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LUIGI SPANU LINGUA, LETTERATURA, ARTE ED ECONOMIA IN SARDEGNA TRA IL’500 E IL’600 — T.E.A. – CAGLIARI

7 Maggio 2013

CAPITOLO I

ECONOMIA, SOCIETÀ E VITA CULTURALE
Attività commerciale e settore industriale
Quanto alla posizione che nei secoli XVI e XVII il capoluogo sardo ebbe nel commercio, negli archivi sardi mancano documenti statistici e manoscritti che riportino dati utili a farci comprendere i rapporti esistenti tra i vari strati sociali, come sono sprovvisti di documenti che si riferiscono all’economia e alle rispettive condizioni.
È necessario perciò portare alla luce la copiosa corrispondenza dei viceré con i sovrani di Spagna, dalla quale forse, si potranno avere notizie valide sulle condizioni economiche non solo del capoluogo isolano, ma anche delle altre zone dell’isola.
Ci auguriamo che qualche studioso possa intraprendere questa non facile ricerca e riesca a trovare il fitto carteggio della corrispondenza, così da studiare quali siano stati i rapporti delle diverse classi sociali in riferimento all’economia nel periodo spagnolo.
Mentre manca, come si è detto in precedenza, una completa conoscenza del commercio in generale e manca uno studio sistematico sul movimento commerciale nei vari porti dell’isola, studi che certamente contribuirebbero assai a darci una sicura conoscenza sull’intenso movimento commerciale nel periodo spagnolo (Cinquecento e Seicento), sulla nazionalità delle imbarcazioni, sulle merci imbarcate e su quelle importate e sui prezzi delle derrate e di quelle di grande consumo, si conosce, però, almeno in parte e in modo frammentario, il movimento commerciale del porto di Cagliari, grande polmone della non modesta economia isolana e porta su cui si apriva il commercio, sia verso l’interno, sia verso l’esterno, e ciò grazie soprattutto alle Reales Pragmáticas del Vico, al rinvenimento di diversi documenti che si riferiscono al gremio degli scaricatori e di quei documenti che riguardano il consolato del porto, nonché a quanto ne scrisse Martin Carrillo, dopo la sua lunga galoppata nell’isola nei primi anni del secondo decennio del Seicento e a quanto si legge nell’opera del Gemelli, scritta alcuni anni dopo la fine del dominio spagnolo.
Sarà utile anche la relazione, poco nota, del capitano regio Marco Antonio Camos, fatta a Filippo II, che fece il periplo dell’isola per individuare i luoghi costieri in cui dovevano erigersi le torri litoranee, che sarebbero servite per difendere l’isola dagli attacchi dei barbareschi e per proteggere i traffici tra l’isola e le altre nazioni.
Dall’analisi di questi scritti si desume che gli scambi marittimi erano soprattutto attivi con i porti di Barcellona e quelli della Catalogna, con Valenza e con le Isole Baleari, con i porti tirrenici italiani, soprattutto con quelli di Napoli e di Palermo, con Genova, con il porto francese di Marsiglia e con Venezia.
Non mancano le indicazioni sulle località toccate dalle imbarcazioni prima di giungere nei porti isolani e sulle località cui erano dirette per trasportare grandi quantità di formaggio sardo, considerevoli quantità di carni salate, di tonno e di cuoio, dato che nell’isola abbondava il bestiame e vi erano circa venti tonnare, merci che partivano quasi tutti i giorni dai porti isolani per raggiungere i mercati europei.
Tale intenso movimento in arrivo e in partenza era controllato da una classe mercantile efficiente e capace di conseguire, anche in tempi relativamente brevi, considerevoli vantaggi e profitti.
La classe mercantile cagliaritana, che nei secoli precedenti era stata in prevalenza aragonese, catalana e maiorchina, ebbe, nel Cinquecento, ma soprattutto nel Seicento, un profondo cambiamento e fu genovese.
Tutto ciò portò all’ulteriore e progressivo espandersi del quartiere della Marina, o Lapola, dove si ebbe un rapido sviluppo urbanistico, specie per le esigenze dei nuovi mercanti, che operavano con l’ausilio di commissionisti e spedizionieri, anche perché poco o nulla era l’attività bancaria e poco usata la cambiale.
Appare evidente, quindi, che il porto di Cagliari, più di ogni altro dell’isola, nel secolo XVII, era uno scalo molto attivo. Infatti si esportavano cereali, bestiame, pelli, lane grezze, formaggi, carni, tonno, olio, sale, pesce e legname e si importavano prodotti e manufatti, spezie in generale, drappi dalla Fiandra, panni catalani, tappezzerie da Genova, mobili dalla Spagna, quadri da Roma e da Napoli, specchi da Venezia, marmi da Nizza, ferro, armi e metalli.
Non esportando prodotti industriali, né manufatti, neppure sufficienti ai bisogni dell’isola, sebbene nel capoluogo sardo affluissero i prodotti più disparati dai vari centri dell’isola, lo scalo marittimo cagliaritano serviva, in sostanza, come sbocco ai prodotti agricoli e zootecnici dell’interland, prodotti avviati, verso i centri del Mediterraneo e verso i porti dell’Europa settentrionale, quali l’Inghilterra, i Paesi Bassi e l’Impero.
Il maggior introito di questa attività portuale andava ai mercanti. I prodotti erano soprattutto legati alla terra e alle non sempre clementi vicende stagionali.
I settori produttivi isolani erano organizzati su base artigianale. I fabbri, gli scalpellini, gli scaricatori portuali, i carpentieri, i sarti, i conciatori, i muratori, i calzolai, ecc, erano associati in corporazioni di mestiere, i cosiddetti gremi, che dipendevano, per il lavoro, dai nobili, dal clero e dalla classe emergente della borghesia.
Tutto il settore produttivo era sotto il controllo diretto dei soci dei gremi, che seguivano regole, norme e direttive emanate dagli statuti, che si rifacevano generalmente a quelli dei gremi corrispondenti di Barcellona. I gremi, o corporazioni di mestiere e d’arte, riuscirono a unificare e quindi a rafforzare la difesa degli interessi dei lavoratori, facendo in modo che tutti gli operai di uno stesso mestiere si associassero per il bene della categoria intera, tenendola, dall’altra parte, sotto un attento e rigoroso controllo.
I gremi, di chiara derivazione aragonese e spagnola, – di Aragona e di Spagna mantenevano anche la lingua (i testi erano per la maggior parte in catalano, alcuni in castigliano, ma vi si trovavano anche termini sardi) -, conobbero il momento della loro maggiore importanza soprattutto tra il Cinquecento ed il Seicento, quando riuscirono a rappresentare una forza sociale non indifferente anche all’interno delle amministrazioni civiche.
In Sardegna si conoscono quarantaquattro statuti di gremi, ma non di tutti si sono rintracciati gli originali. Alcuni di essi sono custoditi da enti pubblici, come la Biblioteca Universitaria, l’Archivio di Stato e l’Archivio Comunale di Cagliari, l’Archivio Comunale di Alghero; altri si trovano in archivi privati.
Ogni gremio era amministrato da un consiglio composto da un certo numero di soci denominati mayorales, presieduti da un obrìer mayor, da un clovario e da un segretario. Erano assistiti da un consulente legale, normalmente un magistrato, e da un vehedor. I maggiorali, i clavari (cassieri) e i vehedores (revisori dei conti) non potevano avere un’età inferiore ai venticinque anni e restavano in carica tre anni; non potevano essere rieletti se non dopo tre anni.
II gremio sorgeva spontaneamente tra gli esercenti di uno stesso mestiere e la Magistratura Civica, cui era demandato il controllo amministrativo nella persona del Veghiere, ne approvava la costituzione e ne sanzionata lo Statuto. Ma il riconoscimento finale del gremio spettava all’autorità regia e alla Reale Udienza, che ne approvavano lo Statuto.
Il posto di lavoro era quasi sempre la stessa abitazione dell’aggremiato, e, in parecchi casi, era malsano, poiché si trovava in locali poco igienici, non molto illuminati dal sole e poco spaziosi. Il manufatto era venduto completamente nello stesso mercato cittadino e il maggior acquirente era la classe nobiliare. L’intera attività veniva controllata anche dalla autorità regia e comunale. I manufatti delle corporazioni, quali serrature, chiodi, mobili, cestini, stoviglie, oggetti di rame da cucina, pianelle, tegole, vasellame di terracotta, fila¬ti, coltelli, pelli, ferri battuti, oggetti in argento, coprivano il fabbisogno locale.
Se nel periodo catalano-aragonese l’industria era poco sviluppata, nel Cinquecento, ma maggiormente nel Seicento, secolo certamente più fervido di iniziative e più ricco di industrie per gli isolani, soprattutto per i cittadini, vengono impiantati alcuni telai per le stoffe di seta e si aprono fabbriche per la polvere da sparo; vengono incrementate le industrie della cera, delle tegole, delle piastrelle e del legname da costruzione, dato che la loro richiesta sul mercato cittadino e dell’interno era aumentata.
Tra le molteplici attività commerciali, nel Seicento, parte rilevante ebbero l’estrazione, la lavorazione e la esportazione del sale, fonte inesauribile di guadagno. La produzione del sale era in aumento progressivo; nel corso del secolo XVII andò sempre aumentando, tanto che nel 1658 venne decuplicata la già buona produzione dei primi anni del secolo e nel 1658, per opera del viceré di Sardegna, marchese di Castel Rodrigo, il costruttore del fortino che prese il suo nome, la produzione delle saline di Cagliari raggiunse i 120.000 quartini, mai più raggiunti nella produzione nei periodi successivi.
Accanto alla soddisfacente produzione del sale, si ha quella dei tonni. Alla fine del Cinquecento, infatti, ha inizio, con un nuovo metodo di pesca, chiamato in castigliano almadrava (dall’arabo madraba, luogo dove si colpisce), – così chiamata perché i tonni raccolti nella tonnara sono finiti a colpi, – la cattura, la lavorazione e la esportazione di quantità enormi di tonno, in barili da 55 e da 30 chilogrammi.
La produzione del tonno, che con rapido crescendo lungo i primi decenni del Seicento è abbastanza buona, grazie all’impianto di parecchie tonnare lungo le coste meridionali, occidentali e settentrionali dell’isola (alla fine del secolo XVII saranno circa 20 le tonnare impiantate in Sardegna da privati), raggiunge punte massime nei primi anni della seconda metà del secolo e resterà normale per i restanti anni del ’600; si avrà una produzione annua che raggiunge i 45.000 barili con oltre due tonnellate di tonni pescati.
Nella piazza del capoluogo sardo vengono fissati annualmente prezzi delle diverse qualità di tonno lavorato, che prenderanno le rotte del Mediterraneo occidentale ed orientale e dell’atlantico per raggiungere i diversi Stati europei, per opera di grossi mercanti genovesi, siciliani, maiorchini, marsigliesi e veneziani che caricano i loro brigantini e gli sciabecchi nei porti isolani.
Il governo provvede anche ad incrementare la coltivazione dell’olivo, del tabacco e del gelso, e di conseguenza aumenta considerevolmente la produzione dell’olio; nella seconda metà del Seicento si provvede anche alla sua esportazione. Viene introdotta l’industria della seta.
Lo zelo degli stamenti sardi per moltiplicare gli impianti di oliveto e di tabacco trovò l’appoggio e lo stimolo delle autorità governative. All’olivo, al tabacco e al gelso, si aggiunge anche la coltivazione dello zafferano, coltivato soprattutto negli orti familiari. La produzione dell’olio, nel 1686, raggiunse un tale livello che si poté iniziare anche l’esportazione, come si è già accennato.
Negli ultimi anni del Cinquecento, era stato dato il permesso al cagliaritano Pietro Porta di impiantare, nel suo orto, una piantagione di cannamele (nome antico e meridionale della canna da zucchero che appare in diversi documenti del Cinquecento e del Seicento), che poi estese ad altri luoghi dell’isola.
Allo stesso Porta fu data anche la concessione di impiantare tre caldaie per ottenere il salnitro necessario per la fabbricazione dello zucchero, e lo si incoraggiò a proseguire in quelle utili imprese, facendogli ottenere un sussidio di trecento lire sarde per un triennio e un prestito di mille ducati per le continue spese.
Inoltre fu concesso a Battista Laghi la privativa per impiantare a Cagliari una fabbrica per il sapone e una per i vetri e fu dato ordine di incrementare la concia delle pelli e la fabbricazione di sego, con l’utilizzo di grasso di bue e di vacca. Fu dato anche l’ordine che il sego fosse venduto soltanto ai candelai, ai quali si vietò di farne incetta, in modo che tutti i fabbricanti ne avessero e ne ottenessero una certa quantità, proporzionata ai bisogni della fabbricazione.
I vari manufatti delle corporazioni servivano per i bisogni locali e, pertanto, esiguo era il commercio di scambio per le stoviglie, per gli oggetti in rame per cucina, per il vasellame in terracotta, per le serrature, per le tegole e per le mattonelle.
II fiorire del commercio marittimo portò notevoli vantaggi agli armatori navali, che erano parecchi nel Seicento; si hanno esempi di alcuni di loro che, in pochi anni, passarono all’acquisto o al noleggio di imbarcazioni più grosse, capaci di trasportare migliaia di quintali di merci varie. Le operazioni nel porto di Cagliari erano rese possibili grazie soprattutto ad una più perfetta organizzazione di assistenza ai battelli che dovevano provvedere al carico e allo scarico delle merci.
Lungo l’arco del Cinquecento e del Seicento il movimento commerciale portuale fu molto intenso, al contrario di quello che fu durante il periodo della dominazione catalano-aragonese. La Sardegna, in quel tempo, sopportava il continuo stato di guerra e non vi era porto libero per una qualunque attività commerciale. Tutti i porti isolani erano in continua attività per i servizi e per gli approvvigionamenti militari. Pertanto, una prospera attività commerciale si svolgeva tra le continue incertezze e una alternanza di momenti difficili.
Nonostante tutto ciò, la sicurezza della conquista non poté non ripercuotersi in senso favorevole sulle attività di scambi nella città, che fu esercitata principalmente da catalani e valenzani, prima, da napoletani, maiorchini, siciliani, inglesi e genovesi, poi.
Dalla prima metà del ’500 si trovava a Cagliari un gruppo consistente di mercanti genovesi che, col passare degli anni, si costituirono in una vera e propria colonia, facendo aumentare di molto l’attività commerciale, non solo nella capitale, ma anche in altre località dell’isola. Alla fine del ’500, sorse nel capoluogo sardo la società religioso-mercantile genovese, che prese il nome di Arciconfraternita di S.S.M.M. Giorgio e Caterina, patroni dei genovesi.
Questa associazione religiosa diede grande impulso alle relazioni commerciali tra la Liguria e la Sardegna, ma soprattutto tra i due porti di Cagliari e di Genova.

