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Archivio Maggio 2013

IGLESIAS – PERSONAGGI NELLA TOPONOMASTICA DELLA CITTÀ di Luigi Spanu – Artigianarte editrice

31 Maggio 2013 Commenti chiusi

Questo scritto è frutto di una ricerca sui personaggi sardi e non, che si leggono nella toponomastica di Iglesias. L’ho fatto perché dovevo tenere una conversazione in una sala di un’associazione cittadina. Ora intendo portare questo studio alla conoscenza non solo degli iglesienti, ma anche dei non sardi.
Amo la storia di questa interessante città tanto che vado dedicandole parecchio del mio tempo per rintracciare aspetti di vita della sua realtà nei secoli trascorsi e cerco di presentare o pubblicare quanto riesco a rintracciare in archivi o in testi, poco noti. Nell’archivio della Corona d’Aragona di Barcellona ho rintracciato diversi documenti che interessa¬no la realtà della città nel secolo XVII; spero di pubblicarli non appena mi sarà data l’occasione di farlo. Intanto mi sono dedicato ad un altro aspetto della vita iglesiente: leggere le targhe cittadine e trarne delle brevi biografie, alcune delle quali legate alla vita economico-sociale e politica della città. Penso che molti iglesienti conoscano le strade sulle quali passano, ma credo che pochi si siano posti le domande per sapere di più del personaggio o della località indicata nella targa stradale. Ebbene, io me le sono poste e ho provveduto a cercare notizie sui diversi personaggi.
Cosa raccontano le targhe stradali di Iglesias? I nomi delle vie sono come le pagine di una enciclopedia chiusa, aspettano qualcuno che le legga. Ci capita spesso di arrivare a conoscere una persona solo dopo che non c’è più. Allora siamo in grado di comprenderne i gesti, le attenzioni, i consigli, la grandezza del cuore, le opere che ha creato durante la sua breve o lunga vita, alcune delle quali sono ancora davanti ai nostri occhi, come la costruzione di ospedali, luoghi di assistenza, luoghi di lavoro, ecc.
Ogni targa sollecita la memoria, come appunto una pagina di una grossa e illimitata enciclopedia. I nomi di alcune vie hanno origine molto comune, ed io cerco di conoscerne quanto più mi è possibile. Passo e leggo sempre le targhe poste negli angoli delle strade della mia città, Cagliari. Ma quando sono ad Iglesias, per spostarmi in macchina da una parte all’altra della città, seguo lo stradario, e così scorgo nomi di personaggi molto noti e nomi di personaggi sconosciuti. Mi soffermo soprattutto sugli sconosciuti e vado a cercare nei miei libri o nelle biblioteche quanto di loro si trova. Purtroppo di alcuni non si trovano che poche note biografiche. Quasi tutte le targhe delle nostre città, comprese quelle di Iglesias, non danno una indicazione sull’attività del personaggio, al contrario di quelle di Roma che indicano attività e anno di nascita o di morte. Quindi non ci danno la possibilità di ricercare notizie su di lui.
Attraverso i personaggi delle targhe stradali si può imparare la storia mondiale, la storia nazionale, quella sarda e quella di Iglesias. Se negli scorsi secoli la città mineraria era rinchiusa nella cinta muraria e quindi le strade erano una quarantina, oggi sono trecentoundici, comprese le piazze, inserite nei quartieri di Sant’Antonio, Monte Altari, Centro, is Lois, Col Diana, Is arrustias, Valverde, Serra Perdosa, Campo Romano, Monte Cresia, Palmari e Vergine Maria.
Presentando alcune brevi biografie di personaggi, possiamo anche verificare se l’amministrazione comunale abbia ben giudicato nell’assegnare la strada al personaggio “ics” o “ipsilon”. Notiamo subito che le donne sono solo cinque – troppo poche -, di cui solo quattro sarde: Grazia Deledda, Eleonora d’Arborea, Amalia Melis De Ville e Amelia Camboni. I sardi presenti sono circa 36 e alcuni sono iglesienti di adozione perché hanno vissuto e fatto grandi cose per la città come Corsi, Sella, Baudi di Vesme e Fontana.
La constatazione, tratta dallo studio dei personaggi presenti nelle targhe, è che sono pochissimi gli iglesienti presenti, non perché non ce ne siano degni di memoria, ma perché è difficile che le amministrazioni concedano molto ai loro concittadini. Inoltre quelli inseriti nella toponomastica cittadina, sono personaggi che hanno portato alto il nome della loro città di nascita in altre terre, o in altri luoghi. Mentre quelli non di Iglesias, giunti da fuori e diventati iglesienti, hanno fatto grande e migliore la loro nuova residenza.
In queste poche pagine non posso presentarne molti, mi limiterò ad una trentina, disponendoli in ordine alfabetico, attraverso le loro brevi note biografiche.
Incominciamo dal personaggio storico sardo Amsicora, la cui strada – anticamente “S’arruga de is Achenza” – va da via Paoli a via Giò Maria Angioi. Amsicora era il capo dei Sardi pelliti che, insieme ad Asdrubale, comandante dei Cartaginesi, fu sconfitto da un esercito romano guidato da Tito Manlio. Quando Amsicora venne a sapere che suo figlio Hostio era caduto in battaglia ed i sardi avevano ceduto ai nemici, si uccise.
Passiamo a Giovanni Maria Angioi. La strada che lo ricorda, che prima si chiamava “s’arciada de is mongias”, va da Piazza Manzoni a via Cima. Giò o Giovanni Maria Angioi nacque a Bono nel 1751 e, conseguita la laurea a Sassari, entrò nella magistratura, divenendo giudice della Reale Udienza, la Corte di Cassazione di oggi. Avendo contribuito alla difesa dell’isola contro l’invasione francese, ebbe il governo di tutta l’isola settentrionale col titolo di Alternos di Sassari. Dopo aver inutilmente tentato di indurre il governo a far cessare le angherie dei feudatari, si unì al popolo ribelle e divenne l’anima dei moti antifeudali. Mosse quindi verso Cagliari per ottenere con la forza ciò che non era stato concesso pacificamente; i suoi uomini, però, dopo qualche infausto scontro con le truppe regolari, a Macomer e ad Oristano, lo abbandonarono. Per salvarsi fu costretto a lasciare la Sardegna e a stabilirsi a Parigi, dove morì, solo ed abbandonato, il 22 marzo 1808.
Giorgio Asproni: la strada, a lui dedicata, va da via Isonzo a via Melis De Ville, lungo l’Istituto Industriale a lui dedicato. Sono due i personaggi sardi che portano lo stesso nome e cognome ed entrambi sono nati a Bitti. Certamente qui si tratta del Giorgio Asproni nato nel 1841, che fu ad Iglesias per molti anni e che la rese più abitabile. Ecco perché l’amministrazione civica dovrebbe indicare nella lapide anche l’anno di nascita e di morte. Giorgio Asproni, compiuti brillantemente gli studi a Sassari e laureatosi in matematica all’Università di Genova, passò a Torino dove si lau¬reò in ingegneria. Andò a Parigi dove seguì un corso di tecnica mineraria. Rientrato in Sardegna, Quintino Sella, di cui si parlerà più avanti, che era stato suo docente in Tori¬no, vide in lui un ottimo elemento che alla cultura associava una formidabile volontà fatta di passione e di fede e lo inviò in Tunisia come ricercatore di giacimenti minerari.
Tornato nell’Isola, l’Asproni si fermò in Iglesias, dove divenne Direttore della Società di Montevecchio, carica che tenne per 12 anni; ebbe poi la direzione della Società di Nebida e successivamente, nel 1884, comprò la miniera di Sedda Modditzi, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1936, a oltre 95 anni. Fu una grande perdita per l’Isola e per l’industria mineraria iglesiente e sarda. Svolse infatti, per oltre 70 anni, la sua attività nel bacino minerario iglesiente e la sua mirabile opera di ricercatore e minatore. Dal 1870 al 1920 esplorò, studiò e si occupò di tutte le miniere della Sardegna. Più che un industriale fu un geologo insigne. Ricoprì importanti cariche: fu Presidente della Associazione Mineraria Sarda, rappresentante dell’Industria mineraria presso la Camera di Commercio, componente del Consiglio Provinciale per mandato del Comune di Iglesias, ed infine Presidente del Consiglio di Amministrazione della Scuola Mineraria, che a lui fu intitolata quale omaggio al più vecchio e valoroso minatore sardo e quale segno di gratitudine al benemerito cittadino che, con eccezionale larghezza di mezzi, aveva valorizzato l’Istituto e aveva profuso tutte le sue energie per migliorare la vita del minatore iglesiente.
Domenico Alberto Azuni. La via a lui dedicata si trova parallela a via Matteotti, e va da via Martini fino a via delle Conce. La strada era prima detta “s’arruga de is animas”. L’Azuni, nato a Sassari nel 1749, fu autore del “Sistema universale dei principi del diritto marittimo d’Europa, di un Dizionario ragionato della giurisprudenza mercantile, di una Storia della Sardegna in lingua francese, e di numerosi altri scritti. Da Napoleone Bonaparte ebbe l’incarico di compilare il Codice di Commercio di Francia, per il quale gli fu conferita la cittadinanza onoraria francese. Insegnò all’Università di Parigi e lo si deve considerare il fondatore del diritto marittimo. Un suo monumento è stato eretto anche negli Stati Uniti d’America, a Filadelfia. Morì a Cagliari nel 1827. La sua salma si trova nella chiesa di N.S. di Bonaria a Cagliari, alla sinistra delle scale che portano all’altare maggiore.
A Carlo Baudi di Vesme è stata dedicata una piccola strada che inizia da via Repubblica e porta sino a via Cattaneo, per ricordare lo studioso che, sebbene non cittadino di Iglesias, ha dato molto alla città mineraria. Nato a Cuneo nel 1809, fu paleologo e filologo. Nel 1850 fu senatore del Regno Sardo-Piemontese; pubblicò edizioni di testi letterali e giuridici e si occupò molto di argomenti sardi e difese, invano, l’autenticità delle cosiddette carte di Arborea. Morì a Torino nel 1877.
Amelia Camboni, la cui strada si trova in zona Campo Romano, una traversa di via Tenente Cacciami, nacque a Villamassargia nel 1913; visse alcuni anni a Cagliari lavorando come scultrice, poi si trasferì a Roma dove organizzò un atelier e raggiunse traguardi notevoli nel campo della scultura, tanto che ne parlarono personalità di alto rango quali Anton Giulio Bragaglia, Carlo Bo e Domenico Purificato. Partecipò a diverse quadriennali romane. Di lei ci restano il busto di Grazia Deledda, col quale vinse un concorso, e altri lavori, sparsi per il mondo. Fu scultrice di talento. Scomparve a Roma nel 1985.
A Nicolò Canelles, illustre prelato sardo, studioso di lingue orientali, nato ad Iglesias agli inizi del Cinquecento e morto a Bosa, nel 1586, dove era vescovo (per alcuni, morì a Cagliari nel 1585), si deve l’introduzione della stampa in Sardegna, intorno al 1566. La prima tipografia da lui creata funzionò prima ad Iglesias, fino al 1576, e poi a Caglia¬ri, in Castello. Licenziò delle edizioni pregevoli, da poter competere con quelle dell’Italia e della Francia. La via Canelles si trova nel centro, e va da Piazza Lamarmora a via Manno.
Altro personaggio da presentare è Luigi Canepa, che nacque a Sassari nel 1849 e che studiò nel Conservatorio di Musica di Napoli. La strada che lo ricorda si trova in regione Monte Cresia, e va da via Cattaneo a via Pergolesi. Nel 1867 L. Canepa si arruolò con Garibaldi e combatté a Mentana. Tornato a Sassari, vi fondò la Società Filarmonica e ne fu l’animatore. Nel 1873 fu rappresentata a Milano la sua prima opera, “David Rizio”, su libretto del sassarese Enrico Costa, cui seguirono “I Pezzenti”, andata in scena alla Scala nel 1874, e il “Riccardo III”, eseguito al Teatro Carcano di Milano, nel 1879.
Gaetano Cima: architetto cagliaritano dell’Ottocento, nato nel 1805, si ispirò allo stile neoclassico. La via, che prima aveva nome “sa calaredda de Mariano”, si trova nel centro, e va da via Angioi a via Corradino. G. Cima ha lasciato diverse opere di carattere sacro e profano. Il suo capolavoro è l’Ospedale Civile di Cagliari, del 1860, la migliore opera architettonica dell’Ottocento in Sardegna. Pregevoli sono anche la chiesa parrocchiale di Guasila, la Villa Cugia, a Pula, la Chiesa di S. Francesco, ad Oristano, e la facciata della Chiesa di San Giacomo di Cagliari. Morì a Cagliari nel 1878, lasciandoci una larga abbondanza di progetti, andati persi per sempre.
La via che ricorda Francesco Cocco Ortu si trova in Serra Perdosa, e va da via Velio Spano a Piazza Alessandro Volta. F. Cocco Ortu, deputato per varie legislature e ministro nel 1897, fu uno dei fondatori del quotidiano “La Tribuna”, al quale fu proprio lui a dare il nome.
La strada dedicata ad Angelo Corsi si trova alla fine della via Colombo, in una stradetta che dalla via Cristoforo Colombo porta alla via Meucci, in regione Serra Perdosa. Angelo Corsi, nato in Abruzzo, dal padre, nel 1905, fu condotto, ancora adolescente, nella cittadina di Iglesias; il genitore aveva l’intenzione di rimanerci per alcuni mesi; il figlio vi restò invece definitivamente per oltre quarant’anni senza sapersene staccare. Seguì gli studi nella scuola tecnica di questa città e frequentò la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Firenze. Nel 1914 divenne sindaco della città e la dotò di un grande ospedale consorziale; profuse anche una proficua opera di vasta assistenza svolta a favore dei disoccupati e delle famiglie dei richiamati alle armi. Costituì i Comitati di soccorso per le famiglie dei profughi delle terre invase, rafforzò le leghe operaie e costituì la Federazione Mineraria Nazionale della Sardegna. Nel 1921 venne eletto deputato nel Collegio di Iglesias e alla Camera si batté continuamente per il problema delle miniere. Fece parte, nel 1944, della Consulta Regionale presieduta dal generale Pinna e venne chiamato a far parte dei governi di Liberazione, presieduti da Bonomi e da Parri; fu sottosegretario alla Marina Mercantile e in seguito sottosegretario agli Interni nel Governo presieduto da Alcide de Gasperi. Per lungo tempo fu presidente dell’Istituto della Previdenza Sociale. Creò l’Azienda Agraria di Palmas Suergiu e, nel 1948, l’Enaoli. A lui si deve la creazione del Consorzio di Bonifica del Cixerri e l’istituzione del preventorio. Fu brillante oratore, valente pubblicista e apprezzato giornalista. Scomparve in Iglesias nel 1966, compianto da molti cittadini.
Su Grazia Deledda, la cui strada dedicatale si trova in regione Palmari, e va da via Cesare Pintus a via Cattaneo, nella zona dove sono ricordati i letterati italiani, non ci soffermiamo perché è troppo conosciuta. Su di lei si è scritto moltissimo e quindi si rimanda alle sue pubblicazioni e agli scritti che la ricordano.
Ad Amelia De Ville Melis, valente pubblicista, saggista e romanziera iglesiente, la cui opera pochissimi sardi conoscono come meriterebbe, è stata dedicata una delle strade più lunghe della città, che va da via Cattaneo fin oltre via Pisacane. La De Ville, che si è spenta il 26 febbraio 1956 a Monterotondo, piccolo Comune collinare vicino a Roma, in cui era andata a risiedere, merita di essere ricordata come una delle nostre più degne scrittrici. Nata ad Iglesias il 16 luglio 1882, vi trascorse la sua prima giovinezza e vi compì gli studi. Dopo la morte del padre, emerito ingegnere, nel 1911 si trasferì a Cagliari, ove rimase per una decina d’anni. Per essere vicina alla sorella Lidia, nel 1921 raggiunse Roma, dove si trovava anche il fratello Renato, pubblicista, autore di numerosi e pregevoli studi di natura economica e sociale (all’epoca era capo Gabinetto e successivamente capo ufficio stampa del Comune di Roma, e in quell’anno nel comitato di redazione del quindicinale politico e culturale “Pagine libere”). Amelia De Ville debuttò nel 1913 con il volume “Faula de Orbace”, una raccolta di novelle sarde, in cui si trovano anche poesie in dialetto. Il libro fu una rivelazione delle magnifiche qualità della nuova scrittrice e venne accolto con vivo compiacimento dal pubblico e dalla critica. Quat¬tro anni più tardi seguì “Piccole prose di guerra”, composizioni poetiche di meditazione e di dolore. La De Ville collaborò a numerose riviste di argomento prevalentemente riferentisi alla sua isola, come lo attestano i racconti “Natale” e “Castigo”, pubblicati dalla “Rivista sarda”, diretta da Pantaleo Ledda, “Impressioni cagliaritane” (Cagliari 1923) e “Poesia dialettale e poesia popolare in Sardegna”. Interessanti gli articoli apparsi nel 1929 in “La Rassegna Nazionale” e in “Natale in Sardegna”: impegnativa evocazione di costumanze e tradizioni natalizie locali, pubblicato nel fascicolo del dicembre dello stesso 1929 nella rivista “Primavera”. Moltissimi gli articoli e le corrispondenze nella collaborazione al “Tempo”, dal 1919 al 1921, a “La Gazzetta del Mezzogiorno” (Bari), al “Giornale d’Italia”, a “L’Unione Sarda”, a diverse riviste italo-americane e a varie pubblicazioni periodiche isolane. Di lei resta un saggio sull’opera del vescovo di Ogliastra Monsignor Emanuele Virgilio, che resse quella diocesi dal 1910 sino alla morte, nel 1923. La De Ville partecipò a vari concorsi letterari, tra cui quello del “Giornalino della Domenica” e della rivista di lettere e arte “L’orma”, per novelle inedite.
Nel 1931 riappare con il romanzo “Alba sul Monte”, ambientato in Iglesias, in cui rivela una raggiunta maturità di stile e tocca vette veramente alte. Alcuni anni dopo pubblicò una garbata storia di bimbi, per ragazzi, “II paesino nel lago”, che è forse il suo ultimo lavoro. Sono rimaste inedite due opere: il romanzo “I fratelli” e la biografia di Teresa Gonfalonieri.
Carlo Fadda, la cui strada si trova in zona Campo Romano parallela a via Di Chiesa e a via Laconi, nacque a Cagliari nel 1853. Compiuti gli studi a Torino, C. Fadda si laureò in Giurisprudenza e si dedicò all’insegnamento universitario, negli atenei di Cagliari, Genova e Napoli. Insegnò Diritto Romano a Macerata e divenne Magnifico Rettore dell’Università di Napoli. Autore di ben 130 pubblicazioni di notevole importanza e interesse. Nel 1906 Napoli gli tributò solenni onoranze e i sardi gli offrirono una medaglia d’oro. Fu giurista di fama internazionale e sommo romanista. Morì in Roma nel 1931.
Erminio Ferraris, ricordato in una traversa di via Pacinotti in Serra Perdosa, fu ingegnere minerario, geologo, profondo conoscitore e studioso delle risorse del sottosuolo dell’isola: intorno a questo argomento, ha lasciato ben 35 pubblicazioni, anche in tedesco ed in inglese. Per molti anni direttore delle miniere di Monteponi, contribuì moltissimo al progresso dell’industria mineraria e metallurgica sarda, e fu anche amministratore comunale e deputato al Consiglio Provinciale di Cagliari. Era nato a Ronco Scrivia nel 1852. Da semplice operaio si laureò in ingegneria e apprese la perfetta conoscenza dell’arte mineraria. Inventò l’idrovaglio e il nastro che da lui prese nome. Alla fine del secolo XIX, realizzò la fonderia per il piombo e per lo zinco, capa¬ci di accrescere la produzione della Società Mineraria Iglesiente. Pubblicò numerose memorie scientifiche riguardanti principalmente la genesi dei giacimenti di Monteponi. Scomparve nel 1928 a Zurigo.
Fra Ignazio, da Laconi: anche di questo personaggio si sa molto; la via si trova a lato del campo sportivo. Frate cappuccino questuante, nato a Laconi nel 1701, seguace di San Francesco per l’umiltà e la bontà, fu beatificato da Pio XII nel 1951. È invocato quale protettore degli umili e acclamato come il santo dei poveri, specie nella Sardegna meridionale.
Pietro Fontana, la cui strada va da piazza Fenza a Via Sant’Antonio, in regione S. Antonio, nacque a Cagliari il 13 novembre 1857 e morì il 21 dicembre 1932 ad Iglesias, sua città d’adozione, che lo vide prima consigliere comunale, carica che tenne per trent’anni, e poi sindaco per dodici anni. Per 10 anni fu consigliere provinciale, e membro del Consiglio di perfezionamento della Scuola Mineraria per 22 anni. Fondò la società operaia-industriale di Mutuo Soccorso, il Ricovero di Mendicità, ora Casa di Riposo, e promosse varie organizzazioni cittadine. Fu apprezzato pubblicista e singolare figura di poeta.
Ad Antonio Gramsci, personaggio molto noto, il Comune di Iglesias ha dedicato la strada che va da via Azuni a via Cagliari. A. Gramsci nacque ad Ales nel 1891, ma trascorse l’adolescenza a Ghilarza. Compì gli studi a Cagliari e si trasferì a Torino, avendo vinto una borsa di studio per l’università locale. Si dedicò al giornalismo politico e divenne segretario della federazione torinese del partito socialista. Si mostrò subito favorevole alla rivoluzione russa del 1917 e, nel 1921, diede origine al partito comunista d’Italia. A Mosca sposò la cittadina sovietica Giulia Schucht, dalla quale ebbe due figli. Eletto deputato nel 1924, mirava ad impedire l’ascesa del partito fascista, che dopo il delitto Matteotti, aveva raggiunto i vertici del potere politico. Venne arrestato e condannato a 20 anni di reclusione, colpevole di cospirazione contro i poteri dello Stato. Durante gli anni del carcere, scrisse diverse opere di elaborazione teorica dei principi del marxismo, compilando i “Quaderni dal Carcere”. Nel 1934 ottenne la libertà condizionata per le gravi condizioni di salute. Morì a Roma nel 1937.
Emilio Lussu, altro personaggio politico molto noto, la cui strada si trova a sinistra del Corso Colombo, nacque ad Armungia nel 1890, seguì gli studi giuridici e divenne avvocato. Dopo la prima guerra mondiale fu tra i fondatori e i capi del Partito Sardo d’Azione, costituito da ex combattenti, che chiedevano l’autonomia della Sardegna. Fu anche ministro e senatore; ha lasciato due libri autobiografici: “Un anno sull’Altipiano” e “Marcia su Roma e dintorni”, e numerosi scritti politici e parlamentari. Morì in Roma il 5 luglio 1975, nello stesso anno in cui morì il Bellini. Di lui Manlio Brigaglia ha curato “Per l’Italia dall’esilio”, in cui sono riportati i più importanti scritti, editi e inediti, del gran¬de leader sardista dal 1929 al 1943.
Ad Antonio Maccioni, iglesiente verace, gesuita evangelizzatore nell’America del Sud, l’amministrazione civica ha dedicato il vicolo, non indicato nelle piante della città, posto accanto alla Cattedrale. A. Maccioni nacque in Iglesias nel 1671, come ha scoperto lo studioso Joaquín Arce, e morì a Córdoba del Tucuman in Paraguay nel 1753. Lo si ricorda anche perché fu un pregevole linguista, che provvide alla stampa della grammatica e di alcune lingue paraguaiane, dando la possibilità di conservarle, poiché altrimenti sarebbero andate perdute. Appartenne alla Compagnia di Gesù, di cui vestì l’abito a Cagliari, nel 1688, a diciassette anni. Dopo aver trascorso un decennio nel capoluogo sardo e altri anni in diverse case gesuitiche in Spagna, passò a Cadice, dove s’imbarcò per le Americhe, con destinazione Córdoba del Tucuman. Fu continuamente impiegato negli uffici più onorevoli dei vari collegi gesuitici del Nuovo Mondo: rettore nel Collegio Maggiore di Córdoba, procuratore generale a Roma della provincia del Paraguay, nel 1710 con altri sette gesuiti sardi partecipò ad una spedizione al Chaco, per amministrare i sacramenti ai soldati e agli indigeni che li richiedevano.
Nel 1728 tornò in Europa, poiché eletto maestro dei novizi e procuratore generale, una delle massime cariche dell’Ordine dei Padri gesuiti. Quattro anni dopo, trovandosi a Madrid, pubblicò il vocabolario e la grammatica delle parole indigene Lule e Toconotè, unica fonte di queste lingue oggi estinte. A questo libro – interessante per i notevoli con tributi alla linguistica americana, nonostante la sua modesta finalità, giacché egli voleva soltanto aiutare i suoi confratelli nella evangelizzazione, e non comporre un’opera filologica, come appunto si è rivelata – lavorò per una decina d’anni. Nello stesso anno, ma a Córdoba del Tucuman, pubblicò una narrazione delle gesta di sette suoi confratelli, tutti nativi di Sardegna, morti nelle missioni delle Indie, alla quale applicò l’enfatico titolo in spagnolo, “Le sette stelle della mano di Gesù”. È la biografia di alcuni gesuiti, evangelizzatori come lui, in terra d’America. Ritornato in Spagna per un altro breve periodo di studio, l’anno dopo andò in America, precisamente a Buenos Aires, dove restò per un anno. Cinque anni dopo fu eletto provinciale della provincia del Paraguay e nel 1750 pubblicò, a Puerto de Santa Maria, “El nuevo superior religioso”. Tre anni dopo si spense a Córdoba del Tucuman e probabilmente non vide più la sua isola e tanto meno la sua città natale, da quando le aveva lasciate nel lontano 1684.
Nel 1877 fu ristampato “Arte y vocabulario de la lingua Lule y toconotè”, dove si trovano alcune notizie che posso¬no ampliare i dati biografici; in questa ristampa compare anche un’altra sua opera sconosciuta fino allora: “Dia Virgineo o sábado mariano”, pubblicata in Córdoba del Tucuman, nel 1733. Queste due opere furono ristampate a Madrid nel 1753, anno della sua morte, e nel 1759. F. Alziator ha scritto che a lui spetta un posto di primissimo piano nella storia della filologia dell’America del Sud.
La strada dedicata a Salvatore Mannironi è una traversa di Corso Colombo. Nato a Nuoro nel 1901, S. Mannironi compì gli studi primari a Cagliari, dove iniziò poi quelli universitari; passò quindi a Pisa, dove si laureò in Leggi, nel 1919. Qui strinse legami con gli esponenti del movimento popolare cattolico. Rientrato in Sardegna, proseguì la militanza politica nelle file popolari. Nel 1921 diede vita al foglio “L’avvenire di Nuoro”, sulla linea sturziana. Dopo un breve soggiorno in Roma, tornò a Nuoro dove riprese la professione forense e si impegnò sul piano politico con l’opposizione antifascista. Collaborò ad alcuni periodici cattolici e fu a fianco di Pietro Mastino, Giovanni Battista Melis e Dino Giacobbe.
Nel 1943 fu indiziato come collaboratore del nemico e arrestato assieme al fratello e all’amico Delogu. Qualche mese dopo venne liberato dalle truppe alleate. Seguì Antonio Segni nel partito democristiano e nel 1945 fu membro della Consulta Regionale Sarda. Eletto deputato nel 1948, fu riconfermato per altre legislature; fu sottosegretario ai Trasporti in vari momenti e, nel 1969, divenne ministro della Marina Mercantile. Nel 1971 morì a Roma. La sua operosità e il suo impegno emergono soprattutto sul piano parlamentare e politico.
Ignazio Mannu, la cui strada va da via Repubblica a via Cavallotti, è un personaggio della storia sarda; nato ad Ozieri nel 1758, si laureò in Leggi e divenne magistrato della Reale Udienza. Dimorò sempre a Cagliari, dove morì nel 1839. Donò il suo ricco patrimonio all’Ospedale Civile di Cagliari. Lo si ricorda anche per le quarantasette ottave in sardo “Su patriottu sardu a sos feudatarios”, che furono tradotte in varie lingue e persino in italiano dal poeta nuorese Sebastiano Satta. L’inno fu cantato durante il tentativo di rivoluzione sarda del 1796.
Enea Marras, altro iglesiente da ricordare, la cui strada si trova in zona Vergine Maria accanto a via Zardini e via Palestrina, nacque nel 1916 e morì tragicamente a Monza nel 1940, dove espletava il servizio militare. Abile incisore e pittore, a soli 16 anni partecipò alla mostra collettiva di Iglesias e tre anni più tardi alla quarta mostra sindacale di Nuoro; fu ammesso alla XIX Biennale di Venezia nel 1938 e fu assistente all’Istituto d’Arte di Sassari; ha lasciato parecchie opere pittoriche e diversi lavori d’incisione.
Pietro Martini è ricordato con la strada che va da Piazza Lamarmora a via Azuni e che prima si chiamava “S’arruga maista” o “Sa praza manna”. Poeta, storico, biografo e diplomatico, nacque a Cagliari nel 1800; compì gli studi nel Collegio degli Scolopi e si laureò in leggi nel 1823; alcuni anni dopo pubblicò un libro di versi e, nel 1839, altri versi in lode di illustri sardi e due canti: “Amsicora ed Josto”, e “La Profuga di Nora”. Passò poi allo studio della storia e della critica e nel 1837 diede alla luce la “Biografia Sarda”.
Nel 1840 fu capo divisione nella Segreteria di Stato e due anni più tardi bibliotecario dell’Università di Cagliari. Numerosi gli scritti sulla storia politica ed economico-so-ciale della Sardegna. Si interessò di archeologia, epigrafia, storia dell’arte e storia ecclesiastica. Tra i suoi scritti fondamentali restano “Storia di Sardegna dal 1799 al 1816″, “Compendio di Storia di Sardegna”, “Biografia Sarda”, e “Storia ecclesiastica”. Fu insignito della Croce Maurizia-na. Si spense in Cagliari il 17 febbraio 1866. Il suo nome è legato anche alla scoperta delle famigerate e famose “Carte d’Arborea”.
Ennio Porrino, cui è stata dedicata la strada che va da via Porrino a via Puccini, nella zona dei musicisti, nacque a Cagliari nel 1910 è morì in Roma, a soli 49 anni. E’ stato il più grande compositore sardo ed uno dei più geniali della nuova scuola musicale italiana. Conquistò assai presto una sua voce inconfondibile ed una personalità spiccata; fu, tra i giovani musicisti italiani, il più fertile e combattivo. A circa venti anni compose l’opera “Is Traecas”, – tratta dei canti campidanesi che partecipano alla sagra di S. Efisio – con la quale vinse il primo premio nel concorso nazionale per una canzone italiana. In seguito compose creazioni operistiche, musica da camera e una lunga serie di composizioni pianistiche, che conseguirono successo in molti teatri italiani. Compose anche musiche per films e per la televisione, tra queste il commento di “Canne al vento”, della Deledda, per la Rai. Intensa fu anche la sua attività di direttore d’orchestra, di giornalista e di critico. Negli ultimi anni della sua non lunga vita fu chiamato a dirigere il Conservatorio Musicale di Cagliari.
Eccoci ad un altro valente personaggio, Sebastiano Sat¬ta, molto noto ai sardi, la cui via, che si chiamava “S’arruga de Predi Porrà”, si trova tra Via Don Minzoni e Piazza del Municipio. Nacque a Nuoro nel 1867, si laureò in Sassari, dedicandosi per alcuni anni al giornalismo. Fu ottimo oratore, ma coltivò soprattutto la poesia, della quale si val¬se per cantare la sua terra, le leggende, le favole e i costumi del suo popolo, per commiserarne, con cuore fraterno, le sofferenze e la sorte maligna. Le sue opere più importanti sono le raccolte intitolate “Canti Barbaricini” e “Canti del Salto e della Tanca”.
È stato giusto dedicare la più grande e bella piazza di Iglesias allo statista Quintino Sella, così da adottarlo come proprio figlio. Q. Sella fu valente studioso di mineralogia ed ex ingegnere del regio corpo delle miniere. Effettuò una lunga escursione da Iglesias a Macomer e in altre parti dell’Isola. Dopo questa esplorazione minuziosa, presentò alla Camera dei Deputati una relazione sulle risorse metallifere della Sardegna e si adoperò per intraprenderne lo sfruttamento e la valorizzazione con ritmo più intenso, soprattutto per quelle dell’Iglesiente. Inoltre incoraggiò gli studi minerari facendo sorgere un apposito museo ad Iglesias. Era nato vicino a Biella nel 1827 e vi morì nel 1884. A lui si deve inoltre lo scritto “Studi sulla mineralogia sarda fatti nel 1855″.
Un personaggio che Iglesias ricorda da parecchio tempo, ma la via a lui dedicata è di soli pochi anni, è Lao Silesu. La strada sta in regione Vergine Maria, tra via Cattaneo e via Vivaldi. Nato a Samassi il 5 luglio 1883, figlio d’arte, L. Silesu (il padre Luigi era organista della cattedrale di Iglesias, di cui era Maestro di Cappella), a pochi mesi dalla nascita è portato in fasce nella città di Iglesias, dove visse sino ai 20 anni. A soli 10 anni cominciò ad esibirsi in concerti, e a tredici cominciò a comporre. Andò a Milano e, nel Conservatorio della città ambrosiana, perfezionò la sua formazione. Approdò poi a Parigi, dove visse a lungo componendo brevi pezzi di musica ricreativa. Tutte le composizioni mostrano un compositore impegnato nell’elaborazione appassionata di quei balli sardi che determinano le strutture armoniche e ritmiche nel tessuto sinfonico. Nonostante la serie di interessanti lavori che Silesu ha voluto dedicare alla sua terra, la Sardegna non ha reso giustizia a questo suo musicista che occupa senz’altro un posto importante nella storia musicale sarda. Morì a Parigi nel 1953, solo e dimenticato da tutti, tanto che nessuno in Sardegna aveva ancora sentito parlare del musicista di Samassi che aveva avuto fortuna nella capitale francese. Iglesias lo ricorda ora attraverso l’Associazione culturale, per l’opera intelligente del dott. Giorgio Mossa, dando lustro con il suo nome all’associazione, che ogni anno presenta anche il premio giornalistico internazionale “Lao Silesu”. Il suo vero nome era Stanislao, mentre il cognome doveva essere Vargiu, come si chiamava il padre, ma nello stato civile di Samassi un impiegato scrisse il cognome Silesu, vale a dire S’isilesu come pare possibile intuire, secondo Antonio Cardia. Lao Silesu è stato un grande artista sardo che volle sempre restare nell’ombra. La rivista “II Convegno”, dell’Associazione Amici del libro, volle ricordarlo a quattro anni dalla morte attraverso le parole di Ennio Porrino, Gavino Gabriel, Antonio Cardia, Pasquale Marica, Giorgio Mossa, Giuseppe Marongiu e di alcuni critici francesi. Ecco quanto scrisse Giacomo Puccini da Tor¬re Del Lago: “Mi sembra che Lao Silesu abbia scelto la via giusta dimostrando così di essere un musicista nel vero senso della parola e un artista dotato di fine gusto e sensibilità”.
A Giovanni Spano, filologo, etnologo, storico ed archeologo, nato a Ploaghe nel 1803, ma vissuto a lungo a Cagliari, città d’adozione, è stata assegnata la strada che prima si chiamava “sa viixedda” o via della Pace, che va da via Roma a via Dritta. Giovanni Spano seguì la carriera ecclesiastica e fu sacerdote e poi canonico della Primaziale, insegnò sacra scrittura e lingue orientali nell’Ateneo di Cagliari. Nel 1857 ne divenne rettore e nel 1871 fu nominato Commissario per le antichità della Sardegna. Nello stesso anno fu nominato senatore del regno d’Italia. I musei di Cagliari e di Sassari posseggono le sue ricche collezioni d’arte. Pubblicò i resoconti dei suoi numerosi scavi nell’Isola e varie opere sul dialetto sardo. Fu accolto come membro dell’Accademia di Scienze di Torino. Si spense a Cagliari nel 1879.
Al cagliaritano Vincenzo Sulis, l’amministrazione comunale di Iglesias ha dedicato la strada che, conosciuta come “S’arciada de Corti ois”, va da via Azuni a via Crispi. V. Sulis nacque a Cagliari nel 1746 e divenne notaio. Avendo preso parte attiva alla difesa della città dall’invasione francese, il popolo lo nominò tribuno della città. La Francia gli propose di cedere l’Isola dietro compenso di grandi ricchezze ed onori, ma egli rifiutò. La patria lo premiò solennemente, ma gli avversar!, pieni di invidia, lo accusarono di congiure e tradimenti, assolutamente falsi, a danno della Casa Sabauda. Fu arrestato e, sebbene innocente, fu condannato al carcere a vita, e rinchiuso nella Torre dello Sperone in Alghero, che oggi prende il suo nome. Riuscì a fuggire e infine fu graziato. Ritiratosi a La Maddalena, vi morì il 13 febbraio 1834. Francesco Alziator ne ha pubblicato, nel 1964, l’”Autobiografia”, fino ad allora sconosciuta.
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Finito di stampare nel mese di dicembre 1995 dall’Artigianarte editrice s.a.s.

