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QUANDO I BARBIERI FACEVANO I DENTISTI di Luigi Spanu

29 Giugno 2013

Come funzionava la sanità in Sardegna durante il ’600? Alla confraternita dei medici faceva capo un variegato mondo di strani infermieri e provetti maghi delle erbe

Quattro secoli fa la sanità in Sardegna funzionava anche con le erbe. Più o meno come oggi, anche se il personale paramedico che attorniava medici e chirurghi era quanto di più variegato si potesse immaginare. A raccontarlo sono i documenti d’archivio e gli scritti coevi del periodo in cui la Sardegna era sotto il governo spagnolo. Ma, soprattutto, sono lo statuto dei medici (1631) e un poema sardo del 1571, a venirci incontro. Nel Seicento il complesso ospedaliero (gestito dalla Magistratura cui era affidata l’assistenza sanitaria) si trovava di fronte al costone sotto le mura del Castello di Cagliari. Era intitolato a Sant’Antonio Abate, ospitava vecchi, malati cronici e di mente, trovatelli del capoluogo isolano o dei villaggi del Campidano. Il personale medico proveniva in maggioranza dalla Spagna, anche se vi erano italiani,, francesi, alcuni cagliaritani e pochi altri sardi.
Ciò accadeva perché fino al secondo decennio del Seicento, in Sardegna, mancavano le università. Per poter seguire gli studi medici, si era costretti a varcare il mare. Con l’apertura dello Studio Generale a Cagliari (1626) e a Sassari (1632) il corso di laurea in medicina riuscì a formare medici molto preparati. Tra questi, Francesco Mostallino (uno dei direttori dell’Ospedale di Cagliari nel 1630) e il sassarese Gavino Farina, medico della corte papale prima e poi del viceré di Sardegna e dei sovrani di Spagna. Farina insegnò medicina nell’Università di Sassari, dopo aver pubblicato, a Napoli, una lunga lettera di argomento medico, scritta con grande erudizione. Nel 1651, a Venezia, pubblicò anche uno scritto sulla febbre endemica nell’isola.
All’inizio del Seicento, in Sardegna fu istituito il Protomedicato col compito di dirigere e coordinare tutte le attività sanitarie dell’isola. Medici e chirurghi adoperavano come attrezzi pentole, bacili, bacinelle, rasoi barcellonesi e un piede di letto grande per aiutare le partorienti.Tra il personale sanitario anche i barbieri: per praticare impacchi e salassi, fare bagni caldi ai malati, estrarre denti, applicare unguenti e pomate: erano alle dipendenze dei medici e dei chirurghi. I barbieri (che corrispondevano più o meno al personale paramedico di oggi) eseguivano anche interventi di pronto soccorso e di cura, dentro e fuori del complesso ospedaliero; aiutavano i chirurghi nelle operazioni, ma non facevano parte (come pure le levatrici) della confraternita dei medici e dei chirurghi. Questi si occupavano di interventi più o meno complessi, amputavano arti, suturavano ferite, estraevano oggetti estranei al corpo di un paziente. Per l’esercizio dell’arte medica da parte dei barbieri occorreva un periodo più o meno lungo di pratica e di apprendistato presso un maestro e si dovevano superare, nell’arco di tre anni, diversi esami. II contratto di apprendistato era stipulato presso un notaio tra il medico, o il chirurgo, ed il barbiere.
L’ospedale di Sant’Antonio Abate era il più grosso complesso ospedaliero sardo, sia per gli impianti che per il personale e i letti. I fondi dell’ospedale erano costituiti da finanziamenti erogati dal Consiglio della Magistratura civica, da lasciti testamentari, da elemosine e da donazioni di un gran numero di benefattori. Anche le chiese e le confraternite contribuivano a raccogliere i fondi per l’ospedale, in cassette, sistemate nelle gradinate della Cattedrale di Cagliari e della chiesa di Sant’Antonio che, nel Seicento, era annessa all’ospedale. Gli ammalati poveri non pagavano retta, ma dovevano essere raccomandati da qualche componente del Consiglio Civico (dietro dichiarazione di essere nullatenenti).
Le notizie sulle tecniche, le sedi universitarie, le visite mediche, gli onorari, i medicinali, i consulti e tanti altri aspetti sulla vita medica in Sardegna, nel ’500, si trovano in un poema sardo in lingua spagnola apparso in Barcellona nel 1571 e scritto dal poeta algherese Antonio Lo Frasso. Alla professione del medico Lo Frasso dedica 120 terzine, toccando molti problemi e presentando alcuni aspetti sulla professione medica, sulla medicina e sul comportamento del medico nei riguardi degli ammalati e dei familiari. Nello scritto compaiono alcune notizie molto interessanti per le conoscenze mediche del tempo. Ai giovani medici consiglia «di seguire gli avvertimenti dei loro maestri anche dopo aver conseguito la laurea e di tenere a mente tutte quelle notizie necessarie alla cura degli ammalati, al fine di essere sempre seguiti e confortati». Il secondo consiglio è quello di «avere una buona conoscenza della grammatica, della retorica, della logica, della filosofia e perfino dell’astrologia, poiché, attraverso la conoscenza delle diverse fasi lunari – secondo quanto si riteneva allora – era possibile scoprire la causa di alcuni mali».