Vita cittadina nel Seicento

Negli ultimi anni del Cinquecento e per tutto il Seicento ci fu, nel capoluogo isolano, un grande fervore edilizio, grazie ad una nuova politica governativa e municipale.
Questo sviluppo fu favorito anche dalla venuta in Sardegna di costruttori edili, di architetti, di appaltatori, di scalpellini e carpentieri che, con la collaborazione degli artigiani e della potente e numerosa colonia genovese, giunta a Cagliari nel secolo XVI, crearono una vita fiorente e piena di iniziative di carattere sociale ed economico.
La vita, nel capoluogo dell’isola, non doveva essere poi tanto soffocante come ce l’ha presentata fino a qualche anno fa una certa storiografia di maniera.
Cagliari, del resto, ormai inserita completamente nel mondo ispanico, per tutto il ’600 conduce una vita ricca di iniziative culturali, artistiche, artigianali e commerciali. Vi fiorisce una fervente attività culturale per la presenza di alcuni intellettuali, che si inserirono nel più vasto mondo culturale europeo.
Non vi era più la distinzione tra Sardi e dominatori, nel Castello, abolita ormai da tempo, che risaliva al periodo della dominazione pisana. La classe borghese emergente viveva mescolata alla nobiltà, che ormai era diventata sarda, soppiantando quella spagnola, e che si accaparrava i posti nella Corte cagliaritana.
Nelle loro case in Castello i gentiluomini facevano sfoggio di sale, sfarzosa¬mente decorate, mentre la classe borghese si accontentava anche di dimore più modeste. Le case venivano costruite con parsimonia e talvolta si arricchivano di ballatoi in legno e di finestre con i davanzali in ferro battuto.
Nel sec. XVII i nuovi governanti si mostrarono più interessati ai problemi sociali dell’isola; vennero emanate diverse provvidenze intese a migliorare la vita sociale, economica e culturale.
Filippo III istituì nell’Isola le Università, dopo aver favorito l’istituzione di collegi da parte dei Gesuiti. Si adoperò per incrementare la cultura, in modo che formasse una nuova classe dirigente locale, che potesse essere più vicina ala Corona Reale.
Tra il 1638 ed il 1660 la Sardegna fu dotata di una flotta sarda, costituita da sole tre navi, che valsero a rendere meno insicura la vita lungo le coste e meno pericoloso il traffico marittimo cosicché il commercio ebbe un forte incremento e migliorarono i traffici.
Per rinsanguare le depauperate finanze dello Stato, nel ’600 invalse l’uso di concedere privilegi di nobiltà e di cavalierato, previo pagamento di un tributo; e quindi molti di coloro che, appartenevano alla classe borghese, poterono passare alla classe più privilegiata ed occupare posti di responsabilità.
I ricchi sfoggiavano abiti di lusso, di velluto e di damasco; portavano mantelli foderati di taffetà e di seta, provenienti da Maiorca, Valenza e da Napoli, con guarnizioni d’argento, con pizzi e merletti, spesso con placche e con bottoni d’argento e d’oro.
Nelle solennità e nei giorni di festa, che nel corso del Seicento superavano il centinaio, le nobili portavano massicce catenelle d’oro e altri monili che arricchivano l’insieme. Un cappello piumato e larghe falde copriva il capo del nobile. Si mettevano in mostra le belle armi, che erano assai ricercate ed era molto ambito il possesso di archibugi e di pistole cesellate, provenienti dalle diverse fabbriche spagnole, soprattutto da quella molto nota di Toledo.
II tenore di vita, come si rileva dalla lettura dei documenti d’archivio, risulta essere piuttosto elevato, al contrario di quanto hanno voluto presentarci gli storici del passato.
Le case popolari, però, senza lussi, erano poco dissimili l’una dall’altra; il loro nucleo era costituito dalla cucina, dalla stanza da letto, da un disimpegno e da una camera che veniva chiamata sardìsca. Pochi i mobili, molti i quadri alle pareti, diverse cassapanche, coperte con tappeti, per riporvi i pochi vestiari e i pochi averi.
Le sale delle case signorili erano invece ampie e servivano per ricevere visite; le pareti erano addobbate da quadri, dalle cornici dorate ed intagliate. Come soprammobili, statuine in legno; alle pareti, diversi arazzi e nei pavimenti, che erano in legno, grandi tappeti. I mobili erano costituiti da cassapanche intagliate, ben lavorate e ricoperte da tappetini, e da buffets, che servivano per conservare l’argenteria e il vasellame, con ornamenti di ogni genere. Le sedie erano rivestite di pelle ed arricchite di frange dorate, con schienale intagliato o in pelle.
Tutto ciò denotava un certo benessere ed indicava che molti manufatti erano importati; ma altri, soprattutto quelli di artigianato, provenivano, in maggioranza, dalle botteghe artigianali locali.
Numerosi erano gli artigiani che provvedevano a rifornire il mercato cittadino, ma anche ad inviare i manufatti in diverse località dell’Isola. Gli artigiani avevano raggiunto, nel Seicento una perfezione tale, che i loro lavori si potevano trovare in tutte le botteghe cittadine e riuscivano a coprire la domanda interna, sempre in crescendo.
Ci risulta che in Sa Costa, la strada che congiungeva i quartieri bassi ai Castello, vi era un grosso emporio, in cui si vendeva ogni qualità di mercé, dal mobile allo spillo.
Per far sì che i loro prodotti avessero la possibilità di smercio, gli artigiani si erano riuniti in associazione, fin dal secolo precedente; queste associazioni di mestiere presero nome di gremi e per tutto il Seicento godettero di grande prosperità. Accanto a queste associazioni, di cui abbiamo accennato nel capitolo precedente, vi erano quelle religiose. Esse venivano chiamate confraternite, parecchie delle quali sorsero nel corso del secondo decennio del sec. XVII.
A riguardo della situazione scolastica, si osserva che nella seconda metà del Cinquecento aveva visto sorgere a Cagliari il Seminario tridentino ed il Collegio ed il Noviziato dei Gesuiti. Nel corso del Seicento si ebbe un forte colpo in avanti con l’istituzione del Collegio dei Nobili, nel 1618, ad opera dell’arcivescovo d’Esquivel, già ricordato, e con l’apertura, nel 1626, dopo una ventina d’anni d’attesa e continue sollecitazioni, della Università.
La richiesta di Università in Sardegna fu fatta già all’inizio del Cinquecento. Nel Parlamento sardo, tenutosi in Cagliari sotto la presidenza del viceré Lorenzo Fernández de Heredìa (1552 – 1553) diversi uomini di cultura, tra i quali il minorità Dimas Serpi, il minore conventuale Francesco Sanna, il vescovo sassarese, allora di Arborea, Antonio Canopolo, chiesero l’istituzione delle università, non solo per venire incontro alle esigenze dei Sardi, ma anche per e-liminare la superstizione e l’ignoranza.
Dopo l’istituzione dell’Ateneo cagliaritano, chiesto con insistenza per oltre un cinquantennio dai Parlamenti sardi, tenutisi con scadenza quasi regolare, ogni dieci anni, per ovviare all’obbligo di far varcare il mare ai giovani, si apro¬no, nel capoluogo dell’isola, le scuole elementari e medie per tutta la popolazione scolastica della zona cagliaritana.
Dal 1641, infatti, gli Scolopi, istruttori dell’insegnamento primario e medio, aprono le scuole non solo a Cagliari, ma anche in altre località dell’isola, sollecitati dagli amministratori locali.
Fu il capoluogo isolano a vantare per prima un corso di studi completo: dalle elementari all’università. Nel corso del secolo anche altre città seguiranno l’esempio della capitale, prima fra tutte Sassari.
Grande è stato perciò il contributo che diedero i padri Gesuiti e gli Scolopi alla formazione culturale della gioventù sarda di quel secolo. L’educazione che essi riuscirono ad impartire nei loro collegi e nelle loro scuole mirava a formare culturalmente e dottrinalmente i giovani sardi.