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Lo stato dell’Isola nel 1692 con particolare riguardo alle vicende della Flotta Sarda – di LUIGI SPANU

30 Maggio 2013 Commenti chiusi

DOCUMENTI INEDITI DELL’ARCHIVIO DI SIMANCAS

PREMESSA

Il saggio che segue vuole essere un modesto contributo alle scarse notizie che fino ad ora possediamo sulla storia isolana durante il dominio spagnolo. Il lavoro trae origine dalla lettura di un memoriale inedito che si trova in uno dei tanti archivi spagnoli, a cui l’autore si è rivolto per richiedere dei documenti riguardanti l’Isola.
Durante la lettura dello studio di Josefina Mateu Ibars sui viceré di Sardegna, dal 1410 al 1720, corredato da fonti documentali di archivio assai importanti e utili per la storia sarda, — che sarebbe opportuno pubblicare in traduzione italiana —, l’autore ha riscontrato l’esistenza di una serie di documenti, ancora inediti, che sarebbe utilissimo studiare e pubblicare. Si porterebbe così un pò di luce alle molte ombre che ancora avvolgono la nostra storia.
A tutti coloro che hanno aiutato questa fatica, il più vivo ringraziamento dell’autore.

INTRODUZIONE

I

Da un documento dell’ARCHIVO GENERAL DE SIMANCAS, si possono rilevare alcuni aspetti della vita economico-sociale della Sardegna nell’ultimo decennio del diciasettesimo secolo, aspetti che serviranno a dare un contributo alla conoscenza della storia dell’ultima fase della dominazione spagnola nell’Isola.

Sono, infatti, poche le notizie intorno a questo periodo e tutte si rifanno a documenti, – buona parte dei quali ancora inediti -, riguardanti gli ultimi due Parlamenti del secolo. Appunto il documento di cui qui ci occupiamo ci offre un quadro ricco di particolari che riguardano la vita grama e difficile che i Sardi conducevano in quegli ultimi anni del secolo XVII, che certamente furono anni di miserie, di lunghe carestie e di terribili malattie come il colera e la peste che annientarono sempre più la già scarsa popolazione.
L’economia sarda di quel secolo andava sempre più dissestandosi, poiché gli amministratori spagnoli non si curavano né della pastorizia né, tanto meno, dell’agricoltura: uniche fonti di vita degli isolani. I sovrani, poi, dedicavano poca attenzione alla Sardegna, pensavano solo a sfruttarla coli’imporre tributi e gabelle che dissanguavano le casse poco floride e peggioravano soprattutto la già precaria situazione dell’economia isolana.
Ecco quanto scrive l’Alziator in merito: «È questo un periodo di grande miseria e pur tuttavia di fortune per i Sardi. L’Isola raggiunge le cifre più basse della sua storia demografica, devastata dal colera, dalla peste e dalle carestie; eppure è proprio in questo secolo che i Sardi, ormai stabilmente legati alla grande comunità, cominciano a far parte di essa con diritti e riconoscimenti mai avuti prima» (1).
Ma questi diritti e riconoscimenti non furono concessi per generosità dai sovrani, ma perché i Sardi seppero conquistarseli mediante il loro lavoro e i loro meriti di onesti e fattivi sudditi. E noto che il Seicento fu un secolo drammatico per la politica europea e che la Spagna fu proprio teatro di questo dramma. Il secolo si aprì con il regno di Filippo III, succeduto ventunenne al padre Filippo II, il sovrano della grande vittoria delle armi cristiane su quelle musulmane (Lepanto, 1571), ma anche il grande perdente nel conflitto con l’Inghilterra (Invincibile armata, 1588).
Filippo III mancò di energia e di carattere, scaricò tutta la responsabilità di governo sulle spalle del marchese di Denia, don Francisco de Sandoval, duca di Lerna, dovette subire le sfortunate guerre con la Fiandra e, nel 1609 pubblicò il famoso bando sulla espulsione dei Mori, con il quale circa 150 mila di essi furono costretti a lasciare la Spagna, creando di riflesso altri problemi economici.
Nel 1621, a soli sedici anni, Filippo IV successe al padre, e affidò l’incarico governativo prima al conte-duca di Olivares, don Gaspar de Guzmán, e poi a don Luis de Haro. Intervenne nella guerra dei «Trent’anni» (1619-1648) e dovette riconoscere l’indipendenza dei Paesi Bassi e la libera navigazione nei mari delle Indie. Alla sua morte, nel 1665, salì al trono, alla tenera di quattro anni, il figlio Carlo II, sotto la reggenza della madre Marianna d’Austria, poco abile nelle cose militari e politiche, che affidò il governo a ministri senza scrupoli e poco energici. Così la Spaena continuò quella decadenza politico-economica iniziatasi con Filippo II.
Le cose non cambiarono neppure con la maggior età di Carlo II, che era debole di carattere, infermo e di scarse capacità intellettive, proprio mentre la Francia aveva un monarca tanto attivo ed energico come Luigi XIV. Perciò la Spagna risultò vittima delle guerre promosse dall’ambizione del re francese e, se le perdite territoriali non furono maggiori, non fu certo per la sua capacità difensiva, che era ridotta al minimo, bensì perche altre potenze europee, timorose dell’eccessivo ingrandimento e dell’aumento di potenza della Francia, si posero a fianco della Spagna.
Si era orma: alla fine del secolo e, poiché Carlo II non aveva discendenti, Luigi XIV accarezzò l’idea di poter raccogliere l’eredità spagnola e perciò ammorbidì il suo atteggiamento. All’inizio del secolo XVIII, Carlo II morì, facendo scatenare una lunga e disastrosa guerra per la sua successione, che procurò alla Sardegna grandi capovolgimenti politici e sociali. L’Isola, infatti, dopo alterne vicende, che furono occasione di feroci rappresaglie, nel 1718, veniva assegnata ai duchi di Savoia, i quali, quando nel 1720 ne presero possesso definitivamente, trovarono l’Isola spopolata e paurosamente misera. L’economia era arretrata, dato che sussistevano strutture feudali che non permettevano un’agricoltura libera e moderna.
Si concluse così il predominio della Casa d’Austria, che aveva simbolizzato l’epoca dello splendore politico della Spagna, prima con Carlo V e Filippo II e poi di splendore culturale con Filippo III e Filippo IV. Fu questo, infatti, il periodo in cui vennero alla luce le opere più famose della letteratura castigliana; fu il secolo di Miguel Cervantes de Saavedra, l’autore del «Don Quijote de la Mancha», di Calderón de la Barca, uno dei grandi del Teatro Universale, di Lope de Vega Carpio, uno dei più grandi drammaturghi, di Velàsquez e di Murillo. Anche la Sardegna, durante il regno dei sovrani spagnoli di Casa d’Austria, si presentò alla ribalta letteraria ed espresse diverse personalità come Antonio Lo Frasso, uno dei più noti autori del Cinquecento Sardo, Pietro Delitala, poeta schiettamente italiano in un mondo completamente ispa¬nico, e il poeta delle tre lingue, Gerolamo Araolla, nel secolo XVI e Arnal de Bolea, Giuseppe Delitala e Giuseppe Zatrilla nel XVII (2).
Durante quel lungo e sconvolgente periodo la Sardegna visse dentro l’orbita della politica spagnola e quindi di quella europea. Soffrì anch’essa le conseguenze della rovinosa decadenza della Spagna e dovette contribuire largamente alle spese che i sovrani spagnoli affrontarono per le diverse e lunghe guerre e per domare le rivolte avvenute in diverse parti dell’Italia Meridionale e in Spagna che caratterizzarono quel secolo.
La Corona spagnola, però, si preoccupò dell’Isola non solo per trame profitti economici e vantaggi dal punto di vista militare, ma anche – è doveroso riconoscerlo – dal punto di vista culturale e sociale, e la missione di Martin Carrillo (3), voluta da Filippo II all’inizio del secolo, è un chiaro segno di questo orientamento non smentito dalle provvidenze, in materia di università, di Filippo III e di Filippo IV (4).
La creazione delle università di Cagliari e di Sassari nella prima decade del secolo XVII contribuì a disperdere in parte le inquietudini degli isolani e a migliorare spiritualmente e culturalmente il popolo sardo. Ma l’impero spagnolo aveva iniziato la sua parabola discendente e il riflesso della situazione politica ed economica ebbe, come già è detto, le sue ripercussioni anche nell’Isola.
Molti furono i problemi che i Sardi dovettero affrontare durante questo secolo e tra questi ricorderemo quello della difesa dai continui e feroci attacchi dei corsari lungo le coste, quelli secolari della pastorizia e dell’agricoltura e del progressivo deterioramento delle condizioni sia nelle campagne che nei centri abitati, causati dalle continue lotte in seno alla nobiltà isolana per la supremazia nell’Isola che nel 1668 sfociò nel duplice assassinio in Cagliari del maggior rappresentante dello Stamento Militare sardo, il Marchese di Laconi, e del viceré di Sardegna, il marchese di Camarassa (5).
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(1) F. ALZ1ATOR, STORIA DELLA LETTERATURA DI SARDEGNA, Cagliari 1954, pag. 135.
(2) Le notizie storielle sui tre sovrani spagnoli del diciottesimo secolo sono tratte da E. EMMANUELLE – CURSO DE HISTORIA DE LA LITERATURA Y CIVILIZACIÓN DE ESPAÑA, Napoli 1962 e da A. DOMÍNGUEZ ORTIZ, HISTORIA UNIVERSAL Y DE ESPAÑA, Salamanca 1971.
(3) Per quanto concerne la missione di Martin Carrillo in Sardegna, si veda M.L. PLAISANT – MARTIN CARRILLO E LE SUE RELAZIONI SULLE CONDIZIONI DELLA SAR¬ DEGNA, Sassari 1969.
(4) F. ALZIATOR, op. cit. pag. 135.
(5) Per gi avvenimenti del 1668 si vedano D. SCANO – DONNA FRANCESCA ZATRILLAS
MARCHESA DI LACONI E DI SIETE FUENTES, in A. S. S. voi. XXIII, Cagliari 1942 e F. LODDO CANEPA – LA SARDEGNA DAL 1478 AL 1733 Voi I – Gli anni 1478-1720 a cura di G. TODDE, Sassari 1974.
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II

La lettura del documento dell’Archivio generale di Simancas, composto di diciotto pagine e del regesto, che viene presentato in appendice, preceduto da una trascrizione, parte appunto di alcuni dei problemi che assillavano sia gli isolani che i governanti spagnoli ed è, quindi, di grande rilievo dal punto di vista politico ed economico, sia perché appartiene ad un periodo per il quale le notizie sulla vita economico-sociale dei Sardi sono tuttora alquanto scarse e frammentarie, sia perché offre la possibilità di farci conoscere un momento della storia della piccola flotta sarda, costituita intorno al 1640, e il suo stato dopo circa una cinquantina d’anni dalla sua entrata in attività e di alcuni altri problemi legati alla storia della nostra isola (1).
Il documento, conservato appunto nell’Archivio di Simancas, nella regione di Valladolid in Spagna, contrassegnato E-Legajo 4140, non è riportato in alcuno degli studi fatti dal Carini e dal Loddo Canepa, che diedero notizia dei documenti riguardanti la Sardegna, conservati appunto nel citato archivio. Esso risale al 1692 e riguarda sia l’economia sarda in quegli anni, sia il dissesto della flotta sarda, costruita dopo tante e insistenti richieste dei Sardi, poiché la vita lungo le coste dell’Isola era più che mai soggetta ai continui e improvvisi attacchi dei pirati barbareschi.
Ma, prima di procedere all’esame delle varie parti del documento, ci sembra opportuno ricordare quanto già si conosce sulla costituzione e formazione di questa flotta. Il contributo maggiore ci è dato da Giancarlo Sorgia, docente di storia moderna nell’Università di Cagliari, che curò una serie di saggi, pubblicati nel 1973, riguardanti i problemi mediterranei nell’età moderna in seno alla politica della Spagna (2).
Ecco quanto scrive Alberto Boscolo, direttore dell’Istituto di Storia Medioevale e Moderna dell’Università di Cagliari, nella prefazione alla raccolta dei saggi del Sorgia: «La situazione della Sardegna, abbandonata a se stessa dopo la scoperta delle rotte atlantiche e delle nuove ricchezze, così ben descritta dal Sorgia, fa capire più a fondo la debolezza della Spagna nel Mediterraneo, la mancanza di una politica spagnola nei con¬fronti dell’Africa del Nord, la crisi in Sicilia e nel Napoletano». Ed aggiunge che «di vivo interesse sono le pagine che il Sorgia dedica alla costituzione di una flotta, non realizzata secondo le necessità, e ai riflessi di questa politica errata esaminata in termini nuovi e originali».
Questo richiamo ai saggi del Sorgia è necessario, poiché il documento dell’Archivio di Simancas, che più avanti prenderemo in esame, fa riferimento, come già precedentemente segnalato, alle decisioni sulla sorte di questa flotta e alle diverse considerazioni dei governanti spagnoli sulle condizioni disastrose in cui era caduta la Sardegna negli anni di carestia che vanno dal 1688 al 1692.
Attraverso i saggi del Sorgia apprendiamo come la Sardegna avesse ottenuto di poter finalmente usufruire di alcune sue galee per difendere le coste dell’Isola, non solo dalle scorrerie del barbareschi, ma anche da parte della flotta francese, la quale, durante l’infelice guerra dei Trent’ anni, dopo diversi tentativi infelici, riuscì nel 1637 nel suo intento di sbarcare un ingente numero di soldati nel golfo di Oristano. I soldati occuparono la città e la saccheggiarono, ma furono ricacciati in mare ad opera delle forze spagnole e sarde unite, dopo appena un giorno dallo sbarco (3). Continuarono, però, ad aggirarsi lungo le coste, senza che venissero allontanati da quelle navi che avrebbero dovuto assicurare il controllo delle rotte isolane (4).
Così la preoccupazione principale dei Sardi fu e rimase la difesa delle coste e, sebbene il secolo XVI avesse visto la costruzione di torri litoranee per opera di Filippo II (5), come pure il rafforzamento di mura e bastioni, essi ritennero fosse molto più opportuna la formazione di una propria squadra navale per poter controllare i mari e le rotte di navigazione e di commercio senza valersi di galere di altri stati, che molte volte non servivano allo scopo, e per evitare i massacri degli isolani da parte dei corsari e gli attacchi al traffico marittimo.
Ma i sovrani spagnoli, scrive il Sorgia, pur recependo tale realtà, non ritennero necessario armare una potente flotta militare dello stato in Sardegna, preferendo ricorrere di volta in volta, a seconda delle necessità, alle prestazioni di navi mercantili ottenute a nolo da armatori privati, i quali, almeno per un certo periodo, trassero da questi servigi considerevoli guadagni (6).
I Sardi, dunque, non possedevano una propria flotta e la difesa delle coste era affidata in genere alle galee spagnole. Ma queste, molte volte, non erano disponibili, oppure non arrivavano in tempo giusto. Falliti i tentativi di Carlo V di eliminare le potenti basi barbaresche di Tunisi e di Algeri, il suo successore Filippo II, ordinò – è vero – la costruzione di numerose torri costiere per il tempestivo avvistamento dei legni corsari, ma, purtroppo, le torri non furono sempre in grado di bloccare le incursioni piratesche e numerose scorrerie provocarono all’Isola an¬cora gravi danni, come si legge in un altro saggio del Sorgia (7).
I Sardi, però, non si arresero ai continui rifiuti dei governanti spagnoli e ad ogni celebrazione delle Corti Sarde riproposero il problema, chiedendo anche che fossero aumentati i gravami degli isolani e che i fondi fossero destinati al rafforzamento delle difese costiere e terrestri con la costruzione di alcune galee adatte allo scopo, che sarebbero state mantenute a loro spese.
Dopo le continue e vane richieste avanzate dai diversi Stamenti nel corso di un trentennio, accadde, però, un fatto di guerra che scosse decisamente i sovrani spagnoli e così essi presero l’importante decisione di allestire una flotta di almeno otto galere per le esigenze dell’Isola. Fu appunto lo sbarco facile della flotta francese, composta di ben 47 vascelli, nel golfo di Oristano, il fatto che colpì profondamente gli animi dei Sardi e fece meditare i governanti spagnoli sul progetto più che trentennale della costituzione di una flotta completamente sarda. Così, nella prima¬vera dell’anno successivo all’invasione dell’armata francese, e precisamente nel marzo de! 1638, a Genova iniziarono i contatti con il principe di Melfi Giovanni Andrea Doria per la costruzione di otto galere.
Per quanto concerne il comandante della flotta, già nel Parlamento del 1624, celebrato dal viceré don Juan Vives, – o Vivas, secondo la documentazione sarda – si era deciso che doveva essere un nativo dell’Isola e possessore di qualche bene in Sardegna o in terra straniera e che la squadra navale servisse soltanto «para custodiar el reino de los corsarios». Gli Stamenti si obbligarono a dare 80.000 scudi all’anno di donativo e a fornire i vettovagliamenti necessari per il sostentamento di sei galere, rimanendo le altre due a carico dell’erario regio. La flotta sarda doveva essere composta, pertanto, di otto galee: la «Capitana» e la «Patrona», dovevano essere armate dal Principe Doria, quattro a carico del tesoro regio e le altre due armate dalla squadra di Genova (8).
Ma la legittima aspirazione dei Sardi di avere una squadra navale tutta loro e una marineria sarda fallì quasi subito, poiché, dopo l’entrata in servizio della terza galea, tutto ebbe termine. Infatti, non se ne parlò più, anche perché il mantenimento di una flotta costituiva un onere eccessivo e le povere casse degli isolani non potevano sopportarne il peso..
Gli ultimi tren’anni del secolo, vale a dire il periodo che seguì il fatto di sangue avvenuto a Cagliari nel luglio 1668, vedono la Sardegna ancora sotto la monarchia spagnola, che la dominava ormai da circa quattro secoli. Quest’ultimo periodo è caratterizzato appunto dalle continue lotte tra le diverse famiglie patrizie isolane per la supremazia, segno evidente che per il dominio spagnolo nell’Isola era iniziata la fase discendente.
Erano gli ultimi anni di un secolo che aveva portato ai Sardi solo miseria, lutti, fame, pochi benefici e poche benemerenze. Non furono create industrie né sviluppati i commerci, ¡a pastorizia e l’agricoltura erano sempre più in rovina; le campagne erano spopolate e dovunque era in atto lo sfruttamento da parte dei governanti locali. Gli ostacoli maggiori per gli agricoltori e i pastori sardi per una condizione di vita migliore erano da ricercarsi nelle condizioni sfavorevoli di clima e di mezzi e nei rozzi metodi di coltivazione. Inoltre anche la mancanza di strade e di mezzi di comunicazione e l’eccessivo sistema fiscale non favorivano certamente lo sviluppo sociale degli isolani.
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(1) Per le vicende riguardanti la flotta sarda si veda F. CORRIDORE – STORIA DOCUMENTATA DELLA MARINA SARDA AL SERVIZIO DEL DOMINIO SPAGNOLO 1476-
1720, Bologna, 1900.
(2) G. SORGIA, SPAGNA E PROBLEMI MEDITERRANEI NELL’ETÀ MODERNA, Padova 1973.
(3) Per chi volesse conoscere dettagliatamente le fasi dello sbarco dei francesi in Sardegna nel 1637, si consiglia di. consultare G. SORGIA – L’ATTACCO FRANCESE CONTRO ORISTANO, in op. cit. pagg. 33-38 e MIRE FRANCESI SULLA SARDEGNA NEL 1638, dello stesso autore, Padova 1957 e F. LODDO CANEPA, op. cit. voi. I pag. 460.
(4) G. SORGIA, op. cit. pag. 37.
(5) E. PILLOSU – LE TORRI LITORANEE IN SARDEGNA, Cagliari 1957.
(6) G. SORGIA, op. cit. pag. 5.
(7) G. SORGIA – IL PERIODO SPAGNOLO, in LA SOCIETÀ’ IN SARDEGNA NEI SECOLI,
Torino 1967, pag. 168.
(8) J. MATEU IBARS – LOS VIRREYES DE CERDEÑA, Padova 1968, voi. II, pag. 44.
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III

