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UN POETA DEL SEICENTO SARDO: GIUSEPPE DELITALA – CON L’HOBBY DEI VERSI di Luigi Spanu

31 Agosto 2013 Commenti chiusi

Nato a Cagliari, abbracciò la carriera militare e poi la diplomazia. Questi impegni non gli impedirono però di comporre una raccolta di poesie, che riflette la corrente barocca in auge ai suoi tempi, intitolata “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”. Un’opera di buon valore riscoperta dallo studioso statunitense Louis Saraceno ed oggi studiata dagli allievi dello “State University College New Paltz” di New York .
Da New York giunge una notizia straordinaria: gli allievi dello “State University College New Paltz” studieranno il canzoniere barocco del poeta cagliaritano Giuseppe Delitala, grazie alla ristampa dovuta al loro docente di lingua spagnola Louis Saraceno e che ha visto la luce la fine 1997.
Ma chi era Giuseppe Delitala? Come mai la sua opera è giunta sino alle sponde atlantiche degli Stati Uniti d’America? Rispondiamo subito alla prima domanda. Delitala nacque a Cagliari il 10 novembre 1627 da Angelo e Maria Amat di Castelvì. Seguiti gli studi primari presso il Collegio dei Nobili, nel 1641 fu inviato a Madrid dove intraprese gli studi militari. A 19 anni ottenne il grado di tenente; alcuni anni dopo fu maggiore e, nel 1660, raggiunse il grado di colonnello. Cinque anni più tardi fu nominato cavallerizzo maggiore di Carlo II e successivamente passò alla carriera diplomatica, divenendo governatore del Capo di Cagliari e Gallura. Nel 1686, dopo la morte del viceré Antonio Lopez de Ayala, ebbe l’incarico di viceré ad interim. Morì a Cagliari il 15 agosto 1689.
Un brillante cursus honorum, dunque, militare e politico. Delitala fu anche un buon poeta ed acquistò fama, soprattutto in Spagna. La sua opera, in castigliano, 441 pagine più 54 di introduzione, edito a Cagliari nel 1672, s’intitola “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”
Il volume contiene una vastissima raccolta di poesie, suddivisa in tre parti. Nella prima (50 sonetti dedicati a re, eroi, filosofi e letterati, un sonetto acrostico, un poema eroico, canzoni e romanze religiose) il poeta cagliaritano canta molti eroi dell’età classica e dei periodi medioevale e contemporaneo. Particolarmente interessante una lunga romanza sulle feste celebrate a Cagliari per le nozze del Principe di Piombino con Maria de Alagon. Questa sezione comprende anche un sonetto sulla fontana del Rosello a Sassari.
La seconda parte comprende, invece, 51 sonetti su temi amorosi, 14 canzoni di lamenti d’amore, 3 madrigali, un’ottava acrostica, 58 romanze, 2 poesie funebri e 3 quartine. Nella terza infine prevalgono canti funebri e commemorazioni di personaggi noti.
Come modelli, Delitala ebbe presenti soprattutto Gongora, Quevedo e Lope de Vega dai quali prese temi, versi e strumenti stilistici, rielaborati spesso con fantasia esuberante e, naturalmente, barocca. L’influenza dei poeti iberici su Delitala fu evidenziata da Saraceno in uno studio sull’autore cagliaritano, pubblicato nel 1976 ed intitolato “Vida y obra de José Delitala y Castelvì poeta ispanosardo del Seicento”. Un lavoro di notevole interesse dove il legame che unisce Delitala ai più noti colleghi spagnoli appare chiarissimo.
Come sia nata quest’opera ce lo dice lo stesso Saraceno: «Avevo letto del poeta sardo un articolo sul numero XVII del “Bulletin Hispanique” (1941) dal titolo “Libro raro y curioso. Poesias de Josè Delitala Castelvì, un clásico olvidado (dimenticato) di Homero Serìs».
Saraceno si mise a caccia del canzoniere e lo rintracciò in una biblioteca di New York. Seguì una lunga e meticolosa indagine dell’opera di Delitala che approderà al citato studio edito nel 1976. Poi, come abbiamo già detto in apertura, Saraceno cura a fine ’97 la ristampa del canzoniere.
«I critici che si sono dedicati alla letteratura di Sardegna – ha scritto Saraceno nel suo lavoro – sembrano credere che l’opera del poeta sardo-spagnolo, quasi sconosciuto fino ad oggi, meriti uno studio più ampio.» Ciò che egli fa con una minuziosa ricostruzione basata su ricerche d’archivio. In effetti, il volume di Saraceno (350 pagine più un’appendice documentaria) ha tratto Delitala dagli angusti confini regionali, facendolo conoscere negli Stati Uniti. Un merito tanto maggiore se si pensa che in Sardegna quel poeta era praticamente ignorato. Un certo interesse nei suoi confronti lo aveva manifestato soltanto Pasquale Tola nel suo “Dizionario degli uomini illustri di Sardegna” dove, tra l’altro, si legge: «la brevità di questo articolo non consente di riportare altri esempi di bel poetare che nelle rime del Delitala sono assai frequenti».
Il contributo di Saraceno valse, dunque, a riscoprire la figura di Delitala, inquadrata nel¬la temperie degli anni in cui visse. Un’epoca indagata a fondo dallo studioso statunitense che ce la illustra con una montagna di riferimenti quanto mai utili per conoscere la storia sarda del XVII secolo ed i personaggi che la animarono. In questo quadro, gli avvenimenti di Cagliari rivestono una parte rilevante ed in essi si colloca il personaggio Delitala. Pertanto, dobbiamo essere grati all’impegno di Saraceno che, con la sua Vida y obra de Josè Delitala y Castelvì poeta ispanosardo del Seicento, ci ha consentito di colmare ampie lacune documentarie.
Nella nostra isola, il Seicento letterario si sviluppò quasi completamente sotto l’influen¬za del barocco. Su quel periodo così si è espresso Francesco Alziator nella “Storia della letteratura di Sardegna”: «cosa valga la letteratura sarda del Seicento è facile dire se si pensa che essa fu una letteratura di imitazione di una letteratura già assai discussa. Eppure, ad onta del giudizio nettamente negativo che di essa si deve dare in sede puramente estetica, essa presenta lati assai interessanti ed un carattere di unità e di continuità quale non si era mai avuto».
In quel secolo balzano i nomi di due romanzieri: Jacinto Bolea e Giuseppe Zatrilla. Il primo è autore del romanzo El Forastero (Cagliari, 1636), mentre del secondo ci restano Engaños y desengaños del profano amor (Napoli, 1687-’88), un romanzo boccaccesco nel quale si trovano molti riferimenti alla società sarda, ed un poema eroico (Barcellona, 1696).
Il nostro poeta si colloca accanto a questi autori, entrambi impegnati in posti di rilievo nelle istituzioni pubbliche. Tuttavia, per quanto riguarda la poesia, Delitala è senz’altro il maggiore rappresentante. Un autore non certo immune dai difetti del suo tempo, come hanno scritto alcuni, ma che era dotato di facile ispirazione poetica e di un certo estro che lo hanno fatto ben figurare nella letteratura spagnola seicentesca.
Delitala è stato a lungo trascurato dagli ispanisti isolani che lo consideravano un poeta di secondo piano indegno di attenzione. Un destino durato sino al 1976 quando Saraceno ha rimosso la polvere che, ingiustamente, ricopriva la sua opera. La riattualizzazione ha riproposto il valore di “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”, la raccolta poetica che oggi viene studiata anche a New York. Quasi una vendetta postuma per il militare e diplomatico cagliaritano del Seicento che, tra un incarico e l’altro, coltivava k’hobby di scrivere versi.
Sardegna Fieristica, aprile –maggio 1998

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SPIEGATO L’ARCANO DELLA DATA DELLA LAPIDE – Anno di fondazione della chiesa di S. Giuseppe di Luigi Spanu

30 Agosto 2013 Commenti chiusi

Quando furono costruite la chiesa di San Giuseppe e la Casa degli Scolopi? La risposta sarebbe facile: nel 1641! Così almeno ci fa credere l’illustre archeologo Giovani Spano in “Guida della Città e dintorni” (1861) che pubblicò la lapide, posta nella facciata del tempio, in cui si legge proprio la data del 1641, riferita alla fondazione del collegio e della chiesa.
Purtroppo si continua a scrivere, a questo proposito, quanto lo Spano affermava. Ma ora, col nostro ritrovamento di alcuni documenti, la data delle due fondazioni dovrà spostarsi un bel po’ in avanti. Neppure il p. Francesco Colli Vignarelli in “Gli Scolopi in Sardegna” (1981) ci da la data esatta della fondazione della chiesa. Scrive che la prima pietra della nuova chiesa fu benedetta il 23 novembre 1663 dall’arcivescovo Pietro Vico. La chiesa di S. Giuseppe, chiusa al culto da molti anni (cogliamo l’occasione per chiedere all’assessore alla cultura di Cagliari, il dott. Gianni Filippini, di intervenire a far sì che possano porsi le basi per discutere la restaurazione e l’apertura al culto del tempio in questione), è stata costruita dopo il 20 settembre 1678. Ciò lo si evince dalla lettera che il rettore del Collegio delle Scuole Pie di Cagliari inviò al procuratore reale.
In tale lettera (che si trova nell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, segnata 1158 – Affari di Sardegna) si rileva che ai Padri delle Scuole Pie era stato concesso un terreno nella zona del Balice (località situata nell’odierna via Università). Si legge inoltre che nel terreno si stavano innalzando le fondamenta per fabbricare la Casa e il collegio e che era necessario si procedesse con grande attenzione affinché i limiti della costruzione non superassero il confine della fabbrica e si togliesse la croce posta nel luogo qualche anno prima. Il rettore chiedeva inoltre che si desse ordine a qualche ministro, o ad altra persona ben vista dal procuratore reale, di assistere alla rimozione della croce per poi porre un altro segno che non disturbasse l’apertura delle fondamenta.
In esecuzione di quanto si era trattato in Consiglio di Patrimonio, su ciò che aveva richiesto il supplicante, si era provveduto a misurare, in presenza di Giovanni Cavallero, il terreno che distava dalla croce piantata per i Padri Scolopi quando il viceré marchese di Castel Rodrigo (1658-1662) aveva concesso loro di aumentare il limite del terreno per la costruzione della loro Casa, fino alla parete del baluardo che chiamavano della Carniceria (macelleria). Si erano così misurati 68 palmi (circa 20 metri) in linea retta dalla croce alla parete, luogo in cui si era posto un segno di croce.

Il 20 settembre dello stesso anno, il Consiglio della Corona di Spagna prese in esame la richiesta del rettore, in cui venivano presentate al viceré marchese de las Navas e conte di Santisteban (1676-1678) la necessità degli Scolopi di un tratto di terreno contiguo alla Casa per la fabbrica della chiesa. Secondo quanto già giudicato dal tribunale delle cause, avendo udito la giunta del Patrimonio e il comune di Cagliari, con decreto del 3 febbraio 1678, il Consiglio concedeva detto terreno; ma poiché i Padri Scolopi desideravano avere la conferma da parte del sovra no, il Consiglio lo supplicava affinché ordinasse di dare confer¬ma alla costruzione della chiesa.
Pertanto, possiamo dire che la lapide ha tratto in inganno molti storici della città. I Padri delle Scuole Pie erano stati chiamati in città dai Consoli municipali nel 1635 ed erano giunti a Cagliari il 6 novembre del 1640, stanziandosi nel convento de “Gesus” (oggi Manifattura Tabacchi). A detta del p. Colli, si erano poi stabiliti in un luogo detto “Paraje del Balichì”, avendo trovato una nuova abitazione in Castello in alcune abitazioni presso la chiesetta di S. Maria delle Nevi. In seguito, nel dicembre del 1641, fu adattata una piccola chiesa dedicata a S. Giuseppe Sposo e a S. Teresa, come volevano i Padri Calasanziani. Non si sa dove era ubicata la chiesa di S. Maria delle Nevi e che fine abbia fatto. Sicuramente la data sulla lapide ricorda la costruzione da parte del Comune della piccola chiesa come asserisce lo stesso Colli: “La piccola chiesa cominciò ad essere regolarmente officiata nel 1641, come risulta dalle cronache manoscritte, lettere e documenti dell’Archivio generale. E precisa¬mente nel 1641, a lavori finiti, fu posta sopra l’entrata della chiesa una lapide…”. Ecco spiegato l’arcano della data della lapide.
A conclusione, ci pare importante che le ricerche continuino per trovare i documenti che riferiscano le date della definitiva costruzione della chiesa dalla bella facciata ionica, costruita accanto alla torre dell’Elefante, e del collegio-casa e conoscere dove era ubicata la prima chiesetta.
Nuovorientamenti, 28 settembre 1997

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PAGINE DI STORIA DELLA VECCHIA CAGLIARI – II MONDO ISPANICO IN ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA di Luigi Spanu