Cultura sarda tra il Cinquecento e il Seicento

Non sono d’accordo con quanti sostennero e scrissero che nel Cinquecento, in Sardegna, non c’era cultura, non c’erano scuole e soprattutto non c’erano studi.
Nel 1967 ne La Nuova Sardegna appariva, a firma di V.G., un articolo che analizzava la Storia letteraria del Cavaliere D. Giovanni Siotto Pintor, edita in Cagliari nientemeno che 120 anni prima (1844). L’autore di questo articolo intitola il suo intervento Fu poverissima la vita culturale dell’isola nei secoli oscuri della dominazione spagnola e non vi era nessun dotto e letterato.
Poiché anche altri la pensano a quel modo, ci sembra giusto presentare le cose sotto un diverso aspetto, non per giustificare la condotta dei dominatori, ma per presentare la vera realtà culturale dei Sardi, che è stata sempre viva e spigliata.
A tale proposito e a sostengo della nostra tesi, facciamo seguire queste note, per dimostrare quanto infondati sono stati i giudizi di V.G., come lo sono stati quelli del Siotto Pintor, dello Spano, del Manno, del Tola e di tanti altri, alla luce non solo del ritrovamento di numerosi documenti che attestano il contrario, ma anche da quello che si può osservare dalla Mostra nella Cittadella dei Musei di Cagliari, del maggio 1984, che presenta documenti, testi, manoscritti e libri a stampa in Sardegna dal XIV al XVI e da quanto asserisce la autorevole direttrice dell’Archivio di Stato di Cagliari nel suo intervento nella presentazione delle Fonti d’Archivio-Testimonianze e ipotesi: “La varia ed interessante articolazione di questo quadro, pur nella sua struttura forzatamente sintetica e parziale, se confrontata con i dati contrastanti delle ricostruzioni storico-letterarie, invita ad una rilettura del medioevo culturale sardo e permette, anche come precedente storico, di apprezzare meglio le molteplici e più ricche testimonianze, offerte dall’indagine sul Cinquecento in Sardegna”.
La Direttrice, Gabriella Olla Repetto, aveva aperto la sua presentazione scrivendo che i ritrovamenti di documentari, editi ed inediti, e la ricchezza del materiale librario, in parte proposti in mostra, permettono, invece, di intravedere una realtà differente, non solo per quanto riguarda la diffusione e la qualità dei libri, ma anche per i suoi possessori e possibili utenti.
A sostegno della nostra tesi, avallata da quanto andiamo a presentare più avanti, ci sembra opportuno un passo molto significativo del Sovrintendente Regionale agli Archivi, dott. Giovanni Todde, purtroppo improvvisamente scomparso pochi giorni prima dell’apertura della Mostra, da lui fortemente voluta.
Egli infatti scriveva che “nel secolo XVI la classe dei possessori di libri d già dal secolo precedente presentava interessanti articolazioni, offre un ventaglio più ampio e vario inquadrandosi in un contesto culturale in cui la scuola assume forme organizzate e si afferma stabilmente l’arte tipografica”.
Prima di esporre quale cultura vi era in Sardegna nel Cinquecento e passare in rassegna gli artisti, i letterati e gli intellettuali dei due secoli in questione, occorre fare una premessa storica, per meglio delineare il periodo oggetto della nostra trattazione.
La Sardegna, nel ’500, gravitava nell’orbita politica della Spagna, divenuta nazione nel 1469, col matrimonio della regina Isabel di Castiglia e di Ferdinando re d’Aragona.
Le due potenti corone della penisola iberica, che si erano sempre scontrate per secoli, anche durante il dominio arabo, per la supremazia della penisola, e avevano combattuto unite per sconfiggere il nemico comune, il musulmano, con questa unione vanno verso l’unificazione dei regni della penisola, che avverrà con la cacciata degli arabi, nel 1492, con la caduta dell’ultimo baluardo musulmano di Granada.
Facciamo un passo indietro per trovare il motivo per cui la Sardegna era inserita nel mondo iberico. Come molti sapranno, l’isola era diventata catalano-aragonese nel 1323 e venne conquistata interamente dopo lunghe e sanguinose lotte nel Trecento e nel Quattrocento, nella piana di Sanluri, nel 1409, con la sconfitta delle truppe arborensi, e con quella definitiva, nel 1478, nella piana di Macomer, che poneva fine alle lotte tra sardi e catalano-aragonesi.
Da quell’anno la Sardegna incomincia una vita di pace interna, che continuerà per tutto il Cinquecento e per il Seicento. Ciò che non hanno fatto i catalano-aragonesi, impegnati in continue lotte, lo faranno i nuovi dominatori, i castigliani, che considerano la Sardegna non terra da conquistare, bensì regno da incorporare istituzionalmente nella nuova corona di Spagna.
I sovrani spagnoli, durante il Cinquecento, si interessarono molto di più alla Sardegna, per trasformarla socialmente ed economicamente, inviando nell’isola i loro visitatori generali (tra questi ricordiamo il sardo Monserrato Rossellò e lo spagnolo Martin Carrillo).
Inoltre i sovrani della Spagna cercarono di modificare le strutture dell’amministrazione civica, impostata su quella catalana, di quella giudiziaria e soprattutto di quella politica, instaurata dagli aragonesi.
I numerosi mercanti, che da tempo operavano nell’isola, con forti profitti, e i maggiori esponenti della nobiltà e della feudalità erano catalani, valenzani, aragonesi e maiorchini.
Come si vede, si ebbe una forte immigrazione di iberici, che nel Cinquecento si consideravano ormai sardi. Essi avevano portato le loro leggi e le loro consuetudini e la loro parlata, il catalano, lingua ufficiale negli atti e nel cerimoniale.
La lingua catalana resisterà a lungo anche dopo il passaggio dell’isola sotto la più potente corona di Spagna e si avranno scritti nel Settecento, quando ormai l’isola era piemontese.
Col passare degli anni, il rapporto di dipendenza tra la feudalità e il sovrano si attenuò notevolmente. Non fu raro il caso di potenti feudatari in aperto contrasto con il viceré, il maggior rappresentante del re nell’isola.
Ci fu anche la rottura tra la nobiltà sarda e quella spagnola, anche perché in sostanza non vi furono mai costumi e modi di vita particolarmente comuni tra l’una e l’altra parte.
Cagliari, la sede più importante di mercanti e di traffici, ebbe un tenore di vita più elevato, anche se non tutta la popolazione godeva di questo benessere.
Altre due categorie di persone, che finirono per essere quasi un ceto sociale privilegiato, furono quella dei funzionari regi e quella dei familiari del Santo Ufficio, che prestavano la loro opera da quando fu istituito nell’isola, nel 1492, il tribunale dell’Inquisizione, a seguito della cacciata degli arabi e a quella degli ebrei sia dalla Spagna, sia da tutti i regni ispanici, compresa la Sardegna, che rimase colpita nel commercio da questo stato di cose.
Nei secoli XV e XVI l’ignoranza delle classi inferiori, piaga comune a tutti i paesi europei, aveva in Sardegna proporzioni maggiori, secondo quanto scrissero gli storici dei secoli scorsi, senza però portare documenti che confermino questa loro affermazione. Anche nel clero l’ignoranza era preminente e qualche sacerdote era addirittura analfabeta.
Per quanto si riferisce all’insegnamento, dobbiamo constatare che gli studi erano seguiti solo dai figli dei nobili, da quelli del ceto mercantile e professionale e da quei giovani che potevano entrare nei conventi, e infine dai figli dei funzionari regi.
I popolani che si dedicavano allo studio erano in piccolissima percentuale, anche perché la popolazione scolastica era esigua; nell’isola non vi erano più di 200.000 abitanti.
Sino alla seconda metà del ’500, i giovani potevano intraprendere gli studi solo nei monasteri. Tenevano scuola i domenicani e i mercedari e altri ordini religiosi. Vi erano parecchi maestri che davano lezioni private.
Non si creda che nelle altre regioni della Spagna e dell’Italia di allora la situazione dell’insegnamento e quella scolastica fossero migliori. In Italia vi erano, nel ’500, poche scuole, tutte tenute da religiosi. Pochissime le Università: Bologna, Pisa, Napoli e Padova. Per la medicina si andava a Salerno, che godeva fama internazionale sino agli inizi del Cinquecento, università scaduta nel corso del secolo XVI.
In Spagna vi erano università a Salamanca, nota anche per la formazione di ottimi medici assieme a quella di Saragozza, e poi, dalla fine del Cinquecento in Alcalá de Henares. In Francia, la stessa situazione: tre sole università, a Parigi, a Nizza e a Montpellier. In tutta l’area mediterranea solo undici università.
Queste sedi universitarie erano le uniche nel bacino mediterraneo, come si legge in Lo Frasso, poeta sardo del Cinquecento. Quella di Napoli, però, non viene citata in atti sardi di quel periodo, perché iniziò come Studio Generale nel primo decennio del secolo XVI, qualche anno prima che questi istituti nascessero a Sassari e a Cagliari, e divenne Università soltanto nella seconda metà del secolo, come si legge in Nino Cortese Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento.
Come si può notare, sia Milano, Torino, Venezia e Firenze non sono presenti in questo elenco. Avranno l’Università dopo molti anni dalla istituzione in Sardegna dei due Atenei. Per quanto si riferisce ai testi scolastici, sappiamo che circolavano molti manoscritti rilegati, repertori di lezioni ed appunti. La scuola dei poveri era certamente quella degli insegnanti privati. Dopo, però, l’introduzione a Sassari e a Cagliari e in altre località dell’isola dei Collegi dei Gesuiti, erano state introdotte norme ben precise per gli studenti; essi non potevano seguire lezioni priva¬te. Nonostante ciò continuavano ad esistere i professori che davano lezioni nelle loro abitazioni. Dobbiamo anche far notare che la chiesa e gli ordini religiosi ebbero una forte ingerenza nello studio e nell’insegnamento.
Verso la metà del Cinquecento fu aperta a Sassari una scuola di grammatica latina, da parte di Bernardino Palumbo, al quale segui il discepolo Sebastiano da Campo, sotto il controllo della Magistratura Civica. Nello stesso tempo due religiosi romani insegnavano teologia, sacra scrittura e logica e un medico poteva insegnare anatomia umana.
Per coloro che non potevano seguire gli studi, era aperto il corso di apprendistato presso maestri, organizzato dalle associazioni di mestiere, i cosiddetti gremi. I maestri non potevano tenere più di due alunni, che alla fine del corso facevano l’esame d’arte. Anche per i paramedici vi era un’organizzazione, che dava la possibilità di inserirsi nell’attività sanitaria.
Le cronache sarde purtroppo riferiscono poco di scolari e non si hanno notizie, finora, di quanti erano gli studenti in tutta la Sardegna. Dal 1560 sia Cagliari che Sassari, per volere del sovrano Filippo II, che accolse la richiesta degli Stamenti, fatta del Parlamento del 1552-1553, per l’apertura di collegi e di Studi generali con tutte le facoltà, ebbero uno Studio Generale, che però non assegnava ancora titoli accademici.
Nella seconda metà del secolo vennero istituite nelle diocesi sarde i semi-nari tridentini che provvedevano alla formazione religiosa e culturale dei chierici, ma potevano dare il dottorato solo in Teologia e in Arte Oratoria.
A Sassari, nel 1554, Alessio Fontana faceva un lascito per la fondazione dello Studio Generale. La Compagnia di Gesù, su invito della Magistratura Municipale di Sassari, apriva cinque scuole maggiori di teologia, filosofia e lingua ebraica.
Dopo Sassari fu la volta di Cagliari, dove il gesuita cagliaritano Pietro Spiga, assieme con il catalano Baltassar Pinna, iniziò le lezioni di grammatica, di teologia, di lettere umane e di filosofia, nel collegio di Santa Croce, in Castello.
Nel 1612, si fondò, in Alghero, il Collegio dei Gesuiti, per la generosità di Gerónimo Ferret, in un locale accanto alla chiesa di S. Giuseppe.
Nella seconda metà del secolo nell’isola si ebbe un certo risveglio culturale, che nel ’600 farà passi da gigante, poiché furono istituite due Università, in Sardegna, unico regno spagnolo ad averne due, e di parecchie scuole aperte a tutti, in diverse località dell’isola.
A ciò contribuirono le seguenti cause:
1°) Introduzione della stampa, ad opera di Nicolo Canelles, nel 1566, preceduta dalla stampa mobile da parte di Stefano Moreto, continuata dal Sambenino e da Gianna Maria Galcerin. Ciò diede la possibilità di stampare testi per scuole e per studi diversi. Il primo libro, occorre ricordare, fu stampato a Cagliari, nel 1493, prima di tanti altri testi stampati in altre città, sia nelle città spagnole, sia in quelle italiane. Fu opera di Salvatore da Bologna, stampatore girovago e venditore di libri. Si ebbe anche la vendita di libri portati da altri ambulanti, soprattutto per i centri culturali religiosi.
2°) La creazione dei seminari diocesani di Cagliari e Sassari, in ottemperanza a quanto aveva disposto il Concilio di Trento, per la formazione culturale religiosa dei giovani.
3°) La fondazione ad opera dei gesuiti, venuti in Sardegna per volere di Filippo II, di collegi di istruzione primaria e secondaria, oltre che a Cagliari e a Sassari, ad Iglesias, Alghero e, nel corso del Seicento, ad Oliena, Bosa, Ozieri, Nuoro, Bonorva e Nurri.
4°) Apertura di collegi a Cagliari, Isili, Tempio, Oristano e Sassari da parte degli Scolopi che, pur essendo giunti in Sardegna quasi un secolo dopo, nel 1640, a Cagliari introdussero, l’anno successivo, la scolarizzazione popolare con l’istituzione di tante scuolette per i primi rudimenti della cultura, su richiesta delle autorità municipali. Gli Scolopi entrarono subito in gara con i Gesuiti per la supremazia nel campo dell’istruzione, a beneficio, quindi, della popolazione sarda. (Come si può notare, in moltissimi centri dell’isola, prima della fine del ’600, numerose erano le scuole funzionanti, al contrario di quanti hanno asserito prima di noi autorevoli studiosi, a dimostrazione che la cultura non era assente, o solo privilegio delle grandi città).
5°) Fondazione di un Collegio per i nobili nel capoluogo, ad opera dell’arcivescovo di Cagliari Francisco d’Esquivel, e la fondazione delle Università di Cagliari, nel 1626, e di Sassari, nel 1636, sorte per la generosità di enti locali e di privati.
Per quanto si riferisce all’Ateneo di Sassari, occorre dire che, nel 1554, Alessio Fontana, un benestante sassarese, devolve i suoi beni per la fondazione di uno Studio Generale nel capoluogo settentrionale, affidandone l’insegnamento e la direzione alla Compagnia di Gesù. Con questa somma, accresciuta dai contributi della Municipalità sassarese e dai lasciti di Gaspare Vico (probabilmente padre del dotto medico sassarese Andrea Vico Guidone) e dall’arcivescovo Canopolo, che fonderà, nel ’600, il collegio canopoleno, oggi Liceo Azuni, si acquistarono i locali e si tennero corsi a livello universitario, quantunque mancasse ancora la facoltà di concedere gradi accademici. Lo studio sassarese ebbe vita fiorente, frequentato da un gran numero di studenti.
Verso la fine del Seicento il Comune di Sassari, che dovette fronteggiare una profonda crisi finanziaria, a causa di una lunga carestia che aveva attanagliato tutta l’isola dal 1681 al 1685, in questo momento si stornò le somme destinate all’università. Così la vita del centro universitario sassarese decadde e si riprese soltanto nel 1765, in pieno dominio dei Piemontesi.
Anche per l’Università di Cagliari la storia è simile. Il sovrano spagnolo accolse la richiesta formulata dal Parlamento sardo del 1603 e, dopo l’approvazione da parte del Papa Paolo V, nel 1606, che equiparava l’ateneo cagliaritano alle università spagnole, Filippo III, nel 1620, concesse l’autorizzazione a rilasciare gradi accademici, come l’aveva già concessa, nel 1617, a quello di Sassari. Soltanto nel 1626, però, poté iniziare la vita universitaria nel capoluogo isolano, a causa della lentezza nella costruzione del fabbricato, che avrebbe dovuto accogliere gli studenti, le aule, un’Aula Magna e un locale per il teatro.
Quanto alla stampa, sappiamo che sul finire del secolo scorso venne rintracciato un incunabolo nel cui colofone, assieme con la data del I° ottobre 1493, vi era il nome del tipografo. Salvatore da Bologna, di cui abbiamo già parlato.
L’esistenza del volume contenente lo Speculum ecclesìae di Hugo di Santo Claro, fu rivelata dallo spagnolo Toda y Güell, che si riferiva ad un esemplare, rimasto fino allora sconosciuto, posseduto dalla Biblioteca provinciale di Palma di Maiorca. Di questo raro incunabolo non esiste copia in alcuna biblioteca sarda. Abbiamo constatato che neppure le biblioteche barcellonesi posseggono copia di questo raro Speculum ecclesìae stampato a Cagliari. La Biblioteca della Diputazione di Barcellona, in cui si trovano moltissimi libri rari e testi sardi, del Cinquecento e del Seicento, non possiede copia dello Speculum di Maiorca, ma solo una copia della edizione barcellonese del 1523.
Secondo il bibliografo Toda y Güell lo Speculum apparve a lui non come prima edizione sarda, ma addirittura come seconda o terza. Luigi Balsamo, che ha curato una pubblicazione su / primordi dell’arte tipografica a Cagliari, asserisce che le congetture del Toda sono prive di fondamento. Ma il Balsamo non ha portato prove per dimostrarci il contrario di quanto aveva affermato il bibliografo spagnolo.
Per ovviare a quanti non sono d’accordo sul fatto che lo Speculum sia stato stampato a Cagliari, si dovrebbe portare la documentazione per provare che la pubblicazione di Hugo de Santo Claro non è da attribuirsi a Salvatore da Bologna, che si trovava in quel periodo nel capoluogo sardo.
Si hanno altri testi stampati nel capoluogo isolano o in altre zone della Sardegna negli anni successivi allo Speculum! La domanda per ora resta senza risposta, perché il primo libro in cui appare la scrittura “stampato a Cagliari”, è del 1557, mezzo secolo dopo. E del libraio Stefano Moreto, nome che compare sul fronte di due edizioni della metà del Cinquecento, in lingua sarda della Carta de Logu.
Fare l’editore in Sardegna allora non doveva essere impresa facile. Basti pensare non solo alle difficoltà delle comunicazioni interne, ma anche soprattutto a quelle con la terraferma dell’Italia e della Spagna. Eppure la circolazione del libro nell’isola è comprovata ed è un fatto sicuro già dal Quattrocento, sebbene la cultura fosse prerogativa di pochi privilegiati professionisti e delle istituzioni ecclesiastiche.
Dai documenti d’archivio risulta che vi sono diverse persone, perfino donne, che possiedono piccole biblioteche, in cui si ritrovano testi di letteratura, di carattere narrativo e religioso, di aritmetica, di meditazione e perfino libri di pronostici e di carattere amoroso, come si legge nell’inventario post mortem del mercante algherese Giovanni Cabanes, del 1582.
Nel luglio del 1566, il canonico Nicolo Canelles, nato in Iglesias intorno al 1520, fattosi sacerdote e diventato prima canonico della primaziale cagliaritana e poi vicario generale della diocesi di Cagliari, impiantò nel Castello del capo-luogo una tipografia. Il Canelles nominò il Moreto suo procuratore assieme con il Direttore della tipografia Vincenzo Sambenino. Da quell’anno fino al 1585 il canonico iglesiente, che nel 1577, per meriti letterari, era stato creato vescovo di Bosa, nella cui sede morì il 9 aprile 1586, provvide a dare alla stampa numerosi testi, alcuni dei quali sono ritenuti importantissimi e contribuì alla maggiore diffusione in Sardegna del libro. Egli licenziò delle edizioni cosi pregevoli da competere con quelle d’Italia, di Francia e di Spagna e lasciò una grossa biblioteca.
I torchi della tipografia Canelles diedero alla luce una cinquantina di opere, delle quali trentuno nel primo decennio di attività tipografica. Dopo la morte del Canelles si ebbe una stasi sino al 1589, quando Giovanni Maria Galcerìn acquistò, all’asta, l’officina e dall’anno successivo iniziò l’attività tipografica, che si concluse nel 1597.
Si ha quindi il periodo del tipografo napoletano Martino Saba, che dal 1598 al 1623 stampò moltissimi testi, parecchi di interesse sardo e di vari argomenti. Dal 1623 riprese l’attività dei Galcerin, che terminerà nel 1680.
Alla fine del Seicento sorgono a Cagliari altre due stamperie: una nel chiostro del Convento dei Domenicani e l’altra in quello dei Mercedari di Bonaria. Così nel capoluogo vi erano in funzione tre tipografie, mentre a Sassari l’inizio dell’attività tipografica si ha nel primo decennio del ’600, per opera di uno dei Galcerin, ma soprattutto del Canopolo, nel 1616.
Tutte queste stamperie sarde sfornavano testi di carattere storico, giuridico, filosofico, teologico, religioso e letterario e fornivano le scuole delle città, dei collegi ecclesiastici e dei conventi.