Una triste immagine delle misere condizioni in cui versava la Sardegna appunto alla fine del secolo XVII, è data dalla supplica rivolta al sovrano dal Consiglio Municipale di Cagliari agli inizi del 1681, nella quale, oltre a presentare molti problemi insoluti, si portava a conoscenza del re il fatto che, a causa della carestia dell’anno precedente, si era dovuto importare molto grano dalla Sicilia con il permesso regio; eppure la miseria restava ancora ed era più grave, tanto che molti isolani, privi di mezzi per procacciarsi almeno gli alimenti necessari, morivano per fame, mentre parecchi altri scampavano alla .morte, poiché si nutrivano con carni di cavallo, di cane e di altri animali domestici ed immondi. La supplica, inoltre, metteva in risalto il fatto che agli abitanti del Regno di Sardegna non restava altro che l’aria per respirare, poiché, oltre a dover sostenere le proprie famiglie, erano costretti a sopportare il gravoso onere del Reale Donativo che, dato la loro continua ed estrema miseria, sarebbe stato ormai impossibile versare, nonostante qualsiasi imposizione dei Commissari governativi che avrebbero usato contro di loro tutti gli estremi rigori. Con questa supplica si rivolgevano al sovrano per chiedergli di degnarsi di ridurre la somma del Donativo, dando così la possibilità alla popolazione di riprendersi per poter continuare a soddisfare ai suoi obblighi verso la monarchia (1).
A questo documento molto significativo, già pubblicato, si aggiunge ora questo inedito del 1692 del Consiglio di Stato spagnolo, il quale, su invito del sovrano, provvide a votare un ordine del giorno sull’eventuale smantellamento delle due galee, ridotte ormai in precarie condizioni nel porto di Cagliari, e quindi a decidere sul mantenimento o meno dei due Presìdi di Cagliari e Alghero, per la mancanza di fondi necessari e per la gravissima situazione finanziaria ed economica dell’ Isola.
Erano presenti alla riunione del Consiglio il conestabile di Castiglia, il marchese de Los Balbases, il cardinale Portocarrero, il marchese di Manzera, il conte di Chinchón, il marchese di Los Velez, già viceré di Sardegna, l’ammiraglio di Castiglia, il marchese di Villafranca, il Duca di Pastrana e il duca di Montalto.
Il Consiglio anzitutto doveva esaminare la relazione del viceré di Sardegna, don Luis de Moscoso Ossorio, conte di Altamira, il quale, a sua volta, aveva inviato al re, Carlo II, un memoriale col quale gli faceva noto che non si poteva mantenere oltre nell’Isola sia il Presidio che le galee, dato, appunto, il grave .momento di crisi economica che la Sardegna stava attraversando da diversi anni; in secondo luogo si doveva decidere quanto si poteva fare in merito ai problemi in discussione.
Chi era questo don Luis de Moscoso Ossorio che, con un memoriale del dicembre 1691, aveva consigliato lo smantellamento di quelle galee che erano state costruite dopo insistenti richieste per il servizio nei mari intorno alla Sardegna e l’abolizione del Presidio militare spagnolo nell’Isola, instaurato dopo i fatti luttuosi del 1668, già ricordati?
Di lui si hanno poche notizie e sono soprattutto quelle che la già citata Josefina Mateu Ibars riporta nel suo fondamentale studio sul vicereinato in Sardegna. Si sa che fu conte di Altamira, X conte di Montegudo, VII marchese di Poza, Grande di Spagna, ambasciatore a Roma, viceré di Valenzia dal 1688 al 1690, anno in cui fu nominato viceré di Sardegna, carica che ricoprì sino al 1696.
Il 31 marzo 1691, circa un anno prima della riunione del Consiglio di Stato spagnolo, di cui tratteremo, don Luis, che ebbe l’exequatur (2) il 26.1.1691, ricevette una lettera dal marchese di Fuensalida, già viceré di Sardegna dal 1682 a! 1687, e in quell’anno governatore di Milano. Questi gli comunicava che il sovrano l’aveva informato delle pratiche che si stavano compiendo a Tolone e a Marsiglia per invadere il Castello di Nizza e il porto di Villafranca, e nello stesso tempo gli comunicava di concentrare nel porto di Livorno tutte le forze navali spagnole assieme alle squadre inglese e olandese e disponeva che lo stesso viceré di Sardegna vi inviasse le due galee sarde.
Per ordine, quindi, di don Luis de Moscoso, il Procuratore generale ¿ci Regno di Sardegna riunì immediatamente la Giunta Patrimoniale, che, in un memoriale, diede la seguente risposta alla sua richiesta di fondi: «Sebbene da una parie si riconosca la utilità di questa spedizione, lo stato delle finanze, dall’altra, si presenta mollo disastroso, come già riferito al Monarca con lettere del 25 gennaio e 27 aprile del precedente anno (si intende il 1691); si ricorda anche la spesa che causò l’ultima spedizione delle galee e quanto restò pregiudicato il patrimonio; spedirle ora a Livorno suppone una spesa di otto mila scudi, spesa che non si può sopportare per tulio il corso della campagna» (3).
Con quella decisione la Giunta si opponeva alla spedizione, ma il viceré non volle ascoltare ragioni e incaricò il delegato di riunire nuovamente la Giunta, affinché trovasse il modo di reperire gli otto mila scudi necessari per il riassetto delle galee e così eseguire gli ordini del monarca. La Giunta, rivoltasi allora ai commercianti cagliaritani, chiese un prestito, che purtroppo non diede buoni frutti, poiché si riuscì a rag¬giungere soltanto 500 scudi. Così la Giunta fu costretta ad inviare al viceré un altro memoriale, col quale lo invitava a portare a conoscenza del sovrano le difficoltà incontrate nel reperire il fondo necessario e a fargli presente che le spese per il riassetto delle galee, ormai fuori uso da parecchio, eccedeva quanto disposto dai regolamenti. Il memoriale ricordava anche che il numero dei militari era limitato a quanto regolamentato e cioè al numero di 100 per la Capitana e al numero di 60 per la Patrona, e così chiedeva aiuto per poterle riarmare (4).
Tutte queste notizie, riportate, appunto, da Josefina Mateu Ibars, si trovano già in uno studio di G. Pulito, che riferisce che il 17 novembre dello stesso anno i! viceré ricevette un ricorso dal Generale delle galee, il marchese di Alconchel, il quale si lamentava del cattivo stato in cui queste si trovavano (5).
La Giunta, riconvocata d’urgenza dal viceré per discutere del ricorso del generale marchese di Alconchel, fu dell’avviso che, sebbene fossero mancati i mezzi, anche i Comandanti delle galee avevano avuto poca cura nell’attendere alla loro riparazione ed espresse il convincimento che, se il viceré non avesse preso una energica decisione per riassestarle, le galee sarebbero diventate inservibili (6).
Si inserisce a questo punto il dispositivo del Consiglio di Stato spagnolo che, sentito il parere della Consulta d’Aragona e del Consiglio di guerra, decise di far inviare le due galee a Napoli per le opportune riparazioni, poiché dovevano essere avviate poi al porto francese di Mahon, per la metà del mese di marzo, luogo di raduno di tutta la flotta spagnola.
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(1) B. MOTZO – LA CESSIONE DELLA SARDEGNA A CASA SAVOIA, Cagliari 1921, pag. 8.
(2) J. MATEU JBARS, op. cit. pag. 182.
(3) J. MATEU JBARS, op. cit. pag. 183.
(4) J. MATEU JBARS, op. cit. pag. 183.
(5) G. PILLITO – MEMORIE TRATTE DALL’ARCHIVIO DI STATO RIGUARDANTI 1 REGI RAPPRESENTANTI CHE SOTTO DIVERSI TITOLI GOVERNARONO L’ISOLA DI SARDEGNA DAL 1610 al !720, Cagliari 1874, pagg. 160 – 170.
(6) J. MATEU 1BARS, op. cit. pagg. 182-183; F. LODDO CANEPA – LA SARDEGNA DAL XV AL XVII SECOLO, Cagliari 1948, pag. CIV; J. DOMÍNGUEZ BORDONA – CATALOGO DE LOS MANUSCRITOS CATALANES DE LA BIBLIOTECA NACIONAL, Madrid 1924, pag. 112.
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IV

Come risulta dal nostro documento, due furono le riunioni della Consulta d’Aragona; la prima avvenne il 29 dicembre 1691 e la seconda il 2 gennaio 1692. Da esse si venne a conoscenza che il conte d’Altamira aveva riferito le difficoltà incontrate per riporre in sesto le galee, affermando che, se anche gli impegni delle casse regie non fossero tanto gravi e i raccolti fossero abbondantissimi, sarebbe stato ugualmente impossibile provvedere alle spese per rimettere a posto le galee, dato il lamentevole stato in cui si trovava l’Isola.
A seguito di ciò la Consulta riconobbe l’impossibilità di mantenere il presidio nelle due città sarde e le due galee e nello stesso tempo riferì le facoltà concesse al viceré perché cercasse di porre rimedio alla situazione.
Il Consiglio di Stato, allora, – sempre secondo il documento – propose di chiedere nuovi chiarimenti e indicazioni al viceré per sapere quale di queste due istituzioni ritenesse più necessario mantenere e pro¬pose di concedergli alcune provvidenze che sarebbero servite per sopperire alla mancanza di grano, in modo che fosse bastante per il sostenta¬mento dell’Isola e per la semina. Fu anche riferito il parere del Consiglio di Guerra del 9 gennaio, accompagnato da una lettera spedita da Cagliari dal generale delle galee, il marchese di Alconchel, il quale rendeva noto che aveva fatto di tutto per partecipare alle campagne del 1689 e del 1690, sia armando la fanteria che l’equipaggio, in modo che fossero utili alle altre galee, ma non aveva potuto partecipare a quella del 1691, poiché aveva dovuto tenere le galee inutilizzate nella Darsena di Cagliari senza remi né sartie, né vele, né addobbi e con la ciurma che si trovava; in indigenti condizioni, vicina alla morte, sostenuta solo con biscotto (formaggio salato, senza paga da più di un anno, tanto che diversi soldati erano fuggiti mentre altri erano stati licenziati. Il marchese d Alconchel, con la sua lettera, inoltre, supplicava il sovrano spagnole di aggregare le galee sarde alla flotta spagnola prima che venissero disarmate, poiché potevano essere rimesse a posto con una nuova ciurma e gente di mare, in attesa che il Regno di Sardegna ritrovasse le sue forze per sanare la grave e profonda crisi della sua economia.
Dopo la lettura delle altre lettere allegate, i membri del Consiglio di Stato, che dovevano senz’altro tener conto anche dei problemi politici e finanziari della Spagna, impegnata nella guerra contro la Francia, passarono alla votazione.
Il conestabile di Castiglia, che intervenne per primo, disse che altre volte si era giunti a discutere sulla demolizione delle galee della Sardegna, ma si era sempre desistito, poiché si era riconosciuto il giusto fine per cui conveniva mantenerle, come pure per i Presìdi di Cagliari e di Alghero, e per quanto concerneva le ristrettezze finanziarie ed economiche che il viceré dell’Isola presentava, il conestabile fu dell’avviso che era giusto inviargli l’ordine di mandare a Napoli le due galee, affinché venissero riparate per essere pronte a riunirsi al concentramento in Mahon per la metà del mese di marzo di quell’anno.
Dopo l’intervento e il voto del conestabile fu la volta del marchese de Los Balbases che si disse d’accordo con quanto già votato dal conestabile e con quanto avrebbe aggiunto il marchese de Los Velez, che, viceré di Sardegna dal 1673 al 1675, avrebbe certamente avuto notizie sicure su quanto era riferito, ma espresse il dubbio che le galee non avrebbero potuto raggiungere Mahon in tempo, dopo la loro restaurazione.
La terza personalità ad intervenire nel dibattito fu il cardinale Portocarrero; anch’egli d’accordo su quanto avevano dichiarato i pre¬cedenti interlocutori, aggiunse, però, che le galee della Sardegna erano state sempre aiutate da Napoli e che sarebbe stato necessario scrivere al viceré per farle rimettere in sesto. Aggiunse che era d’accordo sul mantenimento dei Presìdi, come sentito riferire dal marchese de Los Velez, e pensava fosse necessario prima ordinare al viceré di Sardegna di provvedere ad informare il Consiglio di Stato sulla vera condizione delle galee e sulle spese necessarie per riassestarle.
Il conte di Chinchón, intervenuto dopo il cardinale, ricordò che anche altre volte le galee dell’Isola erano state inviate a Napoli per essere equipaggiate, ma aggiunse che era dell’avviso anche lui che sarebbe stato impossibile farle arrivare a Mahon per la metà di marzo, dato che dovevano essere allestite di tutto.
Al suo turno di votazione il marchese de Los Velez, Don Fernardo Fajardo de Zuñiga y Requesen (1), riferì che la Consulta d’Aragona, nella riunione tenutasi alcuni giorni prima, aveva espresso il parere di sostituire le galee con due fregate, ma egli, intervenendo in merito, affermò che le fregate non sarebbero state utili, poiché l’Isola possedeva molti porticcioli e parecchie calette, per cui soltanto le galee erano adatte per la sicurezza delle coste contro i pirati che la infestavano da vari secoli.
Altro argomento sul quale il marchese de Los Velez si soffermò in modo particolare fu quello che riguardava il Presidio e sostenne che nella Consulta non era mai stato dato peso alla proposta di eliminarlo, anche se i Parlamentari Sardi ne avevano sempre presentato richiesta, poiché per essi la sua presenza era motivo di sottomissione. Il marchese, inoltre, fece presente al Consiglio di Stato che, durante il tempo in cui egli era stato viceré in Sardegna non vi era mai stata «saca» di grano (2) e così si erano potuti mantenere i presidi e le galee. Continuando nel suo intervento, il marchese de Los Velez si soffermò su diversi problemi isolani e tra questi su quello che riguardava gli stipendi del viceré, dei ministri dei vari tribunali e del registro delle multe imposte dal Consiglio d’Aragona, consigliando che venissero prelevati dal Donativo e fossero applicati anche ad essi tutti gli effetti erariali, poiché nelle condizioni attuali sarebbe stato impossibile mantenere le galee e i presidí.
Aggiunse, inoltre, che non dubitava delle difficoltà che si sarebbero incontrate per risolvere questi problemi così importanti, dato che le galee erano due e i soldati dei presìdi erano 200, pagati con 70 scudi dal donativo. A riguardo, poi, del mantenimento del Presidio disse che non era d’accordo per la sua eliminazione, dato che egli, che aveva una buona conoscenza della popolazione indigena, era dell’avviso che, in caso di guerra, i due porti di Cagliari e di Alghero non potessero considerarsi sicuri senza una truppa veterana di stanza in quei posti. Dichiarò, infine, di essere d’accordo che le due galee venissero inviate a Napoli al fine di riassestarle, attrezzarle e vettovagliarle, ed aggiunse che, se vi fosse stata mancanza di uomini, si sarebbero potuti assumere anche spagnoli in modo che le galee sarde potessero raggiungere Mahon con le altri navi.

Alla discussione intervennero anche il marchese di Manzara, l’ammiraglio di Castiglia, il marchese di Villafranca, il duca di Pastrana e, infine, il duca di Montalto. Tutti furono d’accordo con quanto votato dadi altri, come lo furono ancora il conestabile e il marchese de Los Baíbases che presero nuovamente la parola.
Ebbe così termine la lunga riunione del Consiglio di Stato spagnolo che decise all’unanimità di sottoporre al sovrano la necessità di rimettere in funzione le due galee della flotta sarda, perché fossero avviate, poi, al concentramento di Mahon, e di mantenere i due Presidi di Cagliari e di Alghero, necessari per la sicurezza dell’Isola.
Qui ha termine la relazione al sovrano de’ Consiglio di Stato spagnolo. Un fatto molto importante accadde, però, a Cagliari dopo circa un mese da quella riunione del Consiglio. Il viceré conte di Altamira riunì la Giunta per comunicare di aver ricevuto una Carta Reale con la quale gli veniva chiesto di allestire e tener pronte le galee. A ciò si opposero i componenti della Giunta. Nonostante ciò, il viceré ottenne 11.000 scudi dai negozianti per inviare a Napoli le galee, affinché fossero riparate. E poiché si temeva uno sbarco di truppe francesi, come era già accaduto nel 1637, il viceré prese alcuni provvedimenti immediati: le riparazioni del «Bastione di Sant’Agostino» e di quello di «Castel Rodrigo (entrambi nel porto a Cagliari); fece costruire un terrapieno nella punta di «Sa Savorra» (all’altezza di Sarroch), per collocarvi tre pezzi d’artiglieria; diede l’ordine di fortificare la torre di Oristano e chiese al viceré di Napoli di inviargli mille cantari (3) di polvere da sparo, duemila moschetti e altrettanti archibugi e palle ed altre munizioni per un valore complessivo di 24.000 scudi, ed infine fece un contratto con un certo don Antonio Genovese per equipaggiare i soldati dei Presidi di Cagliari e di Alghero ed ordinò l’istruzione delle milizie di fanteria e di cavalleria (4).
Con un altro prestito ottenuto sempre da alcuni negozianti cagliaritani, il viceré ebbe modo di raggiungere la somma necessaria per riparare le galee e così queste poterono essere avviate a Napoli per la loro rimessa a nuovo (5).
Quale fu la sorte della flotta sarda dopo la sua partenza dal porto di Cagliari per quello di Napoli per il suo riassetto, dopo le decisioni del sovrano su parere del Consiglio di Stato del gennaio 1692? Non si hanno documenti in merito. Si sa solo che le galee fecero ritorno a Cagliari nel giugno del 1697, secondo quanto riferisce il Pulito (6) e la loro situazione non era migliore di quanto non fosse cinque anni prima. La «Patrona» era inutilizzabile per la navigazione e la «Capitana» poté essere appena riparata, tanto che il viceré, che in quell’anno era il conte di Montellano (1697-99), fu costretto a chiedere dei prestiti sia per le necessità dell’Isola, sia per provvedere al riassetto delle due galee. Della terza galea che entrò in servizio nel 1660, la «San Francesco», non si ha alcuna notizia neppure dal documento memoriale del 15 gennaio 1692.
Il 20 settembre 1698 il viceré riunì la Giunta Patrimoniale e diede lettura della relazione presentata dall’Ufficio corrispondente al Commissariato Generale sulle spese sostenute per il riassetto della «Capitana» e sul profitto che ne sarebbe derivato per l’erario; inoltre chiedeva alla Giunta di permettere l’esportazione di grano per pagare col ricavato i ministri del Supremo Consiglio (7). Nessun accenno alla sorte della «Patrona».
Dopo di ciò nessun altra notizia sulle galere della flotta sarda, che – è pensabile – avrà terminato la sua storia partecipando alla guerra di successione spagnola con la flotta della Spagna.
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(1) Don Fernardo Fajardo, si legge in J. Mateu Ibars, op. cit. pag. 132, fu viceré di Sardegna dal 1673 al 1675 e di Napoli dal 1675 al 1683; fu nominato, poi, Grande di Spagna.
(2) «Saca»: termine con il quale si intendeva la licenza che si aveva dal Real Patrimonio per l’esportazione di generi chiamati «prohibidos».
(3) Peso di liquidi che si divideva in 100 libbre e la libbra in 100 once. In Sardegna il «cantaro» equivaleva a 40 chilogrammi.
(4) J. MATEU IBARS; op. cit. pagg. 182-183.
(5) J. MATEU IBARS; op. cit. pag. 183.
(¡6) G. PILLITO, op. cit. pag. 176.
(7) J. MATEU IBARS, op. cit. pag. 192.
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Finito di stampare nel mese di Marzo 1977 dalle Officine Grafiche della Società Poligrafica Sarda Cagliari

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Torri litoranee nell’Ogliastra e nel Sarrabus di Luigi Spanu

29 Maggio 2013 Commenti chiusi

Lungo la fascia costiera meridionale dell’orientale sarda, dall’Ogliastra al Sarrabus e fino a Costa Rei, si allineano una ventina di torri litoranee, costruite, all’incirca, alla fine del Cinquecento e agli inizi del Seicento.
Non pochi, nel vederle, si saranno domandati a cosa servivano tutte queste torri, quando fu decisa la loro edificazione e chi diede l’ordine di costruirle nei punti in cui ora le vediamo. A queste domande possiamo dare una risposta, essendoci occupati a fondo della relazione che un capitano di Iglesias, don Marco Antonio Camos, compilò nel 1573.
La decisione fu presa dal viceré di Sardegna, don Juan Coloma, barone di Elda, ad un anno di distanza dalla caduta della Goletta di Tunisi, roccaforte musulmana, avvenuta nel 1570. Nel tempo, infatti, non solo si riapriva il grosso problema delle incursioni barbaresche lungo le coste della Sardegna che aveva subito un rallentamento dopo la spedizione di Carlo V, ma anche perché la Spagna, che dominava nell’isola e in alcune parti dell’Italia meridionale, non avrebbe potuto più controllare il commercio marittimo nell’area del Mediterraneo centrale.
Erano così falliti i tentativi di Carlo V che, nel 1535, con la spedizione di Tunisi, dove aveva compiuto una memoriale impresa sconfiggendo i Turchi nella loro roccaforte, aveva portato il suo dominio nell’Africa settentrionale. Era rimasto sconfitto nel 1541 nella spedizione d’Algeri, Ad entrambe le spedizioni presero parte non pochi soldati e nobili sardi. Per la prima spedizione, come luogo di riunione della flotta spagnola, fu scelta la rada di Cagliari, poiché era l’unico golfo in tutta l’area mediterranea che potesse raccogliere una grossa flotta; per la seconda fu scelta la rada di Alghero, che servi anche come rifornimento di viveri per l’esercito.
Anche Filippo II, suo figlio, intraprese la campagna d’Africa. Subì però due clamorose sconfitte. La prima a Tripoli nel 1560; la seconda a Tunisi con la perdita definitiva della Goletta, riconquistata dalle truppe del re di Algeri il 19 gennaio 1570. Questa sconfitta pose fuori gioco la potenza spagnola sia dall’Africa che dal Mediterraneo centrale.
Prima di iniziare i lavori di costruzione delle torri e del rafforzamento delle mura e dei bastioni delle città costiere sarde, il viceré, che era giunto a Cagliari un mese dopo la catastrofica spedizione tunisina di Filippo II, alla fine del 1571, su mandato del sovrano diede istruzioni al Capitano d’Iglesias, affinché percorresse le coste sarde, per individuare i luoghi in cui porre le torri d’avvistamento. Esse sarebbero servite per recingere l’isola con un cordone difensivo atto a mantenere lontani i barbareschi della Sardegna.
Sarà lo stesso Camos a scrivere nella relazione, redatta dopo aver attentamente esplorato le coste e l’entroterra in circa quattro mesi di navigazione, che erano necessarie molte torri d’avvistamento, soprattutto dopo la perdita della Goletta. Con questa, infatti, era stato spostato il fronte di difesa della forza spagnola nell’isola di Sardegna, diventata ormai base molto importante per fermare e tenere lontano dalla Spagna le forze turche.
Il Camos, della nobile famiglia catalana dei Requesens, era nato probabilmente a Cagliari nel 1543. La madre era sorella di Gaspare Requesens, che resse la Vicaria di Cagliari nel 1557 e sposò il nobile Francesco Camos. Questi nel 1557 era Capitano e Castellano della città di Iglesias. Ciò fa supporre che Marco Antonio sia nato in detta città e non in Barcellona, come si legge nella «Enciclopedia Universal ilustrada Europea-Americana».
Intrapresa la carriera militare, M. Antonio Camos divenne capitano d’Iglesias, ricoprendo la stessa carica del padre. Nel 1573, dopo l’esplorazione dell’isola, fu anche governatore della stessa città. Due anni più tardi, fu nominato governatore della piazzaforte di Alghero, carica assegnatali dal viceré Coloma, e nello stesso anno fu anche comandante del Logudoro. Essendo rimasto vedovo e senza figli, il Camos passò in Spagna ed entrò nell’Ordine degli Agostiniani.
Fu ottimo teologo ed anche buon poeta. Era stato proposto per la sedia arcivescovile di Ivani, quando la morte lo colse in Napoli nel 1606. Quando il Camos intraprese il periplo dell’isola con il pittore disegnatore Raxis, il Maestro Maggiore Pirela (architetto militare) e il nocchiero Vincenzo Corso, aveva circa 29 anni. La spedizione partì da Cagliari l’ultimo giovedì di gennaio 1572 e terminò il mercoledì 26 maggio dello stesso anno, dopo quattro mesi di lavoro intenso per individuare i luoghi in cui innalzare le vedette.
Visitati i porti, le cale, i ripari, le spiagge e controllato l’entroterra per oltre 35 chilometri, Marco Antonio Camos stese una lunga, dettagliata e circostanziata relazione, divisa in due parti: la prima è del 1573 e contiene 77 pagine; la seconda, dello stesso anno, è composta di 21 carte, e raccoglieva certamente i disegni del pittore Raxis, che purtroppo non sono stati ancora rintracciati.
Poiché nella relazione non sono riportate le misure delle vedette, siamo propensi a credere che nei disegni siano indicate l’altezza., la circonferenza e la costruzione interna.
La relazione del capitano d’Iglesias, che si trova nell’Archivio Generale di Simancas, è stata ritrovata dallo studioso di cose sarde Evandro Pillosu. Questi, dopo aver pubblicato, nel 1957, uno studio sulle torri litoranee in Sardegna, su documenti dell’Archivio di Stato di Cagliari e da note di testi del Cinquecento e del Seicento, provvide a presentare questa relazione, che appare trascritta in «Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo», nn. 21-25, (Cagliari, 1959-60) con il titolo «Un inedito rapporto cinquecentesco sulla difesa della Sardegna di Marco Antonio Camos».
Il Pillosu fa precedere la trascrizione dei documenti da una interessante introduzione, in cui illustra, con brevi tratti, tutto il lavoro effettuato dal Camos e pone in evidenza le notizie che l’autore della relazione da sull’economia, sull’agricoltura e sulla pastorizia, nonché sulla situazione difensiva nei diversi porti e zone dell’isola, alla luce della sua esplorazione. Tra l’altro, il Pillosu scrive che l’opera ha un valore documentale nettamente superiore alle classiche fonti che sono la descrizione dell’Arquer e quella del Farà e che la relazione presenta un rilevante interesse perché compilata totalmente attraverso personali rilievi e dirette osservazioni.
Ritornando alla relazione, la prima parte, in cui vengono presentate 132 località marine, ci interessa per conoscere in quali zone del¬la costa ogliastrina e del Sarrabus il Camos avesse inteso far sorgere le torri d’avvistamento: risultano così dodici i punti rilevati da Monte Santo a Capo Carbonara.
Per quel che riguarda il Monte Santo, il relatore è dell’avviso che vi si debba innalzare una vedetta semplice per due uomini, annota che il luogo è uno dei più aspri della Sardegna e che non può essere risalito dal mare, se non da una parte, perché la roccia è a strapiombo. La vedetta che dovrà sorgere in questo monte, si troverà ad otto miglia da Baunei, collegata da un sentiero percorribile soltanto a piedi. Tale villaggio provvedere a fornire le guardie di tutto il necessario; la vedetta avrà corrispondenza anche con Cala Cembar, da cui dista 25 miglia. Scrive inoltre che la spesa per la costruzione non sarà eccessiva perché saranno gli abitanti di Baunei a coprirla. Il relatore osserva poi che nel tratto da Orosei a Monte Santo non c’è luogo dove i vascelli possano approdare, poiché la spiaggia è allo scoperto e la costa improduttiva. Per la vedetta da costruire nella zona di Arbatax, il Camos era dell’avviso che si dovesse erigerla per due uomini. Precisa, inoltre, che essa si sarebbe trovata a circa 16 miglia da quella zona «Pitzas» di Monte Santo e quattro dall’isoletta Ogliastra, da cui avrebbe potuto avere rifornimenti e soccorsi. Osservava poi che da questa vedetta si poteva esercitare il controllo da Monte Santo a Monte Ferro e scorgere il mare, il porto di Ogliastra e una cala che sta dalla parte di mezzogiorno. Era invece difficile controllare la cala a tramontana, per cui sarebbe stato opportuno che fosse ispezionata ogni mattina da un corriere a piedi.

