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“INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI”, IN “I VERSI DI FRANCESCO ALZIATOR” A CURA DI CENZA THERMES, PUBBLICATO GENNAIO 1996

7 Marzo 2013

INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI
Prima di entrare in merito al lavoro sulla raccolta di versi del poliedrico Alziator, mi sia consentito ricordare che nel 1° Convegno, – speriamo che possa seguire quanto prima il secondo, per analizzare altri aspetti del “multiforme ingegno cagliaritano” -, i relatori presentarono Alziator nella veste di demoetnologo (Enrica Delitala), etnografo e linguista (Fernando Pilia), filologo (Massimo Pittau), letterato (Giovanni Mameli e Antonio Romagnino), narratore (Enzo Espa), fotografo (Nino Solinas), giornalista (Manlio Brigaglia), scrittore(Gianni Filippini), storico (Giancarlo Sorgia) e come uomo (Nicola Valle e il sottoscritto).
Un altro aspetto della figura poliedrica di Alziator, che possedeva genialità,spessore culturale elevato, profondità scientifica e rigore professionale, appariva nella raccolta di brani tratti dalle sue opere, (pubblicati a cura dell’estensore di queste righe, in “Vita e opere di Francesco Alziator”, del 1986), quella di disegnatore, ben illustrata da una trentina di immagini che egli tracciò con un tocco rapidissimo nell’arco di alcuni anni. Ma ne restano molti altri, speriamo possano essere tutti pubblicati in un unico volumetto.
Negli interventi di alcuni convegnisti si era detto che Alziator era stato forse anche poeta e che sarebbe stato possibile verificare la cosa qualora si fossero ritrovati i versi scritti nel lungo arco di attività letteraria, dal 1927 ai primi mesi del 1977, anno della sua immatura scomparsa. E questo si avvera ora con la pubblicazione di gran parte delle sue composizioni poetiche.
Quasi contemporaneamente all’attività di prosatore, Francesco Alziator, nato a Cagliari nel 1909, aveva iniziato quella di poeta. I primi versi sono infatti del 1927, – aveva diciotto anni – , mentre il suo primo scritto in prosa, apparso su “L’Unione Sarda”, porta la data del primo settembre 1928. Bisogna perciò anticipare la data del suo impegno letterario modificando quanto io scrissi nel mio lavoro sulla sua attività di scrittore.
La produzione poetica va di pari passo a quella di autore in prosa. Sappiamo ora che, quando la giornata volgeva al termine, dopo aver provveduto a riordinare gli appunti per la stesura di articoli o di lavori di un certo peso letterario, egli si soffermava a “meditare in poesia” e a buttare giù, in piccoli fogli, i versi che gli venivano in mente, lì per lì, con il calar della luce.
Se i suoi scritti sono ormai noti a molti – lo si verifica constatando come gli studiosi, scrivendo di letteratura, o di tradizioni popolari, ricordino la sua produzione – ed hanno superato a pieni voti l’esame in tutti i sensi, ora è il momento di esaminare i suoi versi che, a mio modesto giudizio, supereranno l’esame e otterranno sicuramente l’approvazione dei critici.
Ma prima di penetrare nel sentimento poetico di Alziator, è necessario richiamare alla mente di molti la sua ponderosa produzione scientifico-letteraria. La sua attività si rivolse soprattutto verso l’indagine della storia sarda e verso un sapere, orientato in diverse direzioni. Si interessò di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e soprattutto di tradizioni popolari. Fu sicuramente il maggior esponente delle tradizioni popolari sarde. La grande virù di Francesco Alziator, che possedeva una maturità ricca e sensibile, fu quella di essersi occupato 
con rigore scientifico della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in modo facile ed accessibile a tutti, i risultati dei suoi studi. È stato, lo diciamo senza dubbio di essere smentiti, una delle figure di maggior rilievo nel quadro della Sardegna del terzo quarto di secolo, che per oltre cinquant’anni lo vide attivo collaboratore di riviste nazionali ed isolane. È stata la sua una vita spesa completamente per la cultura con grande professionalità e capacità interpretative. Fu senz’altro lo storico più efficace delle vicende cagliaritane.