Il Cinquecento

Per quanto si riferisce alla letteratura, il Cinquecento presenta artisti, poeti, storici, filosofi e scienziati. Era evidente nel secolo XVI il progresso nelle lettere, nelle arti, nelle scienze, rispetto al secolo XV, non privo però di scritti e di opere artistiche di grande pregio. La vita intellettuale, nel ’500, non era diversa in Sardegna da quella europea, anche se si trattò pur sempre di eccezioni.
Il Cinquecento presenta pochi intellettuali, tra i quali ricordiamo il cagliaritano Sigismondo Arquer, l’autore della succinta, ma preziosissima monografia Sardiniae brevis historia et descriptio, apparsa in Basilea nel 1550, nel Cosmographia, del Miinster. A causa di ciò, ma soprattutto per rivalità politico-religiose, l’Arquer, che aveva studiato a Pisa e a Siena, ambienti fortemente ereticizzati, fu perseguitato come eretico e mandato al rogo a Toledo, nel 1571.
Di Sigismondo Arquer possiamo dire che fu una mobilissima figura di magistrato e di scrittore. Nacque a Cagliari verso la fine del primo ventennio del ’500. D’ingegno vivo e pronto, egli compì gli studi di Teologia a Siena e poi di Diritto Canonico e Civile a Pisa, dove entrò in relazione con studiosi ed intellettuali, non esclusi i luterani. Tra questi il Miinster che affidò al giovane cagliaritano la compilazione della parte riguardante la Sardegna per la sua Cosmographia.
L’Arquer accettò e scrisse la Sardinia brevis historia: una monografia di dodici pagine interessantissime, mirabile per l’esattezza delle informazioni e la succinta nudità della forma. In essa si lamentano gli eccessi del tribunale della Inquisizione, l’estrema ignoranza e la corruzione del clero che, a nostro avviso, non era soltanto in Sardegna, ma aveva radici anche nell’Europa.
Conseguita la laurea, l’Arquer si recò a Madrid, dove ebbe subito incarichi di una certa importanza, dimostrando di possedere un’acuta intelligenza, onestà e tenacia. Il sovrano lo inviò a Cagliari per ristabilire l’ordine, turbato da due clamorosi incidenti. Il primo accaduto nel 1552, quando, nel convento di S. Domenico, fu trucidato D. Girolamo Selles, fratello del consigliere comunale D. Bartolomeo, che aveva accusato gli Americh e i Torrellas di esportare illecitamente del grano. Il secondo fatto risaliva ad un ventennio prima, quando il padre di Sigismondo, Giovanni Antonio, valido collaboratore del viceré Cardona, si era schierato a favore dell’arcivescovo di Sassari, Alepus, suo parente, perché era stato insultato e calunniato dal suo capitolo indisciplinato.
Per questi motivi e per la sua implacabile azione di epurazione, i nobili cagliaritani usarono tutti i mezzi per eliminarlo. Alcuni canonici cagliaritani, falsando il senso di un rescritto della Sacra Penitenzieria romana, affissero alle porte di tutte le chiese un foglio di scomunica contro di lui, contro il viceré e contro l’arcivescovo di Sassari. Tentarono anche di avvelenarlo e lo accusarono di aver presentato falsi testimoni.
Fu, pertanto, incriminato come eretico presso il nuovo arcivescovo di Cagliari, Antonio Parragues de Castillejo, che lo assolse da ogni accusa.
Il terreno era, però, ben preparato da tempo e, nel 1563, Sigismondo Arquer, con l’accusa di aver assunto in casa sua un certo Gervaso Vidini, sospettato di essere un luterano, fu arrestato in Spagna, lontano dalla sua terra, dove si sarebbe potuto scagionare. Fu gettato nella prigione dell’Inquisizione di Toledo, il carcere peggiore che ci fosse allora in Spagna, con l’imputazione di essere luterano, di fare campagna anticattolica, di aver rapporti con eretici italiani e di aver messo in cattiva luce l’inquisizione ed il clero nella Brevis historia.
Poiché l’Arquer non volle mai confessare di essere colpevole, lo sottoposero a maltrattamenti, a tortura e all’auto da fé (proclamazione solenne della sentenza dell’inquisitore da un palco appositamente costruito in una piazza, cui seguiva l’abiura o la condanna). Infine lo arsero vivo sul rogo, in Toledo, il 4 giugno 1571.
Falsa, forse, l’accusa di eresia. E’ certo che la sua vera colpa fu di aver voluto colpire alcuni potenti famiglie cagliaritane e con loro tutta la parte faziosa e prepotente della nobiltà sarda, scompigliando un groviglio di intricatissime parentele, di clientelismo e di interessi: lo si chiamerebbe, oggi, mafia o camorra.
Di Arquer, come già scritto, sono stati rinvenuti i memoriali di difesa dai professori Loddo Canepa e Boscolo tra le carte dell’Archivio Storica Nazionale di Madrid. Tra l’altro, in queste carte, compaiono dei versi. Non è una azione drammatica compiuta, come vuole intendere qualcuno, per poter così spostare all’indietro la data di inizio della drammaturgia sarda, al contrario di quanto aveva sostenuto il professor Francesco Alziator. È piuttosto uno sfogo dell’Arquer, fatto in carcere a Toledo; egli non aveva certa¬mente la disposizione per fare del teatro da poter poi presentare in pubblico.
Il professor Francesco Másala, di recente, ha effettuato una sua traduzione-interpretazione drammatica dei versi dell’Arquer per portare la Passio sulle scene della televisione.
Per la storia, oltre a Sigismondo Arquer, ricordiamo Giovanni Proto Arca, sacerdote di Bitti, di cui Francesco Alziator ha pubblicato, nel 1972, il grosso manoscritto Barbaricinorwn libri, con uno studio introduttivo di estrema importanza. L’Alziator, inoltre, ha rinvenuto l’atto di morte, scritto in sardo, che riporta anche la data di nascita: 1529 a Bitti e la morte, sempre a Bitti, il 24 agosto 1599, all’età di sessant’anni.
Che l’Arca fosse entrato nella Compagnia di Gesù, come riportano alcuni, non è vero, poiché la Compagnia fu fondata nel 1559 a Sassari, quando egli era già parroco a Bitti, dal 1955, e vi rimase fino alla morte.
Che abbia poi soggiornato a Cagliari nel 1592 è certo, come si legge nel manoscritto De bello et interitu Marchionis Oristani (documento di notevole importanza, perché riporta notizie sul marchesato di Oristano, di cui si sa pochissimo; chi sa che non ci dia notizie sulla cultura e dell’arte nel Giudicato di Arborea).
L’Arca si recò a Cagliari per consultare, nella ricca biblioteca gesuitica di Santa Croce, i testi e i lavori necessari per la stesura del suo Barbaricinorum libri, da dare poi alle stampe. Cosa che non avvenne, per la sopravvenuta morte. Altre sue opere, eccellenti per valore storico e per purezza di forma, pocovalide per quello letterario, ma importanti come documento, sono De Sanctis Sardiniae e De Regno Sardiniae, tutte opere in latino, pochissimo consultate: aspettano che qualcuno provveda alla loro stampa in edizione italiana.
A chi avesse interesse a conoscere il Barbaricinorum consigliamo la piace¬vole lettura dello studio introduttivo di F. Alziator.
Altro storico del Cinquecento, considerato per ora giustamente il padre della storia sarda, per essere stato il primo a scrivere sulla Sardegna antica e moderna, è Giovanni Francesco Fara, nato a Sassari nel 1543.
Completati gli studi di Grammatica nel capoluogo sassarese, a 16 anni entrò nel collegio spagnolo del cardinale Albornoz, in Bologna. Da qui passò nell’Università della città emiliana e poi in quella di Pisa, dove si addottorò in utroque. Nel 1567 pubblicò a Firenze un trattato sulle capacità di intendere dell’uomo durante l’infanzia e della pubertà, in latino. Tornò quindi in Sardegna, perché nominato arciprete di Sassari e poi vescovo di Bosa. In questa località mori nel 1591.
Autore di alcune opere di carattere filosofico e giuridico, l’opera più famosa del Farà è De rebus Sardois, per cui venne meritatamente detto il padre della storia sarda, come già scritto. Altra sua opera è la Chorographia Sardiniae, studiata da Osvaldo Baldacci (AS.S. 1939 – 40). Nel De rebus Sardois il Farà espone cronologicamente, documentandole con abbondanti note, prese quindi da altri testi o da manoscritti, (ricordiamo che del Farà ci resta il catalogo della sua pregevole biblioteca, con un elenco, per materia delle opere e dei testi posseduti), le vicende della storia, isolana, a cui molti storici dei secoli successivi hanno fatto riferimento nei loro studi.
Il Fara possedeva, per quel tempo, un’enorme biblioteca, come sopra accennato, purtroppo andata completamente persa. Dal catalogo appare la preminenza di opere di esegesi biblica, di diritto canonico, civile, criminale e feudale e di opere di grammatica e di retorica. Tra i primi l’Iliade, l’Odissea e tutte le opere di Virgilio, le opere di Catullo e di altri scrittori latini. Libri di Seneca, di Giovenale, le commedie di Plauto, le opere di Ariosto, la Divina Commedia e l’Arcadia. Oltre a libri di erudizione, vi erano opere di storia antica e moderna, opere di cosmografia, di geografia, di geometria, di architettura, di filosofia (quella di Platone e quella di Cicerone), libri di cavalleria ed anche opere di medicina e di astronomia
Come si nota, libri di tutti i campi dello scibile di allora, a dimostrazione che nell’isola si trovavano studiosi che si interessavano di molte materie e che possedevano buone librerie.
Non molti i filosofi. Tra essi il sassarese Gavino Sambigucci; medico e umanista, che a Bologna, dove visse e si laureò in Lettere Umane, ottenne una certa risonanza come filosofo neoplatonico e scrittore classico in latino. Di lui ci resta una prolusione all’Accademia fondata da Achille Biocchi, eminente u-manista bolognese che aprì, in casa sua, nel 1546, l’Accademia Bocchiana, con annessa stamperia. In Notizia Doctorum, che riporta l’elenco dei laureati nell’Università di Bologna, appare, in quello del 1558, un D. Gavinus Sabuccinus Sardus in utraque censura.
Il Fara lo chiamò medico, filosofo e poeta. Il Sambigucci attende uno studioso che gli assegni un posto ben preciso nella storia universale della filosofia. F. Alziator gli dedica tre pagine e ci da notizie intorno ad una operetta dedicata all’arcivescovo di Sassari, Salvatore Alepus, suo mecenate. Il Sambigucci morì, forse, nel 1567; secondo alcuni era ancora vivo nel 1576. secondo alcuni era ancora vivo nel 1576.
Per completare la serie dei prosatori di questo secolo, abbiamo, nel campo delle scienze, il medico cagliaritano Tommaso Porcell, ricordato nella toponomastica del capoluogo isolano anche per opera di F. Alziator, che ha pubblicato alcune parti del suo studio, che si rifa alle cure degli appestati in Saragozza, durante l’imperversare del terribile morbo, nel 1564.
Tommaso Porcell, ricordato tuttora nella stessa università di Saragozza ed inserito nel Dizionario bibliografico-biografico che ricorda gli illustri saragozzani, a cura del dottor Miguel Gómez, edito in Saragozza nel 1885, trascorse la maggior parte della sua vita nel capoluogo d’Aragona. In questa città salì in grande fama per l’attività da lui espletata in tanti anni di studio e di lavoro.
In quella città fu Capo dell’Ospedale Generale, che lo ricorda ancora, con una lapide, e docente di quella università. Scrisse un trattato di medicina (Caragoca, 1565), in cui raccolse i risultati dei suoi studi e dei suoi metodi di cura per salvare gli appestati. Vi si trova, inoltre, una descrizione dettagliata sullo studio dei cadaveri (cinque autopsie da lui effettuate) per riuscire a conoscere le cause della peste. È uno studio in forma piana e chiara ed è ammirevole lo sforzo fatto dal Porcell, dati i tempi, per la cura posta nella costante osservazione di fenomeni e per l’indagine sugli appestati, onde studiare le cause e gli effetti del terribile morbo.
Questo testo non è stato ancora studiato dai cultori delle scienze mediche e, sebbene non interessi ormai dal punto di vista scientifico, è senza dubbio interessante da quello documentale.
Nella mostra Vestigio Vetustatum, tenuta nella Cittadella dei Musei di Cagliari, è stata esposta l’opera del Porcell Información y curación de la peste de Caragoca, y preservación contra peste en generale. Compuesta por Joan Thomas Porcell Sardo, doctor en medicina, opera dedicata al vice cancelliere generale Bernardo de Bolea.
Non è stato il solo medico, nel ’500, a lasciarci un suo scritto. Di Quinto Tiberino Angelerio, medico probabilmente algherese, che esercitò la sua professione nella città catalana intorno agli anni settanta e ottanta del secolo XVI, ci resta un trattato sulla Storia della pestilenza, in castigliano, in cui ricorda la peste, in Alghero, del 1582-83.
Nel campo della lirica, il maggior rappresentante è l’algherese Antonio Lo Frasso che, nato intorno al 1530, si recò a Barcellona nel 1570, dopo aver sofferto mille traversie nella sua città.
Nel 1571, anno della morte di un altro sardo in Spagna, Sigismondo Arquer, Lo Frasso assurgeva agli onori della cronaca per aver pubblicato Los mil y dozientos consejos (I milleduecento consigli), e El verdadero discurso de la gloriosa victoria de don Joan de Austria contra la armada turquesca en Lepanto”. Quest’ultima opera è di notevole importanza documentale, per essere la prima cronaca della battaglia navale di Lepanto del 7 ottobre 1571 e per la ricchezza, la esattezza e la dovizia dei particolari e per la ricostruzione fedele della batta¬glia e dei preparativi di essa.
L’opera, edita a solo 45 giorni dalla storica battaglia, è la prima cronaca comparsa nel mondo e acquista cosi valore di documento storico eccezionale. E’ la cronaca minuto per minuto di uno scontro navale di tale portata, che cambiò la storia e la politica del mondo.
Per quanto si riferisce ai Consejos, essi sono piacevoli per arguti accenni alle usanze della società sarda nel Cinquecento. In questo scritto l’autore presenta le norme di vita pratica e di comportamento per ogni genere di professione: ecclesiastico, agricoltore, avvocato, mercante, medico, militare e vita monastica ed altre professioni. Inoltre il poeta esamina appunto il modo di condurre onoratamente la vita del vero uomo in tutte le professioni e da consigli di conseguenza. Servirebbero moltissimo per la società dei nostri giorni.
Alziator si domanda se Los consejos sono da considerarsi opera di poesia e risponde egli stesso che non è neanche il caso di considerarla tale. Ma è opera, aggiunge, assai interessante ed importante per tutto quel mondo che si intravede ed ha solo valore di documento utile alla storia del costume e come testimonianza psicologica di un algherese a Barcellona.
Chi vorrà saperne di più, legga il nostro lavoro Antonio Lo Frasso, poeta e romanziere sardo-ispanico del Cinquecento, apparso nel 1974.
Le prime due opere non hanno alcun valore poetico. Più celebre per gli apprezzamenti, a detta di alcuni critici, forse ironici, che ne fece il Cervantes nel capitolo sesto del Don Quijote de la Mancha sono Los diez libros de Fortuna de Amor, apparsi in Barcellona nel 1573. Una seconda edizione, in castigliano, si ebbe in Londra nel 1740, da parte di un ebreo spagnolo, con una veste tipo¬grafica eccellente.
Los diez libros de Fortuna, in un alternarsi di prosa e rime, raccontano le disavventure di un certo Frexano, lo stesso poeta, innamorato di una bellissima ragazza, Fortuna. Il giovane è costretto a trascorrere ingiustamente tre anni e mezzo in carcere, accusato di omicidio. Assolto in istruttoria e uscito di carcere, trova Fortuna, una bella algherese, già sposata. Abbandona, quindi, la Sardegna e si reca a Barcellona. Qui trova lavoro come poeta presso un nobile sardo-barcellonese.
Non si conosce né l’anno né il luogo di morte del Lo Frasso, che si presume sia Barcellona, intorno al 1600.
Sebbene l’opera presenti numerosi difetti e improprietà di linguaggio, periodare pesante, lungo e sconnesso (Lo Frasso conosceva bene il sardo e il catalano, come egli scrive, ma scrisse in castigliano per dare modo di divulgare meglio la sua opera), non mancano qualche bella descrizione e qualche verso abbastanza espressivo.
Infatti, anche Los diez libros come le altre sue opere, sono un documento importante per la storia della poesia sarda. Infatti, tre sonetti e una lunga glossa in logudorese, fanno si che Lo Frasso venga considerato il primo poeta in volgare. Servono, inoltre, come documento storico, topografico e di costume per la città di Alghero
Francesco Alziator dedica al poeta algherese un intero capitolo nella sua Storia della Letteratura di Sardegna, in cui analizza le opere e commenta alcune sue composizioni.
A Lo Frasso segue il sassarese Araolla, poeta trilingue per aver scritto la sua opera in tre lingue. Nato al principio del Cinquecento, intraprese la carriera ecclesiastica e divenne canonico di Bosa.
La sua produzione poetica fu essenzialmente religiosa. Scrisse, in volgare, Vida martiriu et morte de sos gloriosos mártires Gavinu, Brothu e Gianuariu, rifacimento dell’opera quattrocentesca dell’arcivescovo sassarese Antonio Cano. È opera interessante, perché è in logudorese.
L’Araolla, che ebbe come maestro Gavino Sambigucci, lasciò l’isola per potersi addottare e poi si fece sacerdote. Ebbe la prebenda di Pozzomaggiore e, nel 1597, pubblicò Rimas diversas, in cui canta, in vario metro, sardo, spagnolo e italiano, differenti argomenti. Nell’opera, in cui manca la vera composizione poetica, si trova la condanna degli errori commessi in gioventù. Las rimas sono degne di menzione, perché vi si trovano mescolate tre lingue di tre mondi culturali differenti; sono lingue che in Sardegna, nel Cinquecento, si potevano sentir parlare.
F. Alziator scrisse che l’Araolla nobilitò la lingua sarda, poiché l’arricchi di vocaboli tolti dal latino, dall’italiano e dallo spagnolo. Questa ricchezza lo fa considerare un artista da parte del Wagner, illustre glottologo tedesco, che dedicò molti suoi studi ai problemi linguistici della Sardegna. Del!’Araolla non si conosce né l’anno di morte, che si presume all’incirca alla fine del sec. XVI, né il luogo in cui fu sepolto.
Accanto agli scritti in rima e in prosa in lingua sarda e in castigliano, abbiamo anche un’opera in italiano, di Pietro Delitala, almeno finora l’unica che si conosca del Cinquecento. Di Pietro Delitala, nato a Bosa, non conosciamo né l’anno di nascita, forse nella seconda metà del secolo, né l’anno di morte. Della sua opera Rime diverse, sappiamo che fu stampata in Cagliari, nel 1596, nella tipografia di Giovanni Maria Galcerin. In essa si trovano espressioni e situazioni prese da Dante, Petrarca e Tasso.
Il Delitala, unico poeta sardo a scrivere in italiano, durante la dominazione spagnola, a testimonianza che si stampavano opere scritte in qualsiasi lingua e che esisteva un legame culturale con la penisola italiana, ebbe vita molto travagliata per una vicenda amorosa capitatagli a Bosa. Dovette fuggire dall’isola e rifugiarsi prima in Corsica e poi in Italia, dove visse per pochi anni, studiando nelle migliori scuole italiane.
Ritornato a Bosa, perché malato di nostalgia – e mal gliene incolse -, fu arrestato e gettato in carcere, dove rimase dieci anni, accusato da un marito geloso, di una giovane probabilmente insidiata dal Delitala. Riconosciuto innocente, il poeta bosano riacquistò la libertà, anche per opera del vescovo di Bosa Giovanni Francesco Farà Si diede a poetare in lingua italiana, che conosceva molto bene per aver frequentato scuole in Italia, nel periodo dell’esilio.
Il canzoniere del Delitala non è certamente un capolavoro, comunque non è da collocarsi agli ultimi posti fra i canzonieri italiani del ’500, come ebbe a scrivere F. Alziator, ma può senz’altro occupare un degno posto nella letteratura italiana. Le rime del Delitala, di nobile fattura, sono state ristampate, nel 1911, ad opera di Vittorio A Arullani, nel VII volume dell’Archivio Storico Sardo.
Non ci resta che parlare di Roderigo Hunno Baeza, per completare il quadro dei maggiori. Il Baeza, nato a Cagliari da genitori algheresi, gloria della letteratura cagliaritana e sarda del Cinquecento, fu scoperto, intorno al 1950, da F. Alziator che ne pubblicò il manoscritto Caralis Panegyrìcus, con un’interessantissima ed acuta introduzione, e gli dedicò anche un eloquente capitolo nella Storia della letteratura di Sardegna.
