveva trattarsi se si tien conto della presenza in Sardegna, in quell’epoca, di studiosi come Giovan Francesco Fara, Sigismondo Arquer, Nicolò Canelles, G. Tommaso Porcell, Roderigo Hunno Baeza, Gavino Sambigucci e G. Proto Arca, di scrittori come Gerolamo Araolla e Antonio Lo Frasso e di artisti come quelli legati alla scuola dei Cavaro, per non fare che alcuni nomi fra gli altri che, però, proprio molti, purtroppo, non sono.
E veniamo subito alle lettere e alle terribili accuse che l’arcivescovo spagnolo non risparmia a nessuno, servendosi di uno stile rapido e pungente, talvolta, invece di una amara ironia. Certo ci stupisce che tanto duramente l’arcivescovo dovesse sdegnarsi per il fatto che i Sardi preferissero sentir la Messa nei conventi piuttosto che nelle parrocchie e per il fatto che un frate avesse, dal pulpito, dichiarato che le parole dell’arcivescovo a questo proposito se le buttava tranquillamente dietro le «palle, argomenti che spesso tornano nelle sue lettere e sempre con una fu¬ria che ai nostri occhi, oggi, appare veramente sproporzionata. Ma, certo, bisogna tener conto dei tempi e, soprattutto, del carattere di Antonio Parragués, il quale ugualmente più volte stigmatizza con asprezza lo scandalo offerto dai Sardi che non osservano i digiuni nei tempi prescritti dalla chiesa e ciò non tanto per loro colpa, quanto per colpa del clero che non adempie i suoi doveri come dovrebbe.
Il pontefice Pio IV, del resto, gli dovette spedire una lettera di rimprovero per la sua intransigenza della quale la chiesa non intendeva affatto fare abuso per cose di scarsa rilevanza.
La prima lettera di cui vogliano occuparci non è la prima da Cagliari, ma è interessantissima per quanto concerne le notizie sulla vita del battagliero arcivescovo, ormai vecchio e stanco, ma non per questo meno tagliente e meno preciso nelle sue accuse. La lettera, che è del 21 maggio del 1560, è diretta al vescovo di Tarragona, nella provincia di Saragozza, dove Parragués aveva trascorso alcuni anni, prima di essere trasferito a Trieste, anni sereni, per i quali la nostalgia è fortissima e ai quali vorrebbe tornare “perché, infatti, riguardo a quello che comunemente la gente definisce onore, io non ero da meno quando stavo là, né mi giudico oggi più in alto di quanto non fossi allora…”.
Tutta la sua vita fu poi una lotta che ebbe il suo culmine nella tragica battaglia contro i luterani, a Trieste, durata ben sette anni. Ma la lotta fu anche contro l’imperatore d’Austria che sosteneva i nemici della chiesa e al quale lui – fiero come sempre – “gli disse tali cose, pubblicamente e segretamente tanto che mi meraviglio di come riuscii a venirne fuori dai suoi stati senza conseguenze”. Dopo un breve periodo per lui di pace in un monastero “de sassossegado” (poco tranquillo), i suoi nemici ottennero che fosse mandato nelle Fiandre, alla corte spagnola, dove il re lo chiamò al servizio della sua cappella e dove rimase, poverissimo, per tre anni. Giunto allo stremo delle forze, voleva una piccola pensione per tornarsene a Tarragona, ma i suoi nemici – e doveva averne parecchi – gli fecero il brutto scherzo di farlo confinare in Sardegna” con título de Arçobisbo y con renta de Canonico y entre gente que fuera de ser hereges no deven nada en maldades y malicias a los Triestinos “(con il titolo di arcivescovo, ma con la prebenda di canonico e fra gente che, a parte il solo fatto di non essere eretica, non è per nulla inferiore ai Triestini per malvagità e malizia).
E certo Parragués non venne volentieri in Sardegna e lottò assai prima di muoversi da Trieste, come appare anche da una lettera del 12 maggio del 1560, diretta all’ambasciatore di Genova, in cui afferma che in Sardegna, “han venido pocos baxeles y esto a causa que siempre estamos assidiados de Cossarios, paresce esta ysla es desamparada del Rey y tenida en poco de sus ministros y de todo el mundo” (… son giunte poche navi, e questo perché siamo sempre sotto la minaccia dei corsari; sembra dunque che quest’isola sia del tutto abbandonata dal re e tenuta In poco conto dai suoi governanti e dal mondo intero) e da altre espressioni, come “… «después que me confino en este destierro me havía mandado borrar del catalogo de sus Capellanos” (dopo avermi confinato in questo esilio, mi aveva cancel¬lato dal novero dei suoi sacerdoti..) o “… Y la ysla estava enconada de mal ayre a causa de los grandes calores y de no haver llovido.•” (.. e l’isola era inquinata da miasmi pestiferi a causa del gran caldo e perché non era piovuto ) . La siccità ci tormentava anche allora!
Nella prima lettera che riguarda il suo trasferimento a Cagliari, Antonio Parragués dimostra già il suo carattere deciso e fermo, cui nessuno, nemmeno la cattolicissima maestà del Re, può imporre qualcosa contro legge: non si muoverà da Trieste, dice infatti, finché non gli giungerà la bolla del trasferimento da parte del pontefice, piaccia o non piaccia a sua maestà (lettera del 26 settembre 1558). Nelle lettere seguenti continua sullo stesso tono, con una certe impertinenza, diremmo, quando, difendendo i suoi diritti si esprime così: “A juicio de la ley divina y de la humana no menos Imperial que Ecclesiastica no se entiende que por heredar hagan de sepultar el enfermo en vida”. (Secondo la legge divina e umana, non meno im¬periale che ecclesiastica, non si capisce come per dare un’eredità si possa seppellire un malato, quando ancora è in vita). Non si muoverà dunque da Trieste e non cederà il suo posto al successore, anche perché ha bisogno che gli venga ritirato il sequestro sui suoi crediti, perché possa almeno, prima di partire, pagare i suoi debiti). Non creda il suo successore di fare un grande acquisto perché nel vescovado di Trieste grande è la povertà e “yo soy mas pobre que él” (io sono ancora più povero ): incisivo e caustico co¬me sarà sempre, anche rivolgendosi al re, alla regina e allo stesso dott. Betta, il suo antagonista, che accusa di essere non come i savi pastori di Cristo, ma come quelli che son “robadores y ladrones que no entran por la puerta en las dignidades, sino por vias exquisitas y diabólicas*. (usurpatori e ladri che non entrano in possesso delle loro cariche attraverso la porta, bensì attraverso vie abilissime e diaboliche), II dott. Betta aveva infatti già preso possesso della diocesi.
Nella lettera del 7 ottobre del 1559, Parragues ci fa intendere che si trovava a Sassari, ma che della sua futura diocesi cagliaritana non aveva avuto buone informazioni, quantunque egli vigorosamente affermi che “palabras mayormente de murmuradores hazen poca impression en mi” (parole di mormoratori fanno poca presa su di me). Ed ecco incomincia la sua opera attiva e severa in Sardegna, con la lettera al vescovo di Bosa, del 12 ottobre 1559, nella quale loda la povertà dei vescovi nei confronti del lusso e della pompa di al¬cuni, ma sostiene, altrettanto energicamente, che un vescovo non deve “cavar o limpiar un pozo o quebrar piedras… cosa que me dizen V.S. haze” (aprire o pulire un pozzo o tagliar pietre… cosa che invece, a quanto mi dicono, V.S. fa), aggiungendo che povertà non significa “quod episcopus incedat pannosus squallìdus, manibus callosis et attritis vomere et sarculo” (che un vescovo debba farsi vedere vestito poveramente, con le mani callose e rovinate dal vomere e dal sarchiello). Inoltre l’accusa si fa anche ben più dura: il vescovo di Bosa ha elevato alla dignità clericale un “Hombre bastardo y bigamo” ( un uomo bastardo e bigamo) che nulla ha mai saputo delle cose della chiesa e che ora si vanta di far tutto lui, mentre il vescovo suo “no se empacha ni en alto ni en baxo sino en sus exercicios mechanicos” (non si occupa proprio per nulla di altro che non siano i suoi lavori manuali).
La lettera al viceré don Alvaro de Madrigal non è meno perentoria e violenta: gli risulta che fra gli ufficiali ve ne sono alcuni colpiti dalla scomunica, che non dimostrano giusto timor di Dio e sem¬bra siano addirittura luterani: li allontani il viceré, altrimenti provvederà lui, perché in alta sede non lo giudichino fautore di sette condannate dalla chiesa. Fra i sospetti era anche Sigisrnondo Arquer, come risulta dalle carte della difesa dell’Arquer stesso e dalla lettera al signor Garnica (dell’8 luglio 1561) in cui si allude proprio alle tristi condizioni in cui si trovava l’Arquer “persona tan de bien”(persona integerrima), difeso anche nella lettera al re del 9 gennaio 1580.
Nella lettera del 2 dicembre del 1561, diretta al sovrano, il Parragues torna a parlare dell’Arquer con parole che sembrano esprimere un giudizio ben díverso sul povero avvocato fiscale, del quale mette in evidenza oltre tutto “la descortesía y protervia” (la scortesia e la protervia), rimettendo al re copia del processo e dell’inquisitoria fatta sulla vita di lui, lavandosene praticamente le mani.
La lettera al “Capitolo de Caller” del 23 ottobre del 1559 è molto interessante, sia per i nobili sensi di prudenza che rivela, sia perché in essa è fissato tutto l’iter del suo arrivo in città, che avvenne il 10 di novembre: si fermerà nel Santuario di Bonaria per dirvi alcune messe e per il resto chiede accoglienze semplici, le stesse, però, che ad ogni prelato popolo e clero sono soliti fare. Questo arrivo e le accoglienze furono poi oggetto di malumori fra clero e consiglieri civici (lettera del 18 gennaio 1560 all’ambasciatore Figueroa e dell’8 luglio al signor Garnica) dove il racconto del suo arrivo, prima a Bonaria, “fuera dela tierra” (fuori città) e poi in città, è descritto con acerba durezza nei confronti delle autorità civili, viceré compreso.
Una delle prime lettere da Cagliari – è del 3 dicembre del 1559 – di¬retta al dottor Juan Paz, è veramente terribile per noi e il quadro che presenta è tragicamente pauroso, tanto che lui stesso, sempre cosi combattivo e coraggioso, appare veramente avvilito, come un poveraccio che non sappia dove metter mano. Dice infatti: “… no oygo ni veo sino trampas e mentiras, casos enormes, desverguenças praeter domesticas molestias que basterian a tornar embalordir a Salomon”. (.. non vedo e non odo altro che inganni e menzogne, situazioni gravissime oltre il disordine domestico, cose tutte che basterebbero a sbalordire una seconda volta Salomone). E più oltre: “Si el Rey no pone algún remedio en esta ysla seré forçado a yrme a residir o a essa Corte o a la de Roma” ( Se il re non pone rimedio alcuno in questa isola, sarò costretto a riportarmi a codesta Corte o a quella di Roma). Però fa anche presente di aver trovato due “médi¬cos” assai colti e desiderosi di studiare le antichità sarde, alcuni monumenti, diversi libri vecchi di circa trecento o quattrocento anni, dove si riportano le strane usanze di vendere, di un uo¬mo, un braccio, un piede o un fianco, a seconda del lavoro che dovrà compiere.
La lettera del 10 dicembre, ancora più squallida, rovescia anche sul re le colpe della situazione sarda: “…la cosa passa lor términos de absolutos y va muy dentro de los dissolutos y aqui espen¬den y emplean el nome del Rey para hazer injusticias a proposito de sus interesses y apetitos… va tan çuzio todo que no puede yr peor.. me han notificado que en esta ysla aun en esta ciudad hay conventicuIos y principios de nuevas sectas…El Rey se descuidó en proveer aqui de Inquisición…”, (..la situazione oltrepassa i limiti assoluti ed entra in pieno in quelli dissoluti e qui spendono e si servono del nome del re per compiere ingiustizie che soddisfino i loro interessi e i loro appetiti… tutto è talmente sozzo che peggio non potrebbe essere… mi hanno fatto sape¬re che in quest’isola e addirittura in questa città si tengono riunioni che riguardano il diffondersi di nuove sette…. Il re non ha pensato affatto a formare qui una sezione dell’Inquisizione…).
Le lettere del gennaio del 1560 sono tutte un violento grido da protesta contro la corruzione che regna nell’isola, tanto nel clero come fra i laici, contro il viceré De Aragall e gli Stamenti militare e civile che vogliono convocare il Parlamento fuori tempo, con l’approvazione del re, onde ottenere il prestito di 40.000 ducati a interesse, da impiegare, dicono, per le fortificazioni, a tutto vantaggio, invece, loro e dei loro ufficiali e a tutto svantaggio del popolo e del sovrano stesso. Più avanti il Parragués spingerà il braccio ecclesiastico ad accettare l’anticipazione del parlamento, ma questo sarà solo dopo la sconfitta dell’armata cristiana a Gerba: è la lettera del 20 agosto del 1560, diretta all’ambasciatore Vargas, in cui, inoltre, chiede insistentemente di potersi allontanare dall’isola, dove la vita gli è divenuta difficilissima a causa dei diversi punti di vista da cui parte il viceré con tutto il suo seguito. Nella lettera del 2 dicembre del 1561, diretta al sovrano, dice chiaro e tondo ciò che ne pensa dell’esito di questo Parlamento, nel quale il viceré ha fatto approvare tutto ciò che a lui piaceva e poteva essergli utile.
Nella lettera del 9 gennaio del 1560, il Parragués difende con forza Sigismondo Arquer, accusato di eresia dai suoi nemici, che non erano pochi, ed erano assai potenti, ai quali “desplace la luz / y la verdad” (temono la luce e la verità). Abbiamo già visto, però, che più tardi, a questo riguardo, il Parragués fece senza scrupoli una vigorosa marcia indietro. Nella stessa lettera, che è diretta a Gonzalo Pérez, egli afferma: “Sepa V.M. que quando aqui vine halle que bivian los hijos de Ysrael en Egypto que cada uno hazia lo que se le antojava y no conocían las ovejas al pastor ni el pastor a las ovejas. (Sappiate che quando sono arrivato qui ho trovato che i figli di Israele vivevano in Egitto, cosicché ognuno faceva quello che gli pareva; le pecore non conoscevano il loro pastore e il pastore non conosceva le sue pecore). A ciò si aggiunga quanto è detto nella lettera all’Inquisitore maggiore, sempre del 9 gennaio: “Esta ysla tiene tantas factiones quantas personas hay en ella tan encarnadas que, por la menor passion, se accusan unos a otros de summo crimine y, quadre o no, por esso no dexan de emplear toda su mala intención”. (In questa isola ci sono tante fazioni quante teste e gli odi sono così tenaci che, per la più piccola controversia si accusano uno con l’altro delle colpe più gravi e, siano o no nel giusto, non trascurano per raggiungere il loro scopo ogni perversità),
Mentre nella lettera diretta al sovrano (son tre le lettere con questa data) sempre del 9 gennaio, il Parragués si fa portavoce di una imprescindibile necessità per l’isola: “… seria cosa necessaria que se fundasse un Estudio si no general a lo menos bastante para apren¬der lo necessario sin lo qual no se puede governar ni lo temporal ni lo espiritual”. ( .. Sarebbe cosa utilissima e necessaria che si aprisse in quest’isola uno Studio, se non generale almeno sufficiente per poter apprendere quanto è indispensabile per poter apprendere le cose dello spirito e quelle del mondo).
Sullo stesso argomento Parragués insiste nelle lettera al confessore del re, del 16 aprile 1560. Nuovamente terribile per il clero sardo è la lettera del 4 ottobre del 1560, diretta al Generale dei Teatini, dove la situazione è vista, forse, con le tinte più fosche di quanto in realtà non fossero. Sono le affermazioni più note, che riteniamo, comunque, di dover riporta¬re, poiché colpiscono anche tutti i Sardi nelle caratteristiche dei loro costumi, come del resto notiamo pure nella lettera al re, del 16 ottobre e dello stesso anno, l’affermazione gravissima “..en esta ysla mas facilmente se hallaran cien testigos para probar una mentira que dos para probar una verdad”. (… in quest’isola si troveranno più facilmente cento testimoni per avvalorare una menzogna, piuttosto che due per comprovar una verità*), Qui, però, segue la constatazione che le condizioni del clero van migliorando, condizioni che erano quelle che erano per sola colpa del Re e del Papa, che “la mayor culpa … se la podran partir pues es de entrambes” (la fetta più grossa della colpa se la potranno dividere, perché è di tutti e due): proprio così: faccia a faccia con Sua Maestà Cattolicissima e senza giri di frase!
E ancora rivolge al Re (16/ott. 1560) la richiesta di un “Estudio” e della presenza dell’”lnquisizione”porque los tiempos son peligrosos y la ysla frequentada de forasteros” (perché i tempi sono brut¬ti e l’isola è frequentata da molti forestieri) e l’accusa al pontefice per la nomina di pastori delle anime che non risiedono nelle loro parrocchie, ma vi lasciano dei sostituti, la maggior parte dei quali “apenas saben leer, ninguna íntelligencía ni noticia tienen de la ley de Dios ni de la ley de la iglesia non saben enseñar a los parrochianos mas del “Pater Noster* y el “Ave Maria” y la confession general en Sardesco tanto que yo tengo por milagro como Dios los conserva en el Christianism”. (appena sanno leggere, non hanno alcuna nozione né alcuna idea della legge di Dio e della legge della chiesa, non sanno insegnar ai loro parrocchiani nulla di più del «Pater Noster* e “dell’Ave Maria” e del confessarsi in lingua sarda, cosicché io ritengo un miracolo che Dio possa tenerli nel Cristianesimo). E vedete un po’ se il “povero” arcivesco¬vo si è messo i guanti. Le stesse frasi, più o meno, sono nella lettera del 4 dicembre del 1561, diretta ad uno sconosciuto Magnifico Señor.
E conclude la lettera del 16 ott. 1560 con una buona battuta di spirito: “..si yo huviesse soñado un descuido, ya V.M. lo sabria”. (..se io avessi anche solo sognato una dimenticanza, già la V, M. lo saprebbe!).
Tornando alla lettera del 5 ott. 1560, vediamo che dice: *….la ignorancia en general es tan grande que no hay Clérigo en toda esta mi Diocesi que entienda nada de lo que lee ni sepa que cosa es ser clerigo ni yo sé que remedio pueda poner a tan general ignorancia. La gente es dócil, temerosa y reverente a las cosas de Dios si tuviesse quien los encaminasse. Aunque por otra parte son incontinentes, inquietos, maliciosos y enemigos de trabajo”. (… .la ignoranza in generale è tanto grande che in tutta questa mia Diocesi non si trova un chierico che capisca qualcosa di ciò che legge e che sappia che cosa significa esser sacerdote ed io non so che rimedio trovare in un simile stato di ignoranza generale… . La gente è docile, timorosa e riverente delle cose che riguardano Dio se avesse chi la guidaste. Ma, d’altra parte, sono incontinenti, irrequieti, maligni e nemici di ogni fatica).
Se del popolo e del clero soprattutto di¬ce peste e corna, corna e peste dice anche dei frati: “Los frayles son los mas escandalosos y mas infames y los que mas enormes delictos cometen…”. (I frati son quelli che danno maggior scandalo, sono i più intriganti e quelli che commettono le cose peggiori).
Comunque, dice anche al signor Erasso, nella lettera del 16 ott. 1560, che le cose nel clero vanno migliorando, ma non così fra i ministri di Sua Maestà il re ”che ya passan los terminos de absolutos y entran en dissolutos: quanto a esto alla se lo vea el Rey” (che passano i termini assoluti ed entrano nei dissoluti: ma a questo ci pensi il re).
Due frasi ci sembrano notevoli per disegnarci meglio la coraggiosa e dignitosa figura di questo prelato che non amò certo la Sardegna, ma che ugualmente vi si comportò con senso vivissimo di onestà e cercò di sradicare molti mali dalla radice. La prima dice così:”Quanto a mi particular yo estoy en mi casa; pre¬dico y leo quasi continuamente en mi iglesia, non voy a casa de nadie, a los que vienen a la mia hago toda la cortesia y buen tratamento que puedo, mi officio lo administro y trato de manera que no hay hombre que tenga occasion de reprehenderme, administro justicia sin respecto de personas, tengo, por merced de Dios, el cuerpo y las manos limpias y nunca he hecho, y si Dios me ayuda jamas haré cosa indigna de mi dignidad y edad, ansi porque bivo entre gente que no perdonan a nadie (ahi, dente avvelenato!) como porque ya se açerca el dia de la muerte”. (Quanto alla mia vita privata, io me ne sto a casa mia; predico e leggo con assiduità nella mia chiesa, non vado a trovar nessuno; ma quelli che vengono a casa mia li accolgo con tutta la cortesia e cordiale accoglienza che mi è possibile; il mio compito lo eseguo e faccio in modo che nessuno possa rivolgermi un rimprovero; amministro la giustizia senza guardar in faccia a nessuno: per grazia di Dio ho il corpo e le inani pulite; non ho mai fatto e, con l’aiuto di Dio, spero di non far mai niente che mi sia contrario alla mia dignità e alla mia età, sia perché vivo fra gente che non perdona a nessuno, sia perché si avvicina il giorno della mia morte). La lettera è indirizzata ai signor Garnica e porta la data dell’otto luglio del 1561.
L’altra è dell’agosto dello stesso anno ed è diretta a don Juan de Ayala. Rifiutando di partecipare al concilio di Trento, afferma: “..no tengo salud para servir ni aun esperanza de medrar porque si en algo me tuviera en la Corte o por mejor decir. si yo fuera de algún valor no me confinaran aqui en esta ysla”. (..non godo buona salute così da poter essere utile a qualcosa e neppure spero di migliorare: infatti se alla Corte avessero stima di me o, per meglio dire, se io valessi qualcosa, non mi avrebbero confinato in quest’isola).
Arriviamo così alle lettere del 1562, che non sono molte. La prima, del 30 aprile, diretta all’arcivescovo Vargas, è tutta un lamento sul dovere compiuto dignitosamente, ad ogni costo, per tutta la vita, sui suoi mali fisici gravissimi, sulla sua povertà e sul fatto che il re lo fece venire in Sardegna “con palabras que amenazavan su disgraçia si no obedescía”. (Con parole di minaccia di togliergli il suo favore se non avesse obbedito). Vorrebbe ritirarsi in un monastero e preparasi così “a la cuenta” (alla resa dei conti). Ma la vita continua.
Il 4 agosto, scrivendo al re e, lamentandosi di certi pettegolezzi fatti sul suo conto in Spagna, conclude con un’altra frase, che è come la chiusa di una vita severa e onesta fino all’estremo. Il 4 di ottobre 1562, nella lettera al Confessore del Re, ribatte ancora sulle condizioni di ignoranza del clero e sul suo desiderio di andarsene dalla Sardegna: “Si V.S. no estuviera también provehido de suffraganeo pretendiera esse lugar si V. S. me lo diera y ansi he rogado al dicho Monseñor Samano que me procure un otro semejante en España porque harto mejor estar sirviendo en ella que mandando aqui… por no haver clerigo que entienda lo que lee ni que sepa lo que haze”. (Se V.S. fosse privo di un vescovo suffraganeo, io Le chiederei questo posto, qualora Lei volesse darmelo; uguale richiesta ho presentato al Monsignor Samano perché mi procuri un posto del genere: infatti sopporto meglio essere al servizio di un altro in Spagna, piuttosto che essere al comando qua… perché non ho un sacerdote che capisca ciò che legge o sappia ciò che fa).
Le accuse continuano aspre, nonostante l’evidente stanchezza. Nella lettera del 10 febbraio del 1563, scrive al conte de Chinchón: “… di¬go a V.S. que si en lo de aqui no se pone mejor orden en breve tiempo perescera la mayor parte de los Sardos y esta es la summa de lo que muy larga y copiosamente he dicho al Virrey y a todos los otros que aquí goveraan”. (Le dico che se non si mette un po’ di ordine nella situazione locale in breve tempo la maggior parte dei Sardi andrà alla malora e questo è il compendio di quanto molto abbondantemente e molte volte ho detto al viceré e a tutti gli altri che qui hanno nelle loro mani il potere).
Le lettere del 23 settembre e del 15 ottobre del 1563 vengono da Trento, dove il Parragues aveva finito col recarsi per il concilio. Queste lettere non interessano i fatti della Sardegna se non indirettamente. Infatti vi si fa cenno alle armate di Dragut che infestavano il Mediterraneo e che – caso sfortunato!- rapinarono la nave che trasportava a Cagliari tutti gli averi dello sventurato arcivescovo, averi che egli doveva restituire ad Antonio Spinola. II Parragues implora, adesso, di essere mandato ovunque, fuorché in Sardegna. Dice infatti: “… estoy al cabo de la vida y no querría morir esclavo en poder de Turcos”. (… son giun¬to ormai al termine della mia vita e non vorrei finire i miei giorni schiavo dei Turchi).
Il 24 dicembre, da Venezia, chiede di essere mandato a Brindisi. Nella lettera del 28 settembre dello stesso anno, rivolto a Francisco Garnica, sempre da Trento, rivela i suoi sospetti: il re lo ha spedito al concilio non per le sue virtù e la sua dottrina, ma per accontentare il viceré di Sardegna, che non lo vuole testimone, e testimone assai scomodo, delle malefatte sue e di quelle dei suoi pari.
Cagliari, dal suo pulpito maggiore, gli rende merito di quanto ha cercato di fare per la Sardegna: mentre egli è ancora in mare, gli lancia la scomunica “a candelas apagadas” (a candele spente), per una banale questione di quattrini, di debiti, crediti e interessi.
Rientrato, naturalmente malvolentieri nella sua sede sarda, continuò la sua opera di moralizzatore e mori il 23 febbraio del 1573. Povertà e debiti, orgoglio e coraggio, dobbiamo riconoscerlo, furono i soli veri compagni di tutta la vita di Antonio Parragués. Ci domandiamo, però, se il gregge sardo dei poveracci, che compaiono come ombre nell’Epistolario di Antonio Parragues, vittime dell’ignoranza e dell’avidità di pochi potenti, amarono questo arcivescovo battagliero, attanagliato dal senso dell’onore e del do¬vere e ci domandiamo anche se lui amò veramente questo povero gregge cui mancavano i veri pastori, ma che aveva un energico arcivescovo. Non siamo in grado di rispondere, e forse non vogliamo: ci manca, del resto, una documentazione valida in proposito. Ma una cosa ci pare certa; la parola “amore” per le sue più povere pecorelle sarde non sfuggì mai al Parragués.
E per un arcivescovo questa è una cosa assai grave, anche se nel Cinquecento le pecorelle valevano poco in ogni caso.

