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I NUMEROSI REPORTAGE PUBBLICATI SULL’UNIONE SARDA NEGLI ANNI SESSANTA ALZIATOR VIAGGIATORE CURIOSO IN CERCA DI SARDEGNA DA LISBONA ALLA CRIMEA TROVO’ MOLTE SIMILITUDINI

1 Marzo 2013

Il premio letterario dedicato a Francesco Alziator conclusosi lunedì scorso con la premiazione dei vincitori della sesta edizione, è stato anche l’occasione per rievocare la figura e l’opera dello scrittore cagliaritano (scomparso il 3 febbraio 1977).
Tra la vasta produzione pubblicistica di Alziator spiccano i numerosi reportage apparsi su “l’Unione Sarda” riguardanti i resoconti dei ne “L’Unione Sarda” riguardanti i resoconti dei viaggi in Europa, Asia e Africa. Sono scritti d’importanza culturale che propongono un incontro con la vita quotidiana dei vari paesi visitati, in particolare nel Mediterraneo e nei Balcani
I reportage. Alziator ha descritto usi, tradizioni e linguaggio di quei popoli per metterli a confronto con quelli della nostra terra. Nella terza pagina de “L’unione Sarda”, sono apparsi i servizi sulla Grecia, Bulgaria, Turchia Europea, Spagna, Romania, Portogallo e Marocco. Si tratta di 21 articoli.
Il primo (del 1963) parla delle grandi rotte dell’Africa e della penisola iberica. Parlando di Casablanca, scrive: “… si vede una folla di mercanti, postulanti e pezzenti. Gridano tutti insieme, in un linguaggio misto di francese, spagnolo, arabo, berbero e, se non si compra nulla, si sentono le più inattese parolacce napoletane”.
“Se volete vedere qualcosa di indimenticabile del Marocco – fa notare lo studioso – lasciate perdere le spiagge e i bazar, rifugiatevi nei parchi di Tangeri e di Casablanca, dove la natura esplode con gli oleandri giganti: i ficus dei viali cagliaritani, in Marocco, sembrano liane”. Passeggiando per Lisbona, nota che “Il lido cagliaritano vale cento volte quello di Venezia, surclassa infinitamente Rimini, Riccione e tante altre spiagge internazionali, ma solo pochi lo sanno”.
PORTOGALLO. “A Lisbona niente spogliarelli, ma fados. Dopo mezzanotte, niente nights, ma ambienti grandi come un tinello familiare, le “adegas” (osterie) con tavoli e sedie rozze, dove si beve il buon vino porto”.
“Che lezione per noi – nota Alziator – che non riusciamo a mettere su una casa campidanese dove il turista possa mangiare piricchitus e sentire il trallallera. La realtà è che in questi fados c’è qualcosa di casa nostra. Come una battorina logudorese o un muttetu del Campidano”.
Della Costa del Sol, osserva che “a più di duemila miglia dalla Sardegna gli è parso di percorrere la strada che da Pula porta a Santa Margherita (…). Incredibile ma vero, la strada principe di questa reclamata Costa del Sol, che da Malaga s’avvia verso occidente, è la precisa ripetizione del suddetto tratto della Sulcitana. A Marbella non c’è solo la spiaggia, c’è anche un castello arabo che pare quello cagliaritano di San Michele”.
IN MAROCCO. Nel 1964, l’Alziator è di nuovo in Marocco. Lo sorprendono i trecento chilometri percorsi da Casablanca a Marrakesh, seguendo una interminabile fila di edifici, con i segni dell’industria e del commercio moderno, che scorta il treno dalla stazione marittima alla estrema periferia. “I grandi prati di erba medica, le fresche rive dell’Olum-er-rebia, il più grande fiume marocchino, fanno credere a verdi pascoli nostrani”; e sotto l’aspetto gastronomico, gli pare di essere in Sardegna: “Il piatto di kuskus è come un piatto di fregula sarda con pezzi di montone che si mangia anche nella zona di Carloforte, dove è chiamato kaskà”.
A MICONOS. Nel 1965, lo scrittore sardo si trova a Miconos, isola senza miti che offre la sua bellezza come un mistero. “L’intera isola è dovunque punteggiata di cappelle, dalle rive del mare alle due opposte sommità più alte, chiamate però alla stessa maniera: Sant’Elia. Anche in Sardegna ci sono tante Miconos: San Pietro, Sant’Antioco, Serpentara, Isola dei Cavoli e con tanti altri nomi”.
IN TURCHIA. Ad Istambul un interessante momento è stato quando, dopo mezza giornata di vagabondaggio, nota che per i passeggeri di un transatlantico in arrivo, non ci fossero taxi. Chiese informazioni ad un vigile. Pensò che non lo capisse, ma l’ipotesi era davvero assurda perché un vigile che non sa l’inglese non lo si mette di servizio nella zona del porto. Poi il turco, dopo aver sibilato, tra denti e labbra, un lungo suono indistinto, gli rispose: “No very near, sir, but in Stamboul”. L’amico cagliaritano, che era vicino ad Alziator, e non conosceva Istambul, ma capiva molto bene l’inglese, esplose in puro sardo: “Aundi buginu seus? No seus a Istambul? Po pigai su tassì, deppeus andai a Istambul ?”.
Nel 1967 visita Izmir (Anatolia) e Odessa (Crimea), della quale ricorda quanto fecero i sardi, quando Cavour li strappò alle loro case per mandarli a morire in quella terra della quale i più non avevano mai sentito parlare. Per il resto, “Crimea è sole, vigneti, alberi esuberanti”. E nella sterminata pianura della Dobrugia, “grano e mais si alternano al girasole e alle viti, greggi di pecore, solitudine, sparuti asinelli e una fila di lagune costiere che fanno da anticamera tra la terra ed il mare, tutto questo ci ricorda i Campidani sardi, quando alle porte di Cagliari o di Oristano, prolungano la monotonia della piana verso gli stagni di Elmas e di Santa Giusta”.
Visitando molte zone europee, africane ed orientali, lo studioso si è messo alla pari di quei viaggiatori del Settecento, Ottocento e Novecento, venuti in Sardegna per scoprire una civiltà antica e incontaminata. Con i suoi “reportages” ci ha dato la possibilità di osservare che in tutti i popoli della terra c’è un po’ di Sardegna e un po’ di vita quotidiana sarda. Sarebbe bene che qualcuno provvedesse a preparare un saggio pubblicando il “Reportage”.
Luigi Spanu
L’UNIONE SARDA, 1 NOVEMBRE 2012

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