È stato scritto che F. Alziator è stato il poeta dei cagliaritani, io aggiungo che è stato anche il poeta degli umili e dei poveri, cortese con gli umili e prezzante con i potenti.
Con tutto ciò, dai suoi versi traspare una vita interiore molto profonda, non legata alle vicende altrui.
Come scrittore ha lasciato una quantità straordinaria di articoli, apparsi in numerosi quotidiani e riviste, e di lavori di grande impegno scientifico. Nel 1954, dopo scritti di un certo impegno sulla Sardegna socio-culturale, vide la luce il suo primo grande lavoro, che gli diede lustro e successo “La storia della letteratura di Sardegna”, opera che ebbe accoglienze favorevoli tra il pubblico e la critica (ancora oggi è un testo di fondamentale importanza nel campo della letteratura sarda).
Dopo questo voluminoso studio del 1954, (il suo lavoro più bello dove conduce una disamina della storia letteraria sarda dalle età più lontane ai giorni nostri), provvide alla pubblicazione di altri testi. Tra questi ricordiamo “Folklore sardo” (1957), un insieme chiaro e completo delle tradizioni popolari della Sardegna; “Picaro e folklore” (1959), opera preziosa che presenta studi approfonditi sulla storia delle tradizioni popolari sarde e non; “La città del sole” (1963), (opera di grosso impegno che presenta Cagliari, città mediterranea, dove il sole è di casa per quasi tutto l’anno, mettendo in rilievo i più 
diversi aspetti delle tradizioni popolari attraverso le credenze, le opinioni comuni, le consuetudini quotidiane, le cerimonie e le manifestazioni di ogni genere), “La Collezione Luzzietti” e “La Raccolta Cominotti” (1963), (la prima costituisce la più vasta documentazione 
che si possieda sull’abbigliamento popolare, la seconda traccia una storia della rappresentazione grafica del vestiario sardo).
Con i lavori “Autobiografia” di Vincenzo Sulis (1964), “La sartiglia” e “Testi campidanesi di poesie popolareggianti”, entrambi del 1969, Alziator ha dato un grosso contributo alla conoscenza di testi inediti e rari. Arriviamo così allo studio sui “Barbaricinoruí libri” di G.P. Arca (1972), con i quali l’autore passa in rassegna tutti gli studiosi che si erano interessati al problema dei Barbaricini.
Gli ultimi suoi lavori furono “Testi di drammatica religiosa della Sardegna” (1975), di grande importanza per la presenza della drammaturgia popolare sarda dei secoli XVII e XVIII, “Sa vitta et sa morte et passione de Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu (1976), e “I giorni della laguna” (1977), l’ultima sua fatica, apparsa pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta il 3 febbraio 1977.
Per concludere il ricordo delle opere di Francesco Alziator, non resta che far menzione dell’ottimo lavoro postumo “L’elefante sulla Torre” (1978), una raccolta dei più interessanti articoli su Cagliari pubblicati ne “L’Unione Sarda” e in altri periodici durante la sua cinquantennale attività letteraria, e del saggio quasi autobiografico 
“Attraverso i sentieri della memoria” (1979), una evocazione dei segreti del periodo della fanciullezza e in particolare della sua città.
Alziator aveva avuto un contatto diretto con la gente soprattutto con il giornale e ora sono sicuro che quella gente avrà un nuovo contatto con lo scrittore sardo attraverso i suoi versi che parlano di vita interiore, di nostalgia, di dolore, e di cose attorno a lui, quali la sera, la morte, la città solare, le piante, ecc. I suoi versi sono una raccolta di sentimenti e di immagini, nella quale si scorge anche il tessuto sociale della città.