Il relatore fa notare che in località Monte d’Oro, nel Capo di Monte Santo, quelli di Baunei sogliono fare la guardia di giorno con due uomini, mentre quelli di Ossara (località non più esistente) la fanno nel Monte Onosu. Il Camos constata l’inutilità di quelle guardie, poiché dalla Torre di Arbatax non si scorge nulla. Gli abitanti di Tortolì raccontano che di notte, in tempo di bonaccia, nella costa di Monte Santo approdano dei vascelli da cui sbarcano i pirati che danneggiano il porto. Ciò si potrà evitare se la guardia della vedetta rimarrà sempre all’erta; cosi i vascelli saranno avvistati in tempo e presi gli opportuni rimedi.
Dopo averci presentato la situazione della parte che si riferisce alla torre di Arbatax, già costruita, il Camos si sofferma a dare notizie sull’Ogliastra, che egli chiama Giudicato di Ogliastra. Sono notizie di estrema importanza, perché presentano la situazione della regione come era nel ’500. In questo Giudicato, egli scrive, vi sono 23 villaggi, il cui capoluogo è Tortoli, che sta ad un miglio dal mare, ed è circondato da molti centri abitati. Nel capoluogo, al suono di una campana, si riuniscono più di duemila uomini, la maggior parte a cavallo, pronti alla difesa. Gli abitanti sono buona gente e la terra è fertilissima: in estate, però, la parte che sta nel piano è malsana, men¬tre quella della montagna è molto salubre.
In Tortoli, osserva il relatore, vi è molto commercio e vengono imbarcati formaggi, pellami e lane; il beneficio sarebbe però maggiore, se nel luogo d’imbarco si facesse una torre più consistente per due mezzi di artiglierie. Così si darebbe maggior sicurezza ai vascelli che si accostano al porto e a quelli che si riparano a ridosso dell’isoletta. In questa si trova l’antica chiesetta di Nostra Signora che, essendo stata edificata da una regina di Navarra, come si racconta, prende il nome di Navarrese.
Il Camos passa poi a considerare la torre da costruire su Punta Nera, un promontorio piegato verso il mare, di proprietà del conte di Quirra. In questa località, egli dice, si deve innalzare una vedetta per due uomini. Essa disterà otto miglia dalla torre di Arbatax e quattro dal villaggio di Bari (oggi Barisardo), proprietà del conte di Quirra. Il relatore precisa che per la costruzione nel luogo si trova la pietra, mentre dal mare di potranno prendere sabbia e acqua e dal Monte Santo la calce. La vedetta potrà essere rifornita e soccorsa da uomini a cavallo, sia dal villaggio di Bari e sia da altri centri del Giudicato. Sarebbe però opportuno che il servizio fosse affidato a personale appiedato ed occorrerà sfoltire il bosco che sta intorno, con una spesa non eccessiva. Dalla torre, a detta del Camos, si controlla tutta la spiaggia di Bari e la cala che sta di sotto infestata sempre da pirati. La spesa per la costruzione della vedetta sarà di 250 scudi, mentre quella per le guardie resterà invariata. Come al solito però gli oneri saranno sostenuti dagli abitanti di Bari, in monte Araxi, alleviando in tal modo quelli per le guardie di Tortoli, che stanno sul monte S. Salvatore. Il Camos osserva poi che nel luogo non c’è pascolo per nessun genere di bestiame.
Altra vedetta da erigere, continua il relatore, è il Monte Ferru: una montagna aspra e alta, come quelle che le stanno intorno, che si insinua nel mare con una punta localmente chiamata Monte Cartuceddu. Il punto d’osservazione è lontano 17 miglia dalla torre di Sapilone e 10 dal villaggio di Tartano (oggi Tertenia}. Si legge più avanti che da questo centro, anch’esso proprietà del conte di Quirra, si devono prendere le guardie, che dalla vedetta si scorge la torre di Arbatax e che essa sarà di utilità più in Monte Ferru che in quello di Cartuceddu.
Nella punta di Monte Rosso (oggi Monte Rubio), a detta del Camos, si deve fare una vedetta di piccole dimensioni; nel luogo vi è disponibilità di pietra; sabbia e acqua saranno portati dal mare e la calce dal villaggio di Quirra, con una spesa di 230 scudi. La vedetta, a detta del relatore, controllerà il tratto da Monte Ferru a Capo Ferrato e due calette accanto. Non c’è però possibilità di attracco per i vascelli che si spostano da Arbatax a Capo Ferrato, poiché il tratto è tutto spiaggia scoperta, ad eccezione di due calette di poca importanza, visibili dalla torre di Monte Rosso. La punta di questo monte dista 15 miglia dalla torre di Cartuceddu e quattro o cinque dai villaggi del Sarrabus, tutti di proprietà del conte di Quirra. La vedetta potrà essere rifornita e soccorsa da uomini a cavallo dei centri abitati del Sarrabus, sebbene sarebbero più utili quelli appiedati.
Si legge più avanti che dalla parte opposta della torre di Cartuceddu si potranno avvisare gli abitanti dei diversi villaggi, soprattutto quelli di Muravera, località che si trova di fronte alla torre di Monte Rosso. La spesa per la vigilanza resterà invariata, mentre il con¬trollo della zona sarà lasciato alle guardie di Villaputzu.
Nel tratto tra Monte Ferru e Capo Carbonara, scrive il Camos, si trova il castello di Quirra, su una montagna ai cui piedi vi sono campi incolti e terra fertile; dalle rovine e dagli antichi edifici si nota che in altri tempi la zona era molto popolata.
Ci troviamo ora nel Sarrabus, contrada di proprietà del conte di Quirra. Il capoluogo è Muravera, bagnato dal Flumendosa, che dista due miglia dal mare, da cui le barche, risalendo il fiume cariche di merci, possono facilmente raggiungerlo. Tutt’intorno, osserva il relatore, vi sono territori molto fertili, per cui si può incrementare qualsiasi genere di coltura. D’estate però la zona è malsana, come tutto il tratto lungo la costa. Il Camos accenna a quattro villaggi che stanno l’uno accanto all’altro, tanto che si possono soccorrere fra loro in qualsiasi frangente.
Nel Monte delle Saline, terra anche questa di proprietà del conte di Quirra, su di un promontorio attaccato al mare, si deve fare una vedetta. Nel luogo vi è disponibilità di pietra; acqua e sabbia si dovranno portare dal mare, la calce dal villaggio di Quirra, con una spesa di 250 scudi.
La torre delle Saline, distante 6 miglia da quella di Monterosso e 3 da Muravera, che controlla tutta la spiaggia dalla punta di Monte Rosso a Capo Ferrato, potrà essere rifornita e soccorsa a cavallo dagli abitanti del capoluogo e da quelli degli altri centri del Sarrabus. Il maggior beneficio che potrà dare la torre sarà quello di disturbare i corsari che molto spesso si avvicinano ai villaggi. I pirati infatti fanno molti prigionieri e arrecano danni ingenti. A detta del relatore la spesa per la vigilanza resterà invariata, poiché sogliono farla quelli di Muravera, nella località «Niu de Corbus». La vedetta sarà di notevole utilità per questa zona, poiché faranno segnali di fuoco visibili a tutti gli abitanti dei villaggi del Sarrabus.
Nella punta di Capo Ferrato, terra di proprietà del conte di Quirra, scrive il capitano della spedizione, si deve costruire un’altra vedetta; nel luogo si trova la pietra; sabbia e acqua si porteranno dal mare e la calce dal villaggio di Quirra. Vi si farà una cisterna, con una spesa complessiva di 250 scudi. La vendetta di Capo Ferrato risulterà distante 7 miglia dalla torre delle Saline e 10 da Muravera, da cui verrà rifornita e soccorsa da uomini a cavallo. Tuttavia sarebbe più opportuno che venisse rifornita da gente appiedata, poiché il luogo è molto aspro. È necessario però sfoltire il bosco che sta tutt’intorno. In tal modo si controllerà meglio il tratto da Monte Rosso alla punta di Cala Pira.
Le torri d’avvistamento da costruire nel Sarrabus fino a Cala Pira, nota il Camos, saranno di giovamento alle terre fertili di Villamaggiore e Castiadas. A detta del capo della spedizione, altra vedetta dovrà elevarsi nella punta della zona di Cala Pira, di proprietà del conte di Quirra. Nella località trovano riparo e scalo i vascelli in ogni situazione di tempo, eccetto quando è vento di tramontana e di scirocco. Vi è possibilità di trovare la pietra sul luogo; sabbia e acqua verranno prese dal mare e la calce da Cagliari; la spesa non supererà i 250 scudi, come si legge nella relazione contabile del Maestro Maggiore. La vedetta di Cala Pira, in cui si farà una cisterna risulterà distante 17 miglia da quella di Capo Ferrato e 26 da Muravera. Questa località verrà rifornita e soccorsa da uomini a cavallo; sarebbe però opportuno che la soccorressero uomini appiedati. Il punto di avvistamento controlla il tratto da Cala Pira alla vedetta di Monte Columbara. Nella zona ci sono campi fertili e pascolo per qualsiasi genere di bestiame.
A ponente della punta di Cala Pira, scrive il relatore, si trova la montagna di Sette Frari (oggi Fratelli), che i marinai prendono come segnale quando vengono da Napoli e dalla Sicilia. Nella punta che sta tra il Monte la Columbara e Monte Saccolax si deve costruire una vedetta per due guardie; con una cisterna all’interno. Nella stessa località si trova la pietra necessaria alla costruzione; sabbia e acqua si porteranno dal mare, pur con grande difficoltà, mentre la calce arriverà da Cagliari; la spesa non supererà i 250 scudi. La punta in questione, rileva ancora il relatore, dista 8 miglia da Cala Pira e 30 da Quartu, da cui le guardie potranno rifornire e soccorrere i torrieri. Ciò tuttavia non sarà facile, perché il terreno è aspro, impervio e ricco di boschi, che sarà opportuno sfoltire almeno intorno alla vedetta, per circa un miglio. L’utilità della costruzione di detta torre sarà di poter controllare facilmente le cale Columbara, Minuzza, Porto Giunco e quella dell’Uomo Morto.
Nella cima di Capo Carbonara, terra di proprietà del conte di Quirra, si farà una vedetta per due uomini, con una cisterna all’interno. Il luogo dispone di pietra; sabbia e acqua si porteranno dal mare e la calce di Cagliari, con una spesa di 270 scudi. Questa località dista 10 miglia dalla torre di Columbara e 25 da Quartu, villaggio di proprietà del sovrano di Spagna. La torre di avvistamento potrà essere rifornita e soccorsa da uomini a cavallo del centro abitato di Quartu; sarebbe meglio però che vi provvedessero persone appiedate, perché la zona è impervia. Dalla vedetta si potrà controllare il mare, da Cala Genovese a Cala Caterina, non però il fiume Carbonara, percorso molto spesso dai corsari, che arrecano ingenti danni ai villaggi vicini al corso d’acqua. Nella località si trova acqua dolce e vi è pascolo per un cavallo.
Si legge più avanti che nella parte più elevata di Capo Boi, anche questa di proprietà del conte di Quirra, si deve innalzare una vedetta. Vi è disponibilità di pietra nella stessa località; sabbia e acqua si porteranno dal mare e la calce da Cagliari, con una spesa di 250 scu¬di. Il Camos fa notare che Capo Boi sarà distante dalla vedetta di Capo Carbonara 8 miglia e da Quartu 17 e che la torre di avvistamento potrà essere rifornita e soccorsa dagli abitanti di quest’ultima località. Dalla torre si controllerà Capo Carbonara e Capo Boi, la relativa caletta, nonché Cala Pescatella. Nella zona non vi è però pascolo per nessun genere di bestiame.
Dopo aver rilevato in quali località dovranno sorgere le vedette (costruite poi tra il 1592 e il 1606), il relatore precisa che da Monte Santo a Capo Arbatax, in cui è compreso il riparo per le navi dell’isoletta di Ogliastra controllato dalla torre, vi sono 20 miglia di rotta da mezzogiorno a tramontana. Scrive poi che da Capo Arbatax a Capo Ferrato vi è uguale distanza, passando per Capo Sibiloni (oggi su Sirboni), Monte Ferru, Quirra, Cala di Guspini, Sarrabus e Flumendosa. Da Capo Ferrato a Cala Pira vi sono invece 17 miglia di rotta da mezzogiorno a tramontana, il cui controllo sarà affidato ai torrieri di Cala Pira. Da questa punta a Capo Carbonara, nel cui tratto sono incluse Cala Pira, Carbonara, Minuzza, Porto Giunco e Uomo Morto, vi sono 17 miglia di rotta da greco a libeccio. Al controllo di questo tratto di costa provvederanno le guardie della torre posta nel monte di Cala Carbonara.
Presentata poi la situazione generale sulla utilizzazione delle guardie addette al controllo delle vedette e delle torri, il relatore rileva che da Tavolara a Capo Carbonara non ci sono porti, al di fuori di due ripari di poca importanza: uno nell’isoletta di Ogliastra e l’altro in quella di Serpentara; annota, inoltre, che i luoghi per fare provvista d’acqua, quando il mare è in bonaccia, sono i fiumi di Posada, Siniscola, Orosei, Flumendosa e Sarrabus.
Il Camos conclude osservando che, per il controllo costiero di tutta la Sardegna e per la fortificazione di alcuni porti, sono necessarie 63 torri di avvistamento, di cui 9 già costruite e cioè: Torre di Oristano, Torre di Bosa, Torre di Poglina, Torre del Giglio, Torre Maestra, Torre delle Saline, Torre di Porto Torres, Torre di Arbatax e Torre Sant’Elia. Rimangono quindi da edificare 50 torri semplici e 4 di più ampie dimensioni, per la cui costruzione, a detta del Maestro Maggiore Pirela, che è stato sempre presente al controllo e ai rilevamenti insieme col Camos, si prevede la spesa di 33.920 scudi.
Luigi Spanu, in “Studi Ogliastrini”1984

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Sa dotrina Christiana a sa lingua sardisca IN UNO SCRITTO DEL SEICENTO

28 Maggio 2013 Commenti chiusi

Nelle nostre ricerche abbiamo rintracciato, sono ormai due anni, un catechismo in campidanese, che si trova nelle ultime pagine delle Costituzioni Sinodali, in lingua castigliana, emanate dall’arcivescovo di Cagliari Don Francisco de Sobrecasas, nel 1695. Abbiamo provveduto a farne dono a «S’Ischiglia» di cui siamo assidui lettori, perché provveda alla ristampa, dopo trecento anni, di questo pezzo rarissimo di scrit¬to in sardo nel periodo spagnolo.
Da quanto possiamo osservare da queste poche pagine, il campidanese oggi parlato non differisce molto da quello scritto e parlato di tre secoli fa.
Luigi Spanu

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CONSTITUCIONES SYNODALES DEL ARZOBISPADO DE CALLER HECHAS, Y ORDENADAS POR EL ILLUSTRISSIMO, Y REVERENDISSIMO SEÑOR DON Fr. FRANCISCO DE SOBRECASAS ARZOBISPO DE CALLER PRIMADO DE ZERDENA, Y CÓRCEGA, &c.
En la Synodo que Celebrò en su Santa Yglesia Metropolitana, y Primacial a los 9 de
Henero del Año M.DC.LXXXXV.
EN CALLER En la Imprenta de Honofrio Martyn. Y de Iuan Antonio Pisà
M.DC.LXXXXV. Con licencia del Ordinario.
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SA DOTRINA CHRISTIANA A SA LINGUA SARDISCA

Per signum sanctae crucis, etc.
Peri su sinu de sa santa Ruxi des mimicus nostus libera nos Segnori Deus nostu. In nomini de su Babu, e de su Fillu, de su Spiriti! santu. Amen.
Pater Noster.
Babu nostu, qui ses in celu, siat santificadu su nomini tuu, bengiat a nosu su regnu tuu, siat fata sa voluntadi tua, comenti in celu, e aichi in terra, su pani nostu de onia dij dai nos iddu noi, e perdónanos is peccadus nostus, commenti nosaterus perdonaus ais depidoris nostus e no nos lassis arruiri in sa tentationi, ma libera nos de mali. Amen.
Ave Maria, etc.
Deus ti salvit Maria plena de gracia, su Segnori est cun tegu, benedita tu inter totus is feminas, e beneditu su frutu de sa entri tua Ie-sus santa Maria Marna de Deus prega pò nosaterus peccadoris imo, e in sa ñora de sa morti nosta. Amen.
Credo in Deum Patrem omnìpotentem, etc.
Creu in Deu babu omnipotenti, creadori de su celu, e de sa terra, e in Iesu Christu Fillu suu, unicu Seriori nostu. Qui est conceptu de su Spiritu santu. Nadu de santa Maria Vergini. Passionadu sutta Ponchi Piladu. Crucificadu, mortu, e suterradu; caladu a su inferni, ea su terzu dij resuscitedi da in teris mortus, arcedi ais celus, e seidi a sa desterà de Deus Babu omnipotenti. Da ini at a beniri a juigari is bius e is mortus. Creu in su Spiritu santu ,ei sa santa Cresia Catholica, sa comunioni de is Santus, sa remissioni des peccadus, sa resurrecioni de sa carri, sa vida eterna. Amen.
Salve Regina, etc.
Deus ti salvidi Regina, Marna de misericordia, vida e dulzura, e isperanza nosta. Deus ti salvidi a ti lamaus is bandidus fillus de Eva, ati suspiraus gemende, e plagende in custa valli de lagrimas. Hea aduncas Advocada nosta bolta a nosu cuddus ogu tuus misericordiosus, e apusti custu desterra amo stano s a Iesu frutu benediti de su ventri tuu, o misericoriosa, o piadosa, o dulci sempiri Virgini Maria. Amen.
Is articulus de sa fidi sunt batordigui seti aperteninti a sa Divinidadi, eis aterus seti a sa Humanidadi de nostu Segnori Iesu Christu.
Is seti qui aperteninti a sa Divinidadi sunt custus.
Su primu, est creiri qui est unu solu Deus totu poderosu. Su segundu, creiri, qui est Babu. Su terzu creiri qui est Fillu. Su quartu, creiri qui est Spiritu Santu. Su quintu, creiri qui est Criadori. Su sestu, creiri qui esti Salvadori. Su setimu, creiri, qui est Glorificadori.

Is seti qui apertenint a santa Humanidadi sunt custus.
Su primu, creiri qui nostru Seriori Iesu Christu in quantu nomini est conceptu de su Spiritu santu. Su segundu, creiri qui nascesidi dae santa Maria Virgini, essendu issa Virgini innanti de su partu, e in su partu, e apusti su partu. Su terzu, creiri qui recipidi morti, e pas¬sioni po salvari a nosaterus peccadoris. Su quartu, creiri qui caledi a is inferrus, boguedi da ini is animas de is santus Padris, qui istanta aspetendu su santu advenimentu suu. Su quintu, creiri qui resucitedi su terzu dij. Su sestu, creiri qui ascendidi a is Xelus, e seit a sa destra de Deus Babu omnipotente. Su settimu creiri qui ada benniri a giuicari is Mus eis mortus, est a isciri po jari ais bonus sa gloria, pò qui ant guardadu is cumandamentus suus e eis malus pena eterna poqui no dus ant guardadu.
Is cumandamentus de sa ley de Deus, etc.
Is cumandamentus de sa ley de Deus sunti dexi, is tres primus a-pertenint a su hanri de Deus, eis aterus setti a sa utilidaei de su proximu. Su primu, est amari a Deus suba totu is cosas. Su segundu, non giurari su santu nomini su in vanu. Su terzu, santificali is festas. Su quartu, honorari a babu tuu, e marna tua. Su quintu no ochiri. Su sestu non fornicari, su setimu non furari. Su octavu, non bogari farsu testimongiu. Su nonu, no as a desigiari sa mulleri de su proximu. Su decimu, no as a desigiari is cosas alienas. Custus dexi cumandamentus si incerrant in dus, in amari a Deus suba totu is cosas, e a su proximu tuu comenti a ti e totu.
Is cumandamentus de sa S. Mat. Cresia.
Su primu, intendiri Missa cumplida is Dominigus, e festas cumandadas. Su segundu giaunari candu du cumandat sa santa Mater Cresia, e non mandiari petza is Sinaburas, e Sabudus. Su terzu cominigari in sa Pascha de floris. Su quartu, confessari su mancu una orta in s’annu, o innantis si timidi calancunu periculu de morti, o at a rechiri calancunu sacramentu. Su quintu, pagari degumas, e primicias.
Is Sacramentus de sa Cresia.
Is Sacramentus de sa santa Mater Cresia sunti seti, is chincu de primu sunt de necessidadi de fatu, o de voluntadi po qui no si podit s’homini salvari, si lu lassat po minuspreciu, eis aterus duus sunt de voluntadi. Su primu Batismu. Su segundu, Confirmacioni. Su ter¬zu, Comunioni. Su quartu, penitencia. Su quintu, Extremuncioni, su sestu Ordini sacru. Su setimu Matrimoniu.
Ite cosa es peccadu mortali.
Su pecadu mortali est boliri, o narri, o fairi contra sa ley de Deus, o contra sa Fidi, e si nat mortali, pò qui ochit su corpu ei sanima, de su qui morit senza penitencia, sendu qui privat de sa gracia, sa quali est vida de sanima, po su peccadu mortali perdit su nomini a Deusqui dat criadu, e perdit sa gloria qui dat impromitidu, e perdit su corpus, e sanima qui dat riscatadu, e perdit is meritus e is beneficius desa santa mater Ecclesia, e perdit is meritus de is bonas oberas qui fait istandu in peccadu mortali, no aprofitendidi a si sarbari, a benis qui aprofitanta a conosciri prus prestu su peccadu pò esiri prus prestu de issu, e pò alibiu des pe¬nas, e po sanidadi corporali, e pò is benis temporalis, su quali est pagadu beni si no istat in gracia de Deus: ma si su peccadori si arrepentit cun propositu de si cunfessari, custu tali già est torradu in gracia, e verdadera penitencia, e est capaci dis meritus, e indulgen¬cias de sa Cresia, e is bonas oberas qui fait di aprofitant a totu. Su pecadu mortali perdonai pò tres cosas, primu perisa contricioni di coru segundu perisa confessioni de uca: terzu, peri sa satisfacioni de oberas.
Ite cosa est peccadu veniali.
Su peccadu veniali est una disposicioni de peccadu mortali, nara: si veniali po qui ligermenti ruidi su nomini in issu, e ligerimenti est perdonadu. Perdonatsi po noi cosas. Sa prima, po intendiri Missa. Sa segunda, po cominigari, sa terza po benedicioni Episcopali, sa quarta, po confessioni generali, sa quinta, po intendiri sa paraula de Deus, sa sesta po narri su Pardi nostu, sa sétima, peri saqua santa, sa octava, po pani beneditu, sa no¬na, po corparisi su petus, e totu cun devotioni.

Is peccadus mortalis.
Is peccadus mortalis qui eus a fuiri suntu seti. Su primu, suberbia. Su segundu, Avaricia. Su terzu, Luxuria. Su quartu Ira. Su quintu, Gula. Su sestu imbidia. Su setimu Acidia. Contra icustus vicius, i duat seti virtudis humildadi contra superbia liberalidadi contra avaricia, castidadi contra luxuria, Pasiencia contra ira, temperancia contra gula, cadidadi contra imbidia, diligencia contra acidia.
Is setis virtudis
Is seti virtudis qui eus a teniri suntu custas Tres tehologalis e quaturu cardinalis. Sa prima est fidi, sa segunda est isperanza, sa terza est caridadi. Is cardinalis sunt custas sa prima prudencia, sa segunda Iusticia sa terca fortalesa sa quarta Temperancia.
Is oberas de samiserigordia.
Is oberas de sa miserigordia qui eus a cumpliri sunt batordigui, seti spiritualis, e seti corporalis sunt custas imparari a su qui no iscidi dari bonu consilu a icudu qui dada bisongiu corrigiri su qui errada perdonari is injurias consolari a is abffligidus, sufriri cum pasiencia is injurias ea is malaidus e airadus pregari a Deus po is bius e po is mortus. Is seti corporalis sunt, dari a mandiari a qui teni famini, dari a biri a qui teni sidi, bistiri a su ispoladu, visitari a is infirmus, allogiari is pelegrinus, riscatari is catius, suterrari is mortus.

Is donus de su Spiritu santu.
Is donus de su Spiritu santu suntu seti. Domi de sapiencia. Donu de intendimentu. Donu de consillu. Donu de fortalesa. Donu de sciencia. Donu de pietadi. Donu de ti¬mori de Deus.
Is potencias de sanima.
Is potencias de sanima qui eus a ispendiri in beni, suntu tres. Sa prima est memoria, sa segunda est intendimentu, ei sa terca vuluntadi.
Is inimigus de sanìma.
Is tres inimigus de sanima, qui eus a fuiri sunt custus, primu su mundu, segundu su demoniu, tersu sa carri ei custu est su magiori pò qui sa carri no da podeus ischachari da nosaterus, e su mundu, e su demoniu, si.

Is sentidus corporalis.
Is sentidus corporalis, qui eus a usari in beni so primu est biri, su segundu est intendiri, su tersu est fragari, su quartu est gustari. Su quintu est tocari.
Is Benaventuranças.
Is Benaventuranças sunt custas. Poberesa de spiritu. Mansuetudini, Prangiri virtuosu. Teniri famini, e fidi pò sa iusticia. Teniri misericordia. Teniri limpiesa de coni. Essiri pacificu. Padiir persecutionis po sa Iustitia.
Is doigui frutus de su Spiritu santu.
Sa Caridadi. Gaudiu spirituali. Paxi, e Paciencia. Liberalidadi. Bonidadi, e Benignidadi. Mansuetudini. Fidi, e Modestia. Continencia, e Castidadi.

