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Archivio Ottobre 2013

LUIGI SPANU – SARDEGNA D’ALTRI TEMPI – ECONOMIA, CULTURA, TRADIZIONI, ATTUALITA’, PERSONAGGI E RECENSIONI – CON INTRODUZIONE DI NATALE VARGIU

29 Ottobre 2013 Commenti chiusi

  PREMESSA

Ho ritenuto opportuno raccogliere in una pubblicazione i miei articoli
pubblicati in vari giornali e riviste lungo l’arco di tempo che va dal 1972
al 2013. Già nel 1982  è uscita un’analoga mia pubblicazione dal
titolo “Aspetti di vita sarda e cagliaritana attraverso scritti e
documenti”; essa riportava notizie storiche sull’Arciconfraternita
cagliaritana del Santissimo Crocifisso e venivano riproposti i
caratteristici canti dei coristi della stessa importante
associazione. A quella pubblicazione era seguita la parte “Cagliari
che fu”, riportante gli articoli apparsi principalmente su
“L’Unione Sarda”, “Nuovorientamenti” e ”Sardegna
magazzine”. Infine, è stata pubblicata anche una terza parte
intitolata ”Curiosità storiche, sociali, economiche e di tradizioni
popolari sulla Sardegna”.

Come già accennato, ho sentito la necessità di raccogliere tutti
gli articoli e saggi apparsi nei predetti organi di stampa. Sono scritti
che, secondo me, rivestono una discreta importanza in quanto trattano
temi come ”la società, l’economia, l’attualità, le tradizioni
ed i personaggi”, tutti argomenti che hanno riguardato la
storia della nostra Sardegna nell’ampio arco di tempo che va dal
1300 al 2011.

Questa pubblicazione comprende la totalità degli articoli apparsi nel
settimanale cattolico “NuovOrientamenti” giornale largamente diffuso a
Cagliari
e provincia e in buona parte della Sardegna.  Seguirà un’altra pubblicazione comprendente tutti gli articoli apparsi in altri quotidiani, settimanali e mensili, nonché in diverse pubblicazioni.

Ringrazio l’amico Natalino Vargiu (autore del bel libro “Su piccoccheddu
de su bintottu”), che si è prestato generosamente a leggere gli articoli ed a
scrivere l’introduzione alla raccolta.

All’Editore, un grazie sentito per aver accettato di pubblicare questa
raccolta, con l’augurio che essa possa essere letta da molti (sardi e non
) al fine di consentir loro una maggiore conoscenza della nostra storia.

Il mio auspicio è che altri studiosi riprendano le ricerche in tal
senso; spero, perciò, che questi miei articoli servano a stimolarli
per un’ulteriore ricerca sempre più approfondita.   

Ringrazio con particolare affetto l’amico fraterno Natalino che mi ha
accompagnato in questo lavoro e per la preziosa ed importante introduzione.

                                                  INTRODUZIONE

Questo lavoro contiene la raccolta di articoli scritti dal prof. Luigi Spanu e pubblicati sulla stampa locale, principalmente su “Nuovorientamenti” (il
settimanale  di cui è stato assiduo ed apprezzato redattore per una
quindicina d’anni). Per conoscere gli argomenti trattati, che sono moltissimi,
e tutti assai interessanti, debbo invitare il lettore a consultare l’elenco che
ne fatto direttamente l’autore del libro.

Io mi limito a descrivere, in modo succinto, la figura di Luigi Spanu e ad accennare
alle sue principali opere letterarie.

Egli è nato a Cagliari, dove ha pure la residenza; si è laureato in
Lingue straniere presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, per
vari lustri, ha insegnato lingua spagnola in alcune scuole superiori della
Provincia. E’ uomo probo, amante della famiglia, di buoni ideali, alieno da
interessi venali e generoso con tutti.E’ noto negli ambienti culturali come
buon saggista ed appassionato studioso dei problemi sardi, soprattutto di
quelli relativi ai periodi catalano-aragonese e castigliano. Nel 2000, dalla
giuria del “Premio Alziator” di Cagliari, ha ricevuto un premio molto
importante in riconoscimento della sua lunga attività letteraria e
pubblicistica.

Ha dato alle stampe alcuni volumi imperniati sulla vita cagliaritana e
due studi di carattere storico/sociale sulle tradizioni popolari sarde con
le sue sagre, oltre ad  un saggio su “Lo sbarco dei francesi in
Oristano nel 1637″. Ha pubblicato anche alcuni altri lavori, dei quali
vengono citati qui soltanto i più importanti: “Cagliari nel 600″ (un
documentato studio sulla politica, letteratura, arte ed economia in Sardegna
tra il 1500 ed il 1600; per tale volume la “Lao Silesu” di Iglesias
gli ha assegnato un premio speciale); “Iglesias, dalla nascita al terzo
millennio”; “Vita e opere di Francesco Alziator”; “Vita e
opere di Nicola Valle”.

Recentemente, lo Spanu, con la collaborazione dello scrivente e della
prof.ssa Luisa (una sua figlia che risiede in America), ha tradotto i testi di
due reportages pubblicati in una prestigiosa rivista americana e, grazie anche
alla disponibilità di ZONZA Editori, ha dato alle stampe “Sardegna quasi
sconosciuta”, un prezioso librone contenente stupende immagini di costumi
sardi (fotografie scattate agli inizi del 1900).

Il mio augurio è che l’amico Spanu, con questo libro, possa riscuotere
lo stesso successo ottenuto in passato per analoghe fatiche letterarie.

Natale Vargiu

 (Questa introduzione a firma di
Natale Vargiu è stata eseguita nel dicembre del 2008 alcuni mesi prima del suo
decesso).


……………………….

MERCEDARI CAGLIARITANI NEL SEICENTO – TRA GLI ALTRI MATTEO CONTINI FONDATORE DELLA STAMPA CATTOLICA ISOLANA

L’ordine mercedario cagliaritano ha avuto sempre ottimi studiosi, valenti teologi ed illustri oratori, che hanno lasciato dietro di sé tracce indelebili. Tra gli oratori
mercedari del Seicento cagliaritano vogliamo ricordare Francesco Boyl,
Fulgenzio Cocco, Pier Andrea Acorrà e Matteo Contini.

Francesco Boyl nacque in Alghero. Entrò giovanissimo nel convento mercedario di Cagliari, dove compì gli studi filosofici e teologici. Passò poi in Spagna e seguì gli studi accademici nell’Università di Alcalà de Henares, località a pochi chilometri dalla capitale spagnola. Divenne poi reggente degli studi della provincia d’Aragona e
quindi cattedratico di Teologia nell’Università di Saragozza. Fu, in seguito,
visitatore di alcuni conventi mercedari in Spagna, che dipendevano direttamente
dal sovrano.

Tornato a Cagliari per dedicarsi alla predicazione, su proposta degli stamenti Sardi, nel 1653, fu nominato vescovo di Alghero. Non poté raggiungere la sede vescovile, poiché la popolazione algherese era affetta dalla peste che aveva colpito la città
qualche mese prima. Restò nel convento di Bonaria, dove morì nel 1656, perché
colpito dallo stesso male che, giunto anche a Cagliari, fece moltissime vittime. Quando Francesco Boyl dimorava nel convento di Valenza, provvide, nel
1631, alla pubblicazione della sua orazione “N.S. del Pulche, Cámara
angelical de N.S. Patrona de la insigne ciudad y reyno de Valencia”. È uno
scritto molto importante per noi sardi non solo perché egli prende le difese
della santità dell’arcivescovo di Cagliari San Lucifero, ma anche perché,
nell’appendice, si trova un’interessantissima descrizione della Sardegna, poco
nota, in stile barocco. Nel 1645, in Madrid, Francesco Boyl pubblicò una raccolta dei suoi numerosi panegirici. Al convento di Bonaria lasciò la sua biblioteca, che aveva
raggiunto la fama di essere la più ricca di quante si trovassero allora in
Sardegna; purtroppo è andata completamente persa.

Del cagliaritano Fulgenzio Cocco, sappiamo che nacque nella prima metà del Seicento e morì in Cagliari nel 1690. Fu abile oratore, buon teologo, lettore e visitatore del suo Ordine in Sardegna e priore del convento di Bonaria. Viaggiò moltissimo per la Spagna, le Fiandre, l’Italia, la Francia e la Germania. Lasciò
uno scritto sulla genealogia dell’illustre casata degli Egmont, la cui prima parte, nella quale è inserita un’immagine del viceré di Sardegna duca di Egmont, vide la luce, in Cagliari, qualche anno dopo. Probabilmente una prima edizione dell’opera fu stampata in Madrid nel 1678. Negli anni in cui reggeva il convento mercedario di
Cagliari, diede alle stampe un volume sulla storia della Vergine di Bonaria, in
cui raccontò diffusamente la fondazione del convento e presentò i prodigi della
Madonna che si venera sotto il titolo di Bonaria.

Il terzo mercedario da ricordare è Pier Andrea Acorrà, lettore di Teologia, nato in Cagliari intorno agli anni trenta del XVII secolo. Ancora giovane, entrò nel convento dei Mercedari della capitale isolana, dove si addottorò in Teologia e vi insegnò per alcuni anni. Si trasferì nei conventi della Catalogna, prima a Gerona, poi a Barcellona e quindi passò a Roma per insegnarvi. Nel 1681, tornò a Cagliari e
fu reggente degli studi del convento di Bonaria e poi espletò la carica di
Visitatore sinodale della diocesi cagliaritana. Morì in Cagliari tra il 1689 e
il 1690. Di lui restano molte orazioni, pubblicate postume nel 1702 dal suo
discepolo, il padre Matteo Contini, che le dedicò al letterato cagliaritano
Salvatore Zatrilla, fratello del più noto Giuseppe, sotto il titolo di “El Fenix de
Sardena, oraciones postumas del P.R.P. Fra Pedro Andrés Acorrà”. Altre sue composizioni panegiriche sono sparse in altre raccolte, edite In Spagna.

Del mercedario Matteo Contini, valente cronista del Seicento, nato negli anni Cinquanta del XVII secolo, si sa che provvide ad installare nel convento di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida del tipografo Onofrio Martin, una tipografia; la prima nell’isola di proprietà di ecclesiastici. Si può affermare che la stampa cattolica nacque con Matteo Contini, che nel 1704 descrisse la città di Cagliari nella sua
interessantissima storia sulla Vergine di Bonaria, dedicata a Donna Maria
Sanjust, a molti, forse, tuttora sconosciuta. Per molti anni il Contini, che
morì in Barcellona il 15 marzo 1717, insegnò teologia scolastica nel convento
mercedario di Cagliari, dove aveva compiuto gli studi. Fu anche maestro e
provinciale d’Aragona e fu considerato uno dei più illustri mercedari.
Nuovorientamenti, 8 marzo 1987

LO STUDIO GENERALE CAGLIARITANO – UN’OPERA DI GIACARLO
SORGIA PATROCINATA DALL’UNIVERSITÀ’ DI CAGLIARI:

Per i nitidi tipi della STEF-SpA di Cagliari, è uscito il volume “Lo Studio Generale
Cagliaritano”, con il sottotitolo “Storia di una Università”,patrocinato dall’Università degli Studi di Ca­gliari. L’opera è stata curata da
quell’illuminato e infaticabile studioso delle vicende isolane e cittadine che è Giancarlo
Sor­gia. Essa è frutto di lunghe e feconde ricerche, condotte
presso gli archivi storici della città: da quello dell’Ateneo a quelli Comunale
e di Stato.

Le ricerche, iniziate dall’illustre docente Alberto Boscolo, già rettore dell’Ateneo, come si legge nella presentazione del Sor­gia, che fu chiamato a collaborarvi insieme con diversi altri al­lievi, sono state continuate dal curatore dell’opera, che si avvalse delle pubblicazioni in merito e delle annotazioni stese dal dottor Pietro Leo, direttore amministrativo dell’Università, autore anch’egli di alcuni studi sull’Ateneo
cagliaritano. Il Sorgia, figura di spicco nell’ambito culturale dell’Isola e
molto nota per essere esperta in
problemi del mondo sardo nel periodo spagnolo e attuale prorettore dell’Università e direttore dell’Istituto di Storia Moderna, è autore di parecchie pubblica­zioni, tutte di notevole importanza, perché trattano della storia isolana e cittadina durante la lunga permanenza degli spagnoli nell’Isola.

Tra i suoi scritti ricordiamo: “Studio sull’Inquisizione in Sardegna”, del 1961; “Angelo Carcassona e l’Inquisizione”, dello stesso anno, “II Parlamento dei
viceré
Fernandez de Herediá”, del ’63; “La politica nord-africana di Carlo V”, sempre del ’63;, “Spagna e problemi mediterranei nell’età moderna”, del ’73, “Cagliari. Sei secoli di amministrazione cittadina”, dell’81, in collaborazione col
caro ed indimenticabile studioso Giovannino Todde, e “Cagliari spagnola”, del 1983.

Dell’ultimo lavoro del Sorgia, l’attuale rettore Duilio Casula ha scritto, nella prefazione, che era veramente sentita l’esigenza di fare conoscere meglio la storia della Studio Generale Caglia­ritano, per cui si può essere soddisfatti per la sua realizzazio­ne. Il volume si articola in otto capitoli, densi di fatti ed avvenimenti, tesi a mettere in rilievo taluni aspetti della storia dell’Ateneo cagliaritano e dei diversi momenti di vita cittadina legata a quella dello Studio Generale.

Dal primo capitolo al quinto il Sorgia esamina la situazione
sto­rica dello Studio dalla nascita ai giorni nostri, soffermandosi sulle
difficoltà, sulle crisi, sulle Costituzioni, sulla vecchia e sull’attuale sede,
sul problema dei “majoli”, sulle proposte per la soppressione
dell’Università, sul declassamento e sui problemi del secolo XX. A questi
cinque capitoli, lo studioso cagliaritano fa seguire la presentazione
dell’ordinamento delle facoltà nel Settecento e nell’Ottocento, della storia
degli stabilimenti e dei laboratori universitari dall’Ottocento ad oggi.

Lo studio del Sorgia presenta, infine, un’interessantissima
mole di documenti che servono a far conoscere il cammino difficoltoso
incontrato dall’Ateneo dalla nascita allo statuto del 1936; segue un elenco
completo dei valentissimi e magnifici rettori che, con il loro valido lavoro,
hanno illuminato la lunga storia dello Studio Generale. L’opera si conclude con
una lunga e puntuale bibliografia. Tutti gli studiosi di cose sarde debbono
essere riconoscenti al Sorgia perché egli ha offerto loro non comuni mezzi per
dare un sempre più ampio volto alla secolare storia dell’Università
cagliaritana che, dal 1626, anno della sua aper­tura, ad oggi, ha sempre
marciato parallelamente alla storia della città, che ha visto gli studenti
promotori di alcune svolte della storia civile cittadina.

Ogni capitolo della pubblicazione, in ottima veste di lusso, abbellita da illustrazioni pregevoli a colori e in bianco e nero, che propongono all’attenzione dei cagliaritani momenti della vita accademica, è chiuso da numerose note bibliografiche che arric­chiscono e danno lustro al lavoro scientifico condotto dall’infa­ticabile studioso cagliaritano. La valutazione dell’opera la lasciamo agli specialisti. Noi vogliamo mettere in risalto l’eno­rme importanza dello studio e della pubblicazione dei documenti.

Nuovorientamenti,  22 marzo 1987

 LA DIOCESI CHE RAGGIUNGEVA UN QUARTO DEL TERRITORIO SARDO: La Chiesa cagliaritana nel Seicento

 Nella vita della Cagliari del Seicento, esercitò un grande peso il clero, che a quel tempi era molto numeroso ed aveva una buona posizione economica, grazie a lasciti, donazioni, a doti monacali e ad elargizioni sovrane, a tributi e a diritti derivanti dalle sue funzioni, dalle decime e dalle prebende.

Come la nobiltà, il clero godeva di numerosi privilegi ed aveva ampie e numerose esenzioni. Inoltre, godeva del privilegio del foro; disponeva cioè di un foro particolare ed aveva un suo tribunale, quello ecclesiastico, per definire le cause inerenti il suo ministero.

Nel Cinquecento il clero cagliaritano, a detta del contemporaneo Parragués de Castillejo, arcivescovo della città, era mal orga­nizzato, poco numeroso, incolto, ben criticabile per la sua vita morale ed era di cattivo esempio per scarso zelo e pietà. Nel Seicento, invece, dopo le disposizioni del Concilio Tridentino, disponeva di una migliore organizzazione dovuta alla nuova poli­tica religiosa degli ottimi arcivescovi
della città, tra
i quali ricordiamo lo spagnolo Francisco de Esquivel (1554-1624); il mercedario algherese Ambrogio Machin (1580-1640) e il sassarese Pietro Vico (1596?- 1676), che fu anche preside dell’Isola nel 1662. Il clero ebbe allora una cultura più elevata, grazie al buon lavoro fatto dal corpo docente del Seminario Tridentino e da quello dei Collegi dei Padri Gesuiti e dei Nobili, che richie­deva più
credibilità ed irreprensibilità alla vita morale degli ecclesiastici.

Come estensione, nel Seicento, la diocesi cagliaritana raggiunse un quarto del territorio sardo, dopo che nel Quattrocento si erano aggiunte le diocesi di Suelli e Galtellì e, nel Cinquecen­to, quelle di Dolia e Iglesias.
Vi era una netta distinzione tra l’alto clero e il basso clero. Il primo, che faceva parte del braccio ecclesiastico e partecipava, quindi, alle decisioni politiche, sociali ed economiche dell’Isola, costituiva un’ari­stocrazia, alla quale apparteneva la maggior
parte dei suoi membri, sebbene la carriera ecclesiastica non si conformasse al
criterio di sangue.

All’alto clero, oltre all’arcivescovo, al vescovo ausiliario, e ai suoi più diretti collaboratori, appartenevano i membri del capitolo cagliaritano, composto da 22 canonici e da una sessanti­na di beneficiati, i parroci delle chiese cittadine e della diocesi, i religiosi dei conventi più ricchi ed i familiari del Santo Uffizio. Al basso clero appartenevano i prelati, i secola­ri, i chierici, i sacerdoti, i parroci delle chiese non parrocchiali e i cappuccini. Del Capitolo facevano parte anche i beneficiati, che in origine erano sei, in cura d’anime, e forma­vano la comunità di Santa Maria.

Nel 1616, fu eretta la comunità parrocchiale di Sant’Anna
segui­ta, nel 1622, da quella di Sant
‘Eulalia e, nel
1727, da quella di San Giacomo. I capitolari di Cagliari occupavano la carica
di Giudice delle Appellazioni e Gravame, istituita da Pio II nella seconda metà
del Quattrocento.

Le condizioni del clero secolare erano decorose, sebbene non
man­cassero differenze tra chiesa e chiesa e ci fossero anche chiese povere. La
mancanza di grossi benefici e di laute prebende accentuavano la divisione di
un’aristocrazia di pingui prelati e di un proletariato ecclesiastico.

L’ordine regolare, infine, dedicava alla scuola le più
attente cure. Ai parroci, ai Padri delle Scuole Pie e a quella della Dottrina
cristiana era demandato 1′insegnamento elementare e medio, mentre quello
superiore era esclusivo dei collegi istitui­ti dopo il Concilio di Trento. I
più attivi ed intransigenti,
i più organizzati e
raffinati furono
i Gesuiti. Vi erano
religiosi addetti solo all’insegnamento ed alcuni insegnavano anche nel­l’Università
di Cagliari.

Nuovorientamenti, 29 marzo 1987

 CARLO MURA – UN CAGLIARITANO VERACE

 Ricorre in questi giorni l’anniversario della scomparsa di un cagliaritano che molti ricordano per essere l’autore di una raccolta di modi di dire, di notevole valore
linguistico-letterario, di alcuni articoli e di poesie sparsi in periodici
sardi. Stiamo parlando di Carlo Mura che, nato a Cagliari nel 1897, aveva
saputo, in oltre settant’anni di vita, interessarsi della realtà sarda passata
e presente, ed in particolare di quella cagliaritana, e che aveva raccolto
alcune migliaia di detti sardi e di modi di dire di ogni zona della Sardegna.

Nei detti, nei proverbi e nei ragionamenti che il Mura ci ha proposto, nel 1982, con il primo volume, di oltre 370 pagine (arricchito da illustrazioni dei tempi passati)
“Regortas de frasias fattas, de maneras de nai, de raxonamentus, de dicius
antigus e nous in lingua sarda” (editrice TEA, Cagliari), che ha dedicato
alle figlie e ai sardi che non sanno parlare la lingua sua, si ritrovano delle
parlate isolane di diverse epoche, con la traduzione italiana. Ci rammarichiamo
però che sia uscito soltanto il primo volume; auguriamoci che un giorno, non
lontano, possa vedere la luce il secondo volume, che avrebbe fatto contento il
nostro autore, avendo effettuato un’immane fatica in anni di ricerca.

Ricordiamo l’amico fraterno Carlo, che ci ha lasciato il 15 giugno di un anno fa, non solo per il lavoro sui dicius, ma anche perché ci ha dato notizia di un preziosissimo
manoscritto, ora nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, che il Rossellò,
l’illustre giurista sardo del ’500  (il quale abbiamo ricordato nelle pagine di questo giornale), ha rintracciato nel percorrere la Sardegna da un capo all’altro negli ultimissimi anni del XVI secolo. Con l’articolo apparso il 12 aprile del 1966 in “La Nuova Sardegna”, il Mura ci fa sapere che il Rossellò, nella ricerca di testi e manoscritti, aveva ritrovato una “commedia” manoscritta del divin poeta Dante, che dalla Toscana era passata a Sassari. Qui, probabilmente, la vide il Rossellò che la comprò e la tenne nella sua biblioteca. Alcuni esperti l’hanno attribuita alla prima metà del Trecento; il Valery ne diede un brevissimo accenno e lo Spano la fece rilegare dandone conto nel 1840. Altre notizie sul manoscritto, passato al
Collegio dei gesuiti di Santa Croce e poi, definitivamente, alla Biblioteca
Universitaria di Cagliari, si possono leggere nell’articolo su citato.

Non mi resta che scrivere che Carlo Mura, ottimo fotografo che ha girato la Sardegna riprendendo paesaggi, località e monumenti negli anni precedenti e seguenti la prima guerra mondiale, con una macchina fotografica dei primi dei Novecento, possedeva libri, giornali e riviste antichi, che ha regalato. Inoltre mi corre l’obbligo di scrivere che molte fotografie, apparse nel mio lavoro sulle sagre della provincia di Cagliari, mi sono state regalate proprio dal suo animo generoso, e
che egli aveva diretto i lavori di opere pubbliche in Cagliari e nelle altre località dell’isola, come aveva fatto il padre, l’ingegnere Nicolò, figlio dell’alto magistrato Salvatore Mura di Gadoni. Sia il padre che Carlo avevano insegnato nelle scuole cittadine ed il padre aveva progettato e diretto lavori di fabbricati di un certo interesse architettonico, che tuttora abbelliscono la nostra città.

Nuovorientamenti, 5 giugno 1987

 

LA SCOMPARSA DELLO STORICO PROFESSOR ALBERTO BOSCOLO – Ricordo di un insigne
maestro

 

Un altro valoroso studioso cagliaritano ci ha lasciato,
stroncato dalla morte che ne ha vinto la forte fibra, dopo aver dedicato circa
un quarantennio alla ricerca archivistica, all’insegnamen­to, alle
pubblicazioni e alle attività organizzative di cultura. Parliamo del professor
Alberto Boscolo, improvvisamente scomparso a Roma il 21 scorso, nel giorno
precedente al compimento del sessantasettesimo compleanno.

La sua scomparsa ha privato la Sardegna di un
validissimo intel­lettuale ed è stata molto sentita negli ambienti accademici e
professionali e tra gli amici, che erano moltissimi, per il suo carattere umano
e per la sua alta professionalità. Mi aveva scritto nel mese di luglio per
comunicarmi che sarebbe venuto volentieri a Cagliari per essere uno dei
presentatori degli atti dei Convegno sulla “figura e l’opera di Francesco
Alziator”, in corso di stampa. Anch’egli aveva partecipato ai lavori del
convegno, dando, con il suo brillante intervento di chiusura, un grosso
contributo ad inquadrare meglio il lavoro dello studioso sardo. Mi aveva
scritto anche che non voleva mancare all’appuntamento perché sarebbe stato un
altro momento di vita culturale sulla figura dell’amico Francesco; per altri
accordi io l’avrei dovuto incontrare a Roma nella prima quindici­na di
settembre.

Oggi, invece, dobbiamo ricordare la nobile figura di un uomo
onesto e ricco di grande umanità. Alberto Boscolo, sebbene fosse un grande
della cultura nazionale ed internazionale, perché membro della Reale Accademia
spagnola di Storia e della Reale Acca­demia di Spagna delle belle Arti e
dell’Istituto di Studi catala­ni, non rifiutava di sentire le richieste degli
studenti, degli studiosi e dei docenti che si rivolgevano a lui per consigli e
suggerimenti e per sottoporgli, lui che era uno specialista, la lettura di
lavori che interessavano la storia sarda. Nell’arco di dieci anni la Sardegna ha perso quattro
grandi studiosi: il massimo esponente della demoetnologia sarda France­sco Alziator,
nel 1977; l’attento ed esperto sovrintendente ar­chivistico per la Sardegna e Presidente
della Deputazione di Storia Patria Giovanni Todde, nel 1983; l’eminente
studioso dei Fenici Ferruccio Barreca, nel 1986, ed oggi il caposcuola della
storia medioevale sarda.

Alberto Boscolo era nato a Cagliari il 22 agosto 1920 e si
era laureato in Giurisprudenza nell’Università cagliaritana. Dopo la seconda
guerra mondiale, intraprese la carriera accademica; si specializzò, nel 1955, in Storia Medioevale
e, con il suo primo scritto “Sugli emigrati lombardo-veneti in Sardegna
nel 1850″, apparso in “Studi Sardi” nel 1948, faceva ingresso
nel campo della pubblicistica.

Nel 1960 divenne ordinario di Storia Medioevale nella
Facoltà di Lettere nell’Ateneo cagliaritano e diresse, per molti anni,
l’Istituto di Storia Medioevale e Moderna della stessa universi­tà. Dal 1970 al
1973 fu Rettore Magnifico dell’Ateneo di Cagliari e l’anno successivo entrò a
far parte del Comitato per le Scien­ze storiche, filosofiche e filologiche del
Centro nazionale delle Ricerche. Nel 1975 venne nominato membro dello Consiglio
naziona­le delle Ricerche spagnolo. Passò ad insegnare nell’Ateneo milanese e
successivamente fu titolare della cattedra di Storia medioevale nell’Università
romana di Tor Vergata. Fu insignito della Commenda di “Alfonso X il
Saggio” e di quella dell’Ordine dell’Accademia di Francia. Alla fine del
1983 la Facoltà
di Lettere dell’Università di Barcellona gli conferì il dottorato Onoris Causa.

Collaboratore a diversi periodici e riviste, ha curato e
pubbli­cato numerosi lavori su argomenti di storia sarda e di politica del
mondo mediterraneo; è stato uno dei massimi specialisti della storia medioevale
dell’area mediterranea, soprattutto della Catalogna. Ha creato un’ottima scuola
di medioevalisti e di studi catalani e castigliani;
i suoi docenti ora approfondiscono lo studio dei fondamentali
motivi della politica, della società e dell’economia sarda durante l’espansione
mediterranea della Corona d’Aragona, come scrive
Miguel Gual. Alcuni dei suoi allie­vi sono oggi validissimi
cattedratici, tra
i quali ricordiamo il
professor Giancarlo Sorgia, direttore dell’Istituto di Storia Moderna
dell’Università di Cagliari ed attualmente prorettore, ed il professor
Francesco Cesare Casula, direttore dell’Istituto di Storia Medioevale e
dell’Istituto di studi Italo-iberici: en­trambi continuano, nell’insegnamento,
gli indirizzi fondamentali dati loro dal maestro e creano nuovi specialisti.
Attualmente il professor Boscolo faceva parte della Commissione internazionale
che, nel 1992, dovrà celebrare il 5°
centenario della scoperta dell’America e rendere omaggio all’illustre
geno­vese Cristoforo Colombo; stava curando la pubblicazione degli atti dei
Parlamenti sardi dal 1355 al 1720, per conto del Consi­glio della Regione
Autonoma della Sardegna.

Per completare questo breve profilo del nostro studioso non
manca che dare notizie sulle innumerevoli pubblicazioni, iniziate nel 1948, che
hanno costellato la sua quarantennale attività di esperto conoscitore degli
archivi spagnoli, italiani, e sardi in particolare. Le sue opere sono legate al
sistema di rapporto istituzionale, politico ed economico fra l’Aragona e la Sardegna, poiché il
professor Boscolo fu attento ricercatore della realtà sarda; sapeva molto e di
tutto; dal periodo vandalico all’evo moderno. Una bibliografia, sebbene
incompleta poiché è del 1972, può trovarsi nel bellissimo testo “Medioevo
Età Moderna”, rivista di Studi Italo-lberici, di cui è direttore Francesco
Cesare Casula. La curò
Miguel Gual, in occasione del
conferimento, all’illustre studioso e massimo esperto della storiografia sar­da
del Medioevo, della medaglia d’oro da parte del Ministero della Pubblica
Istruzione.

Nel 1951, appare “Guida della Sardegna, in
collaborazione con Mario
Pintor e Marcello Serra;
nell’anno successivo “Guida stori­ca, artistica ed economica della città
di Cagliari”, con Mario
Pintor; due anni più tardi
“I Parlamenti di Alfonso il Magnanimo”, cui segue, nel 1954, “La
politica di Ferdinando I d’Aragona”. Nel 1962, vede la luce “Profilo
storico-economico della Sardegna dal riformismo settecentesco al Piano di
Rinasci­ta», in collaborazione con Luigi Bufferetti e
Lorenzo Del Piano. Per la collana “Testi e documenti per la
storia della Questione sarda”, nel 1973, viene pubblicato “I
viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna” e, nel 1974, “La Sardegna
contemporanea” in collaborazione con Manlio Brigaglia e
Lorenzo Del Piano. Per la collana “Storia della Sardegna antica
e Moderna”, da lui voluta e diretta, pubblica, nel 1978, “La Sardegna bizantina e alto
giudi­cale”, che ottenne grande successo non solo perché passa in rassegna
la storia sarda dai Vandali sino alla società alto-giudicale, attraverso
i Bizantini, gli Arabi e i primi
Giudici delle quattro Parti della Sardegna, ma anche per le numerose pagine di
fonti e di orientamenti bibliografici, che dimostrano la profondità degli studi
e
i
numerosi testi esaminati per com­piere
un’impresa imponente, e perché presenta anche un’ampia e originale
documentazione iconografica.

Nel 1979, altra interessante pubblicazione “La Sardegna dei
Giudicati” e, nello stesso anno, la raccolta “Aspetti della società e
dell’economia in Sardegna nel Medioevo” che, con
i suoi 19 capitoli, compendia tutta la storia della Sardegna giudicale
dal IX al XIV secolo, alla luce delle più recenti ricerche bi-bliografiche ed
archivistiche. Il Boscolo non si fermò allo studio dei rapporti tra 1′Aragona e
la Sardegna,
si interessò anche alla società catalano-aragonese con lo studio “Sibilla
di
Fortiá
d’Aragona”,
del 1970, e con la
biografia in catalano del cronista di Pietro il Cerimonioso, Bernat Descoll,
apparso in Barcellona, nell’anno successivo, e poi tradotto in italiano qualche
anno dopo.

Per concludere, non rimane che riferire del testo di enorme
importanza per la storia della società sarda “Documenti sull’eco­nomia e
sulla Società in Sardegna all’epoca di Alfonso il Beni­gno” (1323-1333),
per la collana “Studi e documenti di Storia”, da lui diretta.

Nuovorientamenti, 13 settembre 1987

 

Pagine di storia di una Cagliari dimenticata -  La nobiltà nel 600

 

II
ceto nobiliare cagliaritano non
era
costituito, nel Seicento, in un tut­to unitario come nei secoli preceden­
ti, bensì formava una classe compo­sta’, divisa in gerarchie rigorosamen­te osservate, al cui
vertice stava l’o­ligarchia dei grandi
signori dell’alta nobiltà, che dava il tono alla vita di società nella capitale. Una miriade di nobili
di grado inferiore che parteg-giava poi per
l’una o per l’altra fazio­ne
nobiliare.

Nei
loro feudi i nobili esercitavano
una pienezza di poteri che l’assolu­tismo regio non era riuscito a logo­rare. Anzi, l’investitura reale aveva conferito
loro un potere virtualmen­te sovrano: erano i
tutori della giu­stizia e
dell’ordine pubblico, veniva­no processati,
per i loro reati, non dalla autorità giudiziaria, ma da un foro, composto dai
loro stessi pari; imponevano tributi;
disponevano a loro arbitrio delle
braccia della loro servitù e
conservavano tutti i loro antichi
diritti.

L’amministrazione
dei beni veni­
va a volte affidata ad
agenti o ad af-fittuari che liberavano il nobile pro­prietario da ogni preoccupazione, con il versamento di una gabella an­nua; questi nobili
prendevano in ap­palto le diverse proprietà
del sovra­no: saline, tonnare,
peschiere, ecc. Possedevano cavalli,
carrozze, por­tantine, vestivano alla
moda spagno­la con abiti eleganti e
sfarzosi; pas­savano a cavallo nelle
strade citta­dine, mettendosi in mostra e, nelle manifestazioni, erano sempre ele­ganti.
Avevano alla loro dipendenza palafrenieri,
stallieri, cocchieri e por­tantini.

Tra
gli svaghi della nobiltà vi era
la caccia; seguivano la
passione per l’arte del cavalcare,
l’addestramen­to militare di equitazione e le lezio­ni di scherma per mantenersi in esercizio
continuo, dato che i duelli erano molto
frequenti. Si duellava nelle
stradette, nelle piazze e negli spiazzi,
poco fuori le mura, non so­lo nella
notte, ma anche alla luce del giorno.
A tale vana esibizione di va­lentia
si opponevano i bandi del vi­ceré che
minacciavano l’allontana­mento dal
centro e perfino la morte ai duellanti. Venivano poi il gioco delle carte,
quello degli scacchi e il gioco delle
canne, simile al lancio del giavellotto.

C’era chi si preparava per
i tornei,
che
erano molto frequenti, in occa­sione di feste per nascite reali, ma­
trimoni, vittorie nelle guerre e per
la
festa annuale di S. Saturno, patrono della città e, in particolare, dei nobili.

C’era chi si dilettava
di musica, di arte e di poesia, e chi, soprattutto di notte, preferiva girare per le strade cittadine, accompagnato da musici, per fare serenate, sotto le finestre, al­le belle dame. Vi erano
quelli che si dilettavano di letture; altri
si riuni­vano abitualmente nei loro
salotti e queste riunioni venivano
chiamate accademie, come si legge nel
roman­ziere cagliaritano del seicento
Giu­seppe Zatrilla, ed erano simili
a quel­le che si tenevano già da
parecchio tempo in diverse parti
d’Europa, in cui si declamavano poesie, si parla­va di astronomia, di astrologia e di alchimia; si rappresentavano com-mediole e piccole accademie. Vi era­no dame che in tali riunioni si esibi­vano in concerti strumentali e in canti.

Non
c’era nobile cagliaritano che
non
appartenesse ad uno dei quat­
tro ordini cavaliereschi
spagnoli: da quello di Santiago, certamente
il più antico, il più nobile e il più potente, a quello di Calatrava; da quello di Al­cantara a quello di Montresta. Con­dizioni generali per essere ammes­so a far parte di uno degli ordini era­no la legittimità, la
purezza del san­gue e la nobiltà del lignaggio.

Nelle
cerimonie i cavalieri caglia­
ritani
vestivano l’abito dell’Ordine,
che
era coperto interamente da un
lungo
mantello, nel quale era rica­
mato
lo stemma dell’Ordine cavalie­
resco
a cui il nobile apparteneva. Sia
nelle cerimonie che nelle processio­ni, gli Ordini occupavano un posto ben preciso.

Nuovorientamenti,
10 aprile 1988

 

UN’IMPORTANTE PAGINA DI STORIA SARDA  – BONO CAPOLUOGO DEL GOCEANO NEL 1765

 

Di notevole importanza per la ricostruzione della storia
civile e religiosa del Comune di Bono, capoluogo del Goceano, è una rela­zione
che porta il titolo “Notìzie preparatorie per la visita di mons. Incisa da
farsi nel mese di aprile del 1765″. Il documento, di 18 pagine (in lingua
spagnola), riguardante un rapporto del parroco, si conserva nell’Archivio della
Curia vescovile di Alghero; è diviso in due parti e porta alla fine la firma
del vescovo della città catalana. Vi sono allegati, per un totale di 10 fogli,
un elenco delle messe parrocchiali e delle altre chiese, delle persone che
avevano adempiuto alla confessio­ne annuale e delle festività, un inventario
degli arredi sacri, dei paramenti liturgici, del quadri, delle statue delle
chiese e un secondo elenco riguardante
i pastori
che pascolavano le pecore di proprietà delle chiese, con l’indicazione delle
paghe corri­sposte .

Nella prima parte, composta di quattro capitoli, viene
riferito che l’abitato era diviso in quattro zone, corrispondenti alle strade
di Addane Arriu, Sotto, Sopra e Bauladu e che il patrono San Michele Arcangelo
si festeggiava 1’8 maggio con ottava, vespri e messa solenne e il 29 settembre.
Le chiese, tutte con l’altare maggiore, oltre alla parrocchia, che aveva
i retabli e i confessionali in buono
stato, erano quelle di Santa Croce, San Nicola Tolentino, San Giovanni Battista,
Sant’Efisio, Santa Caterina (in cui non si celebravano messe, perché in
riparazione, Sant’Antonio Abate e le campestri di San Gavino, Santa Barbara,
San Matteo, San Nicola di Bari, Santa Restituta (il cui altare situato a lato
dell’epistola, era dedicato al figlio, Sant’Eusebio), Sant’Ambrogio, prima
sotto 1′invocazione della Vergine Assunta, tenuta da quattro mercedari, e San
Raimondo Nonnato. Non esistevano documenti che riportassero la data della
fondazio­ne della parrocchia (a detta di
Joaquín Aree,
“La Spagna
in Sardegna”, Cagliari, 1982, del secolo XVI); però si sapeva che l’altare
maggiore era stato fatto costruire dal canonico Bertollinis nella visita
pastorale del 1734. Nella parrocchia vi era la confraternita del Santissimo
Sacramento e nella chiesa di Santa Croce, vi era l’oratorio, il cui documento
di istituzione era stato approvato dal vescovo di Alghero, nel giugno del 1622.
Ogni anno si effettuavano le elezioni dei priori e delle altre cariche delle
confraternite, non per quella del Santissimo. Si legge che il fondatore delle
cappelle parrocchiali del Croci­fisso e dell’Assunta era stato il parroco
Cabezudo e di quella della Vergine d’Itria, nella cui parte anteriore
era indicato l’anno di costruzione, il 1631, era stato don Giovanni
Losa; che il soffitto della cappella della Purissima minacciava di
cadere e che nel coro vi erano 13 scanni: in mezzo, quello del parroco e,
intorno,
i
posti per i sacerdoti
e
i
secolari; inoltre, che il pavimento era a
mattonelle smaltate e che il presbiterio ed il coro erano stati riparati da
mons. Bertollinis; che gli addobbi e le riparazioni venivano effettuate con le
elemosine dei fedeli; infine, che la spesa della cera e dell’olio d’oliva per
la lampa­da spettava alla parrocchia e che
i tabernacoli,
dipinti, decora­ti, erano tutti in legno ed internamente erano foderati in
taffet­tà e in panno di seta.

Tra i molti arredi sacri della parrocchia vi erano un calice
d’argento (dono del giudice di
Torres), due pissidi d’argento
(una dorata all’interno e l’altra comprata come se fosse dorata, che serviva
per conservare le reliquie del patrono), un ostenso­rio d’argento (col piede
finemente lavorato e con le estremità dei raggi cariche di stelle e pietre
preziose incastonate), le reliquie della Vera Croce, del beato Giuseppe
Calasanzio e dì San Paolo, in legno con serratura d’ottone. In quasi tutte le
chiese vi erano sepolture, tutte ben conserva­te; nella parrocchia se ne
trovavano quattordici, tre delle quali nel presbiterio e tre nella cappella
della Madonna d’Itria. Non ve n’erano sotto gli altari e sotto le predelle né
per
i
ricchi né per i poveri.
Nei registri delle chiese si trascrivevano
i benefici,
le proprietà, le rendite fisse e non fisse e si indica­vano le otto cappelle
della parrocchia, compresa quella dell’al­tare maggiore, con
i rispettivi altari.

Poiché la sacrestia, situata dalla parte del vangelo, era
molto umida, dato che in inverno non vi entrava sole, essendo esposta a
tramontana, si era deciso dì costruirne una nuova a sinistra dell’altare maggiore.
Il pavimento, in buono stato, era a mattoni e
i due
guardaroba, uno di fronte all’altro, avevano
i cassettoni
in noce. Per le spese della sacrestia
i fondi non
erano suffi­cienti. Vi erano tre chierici laici e il sacrista maggiore era il
reverendo Antonio Maria Virdis. Il parroco Giovanni Maria
Tanda, dì Orotelli, ordinato sacerdote nel 1735, possedeva molti
libri di morale e quello delle predi­che; visitava
i parrocchiani una volta all’anno e benediceva le case il
sabato santo e per il Natale. Viveva in casa propria con due figli dì una
sorella, entrambi coniugati e con figli, e con una serva che era vedova. La
casa parrocchiale, un lascito del defunto Pietro Launi, aveva quattro vani, nel
piano rialzato, uno scantinato e due camere al piano terra.

Per l’istruzione scolastica dei giovani vi erano due
ecclesiasti­ci, un presbitero e un chierico con gli ordini minori. Tutti gli
anni ai ragazzi veniva insegnato il catechismo e venivano istrui­ti quelli per
la prima Comunione e per la
Confessione, che dove­vano però superare un esame. Erano
molti
i
parrocchiani che non ricevevano la comunione
annua­le e venivano indicati nel registro degli scomunicati, inserito nei
quinqué librorum, il cui primo volume portava la data del 1664.

I curati, tutti di Bono, oltre ai
12 scudi che passava loro il parroco, avevano la questua del cereali e del
formaggio del sabato santo e la paga dei giorni di festa e per
i funerali, per ì quali vi erano tre classi e si pagavano 4, 3
e 2 scudi. I confratelli ne pagavano quattro e, per
i piccoli, la tassa era di 4 reali. Il quaresimalista,
nominato dalla Comunità e dal sinda­co, aveva l’alloggio, la cui spesa spettava
al primo cittadino. Un capitolo riguardava
i benefici e
le rendite della rettoria (i cui beni non erano alienabili; questa teneva per
sé la metà delle decime dai cereali, dai legumi, dai tessili, dall’uva e dagli
animali; l’altra metà veniva versata alla diocesi vescovile. Il rettore aveva
un orto, che confinava con quello del reverendo, il territorio della parrocchia
confinava con quello di Bottida, Bonorva, Nughedda, Bultei e Orotelli.