Il manoscritto, passato inosservato per secoli, faceva parte della biblioteca di Monserrato Rossellò, un grandissimo intellettuale e bibliofilo cagliaritano, vissuto a cavallo del Cinquecento e del Seicento, di cui parleremo più avanti. Il manoscritto passò alla biblioteca dei Gesuiti e poi alla famosa raccolta sarda del marchese Sanjust, dal quale Hi donata alla Biblioteca Comunale di Cagliari, dove la rintracciò, appunto, F. Alziator.
Il Panegyrìcus di Cagliari è un lavoro di vasta portata documentale, poiché serve per ricostruire la storia topografica del capoluogo sardo, ancora tutta da scrivere, sebbene se ne conoscano alcune parti. L’autore, lodando in bella prosa latina la sua città, presenta la Cagliari romana e ne traccia i confini occidentali ed orientali nelle zone cimiteriali di S. Saturno e S. Avendrace. Il Caralis, documento importante sulla città di Cagliari, testimonia anche come era la vita del capoluogo dell’isola nel ’500.
Il Baeza, dotto umanista e letterato di gusto, come lo qualifica Alziator, è il primo autore sardo ad accennare al sepolcro di Attilla Pomptilla, nella necropoli romana di S. Avendrace, sempre chiusa al pubblico in questi ultimi decenni.
Del Baeza, oltre al Caralis, si conoscono altre due opere, sempre manoscritti: In dispar coniugium, considerato dall’Alziator l’opera maggiore, un epitalamio in cui il poeta presenta il matrimonio scandaloso di un vecchio rimbambito con una bellissima fanciulla. A detta dell’Alziator è un’operetta degna di figurare tra le cose migliori di tutta la poesia umanistica.
L’altra opera che si conosce è una brevissima raccolta di epigrammi arguti e raffinati in latino e in greco. Il poeta cagliaritano ci ha lasciato anche dei versi eleganti in cui canta le mirabili doti muliebri di donna Violante Camarassa, una bella donna algherese.
Tra i minori ricordiamo il giureconsulto cagliaritano Pietro Arquer, che pubblica, in catalano, i capitoli di Corte dello Stamento Militare, nel 1590. Nel frontespizio della seconda edizione, del 1591, si trovano lo stemma della Sardegna spagnola e una bellissima stampa, forse la migliore uscita dalla tipografia sarda del Cinquecento.
Del religioso mercedario cagliaritano Antioco Brondo, vissuto molti anni nei conventi spagnoli e addottoratosi in Teologia nell’Università di Pisa, si sa che occupò i primi posti nel suo Ordine in Sardegna e morì nel convento dei Mercedari di Cagliari, nel 1618, dopo aver scritto una storia sulla Vergine di Bonaria, stampata nel capoluogo sardo nel 1595, in due volumi.
Il primo volume tratta della storia dell’immagine della Madonna e il secondo riporta i miracoli accaduti dal 1370, anno dell’arrivo a Cagliari della statua della Vergine, fino ai suoi giorni. Questi volumi sono importanti per ricostruire la storia di alcuni fatti e anche perché, nel testo, sono incluse alcune il¬lustrazioni della Vergine e uno stemma dei Mercedari.
Da ricordare anche il viceré di Sardegna Giovanni Coloma, che durante il suo governo dell’isola, dal 1570 al 1577, stampò a Cagliari, nel 1576 (a riprova che vi era un buon centro culturale), un volume di versi che presenta la gloriosa resurrezione di Gesù Cristo. Nell’opera già citata del Lo Frasso Los diez libros de Fortuna si trovano alcune poesie, che riguardano l’amicizia del viceré Coloma con il poeta algherese, e alcune altre con alcuni letterati sardi.
Da menzionare anche un altro religioso mercedario: Tomaso Escarcasigo, o Esquarcasico, nato a Cagliari nella prima metà del ’500, che scrisse una storia di Bonaria, stampata nella tipografia del Canelles nel 1580. In essa il mercedario raccolse tutte le antiche tradizioni popolari e le superstizioni della plebe riguardo alla miracolosa effigie della Madonna di Bonaria, già considerata, patrona dei Sardi.
Ci risulta che lo scritto dell’Esquarcasigo non esiste in nessuna biblioteca sarda. Sarebbe interessante rintracciarlo per studiarlo, soprattutto perché potrebbe servire per ricostruire la storia delle tradizioni popolari isolane. L’Esquarcasigo è stato citato da un altro mercedario che, nel Settecento, provvide alla pubblicazione di un’altra storia della Vergine di Bonaria. Si legge anche che la biblioteca del Convento dei Mercedari era ricca di libri rarissimi, di cui oggi non si sa nulla.
Di Dimas Serpi, minore osservante, nato a Cagliari verso il 1550 e morto in Roma alla fine del primo decennio del ’600, sappiamo che, dopo alcuni anni di permanenza in Spagna, dove studiò e a Valenza si fece frate zoccolante, ritornò a Cagliari e fu eletto provinciale dell’Ordine in Sardegna, nel 1597.
Il Serpi acquistò fama e lode per dottrina e arte oratoria Viaggiò per tutta la Spagna, come commissario inquisitore del processo di beatificazione di Fra Salvatore da Horta, per acquisire notizie sulla vita e i miracoli del fraticello deceduto in Cagliari nel 1567. Noi abbiamo rintracciato nell’Archivio di Aragona di Barcellona il carteggio del Serpi riguardanti appunto queste notizie.
Il valente cagliaritano stampò in Barcellona, nel 1600, Chronica de los Santos de Sardena e un trattato che riguarda l’ufficio dei defunti. Del trattato sul purgatorio contro Luterò e altri eretici, edito nel capoluogo catalano nel 1604, si ebbero diverse edizioni.
Tra i giureconsulti e i magistrati di fama nazionale, vissuti nel secolo in questione, troviamo Gerolamo Olives, nato a Sassari nel 1515 e deceduto nel 1571. D padre, che esercitava l’avvocatura fu a capo dei Consiglieri del Comune di Sassari, nel 1536. Girolamo Olives studiò in Spagna e, conseguita la laurea in Diritto, seguì la carriera paterna. Fu consultore di Pietro Vernier, incaricato della Visitazione generale nel Regno di Sardegna.
Di Olives resta una Commentarium et glossa, in catalano, della Carta de Lo-gu, stampato in Madrid, nel 1557, un profondo commento alla raccolta delle leggi sarde, opera ormai inadeguata ai tempi, perché alla legislazione sarda si era sovrapposta prima quella aragonese-catalana, che aveva le sue fonti nelle disposizioni stamentarie e sui fueros, e quella spagnola poi.
Questo commentario, che ebbe tre edizioni in pochi anni, fu adottato in Sardegna in tutti i tribunali, come norma invariabile da seguire nell’applicazione delle leggi contenute nell’antico codice sardo. Al testo originale in sardo, l’Olives pose, a pie di pagina, i suoi commenti in latino, brevi e ordinati, molto chiari.
Quantunque due lavori di tal genere fossero compiuti nel Cinquecento da Francesco Bellit, giurista cagliaritano, che nel 1572 pubblicò gli atti dei diversi parlamentari celebrati a Cagliari, e da Pietro Giovanni Arquer, altro giurista cagliaritano, che diede una seconda edizione, nel 1591, dei Capitols de Corts, pubblicati dal Bellit, l’accumularsi delle disposizioni prese nei parlamenti successivi costrinse gli stamenti sardi ad incaricare il cagliaritano Giovanni Dexart, un famoso e noto giurista, di curare una nuova raccolta, di cui parleremo più avanti.
Del giurista Bellit, o Bellid, ricordato come il più antico raccoglitore e compilatore delle leggi sarde, sappiamo che si laureò in Diritto, probabilmente in Bologna, dove aveva seguito gli studi nel collegio spagnolo dell’Albornoz. Oltre a intendersi di diritto, il Bellit coltivò la poesia, di cui ci resta solo una citazione nell’opera di Giacomo Araolla.
Di Posulo Giovanni Francesco, conosciuto col nome di frate Francesco da Cagliari, le cronache riportano che fu cappuccino nel secolo XVI e che fu oratore e teologo. Si sa, inoltre, che occupò gli uffici di guardiano e di definitore e che lasciò manoscritti molte trattazioni, ancora tutte da studiare.
Il primo sardo ad abbracciare l’Ordine di S. Ignazio di Loyola fu il cagliaritano Pietro Spiga, che nacque nel 1527 da genitori facoltosi. Con due confratelli fondò nel 1559 il Collegio gesuitico a Sassari e nel 1561 quello di Cagliari. Il Municipio di Cagliari gli aveva affidato anche l’amministrazione del¬l’Ospedale cittadino. Si sa anche che rifiutò la nomina ad arcivescovo di Arborea, per restare a Cagliari ad insegnare. Di lui restano alcune pregevoli orazioni morali-religiose. Mori in Cagliari F8 dicembre 1594.
Di un certo Sugner Gavino, o Suñer, nato in Sassari e vissuto nel secolo XVI poco sappiamo. Il Fara lo cita come poeta che ottenne grande fama tra i cultori delle Muse. Sarebbe giusto fare delle ricerche per rintracciare le sue poesie che, a detta dell’Araolla, sono molto espressive e furono molto apprezzate. F. Alziator scrive che non è possibile pronunziarsi oggi sull’opera di questo celebre scolopio, poiché tutto ciò che di lui ci rimane sono pochi frammenti riportati dal Tola e dal Toda y Güell.
Gli scrittori degli annali dell’Ordine di S. Francesco affermano che l’iglesiente Giovanni Cannavera, nato nel 1535, fu minore conventuale, che studiò teologia e divenne uno dei più eccellenti teologi ed oratori. Nel 1572 fu creato vescovo di Ales, carica che tenne per un anno, poiché si spense nel 1573. Lasciò manoscritti ventidue ragionamenti sul simbolo degli Apostoli ed alcuni commenti alle epistole di S. Paolo stesi in lingua castigliana Si trovano nella Biblioteca Universitaria di Cagliari.
È la volta dell’algherese Antonangelo Carcassona, nato ai primi del sec. XVI. Si trasferì in Italia per completate gli studi e a Bologna nel collegio del cardinale Albornoz. Divenne ottimo giureconsulto tanto che tenne cattedra nel capoluogo emiliano, dove illustrò i commentali del famoso giurista del Quattrocento, Giasone del Maino. Di questa illustrazione, dedicata al suo maestro di grande fama Mariano Socini, si fecero quattro edizioni. La prima venne stampata a Lione, la seconda in Venezia, nel 1574, la terza ancora a Venezia, nel 1582, e la quarta a Francoforte, nel 1609. Le Addizioni del Carcassona so¬no pregevoli per stile e per memoria, a detta del Tola. Non si conosce né il luogo né l’anno della morte. Per concludere le nostre note sulla letteratura non ci resta che parlare del teologo e prelato Andrea Bacallar, discendente dalla antica famiglia catalana, nato a Cagliari nella prima metà del sec. XVI.
Il Bacallar studiò nel Collegio germanico in Roma e poi entrò in quello dei Gesuiti, divenendo teologo e studioso delle lingue greca, latina, ebraica e caldea. Fu decano del Capitolo di Cagliari e Giudice apostolico delle Appellazioni e Gravami della Sardegna. Nel 1578, fu nominato vescovo di Alghero e, nel 1604, arcivescovo di Sassari, segnalandosi per zelo e nel promuovere ri¬forme ecclesiastiche.
Andrea Bacallar tradusse dal greco in latino le opere di S. Giovanni Damasceno e lasciò manoscritte molte opere, tra cui una raccolta delle registrazioni delle ordinazioni sacerdotali conferite nella diocesi di Alghero, in cui compare il suo stemma acquerellato a vari colori. Mori in Sassari il 18 giugno 1612.
Anche nell’arte il Cinquecento ha avuto grandi figure e i sardi hanno eccelso per opera della famiglia Cavaro e delle botteghe di Stampace in Cagliari.
Dopo il primo rappresentante della scuola di Stampace, Antonio Cavaro, che operò in Cagliari verso la seconda metà del ’400, il figlio Lorenzo, vissuto ai primi del sec. XVI, incomincia, per iconografie e stile, nel gotico, con i modelli del Maestro di Olzai, di scuola valenzana, e passa poi alla scuola rinascimentale italiana
A Lorenzo si devono diversi retabli, parecchi andati dispersi. Del figlio Pietro, indirizzato dal padre all’arte, sappiamo molto di più. Egli viaggiò per la Spagna e per l’Italia, dove conobbe nuovi modelli e nuove tecniche pittoriche e dove completò la sua educazione artistica. Al suo ritorno a Cagliari iniziò a dipingere una serie di retabli, che si imposero per chiaroscuro, per spazio e per colore: è lo stile prettamente rinascimentale.
A Pietro si ascrivono diverse ancone sparse in tutta la Sardegna – molte disperse o chiuse nella Pinacoteca di Cagliari. E a Pietro, che è considerato il migliore della famiglia Cavaro ed anche il maggior rappresentante della pittura sarda del periodo spagnolo, succede il figlio Michele, di cui il 1984 ricorreva il quarto centenario della morte.
Michele seguì i modelli italiani ed espresse un linguaggio pittorico pienamente raffaellesco e leonardesco. Anch’egli dipinse molti retabli, alcuni con grandi pittori, tra cui i fratelli Mainas, altra famiglia cagliaritana, impostasi al¬l’attenzione nella seconda metà del ’500. Purtroppo pochissime sono le opere di Michele rimasteci.
Dal 1580, la Sardegna viene invasa da pittori provenienti dalle regioni italiane: napoletani, siciliani e milanesi. Essi iniziano una attività pittorica che subito divenne particolarmente intensa. Questa attività continuerà sino al pri¬mo quarantennio del secolo successivo.
Anche in altre zone dell’isola vi sono pittori che ornano di retabli le chiese ed i conventi. Tra questi ricordiamo Andrea Lusso, ogliastrino, studiato da Angelino Usai. Le sue pitture si possono tuttora ammirare in alcune chiese dell’Ogliastra.
Anche nel settentrione si trovano pittori di un certo livello artistico: Giovanni Mura, autore di alcuni pannelli che si trovano in Sassari e nelle chiese del circondario sassarese.
Nel secolo in questione le manifestazioni scultoree documentate sono assai scarse. Siamo però sicuri che vi era una intensa attività, poiché le chiese venivano abbellite di molte statue in legno; molte sono andate disperse. Nella seconda metà del Cinquecento si documenta una maggiore relazione con artisti italiani e perfino una grande attività in botteghe locali. Ricordiamo il mausoleo marmoreo di D. Manuel di Castelvì in Samassi, del 1586, del genovese Scipione Aprile, che con il fratello Serapio introdusse nell’isola l’esperienza diretta del rinascimento italiano.
L’architettura cinquecentesca è ancora incentrata nel gotico, sebbene siamo nella fase ultima, che viene appunto chiamata tardo-gotica. Purtroppo in questo campo non si conoscono ancora i nomi dei maestri, i picapedres (is picaparderis), alcuni dei quali sono da considerarsi dei veri architetti. Ci auguriamo che l’ingegnere Giorgio Cavallo possa quanto prima presentarci il suo lavoro proprio sugli scalpellini che, durante il Cinquecento, ma soprattutto nel Seicento, innalzarono numerose chiese in tutte le parti dell’isola.
Verso la fine del secolo rileviamo forme rinascimentali anche nella architettura, presenti in Cagliari nella chiesa di S. Agostino nella Marina, e in alcune chiese dell’interno e nel capoluogo sassarese.
Altro aspetto culturale di enorme importanza si trova nelle arti minori: l’oreficeria, l’intaglio del legno, la lavorazione del ferro, il cosiddetto battuto, la cestineria, il ricamo, la ceramica, legate al gusto gotico, all’inizio del Ciquecento e inseritesi nel gusto rinascimentale verso la fine del secolo.Numerose le botteghe in Cagliari, in Sassari e in altre zone dell’isola. Accanto ai lavori in ferro e in bronzo, si hanno quelli dei merletti e delle trine.
Bisognerebbe studiare l’arte e il lavoro dei fabbri d’inferriate nelle chiese e nelle costruzioni civili: nei balconi di alcune vie cittadine tuttora si possono ammirare maestri di questi bei lavori. La stessa Cagliari presenta ancora buoni esempi, in Castello e nella Marina Crediamo che tra qualche decennio anche queste manifestazioni del Cinquecento culturale spariranno e non si potranno fare più studi che riportino all’attenzione l’arte dei nostri antenati.
Dobbiamo fare cenno anche ai diversi cori lignei tuttora visibili nelle diverse chiese cittadine e paesane, ma anche alle dalmatiche, alle pianete, a tanti paramenti liturgici. Non dobbiamo dimenticare gli autori dei magnifici corali, i rilegatori di manoscritti, gli incisori, i frenatori dei volumi dei gremì e delle confraternite.
Lo studio, ancora agli inizi, delle miniature degli statuti dei gremi potrebbe portare alla scoperta di scuole e di botteghe artigiane, simili a quelle dei pittori, scuole sia pure modeste, esistenti anche nei monasteri.
Tra gli originali dei codici gremiali rintracciati dalla vicedirettrice della Biblioteca Universitaria di Cagliari, Giuseppina Cossu, studiosa e attenta ricercatrice degli aspetti della vita gremiale sarda, alcuni sono mutili e privi di decorazioni, altri presentano disegni ornamentali che ne impreziosiscono il frontespizio, altri ancora rappresentano crocifissioni a colori o in bianco e nero, molto belle ed eleganti. Gli statuti che possiede la Biblioteca Universitaria di Cagliari, secondo la Cossu, sono miniati superbamente su materiale membranaceo in tinte calde e nello stesso tempo efficaci per interpretare le miniature in gotico, come lo è la scrittura.
Per gli statuti dei gremi iglesienti la Cossu (che qui ringraziamo per averci messo a disposizione i suoi studi sui gremi) asserisce che non suscitano particolare interesse artistico, mentre pur quelli oristanesi, su sei gremi conosciuti, tre originali portano disegni meno raffinati, più ingenui, ma non per questo meno belli, di cui uno, quello del gremio dei figoli, molto interessante, poiché vi sono i capilettera in oro e a colori e una miniatura, a tutta pagina, che rappresenta la Vergine Mater misericordiae nell’atto di stendere il manto e allargare le mani sui tredici fondatori della maestranza.
Gli altri statuti oristanesi, osserva ancora la Cossu, con capilettera in bianco e nero, sono stati disegnati dal Padre Josepho Tholo del convento di S. Maddalena, in tutto simili ad alcuni capilettera dello statuto del gremio di bottai di Cagliari, mentre quello dei falegnami di Oristano è stato disegnato efficacemente in bianco e nero da Tholo e Casula.
Secondo la Cossu ciò dimostra che i frati del convento della Maddalena di Oristano erano particolarmente dotati nell’arte della decorazione dei libri. Tra questi, appunto, i frati Tholo e Casula, (di cui occorrerebbe conoscere di più), che hanno arabescato in modo stupendo, con molti disegni, i codici dei due statuti menzionati. Probabilmente, a nostro parere, nel convento doveva esserci una scuola, i cui discepoli provvedevano non solo a fare i disegni, ma an¬che a miniarli.
Non ci resta ora che da parlare della rilegatura degli statuti gremiali, che proteggevano i codici. Alcuni di esse sono in pelle di capra rozza, altre in pergamena più fine, a forma di registro che, in origine, dovevano avere dei contrafforti in pelle. Anche nel campo della rilegatura dei testi, lo studio è agli inizi ed il lavoro sarà lungo poiché i testi da consultare, stampati nell’isola dalla fine del Cinquecento a tutto il Seicento, sono numerosi.
È interessante, inoltre, osservare che, nelle borchie, che servivano da chiusura della rilegatura, finemente lavorate in argento, sono spesso rappresentati il santo protettore e gli arnesi della maestranza, come in quelle dello statuto dei bottai della capitale, al quale abbiamo già fatto riferimento, conservato nell’Archivio comunale di Cagliari: una borchia rappresenta la figura di Nostro Signore, Salvatore del mondo che, con la mano destra, benedice e nella mano sinistra sostiene il mondo; l’altra borchia raffigura una botte e alcuni arnesi, tra cui un compasso.
E che dire dei numerosi manoscritti che si trovano nelle biblioteche isolane e in quelle conventuali? Facciamo riferimento soltanto al voluminoso fondo Baiile che si trova nella Biblioteca Universitaria di Cagliari. Sono tuttora da studiare le omelie dell’arcivescovo di Sassari Alepus e le opere filosofiche di Pietro Aymerich, frate mercedario nato a Cagliari agli inizi del Cinquecento. Ricordiamo le odi in latino del gesuita Marco Antonio Bastelga, i manoscritti di Gerolamo Cao, citato dal Farà nel De rebus Sardois, che portano lo stesso titolo, e uno scritto che riporta le vicende della Sardegna sino al 1577.