LUIGI SPANU
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Pubblicato in “S’Ischiglia” – rivista mensile di Poesia, Letteratura e Arte di

Sardegna Anno 4/N.10/ Ottobre 1983

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NOTAS DE ISTORIA SARDA in “Sischiglia” ott. 1986. S’ARRIBU DE IS ARAGONESUS E CATALANUS IN SARDIGNA. di Luigi Spanu

26 Maggio 2013 Commenti chiusi

Su papa Bonifaciu ottavu, in su milliduxentusnorantasetti, donat s’iovestidura de Rei de Sardigna e Corsica a su monarca de Aragona Giacu II.
Cun custa donazioni su Papa podiat ottenni sa corona de Sicilia chi teniat su Rei de Aragona. Pisa, chi dominadat in sa parti meridionali de sa Sardigna, timiat chi is aragonesus attacchessint Casteddu e is ateras fortificazionis chi teniamt, e inzandus provvidint a ddas fortificai.
In s’annu mllitrexentucincu is pisanus faint costruiri sa Turri de s’Elefanti in Castedd’ ‘e Susu e dus annus prus a tardu ateras duas: cussa de Santu Francau e cussa de s’Aquila.
A prinzipiu de su milletrexentubintitres su monarca aragonesu preparat una spedizioni de gherra contra is pisanus chi sunt ¡n Sardigna; e su fillu Alfonsu s’infanti, in su mesi de maju cun d’una potenti armada navali chi cumprendiat trexentus navis, bintixincumllla ominis e tremilla cuaddus e medas macchinas de gherra, partit de su portu denominau Fangosu, localidadi in ia costa de levanti de sia penisula de s’Iberia.
S’impresa fuit facilidada po parti de su giugi de Arborea Ugoni IV. Is sardus boliant chi is aragonesus benghessint a ddus liberai de sa tirannia de is pisanus, chi fiant arribaus unu seculu prima po cumbatti’ is genovesus. Custus dominant in Sardigna casi dus seculus, e hiant postu medas impostas e dazius, comenti de s’arrestu hiant essiri fattu is pisanus a pustis. Medas documentus de archiviu testimoniant comenti is sardus boliant s’arribu de is aragonesus. Su trexi de su mesi de lampadas s’armada anagonesa toccat terra in Palmas de Sulci, e s’esercitu pagus dis pustis arribat a una pariga ‘e metrus de sa cittadi de Bidda de Cresia e ponit s’assediu.
Custu assediu dura ottu mesis. Cun is aragonesus nci fiat pura s’armada de su giugi de Arborea chi hiat cumenzau sa gherra con¬tra is pisanus in su mesi de abrili, poita fiant intraus in su teirritoriu suu.
Un’atera parti, de sa forza arago¬nesa intanti sighit sa navigazioni e sbarcat medas sordaus in sa plaia de Bonaria, facci a sa cittadi de Casteddu. Aterus sordaus sbarcant accanta de sa fortificazioni de Terranoa. Totus custas manovras rnlitaris serbiant po no fai in manera chi is forzas de is pisanus podessint bessiri de is fortificazionis e portai aggiudu a sa rocca de Bidda de Crèsia.
Occupada sa fortificazioni in su mesi de friargiu de su milllitrexentubintiquatru, po famini e po sidi, is aragonesus passant a poniri s’assediu a sa cittadi de Casteddu e su noi de lampadas intrant in sa rocca, a pustis de una batala longa e meda difficultosa in sa pranura de Lucocisterna, una localidadi accanta de Elmas. Cun sa ruina de is Pisanus, is aragonesus ddis lassant sa rocca ma cun d’unu accordiu chi abbarressint vassallus in Casteddu e in is territorius de Gippi e de sa Trexenta. In su mesi de ladamini de su propriu annu si ribellant is pisanus in d’ogna parti de sa Sardigna. Avvolotus scoppiant a Sassari e in aterus logus chi fiant asutta de is famiglias de is Doria e de is Malaspina poita su guvernadori aragonesu hiat donau terras, offizius e prebendas scetti a is baronis catalanus e aragonesus e a totus chi hiant partecipau a sa campagna po sa conquista de sa Sardigna. Is sasaresus bogant de mala manera is sordaus aragonesus, e proclamant s’ndipendenzia. Ma a pustis de casi un annu, in su mullitrexentubinticincu, in su mesi de ladaminis is sassaresus perdint e sunt bogaus de sa cittadi, e is pisanus cun is genovesus perdint totu sa parti settentrionali de s’isula. Is sassaresus po torrai in sa cittadi deppint accettai is pattus chi su Rei de Aragona ddis ponit.
Sa gherra intanti in sa parti meridionali sighit po aterus dus annus, candu is nemigus de is aragonesus sunt sbarazzaus in d’una batalla navali in su portu de Casteddu. Is Pisanus depint lassai definitivamenti sa cittadi e is aragonesus intrant in sa rocca, lassendi cussa chi hiant costruiu e abitau in Bonaria.
Alfonsu passat a essi’ su Rei cun sa morti de su babbu, e sa Sardigna conoscit una pairg’ ‘e annus de paxi.
In su millitrexentustrintaseis Perdu IV fillu de Alfonsu, chi in su mentris è mortu, pigat su governu de su stadu aragonesu-catalanu. Pagus annus a pustis, in su millitrexentucorantasetti, cumemzat una longa e devastanti gherra in Sardigna, poita is Arborea si funt arribellaus a su Rei de Aragona. Custu benit e cumbattit contra su giugi Marianu IV. Ma su giugi de Arborea passat a su contrattaccu e cun is genovesus alleaus attacat Casteddu.
Una grandu epidemia ponit accabu a sa gherra candui sa rocca de Casteiddu est accanta de capitolai. In custu episodiu perdit sa vida Marianu IV.
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Nella “Rivista mensile di Poesia, Letteratura e Arte di Sardegna”

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ARRIIBAS PALAU L’ASSEDIO DI IGLESIAS E CAGLIARI DA PARTE DELL’INFANTE ALFONSO a cura di Luigi Spanu ARTIGIANARTE EDITRICE

14 Maggio 2013 Commenti chiusi

PREMESSA
Gli studi e le ricerche archivistiche per una approfondita storia isolana del primo periodo della conquista della Sardegna da parte dei catalano-aragonesi e dei problemi ad essa collegati, hanno percorso ormai un buon tratto di strada, grazie a diversi studiosi: A. Boscolo, G. Sorgia, F. C. Casula e P. Meloni, validissimi docenti dell’ateneo cagliaritano; con le loro dotte e preziose pubblicazioni hanno portato una nuova luce sulla conoscenza degli avvenimenti nel grande scontro tra aragonesi e pisani per la supremazia nell’isola e nel bacino del Mediterraneo.
Al compianto Alberto Boscolo, che ha avuto all’attivo un centinaio di pubblicazioni di notevole valore storico documentale (per cui ottenne alti riconoscimenti nazionali ed internazionali), si deve la creazione a Cagliari di una scuola di ricercatori e l’impianto di un nuovo indirizzo di studi storici sul Medioevo, che hanno dato modo di intraprendere una nuova strada nel cammino della ricerca archivistica.
A Francesco Cesare Casula (direttore dell’Istituto di Storia Medievale dell’Universi¬tà di Cagliari, profondo conoscitore dei rapporti ibero-sardi del periodo alto e medio Giudicale e del Basso Medioevo), si deve la continuazione di questa nuova impostazione di ricerca e la creazione della serie (pensata e voluta dal prof. Boscolo) “Medioevo – Saggi e Rassegna”, giunta al ventesimo volume (che presenta i problemi del Basso Medioevo relativi al regno d’Aragona). Inoltre, ha istituito a Cagliari il Centro di studi sui rapporti italo-iberici e ha creato la “Collana di Studi Italo-iberici”, giunta al ventiduesimo volume.
Nonostante ciò, dopo la nostra pubblicazione dell’edizione italiana di “España en Cerdeña”, Madrid 1960 (La Spagna in Sardegna, Cagliari 1982) di Joaquín Arce, con le numerose tracce nell’isola della dominazione spagnola, riteniamo fare cosa gradita e utile nel proporre, ad un pubblico più vasto, l’edizione italiana di una parte dello studio (apparso in Barcellona 45 anni fa), a firma di Antonio Arribas Palau. Certamente quel lavoro apportò nuova luce alle conoscenze di quel periodo, anche perché i docenti sopra menzionati hanno provveduto agli studi e alle ricerche, prendendo in esame altra documentazione, e hanno tralasciato i non pochi documenti portati alla luce dall’Arribas Palau. Le concezioni dello studioso catalano sulla espansione aragonese nel Mediterraneo non sono state condivise da parecchi storici isolani ed anche da chi scrive queste brevi righe, poiché gli studiosi sardi di questi ultimi quarant’anni hanno presentato una serie di studi che danno una diversa interpretazione della politica mediterranea seguita dai sovrani aragonesi; essa contrasta con quella presentata da Arribas Palau nel suo studio “La conquista de Cerdeña por parte de Jaime II de Aragón”, Barcellona 1952 (La conquista della Sardegna da parte di Giacomo II d’Aragona). Non per questo non si deve riconoscere che l’enorme documentazione portata dallo studioso spagnolo non sia ancora valida; i fatti da lui esposti seguono passo passo la documentazione, che viene posta a confronto con quanto avevano scritto prima di lui i vari Costa, Tola, Solmi ed Era. Inoltre, Antonio Arribas Palau ha preso in esame tutte le relazioni coeve apparse sulla spedizione e sulla conquista catalano-aragonese.
Lo studio di Arribas Palau consta di due parti: quella diplomatica e quella eroico-militare, o delle gesta. Poiché l’opera è di estremo interesse per la mole di documenti a cui fa riferimento, presentiamo solo la traduzione di alcune parti dei Capp. IX, X, XI, XII, XIII e XIV, senza le note. Crediamo che questa traduzione potrà invogliare altri studiosi a continuare quella ricerca che dovrà servire a dare più chiarezza alla storia sarda di tale periodo (le parti in latino sono state riportate integrali). Questa seconda parte tratta degli avvenimenti che si sono snodati nella terra sarda, diventata teatro di guerra. Presenta, inoltre, i luoghi della lunga, faticosa resistenza pisana e la ricerca aragonese di imporre la sua supremazia nel Mediterraneo con la conquista dell’Isola, come dimostrano i diversi scontri navali avvenuti nelle acque del golfo di Cagliari, che hanno visto soccombere definitivamente la forza pisana.

CAPITOLO IX
II) A vela e a remi verso la Sardegna
All’alba del 31 maggio (1323), col vento favorevole, la squadra partì da Porto Fango¬so. Il lunedì e il martedì la navigazione fu sostenuta dal vento in poppa. Quando giunse alla distanza di 20 miglia da Maiorca, quel vento cessò e soffiò un vento contrario proveniente dalla Provenza, che obbligò l’armata ad entrare a Mahon, nel quinto giorno di viaggio.
(…) La squadra salpò da Mahon la notte del 9 giugno; siccome vi era bonaccia, dovettero navigare a remi per tutta la notte. Per tutto il giorno successivo fece tanto bel tempo che quel giorno navigarono ben settanta miglia nel golfo del Leone; poi, issate le vele, in pochi giorni lo attraversarono.
(…) La mattina del sabato 13 giugno arrivarono a Capo San Marco, nei pressi di Oristano, dove si seppe da parte del giudice d’Arborea che il visconte di Rocaberti, con quelli che erano già giunti con le tre navi e gli uomini del giudice unitisi a loro, si trovavano a Quartu, ad una lega dal Castello di Cagliari, per cercare di privare i castellani dei rifornimenti dall’esterno.
Da Oristano partì una barca armata, in cui era P. de Ulles con lettere del Giudice e dei Rocaberti, che consigliavano di prendere terra a Palma di Sulci.

III) L’infante Alfonso tasta il polso all’isola

La flotta dell’infante arrivò al porto di Palma di Sulci la sera della domenica 13 giugno ed il lunedì presero terra.
(…) Prima di mettersi in marcia per andare a porre l’assedio a Villa di Chiesa, l’infante diede alcuni giorni di riposo ai soldati, in modo che fossero pronti per la battaglia. D’altra parte, la mancanza di mezzi di trasporto impedì di avvicinarsi rapidamente alla località. Con lettera, datata in Palma di Sulci il 17 giugno, diretta ad Ugo d’Arborea, l’infante gli prometteva di mandare a Villamassargia 400 o 500 uomini e gli chiedeva di mandargli mezzi di trasporto e vettovaglie per il suo esercito poiché, senza un aiuto efficace, non garantiva di poter portare a compimento l’impresa, per cui era venuto in Sardegna.

IV) Preparativi per l’assedio di Villa di Chiesa

Trattenuto da queste preoccupazioni, Alfonso inviò a Villa di Chiesa Artal de Luna, figlio del nobile don Artal de Luna, affinché controllasse la località migliore per porre l’assedio e osservasse, allo stesso tempo, la reazione dei cittadini. Artal de Luna stette una giornata davanti alla città invitandoli alla battaglia, ma di quelli di dentro non ne uscì nessuno.
(…) Agli inizi del mese di luglio di quell’anno di grazia 1323, incominciò, in tutta regola, l’assedio di Villa di Chiesa, con forze sarde unite a quelle d’Aragona.
L’infante in persona, con i cavalieri della sua casa e della corte, si attestò di fronte alla chiesa di Santa Maria di Valverde. I nobili Artal de Luna ed il figlio Artal con altri cavalieri d’Aragona si fermarono davanti alla torre pisana; il nobile Ramón de Peralta, i maggiorenti e i cavalieri catalani e aragonesi su un’altura che dominava la città, dal lato occidentale. Pedro de Queralt e Beltran de Castellet, nella vallata, davanti alla porta di S. Antonio, con altri uomini; Guillem de Anglesola, il nobile aragonese Juan Jiménez de Urrea e altri cavalieri si sistemarono davanti alla porta di Monte Barlao. Ad oriente, alcuni giorni più tardi, mise l’accampamento il giudice d’Arborea, con le truppe che aveva raccolto.
(…) L’assedio della piazzaforte di Villa di Chiesa iniziò in modo molto fiacco: solo con scaramucce. Li faceva combattere tutti i giorni, li provocava in modo che avessero i primi assalti dalla cattiva sorte e tante angustie che, per certo, non sapevano che cosa fare.
Desiderosi di conquistare subito quella città, i catalano-aragonesi decisero di attaccare battaglia, pochi giorni dopo aver iniziato l’assedio.
Fu iniziata una lotta nella quale essi ebbero la peggio, per colpa, come si credette, di coloro che erano andati ad esplorare il fossato. Questi, nella relazione, dissero che era poco profondo, mentre si era presentato molto più profondo e ampio di quanto si era saputo.
Alcuni giorni dopo, verso il 20 luglio, si fece un’altra battaglia, questa volta con l’intervento delle forze dell’armata che erano sbarcate. La resistenza dovette essere dura; le perdite, da entrambe le parti, alte; l’esperimento da parte degli assalitori fu sufficiente a farli desistere, in seguito, dall’idea di battaglie campali e a spronarli a porre tutto il loro impegno nel mantenere isolata la città da tutto quanto potesse rappresentare un soccorso. Tagliarono il rifornimento dell’acqua che giungeva ai difensori dai canali della città e da alcuni tubi sotterranei.

CAPITOLO X  - DAVANTI ALLE MURA DI VILLA DI CHIESA
II) L’assedio di Villa di Chiesa in piena regola

Con la presenza dei rinforzi gli assalitori ripresero coraggio, convinti che, con truppe fresche, la città si sarebbe dovuta arrendere, dal momento che ai difensori non restava gente per sostenere un assalto da due punti diversi delle mura.
Dopo il fallito attacco alla città, le azioni d’assedio si svilupparono senza altra speranza per gli assalitori se non che la fame fiaccasse i difensori e, da parte di questi, che un pronto ed efficace aiuto pisano non rendesse vano il loro eroismo.
Nei mesi che durò l’assedio, furono continue le scaramucce, piccole azioni di assaggio e di logoramento. Così, a metà ottobre, un gruppo di armati uscì dalla città accerchiata con lo scopo di distruggere alcuni degli apparati bellici degli assedianti. Incontro a loro uscirono gli uomini di R. de Sentmenat e, dopo che le due parti dei contendenti lasciarono sul campo alcuni di loro, gli assediati, il giorno successivo, ripeterono il tentativo temerario dal lato custodito dalle bande di Ximenez de Urrea. La battaglia fu tanto aspra che i catalano-aragonesi, nella lotta, arrivarono, infuriati, quasi sotto le porte delle mura. Dice la “Cronica” di Pietro IV che la fame e la mortalità sia tra i difensori e sia tra gli assedianti, erano tali che mangiavano cavalli morti, asini, cani, gatti, topi ed erbe di ogni tipo. Alla fine di quel mese di ottobre, Nieri Mone Acciaia, sindaco pisano, incaricato del vettovagliamento della piazzaforte, scrisse a Ranieri di Pisa che le condizioni dei magazzini e del sostentamento stavano arrivando al limite. A causa della loro estrema necessità, gli assediati uscivano dalla piazzaforte per consegnarsi alla generosità delle truppe dell’infante; fecero uscire dalla città le donne, i vecchi e pochi bambini, per poter resistere più a lungo.
(…) Se all’interno della città la situazione non era piacevole, le cose non andavano meglio nell’accampamento dell’infante, poiché i soldati erano tormentati dalla malaria e dalla peste.
(…) Per tutto il tempo dell’assedio li accompagnarono le malattie che facevano diminuire il numero degli effettivi. I posti di sorveglianza erano abbandonati; il panico e le diserzioni si diffusero nell’esercito e tutti desideravano uscire nel miglior modo da quell’inferno, al quale erano accorsi con le più grandi speranze, ma in un certo senso, rimanendo ingannati.
(…) Ma il problema più grave che angustiava l’infante era quello delle diserzioni, non già di persone qualunque, bensì degli stessi baroni, nei quali aveva creduto di poter confidare maggiormente. Con una frequenza sempre più pesante, si presentavano a lui, con scuse futili, per sollecitargli il permesso di ritornare alle loro terre. Stufo ormai di tale stato di cose, l’infante, risentito, scrisse al padre, pregandolo di non concedere, d’ora in poi, nessun favore a quanti avessero abbandonato il campo dell’onore, ma anzi di punirli e di perseguirli; inoltre gli raccomandava di aver estrema cura dei figli dei caduti in Sardegna.

IV) Bandiera bianca in Villa di Chiesa

Trovandosi l’esercito aragonese-catalano sotto le mura di Villa di Chiesa e considerando la sfavorevole posizione in cui si trovava, Barnabò Doria fu il primo (a metà ottobre) ad esporre i vantaggi delle trattative con la città per ottenere la sua resa in un modo onorevole per entrambe le parti. Ma l’infante, desiderando emulare le brillanti gesta dei suoi antenati, si mostrava resto a queste proposte. Barnabò Doria non abbandonò il suo impegno e, maneggiando per suo conto, riuscì a far accorrere due sindaci pisani ad Alghero, facendo quindi sapere all’infante che era sicuro che essi sarebbero venuti da lui, oppure, se egli avesse voluto, di trasmettere i messaggi per trattare ciò che a loro po¬teva tornare utile.
Prima di iniziare le trattative, l’infante preferì mettersi d’accordo con il giudice d’Arborea, avendogli il re raccomandato la sua opinione in casi gravi; perciò gli aveva inviato Filippo Boyl e Bonanat Capera. Il giudice consigliò di permettere ai sindaci di presentarsi all’infante, ma senza entrare nell’accampamento, affinché, in quella esigenza, non potessero rendersi conto delle forze dell’infante.
Seguendo il suo consiglio, il capo aragonese indicò loro la città di Sulci e qui ordinò di trattare con loro il fatto di Villa di Chiesa. Disposti gli animi a questo servizio, le conversazioni dovettero aver luogo e, sebbene non si trovi prova documentale su quanto trattato, non è difficile pensare che l’accordo, da entrambe le parti, fallì. Le conversazioni non si riallacciarono fin quando la situazione delle parti non si fece insostenibile, verso i primi di gennaio.
(…) Il 13 gennaio, si raggiunse l’accordo tra gli assedianti e i capitani, i civili e i soldati della città. Secondo quanto firmato, la città si impegnava a consegnarsi, se nel giro di un mese non avesse ricevuto aiuti pisani, per cui si poteva togliere l’assedio.
Si era concordato anche che gli assediati erano liberi di andarsene con i loro beni, le suppellettili e le armi, dove avessero voluto, mentre gli aragonesi sarebbero rimasti in possesso delle armi e dei beni di proprietà del Comune di Pisa. Si dava facoltà agli abitanti di restare, se avessero voluto, come vassalli d’Aragona; essi avrebbero conservato beni e possedimenti nella stessa forma come in precedenza.
(…) Lo Zurita, in un commentario esposto molto brillantemente, riconosce che, “se i pisani fossero passati nell’isola con così grande forza (come era noto, armando 50 galee,) all’esercito aragonese, invece (al qual mancava un gran numero di nobili e cavalieri illustri, dato che il contingente, diviso in due assedi – Villa di Chiesa e Cagliari – e con le truppe disperse nell’isola, era esausto), restava solo una via d’uscita: se si fosse arresa Villa di Chiesa, l’infante avrebbe cambiato posto e riunito tutto il suo esercito a Cagliari, per trovarsi con tutta la sua gente e dare colà l’ordine come poter difendere la sua armata per terra; in modo che, in uno stesso tempo, potesse continuare la guerra contro la forza ed il potere dei suoi nemici poiché era avvantaggiato.
(…) Non ci fu modo, tuttavia, di prendere misure di nessun genere. Quelli della città non potevano ormai sopportare per altro tempo l’assedio e, prima che spirasse il tempo stabilito, il 7 febbraio si consegnarono all’infante: la guarnigione uscì, come era stato stipulato, libera e con i suoi beni, e fu condotta a Cagliari da una scorta aragonese. I Catalani, entrati a Villa di Chiesa, si trovarono subito senza viveri: non ne avevano nep¬pure per quel giorno.
(…) Una volta uscita la guarnigione dalla piazzaforte, entrò l’esercito assediante, che si prese alcuni giorni di riposo, in previsione delle nuove fatiche che si sarebbero presentate davanti a Cagliari. Nella piazzaforte, l’infante lasciò una forte guarnigione di 200 cavalieri (alcuni sani, altri ammalati) a difesa della città e della sua sposa, l’infanta Teresa che, con tanta abnegazione e con spirito coraggioso, aveva seguito le fasi dell’assedio.

CAPITOLO XI

II) Situazione generale (febbraio 1324)

Poiché Cagliari era la città “chiave dell’isola” per il suo porto, i Pisani erano convinti di doverla rinforzare al massimo. La situazione del Castello era impareggiabile. Costruito su “saxum aliquantum mollem”, e tagliato quasi a picco sulla roccia “in circuytu”, con un’altezza favorevole per la difesa, dotato di mura e torri, con grande quantità di armi, vettovaglie e diverse cisterne, era quasi inespugnabile e facilmente difendibile. In tempo di pace i borghi e la campagna, nel raggio di un miglio, ospitavano 2.000 soldati, mentre in una estensione dalle due alle venti miglia intorno c’erano, in diversi “casalibus”, fino a 20 mila “masnate habitancium”.
Di conseguenza, i preparativi prebellici fecero sì che si stivassero i magazzini del Castello in modo da poter contare su vettovagliamenti per un anno e mezzo. Per Villa di Chiesa, invece, non si provvide all’approvvigionamento e i capitani di Cagliari inviarono tre galee in Sicilia per far un nuovo carico.
L’assedio di Cagliari era cominciato con l’arrivo di Dalmau e Guerau de Rocaberti, alla fine del mese di maggio del 1323; questi, col giudice d’Arborea, presero posizione provvisoria in Villa di Gumun, a dieci miglia da Cagliari, cercando di portare il fronte a tre miglia dalla città per impedire l’approvvigionamento di grano e per limitare i movimenti degli abitanti di Cagliari.
Lo sforzo degli assedianti di Cagliari rimase sottoposto a quello dell’infante contro Villa di Chiesa, perché, per tutto il tempo che durò l’assedio di questa fortezza, la situazione a Cagliari si risolse solo nell’azione di pochi uomini al comando dei Rocaberti e, in particolare, grazie alla squadra navale, la cui opera consisteva nell’impedire l’ingresso di qualsiasi sorta di viveri e di munizioni.
(…) Dopo aver riposato pochi giorni in Villa di Chiesa, l’infante volle andar via in tutta fretta da quella piazzaforte per affrettare, con ogni sforzo, l’assedio di Cagliari. Ma il suo piano fu paralizzato dall’indifferenza dei suoi soldati, stufi ormai di assedi e, per giunta, senza paga. Promettendo loro di non iniziare l’assedio alla fortezza col suo esercito, perché la presenza di truppe nemiche avrebbe posto in grave rischio coloro che stavano in vista della piazzaforte, si vide costretto a fermarsi a Selargius, a quattro leghe dalla piazzaforte cagliaritana. Vi si trattenne otto giorni, per non avere sicura la possibilità di accontentare le sue truppe col corrispondere loro gli arretrati.
Alla fine, l’infante poté riunirsi alle truppe che stavano davanti alla città. Ma pensò di porre in tutta regola un assedio alla città fortificata, prima di misurare le sue forze con la squadra pisana, del cui arrivo aveva conoscenza. Non si impegnava a buttarsi contro Cagliari, poiché sapeva che, quando l’esercito nemico trasportato dalla flotta sarebbe sbarcato, si sarebbe visto costretto ad abbandonare i suoi piani per non trovarsi tra due fuochi. Egli sapeva bene che gli assediati, che avevano saputo dell’arrivo dei rinforzi, non avrebbero ceduto la piazzaforte.
Da quanto abbiamo detto, sono confutati i giudizi di quanti assicurano che l’infante pose l’assedio a Cagliari prima di intraprendere un combattimento con le forze appena arrivate. Chi pensa il contrario, lo fa credendo che l’esercito si trovasse a Cagliari, quando in realtà stava fermo a Selargius.
Frattanto la squadra pisana, indecisa, restava in attesa; ciò scontentò assai gli aragonesi. Le notizie che ci arrivano di quei giorni sono confuse e diverse e, da questo, può dedursi che le galee nemiche navigassero nei dintorni del golfo di Cagliari, senza decidersi ad iniziare una battaglia navale con le galee della Catalogna, o a fare uno sbarco simulato per attirare il nemico e presentarsi, inaspettatamente, a Cagliari sguarnita. L’infante sospettava, e con ragione, questo piano.
(…) Stufo di tanta indecisione, l’infante inviò un messaggio, a mezzo di una saettia(1), al capitano dell’esercito nemico, dichiarandosi pronto a combattere, sia in mare, sia in terra ferma.
I pisani scelsero il combattimento in campo aperto, sempre che non venisse loro ostacolato lo sbarco con i cavalli e i bagagli e a condizione che fossero concessi loro alcuni giorni per riposarsi dalle giornate passate in coperta delle navi. Alfonso accettò le condizioni e i pisani sbarcarono a Capoterra, a due miglia dal Castello.
L’infante, vedendo che rifiutavano il combattimento per mare, decise di seguirli per terra e fece sbarcare i suoi soldati.

III) Il combattimento in Lucocisterna

Martedì 28 febbraio, l’esercito pisano di Manfredi di Donoratico da Capoterra si diresse verso Decimo con l’intenzione di cogliere di sorpresa l’esercito catalano-aragonese di Cagliari, di fronte e di spalle, grazie ad una sortita di quelli della città. L’unione di quelli appena arrivati con gli assediati era quanto l’infante voleva soprattutto impedire, sia per quanto riguardava una sortita di quelli del Castello, sia per quanto concerneva l’ingresso in città dell’esercito di Manfredi; questo lo precisò nella riunione che tenne con i suoi baroni. Con questo piano si stabilì l’assedio e si lasciarono forze per impedire una sortita degli abitanti del Castello, che avrebbero potuto bloccarli alle spalle nel momento più impegnativo del combattimento. Dopo aver ordinato all’ammiraglio la difesa della squadra, l’esercito aragonese uscì incontro al nemico nella pianura, al di là del Castro di Cagliari, in vicinanza dello stagno. Questo luogo era detto Lucocisterna. Più che nei suoi 500 cavalieri e 2.000 fanti, fra almogaveri (soldati razziatori)e truppe, l’infante confidava nella giustizia di Dio e, a capo delle sue truppe volle stare a quel giudizio. Era importante attaccare con la maggior rapidità, perché il nemico non potesse riprendersi dalle fatiche del viaggio e avesse meno aiuto dalle guarnigioni che possedeva nell’isola, alcune delle quali si erano già unite a loro in quei giorni. Così l’esercito pisano raggiunse il totale di 1.200 cavalieri, 2.000 balestrieri e altrettanti fanti: affinché non si diffondesse il panico fra i suoi soldati, ormai già molto demoralizzati, davanti alla sproporzione dei contingenti, l’infante la tenne segreta.
All’alba del mercoledì 1 marzo, l’esercito aragonese, dopo il rito delle ceneri, con la dovuta riverenza a Dio, uscì dall’accampamento (alla terza ora e mezza) e subito dopo, gli avamposti, che precedevano l’esercito con lo scopo di esplorare, ritornarono annunciando che il nemico era in vista.
(…) Gli avamposti iniziarono lo scontro e la battaglia divenne presto generale, poiché tutta l’avanguardia entrò nel vivo della lotta contro i nemici che si erano disposti in tre schiere. Li ricevette con tanto vigore che tutte le insegne di maggiorenti, che si trovava¬no con l’infante, furono abbattute, eccetto una, appartenente a Guillem de Cervellò. Fu una fortuna che l’infante fosse vicino a loro dal momento che attaccò quasi contemporaneamente all’avanguardia.
Mentre i cavalieri lottavano attorno all’infante e alla sua bandiera, gli almogaveri e le truppe, spezzate le lance, si frammischiarono nella battaglia dei cavalieri per rendere inutilizzabili i loro cavalli, e assalirono i pisani con tanto vigore, dice il Muntaner, che ogni dardo abbatteva un fante nemico, cosicché, dopo pochi istanti, sbaragliarono le prime linee.
(…) A margine di questa immagine, bisogna far risaltare la partecipazione diretta dell’infante, lodata da quei documenti che fan¬no riferimento alla battaglia, con prospettiva più o meno esagerata. Ci serviamo della relazione dell’infante, della C.D.R. 4281, della narrazione di Guillem Oulomar, uomo molto sincero, e di quella dell’infanta Teresa, fatta con sufficiente imparzialità. Le cronache di Pietro IV, di Muntaner e di Zurita fanno allusione esplicita ed ampia che, in quanto avallate dalla documentazione, devono essere prese in considerazione, poiché la Cronica del Muntaner coincide con i documenti più di quella di Pietro IV, che lo Zurita segue passo passo.
(…) Lo scontro dei gruppi fu violento. L’infante trafisse un nemico con la sua lancia, ma due cavalieri tedeschi si strinsero intorno a lui, non riuscendo però a disarcionarlo dal cavallo, poiché un altro gli pose la mazza tra la coscia e la sella e lo disarcionò, buttandolo per terra; un altro tedesco si buttò su di lui e lo stava infilzando, quando l’infante mise mano alla sua spada, chiamata Vilardel, sgarrettò il cavallo e lo butto per terra. L’infante fu accerchiato dai nemici e fu ferito con le spade. Volle nostro Signore Dio e la Vergine Santa Maria, sua madre, che alla voce di “Aragona!”, tutti i suoi si volsero verso di lui e si gettarono nella mischia facendo attenzione di non fargli più male che bene nella fretta. I dieci cavalieri tedeschi furono fatti a pezzi, lo stendardo fu di nuovo innalzato e l’infante montò sul cavallo di Bernat de Boxadors.
(…) Il combattimento era terminato e i nemici furono vinti soltanto per la misericordia di Dio: non per il valore della cavalleria, ma neppure per la forza dell’uomo.

