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Note sulla sanità ed assistenza in Sardegna nel Seicento

14 Marzo 2013

Note sulla sanità ed assistenza nel Seicento

 

Diversi studiosi si sono interessati alle Associazioni d’Arte e Mestiere che dal XIII secolo sino ai primi del XIX secolo avevano provveduto ad organizzare il lavoro artigianale, a tendere allo sviluppo della loro arte e a dare un marchio di qualità ai loro manufatti. Nello steso tempo i lavoratori sardi si erano dati delle regole con degli statuti; queste servivano a rendere gerar­chicamente più organizzate le loro strutture gremiali, che ripren­devano in tutto o in parte quelle  delle organizzazioni dei gremi della Catalogna, provvedendo poi a delle modifiche nel corso dei secoli.

I pochi studiosi sardi, che si sono interessati ai gremi, hanno pubblicato gli statuti, in catalano, dei secoli XIV, XV, XVI e XVII, ritrovati negli archivi isolani, senza però darne la tradu­zione, che si spera si possa giungere molto presto alla loro pub­blicazione in italiano.

Uno statuto che sembra di interesse notevole e molto importante è quello dei chirurghi e dei medici cagliaritani, certamente scono­sciuto a molti; la sua la lettura porta alla conoscenza dell’organizzazione medica e assistenziale nei secoli XVI e XVII e del modo di estrapolare notizie che faranno mutare il quadro socio-sanitario già presentato dagli studiosi dei gremi.

Dallo statuto si evince che il corpo ospedaliero cagliaritano,  composto, alla fine del ’500, da cinque medici e da un chirurgo, raddoppiò il numero nel secolo successivo, dato l’aumento della popolazione e le migliorate possibilità finanziarie del Comune.

Il complesso ospedaliero era ubicato in “Sa Costa”, l’odierna via Manno, ed era il più grosso di tutta l’isola per impianti, personale e per letti. I fondi dell’ospedale erano costituiti da fi­nanziamenti erogati dalla Municipalità, da lasciti testamentari, da elemosine, da raccolte nelle città e nei paesi, e da donazioni di benefattori. Nello statuto vi è un parte dedicata alla piccola e grande questa settimanale che devono fare i confratelli.

Gli ammalati erano in maggioranza poveri, non pa­gavano retta, ma dovevano essere raccomandati da qualche compo­nente del Consiglio Civico e dovevano essere nullatenenti.

Al personale sanitario erano aggregate anche le balie, che allat­tavano i neonati, in gran numero abbandonati nel brefotrofio, un’istituzione inserita nel complesso ospedaliero, in cui esistevano tre reparti: uno per i maschi, uno per le femmine ed un terzo per gli affetti da malattie veneree. Oltre a questi reparti vi era anche quello per il ricovero dei vecchi, degli invalidi e dei matti.

Nel corso del ’600 la medicina fece un balzo in avanti, anche a seguito dell’istituzione dell’Università: vennero aboliti i vec­chi schemi risalenti al medioevo e si usò un nuovo tipo di speri­mentazione, basata sull’osservazione diretta. Nell’ambito delle competenze del chirurgo c’era anche quella di assistere le parto­rienti, specie nei casi più difficili. Per la pratica di ostetri­cia si usavano anche metodi assai empirici e di carattere magico.

Per stabilire la causa della morte e studiare la natura del mor­bo, il chirurgo compiva anche le autopsie, previo il consenso delle autorità ecclesiastiche.

Per essere assunti fra il personale sanitario, i giovani venivano collocati nelle botteghe di chirurgia e medicina con l’obbligo di fare la questua per la festa del patrono del gremio, due per ogni quartiere. Gli apprendisti-alunni stavano in carica presso un maestro titolato.

Per poter esercitare la professione, gli studenti dovevano soste­nere un esame davanti al protomedico e ai maggiorali del gremio e poi superare l’esame di abilitazione, che si poteva sostenere solo esibendo un certificato attestante l’aver portato a termine il corso quinquennale di studi in un ateneo e compiuto il tirocinio di apprendistato presso un maestro. Dopo la fondazione dell’Ate­neo, gli studenti avevano l’obbligo di frequentare le lezioni di anatomia e di chirurgia per un periodo di tre anni.

Nell’ospedale operava stabilmente ogni giorno, ad ore fisse, un solo chirurgo, che provvedeva alle visite e svolgeva funzioni an­che di medico di reparto.

Per concludere si consiglia la lettura dell’interessante studio sull’organizzazione sanitaria, che si trova in “Cagliari sei se­coli d’amministrazione civica” (pgg.34-40) di Giancarlo Sorgia e Giovanni Todde, del 1981.

Luigi Spanu, Sardegna Magazine, maggio 1992

 

 

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