Il Seicento

Nel sec. XVII si accentua il progresso di spagnolizzazione. Nessuna meraviglia, dunque, se gli scrittori sardi preferiscono scrivere in casigliano e seguono le correnti letterarie spagnole. Ai dialetti sardi non resta che la drammatica religiosa, che certamente è l’espressione più popolare e quindi riesce a far confluire gli scritti per i trattenimenti del popolo.
Nella narrativa del Seicento dobbiamo annoverare il sardo Jacinto Amai de Bolea, riscoperto da F. Alziator, che lo menziona nella Storia della Letteratura di Sardegna per segnalare che la sua opera meriterebbe uno studio. Questo studio sarà fatto qualche anno dopo dallo spagnolo Joaquín Arce, che presenta le sue due opere.
In Sardegna, il Seicento letterario è quasi tutto di stampo barocco. Inizia appunto con il romanzo El forastero di Jacinto de Bolea, in cui i ricordi espressivi del barocco spagnolo sono evidentissimi e si integrano nella prosa con una vitalità tale che, secondo J. Arce, non possono competere con altri romanzi che passano per essere culterani.
Parte dell’argomento del Forastero, che è complicatissimo e difficile a riassumersi, si svolge in Sardegna. La seconda opera del Bolea, che si conosce, è un torneo: Los Encomios, in ottave, opera senza dubbio superiore alla precedente. Si tratta di versi di circostanza, in cui l’elogio dei torneatori è obbligatorio. Negli encomi è descritto uno dei tanti tornei più importanti celebrati a Cagliari. Perciò è un documento di enorme importanza per la storia civile del capoluogo sardo, che per tutto il ’600 vide lo svolgersi di feste imperniate sulle giostre cavalleresche, a cui prendevano parte i nobili coraggiosi cavalieri sardi, che appartenevano ai tre ordini equestri.
Del secondo romanziere, vale a dire di Giuseppe Zatrilla, e non Zatrillas, come spesso si legge, possiamo dire che nacque nel capoluogo sardo il 15 agosto 1648, e non il 22 come scrissero alcuni. Abbiamo rintracciato il certificato di battesimo che indica la data di nascita. I suoi genitori erano discendenti da nobile ed aristocratica famiglia aragonese, proveniente dalla Germania. Giuseppe ricoprì importanti cariche militari e politiche. Per il suo comportamento durante le lotte tra l’arciduca Carlo d’Austria e Filippo V, re di Spagna, ebbe a soffrire persecuzioni e l’esilio. Non sappiamo se rientrò a Cagliari o se mori in Francia, dove fu inviato nel 1706, prima che il capoluogo e la Sardegna cadessero in mano degli austriaci, nel 1708.
Di Giuseppe Zatrilla ci restano due opere: il romanzo Engaños y desengaños del profano amor (Inganni e disillusioni dell’amore illecito), e un poema eroico in ardente omaggio alla forte personalità della poetessa messicana Suor Juana Inés de la Cruz, che sali sugli altari della lirica ispanica.
Che la Sardegna non fosse un’isola anche allora separata dal resto del mondo è provato da questo poema di G. Zatrilla, il quale, nello stesso anno della morte della poetessa messicana, 1698, lo pubblicava a Barcellona, avendo conoscenza di quanto l’opera valesse e quale posto occupasse nella lirica spagnola.
Nella prima opera, stampata in due volumi, in Napoli nel 1687 e 1688, si raccontano gli amori extraconiugali di donna Elvira de Peralta con il duca di Toledo e le loro astuzie e i raggiri per incontrarsi e per superare gli impedimenti frapposti alla loro tresca dalla vigilanza dei genitori e dalla gelosia del marito di donna Elvira. Con gli amori dei personaggi principali si mescolano anche quelli di altri personaggi.
L’autore del romanzo, nell’introduzione, fa capire che i fatti non avvennero effettivamente a Toledo, in Spagna, bensì in ambiente molto noto, per cui dovette mascherare il luogo dell’azione, poiché molti personaggi erano viventi.
Il romanzo è un documento importante per conoscere la vita secentesca cagliaritana, che occorrerebbe studiare a fondo. F. Alziator ne ha presentato, ne L’Unione Sarda, alcune pagine piccanti, che invitiamo a leggere.
Lo stile è sostenuto, la lingua spagnola è usata con grande padronanza, i caratteri dei personaggi ben delineati e psicologicamente studiati: questi sono alcuni dei motivi che caratterizzano il romanzo e fanno sì che si possa considerare lo Zatrilla un buon romanziere, anche perché non è mica vero che il romanzo in ambiente sardo ha inizio nel Novecento con quelli della nuorese Grazia Deledda.
Assai inferiore fu lo Zatrilla poeta. Dimenticavamo di dire che nel romanzo sono intercalate molte rime e nel secondo volume sono riportate ben cinque accademie che interessano come documento culturale dell’epoca. Queste accademie, siamo certi, erano riunioni letterarie, secondo la moda di quelle che si tenevano in altre parti dell’Europa. Nelle accademie si approfondivano i temi e si discutevano problemi letterari e scientifici, come fanno supporre quelle riportate dallo Zatrilla nel secondo volume del suo romanzo. Nelle glosse, nelle romanze nelle oraciones e in tutto il poema eroico la poesia è del tutto assente.
Degli storici del Seicento ricordiamo il Padre Salvatore Vidal e Francesco Vico. Il primo, al secolo Giovanni Andrea Contini, nacque a Mara (l’odierna Maracalagonis), nel 1581. Diventato regolare dei minori osservanti, girò moltissimo per la Spagna e per l’Italia. La celebrità del Vidal è dovuta specialmente ad una accesa polemica avuta col magistrato sassarese Francesco Angelo Vico che, nella sua Historia General de la Isla y Reyno de Sardeña, aveva affermato che la maggior parte di quanto era contenuto nei tre volumi degli Anuales del Vidal era falso e che specialmente prive di fondamento erano le argomentazioni tendenti a dimostrare la supremazia di Cagliari su Sassari.
Nel Contini è apprezzabile lo stile aspro, espressivo, vivificato da una fantasia in ebollizione, come scrive F. Alziator. Numerosi gli scritti, tutti stampati lontano da Cagliari: a Firenze, Milano, Venezia e Sassari, in latino, in spagnolo e una in italiano. Il Vidal è ricordato soprattutto per il Clypeus aureus e per gli Anuales.
Del Vico, eminente giureconsulto, nato a Sassari negli ultimi anni del Cinquecento, sappiamo che studiò in Spagna, addottorandosi nella celebre università di Salamanca, e che, nel 1609, fu nominato giudice della Reale Udienza di Cagliari; otto anni dopo ebbe l’incarico di Procuratore Fiscale.
Il Vico fu il primo sardo ad occupare l’alta carica di Reggente del Supremo Consiglio d’Aragona, dal 1627. Dal 1636 al 1640 tenne la carica di vicecancelliere del Regno di Sardegna, in Cagliari, ma ritornò a Madrid e si rinchiuse in un convento madrileño, dove cessò di vivere nel 1648. Di lui ci restano le Leyes y Pragmáticas reales del Reyno de Sardeña, molto consultate dagli studiosi sardi e dagli studenti universitari, perché fonte di diritto e di storia sarda, la Historia general de la Ysla y Reyno de Sardeña, edita in Barcellona, nel 1639, e un’opera manoscritta La esperanza, di cui parlano il Cossu e Giovanni Francesco Simon.
Altro storico, da considerarsi anche cronista, fu Giorgio Aleo di Cagliari, che scrisse: Successos generales de la ysla y reyno de Sardeña, tuttora manoscritto, in due volumi, di scarso valore letterario, importantissimo però per la dovizia di notizie, soprattutto per quanto riguarda il periodo aragonese e spagnolo, poco studiato. Più importante è la seconda opera: Historia verdadera, che tratta degli avvenimenti riguardanti l’isola dal 1637, anno dello sbarco nella marina di Oristano di un’armata francese, al 1672, anno in cui l’Aleo fu allontanato dalla Sardegna.
In questo secondo scritto l’autore discorre di fatti a cui egli stesso prese parte. Dovette subire l’esilio, per alcuni anni, durante i torbidi seguiti all’assassinio del viceré di Camarassa. Il racconto è particolarmente interessante.
Cronista da ricordare è l’iglesiente Antonio Maccioni, che trascorse la maggior parte della sua esistenza nell’America del sud, svolgendo la sua opera di missionario gesuita nel Paraguay. Pubblicò una grammatica-vocabolario delle lingue di quegli indigeni, tuttora il reperto più importante di quelle lingue oggi sconosciute e non parlate.
Il Maccioni divenne rettore del Collegio Maggiore di Córdoba, del Tucuman, e ne Las siete estrellas (le sette stelle), tracciò amorosamente la biografia di sette gesuiti sardi che dedicarono la loro vita all’evangelizzazione degli indigeni.
Nel campo della poesia ricordiamo Giuseppe Delitala. Nato a Cagliari nel 1627, intraprese la carriera militare e ricoprì cariche politiche di alta responsabilità Fu governatore del Capo di Cagliari e Gallura e divenne, per diverse vol¬te, viceré di Sardegna ad interini. Mori all’età di 75 anni, nel 1703.
La sua Cima del monte Parnaso español vuole essere la continuazione di una omonima opera di Francisco de Quevedo, che aveva scritto soltanto su sei muse. Il Delitala, di cui esiste un ottimo studio dell’americano Luis Saraceno (Cagliari, 1976), è stato uno scrittore non certo immune da difetti del suo tempo; tuttavia era dotato di grande ingegno, di facile verve poetica e di un certo estro, che lo fanno ben figurare nella letteratura spagnola del Seicento. È stato giustamente considerato il maggior poeta sardo del periodo spagnolo.
Passando al dramma sacro, che affonda le sue radici nelle cerimonie religiose delle più importanti festività della chiesa e degli usi popolari, ci soffermiamo sui goccius, o gosos, laudi sacre, che si cantavano in tali occasioni.
Non sono molte le laudi sacre stampate, ma, per tradizione orale, ne sono giunte a noi migliaia e migliaia che si cantavano in onore di particolari santi, a cui era affidata la protezione del lavoro dei campi. Gli antichissimi goccius che venivano cantati in castigliano, in catalano e in sardo, circolavano in libretti anonimi, purtroppo andati dispersi. Per provare l’esistenza dei goccius di un certo valore letterario ci rifacciamo al Carmona, il quale, nel suo manoscritto, conservato nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, di cui esistono alcune parti già stampate, scriveva che se ne trovavano stampati in lingua catalana.
Allo sviluppo del dramma sacro contribuì assai l’influsso esercitato sulla cultura sarda dai drammaturghi spagnoli, soprattutto da Lope de Vega Carpio (1562-1635) e da Calderón de la Barca (1600-1681). A questi influssi si deve il potente risveglio religioso operato nelle coscienze sarde dalla controriforma e dall’entusiasmo causato dalla scoperta dei corpi santi.
I drammi sacri si possono dividere in tre gruppi. Al primo appartengono la Passion de Christo Nuestro Señor, del cagliaritano Francisco Cannona, presentato in edizione italiana alla RAI di Cagliari da F. Alziator, nel 1968, e le Comedias, in campidanese, una raccolta riguardante l’Assunzione di Maria e la nascita, passione, deposizione e resurrezione di Cristo, del cappuccino Antonio Ma¬ria di Esterzili.
Nel secondo gruppo rientrano la storia di S. Lussorio di Pietro Chessa Cappai, studiato e presentato da F. Alziator, e le Virtudes y prodigios del Beato Salvatore da Horta, del minore osservante Giovanni Maria Contu. Il Chessa scrisse in volgare e il Contu in castigliano; entrambi però portano sulle scene leggende già diffuse da racconti popolari.
Al terzo gruppo appartiene El Saco imaginado (II finto rapimento), di Antioco del Arca. Il dramma, in lingua castigliana, tratta del volontario ritorno alla Basilica di Torres, da cui erano scomparse, o trafugati, i corpi santi di Gavino, Protho e Gianuario. L’opera ha pretese letterarie, ma scarso valore poetico. È evidente l’influsso del drammaturgo spagnolo Lope de Vega e delle correnti letterarie dell’epoca con rutti i difetti: linguaggio gonfio e frequenti bisticci di parole.
Per quanto si riferisce alla Passion del Cannona ci interessa scrivere che in essa si trovano laudi sacre in castigliano, che presentando innovazioni e modifiche rispeto a quelle in catalano, come nota giustamente Pino Carboni in Tradizioni popolari in Sardegna (is goccius), (Cagliari, 1980).
Se ci fermassimo soltanto su questi autori, qualcuno certamente si porrebbe la domanda: Sono solo questi i letterati, gli scrittori e i poeti del ’600?. Noi precediamo questa domanda e rispondiamo: No. Questi sono quelli che sono stati in parte studiati o presentati da altri. Sino a qualche anno fa, siamo andati alla ricerca e alla scoperta di altri e ne abbiamo trovati tanti, sebbene di essi si abbiano poche notizie e di alcuni si conosca soltanto uno scritto e nessuna notizia della nascita o della morte.
Fu il Seicento che vide fiorire veramente tutti i generi letterari, dalla lirica al romanzo, dalla cronaca alla storia, dalle opere giuridiche a quelle teologiche e filosofiche e dalla oratoria sacra alla drammaturgia religiosa. Opere che diedero apporti validissimi sul fronte della storia, del diritto, della teologia, della letteratura ed anche delle scienze matematiche.
Il Seicento, che segnò l’apogeo della cultura in tutta la Sardegna, fu senz’altro il secolo d’oro della letteratura sarda in lingua spagnola, poiché parecchi furono gli intellettuali che, non solo nel campo letterario, ma anche in quello giuridico, destarono l’attenzione della critica europea. Fu il secolo che vide alla ribalta europea personaggi illustri, di alto valore nella vita civile, che diedero alle stampe opere di notevole interesse ed importanza.
Anche per la letteratura, come per tutte le espressioni della vita quotidiana, il secolo XVII può considerarsi ricco di luci, che diedero splendore alle opere di numerosi letterati ed intellettuali del ceto nobiliare e del clero, con l’esclusione, purtroppo, di elementi del ceto popolare.
Cagliari fu centro di illustri giuristi, di teologi insigni e di letterati ingegnosi. Negli ambienti cagliaritani la cultura ispanica, che condizionò moltissimo quella indigena, ebbe maggior spazio di manovra. Tutti gli scrittori aderirono completamente al modo di vita e alla mentalità del mondo iberico, mentre la lingua sarda, di cui parleremo più avanti, parlata da tutti i ceti sociali, accanto a quella dei dominatori, si usava nei sermoni, nelle sacre rappresentazioni, nelle feste religiose popolari, nelle messe e nelle canzoni, per esprimere i sentimenti più intimi del popolo.
Furono senz’altro gli studi e l’opera dei religiosi, che avevano istituito collegi e scuole e impiantato tipografie nei loro conventi, a favorire lo sviluppo della cultura e della letteratura e a tenere alto il valore dello studio. Fu tanta la produzione letteraria e furono tanti gli scritti nel ’600 che possiamo considerare la più alta e la migliore produzione di tutto il periodo spagnolo, superiore a quella del ’700.
Il fatto letterario più importante di questo secolo furono le accademie, di cui già si è parlato. Erano riunioni letterarie o cenacoli di letterati ed intellettuali, di dotti e di artisti, che si radunavano nei salotti gentilizi per discutere su temi letterari e scientifici, per leggere componimenti poetici e per rappresentare brevi composizioni teatrali, le loas, brevi rappresentazioni, anche musicali, in voga allora, come avveniva in Francia, in Spagna, in molte regioni dell’Italia e in altre parti dell’Europa.
Fra i letterati vi erano anche personaggi politici di primo piano e a queste accademie presero parte i figli del viceré di Camarassa, di cui crediamo siano rimaste composizioni, stampate poi in Spagna, quando vi rientrarono, dopo l’assassinio del padre.
Di queste accademie si paria nei due più importanti romanzi del Seicento cagliaritano: in quello di J. Amai de Boela e in quello di G. Zatrilla, di cui già abbiamo parlato. Se ne fa cenno anche nelle composizioni poetiche di Efisio Esquirro.
Di quest’ultimo, religioso cappuccino, nato a Cagliari sulla fine del Cinquecento e vissuto per buona parte del Seicento, ci resta la Verdadera historia del ritrovamento dei corpi santi trovati nella città di Cagliari, stampata nella tipo¬grafia cagliaritana di Antonio Calcerin, nel 1624.
In questo libro ¡’Esquirro, che fu teologo ed abile oratore ed occupò posti onorifici nel suo Ordine, raccolse tutte le notizie riguardanti gli scavi e il ritrovamento di tanti presunti martiri cagliaritani, nell’antica Basilica di S. Saturno, nel periodo 1614-1618, e il loro trasporto, in grande pompa, al Santuario della Cattedrale, fatto appositamente costruire dall’arcivescovo d’Esquivel, al quale il frate dedicò il suo lavoro.
L’opera, che non è stata tutta pubblicata e non è di bello stile, ma di grande interesse documentale, ebbe grandi consensi tra i suoi contemporanei e servì come fonte al Bonfant e all’Aieo. Essa serve tuttora per ricostruire la storia della edificazione del Santuario e per le notizie precise sulla vecchia cattedrale pisana, demolita qualche decennio più tardi. All’inizio dell’opera dell’Esquirro vi sono molti versi in castigliano, interessantissimi e validi, tanto da poter considerarlo un discreto poeta.
Altra cronaca sulla scoperta dei resti dei corpi santi nella Basilica di S. Saturno appare in Cagliari nel 1636. Ne fu l’autore Dionigi Bonfant, teologo e giurista cagliaritano, di cui non sappiamo la data di nascita.
Oltre ad essere autore del Triunpho se los santos del reyno de Cerdeña, dedicato a Filippo III, in cui si trova un’interessantissima immagine di otto martiri cagliaritani, di grande pregio artistico, il Bonfant compose un breve trattato su Sardegna e Corsica, in favore dell’arcivescovo di Cagliari. Il Bonfant fu provvisore generale dell’Università di Cagliari e, nel 1636, fu insignito del cingolo e-uestre.
Tra i minori, abbiamo la grossa figura di Monserrato Rossellò, vissuto a cavallo fra il Cinquecento e il Seicento. A lui si deve la raccolta di moltissimi testi e di numerosi manoscritti, parecchi dei quali ancora da leggere e da studiare, che si sarebbero altrimenti persi per sempre, come è avvenuto per altri libri delle diverse biblioteche di proprietà di studiosi dei secoli XV e XVI, e che riguardano i molteplici aspetti della vita sarda.
Monserrato Rossellò, bibliofilo e legista, nato a Cagliari nel 1568, fece i primi studi nel collegio della Compagnia di Gesù, creato, nel 1561, dal gesuita cagliaritano Pietro Spiga e dal catalano Balthasar Pinna. Il Rossellò dovette però continuare gli studi fuori dell’isola, come accadeva per tutti i sardi che potevano studiare, e si laureò nell’università di Pisa.
Egli si batté a lungo per l’istituzione a Cagliari dell’Ateneo, aperto solo tredici anni dopo la sua morte, e contribuì, con una larga donazione, alla costruzione del fabbricato, di cui fu il sovrintendente. L’istituto sorse poi nello spiazzo antistante la torre di S. Pancrazio.
Il Rossellò percorse le vie della magistratura; nel 1590 occupò un seggio di giudice della Reale Udienza di Cagliari e gli furono affidate due importantissime missioni. Abbiamo rintracciato, nell’archivio d’Aragona di Barcellona, parecchi documenti che si riferiscono a quelle missioni.
La prima, nel 1598, quando fu mandato a Madrid, a rappresentare, come sindaco, lo stamento militare, al fine di ottenere dal sovrano l’approvazione dei capitoli parlamentari. La seconda, quando ottenne dal sovrano l’incarico di Visitatore generale dell’isola, primo e unico sardo ad avere avuto tale incarico. Questo secondo compito, affidatogli nel 1599 e riconfermatogli fino al 1603, gli diede modo di percorrere in lungo e in largo la Sardegna per diversi anni. Provvide così a raccogliere molti manoscritti e testi, tra i quali le opere inedite del Fara. Di lui restano le relazioni fatte al sovrano, alcune delle quali da noi rinve¬nute, come già annunciato, nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, tuttora inedite, dalle quali potremo trarre notizie che certamente saranno importanti per conoscere le condizioni della Sardegna negli ultimi anni del Cinquecento.
Il Rossellò fu quindi uno dei tanti personaggi governativi che ebbero l’incarico importantissimo di controllare le situazioni di vita del popolo sardo, sia dal punto di vista culturale, sia di quello economico-sociale.