(1) CENZA THERMES, nata a Sinnai nel 1913 e morta a Cagliari nel 2009. Laureata in lettere, dopo aver insegnato per molti anni, è stata Preside di Scuola Media per diciannove anni. I suoi lavori, che riguardano tutti la Sardegna, e in particolar modo Cagliari, cercano di far conoscere quanto autori e studiosi sardi del passato ci hanno lasciato, con opere talvolta manoscritte e tuttora inedite. Questo lavoro ha richiesto spesso la lettura di manoscritti del Cinquecento e del Seicento, in lingua latina e castigliana: un lavoro faticoso, ma sempre condotto con scrupolosa attenzione e con amore. Dei suoi lavori, ricordiamo: Cagliari, amore mio, in due volumi, (Cagliari, 1981); Sant’Efisio Story (Cagliari, 1982); Sigismondo Arquer – Sardiniae brevis historia et descriptio – Passione (Cagliari, 1987); La settimana Santa a Villanova (Cagliari s.d.); In dispar coniugium di Roderigo Hunno Baeza (1988); Iuan Francisco Carmona, questo sconosciuto (Cagliari, 1994); Valse oubliée (Cagliari, 1996); In ombra e in luce Cagliari (Cagliari, 1996); I Versi di Francesco Alziator, a cura di Cenza Thermes, (Cagliari 1996); (E a dir di Cagliari… (Cagliari, 1988); Sueños, (Cagliri 1999); Parlano i morti. Capriccio di Primavera (Cagliari, 2001); Il “mio” Giorhgio Aleo e la sua “Historia” (introduzione di Luigi Spanu), (Cagliari 2003); U’estate a Nuoro -Agosto 1984 -, (Cagliari 2004); Castello: il cuore storico di Cagliari ( Cagliatri 2007). Dal “Lioness Club” di Cagliari, l’8 marzo 1999, le è stato consegnato il premio “Donna sarda 1999. È stata a lungo collaboratrice de L’Unione Sarda,collaboratrice del settimanale NuovOrientamenti. Numerosi i suoi articoli in “Almanacco di Cagliari” e “Sardegna fieristica”.
(2) PARRAGUéS DE CASTILLEJO ANTONIO (Ciudad Rodrigo sec. fine XV-Cagliari 1573). Grande personaggio storico ed ecclesiastico. Fu arcivescovo di Cagliari dal 1558 al 1573, anno della sua morte, avvenuta il 23 febbraio. Partecipò al Concilio di Trento e a lui si deve l’istituzione a Cagliari del Seminario Tridentino. Possedendo una enorme biblioteca, la lasciò al seminario di Cagliari (purtroppo, secondo alcuni andata dispersa). Di lui restano molte lettere in castigliano e latino, tutte meritevoli di essere studiate per meglio conoscere la realtà sarda del Cinquecento. Nel 1958, Palmira Onnis Giacobbe pubblicò “Epistolario di Antonio Parragués de Castillejo” (Milano). Da questo epistolario la Thermes ed io abbiamo tratto alcune parti che si riferiscono alle lettere che egli inviò al sovrano di Spagna ed altri personaggi.