V) II combattimento navale: conseguenze
La flotta aragonese, che per mare continuava l’assedio di Cagliari, nello stesso giorno e nella stessa ora in cui l’infante otteneva il glorioso trionfo contro l’esercito di Manfredi, otteneva anche una decisiva vittoria sulla squadra pisana.
L’ammiraglio Francesco Carroz, a corto di gente, dovette disarmare alcune galee che furono incatenate nella “pola” (palizzata nel porto); riunì gli equipaggi in una ventina di esse, con le quali attaccò l’armata nemica vicino alla palizzata di Stampace, sconvolgendone la formazione e facendo fuggire le galee pisane, le quali abbandonarono tra la palizzata 17 saettie, cariche di viveri e munizioni; gli aragonesi, entrati nella palizzata, ne catturarono quattro.
(…) I Pisani, visto che le loro galee avevano perso l’occasione propizia, decisero di ritornare indietro, poiché era per loro pericoloso rimanere fuori del porto, in una posizione in cui potevano essere sorprese dalla nuova squadra catalana; l’arrivo era stato annunziato, mentre i cavalieri pisani che erano salvi, si opposero a che la loro armata uscisse dal porto. Perciò, si decideva che tornassero prima che entrassero i vascelli. Questa armata decise di ritornare a Pisa con la cattiva notizia portata da loro stessi; ma non sappiamo se lo fecero subito, a causa dell’inseguimento intrapreso dai catalani – per di più vantaggioso -, o se, alla fine di maggio, si ritirarono all’arrivo della squadra catalana posta al co¬mando di Pietro di Belloch.

VI) Si stringe l’assedio di Cagliari

La vittoria per terra e per mare permise all’esercito aragonese di dedicarsi intensamente ad annientare la resistenza dei 700 cavalieri e dei 2.000, o 3.000 fanti, che si difendevano nel Castro di Cagliari. L’esercito dell’infante cominciò con l’edificare un muro intorno al proprio accampamento, che costituì le fondamenta della futura città di Bonaria. Si prepararono nuove armi e nuove macchine da guerra per assalire la fortezza che conteneva buone difese di tipo mobile, altamente pericolose per gli attaccanti.
Entrambi gli eserciti logoravano le loro forze in continue scaramucce. Di queste lotte d’assedio, una delle più rischiose fu quella portata a termine da Francesco di Palau, da Dalmau di Avignone e da altri figli di cavalieri. Si misero d’accordo di appostarsi in una grotta vicina al Castello verso il colle di San Pancrazio, mentre un gruppo di cavalieri con G. Sapera si lanciò con impeto contro la porta di S. Pancrazio; ma una sortita di 20 uomini a cavallo e 300 fanti di Cagliari fecero intraprendere loro una rapida fuga.
Nel Castro la situazione era penosa: quelli che erano fuggiti non si erano dimostrati come i migliori soldati, poiché i tedeschi, che valevano, morirono, e quelli che si erano rifugiati dietro le mura della fortezza erano italiani, o germanici, chiamati ragazzi col “bacinetto”; inoltre il numero dei feriti, sopravvissuti al combattimento, aggravava la loro triste condizione. Nella città ne morirono 60. Tra i feriti morì lo stesso conte Ner che, penetrato nel Castello, fu ferito gravemente mentre fuggiva di gran carriera. Se poca cosa fosse stata la loro precedente triste condizione, privi di viveri, l’aver dato asilo ai fuggitivi appena arrivati aumentava il numero delle bocche. Il vino era acido; mancavano totalmente l’avena e la paglia per i cavalli, anche se nel combattimento ne erano morti 233 e dentro la città 170 di quelli che erano rientrati feriti. Con un simile quadro, la situazione dei cagliaritani era molto triste e il loro morale era molto a terra. Le diserzioni erano frequenti e numerose.
(…) L’esercito aragonese, in Bonaria, si trovava lontano da malattie. La popolazione era numerosa; il morale buono, le diserzioni erano terminate dopo l’occupazione di Villa di Chiesa e le provviste, grazie alla buona disponibilità dei sardi, non scarseggiavano. Per difendere il trasporto delle provviste, l’infante aveva ordinato a 100 cavalieri di stabilirsi nel villaggio di Palma di Sulci. Fu condotta a termine l’occupazione di tutti quei villaggi che erano rimasti in mano ai pisani nell’isola, cosicché tutti i sardi vi si stabilirono; i pisani dell’isola e i sopravvissuti dal combattimento di Lucocisterna si insediarono dentro le mura del Castello di Cagliari.
Nel mese di marzo, in aiuto degli aragonesi, arrivò il giudice d’Arborea con tutto il suo esercito; non era accorso in precedenza, poiché era ammalato e si era dispiaciuto per non essere stato presente ad un trionfo così importante. Gli eserciti fraternizzarono tanto rapidamente che Guillem Oulomar poté scrivere al re: “II giudice d’Arborea e i sardi sono gli uomini più gioviali del mondo”.
(…) Quando apparve la flotta catalana, i pisani del Castello di Cagliari fondavano le speranze della loro salvezza solo nella squadra pisana che doveva essere in condizioni di entrare nel golfo, così da prestare loro aiuto. Quando si presentò il nuovo contingente, la superiorità numerica dei catalani rese impossibile la presenza della flotta pisana nei mari sardi. Quelli di Cagliari si ritennero persi, quando videro andar via l’ultimo aiuto che restava loro, accertata l’impossibilità di un rapido ed efficace rinforzo pisano, mentre le truppe di rinforzo sollevavano l’animo degli assalitori.
Così i negoziati, per arrivare ad un accordo, giunsero ad una fase favorevole per i catalani, e maggiormente quando la squadra catalano-valenzano-maiorchina, per ordine dell’infante, si spinse verso il nord con il proposito di abbattere il commercio pisano nel suo punto vitale.

CAPITOLO XIV
III) Le squadre di Gaspare Doria e di Francesco Carroz si scontrano nel golfo di Cagliari

(…) Le 13 navi erano ordinate in una fila e lontane dalla palizzata, perché le armi da guerra del Castello di Cagliari, che erano state disposte nella discesa della Marina, non le raggiungessero. Dalla fila delle navi fino all’ingresso dello stagno furono disposte le 22 galee catalane, nel cui numero erano inclusi 10 battelli con castello a poppa e a prora. In ogni lato furono collocati due di questi battelli molto pesanti e ben armati, mentre le rimanenti barche furono poste alternativamente con le galee leggere che erano state incatenate.
Il totale dell’armata nemica era di 22 galee savonesi, 4 galee armate e 6 battelli pisani. Questa flotta arrivò la domenica prima della Natività a Capo Carbonara, dove nella marina rimasero sei battelli, mentre le galee si diressero verso Cagliari.
La sera della vigilia di Natale avvistarono il Capo S. Elia e l’indomani giunsero nel gol¬fo di Cagliari, passando tutta la giornata in osservazione.
Il combattimento iniziò quando le 12 galee dell’ala sinistra si lanciarono contro una nave catalana, che era nel lato verso Bonaria, senza riuscire ad impadronirsene, nonostante il duro attacco; il Carroz inviò in aiuto sette galee leggere alla sua sinistra, che andarono per luogo sicuro tra la costa e le sue navi. Da quel fianco il combattimento si allargò con tre delle 12 navi genovesi, essendone due “molto danneggiate a poppa e con le bandiere abbattute”; le navi aragonesi non le poterono trattenere perché avevano cappi a poppa ed erano trainate dalle altre imbarcazioni.
Terminato quell’assalto, le navi tornarono a porsi da entrambi i lati, come in precedenza; posizione che mantennero fino al giorno successivo, il 27; alla terza ora, quando iniziarono a navigare, i nemici andarono a Capoterra per fare rifornimento d’acqua e per seppellire i caduti nell’azione; successivamente avrebbero poi dato fuoco alle navi e alla galee catalane. Quella notte fecero fuoco davanti alle galee catalane, proprio a tre metri di distanza dalle prue, e fecero una catena delle scale delle galee e delle “patrone” delle navi; fecero così le stesse cose davanti alle navi catalane, “con amore”.
Il 28 dicembre i genovesi e i pisani ritornarono e, all’ora del vespro, misero all’ingresso dello stagno, una saettia per la gente del Castro di Cagliari: dalla saettia sbarcò Vanno Tallaferro che, in sella al suo cavallo si diresse al galoppo verso il Castello.
Quando due galee genovesi abbordarono la saettia abbandonata nell’ingresso, il Carroz inviò due galee, e poi altre tre, che si posero a lato della schiera catalana. In loro aiuto i genovesi inviarono 10 galee per opporsi a quelle catalane, che non potevano contare su nuovi rinforzi, poiché, come si è già detto, il resto della squadra era incatenata. Tuttavia, le navi catalane si difesero con valore, causando strage tra i nemici che in tutti quei combattimenti si erano avvicinati follemente, e a grande vantaggio dei catalani, senza lance né dardi, senza conoscenza di gente di braccia per tirare pietre, facendo uso soltanto di balestre e mettendo la loro maggior forza negli scudi, con le spade strette e non nel¬le ali.
A mezzogiorno della domenica, poste le galee nemiche davanti e al fianco sinistro di quelle catalane che desideravano entrare in combattimento, i capi sollecitarono l’ammiraglio; allora il Carroz, dando ordine di armarsi, comandò di rompere le catene che avevano davanti e li fece dirigere contro le galee pisane, che furono prese alla sprovvista; quell’azione risultò un si salvi chi può dei nemici, poiché si scontrava una galea con le altre.
Con rapidità le navi catalane si appropriarono di sette galee genovesi, una delle quali era dello stesso ammiraglio Gaspare Doria, che decise di fuggire con uno scafo, che si trovava nella poppa della sua nave. Le restanti galee, più leggere di quelle catalane, riuscirono a fuggire. Nell’azione morirono più di 900 nemici; tra essi, i patroni di tre galee catturate: Luigi Spinola, due della famiglia Vaca e Francesco Bonaventura.
Rimasero prigionieri più di 600 soldati, tra i quali c’erano sei o otto probiviri di Savona, un patrono di nave (Galvani Vaca) e il maggior corsaro savonese nemico dei catalani (Giacomo Bonacato), assieme al sindaco pisano e all’ufficiale incaricato dei viveri da portare al castello.

IV) Cagliari in rivolta

La pace firmata con Pisa davanti alle mura di Cagliari era soltanto un armistizio. Né pisani, né aragonesi potevano permettersi la convivenza nell’isola con una potenza straniera; le condizioni dell’accordo facevano prevedere una ribellione dei vinti, in occasione favorevole; per Pisa il mantenimento del Castro di Cagliari non aveva altro fine. La custodia del Castello le era costosissimo, mentre al Comune di Pisa era insignificante la rendita che le sue appendici producevano; l’antica forza della Sardegna non aveva altro fine – è frase dello Zurita – “di quanto poteva pascolare una giumenta nelle falde della collina”.
Il Comune di Pisa cercò, con tutti i mezzi, di incrementare la popolazione di Villanova e di Stampace (le due appendici che erano incluse nella giurisdizione del Castello), favorendo il ripopolamento con franchigie doganali. Per frenare le possibilità che gli abitanti abbandonassero la sorte del Comune, i “saggi” valutarono che le multe, ordinate dagli ufficiali, invece di andare ad aumentare le casse dell’erario pisano, venissero utilizzate in opere nel Castro di Cagliari a favore dei suoi abitanti.
Le relazioni di buon vicinato tra i pisani e gli aragonesi si inasprirono non appena la nave, in cui si imbarcò l’infante diretto in Catalogna, tolse le ancore.
Nel gennaio 1325 si scoprirono alcuni comportamenti segreti tra alcuni civili del Castello e alcuni catalani, il cui risultato sarebbe dovuto essere la consegna della fortezza nelle loro mani. Pisa cercò di porvi rimedio; ordinò l’espulsione dei colpevoli e la confisca delle loro case; aumentò la forza armata del castello con altri 150 uomini, raggiungendo così il numero di 400. Nello stesso tempo fu autorizzata l’importazione, nel Castro di Cagliari, di quelle merci di prima necessità che mancavano (eccetto grano e vino) “propter devetum quod Catalani fecerunt quasi deu quibusqumque rebus”.
Non si può negare l’opposizione fatta dai catalani e dagli aragonesi alla vista di quella ridotta forza nemica, né può lasciarsi di riconoscere che la Corona non faceva niente per impedire le ostilità ai vinti. Le lagnanze di una ambasciata pisana (portata a termine da Cello de Agnello e Gerardo di Castel Anselmo che trovarono il re di Valenza) contro il cattivo comportamento dei pisani di Cagliari, e contro l’accordo di Bonaria, non ebbero risonanza, né accoglienza nell’animo del monarca valenzano. Giacomo II non volle giudicare la causa, adducendo che non era presente il figlio Alfonso, il vero informato della situazione isolana.
Dal canto loro gli ufficiali catalani elevavano al monarca le loro lamentele contro i pisani di Castro di Cagliari. Le estorsioni che avrebbero potuto produrre quella rivalità latente, fecero meditare il re e l’infante. Essi decisero di inviare a Pisa, con gli ambasciatori, un rappresentante (Petrus Magneti) per fare da arbitro, d’accordo con un altro incaricato dal Comune, nel caso in cui lo richiedesse la rivalità tra pisani e aragonesi, portando loro con soavità e prudenza all’osservazione dei patti. Il Magneti approfittava, nel contempo, del viaggio per reclamare a Pisa, da parte del monarca e dei mercanti catalani, compensi per furti e sequestri, e per sollecitare l’immunità a Pisa per i mercanti sudditi di Giacomo II; queste richieste furono negate dal Comune di Pisa a causa dell’epoca dei pretesi sequestri.
Furono vani i buoni desideri degli uni e degli altri; le cause erano molto più profonde di quanto apparissero. I contendenti si trovavano convinti che la convivenza nello stesso luogo era impossibile e che la soluzione della guerra sarebbe stata soltanto questione di tempo. Se i catalani desideravano il dominio totale, i pisani non si opponevano a perdere la loro ultima colonia.
Si valutava il modo di risolvere la questione in un modo radicale. Insomma, di misurarsi con le armi in mano. Quando Pisa mostrò la sua intenzione, pose Grandi (uno dei capi del partito antiaragonese) al comando della guarnigione del Castello.
La ribellione sassarese mosse i cagliaritani all’azione; sebbene non conosciamo il momento di inizio delle ostilità, l’allestimento di navi pisane contro l’Aragona, la richiesta di Sassari a Cagliari e le relazioni di questa città con i genovesi e i savonesi, permisero di supporre che, prima dell’inizio del 1325, il Castello, la città e i sobborghi si trovassero già in rivolta.
Orbene, come l’esperienza dell’assedio precedente facesse supporre la perdita di un tempo prezioso nell’assedio della fortezza, i dignitari regi non posero grande impegno nell’abbreviare la vita del ridotto fortificato e compresero che la loro missione consisteva nell’aspettare l’arrivo della flotta nemica e nell’annientarla prima che potesse rifornire il Castello.
Abbiamo già visto che cosa era accaduto; però una volta vinta la speranza dei pisani di Cagliari di avere aiuto dal loro Comune di Pisa, si imponeva di dare battaglia per togliere loro la tranquillità. Questo fu il compito che l’ammiraglio Carroz e il governatore Peralta si imposero dal gennaio del 1326. Entrambi si misero d’accordo per effettuare una mossa combinata. Mentre l’ammiraglio avrebbe attaccato la marina dal mare, il governatore con i cavalieri avrebbero tentato di entrare in Stampace. A giudizio partigiano di G. Deslor, il Carroz era restio a far entrare le navi nella palizzata; ma, davanti all’insistenza dei suoi uomini, quando già per terra gli uomini di Peralta avevano distrutto la palizzata, il Carroz si presentò vestito di gramaglia(2) pronto all’azione.
La villa di Stampace, da quando si ruppero le ostilità, albergava tutti gli abitanti dei suoi confini, per cui poteva difendersi da un primo attacco, contando inoltre su buoni mezzi difensivi; ma, attaccata duramente e di sorpresa, nonostante la sua forte opposizione e l’uscita dal castello in suo aiuto, non riuscì a frenare l’impeto degli assalitori; questi, entrando nell’appendice, uccisero un gran numero di difensori.
Soffocata la resistenza, i catalani si dedicarono ad abbattere tutta la staccionata della marina verso Bonaria e gran parte di quella verso San Francesco, effettuando la stessa operazione nella staccionata di Scampace, che fu ridotta in cenere o in macerie, come l’annessa appendice.
Così, gli uomini del Castello videro impedita ogni possibilità di uscita. L’operazione combinata fu sul punto di porre termine alla resistenza del Castello, ma fu così, quando vennero bruciate alcune macchine da guerra, nel momento in cui “voi, Signore, eravate nella torre di Bonaria da cui si sparava millimetricamente”.
Non conosciamo come continuarono i compiti dell’assedio della fortezza per il mese di marzo; supponiamo che i contrasti tra l’ammiraglio e il governatore e l’attenzione, posta nel corso degli avvenimenti di Sassari e del Giudicato del Logudoro, avrebbero dato una certa stasi nel prosieguo delle operazioni. I catalani vivevano sempre sotto la minaccia dell’apparizione di navi nemiche.
Già il primo di febbraio, Ramón de Peralta era stato informato dal giudice d’Arborea che Pisa e Savona preparavano 70 galee, che dovevano passare nell’isola con mille cavalieri, quantunque l’arrivo si prevedesse più in là (nel termine minimo di sei mesi). Se quelle notizie tenevano in apprensione il proseguimento delle azioni, si credeva che circa 2.000 cavalieri erano ormai pronti in Bonifacio con un altro doppio contingente, e che si accelerava l’arruolamento di balestrieri e di fanti per completare la dotazione delle galee disarmate in precedenza nel golfo di Cagliari dalla flotta catalana del Carroz.

V) Fine della dominazione pisana in Sardegna

Quando i “riformatori” Boyl e Boxador presero il controllo dell’isola, essi non riuscirono ad eliminare i rancori e a limitare gli sforzi verso l’obiettivo comune: la resa della fortezza di Cagliari. Ma i pisani, dal mese di aprile, trattavano direttamente con il monarca una forma d’accordo che includeva la totale rinuncia di Pisa al suo ultimo baluardo nell’isola.
Il secondo trattato di pace tra Pisa e l’Aragona stipulava i seguenti articoli:
1) Pisa rinunciava alla città di Cagliari e alla sue pertinenze, con la gente e i beni, a favore dell’Aragona. Gli uomini del Castello e le loro pertinenze avrebbero abiurato dal giuramento fatto a Pisa e avrebbero prestato omaggio all’Aragona.
2) L’Aragona assolveva Pisa dal censo promesso per il Castello di Cagliari e le sue pertinenze avute in feudo. I sindaci di Pisa avrebbero assolto e rimesso quanto chiedevano per il feudo e per il primo trattato di pace nella stipulazione delle 2.000 libbre.
3) I pisani, che sarebbero voluti uscire dal Castello di Cagliari, da Stampace e da
Villanova, avrebbero potuto portare con sé i beni e i mobili, poiché la Corona avrebbe messo a disposizione delle barche per la loro partenza.
4) Quelli che sarebbero rimasti promettevano buon comportamento.
5) I pisani avrebbero conservato i loro possedimenti e le loro giurisdizioni, ma rispondevano all’Aragona dei diritti corrisposti prima a Pisa, eccettuati i castelli, i villaggi e le giurisdizioni autorizzate in feudo dall’infante al conte Rainer.
6) Uguale comportamento avrebbero tenuto gli ecclesiastici con i loro posti, i benefici e i beni, senza eccezione di castelli, villaggi e giurisdizioni.
7) I pisani che avessero possedimenti vicino ai castelli e ai villaggi, potrebbero continuare a mantenerli e a tenerli in usufrutto anche sotto la signoria generale del re e dell’infante.
8) Si stipulava la restituzione reciproca dei prigionieri e si includevano nell’articolo quel¬
li di Genova e di Savona.
9) I pisani potevano dimorare e commerciare nelle terre del Castello di Cagliari e nel resto dell’isola, come gli aragonesi nel territorio pisano.
10) Qualunque pisano o civile del Castello di Cagliari che fosse sospettato nei confronti del re e dell’infante poteva essere espulso dal Castello e inviato in qualsiasi villaggio o località; se avesse avuto tempo per vendere i beni, poteva farlo, altrimenti gli ufficiali regi, in nome del re e dell’infante, glieli avrebbero comprati al prezzo giusto, concordato dai tassatori di entrambe le parti.
11) I pisani potevano esportare merci dalla Corsica e dalla Sardegna, pagando il giusto prezzo, salvando il frutto che Pisa otteneva dalle curatone della Trexenta e di Parte Gippi autorizzate ad essi, il cui frutto non avrebbe dovuto pagarlo il Comune.
12) Fintanto che restava la proibizione completa per i sudditi del re, non si sarebbe impedito ai pisani l’esportazione delle vettovaglie.
13) I pisani potevano avere il console o i consoli nei luoghi, vicini al mare, in Corsica
e in Sardegna, che si incaricherebbero di liquidare i problemi dei sudditi pisani arrivati nell’isola, che non vi avessero residenza, eccetto quelli che avessero commesso qualche crimine.
14) L’esportazione di granaglie (grano, orzo e altri tipi di grani) i pisani la possono fare
solo con Pisa.
15) II re e l’infante concedevano in feudo a Pisa, senza servizio né censo, i villaggi e le
terre delle Curatone della Trexenta e di Parte Gippi, con tutti gli abitanti, le rendite e i diritti con mero e misto imperio e ogni giurisdizione alto e basso. Pisa non potrebbe costruire forni, ma solo case senza fossi, staccati né intrecciati per i loro frutti e per persone incolpate di crimine e altre cose, ma né in muratura né in roccia.
16)Se al posto di quei villaggi, Pisa preferisse 4.000 fiorini annui, si potrebbe accettare; il pagamento si effettuerebbe ogni anno nel giorno della Purificazione della Vergine, in febbraio, dagli amministratori dell’isola.
17) Si rinviano tutte le cause contro i pisani e i civili del Castello di Cagliari.
18) Si rispetteranno i diritti e i possedimenti dell’Opera di Santa Maria Maggiore di Pisa.
19) Si restituiranno al conte Rainer i villaggi e le terre che aveva in Sardegna, eccetto i Castelli di Gioiosaguardia, Villamassargia e Canessa, con i confini e le pertinenze, per
cui si pagherebbe un censo di mille fiorini d’oro annui, avendogli già abbuonato il censo che doveva.
Avendo concordato i patti dopo vari incontri (durati dal 2 al 9 giugno), tenuti in Bona¬ria tra i “riformatori” Boyl e Boxadors e i sindaci di Pisa in Cagliari (Francesco Grasso e Giovanni Granchi, per mandato di Bartolomeo Musso, ambasciatore del Comune), il Castello di Cagliari fu consegnato alle forze d’Aragona. Gli ufficiali aragonesi, dopo aver preso facile possesso, senza lamentele, né rancore da parte di nessuno, vi posero un buon numero di cavalieri e di fanti. L’indomani, gli ufficiali della Corona ricevettero il “sacramentum” di fedeltà da parte dei civili in nome del re. Furono prontamente smantellate le torri del Leone e quelle dell’Elefante e del Castello di Cagliari, sebbene le case della città fossero alla stessa altezza delle torri e le due coperture della torre di San Pancrazio rimasero per la difesa, poiché vi potevano alloggiare 20 o 30 uomini; in quel¬le due torri del Castello disposero il governo per i castellani (figli dei cavalieri), il presidio di una guarnigione e il deposito delle armi dei “pollins” del Castello per immagazzinarle e per non potersene più avvantaggiare.
L’aspetto del Castro di Cagliari era tanto imponente che il vescovo di Huesca e Berenguer di San Vicente non trovavano parole per esprimere la magnificenza delle sue condizioni di difesa. Le ultime notizie che possediamo sulle condizioni di Cagliari – nel periodo che trattiamo – sono dell’epoca del governatore Ramón de Cardona: si tratta di alcuni provvedimenti che il re avrebbe dovuto prendere (raccomandati da un personaggio anonimo vicino al governatore).
Doveva essere collocato nella Torre del Leone un castellano idoneo, dato che Pedro Martínez de Sarasa era navarro ed era molto legato ai pisani, poiché lo avevano nominato loro console nel castello.
Si richiedevano la concessione di alcune facilitazioni, perché Villanova, una delle appendici di Cagliari, potesse ripopolarsi, e l’invio di dieci galee alla città, perché le barche che volevano commerciare con quel porto, potevano farlo senza timore, altrimenti la dogana avrebbe dato scarsi profitti.
In ultima istanza si sollecitava il procuratore fiscale di Castro di Cagliari di non effettuare condanne sui crimini commessi nella Corte di Cagliari, né dei bandi, poiché ora non c’era la mediazione. Ne sarebbe conseguito che nessun accusato, nella Corte di Cagliari, sarebbe uscito senza condanna per aver composto qualche grazia; símilmente sarebbe avvenuto per i bandi. Ma il fiscale aveva tra i suoi poteri anche quello di sanzionare chi prendeva a cavallo armato qualcuno che era al servizio del re, per cui si rendesse necessario comminare delle condanne ed emettere bandi per 400 libbre alfonsine annuali.

CAPITOLO XV
III) Ripopolamento e problemi del regno conquistato

Antonio Era suppone che, accanto ai combattenti, accorse nell’isola un certo numero di cittadini desiderosi, non tanto di avventura, quanto di sistemazione e che, adibiti a mansioni militari, venissero destinati ad essere coloni della terra appena conquistata. Questa ipotesi è confermata dal fatto che, non appena terminarono le operazioni belliche, cominciò la ripartizione con assegnazioni immobiliari.
D’altra parte non è difficile immaginare che gli uomini d’arme, terminata la guerra, si convertissero in coloni; è da qui che, gli uni e gli altri, esclusivamente catalano-aragonesi, ebbero a formare il primo gradino della colonizzazione.
Teniamo presente che gli uomini d’arme rimasti in tale qualità nell’isola, formavano un insieme relativamente poco numeroso. In Villa di Chiesa, durante il biennio 1324-25, la guarnigione oscillava mediamente da 27 cavalieri a 48, da 26 a 115 uomini a cavallo e da 200 a 300 fanti. Bonaria, nello stesso biennio, occupava un massimo di 85 cavalieri e 131 uomini a cavallo (non conosciamo il numero dei fanti).
(…) Le concessioni immobiliari fatte a questi popolatori non dovevano considerarsi come pure e semplici donazioni, bensì forma migliore di cessioni enfiteutiche. Il sovrano si riservava il dominio eminente, e i privati, in qualità dei possessori o concessionari di possessori, venivano collocati negli incarichi inerenti a tale tipo di concessione: decime, censi, laudemi (canoni enfiteutici) e fatica, che varierebbero secondo luoghi e persone.
Oltre alle concessioni immobiliari si offrivano ai popolatori catalani e aragonesi supremazia e immunità speciale: riserva degli uffici pubblici, esclusione del commercio al dettaglio, esportazione di grani con esenzioni doganali. Il ripopolamento dell’isola si favoriva con i “giudatici”, che erano le carte di sicurezza per le quali, un’autorità, concedeva adeguati affidamenti, che possono considerarsi molto simili alle carte di popolazione, poiché teneva la persona in perpetua unione del territorio alla Corona, contenendo disposizioni che stimolavano l’immigrazione.
La nuova popolazione contava nei salvacondotti di commercio per assicurarsi l’approvvigionamento della città con la promessa che le vettovaglie e le merci non potessero essere sottoposte a marchio, impegno, ecc; tali salvacondotti venivano forniti per dare immunità a capitani e a nocchieri delle navi, accusati di crimine e di delitti precedenti.
I consiglieri della città da ripopolare concedevano immunità per crimini e debiti precedenti e franchi per debiti; con questa immunità la popolazione non era escluso che fossero sudditi regi. Bisogna notare che certi salvacondotti escludevano i colpevoli di cri¬mini gravissimi e i nemici. In tal modo, si portò ad effetto la colonizzazione dell’isola, e la campagna di organizzazione seguì quella della conquista.
A continuazione studieremo la forma di ripopolamento di Bonaria e i problemi ad essa inerenti.