30 Agosto 2013 Commenti chiusi

Nelle mie continue ricerche di notizie che riguardino aspetti della vita isolana, mi sono imbattuto in due scritti (in lingua spagnola): questi presentano due aspetti della vita di altri popoli, che mostrano strette affinità con alcuni usi della Cagliari antica il primo, della Cagliari moderna il secondo, ma sempre con radici nel passato.
La prima lettura offre un quadro di molte somiglianze con una figura cagliaritana caratteristica del capoluogo isolano sino ai primi anni trenta di questo secolo. Parliamo de “is piccioccus de crobi” di cui scrissero parecchio gli studiosi sardi e non, e a cui si ispirarono poeti, scrittori e ritrattisti; tra questi, ricordiamo l’artista fotografo Mario Pes, di cui ricorreva, pochi giorni fa, il venticinquesimo anniversario della morte. A Cagliari questa caratteristica figura è scomparsa. Francesco Alziator, uno dei più attenti osservatori ed interpreti degli aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane, ne “La città del sole” (del 1963), scriveva: “II “piccioccu de crobi”, letteralmente “ragazzo della cesta”, era una specie di servitore di piazza che, per qualche soldo, si offriva per il trasporto, nella sua capace cesta, de “sa spesa”, cioè del cibo e di quanto altro s’acquistava ai mercati”.
E più avanti, aggiungeva che “essi erano la caratterizzazione degli ‘esportilleros spagnoli’, servi di piazza che traevano il nome dalla ‘esporta’ o ‘esportilla’ con la quale trasportavano le derrate dei loro clienti.
Orbene, nelle grandi città dell’America del Sud si possono tuttora vedere questi “esportilleros”. In un breve racconto dal titolo “Alfredo Aldana”, di un testo scolastico occidentale, si parla di una figura che ci ricorda chiaramente “Is piccioccus de crobi” cagliaritani.
Si legge, infatti, che a Bogotá i ragazzi aiutano le donne a portare, per pochissimi “pesos de propina” (denari di mancia), la cesta della loro spesa. Questi ragazzi appartengono agli strati sociali più umili e, generalmente, sono ragazzi dai tredici ai diciotto anni. In una illustrazione, che accompagna questo racconto, appaiono i “piccioccus de crobi”, che nelle notti fredde, in Bogotá, dormono nelle strade e, per riscaldarsi, si rannicchiano l’uno accanto all’altro. Anche i ragazzi “porta ceste” cagliaritani non avevano una dimora stabile; trascorrevano le notti sotto i portici della via Roma, specialmente sotto quelli del palazzo Vivanet, con la “crobi” per cuscino e i manifesti strappati dai muri per lenzuolo e coperte. Così ce li descrive 1′Alziator.
L’altro aspetto di cui troviamo una chiara immagine nella nostra gastronomia si riferisce a “is zippulas”. In una pubblicazione de “El sol”, di qualche anno fa, si legge che in Castro Urdiale (porto del nord della Spagna), ogni mattina, si possono trovare venditori di fritture. Queste, nella forma, nel materiale usato e nel metodi della confezione, rassomigliano alle zeppole sarde. Mentre, però, i nostri “zippolari” usano un imbuto per far scendere la pasta nell’olio, posto in piccole caldaie, quegli spagnoli impiegano una macchina rotante, da cui la pasta esce in forma allungata e, poi, viene posta in una grande pentola, in cui vi è dell’olio bollente.
Questa frittura prende il nome di “churro”, che ha come corrispondente italiano “frittella”. La forma di questo “churro” è simile alla lunga frittella delle zeppole sarde, che si trovano però anche in forma quasi di ciambella.
Ricordiamo che anche “zippula” ha il corrispondente italiano, appunto, in frittella.
E’ interessante riportare la parte dell’articolo con la ricetta, poiché da essa possiamo vedere meglio come le lunghe frittelle abbiano una straordinaria rassomiglianza con le nostre. Occorre la farina, che viene impastata con dell’acqua, con un po’ di sale e bicarbonato. Noi usiamo il lievito, ma anticamente si usava il crémor tartaro. Nel frattempo si scalda l’olio in una grande pentola; quando l’olio è molto caldo, si pongono le lunghe frittelle (los churros) che devono diventare dorate. Allora si tolgono dall’olio e si mettono in un foglio di carta e si servono con miele diluito in poca acqua o con zucchero. Da noi generalmente non si usa il miele, ma lo zucchero. Inoltre, “los churros” vengono anche usati a colazione, cosa che da noi non avviene. Comunque, le somiglianze, nonostante le varianti, sono notevoli. A quanto ci consta, non è solo nella Spagna del nord in cui si possono trovare queste frittelle, simili alle zeppole sarde. Si trovano anche in Portogallo e in molti paesi del mondo arabo. Tutto ciò fa pensare che si tratti di una usanza del mondo musulmano, portata in occidente, probabilmente, nel periodo bizantino, e arrivata anche in Sardegna forse proprio con i bizantini.
Nuovorientamenti, 22 gennaio 1989

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LA SARTIGLIA DI ORISTANO (di Luigi Spanu)

30 Agosto 2013 Commenti chiusi

L’avvenimento spettacolare, suggestivo e più popolare, organizzato dai gremì di San Giuseppe e San Giovanni, ossia dai falegnami e dagli agricoltori, è la Sartiglia che, con il suo spettacolo, ravviva l’ultima domenica di carnevale e il martedì grasso.

Non solo gli oristanesi vivono con entusiasmo le due grandi giornate della corsaall’anello, anche tantissimi turisti.

La Sartiglia (termine dallo spagnolo sortija, che, a sua volta, arriva dal latino SORTICULA = anello), o corsa della stella, che la tradizione vuole propiziatrice di un copioso raccolto, consiste nel 1′infilzare una stella di latta, appesa nel centro della strada, da parte della spada di un cavaliere, che galoppa velocemente su un destriero.
La cerimonia più suggestiva e più interessante per gli etnografi e la vestizione del cavaliere, chiamato compoidor, o componidori (probabilmente dallo spagnolo campeador, a sua volta dall’arabo = comandante), il quale viene issato su un cavallo. II cavaliere non potrà più scendere dal suo destriero (ultimamente il rito della vestizione ha mutato), e apparirà alla folla con il suo bel costume antico, che consiste in una camicia di lino, un frassetto, o corsetto, un velo che gli nasconde la testa e una maschera di legno, dalle sembianze androgine.
Dopo la vestizione, il componidori viene posto sul cavallo ed esce nella via sdraiato, supino sulla groppa della cavalcatura, con in mano un mazzo di viole mammole, detto sa pippia de maju, con cui benedice la folla a scopo propiziatorio, in un misto di rituali cristiani e pagani.
Si forma un corteo, con una folla che si accalca nella via davanti alla cattedrale. Qui inizia la corsa equestre, dalla quale si traggono auspici per la nuova annata agraria. Finita la corsa, i cavalieri si esibiscono in gare a pariglie, entusiasmando la folla con spericolate acrobazie.
Sulla corsa all’anello ha dato un valido contributo uno dei più grandi demoetnografi sardi, Francesco Alziator, che ha studiato dettagliatamente dal punto di vista etnografico tutti gli aspetti della corsa. A lui si rimanda (La Sartiqlia. Cagliari, 1969). Alcuni giorni prima della corsa all’anello, i bambini di Oristano, cavalcando cavallini di canna, si lanciano a corsa sfrenata e, con una spada di legno, tentano d’infilzare una stella di cartone .
La Sartiq1ietta dei bambini, diventata ormai tradizionale, ha come scenario la piazzetta adiacente alla chiesa di Sant’Efisio, nel quartiere omonimo di Su Bruqu. E alla conclusione della manifestazione della Sartiq1ietta si tiene la tradizionale sfilata dei bambini per le vie della città.
Luigi Spanu.

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UN’IMPORTANTE PAGINA DI STORIA SARDA – Bono capoluogo del Goceano nel 1765 (di Luigi Spanu)

29 Agosto 2013 Commenti chiusi

Di notevole importanza per la ricostruzione della storia civile e 
religiosa del Comune di Bene, capoluogo del Goceano, è una relazione che portail titolo “Notizie preparatorie per la visita di mons. Incisa da farsi nel mese di aprile del 1765″.

Il documento, di 18 pagine (in lingua spagnola), riguardante un rapporto del parroco, si conserva nell’Archivio della Curia vescovile di Alghero; è diviso in due parti e porta alla fine la firma del vescovo della città catalana. Vi sono allegati, per un totale di 10 fogli, un elenco delle messe parrocchiali e delle altre chiese, delle persone che avevano adempiuto alla confessione annuale e delle festività, un inventario degli arredi sacri, dei paramenti liturgici, del quadri, delle statue delle chiese e un secondo elenco riguardante i pastori che pascolavano le pecore di proprietà delle chiese, con l’indicazione delle paghe corrisposte.

Nella prima parte, composta di quattro capitoli, viene riferito che l’abitato era diviso in quattro zone, corrispondenti alle strade di Addane Arriu, di Sotto, di Sopra e di Bauladu e che il patrono San Michele Arcangelo si festeggiava l’8 maggio con ottava, vespri e messa solenne e il 29 settembre. Le chiese, tutte con l’altare maggiore, oltre alla parrocchia, che aveva i retabli e i confessionali in buono stato, erano quelle di Santa Croce, San Nicola Tolentino, San Giovanni Battista, Sant’Efisio, Santa Caterina (in cui non si celebravano messe, perché in riparazione, Sant’Antonio Abate e le campestri di San Gavino, Santa Barbara, San Matteo, San Nicola di Bari, Santa Restituta (il cui altare, situato a lato dell’epistola, era dedicato al figlio, Sant’Eusebio), Sant’Ambrogio, prima sotto l’invocazione della Vergine Assunta, tenuta da quattro mercedari, e San Raimondo Nonnato.

Non esistevano documenti che riportassero la data della fondazione della parrocchia (a detta di Joaquín Aree, “La Spagna in Sardegna”, Cagliari, 1982, del secolo XVI); però• si sapeva che l’altare maggiore era stato fatto costruire dal canonico Bertollinis nella visita pastorale del 1734. Nella parrocchia vi era la confraternita del Santissimo Sacramento e nella chiesa di Santa Croce, vi era l’oratorio, il cui documento di istituzione era stato approvato dal vescovo di Alghero, nel giugno del 1622. Ogni anno si effettuavano le elezioni dei priori e delle altre cariche delle confraternite, non per quella del Santissimo.

Si legge che il fondatore delle cappelle parrocchiali del Crocifisso e dell’Assunta era stato il parroco Cabezudo e di quella della Vergine d’Itria, nella cui parte anteriore era indicato 
l’anno di costruzione, il 1631, era stato don Giovanni Losa; che il soffitto della cappella della Purissima minacciava di cadere e che nel coro vi erano 13 scanni: in mezzo, quello del parroco e, intorno, i posti per i sacerdoti e i secolari; inoltre, che il pavimento era a mattonelle smaltate e che il presbiterio ed il coro erano stati riparati da mons. Bertollinis; che gli addobbi e le riparazioni venivano effettuate con le elemosine dei fedeli; infine, che la spesa della cera e dell’olio d’oliva per la lampada spettava alla parrocchia e che i tabernacoli, dipinti, decorati, erano tutti in legno ed internamente erano foderati in taffetà e in panno di seta.
Tra i molti arredi sacri della parrocchia vi erano un calice d’argento (dono del giudice di Torres), due pissidi d’argento (una dorata all’interno e l’altra comprata come se fosse dorata, che serviva per conservare le reliquie del patrono), un ostensorio d’argento (col piede finemente lavorato e con le estremità dei raggi cariche di stelle e pietre preziose incastonate), le reliquie della Vera Croce, del beato Giuseppe Calasanzio e di San Paolo, in legno con serratura d’ottone.
In quasi tutte le chiese vi erano sepolture, tutte ben conservate; nella parrocchia se ne trovavano quattordici, tre delle quali nel presbiterio e tre nella cappella della Madonna d’Itria. Non ve n’erano sotto gli altari e sotto le predelle né per i ricchi né per i poveri. Nei registri delle chiese si trascrivevano i benefici, le proprietà, le rendite fisse e non fisse e si indicavano le otto cappelle della parrocchia, comparsa quella dell’altare maggiore, con i rispettivi altari.

Poiché‚ la sacrestia, situata dalla parte del vangelo, era molto umida, dato che in inverno non vi entrava sole, essendo esposta a tramontana, si era deciso di costruirne una nuova a sinistra dell’altare maggiore. Il pavimento, in buono stato, era a mattoni e i due guardaroba, uno di fronte all’altro, avevano i cassettoni in noce. Per le spese della sacrestia i fondi non erano sufficienti. Vi erano tre chierici laici e il sacrista maggiore era il reverendo Antonio Maria Virdis.

Il parroco Giovanni Maria Tanda, di Orotelli, ordinato sacerdote nel 1735, possedeva molti libri di morale e quello delle prediche; visitava i parrocchiani una volta all’anno e benediceva le case il sabato santo e per il Natale. Viveva in casa propria con due figli di una sorella, entrambi coniugati e con figli, e con una serva che era vedova. La casa parrocchiale, un lascito del defunto Pietro Launi, aveva quattro vani, nel piano rialzato, uno scantinato e due camere al piano terra.
Per l’istruzione scolastica dei giovani vi erano due ecclesiastici, un presbitero e un chierico con gli ordini minori. Tutti gli anni ai ragazzi veniva insegnato il catechismo e venivano istruiti quelli per la prima Comunione e per la Confessione, che dovevano però superare un esame.
Erano molti i parrocchiani che non ricevevano la comunione annuale e venivano indicati nel registro degli scomunicati, inserito nei quinque librorum, il cui primo volume portava la data del 1664. I curati, tutti di Bono, oltre ai 12 scudi che passava loro il parroco, avevano la questua del cereali e del formaggio del sabato santo e la paga dei giorni di festa e per i funerali, per i quali vi erano tre classi e si pagavano 4, 3 e 2 scudi. I confratelli ne pagavano quattro e, per i piccoli, la tassa era di 4 reali. Il quaresimalista, nominato dalla Comunità e dal sindaco, aveva l’alloggio, la cui spesa spettava al primo cittadino.