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Il “The Sketch” di W.H. SMYTH

14 Marzo 2013 Commenti chiusi

Come era la Sardegna quando l’inglese William Henry Smyth la percorreva nel 1824? La risposta la si può avere leggendo il suo libro « The sketch of the present state of the Island of Sardinia », apparso in Londra nel 1828. Se ancora oggi, a distanza di 160 anni dall’apparizione dell’opera sopra citata, si scrivono libri che trattano di una Sardegna sconosciuta, nascosta, segreta, che riscuotono enorme successo e sono letti da moltissimi sardi e non, si può capire quale poteva essere allora, tra gli inglesi, la curiosità di conoscere la realtà di un’isola di cui avevano scarse e frammentarie notizie e che poterono comprendere leggendo le pagine dello Smyth ricche di immagini sulla Sardegna sconosciuta. Certamente gli inglesi di allora che avevano sentito il nome di Sardegna non erano molti, a giudicare da quanto scrive lo stesso Smyth nella presentazione del suo libro. Infatti egli osserva che nei libri inglesi non aveva trovato alcuna notizia sull’isola più importante del Mediterraneo, dopo la più nota Sicilia.
Lo scrittore inglese, che considerò la Sardegna una delle più belle isole del Mediterraneo, favorita com’era dalla matura, così da rendere imponenti vantaggi alla popola¬zione, ebbe forse il primo impatto con l’isola mediterranea durante il periodo in cui Orazio Nelson bordeggiava le coste sarde e toccava alcune località della Sardegna, tra cui Sant’Antioco e La Maddalena, ricordate anche nel «The sketch». Questo incontro e altri successivi, dovuti ad incarichi militari, gli lasciarono una curiosità tale che, primo inglese ad interessarsi della nostra isola, vi pose nuovamente piede alla fine del 1823 e vi rimase per tutto l’anno successivo.
Egli ebbe come compagno di viaggio, nel suo brigantino, il console inglese di stanza a Cagliari, Mister Craig, col quale fece il periplo dell’isola e, provvedendo a disegnare le coste, le montagne e i fiumi, visitò la capitale e diversi centri isolani. Il risultato di questo lungo soggiorno in Sardegna lo si trova appunto nel libro « The sketch », che comprende una introduzione, quattro lunghi e corposi capitoli e un’interessantissima appendice, della quale occorrerebbe uno studio a parte.
Il primo capitolo è dedicato alla storia dell’isola, il secondo ai prodotti, il terzo agli usi e ai costumi e l’ultimo alla presentazione delle coste e dei centri isolani visitati dall’ufficiale inglese. Del terzo capitolo esiste la traduzione fatta da Francesco Alziator che, interessatosi a lungo dei viaggiatori stranieri e italiani in Sardegna nei secoli scorsi e nell’attuale, lo pubblicò interamente ne «L’Unione Sarda».
Del tutto sconosciuta l’opera di questo oscuro ufficiale inglese, non lo era però altrettanto la sua amicizia con il Lamarmora, di cui fu compagno di ricerche, come si legge nell’introduzione dell’autore dello «Sketch», che scrive, tra l’altro, una descrizione della Sicilia.
Si legge in Alziator che lo Smyth era un ufficiale della Marina di Sua Maestà britannica che, negli anni in cui gli eventi avevano portato Orazio Nelson ad interessarsi e ad occuparsi della Sardegna, vi era stato ben due volte.
L’ufficiale britannico, che a detta dello scrittore sardo era uomo dotato di scarsa fantasia ma di molto spirito di osservazione, preciso, privo di pretese e di interessi particolari all’infuori di una certa intransigenza anticattolica, con una prosa sciolta, semplice e scorrevole, ci ha tramandato una marea considerevole di notizie di ogni genere e di dettagli di estremo interesse. Il suo lavoro meriterebbe quindi una completa edizione italiana, perché presenta un quadro molto dettagliato della storia, della produzione, del commercio, dell’economia, delle tradizioni popolari, del paesaggio isolano e della vita reale delle località visitate nel 1824.
È stato scarso l’interesse per l’opera sulla Sardegna di William Henry Smyth, e, appunto per questo, mi pare opportuno dedicare alcune pagine a lui e alla sua opera. Questo scrittore inglese, negli anni Venti del secolo scorso, dedicò un testo di ben 240 pagine alla Sardegna, tuttora importanti per una ricostruzione storica dei diversi pro¬blemi che attanagliavano l’Isola in quegli anni.
Il primo ad occuparsi di lui fu un tale che si firmava con la sigla X.Y. Nel 1840, questi provvide a stendere una traduzione, tuttora manoscritta, che si trova nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, segnato MS. 63, con il titolo «Abbozzo dello stato attuale dell’Isola di Sardegna». Grazie al personale della succitata biblioteca, sempre pronto a venire incontro alle esigenze degli studiosi, ho potuto consultare a lungo il manoscritto, servendomene per un riscontro del lavoro dello Smyth. Oggi quella traduzione non è più valida: è un italiano superato, vi sono molti errori ortografici, la forma lascia a desiderare e taluni termini inglesi vengono riportati tali e quali, forse perché il traduttore non ne aveva compreso il significato.
Della traduzione di X.Y. parla A.M. Cirese, il quale asserisce che l’opera dello Smyth ebbe una traduzione, al contrario di quanto affermava Francesco Alziator. Posso aggiungere che è stato un bene che la traduzione dell’Ottocento non sia stata stampata, per i motivi succitati; ma non è detto che non possa essere di qualche utilità.
È vero comunque che Alziator è stato il primo ad aver (tradotto e pubblicato il terzo capitolo dell’opera smythiana, dandogli larga diffusione e la possibilità ad un ampio pubblico di venire a sapere che un ufficiale inglese del secolo scorso aveva stampato un lavoro sulla Sardegna, col quale aveva fatto conoscere agli inglesi gli usi, i costumi, la storia e l’economia dell’isola. In effetti, in Italia e in Sardegna, il lavoro dello Smyth era rimasto nel dimenticatoio. Fu Francesco Alziator che in un saggio sugli scrittori inglesi dell’Ottocento, apparso nel 1946 in Almanacco letterario ed artistico della Sardegna (a cura degli «Amici del Libro» e diretto da Nicola Valle), scrisse: «Nel silenzio dell’arcipelago, il piccolo capitano William Henry Smyth, uno dei tanti ufficiali della squadra britannica, meditava la scoperta letteraria della Sardegna… Nel 1828, il capitano W.H. Smyth che aveva, in seguito, avuto dall’Ammiragliato l’incarico di rilevare le coste sarde, pubblicò Io Sketch… ». Dieci anni dopo, sulle colonne de «L’Unione Sarda» (27 maggio 1956), lo stesso Alziator pubblicava un articolo con il titolo «II rapporto di un ufficiale inglese della Marina di Sua Maestà Britannica». Nel presentare la traduzione della terza parte del rapporto dello Smyth, annunciava che, tra le mozioni presentate alla chiusura del «VI Congresso delle tradizioni popolari», tenutosi in Sardegna nel 1954, Paolo Toschi, suo maestro e uno dei maggiori esponenti della demoetnologia ita¬liana, auspicava la riedizione delle opere più antiche che riguardavano il folklore sardo.
Cogliendo l’invito, l’Alziator tradusse non solo il terzo capitolo dello Sketch… (la più antica opera inglese sulla Sardegna), ma anche alcune pagine di Honoré de Balzac, di Emanuele Domenech, di Gastón Vuillier, di Crawford Flitch – di questi autori egli aveva già parlato anni prima -. Ne trattò in seguito Alberto Boscolo nella raccolta Viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna, pubblicata nel 1973 nella collezione «Testi e documenti per la storia della Questione Sarda». Il Boscolo si è valso della collaborazione di vari studiosi sardi quali Francesco Alziator, Armando Deidda, Manlio Brigaglia, Dolores Ghiani Alziator e Mario Manca.
Chi avesse intenzione di leggere la versione fatta da Francesco Alziator veda «Allora a Cagliari portavano la Berriuola»; «I Sardi cattivi camminatori e ottimi cavallerizzi»; «Santi e feste in Sardegna»; «Gallura bella e feroce»; «Amore e morte dei Sardi»; «Cagliari all’alba dell’800 », in «L’Unione Sarda» (maggio, giugno e luglio 1956). Chi invece intendesse leggere l’intero capitolo può trovarlo, come già scritto, nella pubblicazione «I viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna».
L’Alziator osservava che lo Smyth visitò la Sardegna non certo spinto da amore per il pittoresco, ma queste visite gli lasciarono un’impressione profonda per il modo così tenace con il quale i Sardi mantengono i loro primitivi caratteri.
William Henry Smyth, del quale esiste una lunga ed interessante biografia nel «Dictionary of National Diografy » (London, volume XVIII, 1917), nacque in Westminster nel 1788. Giovanissimo entrò al servizio della Marina Mercantile e dal 1804 fu nelle acque indiane, cinesi e australiane. Nel 1812, dopo aver passato alcuni anni lungo le coste della Francia ed essere stato presente, nel 1811, alla difesa di Cadice, servi la Marina Britannica lungo le coste della Spagna e nell’anno successivo, promosso al grado di tenente, fu assegnato alla flotta di stanza nei mari della Sicilia. Provvide a fare una gran quantità di rilevamenti topografici, eseguì numerose ricerche archeologiche e misurò topograficamente, nel 1815, le coste siciliane, poi quelle italiane ed infine quelle africane. Nel 1821 portò le sue indagini in Sardegna, poi in Grecia e di nuovo lungo le coste africane e disegnò un elevato numero di carte che sono alla base di quelle tuttora in uso. Nel 1824, mentre egli si trovava in Sardegna, uscì in Londra «Memorie delle risorse, degli abitanti e della idrografia della Sicilia e delle sue isole»; seguì, nel 1828, lo scritto sulla Sardegna.
Nel frattempo, era stato nominato membro della Società Archeologica e della Società Astronomica Reale, e nel 1826 era stato pure eletto membro della Royal Society. Quattro anni più tardi, fu tra i fondatori della Società Geografica Reale, iniziando così una nuova attività che lo avrebbe portato, nel 1846, alla Presidenza della stessa Società e, nel 1850, a quella della Società Geografica Reale. Fu membro onorario e corrispondente di un gran numero di Società letterarie e scientifiche europee del suo tempo. Diede alle stampe parecchi studi di carattere geografico, ottenne una grossa onorificenza della Royal Society e pubblicò numerose carte riguardanti «Philosophical Transactions » e « Proceedings » della Società Astronomica Reale.
La storia completa della sua attività letteraria è contenuta in «Synopsis of the published and privately works of Admiral W.H. Smyth», pubblicato nel 1864.Venne collocato a riposo nel 1846 e nel maggio del 1853 ebbe la nomina a contrammiraglio. Dieci anni dopo raggiunse il grado di ammiraglio. La morte lo colse il 9 settembre del 1865, all’età di 77 anni. Si era sposato a Messina nell’ottobre del 1815 ed ebbe una numerosa prole.
Notizie biografiche sul Nostro possono leggersi in Viaggiatori inglesi dell’800 in Sardegna di Myriam Gabiddu (Cagliari, 1980), che contiene una succinta analisi dell’intero scritto dello Smyth e alcune parti in lingua originale con commento al terzo capitolo.
Nel già citato lavoro sui viaggiatori inglesi, Myriam Cabiddu riferisce che si deve al capitano Smyth la prima monografia in lingua inglese, frutto del suo soggiorno nell’isola, mentre era impegnato nei rilevamenti delle coste sarde per incarico del suo ammiragliato. A William Henry Smith la Cabiddu dedica un capitolo di oltre 14 pagine, molto interessanti e ricche di notizie sull’ufficiale inglese e dà una puntuale visione di quanto il capitano britannico scrisse sulla Sardegna.
Il lavoro della Cabiddu è anche interessante perché riporta molti passi in lingua inglese, come già detto e sono i brani più emblematici sulla lunga permanenza nell’isola dello scrittore inglese. La Cabiddu scrive che lo Sketch…, pur con i suoi limiti, ci appare oggi come una delle opere più importanti sulla Sardegna, scritta nell’Ottocento e costi¬tuisce un punto di riferimento obbligatorio per quasi tutti i viaggiatori britannici che da esso hanno tratto giudizi, descrizioni e valutazioni.
La storia è l’argomento del primo capitolo, dai tempi dei nuraghi agli anni Venti del secolo XIX. Gli avvenimenti storici, inseriti nel capitolo, sono quelli ormai ben noti; l’autore infatti riportò molte parti della storia del Fara di quelli del Manno. Anche se lo Smyth rivisita la storia sarda, porta delle novità, perché riferisce documenti sullo sbarco dell’armata anglo-austro-olandese a Cagliari nel 1708 e fa riferimento ad un carteggio da lui consultato nel Museo Britannico, tuttora sconosciuto, che modificherà notizie già riferite.
Nel secondo capitolo affiorano due grossi problemi economici che, per lo scrittore inglese, attanagliavano la Sardegna: la produzione ed il commercio. Lo Smyth osserva che l’isola rimase priva di una rete stradale fino al 1822, quando fu finalmente risolto il problema del traffico interno con la costruzione della grande strada Cagliari-Sassari-Portotorres, grazie all’interessamento del re Carlo Felice. Egli osserva inoltre che la posizione centrale dell’isola, tra la Spagna, la Francia, l’Italia e l’Africa dovrebbe favorire il commercio se il popolo sardo fosse più intraprendente nelle avventure marittime con i bei porti di San Pietro, La Maddalena, Terranova e con le spaziose baie di Cagliari, Palmas, Oristano, Alghero, Portotorres, Vignola e Tortoli. A detta dello Smyth, in queste baie, che offrono invidiabili stazioni commerciali, si potrebbero imbarcare facilmente i prodotti delle diverse zone dell’isola.
Riguardo alle esportazioni, che risultarono minime nel 1824, il capitano britannico scrive che il primo prodotto agricolo è il grano, ma la produzione è di gran lunga inferiore a quella del periodo in cui gli autori antichi riferivano che la Sardegna, insieme con la Sicilia, era il granaio di Roma; che l’esportazione si aggira sui 400.000 starelli, quando il raccolto è abbondante; segue l’orzo, di cui si esportano 200.000 starelli e vengono imbarcati 100.000 starelli di fave e 200.000 di piselli.
Sulla coltivazione della vite lo Smyth constata che il clima ed il terreno sono molto adatti ad aumentarla, ma non vengono sfruttati al massimo, e riferisce che i vini presentì sul mercato sono il moscato, il girò e il cannonau del Campidano, il moscato d’Alghero, la malvasia di Sorso e quelle di Cagliari, Bosa, Quartu ed Alghero, il nasco e la vernaccia di Oristano e Cagliari, i vini rossi della città catalana e dell’Ogliastra ed infine i vini bianchi più comuni di Torralba, Sassari e Thiesi. Aggiunge che i Sardi fanno molto uso di vino di seconda qualità e di terza, su piricciolu, e che le vinacce sono conservate come mangime per il bestiame.