Nell’ultimo capitolo si legge che la comunità parrocchiale
era composta dal 1.432 famiglie; che le persone (che avevano ricevuto la
comunione annuale) erano 1.773: che
i cresimati,
di quasi tutte le età, erano solo quelli della visita pastorale del 1765; che
non vi erano inimicizie tra
i parrocchiani, tra cui vi
era una levatrice, che aveva superato l’esame, e che non vi erano concubini e
vi erano sposate che non convivevano. Vi erano notizie, infine, sulle feste,
nelle quali era usanza ballare, soprattutto in quelle a cui accorreva molta
gente da altri paesi, per gare di canti, in cui mettevano in mostra la loro
abilità canora. I canti disturbavano non solo quelli che confessavano, ma anche
quelli che lavoravano nei giorni di festa. Durante il carnevale e nelle feste
campestri si ballava pubblica­mente per le strade.

Nuovorientamenti, 17 aprile 1988

 

   IL 375° ANNIVERSARIO DI UN
BENEMERITO DELLA CULTURA : MONSERRATO ROSSELLÒ

 

Ricorre, quest’anno, il 375° anniversario della scomparsa di un grande
dotto e giurista sardo: Monserrato Rossellò, al quale
i sardi devono
riconoscenza per aver raccolto e conservato, e lasciato in eredità, migliaia di
testi molto rari e una enorme raccolta di documenti che servono alla
ricostruzione di moltepli­ci aspetti della vita sarda dei secoli passati.
Monserrato Rossellò nacque a Cagliari nel 1568, forse nel mese di maggio;
studiò Giurisprudenza nelle Università italiane, poiché non era ancora in
funzione l’Ateneo cagliaritano, che fu aperto solo tredici anni dopo la sua
morte. Egli si batté a fondo per la sua istituzione e contribuì con una larga
donazione alla co­struzione del fabbricato che doveva sorgere nello spiazzo
anti­stante la torre di San Pancrazio.

Dopo aver conseguito la laurea in Leggi, percorse le vie dell’al­ta
magistratura e, nel 1590, occupò un seggio di giudice della Reale udienza di
Cagliari. Alcuni anni dopo, gli furono affidate due importantissime missioni.
Nel 1596, infatti, fu mandato a Ma­drid come sindaco dello Stamento Militare
per ottenere dal sovra­no Filippo II l’approvazione dei capitoli parlamentari.
La secon­da missione gli fu affidata, l’anno dopo, dal sovrano in persona, che
gli diede l’incarico di Visitatore Generale dell’Isola; di ciò restano alcune
lettere nell’Archivio Generale della Corona d’Aragona di Barcellona, da me
rintracciate, dalle quali risulta quanto egli fece durante il suo incarico;
ebbe modo così dì percorrere in lungo e largo la Sardegna per diversi
anni, provve­dendo a raccogliere molti manoscritti e testi, tra
i quali le preziose
opere inedite del Fara. Fu quindi uno dei tanti perso­naggi governativi che
ebbero l’alto incarico di controllare le condizioni dell’Isola, sia dal punto
di vista culturale che di quello economico.

Nel 1630, il Parlamento sardo, inoltre, convocato e diretto dal viceré
conte di Elda, affidò l’incarico al Rossellò di compilare e poi stampare alcune
concordanze giuridiche ed ecclesiastiche. Il Nostro giurista sardo si interessò
anche dell’istruzione, tanto che incoraggiò e favorì in tutti
i sensi la Compagnia dei Padri
Gesuiti, che si occupavano dell’insegnamento e della cultu­ra in tutta l’Isola.
Inoltre, il Rossellò si preoccupò del pro­gresso della stampa e provvide a
stampare l’introduzione alla seconda edizione degli Atti del Concilio di
Trento, già stampati a Cagliari dal Canelles, nel 1578. La sua biblioteca,
ricca di libri molto rari e dì parecchi incunaboli, passò ai Padri Ge­suiti;
ma, dopo la sua morte, avvenuta in Cagliari il 27 marzo 1613, la Reale Udienza decise
che essa passasse al fisco.

Il Supremo Consiglio d’Aragona, si legge in un atto inedito conservato
nell’Archivio suddetto, alcuni anni dopo stabiliva che il fondo venisse
riconsegnato alla benemerita Compagnia dei Gesuiti. I volumi passarono poi alla
Biblioteca Universitaria di Cagliari, che tuttora mantiene un fondo speciale
sui manoscritti e sui testi che appartennero appunto al Rossellò. Il giurista
sardo, che fu anche abate della Basilica di Saccargia, come riferisce il
cronista
Canales de
Vega,
aveva dedicato la sua vita alla raccolta di oltre
cinquemila libri e di moltissimi manoscritti che egli ritrovò non solo
nell’isola, ma anche in molti archivi e biblioteche d’Italia e della Spagna.
L’inven­tario della sua biblioteca, tuttora esistente, è composto di ben 204
pagine.

Nuovorientamenti   1 maggio 1988

 

JOAQUÍN ARCE: UN AMICO
DEI SARDI

 

Lo studioso spagnolo Joaquín Arce, che
negli anni Cinquanta percorse le strade della nostra Isola, ha lasciato alcuni
scritti di notevole importanza per la ricostruzione della nostra storia, ed in
particolare ricordiamo “La
Spagna In Sardegna”: uno studio che serve a rintracciare
le testimonianze del lungo periodo del dominio spagnolo in Sardegna di cui chi
scrive ha provveduto alla edizione italiana. Nato nelle Asturie nel 1923,
avrebbe dovuto compiere 68 anni in questi giorni, se non fosse sopraggiunta la
morte sei anni fa a strapparlo agli affetti familiari e allo studio. Insegnava
lingua e letteratura italiana nella Facoltà di Filologia nell’Università della
capitale della Spagna, dove si spense il 26 marzo 1982.

Con lo studio “La Spagna in Sardegna” (España en Cerdeña), edito in Madrid nel 1960, per il quale ottenne, nel 1956,
il Premio “Menéndez Pelavo” (il maggior premio letterario spagnolo),
Arce ci dà la possibilità di conoscere le tracce di quel passato che ancora
oggi possiamo trovare nella nostra Isola: decine di iscri­zioni inedite in
lingua spagnola, poeti e romanzieri sardi che usano questa lingua; dati sparsi
sull’insegnamento dei Gesuiti e degli Scolopi; la creazione, ai primi del
Seicento, delle Univer­sità tuttora le uniche; la pittura sarda, nata nel
Trecento per opera dei Catalani, (giunti nell’Isola dopo lo stanziamento delle
Comunità iberiche), che raggiunse il massimo splendore nel Quat­trocento e nel
Cinquecento per opera della famiglia Cavaro; la lingua sarda con
i numerosi spagnolismi e la legislazione spagno­la, nella
quale ebbe posto quella sarda rappresentata dalla Carta de Logu arborense.

Tutto presentato in una visione unitaria, tenendo presente
gli apporti della ricerca storica più recente. La realizzazione dell’opera, che
all’autore
asturiano servì come tesi di
dottorato nell’Università di Madrid, è stata possibile poiché Arce sì dedicò
appassionatamente alla ricerca delle te­stimonianze e alla consultazione
bibliografica e documentale corrispondete.
Joaquín Arce, che
ha pubblicato studi su temi di letteratura comparata ispano-italiana e
ispano-sarda, è stato un grande amico dei Sardi e un valente studioso della
storia letteraria e so­ciale della Sardegna. Pertanto, è giusto ricordarlo nel
sesto anniversario della scomparsa.

Nuovorientamenti,  15
maggio 1988

 

        NOTE SUI PRELATI SARDI
DEL SECOLO XVII -I VESCOVI CEDRELLES E DE ESQUIVEL

 

Non saranno molti a
sapere che sono stati numerosi gli scritti pubblicati da alti prelati sardi nel
corso del Seicento, grazie ai quali è possibile avere notizie sulla realtà
sarda nel corso del XVII secolo.

Il primo porporato da
ricordare è il sassarese Gavino Manca Cedrelles che, dopo essere stato a capo
della diocesi di Bosa nel 1605, divenne vescovo di Alghero nel 1611 e due anni
dopo fu elevato alla carica di arcivescovo di Sassari, incarico che di­simpegnò
con grande zelo sino alla morte, avvenuta nel 1620. A lui si deve il
rinvenimento dei corpi santi dei martiri turritani Gavino, Proto e Gianuario,
di cui restano un quadro in tela nella sacrestia della cattedrale (a ricordo
dell’avvenimento), dipin­ta con grande garbo e raffinatezza dal sassarese
Diego Pinna (di cui si hanno pochissime notizie biografiche e
artistiche), e una breve relazione (in castigliano, stampata a Madrid nel
1615). La relazione di cui esistono una seconda edizione, pubblicata a Sassari,
nel 1739, e una in italiano, stampata sempre nel capoluogo turritano, nel 1847;
quest’ultima ha un’importanza storica e bibliografica, poiché, tra l’altro, vi
è riportata l’attri­buzione ai sardi delle quattro teste di mori con cui fu
completa­to lo stemma della croce bianca in campo rosso che il papa Bene­detto
VIII aveva loro concesso come segno del carattere reli­gioso della lotta.

I corpi santi, dopo il
rinnovamento, furono traslati, con solenne pompa, al duomo sassarese, dove
rimasero per alcuni anni, e poi vennero trasportati nella cripta della basilica
medievale di Portotorres, ove si trovano tuttora.

Al Manca Cedrelles si
attribuisce l’inizio della controversia per il riconoscimento della supremazia
della Chiesa sassarese nei confronti di quella cagliaritana e in Sardegna. La
diatriba fu risolta dalla Sacra Rota che, nel 1640, senza prendere una
decisione a quale delle due diocesi spettasse la supremazia, pose fine
scrivendo che la Chiesa
cagliaritana era la più antica dell’isola. A tale riguardo, si veda “Ma
noi abbiamo un santo in più” di Giovanni Todde (Sardegna Fieristica,
1980). Nel palazzo arcivescovile di Sassari una lapide, la cui iscrizio­ne è
stata edita, nel 1960, da
Joaquín Arce in “La Spagna in Sardegna”,
ricorda le tappe più significative del suo episcopato, posta, nel 1644, dal
nipote
Andrea Manca, arcivescovo, per
otto anni, della diocesi sassarese, morto nel 1655.

Intanto a Cagliari, a
capo della chiesa vi era lo spagnolo Fran­cesco de Esquivel, che possiamo
considerare cagliaritano di adozione, poiché giunse nel 1605 e vi restò sino
alla morte, avvenuta nel 1624, all’età di 72 anni (all’illustre prelato è stata
dedicata una strada cittadina). A lui si deve la costruzio­ne, a sue spese, del
santuario dei Martiri (la cripta della cat­tedrale, eseguita da marmisti
siciliani, per porvi le spoglie dei martiri cagliaritani, rinvenuti tra il 1615
ed il 1617 nell’area cimiteriale della Basilica di San Saturno) e la lunga
relazione sugli scavi, da lui diretti, e sul ritrovamento dei resti dei corpi,
stampato a Napoli nel 1617 (libro interessantissimo ed importante per la storia
degli scavi a Cagliari e perché è un documento dal quale si possono trarre
notizie sulle tombe esistenti nell’arca cimiteriale adiacente alla basilica;
questa, da decenni, è chiusa per ristrutturazione e per altri scavi. Al de Esquivel,
di cui resta un’ottima tesi di laurea del vescovo di Ogliastra, monsignor
Antioco Piseddu (stampata qualche anno fa), si deve anche l’istituzione
dell’Uni­versità di Cagliari, alla quale lasciò un sostanzioso fondo e dei
locali per l’edificio, sorto poi nella piazza San Pancrazio, oggi piazza
Indipendenza.

Al porporato
cagliaritano, che non poté vedere l’inizio dell’at­tività accademica, poiché
mancò agli uomini poco tempo prima dell’inaugurazione (avvenuta ai primi del
1626), si deve il grandioso tabernacolo d’argento, collocato nell’altare
maggiore del Duomo, di cui esiste un ricordo nell’iscrizione posta nella
porticina che guarda il coro, anche questo opera sua. Per una più ampia
conoscenza dell’attività pastorale del Nostro prelato, elogiato dal poco noto
romanziere cagliaritano del Seicento Arnaldo de
Bolea e dal poeta cagliaritano Giuseppe Delitala (che fu viceré interino
della Sardegna nel 1679 e nel 1686), che gli dedicò un sonetto, nel 1672,
(inserito nell’opera “Cima del monte Parnaso español”, per ricordare
la costruzione del santuario nel cinquantenario), si veda “I vescovi di
Caglia­ri” di Luigi Cherchi (1983) .

Nuovorientamenti, 29
maggio 1988

 

NOTE SUI PRELATI SARDI:
AMBROGIO MACHIN

 

Allo spagnolo de Esquivel succedette, alla cattedra episcopale
cagliaritana, 1′algherese Ambrogio Machin, nato nel 1580. Studiò nella città
natale, passò poi a Cagliari, dove entrò nel convento di Bonaria. Passato in
Aragona, vi studiò e si laureò in teo­logia, materia che in seguito insegnò per
vari anni. Divenuto superiore della Casa professa di Barcellona, passò a
dirigere l’Ordine mercedario e, nel 1621, Filippo III lo propose per la sede
vescovile della sua città, proposta accettata dal papa. In questa sede si
dedicò alla vita pastorale e nel frattempo pubbli­cò il sermone letto in
occasione della beatificazione di San Francesco BorgIa (Sassarì, 1624), tenuto
nel collegio della Compagnia di Gesù della città turritana; nel frontespizio vi
è un’incisione con il monogramma dei Gesuiti.

Alcuni anni dopo, passò alla sede della primaziale
cagliaritana. E’ stato il primo sardo ad essere stato nominato primate di
Sardegna e di Corsica, a testimonianza che ormai era possibile ai prelati sardi
essere indicati dal papa nella carica religiosa più alta della Sardegna, da
parte dei sovrani spagnoli, che avevano la facoltà di proporre al Santo Padre
la nomina dei vescovi nell’Isola.

Essendo nel frattempo cominciata l’attività didattica nella
nuova sede universitaria di Cagliari, il Machin ne divenne il primo rettore. A
lui si devono ì commentari della prima parte della Summa Tomistica (stampati a
Madrid nel 1621), che ebbero una seconda edizione a Cagliari, l’anno
successivo, con la dedica al papa Urbano VIII. Nel 1632, il Machin pubblica,
nel capoluogo, il sermone predicato per il voto e per il giuramento delle Corti
parlamentari sarde a favore della Concezione della Vergine (tenuto l’anno
prima), di cui restano un dipinto situato nella cappella di Sant’
Isidoro (nel transetto di destra della cattedra­le) e una cronaca
del segretario comunale di Cagliari Francesco Carnicer (Cagliari, 1632), letta
alla presenza del viceré Gaspare
Prieto, vescovo di
Alghero, e di altre personalità. Nel 1635, provvede alla stampa di uno scritto
a difesa della giurisdizione dei tre ordini cavallereschi in Sardegna, di cui
un’altra edizio­ne si stampò l’anno successivo a Palermo, con una dedica al
marchese di Alliastro.

Dopo un viaggio a Roma e a Napoli, per più di un anno, al
ritorno alla sua sede cagliaritana, pubblica, nel 1638, in castigliano, gli
atti del sinodo diocesano (diviso in 33 sezioni), tenuto a Cagliari 1’11
gennaio dello stesso anno, e le norme per la tassa­zione funeraria per
i nobili e i poveri e alcuni altri
uffici per il Capitolo, per
i Beneficiari e per il
clero della cattedrale. Nel 1639, vede la luce un suo trattato, in latino, in
difesa della santità di Lucifero, in cui si trova la notizia che, se l’archivio
di Cagliari non avesse preso fuoco, egli avrebbe avu­to la possibilità di
consultare altri atti più antichi, dei quali si sarebbe servito per una più
consistente valutazione della santità del beato Lucifero, arcivescovo di
Cagliari dal 350 al 370. Caduto ammalato, cessò di vivere il 13 ottobre del
1640. Una biografia più particolareggiata sul Machin si trova nel “Diziona­rio
biografico degli uomini illustri di Sardegna” di Pasquale
Tola, di cui consigliamo una attenta lettura. Del suo ministero
pastorale e della sua opera in generale, si vedano Luigi Cherchi, opera già
segnalata, e la tesi di laurea del compianto vescovo di Nuoro, monsignor Melas.

Nuovorientamenti, 5 giugno 1988

 

NINO CAREDDU: UN EDITORE
CAGLIARITANO IN VETRINA

 

In occasione del “Salone Internazionale del
Libro”, tenutosi a Torino dal 19 al 23 maggio scorso, sono stati circa 200
i
titoli sardi in vetrina; ciò testimonia il
fervore culturale esistente in Sardegna in questi ultimi anni, dovuto
all’iniziativa di editori di professione e di amministrazioni pubbliche
isolane. E’ la prima volta che la cultura sarda, scritta e stampata nell’isola,
si presenta ad una iniziativa editoriale nazionale che le ha dato modo di
ottenere il giudizio favorevole del va­sto pubblico.

La Sardegna era presente con 32 case editrici. Tra queste le
“Edizioni Castello” del cagliaritano Nino Careddu, con alcuni titoli
della sua già vasta produzione. E poiché nell’ambito della manifestazione di
Torino, nulla si è fatto per l’editoria sarda, vorremmo spezzare una lancia a
favore dell’editore Careddu, anche scrittore di romanzi.

Merita una segnalazione, poiché i suoi libri sono tutti di note­vole valore letterario,
culturale, scientifico ed editoriale. Egli ha iniziato l’attività nel 1982 dopo
aver maturato la neces­saria esperienza in lunghi anni di collaborazione con le
edizioni
“Pan-Arte”
di Firenze e, successivamente, come direttore
edito­riale di una piccola casa editrice cagliaritana. La fisionomia della
“Editrice Castello” è quella del laboratorio di ricerca; senz’altro
la strada più difficile, ma indubbiamente la più affa­scinante. Nasce quindi la
collana di narrativa “Sas Janas”, che ha già raggiunto, in pochi
anni, il numero di nove titoli, tutti di successo, seguita dalla narrativa per
ragazzi.

Nella saggistica, libri di interesse profondo, che hanno
proposto
o
riproposto temi inusuali o inediti: “II mistero dei nuraghi rivelato con
1′astroarcheologia”, ad esempio, e “I segni dell’identità”. Ma
anche “Studi Ogliastrini”, “Vita e opere di Francesco
Alziator”, “Sigismondo Arquer” e “Dall’Antigori alla
Saras”. Nel catalogo non mancano libri di poesia, oltre a numero­se
opere fuori commercio, perché finanziate dalle Amministrazioni pubbliche.

Le “Edizioni Castello”, distribuite nelle migliori
librerie della Sardegna e, alcuni titoli, in quelle italiane di Parigi, Bruxel­les,
Lugano e Monaco, presto saranno presenti nelle principali librerie del
Continente. E, grazie alla Regione Autonoma della Sardegna, l’editore Careddu,
tanto sensibile alle attività cultu­rali, ha partecipato a tutte le edizioni
della “Fiera del libro” di Francoforte e della rassegna “Mille
libri per un’isola” e alla prima edizione 1988 della “Fiera del
Libro” di Torino, come già detto. Inoltre, si appresta a lanciare sul
mercato nuove collane e a intraprendere nuove iniziative, sempre nella
originaria filosofia della ricerca di nuovi autori e di opere inedite, per la
valorizzazione e la conservazione del patrimonio culturale sardo.

Nuovorientamenti, 12 giugno 1988

 

NOTE SUI PRELATI SARDI DEL XVII SECOLO – ANTONIO
CANOPOLO

 

Se i prelati Manca Cedrelles,
Esquivel e Machin, presentati nelle puntate precedenti, possono essere
ricordati non solo per l’atti­vità di pastori d’anima, ma anche per
i loro scritti, il sassare­se Antonio Canopolo, di origine
corsa, arcivescovo di Sassari per pochi giorni, poiché vi morì nello stesso
anno di nomina (1621), lo si ricorda anche perché è stato l’introduttore
dell’arte tipografica in Sassari. Egli, infatti, nel 1616, chiamò nel capoluogo
sassarese il tipografo cagliaritano Bartolomeo Gobetti, che provvide alla
stampa della traduzione,  in castigliano,
di un poema sardo. Il Canopolo nacque certamente nella città turritana, intorno
agli anni quaranta del XVI secolo. I genitori, signori del feudo di Putifigari,
nel Logudoro, lo avviarono agli studi ecclesiastici, che seguì prima nella sua
città e poi a Roma. Dopo la sua ordi­nazione sacerdotale, forse nel 1564, fu
nominato parroco di Bitti e, in seguito, cappellano nella corte imperiale di
Carlo V, tenendo sempre quella di parroco.

Il pontefice Sisto V, nel 1588, lo innalzava alla sede
arborense. Poiché l’aria della città di Oristano era giudicata malsana per la
sua salute, il Canopolo ottenne il permesso di risiedere nella città natale,
scontentando molti diocesani. Durante la sua mis­sione pastorale nel
Ghilarzese, donò alla chiesa parrocchiale di Ghilarza, da lui consacrata nel
1608, una elegante croce proces­sionale, che porta incisa una lunga iscrizione
in catalano, pubblicata, con modifiche, da
Joaquín Arce
(“La Spagna
in Sarde­gna, Cagliari, 1982, edizione italiana di Luigi Spanu), dopo quella
resa edita dal Delogu. Un’iscrizione, che si trova nella facciata della chiesa
par­rocchiale di Santa Sofia, in San Vero
Milis, ne ricorda
la co­struzione, nel 1604, per opera del Canopolo. sempre pubblicata dall’Arce,
allora ancora inedita.

Interessante la lettura della relazione “ad
limina”, compilata dal porporato sassarese nel 1591, nella quale si
trovano notizie sulla situazione socio-economica della diocesi arborense negli
anni Ottanta. In una sua lettera, pubblicata dallo Scano in “Codex
diplomaticus”, il Canopolo da notizie al pontefice del suo avventuroso
viaggio di ritorno ad Oristano dalla sua visita vaticana. Ricordiamo che il
Canopolo, avendo retto la sede arcivescovile d’Arborea per 33 anni, passò, nel 1621, a quella turritana,
dove, nel 1619 aveva fondato il collegio Canopoleno, affidando l’inse­gnamento
ai Gesuiti; vi istituì venti borse di studio per
i chierici sardi, riservandone due per ì Corsi.

Nuovorientamenti, 19 giugno 1988

 

     GREMI E
CONFRATERNITE: ALLA SCOPERTA DELLA DEVOZIONE DEI SARDI  -
Feste religiose cagliaritane nel Seicento

 

Cagliari, nel Seicento, era tutta pervasa di sentimenti
religiosi e viveva intensamente, immersa nelle pratiche cristiane. In una
Cagliari siffatta, in cui la maggior parte dei cittadini era iscritta ad una
confraternita religiosa
o ad un gremio, in una Cagliari, che si gloriava di possedere moltissimi
santi, soprat­tutto dal 1618, dopo il rinvenimento di tante reliquie di martiri
cristiani; in una città che viveva di vita ispanica e che si sentiva piena di
vita attiva e religiosa, non potevano mancare feste religiose talvolta
accompagnate da riti profani e pagani. Come si legge nelle carte sinodali del
XVII secolo della diocesi cagliaritana, vi erano feste che venivano celebrate
dalle congre­gazioni e dai gremi ed altre feste parrocchiali e di ordini
religiosi.

Il calendario cagliaritano comprendeva quindi molte
festività; vi era una stasi solo nel periodo quaresimale, poiché era il momento
di intensa partecipazione della popolazione ai riti all’interno delle chiese,
con le pie pratiche della via Crucis e delle predi­che quaresimali. Moltissime
le feste annuali, da quelle in onore della Madonna a quelle in onore dei Santi
patroni e titolari delle chiese cagliaritane, da quelle dei santi patroni delle
confraternite a quelle dei patroni dei gremi e degli ordini religiosi. Ve
n’erano almeno una alla settimana e le feste si protraevano per circa sette
giorni, dato che erano accompagnate da novenari
o da tridui
e quasi sempre da ottavari. Le processioni che concludevano la festa passavano
sopra un’in­fiorata, chiamata “ramadura” (termine prettamente sardo,
proveniente dalla penisola iberica), che veniva distesa sulle strade per conto
delle confraternita
o dei gremi con sede nelle
contrade in cui si snodavano le processioni.

Tra le numerose feste, ne ricordiamo alcune, soprattutto di
quelle che non si effettuano più, ma che si potevano seguire ancora qualche
anno dopo la seconda guerra mondiale. Nella chiesetta di San Rocco, poco
distante dal Convento di San Mauro, il 16 agosto si celebrava la festa del Santo
degli appe­stati, al quali egli aveva dedicato la vita. Lo spiazzo antistan­te
la chiesa, in cui aveva sede la congregazione dei venditori di latte, era
chiamato “sa prazza de is ballus”, e in essa, nel giorno della festa,
si danzavano
i balli tradizionali.
Grandissimi e lunghi
i festeggiamenti il 29 di
ottobre per San Saturno, patrono dell’archidiocesi cagliaritana. Nel sinodo del
Machin (1628) la celebrazione venne considerata festa di precetto per la città
di Cagliari. Per l’occasione veniva organizzato annualmente, da parte della
congregazione dei Cavalieri, un torneo cavalleresco che si teneva davanti al
palazzo viceregio. Vi partecipavano
i più abili
cavalieri dell’isola. Del torneo effettuato nel 1627, fa menzione il poeta
romanziere cagliaritano Arnal de
Bolea; in
occasione dei festeggiamenti si effettuavano anche delle rappresentazioni.

Tra le tante feste annuali, nel corso del ’600 si
effettuarono feste per centenari, per canonizzazioni di Santi che apparteneva­no
a ordini religiosi, e festeggiamenti per nascite e per matri­moni di componenti
le famiglie reali. Tra quelle di cui si ha ricordo, menzioniamo la festa del
novembre del 1618: ci furono grandi celebrazioni e una processione lunghissima
per la traslazione dei corpi dei santi Martiri nella cripta della chiesa
primaziale. Seguirono quelle del marzo del 1622 per la canonizzazio­ne di S.
Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine dei Gesuiti, a quella del marzo del
1632 per il voto solenne in difesa della Immacolata Concezione. Nel 1650, anno
Santo, ci furono processio­ni e feste solenni; nel 1667 feste e processioni per
il primo
centenario
della morte di S. Salvatore da Horta, compatrono
dei Minori; nel 1670 si celebrarono grandi festeggiamenti per il terzo
centenario, a ricordo dell’arrivo della cassa contenente la statua della
Vergine Bonaria nel convento della Madonna della Mercede; ed infine, nel 1671,
si fecero grandi feste per la canonizzazione del re di Castiglia Perdinando
III.

Per concludere, non resta che menzionare quanto pubblicò
Francesco Vico in
“Leyes y pragmáticas”: si
celebravano quindici feste nel mese di agosto, tredici in novembre, dieci in
maggio, nove in ottobre, otto in marzo, sette in settembre e in luglio, e
soltanto tre a febbraio e ad aprile, senza contare le domeniche, le feste di
Natale e di Pasqua e le altre feste mobili (J. Aree, “La Spagna in Sardegna”,
Cagliari, 1982, a
cura di Luigi Spanu).

Nuovorientamenti, 26 giugno 1988

 

 NOTE SUI
PRELATI SARDI DEL XVII  -  GIACOMO PASSAMAR

 

Se la diocesi cagliaritana poté avere un
sardo, alla sua testa, soltanto nel 1626 con 1′algherese Machin, quella
turritana ebbe la fortuna di vedere alla cattedra episcopale diversi sardi fin
dai primi anni del ’600. Il primo fu il cagliaritano
Andrea Ba­callar, distinto teologo e insigne prelato il quale, nel 1606, dopo
appena due anni di episcopato sassarese, celebrò un sinodo provinciale, tuttora
manoscritto.

Al Bacallar seguirono i sassaresi Manca Cedrelles e il Canopolo, che abbiamo già
presentato, poi il Passamar e
Andrea Manca. Alla morte di
Antonio Canopolo, ricoprì l’alta carica episcopale Giacomo Passamar, che fu
arcivescovo dal 1622. Di lui, che nacque nel 1570 ed abbracciò giovanissimo lo
stato ecclesiastico, ci restano due sinodi, uno diocesano e l’altro
provinciale. Il primo, tenutosi a Sassari nel 1625, venne pubblicato, nello
stes­so anno, nella tipografia turritana del nobile Francesco Scano di
Castelvi. Il sinodo provinciale, del 1633, – del quale mons. Ottorino Alberti
fa un dettagliato esame e riporta alcuni passi nelle note (“La Sardegna nella storia dei
Concili”, Roma, 1964, pagg. 220-227), fu stampato nel 1641. Entrambi
i sinodi sono pregevoli per la sincerità della dottrina e per
la sapienza dei canoni sanciti; a detta del
Tola (pag. 42 del “Dizionario Biogra­fico degli Uomini Illustri di
Sardegna”).

Il Passamar, nominato parroco di Bonorva nei primi anni del
Seicento, fu promosso vescovo di Ampurias, nel 1613. A lui si deve la
consacrazione della parrocchia di Bonorva, nel 1614, che appartiene al tipo
architettonico della cattedrale di Alghero, e della cattedrale di Ampurias.
Egli provvide alla riforma del clero della diocesi sassarese e alla diffusione,
nelle chiese, dei canto gregoriano; combatté le superstizioni e la magia; fece
rimuovere le statue e le immagini deturpate dagli edifici sacri; incrementò la
religione e si adoperò perché la
Corte cagliaritana non si intestardisse nel vietare
all’episcopato sassarese di intitolarsi “Primate”, come avevano fatto
i
suoi predecessori.

Il volume del primo sinodo contiene 24 pagine, non numerate,
di introduzione, che presentano alcune poesie dedicate al presule sassarese, e
138 pagine di testo, in cui si ribadiscono le dispo­sizioni dell’immunità delle
chiese, il richiamo alla pubblicazio­ne in sardo della bolla di Urbano VIII
“In Coena Domini”, le regole per la celebrazione dei matrimoni, le
disposizioni per II foro ecclesiastico e gli appelli e la tenuta dei
“Quinqué librorum”. Nella prima pagina si trova inciso un grande
stemma del Passamar, il quale, a detta di molti, fu uno dei prelati che
maggiormente illustrarono la chiesa sarda.

Nel marzo del 1622, il Presule provvide a riportare, in
proces­sione solenne, le reliquie dei Santi Gavino, Proto e Gianuario e di
numerosi altri santi da Sassari alla Cattedrale di Porto
Tor­res, come riferisce il sassarese Enrico Costa; e il 19 gennaio
del 1626, fu presente, nella chiesa di Betlem, alla cerimonia di presentazione
del nuovo viceré,
Geronimo Pimentel, che passava nel
capoluogo sassarese, prima di giungere a Cagliari
(Josefina Mateu Ibars,
“Los virreyes de Cerdeña”,
Palermo
1968). Alla morte, avvenuta nel 1644, gli succedette il concittadino
Andrea Manca, nipote del Manca Cedrelles.

Nuovorientamenti, 3 luglio 1988

 

NOTE SUI PRELATI SARDI DEL XVII SECOLO -
FRANCESCO BOYL

 

Non sono in molti ad essersi interessati al presule
mercedario Francesco Boyl, che morì di peste nel convento dei frati di Bonaria,
nel 1565. e che fu sepolto nel Santuario della Madonna della Mercede di
Cagliari. Di Francesco Boyl restano diversi manoscritti, che egli stesso cita
nella sua opera “Nostra Signora del
Puche, non
stampati, perché non ebde né il tempo né la possi­bilità.

Francesco nacque in Alghero nel 1595 dal barone di
Putifigari, Pietro, che dovette vendere il feudo per un tracollo finanziario.
Intrapresi gli studi filosofici nel convento del mercedari del capoluogo sardo,
si trasferì in Spagna e frequentò l’Università di
Alcalá de Henares. Terminato II corso universitario, divenne reggente degli
Studi dell’Aragona e insegnò teologia in Saragozza e poi in Barcellona. Fu
inviato, nel 1630, nel convento mercedario di Nostra Signora del
Puche, nella regione di Valenza. Qui ebbe modo di scrivere, in
lingua castigliana, una relazione storica del monastero.

In questo libro si trova una breve storia della Sardegna,
ripresa in parte dal Fara, e la difesa della santità dell’arcivescovo
cagliaritano Lucifero. Una copia di questa rarissima opera si trova nella
Biblioteca universitaria di Barcellona, mentre manca in quella di Cagliari.
Altra sua opera è una raccolta di orazioni e di prediche, in castigliano,
stampata in Madrid, assieme ad al­tri suoi scritti. Ritornato in patria, nel
1653, perché nominato vescovo d’Alghero dal papa Innocenzo X, chiamò nella
città cata­lana,
i frati della redenzione
per fondarvi il loro convento e donò alla cattedrale una preziosissima
teca di corallo, contenen­te le reliquie di alcuni martiri,
esposta annualmente ai fedeli. Si ha notizia che il Boyl, che lasciò fama di
essere stato uno dei figli più illustri dell’Ordine dei Mercedari, possedeva
una ingente e fornita biblioteca che donò al convento di Cagliari, andata quasi
interamente dispersa. Una lunga biografia sul Nostro la si trova in Pasquale
Tola, opera varie volte citata nelle colonne di questo settimanale
(pagg. 139-142).

Nuovorientamenti, 17 luglio 1988

 

UNA
RACCOLTA DI SAGGI PER RICORDARE UN EMINENTE STUDIOSO SARDO: GIOVANNI TODDE

 

A Giovanni Todde,
storico, archi­vista, paleografo, saggista, prematu­ramente scomparso quattro
anni fa, all’età di 54 anni, è stato dedicato il trentacinquesimo volume
dell’Archivio Storico Sardo, presentato qualche tempo fa al pubblico nella
deliziosa sala dei congressi del Ban­co di Sardegna. Entrato, nel 1957, nella
pubblica amministrazione, Giovanni Todde divenne in poco tempo, per la sua
profonda preparazione, sovrintendente regionale degli Archivi di Sta­to della
Sardegna; fu presidente della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna e direttore
dell’Archivio storico sardo. Promotore e organiz­zatore di cultura, ira le sue
numero­se pubblicazioni, tutte dedicate alla Sardegna, si ricordano «La storia
di Nuoro e della Barbagia» e «Cagliari -sei anni di amministrazione cittadi­na»,
con Giancarlo Sorgia.

Alla presenza di
autorità, di ami­ci e di studiosi, dopo il saluto portato dal sindaco di Cagliari
e dall’as­sessore provinciale alla Cultura Efisio Serrenti, le parole di
circostanza della presidente della «Deputazione di Storia Patria per la Sardegna», la
professoressa
Luisa D’Arienzo, e un accorato ricordo
della figura e dell’opera del compianto Giovanni Todde da parte della
dottoressa Olla Repetto, il professor Francesco Artizzu, dell’Università di
Cagliari, ha provvedu­to a presentare il volume dedicato al­lo scomparso
sovrintendente archi­vistico per la Sardegna.

Apre la serie dei saggi
l’interessan­tissimo ed importante articolo dell’i­spettore dell’Archivio di
Stato di Ca­gliari, la dottoressa Gabriella Olla Repetto, con «Studi storici in
onore di Giovanni Todde», la quale si sof­ferma non solo sulla sua intensa at­tività
professionale e pubblicistica, ma anche sulla grande preparazio­ne archivistica
e sulla figura come organizzatore culturale. Hanno dato il loro contributo
i va­lidi lavori di parecchi studiosi, alcu­ni di notevole spessore
culturale; tra cui, e ce ne scusiamo con
i
non
no­minati, 
Tito Orrù, Luisa D’Arienzo, Antonello
Mattone, Gio­vanni Lilliu, Giancarlo Sorgia. Tut­ti hanno affrontato temi
riguardan­ti
i problemi della nostra
isola da£ Duecento all’Ottocento.

Nuovorientamenti, 31
luglio 1988

 

“L’ECO DI BONARIA”- OTTANT’ANNI DI VITA CULTURALE E RELIGIOSA

 

Ha compiuto
ottant’anni il diffuso mensile “L’Eco di Bonaria”, il bollettino del
Santuario dei Mercedari cagliaritani, che scandisce le ore della vita religiosa
e culturale dell’Ordine Mercedario.  Il
primo numero, nel maggio 1908, costava 20 centesimi e fu stampato presso la
tipografia di G. Serreli, proprio nell’anno in cui Pio X proclamava la Madonna di Bonaria Patrona
Massima della Sardegna.

In un’ottima
presentazione, la copertina (foto sotto) i cui disegni erano a firma di certi
Sullietti e Cubeddu, recava una ghirlanda di fiori che dava un’immagine
suggestiva alle illustrazioni; tra esse facevano spicco il modellino ligneo
della Basilica del De Vincenti, lo stemma dei Mercedari e quello della Cagliari
passata e un quadro raffigurante la
Madonna di Bonaria.

Il fondatore della
rivista, p. Adolfo Londei, nell’articolo di presentazione, scriveva che il
periodico avrebbe portato la letizia nelle famiglie, sarebbe penetrato nelle
case dei più umili e avrebbe ravvivato nel popolo sardo la devozione alla
Vergine di Bonaria.

Sin dagli inizi la
pubblicazione – si legge in un articolo di alcuni anni dopo – è stata una voce
viva a sostegno dell’idea di costruire il nuovo tempio a Maria. La costruzione
della basilica, i cui lavori ebbero inizio nel 1708, era stata proposta dal
mercedario Carignena (1699-1722), uno dei più grandi arcivescovi della diocesi
cagliaritana. Purtroppo, a causa di diverse situazioni, i lavori presero molto
tempo e furono portati a termine nel 1934.

La basilica cui
convergono i cuori di tutti i sardi, fu colpita, in seguito, dalle bombe
lasciate cadere dagli aeroplani americani nelle incursioni aeree del febbraio
1943, che distrussero gran parte della città di Cagliari e rovinarono molte
chiese.

In questi ottant’anni
di vita, “L’Eco di Bonaria” è stato un prezioso organo di formazione
e di diffusione della devozione alla Madonna e, con l’apporto della competenza
dell’Unione Redazionale Mariana, iniziato una quindicina d’anni fa, è divenuto
una rivista di notevole valore e presenza, perché ha intensifica­to il suo
impegno per essere strumento di devozione mariana.

Nuovorientamenti, 4
settembre 1988

 

SERGIO MANCA DI MORES: UN INDIMENTICABILE POETA SARDO

 

Trent’anni fa si spegneva in Cagliari, città d’adozione, il
poeta Sergio Manca, nato a La
Maddalena nel 1922, autore di un poema autobiograf
ico, dato alle stampe nel 1954, di cui si interessa­rono Attilio
Maccioni con giudizi lusinghieri e l’intellettuale Francesco
Masala, con critica benevola, che ha riproposto la ri­stampa
all’editore Ettore Gasperini.

Due anni fa Ettore Gasperini ha pubblicato in ottima veste
tipo­grafica, la raccolta di liriche “II Gallo Blu”, che ha subito
riscosso enorme successo di vendite non solo nelle librerie sarde, ma anche in
quelle della penisola. L’opera di Sergio Manca, oltre alla meravigliosa
presentazione a Cagliari nella Sala Verde della Cittadella dei Musei, davanti
ad un pubblico imponente, ha avuto qualificata presentazione a Venezia e in
altre città italiane. Inoltre, ha fatto bella mostra di sé, accanto agli altri
capolavori della “Ettore Gasperini Editore”, nella recente
esposizione nel “Salone Internazionale del Libro”, tenutasi a Torino.

La recente pubblicazione, che porta la premessa di Vittorino
Fiori, il quale asserisce che, chi scopre il “Gallo Blu”, vi troverà
una chiave di lettura per entrare anche nel mondo magico di Sergio Manca, è
diviso in tre parti. Nella prima parte le liriche presentano un uomo che in
sogno si rivolge al gallo blu ricordando l’infanzia; un amore per una donna
lontana da parte di un uomo vivo
o morto; la
morte delle cortigiane e dei soldati; un uomo, una donna e un amore che non
vennero a capo di niente, la malaria di uomo il quale, venuto alla fine dei
suoi giorni, visse a dispetto del medico; ed infine, un uomo, il quale,
destatosi, non parla più al gallo blu ma al Signore.

La seconda parte (“La vita è caporale”), è una
raccolta di compo­nimenti, di rara potenza espressiva, scanditi in diciassette
odi, alcune molto brevi, che termina con la morte del caporale. Dopo l’indice,
Massimo Carta, che ha voluto la ristampa delle composizioni di Manca di
Mores, conosciuto quando aveva 12 anni nella soffitta di un
altissimo palazzo, dove “Sergio viveva, dipingeva e scriveva fiabe per
bambini” (da raccogliere e pubbli­care), presenta otto interessantissimi
“Acquerelli per il ‘Gallo blu’”, che forma la terza parte.

Il libro, a cui è legato un magnifico manifesto, in cui vi
sono due acquerelli del pittore Massimo Carta, una lirica di Sergio Manca e una
puntuale, lucida e precisa presentazione della vita e dell’opera del poeta di
Francesco
Másala,
è stato interamente realizzato nelle Officine
Grafiche della Società Poligrafica Sarda. Concludiamo proponendo alcune righe
di Leandro Muoni, il quale, avendo curato anche una recensione in “La Nuova Sardegna”,
scri­ve, nella ristampa: “Sergio Manca oggi redivivo. Quasi un nomade
menestrello postmoderno, giullare ipermanierista ed anacronista, ma sotto una
luce ora fantasmagorica ora categorica della co­scienza, per quella sua
verginità pittorica di rimescolamento e riattraversamento”.

Nuovorientamenti, 11 settembre 1988

 

NOTE SUI PRELATI SARDI DEL XVII SECOLO  – PIETRO VICO

 

Se il mercedario algherese Ambrogio Machin fu il primo alto
prelato sardo a salire nella cattedra primaziale della Sardegna, il sassarese
Pietro Vico (15987-1676) , figlio del primo sardo che fece parte del Supremo
Consiglio d’Aragona, ne fu il secondo, dopo
i tre lustri
passati nell’archidiocesi di Cagliari dal saragozzano
Bernardo de La Cabra,
noto perché fu il primo abitan­te cagliaritano a morire dì peste alla fine del
1655. Di Pietro Vico, del quale scrissero il Martini, il
Filia, il Tola e Luigi Cherchì,
sappiamo che, intrapresi gli studi ecclesiastici, si laureò in diritto canonico
e civile; fu decano della cattedrale di Cagliari, coadiutore dell’arcivescovo
di Oristano, Gavino Magliano (1627-1641), (sostenitore delle ragioni sassaresi
nella “vexata quaestio” sul primato della Chiesa in Sardegna) e, poi,
suo successore dal 1641 al 1657, anno in cui fu nominato primate dell’Isola; di
lui ci restano le costituzioni sinodali della diocesi arborense.