Nel 1603, su incarico del parlamento sardo, compilò e poi stese alcune concordanze giuridico-ecclesiastiche, di cui, per il momento, sembra non restino tracce. Non disperiamo che possano esistere nei diversi archivi o nelle biblioteche di Barcellona. Si interessò assai all’istruzione, tanto che incoraggiò e favorì, in tutti i sensi, la Compagnia dei Padri Gesuiti, che si occupavano dell’insegnamento e della cultura in tutta l’isola.
La biblioteca del Rossellò, ricca di libri molto rari e di parecchi incunaboli, passò ai padri gesuiti. Dopo la sua morte, avvenuta in Cagliari il 27 marzo 1613, la Reale Udienza decise che essa passasse al fisco. Il Supremo Consiglio d’Aragona, però alcuni anni dopo, su ricorso da parte dei gesuiti, stabiliva che il fondo venisse consegnato alla benemerita Compagnia, come lascito testamentario. I volumi passarono poi alla Biblioteca Universitaria di Cagliari, che tuttora mantiene un fondo speciale dei manoscritti e dei testi che furono appunto del Rossellò.
Fra gli scrittori più fecondi e più interessanti del Seicento ricordiamo Antonio Canales de
Vega, nato a Cagliari nel 1580, erudito, valente giurista, ottimo cronista, profondo conoscitore delle molte necessità della sua patria. Educato in Sassari, passò all’Università di Pisa, dove si addottorò in Utroque. Tornato a Cagliari, insegnò Diritto nella neonata università cagliaritana ed esercitò l’avvocatura. Fu assessore del tribunale del reale patrimonio e poi giudice della R Udien¬za. Ebbe fama di integerrimo e di valente docente.
Di Canales de Vega restano un volume contenente consultazioni legali, in latino, stampate nel capoluogo fra il 1620 ed il 1631, una raccolta riguardante la storia di quattro secoli di decisioni della Reale Udienza, di enorme importanza, edito in Cagliari nel 1642, un commentario, in latino, del codice giustiniano, pubblicato per gli studenti cagliaritani, quando reggeva la cattedra di Diritto nell’ateneo cagliaritano, ed infine alcuni discorsi, in spagnolo, sulle materie portate in discussione nel parlamento del 1631, tutte da studiare.
In uno dei suoi scritti egli propose la creazione di una sala criminale, gli impieghi a favore dei nativi, la formazione di una squadra navale, che verrà poi creata qualche anno dopo, l’erezione di un monte o erario pubblico, per sopperire ai bisogni degli agricoltori, ed infine la conservazione dei privilegi accordati ai sardi nei parlamenti precedenti.
Ma lo scritto di Antonio Canales di maggior pregio, in castigliano, è senz’altro la breve e circostanziata relazione dei fatti avvenuti a seguito dello sbarco dei francesi nella marina di Oristano, nel 1637, Invasione della armata francese dell’arcivescovo di Bordeaux e del conte Enrico di Lorena, pubblicata in Cagliari lo stesso anno.
Altro cronista del ’600 fu il mercedario Matteo Contini, nato negli anni cinquanta del secolo in questione e deceduto ín Barcellona il 15 marzo 1717. Valente teologo, lo si ricorda perché a lui si deve l’installazione del convento di Bonaria di una tipografia e per aver descritto la città di Cagliari nella sua interessantissima storia sulla Vergine di Bonaria, a non pochi, forse, tuttora sconosciuta.
Matteo Contini, maestro e provinciale d’Aragona, considerato uno dei mercedari più dotti e più celebri, pubblicò, nel 1702, gli scritti del maestro Pier An¬drea Accorrà, mercedario cagliaritano, col titolo di El fénix de Sardeña, dedicati a Salvatore Zatrilla Vico, figlio di Giuseppe, con una epistola, intessuta di lodi, in cui viene narrata la storia dell’illustre casato dei Zatrilla
Tra i cronisti ricordiamo anche Ilario Galcerin, nato a Cagliari negli anni trenta del Seicento. Si laureò in medicina nell’ateneo cagliaritano, di cui fu cattedratico per molti anni.
Nipote di Antonio Maria Galcerin, che sostituì il Canelles nella proprietà della tipografia, e figlio del protomedico Antonio, Ilario si distinse per elevata preparazione professionale e morì nella città natale il 19 maggio 1701, dopo aver diretto, per molti anni, anche l’editoria cagliaritana e sassarese dei Galcerin. Lo si ricorda anche per avere stampato, nel 1682, nella sua tipografia, una lunga lettera, che inviò ad un amico. Questi voleva conoscere le ragioni di opportunità che concorrevano nelle sacre ed umane lettere all’unione del governo temporale con quello spirituale. È l’unico libro, pubblicato nell’isola, in cui l’autore sia al tempo stessi proprietario della tipografia.
Ricordiamo anche i numerosi intellettuali e gli scrittori minori, poiché anch’essi ci hanno tramandato nei loro scritti notizie riguardanti avvenimenti che risalgono al loro periodo di vita e necessari per la ricostruzione storico-sociale della vita sarda nel periodo spagnolo.
Incominciamo con i giuristi sassaresi e cagliaritani. Ai primi appartiene Francesco Ansaldo, di famiglia nobile sassarese, che, compiuti gli studi in Pisa, dove si laureò in Diritto e insegnò per alcuni anni, occupò la carica di vicario regio e resse il Capo di Sassari e Logudoro, divenendo, nel 1686, sindaco. Lasciò alcuni trattati giuridici e un grosso manoscritto. Viene poi Michelangelo Casagia, che dimorò a lungo in Madrid, dove pubblicò tre memoriali, in lingua castigliana, in cui si legge della fondazione dell’Università di Sassari. Seguono Pietro Pilo Frasso, laureatosi nel 1629 nella gloriosa università di Salamanca, che a Madrid, nel 1677 e 1679, pubblicò in due volumi le questioni del patronato regio delle Indie e Giovanni Petretto, uno dei più distinti avvocati, che scrisse allegazioni e diverse consultazioni stampate a Sassari e fu giudice criminale della R. Udienza in Cagliari. Ricordiamo ancora Nicolò Pilo, di cui restano diverse edizioni di un’opera legale, Francesco Piquerel, laureatosi in Salamanca, che esercitò in Sassari e in Cagliari, fu assessore del regio patrimonio e lasciò pubblicati alcuni trattati legali e Pietro Quesada, uno dei più insigni giureconsulti sardi, avvocato dei poveri nel Tribunale del Santo Ufficio, che compose due opere: la prima stampata in Malaga e la seconda in Roma, divagazioni quotidiane molto interessanti per trovarvi narrati alcuni fatti accaduti in Sassari intorno alla seconda metà del Seicento: l’incendio della Chiesa di Sant’Apollinare e quello dell’effigie miracolosa del Cristo. E infine ricordiamo Giuseppe Martínez, che esercitò l’avvocatura in Madrid, dove diede alle stampe diverse consultazioni e alcuni responsi legali.
Tra i giuristi cagliaritani ricordiamo Matteo Benedetti, che pubblicò numerose consultazioni legali e 26 responsi in latino; Giovanni Dexart, al quale si devono le costituzioni dell’Università di Cagliari, nel 1626, quando era sindaco della città, la pubblicazione di Capitula sive acta curiantm, tuttora fonte notevole ed autorevole per la ricostruzione storica della vita sarda nel primo quarantennio del ’600 e della giurisdizione sarda nel periodo spagnolo, e la pubblicazione, nel 1646, in Napoli, dove ricopriva l’alto incarico di membro della Corte di Giustizia, di una raccolta delle decisioni del Supremo Magistrato della Reale Udienza, opera tuttora da studiare da parte dei giuristi del presente secolo.
Di Agostino Tola sappiamo che in Roma pubblicò diversi opuscoli e una storia su Cagliari, sconosciuta a molti. Ricordiamo il giurista bortigalese Francescangelo Dessi che, laureatosi nella neonata Università di Cagliari, dove in¬segnò Diritto per moltissimi anni ed esercitò l’avvocatura, pubblicò varie scritture forensi, in lingua spagnola, e fu un benemerito benefattore dei poveri e della città di Cagliari, che non lo ricorda nella toponomastica, sebbene sia stato il primo a lasciare un fondo per l’istituzione di uno ospedale nel capoluogo dell’isola. Infine menzioniamo il sorsense Agostino Mogena, o Mogina, le cui consultazioni, sparse in varie raccolte, videro la luce nel capoluogo sardo.
Ai giuristi seguono gli scienziati Pietro Aquenza, o Aquena, Andrea Gui¬doni Vico, Cavino Farina e Ilario Galcerin. Il primo, scolopio tempiese, lo si ricorda per un trattato di medicina (Madrid, 1696), per un opuscolo con cui combatté la dottrina di Porzio contro i salassi e per un trattato sulle malattie in Sardegna.
Il Vico Guidoni, laureatosi in medicina a Pisa, pubblicò un opuscolo (Na¬poli, 1636) sulla peste diffusasi in Sassari nello stesso anno della pubblicazione. Lo ricordiamo anche per una lettera stampata l’anno successivo per rispondere agli irriguardosi giudizi sul suo lavoro da parte del corpo accademico di Cagliari, per molti manoscritti e per un opuscolo, in cui si trovano notizie sulle carte antiche del Comune di Sassari, forse andato disperso.
Del medico Gavino Farina, che seguì gli studi di Grammatica e Lettere Umane in Sassari, sua città natale, e si laureò in Pisa, sappiamo che fu anche medico nella corte papale, del viceré di Sardegna e dei sovrani di Spagna, che insegnò nell’Università di Sassari, dopo aver pubblicato, in Napoli, una lunga lettera di argomento medico, scritta con abile erudizione, e che, nel 1651, in Venezia, pubblicò uno scritto sulla febbre endemica di Sardegna, e nel 1658, in Valenza, diede alla luce un’apologia in difesa della sua cura sulla moglie del viceré Moncada, suo mecenate.
Parecchi i teologi e i filosofi sassaresi e cagliaritani. Tra i primi il gesuita Giovanni Barba che, nel 1624, diede alle stampe un libro di retorica e diverse orazioni sacre; il cattedratico di Sassari, Gavino Carta, autore di composizioni poetiche, in castigliano, e di un trattamento morale, in latino; Gavino Cataina, o Catayna, vescovo di Bosa nel 1653 e poi di Sassari dal 1671, che insegnò filosofia e teologia in Roma, arredò, a sue spese, la cattedrale sassarese e la basilica di Torres, stampò gli atti del sinodo diocesano e lasciò inediti molti manoscritti; Antonio Liperi, laureato in Utroque, che dimorò a lungo in Saragozza, dove, nel 1642, pubblicò quattordici lezioni sacre e Gavino Aquena, minore conventuale, predicatore di corte, del quale restano varie orazioni panegiriche (Bruxelles, 1667) e una relazione storica, inedita, della miracolosa immagine di N.S. di Monserrato, venerata nei Paesi Bassi.
Ricordiamo inoltre: Giacomo Pinto, uno dei più dotti del suo tempo, che insegnò filosofia nell’Università di Sassari, di cui fu anche rettore, poi di quel¬la di Saragozza e in seguito nel Collegio di Madrid, come rettore, e pubblicò, in Lione, nel 1624, un’esperienza teologica in due volumi e lasciò inediti altri scritti, che si trovavano nel Collegio imperiale di Madrid; il cappuccino Giorgio Sogia Serra, che insegnò filosofia e teologia nei vari conventi d’Italia e soprattutto in quello di Firenze e poi nell’Università di Pisa e fu generale del suo Ordine, lasciando i Commenti al libro delle sentenze del celebre Arrigo di Goethuls e numerosi manoscritti; a lui si devono l’impianto a Sassari di una tipografia e l’arrecchimento della biblioteca del Convento dei Frati Serviti; inoltre gettò la prima pietra della chiesa di Sant’Antonio Abate.
Tra i cagliaritani abbiamo lo zoccolante Leonardo Carta, che scrisse sulla vita e sulle opere di Duns Scoth, opera data alle stampe dal nipote Giovanni Maria Cara, dopo la morte; il domenicano Antonio Ferrando, che insegnò a lungo teologia scolastica in Malaga, fu vicario generale del suo Ordine in Sardegna, pubblicò i Commentari alla Summa di Tommaso d’Aquino e collaborò all’opera De usuris et contratibus, stampata in Spagna sotto il nome di fra Bartolomeo de Espejo, vescovo di Malaga. Ricordiamo inoltre il cappuccino Pietro, di cui si conosce solo il nome, che lasciò inedita una miscellanea sulle diverse cose, scritta in Ro ma nel 1662, e raccolte di poesie e sermoni, in castigliano, alcuni presentati in un’accademia tenuta in Cagliari nel 1660, e Giovanni Posulo, di cui restano molti manoscritti e diversi trattati teologici, che si trovano nella biblioteca dei Cappuccini di Cagliari.
Resta da scrivere dei teologi Francesco Manca Deprado, algherese, che insegnò nell’Università di Cagliari e nei collegi di Napoli e Messina, dove, nel 1636. pubblicò molti libri di filosofia e di teologia scolastica; del teologo di Castelsar-do Giovanni Bonfil, che studiò teologia in Sassari e pubblicò Cañones conscientiae, ristampata nel 1651, sotto il finto nome di Teófilo Alarico; del teologo al¬gherese Tommaso Castaido, o Gastaldo, che, educato nelle Lettere in Cagliari e reggente negli Studi Generali di Bologna, commissario generale dei Domenicani in tutto il Regno di Napoli e vescovo di Rauges (Fiandra), scrisse un’opera filosófica De potestate Angelicu (Roma, 1650), in quattro volumi.
Per concludere ci restano i poeti, alcuni cronisti e alti prelati sardi e spagnoli, che si interessarono anche di cultura. Tra i prelati sardi ricordiamo il mercedario algherese Ambrogio Machin, vescovo della sua città e, dal 1627 al 1640, anno della sua scomparsa, arcivescovo di Cagliari e primo rettore dell’Università cagliaritana; a lui si devono i commentali della prima parte sulla Somma Tomistica (Madrid, 1621 e Cagliari, 1622), un trattato in difesa della santità di Lucifero e del primato dell’arcivescovo cagliaritano, un sinodo, in spagnolo (Cagliari, 1635), un sermone predicato per il voto e per il giuramento delle Corti Sarde a difesa della Concezione della Vergine e, infine, uno scritto a difesa della giurisdizione dei tre ordini cavallereschi in Sardegna, di Santiago, Calatrava e Alcantara (Cagliari, 1635).
Segue il sassarese Gavino Manca Cedrelles che, nel 1605, fu vescovo di Bo-sa e, sei anni dopo, di Alghero e poi della sua città dal 1613 al 1620, anno della sua morte. Nel 1614, in Sassari, pubblicò la relazione del ritrovamento dei corpi santi dei martiri Gavino, Protho e Gianuario, che ebbe anche una edizione italiana nel 1847.
Dell’arcivescovo sassarese Giacomo Passamar ci restano stampati gli atti di due sinodi, molto pregevoli letterariamente e molto importanti, poiché da essi è possibile riscontrare alcuni aspetti di vita sassarese e sarda nel ’600.
Infine ricordiamo l’arcivescovo di Cagliari, il castigliano Francisco d’Esquivel, inserito nella toponomastica cagliaritana, al quale si deve non solo la costruzione, a sue spese, del Santuario dei Martiri, ma anche la lunga relazione sugli scavi e sul ritrovamento dei resti dei corpi santi negli anni 1614,1615 e 1616 nelle chiese di Cagliari, stampato in Napoli nel 1617, e parecchie lettere inedite.
Dei poeti minori, ricordiamo Quirico Casagia, fratello di Michelangelo, le cui rime si trovano in vari libri di autori sardi; il francescano Salvatore Conterrà, che compose poesie in latino, sparse in parecchie raccolte, pubblicate in Madrid e in altre località della Spagna, e diede alle stampe in Madrid, nel 1620, Decisioni valentine; il religioso di Orani Tommaso Cosso, che in Cagliari, nel 1614, stampò Rosario di N.S. in cinque libri; Matteo Pilo Frasso, fratello di Pietro, cappellano di Filippo IV e abate di Saccargia, che rifiutò la nomina a vescovo di Bosa e lasciò numerosi manoscritti e lettere di interesse ecclesiastico; Gian Matteo Garipa, poeta in vernacolo, che nel 1627 pubblicò, in Roma, la traduzione in sardo dell’opera italiana il Leggendario di anonimo, in cui condanna l’insegnamento ai giovani dei precetti grammaticali e di altri elementi del sapere in lingua spagnola, da insegnare invece in sardo, e che lasciò molte poesie in sardo, quasi tutte disperse o non ancora rintracciate; Giovanni Gavino Gillo, poeta sassarese, al quale si deve un poemetto, in ottava rima castigliana, sui martiri Gavino Protho e Gianuario, pubblicato a Sassari nel 1616, nel quale si trovano alcune prose sulle bellezze della città di Sassari, e una seconda parte, ancora manoscritta, di cui non si sa nulla.
Per chiudere sui poeti, ricordiamo il sassarese Antonio Ornano, consigliere del re spagnolo e tesoriere generale del Regno di Sardegna, che fu autore di una storia sui Martiri Gavino, Protho e Gianuario, in cui si trovano riferiti alcuni avvenimenti della sua epoca, parente di Paolo Ornano, cancelliere dell’Ate¬neo di Sassari, che fece istituire nel capoluogo settentrionale l’Ordine Calasanziano, con un suo lascito.
Segue il domenicano cagliaritano Eusebio Piccioni, che, nel 1676, diede alle stampe un colloquio spirituale tra Gesù Cristo e il beato Enrico, in castigliano, e che lasciò alcuni manoscritti. A lui vicario generale dell’Ordine domenicano, fu consegnata, da parte della municipalità cagliaritana, la chiesa di S. Lucifero, costruita su una vecchia chiesa, nella seconda metà del Seicento.
Dello scrittore sassarese Francesco Rocca sappiamo che occupò alte cariche e fu Inquisitore generale della Sardegna e scrisse un trattato spirituale, in cui troviamo la cronaca e la fondazione dell’antica basilica di Torres e altre notizie sulla Sardegna.
Degli oratori, ricordiamo l’algherese Francesco Boyl che completò gli studi nell’Università di Alcalá di Henares. Nel 1653, il Boyl fu nominato vescovo di Alghero, dopo aver insegnato nell’Università di Saragozza e dopo aver dimorato nel Convento mercedario di Valenza. In questa città provvide alla pubblicazione di una sua orazione sulla Vergine del Pulche, venerata dai valenzani; vengono fatti riferimenti sulla storia della Sardegna. Una copia di questa rara opera la si trova nella Biblioteca Universitaria di Barcellona, mentre manca in quella Universitaria di Cagliari. Del Boyl, che morì nel capoluogo sardo nel 1656, restano una raccolta dei suoi pregevoli panegirici, in lingua spagnola, che pubblicò in Madrid nel 1645 e un sermone per la solennità della festività del Santissimo Sacramento, pubblicata nella capitale spagnola nel 1624. Lasciò la sua voluminosa biblioteca al convento mercedario di Cagliari, che possedeva già la più ricca biblioteca di quante si trovassero allora in Sardegna, purtroppo andata in parte dispersa.
Terminiamo con il conventuale cagliaritano Antioco Strada, scrittore della relazione sul martirio sofferto in Algeria del sardo conventuale Francesco Cirano, e consigliere del Padre Serafino Esquirro, che contribuì alla stesura dello scritto sul Santuario di Cagliari.
Infine ricordiamo l’ufficiale cagliaritano Michele Perez, che scrisse di tattica militare e lasciò un manoscritto, di enorme interesse storico militare, poiché si riferisce alla difesa delle piazzeforti, e il gesuita di Scano Montiferru Salvatore Mela, cattedratico di Teologia e Matematica nell’Università di Cagliari dal 1626 al 1632, autore di un manoscritto, in castigliano, di argomento matematico, in cui si trovano numerosi disegni acquerellati di enorme interesse.
Quantunque il mondo artistico sardo non presenti grandi opere pittoriche come quelle del secolo precedente, caratterizzato dai capolavori dei Cavaro, dei Mainas e dei Muru, tutto il ’600 è stato influenzato dalla scuola spagnola e da quella italiana, dopo la lunga e profonda presenza catalana dei secoli precedenti.
Le espressioni artistiche del ’600 sono rappresentate da molte opere della corrente rinascimentale e di quella barocca. Sono state due correnti che hanno avuto la loro manifestazione in tutti i campi della vita artistica sarda.
L’arte scultorea rinascimentale, affermatasi già nella seconda metà del Cinquecento, continua per opera di artisti genovesi e di decoratori siciliani, e si tinge di colori barocchi nel terzo decennio del ’600.
Per quanto si riferisce alla pittura, nel sec. XVII, non esistono scuole pittoriche o botteghe d’arte, ma singoli artisti provenienti da diverse regioni dell’Italia: napoletani, genovesi, siciliani, fiorentini, che operarono nei sobborghi cittadini di Cagliari e in quelli di Sassari, inserendo nelle loro opere elementi pittorici che esprimono una nuova forma stilistica: il barocco.
In tutte le appendici cagliaritane, nei borghi sassaresi e in quelli di Oristano, Bosa e Alghero lavorarono con abilità centinaia di artigiani. La produzione di manufatti, influenzata in massima parte da elementi importati, la si ritrova tra gli orafi, tra gli argentieri, i falegnami, i fabbri, gli armaiuoli, i sellai, gli intagliatori, i ceramisti, le ricamatrici e le tessitrici.
Abbondantissima la produzione secentesca di tutti gli artigiani: monili, gioielli, amuleti, oggetti di carattere religioso, argenterie, arredi sacri, che dimostrano quanta abilità possedessero gli orafi e gli argentieri sardi.

