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ASSEDIO IGLESIAS DA PARTE DEGLI ARAGONESI e CONQUISTA DI CAGLIARI di Luigi Spanu

19 Giugno 2013

Fra il 26 del mese di giugno ed il 4 luglio fu posto l’assedio alla munitissima cittadina mineraria del Cixerri, sostenuta dalle guarnigioni dei Ca-stelli di Salvaterra (porta orientale di Iglesias), di Gioiosaguardia (Villamassargia) e di Acquafredda (Siliqua).
Ad Alfonso si univa il forte esercito sardo comandato dal Giudice d’Arborea, che aveva dichiarato guerra ai Pisani, ma che non contribuì direttamente ad espugnare Iglesias; alla difesa delle mura della città vi erano settecento soldati.
All’alba del 31 maggio 1323, col vento favorevole, la squadra navale aragonese, partita da Porto Fangoso (presso Barcellona), dopo aver sostato a Mahon (porto di Maiorca) e aver avvistato Capo San Marco (nei pressi di Oristano), arrivò al porto di Palma di Sulci la sera del 13 giugno. Intanto, l’infante Alfonso (figlio di Giacomo II), capo della spedizione dell’esercito catalano-aragonese, aveva inviato a Villa di Chiesa Artal de Luna per controllare la località migliore cui porre l’assedio; tale assedio iniziò nel mese di luglio con forze sarde unite a quelle d’Aragona, attestandosi di fronte alla chiesa di Santa Maria di Valverde; altri cavalieri si fermarono davanti alla torre pisana; altri ancora, su un’altura che dominava la città dal lato occidentale. Altri uomini si sistemarono, chi nella vallata che stava davanti alla porta di S. Antonio e chi davanti alla porta di Monte Barlao. Ad oriente, alcuni giorni più tardi, mise l’accampamento anche il giudice d’Arborea con le truppe che aveva raccolto.
L’assedio della piazzaforte di Villa di Chiesa iniziò in modo molto fiacco: solo con scaramucce. Desiderosi di conquistare subito quella città, i catalano-aragonesi decisero di dare battaglia pochi giorni dopo aver posto l’assedio, ma in quella lotta, essi ebbero la peggio. La resistenza, infatti, fu dura; le perdite, da entrambe le parti, si rivelarono alte; gli assedianti, allora, tagliarono il rifornimento dell’acqua che giungeva ai difensori dai canali della città e da alcuni tubi sotterranei.
Nei mesi dell’assedio, furono continue le azioni di assaggio e di logoramento. A metà ottobre, un gruppo di armati uscì dalla città accerchiata con lo scopo di distruggere gli apparati bellici degli assedianti; la batta-glia fu molto aspra perché i catalano-aragonesi arrivarono, minacciosi, fin sotto le porte delle mura.
A causa delle loro estreme necessità, gli assediati uscirono dalla piazzaforte per consegnarsi alla generosità delle truppe dell’infante; per primi uscirono dalla città le donne, i vecchi ed i pochi bambini, nell’intento di poter resistere più a lungo. Ma se all’interno della città la situazione non era piacevole, le cose non andavano certamente meglio nel-l’accampamento dell’Infante, poiché i soldati erano tormentati dalla malaria e dalla peste. Per tutto il tempo dell’assedio, le malattie facevano diminuire il numero degli effettivi. I posti di sorveglianza venivano abbandonati; il panico e le diserzioni si diffusero nell’esercito e tutti desideravano uscire nel miglior modo da quell’inferno, nel quale si erano trovati dopo essere accorsi con le più grandi speranze, rimanendo, però, ingannati.
L’assedio, con sanguinosi assalti, sortite, sabotaggi ed altri espedienti bellici, durò oltre sette mesi, fino al 7 febbraio 1324, dopo un’estate caldissima ed un inverno rigido e piovoso che insieme alla malaria decimò le truppe ed infiacchì il morale di entrambi i contendenti.
Durante il lungo periodo di permanenza sotto le mura di Iglesias, l’infante perfezionò gli accordi diplomatici già trattati dal padre con Ugone II, coi Doria, coi Malaspina e col Comune di Sassari, ed iniziò il programma d’infeudazione della Sardegna pisana in favore dei baroni catalano-aragonesi-valenzani e maiorchini che con le loro “masnade” partecipavano all’impresa. Si trattava del classico do ut des: il signore assegnava o prometteva la terra conquistata o da conquistare.Dopo la resa di Iglesias, l’infante non perse tempo e, lasciata la città ben difesa e tranquilla con gli statuti cittadini emendati (il famoso “Breve”), il 13 febbraio era già a Domusnovas, diretto contro Castel di Castro di Cagliari.