Il sinodo fu tenuto in Oristano il 20 aprile 1649, e gli
atti (in castigliano) furono stampati a Sassari l’anno successivo. E’ un volume
in 4°, di 84 pagine, tuttora da studiare, ma si sa che il sinodo del Vico
abrogava le costituzioni in vigore, e che vi sono notizie sulla situazione
sociale e religiosa della diocesi arbo­rense nella prima parte del Seicento.
Inoltre, porta alla fine il catalogo degli arcivescovi arborensi dal 1070 al
1649, documento importante per una ricostruzione storico-cronologica dei
vescovi d’Arborea, prima della diocesi di Santa Giusta e poi di quella di
Oristano.

Durante l’invasione francese in Oristano (1637), il Vico,
essendo l’arcivescovo Magliano in cattive condizioni di salute, si prodi­gò
assai per alleviare le pene dei cittadini in fuga e ordinò alle monache
cappuccine di Oristano di porsi al sicuro nel paese di Laconi e ai sacerdoti di
nascondere l’argenteria della Catte­drale .

Dell’arcivescovo Vico, le cui spoglie riposano nel duomo di
Cagliari dall’11 ottobre 1676, si ricorda l’ampliamento dell’epi­scopio del
capoluogo sardo, la spesa per rinnovarne il mobilio e la ricostruzione, in
stile barocco, della cattedrale cagliarita­na. I lavori, iniziati nel 1669, l’anno dopo il
duplice omicidio del marchese di Laconi e del viceré di Sardegna, marchese di
Camarassa, furono portati a termine nel 1672; e poiché il Vico non si trovava a
Cagliari, solo alla fine del 1674 si ebbe la consacrazione. L’alto prelato
cagliaritano non poté seguire i lavori poiché il duca di San Germano, nominato
viceré di Sardegna dopo l’uccisione del Camarassa, lo esiliò a Madrid assieme
al vescovo di
Ales, Giov. Battista Brunengo,
accusati di parteggiare per la fazione di cui era capo il marchese di Laconi,
Agostino di Castelvì, che aveva ordito l’uccisione del Camarassa. Nella lista
degli esiliati vi furono numerosi prelati e frati, tra cui Gior­gio
Aleo, che raccontò gli avvenimenti di quegli anni di terrore.
Della ricorrenza della consacrazione della nuova cattedrale restano alcuni
sonetti del cavaliere cagliaritano
Efisio Esquir­ro, rappresentati nel salone delle feste del Palazzo viceregio,
poi stampati, nel 1681, in
un volume in 4°, di 30 pagine, poco noti, perché in castigliano.

Secondo Josefina Mateu Ibars (“Los Virreyes di Cerdeña”, Padova 1968), il Vico disimpegno anche l’incarico di
viceré interino nel  1662, alla partenza
del marchese di Castel
Rodrigo, don Francesco de Moura y Cortereal, per circa dieci mesi. Di questo periodo interino restano
alcuni documenti e nell’archivio della Curia arcivescovile di Cagliari, sempre
a detta della Mateu, si conser­vano gli Atti del Parlamento celebrato a
Cagliari, nel 1666, dallo Stamento ecclesiastico, sotto la presidenza del Vico
(cfr. L. Cherchi, Op. cit. pag. 164, nota 29).

Nuovorientamenti, 18 settembre 1988

 

     Feste religiose
in Sardegna  – SETTEMBRE MESE DI SAGRE E
DI FESTE POPOLARI

 

Le feste religiose e le sagre popolari, sono l’espressione
più genuina dell’animo del popolo, che ne è il protagonista. Alcune di esse
hanno radici in tempi molto remoti e servono agli abitan­ti di un paese,
o di una zona, per ringraziare un santo per grazia ricevuta, o per chiederne una. Non sono poche le chiese campestri, in
cui si celebrano
i riti religiosi che
richiamano migliaia di pellegrini. Dalle prime luci dell’alba – oggi in
macchina, in tempi passati in carro a buoi
o a piedi -,
i fedeli raggiungono il luogo della festa.

I mesi, in cui le manifestazioni religiose si concentrano,
sono maggio e giugno, per la conclusione dei lavori dei campi, dopo una
stagione agraria piena di fatiche ed ansie; sono settembre ed ottobre, per una
nuova campagna agricola, dopo
i mesi estivi in cui si
svolgono le sagre estive, che richiamano turisti, e nel periodo in cui gli
emigrati ritornano tra
i familiari, per assi­stervi
.

Il mese che si sta per chiudere non è stato avaro di feste
reli­giose, alcune legate a mostre dell’artigianato, del pane, del pesce, del
miele, ecc.: in tutta l’isola esse sono state numerose ed hanno richiamato una
gran moltitudine di fedeli. In parecchi Comuni della provincia di Cagliari, per
quest’ultima domenica sono previste feste a Sinnai (in cui si onorano
i Santi Cosma e Damiano), con quattro giorni di manifestazioni,
che si tengono nel centro abitato e nella chiesetta campestre (poco fuori del
paese); a Capoterra, Comune alle porte del capoluogo, con tre giorni di festa
in onore di San Gerolarno nella chiesetta di campagna (dedicata al dottore
della chiesa e restaurata oltre cento anni fa, su strutture che risalgono al
’600) e a Decimomannu (quattro giorni di manifestazioni religiose e culturali,
per la grande festa in onore di “Santarega”, Santa Greca. Quasi tutte
le Sagre di questo mese di settembre sono in onore della Madonna, ricordata
sotto diversi titoli: Santa Maria del
Pilar a
Vallermosa, 1’8 del mese; Santa Maria di Monserrato a Serramanna, nello stesso
giorno; Santa Maria a Dolianova con la festa “de su ceru” (del cero);
Santa Maria a Siurgus Donigala, con la corsa dei ceri, 1’8 e il 9 dello stesso
mese; Santa Marta dì Sibiola, a Serdiana, con festeggiamenti 1’8 e il 9; Santa
Maria a
Uta,
con quattro giorni di festa nella seconda metà
del mese; Santa Maria a Furtei, dall’8 al 15; la Madonna della Difesa a
Quartucciu, a metà mese; Santa Maria
“desagua” (delle acque) a Sardara, dal 15 al 18, che si svolge nella
chiesetta rurale, a due chilometri dal paese, intorno ad un suggestivo
boschetto; la Madonna
del Rimedio a
Giba, dal 15 al 17, che
richiama grande affluenza di fedeli dal Comuni sulcitani; e Santa Maria di Cepo­la,
a Quartu Sant’Elena, dal 13 al 18, nella chiesetta del 12° secolo, patrona del
nuovo quartiere sorto nell’area dove esisteva l’antico insediamento.

Dal 13 al 18 Quartu S. Elena ha ricordato la patrona
Sant’Elena, e a Samassi si sono avuti
i festeggiamenti
in onore di San Geminiano. Nella seconda domenica si sono celebrati, a
Selargius e ad Assemìni,
i suggestivi matrimoni col
rito antico; grande il concorso di pubblico, che ha seguito con entusiasmo le
fasi della cerimonia e la sfilata delle
“traccas” (carri tirati da buoi), e dei gruppi in costume sardo.

Nuovorientamenti, 25 settembre 1988

 

UN’INTERESSANTE NOTA STORICA SULLA CAGLIARI
ANTICA – La Casa
per
i
“novizi” dei Gesuiti a Cagliari

 

Non saranno molti a sapere che l’edificio dell’attuale
Ospedale Militare, nella via omonima, era, fino a poco più di cento anni fa, la Casa per
i Novizi della Compagnia il Gesù. Saranno pochissimi ad aver
letto – e tra questi ora anche il compilatore di queste righe, grazie al
ritrovamento di un documento cinquecentesco -, che il luogo era, in precedenza,
un immondezzaio e che il Complesso edilizio, ora di enorme valore
architettonico e storico, fu costruito nell’arco di poco più di vent’anni, e
precisamente dal 1587 al 1610.

In un documento inedito, del 1587, che si trova nel
preziosissimo ed inesauribile Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona, si
legge che in quell’anno
i padri Gesuiti di
Cagliari, che da qualche decennio avevano già fondato la Casa generalizia in Castello,
avevano provveduto a dare inizio ai lavori per la costruzione di una Casa per
il Noviziato nel quartiere di Stampace; il terreno si trovava poco distante
dalla porta dello Sperone: si ponevano le basi la fondazione della chiesa di
San Michele. E, poiché per continuare l’opera, modificando così il progetto,
era necessario un altro pezzo di terreno che si trovava accanto alla
costruzione già iniziata,
i Gesuiti provvidero a
chiedere il permesso alle autorità governative di Cagliari. Ciò perché il
terreno richiesto non era disponibile per area edificabile, pur non essendo
molto vicino alla sopraddetta porta. Il p. Melchiorre Sangiovanni, vice
provinciale della Compagnia di Gesù nel regno di Sardegna, provvide alla
stesura di una lettera da inviare al sovrano, con la quale portava a sua
conoscenza che il terreno richiesto, situato alle spalle della casa di
proprietà di Monserrato Cabizudo era, appunto, un immondezzaio. Al Cabizudo,
che aveva acceso un
censo perpetuo di un quinto di
un reale semplice, ne era stata proibita la valuta, poiché sarebbe potuto
essere di utilità pubblica.

Il pezzo di terreno era molto utile per continuare l’opera
che la Compagnia
di Gesù stava intraprendendo in tutta la Sardegna, ed il padrone del terreno, che aveva
constatato l’inutilità per sé, era disposto a cederlo per una lira.

Il Procuratore regio di Sardegna, in data 24 giugno 1587,
scriveva a sua maestà facendogli presente quanto aveva proposto il p. vice
provinciale: il quale aveva anche scritto al sovrano proponendogli la cessione
gratuita del terreno del Cabizudo alla Compagnia di Gesù. Veniva accettata
anche la clausola che, se il terreno fosse stato necessario in avvenire per le
fortificazioni della città, si poteva provvedere, all’abbattimento dell’edificio,
in qualsiasi momento, senza alcuna spesa da parte della corte regia, con la
stessa condizione concessa al Cabizudo. Il Consiglio della Corona, che aveva
visto la lettera del p. Melchiorre e quanto aveva scritto il Procuratore,
ritenuto il terreno in questione di poca importanza per utilità pubblica, dato
anche che restava la clausola sopra detta, consigliava il sovrano a dare il
consenso alla cessione del terreno per costruita la Casa per
i Novizi.

Nuovorientamenti, 2 ottobre 1988

 

UN PRELATO CAGLIARITANO ARCIVESCOVO DI
SASSARI  –
ANDREA BACALLAR

 

II cagliaritano Andrea Bacallar, distinto teologo e dotto prela­to, nato intorno alla prima
metà del Cinquecento, dopo
i primi studi nel collegio
germanico in Roma, passò in quello dei Gesuiti e abbracciò lo stato
ecclesiastico. Versatissimo nelle lingue greca, latina, ebraica e caldea, fu
decano del Capitolo metropo­litano di Cagliari e Giudice Apostolico delle
Appellazioni e Gra­vami della Sardegna. Durante la permanenza nella capitale
dello Stato pontificio, tradusse in latino le opere greche di S.Giovan­ni
Damascemo, che forse non diede alle stampe.

Il 13 gennaio del 1578, secondo alcuni l’anno precedente, il
Ba­callar
fu nominato vescovo della diocesi algherese, in
cui tenne due sinodi; nel secondo, celebrato nel 1581, di cui restano, nel­la Biblioteca
universitaria di Cagliari e nell’archivio vescovile di Alghero, gli atti in un
volume in folio di 90 pagine, redatto in catalano, si trovano non solo
i temi di disciplina ecclesia­stica, ma anche disposizioni per
riformare
i
costumi civili. Nel sinodo inoltre furono
riconfermate le disposizioni dei sinodi precedenti e furono  decretate l’erezione del seminario diocesano
e l’istituzione del canonico teologo.

Per interessamento del Nostro sorgeva in Alghero il collegio
ge­suitico e furono poste le basi per un altro in Busachi. Lo studioso Raffaele
di Tucci ha pubblicato, nel 1913, la tra­scrizione di due atti costitutivi, in
lingua sarda, emessi nel 1592 dal
Bacallar per la
parrocchia di Ozieri. In un atto, col quale l’alto prelato dava disposizioni
particolari al clero e agli ecclesiastici, si trovano notizie sulla situazione
socio-demografica del centro logudorese, che alla fine del Cinquecento era un
tranquillo e prospero villaggio, la cui popolazione si at­testava sui 5000
abitanti. Per quanto si riferisce alla comunità ecclesiale si legge che vi era
un buon numero di sacerdoti che celebravano in una bella chiesa, situata in una
delle più impor­tanti zone del Regno.

Il Dì Tucci nota che la chiesa ozierese aveva fatto
parte  del vescovado di Bisarcio e che le
disposizioni del
Bacallar costi­tuivano uno dei
più felici tentativi di stabilire la disciplina ecclesiastica in una regione
che, in quel periodo, ne aveva dav­vero bisogno. Dalla sede catalana l’alto
presule cagliaritano fu promosso, nel 1604, a quella turritana. E poiché nello stesso
anno della sua nomina vescovile era sorta la questione sulla preminenza episco­pale
sarda, il
Bacallar
ottenne da Paolo V che se ne interessasse la Sacra Rota. Scrive il Tola che il Nostro fu prelato di molta pietà, e promos­se
l’incremento della religione e delle lettere nelle due diocesi affidate al suo
governo.

Nel 1606 celebrò a Sassari il sinodo provinciale turritano,
a cui presero parte
i vescovi di Ampurias, Alghero
e Bosa. Sebbene fos­se stata chiesta l’approvazione per la stampa degli atti, la Sa­cra congregazione non la
diede e pertanto gli atti rimasero ine­diti. Sarebbe necessario una loro
pubblicazione, in edizione italiana, poiché, a detta del Loddo Canepa, è un
monumento del suo operato, e poiché, secondo l’attuale arcivescovo di Cagliari,
monsignor Ottorino Alberti (La
Sardegna nella storia dei concili,Roma,1964, pag. 217),
“il Concilio Provinciale del
Bacallar è una
nuova te­stimonianza della sollecitudine dei vescovi nella difficile opera di
riformare la chiesa sarda nello spirito dei decreti tridentini”.
L’attuazione delle riforma tridentina, la disciplina del  clero, l’incremento e la dignità del culto ne
furono specialmente ogget­to.

Dopo il concilio fu intrapresa una campagna contro le usanze
superstiziose e contro gli abusi da parte degli esecutori della Bolla della
Crociata; furono sollecitati
i suffraganei a stabili­re seminari
nelle diocesi; e talora non fossero stati eretti en­tro sei mesi,
i frutti destinati sarebbero andati al seminario
metropolitano. Due anni dopo la chiusura di un secondo concilio provinciale sas­sarese,
celebrato probabilmente nel 1610, di cui non resta tracce, il
Bacallar si spense, a detta del Loddo Canepa, il 23 no­vembre 1612,
mentre secondo altri cinque giorni prima.

Nuovorientamenti, 9 ottobre 1988

 

GRANDI FESTEGGIAMENTI PER LA TRASLAZIONE DEI
MARTIRI CAGLIARITANI NELLA CRIPTA DELLA CATTEDRALE – UNA PAGINA DI STORIA
DIMENTICATA

 

Trecento anni fa Cagliari viveva un fine anno di grande
fervore religioso per le grandi feste che ebbero il momento esaltante nella
processione per la traslazione dei martiri cagliaritani nella cripta della
Cattedrale. Questa fu costruita nel giro di due anni, a spese dell’arcivescovo
Francisco de Esquivel, che ha lasciato una impronta indelebile nella
storia della diocesi cagliaritana, e fu consacrata nel novembre del 1618. Come
si legge nella cronaca del cappuccino cagliaritano Serafino
Esquirro, una lunga e imponente processione, cui parteciparono tutte
le comunità religiose della diocesi e delle parrocchie, si snodò, con grande
pompa e fastosità, il 27 novembre; la proces­sione si mosse, alle due
pomeridiane, dalla chiesa di San Satur­no, per le strade extra
muros di Villanova e per quelle cittadi­ne della Marina e del
Castello, fino al Duomo, che fu raggiunto dopo le dieci della notte.

Aprivano la processione i soci di
tutti
i
gremi cagliaritani, molti dei quali istituiti
qualche anno prima dallo stesso arcive­scovo de Esquivel. Ogni
gremio recava il grande stendardo con l’effigie del suo santo
protettore: dagli agricoltori ai carret­tieri, ai barbieri, al barcaroli di
Sant’Elmo, ai pescatori, ai bottai, agli ortolani, ai minatori, ai falegnami,
ai sarti, ai calzolai e ai contadini. I gremi erano seguiti dalla confraterni­ta
del Crocifisso, la prima in ordine di posto (poiché portava il simulacro del
Cristo), poi quelle della Madonna degli Angeli, della Desolata, di Santa
Restituta, della Vergine d’Itria, del Prezioso Sangue, del Rosario, di Sant’Efisio,
della Buona Morte e, infine, quella del Monte.

Seguivano gli ordini religiosi: i cappuccini, i trinitari, i mercedari, i carmelitani, gli agostiniani, gli osservanti, i gesuiti e i conventuali. Veniva poi
il clero secolare delle 70 parrocchie isolane, precedute dalle Croci
processionali in numero di cento. Dietro, un enorme numero di canonici con in
testa l’arciprete di Oristano, il decano di
Ales e i rettori di Alghero e Iglesias. Mancava la comunità religiosa di Sassari, 1′antagonista nella controversia sul primato episcopale in Sardegna e
Corsi­ca. La lunghissima processione era chiusa dall’arcivescovo di Cagliari in
abiti pontificali, seguito da una numerosa folla di fedeli, nei suoi
pittoreschi costumi festivi, e da una ingente squadra di militari in alta
uniforme.

I frati ed il clero trasportavano le piccole urne, in vetro,
dei santi, con grande contorno di croci, di fiori, di fiaccole, di scritte e di
esultanza. Il corteo era accompagnato da una salva di artiglieria dei forti,
dei baluardi e delle galere alla fonda, tra il tripudio della folla, accorsa da
tutte le contrade e dai villaggi vicini. I cittadini sostavano nelle strade e
nei balconi in legno e in ferro battuto degli edifici del quartiere marinaro e
delle strade dei nobili in Cagliari, addobbati con arazzi che mostravano
i grandi stemmi nobiliari delle grandi case. Le strade erano
imbandierate a festa e per terra erano sparsi moltissimi fiori. La festa
continuò per otto giorni con solennità civili e religiose. Nel palazzo
viceregio si rappresentò una commedia, mentre, nella zona antistante, il Io
di dicembre, il popolo
poté assistere ad una
sfolgorante giostra di cavalieri con carri allegorici e cavalli. Molte le dame
e molti
i
cavalieri che sfilarono, seguiti da grandi carri
che entrarono nel lungo spiaz­zo antistante
i palazzi
del viceré e dell’arcivescovo, l’odierna piazza Palazzo, divenuto un’arena.

Dai carri uscirono cavalieri che diedero un grande
spettacolo, con corse sfrenate di cavalli, scontri di lance, duelli con spade e
con il giuoco delle canne, il giavellotto attuale, che durò diverse ore e si
concluse con la vittoria del cavaliere don Luigi d’Aragall. Alla giostra fu
presente numeroso il popolo, che poté assistere ad una delle più belle giostre
fino ad allora eseguite, come riferiscono
i cronisti
del tempo. La festa terminò oltre la mezzanotte.

Nuovorientamenti, 16 ottobre 1988

 

TRENTENNALE DELL’OPERA “BIBLIOTHECA BIBLIOGRAPHICA
SARDINIAE”: UN IMPORTANTE STUDIO SULLA SOCIETÀ SARDA – LA PREZIOSA OPERA DI
GIUSEPPE DELLA MARIA

 

Trent’anni fa vedeva la luce l’opera, in due volumi (unica
nel suo genere in Italia), “Storia e scritti de ‘L’Unione Sarda’
(1889-1958)” di Giuseppe della Maria, con il sottotitolo “Bibliotheca
Bibliographica Sardiniae”, dedicata all’amico e biblio­grafo Guido Scano.

Un’interessante e luminosa recensione è stata fatta
dall’Arcivescove Ottorino Alberti una ventina d’anni fa, apparsa nella rivista
mensile illustrata della Sardegna “Frontiera”, diretta da Remo
Branca, – scomparso a Roma alcuni mesi fa -, in cui scrive, tra l’altro, che
“i sardi devono essere riconoscenti al Della Ma­ria di questa memorabile
opera che rende più agevole e spedita la ricerca delle fonti”; ed è,
aggiungiamo noi, un importante studio sulla società sarda, e cagliaritana in
particolare, della prima metà dei secolo attuale.

Anche la rivista “Frontiera” compie quest’anno il
ventennale del primo numero, e sarebbe giusto che qualcuno provvedesse a uno
studio particolareggiato di questa interessante rivista, che visse per un
decennio.

L’opera di Giuseppe Della Maria, il quale nacque a Cagliari
nel 1906 e vi mori nell’agosto del 1977, è senza dubbio un’ottima realizzazione
ed è una voluminosa monografia della vita non solo del giornale cagliaritano e
della Sardegna giornalistica e lette­raria, ma è anche un ampio spaccato della
vita cagliaritana attraverso un quotidiano, che compie l’anno venturo il primo
centenario.

Con un metodico e scrupoloso esame di documenti, l’Autore
della “Storia e scritti de ‘L’Unione Sarda’” si rifà alle testimonianze
dirette di numerose personalità, entrate nella storia del giorna­lismo sardo;
il lavoro del primo volume, di 190 pagine di formato grande, è preceduto da
“Note sulla Stampa
periodica in Sardegna”, cui
segue la storia del giornale cagliaritano dalla nascita al 1958 e che presenta
le vicende direzionali e aziendali de “L’Unione Sarda” dalla
fondazione al primo sessantennio di atti­vità .

Il merito grande di Giuseppe Della Maria, con questo primo
volu­me, è di aver presentato
i principali argomenti
disposti in ordine alfabetico e di aver dato, nella parte terza, chiarimenti
introduttivi ai repertori bibliografici con un indice degli au­tori ed uno per
soggetto; quest’ultimo diviso in un indice per soggetto di carattere generale
ed uno per soggetto di carattere sardo.

Il secondo volume, di oltre 500 pagine, presenta una
bibliografia generale e una bibliografia sarda sistematica. Se il primo volume
consente di conoscere
i direttori del giornale
con
i
diversi giornalisti e collaboratori, il secondo
volume dà la possibilità di aver, in poco tempo, un lavoro di bibliografia
particolare sui collaboratori e sugli argomenti.

Giuseppe Della Maria, che è stato una figura di primo piano
per gli studi della stampa
periodica dalla nascita del
giornalismo alla prima metà del 1977, ha dedicato moltissimi anni allo studio
del patrimonio storico, artistico, letterario ed etnografico della Sardegna,
provvedendo anche alla riesumazione di significativi richiami legati al
folklore e alla etnografia della nostra terra. A lui si devono diversi
ritrovamenti archivistici di notevole valore tanto da essere annoverato tra
i più grandi scopritori della Sardegna.

Grazie al concorso del Consiglio regionale e del Comune di
Ca­gliari, nel 1955, il Della Maria fonda il “Nuovo Bollettino Bibliografico
Sardo”, che ha diretto per oltre ventidue anni (sino alla sua morte),
provvedendo alla pubblicazione di 95 numeri, con il contributo di ottimi
studiosi; tra questi, France­sco Alziator, Alberto Boscolo, Sebastiano
Dessanay, Alberto Guarino, Pietro Leo, Francesco Loddo Canepa, Carlino Sole,
Maria Teresa Ponti. Giovanni Todde, Evandro Pillosu e
Tito Orrù; collaborarono anche i continentali
Polidoro Benvenuti, Giosuè Muzzo e Alessandro Ziredini e lo spagnolo
Joaquín Arce.

Concludiamo, ricordando che Della Maria ha collaborato per
lunghi anni a “L’Unione Sarda”, e a “La Nuova Sardegna”
con articoli che hanno toccato argomenti di storia, dì archeologia, di grafica,
di etnografia, dì sport e d’arte, ed ha profuso tutte le sue energie nella
ricerca di argomenti che interessassero l’abbigliamento popolare sardo (di cui
ha presentato nel “Bollettino” un gran numero di stampe e
illustrazioni; inoltre, in collaborazione col figlio Attilio (che ha curato la
parte fotografica), ha provvedu­to alla realizzazione dello studio
“Casteddaius”. Nomignoli e caricature”, nel quale sono
riprodotte oltre cento interessanti caricature dì tipi e macchiette, scienziati
e intellettuali, artisti e notabili, giornalisti e politici, riscuotendo enorme
successo di pubblico e dì critica.

Nuovorientamenti, 23 ottobre 1988

 

80 ANNI  – 1908-1988: UN PRESTIGIOSO ANNIVERSARIO PER LA NOSTRA RIVISTA
“L’eco di Bonaria” – OTTANT’ANNI DI VITA CULTURALE E RELIGIOSA

Col novello periódico
quindi, e col crescere
della confidenza d’ogni cuore in Maria, arriverà dovunque l’argenteo rivolo
delle grazie, che perennemente sgor­gano da questa viva scaturigine di ogni
bene. Perciò il
periódico di Bonaria, scritto con garbo, con
sobrietà, con amore, apporterà la letizia nelle famiglie, penetre­rà anche nelle
case più umili: gioverà a ravvivare nel nostro buon popolo la divozione alla
Vergine Santa, e quindi la fede nella Provvidenza divina, l’amore e la fe­deltà
alla nostra augusta Religione. Esso racconterà in succinto la bella storia del
Santuario; descriverà le solenni manifestazioni d’affetto, che svolgonsi qui a
pie’ della comune Madre; le grazie ch’Ella continuamente elargisce a piene
mani, le sue materne e regali munifi

 

Ha compiuto ottant’anni il diffuso mensile «L’Eco di Bonaria», il
bollettino del Santuario dei Mercedari cagliaritani, che scandisce le ore della
vita religiosa e culturale dell’Ordine Mercedario. Il primo numero, nel maggio
1908, costava 20 centesimi e fu stampato presso la tipografia di G.Serreli,
proprio nell’anno in cui Pio X proclamava la Ma­donna di Bonaria Patrona Massima della
Sardegna.

In un’ottima presentazione, la coper­tina i cui disegni erano a
firma di certi Sullieti e Cubeddu, recava una ghirlan­da di fiori che dava
un’immagine sugge­stiva alle illustrazioni; tra esse facevano spicco il
modellino ligneo della Basilica del De Vincenti, lo stemma dei Merce­dari e
quello della Cagliari passata e un quadro raffigurante la Madonna di Bo­naria. Il
fondatore della rivista, P. Adolfo Londei, scriveva, nell’articolo di presen­tazione,
che il
periódico avrebbe portato la letizia nelle famiglie, sarebbe penetra­no nelle case
dei più umili e avrebbe rav­vivato nel popolo sardo la devozione alla Vergine
di Bonaria. Sin dagli inizi la pubblicazione è stata, si legge in un articolo
di alcuni anni do­po, una voce viva a sostegno dell’idea di costruire il nuovo
tempio a Maria.

La costruzione della basilica, i cui la­vori ebbero inizio nel 1708,
era stata proposta dal mercedario Carignena (1699-1722), uno dei più grandi
arcive­scovi della diocesi cagliaritana. Purtrop­po, a causa di diverse
situazioni,
i
lavori presero molto tempo e furono portati a termine nel
1934. La basilica cui conver­gono
i cuori di tutti i sardi, fu colpita, in
seguito, dalle bombe lasciate cadere da­gli aeroplani americani nelle
incursioni aeree del febbraio 1943, che distrussero gran parte della città di
Cagliari e rovina­rono molte chiese.

In questi ottant’anni di vita. «L’Eco di Bonaria» è stato un prezioso
organo di formazione e di diffusione della devozione alla Madonna e, con
l’apporto della competenza dell’Unione Redazionale
Mariana, iniziato una quindicina d’anni fa, è divenuto una rivista di notevole va­lore
e presenza, perché ha intensificato il suo impegno per essere strumento di
devozione mariana.

Nuovorientamenti, 30
ottobre 1988

 

    PAGINE DI STORIA DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA – LA NOBILTÀ NEL SEICENTO
(1)

 

II ceto nobiliare cagliaritano non era costituito, nel Seicento, in un
tutto unitario come nei secoli precedenti, bensì formava una classe composita, divisa
in gerarchie rigorosamente osserva­te: al vertice, l’oligarchia dei grandi
signori dell’alta nobil­tà, che davano il tono della vita di società nella
capitale
o nel villaggio in cui dimoravano; al di sotto, una miriade di nobili di
grado inferiore che parteggiava per 1′una
o per l’altra fazio­ne nobiliare.

Nei loro feudi i
nobili esercitavano diritti feudali con pienezza di poteri
che l’assolutismo regio non era riuscito a logorare. Anzi, l’investitura reale
aveva conferito loro un potere virtual­mente sovrano: erano
i tutori della giustizia
e dell’ordine pub­blico, venivano processati, per
i loro reati, non dalla
massima autorità giudiziaria, ma da un foro, composto dai loro stessi pa­ri;
imponevano tributi; disponevano a loro arbitrio delle braccia della loro
servitù e conservavano tutti
i
loro antichi diritti. L’amministrazione dei beni veniva a
volte affidata ad agenti
o
ad affittuari che liberavano il nobile proprietario da ogni
preoccu­pazione, con il versamento di una gabella annua; questi nobili
prendevano in appalto le diverse proprietà del sovrano: saline, tonnare,  peschiere, ecc. Possedevano cavalli,
carrozze, portan­tine, vestivano alla moda spagnola con abiti eleganti e
sfarzosi; passavano a cavallo nelle strade cittadine, mettendosi in mostra e,
nelle manifestazioni, erano sempre eleganti. Avevano alla loro dipendenza
palafrenieri, stallieri, cocchieri e portantini. Tra gli svaghi della nobiltà
vi era la caccia; seguivano la pas­sione per l’arte del cavalcare,
l’addestramento militare di equi­tazione e le lezioni di scherma per mantenersi
in esercizio con­tinuo, dato che
i duelli erano molto frequenti. Si
duellava nelle stradette, nelle piazze e negli spiazzi, poco fuori le mura, non
solo nella notte, ma anche alla luce del giorno. A tale vana esi­bizione dì
valentia si opponevano
i
bandi del viceré che commina­vano l’allontanamento dal
centro e perfino la morte ai duellanti. Venivano poi il gioco delle carte,
quello degli scacchi e il gio­co delle canne, simile al lancio del giavellotto.
C’era chi si preparava per
i
tornei, che erano molto frequenti, in occasione di feste per
nascite reali, matrimoni, vittorie nel­le guerre e per la festa annuale di S.
Saturno, patrono della città e, in particolare, dei nobili.

C’era chi si dilettava di musica, di arte e di poesia, e chi, so­prattutto
di notte,preferiva girare per le strade cittadine, ac­compagnato da musici, per
fare serenate, sotto le finestre, alle belle dame. Vi erano quelli che si
dilettavano di letture; altri si riunivano abitualmente nei loro salotti e
queste riunioni ve­nivano chiamate accademie, come si legge nel romanziere
cagliari­tano del Seicento Giuseppe Zatrilla, ed erano simili a quelle che
tenevano già da parecchio tempo in diverse parti d’Europa, in cui si
declamavano poesie, si parlava di astronomia, di astrologia e di alchimia; si
rappresentavano commediole e piccole accademie. Vi erano dame che in tali
riunioni si esibivano in concerti stru­mentali e in canti. Non c’era nobile
cagliaritano che non appartenesse ad uno dei quattro ordini cavallereschi
spagnoli: da quello di Santiago, ,certamente il più antico, il più nobile e il
più potente, a quello dì Calatrava; da quello di Alcantara a quello di
Montresta. Condizioni generali per essere ammesso a far parte di uno degli ordini
erano la legittimità, la purezza del sangue e la no­biltà del lignaggio. Nelle
cerimonie
i cavalieri cagliaritani vestivano l’abito dell’Ordine, che era coperto
interamente da un lungo mantello, nel quale era ricamato lo stemma dell’Ordine
cavalleresco a cui il nobile apparteneva. Sia nelle cerimonie che nelle
processioni, gli Ordini occupavano un posto ben preciso.

Nuovorientamenti, 6 novembre 1988

 

PAGINE DI STORIA DI UNA CAGLIARI
DIMENTICATA  – La società del Seicento
(2)

 

Per tutto il Seicento, la classe nobiliare cagliaritana fu
una delle componenti più importanti della società cittadina. Parteci­pò
attivamente ai lavori parlamentari; contribuì a decidere
i mutamenti nella vita economico-sociale, sia a suo vantaggio,
sia a vantaggio delle altre componenti sociali; fu in lotta continua con il
potere viceregio per potergli strappare privilegi che servissero a darle una
posizione politica superiore; cercò di occupare posti eminenti nelle cariche
militari e governative, non solo nell’isola, ma anche nella terraferma
spagnola; fu, infine, quella classe che vide cadere sotto la scure del boia
viceregio, durante la repressione governativa, dopo l’uccisione del viceré
Camarassa, molte teste dei suoi uomini di primo piano.

Quattro erano le possibilità riservate ai figli dei nobili,
per poter raggiungere un posto eminente nella scala aristocratica del tempo: la
vita militare, la vita ecclesiastica
o monacale,
la carriera giudiziaria
o forense e la carriera
dell’impiego pub­blico. I nobili erano esclusi dalle cariche civiche. Le
possibilità per le patrizie erano tre: sposarsi con nobili loro pari; entrare
in un monastero e condurre una vita claustra­le; divenire dame di Corte. Ai
nobili erano riservati
i posti più elevati nella
gerarchia militare e in quella governativa, sia nel regno di Sardegna, che in
quelli della terraferma, soprattutto nella seconda metà del secolo. Essi
facevano vita di Corte e avevano incarichi nelle diverse strutture governative.
Alcuni di loro venivano nominati cavallerizzi regi, altri alabardieri,
portolani, capitani delle torri, altri ancora governatori. In seno alla nobiltà
cagliaritana si era venuta a formare una vera e propria graduatoria di valori:
in testa stava la nobiltà di sangue, che manteneva un certo distacco da quella
di privile­gio. Si aggiungeva a questa seconda categoria la nobiltà di toga,
costituita, per lo più, da cadetti, che non disdegnavano la carriera nella
magistratura. Venivano poi
i nobili decaduti, che
erano costretti a stare al servizio di altri nobili, al fine di mantenersi
nella classe aristocratica.

Nel Seicento, infine, facevano parte della classe patrizia
anche quei mercanti e quei professionisti che, attraverso servizi e favori,
erano riusciti a comprare prima il titolo di cavalieri e poi quello di nobiltà.
Non tutti
i
nobili partecipavano ai lavori parlamentari, ma
solo quelli che avevano ricevuto l’autorizzazione ad esercitare l’ufficio, dopo
un periodo di tirocinio. Il braccio aristocra­tico, che prendeva nome di
braccio militare, si riuniva anche al di fuori dei lavori parlamentari, quando
la sessione parlamentare era chiusa, per discutere e preparare le diverse
richieste da portare poi nel consesso parlamentare. I nobili vivevano soltanto
nella parte alta della città, il Castello, in abitazioni che, durante il
Seicento, furono intera­mente ristrutturate e ampliate. Nelle facciate delle
abitazioni ponevano gli stemmi del casato, alcuni dei quali tuttora visibili
nelle strade di Castello. Le patrizie, alle quali era lasciato il gusto
dell’arredamento della casa, curavano con grande amore tutto l’aspetto interno
dell’abitazione e abbellivano le camere con quadri, arazzi, tappeti, vasi,
cuscini, candelabri e soprammobili di grande valore. Esse avevano alle
dipendenze una servitù molto preparata, di cui si servivano anche quando
uscivano per fare acquisti,
o quando andavano, alla
sera, a fare visita a parenti
o a co­noscenti, per
passare alcune ore in conversazioni salottiere
o in
trattenimenti per le feste familiari.

Molte famiglie nobili avevano in casa anche un altarino,
davanti al quale si riunivano per pregare,
o per varie
ricorrenze fami­liari, come nascite e matrimoni; possedevano anche una cappella
di famiglia nelle chiese conventuali, che si trovavano fuori dei Castello, e in
cui riponevano
i lori estinti.

Nuovorientamenti, 13 novembre 1988

 

RACCOLTA DI POESIE DEL
LUSSURGESE GIOVANNI CORONA -
“Richiamo d’amore”

 

Dalle Officine Grafiche della
Società Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini Editore è uscito,in questi
giorni, un altro capolavoro: si intitola “Richiamo d’amore”, di cui è
autore il poeta lussurgese Giovanni Corona, che in vita ha composto oltre
duecento liriche di vario metro e lunghezza ed ha collaborato a diversi pe­riodici
isolani e continentali.

Di lui, le cui liriche sono apparse
in antologie italiane e in riviste sarde, si sono occupati, tra molti altri,
Nicola Valle, Emidio De Felice, Mario Ciusa Romagna e Giorgio Keisserlian con
attente e precise recensioni, che danno il metro della sua statu­ra poetica.

“Richiamo d’amore” è una
raccolta di oltre 150 poesie che il san­lurese Renzo Cau, attento studioso di
problemi letterari e lin­guistici, ha provveduto alla pubblicazione con una
introduzione  in cui analizza, con
particolari dettagli, le odi raccolte in un finissimo libro, le cui pagine, in
carta fabriano rigatina, creano una veste tipografica di pregio notevole.

Numerose poesie di Giovanni Corona,
morto a Cagliari il 12 dicem­bre dello scorso anno, all’età di 73 anni, sono
dedicate ad un personaggio, con il quale ha avuto rapporti familiari o di amici­zia.

Come scrive Renzo Cau, che ha avuto
la fortuna di conoscere il poeta di Santu Lussurgiu e il grande merito di
averlo proposto ai sardi con questa raccolta, l’introduzione vuole essere sia
un o­maggio all’amico poeta, sia  una
provvisoria ipotesi di lettura e le poesie, apparse nel fascicolo di “Il
Convegno”(Cagliari 1966) sono tutte siglate con la lettera C e datate con
l’anno di pub­blicazione, eccetto alcune di cui è stato possibile reperire la
data di composizione.

La raccolta di poesie, che è
preceduta da una nota bibliografica su Giovanni Corona, che ha dedicato la sua
esistenza all’insegna­mento elementare e alla attività poetica, della quale nel
volume “Poeti della Sardegna”, a cura di Raimondo Manelli (1985), si
trovano quattro odi gi… pubblicate in “Il Convegno”, comprende le
composizioni dal 1940 al 1985.

Come si vede il volume, che
proponiamo alla lettura non solo agli amanti della lirica, racchiude
un’attività di oltre quarant’anni di verve poetica, di cui restano ancora inedite
numerose poe­sie.

La limpida e interessantissima
introduzione di Renzo Cau serve a farci penetrare nel vasto mondo poetico di
Giovanni Corona, che è fatto di diversi temi, da quello familiare, paesano e
stagiona­le, a quello sociale ed esistenziale.

In “Ritratti
letterari”(Cagliari,1978), Nicola Valle al quale ri­mandiamo, non solo per
altre notizie biobibliografiche ma anche e soprattutto perché ha compreso
subito che la lirica del Nostro era fluida
e interessante, scrive che la persona e la personali­tà di Giovanni
Corona è tutta nei suoi versi, la sua vita è priva di grandi avvenimenti; parla
poco e si concede solo qualche passeggiata in campagna; (…) affronta
preferibilmente argomenti letterari; (…) ed atteggiando a dolcezza e
benevolenza il volto in certi momenti ricorda lontanamente quello di Eugenio
Montale.

Nel quarto di copertina si può
leggere una delicatissima lirica, che spumeggia e dà colore a tutta la poesia
di Giovanni Corona, al quale, nel mese di ottobre, nel suo paese natale è stato
at­tribuito un premio alla memoria per la sua lunga attività di poe­ta.

Per concludere, il Nostro può, con
giusto merito, far parte dei grandi lirici della letteratura italiana del
Novecento, come lo è Segio Manca di Mores, di cui presentai, qualche tempo fa,
una raccolta di poesie, anche questa uscita dai tipi della Ettore Ga­sperini
Editore. 

Nuovorientamenti, 11 dicembre 1988

 

UN MAESTRO D’IMMAGINI DA
RICORDARE: MARIO PES

 

Venticinque anni fa, precisamente il 20 di dicembre,
decedeva in Cagliari, sua città Natale, Mario Pes. Fu uno dei più apprezzati
artisti della fotografia dell’isola e fotografo ufficiale della Sovrintendenza
ai monumenti della Sardegna.

A lui si devono, tra l’altro, una serie di cartoline
illustrate che erano delle riproduzioni fotografiche tratte da bozzetti
umoristici del caricaturista sardo Tarquinio Sini, di cui que­st’anno ricorreva
il 45° anniversario della morte. Discendente da nobile famiglia, Mario Pes, che
nacque nel 1887, iniziò l’attività di fotografo nel 1924 dopo essere stato,
assie­me col fratello Giovanni, che lasciò l’isola per il continente, gestore
dello stabilimento balneare “II Tirreno», situato nel molo di Levante del
porto di Cagliari. Fu costretto ad abbandona­re l’attività nel 1943, quando le
bombe gli distrussero lo stu­dio, sito in viale Regina Margherita, disperdendo
gran parte dei suoi lavori.

Alla Fiera di Milano, nel 1928, presentò, riscuotendo enorme
successo, una edizione di cartoline illustrate su Cagliari e la Sardegna, tuttora molto
apprezzate non solo dai collezionisti, ma anche dagli amanti della bella
fotografia.

“Egli non era un fotografo, – come scrisse il corsista
de ‘L’Uni­one Sarda’ che ne annunciava la scomparsa  -, era il fotografo della Sardegna, un
autentico poeta della macchina fotografica che, attraverso la conoscenza più
completa della tecnica, sapeva dare un tono, una vibrazione particolare ad ogni
figura, ad ogni inquadratura”.

Se il villacidrese Ignazio Cogotti lasciò una testimonianza
reale della società cagliaritana con la composizione “Is piccioccus de
crobi”, Mario Pes li immortalò con colpi d’obiettivo di grande
professionalità. Grazie alla sua arte si è ora in grado di rivedere “su
piccioccu de crobi”, il ragazzo della corbula, il figlio dei popolo,
“la tipica espressione della miseria della società”, in albums di
famiglia e in poche, ma bellissime e significative fotografie, che si trovano
in “Cagliari, fra cronaca e immagini” del compianto Oliviero
Maccioni.

Di Mario Pes ci restano le insuperabili immagini della
inaugura­zione del complesso delle opere della Società Elettrica Sarda, del
1924, che predispose
i progetti per la
costruzione della diga del Tirso e della centrale idroelettrica; opera che per
alcuni anni risultò essere la più importante d’Europa.

Ritrasse Cagliari negli aspetti più diversi ed immediati;
impres­sionò paesaggi, panorami, angoli e grandi avvenimenti della Sardegna e
le trasformazioni urbanistiche di Cagliari; collaborò a giornali e riviste ed
illustrò, in “Vita Nova”, alcuni lavori del Sini, il testo “Forma
Karalis” di Dionigi Scano e quelli di altri scrittori e artisti del suo
tempo.

I suoi lavori non richiedono commento, poiché la sua arte e
le sue capacità, come quelle degli scrittori e dei pittori, sono documentate
dalle numerose testimonianze fotografiche. Di lui restano impressionate le
processioni, le diverse sagre di Sant’Efisio, le sfilate di militari, di
costumi e delle
“traecas”, le manifestazioni di
filodrammatiche cittadine e quelle dopolavoristiche, gli spettacoli teatrali e
i servizi letterari.