Ho accettato molto volentieri e con grande piacere un impegno molto difficile chiestomi da Cenza Thermes, che ha curato la trascrizione e la raccolta: la presentazione di un libro di versi, proprio del grande studioso Francesco Alziator, che con i suoi scritti ha certamente contribuito a favorire lo sviluppo sociale e culturale della Sardegna ed è stato un protagonista dell’attività letteraria sarda. Ora si presenta sulla scena lirica con i suoi versi.
Io non sono un poeta né un critico letterario; mi diletto a leggere versi e mi piace leggere poesie in italiano, in spagnolo, in catalano, in sardo ed anche in diverse varianti della lingua sarda. Ho presentato libri di carattere storico e di tradizioni popolari, ho scritto presentazioni di libri, tra questi anche due di poesie di non grande impegno, ma non mi sono mai cimentato nella presentazione di libri di poesie di questa portata, poiché queste di Francesco Alziator, a mio parere, sono di alta liricità. Ebbene, devo dire che, quando le ho lette per la prima volta, ho compreso subito quanto egli valesse come poeta e quanto egli volesse significare con le sue liriche. Ora sono più che convinto che i versi di Alziator appartengono alla buona poesia, alla “Poesia” con la P maiuscola.
Ora, però, devo fare alcune considerazioni su questa raccolta. Innanzi tutto il titolo datole dalla Thermes mi sembra ben appropriato. Le poesie del Nostro hanno come punto focale il tempo che scorre, la sera e la morte; nelle liriche troviamo tutti i sentimenti umani, non solo dell’autore, ma di tutta l’umanità. La vita innanzi tutto, con le gioie, i dolori, i patimenti, le aspettative e le fortune. Nei versi di Alziator si trovano la realtà della sua persona, la sua vita non priva di avvenimenti espresse in forma lirica fluidissima.
Mentre andavo avanti nella lettura, mi sono subito accorto che Alziator è un vero e autentico poeta, fine e raffinato delicato ed elegante. Nei versi troviamo canzoni, ballate, sonetti, componimenti liberi, in versi sciolti e in buona rima. In ogni composizione si ritrovano i suoi luoghi, le persone vicine e amate, la natura, le stagioni, il vento, il mare; la spiaggia della sua città: tutto è simbolicamente un autoritratto.
Ha fatto bene la Thermes a provvedere alla pubblicazione di questi versi, prima che andassero dispersi con gli anni, poiché vi sono espressi i sentimenti del Nostro, ed è giusto che gli altri possano gustarne la bellezza e giudicando il suo operato di poeta e quanto egli valga. Le liriche sono di prima qualità, come ho già scritto. Le liriche si possono suddividere in tre grandi gruppi: il primo contiene le liriche giovanili, dal 1927 al 1929. Sono versi freschi e robusti, iniziano con un lungo Preludio, cui seguono una Ballata a Mauro Usai, cinque quartine, che trattano della “Solitudine”, una “Elegia 
vespertina”, una “Tempesta”, “L’idoletto di bronzo”, “La corsa” e l’interessante “Le bagnanti”, tutti del 1927. Dell’anno successivo sono il “Tramonto solitario”, “Preghiera”, “La diana de le turbe” e “Notturno” (queste due ultime composte in terra di Barbagia), e del gennaio 1929 abbiamo “La canzone del palmeto”. Fanno parte di questo primo gruppo anche i versi sparsi risalenti al periodo che va dal 1927 al 1929, in cui appaiono “Le foglie”, e i versi rimati sulla luna di Sant’Elia; chiude una lunghissima composizione riguardante la sua casa.
Il secondo gruppo comprende una voluminosa raccolta di liriche. Sono composizioni di un lungo periodo di attività, dal gennaio 1944, l’anno in cui Alziator si trovava ad Isili, al primo mese o secondo del 1977, poco prima della sua morte. Mi piace subito far riferimento all’ultima, in cui si intravede l’ombra della morte. In questo lungo arco di 
tempo il Nostro compose un lunghissimo poemetto indirizzato a Lilla, quella che è tanto lontana, e ricorda l’incontro avvenuto tra due treni. Seguono quella composta ad Isili che si riferisce alla ricerca della sua vita, e quelle, del 1951: la prima diretta al quartiere cittadino di S. Avendrace, che sta accanto allo stagno, con l’incertezza di essere città o paese; la seconda, tratta di un lago, che si distende sino alle ultime case della città: si tratterà forse di quello vicino a Cagliari? La terza parla del cimitero di un paese, con pochi cipressi e pochi morti.