Per il formaggio, uno dei prodotti più considerevoli di economia domestica, l’autore scrive che la produzione raggiunge circa 3.000 cantari di quello duro e fino ad Iglesias e a Sinnai e quasi 2.000 di quello ordinario; ne viene imbarcata una grandissima quantità per Malta e per Napoli, località quest’ultima che ne fa una grande richiesta. Anche il sale, una delle fonti più lucrose del reddito regio, è un importante pro¬dotto esportato.
Lo Smyth si interessa anche delle tonnare, del lino, della seta, della lana e della coltivazione del tabacco, introdotta nel 1714 dagli austriaci, prodotto soprattutto dai privati nei dintorni di Sassaria, Alghero e nei villaggi vicini, che hanno l’obbligo di venderlo allo Stato.
Tra gli articoli di esportazione menzionati vengono annoverati lo zafferano di Sardara e Sanluri, l’acquavite di Villacidro, Gavoi e Santulussurgiu, la galena, il solfuro di piombo, il vasellame e una piccola quantità di metalli, e si imbarcano mandorle dolci ed amare, lardo fino e prosciutto, e stracci di lino, che servirebbero, secondo lo Smyth, per quell’arte che muta un articolo «indecente» in un altro utile e tanto bello qual è la carta.
Dopo aver riferito che anche la seta marina, il bisso, viene folato per fare guanti, calzette ed altri articoli d’ornamento femminile, l’autore chiude il capitolo con la presentazione di un rapporto statistico dal 1817 al 1825, che offre un interessante quadro sull’economia sarda nel primo quarto del secolo XIX, da tener presente per un eventuale studio sull’economia isolana nel corso dei secoli, ancora tutta da scrivere.
Nel terzo capitolo lo scrittore londinese presenta la cucina sarda, le cerimonie della Settimana Santa, le più importanti festività religiose del calendario isolano, i balli e la loro classificazione e comparazione con quelli di area greca, la musica, l’abbigliamento, le armi, il linguaggio, la superstizione, in particolare il malocchio, gli amuleti e gli esorcismi.
Questo capitolo sarà senz’altro utile per la stesura della storia del costume sardo, non più tutta da scrivere, dopo quanto studiato e riportato dall’Alziator, che ha provveduto con i suoi scritti a riempire molte pagine bianche dei volumi da dedicare all’abbigliamento isolano.
A proposito del ballo sardo, Giuseppe Della Maria, che ha dato un grosso contributo alla conoscenza delle tradizioni popolari e del quale quest’anno ricorre il decimo anniversario della scomparsa, scrive in Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo (n. 17) che nel 1828 W.H. Smyth pensa che il ballo tondo del Capo di Sopra si balla alla voce di parecchi uomini, che studiosi nel canto, si appoggiano l’un l’altro nelle spalle, cantando in particolare tono forte e gutturale chiamato trippi… e i cantori, per acquistare il tono forte e gutturale si avvezzano sin da ragazzi». Ed aggiunge «La danza comincia con passo lento, si affretta a tenore della cadenza e si protrae per una o due ore; ma non scappa ad alcun ballerino un sintomo di gioia e di soddisfazione e le donne poi tengono gli occhi al suolo, quasi per tutta la durata della danza».
Grossa rilevanza nel terzo capitolo hanno due interessantissime manifestazioni folkloristiche che meriterebbero di essere rilanciate nella capitale: la prima nel periodo di carnevale, completando così il giro con quella oristanese, sa Sartiglia, e con quelle delle altre località della Sardegna; la seconda nei mesi autunnali, mesi ancora caldi a Cagliari. La prima manifestazione riguarda quella singolarissima de is pariglias (corsa a pari¬glie), vero simbolo del folklore cagliaritano, che si disputava a Cagliari nella ripida e scoscesa via San Michele, oggi via Azuni, negli ultimi giorni di carnevale. Ne resta un’animata stampa disegnata dal La Marmora, apparsa in primis ne «II folklore sardo» di F. Alzlator e poi in altri lavori. La descrizione fatta dallo Smyth è la prima ad averci riportato la corsa in modo perfetto e dettagliato. «Tre o quattro cavalieri – scrive l’ufficiale inglese e così traduce l’Alziator in Cattivi camminatori e ottimi cavalieri, già citato – maschere a cavallo montano così vicino tra di loro, che una mette le braccia sulle spalle dell’altra e così correndo, a briglia sciolta, spesso arrivano al traguardo senza separarsi, tanta è la maestria con cui guidano i loro cavalli».
L’altra descrizione è quella della giostra delle barche che si effettuava nel porto di Cagliari, documentata iconograficamente dal pittore piemontese del secolo XVIII Giovanni Michele Graneri. La giostra marinara, alla quale assiste lo Smyth, si effettuò durante i festeggiamenti del patrono dei marinai cagliaritani, nella rada del porto, simile a quella che tuttora si tiene a Portotorres in occasione della festa in onore dei patroni.
Se il terzo capitolo è molto importante perché serve ala ricostruzione storica delle tradizioni popolari sarde con le sue notizie ed osservazioni sulle usanze nuziali e funebri, sulle credenze popolari, sulla musica e le danze, già succitate, non meno importante è il quarto capitolo per la presentazione della realtà isolana attraverso le tappe del viaggio dello scrittore britannico e per lo studio dettagliato sulle coste e sui centri isolani. Il capitolo si apre con un ampio quadro della metropoli cagliaritana. Sono messi in evidenza gli aspetti dei quartieri, della posizione geografica, dei venti, delle provviste, della scarsezza dell’acqua, venduta alle porte delle case. Al problema del’acqua l’inglese si sofferma perché ha notato che le navi straniere non possono rifornirsene se non andando a Pula con i battelli a fondo piatto, mentre gli abitanti del Castello si provvedono dalle cisterne. Suo suggerimento all’ingegner Musio è di portare l’acqua dalle sorgenti di Domusnovas per mezzo di tubi di ferro. Nota anche che, a chi sbarca, la città fa un ef¬fetto imponente che cambia quando si vedono le strade strette, ripide e nauseabonde e i panini stesi ad asciugare dai balconi di una casa a quella della casa di fronte. Alcune pagine sono dedicate alla presentazione della stupenda chiesa di San Michele e soprattutto della sacrestia e dell’antisacrestia per i bei quadri e le pitture. Parla della cattedrale, del Museo Archeologico, istituito qualche anno prima dal sovrano piemontese, del tempio funebre di Pontila, dell’anfiteatro romano, del convento dei Cappuccini, dell’Orto botanico, in cui un frate provvide a piantare nuove piante, tra cui un ananasso, che però non ottenne successo. Al frate lo Smyth lasciò una grossa quantità di sementi che aveva portato da altre contrade e, fra queste, quella del nespolo del Giappone.
Dopo la descrizione particolareggiata di tutte le baie, le calette e gli scogli che si trovano nella parte meridionale e in quella orientale dell’Isola sino alla torre di Quirra, e dopo aver parlato del villaggio di Tertenia, posto malsano per lo Smyth e noto per numerosi omicidi commessi, l’autore si sofferma a descrivere il villaggio di Tortoli, località dove presero terra i troiani, capoluogo dell’Ogliastra con circa 1.700 abitanti, sede giudiziaria, in cui risiede un vescovo cappuccino, con lunga barba; passa poi ad Orosei, località molto graziosa, circondata da fertili pianure, che procurano bestiame, grano, formaggio e vernaccia, ma località fatale per gli stranieri a causa dell’aria pestilenziale.
Dopo aver visitato il villaggio di Orosei e controlliate le località rivierasche fino a Punta Nera, lo Smyth si ferma a Siniscola, dove ammira la bella chiesa e fa la considerazione che il villaggio, a dispetto dell’insalubrità della zona, è prosperato grazie alle feluche napoletane e genovesi che si riparano frequentemente in questo tratto di costa.
Dopo la visita al villaggio di Posada, all’antica Olbia, al villaggio di La Maddalena e all’isola di Caprera, l’ufficiale inglese si porta a Tempio, capitale della Gallura, città degna di considerazione per alcuni edifici di tre piani e per i pesanti balconi in legno, non per l’aspetto generale che è triste a causa del rosso granito delle costruzioni, ma del costume nero delle donne, della barba folta e della capigliatura degli uomini. Il visitatore londinese rimase sorpreso per aver trovato in una locanda due ragazze che portavano sul capo, in equilibrio, una candela con la quale si aggiravano per la casa, tenendo così le mani libere.
Visitata la nuovissima città di Santa Teresa, situata salubremente vicino alla punta nord-occidentale, visto e disegnato il corso del fiume Coghinas, il navigatore inglese si ferma a Castelsardo, di cui presenta la storia. Nota poi il carattere cattivo e antisociale degli abitanti, per i molti omicidi avvenuti nelle campagne e nei boschi circostanti.
Per Sassari, lo Smyth iscrive che fu un villaggio insignificante fino al tempo in cui le incursioni saracene non obbligarono i torresini a cercare un posto sicuro, e continua dicendo che la città è circondata da mura e da torri quadrangolari; che vi sono cinque porte ed una cittadella, l’ultima porta impiegata come corpo di guardia; che la posizione della città è piacevole; che le campagne intorno sono prospere per la produzione di olio, vino, frutta, verdura e tabacco e che vi sono i migliori terreni giudiziosamente col¬tivati e lussureggianti.
Nel lasciare la città torresina l’inglese rimase deluso nel vedere la fontana di Rosello, oggetto di grande ammirazione fra i sardi ed altamente lodata dagli scrittori nazionali, ma nell’insieme con un’aria di mediocrità perché è composta da una base tanto pesante, posta solo a sostenere una piccola ed imperfetta statua equestre di San Gavino.
Dopo Sassari, l’autore controlla tutta la parte settentrionale dell’Isola, che presenta grandi massi di granito, mentre quella interna è principalmente schistosa e i terreni della pianura sassarese hanno molta varietà dal punto di vista geologico; provvede poi a studiare la costa di ponente, sino ad Alghero. Della città catalana presenta la storia e scrive che essa ricevette il titolo di fedelissima e che, oltre a partecipare a tutti i privilegi accordati anche a Cagliari e a Sassari, la città possiede alcuni diritti in esclusiva; aggiunge che la città è fabbricata su una bassa punta di roccia sporgente fuori da una spiaggia; che ha la forma di un parallelogramma con robuste mura, fiancheggiate da bastioni e torri e che vi si entra da due ponte, una dal molo del porto e l’altra dalla parte che guarda la terra. Presenta poi la cattedrale, le scuole pubbliche, le istituzioni, l’ospedale, il mercato, che gli appare accettabile per aver molte provviste, un piccolo teatro per gli attori di passaggio, mentre i cittadini hanno i loro divertimenti nei giorni festivi, uno dei quali ricorda la vittoria riportata sui francesi nel 1412, per cui si fa una processione ogni 6 maggio.
Dopo aver esplorato e disegnato tutta la costa da Alghero a Bosa, lo Smyth si ferma in questa cittadina, situata in una bella vallata, tra due colline, che ha un bell’aspetto perché la città è pulita e le strade sono lastricate; è sede vescovile, ha un seminario per gli studi filosofici e teologici, alcuni bei palazzi di proprietà delle famiglie nobili e sulla sommità vi sono le rovine di una acropoli.
Superata la costa da Bosa a Santa Catenina di Pittinuri e poi sino a Capo San Marco, l’autore si ferma ad Oristano, città situata in una bassa pianura, con un aspetto modesto; le case sono basse e lontane l’una dall’altra; la città è sprovvista d’acqua sebbene si trovi vicina ad un fiume; la società è più briosa, in inverno, di quella d’Alghero, ma i forestieri evitano questo luogo, per il clima pessimo.
Toccate altre località e controllate le baie e le coste da Oristano a Capo Frasca, lo Smyth si addentra nell’interno e si ferma nel popoloso, salubre villaggio di Villacidro, situato in posizione graziosa e costruito a forma di croce; ha una vallata ben coltivata; è ricca di frutta e vi è grande abbondanza di ciliegie, ma pochissimo grano e molto vino bianco, di qualità però scadente, per cui si distilla per farne acquavite.
Per Iglesias, l’ufficiale inglese scrive che è abbondantemente irrigata da alcune sorgenti, la migliore delle quali, chiamata Bingiargia, porta l’acqua alla fontana di San Nicolò, vicino al centro della città, per mezzo di un acquedotto lungo circa 17 chilo¬metri; le strade sono generalmente sporche e mal lastricate e vi sono alcuni eccellenti palazzi.
Dopo il controllo della costa sud-orientale, in cui si trovano Porto Paglia e Porto Scuso, lo Smyth passa a descrivere la costa dell’isola di Sant’Antioco, che offre buoni luoghi per l’ancoraggio; consiglia ai naviganti di stare molto attenti nell’attraversate il canale perché esso è colpito da venti dei due versanti tanto che un secolo prima del suo arrivo, una nave svedese, carica di marmo, vi naufragò; poi presenta tutti i luoghi circostanti e le varie isolette che si trovano tra l’isola di Sant’Antioco e di San Pietro.
Dopo aver parlato a lungo dell’isola di San Pietro, in cui si sono rifugiati i tabarchini, ne traccia la storia e scrive che i carlofortini sono di carattere buono e sono assai pacifici e tanto affiatati l’uno con l’altro che, durante la loro residenza di novant’anni nell’Isola, non hanno mai dato luogo a processi giudiziarii.
Continuando il rilevamento topografico, lo Smyth arrivò alla costa di Chia, poi a quella di Pula, entrambe con possibilità di buon ancoraggio e rifornimento di acqua. Notò anche che da quest’ultima località sino alle spiagge di Cagliari, in cui termina il suo viaggio, i terreni offrono il miglior esempio di coltivazione e sono estremamente produttivi, grazie anche agli ultimi tentativi del marchese di Santa Croce e di Viilahermosa ad Orri.
Il capitolo quarto, quindi, può considerarsi una guida particolareggiata della Sardegna del primo Ottocento, alla quale si accompagna un’interessantissima serie di statistiche dei prezzi dei mercati, informazioni monetarie e una nota sui pesi, le misure e dati ittiologici.
LUIGI SPANU, Bollettino Bibliografico della Sardegna, Anno IV – Quaderno I del 1987, fascicolo n° 7,