Quadro linguistico

Dalle molte opere ritrovate si nota facilmente che le lingue parlate e scritte nei secoli XVI e XVII, erano il catalano, il castigliano, il sardo e il latino.
Come si evince, anche la lingua dei vinti, trova collocazione in questo quadro linguistico, anche perché essa non fu mai osteggiata dalle autorità che lasciarono che anche nelle chiese si predicasse nella lingua del popolo. I governanti non cercarono di annientarla: lasciarono che i sardi continuassero a parlare la loro lingua madre accanto alla loro, sebbene il sardo avesse la posizione di subalternità, dato che negli studi si usava la lingua spagnola
I nobili erano quelli che, in maggioranza, non solo conoscevano abbastanza bene la lingua spagnola, ma anche quelle catalana e sarda Anche il clero, oltre a conoscere il latino, parlava le lingue castigliana e sarda, tanto che molti predicavano nella lingua del popolo, come pure le autorità comunali parlava¬no il sardo e conoscevano il catalano e la lingua spagnola.
D ceto medio e il popolo parlavano una sola lingua ma comprendevano il catalano, dato che era la lingua più diffusa e più radicata.
Nelle strade, nelle piazze, nei mercati, nelle botteghe e nelle case si sentiva la lingua dei sardi. I ragazzi imparavano dai genitori la lingua madre, mentre imparavano quella spagnola nelle chiese, negli uffici e nelle aule scolastiche, poiché la lingua dei dominatori veniva insegnata nelle scuole, nei conventi, nei collegi e nelle università.
Per quanto si riferisce ai villaggi, il sardo era la lingua prevalentemente parlata in tutte le sfere e in tutti i luoghi pubblici. Crediamo che pochissimi fossero coloro che comprendevano la lingua spagnola.
Le opere scritte in sardo sono poche, come sono pochissimi i documenti scritti in lingua sarda. Vi erano tanti dialetti, come vi sono tuttora; lo scritto in logudorese era quello che si imponeva sugli altri. Sia nel Cinquecento sia nel Seicento vi sono opere scritte in sardo. Gli atti pubblici vengono emessi in sardo e in catalano e alcuni anche in castigliano, perché nei villaggi la maggioranza è formata da sardi che conosce solo la lingua volgare, come si legge nella relazione al sovrano di Spagna da parte del visitatore generale Martín Carrillo (Barcellona, 1612).
Per quanto riguarda le opere scritte in sardo, in castigliano e in catalano, si legga la parte che si riferisce alle opere e agli scritti tramandatici.
Sebbene la dominazione spagnola storicamente abbia avuto termine nel 1720, con il passaggio dell’isola ai piemontesi, nelle diverse parlate attuali, ma soprattutto in quella campidanese, permangono moltissime parole catalane e molte altre castigliane; il che dimostra che la colonizzazione degli aragonesi e catalani e dei castigliani poi fu veramente profonda nel corso di quattro secoli.
Ancora oggi, infatti, nella parlata del Campidano e in Cagliari si possono rintracciare moltissime parole che derivano dal dialetto catalano e altrettante che derivano dalla lingua castigliana.
Le parole catalane e castigliane, inseritesi nell’uso quotidiano, designano oggetti, comportamenti, istituzioni, non hanno snaturato la parlata campidanese, come lo è stato per le altre parlate dell’isola; anzi hanno arricchito il loro vocabolario.

BIBLIOGRAFIA
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FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI DICEMBRE 1984 COI TIPI DELLO STABILIMENTO TIPOGRAFICO T.E.A.

 

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