IV) Le capitali dell’isola: Cagliari e Bonaria

Abbiamo già specificato le ragioni che aveva Giacomo II per creare una nuova città, lasciando Cagliari in mano ai pisani. L’ubicazione della nuova città si effettuò nello stesso luogo dove si era stabilito l’accampamento dell’infante; durante l’assedio di Cagliari si innalzarono le mura e si cominciò l’opera di difesa. In un colle piacevole e tranquillo, accanto al mare, con un porto accogliente e più grande di quello di Cagliari, iniziarono l’innalzamento delle mura di una nuova città, che – nell’intenzione del re -doveva terminare con la supremazia sull’antica chiave dell’isola.
Con rapidità l’esercito dell’infante e con l’impiego dei balestrieri, dentro un muro dello spessore di 20 palmi, edificò una chiesa dedicata a S. Saturnino, grande, bella e uguale alla cattedrale di Lérida che, durante l’assedio, servendo da fortezza, accoglieva l’accampamento di 50 cavalieri e 600 fanti; innalzò una bella torre fabbricata davanti al mare, all’interno delle mura. Qui posero 20 fanti e, più a sud, gli uomini dell’infante ricostruirono una vecchia casa per bagni, in cui presero dimora 110 fanti. Posero questo vallo e queste mura a partire dal mare dall’altro porto della costa verso le mura, dove si trovavano le macchine da guerra talmente sicure come se fossero in un castello. Per difender le mura si erano innalzate delle torri, a distanze regolari, quelle che durante l’assedio davano alloggio a 100 uomini di lignaggio e a 400 fanti.
In relazione alla popolazione della nuova città, la fondazione di Bonaria portò gravi problemi, che aumentarono dopo l’occupazione di Cagliari e del Castello, in seguito alla seconda pace. Il re non aveva avuto inconveniente a permettere che i suoi vassalli si stabilissero indistintamente in Cagliari o in Bonaria, a loro piacimento, per cui l’antico desiderio di rovinare l’economia di Cagliari andava a pregiudizio dei catalani, valenzani, aragonesi e maiorchini che colà avevano trovato residenza. Se le merci dovevano essere contrattate in Bonaria, dove le navi le scaricavano, Cagliari avrebbe perso ogni interesse economico.
Insomma, l’aumento della popolazione di Cagliari pregiudicava l’economia degli abitanti di Bonaria e viceversa, e causava la rivalità negli ufficiali, cosa che era stata loro raccomandato di evitare. Pur attenendosi alle loro istruzioni, era inevitabile lo scontro di interessi di entrambe le città che si espandevano per mezzo delle stesse giurisdizioni. Perciò, con frequenza, semplici privati interessati, o meglio i consiglieri e i maggiorenti di una città o dell’altra sollevavano petizioni per una limitazione di attribuzioni e, secondo il loro modo di vedere, consigliavano rimedi per il futuro.
Per evitare la rivalità tra gli abitanti dell’uno e dell’altro luogo, un privato, P. de Cardona, stabilitosi in un alloggio di Bonaria, considerava come soluzione più adeguata, di sopprimere il privilegio della città appena nata giacché, in caso contrario, sarebbe arrivato un tempo in cui Cagliari si sarebbe vista spopolata e distrutta, e l’amministrazione delle due città in comune con gli stessi ufficiali. Sopprimere il privilegio di Bonaria rappresentava dare una smentita alla politica del monarca e lasciare senza effetto una moltitudine di impegni già contratti, come può supporsi.
I casi di contravvenzione alle franchigie di Bonaria erano tanto numerosi che i consiglieri, i maggiorenti e la municipalità del Castello e quelli della città di Bonaria, per bocca di Arnau Ladrera e Guillem Oliver (consoli dei catalani nell’isola) elevarono le loro proteste davanti al monarca pregandolo di dare ordine ai suoi ufficiali, perché osservassero e facessero osservare il privilegio della città. In relazione al rinvio del termine, causato dall’affluenza di abitanti, si raccomandava che nessuno potesse popolare né far popolare Bonaria, fin quando non fosse terminato il popolamento del luogo – sano e di “bella vista”, da parte di altri – che le autorità avevano ordinato di popolare verso il detto “Puig de les Forques” (Punta delle Forche, località, forse, dove avevano messo il patibolo), che cominciava ad essere difeso da una muraglia e dove si erano già costruiti un centinaio di alloggi.
Secondo l’intendimento delle autorità, erano facili da prevedere le conseguenze della contravvenzione di mezzi tanto prudenti; se la popolazione, nello spazio tra Bonaria e Cagliari, avesse continuato a succedersi, senza tono né suono, la prima di queste città si sarebbe spopolata; per cui, oltre ad essere un cattivo esempio e capitato nel primo luogo di nuovo impianto, ordinato dall’infante, avrebbe avuto un altro inconveniente: la popolazione, disperdendosi tra due castelli, -se fosse arrivato il caso – e se uno di essi fosse rimasto sguarnito, sarebbe stata di facile conquista da parte dei nemici e sarebbe stata una minaccia per l’altro castello e per la città. Se, al contrario, si faceva in un luogo indicato, un castello avrebbe salvato l’altro. La bontà delle loro asserzioni era fondata anche perché, mentre la pianura era malsana e c’era acqua salata, nello spazio ordinato per il ripopolamento accanto alle mura vi era in superficie acqua dolce e restava la speranza di trovare nuove sorgenti. L’ultima ragione delle loro richieste consisteva nella difesa della popolazione che stava nel piano.
Ma, poco tempo dopo, Cagliari inviava i suoi ambasciatori, il giudice Nicolás, il notaio Casuetius e Gerardo Soglia (civili del Ca¬stro di Cagliari), destinati a sollecitare la con cessione di privilegi a loro favore contro le richieste dei cittadini di Bonaria.
Non chiariscono nulla sia la realtà delle cose e sia l’informazione di B. Boxadors, di E Boyl, di Galcerin de Robes e di Francisco Daurats. Questi, dopo aver studiato con attenzione i problemi posti dalla popolazione delle due città, credevano che l’opposizione di Bonaria al rinvio del termine per trasferirsi al Castello di Cagliari si doveva a quando alcuni abitanti sulla riva del mare di Bonaria, guardando soltanto ai loro interessi, erano interessati ad impedire qualunque altro popolamento in riva al mare, che giungesse a farli concorrenza, alterando la loro posizione privilegiata. Gli altri ufficiali intesero, più come documento, che si effettuasse il ripopolamento verso Cagliari, per opportunità grande della terra e dell’acqua e di quante cose le fossero necessarie, che potrebbero avere con una missione molto più semplice e luogo più vantaggioso e più conveniente per fare commercio.
Consideravano che, in breve tempo, tutta la terra che va da San Saturnino al mare, come Villanova e Stampace, verrebbe completamente ripopolata, a causa delle numerosa affluenza di catalani e aragonesi che stavano in Bonaria, fino a straboccare.
Quello stato di cose, in relazione alle due città, era conseguenza delle previsioni prese dal governatore generale dell’isola F. Boyl e dall’ammiraglio B. Boxadors. In effetti, terminata ogni resistenza pisana a Cagliari, quando si firmarono i secondi accordi nel giugno del 1326, entrambi gli ufficiali espulsero da Cagliari tutti gli spuri del Castello, lasciandolo totalmente spopolato. Ma, poiché il governo non aveva nessun interesse a smantellare quella imponente fortezza, cercarono abitanti in Bonaria, che popolarizzava tutta l’ammirazione degli aragonesi. Malgrado ciò, i catalano-aragonesi, che avevano già la loro radice in questa città, non risposero alla chiamata, anche quando si offrì loro, nel Castello, case per 100 libbre, ma che valevano 400 libbre, e spiazzi gratuiti nella marina.
Per risolvere l’inconveniente, il governatore fece emanare una “grida” con la quale prometteva franchigie e permessi di commercio in Castello, nel porto e nella marina a quanti avessero voluto popolare il Castello, secondo i privilegi autorizzati a Barcellona, Valenza, Maiorca e in altri luoghi della Catalogna. Questa decisione fece sorgere subito l’effetto sperato; alcuni abitanti di Bonaria avevano richiesto trattamenti, se essi si fossero cambiati nel detto Castello, ma al momento di dare effettiva soluzione alle parole, tornarono indietro.
Il governatore, che si rendeva conto di quanto sarebbe stato costoso fare il ripopolamento in modo diverso da come aveva deciso il monarca, rinnovò la “grida”, nella quale si inserivano i nomi di quanti dovevano effettuare la fondazione delle loro abitazioni nel Castello, e minacciava sanzioni a quelli indicati nella carta che non avessero preso possesso della loro nuova dimora nel tempo di tre giorni; in caso che non si fosse eseguito l’ordine, l’alloggio sarebbe stato concesso a qualsiasi altro catalano o aragonese, non soltanto nel Castello, ma anche nella Marina e in Stampace. Il tocco finale fu che Cagliari tornò ad essere popolata non da spuri, bensì da catalani e aragonesi. Il ripopolamento di Cagliari offriva, per le condizioni in cui si era effettuato, problemi particolari.
In primo luogo dovevano aspettarsi i reclami di quelli che, avendo concesso loro casa, per non aver compiuto la loro presa di possesso nel termine fissato, videro persi i loro diritti che caddero in quelli appena nominati. Secondo l’opinione del governatore, ed era quella che contava, tali reclami non dovevano essere presi in considerazione, poiché, in caso contrario, avrebbe sparso l’idea che le previsioni degli alti ufficiali regi in Sardegna non possedevano alcun valore e la città si sarebbe vista spopolata, non avendo fiducia né in loro, né nelle loro disposizioni.
La conferma reale delle assegnazioni effettuate dal governatore era requisito indispensabile per il buon intendimento di tutti. Quelli del Castro di Cagliari avrebbero avuto le franchigie e le libertà uguali a quelle dei catalani e aragonesi, con casa in Bonaria, nella stessa maniera della franchigia di truppa e di cavalcatura, poiché non c’era ragione alcuna per distinzioni tra entrambe le città.
Il 25 agosto 1327, dando ascolto ai consi¬gli di Bernardo de Boxadors, Giacomo II concedeva privilegi speciali a Cagliari per un aumento della popolazione, prevedendo le cause dell’immigrazione.
Tra i privilegi si contava l’esenzione del servizio personale e del pagamento dei frutti, la facoltà di effettuare fiere una o due volte all’anno, uso gratuito del sale da consumarsi in città, fissazione di limiti, loro giurisdizione e concessione per costruire nuove case.
Queste concessioni erano il degno fermaglio all’opera dei riformatori, intravista l’anno precedente, quando si firmò la convenzione (22 gennaio 1326), tra il governatore generale, i consiglieri e i maggiorenti del Castello e della città di Cagliari. I maggiorenti credettero opportuno rendere stabile il regime civile mediante la concessione di una organizzazione alla nuova popolazione, nata dalla fusione tra l’elemento indigeno e il conquistatore.
Quanto meno, nessuno potrà negare il merito alla signoria aragonese di aver instaurato a Cagliari un regime di amministrazioni municipale, degno di una città privilegiata.
(1) Bastimento a vela (2) Cotta di maglia
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Collana curata da Roberto Copparoni per conto di Luigi Spanu
1° edizione Ottobre 1998

 

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LA VITA DI ALZIATOR ATTRAVERSO LE OPERE, COMUNICAZIONE DI LUIGI SPANU AL 1° CONVEGNO SU “FRANCESCO ALZIATOR”

13 Maggio 2013 Commenti chiusi

A me il difficile compito di dare inizio, con la mia comunicazione, ai lavori del primo convegno di studi sulla figura e l’opera di Francesco Alziator. E se il convegno vede oggi la luce, lo si deve certamente, scusatemi la modestia, alla forte volontà e, devo aggiungere, alla cocciutaggine di chi vi parla, che da più di un anno stava cercando di concretizzare l’idea, nata nel lontano 1984, di un convegno di studi in onore del caro amico scomparso. Ciò si è realizzato oggi, superando molte difficoltà e molti scetticismi ed anche facendo salti mortali per scansare gli ostacoli trovati lungo il percorso. Devo innanzitutto ringraziare l’assessore alla cultura Efisio Serrenti, della Provincia di Cagliari, per aver accolto subito, senza tergiversare e con grande entusiasmo, l’idea di far promuovere alla Provincia questo convegno. Il quale, sono sicuro, porterà onore e merito alla possente figura di un grande studioso sardo, che dalla giunta comunale di Cagliari. è stato ancora una volta dimenticato.
Dopo nove anni, infatti, dalla scomparsa del nostro Francesco, la toponomastica del centro storico di Cagliari non lo ricorda ancora. Altri comuni dell’isola, senza attenersi alla ridicola norma che, per intitolare una strada occorra che passino dieci anni dalla scomparsa, vi hanno provveduto. Ho qui un trafiletto de “L’Unione Sarda” che leggo.
“Una strada intitolata ad Alziator a Serramanna. In vista del censimento generale della popolazione, l’amministrazione comunale ha provveduto ad aggiornare la toponomastica stradale. La nuova toponomastica che interessa dodici strade, propone tutta una serie di riferimenti geografici e di personaggi entrati nella storia. Tra questi ha trovato posto Francesco Alziator, storico sardo morto nel 1977. La strada intitolata ad Alziator è una parallela alla via Gabriele D’Annunzio. Come dice la motivazione, si è voluto così ricordare un uomo che ha raggiunto in vita chiara fama essendo stato “articolista dell’Unione Sarda, studioso di storia ed autore di oltre cinquanta pubblicazioni su argomenti di storia sarda, tradizioni popolari ed etnologia.”
L’anno scorso io ho inviato, sia al sindaco di Cagliari, sia all’assessore alla Pubblica Istruzione del Comune, una richiesta per chiedere loro di patrocinare questo convegno di studi. Nessuna risposta. La lapide che è stata posta sopra il portone della casa dove lo studioso cagliaritano passò gli anni più belli della sua intensa vita di scrittore, è frutto di una iniziativa di amici.
Ancora una volta il comune di Cagliari si è dimenticato di un suo grande figlio, che con i suoi scritti, e in particolare con quelli di “La città del sole”, di “I giorni della laguna” e de “L’elefante sulla torre” ha dato un altra vita alla sua città amatissima, presentandone agli italiani e agli stranieri i tesori e l’anima. Mi auguro che questo convegno di studi non rimanga un fatto sporadico e non resti l’unico. Ecco perché, all’inizio di questo mio intervento, ho detto primo convegno: speriamo che se ne possa realizzare un secondo, poiché in questo che stiamo celebrando oggi, sebbene vi sia la partecipazione di studiosi insigni, di intellettuali di chiara fama e di illustri docenti universitari sardi, che con i loro interventi presenteranno la figura di Francesco Alziator, non si potrà analizzare l’intera sua produzione come letterato, come giornalista e come etnografo. infatti non potranno essere analizzati tutti i lavori che nell’arco di un cinquantennio di attività il nostro ha compiuto.
Dopo aver ringraziato l’assessore Serrenti, devo porgere il mio più vivo ringraziamento al professor Boscolo, che con grande affetto verso il caro amico Francesco, ha accettato non solo di partecipare al convegno con il suo intervento che ne concluderà i lavori, ma anche ha accolto l’invito di presiederli.
Ringrazio inoltre tutti gli studiosi e i docenti che hanno accolto volentieri l’invito ad intervenire con una loro comunicazione al fine di contribuire a far conoscere la figura e l’opera di Francesco Alziator. Ringrazio anche il signor Luciano Marras, dell’Assessorato Provinciale alla Cultura, che mi ha molto aiutato a concretizzare ed organizzare il convegno, affinché tutto procedesse per il meglio. Auguriamoci quindi che questi due giorni di studio possano procedere nel migliore dei modi.
Posso ora comunicare che gli atti del convegno, come mi ha assicurato l’assessore Serrenti, che anche per questo lo ringrazio, verranno pubblicati quanto prima. Mi si scusi questo mio acceso inizio; era necessario farlo, per chiarire certe situazioni.
Ora darò alcuni cenni biografici sul nostro Francesco in riferimento ai suoi scritti: sarà questo il mio modesto contributo al lavori del convegno.
Alziator nacque a Cagliari il 12 marzo 1909. Proprio in questi giorni ricorre quindi il sessantasettesimo anniversario della nascita. Completati gli studi medi, il giovane Francesco si iscrisse nel 1928 alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo cagliaritano, seguendo con vivissimo interesse anche gli studi sardi e quelli di tradizioni popolari; ebbe professori di chiara fama.
Ancora giovanissimo, intraprese la carriera giornalistica collaborando a “L’Unione Sarda”. Aveva da poco compiuti i diciannove anni, quando comparve il suo primo articolo nel periodico cagliaritano. Era il primo settembre del 1928. Due mesi dopo inizierà gli studi universitari. Tema di questo primo articolo, che rappresenta già una sua scelta, “Prefiche e canti funebri”. Seguirono altri cinque articoli nel giro di quattro mesi.
Nello stesso anno, nel numero di dicembre della rivista letteraria “Mediterranea”, nella quale appaiono le migliori firme degli scrittori sardi di allora, compariva uno scritto di Francesco, di grande impegno: “Un fiorentino contemporaneo di Dante”. L’anno successivo si cimentò nella poesia. Infatti apparvero tre sue liriche, che chiameremo del periodo giovanile, poiché altre degli anni della maturità non appariranno, ma so che sono state scritte. Le tre liriche, dicevo, furono pubblicate nei periodico settimanale “Il lunedì dell’Unione”. Nel 1930, nel numero di ottobre della rivista “Mediterranea”, ecco apparire uno studio di oltre sette pagine, con illustrazioni: è uno studio di grande respiro, credo poco noto: “La decorazione delle casse sarde”.
Dopo quattro anni di corso universitario, nel 1932, si laureò, discutendo la tesi su “Momenti della drammatica religiosa in Sardegna”. Due anni più tardi, seconda laurea in scienze politiche. Contemporaneamente collaborava a diversi periodici, tra cui “Il giornale d’Italia”, “Il Marzocco” dl Firenze , “Il Tempo di Roma” e alla rivista universitaria “Sud-est”. Intanto continuava a scrivere anche per “L’Unione Sarda” e per altre riviste letterarie.
Nel 1937, in “Diorama della musica in Sardegna” apparve lo scritto “Il teatro in Sardegna” e in «Ariel”, “Nuovi documenti su Maria Cristina di Savoia”. Seguivano numerosi articoli ne ”L’Unione Sarda”. Nel 1940, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, Francesco presentò il saggio “Di alcune reminiscenze ovidiane nel primo canto del Paradiso”. Pochi giorni prima dei terribili bombardamenti su Cagliari da parte degli aerei americani, mese di febbraio del 1943, Francesco Alziator prestava servizio militare nel capoluogo sardo. E qui appunto lo colse la tragedia. Nei bombardamenti perse il padre e la sua abitazione subì gravi danni. Con il suo reparto si trasferì a Isili, dove rimase alcuni mesi. Rivide la sua città qualche mese dopo, rimanendo scosso per la visione terribile delle rovine.
Tornato nel capoluogo sardo nel 1945, a guerra ultimata, riprese la sua attività di insegnante, attività iniziata qualche anno prima della guerra. Insegnò negli istituti superiori e poi all’università di Cagliari, dove fu assistente di lettere umane. Sempre nel 1945, con Nicola Valle, fu promotore dell’associazione culturale “Amici del libro”, che teneva i suoi incontri nella Biblioteca Universitaria di Cagliari.
Riprese anche l’attività giornalistica e di scrittore collaborando a diverse riviste locali. dal 1946 collaborò attivamente alla rivista “Il Convegno”, diretta dall’impareggiabile Nicola Valle, che ha il merito di aver tenuto in vita questa rivista per quarant’anni. Numerosi gli scritti di Francesco in questa rivista. Nello stesso anno in “Almanacco letterario ed artistico della Sardegna”, che venne pubblicato sotto l’egida degli “Amici del libro”, appaiono alcune considerazioni del nostro studioso sugli scritti di alcuni autori inglesi sulla Sardegna. Dal 1946 al 1954 in “La Sardegna nuova!” Alziator compare con il saggio “La letteratura in Sardegna dalle origini al periodo bizantino” e, nel 1953, in “S’ischiglia”, con “La drammatica religiosa in Sardegna e las comedias di padre Antonio Maria da Esterzili”.
Nel 1954 vide la luce il suo primo grande lavoro, che gli darà lustro e successo: “La storia della letteratura in Sardegna”, opera che ebbe accoglienze favorevoli tra il pubblico e la critica. Nello stesso anno, dal direttore de “L’Unione Sarda”, Franco Maria Crivelli, gli venne affidato il settore della demologia. Gli anni dal 1954 al 1963 sono anni ricchi di attività giornalistica. Ogni anno apparirono non meno di cinquanta articoli, con una cadenza settimanale. Alcuni mesi dopo la pubblicazione della “Storia della letteratura di Sardegna”, ecco apparire il “Caralis panegyricus di Roderigo Hunno Baeza”, dedicato all’illustre cittadino cagliaritano Pietro Leo, allora sindaco del capoluogo isolano. Il quale aveva voluto che il lavoro venisse pubblicato sotto il patronato del Comune di Cagliari. Con questo scritto, Alziator ebbe il grande merito di aver tolto dal lungo oblio un’opera di questo importante umanista cagliaritano del cinquecento, di averlo studiato e di averlo fatto conoscere.
Nel 1955, per opera di Giuseppe Della Maria, altro benemerito studioso cagliaritano, deceduto alcuni mesi dopo Alzlator, sempre nel 1977, nasce il “Nuovo bollettino bibliografico sardo”. A questa rivista, che vivrà sino all’anno della scomparsa del suo fondatore – nell’ultimo numero è inserito un ricordo sulla figura di Francesco -, il nostro studioso sardo collaborò con vari articoli e, per alcuni numeri, curò la rubrica “la rassegna critica”; nello stesso anno apparvero anche articoli in “Ichnusa”, in “Prospettive sarde”, “Turismo oggi e domani” e in “Cagliari economica”, quest’ultima rivista diretta con grande maestria dal giornalista “Mario Pintor, che raggiunge quest’anno la veneranda età di 89 anni.
Nel 1956 Francesco si interessò delle maschere di Sardegna, di quelle cagliaritane e della storiografia delle tradizioni popolari e scrisse intorno alla sagra di Sant’Efisio attraverso i secoli. L’anno dopo, per le “Edizioni della Zattera”, uscì il suo interessantissimo lavoro “Il folklore sardo”, con la ricca, stimolante prefazione di quel grande maestro delle tradizioni popolari che fu Paolo Toschi. Quest’opera ci offre una rappresentazione di tutti gli aspetti del mondo sardo, e costituisce un notevole contributo alla conoscenza delle tradizioni popolari della Sardegna.
Tre anni più tardi, siamo nel 1959, Alziator ottenne la libera docenza, grazie alla quale gli veniva riconosciuta non solo la possibilità di insegnare tradizioni popolari nelle università, ma anche di essere ritenuto il miglior interprete delle tradizioni popolari della Sardegna; appunto per questo, non si comprende come non gli sia stato affidata la cattedra di tradizioni popolari nell’università del capoluogo sardo. Sempre nel 1959, il nostro scrittore pubblicò ”Picaro e folklore” una raccolta di saggi, che costituisce il suo lavoro più impegnativo sulle tradizioni popolari. In esso vengono superati i limiti della Sardegna, che pure furono superati anche in altri saggi.
Nel 1961, molto significativi gli studi che ricordano la giostra secolare di Oristano “La sartiglia” e “I misteri della settimana santa in un testo di Francisco Carmona, del 1600″. Il 22 giugno, in riconoscimento del suo attento studio “Il sacrificio umano in Sardegna” sulle tradizioni popolari, gli venne conferito il “Premio Pitré”, ambito premio internazionale. Pochi giorni dopo, precisamente il 14 luglio, la “Real Academia de Las Buenas Letras” di Barcellona, il massimo istituto di ricerca storica per la Catalogna e una delle principali istituzioni culturali della Spagna, gli conferì il titolo di membro della accademia e lo chiamò a far parte dell’alto consesso culturale spagnolo, in considerazione della sua opera di studioso e in particolar modo per le ricerche e per i continui contributi da lui apportati nel campo delle tradizioni popolari italiane, cagliaritane e, in modo particolare, catalane e spagnole.
Una serie di vivissimi articoli, condotti con rigoroso merito tutto scientifico, appaiono nel notiziario “Ses” degli anni ‘59-60-61-62. Di essi mi piace qui ricordare in particolare; “Le sette meraviglie di Cagliari”,”Dalle grotte dei cavernicoli alla grande Cagliari”, e “Cagliari città spettacolo”. Contemporaneamente egli collabora alle riviste “Sardegna fieristica” e “Almanacco di Cagliari”, riviste annuali, dirette con sicura professionalità dal giornalista Vittorio Scano. L’illustre nostro studioso sardo collaborò a queste riviste sin dalla loro apparizione nel mondo culturale sardo.
Per Francesco il 1963 fu un anno importante. Vedono la luce tre sue opere di fondamentale importanza per la storia delle tradizioni popolari cagliaritane e per la storia interessantissima del costume sardo alla quale si dedicò sempre con passione. La prima ad apparire è “La città del sole”, seguono la “Collezione Luzzietti” e la “Raccolta Comimotti” opere di largo respiro e di grande impegno, che riguardano la vita e i costumi di Cagliari la prima, e la storia dell’abbigliamento popolare sardo le altre due. Nello stesso anno compaiono anche gli atti del convegno di studi religiosi sardi in cui si trova, di Alziator, la comunicazione “tracce di rituali pagani nella tradizione popolare sarda”.
Nella prefazione all’opera “La città del sole”, che proprio alla fine dello scorso anno, ha visto la sua seconda edizione della collana, ottimamente recensita qualche mese fa da Giovanni Mameli. L’opera, in due volumi di gran lusso, che fanno giustamente parte della collana “Corpus kalaritanum”, curata dall’editore Trois, Francesco Alziator spiega il perché di questo titolo, per cui rimando alle sue pagine. È questo uno studio veramente vasto e profondo dove il lettore può trovare riferimenti ai più diversi aspetti delle tradizioni popolari dell’area cagliaritana e di quella più propriamente cittadina. A Francesco si deve l’alto merito d’aver rintracciato, nelle sue continue ricerche fra le carte della biblioteca universitaria di Cagliari, le tavole che costituiscono la raccolta Luzzietti che gli sono servite per presentare alcune note per una storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna, che tuttora manca.
Negli anni successivi, il nostro studioso si dedicò ai viaggi. Frutto di questi sono gli articoli apparsi ne “L’Unione Sarda” dal 1964 al 1968. Da quest’anno fino al 1977 ritornano sempre nel quotidiano cagliaritano scritti che hanno come centro il popolo sardo nelle sue radici, le sagre e la peste in diverse zone della Sardegna. Nel 1965, collaborò con due saggi alla monografia “Sanluri terra ‘e lori”, alla quale collaborarono una ventina di studiosi, curata dal padre scolopio Francesco Colli Vivarelli. In questa monografia Alziator scrive su fra Antonio Maria d’Esterzili e su “Sanluri nella storia delle tradizioni popolari”, presentando, tra l’altro, di quel centro, il ciclo dell’uomo e il ciclo dell’anno, la casa e la vita familiare, il blasone e le leggende popolari e infine l’abbigliamento popolare.
Per un servizio speciale e per un articolo pubblicato su un quotidiano di Cagliari, che si riferiva alle tradizioni popolari del capoluogo iglesiente, l’associazione culturale d’Iglesias “Lao Silesu”, nel 1969, gli assegnò il premio “Sulcis-iglesiente”.
Negli anni successivi in Alziator continuò a prevalere l’interesse ai temi della Cagliari del passato. e grazie alle sue continue ricerche, il frutto lo si trova nella raccolta di testi inediti, di testi rari e di studi originali riguardanti la Sardegna o scritti da sardi, studio che ha come intestazione “Biblioteca dell’elefante”.
Nel 1969 venne pubblicato “Testi campidanesi di poesie popolareggianti” con uno scritto introduttivo di larga visualità, in occasione del ventennio di fondazione del Rotary club di Cagliari, di cui Francesco era socio. Sempre per la stessa collana, nel 1972, apparve “Barbaricinorum libri” di Giovanni Proto Arca, dedicato ai suoi studenti dell’Università di Sassari. Poi Alziator prese parte, con Fernando Pilia, alla presentazione della ristampa del volume “Grazia Deledda, tradizioni popolari di Nuoro” tratte dalla rivista “Tradizioni popolari italiane”.
Per il cinquantenario della morte di Bacaredda, alla fine del 1971, fu pubblicato un libro che presentava la figura dell’amministratore, del giornalista, del letterato e del giurista cagliaritano. A Francesco Altziator toccò illustrare la Cagliari del periodo di Bacaredda.
Due anni dopo, oltre a diversi articoli ne “L’Unione Sarda”, che interessano la cronaca e la storia dei quartieri di Cagliari: Stampace, la Marina, Villanova, Sant’Avendrace, scrisse la prefazione al lavoro di chi vi parla in questo momento, su Antonio Lo Frasso, facendo un’attenta disamina della cultura sarda del ‘500. L’anno dopo, nel 1975, altro lavoro per la “Biblioteca dell’elefante”: “Testi di drammatica religiosa della Sardegna”, con l’analisi degli scritti di Francesco Carmona, Antioco del Arca e Gian Pietro Chessa Cappai. Nello stesso anno appare, per la stessa collana “Sa vitta et sa morte et sa passione de sanctus Gavinu Prothu e Gianuariu”.
Non molti gli articoli apparsi nel periodico cagliaritano nel corso del 1976. Francesco stava lavorando ed era impegnato non solo nella pubblicazione di uno studio di interesse particolare sulla storia secolare della più bella e più importante laguna della Cagliari del passato: Santa Gilla, che ha cambiato completamente il suo aspetto e il suo luogo, ed era anche impegnato nella stesura di una storia della cultura sarda.
Il primo lavoro apparirà pochi giorni dopo la sua scomparsa avvenuta il 3 febbraio 1977: “I giorni della laguna”, mentre il secondo, non portato a termine, difficilmente potrà essere pubblicato, poiché gli appunti lasciati non permettono una ricostruzione che abbia una sicura validità, dato che alcune parti sono rimaste proprio allo stato di annotazione.
Dopo la scomparsa di Francesco appaiono altri suoi scritti. Primo fra tutti “L’elefante sulla torre, itinerario cagliaritano”, una scelta degli articoli su Cagliari, apparsi nell’arco di vent’anni ne “L’unione Sarda”, con la splendida e corposa prefazione “Poeta di una città” di Antonio Ronagnino, opera curata da Cenza Thermes e da altre due signore. Nel giro di tre anni questo volume ha avuto tre edizioni. Il che fa comprendere quanto sia seguita l’opera del nostro Francesco.
L’altro lavoro postumo, uscito nel 1979, si intitola “Attraverso i sentieri della memoria”. In seguito apparvero altre edizioni di suoi scritti.
Dopo queste scarne notizie biografiche e sulle maggiori opere dello studioso sardo, lasciatemi dire alcune mie considerazioni intorno a questo degnissimo personaggio. Francesco Alziator studiò la storia di Cagliari attraverso quelle pietre che recavano impressi i segni della storia e che avevano conosciuto la civiltà dei cagliaritani lungo il corso dei secoli. studiò a fondo la storia delle sagre e delle feste religiose della Sardegna e del suo capoluogo, poiché da esse poteva trarre notizie sui comportamenti dei sardi.
Fu illustre etnografo, saggista elegante, scrittore superbo e brillante conferenziere, chiaro espositore e delicato e sensibile studioso. La sua attività si rivolse verso l’indagine della storia sarda e verso un sapere orientato in diverse direzioni. Si interessò di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e, soprattutto, di tradizioni popolari. Questo convegno metterà in luce tutti questi suoi interessi.
La grande virtù di Alziator è stata quella di essersi occupato con rigore scientifico della cultura popolare e di essere riuscito a rendere in modo facile ed accessibile a tutti i risultati dei suoi studi. È stato, senza dubbio, una delle figure di maggior rilievo nel quadro letterario della Sardegna del terzo quarto del secolo, che lo vide per oltre cinquant’anni, attivo collaboratore di riviste nazionali ed isolane. Questo convegno di studi sarà senza dubbio una buona occasione per proporre una rilettura della voluminosa produzione di questo scrittore cagliaritano.
Mi piace terminare questo mio intervento di apertura del convegno ricordando come nel 1978, ad un anno dalla sua scomparsa, a Francesco Alziator veniva assegnato il premio “Defensor karalis”, istituito proprio in quell’anno dall’associazione “Italia nostra” per onorare i cagliaritani che, con la loro attività intellettuale contribuiscono a diffondere le conoscenza del patrimonio culturale, storico e artistico della città.
Posso terminare dicendo che, in quell’occasione, è stato premiato lo studioso, il personaggio, l’uomo.
Luigi Spanu, convegno sulla figura di Francesco Alziator nell’aprile del 1986.