Un dato curioso per la storia delle tariffe mediche lo troviamo quando Lo Frasso indica gli onorari fissati: un reale per una visita giornaliera, due per quella notturna e, infine, un ducato per una visita fuori sede. La visita doveva essere gratuita quando l’ammalato e la famiglia erano nullatenenti. Per la diagnostica, il poeta scrive che era necessario controllare la vista, la lingua, la costituzione dell’ammalato e l’orina, tastare il polso e chiedere all’infermo da quanto tempo stava male. Per una buona ed efficace cura, il medico doveva conoscere molto bene ogni tipo di droga, le erbe ed i fiori. I documenti, consultati nell’Archivio della Corona d’Aragona (Barcellona), riportano che alla fine del Cinquecento il corpo ospedaliero era composto da cinque medici e un chirurgo. Durante il secolo successivo, dato l’aumento della popolazione e le migliorate possibilità finanziarie del Comune, il numero dei medici fu raddoppiato fino a superare la decina.
Medici e chirurghi esercitavano anche la libera professione per un periodo fisso di tre mesi. Erano stipendiati come dipendenti sanitari dell’amministrazione civica che, nel 1636, passò la gestione dell’ospedale ai religiosi di San Giovanni di Dio, giunti a Cagliari l’anno prima. II consiglio comunale, però, si impegnava ad erogare contributi per le spese urgenti e per i salari del personale. Al personale sanitario erano aggregate anche le balie, che allattavano i neonati (in gran numero nel brefotrofio). Nell’istituzione, inserita nello stesso complesso ospedaliero, esistevano tre reparti: uno per i maschi, uno per le femmine ed un terzo per i neonati affetti da malattie veneree.
La confraternita medica divenne sempre più potente soprattutto dopo l’apertura dell’ateneo cagliaritano, anche perché riuscì ad ottenere diversi privilegi di carattere economico. Oltre al complesso ospedaliero della Marina, vi era un ospedale nel convento di Santa Lucia. Le sole città in cui si trovavano gli ospedali erano: Cagliari, Iglesias, Sassari, Oristano e Alghero; quelli posti in al¬tra località, come Orosei (ospedale di Sant’Antonio Abate) e Posada (ospedale di Santo Spirito) erano vescovili. La medicina, come pure altre scienze, nell’arco del ’600 fece un balzo in avanti: vennero aboliti i vecchi schemi risalenti al medioevo e si usò un tipo nuovo di sperimentazione, basato sull’osservazione diretta. Nell’ambito delle competenze del chirurgo c’era anche quella di assistere le partorienti specie nei casi più difficili. Per la pratica di ostetricia si usavano ancora metodi assai empirici e di carattere magico. Per stabilire la causa della morte e studiare la natura del morbo, il chirurgo compiva anche le autopsie. Ma occorreva l’obbligatorio consenso delle autorità ecclesiastiche.
Si presume che la confraternita dei medici, a Cagliari, sorse prima del 1586. Le confraternite (associazioni e componente benefica, essenziale nella vita sociale, economica e religiosa) furono create all’incirca alla fine del ’400 ma, nel Seicento, raggiunsero la loro più perfetta organizzazione e divennero una struttura in grado di controllare tutta la vita economico-sociale della città. I medici godevano di un prestigio superiore a quello dei chirurghi: intervenivano con terapie interne, somministravano farmaci, composti nella farmacia dell’Ospedale da esperti speziali, mentre i chirurghi eseguivano solo operazioni esterne. Per essere assunti fra il personale sanitario, molti giovani venivano inseriti nelle botteghe di chirurgia e medicina con l’obbligo di fare la questua per la festa dei santi patroni Cosma e Damiano: due studenti per ogni quartiere. Gli apprendisti-alunni dovevano compiere un anno di tirocinio presso un maestro titolato.
Per poter esercitare la professione inoltre, gli studenti dovevano sostenere un esame davanti al protomedico e ai maggiorali della confraternita e superare l’esame di abilitazione. Lo si poteva sostenere solo esibendo un certificato attestante che il candidato aveva portato a termine il suo corso quinquennale di studi in un ateneo e compiuto il suo tirocinio di apprendistato presso un maestro. Dopo la fondazione dell’Università di Cagliari, gli studenti avevano l’obbligo di frequentare anche le lezioni di anatomia e di chirurgia per un periodo di tre anni. In ospedale operava stabilmente, ogni giorno ad ore fisse, un solo chirurgo che provvedeva alle visite e svolgeva funzioni anche di medico di reparto. Nella preparazione dei medicinali, alla fine del Cinquecento, furono imposte precise cautele e venne prescritto agli aspiranti speziali un lungo tirocinio con esame finale. Per eliminare confusioni ed abusi in materia, nel 1608, furono dettate nuove norme, sulla base di un dettagliato regolamento sanitario, elaborato dal protomedico Giovanni Sanna.
Per delibera della magistratura civica, gli speziali fornivano a credito le medicine a chiunque dichiarasse di non poterle pagare. Ne chiedevano, però, il pagamento entro due mesi dalla guarigione del paziente e si rivalevano sugli eredi qualora l’ammalato fosse deceduto, come si legge negli inventari di beni allegati ad atti notarili riguardanti appunto gli speziali di Cagliari, in cui si parla anche di medicinali, alambicchi e storte.
Luigi Spanu, in L’Unione Sarda, 17 settembre 1998

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