Sarebbe opportuno che il Comune di Cagliari provvedesse a
ritro­vare il materiale fotografico ancora esistente per allestire una mostra,
tale da diventare una memoria ed uno spaccato della società degli anni che
precedettero la distruzione di Cagliari e la trasformazione della società
agropastorale della Sardegna.

Nuovorientamenti, 18 dicembre 1988

 

NEL 250° ANNIVERSARIO DI UN ANTICO VOTO – SAN FRANCESCO DA
PAOLA E
I
CAGLIARITANI

 

Due secoli e mezzo fa, e precisamente il 3 gennaio 1739,
iniziò, nella chiesa di San Francesco da Paola, in via Roma, la pratica dei
tredici venerdì in preparazione alla festa del Santo, che ebbe luogo,
solennemente, nella stessa chiesa, il 20 aprile. Cagliari e la Sardegna, come lo sono
state nell’anno testé passa­to, erano afflitte da una gravissima siccità che
durava da quasi tutto l’anno. Le manifestazioni religiose in onore del santo
ebbero inizio, come già detto, nel 1739, quando la statua del taumaturgo fu
portata in processione lungo le vie cittadine, alla presenza dei magistrati
civici, per ringraziamento della superata siccità e della lunga carestia di
quegli anni in Sardegna, pro­prio come capita attualmente.

Le cronache ricordano che nel 1739, dopo l’intercessione del
san­to taumaturgo, la pioggia salvatrice scese a inondare di nuovo
i campi e a vivificare le sementi agonizzanti. Tutta la
cittadinan­za si strinse, entusiasta di fede, intorno a San Francesco che
veniva proclamato suo protettore. L’Archivio Municipale di Ca­gliari conserva
il prezioso documento di quel 1739 che descrive l’episodio: vi si legge che la
civica cappella cagliaritana, per ordine della magistratura civica, avrebbe
cantato
i
mottetti nella processione di ringraziamento,
come si era soliti nelle processioni della Illustrissima città. Inoltre, le autorità
civiche ordinarono che il 21 del mese di aprile si celebrasse una sacra
funzione con l’esposizione del Santissimo Sacramento, alla presenza della
Civica Magistratura. Il voto, nel corso dei tre secoli seguiti, fu osservato
con fedeltà dalla municipalità di Cagliari.

Nel 1907 il Sommo Pontefice, su richiesta delle autorità
ecclesiastiche e cittadine, pressate dagli ardenti desideri della cittadinanza,
proclamò Francesco da Paola “Patrono della città di Cagliari e della
Archidiocesi” e prescrisse che la festa annuale fosse, da tutto il clero,
celebrata con rito doppio di seconda classe. Per tale ricordo, ogni anno, si
celebrano
i
tredici venerdì, che culminano con una festa di
ringraziamento del bene­ficio ricevuto, con una cerimonia nel primo dei 13 venerdì,
nella chiesa seicentesca. Per San Francesco da Paola, uno dei protetto­ri di
Cagliari,
i
festeggiamenti inizieranno tra qualche giorno e
termineranno il 5 maggio con la benedizione del mare, con una so­lenne
processione nelle acque del golfo di Cagliari, e lancio di corone, poiché il
santo di Paola, è anche protettore dei marinai cagliaritani.

Sarebbe opportuno che l’amministrazione civica cagliaritana,
in questo momento di grave crisi idrica, provvedesse a rinnovare solennemente
la richiesta di protezione al santo di Paola, con una partecipazione attiva
alle funzioni religiose dei tredici venerdì in onore del santo taumaturgo.

Nuovorientamenti, 1 gennaio 1989

 

PAGINE DI STORIA DELLA VECCHIA CAGLIARI – LA BORGHESIA CAGLIARITANA
NEL SEICENTO

 

II ceto medio, o borghesia,
conduceva una vita molto semplice, né troppo sfarzosa, né troppo misera, ma
sempre migliore di quella del popolo. Il ceto borghese cagliaritano si
distingueva in due categorie. Alla prima appartenevano
i grossi commercianti, i pa­troni,
gli armatori e possedevano grossi censi derivanti da traf­fici marittimi, dalla
vendita di grosse quantità di merci, di carni, di cuoi. Essi vivevano in case
con molti vani, piuttosto ben arredate, spaziose, con mobili di gran pregio. Le
pareti del­le case erano ornate con pitture che fingevano panneggi di stof­fe,
o giardini fioriti con alberi.

I borghesi di alto censo, arricchitisi
col commercio e con l’at­tività bancaria e divenuti, in un certo senso,
anch’essi degli aristocratici, possedevano carri, case, terreni ed erano
possesso­ri di atti che attestavano il possesso di cuna certa quantità di
denaro. Essi provvedevano anche a fare prestiti, con forti inte­ressi, che però
non superavano il 15%.

Alla seconda categoria dei borghesi appartenevano notai, spezia­li,
medici, avvocati, piccoli commercianti, grossi artigiani e persone che
riuscivano a crearsi condizioni economiche discrete. Vivevano in case con
quattro
o
cinque vani, ognuno con funzioni ben distinte, e
possedevano mobili di un certo valore. Anch’essi vivevano in abitazioni al
piano rialzato, mentre al piano terra si aprivano le scuderie, perché erano
proprietari di almeno un carro con cavallo
o di una
portantina. Vestivano con un certo qual decoro e possedevano terreni e case.

Verso la fine del XVII secolo si era formata una terza
categoria di borghesi, che viveva in stanze non molto grandi e modestamente
arredate. Le stanze erano abbellite con dipinti, specchi, tappe­ti, candelabri
e quadretti di poco conto. In alcune case vi era anche uno studiolo, con tavolo
che aveva parecchi cassetti, che serviva da soggiorno, da
“dormitorio”
o per altri usi familiari.
Era certamente una parte del popolo che iniziava ad arricchirsi, forse perché
era riuscita ad avere un posto di lavoro che dava buone possibilità.

Sebbene decorose e modeste, le case della piccola borghesia
cerca­va di imitare le abitazioni dei patrizi, nella ricerca di qualche traccia
di eleganza. I muri delle facciate apparivano ornati da balconcini in legno
intagliati
o in ferro egregiamente lavorato
e le porte e le finestre erano decorate da aggraziate cornici. I proprietari
dei grossi empori vivevano in abitazioni sovrastan­ti il negozio. Accanto
all’emporio alcuni commercianti avevano la stalla, dove stavano
i carri e un cavallo. Una disposizione vie­tava di possedere
più di due carri, perché, a causa dei molti carri, carrozze e portantine,
soprattutto nella seconda metà del Seicento, il traffico cittadino era divenuto
caotico e disordina­to in quelle strade strette, anche se si circolava in un
solo senso. Le carrozze degli aristocratici, dei funzionari regi e del ceto
medio che, durante la giornata, circolavano nei sobborghi e nel Castello, erano
assai numerose, tanto da disturbare il tra­sporto delle derrate e da ostacolare
il passaggio delle truppe e delle guardie di vigilanza.

Nuovorientamenti, 15 gennaio 1989

 

PAGINE DI STORIA DELLA VECCHIA CAGLIARI – II MONDO ISPANICO
IN ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA

 

Nelle mie continue ricerche di notizie che riguardino
aspetti della vita isolana, mi sono imbattuto in due scritti (in lingua
spagnola): questi presentano due aspetti della vita di altri popoli, che
mostrano strette affinità con alcuni usi della Ca­gliari antica il primo, della
Cagliari moderna il secondo, ma sempre con radici nel passato.

La prima lettura offre un quadro di molte somiglianze con
una figura cagliaritana caratteristica del capoluogo isolano sino ai primi anni
trenta di questo secolo. Parliamo de “is piccioccus de crobi” di cui
scrissero parecchio gli studiosi sardi e non, e a cui si ispirarono poeti,
scrittori e ritrattisti; tra questi, ricordiamo l’artista fotografo Mario Pes,
di cui ricorreva, pochi giorni fa, il venticinquesimo anniversario della morte.
A Cagliari questa caratteristica figura è scomparsa.  Francesco Alziator, uno dei più attenti
osservatori ed interpreti degli aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane,
ne “La città del sole” (del 1963), scriveva: “II “piccioccu
de crobi”, letteral­mente “ragazzo della cesta”, era una specie
di servitore di piazza che, per qualche soldo, si offriva per il trasporto,
nella sua capace cesta, de “sa spesa”, cioè del cibo e di quanto
altro s’acquistava ai mercati”.

E più avanti, aggiungeva che “essi erano la
caratterizzazione degli
‘esportilleros spagnoli’, servi di
piazza che traevano il nome dalla ‘esporta’
o ‘esportilla’ con la quale trasportavano le derrate dei loro clienti.

Orbene, nelle grandi città dell’America del Sud si possono
tutto­ra vedere questi
“esportilleros”. In un
breve racconto dal titolo “Alfredo Aldana”, di un testo scolastico
occidentale, si parla di una figura che ci ricorda chiaramente “Is
piccioccus de crobi” cagliaritani.

Si legge, infatti, che a Bogotá i ragazzi
aiutano le donne a portare, per pochissimi
“pesos de propina” (denari di mancia), la cesta della loro
spesa. Questi ragazzi appartengono agli strati sociali più umili e,
generalmente, sono ragazzi dai tredici ai diciotto anni. In una illustrazione,
che accompagna questo rac­conto, appaiono
i “piccioccus
de crobi”, che nelle notti fredde, in
Bogotá, dormono
nelle strade e, per riscaldarsi, si rannic­chiano l’uno accanto all’altro.
Anche
i
ragazzi “porta ceste” cagliaritani non
avevano una dimora stabile; trascorrevano le notti sotto
i portici della via Roma, specialmente sotto quelli del
palazzo Vivanet, con la “crobi” per cuscino e
i manifesti strappati dai muri per lenzuolo e coperte. Così ce
li descrive 1′Alziator.

L’altro aspetto di cui troviamo una chiara immagine nella
nostra gastronomia si riferisce a “is zippulas”. In una pubblicazione
de “El sol”, di qualche anno fa, si legge che in Castro Urdiale
(porto del nord della Spagna), ogni mattina, si possono trovare venditori di
fritture. Queste, nella forma, nel materiale usato e nel metodi della
confezione, rassomigliano alle zeppole sarde. Mentre, però,
i nostri “zippolari” usano un imbuto per far scen­dere
la pasta nell’olio, posto in piccole caldaie, quegli spagno­li impiegano una
macchina rotante, da cui la pasta esce in forma allungata e, poi, viene posta
in una grande pentola, in cui vi è dell’olio bollente.

Questa frittura prende il nome di “churro”, che ha come corri­spondente italiano “frittella”.
La forma di questo
“churro” è simile alla lunga
frittella delle zeppole sarde, che si trovano però anche in forma quasi di
ciambella.

Ricordiamo che anche “zippula” ha il
corrispondente italiano, appunto, in frittella.

E’ interessante riportare la parte dell’articolo con la
ricetta, poiché da essa possiamo vedere meglio come le lunghe frittelle abbiano
una straordinaria rassomiglianza con le nostre. Occorre la farina, che viene
impastata con dell’acqua, con un po’ di sale e bicarbonato. Noi usiamo il
lievito, ma anticamente si usava il
crémor tartaro.
Nel frattempo si scalda l’olio in una grande pentola; q
uando l’olio è molto caldo, si pongono le lunghe frit­telle (los churros) che devono diventare dorate. Allora si tolgo­no dall’olio e
si mettono in un foglio di carta e si servono con miele diluito in poca acqua
o con zucchero. Da noi generalmente non si usa il miele, ma lo
zucchero. Inoltre,
“los churros” vengono
anche usati a colazione, cosa che da noi non avviene. Comunque, le somiglianze,
nonostante le varianti, sono notevoli. A quanto ci consta, non è solo nella
Spagna del nord in cui si possono trovare queste frittelle, simili alle zeppole
sarde. Si trovano anche in Portogallo e in molti paesi del mondo arabo. Tutto
ciò fa pensare che si tratti di una usanza del mondo musul­mano, portata in
occidente, probabilmente, nel periodo bizantino, e arrivata anche in Sardegna
forse proprio con
i bizantini.

Nuovorientamenti, 22 gennaio 1989

 

IL SECONDO VOLUME DI
“STUDI OGLIASTRINI”

 

Dopo il buon successo ottenuto dal primo numero della
rivista “Studi Ogliastrini” (apparso qualche anno fa), che aveva
presen­tato gli aspetti più vari di un’interessante zona della Sardegna, p.
Vincenzo Maria Cannas, direttore della rivista, studioso, ricercatore e autore
di numerosi saggi, ha curato, con amore e fervore ammirevole, il secondo
numero, che presenta
i problemi della terra
d’Ogliastra.

Il secondo fascicolo, pubblicato per i tipi della Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini editore -
ormai una fonte di opere degne della massima considerazione estetica -, si apre
col breve saggio del direttore “L’Ogliastra. Aspetti e interessi cultura­li”,
che si articola in “Fenomeni carsici, Le Miniere, II proto­sardo
ogliastrino”, e “Le costruzioni preistoriche”. Dopo aver
presentato la regione storica e 1′insediamento preisto­rico e protostorico
dell’Ogliastra, Raimondo Zucca, che si inte­ressa alle “Osservazioni sulla
romanizzazione dell’Ogliastra”, osserva che è possibile rintracciare la
presenza romana mediante l’esame degli antroponimi e le testimonianze di culti
romani. Segue il saggio, a quattro mani, di Antonio Assorgia e Roberto Lonis,
i quali descrivono le “Caratteristiche del vulcanesimo
Plio-quaternario della Sardegna Orientale”, con particolare riferimento
ali’Ogliastra”.

A Ivo Uras spetta il tema “Prospettive minerarie
dell’Ogliastra”, articolato in “Inquadramento geologico.
Manifestazioni minerarie e loro prospettive”.

L’ing. Giorgio Cavallo dedica uno studio attento ad un
edificio altomedievale nel territorio di Ulassai. Si tratta della chiesa di S.
Giorgio, che si trova all’interno di una fitta boscaglia, al di sopra della
valle dì S. Giorgio. L’autore, che correda il lavoro con illustrazioni
attestanti
i resti della chiesa,
propone la datazione del VII secolo; il che testimonierebbe – come egli scrive
- una data più antica del cristianesimo in Barbagia.

Tonino Serra è l’autore di “Saggio demografico sui
villaggi di Yersu e Ullazai negli anni 1558-1561″. Lo studioso sì è
servito del registro di S.
Vito, che si trova
nell’archivio arcivescovile di Cagliari. Con l’aiuto dei documenti, il Serra
traccia una storia della vita sociale dei due villaggi dell’Ogliastra che, a
suo giudizio, è interessante, perché permette di conoscere il numero delle
nascite, non superiori a sette in un anno. Solo un terzo dei nascituri riusciva
a superare l’infanzia, poiché erano parecchie le malattie infantili. Vi si
conosce anche il numero dei matrimoni e quello dei decessi. I documenti
presentano anche numerosi testamenti che danno la possibilità di una buona cono­scenza
della situazione economica dei due villaggi.

Lo speleologo p. Antonio Furreddu presenta “L’ultima
spiaggia della foca monaca nella grotta del Fico”, situata in riva al
mare, nella parte meridionale del golfo di Orosei. Questo studio serve al
Furreddu per dare un quadro sulla foca esistente in Sardegna e per presentare
le caratteristiche delle foche e la loro distribuzione nel mondo. Una parte è
dedicata alle cause della diminuzione numerica degli esemplari e allo studio
per il loro ripopolamento.

Giorgio Carta, che tratta delle condizioni socio-economiche
dell’Ogliastra, conclude lo studio, asserendo che la regione possiede risorse e
potenzialità ancora allo stato latente, per cui la soluzione del problema
sarebbe il potenziamento dei tra­sporti interni ed esterni, ma soprattutto
occorre risolvere il problema viario.

Efisio Sulis dà la notizia della lunga vita della nonnina
d’Ita­lia, zia Damiana di Villagrande, che ha raggiunto la bellissima età di
111 anni; con una vita grama e un’alimentazione sobria e fortemente
ipoproteica, la nonnina è riuscita a superare di molto la fatidica meta dei
cento anni.

Il direttore della rivista, che nel primo numero aveva
spiegato il perché di una collana, a cui si rimanda, presenta l’articolo
“Biblioteca Ogliastrina”, che vuole essere un elenco di autori e di
opere in Ogliastra e per “l’Ogliastra tra il Seicento e il Novecento”. Segue un
catalogo bibliografico, di quattro pagine. Chiude il volume un “Ricordo di
Angelino Usai”, del sempre più infaticabile
Fernando Pilia. Angelino Usai è stato un eminente personaggio della storia
ogliastrina, come lo definisce l’autore del saggio, che conclude
“ammirandone la fede profonda, la retti­tudine, la generosità e
i molti meriti nell’esempio della sua vita luminosa che onora
la nostra Ogliastra e la nostra Sardegna”.

Nuovorientamenti, 29 gennaio 1989

 

LA SARDEGNA DEL SEICENTO – MAGIA E SUPERSTIZIONE

 

Che magia e
superstizione esistessero anche nel Seicento, quan­tunque la chiesa e
l’Inquisizione avessero tentato tutti i mezzi per estirparle, soprattutto nel
Cinquecento, secondo i dettati del Concilio di Trento, è provato da alcune
considerazioni che si trovano in diversi capitoli di tutti gli atti sinodali
cagliari­tani, tenutisi nel corso del secolo XVII. Ma magia e superstizio­ne
esistono del resto tuttora, soprattutto fra il popolo.

Nel Seicento, in
Sardegna, furono mandate al rogo parecchie stre­ghe, come accadeva anche in
altri possedimenti spagnoli. L’Inqui­sizione sarda. insediatasi nell’isola per
reprimere gli eretici e le streghe, impiegò vari strumenti di tortura per far
parlare i condannati e per redimerli.

La magia, però,imperò
tanto che neppure il tremendo rigore delle leggi, degli ordinamenti,delle
scomuniche, né le torture e le pe­ne capitali riuscirono a far desistere i
cittadini dal compiere atti di magia e di superstizione.

La chiesa trattava il
popolo, nello spirito delle ingiunzioni si­nodali che venivano pubblicate e
pubblicizzate al massimo, con prediche, omelie, in ricorrenze delle maggiori
festività liturgi­che e minacciava sanzioni umane e divine verso coloro che tra­sgredivano
alle ingiunzioni, comminando scomuniche ai responsabi­li di abusi e
inadempienze,

A Cagliari esistevano
sia la magia nera che quella bianca. La pri­ma era quella che si serviva di
poteri diabolici e mirava a fini malefici,come il procurare la malattia e
perfino la morte delle persone. La seconda aveva scopi benefici. Entrambe
ricorrevano all’astrologia, all’alchimia, alla fattura. Si usavano gli
scongiuri, accompagnati da riti particolari, e canti magici.

La nascita,il
fidanzamento,il matrimonio e l’attesa di un bimbo erano momenti che apparivano
come occasione di reale pericolo, in quanto considerati periodi in cui si era
maggiormente esposti a­gli occhi invidiosi degli estranei,che potevano
esercitare sui fortunati il malocchio: perciò questi momenti divennero
occasioni in cui si riteneva necessario un rito,con il dono di un amuleto.

Il popolino credeva
nella iettatura,che chiamava “ogu malu” (dallo spagnolo “ojo malo”). La
iettatura colpiva tutte le cose belle e specialmente i bambini. Contro il
malocchio, che veniva esercitato dallo iettatore,bastava il toccasana;ma si
ricorreva anche agli scongiuri fatti da persona esperta. Vi erano anche rimedi
preven­tivi contro il malocchio,come amuleti di forma varia,rigati in argento.

Le superstizioni più
comuni fra le donne cagliaritane, nel secolo in questione, come ce lo
documentano gli atti sinodali, erano non spazzare la casa nel mese di agosto e
non cambiare di casa sia in maggio che in agosto; una donna incinta non poteva
entrare in chiesa per tenere a battesimo un neonato; i novelli sposi non po­tevano
portare il velo nel mese di maggio. E sebbene molti non ritenessero credibili
queste forme, al malocchio ci credevano tutti, come ci credono tuttora molte
madri.

Anche gli ex-voto,
presenti nei Santuari o in chiese particolari, dove si venera qualche santo
taumaturgo, sono da considerarsi, in certi casi,come degli amuleti,anche se
sono presentati come segni di fede. Questa credenza era presente anche presso
gli antichi popoli,che usavano offrire alle loro divinità, maligne o benigne,
gli ex-voto, rappresentati da raffigurazioni di scene accadute, in ricorrenza
della grazia ricevuta o di grazia da chiedere.

Anche la credenza che
la navicella della Madonna di Bonaria se­gnasse la direzione del vento nel
golfo di Cagliari è da conside­rarsi, sotto certi aspetti, una superstizione.
Infatti i marinai cagliaritani, prima di prendere il mare per la pesca, o
coloro che dovevano intraprendere un viaggio per mare, allora molto pe­ricoloso,
si portavano al santuario per osservare la posizione della navicella e
riconoscere da questa che vento spirava al mo­mento, e così decidere se partire
o no.

Nuovorientamenti, 26
marzo 1989

 

RICORDO DELLA MONOGRAFIA SU SANLURI

 

Circa un quarto di
secolo fa, la
Società Poligrafica Sarda pubblicava “Sanluri terra ‘e
lori”, un testo di enorme importanza per lo studio della storia dei nostri
villaggi, che a suo tempo, a quanto mi consta, non fu recensito. Il compianto
Padre Colli Vignarelli, che si guadagnò larga benemerenza per
i numerosi scritti, nella prefazione scriveva: “Chi conosce ed
ama la terra e la storia della Sardegna può ben comprendere l’utilità e
l’importanza di una monografia su Sanluri”. Padre Colli, che aveva
l’intenzione di pubblicarla in un unico numero in “Su, alla vetta!”,
il
periodico dell’Istituto scolopico
sanlurese, che egli dirigeva, si convinse però che era “ottima cosa fare
appello a collaboratori competenti e specializzati, affinché l’opera avesse il
carattere di serietà scientifica”. Fu possibile così una larga
collaborazione di studiosi. Il folto volume, che meriterebbe una seconda
edizione con aggiornamenti e approfondimenti alla luce dei nuovi studi, divenne
la terza monografia su Sanluri, dopo quelle del Ledda (1884) e del sanlurese
Francesco Corona (1905), che, a detta del Colli, erano superate dal tempo e dal
progresso degli studi.

Parecchi studiosi, che
hanno collaborato alla realizzazione dell’opera, ricca di pagine e corredata da
numerose illustrazioni, alcune delle quali molto rare, sono purtroppo
scomparsi; a loro voglio dedicare questo ricordo su “Sanluri terra ‘e
lori”, poiché con
i loro studi hanno dato un
grosso contributo alla conoscenza non solo di molti aspetti della vita sarda
nel corso dei secoli, ma anche a quella di questo splendido paese del campidano
di Cagliari, noto sia per aver dato
i
natali
a diversi personaggi di vasta cultura, ricordati nella monografia, sia per la
disastrosa battaglia del 1409, che ha segnato la sconfitta dei Sardi, ma non
del borgo, saccheggiato e distrutto, che riuscì a rinascere, ora vanto della
storia di Sanluri.

Apre il libro il saggio
dello studioso sanlurese Pasquale
Marica,
che
il­lustra la realtà del paese nel secolo attuale, interpretandola attraverso la
sua biografia giovanile; inoltre fa riferimento a fatti del passato, come
quelli del giorno della fame, delle carestie, dei morti del 1881. Dopo aver
salutato la sua Sanluri: “fiore del mio giardino, io sono orgoglioso di
essere nato all’ombra del castello”, ricorda le personalità letterarie
sanluresi, tra le quali Dionigi Scano, Giovanni Saragat e l’improvvisatore Raimondo
Murgia. Il Padre Colli, che ha dato il maggior contributo alla realizzazione
dell’opera con una serie di saggi che riferiscono diversi aspetti della vita
sanlurese, sul toponimo “Sanluri” si rifà a documenti, a manoscritti
e ad autorevoli autori; conclude affermando che la soluzione più probabile sul
toponimo è quella di “luogo de Lori” (o qualcosa di simile), passato
quindi in Selori; e scrive che no è “una conclusione certa e documentata,
ma non priva di luce e di ragioni di convenienza”.

Il geólogo Paolo Montaldo tratta de “Le condizioni geomorfologiche del
territorio comunale di Sanluri”, mentre Giovanni Lilliu, noto archeologo e
studioso, ricostruisce la storia nuragica del paese in “Sanluri
nell’antichità”, che, sebbene sia un saggio breve, è di grande efficacia.
La parte storica è stata affidata all’eminente studioso medievista Alberto
Boscolo, il quale ha dato un valido contributo alla ricerca storica sarda dal
periodo dei Vandali a quelli spagnolo e piemontese. Nel saggio “Sanluri
(Cenni storici)” egli traccia la storia abitativa della zona, iniziata
“a partire dal periodo in cui la Sardegna era divisa in quattro giudicati
autonomi”, e del piccolo borgo, che “si sviluppò tanto da diventare,
ai primi del secolo XVI, capoluogo della curatoria”. Lo studioso caglia­ritano
tratta a lungo della vita del paese durante il periodo aragonese che passa agli
arborensi. Questi provvedono a fortificarlo e a mantenerlo, fin quando, nel
1409, Martino il Giovane, re d’Aragona, giunto in Sardegna, sconfigge definitivamente
i Sardi e fa saccheggiare e distruggere il
borgo.

Nonostante questo triste
capitolo di guerra, il Castello di Sanluri, che era stato costruito qualche
tempo prima della conquista catalano-aragonese dell’isola, come scrive Alberto
Boscolo, il borgo riprende la sua vita e, nel 1479, ritornata la pace
nell’isola, passava ai Castelvì, fino alla dominazione piemontese; quindi era
della Contessa di Villamar e infine degli Aymerich. Il Boscolo, scomparso oltre
due anni fa, conclude il saggio presentando gli ultimi avvenimenti storici,
soprattutto quello del 1881,
in cui il paese veniva scosso da un tumulto popolare.
Sull’avvenimento il giornalista Gesuino Murru, pochi mesi fa, ha riproposto, in
modo lodevole,
i fatti in “Sanluri
1881: cronaca di una protesta” (in “Sardegna oltre”, 1988).

L’alto funzionario del
Ministero dei Beni Culturali, Gabriella Olla Repetto, parla de “Castello
nei secoli XIV e XV”, e scrive che “non si conosce con sicurezza né
quando né da chi venne edificato; (…) una recente indagine ritiene che
risalga ad epoca antecedente a quella aragonese; le prime notizie documentate
risalgono ai primi decenni della conquista aragonese”. La Olla Repetto traccia
poi una storia amministrativa del castello e parla delle persone
o “clientes” che, assieme al castellano, vivevano nel
maniero, e delle spie che portavano le notizie dei movi­menti dell’esercito
nemico. Si sofferma poi a trattare, dettagliatmente, gli avvenimenti storici
precedenti alla battaglia di Sanluri e chiude il saggio facendo notare che la
pace non fu duratura e che “il castello conobbe altri assedi, altre
battaglie e altri personaggi e quindi la fine delle sue turbinose vicende, con
la battaglia di Macomer (1478)”.

Segue un altro saggio di
Francesco Colli, che si interessa delle “Iscrizioni sanluresi antiche e
moderne”, che egli aveva rinvenuto in documenti e all’interno delle chiese
del paese. A riguardo dell’interpretazione etimologica del termine Sanluri,
Ovidio Addis scrive, in “Sanimi e i
Sanluresi”,
che il termine medievale Sellori deriverebbe dal romano Sellarium, Cellaria,
che erano istituzioni agrarie civili e monastiche. A riguardo poi dei confini
del borgo,
il saggista si serve delle
ricerche di topografìa medievale che si possono agevolmente rintracciare sul
terreno, in lunghi tratti di confine. Più avanti l’Addis si interessa del borgo
nel periodo giudicale, che, a suo dire, non fu una creazione del castello,
mentre le mura del borgo furono elevate più tardi. Si sofferma poi a lungo sul
periodo aragonese dando particolari su avvenimenti e fatti ed anche sulla
battaglia del 1409. Per il periodo sabaudo, egli parla della parte demografica
del borgo e delle situazioni createsi durante il primo periodo dell’ottocento,
come la strada nazionale, il prosciugamento dello stagno, le carestie e la
ferrovia. Avendo poi ricordato quanto fece un migliaio di po­polani nel 1881,
il successivo arresto di altre cento persone e la morte in carcere di un
sedicenne, conclude con la considerazione che
i
sanluresi
“dalla storia e dalla zolla ebbero il buon senso della vita, la pazienza e
il gusto della libertà”.

“Chiese e cappelle
dì Sanluri” è il tema che Padre Colli presenta. Capitolo molto
interessante, poiché serve a conoscere quanto di monumentale esiste nel
territorio di Sanluri e quante opere artistiche, le suppellettili e
l’argenteria vi erano nelle chiese, alcune delle quali hanno preso la via della
Pinacoteca e del Museo di Cagliari per non far più ritorno. Con l’aiuto di
documenti rintracciati negli archivi comunale e parrocchiale, Padre Colli ha la
possibilità di fare uno studio molto particolareggiato su “Le
confraternite di Sanluri”, con sue considerazioni e osservazioni critiche.
Giovanni Dettori, con il breve saggio “I canonici prebendati di Sanluri
“, traccia la storia dei canonici del paese che divennero poi personaggi;
mentre Padre Fedele da Sassari, nel saggio “Rilievi storici sul convento e
sulla vita dei cappuccini in Sanluri”, dà notizie riguardanti la
fondazione del Convento, la
Cappella di S.Antonio da Padova, la vita di fra’ Salvatore da
Sanluri, nonché
i religiosi morti
nell’assistere gli appestati.

Il nostro più grande
demoetnologo Francesco Alziator presenta una pagina su fra Antonio Maria da
Esterzili, mentre Padre Colli è l’autore di un articolo su Giovanni Battista Garau,
educatore, filosofo e teologo scolopio, del quale hanno scritto altri studiosi
sardi. Il Vivarelli fa seguire il saggio con un appendice documentativa. Segue
un altro saggio del Colli per ricordare lo scolopio sanlurese Vincenzo Cossu,
professore di filosofia sperimentale nell’Università di Cagliari, che dallo
studioso viene considerato “uomo dotato di una volontà tenace, sempre tesa
all’attuazione del bene ed al progresso della scienza”.

Lo storico Lorenzo del Piano presenta “I fatti di Sanluri nel 1881″, con
particolari rinvenuti in documenti esistenti negli archivi, nelle relazioni e
nei periodici. Si è soffermato quindi su quanto
i giornali del tempo riportarono e quanto Giovanni Siotto Pintor e altri ne scrissero. Allega, in chiusura, un documento riguardante
la sentenza del processo effettuato a Cagliari alcuni mesi dopo
i fatti. Giuseppe Corrias si interessa della biografia del sanlurese
Dionigi Scano, autore della “Forma Karalis “, e dà la notizia che
sono stati pubblicati gli scritti inediti e il miglior suo lavoro storico,
“Relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Sardegna”, frutto di
lunghe e meticolose ricerche. Fausto Silesu affronta l’argomento su “La Settimana Santa in
Sanluri”; lavoro di grande importanza, perché riporta quanto
i sanluresi hanno fatto e fanno per ricordare la passione e la morte
del Cristo. Allo studio seguono
i
canti
del Venerdì Santo, in seddoresu, con la versione italiana a fronte. Un
importante saggio è quello di “Sanluri nella storia delle tradizioni
popolari”, di cui è autore Francesco Alziator, il quale fissa in brevi
righe “una serie di fatti e di osservazioni dai quali sarà più agevole prendere
l’avvio per una ricerca più ampia”. Il lavoro dell’Alziator si articola in sei
argomenti, che presentano la natura geologica del territorio, il  ciclo dell’uomo e dell’anno, la casa e la
vita familiare, blasone e leggende po­polari e si conclude con la parte
riguardante l’abbigliamento popolare.  È
ancora Padre Colli che scrisse sui documenti esistenti negli archivi sanluresi,
con sue considerazioni. È uno scritto di notevole importanza per
i ricercatori che hanno uno strumento necessario per rintracciare
quanto si trova negli archivi del centro sanlurese.

Segue una serie di saggi
che si in­teressano della Sanluri moderna. Pasquale Flagello tratta “Una
relazione sul Comune di Sanluri, con l’indicazione di dati utili per il piano
di Rinascita”; Aldo Tuccari si interessa de “L’agricoltura dei
sanluresi”; Giuseppe Anelli, dell’ “Opera Nazionale Combattenti in
Sardegna: su Stabilimentu «Vittorio Emanuele» in Sanluri”; Raffaele Cocco,
del “Panorama sanitario di
Sanluri”,
con
la storia delle morti e delle malattie, del momento demografico, dell’abitato e
delle abitazioni; Attilio Tatti, tratta del “Patrimonio zootecnico dì
Sanluri”, che si riferisce al periodo con­temporaneo; Antonio Frau, de
“La scuola di avviamento professionale, «Alberto Riva VillaSanta»”,
istituita nel 1929; M.G.Pischedda, della “Scuola Media statale”;
Biagio Cadeddu, delle “Statistiche delle Scuole Elementari di
Sanluri”; F.Colli Vignarelli, de “L’Istituto dei Padri
Sco-lopi”; Castriziano
Lobina de “L’asilo
«S.Raimondo» e La Casa
di Riposo «Mater Divinae Providentiae»”; Orlando
Piras de “La cantina sociale”, fondata il 31 maggio 1963, che
ha portato notevoli vantaggi economici agli agricoltori della zona;
Sandaliotes, della “Sanluri: dal Monte
granatico
al
Banco di Sardegna”;
Liliana Silesu, de “Su
civraxiu, ovvero il Buon pane dì Sanluri”, un racconto sul noto pane dei
sanluresi, esportato in tutta la
Sardegna e in continente. Pietro Leo, sindaco di Cagliari, si
interessa de “I sanluresi nella poesia di Cesare Saragat”, e acclude
un serto poetico in sanlurese.

Chiude il volume
“Miscellanea variarum rerum” di Francesco Colli Vivarelli, con il
sottotitolo Notizie – Segnalazioni – Documenti, di notevole importanza, perché
è completato con un elenco dei sanluresi degni di essere ricordati.

Nuovorientamenti, 22
gennaio 1989

 

I TIPOGRAFI DI UNA CAGLIARI SCOMPARSA – L’EDITORIA
CAGLIARITANA NEL SECOLO XVII

 

La storia dell’editoria caglia­ritana in epoca spagnola è
stata oggetto di studio solo per il Cinquecento. Manca quindi uno studio sul
Seicento editoriale. Nel capoluogo isolano il progres­sivo sviluppo dell’arte
tipografica ed editoriale, grazie all’attività di ben tre tipografie, durante
la seconda metà del Seicento, dimostra che le attività culturali e librarie
avevano raggiunto un’importanza straordi­naria. Nella seconda metà del ’600
furo­no parecchie le biblioteche esistenti a Cagliari, dovute soprattutto ad al­cuni
nobili e a chierici letterati.

Il primo tipografo del secolo XVII è stato Michele Saba, un
napoletano giunto a Cagliari alla fine del Cin­quecento, con una profonda espe­rienza
tipografica acquisita in molti anni di lavoro nelle tipografie napo­letane. Nell’arco
della sua venticinquennale attività, diede alle stampe una ventina di opere,
quasi tutte di carattere religioso e giuridico, ma­nuali di devozione, raccolte
di ser­moni spirituali e diverse cause giudi­ziarie, tutte da studiare. Sono po­chissimi
i
testi scolastici, o universi­tari, poiché non esiste ancora uno Studio generale.
Dì libri, certamente ne arrivarono a Cagliari, in particolare dalla Spa­gna,
poiché o libri erano esentasse. Durante la prima parte del ’600 erano parecchi
i librai che vendevano e prestavano libri in lettura. I librai
venivano soprattutto dal Napoletano, ma anche dalla Catalogna. Essi
provvedevano a rifornire il mercato cagliaritano di opere, non solo di au­tori
stranieri, ma anche di autori ca­gliaritani che stampavano
i loro scritti fuori dell’isola.

Durante il secondo periodo del secolo in questione, a
Cagliari ci fu­rono anche diverse biblioteche non private, cioè destinate
all’uso di più persone e di gruppo. Molti libri della biblioteca
dell’arcivescovo di Ca­gliari Parragues e di quella del ve­scovo Canelles,
l’introduttore della stampa in Sardegna, passarono alla libreria del Rossellò.
Questi aveva provveduto alla raccolta anche di numerosi testi stampati
nell’isola e fuori, che passò alla sua morte ai Pa­dri Gesuiti di Cagliari.
L’attività editoriale del cagliarita­no Antonio Galcerin, che faceva parte del
primo corpo docente uni­versitario di Cagliari, è stata più lun­ga di quella
del Saba, poiché ebbe inizio nel 1624, con la stampa della prima opera del
cappuccino cagliari­tano
Esquirro, poco conosciuta.

Dopo ben quarant’anni di intenso lavoro editoriale, termina
l’attività del Galcerin probabilmente a causa della sua morte. Continua l’opera
il figlio
Hilario,
che ebbe alle sue di­pendenze diversi direttori,
tra cui il Pisa, il madriteno Onofrio Martin e Giovanni Antonio Pani.

Il fatto più importante e significa­tivo per la storia
editoriale cagliaritana fu l’apertura, nella seconda metà del Seicento, di
altre due tipografie. Ciò significa che aumentò l’interes­se verso la stampa e
verso il lavoro ti­pografico e che vi fu una maggiore richiesta di libri e una
vita culturale più intensa. Queste due tipografie avevano se­de una nel
Convento dei Domenica­ni, nel sobborgo di Villanova, sorta nel 1679. L’altra fu aperta nel
con­vento dei Mercedari di Bonaria, nel 1665, sotto l’egida dei frati e del
tipo­grafo Onofrio Martin.

Dai torchi di queste due tipografie uscirono panegirici,
opere di un cer­to valore storico-letterario, libretti di devozione, testi di
studio e ristampe di opere riguardanti la storia della Madonna di Bonaria e
quella dei mercedari; purtroppo molte di que­ste opere non solo andarono disper­se,
ma anche non ci giunsero neppu­re
i titoli. In
questa seconda metà del secolo XVII si ebbe una più intensa attività
tipografica e libraria. In solo quarant’anni di stampa si contano 300 edizioni
con una media di circa una trentina di pubblicazioni all’anno, tra le quali le
opere del cagliaritano Giu­seppe Delitala, di alto valore lettera­rio, del
quale Louis Saraceno
provvi­de, nel 1976, alla pubblicazione, in spagnolo, di “
Vida y obra de José Deli­tala y Castelvì, poeta
hispano-sardo”: studio dì interesse notevole, di cui oc­correrebbe una edizione
in italiano. (1).

All’alto prelato Antonio Canopolo, che resse la sede arcivescovi­le di
Arborea per 26 anni, va il merito lodevole di aver intro­dotto, nel 1616, la
stampa in Sassari, servendosi dell’editore cagliaritano Bartolomeo Gobetti.

Alla morte del Canopolo, avvenuta in Sassari nel 1621, la stampe­ria
passò alla nobile famiglia Scano di Castelvì, che la tenne per moltissimi anni.
No si sa se la tipografia, che dal 1690 sino a grande parte del Settecento fu
in
mano dei Servi di Maria, fos­se la stessa tenuta dai successori dei Castelvì.
Come si conosce il proprietario della tipografia che diede alle stampe testi di
diverso soggetto, tra cui l’opera del gesuita sassarese Antioco Del Arca
“El saco imaginado” (II finto rapimen­to) , si conoscono i nominativi degli editori. Il primo
fu, come già detto, Bartolomeo Gobetti, che rimasein Sassari fino alla me­tà
del secondo decennio del secolo; poi fu editore Antonio Seque,
o Sechi, al cui figlio
Giovanni Gavino passò l’editoria tenuta fino al 1630. La rilevò Francesco Bribo
e poi, nella seconda metà del secolo, fu editore fra Giuseppe Brandino.

Come si vede le notizie sull’editoria in Sardegna nel XVII secolo sono
ancora molto frammentarie e scarne, come sono anche quelle che si riferiscono
ai centri di Alghero, Bosa, Castelsardo e Tem­pio, nel settentrione, e
Oristano, Sanluri ed
Iglesias
nel meri­dione .

Per una storia più dettagliata e precisa sarebbe necessaria una lettura
degli atti d’archivio che si trovano non solo nelle città italiane, ma anche e
soprattutto negli archivi della Spagna.

Nuovorientamenti, 16 aprile 1989

—–

(1) Ho provveduto alla pubblicazione in edizione italiana
dell’opera di Louis
Saraceno “Vita e Opera di Giuseppe Delitala Castelvì, poeta
ispano-sardo”  (Cagliari 1994, Edizioni
Castello)

 

RICORDO DI UN LETTERATO CAGLIARITANO – TRA I FONDATORI
DELL’ACCADEMIA DI SPAGNA E
AMBASCIATORE DI FILIPPO V A GENOVA
E A L’AJA

 

Attraverso la lettura dei “Comentarios” del cagliaritano Vincenzo Bacallar, marchese di San Filippo, di cui quest’anno ricorre il 325°
anniversario della nascita, possiamo conoscere taluni avveni­menti accaduti in
Sardegna nel primo ventennio del ’700. Il periodo compreso tra il 1701 ed il
1720, anno in cui l’Isola vede le truppe sabaude calpestare il suo suolo, si
presenta denso di avvenimenti storici molto tempestosi sia per la Sardegna che per
l’Italia, la Spagna
e l’intera Europa a causa dei continui con­flitti e capovolgimenti delle
situazioni interne ed internaziona­li. Questi avvenimenti vengono
dettagliatamente presentati dal citato
Bacallar, diplomatico sardo, ne “Los comentarios de la guerra de España” – manca tuttora una edizione italiana – in cui li descrive non
solo con semplicità di linguaggio, ma anche con una presenta­zione realistica
delle situazioni e dei maggiori personaggi, che ci appaiono nella loro più
naturale spontaneità, mentre vivono ansiosi quei tormentati momenti. Non sono
molti quelli che si sono interessati agli scritti del diplomatico sardo, figura
di studioso abbastanza nota all’estero, ma quasi ignorato in Sarde­gna, forse
perché scelse la causa della Spagna. I pochi studiosi sardi che si occuparono
di lui lo studiarono solo per quanto si riferisce alla storia del periodo in
cui visse
o
dal punto di vista letterario.

Vincenzo Bacallar visse in un periodo in
cui non solo l’Europa fu sconvolta da una guerra, che diremo mondiale, ma anche
la Sarde­gna fu
teatro di capovolgimenti, dì scontri e di situazioni che portarono prima alla
dominazione austriaca, nel 1708, quando l’armata navale dell’ammiraglio inglese
Lake si presentò nel golfo di Cagliari e conquistò, senza colpo ferire,
l’Isola, poi nuovamente a quella spagnola.