Un capitolo riguardava i benefici e le rendite della rettoria (i cui beni non erano alienabili; questa teneva per sé‚ la metà delle decime dai cereali, dai legumi, dai tessili, dall’uva e dagli 
animali; l’altra metà veniva versata alla diocesi vescovile. Il rettore aveva un orto, che confinava con quello del reverendo. Il territorio della parrocchia confinava con quello di Bottida, Bonorva, Nughedda, Bultei e Orotelli.
Nell’ultimo capitolo si legge che la comunità parrocchiale era composta dal 1.432 famiglie; che le persone (che avevano ricevuto la comunione annuale) erano 1.773: che i cresimati, di quasi tutte le età, erano solo quelli della visita pastorale del 1765; che non vi erano inimicizie tra i parrocchiani, tra cui vi era una levatrice, che aveva superato l’esame, e che non vi erano concubini e vi erano sposate che non convivevano.
Vi erano notizie, infine, sulle feste, nelle quali era usanza ballare, soprattutto in quelle a cui accorreva molta gente da altri paesi, per gare di canti, in cui mettevano in mostra la 
loro abilità canora. I canti disturbavano non solo quelli che confessavano, ma anche quelli che lavoravano nei giorni di festa. 
Durante il carnevale e nelle feste campestri si ballava pubblicamente per le strade.
Nuovorientamenti, 17 aprile 1988

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ATTIVITA’ EDITORIALE NEL SEICENTO di Luigi Spanu

28 Agosto 2013 Commenti chiusi

L’editoria cagliaritana, in epoca spagnola, è stata già oggetto di studio soltanto per il periodo che va dagli inizi alla fine del ’500. Per completare il quadro manca, quindi, un riferimento al Seicento e ai primi anni del Settecento, quando nell’isola giunsero i Savoia, dopo il Trattato di Londra del 1718.

Nel capoluogo isolano il progressivo sviluppo dell’arte tipografica ed editoriale, grazie all’attività di ben tre tipografie, durante la seconda metà del Seicento, dimostra che per i cagliaritani le attività culturali e librarie avevano raggiunto un’importanza straordinaria, al fine di migliorare le loro conoscenze in tutti i campi dello scibile. Nella seconda metà del secolo XVII, infatti furono molte le biblioteche esistenti in Cagliari, dovute soprattutto ad alcuni nobili e a chierici intellettuali.
Il primo tipografo-editore del ’600 è stato Martin Saba, un napoletano giunto a Cagliari alla fine del Cinquecento, con una profonda esperienza acquisita in molti anni di lavoro nelle tipografie napoletane, che già nel corso del sec. XVI avevano raggiunto notevoli traguardi, come si legge in “Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento”, di Nino Cortese.
Il Saba iniziò la sua attività, forse, come lavorante alle dipendenze di Giovanni Maria Galçerin (o Galcerin), dal quale, in seguito, a causa della mancanza di capitali sufficienti per continuare l’attività, rilevò i torchi e tutto il materiale di stampa (Giovanni Maria Galçerin morì nel 1597).
Iniziò così il periodo di questo editore napoletano, che coprì un arco di tempo abbastanza lungo: un quarto di secolo, dal 1598 al 1623, anno in cui gli subentrò il cattedratico cagliaritano Antonio Galçerin, nipote di Giovanni Maria, fondatore dell’editoria. Il quale aveva acquistato il materiale tipografico dal vescovo iglesiente Nicolò Canelles, primo editore in tutta l’isola, nella seconda metà del Cinquecento.
La famiglia Galçerin, attraverso quattro generazioni, mantenne la stampa a Cagliari, dalla seconda metà circa del secolo XVI fino agli inizi del Settecento, con un intervallo, di venticinque anni.
Ritornando al Saba, le opere da lui date alle stampe, secondo quanto si rileva dai frontespizi delle edizioni possedute dalla Biblioteca Universitaria di Cagliari, furono una ventina. Siamo certi, però, che i testi stampati furono più numerosi di quelli giunti fino a noi. Sono quasi tutte opere di carattere religioso e giuridico, manuali di devozione, raccolte di sermoni e rituali e diverse cause giudiziarie (Tutto questo materiale aspetta lo studioso di leggi per trarre notizie riguardanti il campo della amministrazione giudiziaria).
Alcuni volumi sono opera di personaggi di primo piano, in quel primo quarto di secolo. Vi sono testi in 4° e in 8°, alcuni in folio ed un solo testo in 16°; abbondano opere di piccolo forma¬to, di modesto aspetto e di comune interesse generale. Ci rimangono testi in latino, in catalano, ancora linguaggio comune nel capoluogo dell’isola in quel periodo, in spagnolo, una ristampa, in sardo, della “Carta de Logu”, moltissimi pregoni e grida viceregie, in catalano, alcune in castigliano o nelle due lingue contemporaneamente.
Nel periodo di attività del Saba sono pochissimi i testi scolastici, o universitari, stampati a Cagliari, perché non esisteva ancora uno Studio Generale. Furono però editi testi per gli studenti del Collegio e del Noviziato dei Padri Gesuiti, come risulta dall’atto di concessione della tipografia affidata al Saba negli ultimi del Cinquecento; ma vi è una traduzione in castigliano di un poema sardo. In alcuni testi si trovano stemmi gentilizi ed episcopali ed alcune stupende incisioni di cui sarebbe necessario uno studio specialistico che porterebbe a conoscere quali tecniche usarono sia nell’incisione, sia nella stampa gli artigiani e i disegnatori-incisori.
Di libri, certamente, ne arrivarono, in particolare dalla Spagna, come attestano alcuni documenti: erano i cagliaritani della classe dirigente ed agiata a farseli spedire. Durante la prima parte del Seicento erano i librai che vendevano e prestavano libri in lettura: tra questi vi era il padre del francescano Tommaso Polla. I librai venivano dal regno di Napoli e da Barcellona; giravano l’isola per la vendita di libri di ogni genere. Essi, nel rifornire il mercato sardo di autori stranieri e cagliaritani, che stampavano fuori dell’isola, favorivano una relazione culturale fra la Sardegna, la Spagna e l’Italia. Da ciò si deduce che la capitale sarda era interessata alla cultura spagnola e a quella italiana. Moltissimi i libri stampati fuori dell’isola che furono letti e studiati da nobili e dal clero cagliaritano, come attesta il romanziere contemporaneo G. Zatrilla.
Durante il secondo periodo del secolo XVII, a Cagliari ci furono anche diverse biblioteche non private, cioè destinate all’uso di più persone e di gruppo, oltre a quelle che si formarono presso i collegi dei Gesuiti, dei Padri delle Scuole Pie e a quelle dei vari conventi religiosi, che servivano alla gioventù scolastica cagliaritana, che seguiva sempre con più vivo interesse l’insegnamento ricevuto. Molti libri della Biblioteca dell’arcivescovo di Cagliari Parragues de Castillejo e di quella del Canelles passarono alla libreria del Rossellò, che aveva provveduto alla raccolta anche di numerosi testi stampati nell’isola e fuori. Questa biblioteca, di circa cinquemila volumi, passò poi a quella dei Gesuiti, che la dovettero cedere alla Biblioteca Universitaria di Cagliari
L’attività editoriale del cagliaritano Antonio Galçerin, che faceva parte del primo corpo docente universitario di Cagliari, è stata più lunga di quella del predecessore, poiché ebbe inizio nel 1624, con la stampa della prima opera del cappuccino Serafino Esquirro. Questo lavoro presenta la cronaca dettagliata del ritrovamento dei Corpi Santi a Cagliari e la descrizione particolareggiata della costruzione della cripta nella Cattedrale, utile per la conoscenza della storia della primaziale cagliaritana nella prima metà del Seicento e fonte autorevole per la storia non solo della chiesa diocesana di Cagliari, ma anche dell’intera città.
L’attività del Galçerin, forse a causa della sua morte, terminò nel 1667, dopo ben quarant’anni di intenso lavoro; in quell’anno ebbe inizio l’attività del figlio Hilario. Durante questo periodo, i testi e i pregoni venivano stampati sotto la direzione di Bartolomeo Gobetti, del quale non si hanno che poche notizie. Nel 1626 il Gobetti venne inviato a Sassari per dirigere anche la seconda stamperia dei Galçerin, che era stata impiantata alcuni anni prima nel capoluogo sassarese, ma nello stesso tempo dirigeva anche quella cagliaritana.
I testi stampati per Antonio Galçerin, in 4° ed in folio, comprendevano opere di carattere giuridico, di storia, di oratoria e di scienza nonché trattati di religione e di filosofia. Vi erano anche opere di carattere letterario e, fra queste, le più importanti furono quelle di Jacinto Arnal de Bolea “Encomio en octavas” e “El Forastero”, in buona stampa e con splendide incisioni nelle orlature delle pagine.
Diversi i reggenti che si alternarono nella tipografia sotto i Galcerin; il primo fu Giacomo Polla, forse fratello di Tommaso, seguì Gianni Andrea Corona, poi vi fõ Bartolomeo Gobetti, che la diresse per ben un quarto di secolo, lasciandola ad Onofrio Martìn, seguito a sua volta da Gregorio Gobetti, fratello di Bartolomeo, solo per qualche anno. Dal 1660 al 1667 abbiamo prima Nicola Pisà, seguito di nuovo da Gregorio Gobetti e da Marco Antonio De Ferraris, solo per il 1665. L’attività terminò con Nicola Pisà, che ritornò dopo un intervallo a dirigere la stamperia, e con Giovani Antonio Pisà, qualche anno più tardi.
Alla morte di Antonio Galcerìn, il figlio Hilario divenne, nel 1670, proprietario della tipografia fino al 1703. Suoi direttori furono il Pisà prima, quindi Onofrio Martin e di nuovo Nicola Pisà, per terminare con Giovanni Antonio Pisà.
Onofrio Martin giunse a Cagliari nel 1635 da Madrid, suo luogo di nascita, su richiesta di Antonio Galcerìn, che intendeva migliorare la tecnica dell’arte tipografica. Il Martìn riuscì a riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa di parecchi operai, che avevano già lavorato al servizio del Sambenino, e mai sostituiti, chiamando dalla Spagna alcuni incisori e stampatori.
Ma il fatto più significativo e importante per la storia editoriale cagliaritana fu l’apertura, nella seconda metà del Seicento, di altre due tipografie, cosa che non si ripeterà nel Settecento. Ciò significa che aumentò l’interesse verso la stampa e verso il lavoro tipografico e che vi fu una maggiore richiesta di libri e una vita culturale più intensa; questo perché a Cagliari esistevano ormai tutti gli ordini di studi.
Queste nuove tipografie avevano sede una nel Convento dei Domenicani, che fu aperta nel 1679 per opera di Onofrio Martìn, figlio di un altro Onofrio Martìn, che vendette le casse e i torchi ai padri domenicani nel sobborgo di Villanova, e fu direttore della stamperia che stava nel Convento. Onofrio rimase fino al 1684, anno in cui fu sostituito da Giovanni Battista Pani. Nel 1686 ne fu direttore il padre Michele Vacca e dal 1695, fin dopo il 1700, il padre G. Battista Cannavera. L’altra tipografia fu aperta nel convento dei Mercedari, nel 1665, sotto l’egida dei frati e del tipografo Onofrio Martin.
Dai torchi di queste due tipografie conventuali uscirono libretti di devozione, testi di studio e ristampe di opere che riguardavano la storia della Madonna di Bonaria e quella dei Mercedari; purtroppo molte di queste opere sono andate disperse.
Dalla tipografia dei Domenicani, che certamente non era all’altezza di quella dei Galcerìn, sia per esperienza dei lavoranti, sia per i macchinari impiegati, uscirono libretti di devozione, di panegirici ed anche opere di un certo valore storico-letterario, la cui stampa non solo andò persa, ma non ce ne giunse neppure il titolo.
In questa seconda metà del Seicento fu più intensa l’attività tipografica e libraria. In solo quarant’anni di stampa gli elencatori contano una pubblicazione di 300 edizioni con una media di circa una trentina all’anno, tra le quali le opere del poeta cagliaritano Giuseppe Delitala, di alto valore letterario.
Per quanto si riferisce alla tipografia dei Galcerìn, dal 1670 Hilario ebbe come collaboratore Nicola Pisà, catalano, chiamato a Cagliari da Barcellona dai Galcerìn. Dai torchi di proprietà di Hilario uscirono diversi lavori di carattere letterario e giuridico.
Purtroppo non si sono trovati documenti che ci dicano quanti erano gli operai addetti alla tipografia che, secondo noi, non dovevano superare la decina. Nelle tipografie dei due conventi lavoravano molti frati e quindi per la mano d’opera non ci si serviva di lavoranti laici.

Luigi Spanu in “Cagliari nel Seicento Edizioni Castello, 1999

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LA COLLINA DI BONARIA E I MERCEDARI DI CAGLIARI di Luigi Spanu

27 Agosto 2013 Commenti chiusi

In una piacevole, tranquilla collina, accanto al mare, nei dintorni del castro di Cagliari, circa settecentosettantanta anni fa, nasceva una colonia che, nel giro di quattro anni, divenne un grosso centro militare, commerciale e portuale. Dopo quattro anni, alla fine del 1326, questo colle, alle cui falde la pianura era malsana e acquitrinosa, ospitava oltre 150 cavalieri e ottomila abitanti, provenienti dalla Catalogna, dall’Aragona, dalla Valenza, dalle Baleari e dalla Murcia. I cinque regni iberici uniti nella Corona d’Aragona che dominavano allora nel Mar Mediterraneo. Le concessioni immobiliari date a questi abitanti non erano pure e semplici donazioni, bensì cessioni enfiteusi, cioè diritto reale su un fondo altrui, che dopo 20 anni di pagamento poteva risolversi in proprietà. I consiglieri delle diverse località dei regni, impegnati nella conquista della Sardegna, avevano concesso salvacondotti di commercio a molti coloni per popolare questo colle e concessero anche immunità per crimini e franchigie per debiti.