Le liriche che vanno dal 1952 al 1969 sono molto brevi e riguardano il profondo del poeta che va all’unisono con il sole; seguono lo stornello rivolto al cielo d’inverno, “un ricordo di mattino”, “il poeta e il tempo” (composta a Roma), la morte estiva in Venezia (scritta nella città lagunare), in cui il poeta vede le bare che attendono l’imbarco per il cimitero di San Michele, “un bel tramonto”, la “speranza di primavera sulle colline che sanno già di fiori”, “L’anima dei candelabri”, composta a Buoncammino, e una brevissima composizione che è chiusa da speranze e delusioni del poeta. In questa raccolta incontriamo due liriche in lingua straniera, la prima in spagnolo, “sulla sera quando il cuore muore al tramonto e le rondini piangono il seppellimento del sole e aspettano che si compia il miracolo del ritorno dell’alba, mentre la notte cancella ogni segno di gioia”; la seconda è in inglese, del 1966. Anche questa ha il suo fulcro nel vento sulla città e le vecchie alte torri sotto il cielo grigio appaiono ad un bianco marinaio che vive solo in un mare burrascoso.
Al terzo gruppo appartengono composizioni senza data e alcune liriche tradotte in italiano da autori stranieri. Anche queste sono brevi, ma ricche di pensiero.
Per chiudere le mie parole, ritengo opportuno ricordare ancora come nei versi di F. Alziator noi possiamo trovare l’essere, il tempo, la vita: tre aspetti di ogni vicenda umana: l’essere, lo scorrere del tempo e il vivere.
Luigi Spanu, in “I versi di Francesco Alziator” a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois Editiore, Cagliari gennaio 1996

INTRODUZIONE A QUATTRO VOCI
Prima di entrare in merito al lavoro sulla raccolta di versi del poliedrico Alziator, mi sia consentito ricordare che nel 1° Convegno, – speriamo che possa seguire quanto prima il secondo, per analizzare altri aspetti del “multiforme ingegno cagliaritano” -, i relatori presentarono Alziator nella veste di demoetnologo (Enrica Delitala), etnografo e linguista (Fernando Pilia), filologo (Massimo Pittau), letterato (Giovanni Mameli e Antonio Romagnino), narratore (Enzo Espa), fotografo (Nino Solinas), giornalista (Manlio Brigaglia), scrittore(Gianni Filippini), storico (Giancarlo Sorgia) e come uomo (Nicola Valle e il sottoscritto).
Un altro aspetto della figura poliedrica di Alziator, che possedeva genialità,spessore culturale elevato, profondità scientifica e rigore professionale, appariva nella raccolta di brani tratti dalle sue opere, (pubblicati a cura dell’estensore di queste righe, in “Vita e opere di Francesco Alziator”, del 1986), quella di disegnatore, ben illustrata da una trentina di immagini che egli tracciò con un tocco rapidissimo nell’arco di alcuni anni. Ma ne restano molti altri, speriamo possano essere tutti pubblicati in un unico volumetto.
Negli interventi di alcuni convegnisti si era detto che Alziator era stato forse anche poeta e che sarebbe stato possibile verificare la cosa qualora si fossero ritrovati i versi scritti nel lungo arco di attività letteraria, dal 1927 ai primi mesi del 1977, anno della sua immatura scomparsa. E questo si avvera ora con la pubblicazione di gran parte delle sue composizioni poetiche.