Il Nostro nacque a Cagliari il 6 febbraio 1669, alcuni mesi
dopo
i
gravi fatti di sangue accaduti nel capoluogo
isolano: l’omici­dio del marchese di Villasor prima e poi quello del viceré di
Sardegna, il marchese di Camarassa. Intraprese gli studi in Cagliari, nel
Collegio dei Nobili; fu poi inviato a Madrid per essere educato ed avviato nel
mestiere delle armi e negli affari politici. Al rientro a Cagliari, alla fine
degli studi, fu prima cavallerizzo del re e fece parte della Corte
cagliaritana; poi fu nominato governatore del Capo di Cagliari e Gallura.
Quando, nel 1707, nell’ambito della guerra di successione spagnola (1700-1713),
si credette che l’Austria meditasse un colpo di
mano sulla
Sardegna, in Gallura scoppiarono delle rivolte, con a capo dei banditi,
incoraggiati anche dai rinforzi inviati dall’Arciduca Carlo d’Austria,
attraverso la Corsica.
Poiché la ribellione non fu domata, fu inviato sul posto, col
nuovo incarico di Luogote­nente Generale; fu il
Bacallar che riuscì
ad eliminare gli ultimi resti dei rivoltosi.

Gli avvenimenti precipitarono e, a causa dell’arrivo
nell’Isola della flotta anglo-olandese, il
Bacallar, avendo constatato che non era possibile la resistenza da lui
promossa nel centro della Sardegna, si nascose in Sassari e poi si imbarcò e si
allontanò dall’Isola, rifugiandosi in Madrid. Qui, con altri fuorusciti sardi e
l’appoggio del sovrano spagnolo, provvide a mettere su una spedizione, che però
fallì, poiché un contingente militare austriaco sbarcò nella Sardegna
settentrionale, prendendo le misure necessarie per prevenire una riconquista
dell’Isola. Dopo la Pace
di Utrecht, del 1713, il
Bacallar venne nominato
ambasciatore spagnolo a Genova, dove si fermò una ventina d’anni. Il marchese
di San Filippo tesseva intanto una fitta ragnatela con molte persone e con
diverse autorità spagnole ed europee e progettò un piano per la riconquista
della Sardegna, che portò all’attenzione dell’Alberoni. La descrizione  dei preparativi della spedizione è contenuta
in alcune carte ancora chiuse in un archivio della Spagna, di cui occorrerebbe
la pubblicazione, poiché comprende anche un quadro molto preciso e dettagliato
della situazione economica, sociale e geografica della Sardegna alla fine del
Seicento e nella prima decade del Settecento. Gli avvenimenti successivi e
l’intera spedizione con la riconqui­sta dell’Isola da parte degli spagnoli, di
cui il
Bacallar
era un comandante, si possono appunto leggere ne
“Los
Comentarios”.

Nel capoluogo ligure, il marchese, oltre ad espletare
l’incarico diplomatico, continuò l’attività di scrittore e di storico. Egli fu
anche uno dei promotori dell’istituzione dell’Accademia Spa­gnola, sorta in
Madrid nel 1714, e fu tra coloro che collaborarono alla stesura del primo
dizionario della lingua spagnola voluta dal Consiglio dell’Accademia di quel
Regno. Ebbe così grande peso nella cultura
spagnola ed europea.

Infatti, l’Accademia lo considerò una delle massime autorità
in fatto di lingua castigliana e come tale lo incaricò di redigere molte voci
del dizionario. Le sue opere, tutte in castigliano, sono
“Los dos
Tobias”, “Palacio de Momo”, “Monarquía Hebrea”,
“El
arte de reynar” e “Los comentarios
de la guerra de España
e historia de su Rey
Phelipe
V el animoso”.

Vincenzo Bacallar, morto 1’11 giugno del 1726, a L’Aja, dove si era
trasferito nel 1725, nominato ambasciatore in Olanda, fu, così, uomo di larga
attività e non inferiore fu la sua cultura. Amò
i libri
tanto che possedeva una nutrita ed importante biblio­teca di oltre 15.000
volumi, in cui si trovavano rare opere, non solo di interesse europeo, ma anche
riguardanti la
Sardegna. Sarebbe opportuno, quindi, studiare la complessa e
molteplice attività del marchese di San Filippo, da quella militare-politi­co-diplomatica
a quella letteraria e di storico.

Nuovorientamenti,
30 aprile 1989

           

      ASPETTI DI VITA MINORE CAGLIARITAMA- DA
UN DOCUMENTO DEL CINQUECENTO

 

Lo stagno di Santa Gilla, fino a
trent’anni fa, era fonte di im­mensi tesori e di ricchezza economica non solo
per la cittadinan­za cagliaritana, ma anche per tutta l’isola; infatti
i soci
del
gremio dei pescatori, un’associazione di mestiere costituitasi già al tempo
dei Vittorini (sec.XII), avevano chiesto ed ottenu­to, nella seconda metà del
Cinquecento, dal sovrano di Spagna Fi­lippo II, di costruire una strada
commerciale che collegasse lo stagno a quello altrettanto pescosissimo di Santa
Giusta. Per conoscere quale fervore di vita animasse la zona dello stagno di
Santa Gilla e la grandiosità delle celebrazioni che si svolge­vano negli ultimi
giorni di giugno, in occasione della solenne festa del patrono, ci viene in
aiuto un documento del 1580,
in castigliano. In esso sono inseriti anche vocaboli in
sardo, di in­teresse notevole, perché richiamano alla mente personaggi della
Cagliari minore come is cocciulaius de Casteddu  e nomi di anima­li come molentis, cocciula
bianca e anguidda
; inoltre il documen­to fa riferimento a is goccius
di San Pietro e alle
barracas dei pescatori.

La chiesetta del patrono dei
pescatori (attualmente inglobata nel­le case di viale Trieste), era situata
lungo le rive dello stagno, ad un centinaio di metri dalla chiesa della Madonna
del
Carmine; era  isolata e intorno era tutta
campagna, che si riempiva di mi­gliaia di fedeli nei tre giorni di festa,alla
fine di giugno. L’origine del tempio, secondo
i documenti esistenti, risalirebbe
al periodo dei Vittorini, quando essi vennero nell’isola e costrui­rono
numerosi conventi e chiese. Probabilmente intorno al XII se­colo; con
l’istituzione dell’associazione dei pescatori, ebbe inizio la meravigliosa e
stupenda festa del santo, ormai estinta, causa l’indisciplinato progresso della
civiltà del consumo. Il documento appunto ha, come punto centrale, la grande
festa del 1580 del patrono dei pescatori da parte del
gremio, con
grande concorso di fedeli. Nella vigilia della festa si celebrarono
i vespri,
cantati in presenza del canonico capitolare della catte­drale cagliaritana, con
accompagnamento musicale di pifferi e zampogne, spari di razzi e fuochi
d’artificio.

Nel giorno della festività, il 29
giugno, dalle prime ore del gior­no tutte le località vicine alla chiesa erano
piene di fedeli che, riuniti in allegri cori,cantavano le lodi al santo con is
goccius
, con vero atteggiamento umile e spirito religioso. Alle dieci si
celebrò la messa cantata, con grande lusso di abiti e di cera. Durante la
celebrazione, il canonico Cuccù predicò e, prendendo lo spunto dall’amicizia
che godeva il protettore apostolo San Pietro con Gesù Cristo, concludeva
l’omelia con la bella immagine che il popolo cagliaritano è il popolo di Dio e
che nel
cielo ha come intercessore il più intimo di Nostro Signore e in terra,
“padre e provvidenza”, il Magnifico Reggente
Amigo. Poi,
dopo aver riconosciuto al reggente di essere il protettore del
gremio dei
pescatori e l’intercessore di Sardinia Manna davanti al re, amico della
popolazione, aggiunse che il
gremio dei pescatori po­neva ai suoi piedi due petizioni.

Il documento terminava ponendo in
risalto la figura del
presidente del gremio mentre presenta al Reggente la nobile parte del po­polo cagliaritano,
cioè quella dei pescatori, che un giorno for­merà la vera Marina del Regno
sardo, destinata alla conquista dell’Universo e di altre località della terra,
con le navi da guerra sostituite da quelle dello stagno di Santa Gìlla, il cui
comando passerà ai valenti  cocciulaius,
a loro volta comandati dallo stesso Reggente e dai suoi discendenti.

Il documento sì chiude con
l’annuncio di altre petizioni che si agitano nell’animo dei pescatori
cagliaritani, ed esse verranno quanto prima manifestate al Reggente non appena
sarà possibile dal presidente, che firma il documento quale suo servo.

Nuovorientamenti, 14 maggio 1989

 

CAGLIARI E LA SARDEGNA VISTE DA
FRANCESCO ALZIATOR

 

Presso la sede dell’
Associazione cultu­rale “Studium Sardiniae” in Via Bellini n.9 si è
tenuta, il mese scorso, una rassegna sulla figura di Francesco Alziator nel
contesto della cultura cagliari­tana e sarda. La mostra delle opere dei disegni
e delle liriche inedite ha riscosso grande successo la manifestazione che si è
snodata in tre appuntamenti: serata inaugurale, “un pomeriggio con
F.Alziator”, lettura di brani tratti da scritti dell’autore, e serata
conclusiva con dibattito.

La mostra intendeva
ricordare la fi­gura dell’illustre studioso nella sua vasta opera di storico e
cultore della vita citta­dina e sarda in genere, ed aveva anche lo scopo di
risvegliare nei sardi l’amore verso questo nostro scrittore e studioso, che
ancora una volta è stato dimenticato dalle autorità comunali di Cagliari, che a
circa dodici anni dalla scomparsa non hanno ancora provveduto a intitolargli
una strada della città. Francesco Alziator è stato senza ombra di dubbio, uno
dei più grandi illustratori della vita e della storia della città di Cagliari,
perché le ha dedicato numerosi articoli ed opere, che hanno fatto sì che essa
fosse cono­sciuta in molte parti del mondo. Un quarto di secolo fa vedeva la
luce una delle sue più grandi opere “La città del sole”, seguita da
altre due di notevole importanza, che hanno dato un grosso contributo alla
storia delle tradizioni po­polari.

Se per “La città
del sole”, si è provveduto ad una seconda edizione di lusso, in due
volumi, ricca di illustrazioni, non così per “La collana luzzietti”
(15 ottobre 1963 ) e per “La raccolta Cominotti” (26 dicembre dello
stesso anno), entrambe della De Luca Editrice di Roma, sotto l’alto patronato
dell’Assessorato ai Trasporti e al Turismo della Regione Sarda. Anche per le
tavole della raccolta Cominotti, in numero di di trenta, l’Alziator ha prov­veduto
a dare delle descrizioni particolareggiate.

 Lo studioso Cagliaritano ter­mina il saggio
con una presentazione del gioco del Natale: “su barraliccum” sul qua­le ha
fatto una lunga trattazione parlan­do della sua provenienza e si augurava che
questa trottola diventasse un pro­dotto di esportazione dalla Sardegna, idea
non ancora presa in considerazione dagli amministratori regionali che si in­teressano
di turismo e dagli operatori turistici.

Nuovorientamenti, 21 maggio 1989

 

 CAGLIARI TRA IL XVI E IL XVII SECOLO  – UNA CITTÀ APERTA ALL’EUROPA

 

Con l’istituzione delle scuole primarie e secondarie, tenute
dai Padri Calasanziani, e con l’apertura dello Studio Generale, che diede la
possibilità non solo ai figli del nobili e dei mercanti, ma anche a quelli dei
professionisti e degli artigiani di intra­prendere e completare gli studi nei
diversi ordini scolastici e nel diversi campi della scienza, venne portato a
compimento il programma governativo e comunale riguardante l’istruzione nella
Capitale.

Cagliari – che nel Seicento presentava un quadro culturale
molto più ampio, da un contributo notevole ai settori della poesia, della
prosa, della drammatica, del teatro, della storia, della cronaca, del diritto e
in quello artistico – si aprì alla vita e alla cultura europea. La ricca
fioritura letteraria sardo-ispani­ca del Cinquecento e del Seicento influì
profondamente su gli isolani e il patrimonio letterario cagliaritano del XVII
secolo fu ricco di scrittori e di poeti che adottarono lo spagnolo, perché le
loro opere potessero varcare
i confini isolani. Ciò
perché
i
governanti li aveva lasciati liberi di
esprimersi e di scrivere anche nella loro lingua madre. Alla lingua sarda erano
riservate la rappresentazione teatrale, la drammatica religiosa e 1′oratorio.

I nobili erano quelli che, in maggioranza, conoscevano
abbastanza bene la lingua spagnola, che parlavano e scrivevano correttamen­te,
o per aver passato molti anni in Spagna, e perché discendenti
da famiglie di provenienza iberica, e conoscevano bene anche il sardo. Il clero
conosceva tutte e tre le parlate e scriveva anche in latino, lingua che veniva
insegnata nel Seminario, nei collegi e nel conventi. Si stampavano novenari e
catechismi in sardo, in castigliano e in catalano.

Nella seconda metà del Seicento i cappuccini dì Cagliari dovette­ro attenersi alle
disposizioni rese obbligatorie di usare anche la lingua castigliana, oltre che
nelle ordinarie conversazioni, anche nella corrispondenza diretta ai Superiori
d’Italia, e nella predicazione, sostituendola al catalano.

Per quanto si riferisce agli scritti in sardo, nell’archivio
dei cappuccini di Cagliari, che possiede oltre diecimila volumi, tra cui
parecchi libri rari, e moltissimi manoscritti del Cinquecento e del Seicento,
ancora tutti da studiare e tutti ben rilegati ed ordinati, esistono manoscritti
in dialetto cagliaritano e in campidanese. Tra questi, ricordo un inedito
quaresimale dì ben 400 pagine, sicuramente del primi del ’600.

E infine, è opportuno far presente che anche nelle chiese
caglia­ritane, nel XVII secolo, si predicava in sardo, nonostante la massiccia
presenza della lingua catalana e di quella castigliana. a significare che la
lingua del popolo non era per nulla svantag­giata nel confronti di quella dei
dominatori di turno.

Nuovorientamenti, 4 giugno 1989

 

QUARTU – PARROCCHIA S. ANTONIO – PADRE CANNAS: DA 50 ANNI
SACERDOTE FRANCESCANO

 

Immensa gioia nella famiglia francescana per il
Cinquantesimo anniversario della ordinazione sacerdotale di un confratello.
Alla presenza dell’arcivescovo di Cagliari, monsignor Ottorino Alberti e con la
concelebrazione del padre Gabriele
Piras, alle ore
19 nella parrocchia di Sant’Antonio di Quartu Sant’Elena, il padre Vienenzo
Mario Cannas celebrerà il 50.° anniversario del suo sacerdozio.

Ogliastrino di provata fede, – onora con grande amore la sua
terra e la sua regione con scritti e vita spirituale -, Mario Cannas, nato il
16 ottobre 1914 a
Tertenia, cui ha dedicato un esaustivo studio dai primordi sino al nostri
giorni, ancora giovanissimo entra nell’Ordine Francescano dei Frati Minori. Nel
1931, dopo
i primi studi in Sassari,
veste l’abito francescano nel convento di Quartu S. Elena e, nel 1935, fa la
professione solenne nello studio teologico di S. Mauro in Cagliari; qui aveva
frequentato gli studi ginnasiali, liceali, teologici e filosofi­ci .

Il 29 giugno 1939, festa di San Pietro e Paolo, Mario Cannas
viene ordinato sacerdote dall’allora arcivescovo di Cagliari monsignor
Ernesto Maria Piovella. Inizia per padre Cannas, che prendeva il
nome francescano di Vincenzo, una vita esemplare e di amore verso il prossimo.

Nel febbraio del 1943, a seguito di un tremendo bombardamento su
Cagliari, mette in salvo le spoglie di San Salvatore da Horta e le opere artistiche
trasferendo tutto, con mezzi di fortuna, nella basilica dei Martiri in Fonni.
Sempre nel 1943, viene nominato cappellano militare col grado di tenente ed
inviato a Bastia, in Corsica, per partecipare alla liberazione dell’isola
dall’invasione germanica. Il 15 ottobre 1944, rientrato in patria, fu aggregato
alla Quinta armata americana partecipando alla guerra di Liberazione; fu
trasferito in seguito al 517° gruppo di Fanteria dell”8.a armata inglese.

Decorato di due croci di guerra al merito e di una medaglia
di benemerenza, nel 1947, cessato il servizio militare, si dedica alla ricerca
e frequenta il corso di Paleografia, Archivistica e Diplomatica nell’Archivio
di Stato di Cagliari, conseguendo il diploma. Si dà quindi alla ricerca
archivistica, passando lungo tempo in archivi spagnoli e italiani. Nel 1958, è
stato nominato superiore del convento di Quartu Sant’Elena e, in seguito, è
stato trasferito in quello di San Gavino, in cui ha svolto l’uffi­cio di
delegato regionale per le missioni estere.

Cultore delle discipline ecclesiastiche ed autore di
pubblicazio­ni a carattere agiografico, storico, speleologico ed archeologi­co,
è membro di diversi centri speleologici, è stato presidente onorario del gruppo
speleologico
Vidal ed è presidente attivo della
sezione speleologica dei Club Alpino Italiano. Il 13 gennaio 1972, il
presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha conferito il Cavalierato,
mentre nel 1975 veniva nominato cavaliere ufficiale; infine, il 18 ottobre 1978
il Presidente della repubblica
Sandro Pertini gli ha conferito l’alta
onorifi­cenza di Commendatore per meriti della Repubblica.

Da quindici anni p. Cannas dirige l’archivio Arcivescovile
di Ca­gliari con grande competenza e preparazione. Attualmente cura e
dirige la collana “Studi Ogliastrini”, giunta al terzo
numero (in preparazione), raccolta di particolare importanza perché tocca gli
aspetti più vari di una delle più interessanti regioni della Sardegna.

Nuovorientamenti, 18 giugno 1989

 

PAGINE DI STORIA – FESTE RELIGIOSE NELLA
CAGLIARI DEL SEICENTO

 

In “Leyes y pragmáticas”, una
raccolta di leggi, decreti e ordi­nanze effettuata dal giurista sassarese
Francesco Vico e stampata in Napoli nel 1640, si legge che, nella Cagliari del
primo Sei­cento, in cui la vita sociale e collettiva era giunta ad un certo
grado di organizzazione e di raffinatezza, le festività religiose erano
numerose. Per
Joaquín Arce erano ben 74 le
festività infra­settimanali. I sardi in quei giorni, onoravano
i patroni dei gremi e delle confraternite e i santi ai quali si rivolgevano per chiedere di preservarli
dalle malattie e dalle lunghe carestie. Di parecchie di queste feste no restano
tracce. Alcune sono scom­parse molti anni fa, taluno uno
o due secoli fa, come la sagra di S. Antioco che si svolgeva a
Cagliari, il 5 maggio, nella collina di Bonaria, a cui intervenivano
i contadini con le “traccas”, proveniente da diverse parti del Campidano. Ne abbiamo
notizia dal tedesco Fuos, che percorse la Sardegna e ci lasciò una inte­ressante
descrizione in “La Sardegna
nel 1773-1776 descritta da un contemporaneo”, tradotta da P. Gastaldi
Millelire. Il Fuos racconta che la sagra era, con quella di Sant’Efisio, la più
rilevante in tutto l’anno ed aveva carattere spiccatamente rurale.

Di un’altra festa, abbiamo conoscenza solo ora, da un
documento rintracciato qualche mese fa nella solita miniera che è l’Archi­vio
d’Aragona di Barcellona. Dal documento si possono trarre al­cuni aspetti di
vita sarda, che servono per ricostruire il pano­rama sociale dell’Isola nel
periodo spagnolo.

La festa si snodava per le strade del Castello nel giorno
delle Ceneri. Alla funzione, in Cattedrale, partecipavano le autorità comunali,
in abito di gala.

Si legge nel documento che era usanza che il Sindaco della
città, al quale il viceré, la mattina del mercoledì delle Ceneri, conse­gnava
il bastone del suo ufficio, andasse nel Duomo, accompagnato dai giurati, per
assistere alla Messa cantata e ricevere le sacre ceneri dalle mani
dell’arcivescovo. Poi, fatto il giuramento da­vanti all’altare, il sindaco
usciva dalla chiesa e, a cavallo, partecipava alla processione. Prendeva posto
dietro l’arcivesco­vo, in abiti quaresimali, di
color violaceo.

Il sindaco portava anche quella bandiera che gli aragonesi
aveva­no innalzato sulla torre di San Pancrazio, la più alta della cit­tà,
quando, nel 1324, per la prima volta, entrarono nel Castello di Cagliari, e due
anni più tardi, quando se ne impadronirono de­finitivamente, in nome del
sovrano d’Aragona Alfonso II. Dal documento, che porta la data del 30 aprile 1644, a firma
dell’arcivescovo di Cagliari,
Bernardo de la Cabra, si hanno al­tri
particolari, che si riferiscono alla diatriba sorta tra l’ar­civescovo e
i consiglieri comunali. Costoro, infatti, che già 1′anno
precedente non avevano voluto recarsi a rendere omaggio all’alto prelato, dopo
l’elezione a giurati della città, erano giunti in Duomo, il giorno delle
ceneri, quando la Messa
era giunta all’epistola ed il coro stava cantando il verso “Adiuva
nos” .

Per concludere, si legge ancora che il De la Cabra, il  giorno dell’Assunta dell’anno precedente, non
aveva accolto alla  soglia del Duomo il
viceré duca di Avellano e le autorità comunali,
i quali,
sdegnati, avevano lasciato la chiesa; il viceré, scriveva l’arcivescovo al
sovrano, pretendeva di essere atteso, quando do­veva partecipare agli uffici
divini, e sembrava ora pretesa più sfrontata quella dei giurati che volevano
essere attesi anche lo­ro.

Nuovorientamenti,  25
giugno 1989

 

    LA CITTÀ TRA RICORDI E NOSTALGIE
- LA LUNGA
STAGIONE ESTIVA CAGLIARITANA

 

Ormai la stagione estiva volge al termine. Dal Poetto a
Villasimius, da Giorgino a Santa Margherita fino a Chia, le spiagge han­no
accolto gli abitanti di Cagliari e dell’entroterra e
i turi­sti, che tradizionalmente, nei mesi caldi, si trasferiscono
dalle città al mare per trascorrervi l’estate.

Il boom di questo esodo cittadino, verso i luoghi balneari, ebbe inizio intorno agli anni cinquanta,
quasi come un’evasione dopo la terribile e furente distruzione della città e la
sua ricostru­zione, raggiungendo il
culmine negli anni
del miracolo economico. Si vedevano allora lunghe code di macchine e di trams
affollati di bagnanti che si recavano alla spiaggia del Poetto: quella
spiaggia, con migliaia di casotti, invidiata da molti e desidera­ta da tutti.

La veloce e larga autostrada, terminata alcuni anni fa,
permette ora un più rapido e scorrevole percorso. Sono sufficienti pochi minuti
per raggiungere gli stabilimenti e l’arenile del Poetto, mentre prima occorreva
circa mezz’ora per coprire
i quattro chilometri che
li separano dal centro cittadino.

La moda dei bagni di mare iniziò a Cagliari intorno alla
seconda metà dell’Ottocento, quando l’estensione urbana andava oltre le mura
cittadine. A rispetto di quanto si legge nelle cronache del tempo, l’inaugurazione
del primo stabilimento balneare avvenne nel 1862 lungo la battigia di
Sant’Agostino nella parte sinistra dell’odierna via Riva di Ponente. La zona
prendeva nome dalla chiesa di Sant’Agostino, fuori le mura, che sorgeva
all’incirca ove oggi si trovano il Palazzo Accardo e la stazione dell’ARST. Il
costruttore fu Michele Carboni, abile industriale dal quale poi
i bagni presero nome.

Nel 1871 lo stabilimento fu rallegrato dalla presenza di un
bri­gantino, fatto ancorare dal Carboni ad un centinaio di metri dal­la
rotonda: fu una grande attrazione per
i bagnanti
che subito ne fecero il trampolino dei propri tuffi.

Dallo Spano apprendiamo che la stagione balneare si apriva a
mag­gio per terminare a settembre e che il “Bagni Carboni” era colle­gato
con la Piazza San
Carlo (l’odierna piazza Jenne) con vetture a cavallo.

Lo stabilimento Carboni concluse l’attività nei primi anni
del secolo, quando l’ampliamento del porto e il nuovo stabilimento dei fratelli
Devoto, sorto a “La Plaia”,
gli crearono difficoltà nella sopravvivenza. Accanto allo “Stabilimento
Devoto” prese vi­ta la nuova iniziativa del Carboni, “Sa
Perdixedda”, nata utiliz­zando le attrezzature del vecchio “Bagni
Carboni”. Intorno al 1913 venne scoperta una stupenda spiaggia ad oriente
della città, un po’ oltre il bagno penale di San Bartolomeo. Vi sorsero quasi
contemporaneamente due stabilimenti: “II Lido”, co­struito da Gaetano
Usai, cognato di Vincenzo Soro, l’industriale che aveva portato
i bagni Devoto a Giorgino; e il D’Aquila, che iniziò
l’attività subito dopo il primo conflitto mondiale. Fu Efisio D’Aquila, dopo
aver rilevato lo stabilimento “Sa Perdixedda” a costruirne uno al
Poetto in concorrenza col Lido.

Era immagine stupenda vedere la moltitudine di bambini che,
al mattino, si accalcavano sui bianchi trams che li avrebbero tra­sportati
nelle colonie marittime situate al Poeto; le loro carat­teristiche divise
bianche si dìsfavano del cappellino per saluta­re
i genitori al momento della partenza.

Con i bagni del Poetto
iniziava la lunga vita balneare che ancora oggi, dopo circa ottant’anni,
richiama non solo le famiglie di Cagliari ma anche numerosi turisti che vengono
dal continente per trascorrere la lunga,confortevole stagione estiva
cagliaritana.

Nuovorientamenti,  10
settembre 1989

 

SUGGERIMENTI
AGRO-CULTURALI DIRETTI AL CLERO DELLA DIOCESI DI CAGLIARI  – Vittorio Filippo Maria Melano (prima parte)

 

L’emergenza acqua di
quest’anno siccitoso, che ha piegato abitanti e raccolti, ha coinvolto gli
amministra­tori di tutte le strutture isolane che non sono volute restare
indietro per predisporre piani concreti che atti­vino un approvvigionamento
idrico per
i
prossimi anni, nei quali si pre­vede un aumento di siccità.
La lunga carenza imbrifera di que­sti ultimi mesi è data, in primo luo­go,
dall’inquinamento atmosferico, causato dagli scarichi tossici delle in­controllate
industrie e da quelli dei mezzi di locomozione; in secondo luogo dagli incendi
dolosi dei boschi e delle zone arboree che stanno
de­sertificando l’isola e stanno renden­do l’aria inquinata e irrespirabile non solo
all’uomo,

Se in questi anni vi è
stato il pro­blema dell’acqua e dell’inquinamen­to, in altri tempi erano
sentiti non so­lo quelli della carestia e della caren­za imbrifera, mali
cronici, ma anche quelli provenienti dalla progressiva rarefazione delle
colture arboree, uti­le alla fertilità dei campi, a chi le in­crementa ed alla
comunità. Ciò è evi­denziato dalla lettera a stampa, di quattro pagine, che il
primate di Sar­degna e Corsica, in data primo di­cembre 1778, aveva inviato ai
Ret­tori, Vicari parrocchiali, Curati, pre­posti alla cura delle terre apparte­nenti
alle Chiese e cause pie dell’Arcidiocesi di Cagliari e Diocesi dell’U­nione.

Pochi mesi dopo il suo
arrivo a Ca­gliari quale arcivescovo del capoluo-go isolano, il domenicano
Vittorio Fi­lippo Maria Melano della nobile fami­glia di Portula nel
Cuneese, già no­to per essere stato circa sette anni a Cagliari come docente di
Teologia nell’Università, aveva provveduto ad inviare una circolare a carattere
agricolo-economico. Dal contesto emerge la piena conoscenza che il prelato
aveva degli scottanti proble­mi che affliggevano l’isola in quel­l’ultimo
trentennio del Settecento. Il governo piemontese, rappresentato dal viceré, si
trovava di fronte ad una società malata e bisognosa di tutto: a cominciare
dalla sua prostrazione economica, dal preoccupante turba­mento dell’ordine
pubblico, dal pro­blema dell’analfabetismo, causa non seconda di tanti mali,
ecc.

Un insieme di
questioni socio-economiche-culturali pienamente condivise dall’autorità
ecclesiastica, non meno preoccupata del Governo del­la situazione di degrado in
cui ver­sava l’isola.

Il Melano giungeva a
Cagliari, do­po un lungo vuoto di sede vacante, dominato dall’attivismo del
vicario generale Francesco Corongiu che, per combattere la piaga dell’analfa­betismo,
istituì una quarantina di scuole elementari in altrettanti vil­laggi del
Campidano, affidandole a viceparroci preparati.

In precedenza il
viceré, conte di Hallot
des
Hayes,
per dare incremen­to alla produzione
agricola, come «sorgente della pubblica ricchezza», il 4 settembre del 1767,
aveva ema­nato un
«pregone»
per la riorganizza­zione dei Monti di Soccorso in tutti i paesi dell’isola.
Erano
i tempi in cui il segretario generale della Giunta, Giuseppe Cossu, verso
lo stesso pe­riodo, pubblicava il volumetto scritto in lingua
sardo-campidanese, intito­lato «Istruzionis
pro is amministra-doris de is
Montis granaticus de is biddas dipendentis de sa Reali Giun­ta Diocesana de
Casteddu», in segui­to arricchite da altre istruzioni con suggerimenti per la
distruzione del­le cavallette, l’impianto di alberi co­me legno di
esportazione, ulivi, gel­si per l’incremento della bachicoltu­ra, per la
migliore diffusione del co­tone, ecc.

Con molta probabilità il
Melano era a conoscenza di questa fioritura di iniziative dirette al
miglioramen­to socio-economico dell’isola. Di cer­to gli erano note le
disposizioni vice­regie, come si evince dai continui ri­chiami rivolti al clero
per la loro os­servanza.

Di qui la lettera
circolare, indica­ta negli
«Acta
Episcoporum»
dell’Ar­chivio arcivescovile di
Cagliari al n. 115, con la quale intende stimolare la valorizzazione e la
migliore utiliz­zazione del capitale terriero delle chiese, reso sempre più
consistente dalle pie elargizioni del popolo. «Se la pietà de’ Fedeli — egli
scrive — colmò le Chiese d’ampio patrimonio, egli è indubitabile, che
i Ministri deb­bono
esserne gli amministratori, im­piegandovi gran parte delle loro più vigili ed
assidue cure, mercecché
i
loro maggiori hanno in essi conside­rato altrettanti fedeli
custodi delle lo­ro sostanze…». Ciò — continua il Pre­lato — per trarre
frutti maggiori dalla terra, che da abbondantemente a co­lui che la possiede, a
chi la coltiva e agli indigenti, che possono essere aiutati con pietosa
sovvenzione.

Nuovorientamenti, 17
settembre 1989

 

SUGGERIMENTI
AGRO-CULTURALI DIRETTI AL CLERO DELLA DIOCESI DI CAGLIARI  – Vittorio Filippo Maria Melano (seconda
parte)

 

Per procurare un
provento mag­giore, l’Arcivescovo Melano consi­gliava ai suoi preti la
conoscenza dei principi dell’arte e della scienza del­l’agricoltura. «Egli è
altresì vero, che per procurare un provento maggio­re è necessario sapere
i principi
dell’utilissima scienza agraria».

Più avanti nella
circolare si legge: «l’altro mezzo potentissimo a que­st’oggetto, che ricavar
si deve dalle terre, egli è la piantagione, innesto, e coltivazione degli
alberi, che col lo­ro frutto ci danno alimento, ricove­ro nelle campagne,
maggior salubri­tà d’aria ne’ popolati ingrassamen­to delle terre colle foglie
che a suo tempo cascano, materiale necessa­rio per sagri, e profani edifizi, ed
usi privati il comodo per conservare il commercio fra le nazioni per le na­vi,
che di quel materiale costruggonsi e questo mezzo è appunto quello, che non si
è finora adoperato, ed ese­guito trovandosi, come trovansi de­gli ampi poderi
chiusi, ed aperti mancanti affatto d’alberi,
o provvi­sti di quelli, che niun
frutto rendo­no, perché incolti,
o selvatici!».

Con questa lettera il
Primate sar­do ordinava ai preposti alla cura del­le terre appartenenti alle
chiese ed alla causa pia che al tempo opportu­no provvedessero alla piantagione
di alberi da frutto ed alla loro coltiva­zione secondo il metodo, che sareb­be
stato inserito, a comune insegna­mento, nel calendario dell’anno suc­cessivo.

Inoltre ordinava ai
responsabili che nel mese di giugno inviassero al­la Segreteria della Camera
una di­stinta, nella quale fossero indicati
i luoghi e la qualità degli alberi
piantati ed innestati nei poderi delle chie­se e delle cause pie, con lo scopo
di rimettere alla Regia Segreteria di Stato una nota di coloro che si sareb­bero
dimostrati maggiormente atti­vi per aiutarli con mezzi adeguati, ma anche per
invogliare gli altri a sfruttare meglio le loro terre. Il Prelato passava poi a
raccoman­dare ai rettori Vicari Parrocchiali e Curati di avere buoni rapporti
con
i vicini, specialmente con quelli rac­comandati al loro governo spiritua­le
fornendo ad essi, con le buone re­gole del mestiere, utili suggerimen­ti per
liberarli dagli antichi pregiudizi, spiegare loro le leggi che l’alta autorità
dello Stato aveva emanato in loro favore, provvedendo ai rimedi necessari nelle
accidentali epidemie del bestiame, e finalmente, illumi­narli, confortarli e
particolarmente ammonirli sul dovere del loro impie­go.

L’Arcivescovo,
rivolgendosi anco­ra al suo clero, lo invitata a tenere presente che la
missione del Sacer­dote non si restringeva all’insegna­mento dal pulpito, ma
dovevano da­re prova manifesta nel bene opera­re e nel lavoro quotidiano. E
conclu­deva: «Le vostre ore saranno state tutte occupate non ne’ passatempi
disdicevoli, ma in impieghi utili, ed edificanti. Impiegati egualmente nel­le
funzioni del vostro sacro ministe­ro, e nelle opere economiche della campagna
non avrete diviso il Sacer­dote dal contadino, e sarete quindi la consolazione,
il sostegno e l’amo­re de’ vostri popoli»

Nuovorientamenti, 24  settembre
1989

Nota: Articoli eseguiti a quattro mani, in collaborazione del carissimo
amico p. Vincenzo Maria Cannas (Tertenia 1914-Cagliari 2001) intellettuale e
studioso di grande spessore morale ed ecclesiatico

 

 UN PERIODO STORICO DELLA SARDEGNA MOLTO LONTANA E POCO NOTA  Documenti inediti della storia di Bonaria

 

Sebbene la storia del Santuario di Bonaria sia stata oggetto
di studio da parte di molti autori e sia ormai nota nelle sue linee generali,
possiamo tuttavia constatare che non sempre le notizie riportate sono da
considerarsi inconfutabili.

Numerosi documenti, non ancora debitamente valutati, si trovano
conservati in diversi archivi della Spagna e un loro studio darebbe possibilità
di apportare nuovi elementi alla storia del Santuario; ciò in considerazione,
soprattutto, di situazioni po­litiche e religiose legate alla storia dei
catalani, che presero dimora, dal 1323 al 1327, nel colle che sorgeva ai piedi
della città di Cagliari, di cui tuttora sono ben visibili alcuni resti. Grazie
a Maria Mercé Costa, che ha rinvenuto dei documenti inediti nell’archivio della
corona d’Aragona, in Barcellona, è possibile conoscere alcuni avvenimenti e
avere la data esatta della costru­zione della chiesa dei Mercedari sul colle di
Bonaria. Si tratta di circa 60 documenti che hanno un interesse ecceziona­le
sia per la storia del Santuario, sia perché riguardano un periodo storico della
Sardegna molto lontana e poco noto; periodo in cui
i catalani-aragonesi cercavano di conquistare l’isola per
continuare il loro progetto di espansione nel Mediterraneo cen­trale.

La Mercé Costa ha raggruppato i documenti,
rintracciati in varie località della Spagna e della Francia, in un testo dal
titolo. “El Santuario de Santa Maria de Bonaire a la ciutat de
Caller” e li fa precedere da una lunga premessa che serve ad illustrare le
diverse situazioni politiche, religiose e sociali. Interessano un arco di circa
80 anni e precisamente dal 13.9.1324 al 26.9.1402. E poiché il testo è in
catalano, come lo sono
i documenti, sareb­be
giusto una edizione in italiano per dare la possibilità di lettura ad un vasto
pubblico desideroso di una conoscenza più dettagliata della storia cagliaritana
di quegli anni. Da uno di questi manoscritti, che trovasi nell’Archivio segreto
vaticano, steso dal pontefice Benedetto XII il 17.10.1330 veniamo a sapere che
lo stesso pontefice si interessava degli avvenimenti politici della Sardegna e
si rivolgeva al vescovo di Santa Giu­sta, allora sede della diocesi arborense,
per avere notizie più precise sulla controversia sorta negli anni precedenti
tra l’ar­civescovo di Cagliari, Gundisalvo
o Gondisalvo Bonihominis (Capata) (1331-1341) – per altre notizie sul
presule cagliaritano si veda Luigi Cherchi, “I vescovi di Cagliari” -
e il rettore della Chiesa della Trinità e di Maria Bonaria, Guiso, poiché la Chiesa faceva parte della
diocesi cagliaritana.

Per chiudere queste poche notizie,  accenno appena ad un altro interessantissimo
dato che, peraltro, meriterebbe maggiore spa­zio. Dai documenti si può rilevare
che la Chiesa
dei Mercedari di Cagliari era già stata costruita in data 17 settembre 1324,
contrariamente a quanto asseriscono gli storici che posticipano la data tra il
1324 e il 1326.

Nuovorientamenti, 1 ottobre 1989

 

CURIOSITÀ STORICHE ISOLANE – CAGLIARI NEGLI
SCRITTI DI P. MATTEO CONTINI

 

Matteo Contini, vissuto a cavallo del Seicento e del
Settecento, fu figura eminente nella storia e nella vita mercedaria di Ca­gliari;
si spense a Barcellona il 15 marzo 1717, dopo aver inse­gnato teologia per
moltissimi anni nel Convento di Bonaria. Di lui restano due scritti. Una lunga
orazione del p. Accorrà, pubblicata e commentata dal Contini, con il titolo
“El Fénix de Sardena”: tesse le gesta delle potenti famiglie
nobili sarde. Questo scritto dovrebbe essere dato alle stampe (in edizione
italiana), poiché serve per meglio conoscere la storia della società sarda
durante il periodo spagnolo.

Il secondo scritto, proprio del Contini, fu stampato a
Napoli, nel 1704, ove il mercedario si trovava. Per ritornare al Contini non
resta che dire che l’opera napoletana è una splendida rela­zione sulla
fondazione del Convento e del Santuario di N.S. di Bonaria. Una copia, non
l’unica, poiché un’altra esiste nella Biblioteca Comunale di Sassari, a quanto
si legge nel Ciasca (Bibliografia Sarda, Roma 1931), si trova nella Biblioteca
dei Mercedari del Convento di Cagliari, e porta il titolo “Compendio
historial de la milagrosa venida de N.S. de Buenayre a su
Real
Combento de Mercedarios calzados de la ciudad de Caller”. Sarebbe molto giusto provvedere alla sua
ristampa con la traduzione a fronte, poiché è uno scritto di notevole
importanza: vi è inseri­ta una storia generale della Sardegna fino alla fine
del XVII secolo ed una pregevole descrizione molto particolareggiata della
toponomastica di Cagliari del ’600.

In questa descrizione il padre mercedario presenta la città
simi­le ad un’aquila in volo, la cui testa è il
“Castello”, situato su di un monte, mentre il corpo, molto
sviluppato, è la “Marina”, racchiusa da mura, che ad oriente si
uniscono al Baluardo dello Sperone e ad occidente a quello del
Balice. Le ali dell’aquila sono rappresentate dagli altri due
quartieri, quello a destra “Stampace”, e quello a sinistra
“Villanova”. Tutti
i quartieri hanno le porte
d’accesso mentre nel Castello si possono ammirare le possenti tre torri pisane
e diversi palazzi che servono da merli alle mura. Vi risiedono le alte cariche
dello Stato e del clero e le dimore dei nobili, alcune chiese e diversi
monasteri oltre agli istituti di istruzione, compresa l’università. Per tutti
i quartieri lo storico mercedario presenta una situa­zione
piuttosto urbanistica che storica, ma non per questo meno importante, dato che
ha modo di darci notizie di chiese, monaste­ri, monumenti e luoghi che oggi non
esistono e quindi, come conclusione, si può affermare che lo scritto è di
grande utilità come fonte storica documentale.

Nuovorientamenti, 8 ottobre 1989

 

UNA CITTÀ PIENA DI FERMENTI  -
CULTURA A CAGLIARI NEL SEICENTO

 

Con l’istituzione delle scuole primarie e secondarie, tenute
dal Padri Calasanziani e con l’apertura dello Studio Generale (che diede la
possibilità non solo ai figli del nobili e del mercanti, ma anche a quelli dei
professionisti e degli artigiani, di intra­prendere e completare gli studi nel
diversi ordini scolastici e nel diversi campi della scienza), venne portato a
compimento il programma governativo e comunale riguardante l’istruzione nella
capitale.

Cagliari, che nel Seicento presentava un quadro culturale
molto più ampio, dava un contributo notevole ai settori della poesia, della
prosa, della drammatica, del teatro, della storia, della cronaca, del diritto e
in quello artistico; si aprì alla vita e alla cultura europea. La ricca
fioritura letteraria sardo-ispani­ca del Cinquecento e del Seicento influì
profondamente su gli isolani e il patrimonio letterario cagliaritano del XVII
secolo fu ricco di scrittori e di poeti che adottarono lo spagnolo, poiché le
loro opere potessero varcare
i confini isolani. Questo
perché
i
governanti li avevano lasciati liberi di
esprimersi e di scrivere anche nella loro lingua madre. Alla lingua sarda
furono riservate la rappresentazione teatrale, la drammatica religiosa e
1′oratorio.

I nobili erano quelli che, in maggioranza, conoscevano
abbastanza bene la lingua spagnola, che parlavano e scrivevano correttamen­te,
o per aver passato molti anni in Spagna, o per essere discen­denti da famiglie di provenienza iberica e
conoscevano bene il catalano e il sardo. Il clero conosceva tutte e tre le
parlate e scriveva anche in latino, lingua che veniva insegnata nel Semina­rio,
nei collegi e nei conventi. Si stampavano novenari e cate­chismi In sardo, in
castigliano e in catalano.

Nella seconda metà del Seicento i cappuccini di Cagliari dovette­ro attenersi alle
disposizioni, rese obbligatorie, di usare anche la lingua castigliana, oltre
che nelle ordinarie conversazioni anche nella corrispondenza diretta ai
Superiori d’Italia e nella predicazione, sostituendola con il catalano.