Questo centro, di cui restano poche tracce visibili, ma si sa che vi era la porta dell’Ammiraglio e una porta di “mezzo” di fronte alla Basilica di S. Saturno, era cinto di al¬te mura, da torri, da fortificazioni, aveva molte abitazioni e una grande chiesa. Ma, proprio nel momento di maggior espansione edilizia e commerciale, e quando ormai vi erano gli organi giudiziari, amministrativi, militari e governativi, magazzini ben riforniti di grano, orzo, vino per due anni, carne salata in abbondanza, forni e molini, pozzi e un carcere sotterraneo, improvvisamente questo grande centro di ormai circa diecimila persone, cessò di vivere e i suoi abitanti furono costretti a popolare il Castro di Cagliari, alla fine del 1327. Non era possibile per le autorità militari aragonesi controllare due roccaforti cosi vi¬cine: II Castello di Villa di Bonaria e quello di Castro di Cagliari, evacuato interamente dai pisani, sconfitti in una grande battaglia navale nel porto di Cagliari, nel giugno del 1326.
Queste notizie si trovano nel testo “La conquista della Sardegna da parte di Giacomo II re di Aragona” dello studioso spagnolo tuttora vivente Antonio Arribas Palau, edito in Barcellona nel 1952. Vi sono anche riferimenti a località in cui si svolsero avvenimenti storici di grande importanza, ormai scomparse, o ancora da rintracciare, che si riferiscono ai primi anni della dominazione catalano-aragonese .
Dopo lo sbarco in Bonaria, nel giugno del 1323, gli aragonesi compresero di non poter conquistare subito la roccaforte del castello di Cagliari, per cui decisero di costruire mura, fortificazioni, torri con relative porte, ed un ampio porto, più accogliente e migliore di quello della Marina, allora chiamata La Pola. Era il primo nucleo di una comunità destinata ad assumere il carattere di vera città. Giunsero poi artigiani, mercanti, coloni, negozianti e professionisti per creare una città che fosse simile a quella della loro patria.
Questo piccolo centro, chiamato Villa di Bonaria e “Barceloneta”, acquistò presto grande importanza, perché vi giungevano, con regolarità, le navi provenienti dalla Catalogna, dalle Isole Baleari e dal Regno di Valenza. Con rapidità impressionante, gli operai, dopo aver costruito il muro di cinta dello spessore di 10 palmi, provvidero ad edificare una grande chiesa, che fu dedicata a San Saturnino, Era bella, simile alla loro cattedrale di Lérida, la chiesa convento-fortezza, costruita un secolo prima, circondata da mura, con torre esagonale.
Questa chiesa, da non confondersi con la basilica di S. Saturno, nella piana tra il colle di Bonaria ed il sobborgo di Villanova, serviva da fortezza ed accoglieva 50 cavalieri e 600 serventi, e sarebbe stata la chiesa che doveva ospitare i PP. Mercedari del convento del colle di Bonaria. A detta degli storici la costruzione della chiesa la si deve non solo a fra Carlo Catalano, ma anche per l’opera instancabile dell’Ordine Padre Berengario Cantul, al quale re Alfonso concesse la chiesa.
All’interno delle mura si trovavano molte macchine moderne da guerra, che rendevano la città talmente fortificata da sembrare un castello. Di fronte al mare, fu innalzata una torre, l’attuale campanile della chiesa, in cui furono sistemati 20 serventi e più a sud fu ricostruito un vecchio fabbricato per bagni, servita da 100 serventi. Per controllare le mura furono costruite altre torri, a distanze regolari, che durante l’assedio al Castro di Cagliari davano alloggio a 100 cavalieri e a 400 serventi.
La fondazione della Villa di Bonaria e l’aumento della popolazione portarono gravi problemi, diventati scottanti nei primi mesi del 1327, a sei mesi dall’occupazione definitiva del Castello di Cagliari.
Per evitare lo scontro tra gli abitanti di Bonaria e le autorità del castro, un privato, stabilitosi in Bonaria, considerò soluzione più adeguata la soppressione dei privilegi della città appena nata, a favore del Castello di Cagliari, giacché, in caso contrario, sarebbe arrivato un tempo in cui Cagliari sarebbe scomparsa. Ma, sopprimere i privilegi di Bonaria rappresentava una smentita alla politica del monarca aragonese e lasciava senza effetti una moltitudine di impegni già contratti, dato che Giacomo II aveva dato ben precisi ordini per la creazione di una nuova città, lasciando ai Pisani il Castro, come stabilito nel trattato del giugno del 1324.
Il 25 febbraio 1327, Giacomo II, dando ascolto ai consigli del governatore del regno di Sardegna, concedeva al castro di Cagliari gli stessi privilegi concessi a Villa di Bonaria, per provvedere al suo ripopolamento. Tra i privilegi si contava l’esenzione dal servizio personale e dal pagamento dei tributi, la facoltà di effettuare uno o due fiere annuali, uso gratuito del sale, fissazione di limiti e sua giurisdizione e concessione di costruire nuove case. Gli abitanti di Villa di Bonaria, sebbene venissero fatte loro enormi concessioni, perché passassero al Castro di Cagliari, riuscirono ad ottenere un rinvio del termine, loro concesso, fin quando non fosse terminato il popolamento, nel luogo sano e di bella vista, da parte di altri coloni, dato che le autorità della Villa avevano concesso di costruire fino al “Puig de les Forques”, in catalano, significa “Punta delle forche” che si trovava a poche centinaia di metri da Villa di Bonaria, oggi Mont Real, su cui sorge la Casa provinciale delle figlie della Carità di San Vincenzo. Alle falde di questo colle, già difeso da una muraglia, erano state costruite un centinaio di abitazioni, pronte ad essere occupate dai coloni, ormai in viaggio, provenienti dalle coste iberiche.
Dopo altri mesi di contrasti tra gli abitanti di Barceloneta e i governanti del Castro di Cagliari, alla fine del 1327, gli abitanti della villa di Bonaria furono costretti a trasferirsi nel castello di Cagliari. Cessò perciò la vita su questo colle Bon Ayre (buon vento), che aveva per pochi anni raccolto un grosso numero di colonizzatori iberici. Questo colle riacquistò la vita poco tempo dopo per opera dei Mercedari e diede il nome alla statua della Vergine, giunta sul colle nel 1370.
In Barcellona, nell’Archivio della Corona d’Aragona, che si trova nel barrio gotico, giacciono molti documenti che riguardano l’attività di questo convento e del suo santuario. Ora analizziamo la vita del convento dal momento in cui nel colle giunse la cassa della statua della Madonna, che poi diede il nome al luogo in cui si fermò. I reali aragonesi prima e quelli castigliani poi, che erano i protettori del convento mercedario, seguirono sempre con attenzione le vicende del santuario, perché in quel luogo si era giocato un ruolo importante per la conquista dell’Isola. I Padri della Mercede erano divenuti per ordine regio cappellani del re di Aragona, perciò accompagnavano le truppe iberiche nelle imprese militari. Il santuario di Bonaria divenne subito meta di pellegrinaggi e i vescovi di Cagliari, freschi di nomina, prima di prendere possesso della loro sede primaziale, si portavano nel Santuario della Vergine di Bonaria e restavano per tre giorni in una cella del convento, che tuttora esiste. Non solo i vescovi ma anche i viceré trascorrevano alcuni giorni in raccoglimento presso il santua¬rio prima di dare inizio alla loro missione.
E che i pellegrini fossero molti, basta qui ricordare che il mercedario spagnolo, il grande drammaturgo Tirso de Molina, in una novella inserita in un suo notissimo capolavoro pubblicato nel 1623 a Madrid fa menzione del Santuario di Bonaria e scrive: “molti sono i pellegrini che dalla Spagna passano a Cagliari per rendere omaggio alla Madonna dei Sardi e per poi raggiungere altri santuari mariani del bacino del Mediterraneo”. Anche l’Imperatore Carlo V, quando nel 1535 venne a Cagliari con la flotta, fermatosi per alcuni giorni nel golfo de¬gli Angeli in occasione della spedizione contro Tunisi, volle recarsi al Santuario per invocare l’aiuto della Vergine di Bonaria.
Per la formazione ecclesiastica, i Padri Mercedari cagliaritani impiantarono corsi filosofici e teologici dando grande importanza all’insegnamento religioso e culturale; avevano scuole non soltanto per la formazione religiosa e culturale dei giovani che dovevano poi prendere l’abito mercedario, ma erano sempre in prima fila per un insegnamento che servisse anche come scuola d’obbligo scolastico per tutti i giovani cagliaritani e sardi. Devo dire inoltre che i PP. Mercedari avevano una scuola che fu di grande importanza nel campo dell’istruzione e nella vita culturale della città di Cagliari. In effetti come capita ancora oggi, che hanno nel loro convento anche classi di scuola media.
Ma il fatto più significativo e importante per la storia editoriale fu l’apertura nella seconda metà del Seicento, di due tipografie, che si affiancavano a quella già esistente dal 1560, istituita dal vescovo iglesiente Nicolò Canelles, cosa che non si ripeterà nel Settecento. Ciò significa che aumentò l’interesse verso la stampa e verso il lavoro tipografico e che vi fu una maggior richiesta di libri e di vita culturale più intensa; questo perché a Cagliari esiste¬vano ormai tutti gli ordini di studi, dalla scuola primaria in mano non solo dei religiosi conventuali ma anche per l’istituzione di scuole da parte del Comune affidata agli scolopi, sino all’università, sorta a Cagliari nel 1626, in cui insegnavano in maggioranza gesuiti ma anche carmelitani e mercedari. Ritornando alla stampa, anche nel convento venne impiantata una tipografia con un torchio per la stampa di testi e una sala di composizione in cui videro la luce per un periodo di circa un cinquantennio, fino al 1720, opuscoli, libretti, raccolte, testi scolastici, perfino di carattere profano, testi di studio e ristampe di opere che riguardano la storia della Madonna di Bonaria e quella dei Mercedari, di cui occorrerebbe fare uno studio più dettagliato.
La tipografia di Bonaria, con la sua attività diede notevole contributo al progresso culturale sardo. Nella secolare storia della stampa sarda, e cagliaritana in particolare, di cui buona parte è ancora da scrivere, il convento di Bonaria fu quindi in prima fila contribuendo assai alla sua storia.Dal convento mercedario cagliaritano sono usciti ottimi studiosi, valenti teologi ed illustri oratori, che hanno lasciato dietro di sé tracce indelebili.
Tra gli oratori del Seicento cagliaritano voglio ricordo Francesco Boyl, Fulgenzio Cocco, Pier Andrea Acorrà e Matteo Con tini.
Il primo nacque in Alghero nel 1595 dal Barone di Putifigari, gentiluomo sassarese che vendette il feudo per un tracollo finanziario; Francesco Boyl entrò giovanissimo nel convento mercedario di Cagliari, dove compì gli studi filosofici e teologici. Passò poi in Spagna e segui gli studi accademici nell’università di Alcalá de Henares, un centro culturale a qualche chilometro da Madrid. Terminati gli studi ne divenne reggente della provincia mercedaria di Aragona e quindi cattedratico di Teologia nientemeno dell’Università di Saragozza. Fu, in seguito, visitatore di alcuni conventi mercedari in Spagna, che dipendevano allora dal sovrano, come lo era quello di Cagliari. Tornato nel capoluogo sardo per dedicarsi alla predicazione, fu proposto dal parlamento sardo, che allora prendeva nome di Stamenti sardi, come alto prelato di una delle sedi vescovili vacanti della Sardegna; così nel 1653 il pontefice lo nominò ve¬scovo di Alghero. Non poté raggiungere la sede algherese, poiché la popolazione di quella città era affetta dalla peste che l’aveva colpita qualche mese prima. Restò perciò nel convento di Bonaria, dove morì nel 1656, colpito anch’egli dallo stesso morbo, che desolò la città di Cagliari dal 1652 al 1656 e che fece moltissime vittime.

Di quella peste vi è ricordo ancora oggi poiché la Municipalità cagliaritana provvede ogni anno alla celebrazione della festa in onore di Sant’Efisio martire, protettore della città, il quale la salvò dal flagello. Infatti nel 1656 alla cessazione del morbo, che portò via più della metà dei cittadini, si celebrò con solennità una processione con la statua, posta in un cocchio dorato, del santo martire cagliaritano, protettore della città, portandola a Nora, nel luogo del martirio, dove si trovava una chiesa eretta a ricordo del supplizio. Dal 1657 quindi Cagliari ricorda tutti gli anni la fine della peste ottenuta per intercessione del santo cagliaritano. Mai si interruppe 1′annuale ricorrenza, né quando nel 1793 i francesi sbarcarono accanto a Cagliari – ributtati in mare con la protezione di Sant’Efisio – né nel maggio del 1943, dopo che Cagliari soffrì i bombardamenti da parte degli aerei americani, e la popolazione abbandonò la città per rifugiarsi nell’interno dell’isola. Anche la statua della Madonna di Bonaria fu portata in processione nel 1656 per intercedere dalla Madonna la fine del flagello.
Ritornando al vescovo Boyl, c’è da dire che fu sepolto nel reale convento di Bonaria, che lasciò fama di essere stato uomo virtuoso e dottissimo e che donò molti scritti pronti
ad essere dati alla stampa. Alla cattedrale di Alghero il prelato mercedario fece dono di una preziosa gioia di corallo, che conteneva delle reliquie di alcuni martiri. Ancora oggi questa reliquia viene esposta alla adorazione dei fedeli. Quando egli dimorava nel convento di Valenza, in Spagna, provvide, nel 1631, alla pubblicazione della sua omelia a “N.S. del Puche, o del Poggio, Camera angelicale di Nostra Signora, patrona della insigne città e regno di Valenza”. Lo scritto di Francesco Boyl è molto importante per noi sardi non solo perché egli prende le difese della santità dell’arcivescovo cagliaritano San Lucifero, ma an¬che perché, nell’appendice dello scritto, si trova una interessantissima descrizione della Sardegna, che mi consta poco nota, e parla a lungo del Santuario di Bonaria. Questo libro non si trova nelle biblioteche sarde. Io l’ho potuto consultare nell’archivio della biblioteca universitaria di Barcellona. Nel 1645, in Madrid, il Boyl pubblicò una raccolta dei suoi numerosi panegirici tenuti nei vari conventi mercedari della Spagna. Ricordo questo illustre figlio della comunità mercedaria, perché al convento di Bonaria ha donato in lascito la sua biblioteca, che aveva raggiunto la fama di essere la più ricca e numerosa per quei tempi in Sardegna. Si dice che i suoi libri sono andati completamente dispersi. Infine si ha notizia che l’alto prelato mercedario lasciò fama di essere stato uno dei figli più illustri dell’ordine dei Mercedari.