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SPOGLIO DE « L’UNIONE SARDA » ARTICOLI RIGUARDANTI CAGLIARI A cura di LUIGI SPANU

14 Marzo 2013 Commenti chiusi

1978

5 gennaio – PINTOR M. Partita a bocce.
13 gennaio – ARTIZZU F. Costumi e realtà locali attraverso la lingua dei cagliaritani. Quando il freddo arrivava in città.
1 febbraio – ARTIZZU F. Una rilet¬tura in chiave personale della celebre raccolta curata da Raffa Garzia. I « mutettus » dei cagliaritani.
8 febbraio – PINTOR M. Cagliari sotto assedio.
8 febbraio – Nelle lapidi il ricordo dei cagliaritani (nuove tendenze della to¬ponomastica) .
24 febbraio – ARTIZZU F. Cagliari a piedi. Aria di campagna e vecchi rondò.
9 marzo – Cagliari a piedi. Una im¬magine della città nel racconto di Raf¬fa Garzia.
9 marzo – ROMAGNINO A. Un’isola, una cultura.
16 marzo – PINTOR M. Cavalieri e cipria nell’Ottocento.
22 marzo – ROMAGNINO A. Cagliari a piedi nella prima metà del secolo. Le poste in piazza del Carmine.
23 marzo – ROMAGNINO A. La pro¬cessione del Cristo morto.
26 marzo – ARTIZZU F. La giornata pasquale nel capoluogo. La festa dei cagliaritani.
30 marzo – ALBIS F. Un cardinale cagliaritano.
27 aprile – PINTOR M. Cagliari di una volta. Fatti ed episodi di cinquant’anni fa. Nettezza urbana e car¬rozze di piazza.
30 aprile – FIORI V. Quando passa Sant’Efisio.
30 aprile – SINI T. Anche i cavalli sono presi in affitto (Sant’Efisio). 7 maggio – PISANO G. Viaggio at¬traverso la Sardegna che cambia, Ca¬gliari 1968-1978, radiografia di una città. Nel vento della crisi.
14 maggio – PISANO G. Come uscire dalla crisi.
19 maggio – PINTOR M. Il collegio dei nobili.
21 maggio – PISANO G. Gli studenti in prima linea.
24 maggio – JANIN A. Cultura e isti¬tuzioni a Cagliari. Come usare la cit¬tadella dei Musei.
11 giugno – BULLEGAS S. La lunga storia degli spazi teatrali. La guerra per i palchi.
14 giugno – BULLEGAS S. La vicenda degli spazi teatrali a Cagliari. Il Civico e il Diurno: la gran gara tra lirica e prosa.
18 giugno. BULLEGAS S. La lunga vicenda degli spazi culturali. Dal Poli¬teama ai giorni nostri. Ai tempi dei Mecenati.
22 giugno – Statue di Venere dissepolte negli scavi di viale Trieste.
23 giugno – MÁSALA F. Come fun¬zionano le strutture teatrali a Cagliari:il Centro Universitario Cinematogra¬fico. Il film dentro la scuola.
30 giugno – PINTOR M. Giochi d’az¬zardo.
20 luglio – BULLEGAS S. Il pastore e la città.
29 luglio – MANUNZA M. Cagliari: il sole, il mare e poi?
2 agosto – SORGIA G. Un progetto mancato per il porto di Cagliari.
24 agosto – SORGIA G. Cagliari nel 1600: Un furto misterioso.
25 agosto – SALÍS L. In agonia la pi¬neta di Monte Urpino.
17 settembre — Dal Bastione ai giar¬dini pubblici il verde è tutto da valo¬rizzare. Ma i vecchi progetti sono an¬cora sepolti nei cassetti.
22 ottobre – ROMAGNINO A. Aspet¬ti e costumi della Cagliari di fine se¬colo nelle annate delle più importanti riviste letterarie isolane dell’Ottocen¬to. La cronaca rosa di « Vita Sarda ».
24 dicembre – ROMAGNINO A. Quando Cagliari metteva i telefoni.

1979

13 agosto – ARTIZZU F. Ferragosto tanti anni fa. Al Poetto sul tram.
17 settembre – VALLE N. Le memo¬rie della città di Cagliari negli anni ’20. Quelle serate.
7 ottobre – ARTIZZU F. Le antiche piazze di Cagliari. Quella chiesetta a San Bartolomeo.
16 ottobre – ROMAGNINO A. La storia delle banche a Cagliari. Il largo Carlo Felice nei primi anni del 1900.
21 ottobre – DE MAGISTRIS P. Ca¬gliari nella memoria. Storia di un cia¬battino.
28 ottobre – DE MAGISTRIS P. Ca¬gliari nella memoria. Anche la povertà ha i suoi rituali.
4 novembre – DE MAGISTRIS P. Ca¬gliari nella memoria. Storia di vino e di miseria.
6 novembre – ARTIZZU F. Come era¬vamo. Quei riti di novembre. 13 novembre – TERLIZZO B. Due generazioni e una città.
15 novembre – VALLE N. L’antico mercato del largo Carlo Felice. 18 novembre – DE MAGISTRIS P. Cagliari nella memoria. Un giorno, una bettola.
27 novembre – DE MAGISTRIS P. Cagliari nella memoria. Vecchi e mi¬seria.
29 novembre – VALLE N. L’occhio sulla città. Funerali di lusso.
30 dicembre – ARTIZZU F. Cagliari attraverso la storia delle sue strade. Con Totò in via Garibaldi.

1980

6 gennaio – ARTIZZU F. Cagliari e la Befana.
17 gennaio – ROMAGNINO A. Ca¬gliari attraverso le immagini. La città nell’Almanacco.
3 febbraio – ARTIZZU F. Cagliari tra le due guerre. Una città e il suo teatro.
5 febbraio – DE MAGISTRIS P. Cagliari nella memoria. La storia di Pie¬tro Evento.
18 marzo – ARTIZZU F. Le memorie di una città. I cagliaritani e il teatro.
23 marzo – SORGIA G. Dalla cinta-arsenale alla Cittadella dei Musei. La lunga storia delle fortificazioni.
9 aprile – VALLE N. La Cagliari degli architetti, cinquant’anni fa. Girovaghi come mestiere.
15 aprile – ARTIZZU F. Cagliari at¬traverso le espressioni locali. Le paro¬le della vita.
25 aprile – MELIS G. Cagliari e l’ul¬tima stecca.
30 aprile – VALLE N. Cagliari tra due guerre. La generazione dei caffè e del Comune.
4 maggio – ARTIZZU F. Cagliari attraverso le sue antiche strade. La di¬scesa de sa costa.
13 maggio – ROMAGNINO A. Ca¬gliari: perché il piccone ci ha rispar¬miato.
9 giugno – MANUNZA M. Fondarono Buenos Aires pensando a Cagliari.
24 giugno – ARTIZZU F. Cagliari at¬traverso le espressioni della lingua lo¬cale. Le parole e la realtà.
24 giugno – ROMAGNINO A. C’era una volta il Liberty.
27 giugno – VALLE N. Cagliari una volta. Muttettus nelle strade.
1 luglio – ROMAGNINO A. Tra le palme di S. Saturnino.
13 agosto – ARTIZZU F. Cagliari at¬traverso la sua storia. Il romanzo di un celebre tenore.
19 agosto – ARTIZZU L. Cagliari tra le due guerre. Quelli del Palazzo INCIS.
19 agosto – Ecco com’era l’anfiteatro romano.
27 agosto – JANIN A. Cagliari: una città e i suoi turisti. Scusi, vorrei an¬dare al museo.
9 settembre – JANIN A. Cagliari: do¬ve andare, cosa vedere. Piccolo viag¬gio in una città invisibile.
19 settembre – PISANO G. Cagliari ha un desolante primato: è la città delle grandi incompiute.
22 settembre – AIME A. Quello splen¬dido settembre. L’anfiteatro di Caglia¬ri tra ricordi, delusioni e speranze.
25 settembre – PISANO G. Inchiesta su Cagliari, la città delle grandi incom¬piute. E poi venne il colore.
26 settembre – PISANO G. Fatti e misfatti di una città. Il sacco di Molentargius,
11 novembre – VALLE N. Quella Ca¬gliari dei monumenti perduti.