Per quanto si riferisce agli scritti in sardo, nell’archivio
dei cappuccini di Cagliari (che possiede oltre diecimila volumi, tra cui
parecchi libri rari e moltissimi manoscritti del Cinquecento e del Seicento,
ancora tutti da studiare e tutti ben rilegati ed ordinati), esistono
manoscritti in dialetto cagliaritano e in campidanese. Tra questi, ricordo un
inedito quaresimale di ben 400 pagine, sicuramente dei primi del ’600.

E infine, è opportuno far presente che anche nelle chiese
caglia­ritane nel XVII secolo si predicava in sardo, nonostante la massiccia
presenza della lingua catalana e di quella castigliana, a significare che la
lingua del popolo non era per nulla svantag­giata nel confronti di quella dei
dominatori di turno.

Nuovorientamenti, 15 ottobre 1989

 

UNO SGUARDO AL PASSATO – I TESTI DEL PERIODO
SARDO-ISPANICO

 

In questo ultimo periodo sono stati numerosi i convegni, gli incontri, gli scambi culturali, i gemellaggi, gli scritti e le mostre. Tema principale era le
tracce del periodo in cui ca­talani-aragonesi e castigliani erano nella nostra
isola; da quando, nel 1323, arrivarono per conquistarla, a seguito
dell’infeudazione da parte del papa
Bonifacio VIII, al 1720, quando gli spagnoli l’abbandonarono per il
patto di Londra, che poneva fine alla guerra di successione spagnola ed
assegnava all’Austria il predominio sull’Italia e la Sardegna. Ma non si
creda che tutto questo sia sorto spontaneamente soltanto a partire da qualche
anno. Lo si deve ad alcuni docenti della nostra Università che negli anni
Cinquanta dell’attuale secolo erano convinti che era necessario studiare da
diverse angolazioni il lungo periodo di dominazione iberica; ciò lo si poteva eseguire
alla luce della numerosa documentazione inedita che si trovava negli archivi
spagnoli, soprattutto in quello della Corona d’Aragona in Barcel­lona, non
rifacendosi a quanto avevano scritto, dal Settecento alla prima metà
dell’attuale secolo, storici che avevano creduto deleterio per la Sardegna il periodo
aragonese e spagnola.

Il pioniere dì questo nuovo corso è stato l’insigne maestro
Alberto Boscolo che, specializzatosi in Studi medievali, durante la direzione
dell’Istituto di Storia Medievale e Moderna dell’Università di Cagliari ha
creato un’ottima scuola di ricer­catori medìevistì e di studi catalani e
castigliani. A lui, che è stato anche Rettore del nostro Ateneo e membro del
Centro nazio­nale delle Ricerche, sì devono numerose pubblicazioni sulla realtà
sarda alla luce della documentazione archivistica reperita in numerose
ricognizioni negli archivi della Spagna. Tutti
i suoi
scritti sul Medioevo sardo-aragonese dovrebbero essere raccolti in volume, per
dar modo ad un pubblico più vasto di leggere quella realtà storica, ancora poco
nota, anche se in questi ultimi anni se ne sta occupando assai.

Ripropongo alla lettura anche gli scritti dei suoi
discepoli. Tra questi il professar Giancarlo Sorgia, oggi prorettore e docente
di storia moderna, che con
i suoi studi riguardanti
il periodo sardo-spagnolo, ha portato alla conoscenza non solo degli ispani­sti
ma anche di un vasto pubblico, soprattutto con “La Sardegna spagnola”,
edito nel 1982, quanto accadde nei secoli che vanno dalla fine del Quattrocento
al Settecento. Desidero inoltre ricordare un suo scritto che, sono certo,
pochissimi conoscono e che non potranno leggere, per due motivi. Primo, poiché
è in catalano; secondo, perché non è riperibile, essendo stato pubbli­cato da
oltre vent’anni. Ne propongo perciò l’edizione italiana; è uno studio che, in
questo periodo di fervore storico e di maggior spirito di conoscenza della
nostra storia, serve per sentirci a contatto con
i personaggi aragonesi di primo piano che, dal 1323 al 1450,
furono
i
maggiori protagonisti della storia
catalano-aragonese in Sardegna e in Corsica; quest’ultima, l’isola che, con la
nostra, costituiva il “Regno di Sardegna e Corsica”.

A Francesco Cesare Casula (anch’egli discepolo di Boscolo,
at­tualmente direttore dell’Istituto di Storia Medievale della Università di
Cagliari e profondo conoscitore dei rapporti italo-sardi del periodo alto e
medio giudicale e del Basso Medioevo) si deve la continuazione della nuova
impostazione di ricerca data dal maestro, scomparso da due anni, e la
pubblicazione di un gran numero di scritti sulla Sardegna nel periodo
catalano-aragonese. Per concludere, occorre dire che le manifestazioni e
i convegni non si devono soffermare solo agli aspetti storici,
politici ed economici del periodo in questione. Occorre anche che si istitui­sca,
nel nostro Ateneo, la cattedra di letteratura sarda dei secoli dal XV al XVII
per studiare dettagliatamente l’attività letteraria, drammaturgica e
d’insegnamento sviluppatasi nell’arco di oltre tre secoli di vita sardo-ispanica,
in parte presentata da Francesco Alziator, da Joaquin Arce, da Louis Saraceno, da colui
che scrive queste poche righe e da pochissimi altri.

Nuovorientamenti, 26 novembre 1989

 

            STORIA
INEDITA DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA  -
Martiri cagliaritani venerati in Spagna

 

Nella Biblioteca comunale di Cagliari si trova il libricino “Noticias
históricas de las
insignas reliquias de diez
Santos martires de Caller en Cerdena que se veneran en la iglesia parro­quial
de San Juan Bautista, de Armillas, diocesis de Zaragoza, Provincia de
Teruel”,
stampato, nel 1893, in Saragozza, in
occa­sione delle grandi feste tributate in quell’anno ai santi caglia­ritani
alla presenza del vescovo ausiliario dell’arcivescovo di quella città, in
visita alla parrocchia di Armillas. Non sappiamo come questo volumetto (formato
15×10), stampato nella tipografia di
Mariano Salas, sia giunto nella Biblioteca Comunale di Cagliari; forse,
richiesto dal bibliotecario di quel tempo. E’ ormai un secolo che questo
libriccino ha visto la luce in Aragona e credo che nessun sardo d’oggi sappia
che in Armillas (villaggio aragonese di non più di 2500 abitanti) si trovano le
reliquie dì martiri cagliaritani, ricordati annualmente con grandi feste
nell’ultima domenica di aprile. L’opuscolo, di venti pagine, con caratteri a
stampa piccolissimi, consta di tre capitoli. Il primo presenta la Sardegna, la posizione
geografica e una sua breve storia e ricorda l’abbondanza delle sue frutta e la
ricchezza delle sue miniere; ma, principalmente, l’Isola viene ricordata perché
occupa il primo posto nella storia ecclesiasti­ca, per il valore con cui
i suoi nativi seppero resistere, con coraggiosa fede, ai
tiranni, durante le tredici persecuzioni mosse dagli imperatori romani, nei
primi secoli dell’affermarsi della chiesa.

L’anonimo autore di queste poche pagine presenta poi i campioni della fede, che diedero splendore alla chiesa
versando il loro sangue e rendendo fertile e fortunato il suolo sardo. I dieci
martiri, di cui la parrocchia di Armillas possiede le reliquie, sono
Bartolomeo, Ruffino, Leone, Martirio, Ponziano, Filippo, Mauro, Vittorio,
Stefano e Maria, tutti santi venerati anche nella chiesa cagliaritana, dei
quali l’autore dà notizie bio­grafiche, la data e il luogo dove furono
rinvenute le loro cene­ri. La seconda parte tratta della traslazione delle
reliquie in Armillas, avvenuta nel 1624, su richiesta del mercedario Giovanni
Angelo, vicario generale della Sardegna; questi ottenne il per­messo viceregio
per portare in Aragona le reliquie di alcuni martiri. L’arcivescovo
Francisco de Esquivel, che aveva fatto costruire, a sue spese, la
cripta nella cattedrale di Cagliari, per porvi le ceneri dei santi martiri
cagliaritani, donò le re­liquie al vicario generale dei mercedarì, come era
stato concesso ad altri vescovi dell’Italia e di altre zone della Spagna. Rien­trato
in Aragona, il mercedario diede le reliquie ai coniugi
Millán, padroni delle saline che si trovavano nei dintorni di
Armillas e benefattori dei conventi mercedari dì
Olivar e Daroca.

L’ultima parte dell’opuscolo narra del culto pubblico delle
reliquie che ebbero inizio nel 1785, quando gli ecclesiastici, approfittando
della visita pastorale dell’arcivescovo di Saragoz­za, gli presentarono
l’autentica delle reliquie, donate dai successori dei
Millán alla parrocchia di Armillas. L’arcivescovo diede allora
disposizione al parroco del villaggio, di porle in un reliquiario e di portarle
processionalmente per le vie della parrocchia. All’alba del 30 aprile 1786,
giorno della Festa di San Pietro Martire, le campane del villaggio suonarono a
festa per invitare gli abitanti, che parteciparono anche alla lunga
processione, che percorse le vie di Armillas.

Dopo un’ora di sfilata, le reliquie furono sistemate nella
nic­chia posta sull’altare maggiore. All’omelia della messa cantata, un
mercedario predicò, commuovendo il popolo e augurando ogni bene al villaggio;
inoltre, ringraziò la
Provvidenza per aver disposto che
i resti di alcuni corpi santi di Cagliari si vene­rassero in
quell’umile parrocchia, dopo moltissimi anni di occul­tamento in una casa
privata. Il padre concluse esortando gli abitanti ad avere fiducia in tutte le
loro necessità, ogni qual­volta avessero pregato con fede e costanza davanti
alle reliquie. Da quel 1786 le reliquie dei dieci martiri cagliaritani si con­servano
nell’urna posta al centro dell’altare di San Raimondo Nonnato, e tutti gli anni
si ripetono la grandissima festa e la processione.

Nuovorientamenti, 10 dicembre 1989

 

USI E COSTUMI DEL CAPOLUOGO SARDO – “SU FASTIGGIU”
NELLA CAGLIARI D’ALTRI TEMPI

 

Tra le diverse usanze tipicamente cagliaritane spazzate via
dal progresso va ricordata quella del corteggiamento. Ecco quanto ha scritto a
tal proposito, su “II folkore sardo” Francesco Alziator, l’illustre
studioso di tradizioni isolane, scomparso da oltre un decennio: “Una
interessantissima maniera dì amoreggiare è quella detta con vocabolo
cagliaritano “su fastiggiu”. E’ ancora l’Alziator colui che ci fa
conoscere altri aspetti di questa usanza: “‘Su fastiggiu’ si concretava nelle
più diverse espressioni: qualche volta era del tutto muto e si contentava solo
di sguardi: non di rado era fatto da distanze astronomiche, per cenni, più
spesso da distanze ravvicinate, a parole; talvolta si usava il telefono,
ottenuto con due barattoli dal fondo di pergamena, a mo’ di minuscolo tamburo,
uniti da spaghi tesi; altre volte suppliva l’alfabeto dei sordomuti.

Nelle classi elevate, scrive più avanti il Nostro
demoetnologo, erano tenute rigidamente le distanze, che nel popolino si raccor­ciavano
di molto, poiché le porte del basso (“su baxiu” dei quar­tieri
storici cagliaritani),
o il portone, sostituendo
gli in­fiorati balconi, ravvicinavano pericolosamente gli innamorati. Lo
studioso cagliaritano sottolinea che gli spasimanti sfidavano il vento, il
gelo, la pioggia, il caldo ed ogni altra avversità, naturale
o umana.

A tale proposito ricordo che, per i ragazzi del quartiere di Stampace, era un divertimento
sorprendere qualche coppia in atteggiamento affettuoso, spesso la molestavano
con fischi
o addirittura prendevano a
sassate il corteggiatore. Non possiamo fissare una data precisa dell’inizio di
questa usanza. Che l’ori­gine sia spagnola è confermato dal fatto che viene
descritta dallo scrittore seicentesco spagnolo
Francisco de Quevedo nel suo capolavoro “La vida del buscón”, e che la parola viene
effettiva­mente dal catalano e castigliano
“festejar”, che significa pro­prio corteggiare. Ciò fa ritenere che
questo modo di corteggiare sia giunto a Cagliari con gli aragonesi, nel XIV
secolo, e che si è talmente radicato nel costume locale tanto da sopravvivere
fino ai primi anni quaranta dell’attuale secolo.

“Su fastiggiu” fu tanto peculiarmente cagliaritano
da suscitare la curiosità dei viaggiatori-scrittori dell’Ottocento; il francese
Paul Valery, nel suo “Voyage en Corse, à l’ile d’Elbe et en Sardaine”
(edito nel 1838), dedica un’intera pagina all’usanza. Ad un secolo di distanza,
Dina Azzolina, in un articolo intitola­to proprio “su fastiggiu”,
annota che ogni casa, ogni angolo di strada aveva le sue coppie e, dai balconi
infiorati, attraverso persiane socchiuse, da finestre spalancate
o sotto stuoie protettrici, era tutto uno spargersi di teste
femminili, chiome brune e trecce bionde, profili spirituali e musetti procaci,
in attesa, sorridenti e cinguettanti.

Nuovorientamenti, 17 dicembre 1989

                                              

PER CONOSCERE LA NOSTRA STORIA -
EDILIZIA,  ASSISTENZA MEDICA E CULTURA
NELLA CAGLIARI DEL ’600

 

Per tutto il ’600 ci fu a Cagliari un grande fervore
edilizio grazie soprattutto ad una nuova politica governativa e municipale che
diede la possibilità di costruire in diverse parti del Ca­stello e dei
sobborghi cittadini.

Le vecchie fortificazioni portuali furono rese più
efficienti con l’erezione di un fortino e ci fu anche il rafforzamento e l’am­pliamento
del baluardo portuale. Queste fortificazioni portarono ad una sistemazione e ad
un ampliamento della piazza del Molo e delle due strade che facevano capo ad
essa.

Era ormai abolita la distinzione tra sardi e spagnoli e nel
Ca­stello ormai vivevano anche
i borghesi cagliaritani.
Le molte fe­ste religiose che nel corso dell’anno venivano celebrate per ri­correnze
varie, e le diverse processioni alle quali partecipavano tutte le autorità,
portavano allo sfoggio dell’eleganza da parte della nobiltà ed erano motivo di
svago per il popolo, che si di­vertiva a ballare entro le stesse chiese e nei
piazzali antistan­ti. Le cronache di alcune processioni secentesche si
conoscono attraverso gli scritti del tempo e questi parlano della maestosi­tà,
del grande concorso di popolo, delle luminarie, dei fuochi artificiali, dei
balconi addobbati e infiorati, delle strade fe­stonate ed infiorate, dello
sfoggio degli abiti da parte della nobiltà, della partecipazione di tutti
i gremi, delle  confrater­nite,
degli ordini religiosi con
i loro stendardi e le
grandi croci processionali d’argento, ed infine delle manifestazioni notturne
che terminavano all’alba.

Il tenore di vita, come si rileva dalla lettura dei
documenti d’archivio, nel Seicento era piuttosto elevato. L’assistenza sa­nitaria
era affidata al complesso ospedaliero di Sant’Antonio, che si trovava lungo il
costone, sotto le mura meridionali del Castello. Nell’Ospedale, si legge nello
statuto di un
gremio cit­tadino, vi era un
chiostro, notizia finora sconosciuta, in cui si trovavano le cappelle di alcuni
gremi cittadini. L’ospedale ospi­tava vecchi, malati cronici, trovatelli e
malati di mente. Il per­sonale medico era in maggioranza di provenienza
iberica, ma vi erano italiani, cagliaritani e sardi, anche perché con
l’apertura dello Studio Generale nel terzo decennio, il corso di laurea in
medicina riusciva a formare quadri medici ben preparati. La Municipalità
cagliaritana, di cui il Sorgia e il Todde con “Cagliari, sei secoli di
amministrazione civica” presentano un quadro dettagliato dei servizi,
risolse il problema educativo; infatti, nella seconda metà del ’500 Cagliari
aveva visto sorgere il Seminario ed il Collegio dei Gesuiti e la Municipalità, nel
Seicento, provvide ad aprire scuole pubbliche per tutti
i giovani della provincia e ad organizzare gli Studi
Universitari, inaugu­rando lo Studio generale, nel 1626, dopo una ventina
d’anni di attesa e di sollecitazioni.

Gli Scolopi, istruttori dell’insegnamento primario e medio,
apri­rono nel capoluogo isolano, nel 1641, le scuole elementari e me­die per
tutti. Così Cagliari poté vantare, la prima nell’isola, un corso di studi
completo: dalle elementari all’università.

Nuovorientamenti, 14 gennaio 1990

 

LA PRIMA DELEDDA: UN’OPERA DI ANTONIO FLORIS

 

Per le Edizioni
“Castello”, del cagliaritano Nino Careddu, che ha già all’attivo una
vasta produzione di testi nella saggistica, nella narrativa, nella poesia, con
collane pubblicate in questi ultimi anni allo scopo di valorizzare e conservare
il pa­trimonio culturale sardo, è uscito il saggio “La prima
Deledda”, di Antonio Floris.

Numerosi sono gli
scritti su Grazia Deledda; alla Nostra ro­manziera si sono interessati i più
grandi letterati italiani e stranieri, soprattutto dopo l’assegnazione del
Nobel della lette­ratura.

Saggi, articoli e
antologie di ogni genere le sono stati de­dicati; nessuno però si era
interessato allo studio dei suoi primi passi letterari; ed è questo che ci
propone Antonio Floris, che ha rivisitato tutta la Deledda del periodo
nuorese, dai primi anni della sua vita al 1899,anno in cui la scrittrice
barbaricina lasciava, con un grosso bagaglio culturale, la città natale e la Sardegna per l’avventura
continentale, dopo aver riscosso unanimi consensi per i primi scritti apparsi
in numerosi periodici e in edizioni librarie continentali e isolane, che la
critica chiama scritti giovanili.

Il pregio del saggio
del Floris è che la lettura è molto scorrevole, piacevole ed agile, perché il
testo, corredato da al­cune illustrazioni, supera di pochissimo le cento
pagine; i sotto capitoli, brevi ed incisivi, contengono una gran mole di note
con enormi notizie, che danno al lavoro una completezza. Infine il saggio,
chiuso da una “Bibliografia deleddiana” dal 1888 al 1899, dodici anni
di intensa attività letteraria, presenta la problematica della scrittrice
sarda, che dal romanticismo è giunta al realismo, passando all’estetismo, al
verismo e al classicismo.

Nel saggio, Antonio
Floris ha inserito alcune riflessioni sulle lettere della Deledda; le possiamo
chiamare lettere di con­fessione, essendo legate alla sua vita di apprendistato
e a quel­la di giornalista e di romanziera, e presentano  i sogni e i di­spiaceri della letterata
sarda, che fanno sì di inserirci nel suo mondo sardo.

Le lettere, inoltre,
danno la possibilità di conoscere quanto fitta e intensa è stata l’attività
epistolare della scrittrice nuorese, intavolata con i più grandi letterati del
tempo, con i critici italiani e con gli editori continentali ed isolani, che
hanno avviato una macchina che doveva arrivare al premio Nobel nel 1926,
esportando così il mondo della Sardegna in tutti i più

remoti luoghi della
terra.

Nuovorientamenti, 28 gennaio 1990

 

SOTTOSCRIZIONE UNIVERSITA’ CATTOLICA   Un aiuto all’università del Sacro Cuore

 

L’Ateneo
del «Sacro Cuore» di Mi­
lano,
che ha una lunga e fervente vi­
ta
universitaria cattolica e che al 30
giugno u.s. contava oltre 28.000 do­centi, ha
rilanciato una sottoscrizio­ne tra i laureati e gli amici dell’Uni­versità, che ammontano ad oltre 160 mila, per un’erogazione straordina­ria a favore dell’Ateneo con il com­pito di restare al passo dei tempi.

Scopo della
sottoscrizione è l’am­pliamento della sede
milanese del­l’Università; è già
stato ultimato il primo dei tre lotti previsti. Il secon­do sarà portato a termine in questi giorni, mentre i lavori per il terzo lot­to inizieranno nei primi mesi dell’an­no in corso.

Nel novembre di cinque
anni fa il Rettore, prof. Bausola, lanciò
una sottoscrizione, checprevedeva
l’im­pegno a versare, per un triennio, un contributo non inferiore a 150 mila lire. La somma raccolta fu di circa un miliardo, utile per la
realizzazio­ne del primo lotto del nuovo
edifìcio, di circa 1.200 metri quadrati.

Il
prof. Bausola, memore della
buona riuscita della
prima sottoscri­zione e considerato che
episodio ana­logo si era verificato
due anni fa in Inghilterra, dove l’Università di Ox­ford aveva raccolto,
in tutto il mon­do; 200 milioni di sterline in cinque anni, ha deciso di rilanciare la sua proposta per portare a compimento il complesso degli edifici di largo Ge­melli, inviando a tutti i laureati e non la proposta di una sottoscrizione con l’impegno annuo di L. 150.000 L’appello non è lanciato solo per i laureati e i diplomati cattolici. Es­so si rivolge anche a tutti i cattolici e ai laici, i quali, per un versamen­to, nei
prossimi tre anni, di un im­porto
pari o superiore al milione, sa­ranno iscritti, previo il loro assenso, in un’apposita tabula graduatoria, collocata nell’atrio del nuovo edifi­cio.

Coloro i quali intendono aderire al­la sottoscrizione possono provvede­re al versamento su c/c postale n.
15652209 intestato a «Università
Cattolica
del Sacro Cuore – Milano» o a mezzo assegno
non trasferibile a «Università
Cattolica del Sacro1 Cuore»
direttamente al Servizio Re­lazioni dell’Università Cattolica, lar­go A.
Gemelli 1, Milano.   

Nuovorientamenti, 4 febbraio 1990

 

IL CARNEVALE CAGLIARITANO -
Quella maschera importata dalla Spagna

 

Intorno alle maschere
del carnevale cagliaritano del periodo spagnolo, molto scarse e frammentarie
sono le notizie, anche perché la storia del carnevale sardo, nel corso dei
secoli, è ancora tutta da scrivere.

Ora che vi è un
ritorno alla storia sociale dei nostri avi e alla ricerca delle tradizioni
popolari più antiche e genuine, ci piace notare
che nel capoluogo isolano, accanto alle moltissime ma­schere tipiche del
carnevale, ve n’era una che era indicata come “sa incamisada”.

Si trattava di un
gruppo di maschere che, durante il periodo paz­zo del carnevale, percorrevano,
a corsa sfrenata, le vie centrali della città vestite con un largo e lungo
camicione, che copriva non solo il corpo, ma anche la testa. Nel cappuccio
veniva dise­gnata la faccia di qualche essere mostruoso.

Ballando e cantando,
questi “encamisados”, ciascuno dei quali portava una fiaccola,
percorrevano di corsa le strade, soprattut­to di notte, fra l’entusiasmo della
popolazione, che viveva intensamente quelle giornate.

Questo tipo di
maschera traeva le sue origini dall’area iberica come si desume dalla
denominazione in lingua spagnola. Il casti­gliano “encamisada”,
infatti, corrisponde esattamente all’italia­no “maschera con
fiaccola”.

Nuovorientamenti, 11
febbraio 1990

 

SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DI UNA PUBBLICAZIONE UMORISTICA – “ A QUEL
PAESE…” DI TARQUINIO SINI

 

 

In questi giorni
ricorre il sessan­
tesimo anniversario della pubbli­cazione di un
libro di carattere
umoristico-satirico. Ne è stato l’au­tore il caricaturista Tarquinio Si­ni che operò in Italia e in Francia, prima, collaborando ai più noti pe­riodici umoristici del tempo, e in Sardegna, poi,
non solo come di­segnatore, pittore e
acquafortista, ma anche come
operatore cultura­le. Nell’arco di
tempo che non su­pera
i 35 anni, egli svolse intensa attività,
organizzò mostre a carat­
tere folcloristico, preparò recite, propose e diresse esposizioni, fu registrato
cinematografico, prepa­
rò cerimonie e feste, illustrò libri e riviste,
disegnò copertine e cartelloni pubblicitari e ideò etichet­
te da corredo
reclamistico. Colla-
boro a diversi periodici cagliarita­ni, preparò un romanzo, andato
disperso,
in cui annotò e commen­
tò le amenità che accadono dietro le quinte
cinematografiche, com­
mentate con disegni e battute, stampò Ain
secondo romanzo, in
cui mise in evidenza i
contrasti
so­
ciali e civili
esistenti nell’isola.

Tarquinio Sini, nato il 27 mar­zo 1891 in quella Sassari fine ot­tocento, socialmente non molto di­versa dall’attuale, per i molti pro­blemi che presentava, iniziò, non ancora
diciannovenne, l’attività
artistica con la prima personale te­nuta a Cagliari.
Il successo fu enor­
me per un autodidatta alle sue prime armi, che
mostrava già tanta acuta osservazione.
Attratto
dall’idea di sfruttare il suo talento, si trasferì a Torino, do­ve fu assunto
quale redattore-capo della più importante rivista umoristico-satirica
che si stam­passe in Italia in quel primo scor­cio di secolo. Nella sua
ventennale carriera di caricaturista nella capitale sarda, dal 1923 al 1943,
molte le perso­nalità da lui immortalate con un tratto di penna:
è uno spaccato della
vita cagliaritana nel primo dopoguerra e nei
primi anni della seconda guerra mondiale. Tra le più interessanti caricature di per­sonalità ricordiamo quelle del commerciante Mastino, dell’indu­striale Gianni
Balletto, dei notabi­li avvocati Gianni
Cao
di San
Mar­
co
e Aldo Miglior, degli allenatori
e giocatori del Cagliari, del lettera­to Nicola Valle,
dei pittori Felice
Melis Marini e Cesare Cabras
e del poeta Francesco
Zedda, e di mol­
tissimi
altri.

Nel 1929, dopo il
suo debutto di
critico d’arte, Sini si da al roman­zo ed esordisce come
scrittore. Il
libro «A quel paese…», impreziosi­to da una
cinquantina di caricatu­
re interessantissime, spiritose e gustosissime, gli
servì per presen­
tare, in chiave umoristica, alcune credenze che
tenevano lontano dalla Sardegna
i turisti italiani e
stranieri. Gli albergatori sardi, a
detta dello
scrittore, organizzava­no, per richiamo, rapine e impre­se banditesene
a danno dei turisti, che si concludevano però pacifica­mente con la
restituzione ai proprietari, da parte del «maitre» del­l’albergo, della refurtiva. Questa veniva poi consegnata su un vas­soio e restituita
con un piacevole sorriso.
Lo scritto del Sini, documento eccezionale per una storia del co­stume, ancora tutta da scrivere, poiché il testo è corredato con di­segni di
personaggi sardi vestiti nel costume degli
avi, messi a con­fronto con donnine
di città, in mi­nigonne, venute dal
continente in cerca di una dimensione di segno contadinesco, mette in ridicolo
lo sfruttamento del folklore, che in quegli
anni appariva come la man­na per
richiamare
i turisti. Qualche
giorno dopo l’uscita del libro, Nicola Valle scriveva: «L’au­tore si burla
spiritosamente dei cercatori arrabbiati di “colore lo­cale” ed
immagina che la scaltrez­za di fantastici albergatori ed impresari isolani
costruisca a bella posta
i “pezzi” più tradizional­mente folkloristici ed ostinata­mente
passatisti che fanno la de­lizia dei
forestieri (…). Le buone vil-liche
ripudiano il patriarcale “co­stume”,
e sollecitano i cataloghi della
Rinascente, di Castelnovo, di Mele,
di Zingone, e parlano di mo­de, né più né meno di Luisa Dudovich».

Che il romanzo avesse suscita­to interesse, lo dimostra il fatto che il 12 agosto dello stesso anno, nel­l’articolo di fondo de «II Lunedì del­l’Unione»
se ne parla a lungo.
Ogni anno la cittadinanza ca­gliaritana
ricorda
i martiri delle tri­sti giornate del
febbraio del 1943,
quando le fortezze volanti ameri­cane procurarono
la morte di cen­
tinaia
di cagliaritani. Tra le vitti­me c’era anche
Tarquinio Sini.
Si concludeva così la non lunga vita artistica di quel grande cari­caturista ed umorista sardo, giu­stamente considerato uno dei mi­gliori esponenti della Sardegna ar­tistica degli anni Venti e Trenta del nostro secolo, che con la mati­ta e il pennello aveva immortala­to
moltissimi personaggi sardi.

Nuovorientamenti, 18 febbraio 1990

 

NELLA SARDEGNA DEL SETTECENTO – LA CURIOSA USANZA
DELLA “RAMADURA”

 

Da un’interessante lettera archivistica si legge di una
usanza di carattere religioso-sociale ancora in vita nell’ultimo quarto del Settecento.
La lettera, indirizzata all’arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano,
riguarda una lamentela di non ricompensa da parte della confraternita locale
per un lavoro effettuato a beneficio della comunità religiosa del paese. Lo
scritto, in spagnolo, in cui è inserito un vocabolo sardo, che non ha riscontro
né nella lingua castigliana né in quella catala­na, riveste anche carattere
religioso-popolare, poiché presenta una usanza ancora qualche anno fa
riscontrabile non solo nei paesi, ma anche nel capoluogo isolano, quando si
preparavano le strade in cui doveva passare una processione. L’usanza si va
riprendendo nei paesi della Sardegna durante le sagre popolari. Nel documento
si parla infatti di carri di “ramadura”, col signifi­cato di miscuglio di fiori
e foglie sparso nelle chiese e per le strade, in occasione di processioni e di
grandi feste religiose.

L’incarico di provvedere alla raccolta della ramadura e di spar­gere per terra fiori
e foglie era affidato ai sagrestani dalle confraternite organizzatrici delle
feste religiose. Le confraternite, sorte in Sardegna nel periodo
catalano-aragonese e sviluppatesi e concretizzatesi nel periodo castigliano,
ebbero un preciso posto nella storia religiosa e civile della Sardegna.
Attraverso la storia delle confraternite, tuttora ine­sistente, si potranno
conoscere le loro molteplici attività, ar­ricchendo così il quadro delle
tradizioni civili e religiose; si potrebbe inoltre trovare quale rapporto vi
sia stato tra queste istituzioni e l’architettura ecclesiastica.

Ritornando al documento si legge più avanti che, secondo una
usanza molto antica, ogni anno si provvedeva a portare nella piazza antistante
la chiesa parrocchiale, due carri di ramadura per le ricorrenze festive della
Pasqua di Pentecoste e della San­tissima Trinità e altri due carri per la festa
della Vergine San­tissima, per conto del priore dell’Oratorio, che dirigeva la
con­fraternita nell’aspetto religioso. Alla conclusione delle feste era usanza
che il priore cedesse la ramadura a beneficio del loro lavoro ai due
sacrestani,
i quali venivano pagati
anche con l’obolo offerto dai paesani che parte­cipavano alla festa.

Poiché il priore non aveva provveduto a pagare quanto
dovuto,
i
sagrestani rimisero la questione al canonico
prebendato; il quale, viste le ragioni delle parti, controllata la riferita
usanza, accertato che
i sacrestani non avevano
potuto fare altro lavoro, perché impegnati in quello della ramadura, decise che
il priore pagasse il diritto e
i sagrestani fossero
tenuti a conti­nuare nell’usanza nella solita forma. Il priore non acconsentì a
quanto il prebendato aveva ordinato; così
i sagrestani
inviarono una lamentela scritta all’arcivesco­vo, supplicandolo di prendere la
decisione di comandare il priore della confraternita di lasciare la concessione
ai due sagrestani e di provvedere al pagamento del lavoro effettuato.
L’arcivescovo Melano rispose a quanto richiesto dai sagrestani, ordinando al
priore di fare quanto essi avevano richiesto.

Nuovorientamenti, 11 marzo 1990

 

RICONSACRAZIONE ANTICO TEMPIO DI BONARIA

 

L’8 dicembre del 1960,
nella giornata dedicata alla Immacolata, veniva riconsacrato l’antico tempio di
Bonaria in presenza dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Botto, del
Maestro generale dei Mercedari, p. Sante Guttuso, e di una immensa folla di
fedeli, che hanno onorato la Madonna di
Bonaria nella fausta occasione dell’inaugurazione del restaurato Santuario.

La sera precedente,
dopo un omaggio floreale di oltre un migliaio di bambini, cui segui la
Messa vespertina officiata da mons. Pasquale
Sollai, il simulacro miracoloso della Vergine è stato ricollo­cato
trionfalmente sul suo altare tra il tripudio del popolo, che assiepava i due
templi.

Questa riconsacrazione
del santuario era divenuta necessaria poiché si era provveduto a rimettere in
particolare luce gli aspetti architettonici, ormai anneriti dal tempo, e a
mettere in salvo le più importanti memorie del vetusto tempio. Il Santuario,
che oggi appare più austero, più ricco di luce e più gradevole nel contra­sto, dato
dal rosa dei pavimenti in pietra d’Assisi e dagli altari con le pareti, le
colonne e le arcate chiare, come scrive il giornalista cagliaritano Mario
Pintor, rendono più evidenti i ricordi e i simulacri dei tempio.

L’opera di restauro è
stata compiuta per volere dei Padri Mercedari, avvalendosi dei consigli e dei
suggerimenti del prof. Renato Salinas, allora Soprintenden­te ai monumenti.

La volta del
presbiterio era stata affrescata dalla pittrice Gina Baldracchini. Sull’altare
maggiore, completamente rinnovato, spiccava la nuova edicola della Vergine di
Bonaria, in cui con­vergevano gli antichi archi dell’abside. Allo scultore
Arnaldo Bellini, a cui si deve anche la Madonnina
in bronzo, posta sulla lunetta della facciata, spetta l’opera degli Angeli oranti
posti sui capitelli dell’edicola.

Nuovorientamenti,18
marzo 1990

 

VITA RURALE NELLA
SARDEGNA DEL CINQUECENTO

 

“Se non vi piace il lavoro di semina del grano e dei
legumi, piantate una vigna, in terreno lontano dalla strada maestra, per non

subire danni; fate che sia ben recintato e vi sia un solo viottolo. Se avete
bisogno di soldi, vendete il vino in città, ma non dimostratevi meschini. Per
portare l’acqua a tutte le viti, fate delle canalizzazioni e,se la terra non è
fertile, concimate­la” . Questi suggerimenti sono alcuni dei mìlleduecento
consigli che il poeta algherese Lo Frasso dà ai figli Alfonso e Scipione, nel
1571. Questi consigli, sebbene siano passati più dì quattro secoli, possono
essere tuttora rivolti ai nostri giovani, perché servano loro di
incoraggiamento a credere nel lavoro dei campi, nell’al­levamento,
nell’artigianato e nell’agriturismo.

Per presentare uno spaccato della società agro-pastorale del
Cin­quecento sardo, di cui si sa poco
o nulla, è
mia intenzione pren­dere in esame alcuni versi che il poeta algherese indirizza
agli abitanti del mondo rurale. Lo Frasso, nato nella città catalana nella
prima metà del Cinque­cento, visse a lungo a Barcellona, dove morì certamente
nel 1600, e fu, ai suoi tempi, molto noto negli ambienti culturali spagnoli e
sardi, soprattutto per “I dieci libri di Fortuna d’amore”, che il
Cervantes menziona nel “Chisciotte”.

Tre sono le opere di Antonio Lo Frasso che videro la luce a
Bar­cellona: due nel 1571,
in uno stesso volume, e la terza nel 1573. Nel primo
lavoro, “La vera storia della gloriosa vittoria di Gio­vanni d’Austria
nella battaglia di Lepanto”, documento di notevo­le importanza storica, il
poeta ci ricorda le tappe toccate dall’armata navale cristiana e le fasi dello
scontro, del 7 otto­bre 1571, nelle acque di Lepanto con la squadra navale
musulmana. E’ il primo resoconto sulla grande battaglia del Cinquecento che
cambiò le sorti della politica turca in Europa. Il poema riporta, con dovizia
di particolari, quanto avvenne nello scontro tra cri­stiani e musulmani.
L’altra opera è “I milleduecento consigli”. Sono ammaestramenti per
meglio comportarsi in caso si intraprenda una qualsiasi pro­fessione: da quella
ecclesiastica a quella del pastore, dell’a­gricoltore, del notaio,
dell’artigiano, del commerciante, del me­dico, dell’intellettuale, del
cavaliere, del soldato a piedi, del soldato a cavallo,
etc.

Di questi consigli ci interessa soprattutto il loro
contenuto mo­rale e didattico: infatti
i versi del
Lo Frasso ci danno la pos­sibilità di conoscere l’animo dei Sardi del secolo
XVI. Al poeta della città catalana interessava suggerire all’uomo di ogni tempo
i
comportamenti da seguire nei confronti del suo
simile, quando sì sarebbe ritrovato nelle condizioni di lavorare per gli altri.
Tra
i
consigli dell’algherese per coloro che vogliono
intrapren­dere il mestiere di pastore, ricordo: non pascolare in terreno
vietato; andare a pascolare per monti, selve e spiagge; aver cura delle pecore
e degli agnelli, affinché
i lupi non ne approfittino
per attaccarli; farsi la capanna e riposarsi in luoghi in cui non darà fastidio
a nessuno; andare alla messa domenicale, per non pagare la tassa imposta a
coloro che mancano al rito della dome­nica; tenere sempre il bastone,
l’acciarino per il fuoco e la bisaccia ben fornita di pane e raccogliere il
latte, il formaggio,  la lana e la
ricotta nella giusta stagione e nel tempo opportuno. Anche al seminatore e al
vignaiolo consiglia
i regali e la paga della
decima al prelato e, qualora avessero bisogno di soldi, suggerisce loro di
vendere il vino in città; li esorta anche a non mostrarsi meschini, se venisse
loro tolta la licenza di ven­dita e, per far sì che il vino duri, il poeta è
dell’avviso che bisogna accontentare il compratore, non frodandolo però, e che
nel vendere il vino in grosse quantità, non vengano accecati dal­la cupidigia.
Così, per vendere il vecchio, lasciando da parte il nuovo, non occorre
desiderare la siccità e, qualora il vino si guastasse, consiglia dì venderlo
come aceto; e se anche in questo caso non
ándase bene,
perché il vino mantiene un cattivo odore, esorta a buttarlo.

Per ultimo troviamo gli insegnamenti all’ortolano, al quale
con­siglia di porre l’orto accanto al ruscello, in pianura, perché, con minima
spesa, darà buoni frutti e buon guadagno. Per portare l’acqua a tutte le
piantine, suggerisce di fare canali e, se la terra fosse magra, di concimarla e
di fare un pozzo in un punto alto, tale da potersi servire dell’acqua corrente.
Vi metterà il bindolo e il secchiello, che serva per irrigare bene tutto il
campo, come se ci fosse un canale. All’agricoltore consiglia an­cora di
irrigare le erbe con 1′acqua salmastra e di dare acqua abbondante al cardo, al
melone e al cetriolo e di portare ogni giorno la verdura al mercato, per
ricavarne un ducato da un sol­do, cercando però di non essere avido con quanto
il Signore Iddio gli avrà accordato e così aumenterà il capitale. Termina
ricordando che gli agricoltori portano abiti di vivaci colori e, come abito per
i
giorni di festa, usano il mantello e il saio
nero senza guarnizioni e calzoni a mezza calza e, come abito da lavoro, un
abito grigio scuro.

Nuovorientamenti, 25 marzo 1990

 

CURIOSITÀ E GHIOTTONERIE DELLA CUCINA
DELL’OTTOCENTO – ALL’OSTERIA DEI NOSTRI AVI

 

Ancora oggi lungo la via S.Avendrace, la via Cavour, la via
Porcile e la via Sardegna si trovano alcune bettole e trattorie frequentate dai
nostri antenati, dove si servivano e si servono tuttora pietanze tipiche e
gustose della cucina cagliaritana. Ai primordi del secolo scorso, secondo quanto
riportano le crona­che, le taverne e le bettole erano a Cagliari circa un
duecento ed erano ubicate, in maggioranza, in due dei quattro quartieri della
città: la Marina,
uno dei più antichi e caratteristici rioni, e Villanova. Certe osterie,
o stallaggi, come venivano chiamate, comprendevano stalle per
animali, tettoie per carri, camere di sosta e salette di ristoro, ed avevano
fama di saper cucinare e servire piatti più caratteristici della gastronomia
cittadina. Ogni osteria aveva la sua ricetta speciale che si è conservata sino
ai nostri giorni.

All’avvento del carro a motore diverse osterie scomparvero e
sorsero confortevoli ristoranti e lussuosi alberghi, alcuni dei quali esistono
ancora.

Nel secolo scorso, addossate ai bastioni lungo la via del
Molo, come si legge in “Cagliari… che scompare” di Luigi Colomo
(1927), era una sfilata di minuscole casette ad un piano. I piani alti erano
abitati da famiglie di operai e di gente di mare, la cui pigione oscillava
dalle tre alle cinque lire al mese, mentre nei piani bassi erano ubicati
piccoli negozi e trattorie popolarissime frequentate da scaricatori del porto,
pescatori e carratori (carrettieri), una delle quali tenuta da un certo
Tanda resosi celebre per il modo di cucinare le melanzane fritte,
come si resero celebri un certo Porrà per
i ravioli
alla genovese e per il filetto allo spiedo, e certi Perdingianu e Mamm’e caffè
per sa burrida, tipico piatto dì
città di mare, e per la cottura alla perfezione delle
interiora bovine: is longus
e is mannaras.

I piatti preferiti dai cagliaritani, soprattutto dagli
aristocra­tici che frequentavano
i ristoranti
per gustare
i piatti caratte­ristici
della cucina cittadina, erano trippa, longus,
mannareddas, burrida, buttariga,  diversi piatti di antipasti di mare, peperoncini
sotto aceto, frittura di pesce e piatti svariati di carene e di pesce.

Per concludere ecco quanto scrive lo Smyth – di cui
quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della morte – in “Sketch
of the present state of the island of Sardinia” (Londra 1828), tradotto da
Francesco Alziator: “I sardi tengono molto ai piaceri della tavola e
banchettano molto volentieri ma di rado trasmoda­no; bevono vini di diverse
qualità, cordiali e sorbetti ma la birra è appena conosciuta fuori di
Cagliari”.

Nuovorientamenti, 8 aprile 1990

 

PER CONOSCERE LA SARDEGNA L’ISOLA
VISTA DAGLI INGLESI

 

Oltre vent’anni fa una giornalista di un quotidiano
londinese fu in Sardegna per un reportage. Visitò l’Isola allo scopo di ripor­tarne
impressioni, considerazioni e immagini che stimolassero gli inglesi a venire in
Sardegna. Gli articoli, poi, furono raccolti in un volume di 200 pagine con
ventisette foto, scattate dalla stessa giornalista, alcune delle quali molto
interessanti e signi­ficative  Il libro,
edito nel 1968, è composto di sei capitoli e due appen­dici, e queste, poste a
chiusura del libro, sono utili al turista poiché gli presenta un elenco degli
alberghi e il modo per giun­gere in Sardegna.