Del cagliaritano Fulgenzio Cocco si sa che nacque nella prima metà del Seicento e che morì in Cagliari nel 1690. Fu abile oratore, buon teologo, lettore e visitatore del suo Ordine in Sardegna e priore del convento di Bonaria. Viaggiò moltissimo per la Spagna, le Fiandre, l’Italia, la Francia e la Germania. Lasciò uno scritto sulla genealogia dell’illustre casato degli Egmont, la cui prima parte, nella quale si trova inserita una immagine del viceré di Sardegna duca di Egmont, vide la luce, in Cagliari, qualche anno dopo. Probabilmente una prima edizione fu stampata in Madrid nel 1678. Negli anni in cui reggeva il convento mercedario di Bonaria diede alle stampe un volume sulla storia della Vergine di Bonaria, in cui riportò, con dovizia dì particolari, documenti sulla fondazione del convento e presentò i prodigi della Madonna che si venera sotto il titolo di Bonaria.
Il terzo mercedario da ricordare è Pier Andrea Acorrà, lettore di Teologia, nato a Cagliari intorno agli anni Trenta del XVII secolo. Ancora giovane, entrò nel convento di Bo¬naria, dove si addottorò in Teologia e vi insegnò per alcuni anni. Si trasferì nei conventi di Gerona e Barcellona e quindi passò a Roma per insegnarvi. Nel 1681 tornò a Cagliari e fu reggente degli studi del convento e poi espletò la carica di Visitatore sinodale della diocesi cagliaritana. Morì in Cagliari tra il 1689 e il 1690. Di lui restano molte orazioni, pubblicate postume nel 1702 dal suo discepolo, il padre Matteo Contini, che le dedicò al letterato cagliaritano Salvatore Zatrilla, fratello del più noto Giuseppe, sotto il titolo di “El fénix de Sardeña, oraciones postumas del P.R.P. Fra Pedro Andrés Acorra”. Era più noto Giuseppe Zatrilla perché fu un grande nobile cagliaritano che scrisse un romanzo pubblicato a Napoli, nel 1678 il primo volume e nel 1688 il secondo; e fu anche il capo del¬la nobiltà sarda qualche anno dopo. Era più noto del fratello Salvatore anche perché è inserito nella storia letteraria e in quella politica della Sardegna. Altre composizioni del 1′Acorrà sono sparse in altre raccolte, edite in Spagna.
Del mercedario Matteo Contini, valente cronista del Seicento, figura eminente nella storia e nella vita mercedaria sarda, nato a Cagliari negli anni Quaranta del XVII secolo, si sa che provvide ad installare nel convento di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida del tipografo Onorio Martin, una tipografia: la prima nell’isola di proprietà di ecclesiastici. Si può affermare che la stampa cattolica nacque proprio con Matteo Contini, che nel 1704 descrisse la città di Cagliari nella sua interessantissima storia sulla vergine di Bonaria, dedicata a Donna Maria Sanjust, a molti, forse, tuttora sconosciuta. Per molti anni il Contini, che morì in Barcellona, il 15 marzo 1717, anno in cui l’isola di Sardegna, che era stata conquistata nel 1708 dagli austriaci, ricadeva nelle mani degli spagnoli, che la tennero per altri tre anni, quando la Sardegna passò ai Savoia. Il Contini insegnò teologia scolastica nel convento mercedario di Cagliari, dove aveva compiuto gli studi. Fu anche maestro e provinciale d’Aragona e fu considerato uno dei più illustri mercedari assieme al Brondo.
Del Padre Matteo Contini restano due scritti. Una lunga orazione di Pier Andrea Acorrà, di cui fu discepolo, pubblicata e commentata dal Contini, con il titolo “Fenice della Sardegna”, in cui tesse la storia delle gesta delle potenti famiglie nobili sarde. Lo scritto è in castigliano e quindi sarebbe bene una edizione italiana perché servirebbe per meglio conoscere la storia della società sarda durante il periodo spagnolo.
Il secondo scritto del Contini, stampato a Napoli, nel 1704, come detto prima, è una splendida relazione sulla fondazione del Convento e del Santuario di N.S. di Bonaria. Una copia, non l’unica, poiché un’altra si trova nella biblioteca Comunale di Sassari. A quanto si legge nel Ciasca, esiste nella Biblioteca dei Mercedari e porta il titolo “Compendio storico del miracoloso arrivo di N.S. di Bonaria nel reale convento dei mercedari della città di Cagliari”. Sarebbe molto giusto provvedere alla sua ristampa con la traduzione a fronte, poiché è uno scritto di notevole importanza: vi è inserita una storia generale della Sardegna fino alla fine del Seicento ed una pregevole descrizione molto particolareggiata della toponomastica di Cagliari del XVII secolo.
In questa descrizione il padre mercedario presenta la città simile ad un’aquila in volo, la cui testa è “II Castello”, situato su di un monte, mentre il corpo, molto sviluppato, è la Marina, racchiusa da mura, che ad oriente si uniscono al Baluardo dello Sperone e ad occidente a quello del Balice. Le ali dell’aquila sono rappresentate dagli altri due quartieri, quello a destra Stampace e quello a sinistra Villanova. Tutti i quartieri hanno le porte d’accesso e nel Castello si possono ammirare le possenti tre torri pisane e diversi palazzi che servono da merli alle mura. Vi risiedono le alte cariche dello Stato e del clero e si trovano le dimore dei nobili, alcune chiese e diversi monasteri oltre agli istituti di istruzione dei gesuiti e degli scolopi, compresa l’Università.
Per tutti i quartieri lo storico mercedario presenta una situazione piuttosto urbanistica che storica, ma non per questo meno importante, dato che ha modo di darci notizie di chiese, di monasteri, di monumenti e di luoghi che oggi non esistono, e quindi affermano che lo scritto è di grande utilità come fonte documentale per la storia della città di Cag1iari.
Altro mercedario illustre fu l’algherese Ambrogio Machin, da molti conosciuto col nome di “Maquin”. Ma si legge Machin perché il ch spagnolo si legge ci. Nato nel 1580, il Machín studiò in Alghero, poi passò in Cagliari ed entrò nel convento di Bonaria. Passato in Aragona, vi studiò e si laureò in teologia, materia che in seguito insegnò per vari anni. Divenuto superiore della casa professa di Barcellona, passò a dirigere l’ordine mercedario e nel 1621 il sovrano di Spagna Filippo III lo propose per la sede vescovile della sua città proposta accettata dal papa. Nella sede algherese si dedicò alla vita pastorale e nel frattempo pubblicò il sermone letto in occasione della beatificazione di San Francesco Borgia, in Sassari nel 1624, tenuto nel collegio della compagnia di Gesù della città turritana, nel cui frontespizio vi è un’incisione con il monogramma dei Gesuiti.
Alcuni anni dopo la morte dell’arcivescovo spagnolo de Esquivel, passò alla sede primaziale di Cagliari, — forse lo si conosce col nome italianizzato di questi anni “escuivel”, perché alcuni anni fa gli è stata intitolata una strada accanto al seminario di Cagliari.
Ambrogio Machín è stato il primo sardo ad essere stato nominato primate di Sardegna e di Corsica, a testimonianza che ormai era possibile ai prelati sardi essere indicati al papa nella carica religiosa più alta della Sardegna, da parte dei sovrani spagnoli, che avevano la facoltà di pro¬porre al Santo Padre la nomina dei vescovi nell’isola. Essendo nel frattempo cominciata l’attività didattica nella nuova sede universitaria di Cagliari, il Machín ne divenne primo rettore. A lui si devono i commentari della prima parte della Summa Tomistica, stampati a Madrid nel 1621, che ebbero una seconda edizione a Cagliari, l’anno successivo, con la dedica al papa Urbano VIII.Nel 1632 il Machín pubblica, nel capoluogo sardo, il sermone predicato per il oto e per il giuramento delle Corti parlamentari sarde a favore della Concezione della Vergine, tenuto l’anno prima; dell’avvenimento restano un dipinto situato nella cappella di Sant’Isidoro, nel transetto di destra della cattedrale, e una cronaca, stampata nello stesso anno, del segretarie comunale di Cagliari, Francesco Carnicer, letta alla presenza del viceré di Sardegna don Gaspare Prieto, vescovo di Alghero, e di altre personalità. Nel 1635 il Machín provvide alla stampa di uno scritto a difesa della giurisdizione dei tre ordini cavallereschi in Sardegna, di cui un’altra edizione si stampò l’anno successivo a Palermo, con una dedica al marchese di Alliastro.
Dopo un viaggio per più di un anno a Roma e a Napoli, al ritorno alla sua sede episcopale di Cagliari, Ambrogio Machin pubblica, nel 1638, gli atti del sinodo diocesano, di¬viso in 33 sezioni, tenuto a Cagliari l’11 gennaio della stesso anno, e le norme per la tassazione funeraria per i nobili e i poveri e alcuni altri uffici per il Capitolo, per i Beneficiati e per il clero della cattedrale. Nel 1639 vede la luce un suo trattato, in latino, in difesa della santità di San Lucifero, in cui si trova la notizia che, se l’archivio di Cagliari non avesse preso fuoco, egli avrebbe avuto la possibilità di consultare altri atti più antichi, dei quali si sarebbe servito per una più consistente valutazione della santità del beato Lucifero, arcivescovo di Cagliari dal 350 al 370.
Caduto ammalato, il Machin cessò di vivere il 13 ottobre del 1640. Una biografia più particolareggiata sull’arcivescovo mercedario di Alghero si trova nel “Dizionario bio¬grafico degli uomini illustri di Sardegna” di Pasquale Tola, di cui consiglio una attenta lettura. Del suo ministero pastorale e della sua opera in generale si vedano l’opera di Luigi Cherchi “I vescovi di Cagliari” e la tesi di laurea del compianto vescovo di Nuoro, monsignor Melas.
Antioco Brondo, mercedario considerato il primo storico sardo dell’ordine e del quale si sa che nacque a Cagliari nel 1548, entrò a studiare nel convento mercedario all’età di 12 anni. Fu dottore in teologia dell’Università di Pisa e dimorò a lungo nei conventi mercedari di Spagna e d’Italia. Fu nominato Commissario generale della Provincia di Sardegna. Di lui resta un “Commentario” edito in Roma nel 1612 e una relazione storica, in castigliano, della fondazione del convento di Bonaria, stampata in Cagliari nel 1595 nella tipografia del vescovo Canelles. Antioco Brondo fu venerato come santo dopo la sua morte avvenuta in Cagliari, nel convento di Bonaria, nel 1628. Un altro libriccino, di cui si sono perse le tracce, riguarda le indulgenze concesse alla confraternita di Nostra Signora della Mercede, di cui non si hanno notizie. Questo scritto fu pubblicato dal Brondo in Cagliari nel 1604; può considerarsi una parte o la continuazione della relazione storica. Per inquadrare storicamente la questione di N.S. di Bonaria e del santuario, nell’anno accademico 1973/74 la mercedaria Teresa Grasso compilò una tesi dal titolo “L’ordine Mercedario in Sardegna”, con documenti dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona.
Forse sono stati 6 gli arcivescovi cagliaritani che provenivano dall’ordine Mercedario e sono Giovanni, nel 1401, Antonio II Dexart, 1403-1414; Ambrogio Machin, di cui ho già trattato, Lodovico II Diaz 1686-89; e Bernardo II de Cariñena, 1699-1722 e forse pure il padre Sancio, del 1360. A riguardo delle processioni che si svolgevano durante il Seicento era suggestiva ed anche emozionante quella che annualmente facevano i padri Mercedari. Essi oneravano per riportare nell’Isola i sardi caduti nelle mani dei saraceni e provvedevano al loro riscatto, con la redenzione degli schiavi, che venivano convogliati nel lazzaretto di Cagliari. Dopo la quarantena, si presentavano al Santuario di Bonaria per ringraziare la Vergine e per prepararsi, con un novenario predicato, a quella processione solenne che serviva come coronamento dei festeggiamenti. Nel giorno stabilito per la processione, una volta composto il corteo, il gremio di Sant’Elmo e la confraternita della Mercede, con bandiere, gonfaloni e stendardi in festa, avanzava lentamente per la strada che dal Santuario di Bonaria portava alla contrada de Gesus, l’odierna via Cavour. Seguivano i marinai, poi i Padri mercedari con ceri accesi e gli schiavi liberati, che erano sempre in gran numero. Il corteo ve¬niva chiuso da una sacra immagine della Madonna della Mercede, che veniva trasportata dai confratelli del gremio dei Santelmari. Il corteo osannante si dirigeva verso la cattedrale, tra il tripudio del popolo che innalzava lodi a Dio per aver liberato tanti cristiani, tra spari di razzi e tra colpi di cannone. Interveniva anche la cappella musicale del Duomo, che allietava il corteo con musiche e canti sacri. A porta Villanova gli schiavi liberati e il corteo festante ricevevano il saluto della nobiltà cagliaritana e tutti insieme si recavano al Duomo per ringraziare l’Altissimo. Nella cattedrale l’arcivescovo officiava un pontificale alla presenza di tutte le autorità e teneva un panegirico.
E per finire vediamo cosa scrisse, nel 1611, a riguardo del Santuario di Bonaria, il visitatore generale Martin Carrillo, arcivescovo di Saragozza, inviato dal re di Spagna Filippo III, per controllare lo stato economico-sociale e finanziario della Sardegna. “Fuori della città di Cagliari in un monticello che da antica data chiamano villa di “Buenaire,” e che fu luogo dove l’infante Alfonso pose il suo campo per la conquista della Sardegna e per prendere la città di Cagliari, c’è il convento di Nostra Signora di Bonaria, edificato e donato dal re don Giacomo d’Aragona”. Scrive più avanti il Carrillo che vi sono tre grandi fatti prodigiosi: la statua antica della Madre di Dio, pugnalata da un soldato, la statua della Madonna che arrivò in quel luogo, con il fatto ad essa legato, e la navicella d’avorio di un palmo e mezzo, che lui stesso ha controllato per scorgere come si muovesse, ma non riuscì a vedere nulla e concluse col credere che fosse un miracolo divino. A riguardo del padre Antioco Brondo, scrive che “è maestro in teologia dell’Ordine della Mercede e che in quei giorni non si trovava nel convento perché era a Roma per pubblicare il suo libro sull’Apocalisse”, opera, a detta del Visitatore, dottissima e superba, che lui stesso aveva letto prima che il Brondo partisse per la città eterna. Infine nota che il Padre mercedario aveva già pubblicato, nel 1595, un meraviglioso libro sulla storia e i miracoli del¬la Madonna di Bonaria.
Luigi Spanu