1981

15 gennaio – ARTIZZU F. Costume e società attraverso la lingua dei ca¬gliaritani.
22 gennaio – TERLIZZO B. Cagliari: il fascino di S. Agostino.
6 febbraio – DE MAGISTRIS P. Cagliari 1930, I giorni del Lido.
VALLE N. Cagliari: il me¬stiere della rinuncia.
6 marzo – ARTIZZU F. La memoria di una città. I cagliaritani e il teatro.
12 marzo – AIME A. Cagliari: tutto sbagliato, tutto da fare.
13 marzo – CANNAS M. Stampace: come nasce il quartiere dei mercanti.
13 marzo – Villa Clara diventerà un parco pubblico circondato da scuole e impianti sportivi.
17 marzo – ARTIZZU F. Il vicoletto di Piovanni. Cagliari e le sue strade.
25 marzo – LILLIU G. I nuovi bar¬bari all’attacco di San
Michele.
1 aprile – LILLIU G. Cagliari: per un museo di scienze naturali.
3 aprile – ARTIZZU F. Quando le pa¬role nascono dalle vicende di una città.
15 aprile – ARTIZZU F. La Pasqua del chierichetto. Tradizioni popolari nel linguaggio dei cagliaritani.
16 aprile – SORGIA G. Un muro di fango per salvare la città dalla peste.
19 aprile – FIORI V. Cagliaritano a Siviglia.
21 aprile – LILLIU G. La Pinacoteca di Stato? Lasciamola morire.
In Bollettino Bibliografico della Sardegna e Rassegna di Studi Storici, anno IV- quaderno II del 1987 – Fascicolo 8

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I miracoli della Madonna di Bonaria raccontati da P. Brondo nel 1595

14 Marzo 2013 Commenti chiusi

A leggere i duecento miracoli della seconda parte del lavoro del mercedario Antioco Brondo (Cagliari 1595) – e non sono tutti quelli registrati nei libri del convento – c’è veramente da credere che la chiesa fosse un museo d’arte -, gli ex voto, so¬prattutto i dipinti e i doni, avevano non solo una loro storia,  ma erano anche impressione viva dell’animo e della mente umana. 
La seconda parte comprende la presentazione dei miracoli, avvenuti nel corso di alcuni secoli per intercessione della Vergine di Bonaria, testimoniati dagli innumerevoli ex voto che, a lungo, hanno abbellito le pareti e il soffitto del Santuario, ma che, oggi, in gran parte sono andati persi (non per incuria dei frati, bensì a causa del governo italiano che, nel secolo scorso, obbligò la chiusura dei templi e dei conventi, lasciandoli così incustoditi e alla mercè dei ladri).
I miracoli servirono anche all’arcivescovo di Cagliari, lo spagnolo Francisco Del Vall, per proclamare solennemente l’arrivo mirabile dell’immagine della Vergine di Bonaria, nel processo che si svolse nei mesi di marzo e aprile del 1593, tre anni prima dell’uscita del libro oggetto del nostro studio. Il p. Brondo fu uno dei mercedari presenti alla manifestazione e alla ricognizione della cassa e dei doni offerti alla Vergine per i miracoli, ottenuti dai pellegrini che si erano presentati al tempio a ringraziare la Madonna. Alcuni dei miracoli pubblicati dal Brondo sono tuttora ricordati dalla tradizione orale: quello dei navi¬ganti che raccontarono il miracolo in cui furono testimoni ocula¬ri o addirittura protagonisti, e cioè: l’apparizione di tre fiamme nella coffa di un vascello, sorpreso dalla tempesta; quello della Madonna del Miracolo, conosciuto tuttora dal popolo sardo: miracolo che ancora si può osservare nel grande squarcio inferto dall’arma da taglio e dalla striscia rossa che indica il sangue sgorgato dall’immagine, causato da un militare che aveva perso al gioco delle carte.
La maggior parte dei miracoli sono accaduti in mare durante una tempesta, in scontri navali o assalti dei corsari; altri sono avvenuti nella città di Cagliari a personaggi di primo piano o a umili persone, che si sono rivolte alla Madonna impetrando la grazia di una guarigione o di un salvataggio. Molto interessante il miracolo delle campane che suonarono senza essere toccate; con quel suono esse avvertirono i frati del convento che era accaduto un fatto tragico in quel paraggi.
In tutti i miracoli si legge che i pellegrini, recatisi al san¬tuario per compiere il voto, erano scalzi, vestiti solo con le braghe, e accompagnati dai miracolati: si sono presentati nella chiesa della Vergine di Bonaria a raccontare il fatto con sempli¬ci parole, e hanno lasciato un dono o il fatto dipinto in una tavoletta, che in maggioranza presenta il tema marinaresco: si possono vedere scene di navi colte dalla tempesta o sorprese da corsari, modellini di vascelli, saettie, golette: erano le promesse fatte nel momento della difficile prova. Il dono offerto alla Vergine di Bonaria non è altro che il segno del voto fattole per impetrare il salvataggio durante la tempesta.
Efficacissime le parole con cui il Brondo, attraverso i semplici ricordi dei miracolati, racconta di tempeste terribili in mare, di lotte con le potenti forze saracene, di tanti momenti carichi d’angoscia: sono qualità di un vero scrittore che ci piace mettere in rilievo.
Chiudiamo con il ricordo di un interessante miracolo presentato dal Brondo (lo si trova anche in altri testi) quello della barchetta donata da una pellegrina che aveva sostato nel Santuario durante il viaggio per la Terra Santa, fu appesa in alto, nell’altare maggiore; senza essere vista da alcuno, la barchetta segnava il vento che spirava nel Golfo di Cagliari. Neppure il Visitatore Generale Martin Carrillo (inviato in Sardegna da Filippo III per un controllo finanziario e politico), fermatosi nel Convento di Bonaria per alcuni giorni nel 1611, – alcuni anni quindi dopo il processo canonino del 1592 e dopo l’uscita del libro del Brondo – non poté controllare, con i propri occhi, il muoversi della navicella, sebbene si fosse fermato ad osservarla a lungo, come egli stesso attesta nella sua relazione stampata a Barcellona nel 1612.
Luigi Spanu
Nuovorientamenti, 22 febbraio 1998

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Note sulla sanità ed assistenza in Sardegna nel Seicento

14 Marzo 2013 Commenti chiusi

Note sulla sanità ed assistenza nel Seicento

 

Diversi studiosi si sono interessati alle Associazioni d’Arte e Mestiere che dal XIII secolo sino ai primi del XIX secolo avevano provveduto ad organizzare il lavoro artigianale, a tendere allo sviluppo della loro arte e a dare un marchio di qualità ai loro manufatti. Nello steso tempo i lavoratori sardi si erano dati delle regole con degli statuti; queste servivano a rendere gerar­chicamente più organizzate le loro strutture gremiali, che ripren­devano in tutto o in parte quelle  delle organizzazioni dei gremi della Catalogna, provvedendo poi a delle modifiche nel corso dei secoli.

I pochi studiosi sardi, che si sono interessati ai gremi, hanno pubblicato gli statuti, in catalano, dei secoli XIV, XV, XVI e XVII, ritrovati negli archivi isolani, senza però darne la tradu­zione, che si spera si possa giungere molto presto alla loro pub­blicazione in italiano.

Uno statuto che sembra di interesse notevole e molto importante è quello dei chirurghi e dei medici cagliaritani, certamente scono­sciuto a molti; la sua la lettura porta alla conoscenza dell’organizzazione medica e assistenziale nei secoli XVI e XVII e del modo di estrapolare notizie che faranno mutare il quadro socio-sanitario già presentato dagli studiosi dei gremi.

Dallo statuto si evince che il corpo ospedaliero cagliaritano,  composto, alla fine del ’500, da cinque medici e da un chirurgo, raddoppiò il numero nel secolo successivo, dato l’aumento della popolazione e le migliorate possibilità finanziarie del Comune.

Il complesso ospedaliero era ubicato in “Sa Costa”, l’odierna via Manno, ed era il più grosso di tutta l’isola per impianti, personale e per letti. I fondi dell’ospedale erano costituiti da fi­nanziamenti erogati dalla Municipalità, da lasciti testamentari, da elemosine, da raccolte nelle città e nei paesi, e da donazioni di benefattori. Nello statuto vi è un parte dedicata alla piccola e grande questa settimanale che devono fare i confratelli.

Gli ammalati erano in maggioranza poveri, non pa­gavano retta, ma dovevano essere raccomandati da qualche compo­nente del Consiglio Civico e dovevano essere nullatenenti.

Al personale sanitario erano aggregate anche le balie, che allat­tavano i neonati, in gran numero abbandonati nel brefotrofio, un’istituzione inserita nel complesso ospedaliero, in cui esistevano tre reparti: uno per i maschi, uno per le femmine ed un terzo per gli affetti da malattie veneree. Oltre a questi reparti vi era anche quello per il ricovero dei vecchi, degli invalidi e dei matti.

Nel corso del ’600 la medicina fece un balzo in avanti, anche a seguito dell’istituzione dell’Università: vennero aboliti i vec­chi schemi risalenti al medioevo e si usò un nuovo tipo di speri­mentazione, basata sull’osservazione diretta. Nell’ambito delle competenze del chirurgo c’era anche quella di assistere le parto­rienti, specie nei casi più difficili. Per la pratica di ostetri­cia si usavano anche metodi assai empirici e di carattere magico.

Per stabilire la causa della morte e studiare la natura del mor­bo, il chirurgo compiva anche le autopsie, previo il consenso delle autorità ecclesiastiche.

Per essere assunti fra il personale sanitario, i giovani venivano collocati nelle botteghe di chirurgia e medicina con l’obbligo di fare la questua per la festa del patrono del gremio, due per ogni quartiere. Gli apprendisti-alunni stavano in carica presso un maestro titolato.

Per poter esercitare la professione, gli studenti dovevano soste­nere un esame davanti al protomedico e ai maggiorali del gremio e poi superare l’esame di abilitazione, che si poteva sostenere solo esibendo un certificato attestante l’aver portato a termine il corso quinquennale di studi in un ateneo e compiuto il tirocinio di apprendistato presso un maestro. Dopo la fondazione dell’Ate­neo, gli studenti avevano l’obbligo di frequentare le lezioni di anatomia e di chirurgia per un periodo di tre anni.

Nell’ospedale operava stabilmente ogni giorno, ad ore fisse, un solo chirurgo, che provvedeva alle visite e svolgeva funzioni an­che di medico di reparto.

Per concludere si consiglia la lettura dell’interessante studio sull’organizzazione sanitaria, che si trova in “Cagliari sei se­coli d’amministrazione civica” (pgg.34-40) di Giancarlo Sorgia e Giovanni Todde, del 1981.

Luigi Spanu, Sardegna Magazine, maggio 1992

 

 

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Fiera del periodico sardo

11 Marzo 2013 Commenti chiusi

Fiera del periodico sardo
di Luigi Spanu
Dalle pagine, ormai ingiallite, de “L’Unione Sarda” del 1929, si legge che “da qualche anno il libro è in crisi. Si legge poco, o meglio si leggono pochi libri per andare alla ricerca di riviste o giornali che meglio possano appagare la vertiginosa rapidità della vita moderna. In queste condizioni il libro, che è la manifestazione più nobile dello spirito, langue negli scaffali dei libri, attendendo inutilmente una mano buona, una mano amica che lo apra, che lo legga, pronto a restituire con larghezza allo spirito quel piccolo sacrificio che hanno fatto le vostre tasche”. E’ vero che siamo in un momento di crisi profonda sociale ed economica e quindi non vi sono soldi sufficienti per acquistare giornali, riviste, oppure per comprare un libro ogni mese, ma vi sono anche fattori che interagiscono nella vita dei periodici e dei libri: l’editore, il libraio e il lettore. Gli editori sono dell’avviso che i librai non fanno nulla per incentivare la vendita del libro. I librai se la prendono con i lettori che non li acquistano; infine questi ultimi sono dell’avviso che non vi sono né buoni giornalisti né buoni scrittori; che si scrive troppo e che i libri costano cari.

L’occasione di questo articolo mi è stato offerto dalla “Fiera del Periodico sardo”, che si tiene abitualmente nei locali della Fiera Campionaria della Sardegna, in occasione della Fiera Natale, organizzata dalla “Stampa periodica d’informazione sarda”, con la collaborazione della Associazione “Amici di Sardegna”. Applaudiamo l’iniziativa, perché non capita spesso che si presenti al pubblico cagliaritano, e sardo in generale, una rassegna della stampa isolana.
Tale iniziativa serve per avvicinare soprattutto i giovani per spronarli alla continua lettura non solo dei periodici d’importazione ma anche e soprattutto locali.
Anche la produzione libraria deve essere potenziata e resa accessibile attraverso la promozione di altre manifestazioni come la “Fiera del libro” Mostra itinerante organizzata dalla Cooperativa Service Art di Cagliari con il patrocinio della CEE e della provincia di Cagliari, allo scopo di incrementare la lettura e la crescita culturale dei sardi.
Ricordiamo che circa 75 anni fa, e precisamente nel maggio del 1929, il capoluogo sardo vedeva una grande partecipazione di popolo alla manifestazione della “Festa del libro”; i giornali sardi
la presentarono per diversi giorni prima, durante e dopo la manifestazione.
Concludiamo augurandoci che l’iniziativa abbia sempre maggiore successo, e che si ripeta tutti gli anni, magari con un maggiore coinvolgimento delle amministrazioni scolastiche e culturali.
Ci sembra pertanto opportuno chiudere questo breve articolo riportando alcuni pensieri inseriti in un articolo del 25 maggio 1929 (L’Unione Sarda), il giorno prima dell’apertura della festa del libro a Cagliari: “Gli uomini in generale si preoccupano di quello che debbono dar da mangiare al corpo e non si curano del cibo dell’anima”. “Nella propaganda per la diffusione del libro non bisogna limitarsi ad insegnare a leggere, occorre anche far nasce¬re l’amore per il libro. Animati da questo sentimento, si sente la gioia di comperare il libro, di allinearlo nello scaffale, di tagliarlo con cura, di considerarlo con soddisfazione, di spolverarlo con rispetto, di tormentarlo con segni, commenti e note”. “Per misu¬rare il valore delle persone dovremo rivolgere la domanda: “Quanti libri hai?”, e noi aggiungiamo: “Quanti periodici leggi?”.
In “Per un futuro della stampa periodica, atti del II Convegno regionale dei periodici della Sardegna, Cagliari 30 aprile 1994”