Il 1° maggio a Lucocisterna o Lutocisterna (località nello stagno di Cagliari; in alcuni documenti dell’epoca si trova “nella riba de lo stanjo de pescar, nella zona dell’odierna via Fangario, verso S. Gilla e l’aeroporto di Elmas) si scontrò con un esercito pisano sbarcato a Maddalena Spiaggia, in agro di Capoterra, al comando di Manfredi di Donoratico, figlio di Neri signore del Sulcis, venuto finalmente in soccorso dei Pisani di Sardegna. Vinsero con grande difficoltà gli Aragonesi, con Alfonso che si batté da prode, sì che l’impresa fu a lungo magnificata (sarà ricordata anche dal figlio Pietro IV il Cerimonioso nella sua famosa Cronaca) e sul luogo fu innalzato un cippo a ricordo.
Contemporaneamente vi fu in acque sarde la vittoria navale dell’ammiraglio Francesco Carròz sulla flotta di Pisa, e la poco nota conquista del-le piazzeforti della Gallura.
Subito dopo venne posto l’assedio al Castello di Cagliari; ma, questa volta, in condizioni favorevoli per gli assedianti.
Quando l’Infante don Alfonso, che fu poi Alfonso IV, sbarcò in Sardegna, si trovò di punto in bianco signore del sud dell’isola, eccettuate le città di Iglesias e di Cagliari che, con alcuni castelli, continuavano ad essere in potere dei pisani. Allo sbarco nel golfo di Palmas, ricevette l’omaggio del Giudice d’Arborea e dei principali nobili dell’isola. Due anni prima, precisamente nel 1321, il Giudice Ugo d’Arborea aveva inviato in Spagna un emissario speciale per invitare Giacomo II alla facile conquista.
Nella scomparsa chiesa di S. Francesco, in Cagliari, si trovava il sepolcro di questo personaggio che, oltre ad altri onori e ricchezze, pare ottenesse, per concessione reale, il privilegio di acquartierare nel suo scudo i pali d’Aragona. Nel sepolcro una iscrizione diceva: MARIANVS AMlRATOR Qui OBIIT (anno domini m.cc) C.XX.VIIII…(l).
Caduta Iglesias, dopo sei mesi d’assedio, si pone l’assedio alla capitale; i pisani sono sconfitti per terra a Lucocisterna ed anche per mare. In una collina dei dintorni di Cagliari, chiamata Bonayre dagli aragonesi, ebbe inizio una vera colonia catalana. A ricordo della capitale della Catalogna, il nascente villaggio si chiamò Barcelonota (piccola Barcellona). Esiste ancora una grotta chiamata Grotta del Re dove, secondo la tradizione, si acquartierò don Alfonso prima che sorgesse Barceloneta. La prima cosa che si fece fu quella di circondare di mura l’accampamento appena in-stallato, di aprire un porto per il vettovagliamento delle truppe e di creare una chiesa parrocchiale. Dalla collina di Bonayre, l’imponente recinto fortificato che costituisce il Castello di Cagliari appariva come un colosso. Ma il cerchio si stringe sempre più. Cagliari si arrese nel 1326.

L’ingresso per la porta di San Pancrazio fu solenne, mentre i pisani, do-po aver consegnato la piazzaforte, s’imbarcavano verso Pisa. Sulla torre di S. Pancrazio e nel campanile della Cattedrale sventolò la bandiera aragonese e numerosi gagliardetti furono issati nelle alte torri. Solo ai catalani, agli aragonesi e ai maiorchini fu permesso vivere, all’inizio, nel Castro o parte alta della città. Se l’interno della Sardegna tardò ad essere dominato per la ribellione tenace dei giudici di Arborea, Cagliari fu già da questo momento aragonese-catalan e non fu mai abbandonata mentre durò il dominio della Spagna.
La sua storia è quella di tutta l’isola e, a partire da allora, è parte della storia spagnola. Essendo re Alfonso IV, l’Infante conquistatore, ebbe luogo il trasferimento a Cagliari degli abitanti aragonesi di Barceloneta, località che lasciò d’avere, da allora, vita effettiva e la cui fama posteriore si deve al santuario innalzato colá alla vergine del Buen Aire.
Luigi Spanu, 19.6.2013

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