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PREFAZIONE (al lavoro su “Cagliari nel Seicento” di Luigi Spanu) di Cenza Thermes (1)

26 Agosto 2013 Commenti chiusi

Dire che questo nuovo studio di Luigi Spanu sulla vita a Cagliari, durante il Seicento, è una miniera di notizie, è un giudizio che dice e non dice. È opportuno aggiungere subito, ed è essenziale farlo, che le notizie, suddivise e ordinate per capitoli, raccolgono dati, sparsi qua e là, nei più diversi documenti d’archivio, per lo più fino ad oggi inesplorati: ricercarli e 
suddividerli per argomento con l’impegno di non trascurare nessuno degli aspetti della vita cagliaritana del Seicento, è stato dunque un lavoro di impegno serissimo, di pazienza, di fatica e di attentissima rielaborazione e interpretazione dei dati raccolti.
Si è soliti sentir dire che il dominio spagnolo fu la rovina della Sardegna, in tutti i sensi. Ce lo hanno ripetuto a sazietà, fra i grandi del passato, Giuseppe Manno, Giovanni Spano e Dionigi Scano e, fra i più moderni, il Truffi e il Marongiu, sebbene quest’ultimo avanzi dei “distinguo” e delle palesi perplessità.
Chi questo ha affermato in passato, sotto l’impulso di un travolgente entusiasmo per il regno d’Italia nascente e per i suoi esperti manipolatori e chi lo afferma oggi, “tout court”, forse per inerzia forse per aver condotto uno studio non troppo personale e approfondito sui documenti della storia e sulle leggi che
la storia regolano, avrebbe dovuto, o dovrebbe, oggi, aggiungere anche, alle parole di aspra polemica, l’affermazione che ogni dominazione straniera è sempre un male per ogni popolo. Perciò, dunque, come ci dice Luigi Spanu, è giusto anche cercar di mettere in luce quanto di nuovo, di buono e di utile le diverse dominazioni hanno sempre portato con sé, dovunque, insieme al male. 
Come in ogni libro, dice Plinio il Vecchio, attraverso Plinio il Giovane, non tutto è fatto così male che non vi si possa trovare qualcosa di utile, così può dirsi per ogni vita umana, giunta al suo termine, così anche per ogni lunga dominazione e quindi anche per la dominazione spagnola in Sardegna; lo studioso attento, infatti, troverà, fra il male, che certo è tanto, anche il bene, che pure non è poco.
A questa ricerca si è dedicato con passione Luigi Spanu, riguardo al Seicento a Cagliari, così come già, per tutta la Sardegna, aveva cercato di fare Joaquín Arce, il valoroso docente di Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università di Madrid, spentosi un anno fa. La sua importantissima opera,”España en Cerdeña,” tradotta recentemente da Luigi Spanu in lingua italiana, se anche 
è, in certo senso, viziata da una evidente carità di patria che, qua e là, annebbia le carte e oscura il vero, pure ci fa ricava¬re dati e conoscenze nuovissime su quanto la Spagna ha fatto in Sardegna, soprattutto nel suo “Siglo de oro”, che ha lasciato anche fra noi tracce del suo splendore, della sua elegante vita di corte, della sua cultura – è del 1626 l’apertura dell’università cagliaritana – e di tutte le sue tradizioni, molte delle quali possiamo ritrovarle ancora intatte nell’isola e, soprattutto, nel capoluogo.
Ci torna alla mente il lavoro che Roland Mousnier, professore di Storia Moderna nella Facoltà di Lettere della Sorbona, ha di recente dato alle stampe: si tratta dell’opera “Parigi capitale nell’età di Richelieu e di Mazzarino”, che inquadra tutto ciò che riguarda la società, la struttura urbanistica, la storia della popolazione e la rinascita del movimento religioso, a Parigi, fra il 1610 e il 1661. Luigi Spanu affronta gli stessi problemi, per Cagliari, durante il Seicento e li svolge con ampio respiro e abbondante documentazione.
L’Autore ha diviso il suo lavoro che, nel suo complesso, possiamo affermarlo, è del tutto originale, in cinque parti, più un orientamento bibliografico che è assai più di una semplice bibliografia, alla quale potrà fruttuosamente attingere chi vorrà approfondire qualcuno degli argomenti che l’autore, per necessità di spazio, ha soltanto sfiorato, dando il “la” ad altri.
Nella prima parte Luigi Spanu ci presenta la città nel suo tessuto urbanistico e toponomastico, suddiviso per quartieri: Castel¬lo, Sa bidda de Stampaxi, Biddanoa, La Pola, e nei borghi di Santa Tenera, di San Bartolomeo e di Santu Lianu Conti. Sono ricordati anche il castello di Bonvehì (San Michele) e il Mons Vulpinus (Monte Urpinu).
Le notizie sono precise e documentate, spesso anche attinte di prima mano a fonti scarsamente note o del tutto sconosciute, come quando compare il riferimento a un convento di monaci e a una chiesa di Sant’Andrea, dentro un enorme spelonca, a Stampace, o ci viene illustrato il cavalcavia che, dalle mura del palazzo viceregio, portava a Villanova e si afferma come certa l’esistenza di una fitta rete di cunicoli sotterranei in tutto il Castello.
Possiamo anche dire che di prima mano è tutto l’itinerario, seguito con precisione su fonti dell’epoca, che ci guida fra le mura, le porte e le torri che cingevano la città nel Seicento.
Appaiono, in questa parte, anche i primi accenni sulla vita economica, sociale e culturale della città e un esame attento delle vecchie strade, con le antiche denominazioni e delle nuove chiese sorte nel XVII secolo, in un’atmosfera di rinnovato ardore religioso che ci veniva dalla Spagna.
Nella seconda parte, l’autore, all’inizio, ci presenta, con ordine e con estrema chiarezza, la complessa organizzazione politico-militare ed amministrativo – giudiziaria del regno, in vetta alla quale stava il viceré, i cui poteri erano quasi assoluti e le cui azioni non sempre erano oneste, come l’autore ci fa risultare, parlando delle ispezioni condotte per ordine del re dai vari Visitatori Generali (Luigi Spanu ne conta ben 24 fra il 1558 e il 1699).
Alla base, però, di tutta la legislazione spagnola in Sardegna, osserva Luigi Spanu, rimane la Carta de Logu, con le aggiunte e le modifiche dei decreti viceregi e delle prammatiche reali. In questa parte, l’autore lamenta la mancanza di una storia completa dei Parlamenti, cioè di quell’organo che si riuniva ogni dieci anni, con cui i Sardi facevano giungere la loro voce al 
sovrano e i cui lavori, che duravano circa un anno, erano sconvolti spesso dalle lotte fra il viceré e i suoi funzionari da una parte e dall’altra i componenti dei tre Bracci, spesso anch’essi in lotta fra loro per i motivi più diversi. Luigi Spanu mette in evidenza, senza pietosi veli, queste controversie e si duole del fatto che il viceré non potesse mai essere un sardo.
Segue un elenco di tutti i viceré‚ che si susseguirono lungo il corso del secolo, a cominciare dal Coloma fino al Solis Valdebarrano, con brevi cenni sull’operato di ciascuno di essi. Il quadro si completa con le notizie sulla Magistratura Civica Cagliaritana, di tipo catalano, che agiva con una sufficiente indipendenza. 
Luigi Spanu ci fa notare la sua azione benefica nel campo della cultura e degli studi in genere, poiché‚ dopo l’istituzione degli Studi Primari gratuiti e dell’Università, la Magistratura Cagliaritana si fece carico degli oneri più gravi per il loro funzionamento. Molte pagine sono dedicate a presentarci e a commentare i molteplici compiti di quest’organo, che funzionava nelle mani dei Sardi e dal quale erano esclusi i nobili.
La terza parte è dedicata, in primo luogo, alla vita economica e alle attività industriali in genere. Lo Spanu, anche a questo proposito, lamenta la mancanza di studi approfonditi, che potrebbero invece essere effettuati, poiché i materiali esistono. 
Comunque, servendosi di quelle fonti che già si conoscono, egli ci dimostra come il movimento del porto cagliaritano fosse nel Seicento, piuttosto intenso: anima di esso era una classe mercantile, in prevalenza genovese, che si fermò alla Marina, il quartiere dove si verificò un rapido sviluppo urbanistico; il Castello, però, mantenne sempre la sua posizione di preminenza, anche in questo campo.
Intensa l’attività artigiana in tutti i quartieri, dove i lavoratori si riunivano nei gremi, quelle associazioni cioè che regolavano tutto il mondo del lavoro, ma influivano non poco anche sulla vita comunitaria della cittadinanza, come lo Spanu ampia¬mente illustra più avanti, in questa stessa terza parte, nella quale opportunamente, per quanto non presentino aspetti evidenti di carattere economico, tratta anche delle confraternite, numerose e frequentatissime nel Seicento, che, sotto certi aspetti, possono ricollegarsi ai gremi. L’azione delle confraternite, di chiara derivazione ispanica come i gremi, non solo si riferisce, infatti alla condotta religiosa dei singoli soci, ma investe tutta la complessa vita cittadina, in una specie di missione 
apostolica laica. Ed anche a questo proposito Luigi Spanu lamenta l’assenza di uno studio unitario e approfondito, ci dà un quadro generale di tutte le confraternite e mette in rilievo quei particolari momenti in cui tutta la città rimaneva coinvolta nelle loro attività: il momento, in primo luogo, della Settimana Santa.
Anche le industrie ricevettero, in confronto al periodo aragonese, un notevole impulso. Su tutte le attività, in questo campo, prevalse l’esportazione del sale, lavorato localmente. Il governo spagnolo, dice Luigi Spanu, provvide a favorire anche la coltivazione dell’olivo e quella del gelso, collegata con l’introduzione dell’industria della seta e la piantagione della canna da zucchero, con la conseguente fabbricazione del prodotto pronto per l’uso domestico. Né mancano altre concessioni per favorire alcune industrie nascenti. Tutto ciò portò, naturalmente, ad una attività commerciale più intensa e quindi a possibilità di un più elevato benessere.
Le ultime pagine della terza parte sono dedicate all’attività della Zecca, saltuaria nel Seicento, alla circolazione delle varie monete, alla frequente coniazione di moneta falsa, in auge allora come oggi, e ai rimedi escogitati da Carlo II per eliminare questa piaga.
Mi riesce impossibile dare un cenno su tutte le diverse tematiche delle parti terza e quarta, che riguardano la vita sociale e culturale nella Cagliari del Seicento, a causa della loro ampiezza e della quantità straordinaria degli argomenti trattati. 
Penso, però, di dover affermare almeno che queste sono le parti che meglio danno un’immagine viva della vita cagliaritana in questo secolo, che non fu squallida e spenta, come molti credono, ma, chiarisce Luigi Spanu, offrendoci un materiale abbondantissimo, fu invece il momento più ricco di linfe creatrici. Interessantissime sono anche tutte le notizie che riguardano le usanze dei nobili, dei borghesi, quelle meno “eclatantes! del popolo e quelle del clero, delle quali lo Spanu ci offre un quadro che ne tocca tutte le sfumature, compresi i giochi, i tornei, le cacce, le feste e le processioni, le serenate, i concerti, i canti e le manifestazioni teatrali a diversi livelli. Particolare rilievo viene dato all’intensa opera dei vari arcivescovi e alle molte feste celebrate durante l’anno dai gremi, dalle confraternite, dagli ordini religiosi e dalle parrocchie, come pure ricche sono le notizie riguardanti il Carnevale e le maschere, l’alimentazione e l’abbigliamento, tutte usanze nelle quali forti sono gli influssi della Spagna, come, del resto, in tutte le manifestazioni cui si è fatto cenno.
La quarta parte del lavoro di Luigi Spanu è rivolta al mondo della cultura e delle arti. Con l’istituzione dell’Università e delle scuole tenute dai Gesuiti e dagli Scolopi, la cultura fa un balzo in avanti, aprendosi all’Europa, quantunque più che mai stretti fossero i legami con la Spagna. Questo nuovo fervore verso gli studi fu favorito anche dal potenziamento della stampa e a questa attività, di così evidente importanza, Luigi Spanu dedica molte, accurate schede, come pure molta attenzione egli pone nel rilevare l’uso della lingua castigliana nelle opere letterarie dei Sardi, mentre il campidanese e il cagliaritano continuavano a vivere, in città, nella vita di tutti i giorni, nelle chiese e nella drammaturgia sacra, rivolta particolarmente al popolo.
Per quanto riguarda l’arte, Luigi Spanu ci offre notizie sufficienti per illustrare lo sviluppo, soprattutto, dell’edilizia sacra, della pittura, della scultura, delle attività musicali in genere e delle arti minori, mentre l’esame si fa più approfondito per quanto riguarda i poeti, i romanzieri, i cronisti, gli storici, i giuristi e i teologi: i letterati, insomma. E, a questo punto, mi è proprio impossibile offrire ai lettori una traccia del lavoro di Luigi Spanu, poiché‚ i nomi sono veramente tanti e stanno a dimostrare, afferma l’autore, che anche nel campo della letteratura in genere, la vita cagliaritana, nel Seicento, fu quanto mai fiorente e importante.
Chiudono questo poderoso lavoro un breve quadro degli avvenimenti del secolo e alcune pagine in cui, con un soffio di fantasia, raro nel resto dell’opera che risente della mentalità oggettiva dello storico più che di quella del poeta, ci viene offerto lo spaccato di una intera giornata, in città, dal mattino alla notte.
E qui dovrei tentar di fare un riepilogo conclusivo. Ma, dopo quanto ho scritto, questo passo mi sembra superfluo.
Sento però di dover dire che la fatica affrontata da Luigi Spanu, con pazienza e passione, merita il plauso di quanti hanno a cuore la vera storia della nostra città e desiderano vederla, conoscerla e rivalutarla, contro le opinioni superficiali correnti, nei suoi momenti più felici e fortunati, durante la dominazione spagnola che, nel Seicento, accese delle sue luci il mondo cagliaritano, in tutti i suoi aspetti, prima del fatale declino.
Settembre 1983
(1)THERMES CENZA (Sinnai 1913-Cagliari 2009). Figlia dell’alto magistrato Ettore. Ha profonda conoscenza delle tradizioni popolari sarde e cagliaritane. Laureatasi in Lettere antiche nell’Università di Cagliari, ha insegnato per molti anni, poi, per alcuni lustri è stata Preside di scuole medi. Scrittrice di grande valore, nel 1980/81 ha pubblicato “Cagliari, amore mio” una guida storica, artistica e sentimentale della città di Cagliari, con numerosissime illustrazioni antiche e moderne. A tali volumi, altri ne sono seguiti, tra cui vanno ricordati: “S. Efisio Story”, “Iuan Francisco Carmona”, “Sigismondo Arquer”, “La settimana Santa”, “Valse oublièe”, “I versi di Francesco Alziator”, “In ombra e luce, Cagliari”, “E a dir di Cagliari”, “Il mio Giorgio Aleo e la sua ‘Historia’” e “Nuoro – 1984”. Ha collaborato spesso con il quotidiano “L’Unione Sarda”, con il settimanale “NuovOrientamenti” e con altri periodici isolani. Le è stato conferito il premio “Eleonora d’Arborea” istituito dall’International Inner Wheel Club di Cagliari con l’alto riconoscimento di “Donna dell’anno”. CASTELLO. IL CUORE STORICO DI CAGLIARI (2007)-