La giornalista, Mary Delane, presenta agli inglesi un’isola
con una realtà diversa da quella presentata circa ottant’anni fa da D. H.
Lawrence con
“Sea and Sardinia” e da
J.W.Tyndale con “Sardinia”, ai quali la scrittrice si riferisce per
le notizie storiche inserite nel suo libro, dal titolo, molto originale
“Sardinia: the undefeteated Island”(Sardegna: l’isola non vinta). La
narrazione della inglese, sciolta, semplice, scorrevole e interessante, parla
di un’isola moderna e protesa verso una completa industrializzazione, ma con
campagne spopolate e molti problemi sociali da risolvere. Assieme al racconto,
notevole significato assumono le immagini, tra le quali quella che presen­ta la
realtà sarda attuale. La giornalista parla dell’espansione dell’edilizia in
tutti
i
centri isolani. Parla anche dell’evoluzione
della vita sociale ed economica e della presenza di molte industrie e degli
investimen­ti effettuati in diverse zone turistiche, ed afferma che la Sardegna possiede un
patrimonio paesaggistico ed archeologico notevole ancora da sfruttare.

Di Cagliari, la
Delane scrive che supera
i 200 mila
abitanti e che durante l’ultimo conflitto mondiale ebbe la distruzione del 50%
delle abitazioni, ma attualmente la città ha mutato assai il suo aspetto. Nota
anche che la capitale dell’Isola presenta diverse tracce delle dominazioni:
dalla cartaginese alla romana, alla bizantina, alla pisana, alla aragonese e
alla spagnola, per ì ruderi dell’anfiteatro romano e per le alte torri pisane,
purtroppo chiuse ai turisti. Raggiunta Alghero, dopo la visita del Sulcis, la
giornalista in­glese abbandona con rammarico la Sardegna, ed immagina la
bellez­za di un soggiorno più lungo per godere il bel sole, le immense spiagge
e le splendide scogliere, lambite da acque sempre traspa­renti,  le grotte stupende e il soave profumo dei
fiori e le meravigliose e strane torri coniche:
i nuraghi.

Nuovorientamenti, 29 aprile 1990

 

GLI ANTICHI COSTUMI
GASTRONOMICI SARDI

 

Certamente l’Ottocento è stato, per la Sardegna, il secolo in
cui
i
Sardi hanno visto molti personaggi importanti
percorrere l’Iso­la, convinti di trovarvi numerose novità dì vita agreste e
conta­dina, nonché di scoprire tradizioni popolari molto interessanti che
risalivano a secoli precedenti. Tra gli italiani ricordo il gesuita Antonio
Bresciani, nato negli ultimi anni del ’700 e morto a Roma nel 1862. Egli venne
in Sardegna come Padre Provin­ciale del suo Ordine, ma andò via nel 1845
rifugiandosi nella Capitale quando
i gesuiti
furono espulsi da tutte le regioni d’I­talia. Nel capoluogo romano stese
un’opera sui costumi della nostra isola, che pubblicò in Napoli nel 1850:
“Dei costumi dell’Isola di Sardegna, comparati con gli antichissimi popoli
orientali”.

Il Bresciani presenta alcuni modi di cuocere il pane e di
macina­re il grano, tuttora in uso in diverse località della Sardegna.
L’arrosto, osserva il gesuita, si ottiene, più
o meno, come
lo effettuavano
i Greci. Infatti, dopo
aver diviso in due l’anima­le, esso viene infilzato in un ramo verde a forma di
bastone che, senza un appoggio, viene girato e rigirato, spruzzandovi sopra un
po’ del buon vino. Si lascia cuocere con il condimento del pro­prio adipe, fin
quando non si forma una crosta dorata. L’ar­rosto, saporito e croccante, fa
venire l’acquolina in bocca e, a detta del Bresciani,
i Sardi l’hanno come boccone ghiotto tanto da far leccare le
dita.

Per la cottura de “sa cordula”, egli osserva che
prima si lavano bene le
interiore dell’animale, poi il
fegato, il cuore e la coratella vengono infilzati in uno spiedo, posto quindi
nel fuoco. Dopo aver girato e rigirato lo spiedo nella brace, si incarta
nell’omento dell’animale con le budella, che vengono attorcigliate a guisa di
nastro con molte intrecciature. Viene cotto e si ha un delicatissimo arrosto
che si chiama “sa cordula”, nome che ricorda in modo evidente gli
avvolgimenti delle budella. In realtà, con questo nome e con questo modo di
cottura,
i
Sardi indicano “sa trattalia”.

A riguardo della farina usata per il pane, il Bresciani
scrive che in qualche località sarda si può trovare pane che non sia di
frumento; infatti, nei luoghi più aspri dell’isola, si fa del pane di ghiande e
di terra. E quando le ghiande sono ben ammorbidite,
i contadini le pestano in un mortaio, le schiacciano in uno
spianatoio e le impastano su una piastra liscia. Il pastume viene cosparso di
una specie di loto di argilla, unta di olio; fatto il pane a guisa di
sfogliata, gli spruzzano sopra della cenere, affinché non si appiccichi nel
forno, e lo ungono di strutto di lardo
o con olio
per dargli un sapore. Il gesuita termina notando che, sia a Castelsardo che a La Madda­lena, ha potuto vedere
alcune fanciulle che macinavano anche di notte e, per restare sveglie,
cantavano al suono della macina e chiacchieravano con gioia sino allo spuntar
dell’alba.

Nuovorientamenti, 10 giugno 1990

 

DA UN POETA DEL ’500, MILLEDUECENTO SUGGERIMENTI   – Consigli utili per la vita sacerdotale

 

Scrivendo della vita rurale in Sardegna nel Cinquecento, pre­sentai
il poeta algherese Lo Frasso che, con
i “Milleduecento consigli”, dava utili suggerimenti per condurre una
buona attivi­tà professionale. Tra le professioni inserite vi è anche quella
dell’ecclesiastico; e proprio al sacerdote lo scrittore sardo consiglia come
comportarsi nella sua attività con una serie di suggerimenti.

Quali erano le norme che regolavano la vita del sacerdote
nel Cinquecento in Sardegna e come era il suo comportamento prima dello scritto
del Lo Frasso? Difficile dare delle risposte, ma l’opera del poeta sardo serve
per comprendere che molte erano le negligenze degli ecclesiastici, se egli
arriva a dettare delle norme che sembrano sconosciute ai più. Probabilmente,
non si avevano norme scritte prima del 1571, quando Antonio Lo Frasso
pubblicava in Barcellona “I milleduecento consigli”, da servire a
tutte le classi sociali e agli stati dell’uomo. L’opera del Nostro poeta è
forse il primo scritto didattico-morale apparso in Sardegna che interessa anche
la vita ecclesiastica.

Da qualche anno si era chiuso il Concilio di Trento
(1545-1563) in cui si erano elaborate regole poi diventate norme da seguire
nella vita sacerdotale ed in esso si era deciso di istituire, in tutte le
diocesi, un seminario per la formazione culturale-professionale dei chierici.
Un interessante studio sul Concilio di Trento e la partecipazione dei vescovi
sardi è stato pubblica­to, nel 1964, da mons. Ottorino Alberti, arcivescovo
della nostra diocesi.

Lo scrittore algherese inizia col consigliare il sacerdote
all’obbedienza verso il priore,
i vicari e il curato, ad accorre­re
subito quando viene chiamato per confessare gli infermi, ad andare alle Novene,
ai Vespri, ai Mattutini, alle None e agli Uffici divini e a pregare
continuamente con fede nell’anima e nel cuore e con senso elevato. Continua
consigliando di dare il buon esempio al fine di aumentare l’onore e la fama,
così Iddio lo amerà, di predicare nei pulpiti il necessario per salvare l’ani­ma,
di spiegare il Vangelo secondo ì dettami della Fede Santa, come comanda la Chiesa, e di servire in
questo modo la Chiesa
di Roma.

Dopo aver ammonito a non insuperbirsi se sua maestà il re lo
avesse proposto per una prelatura, suggerisce di nominare buoni vicari, curati
e chierici, che conducono una santa vita per servire la Chiesa, di assegnare gli
Ordini sacri ad uomini abili e non a quelli senza cultura e ignoranti; di
prendere le giuste regalie sulle decime indicate dalla Chiesa; di usare
misericordia verso
i sudditi quando vanno
contro di loro
o quando incontrano
discordie; di
castigare prontamente i concubini residenti nella diocesi; di castigare secondo giustizia i cattivi,
per dare esempio ai buoni, tale da essere riguardoso verso il suo tempio; di
obbedire il Papa quando invia
i Brevi e le Indulgenze,
per non conferirli poi per interesse, affinché Dio non li detesti.

Termina i consigli scrivendo che è
necessario votare bene al Santo Sacro Concilio, per estendere la santa fede
cattolica, registrare nel libro le cresime e
i battesimi,
assegnare
i
posti di curati e confessori a uomini istruiti e
dotti; fare ogni anno la rassegna di coloro che devono e non vogliono
confessarsi; controllare che gli scomunicati siano contriti nell’animo e af­flitti
negli occhi, e infine, convincere
i fedeli al
silenzio in Chiesa per non disturbare gli Uffici Divini né
i Santi sacrifici.

Nuovorientamenti, 24 giugno 1990

 

 

NICOLA
VALLE: PER LA SARDEGNA,
CON AMORE – SETTANT’ANNI DEDUCATI ALLA CULTURA

 

La carriera di Nicola Vale, settant’anni dedicati all’insegnamento, al­la letteratura e alla musica, suggel­lata da un riconoscimento della Pre­sidenza della Repubblica e uno da parte della Provincia di Cagliari, è parte importante della cultura sarda.

Al professor Valle, musicista, scrit­tore, conferenziere, animatore cultu­rale, giornalista pubblicista, critico
letterario, musicale e d’arte e diret­
tore per oltre quarant’anni dell’As­sociazione «Amici del Libro», da lui voluta, e della rivista di cultura e di attualità «II Convegno», è stata con­segnata, anni fa, una medaglia d’o­ro, per i suoi alti meriti, dall’Asses­sore alla cultura della Provincia di Cagliari, con la motivazione: «A Ni­cola Valle, scrittore insigne, beneme­rito ed animatori dell’attività e del progresso culturale della Sardegna nella sua sessantennale attività cul­turale».Numerosi i suoi scritti, a comincia­re dalla
raccolta di saggi «Variazio­ni sul tema» e
«Origini del Melodram­ma» e a terminare con «Cagliari del passato», «Paese che vai», «Persone e personaggi» e «Nuovi saggi», fresco di stampa. In gran numero poi gli arti­coli apparsi in giornali e riviste, sar­di e nazionali, con
i
quali collaborò sin dal 1924. Ha scritto parecchi
li­
bri, tutti di grande
valore, tra
i qua­li, oltre i citati, «Mattino sugli asfo­deli», «L’idea autonomistica in
Sar­degna», «Narratori e poeti d’oggi», «In­cisioni di
Carmelo Floris», «Incisori di Iglesias»,
«Scompare un’isola», «An­tichi e moderni», con prefazione di Giuseppe Toffanin, critico letterario di fama internazionale, «Grazia De-ledda», con l’autorevole introduzio­ne di Bonaventura Tecchi, «Vita e opere di Filippo Figari» e «Ritratti let-terari»: scritti che hanno incontrato consensi favorevoli da parte della critica e che hanno ottenuto grande successo.

In quarant’anni di presidenza del­l’Associazione «Amici del Libro» ha
portato a Cagliari, riscuotendo grossi
successi, personalità di notevole rilievo nel campo della musica, della pittura, della letteratura, dell’arte, della politica e dell’attualità. Ha or­ganizzato numerose mostre perso­nali di grandi pittori e artisti sardi
e
continentali, da
Ciusa a Biasi, da
Ballerò
a Sini, da Melis Marini a Enea
Maras.
Ha portato la cultura sarda
in
numerose città d’Italia Roma, Fi­
renze, Milano, Genova, Venezia, e in città straniere: Germania, Finlandia, Svizzera, e perfino negli Stati Uniti d’America. Direttore della
Biblioteca Univer­sitaria
di Cagliari, dal 1943, anno dei bombardamenti
sulla nostra città, in un momento in cui
i locali , colpiti in parte, avevano
bisogno di essere
rimessi
in sesto e
i libri dovevano es­sere riordinati, per
riprendere il ser­vizio sociale di lettura, consultazio­ne e prestiti, gli si deve il merito del­l’istituzione, sempre nella stessa bi­blioteca, della Galleria delle Stampe, intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu. Degli oltre 400 numeri
della quarantennale rivista «II Con­vegno»,
si sono ottenuti 40 volumi, che raccolgono le monografie di di­versi personaggi
sardi e continenta­li, tra
i quali Giusso, Biasi, la Deled-da, Montanaru (Antioco Casula), En-nio Porrino, Mercedes
Mundula,
Francesco Ciusa, Nicola
Dessy, At­tilio Deffenu e infine Francesco Al-ziator,
uno dei tanti collaboratori della rivista. Valle, che è stato un ot­timo violinista ed è tuttora un eccel­lente
critico musicale, ha calcato di­verse
platee sarde ed italiane: face­va parte di un valido quartetto d’ar­chi, che si è esibito nelle maggiori lo­calità della Sardegna e del Continen­te. Per concludere riportiamo quan­to scrisse di
lui Francesco Alziator nella «Storia della letteratura di Sar­degna», giudizio tuttora valido. «Pas­sione, costanza e mordente sono le qualità
dominanti che caratterizza­no la
lunga fatica che, come scritto­re e giornalista, Nicola Valle ha de­dicato alle cose letterarie e non let­terarie dell’isola. Per darsi a questa generosa
fatica, che lo pone in pri-missimo
piano tra
i benemeriti del­la
Sardegna, egli ha abbandonato il
campo della musicografia, nella qua­le
aveva esordito con un volume sul­
le origini del melodramma di tale im­pegno da potersi considerare fonda- j mentale. Sacrificata l’indagine scientifica ad una libera e polemica visione degli uomini e delle vicende isolane, Nicola Valle ha da allora mai cessato dall’intento di porre in evi­denza quanto la
Sardegna ha fatto
o fa nel mondo delle arti e delle let­tere. Acuto e paziente indagatore del folclore sardo, è augurabile che le sue note, i
suoi appunti e le sue ri­cerche, sparse su giornali e riviste, siano infine riuniti sistematicamen­te».

Nuovorientamenti, 1 luglio 1990

 

IL MARCHESE DI CASTEL RODRIGO E IL FORTINO DI CAGLIARI

 

Ancora negli anni
quaranta del secolo XX, l’attuale via Porcile veniva chiamata dai cagliaritani
via del Fortino, poiché essa ricordava che, nel passato non lontano, terminava
più in basso, in vicinanza del “Fortino di Castel Rodrigo”.

Tale fortino era stato
costruito nel 1658, nel giro di soli tre mesi, dal viceré spagnolo F. de Moura,
marchese di Castel Rodrigo (terzo del suo casato), quando si trovava in
Sardegna con la carica di viceré dell’isola. Egli era giunto a Cagliari nel
maggio del 1658, dopo aver ricoperto la carica di ambasciatore del sovrano di
Spagna, in Germania, dopo la guerra dei Trent’anni (1618-1648).

In “Forma
Karalis” (Cagliari 1923, 1934), Dionigi Scano, a ri­guardo della
personalità del Castel Rodrigo, scrive, a pagina 84, che “volendo
migliorare le condizioni d’approdo del porto, lo dotò di un arsenale in
vicinanza del convento de Gesus (ex Manifattura dei Tabacchi, in viale Regina
Margherita), di una darsena e di un piccolo baluardo nel molo. Di queste opere
egli non solo diede i disegni, ma le diresse personalmente.

Il cappuccino Aleo nel
suo scritto “Historia chronologica y verdadera…” ricorda che,
mentre il viceré attendeva nella darsena ai detti lavori, divampò un incendio
nel palazzo reale e fu lo stesso marchese a raccogliere gli operai e a portarsi
sul posto, riuscendo ad estinguere il fuoco. Per questo interessamento diretto,
il baluardo fu anche chiamato ‘Fortino di Castel Rodrigo’ ed egli può essere,
come il viceré Dusai, annoverato tra gli architetti di Cagliari” (si veda
l’interessante “Il ‘mio’ Giorgio Aleo e la sua ‘Historia’” Cagliari,
marzo 2003, di Cenza Thermes).

Circa trent’anni fa, i
disegni a cui lo Scano fa riferimento, sono stati rintracciati assieme ai
documenti che si riferivano ai lavori delle opere da effettuare nel porto di
Cagliari.

L’ingegner Giorgio
Cavallo, studioso attento e scrupoloso dell’ar­chitettura in Sardegna dall’alto
medioevo ai giorni nostri e autore di numerosi scritti, ha rintracciato,
nell’agosto del 1974, nell’Archivio d’Aragona di Barcellona, i disegni delle
opere della darsena, del fortino e del molo del porto di Caglia­ri, e
attribuiti dall’Aleo, cronista del Seicento, al marchese di Castel Rodrigo. La
pubblicazione di questi disegni, oggetto di uno studio approfondito, hanno dato
ampie conoscenze della struttura portuale della città di Cagliari dagli inizi
del secolo XVII alla prima metà dello stesso secolo.

L’estensore di queste
righe, ha rintracciato nel maggio dello stesso 1974, sempre nello stesso
archivio, i documenti scritti dallo stesso marchese di Moura, che riportano
come egli operò in quei mesi per ristrutturare le opere difensive della Marina
del capoluogo isolano. Tali ritrovamenti sono di notevole importanza poiché
danno modo di avere uno dei numerosi tasselli mancanti, che servono a
ricostruire la storia toponomastica e monumentale della Cagliari del Seicento.

Il viceré Francisco de
Moura provvide a far costruire, su suo progetto, dato che era anche ingegnere
militare, non un piccolo fortino, come scrive Dionigi Scano, ma una cittadella
fortifica­ta, come egli stesso la chiama, poiché sarebbe servito da baluardo
della appendice della Marina. Tale appendice, come lo stesso viceré scrive (16
settembre 1648) al sovrano di Spagna, non aveva alcuna difesa e poteva essere
assalita e conquistata nel volgere di poche ore da una piccola armata, sbarcata
da poche navi nella rada di Cagliari.

Il disegno, a colori,
mostra non solo le costruzioni e le linee di difesa, ma anche presenta gente a
cavallo e a piedi, soldati, armi, batterie di cannoni, case, strade,
staccionate, moli e un mulino a vento nella vicina chiesa di S. Pietro, accanto
alla quale si notano le rive dello stagno di Santa Gilla. Il mulino a vento, il
primo che pose il viceré spagnolo – ne sarebbero dovuti arrivare presto sei da
Maiorca (come si legge nel documento) – sarebbe servito per macinare il grano,
il cui macinato sarebbe stato portato ai sei forni costruiti nel fortino per la
cottura giornaliera di centosessanta quintali di pane e di biscotto; ciò
serviva per approvvigionare la città, i militari e le ciurme dei bastimenti in
partenza da Cagliari (soprattutto con la visita frequente di imbarcazioni
inglesi). La vendita avrebbe permesso di rastrellare oltre 12.000 scudi annui,
per rimpinguare le Casse dello Stato, non più a carico dei cittadini.

I documenti servono
per illustrarci in quanto tempo furono ap­prontate le opere, come era la difesa
del capoluogo isolano prima dei lavori (inefficiente), e come si trovava il
fondo del porto di Cagliari, che alla fine dei lavori poteva contenere 12
galere, poste su due file di sei l’una, essendo passate da quattro palmi di
profondità a dodici, con l’impiego di alcune draghe che, ogni giorno,
riempivano di melma ben sei barconi.

Per concludere, questo
viceré, ricordato per il fortino che tenne per circa tre secoli il suo nome, si
occupò anche del miglior rendimento delle saline della Sardegna, soprattutto di
quelle di Cagliari che, nel 1658, videro giungere a 125.000 quartini la loro
produzione, di buona qualità (oggi le saline sono quasi del tutto smantellate);
concesse maggior speditezza nell’espletamento delle cause penali; fece
costruire la terza galera (“San Franci­sco”) della flotta sarda e
vietò ai notai pubblici di ricevere compensi dai cittadini e alla
amministrazione municipale di riscuotere le rendite e i redditi.

Nuovorientamenti, 9
settembre 1990

 

LA FIGURA DI UN CORAGGIOSO RELIGIOSO
CAGLIARITANO -  UN CAPPUCCINO CONTRO LA REPRESSIONE VICEREGIA

 

Solo da alcuni anni la Municipalità
cagliaritana si è degnata di intitolare una strada cittadina al grande storico
sardo e cronista cagliaritano del Seicento, Giorgio
Aleo, cappuccino del convento di Sant’Antonio (oggi Fra Ignazio da Laconi),
al secolo Lussorio. Lo ricordiamo poiché quest’anno ricorre il terzo
centenario della sua scomparsa a Cagliari.

La strada intitolata a
Padre
Aleo si trova nel quartiere
de «Is Mirrionis» e va dalla via Campania a via Mattei.

Nato nel capoluogo isolano
nella seconda decade del Seicento, Lussorio, fin dalla gioventù, si dedicò allo
studio della storia sarda. Compiuti gli studi letterari e scientifici nei
conventi francescani della provincia sarda, si volse a quelli della sua terra e
nel 1671, diventato superiore del convento di S. Benedetto di Cagliari, fu
esiliato a Castelvetrano, in provincia di Trapani, poiché sparlò del governo
del viceré duca di S. Germano, che aveva eliminato molti  nobili
ed  ecclesiastici e aveva
terrorizzato la cittadinanza cagliaritana.

Si diceva anche che
Padre
Aleo era legato con i congiurati che uccisero, nel 1668, il marchese di Camarassa,
viceré di Sardegna. A riguardo dell’assassinio del viceré, il cappuccino
scrive, nella sua opera manoscritta, che egli stesso l’aveva avvertito che
volevano ucciderlo; al che questi rispose, chiamando come testimone Dio, che
egli non aveva avuto parte nella morte di Agostino di Castelvì, come in città
si diceva.

Tornato a Cagliari nel
1675, dopo che il San Germano era stato sostituito dal marchese di
Los Velez, scrisse un’interessante storia sulla Sardegna, non data alle
stampe, dal titolo «Successos
generales
de la Isla y Reyno de Sardena» («Principali avvenimenti dell’Isola e del
Regno di Sardegna), vasta storia dell’isola, in due parti, oggetto di studio
continuo da parte di ricercatori di notizie sulle cose sarde. Altra opera è la
«Historia cronologica y
verdadera»
(Storia cronologica e vera), che interessa il periodo 1637-1672,
inedita, tradotta dal cappuccino Padre Attanasio da Quartu nel 1916; sarebbe,
necessario riordinarla e ristamparla. Entrambi
i manoscitti si trovano nell’Archivio Storico del Co­mune di Cagliari.

L’Aleo, dopo aver
consegnato, poco tempo prima della sua dipartita,
i suoi manoscritti alle autorità comunali, perché potessero
provvedere alla stampa delle sue opere — a tutf’oggi nessuno vi ha provveduto
—, morì nel 1690, e non come hanno asserito alcuni storici sardi, che scomparve
nel 1684, in
esilio.

Francesco Alziator, che
gli dedica un capitolo nella sua «Storia della letteratura di Sardegna», ha
scritto che la cattiva fortuna delle sue opere non cessò con la morte
dell’autore, perché un secondo tentativo di pubblicazione si scontrò col veto
di Vittorio Amedeo II. Degli scritti del Padre Giorgio si è servito a lungo lo
studioso spa­gnolo
Joaquín Arce per il suo lavoro
«España en Cerdeña» (Madrid 1960), che è stato pubblicato in edizione italiana
nel 1982, alcuni mesi prima della sua morte, col titolo «La Spagna in Sardegna».

Nuovorientamenti, 14
ottobre 1990

 

            NELLA CAGLIARI DEL SEICENTO  – QUANDO S. SATURNO ERA FESTA DI PRECETTO

 

Cagliari, nel Seicento, era tutta pervasa di sentimenti
religiosi e viveva intensamente, immersa nelle pratiche cristiane. In una
Cagliari siffatta, in cui la maggior parte dei cittadini era scritta ad una
confraternita religiosa, che aveva Santi e Madonne come patroni protettori, in
una città che viveva di vita ispani­ca, la quale le dava un sentimento
cristiano completamente nuovo e si sentiva piena di vita attiva e gioiosa, non
potevano mancare feste religiose, senza che fossero accompagnate da riti
profani e pagani.

Dopo le grandi feste dei patroni da giugno a settembre, con
quelle di S. Giovanni, S. Pietro e Paolo, S. Giacomo, Sant’Anna, S.
Lorenzo, l’Assunta, S. Agostino, S. Raimondo Nonnato, Nostra Signora
della Mercede e quelle dì S. Francesco e Nostra Signora del Rosario, tutte con
grandi festeggiamenti, luminarie, proces­sioni e fuochi artificiali, numerosi e
lunghi erano
i festeggiamenti, il 30
ottobre, per San Saturno, patrono dell’Archidiocesi cagliaritana. Si
effettuavano anche rappresentazioni teatrali.

Nel 1623 l’arcivescovo
de Esquivel istituì la
Confraternita dì S. Saturno, a cui appartenevano molti
cavalieri e dame della nobiltà del Castello. La loro attività principale era
provvedere ad organizzare
i festeggiamenti per il
santo martire patrono di Cagliari. La confraternita, inoltre, provvedeva anche
alla stampa di lodi, panegirici e
“loas” (voce spagnola che indica un breve poema o un dialogo in cui si celebrava una persona o un avve­nimento) .

Nel periodo dell’arcivescovo mercedario Machin, che tenne la
cattedra cagliaritana dal 1627 al 1640, la celebrazione venne considerata festa
di precetto per la città di Cagliari. Per l’occasione veniva organizzato
annualmente, da parte della Confraternita dei Cavalieri, un torneo cavalleresco
che si teneva davanti al palazzo regio. Vi partecipavano
i più abili cavalieri dell’isola. Del torneo effettuato nel
1627 fa menzione il poeta-romanziere cagliaritano
Jacinto Arnal de
Bolea,
di cui occorrerebbe uno
studio particolareggiato.

Nuovorientamenti, 28 ottobre 1990

 

A SESSANT’ANNI DALLA MORTE DI DAVID HERBERT LAWRENCE -   “Sea and Sardinia”: settant’anni
di giovinezza

 

Prima che passi il
1990 è doveroso ricordare il 60° anniversario della morte dell’illustre
scrittore inglese D.H. Lawrence, che nel gennaio del 1921 sbarcò a Cagliari; ne
ammirò le bellezze e i monumenti, passò a Nuoro e superò le montagne della
Gallura, per terminare il viaggio ad Olbia.

Nato a Eastwood l’11
settembre 1885, frequentò la
Coucil School della sua città; si diplomò in pedagogia e si
mise ad insegnare. Lasciato l’insegnamento di maestro, iniziò una vita
errabonda che lo portò a scrivere poesie e novelle. Viaggiò a lungo per
l’Italia e si stabilì in Sicilia. Passò poi in Sardegna, per un breve giro, che
ricorderà in uno scritto. È la volta di Malta, poi in Germania e in Austria. Da
Napoli s’imbarcò per il Nuovo Messico, passando per l’India, l’Australia, la Nuova Zelanda, le
isole Cook, Taiti e San Franci­sco. Sono anni in cui egli scrisse diversi
romanzi. Ritornato in Europa, prese dimora in Francia; fu ricoverato nel
sanatorio di Vence, in Provenee, nella villa di Robermond, dove si spense il 2
marzo del 1930.

Di sicuro egli aveva
letto “Sardinia and its resources” di Robert Tennant che, giunto in
Sardegna per studiare le eventuali possi­bilità di iniziative da parte d’una
società, si recò in tutte le parti dell’isola; prese contatti con autorità e
con grossi pro­prietari terrieri e commercianti, consultò documenti e
statistiche e s’informò sull’agricoltura, sulle miniere, sulle manifatture,
sulla pesca e le ferrovie.

Della Sardegna si
parlava, infatti, solo come destinazione punitiva di funzionari statali e di
ufficiali delle Forze Armate. L’isola aveva conservato quel fascino di bellezza
naturale dell’entroterra e delle sue aspre montagne, e le coste selvagge ormai
venivano descritte dai nume­rosi viaggiatori stranieri che facevano apparire
l’isola come una nascosta donna da esplorare.

La prima edizione di
“Sea and Sardinia” apparve a New York nel dicembre dello stesso anno,
probabilmente nessun altro visitatore della Sardegna riuscì a pubblicare le
impressioni del viaggio nel giro di pochi mesi. La seconda edizione uscì a
Londra un anno e mezzo dopo, aprile 1923. Lo scrittore inglese riuscì a
cogliere lo spirito della gente e la necessità di una scoperta psicologica e
guardò la Sardegna
con occhio distaccato: si recò nei mercati col vero scopo dell’artista e seppe
dare veri quadri originali pieni di umanità. Su Cagliari Lawrence fornisce una
magnifica scena di contadini in costume dei luogo, fa vivere con loro e fa
vedere caratteristici tipi di uomini sardi che stanno ritti e impettiti accanto
alle loro minuscole mogli tonde e grassottelle. Una giornata di vendi­ta al
mercato è rappresentata con grafica verità: gli articoli di vendita sono visti
con colore e spirito nuovo.

Percorse l’isola da
turista e fu impressionato dalle bellezze e dai monumenti, ma lo stupirono
anche le misere condizioni di vita, per cui confessò che la Sardegna era un luogo in
cui non si poteva vivere. Per Cagliari scrive che e “una spoglia città che
sale ripida, ripida che pare dorata, ammonticchiata, nuda verso il cielo, della
pianura della informa, incavata baia”. Il pezzo più valido dal punto di vista
turistico è il giudizio sulla città di Cagliari, apparsagli “perduta tra
Europa e Africa, senza far parte di nessuna terra. (… ) Rimasta fuori dal
tempo e dalla storia”.

Il breve viaggio
nell’isola non può considerarsi di grande importanza per una sua conoscenza più
dettagliata. Il viaggio infatti fu passato quasi tutto in treno e in autobus,
con brevi soste nella capitale e in altri villaggi del centro della Sardegna, e
con una corsa lungo la costa nord orientale fino ad Olbia. Non è possibile che
abbia potuto osservare tutte le bellezze di quei luoghi. L’unica cosa che lo
scrittore inglese poté notare fu il comportamento dei sardi che, a suo dire,
era “sì, gentile, ma in alcuni casi scontroso e indifferente”.

Nuovorientamenti, 4
dicembre 1990

 

8 DICEMBRE 1960:
TRENT’ANNI FA LA
RICONSACRAZIONE DI BONARIA

 

L’8 dicembre del 1960, nella giornata dedicata alla
Immacolata, veniva riconsacrato l’antico tempio di Bonaria in presenza
dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Botto, del Maestro generale dei
Mercedari, p. Sante Guttuso, e di una immensa folla di fedeli, che hanno
onorato la Madonna
di Bonaria nella fausta occasione dell’inaugurazione del restaurato Santuario.
La sera precedente, dopo un omaggio floreale di oltre un migliaio di bambini,
cui seguì la Messa
vespertina officiata da mons. Pasqua­le Sollai, il simulacro miracoloso della
Vergine è stato ricollo­cato trionfalmente sul suo altare tra il tripudio del
popolo, che assiepava
i due templi.

Questa riconsacrazione del santuario era divenuta necessaria
poi­ché si era provveduto a rimettere in particolare luce gli aspetti
architettonici, ormai anneriti dal tempo, e a mettere in salvo le più
importanti memorie del vetusto tempio. Il Santuario, che oggi appare più
austero, più ricco di luce e più gradevole nel contra­sto, dato dal rosa dei
pavimenti in pietra d’Assisi e dagli altari con le pareti, le colonne e le
arcate chiare, come scrive il giornalista cagliaritano Mario
Pintor, rendono più evidenti i ricordi e i simulacri dei tempio. L’opera di restauro è stata compiuta
per volere dei Padri Mercedari, avvalendosi dei consigli e dei suggerimenti del
prof. Renato
Salinas, allora Soprintenden­te
ai monumenti.

La volta del presbiterio era stata affrescata dalla pittrice
Gina Baldracchini.

Sull’altare maggiore, completamente rinnovato, spiccava la
nuova edicola della Vergine di Bonaria, in cui con­vergevano gli antichi archi
dell’abside. Allo scultore Arnaldo Bellini, a cui si deve anche la Madonnina in bronzo,
posta sulla lunetta della facciata, spetta l’opera degli Angeli oranti posti
sui capitelli dell’edicola.

Nuovorientamenti, 11 dicembre 1990

 

RICORDO DEL MERCEDARIO
FRANCESCO SULIS

 

Il 27 dicembre ricorre il 96° anniversario della scomparsa
del P. Francesco Sulis, eminente storico dell’Ordine mercedario sardo. Da un
suo manoscritto, esistente nel convento di Bonaria, consul­tato per gentile
concessione dei Padri Mercenari (che si ringra­ziano), si possono attingere
notizie di notevole interesse. Sareb­be necessario la sua pubblicazione, poiché
la divulgazione serve non solo per una conoscenza storica e civile dell’Ordine
Merceda­rio in Sardegna, ma anche perché vi sono notizie che riguardano la
storia del capoluogo sardo e di alcune località della Sarde­gna .

Del mercedario Francesco Sulis si è parlato pochissimo.
Neppure
i
quotidiani sardi del secolo scorso,
“L’Unione Sarda” e “La Nuova Sardegna” ne hanno riferito quando
alla fine del 1895 morì nella capitale d’Italia. Eppure a lui si devono diversi
scritti e l’organizzazione delle celebrazioni, nel 1870, delle feste per il
5o
centenario
dell’arrivo della statua
della Vergine di Bonaria, nel lontano 1370.

Il padre Sulis nacque a Cagliari 1’8 maggio 1819 da umile
fami­glia, che lo indirizzò nella pietà e nel sacro timore di Dio, come scrive
il Padre Schirillo nel ricordo per la
XII edizione dello scritto del Sulis “Della statua
miracolosa di Maria di Bonaria. Notizie storiche con note e documenti”.

Della prima edizione, in Torino nel 1866, si interessarono
diver­si periodici della penisola. “La Civiltà Cattolica”
(Roma 26 gennaio 1868) scrive che il libretto servirà a far crescere la fiducia
dei fedeli verso la Madre
di Dio, mentre “Lo Stendardo Cattolico” di Genova (2 aprile 1868)
riferisce che la ristampa, ricchissima di note ricavate dalle cronache e storie
regionali e dagli archivi ecclesiastici, contiene tutta la storia ecclesia­stica
della Sardegna, e lo  raccomanda ai
devoti della Vergine non meno che agli studiosi di patrie memorie.

Il libretto della XII edizione, stampato nel 1935 nella
tipogra­fia di S. Giuseppe, sita allora in via S. Lucifero 69, riporta anche
che del Padre Sulis rimangono
i seguenti scritti:
“Anno del martirio di Sant’Efisio”, (1881); “Brevi cenni
sull’istituzione, antichità ed eccellenza dell’Arcidiocesi di Cagliari”,
(dello stesso anno), del quale mons. Luigi Cherchi si è servito per il suo
“I vescovi di Cagliari”(1983), e “Culto religioso dei Santi
Martiri Cagliaritani provato con documenti”,  (Roma 1883), quando il Sulis si trovava già
nella capitale, ritiratosi nel convento mercedario a S.
Adriano.”

Dalla nota biografica del padre Schirillo si legge che il
Sulis vestì l’abito mercedario il 24 novembre 1839, all’età di 20 anni, e
l’anno successivo emetteva la professione religiosa. Cinque anni più tardi
veniva ordinato sacerdote e in seguito conseguiva la laurea in Sacra Teologia
nell’Università di Cagliari, dove otteneva il grado di Dottore aggregato nella
Facoltà Teologica. A causa della soppressione degli ordini religiosi, dal 1855
visse nel Seminario Tridentino di Cagliari occupandosi sia dell’inse­gnamento
della Teologia e Filosofia sia della direzione spiritua­le degli alunni. Fu
anche segretario dell’arcivescovo di Caglia­ri, mons. Giorgio Antonio Balma,
scomparso nel 1881. L’anno
dopo il Sulis lasciò la Sardegna,
che non potè rivedere mai più, poiché nella città eterna, dove aveva preso
stabile dimora, morì nel  1894. Per la
sua grande umiltà, aveva rinun­ciato alla nomina episcopale della diocesi di
Iglesias, avvenuta nel 1884, concessagli da Leone XIII, che aveva
conosciuto
i suoi meriti e le sue
virtù.

Nuovorientamenti, 18 dicembre 1990 

 

GENNAIO, IL MESE DEI FALÒ

 

E’ iniziato un nuovo
anno, e come tutti gli anni il primo mese ci ricorda
i falò, in uso
anticamente per allontanare gli spiriti del male. Oggi vengono accesi in molti
paesi della Sardegna allo scopo di onorare, ma anche di accattivarsi, due
grandi santi della cristianità: Sant’Antonio Abate, “Sant’Anton”e su
fogu, e San Sebastiano martire.

Ad Abbasanta, centro
nell’alto Oristanese, si festeggia, il 17, Sant’Antonio. Le manifestazioni
religiose iniziano la sera prece­dente con il vespro. Per antichissima
consuetudine, nel piazzale antistante la chiesa dedicata al Santo, si accendono
“sas tuvas”,
i
colossali tronchi che vengono offerti al taumaturgo. Per
questa occasione le donne preparano il tipico dolce de “sa
panischedda”, un composto di farina, zucchero, mandorle e fichi, impastato
con
sapa di fichi d’india, cotte al forno la vigilia della festa. Si preparano
anche il gatò e le
“tiricas”, che vengono venduti all’asta. Con la festa di Sant’
Antonio prende il via il carneva­le; gli organizzatori della manifestazione
preparano il program­ma per
i
divertimenti carnevaleschi.

Il culto in onore di
Sant’Antonio del fuoco è molto sentito nel comune di Norbello, centro nelle
vicinanze del Tirso. Gli abitan­ti accendono il grande falò e si provvede ad
eleggere il comitato per la preparazione del carnevale.

Nel capoluogo
barbaricino (Nuoro), per la festa del Santo del fuoco si rinnova l’antica
tradizione nuorese con
i
car<tteristici
falò, accesi in ogni rione alla
vigilia della festa. Anche gli abitanti di Orosei, in provincia di Nuoro, la
sera della vigilia della fe­sta di Sant’Antonio, accendono
i grandi falò nelle
piazze, ali­mentati con fascine di rosmarino, lentischio e cisto, portate dalla
campagna e offerto agli organizzatori delle manifestazioni. Dopo la benedizione
da parte del sacerdote,
i
giovani cercano, sfidando le fiamme, di prendere i dolci e le arance posti dai “priores”
in cima al grande falò. L’impadronirsi di queste offer­te è
in segno di vanto. I ragazzi e gli anziani, intanto, girano intorno al falò,
mentre altre persone offrono “pistiddus” e “pabassinas,
confezionato dalle massaie per assolvere ad una promes­sa fatta al Santo. Prima
che il grande fuoco bruci completamente, i presenti prendono pezzettini di
legno bruciacchiati per tener­li come amuleti,
o come cimeli.

Nel grosso paese di
Monastir, alle porte di Cagliari, si ricorda, il 20, San Sebastiano con una
sagra che raggiunge il momento più suggestivo con l’accensione di un grande
falò nel colle in cui è situata la chiesetta dedicata al santo martire. Con il
contempo­raneo sparo di mortaretti, la sagra mescola elementi pagani alla
religione cristiana.

Altro santo venerato
nella prima metà del mese di gennaio è Sant’Efisio, il patrono di Cagliari e di
altri centri isolani. Tra questi c’è il piccolo centro dell’Oristanese,
Tramatza, che nel giorno della vigilia della festa, il 14, accende un grande
fuoco. Come vuole la tradizione, ad offrire la legna per il falò sono le
popolazione dei comuni montani di Paulilatino, Bonarcado, Seneghe e
Santulussurgiu. Dalla prioressa della Cappella di Sant’Efisio nella chiesa
parrocchiale e dai valorosi taglialegna vengono offerte numerose bandiere, “is
panderas”
o “pandelas”,
fatte con fazzoletti antichi, che
si piantano poi sulle cataste di legna e vengono agitate in segno di festa.
Inizia una specie di asta per la consegna del pungolo, “su strumbu”,
addobbato con fiori multicolori che viene aggiudicato al miglior offerente.
All’imbrunire, si accende il falò nei pressi del campo sportivo e gli intervenu­ti
alla festa si riscaldano.

Nuovorientamenti, 6 gennaio 1991

 

UN’ASSOCIAZIONE NATA NEL XVI SECOLO PER TUTELARE E ASSISTERE
LE FAMIGLIE GENOVESI RESIDENTI  – QUARTO
CENTENARIO DELL’ARCICONFRATERNITA
DEI  GENOVESI

 

L’Arciconfraternita dei Genovesi, oggi nella sede
parrocchiale dei SS. Giorgio e Caterina, nel quartiere di Monturpinu, ha com­piuto
quattro secoli di vita sociale, nel 1991. Qualche mese fa si è tenuto a
Cagliari, nei locali dell’Hotel Mediterraneo, un convegno di studi sulla vita
sociale ed economica dell’arciconfraternita, al quale hanno partecipato
numerosi studiosi. Alla fine del Quattrocento la presenza commerciale genovese
nell’isola era di grande potenzialità, anche perché essi erano
i banchieri della Corona spagnola. Nel secolo successivo i genovesi si stanziarono in modo profondo nel capoluogo sardo
e partecipa­rono alla vita economica prendendo in affitto le saline, le ton­nare
e altri possedimenti regi. Contemporaneamente fondarono un’associazione per far
sì che le navi battenti la bandiera della repubblica di Genova potessero
buttare le ancore in tutti
i porti della Sardegna.

Nel 1580 ì mercanti genovesi ottennero una cappella nella
Chiesa de Gesus, nell’attuale sede della Manifattura Tabacchi nel Viale Regina
Margherita, che allora era “sa ruga del esterquilio” (la strada
immondezzaio). Nel­la cappella effettuavano le attività religiose, commerciali
e di assistenza alle famiglie genovesi residenti nell’Isola e provve­devano a
riscuotere le quote da ogni mercantile che toccava il suolo sardo.

Qualche anno dopo si costituirono in confraternita con lo
scopo precipuo di inserirsi sempre più nella vita socio-economica ca­gliaritana.
I documenti dicono che 1′Arciconfraternita era sorta a fini religiosi ed era
un’associazione laica che praticava so­prattutto l’attività mercantile.

Nello scorcio del secolo XVI fondarono, a loro spese, la
chiesa di S.Caterina, in via Manno, ricco e fiorente tempio
dell’arciconfraternita dei  Santi Giorgio
e Caterina, che possedeva un grande corredo di paramenti, finemente lavorati,
numerosi arredi sacri e alcuni preziosi, tanto che si può affermare che il Sei­cento
fu il secolo d’oro dell’Associazione genovese, una delle prime
arciconfraternite a costituirsi a Cagliari. La chiesa dei Genovesi fu distrutta
dalle bombe nel triste mese di febbraio di cinquant’anni fa e, fra
i numerosi ricordi salva­ti, ci fu la venerata Madonna
d’Adamo, dono di un confratello, cosiddetta perché sarebbe stata rinvenuta da
un tale capitano Adamo entro le valve di una nacchera.