Quasi contemporaneamente all’attività di prosatore, Francesco Alziator, nato a Cagliari nel 1909, aveva iniziato quella di poeta. I primi versi sono infatti del 1927, – aveva diciotto anni – , mentre il suo primo scritto in prosa, apparso su “L’Unione Sarda”, porta la data del primo settembre 1928. Bisogna perciò anticipare la data del suo impegno letterario modificando quanto io scrissi nel mio lavoro sulla sua attività di scrittore.
La produzione poetica va di pari passo a quella di autore in prosa. Sappiamo ora che, quando la giornata volgeva al termine, dopo aver provveduto a riordinare gli appunti per la stesura di articoli o di lavori di un certo peso letterario, egli si soffermava a “meditare in poesia” e a buttare giù, in piccoli fogli, i versi che gli venivano in mente, lì per lì, con il calar della luce.
Se i suoi scritti sono ormai noti a molti – lo si verifica constatando come gli studiosi, scrivendo di letteratura, o di tradizioni popolari, ricordino la sua produzione – ed hanno superato a pieni voti l’esame in tutti i sensi, ora è il momento di esaminare i suoi versi che, a mio modesto giudizio, supereranno l’esame e otterranno sicuramente l’approvazione dei critici.
Ma prima di penetrare nel sentimento poetico di Alziator, è necessario richiamare alla mente di molti la sua ponderosa produzione scientifico-letteraria. La sua attività si rivolse soprattutto verso l’indagine della storia sarda e verso un sapere, orientato in diverse direzioni. Si interessò di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e soprattutto di tradizioni popolari. Fu sicuramente il maggior esponente delle tradizioni popolari sarde. La grande virù di Francesco Alziator, che possedeva una maturità ricca e sensibile, fu quella di essersi occupato 
con rigore scientifico della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in modo facile ed accessibile a tutti, i risultati dei suoi studi. È stato, lo diciamo senza dubbio di essere smentiti, una delle figure di maggior rilievo nel quadro della Sardegna del terzo quarto di secolo, che per oltre cinquant’anni lo vide attivo collaboratore di riviste nazionali ed isolane. È stata la sua una vita spesa completamente per la cultura con grande professionalità e capacità interpretative. Fu senz’altro lo storico più efficace delle vicende cagliaritane.
È stato scritto che F. Alziator è stato il poeta dei cagliaritani, io aggiungo che è stato anche il poeta degli umili e dei poveri, cortese con gli umili e prezzante con i potenti.
Con tutto ciò, dai suoi versi traspare una vita interiore molto profonda, non legata alle vicende altrui.
Come scrittore ha lasciato una quantità straordinaria di articoli, apparsi in numerosi quotidiani e riviste, e di lavori di grande impegno scientifico. Nel 1954, dopo scritti di un certo impegno sulla Sardegna socio-culturale, vide la luce il suo primo grande lavoro, che gli diede lustro e successo “La storia della letteratura di Sardegna”, opera che ebbe accoglienze favorevoli tra il pubblico e la critica (ancora oggi è un testo di fondamentale importanza nel campo della letteratura sarda).
Dopo questo voluminoso studio del 1954, (il suo lavoro più bello dove conduce una disamina della storia letteraria sarda dalle età più lontane ai giorni nostri), provvide alla pubblicazione di altri testi. Tra questi ricordiamo “Folklore sardo” (1957), un insieme chiaro e completo delle tradizioni popolari della Sardegna; “Picaro e folklore” (1959), opera preziosa che presenta studi approfonditi sulla storia delle tradizioni popolari sarde e non; “La città del sole” (1963), (opera di grosso impegno che presenta Cagliari, città mediterranea, dove il sole è di casa per quasi tutto l’anno, mettendo in rilievo i più 
diversi aspetti delle tradizioni popolari attraverso le credenze, le opinioni comuni, le consuetudini quotidiane, le cerimonie e le manifestazioni di ogni genere), “La Collezione Luzzietti” e “La Raccolta Cominotti” (1963), (la prima costituisce la più vasta documentazione 
che si possieda sull’abbigliamento popolare, la seconda traccia una storia della rappresentazione grafica del vestiario sardo).