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PROBLEMA DEI NEOLOGISMI CATALANI E CASTIGLIANI NEL DIALETTO CAMPIDANESE IN EPOCA STORICA di Luigi Spanu

25 Agosto 2013 Commenti chiusi

Con questo scritto intendo dare un contributo alla questione che si va dibattendo in questi anni sui neologismi nella lingua sarda. Così prendo lo spunto per vedere qual era la situazione in Sardegna nel Trecento quando l’Isola si predisponeva ad accogliere un nuovo conquistatore.
A detta di Francesco Alziator,la lingua, che è sempre il miglior indice della profondità della penetrazione di una cultura e di conseguenza anche delle tradizioni, dimostra che non vi è settore della vita cagliaritana dove non sia tuttora chiara ed inequivocabile la potenza e l’imponenza dell’elemento catalano e di quello castigliano.
E’ indubbiamente importante e necessario conoscere la vita dei sardi durante le diverse fasi delle varie dominazioni passate sulla nostra terra, non per fare confronti, o per esaltarle o condannarle; con una conoscenza più adeguata e approfondita, si potrà avere un quadro più reale dell’evolversi della civiltà sarda nei secoli e rendersi conto delle conquiste sociali raggiunte dagli isolani nei periodi di queste dominazioni.
Mentre in altro studio ho presentato la situazione della lingua sarda nei confronti di quelle catalana e castigliana, osservando come queste tre realtà linguistiche riuscissero a convivere, senza che la lingua sarda venisse annientata o fagocitata, – anzi abbiamo notato come la lingua dei nostri avi avesse attinto nuovo vigore e nuova linfa a contatto con queste due civiltà, tanto da allargare il proprio lessico -, qui parlerò delle parole, dei termini e dei modismi attualmente in uso nel dialetto campidanese che, nei primi momenti della dominazione ispanica, si considera¬vano neologismi.
Innanzi tutto dobbiamo dire che non esistono studi che abbiano messo a fuoco quali furono i neologismi che la parlata campidanese accolse nei primi momenti in cui si trovò a contatto con la lingua dei dominatori di turno – gli aragonesi e i catalani – e trasportò nel suo linguaggio quotidiano, sia perché non doveva avere il termine appropriato nella propria lingua, per indicare un certo oggetto, una situazione nuova, un comportamento, sia perché il nuovo termine doveva essere più attuale e comprensibile di quello già in uso.
E quanto sarà stato per la lingua sarda nei confronti del catalano, così sarà stato anche nei confronti del castigliano, che si sovrappose al catalano quando i nuovi dominatori, sempre dell’area iberica, non furono più gli aragonesi, ma i castigliani.
Perché non è stato fatto ancora uno studio sui neologismi castigliani, si chiederanno i lettori? Era forse difficile reperire strumenti atti al riscontro dei vocaboli nuovi inseriti nella parlata campidanese?
Alla prima domanda rispondo che gli studiosi di linguistica sarda non si sono posti il problema dei neologismi catalani e castigliani, problema invece molto presente attualmente e parecchio dibattuto in questi ultimi anni, poiché tutte le parlate dialettali sarde attuali sono attaccate in massa dai neologismi di nuove entità linguistiche.

Alla seconda domanda si può rispondere che pochissimi, o quasi inesistenti, fino ai nostri giorni, sono gli strumenti atti a controllare quali parole e modi di dire siano entrati nel campidanese durante il dominio ispanico. Ciò è dovuto al fatto che non è stato ancora ricostruito un modello della vera lingua sarda del periodo precedente all’arrivo degli aragonesi.
Il solo scritto in sardo dell’area cagliaritana giunto ai nostri giorni è la “Carta de Logu”, che però compare in pieno dominio aragonese, essendo del 1395, anche se il regno d’Aragona non dominava ancora nel Giudicato d’Arborea, dove fu redatta la Carta.
E’ andata persa la “Carta de Logu cagliaritana”, rimasta in vigore per i sardi anche durante il periodo pisano e in parte del periodo aragonese; questa fu abolita nel 1421 dai nuovi dominatori, quando fu estesa a tutta l’isola la “Carta de Logu arborense” emanata dalla giudicessa Eleonora d’Arborea; la “Carta arborense” fu ristampata diverse volte nel Cinquecento e nel Seicento, in pieno dominio spagnolo, sia in sardo che in castigliano, poiché era in uso anche nella legislazione aragonese e spagnola.
Ora, grazie allo studioso Mario Tangheroni, che ha rintracciato, qualche anno fa, alcuni capitoli della Carta de Logu cagliaritana, sebbene i frammenti ritrovati sono in lingua pisana, possediamo un altro documento molto importante per la conoscenza della lingua sarda meridionale precedente all’arrivo dei Pisani. Restiamo sia in attesa della stampa integrale del testo, sia del ritrovamento di quella del Giudicato di Cagliari (cfr. Mario Tangheroni, “Di alcuni ritrovati capitoli della ‘Carta de Logu cagliaritana’: prima notizia, in “Studi storici in onore di Gianni Todde”, A.S.S., vol. XXXV, Cagliari 1986).
Siamo in possesso anche di carte volgari in antico campidanese (cfr. P.E.Guarnerio, “L’antico campidanese dei sec.XI-XIII secondo le antiche volgari dell’archivio arcivescovile di Cagliari”, Perugia,1906 ), che potranno essere utili per uno studio sul problema del campidanese prima della dominazione pisana e di quella iberica.
In chiusura presenterò un brevissimo elenco di termini che, a mio giudizio,erano certamente nuovi per il sardo-campidanese del Trecento. In questo elenco si metteranno in risalto i termini ancora in uso nella parlata attuale di provenienza catalana o castigliana.
Ora è necessario presentare, molto succintamente, un quadro storico-linguistico di come venne a trovarsi la Sardegna nel periodo in cui si verificarono le varie situazioni sopra descritte, anche perché tra i lettori, forse, vi saranno persone che non sanno che prima l’Aragona e poi la Spagna dominarono per secoli nella nostra Isola.
Sebbene la dominazione spagnola in Sardegna storicamente abbia avuto termine nel 1720 con il passaggio dell’isola ai Savoia,(a seguito del trattato di Londra del 1718), nelle diverse parlate attuali, ma soprattutto in quella campidanese, permangono moltissime parole catalane e numerose castigliane; il che dimostra che la colonizzazione degli Aragonesi e Catalani prima, e dei Castigliani poi, fu tanto profonda nel corso di ben quattro secoli, (ossia dal 1323, anno dello sbarco a Palmas dell’esercito aragonese al comando dell’infante Alfonso, che prese possesso militarmente dell’isola, al 1720, anno in cui la Sardegna, staccata dalla politica spagnola, entrò nell’orbita della storia sabaudo-piemontese).
Ancora oggi, infatti, dopo circa duecentosettant’anni, nella parlata dialettale di quella vasta area del Campidano e dei quattro quartieri cittadini e delle zone limitrofe, (dove si ode ancora il linguaggio dei nostri padri, che non è morto e non morirà mai, sino a quando vi sarà un sardo), si possono rintracciare numerosissime parole che derivano dal dialetto catalano e altrettante dalla lingua castigliana, e che nel lontano Quattrocento e nel Seicento potevano considerarsi neologismi.
I moltissimi neologismi entrati nell’uso quotidiano di allora, che designavano oggetti, comportamenti, istituzioni, tipici di quell’epoca, non hanno snaturato per nulla il campidanese, come non lo è stato per le altre parlate dell’isola; anzi ne hanno arricchito il vocabolario, come avviene oggi con i neologismi italiani e soprattutto con quelli inglesi.
L’influsso ispanico rimane non solo nel lessico, ma anche nella stessa costruzione e nella sintassi. Molte frasi della parlata campidanese mantengono la stessa costruzione che hanno ancora oggi nel castigliano; come, per esempio, la forma italiana dell’imperativo negativo all’infinito: in spagnolo si ha il congiuntivo presente, come lo si ritrova nel campidanese: “no te preocupes”, spagnolo, “non ti preoccupi”, in campidanese.
La penetrazione della lingua catalana nel sardo ebbe inizio nel lontano quattordicesimo secolo e continuò per due secoli, mentre quella castigliana iniziò alla fine del quindicesimo secolo, si consolidò nel successivo, e si completò nel diciasettesimo; sicuramente in quel secolo l’animo dei sardi era tanto spagnolizzato in tutti i suoi molteplici aspetti, che anche le opere letterarie vennero scritte in uno spagnolo più fluido e appropriato, come
ispaniche furono le espressioni artistiche della pittura e scultura, della musica, del canto e del ballo, delle arti minori e delle funzioni religiose.
A riguardo dello spirito spagnolo, che ancora oggi è possibile trovare nell’animo dei sardi, Francesco Alziator, noto studioso delle tradizioni popolari e del folklore isolano, ha scritto in “La città del sole” che anche nei nomi cagliaritani delle confraternite e dei confratelli, quali “germendaris”, “germanus”, “cunfraternitas”, “cunfradis”, sono palesi, come generalmente avviene per quanto si riferisce alla vita religiosa,agli elementi spagnoli.
E se vogliamo ritrovare termini catalani e spagnoli che si riferiscono alle diverse tappe della vita, dalla nascita alla morte, è sempre Francesco Alziator che ci viene incontro.
Infatti, sempre in “La città del sole” si possono trovare moltissimi termini che, certamente neologismi allora, si ritrovano nel campidanese attuale.
A riguardo degli influssi linguistici ispanici nell’isola, ci aiuta il saggista e studioso spagnolo Joaquín Arce, già Lettore di Lingua spagnola nel Magistero di Cagliari, scomparso qualche anno fa a Madrid; nel suo testo, di notevole importanza per la conoscenza dei molteplici aspetti della realtà aragonese e castigliana, edito nella capitale della Spagna nel 1960 “España en Cerdeña” (“La Spagna in Sardegna”, Cagliari,1982), Arce asserisce che nella grande pianura del Campidano, a sud dell’isola, come lingua è usata una variante sarda, la campidanese, alla quale appartiene anche la parlata cagliaritana, con particolarità, a volte sensibili, tra paesi situati a pochissima distanza.
Joaquín Arce fa notare, inoltre, come, nonostante l’influenza e l’invasione sempre più massiccia dell’italiano nel linguaggio dialettale, continuano ad essere numerosissimi gli ispanismi che si trovano ancora nella lingua sarda.
Certo questi ispanismi oggi presentano caratteristiche grafiche e fonematiche diverse da quelle originarie; si nota però che essi risalgono effettivamente a parole spagnole e catalane, senza pericolo di sbagliare.
Posso anche affermare, con sicurezza, che le parole derivate dalla lingua castigliana e quelle provenienti da quella catalana sono molto di più di quelle che hanno trovato lo Spano, il Wagner e lo stesso Arce.
Siamo certi che moltissimi di questi termini, ancora in uso nella parlata campidanese, sei secoli fa erano neologismi; e questo perché sappiamo che essi nacquero dalla necessità di esprimere concetti nuovi e di indicare nuove cose o istituzioni, non presenti nella realtà sarda, e si diffusero prima nell’ambito ristretto e in un particolare ambiente, e poi passarono nella lingua quando il parlante ne sent  l’esigenza e l’opportunità.
All’introduzione di neologismi i puristi si oppongono;ma noi crediamo che nel Trecento e nei secoli seguenti i puristi della lingua sarda si potevano contare sulle dita della mano,o non esistevano affatto; quindi la lingua catalana prima e quella spagnola poi trovarono campo fertile per la loro semina in tutte le parlate dell’isola.
Il popolo, che era lontano dalla cultura e continuava ad usare la lingua appresa dai genitori, al contatto con parole di un’altra lingua fu spinto ad inserire nel suo linguaggio quei vocaboli, modismi e termini; sia perché nel suo lessico non esistevano i termini che servivano ad esprimere i concetti che si solevano usare per indicare una nuova situazione, o un pensiero; sia perché riteneva utile usare il termine nuovo portato dalla lingua dominatrice per trovarsi al suo stesso livello, almeno nel linguaggio.
Come detto sopra, passo all’elencazione delle parole catalane e castigliane che, penetrate nel campidanese alcuni secoli fa, esistono tuttora nel dialetto di cui parliamo. Alcuni di questi neologismi catalani, nel corso dei secoli, si sono modificati, altri si conservano con accanto anche il neologismo castigliano.
Ammuntonai,ammucchiare,dal castigliano amontonar; acconciai,riparare, dal castigliano aconchar; atropegliai, scompigliare, dal catalano e casigliano atropellar; acciupai, assorbire, dal catalano e castigliano chupar; barzolu, culla, cuna, dal catalano bressol; callentai, riscaldare, dal castigliano calentar; cansai, stancare, dal catalano e castigliano cansar; calasciu, cassetto, dal catalano calax; cascia, cassa, dal catalano caxa; cocciu, cocchio, dal catalano cotxe e dal castigliano coche;diciu,detto, dal castigliano dicho; dida, dal catalano dida; fastiggiai, amoreggiare, dal catalano festegia e dal castigliano festejar; glianua, latta, dal catalano llanua; inserrai, rinchiudere, dal castigliano cerrar; matafaluga, anice, dal catalano matafaluga; nebodi, nipote, dal catalano nebod; posada, locanda,dal catalano e castigliano posada; prensa, torchio, dal catalano prensa e dal castigliano prensa; rebasciai, ribassare, dal catalano rebatxar e dal castigliano rebajar; riu, fiume, dal catalano riu;sabeggia, gaietto, giavazzo, dal catalano atzabexa; struppiau, storpio o rovinato,dal castigliano estropeado; tanca, chiuso, dal catalano tancat; traballu,lavoro, dal catalano travall; tratabucu, tovagliolo, dal catalano trataboque (termine ancora in uso negli anni cinquanta in area cagliaritana); turroni, torrone, mandorlato, dal catalano torrò e dal castigliano turrón; vostetti, lei, dal catalano Vosté.
Ecco,inoltre,un altro lungo elenco di parole del dialetto campidanese che provengono dall’area iberica