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(SCHEDA33 )VITA E OPERE DI FRANCESCO ALZIATOR – UNO STUDIO SU F. ALZIATOR di LUIGI SPANU

11 Maggio 2013 Commenti chiusi

Siamo lieti di presentare all’attenzione dei nostri lettori la recente fatica di L.Spanu, ricercatore e saggista cagliaritano. Si tratta di un’accurata e profonda ricerca su Francesco Alziator, in due eleganti volumi di circa duecento pagine ciascuno.
La poliedrica figura di F. Alziator è esaminata dallo Spanu con meticolosa attenzione, nell’intento di porre in luce l’importanza storico-culturale del personaggio, che ha dedicato la sua vita di etnografo, di storico e di giornalista a illustrare la letteratura e le tradizioni sarde.
Noi ricordiamo F. Alziator soprattutto per quanto scrisse intorno a Sanluri. I nostri lettori più anziani sanno che nel 1965, su iniziativa di P. Francesco Colli, fu stampata la monografia “Sanluri, terra ‘e lori”: porta la firma di F. Alziator lo studio relativo alle tradizioni popolari della nostra città; uno studio che ancor oggi resta fondamentale sull’argomento. Di questo siamo riconoscenti all’illustre studioso. L.Spanu, nell’attenta disanima delle opere di Alziator non poteva dimenticare questo studio su Sanluri, al quale anzi dedica un congruo spazio.
Dalla fatica di L. Spanu viene fuori un Alziator in tutto il suo spessore di intellettuale e di uomo. E quest’ultimo aspetto risulta inedito per quanti non ebbero la fortuna di conoscerlo di persona. Di particolare interesse anche un’appendice fotografica di schizzi di Alziator a conclusione del secondo volume, dedicato all’antologia di brani significativi.
L’opera di L. Spanu, percorsa da commossa ammirazione per il maestro e l’amico, rappresenta senza dubbio una tessera importante del mosaico che si sta costruendo su F.Alziator, ma anche un utile strumento di lavoro: essa è infatti corredata da un elenco di tutte le opere e gli scritti dell’etnografo cagliaritano, con relativa bibliografia della critica.
Una sola riserva dobbiamo purtroppo esprimere nei riguardi della casa editrice: troppo numerosi gli errori di stampa. Davvero un neo tra i molti pregi dell’opera.
Vittorio Piras Sanluri notizie, aprile 1986

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UNA GIORNALISTA ITALO-AMERICANA IN SARDEGNA PER SCOPRIRE I SEGRETI E LE MAGIE DEL PASSATO E ALLA RICERCA DI RICETTE SARDE

10 Maggio 2013 Commenti chiusi

Nel maggio del 2001, sulla rivista “Italian Cooking and Living” (Vita e cucina italiana), la giornalista Micol Negrin ha pubblicato un lungo ed interessante articolo riguardante la Sardegna, dal titolo “Simple, genuine, pristine: one Island whose flavors have remaind true” (Semplice, genuina, primitiva: un’Isola i cui sapori sono rimasti genuini), Di questa giornalista, Biba Caggiano ha scritto: “La sua conoscenza del cibo, delle tradizioni e della storia d’Italia è meravigliosa”.
Chi è Micol Negrin? E’ una giornalista di origini italiane e, per la precisione, milanese. Quando essa era ancora una bambina, si era trasferìta a Montreal con tutta la sua famiglia. Fatti gli studi presso il “Premier College” (Canada) e nel “Canada’s premier culinary academy”, ha conseguito la laurea in “Scuola di cucina”. Fino a pochi anni fa, dopo aver insegnato nel “Premier College” (Canada), nel “Canada’s premier culinary academy” e nell’ “Institut de Tourisme et d’Hotellerie du Québec”, è stata redattrice del periodico “La Cucina Italiana”; attualmente, è docente prsso l’”Institute of Culinary Education” di New York. La Negrin è un’appassionata esploratrice della sua nativa Italia, ove torna tutti gli anni alla ricerca di ricette regionali. Il suo libro più importante è “Rustico: La cucina italiana regionale”.
Nell’articolo succitato (gentilmente inviatomi via email da mia figlia Luisa, residente in California) e dedicato alla Sardegna, la Negrin racconta di essersi trovata in un piccolo parco, nelle ore in cui il sole di mezzogiorno cade sulla testa delle persone in modo impietoso; lì, vede degli uomini seduti su una panca mentre fumano e passano il tempo facendo pettegolezzi; osserva un gruppo di ragazzi che, con gli zainetti sulle spalle, corrono sollevando piccole nubi di polvere; osserva anche una donna del luogo che ha penetranti occhi neri e che tiene sulla testa un cesto di vimini, da usare per gli acquisti.
Il luogo della scena descritta è Orgosolo, un piccolo paese posto all’interno dell’Isola, abbastanza noto per i suoi bellissimi costumi tradizionali, per la sua storia costellata spesso anche da fatti luttuosi e per le significative pitture murali. La Negrin dice di non essere venuta in Sardegna con gli occhi dei normali turisti e di non sentirsi interessata a vedere le brillanti spiagge della Costa Smeralda, o le stazioni climatiche popolate da personaggi ricchi e famosi, né per frequentare le chiassose discoteche o i ristoranti a cinque stelle; essa è venuta per vedere l’altra Sardegna, l’Isola ignota, quella che conserva tanti segreti e la magia del suo antico passato. Le ha fatto da guida Antonella Chessa, una giovane sommelier di Orosei che, con la famiglia, gestisce un piccolo albergo e un ristorante nelle vicinanze del suo paese e dove la Negrin ha soggiornato per alcuni giorni, scoprendovi molte gustose pietanze (le ricette le ha descritte in chiusura dell’articolo). Dice di aver molto apprezzato dei piatti a base di bottarga con pomodorini e sedano, zuppa di fregola con menta, malloreddus in salsa di cinghiale e arrosto d’agnello con finocchio selvatico.
La guida l’accompagna a vedere alcuni dei più bei murali di Orgosolo, tra cui quello raffigurante una splendida donna incinta che culla un bambino. Antonella – la guida – le fa notare che: “Non tutti i murali sono dipinti da artisti professionisti, ma essi vogliono esprimere le speranze, unitamente alla rabbia, della maggior parte dei sardi”.
Sulla strada per “Su Gologone” (Oliena) c’è un albergo con annesso ristorante, posto in uno scenario collinare mozzafiato; lì, sono attese per il pranzo Nicol ed Antonella; quest’ultima le assicura che il ristorante è ben provvisto di viveri; Micol confermerà, poi, che il cibo è veramente squisito e che il luogo è delizioso, tanto da asserire che le parole ben difficilmente riusciranno a descriverli. La signora Palimodde (titolare dell’albergo) le attende, le saluta affabilmente e le accompagna nella visita della sua splendida proprietà; la Negrin scrive che i capelli della signora Palimodde sono raccolti in una crocchia e che i suoi occhi sono brillanti e penetranti.
La giornalista è attratta dalla vista di una mezza dozzina di giovanotti che controllano la cottura dei maialetti da latte che arrostiscono in un forno funzionante all’aperto; qui, apprende anche come sia intensamente aromatica la salsa preparata con carne di cinghiale; si stupisce alla vista dei camerieri che camminano come modelle per portare piatti in cui brillano fogli di pane “guttiau”, irrorati di gustoso olio d’oliva e accompagnati da pezzi di pecorino. Nell’assaggio dei “malloreddus” conditi in salsa di cinghiale, è d’accordo con Antonella: il cibo qui è realmente prelibato. Dopo il pranzo, Antonella e Micol si ritrovano in un prato erboso: un belante gregge che sta dietro di loro è guidato da un pastore, caratteristico perché la sua pancia sporge bene al di là della camicia blu che indossa. Il pastore risponde col capo al loro cenno di saluto ed intuisce che, in quella giornata chiara e calda, le due donne siano in cerca di un qualche ruscello.
Poco dopo, solo a cinque minuti di marcia sulla via per “Su Gologone”, la Micol e la guida si trovano in una località naturale di rara bellezza e provano un senso di meraviglia e di serenità. Antonella e la giornalista ne approfittano subito per immergere nell’acqua le dita dei piedi e, nel contempo, per pianificare il resto dell’attività pomeridiana, prima di far rientro all’hotel “Su Barchile”. Mentre si godono la freschezza del luogo e vedono le centinaia di pecore che brucano sull’alta ed ondeggiante erba, le due turiste si sentono felici di condividere questo momento con le sole due persone che si trovano in quel posto: il pastore che quietamente bada al suo gregge e la donna – la sua guida – che orgogliosamente mostra le bellezze della sua terra; decidono, così, di andare a vedere qualche nuraghe, le misteriose strutture di pietra che resistono fin dal primo secolo avanti Cristo. Antonella è ansiosa di visitare i nuraghi, per toccare le loro gigantesche pietre con la punta delle dita ed immaginare che cosa possa essere avvenuto dentro i loro muri che resistono impassibili da oltre tremila anni. Durante la visita ad alcuni di questi nuraghi, parla con delle persone che si dicono certe che tali costruzioni servissero per la difesa del territorio; altre persone dicono che erano luoghi adatti per celebrare riti religiosi pre-cristiani; altre ancora si sono dette convinte che i nuraghi fossero le normali dimore degli antichi abitanti dell’Isola. Antonella le spiega che, in ogni caso, i nuraghi costituivano un sicuro riparo dagli avversi elementi della natura e che la Sardegna ne conta un migliaio, talvolta costituiti da semplici strutture murarie, ma che altri fanno parte di complessi massicci, come quello di “Su Nuraxi”, dando sempre tranquillità alla campagna sarda. La loro visione, dice la Negrin, portano alla mente gli Stonehenge (località dell’Inghilterra meridionale ove sorgono le rovine di un grande complesso megalitico, risalente al II millennio a.C.). La giornalista è dell’avviso che la vera Sardegna rimane ancora inesplorata e che la sua bellezza e il suo mistero restano ancora sconosciuti a molti italiani ed ai turisti che amano l’Italia.
Per cena, Maria, la madre di Antonella, ha cucinato per loro i famosi “maccarronis de busa” ed ha servito l’agnello arrosto aromatizzato con il fragrante finocchio selvatico (colto da Beppe, il fratello di Antonella, durante il suo giro in bicicletta effettuato nei pressi della spiaggia di Orosei).
La giornalista termina il suo articolo con un glossario, sempre in inglese, col quale dà una spiegazione di ventiquattro termini sardi, tra i quali pone “pani guttiau, pani frattau, pecorinu, seadas e tilicas”.
Sardegna Magazine, ottobre 2005

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CAGLIARI CATALANO-ARAGONESE di Luigi Spanu

10 Maggio 2013 Commenti chiusi

Dopo che il papa Bonifacio VIII nel 1297 investì Giacomo II (re d’Aragona)signore della Sardegna, Cagliari fu maggiormente fortificata dai Pisani. Giovanni Capula costruì la torre dell’Elefante, nel 1307 e la torre di S. Pancrazio, nel 1205, tuttora esistenti. Non esiste più la torre dell’Aquila, già del Leone, che si ergeva dove oggi si trova il palazzo Boy, o delle stagioni.
Nel 1323 iniziò la conquista dell’isola da parte dei catalano — aragonesi, dopo una lunga preparazione politica.
La spedizione venne affidata al figlio Alfonso, che assediò prima Iglesias, caduta nell’aprile del 1324, poi Cagliari. Sul colle di Bonaria, di fronte al Castello, nel quale i Pisani ernao assediati, l’infante fece erigere una rocca, cinta di mura, che ebbe in meno di sei mesi una popolazione di circa seimila uomini; accanto ai soldati erano civili, tra i quali vari mercanti al seguito della spedizione, che mirava a nuove espansioni commerciali da parte cata1ano —aragonese. A ricordo della capitale della Catalogna, il nascente villaggio nella collina dei dintorni di Cagliari, si chiamò Barceloneta, ossia piccola Barcellona.
Esiste ancora una grotta chiamata Grotta del Re dove, secondo la tradizione, si acquartierò don Alfonso prima che sorgesse Barceloneta. La grotta del Re è stata purtroppo distrutta per costruirvi l’imponente scalinata che porta al¬la Basilica di Bonaria. La prima cosa che si fece fu quella di circondare di mura l’accampamento appena installato, di aprire un porto per il vettovagliamento delle truppe e di creare una chiesa parrocchiale.

Dalla collina di Bonayre, l’imponente recinto fortificato che costituisce il Castello di Cagliari, appariva come un colosso. Ma il cerchio si stringe sempre più.
Sconfitti definitivamente i Pisani nel 1326, gli aragonesi entrarono nel castello e abbandonarono la rocca di Bonaria, che rimase spopolata. La città passò così da Pisa ai catalano — aragonesi. I sardi affluirono dal Castello nelle appendici o ville, della Marina, Stampace e Villanova, poiché il diritto di abitare nel Castello fu concesso solo ai catalani, agli aragonesi, ai valenzani e ai maiorchini. I sardi, come stranieri, dovevano lasciare il Castello prima che si facesse notte sotto pena di essere buttati giù dalle mura. La consuetudine, che mirava ad una tutela del Castello, rimase in uso privato sino ai tempi di Carlo V, nel Cinquecento.
Ebbe così inizio il completo dominio commerciale di Aragona e Catalogna sulla città, il cui fulcro era il Castello e che, circondata da mura, era pressoché inespugnabili. La vita si svolse, otre che nel Castello, nel quartiere marinaro della Marina, detto allora Lapola, quartiere marinaro per eccellenza. I più richi mercanti di Aragona, Catalogna, Valenzia, e le isole di Maiorca, avevano le case, le botteghe e i magazzini in Castello.
La vita con i suoi artigiani, con i suoi marinari, con le sue associazioni fu nei quartieri bassi. Cagliari ebbe il rappresentante del re, il parlamento, un Breve per il castello e uno per il porto. Intorno alla chiesa cattedrale si raggruppavano le strade, che prendevano nome dalle associazioni mercantili e di mestiere.
Giù del Castello, vi erano due appendici, Stampace e Villanova. Il primo era abbastanza popolato: aveva già alcune chiese S. Anna, S. Margherita, S. Giorgio, S. Efisio, S. Restituta. Vi risiedevano alcuni ebrei e svolgevano, oltre che attività commerciali, attività medi¬che. Più tardi furono relegati nel ghetto, corrispondente oggi al gruppo di case di S. Croce (in Castello), ed ebbero il loro cimitero nel burrone di S. Guglielmo e la loro sinagoga; il cimitero cagliaritano dei cristiani era il Fossario.
Ai suoi quartieri Marina, Stampace e Villanova, dominati dal castello, facevano corona altri centri abitati. San Bartolomeo e S. Avendrace (Santu Teneru o Tenera). A la vega, parola spagnola che indica la campagna ubertosa, erano gli orti della città. Nel suo complesso Cagliari era diventata un centro di una certa importanza nel Mediterraneo. Il porto offriva un sicuro riparo: vi era costruita una palizzata (da cui il nome lapola), che serviva a proteggere i bastimenti.
1 primi atti compiuti dagli Aragonesi furono: una maggiore fortificazione del Castello e
dell’appendice della Marina, il miglioramento del porto con la costruzione di una darsena,
l’introduzione nella città degli istituti comunali barcellonesi. Cagliari, sede prima del governatore generale e poi del viceré, ebbe una organizzazione comunale simile a quella di Barcellona. L’amministrazione della città fu affidata a cittadini catalani o maiorchini o valenzani o aragonesi. Al posto dei consoli e dei castellani dell’epoca pisana si ebbero il baiulo e il vicario, incaricati di amministra¬re la giustizia e la città. Più tardi il baiulo fu anche portolano e doganiere e il vicario ebbe il controllo degli ebrei e delle corporazioni di arti e mestiere, penetrate nella città secondo il modello barcellonese; l’alcaide o capitano doveva provvedere alle torri e alle mura.
Cagliari ebbe anche un consiglio civico, costituito da cinque consiglieri e da cinquanta giurati, eletti in un primo momento per designazione: in un secondo tempo i giurati furono nominati per elezione, o per insaccolazione: ai consiglieri venivano consegnate le chiavi della città. L’approvvigionamento e le vendite erano controllate dall’assessore dell’annona, o mostazzaffo, parola araba, vi era poi il clavario della frumentaria, o tesoriere, e dal clavario della macellazione. Le opere pubbliche infine furono affidate agli obrieri, i cassieri, le cause mercantili ai consolati del mare, tribunali istituiti per la protezione dei mercanti, dei marinai e dei noleggiatori.
La città continuò a mantenere il suo carattere di città commerciale. Nel 1388 un incendio distrusse un terzo della città e i danni si risentirono per molti anni: furono i mercanti a sanarli.
Nel corso delle guerre tra l’Arborea e l’Aragona, il possesso di Cagliari, baluardo e sicuro porto per gli aragonesi, avrebbe avuto particolare importanza per i giudici arborensi, che combattevano per l’indipendenza dell’isola. La città fu assediata nel 1375 da Mariano IV e da suo figlio Ugone d’Arborea; stava per cedere poiché i cittadini erano sta¬ti sopraffatti dalla peste, che già aveva mietuto molte vittime nel 1348 e nel 1362, ma l’arrivo di una flotta aragonese e la morte di Mariano salvarono la situazione.
L’importanza di Cagliari, e soprattutto del Castello, fu ben compresa dagli aragonesi, che alle prime fortificazioni ne aggiunsero, nel corso della guerra contro l’Arborea, altre, volute dal re Martino il vecchio, re d’Aragona e di Sardegna, nel 1396, e portate a termine dal figlio di lui Martino il Giovane, re di Sicilia, il quale mori nell’isola dopo una battaglia avvenuta a Sanluri nel 1409 e combattuta tra lui e Guglielmo di Narbona, erede dei giudici d’Arborea,
II corpo del re Martino fu sepolto nel mausoleo costruito nel Seicento nel¬la cattedrale di Cagliari: secondo alcuni fu poi trasportato in Spagna a Poblet, ma la notizia è infondata. Il re Martino, che la leggenda dice morto per troppo amore per un bellissima donna di Sanluri, riposa ancora nella Cattedrale di Cagliari.
Maggiore importanza acquisto Cagliari sotto Alfonso il Magnanimo, che vi soggiornò nel 1421 e vi convocò i parlamenti, che già vi erano stati nel 1355, alla presenza di Pietro IV d’Aragona, che sulla città compose una ode, purtroppo andata persa. Io sono stato negli archivi barcellonesi, dove si suppone sia terminata secoli fa, non ho potuto rintracciarla; ci resta solo una lettera che lo giustifica.
Alfonso IV ritornò a Cagliari nel 1432 e nel porto riunì una flotta diretta alla spedizione di Tunisi. In questi primi anni del secolo XV predominavano i mercanti; varie erano a Cagliari le società commerciali, formate tra mercanti catalani e cagliaritani, vari i depositi di merci; i sardi delle appendici potevano poi esercitare il commercio. Per tutto il secolo XV i traffici dovettero essere molto numerosi, specie con Napoli, Maiorca e con i porti della Catalogna.
Dopo altre lotte tra gli aragonesi e gli arborensi, che ebbero termine nel 1478, con la vittoria finale degli aragonesi, si giunse alla pace definitiva. Cagliari acquistò una certa tranquillità. Nel 1481 vi fu convocato un altro parlamento. I parlamenti non erano più le assemblee di popolo, che i cittadini sardi avevano conosciuto sotto i giudici e sotto Pisa; erano riunioni di tre bracci (militare, ecclesiastico e reale) sul tipo dei parlamenti catalano-aragonesi. Vi prendevano parte così soltanto i feudatari e i nobili, gli ecclesiastici di alto grado, vescovi, abati, i sindaci, cioè i rappresentanti delle città e delle ville dipendenti dal re. Vi si chiedevano privilegi al re e il re li accordava con il compenso di un donativo precedentemente stabilito: i Sardi potevano far sentire la loro voce attraverso i sindaci e i feudatari.
Nel 1492 gli Ebrei furono espulsi dal loro ghetto di Cagliari e dall’isola. Nell’ultimo periodo della dominazione catalano-aragonese, che termina con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, nel 1470, gli ebrei avevano avuto una vita ben dura. Isolati, dovevano far riconoscere a tutti la loro origine attraverso un drappo vermiglio e giallo, che dovevano portare sempre sul vestito: dovevano inginocchiarsi o nascondersi durante le processioni, nelle quali veniva portata una statua di Cristo, pena una grave multa: dovevano pagare un tributo annuo. Nello stesso periodo fu trasferito a Cagliari il tribunale della Inquisizione, che ebbe la sede nel Convento dei Domenicani, e poi fu trasferito a Cagliari, definitivamente.La fisionomia caratteristica di Cagliari deriva in gran parte dal Castello, e il suo fiero e suggestivo aspetto è condizionato dalla sua posizione sulla collina, con alcuni dei suoi lati tagliati a picco, con i suoi bastioni catalano e spagnoli che lo stagliano nello spa¬zio e con la proiezione ariosa, in altezza, delle sue torri pisane, sulle tre porte d’accesso. Questo quartiere fu il nucleo fondamentale della città, o meglio ancora, anticamente fu la stessa città, cioè, la Caralis punica, romana e bizantina, chiamata poi dai pisani Castell de Caller, dai catalani Castro de Cáller, e infine il Real Castello de Cáller degli spagnoli.
Il Castell de Cáller divenne, già dai primi momenti della conquista, una colonia catalana e, come tale, godette di tutti i privilegi ed esenzioni che godeva Barcellona, potendo considerarsi, giuridicamente ed economicamente una città privilegiata.
L’atteggiamento dei nuovi conquistatori fu normale secondo i sistemi dell’epoca; cioè, ha una giustificazione nel fatto che non fa preferentemente la lotta. E perfino l’aiuto richiesto dagli aragonesi alla capitale dell’Isola fu tanto efficace e tanto favorevoli i mezzi per facilitare il commercio estero ed interno.
Cagliari fu sempre una città prevalentemente commerciale. Se le torri e la originaria linea fortificata del Castello sono di origine pisana, i mutamenti e le aggiunte fatti dagli aragonesi-catalani e dagli spagnoli, nel necessario adattamento all’evoluzione dell’arte bellica, ha cambiato in gran parte l’aspetto del Castrum pisano in quelle parti che ancora oggi presenta.
Dal secolo XIV al XVI, il Castello di Cagliari si fece una vera città militare, sempre più inespugnabile, per l’attenzione che Carlo V e Filippo II le dedicarono in questo senso. Ven¬ne dato in parte un aspetto altero alla cittadella, dove oggi si trova la cittadella dei musei, trasformazione che non passò inosservata ai contemporanei. Con tutto ciò non perse mai il profilo che Pisa le aveva dato con le torri romaniche di S. Pancrazio o dell’Aquila, dell’Elefante e del Leone, destinate a prigione dei cavalieri le due ultime e a carcere pubblico la prima.
Dentro questo quartiere, vero cuore della città, si trovavano gli edifici e gli organismi principali: il palazzo del viceré, il Municipio, oggi ristrutturato ma ancora chiuso, la Cattedrale.
I sardi dopo la conquista aragonese si stabilirono di preferenza in Stampace e a Villanova, mentre la Marina, cinta di solide mura, tutte abbattute il secolo scorso da barbari amministratori, acquistò un tipico carattere aragonese, perché raccoglieva i commercianti e i marinai della zona portuale. A poco a poco la Marina si estese verso oriente.
Se il Castello si andò fortificando sempre più, invece, col crescente uso delle armi da fuoco si abbandonarono e sparirono le linee fortificate di Stampace e di Villanova. Sì ammettono oggi come elementi del perimetro delle mura dì quest’ultimo quartiere, ossia di Villanova, al tempo degli aragonesi, la torre di S. Giacomo, il Portico Romero, e la Porta Cabagna, che si trovava all’altezza della chiesa di San Cesello, nella via S. Giovanni, dove iniziava il borgo così chiamato. Nella chiesa di S. Cesello si trova un quadro nel quale si vede la vecchia porta Cabagna.
Necessariamente, per impulso delle circostanze, all’occupazione della città doveva succedere il predominio linguistico. Così si impose la lingua catalana che veniva soprattutto scritta negli atti e nelle leggi e parlata dai nobili, mentre il popolo continuava nella sua parlata indigena. Non sì deve dimenticare che il sardo, la vera lingua indigena, non cessò di essere mezzo di comunicazione nella popolazione cagliaritana. Il dominio risultò così più efficace, per lo stabilirsi un vincolo in più, il linguistico, che logicamente si cercò di fortificare senza necessità di mezzi restrittivi o contrari all’uso del sardo o dell’italiano; da qui la protezione dei re spagnoli per la stampa e per il libro.
Luigi Spanu
Chiacchierata tenuta nel salone della Camera di Commercio di Cagliari per i soci dell’Associazione Nazionale maestri benemeriti, nel 1987.

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