Con i lavori “Autobiografia” di Vincenzo Sulis (1964), “La sartiglia” e “Testi campidanesi di poesie popolareggianti”, entrambi del 1969, Alziator ha dato un grosso contributo alla conoscenza di testi inediti e rari. Arriviamo così allo studio sui “Barbaricinoruí libri” di G.P. Arca (1972), con i quali l’autore passa in rassegna tutti gli studiosi che si erano interessati al problema dei Barbaricini.
Gli ultimi suoi lavori furono “Testi di drammatica religiosa della Sardegna” (1975), di grande importanza per la presenza della drammaturgia popolare sarda dei secoli XVII e XVIII, “Sa vitta et sa morte et passione de Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu (1976), e “I giorni della laguna” (1977), l’ultima sua fatica, apparsa pochi giorni dopo la sua morte, avvenuta il 3 febbraio 1977.
Per concludere il ricordo delle opere di Francesco Alziator, non resta che far menzione dell’ottimo lavoro postumo “L’elefante sulla Torre” (1978), una raccolta dei più interessanti articoli su Cagliari pubblicati ne “L’Unione Sarda” e in altri periodici durante la sua cinquantennale attività letteraria, e del saggio quasi autobiografico 
“Attraverso i sentieri della memoria” (1979), una evocazione dei segreti del periodo della fanciullezza e in particolare della sua città.
Alziator aveva avuto un contatto diretto con la gente soprattutto con il giornale e ora sono sicuro che quella gente avrà un nuovo contatto con lo scrittore sardo attraverso i suoi versi che parlano di vita interiore, di nostalgia, di dolore, e di cose attorno a lui, quali la sera, la morte, la città solare, le piante, ecc. I suoi versi sono una raccolta di sentimenti e di immagini, nella quale si scorge anche il tessuto sociale della città.
Ho accettato molto volentieri e con grande piacere un impegno molto difficile chiestomi da Cenza Thermes, che ha curato la trascrizione e la raccolta: la presentazione di un libro di versi, proprio del grande studioso Francesco Alziator, che con i suoi scritti ha certamente contribuito a favorire lo sviluppo sociale e culturale della Sardegna ed è stato un protagonista dell’attività letteraria sarda. Ora si presenta sulla scena lirica con i suoi versi.
Io non sono un poeta né un critico letterario; mi diletto a leggere versi e mi piace leggere poesie in italiano, in spagnolo, in catalano, in sardo ed anche in diverse varianti della lingua sarda. Ho presentato libri di carattere storico e di tradizioni popolari, ho scritto presentazioni di libri, tra questi anche due di poesie di non grande impegno, ma non mi sono mai cimentato nella presentazione di libri di poesie di questa portata, poiché queste di Francesco Alziator, a mio parere, sono di alta liricità. Ebbene, devo dire che, quando le ho lette per la prima volta, ho compreso subito quanto egli valesse come poeta e quanto egli volesse significare con le sue liriche. Ora sono più che convinto che i versi di Alziator appartengono alla buona poesia, alla “Poesia” con la P maiuscola.
Ora, però, devo fare alcune considerazioni su questa raccolta. Innanzi tutto il titolo datole dalla Thermes mi sembra ben appropriato. Le poesie del Nostro hanno come punto focale il tempo che scorre, la sera e la morte; nelle liriche troviamo tutti i sentimenti umani, non solo dell’autore, ma di tutta l’umanità. La vita innanzi tutto, con le gioie, i dolori, i patimenti, le aspettative e le fortune. Nei versi di Alziator si trovano la realtà della sua persona, la sua vita non priva di avvenimenti espresse in forma lirica fluidissima.
Mentre andavo avanti nella lettura, mi sono subito accorto che Alziator è un vero e autentico poeta, fine e raffinato delicato ed elegante. Nei versi troviamo canzoni, ballate, sonetti, componimenti liberi, in versi sciolti e in buona rima. In ogni composizione si ritrovano i suoi luoghi, le persone vicine e amate, la natura, le stagioni, il vento, il mare; la spiaggia della sua città: tutto è simbolicamente un autoritratto.