SARDO CAMPIDANESE —- CATALANO ——- CASTIGLIANO ——- ITALIANO

abbascìai – abaixar –  bajar – scendere
abbruxiai abrasar abrasar bruciare
accostai acostar acercar avvicinarsi
aforas afores afueras fuori
agulla agulla aguja spillo
aici aixi así così
aggiudai ajudar ayudar aiutare
affabica alfabega albahaca basilico
àliga àliga ===== immondezza
ambasciadori ambaixador embajador ambasciatore
amuinari amoinar molestar molestare
annomenai anomenar menziona menzionare
anchova anxova anchoa acciuga
arenada arenada arengus melagrana
arengada arengada arracada orecchino
arribai arribar arribar (llegar) arrivare
arriscar arriscare arriesgar rischiare
assentai assentarse sentarse sedersi
astori astor azor sparviero
atriviu atrevid atrevido audace
avolottu avalòt alboroto fracasso
(a)basciu abaix abajo giù
bardufula baldufa peonza trottola
berritta barret sombrero cappello
bastasciu bastaix bataje facchino
basidu besada beso baccio
boboi(bobò) bobò bombún dolce
buttega botiga bodega bottega
cadira cadira ===== sedia
caganiu caganiu ===== il prediletto
calaxtu (cascioni) calaix cajón cassetto
calentura calentor calentura febbre(temperatura)
calienti calent caliente caldo
camisa camisa camisa camicia
e tanti altri termini.
Luigi Spanu

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Lo Frasso, un poeta nell’oblio, di Carlo Figari, da “L’Unione sarda” 5 gennaio 1992

23 Agosto 2013 Commenti chiusi

Algherese del Cinquecento, visse a Barcellona dove scrisse le sue opere. Cervantes lo ricorda nel «Don Chisciotte», ma ancora oggi non ha un posto nella letteratura italiana. Cossiga invita gli studiosi a riscoprirlo.
C’è un poeta sardo del Cinquecento più conosciuto in Spagna che in Italia, raramente citato nei manuali di letteratura delle nostre scuole. Cagliari, Sassari e Alghero gli hanno dedicato una via, ma quanti sardi conoscono l’opera di Antonio Lo Frasso? Nel suo recente viaggio a Barcellona, per ricevere la laurea honoris causa dall’università della Catalogna, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha colto l’occasione per invitare gli studiosi sardi ad approfondire le ricerche su questo autore ancora poco noto. Non è stato il caso che Cossiga abbia ricordato Lo Frasso proprio a Barcellona: nella città catalana infatti il poeta algherese visse a lungo e scrisse le tre opere più importanti. Probabilmente nelle carte degli scaffali dell’Archivio della Corona d’Aragona sono conservati documenti, ancora inediti, che potrebbero arricchire le poche notizie biografiche e letterarie oggi conosciute su Antonio Lo Frasso. Sollecitando gli storici a riscoprire questo grande e dimenticato poeta sardo, Cossiga ha lanciato un appello agli editori isolani perché pubblichino e valorizzino le sue opere.
In realtà esiste già da tempo un volume che raccoglie una biografia critica di Lo Frasso e presenta il testo catalano con la traduzione a fronte delle tre opere più celebri: “La battaglia di Lepanto”, “I milleduecento consigli” e “I dieci libri di Fortuna d’Amore”. L’autore è uno dei maggiori ispanisti sardi, Luigi Spanu, specialista del Seicento. Studioso prolifico e documentato, instancabile ricercatore, filologo e critico d’arte, ha pubblicato un monumentale studio sulla “Spagna in Sardegna” (1980) e uno su “Politica, letteratura e folclore in Sardegna in età spagnola” (1980). L’ultimo suo lavoro è un’antologia di artisti sardi del XIX-XX secolo che colma una grave lacuna nel panorama editoriale isolano. Ma il nome di Luigi Spanu è legato soprattutto alla riscoperta, alla traduzione e all’analisi dell’opera di Lo Frasso, col ponderoso volume pubblicato da Ettore Gasperini nel lontano 1973. Un libro, forse finito ingiustamente nei magazzini delle librerie e dimenticato troppo presto: non lo ricordava neppure il presidente Cossiga, profondo e attento studioso di storia sarda.
Ma il destino di Antonio Lo Frasso è di essere più conosciuto in Spagna che nel-la sua terra di origine. «Le poche notizie – afferma Luigi Spanu – le apprendiamo tutte dalla sua opera maggiore, un romanzo pastorale autobiografico, come egli stesso lo definisce nella prefazione, che riflette le sue peripezie e le sue avventure. Pertanto le uniche fonti che possediamo so¬no le sue opere».
Si sa che Lo Frasso nacque ad Alghero, ormai iberizzata dal re catalano Pietro IV. Ma nel¬la città isolana non restano documenti della nascita, probabilmente andati perduti in qualche calamità o portati via dagli spagnoli al momento dell’evacuazione. Si ritiene comunque che sia nato nel primo ventennio del Cinque-cento e che studiò a Milano o in qualche università italiana, come si arguisce dalla citazione in un repertorio conservato nella Biblioteca universitaria di Cagliari. In questa fonte si fa menzione di un’opera scritta in latino e stampata nel capoluogo lombardo nel 1552: l’opera, però, non è stata mai trovata.
Certi della sua origine algherese (dato che lo stesso poeta lo indica nel frontespizio delle sue opere), si sa ben poco della sua giovinezza. Ma dagli scritti si può dedurre che fosse un uomo di grande cultura. Circa la condizione sociale non c’è dubbio che dovesse discendere da famiglia nobile perché scrive di essere militare e i militari provenivano e facevano parte della nobiltà.
Da una lettera del 1571 inviata ai due figli, Alfonso e Scìpione che vivevano con la ma¬dre e i nonni ad Alghero, si viene a sapere che Lo Frasso era partito dalla Sardegna forse per cercare conforto e fortuna dopo aver languito in carcere per due anni e mezzo, accusato ingiustamente e poi riconosciuto innocente. Così si rifugiò a Barcellona dove scrisse le opere a noi note. Dopo il 1573 forse cessò la sua vena poetica perché da quella data non si hanno più notizie. Probabilmente morì a Barcellona verso la fine del secolo.
Secondo alcuni studiosi Lo Frasso deve la sua fortuna a Miguel Cervantes che lo cita nel sesto capitolo del “Don Chisciotte” a proposito del «curioso inventa-rio generale che il curato e il barbiere fecero nella libreria del nostro ingegnoso gentiluomo». Tra i libri che i due personaggi decisero di salva¬re dal rogo figura appunto “I dieci libri della Fortuna d’Amore”, «opera di Antonio di Lofrasso, poeta sardo», sottolinea Cervantes, manifestando il suo entusiasmo per il romanziere di Alghero nelle righe che seguono:
«Per l’ordine sacro che ho ricevuto! — esclamò il curato — da che Apollo fu Apollo, muse e muse, e poeti i poeti, non è stato mai composto un libro tanto spiritoso e tanto bizzarro come questo. Nel suo genere è il migliore e il più singolare di quanti di questa specie hanno visto la luce: e chi non lo ha letto può dire di non aver mai letto cosa di gusto. Datemelo qua, amico fa più conto di aver trovato questo libro, che se mi avessero regalato una sottana di rascia di Firenze».
Se Cervantes non lo avesse nominato forse Lo Frasso sarebbe rimasto nell’ombra, nessuno avrebbe mai saputo chi era e le opere si sarebbero perdute. Ma Luigi Spanu non è d’accordo con questa tesi e sostiene invece che il poeta algherese non deve la fama a Cervantes che lo menzionò nel capolavoro della letteratura ispanica. «A noi risulta — rileva Spanu — che l’opera pastorale di Lo Frasso era molto nota prima della stampa di Don Chisciotte e questo lo dimostra il fatto che le donne spagnole declamavano le sue rime insieme a quelle di Montmajor».

Luigi Spanu sottolinea come la letteratura italiana lo abbia sempre trascurato e ì critici lo abbiano accusato dì scarso valore artistico. «Ad uno studio più attento — afferma lo studioso cagliaritano —si scopre che le sue opere posseggono un grande valore etico, linguistico e filologico, sia in relazione al lessico che negli aspetti fonematici, morfologici e sintattici, di fondamentale interesse per lo studio non solo della lingua castigliana, ma anche sarda. Dalle sue opere è possibile estrarre un enorme numero di notizie sull’evoluzione delle due lingue e sugli aspetti sociali della vita del Seicento».
«Anche per questo motivo, non certo secondario, Lo Frasso — conclude Spanu — meriterebbe un posto nella letteratura italiana non solo come uno dei tanti imitatori del Sannazzaro e del Tasso, ma anche del Petrarca e del Boccaccio».
“I milleduecento consigli” sono un’opera morale che il poeta invia ai figli «affinché vi serviate solo di essi… poiché moralmente trattano di cose necessarie al governo dei sette strati sociali degli Stamenti della nostra vita terrena…». “I dieci libri di Fortuna d’Amore” venne stampato in due edizioni: la prima nel 1573 a Barcellona e la seconda nel 1740 a Londra, entrambe rarissime, le cui copie so-no conservate nella Biblioteca universitaria di Cagliari. Secondo i canoni della poesia pastorale del Seicento, l’operetta narra le avventure d’amore del pastore Frexano per la sua amata pastora Fortuna.
Il terzo titolo noto è il poema “La battaglia di Lepanto” che ricostruisce la vittoria della flotta cristiana comandata da Don Giovanni d’Austria contro i Turchi, «La canzone — afferma Dionigi Scano — composta pochi giorni dopo che in Spagna si era sparsa la notizia della vittoria, ricostruisce le vicende dell’impresa con tale esattezza e con tali particolari da nulla invidiare alle ricostruzioni storiche fatte in questi ultimi anni col sussidio di un’imponente bibliografia e di numerose ricerche archivistiche». Il poemetto (datato 30 novembre 1571) è cronologicamente la prima cronaca dello storico scontro navale nelle acque di Lepanto: tutte le opere che ricordano la vittoria dei Cristiani sui Mori son dunque successive. Ed è questo un altro merito da riconoscere al poeta algherese.
Infine una curiosità: nel poemetto Lo Frasso non cita i famosi 200 archibugieri del Tercio di Cerdeña che, secondo la tradizione, combatterono gloriosamente sulla nave ammiraglia di Don Giovanni d’Austria, il loro (presunto) stendardo è oggi conservato nel convento di San Domenico a Cagliari. La mancata citazione viene presentata come prova da chi sostiene che si tratti di una leggenda e da chi nega che a Lepanto combatté una compagnia di archibugieri sardi. Ma Luigi Spanu non è così drastico nel cancellare una tradizione che dura ormai da quattro secoli: «Può darsi che Antonio Lo Frasso, seppure molto preciso e documentato, non abbia avuto notizie dei sardi, ma per questo non dobbiamo dubitare della loro partecipazione».
Carlo Figari
Da “L’Unione Sarda”, 5 gennaio 1992

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