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“INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI”, IN “I VERSI DI FRANCESCO ALZIATOR” A CURA DI CENZA THERMES, PUBBLICATO GENNAIO 1996

7 Marzo 2013 Commenti chiusi

INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI
Prima di entrare in merito al lavoro sulla raccolta di versi del poliedrico Alziator, mi sia consentito ricordare che nel 1° Convegno, – speriamo che possa seguire quanto prima il secondo, per analizzare altri aspetti del “multiforme ingegno cagliaritano” -, i relatori presentarono Alziator nella veste di demoetnologo (Enrica Delitala), etnografo e linguista (Fernando Pilia), filologo (Massimo Pittau), letterato (Giovanni Mameli e Antonio Romagnino), narratore (Enzo Espa), fotografo (Nino Solinas), giornalista (Manlio Brigaglia), scrittore(Gianni Filippini), storico (Giancarlo Sorgia) e come uomo (Nicola Valle e il sottoscritto).
Un altro aspetto della figura poliedrica di Alziator, che possedeva genialità,spessore culturale elevato, profondità scientifica e rigore professionale, appariva nella raccolta di brani tratti dalle sue opere, (pubblicati a cura dell’estensore di queste righe, in “Vita e opere di Francesco Alziator”, del 1986), quella di disegnatore, ben illustrata da una trentina di immagini che egli tracciò con un tocco rapidissimo nell’arco di alcuni anni. Ma ne restano molti altri, speriamo possano essere tutti pubblicati in un unico volumetto.
Negli interventi di alcuni convegnisti si era detto che Alziator era stato forse anche poeta e che sarebbe stato possibile verificare la cosa qualora si fossero ritrovati i versi scritti nel lungo arco di attività letteraria, dal 1927 ai primi mesi del 1977, anno della sua immatura scomparsa. E questo si avvera ora con la pubblicazione di gran parte delle sue composizioni poetiche.
Quasi contemporaneamente all’attività di prosatore, Francesco Alziator, nato a Cagliari nel 1909, aveva iniziato quella di poeta. I primi versi sono infatti del 1927, – aveva diciotto anni – , mentre il suo primo scritto in prosa, apparso su “L’Unione Sarda”, porta la data del primo settembre 1928. Bisogna perciò anticipare la data del suo impegno letterario modificando quanto io scrissi nel mio lavoro sulla sua attività di scrittore.
La produzione poetica va di pari passo a quella di autore in prosa. Sappiamo ora che, quando la giornata volgeva al termine, dopo aver provveduto a riordinare gli appunti per la stesura di articoli o di lavori di un certo peso letterario, egli si soffermava a “meditare in poesia” e a buttare giù, in piccoli fogli, i versi che gli venivano in mente, lì per lì, con il calar della luce.
Se i suoi scritti sono ormai noti a molti – lo si verifica constatando come gli studiosi, scrivendo di letteratura, o di tradizioni popolari, ricordino la sua produzione – ed hanno superato a pieni voti l’esame in tutti i sensi, ora è il momento di esaminare i suoi versi che, a mio modesto giudizio, supereranno l’esame e otterranno sicuramente l’approvazione dei critici.
Ma prima di penetrare nel sentimento poetico di Alziator, è necessario richiamare alla mente di molti la sua ponderosa produzione scientifico-letteraria. La sua attività si rivolse soprattutto verso l’indagine della storia sarda e verso un sapere, orientato in diverse direzioni. Si interessò di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e soprattutto di tradizioni popolari. Fu sicuramente il maggior esponente delle tradizioni popolari sarde. La grande virù di Francesco Alziator, che possedeva una maturità ricca e sensibile, fu quella di essersi occupato 
con rigore scientifico della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in modo facile ed accessibile a tutti, i risultati dei suoi studi. È stato, lo diciamo senza dubbio di essere smentiti, una delle figure di maggior rilievo nel quadro della Sardegna del terzo quarto di secolo, che per oltre cinquant’anni lo vide attivo collaboratore di riviste nazionali ed isolane. È stata la sua una vita spesa completamente per la cultura con grande professionalità e capacità interpretative. Fu senz’altro lo storico più efficace delle vicende cagliaritane.
È stato scritto che F. Alziator è stato il poeta dei cagliaritani, io aggiungo che è stato anche il poeta degli umili e dei poveri, cortese con gli umili e prezzante con i potenti.
Con tutto ciò, dai suoi versi traspare una vita interiore molto profonda, non legata alle vicende altrui.
Come scrittore ha lasciato una quantità straordinaria di articoli, apparsi in numerosi quotidiani e riviste, e di lavori di grande impegno scientifico. Nel 1954, dopo scritti di un certo impegno sulla Sardegna socio-culturale, vide la luce il suo primo grande lavoro, che gli diede lustro e successo “La storia della letteratura di Sardegna”, opera che ebbe accoglienze favorevoli tra il pubblico e la critica (ancora oggi è un testo di fondamentale importanza nel campo della letteratura sarda).
Dopo questo voluminoso studio del 1954, (il suo lavoro più bello dove conduce una disamina della storia letteraria sarda dalle età più lontane ai giorni nostri), provvide alla pubblicazione di altri testi. Tra questi ricordiamo “Folklore sardo” (1957), un insieme chiaro e completo delle tradizioni popolari della Sardegna; “Picaro e folklore” (1959), opera preziosa che presenta studi approfonditi sulla storia delle tradizioni popolari sarde e non; “La città del sole” (1963), (opera di grosso impegno che presenta Cagliari, città mediterranea, dove il sole è di casa per quasi tutto l’anno, mettendo in rilievo i più 
diversi aspetti delle tradizioni popolari attraverso le credenze, le opinioni comuni, le consuetudini quotidiane, le cerimonie e le manifestazioni di ogni genere), “La Collezione Luzzietti” e “La Raccolta Cominotti” (1963), (la prima costituisce la più vasta documentazione 
che si possieda sull’abbigliamento popolare, la seconda traccia una storia della rappresentazione grafica del vestiario sardo).
Con i lavori “Autobiografia” di Vincenzo Sulis (1964), “La sartiglia” e “Testi campidanesi di poesie popolareggianti”, entrambi del 1969, Alziator ha dato un grosso contributo alla conoscenza di testi inediti e rari. Arriviamo così allo studio sui “Barbaricinoruí libri” di G.P. Arca (1972), con i quali l’autore passa in rassegna tutti gli studiosi che si erano interessati al problema dei Barbaricini.
Gli ultimi suoi lavori furono “Testi di drammatica religiosa della Sardegna” (1975), di grande importanza per la presenza della drammaturgia popolare sarda dei secoli XVII e XVIII, “Sa vitta et sa morte et passione de Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu (1976), e “I giorni della laguna” (1977), l’ultima sua fatica, apparsa pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta il 3 febbraio 1977.
Per concludere il ricordo delle opere di Francesco Alziator, non resta che far menzione dell’ottimo lavoro postumo “L’elefante sulla Torre” (1978), una raccolta dei più interessanti articoli su Cagliari pubblicati ne “L’Unione Sarda” e in altri periodici durante la sua cinquantennale attività letteraria, e del saggio quasi autobiografico 
“Attraverso i sentieri della memoria” (1979), una evocazione dei segreti del periodo della fanciullezza e in particolare della sua città.
Alziator aveva avuto un contatto diretto con la gente soprattutto con il giornale e ora sono sicuro che quella gente avrà un nuovo contatto con lo scrittore sardo attraverso i suoi versi che parlano di vita interiore, di nostalgia, di dolore, e di cose attorno a lui, quali la sera, la morte, la città solare, le piante, ecc. I suoi versi sono una raccolta di sentimenti e di immagini, nella quale si scorge anche il tessuto sociale della città.
Ho accettato molto volentieri e con grande piacere un impegno molto difficile chiestomi da Cenza Thermes, che ha curato la trascrizione e la raccolta: la presentazione di un libro di versi, proprio del grande studioso Francesco Alziator, che con i suoi scritti ha certamente contribuito a favorire lo sviluppo sociale e culturale della Sardegna ed è stato un protagonista dell’attività letteraria sarda. Ora si presenta sulla scena lirica con i suoi versi.
Io non sono un poeta né un critico letterario; mi diletto a leggere versi e mi piace leggere poesie in italiano, in spagnolo, in catalano, in sardo ed anche in diverse varianti della lingua sarda. Ho presentato libri di carattere storico e di tradizioni popolari, ho scritto presentazioni di libri, tra questi anche due di poesie di non grande impegno, ma non mi sono mai cimentato nella presentazione di libri di poesie di questa portata, poiché queste di Francesco Alziator, a mio parere, sono di alta liricità. Ebbene, devo dire che, quando le ho lette per la prima volta, ho compreso subito quanto egli valesse come poeta e quanto egli volesse significare con le sue liriche. Ora sono più che convinto che i versi di Alziator appartengono alla buona poesia, alla “Poesia” con la P maiuscola.
Ora, però, devo fare alcune considerazioni su questa raccolta. Innanzi tutto il titolo datole dalla Thermes mi sembra ben appropriato. Le poesie del Nostro hanno come punto focale il tempo che scorre, la sera e la morte; nelle liriche troviamo tutti i sentimenti umani, non solo dell’autore, ma di tutta l’umanità. La vita innanzi tutto, con le gioie, i dolori, i patimenti, le aspettative e le fortune. Nei versi di Alziator si trovano la realtà della sua persona, la sua vita non priva di avvenimenti espresse in forma lirica fluidissima.
Mentre andavo avanti nella lettura, mi sono subito accorto che Alziator è un vero e autentico poeta, fine e raffinato delicato ed elegante. Nei versi troviamo canzoni, ballate, sonetti, componimenti liberi, in versi sciolti e in buona rima. In ogni composizione si ritrovano i suoi luoghi, le persone vicine e amate, la natura, le stagioni, il vento, il mare; la spiaggia della sua città: tutto è simbolicamente un autoritratto.
Ha fatto bene la Thermes a provvedere alla pubblicazione di questi versi, prima che andassero dispersi con gli anni, poiché vi sono espressi i sentimenti del Nostro, ed è giusto che gli altri possano gustarne la bellezza e giudicando il suo operato di poeta e quanto egli valga. Le liriche sono di prima qualità, come ho già scritto. Le liriche si possono suddividere in tre grandi gruppi: il primo contiene le liriche giovanili, dal 1927 al 1929. Sono versi freschi e robusti, iniziano con un lungo Preludio, cui seguono una Ballata a Mauro Usai, cinque quartine, che trattano della “Solitudine”, una “Elegia 
vespertina”, una “Tempesta”, “L’idoletto di bronzo”, “La corsa” e l’interessante “Le bagnanti”, tutti del 1927. Dell’anno successivo sono il “Tramonto solitario”, “Preghiera”, “La diana de le turbe” e “Notturno” (queste due ultime composte in terra di Barbagia), e del gennaio 1929 abbiamo “La canzone del palmeto”. Fanno parte di questo primo gruppo anche i versi sparsi risalenti al periodo che va dal 1927 al 1929, in cui appaiono “Le foglie”, e i versi rimati sulla luna di Sant’Elia; chiude una lunghissima composizione riguardante la sua casa.
Il secondo gruppo comprende una voluminosa raccolta di liriche. Sono composizioni di un lungo periodo di attività, dal gennaio 1944, l’anno in cui Alziator si trovava ad Isili, al primo mese o secondo del 1977, poco prima della sua morte. Mi piace subito far riferimento all’ultima, in cui si intravede l’ombra della morte. In questo lungo arco di 
tempo il Nostro compose un lunghissimo poemetto indirizzato a Lilla, quella che è tanto lontana, e ricorda l’incontro avvenuto tra due treni. Seguono quella composta ad Isili che si riferisce alla ricerca della sua vita, e quelle, del 1951: la prima diretta al quartiere cittadino di S. Avendrace, che sta accanto allo stagno, con l’incertezza di essere città o paese; la seconda, tratta di un lago, che si distende sino alle ultime case della città: si tratterà forse di quello vicino a Cagliari? La terza parla del cimitero di un paese, con pochi cipressi e pochi morti.
Le liriche che vanno dal 1952 al 1969 sono molto brevi e riguardano il profondo del poeta che va all’unisono con il sole; seguono lo stornello rivolto al cielo d’inverno, “un ricordo di mattino”, “il poeta e il tempo” (composta a Roma), la morte estiva in Venezia (scritta nella città lagunare), in cui il poeta vede le bare che attendono l’imbarco per il cimitero di San Michele, “un bel tramonto”, la “speranza di primavera sulle colline che sanno già di fiori”, “L’anima dei candelabri”, composta a Buoncammino, e una brevissima composizione che è chiusa da speranze e delusioni del poeta. In questa raccolta incontriamo due liriche in lingua straniera, la prima in spagnolo, “sulla sera quando il cuore muore al tramonto e le rondini piangono il seppellimento del sole e aspettano che si compia il miracolo del ritorno dell’alba, mentre la notte cancella ogni segno di gioia”; la seconda è in inglese, del 1966. Anche questa ha il suo fulcro nel vento sulla città e le vecchie alte torri sotto il cielo grigio appaiono ad un bianco marinaio che vive solo in un mare burrascoso.
Al terzo gruppo appartengono composizioni senza data e alcune liriche tradotte in italiano da autori stranieri. Anche queste sono brevi, ma ricche di pensiero.
Per chiudere le mie parole, ritengo opportuno ricordare ancora come nei versi di F. Alziator noi possiamo trovare l’essere, il tempo, la vita: tre aspetti di ogni vicenda umana: l’essere, lo scorrere del tempo e il vivere.
Luigi Spanu, in “I versi di Francesco Alziator” a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois Editiore, Cagliari gennaio 1996

INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI
Prima di entrare in merito al lavoro sulla raccolta di versi del poliedrico Alziator, mi sia consentito ricordare che nel 1° Convegno, – speriamo che possa seguire quanto prima il secondo, per analizzare altri aspetti del “multiforme ingegno cagliaritano” -, i relatori presentarono Alziator nella veste di demoetnologo (Enrica Delitala), etnografo e linguista (Fernando Pilia), filologo (Massimo Pittau), letterato (Giovanni Mameli e Antonio Romagnino), narratore (Enzo Espa), fotografo (Nino Solinas), giornalista (Manlio Brigaglia), scrittore(Gianni Filippini), storico (Giancarlo Sorgia) e come uomo (Nicola Valle e il sottoscritto).
Un altro aspetto della figura poliedrica di Alziator, che possedeva genialità,spessore culturale elevato, profondità scientifica e rigore professionale, appariva nella raccolta di brani tratti dalle sue opere, (pubblicati a cura dell’estensore di queste righe, in “Vita e opere di Francesco Alziator”, del 1986), quella di disegnatore, ben illustrata da una trentina di immagini che egli tracciò con un tocco rapidissimo nell’arco di alcuni anni. Ma ne restano molti altri, speriamo possano essere tutti pubblicati in un unico volumetto.
Negli interventi di alcuni convegnisti si era detto che Alziator era stato forse anche poeta e che sarebbe stato possibile verificare la cosa qualora si fossero ritrovati i versi scritti nel lungo arco di attività letteraria, dal 1927 ai primi mesi del 1977, anno della sua immatura scomparsa. E questo si avvera ora con la pubblicazione di gran parte delle sue composizioni poetiche.
Quasi contemporaneamente all’attività di prosatore, Francesco Alziator, nato a Cagliari nel 1909, aveva iniziato quella di poeta. I primi versi sono infatti del 1927, – aveva diciotto anni – , mentre il suo primo scritto in prosa, apparso su “L’Unione Sarda”, porta la data del primo settembre 1928. Bisogna perciò anticipare la data del suo impegno letterario modificando quanto io scrissi nel mio lavoro sulla sua attività di scrittore.
La produzione poetica va di pari passo a quella di autore in prosa. Sappiamo ora che, quando la giornata volgeva al termine, dopo aver provveduto a riordinare gli appunti per la stesura di articoli o di lavori di un certo peso letterario, egli si soffermava a “meditare in poesia” e a buttare giù, in piccoli fogli, i versi che gli venivano in mente, lì per lì, con il calar della luce.
Se i suoi scritti sono ormai noti a molti – lo si verifica constatando come gli studiosi, scrivendo di letteratura, o di tradizioni popolari, ricordino la sua produzione – ed hanno superato a pieni voti l’esame in tutti i sensi, ora è il momento di esaminare i suoi versi che, a mio modesto giudizio, supereranno l’esame e otterranno sicuramente l’approvazione dei critici.
Ma prima di penetrare nel sentimento poetico di Alziator, è necessario richiamare alla mente di molti la sua ponderosa produzione scientifico-letteraria. La sua attività si rivolse soprattutto verso l’indagine della storia sarda e verso un sapere, orientato in diverse direzioni. Si interessò di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e soprattutto di tradizioni popolari. Fu sicuramente il maggior esponente delle tradizioni popolari sarde. La grande virù di Francesco Alziator, che possedeva una maturità ricca e sensibile, fu quella di essersi occupato 
con rigore scientifico della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in modo facile ed accessibile a tutti, i risultati dei suoi studi. È stato, lo diciamo senza dubbio di essere smentiti, una delle figure di maggior rilievo nel quadro della Sardegna del terzo quarto di secolo, che per oltre cinquant’anni lo vide attivo collaboratore di riviste nazionali ed isolane. È stata la sua una vita spesa completamente per la cultura con grande professionalità e capacità interpretative. Fu senz’altro lo storico più efficace delle vicende cagliaritane.
È stato scritto che F. Alziator è stato il poeta dei cagliaritani, io aggiungo che è stato anche il poeta degli umili e dei poveri, cortese con gli umili e prezzante con i potenti.
Con tutto ciò, dai suoi versi traspare una vita interiore molto profonda, non legata alle vicende altrui.
Come scrittore ha lasciato una quantità straordinaria di articoli, apparsi in numerosi quotidiani e riviste, e di lavori di grande impegno scientifico. Nel 1954, dopo scritti di un certo impegno sulla Sardegna socio-culturale, vide la luce il suo primo grande lavoro, che gli diede lustro e successo “La storia della letteratura di Sardegna”, opera che ebbe accoglienze favorevoli tra il pubblico e la critica (ancora oggi è un testo di fondamentale importanza nel campo della letteratura sarda).
Dopo questo voluminoso studio del 1954, (il suo lavoro più bello dove conduce una disamina della storia letteraria sarda dalle età più lontane ai giorni nostri), provvide alla pubblicazione di altri testi. Tra questi ricordiamo “Folklore sardo” (1957), un insieme chiaro e completo delle tradizioni popolari della Sardegna; “Picaro e folklore” (1959), opera preziosa che presenta studi approfonditi sulla storia delle tradizioni popolari sarde e non; “La città del sole” (1963), (opera di grosso impegno che presenta Cagliari, città mediterranea, dove il sole è di casa per quasi tutto l’anno, mettendo in rilievo i più 
diversi aspetti delle tradizioni popolari attraverso le credenze, le opinioni comuni, le consuetudini quotidiane, le cerimonie e le manifestazioni di ogni genere), “La Collezione Luzzietti” e “La Raccolta Cominotti” (1963), (la prima costituisce la più vasta documentazione 
che si possieda sull’abbigliamento popolare, la seconda traccia una storia della rappresentazione grafica del vestiario sardo).
Con i lavori “Autobiografia” di Vincenzo Sulis (1964), “La sartiglia” e “Testi campidanesi di poesie popolareggianti”, entrambi del 1969, Alziator ha dato un grosso contributo alla conoscenza di testi inediti e rari. Arriviamo così allo studio sui “Barbaricinoruí libri” di G.P. Arca (1972), con i quali l’autore passa in rassegna tutti gli studiosi che si erano interessati al problema dei Barbaricini.
Gli ultimi suoi lavori furono “Testi di drammatica religiosa della Sardegna” (1975), di grande importanza per la presenza della drammaturgia popolare sarda dei secoli XVII e XVIII, “Sa vitta et sa morte et passione de Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu (1976), e “I giorni della laguna” (1977), l’ultima sua fatica, apparsa pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta il 3 febbraio 1977.
Per concludere il ricordo delle opere di Francesco Alziator, non resta che far menzione dell’ottimo lavoro postumo “L’elefante sulla Torre” (1978), una raccolta dei più interessanti articoli su Cagliari pubblicati ne “L’Unione Sarda” e in altri periodici durante la sua cinquantennale attività letteraria, e del saggio quasi autobiografico 
“Attraverso i sentieri della memoria” (1979), una evocazione dei segreti del periodo della fanciullezza e in particolare della sua città.
Alziator aveva avuto un contatto diretto con la gente soprattutto con il giornale e ora sono sicuro che quella gente avrà un nuovo contatto con lo scrittore sardo attraverso i suoi versi che parlano di vita interiore, di nostalgia, di dolore, e di cose attorno a lui, quali la sera, la morte, la città solare, le piante, ecc. I suoi versi sono una raccolta di sentimenti e di immagini, nella quale si scorge anche il tessuto sociale della città.
Ho accettato molto volentieri e con grande piacere un impegno molto difficile chiestomi da Cenza Thermes, che ha curato la trascrizione e la raccolta: la presentazione di un libro di versi, proprio del grande studioso Francesco Alziator, che con i suoi scritti ha certamente contribuito a favorire lo sviluppo sociale e culturale della Sardegna ed è stato un protagonista dell’attività letteraria sarda. Ora si presenta sulla scena lirica con i suoi versi.
Io non sono un poeta né un critico letterario; mi diletto a leggere versi e mi piace leggere poesie in italiano, in spagnolo, in catalano, in sardo ed anche in diverse varianti della lingua sarda. Ho presentato libri di carattere storico e di tradizioni popolari, ho scritto presentazioni di libri, tra questi anche due di poesie di non grande impegno, ma non mi sono mai cimentato nella presentazione di libri di poesie di questa portata, poiché queste di Francesco Alziator, a mio parere, sono di alta liricità. Ebbene, devo dire che, quando le ho lette per la prima volta, ho compreso subito quanto egli valesse come poeta e quanto egli volesse significare con le sue liriche. Ora sono più che convinto che i versi di Alziator appartengono alla buona poesia, alla “Poesia” con la P maiuscola.
Ora, però, devo fare alcune considerazioni su questa raccolta. Innanzi tutto il titolo datole dalla Thermes mi sembra ben appropriato. Le poesie del Nostro hanno come punto focale il tempo che scorre, la sera e la morte; nelle liriche troviamo tutti i sentimenti umani, non solo dell’autore, ma di tutta l’umanità. La vita innanzi tutto, con le gioie, i dolori, i patimenti, le aspettative e le fortune. Nei versi di Alziator si trovano la realtà della sua persona, la sua vita non priva di avvenimenti espresse in forma lirica fluidissima.
Mentre andavo avanti nella lettura, mi sono subito accorto che Alziator è un vero e autentico poeta, fine e raffinato delicato ed elegante. Nei versi troviamo canzoni, ballate, sonetti, componimenti liberi, in versi sciolti e in buona rima. In ogni composizione si ritrovano i suoi luoghi, le persone vicine e amate, la natura, le stagioni, il vento, il mare; la spiaggia della sua città: tutto è simbolicamente un autoritratto.
Ha fatto bene la Thermes a provvedere alla pubblicazione di questi versi, prima che andassero dispersi con gli anni, poiché vi sono espressi i sentimenti del Nostro, ed è giusto che gli altri possano gustarne la bellezza e giudicando il suo operato di poeta e quanto egli valga. Le liriche sono di prima qualità, come ho già scritto. Le liriche si possono suddividere in tre grandi gruppi: il primo contiene le liriche giovanili, dal 1927 al 1929. Sono versi freschi e robusti, iniziano con un lungo Preludio, cui seguono una Ballata a Mauro Usai, cinque quartine, che trattano della “Solitudine”, una “Elegia 
vespertina”, una “Tempesta”, “L’idoletto di bronzo”, “La corsa” e l’interessante “Le bagnanti”, tutti del 1927. Dell’anno successivo sono il “Tramonto solitario”, “Preghiera”, “La diana de le turbe” e “Notturno” (queste due ultime composte in terra di Barbagia), e del gennaio 1929 abbiamo “La canzone del palmeto”. Fanno parte di questo primo gruppo anche i versi sparsi risalenti al periodo che va dal 1927 al 1929, in cui appaiono “Le foglie”, e i versi rimati sulla luna di Sant’Elia; chiude una lunghissima composizione riguardante la sua casa.
Il secondo gruppo comprende una voluminosa raccolta di liriche. Sono composizioni di un lungo periodo di attività, dal gennaio 1944, l’anno in cui Alziator si trovava ad Isili, al primo mese o secondo del 1977, poco prima della sua morte. Mi piace subito far riferimento all’ultima, in cui si intravede l’ombra della morte. In questo lungo arco di 
tempo il Nostro compose un lunghissimo poemetto indirizzato a Lilla, quella che è tanto lontana, e ricorda l’incontro avvenuto tra due treni. Seguono quella composta ad Isili che si riferisce alla ricerca della sua vita, e quelle, del 1951: la prima diretta al quartiere cittadino di S. Avendrace, che sta accanto allo stagno, con l’incertezza di essere città o paese; la seconda, tratta di un lago, che si distende sino alle ultime case della città: si tratterà forse di quello vicino a Cagliari? La terza parla del cimitero di un paese, con pochi cipressi e pochi morti.
Le liriche che vanno dal 1952 al 1969 sono molto brevi e riguardano il profondo del poeta che va all’unisono con il sole; seguono lo stornello rivolto al cielo d’inverno, “un ricordo di mattino”, “il poeta e il tempo” (composta a Roma), la morte estiva in Venezia (scritta nella città lagunare), in cui il poeta vede le bare che attendono l’imbarco per il cimitero di San Michele, “un bel tramonto”, la “speranza di primavera sulle colline che sanno già di fiori”, “L’anima dei candelabri”, composta a Buoncammino, e una brevissima composizione che è chiusa da speranze e delusioni del poeta. In questa raccolta incontriamo due liriche in lingua straniera, la prima in spagnolo, “sulla sera quando il cuore muore al tramonto e le rondini piangono il seppellimento del sole e aspettano che si compia il miracolo del ritorno dell’alba, mentre la notte cancella ogni segno di gioia”; la seconda è in inglese, del 1966. Anche questa ha il suo fulcro nel vento sulla città e le vecchie alte torri sotto il cielo grigio appaiono ad un bianco marinaio che vive solo in un mare burrascoso.
Al terzo gruppo appartengono composizioni senza data e alcune liriche tradotte in italiano da autori stranieri. Anche queste sono brevi, ma ricche di pensiero.
Per chiudere le mie parole, ritengo opportuno ricordare ancora come nei versi di F. Alziator noi possiamo trovare l’essere, il tempo, la vita: tre aspetti di ogni vicenda umana: l’essere, lo scorrere del tempo e il vivere.
Luigi Spanu, in “I versi di Francesco Alziator” a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois Editiore, Cagliari gennaio 1996

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