Ha fatto bene la Thermes a provvedere alla pubblicazione di questi versi, prima che andassero dispersi con gli anni, poiché vi sono espressi i sentimenti del Nostro, ed è giusto che gli altri possano gustarne la bellezza e giudicando il suo operato di poeta e quanto egli valga. Le liriche sono di prima qualità, come ho già scritto. Le liriche si possono suddividere in tre grandi gruppi: il primo contiene le liriche giovanili, dal 1927 al 1929. Sono versi freschi e robusti, iniziano con un lungo Preludio, cui seguono una Ballata a Mauro Usai, cinque quartine, che trattano della “Solitudine”, una “Elegia 
vespertina”, una “Tempesta”, “L’idoletto di bronzo”, “La corsa” e l’interessante “Le bagnanti”, tutti del 1927. Dell’anno successivo sono il “Tramonto solitario”, “Preghiera”, “La diana de le turbe” e “Notturno” (queste due ultime composte in terra di Barbagia), e del gennaio 1929 abbiamo “La canzone del palmeto”. Fanno parte di questo primo gruppo anche i versi sparsi risalenti al periodo che va dal 1927 al 1929, in cui appaiono “Le foglie”, e i versi rimati sulla luna di Sant’Elia; chiude una lunghissima composizione riguardante la sua casa.
Il secondo gruppo comprende una voluminosa raccolta di liriche. Sono composizioni di un lungo periodo di attività, dal gennaio 1944, l’anno in cui Alziator si trovava ad Isili, al primo mese o secondo del 1977, poco prima della sua morte. Mi piace subito far riferimento all’ultima, in cui si intravede l’ombra della morte. In questo lungo arco di 
tempo il Nostro compose un lunghissimo poemetto indirizzato a Lilla, quella che è tanto lontana, e ricorda l’incontro avvenuto tra due treni. Seguono quella composta ad Isili che si riferisce alla ricerca della sua vita, e quelle, del 1951: la prima diretta al quartiere cittadino di S. Avendrace, che sta accanto allo stagno, con l’incertezza di essere città o paese; la seconda, tratta di un lago, che si distende sino alle ultime case della città: si tratterà forse di quello vicino a Cagliari? La terza parla del cimitero di un paese, con pochi cipressi e pochi morti.
Le liriche che vanno dal 1952 al 1969 sono molto brevi e riguardano il profondo del poeta che va all’unisono con il sole; seguono lo stornello rivolto al cielo d’inverno, “un ricordo di mattino”, “il poeta e il tempo” (composta a Roma), la morte estiva in Venezia (scritta nella città lagunare), in cui il poeta vede le bare che attendono l’imbarco per il cimitero di San Michele, “un bel tramonto”, la “speranza di primavera sulle colline che sanno già di fiori”, “L’anima dei candelabri”, composta a Buoncammino, e una brevissima composizione che è chiusa da speranze e delusioni del poeta. In questa raccolta incontriamo due liriche in lingua straniera, la prima in spagnolo, “sulla sera quando il cuore muore al tramonto e le rondini piangono il seppellimento del sole e aspettano che si compia il miracolo del ritorno dell’alba, mentre la notte cancella ogni segno di gioia”; la seconda è in inglese, del 1966. Anche questa ha il suo fulcro nel vento sulla città e le vecchie alte torri sotto il cielo grigio appaiono ad un bianco marinaio che vive solo in un mare burrascoso.
Al terzo gruppo appartengono composizioni senza data e alcune liriche tradotte in italiano da autori stranieri. Anche queste sono brevi, ma ricche di pensiero.
Per chiudere le mie parole, ritengo opportuno ricordare ancora come nei versi di F. Alziator noi possiamo trovare l’essere, il tempo, la vita: tre aspetti di ogni vicenda umana: l’essere, lo scorrere del tempo e il vivere.
Luigi Spanu, in “I versi di Francesco Alziator” a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois Editiore, Cagliari gennaio 1996

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