I privilegi concessi all’Arciconfraternita da papa Clemente
VIII erano riscuotere elemosine in tutta l’isola, riscattare
i cri­stiani caduti in mano dei turchi
e provvedere al buon governo dell’Arcoconfraternita,
i cui statuti furono chiamati ordinazioni e capitoli, che
furono approvati da mons. Caldenty, vicario gene­rale della sede arcivescovile
cagliaritana.

L’organizzazione associativa era ed è di tipo gerarchico,
con a capo un priore – attualmente è il prof. Mario Lastretti – e due
Guardiani, eletti il 25 novembre, nella ricorrenza della festa della patrona
Santa Caterina.

Ogni confratello versava una quota annuale e le consorelle
la me­tà della quota. Il primo registro dei
verbali delle sedute, che risalgono al 1587, è andato perduto, ma la
vita della società li­gure iniziò qualche anno prima -; sono in lingua
italiana, sebbe­ne a Cagliari si scrivesse in catalano e in spagnolo, come sono
scritti tutti gli statuti delle arciconfraternite e dei gremì ca­gliaritani .

Nell’archivio dell’Arciconfraternita, quasi totalmente
salvato dai bombardamenti su Cagliari del febbraio 1943, che
rasero al suolo la chiesa cinquecentesca, vi sono libri di conti,
inventari, bolle pontificie e atti riguardanti l’attività sociale ed economica.
Si sta provvedendo alla loro catalogazione per dar mo­do di studiarli, perché
serviranno non solo per il ricupero della memoria storica
dell’Arciconfraternita, ma anche per riportare alla luce alcuni tasselli della
realtà socio-economica sarda dal­la fine del Cinquecento ai giorni nostri.

Per concludere, dell’antica chiesa vi è da ricordare il
ricco portone in marmo bianco con colonne spirali, in stile barocco, dono del
confratello Giò Antonio Rosso; l’affresco del cagliari­tano Scaletta, il
martirio di S.Giorgio, nella volta dell’altare maggiore, il quadro di Santa
Caterina di Alessandria nella prima cappella a destra entrando e il bel quadro
della Vergine con S.
Bernardo a sinistra dell’altare
maggiore.

Nuovorientamenti, 20 gennaio 1991

 

USANZE E TRADIZIONI DEL FOLKLORE ISOLANO – LE
GRANDI MANIFESTAZIONI DEL CARNEVALE SARDO

 

Febbraio è dedicato completamente al carnevale e in tutte le
parti dell’Isola si registrano stilate di carri carnevaleschi e di gruppi in
maschera.

La manifestazione più seguita è quella che si tiene ad
Oristano, la
Sartiglia. Folla, cavalli e colore sono
i protagonisti della Sartiglia, che vede accorrere turisti e
forestieri da ogni parte del mondo. Questa e la più movimentata e drammatica
delle sagre del folklore sardo. Della Sartiglia, manifestazione principe dì un
popolo, si sono interessati gli studiosi e gli etnografi per cercare di
spiegare
i
vari momenti della festa. Sia la corsa
domenicale sia quella del martedì grasso presentano le stesse fasi. La
vestizione de su “Componidori” avviene intorno alle dodici, in casa
del presidente. Dopo la vestizione, il “Componi­dori”, seduto su una
sedia posta su un tavolo, viene condotto nella stanza dove si trova li cavallo,
sul quale viene collocato di peso. Lungo il percorso
i trombettieri, vestiti in abito carnevalesco e mascherati,
iniziano il carosello. Partono a tutta velocità dalla curva di Piazza Mannu e
imboccano la via Duomo dove, all’altezza della Cattedrale, è sistemata una
stella,
“sortija”,
temine spagnolo che significa anello. I
cavalieri devono infilzarla con le loro spade, per due
o tre volte. L’ultimo cavaliere è il Componidori. Alla fine
della corsa equestre si contano
i tenta­tivi riusciti e si
traggono degli auspici sul raccolto dell’anna­ta agraria in corso. Da qualche
anno il lunedì dopo l’ultima domenica di Carnevale, si svolge la
“Sartigliedda”: manifestazio­ne equestre per
i ragazzi.

Anche ad Abbasanta si svolge un torneo equestre mascherato
con cavalieri concorrenti alla pariglia che provengono da diversi Comuni
dell’Oristanese. Pure a Santulussurgiu si corre una gara pressoché simile a
quella della Sartiglia. Nella strada “sa carrela ‘e nanti”, la
frenetica corsa si svolge lungo la tortuosa discesa dal centro verso la
periferia del paese. A Cagliari, sono numerose le sfilate di cortei
carnevaleschi lungo le strade cittadine. Allo scadere dell’ultimo minuto del
martedì grasso, che chiude il periodo di carnevale, ci si dà appuntamento in
Piazza Yenne per dar fuoco ad un pupazzo fatto di stracci. Il corteo, preceduto
da un carro, sul quale è innalzata l’enorme testa di cartapesta di Cancioffali,
è formato da molti carri e da un centinaio di maschere che percorrono le
principali strade della città e ritornano nella piazza Yenne; qui ha luogo uno
spettacolo con alcune tipiche maschere cagliaritane: sa panettera, sa
viuda, sa gattu e su tialu. Alle undici della notte i diversi
cortei si ritrovano attorno al falò del re Cancioffali.

Il carnevale nuorese non è stato mai pazzo, perché i nuoresi mantengono intatta e viva la vecchia tradizione. A Mamoiada,
infatti, sfilano
i Mamuthones, maschere dal
volto di legno, che con il loro passo cadenzato fanno risonare,
lúgubremente, i campanacci che portano sulle spalle. Le vie sono percorse da
due gruppi di maschere, venti per gruppo, che indossano nere pelli di pecora.
Costoro hanno il compito dì lanciare “sa socca” addosso alla persona
prescelta. I Mamuthones e gli “Insoccadores” formano una sorta di compagnia
drammatica che inaugura il carnevale il giorno stesso in cui si accende in
piazza la catasta di Sant’An­tonio del fuoco, nel mese di gennaio. Ad Ottana
sfilano
i
Merdules, o “meres de
ules”,
ossia i proprietari di buoi, che incutono timore e terrore perché
hanno sul volto una maschera di legno, che riproduce una testa di toro. Ad
Orotelli sfilano
i Thurpos, che fanno rivivere riti primitivi mimando il mondo contadino con una carica tragica e grottesca
teatralità. Queste maschere, che offrono vino buono dalle loro borracce,
corrono per le vie del paese intabarratti nei loro gabbani neri, una fila di
campanaccì e sonagli a tracolla, il cappuccio calato sugli occhi e il viso
annerito di fuliggine.

A Tempio, le tradizionali manifestazioni del carnevale,
riprese dalle reti televisive sarde, iniziano il giovedì grasso con la sfilata
in cui il caratteristico personaggio è il re Giorgio, che precede il corteo
mascherato dei bambini. Nel pomeriggio ha luogo la tradizionale frittellata.
Nell’ultimo giorno del carnevale, sfilata dei carri mascherati e ali’imbrunire
il tradizionale processo, in chiave scherzosa, a re Giorgio, il quale viene
condannato al rogo. Anche Ghilarza mantiene viva la tradizione con una
manifestazione mascherata denominata
“su carruzzu a s’antiga”. il corteo, composto da cavalieri in
costume mascherato, da carri carnevale­schi, calessi, gruppi folcloristici, si
concentra nella piazza da cui parte la sfilata, che percorre
i rioni del paese. Fa quindi seguito l’offerta gratuita delle
“zìppulas”, e del vino. A Sarnatzai,
i giovani e i bambini mascherati vanno in giro per il paese, in corteo o a gruppi. La domenica si snoda la sfilata per le strade del
centro abitato con
i carri allegorici e
gruppi mascherati, che viene ripetuta il martedì grasso, il giorno più suggestivo,
poiché al tramonto parte il corteo mascherato che porta il fantoccio da
bruciare. Giunti in piazza, si dà fuoco al pupazzo. Intorno la gente balla,
beve vino e mangia frittelle e zippulas (zeppole).
La festa continua il giorno de “segai is pingiadas”, la cosiddetta
pentolaccia in cui sono previsti balli di gruppi in locali chiusi e nelle case.

Nuovorientamenti, 3 febbraio 1991

 

UN RITO TRADIZIONALE NEL
GIORNO DI PASQUA  – La processione de
“s’incontru!”

 

Il tradizionale rito cagliaritano delle processioni de
“s’incontru” è previsto nella domenica di Resurrezione nei quartieri
di Stampace, Marina e Villanova, rispettando un antico cerimoniale che risale
al periodo spagnolo. I cortei religiosi recano
i simulacri
del Figlio risorto e della Madre. Quello di Villanova, auspici la parrocchia di
San Giacomo e 1′arciconfraternita del Santissimo Crocifisso, si effettua alle
ore 11 e l’incontro avviene nella via Garibaldi.

Dalla parrocchia di Sant’Anna, dalla chiesa di Sant’Efisio
e, così pure, da Sant’
Eulalia le processioni escono
alla stessa ora e gli incontri si realizzano rispettivamente nel Corso Vittorio
Emanuele (all’altezza della via Giovanni Maria Angioy) e in via Roma
(all’altezza della chiesa di S. Francesco di Paola.

Il lunedì di Pasqua, ora denominato giorno della pasquetta,
si svolge la singolare processione di Sant’Efisio che per voto viene portato
nella Cattedrale. La statua del Santo cagliaritano, opera del Lonis, passa
attraverso le strade di Stampace, sale per la via Manno; sosta nella chiesa
delle Monache Cappuccine e poi si inerpica nelle strade del Castello fino alla
Cattedrale, dove il Capitolo Metropolitano celebra la S. Messa. Al termine il
simula­cro del santo torna all’antica chiesa di S. Efisio.

I secolari riti della Settimana Santa iglesiente si
concludono il martedì dopo Pasqua con la processione de “s’inserru”.
Questa semplice e suggestiva processione (alcuni anni fa si effettuava il
lunedì dopo Pasqua, essendo ora il giorno di pasquetta dedica­ta alle gite
fuori porta della popolazione) serve a riportare il simulacro della Madonna
nella Chiesetta di S. Giuseppe, dopo l’esposizione ai fedeli durata tre giorni,
nella Cattedrale insieme con il simulacro di Gesù morto.

La processione de “s’incontru” ad Oristano ha
luogo nella piazza Duomo, di fronte all’Episcopato; s’incontrano il simulacro
della Madonna e quello di Cristo Risorto, che partono dalla stessa chiesa di
San Martino, trasportati dai confratelli, rispettiva­mente dal Santissimo Nome
di Gesù e del Santissimo Rosario.

Nuovorientamenti, 31 marzo 1991

 

RICORDO DI TARQUINIO
SINI NEL
CENTENARIO
DELLA NASCITA

 

II caricaturista Tarquinio Sini, di cui alcuni giorni fa ri­correva
il
centenario
della nascita, operò prima in Italia e in
Francia e poi in Sardegna. Nell’arco di 35 anni,collaborò al gior­nale
umoristico torinese “II
Pasquino e a diversi periodici ca­gliaritani,
con scritti e caricature di personaggi e di situazio­ni; organizzò mostre a
carattere folkloristico; preparò
recite e
cerimonie, propose e diresse esposizioni; fu regista cinematogra­fico, preparò
cerimonie e feste, illustrò libri e riviste; disegnò copertine, cartoline e
cartelloni pubblicitari di grande effetto e ideò etichette da corredo
reclamistico per
i più svariati prodotti;
preparò un romanzo, in cui annotò e commentò con disegni e battute le amenità
che accadono dietro le quinte cinematograf
iche;
stampò un secondo romanzo, in cui mise in evidenza
i contra­sti sociali e civili esistenti nell’Isola, facendo
nascere un grosso problema, che appassionò
i lettori de”
L’Unione Sarda “. Infine, si interessò alle feste tradizionali sarde.

Tarquinio Sini, nato a Sassari il 27 marzo 1891, iniziò l’at­tività
artistica a diciott’anni con la prima mostra personale a Cagliari. Il successo
fu enorme per un artista autodidatta alle sue prime armi, che mostrava già
tanta acuta osservazione e nei cui lavori si riconosceva una disinvoltura nel
tratteggiare le fi­gure tanto da farlo apparire un artista provetto. Si
trasferì a Torino, dove fu assunto quale redattore-capo della più importante
rivista umoristico-satirica italiana. Le sue vignette apparvero in riviste
parigine, inglesi e spagnole. A Parigi lavorò in un Isti­tuto di Bellezza, in
qualità di preparatore di etichette di profu­mi. Al termine del primo conflitto
mondiale si trasferì a Roma, ingaggiato da una casa cinematografica romana in
qualità di boz­zettista e cartellonista. Produsse così molti cartelloni
reclame per affissioni e per i giornali
illustrati delle Case Cinematografiche, disegnò
copertine per cataloghi, brouchures e preparò eti­chette per il corredo
reclamistico dei più svariati prodotti.

Tornato in Sardegna, collaborò ai più importanti periodici
umoristici del tempo non solo come disegnatore, pittore e acqua­fortista, ma
anche come operatore culturale e  con scritti
e cari­cature di personaggi e di situazioni. Sue caricature si trovano in
“Sa
Martinica”,
“Camaleonte”e
“Su
bandidori”, senza enumerare quelle apparse in diversi numeri de
“L’Unione Sarda”, de “II Lune­dì dell’Unione” e di altri
giornali. Nel 1929
publicó “A quel pae­se…!”
un romanzo, che egli chiamò modernissimo, grottesco, iperbolico, impreziosito
da una cinquantina di caricature interes­santissime, spiritose e gustosissime.

Il romanzo gli servì
per presentare, in chiave umoristica, alcune credenze che tenevano
lontani dalla Sardegna
i turisti. Per richiamo,
gli albergatori cagliaritani, a detta dello scrittore, organizzavano rapine e
imprese banditesche a danno dei turisti, che si concludevano pacificamente con
la restituzione ai proprietari della refurtiva, poi consegnata su un vassoio
con un piacevo­le sorriso. Lo scritto, documento eccezionale, serve per una
storia del costume, ancora tutta da scrivere, poiché il testo è corredato con
disegni di Sardi vestiti nel costume degli avi. Con questo ro­manzo, che
presenta personaggi in costume isolano, messi a con­fronto con donnine di
città, in minigonne, venute dal continente in cerca di una dimensione di segno
contadinesco, l’Autore mette in ridicolo lo sfruttamento del folklore, che in
quegli anni appa­re come la manna per richiamare
i turisti.

Il suo attivo lavoro ebbe termine soltanto quando arrivò la
sua triste fine, il 17 febbraio del 1943, causa un bombardamento su Cagliari,
sua città di adozione, che procurò la morte di alcune decine di cagliaritani.
Si concludeva la vita artistica del grande caricaturista ed umorista sardo,
giustamente considerato uno dei migliori esponenti di quel periodo che, con la
matita ed il pen­nello, aveva reso immortale moltissimi personaggi cagliaritani
de­gli Anni Venti e Trenta del nostro secolo.

Nuovorientamenti, 14 aprile 1991

 

NEL CENTENARIO
DELLA NASCITA – RICORDO DI UN ARTISTA SARDO: MARIO MOSSA DE MURTAS

 

Dopo aver ricordato alcune settimane fa, sempre in questa pagi­ne,
l’artista Tarquinio Sini, mi sembra doveroso ricordare Mario Mossa De
Murtas, altro famoso artista sardo, impostosi alla critica internazionale e di
cui, in molti numeri della rivista “Frontiera”, dell’indimenticabile
Remo Branca, appaiono numerosi lavori.

Mario Mossa De Murtas,
figlio del principe del foro sassarese An­tonio Mossa,
nacque a Sassari il 24 aprile 1891; terminati gli studi superiori, durante
i quali iniziò la
carriera come carica­turista in giornali umoristici e
nei numeri goliardici
presentan­do personalità e figure femminili sassaresi, si iscrisse in
Giurisprudenza conseguendo la laurea. Lasciata l’attività fo­rense, seguì la
scuola itinerante dell’amico e maestro Giuseppe Biasi ed esordi, nel 1913,
presentando
i
suoi lavori alla mostra “Secessione pittorica di
Roma” dal 1918 al 1920 e alla “Biennale di Venezia”; l’anno dopo
eseguì alcune illustrazioni per il “Decamerone” del Formiggini.
Pubblicò alcune xilografie nella rivista torinese “L’Eroica” e, nel
1917, vinse il primo premio per una copertina del “Giornalino della Domenica”.
Nel 1923 decorò con Melkiorre Melis la Sala Sarda al Palazzo delle Espo­sizioni in Roma.
Una seconda esposizione alla rassegna “Seces­sione pittorica di Roma”
e una alla Biennale veneziana col dipin­to di grande effetto “L’alcade di
Teulada”, gli diedero grande successo.

Seguirono diverse manifestazioni artistiche nell’Isola e nella Penisola,
per poi trasferirsi, nel 1925, nell’America latina, dove lavorò intensamente
come pittore e traduttore. Nel 1926 espose, a Palazzo Pitti di Firenze, il
quadro raffigurante la moglie, che ottenne enorme successo. Fu consulente
artistico della Casa Delta che, nel 1965, curò l’edizione dei Premi Nobel per
la letteratura. Fu scenografo alla T.V., costumista, creatore e regista di
molti sceneggiati televisivi. Numerose sue illustra­zioni si trovano nelle
pagine della rivista “Frontiera” di Remo Branca. Tradusse in
portoghese diversi lavori di Grazia Deledda, corredandoli con mirabili disegni,
e illustrò numerosi libri in Italia e Brasile e la copertina ed il volume della
novella di Pasquale
Marica
“Perché gli uomini a Tiulè portano le mutande”.

Nel decimo anniversario della scomparsa, avvenuta a Rio de Ja­neiro il
18 agosto 1966, l’Istituto
Superiore Regionale Etnogra­fico di Nuoro allestì una Mostra, in cui furono
esposti dipinti ad olio, acquerelli e disegni, riportati nella pubblicazione
“Arte in Sardegna, tra realismo e folklore”, a cura di Salvatore
Naitza, con note biografiche e schede di Leandro Muoni. Nello stesso anno la
nipote Angela Simon Mossa, in “Frontiera”, lo ricordò con un
pregevole articolo: “Ritratto di famiglia: zio Mario”, in cui si può
ammirare lo stupendo dipinto ad olio pre­sentato alla Biennale di Venezia e lo
studio a tempera per la figura di padre Damiano
Filia.

Nuovorientamenti, 12 maggio 1991

 

FESTE POPOLARI IN
SARDEGNA – LE “SAGRE” DI GIUGNO

 

II mese che sta per chiudersi può considerarsi il mese delle
sa­gre e delle feste di folklore. In molti paesi dell’Isola in que­sto mese si
festeggiano Sant’Antonio di Padova, il 13, San Giovanni Battista, il 24, e San
Pietro, il 29.

Ormai la festa di Sant’Antonio si è conclusa; mi piace però
ri­cordare l’appuntamento classico che, a metà mese, si svolge nella borgata di
Santadi, distante 25
chilometri da Arbus. La sagra, che ricalca usi e
tradizioni cristiane risalenti a più di un se­colo, assume, oltre al carattere
religioso, un’importanza parti­colare di richiamo turistico, essendo la
località sulla costa oc­cidentale. E’ la sagra più caratteristica della zona e
una delle più suggestive della Sardegna, che apre l’estate arburese. La
pregevole statua in legno del Santo, opera di ignoto artigiano, viene collocata
su un caratteristico cocchio dorato, trainato da un trattore al posto del giogo
di buoi. Il corteo parte dalla par­rocchia di Arbus, accompagnato da una lunga
fila di
traccas,
da trattori agricoli e da motorette addobbati a
festa. La lunga pro­cessione attraversa l’abitato di Guspini, sostandovi per
alcuni minuti per ricevere l’omaggio dei fedeli, e poi si avvia lenta­mente
alla volta di Sant’Antonio di Santadi; qui giunge all’im­brunire, dopo poco più
di otto ore di viaggio, attraverso campa­gne desolate e lungo
i margini del placido stagno che si trova nelle vicinanze
della chiesetta campestre. La notte si fa festa intorno alle
traccas, mangiando e bevendo sino all’alba. Nel po­meriggio, si
svolge una processione lungo il tragitto ed il simu­lacro, portato a spalla,
giunge alla sommità del monte Tirelli. Terminati
i festeggiamenti nella borgata, all’indomani, di buon ora, il
cocchio riparte per fare ritorno ad Arbus, dove giunge la notte, dopo aver
riattraversato le località toccate nel viaggio verso Sant’Antonio di Santadi.
Il cocchio giunge alla chiesa par­rocchiale di Arbus tra il tripudio della
gente ed il frastuono dei fuochi artificiali.

Per l’ultima settimana del mese restano quelle di San
Giovanni e di San Pietro. Il primo si festeggia in modo solenne a Fonni, il 24,
come patrono del villaggio, con una sagra che presenta anti­chi riti sostiziali
agro-pastorali. La solenne celebrazione, che ha subito qualche modifica nel
corso del tempo, viene chiamata dal popolo ”die ‘e frores” (giorno dei fiori).
Seguono funzioni religiose e manifestazioni profane con cavalieri della Madonna
dei Martiri, nel costume tradizionale e con lo stendardo. Sfilano anche le
confraternite, in ordine di precedenza, e
i confratelli
si distinguono dal colore della mantellina che portano sulle spalle. Il
simulacro segue le confraternite, che
precedono l’o-briere che porta nelle braccia il “cohone de vrores”,
benedetto durante il tragitto solenne.

L’altro santo festeggiato negli ultimi giorni di giugno è
San Pietro, che si ricorda in molti villaggi. La sagra che si svolge a
Carloforte è la più suggestiva per la caratteristica processio­ne a mare: nel
giorno della festa, il clou è il 29.

Nuovorientamenti, 23 giugno 1991

 

TRE ANNIVERSARI “TUTTI FRANCESCANI” – 4° secolo di vita
dei Cappuccini, 70° anniversario di “Voce Serafica” e del Seminario
cappuccino

 

Questo 1991 sarà ricordato a Cagliari per tre splendenti
anniversari della vita cappuccina: la posa della prima pietra del con­vento di
S. Antonio (11 ottobre 1591), accanto al Colle di Buoncammino (oggi più noto
“Fra Ignazio da Laconi”), il settantesimo di vita del mensile
“Voce Serafica della Sardegna”, fondato da P. Ignazio da Carrara, e
i settant‘anni della costituzione del Se­minario cappuccino della
Sardegna in Cagliari, tuttora scuola di formazione religiosa e culturale per
numerosi giovani sardi. Dell’anniversario dell’arrivo dei Cappuccini in
Sardegna hanno ormai parlato
i giornali e vi è stato
già una serie di pubbliche manifestazioni in quasi tutti
i conventi sardi sorti nel 1591, quali quelli di Oristano e di
Sassari.

Anche nelle pagine di “Nuovorientamenti” è apparsa
la storia dei quattrocento anni di vita dei cappuccini in Sardegna a firma di
M.T.M., che ha tracciato una storia particolareggiata di tutto quanto hanno
fatto
i
cappuccini nel campo culturale, sociale ed
economico sardo.

L’8 maggio scorso, alla presenza delle autorità civili e
religio­se della Regione, il dott. Giovanni Sechi, ha ricordato, presso la sala
congressi dell’ospedale civile “Brotzu” dì Cagliari,
i quattrocento anni di presenza cappuccino nell’Isola, con una
lucida relazione, e ha ricordato lo stile di vita dei frati cap­puccini e la
loro fraternità.

Oltre ad una serie di incontri rivolti all’analisi del
significa­to spirituale e pastorale della presenza cappuccina in Sardegna, si
vuole ricordare la data non per avere riconoscimenti dai Sardi, ma si pensa di
fare loro un regalo offrendo un piccolo contributo alla realtà storico
culturale della Sardegna. Così il quarto
centenario diventa una felice occasione per salvare e conservare parte
del grande patrimonio storico, artistico e culturale di questa presenza.

Il convento di Sanluri ha provvedu­to ad ospitare un museo,
inaugurato il 9 giugno, alla presenza dell’arcivescovo di Cagliari, mons.
Ottorino Pietro Alberti, che ha tenuto una conferenza sull’attività cappuccina
in Sardegna. Il museo raccoglie volumi corali, tele e dipinti di autori sardi,
statue lignee e marmoree, reliquie, arredi sacri, oggetti di
“potecaria” (farmacologia), erboristeria e farmacia, orologi,
strumenti musica­li, oggetti per la lavorazione della stoffa, telai, filatoi,
arcolai, fusi, ferri da stiro, macchine per cucire, ceramiche fabbricate per
l’uso conventuale, arredi per lo studio, per la camera da letto, utensili da
cucina, arnesi da falegname, oggetti e strumenti agricoli.

Per quanto si riferisce a “Voce Serafica”, che è
nata nel lontano 1921, come “Bollettino” mensile illustrato del
venerabile Fra Ignazio da Laconi, diretto dai PP. Minori Cappuccini di
Cagliari, c’è da rilevare che la rivista, come ha scritto p. Giulio da
Samatzai, nel cinquantesimo compleanno, “ha cercato d’informare
i lettori riportando le cronache e l’attualità, soprattutto a
carattere religioso; si è sforzata di formare le coscienze pre­sentando il
pensiero del Magistero della Chiesa, dei maestri in­terpreti del genuino
pensiero cristiano; ha mostrato la via di perfezione seguita da S. Ignazio,
cioè il francescanesimo e la sua spiritualità”.

Concludiamo, riportando quanto ha scritto l’attuale
direttore del
periódico mensile, p. Tarcisio, in
occasione dell’uscita del volume “Voce Serafica” dello scorso anno.
“So che anche ‘Voce’ deve guardare lontano e continuamente rinnovarsi: in
questi mesi si è data un nuovo assetto. La nostra ‘perestroika’ è giunta in
mezzo al guado:
i buoni propositi ci sono.
(…) Tutto perché ‘Voce’ trovi nuovo ascolto e, attraverso la novità dei mezzi
e delle strutture, trasmetta la
Parola viva e autentica dei Van­gelo”.

Nuovorientamenti, 6 ottobre 1991

 

A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA DI UN GRANDE
DIRIGENTE CATTOLICO – Ricordo di Mino Spanu

 

Un decennio è passato dal giorno della scomparsa di Mino
Spanu, ma il ricordo non si è per nulla affievolito. Risuonano ancora le
significative parole dell’arcivescovo di Cagliari nel ricordare, nell’omelia,
l’opera cristiana e spirituale di Mino durante la cerimonia funebre officiata
nella Chiesa di Sant’Anna, dove una folla strabocchevole assisteva silenziosa,
attenta e partecipe.

Dopo una vita spesa al servizio della carità cristiana, il
22 ot­tobre del 1981 si spegneva, a Roma, il dottor Giacomo Spanu, noto Mino,
uomo mite e buono e ricco di profondo spirito religioso, che aveva passato gran
parte della sua vita ad alleviare le sofferenze degli ammalati e a promuovere
la formazione cattolica dei giovani e degli anziani della diocesi cagliaritana.
Era dotato di una sen­sibilità artistica spiccata (suonava pianoforte ed il
violino). Con la sua scomparsa la
Chiesa sarda perdeva un prezioso collabo­ratore e un
autentico testimone di Cristo. Per santificare la vita cristiana, giornalmente
riceveva il Cristo Eucaristico. Una lapide, posta nello spiazzo tra via Fara e
la via Santa Mar­gherita, lo ricorda come dirigente cattolico della parrocchia
di Sant’Anna.

Nato a Cagliari nel luglio del 1921 da famiglia umile e
religiosa, seguì gli studi primari e secondari nel capoluogo isolano sino a
raggiungere il traguardo della laurea in Medicina e Chirurgia, conseguita nel
1946, nella Facoltà di Medicina dell’Università di Cagliari.

Durante la seconda guerra mondiale, nell’Ospedale Militare
di Ca­gliari, quale sottufficiale sanitario, si prodigò nell’alleviare le
sofferenze dei feriti  durante
i bombardamenti americani sul capoluogo isolano.

Qualche anno più tardi sì specializzò in Ostetricia,
Ginecologia e Chirurgia Generale e, sotto la valente guida dell’amatissimo
professor Alfonso
Ligas, fu assistente nella Clínica Chirurgica dell’Ospedale Civile di Cagliari,  incarico che tenne sino al 1957, quando fu
nominato direttore dell’Ospedale Regionale di La-nusei.

Nel 1955 sposò la dirigente dell’Azione Cattolica Nazionale
della Gioventù femminile, la
Signora Isìde De Zolt, ancora impegnata nelle attività
organizzative e religiose della diocesi cagliarita­na .

Per molti anni fu medico ambulatoriale dell’Associazione
Cristiana Lavoratori Italiani e, negli ultimi anni del Quaranta e negli anni
Cinquanta, fu dirigente dei Comitati Civici della provincia dì Ca­gliari e
svolse compiti nel civico e nel politico. Dopo 12 anni dì permanenza nel centro
oglìastrino, che lo tenne anche come dirigente cattolico, e dove mise a
disposizione dei po­veri la sua “notevole capacità professionale, attuando
la sua vo­cazione umana e cristiana in condizioni difficili”, come ha
scrit­to T.M. in “Orientamenti (Novembre 1981), ritornò a Cagliari, come
vice direttore e chirurgo nella
Clínica  “San Salvatore”. Fu consigliere diocesano
dell’azione cattolica, direttore del Con­sultorio familiare della diocesi
cagliaritana e presidente del Consiglio Pastorale.

Nuovorientamenti, 21 ottobre 1991

 

UNO STUDIOSO DELLA SARDEGNA
- Luigi Piloni e la storia dell’abbigliamento popolare sardo

 

La scomparsa di Luigi Piloni, un benemerito della Sardegna,
è passata inosservata agli intellettuali isolani e nessun ricordo è apparso nei
giornali sardi, per cui riteniamo doveroso interes­sarcene con alcune note
biografiche, che ne rievochino la vita sociale e culturale. Durante la sua non
lunga vita portò alla lu­ce migliaia di pezzi di diversi periodi della storia
sociale sar­da, tra cui acquarelli, disegni, incisioni e litografie, di sog­getto
sardo
o
riferentisi
alla Sardegna, e
particolarmente al ve­stiario popolare isolano, che lasciò all’Università di
Cagliari, dove sono esposti in alcune sale al pianterreno dell’ex Seminario
arcivescovile.

Il dottor Luigi Piloni, scomparso in Roma il 3 febbraio
scorso, era nato a Cagliari il 27 ottobre del 1907, da antica famiglia patrizia
cagliaritana da parte di madre. Dopo gli studi classi­ci, conseguì la laurea in
Giurisprudenza  e successivamente
un’altra in lettere. Nel 1938 entrò a far parte del Ministero dei Lavori
Pubblici. Dopo il secondo conflitto mondiale provvide alla ricostruzione del
Monastero di Montecassino, al riattamento di quello benedettino di Subiaco e
alla ricostruzione di tutte le chiese di Cagliari distrutte dai bombardamenti.
Divenne Direttore Generale dell
‘Anas e si occupò del
riammodernamento delle strade statali, della costruzione delle superstrade e
delle autostrade. Per conto del Ministero delle Poste provvide alla
pubblicazione della monumentale opera su “I francobolli italiani dal 1861
al 1961″ .

Frutto della lunga e intelligente esplorazione condotta
nelle maggiori biblioteche italiane e straniere furono
i volumi “Ca­gliari nelle sue stampe”(1959), “La Sardegna nelle incisioni
del secolo XIX” (1962) e la “Sardegna in una serie inedita  di foto­grafie del 1854″ (1963). Da
ricordare  sono anche “Memorie sulla
terra Sarda”(1964) e la sua ultima opera “Nicola Tiole. Album di
costumi sardi riprodotti dal vero”( 1991).

A riguardo della mostra della “Raccolta Piloni Bogliolo
Dall’Ar­mi”, Francesco Alziator, ne curò, nel 1961, il catalogo sistema­tico
con lo studio introduttivo “Verso una storia dell’abbiglia­mento popolare
in Sardegna”, edito dalla Rivista “II Convegno”
dell’associazione “Amici del Libro” di Cagliari. A tale riguardo
1′Alziator scriveva che la raccolta del Piloni “è forse la più ricca
collezione privata di iconografia sarda e costituisce, uni­tamente alle
biblioteche pubbliche dell’Isola, una delle fonti basilari per lo studio
dell’abbigliamento popolare dei Sardi”.

Nuovorientamenti, 1 dicembre 1991

 

A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE
DI UNA GRANDE ARTISTA CAGLIARITANA: –
L’ACQUAFORTISTA ANNA MARONGIU

 

L’anniversario della morte della mirabile artista” sarda Anna
Maron­
giu, nel
cinquantenario della scom­
parsa,
è stato dimenticato dalla cit­
tadinanza
cagliaritana e dai giorna­
li isolani.

Anna Marongiu era nata a Caglia­ri il 2 gennaio 1907 e si rivelò, sin
da
giovane, di
possedere doti artistiche.
Fu
inviata a Roma per frequentare
l’Accademia
delle belle Arti e poi se­guì il Corso libero, che completò stu­
diando i grandi del passato. Diven­ne una delle
migliori acquefortiste
della
Sardegna, pittrice e disegnatri-
ce originale. Organizzò
diverse mo­stre ed Illustrò diversi romanzi.
Al­cuni anni dopo la sua morte, causa-

ta da un incidente aereo, nella zona di Ostia, avvenuto il 30 luglio 1941, venne effettuata a Cagliari una eccel­lente mostra retrospettiva a cura del­l’Associazione
«Amici del Libro».

Pochi mesi prima della sua scom­parsa aveva terminato una serie di vedute di Cagliari, che si trovano nel Gabinetto delle Stampe della Biblio­teca Universitaria di
Cagliari. Nella rivista «Sardegna Fieristica»
(aprile-maggio 1981), il valente critico d’ar­te Enrico Endrich la ricordò nel
qua­rantesimo anniversario della sua morte,
e Remo Branca, in «Maestri incisori sardi»,
scrisse che «le sue ac-queforti sono
di una ricchezza di se­gno
impeccabile». «Nata col bernoco-

lo del disegno e dell’incisione, —
scri­
ve Nicola Valle in
«Ritratti letterari»,
alla
quale dedica un interessante e
incisivo
capitolo —, deve considerar­
si
continuatrice di una gloriosa tra­
dizione regionale». Alcuni suoi lavo­ri sono
stati esposti nella mostra an­tologica
«Quaranta anni di incisione in
Sardegna», Quartu S. Elena, 1986.

A lei è intitolato il gabinetto delle stampe della Biblioteca Universita­ria di Cagliari, dove sono custodite oltre cinquanta sue acqueforti. È sta­ta ricordata nella pubblicazione «II “Chi è?” delle donne sarde», di Fran­ca
Sini, Ed. Castello, Cagliari 1989.

Nuovorientamenti,
8 dicembre 1991

 

           CAGLIARI
ALL’INIZIO DEL SECOLO – IL TELEFONO A CAGLIARI OTTANT’ANNI FA

 

Documento di importanza notevole per la storia toponomastica
e urbaninistica del capoluogo sardo e per una conoscenza delle fami­glie e
dell’ubicazione degli uffici è un libriccino di 36 pagine, del 1912,
riguardante gli abbonati al telefono della città di Ca­gliari. Concessionario
del servizio telefonico era 1′ing. Vittorio Tronci che lo introdusse nel
settembre del 1900.

Il primo foglio del libretto, dato gratuitamente agli
abbonati, riporta le istruzioni per chiedere la comunicazione, per la quale era
necessario girare la manovella del telefono, applicare subito l’ascoltatore
all’orecchio; ad uno squillo nel centralino la tele­fonista doveva dare il
pronto col proprio numero di matricola. I reclami per il disservizio dovevano
recare il numero della telefo­nista
o quanto
meno quella del giorno e dell’ora del disservizio lamentato.

Altre due pagine si riferivano ai dieci punti del
regolamento e alle tariffe per il servizio delle poste telefoniche pubbliche,
approvato dal Ministero PP.TT. Uno dei quali recitava che la con­versazione si
intendeva effettuata sempreché dal domicilio dell’abbonato chiamato venisse
risposto e qualunque fosse stato il risultato della conversazione, e la tariffa
dell’avviso telefonico si intendeva dovuta anche se il risultato fosse stato
negativo. Per una conversazione di tre minuti, fatta da un posto pubblico ad
abbonato dello stesso comune e viceversa, era di 15 centesimi, mentre per una
conversazione di tre minuti per altro comune era il doppio. Per l’avviso da
farsi entro l’abitato di un Comune si pagava 10 centesimi.

L’orario per la centrale telefonica di Cagliari era
continuato e per
i giorni festivi era
limitato alla mattina. Negli altri Comuni l’orario era dalle 6 alle 12 e dalle
13,30 alle 21,30 per il pe­riodo dal 1o maggio al 31 ottobre e dalle
7 alle 12 e dalle 13,30 alle 20,30 per il periodo dal 1o novembre al
30 aprile. La tariffa per prenotazione per
Iglesias e Oristano
era di 20 cen­tesimi e la conversazione per gli stessi luoghi era di 50 centesi­mi.
Vi erano telefoni anche a Sassarì, Tempio, Alghero, Ozieri e Nuoro, con tariffa
maggiorata.

Gli abbonati erano di tre categorie: la A per telefoni in uffici,
fondaci, studi, gabinetti, stabilimenti, magazzini e locali di esercizio
commerciale, industriale
o profesionale, per lire 140 all’anno e
quota relativa per
i nuovi impianti di 28
lire; la ca­tegoria B, denominata “Ridotta”, comprendeva
i telefoni per case private, opere pie e banche di emissione
per un importo annuo di 120 lire e per
i nuovi
impianti dì 24 lire; la categoria C, “La Go­vernativa”, per telefoni siti negli
Uffici Governativi, Provinciali
o Comunali e in quelli
della Camera di Commercio, con importo annuo dì 70 lire e, per nuovi
impianti,  di 14 lire.

Vi erano anche tariffe per apparecchi di derivazione di
proprietà dell’impresa, quelle per la manutenzione e per impianti di appa­recchi
in derivazione di proprietà dell’utente, che riguardava ap­parecchi
microtelefoni da muro, con sovratassa per quelli da tavo­lino. Dopo norme,
regolamenti e avvisi, si passa all’elenco vero e
proprio degli abbonati che, nel 1912, erano in numero di 430.
Dall’e­lenco è possibile risalire ai nomi delle strade del primo Novecen­to,
alcune tengono tuttora la stessa denominazione. Balzano agli occhi una “Via
Nuova”, “Piazza XXVII Marzo”, “Viale S.Pietro”, “via Stelladas”, “via S.
Giuliano”, “stradale S. Vincenzo”, oggi via San Vincen­zo, “Salita Bastione”,
“Via
Carmine”,
via Circonvallazione”, “viale Ospizi”, l’attuale
viale fra Ignazio.

Per concludere, il
Municipio di Cagliari si trovava ancora in Piazza Palazzo, quello di
Monserrato nella  Piazza omonima, il Mu­nicipio
di Selargius in via Dritta, la fabbrica turaccioli dei fratelli Orefice in
traversa S. Giovanni, il villino Pernis in viale Ospizi, oggi via Bosco
Cappuccio, la direzione della Scuola Enologica in via Circonvallazione, la Società di tiro a Segno in
Via Sulis, la villa Doloretta in Pirri, il forno Municipale in via S.Efisio e
la caserma dei pompieri in via Università.

Nuovorientamenti, 26 gennaio 1992

 

UN GRANDE FIGLIO DI SARDEGNA -  RICORDO DI MARCELLO SERRA

 

Marcello Serra ci ha lasciati dopo una intensa vita dedicata
alla cultura e alla poesia.

Intellettuale eminente, scrittore, poeta, critico letterario
e drammaturgo, era nato a Lanusei nel giugno del 1913. Esordì giovanissimo come
poeta e con
i primi saggi critici. Fu
tra
i
fondatori e poi direttore della rivista lette­raria
“Sud-Est”, dal 1933 al 1943. Nel 1933 si laureò in Lettere e pubblicò
poi la sua prima raccolta di liriche “Accordi”, seguita, cinque anni
dopo, dalla monografia su “G. Siotto
Pintor”.

Nel 1945 gli fu assegnato il Premio di poesia “Grazia
Deletta” e alcuni anni dopo pubblicato il suo dramma teatrale “Efisio
veniva d’Elia”, per il quale il celebre compositore Ennio
Porrino compo­se le musiche di commento e gli interludi. Nel 1951
pubblicò “Guida di Sardegna” e nel 1957 “Mal di Sardegna”,
che ebbe cinque edizioni e la traduzione in inglese.

Due anni dopo apparve “Sar­degna quasi un
continente”, opera di grande pregio giunta alla terza edizione nel 1889, -
nel trentesimo anniversario della pri­ma -, in cui si trovano centinaia di
illustrazioni sulla Sarde­gna. Nel 1964 è la volta dell’opera “Il mondo
dei Sardii”, a cui fece seguito, nel 1970, “L’aurora sui graniti è
rossoblù”, in cui viene tracciata la storia della squadra calcistica del
“Caglia­ri”, che in quell’anno conquistò il titolo di campione
d’Italia.

Nel 1974 ecco apparire il dramma “Eleonora la Giudicessa” e nel 1978 “L’Enciclopedia della Sardegna”.
Nel 1979 appare il romanzo “II Continentale”, a cui seguirono altri
lavori, tra cui “Esule sul mare” (1989) e “Bacco in
Sardegna” del 1990.

Numerosi i suoi articoli in
periodici e riviste isolane e conti­nentali. Diresse le riviste
“Arcobaleno di Sera” e Sardegna illu­strata”. Fu docente di
materie letterarie nelle Scuole secondarie di Cagliari e nel 1954 gli fu
affidato l’incarico dell’insegna­mento della Letteratura Italiana
nell’Università di Cagliari. Collaborò al volume “Sardegna” della
collana “Tuttitalia” e rea­lizzò diversi documentari cinematografici,
che hanno ottenuto ri­conoscimenti di primo piano.

Si è spento a Cagliari, sua città d’adozione, il 24 agosto,
a settant’otto anni.

Nuovorientamenti,  9
febbraio 1992

 

RICORDO DI UN ROMANZIERE SARDO DIMENTICATO -   FILIBERTO FARCI   

 

Dalla scomparsa dell’illustre romanziere,
dello studioso di cose sarde, del cultore di discipline umanistiche e
dell’autore di versi Filiberto Farci, il silenzio Š durato ben 22 anni, rotto
un lustro fa dall’interessante e dettagliato ricordo di Giuseppe De­plano in
“Bollettino Bibliografico della Sardegna, del 1987, che ne ha ripercorso
il cammino letterario e ne ha riportato una ric­ca e circostanziata
bibliografia. 

Con questo breve ricordo ci
auguriamo che l’autore di numerose novelle, tra le quali la raccolta
“Rusticane”, possa ritornare alla ribalta della storia della
letteratura sarda del Novecento. Francesco Alziator lo incluse giustamente tra
i letterati sardi del primo Novecento, ricordandolo in “Storia della
letteratura di Sardegna”(1954), e scrivendo che aveva scritto sull’Azuni,
sul La Marmora,
sul Siotto Pintor, sul Farina e su Sebastiano Satta. Marcello Serra,
recentemente scomparso, lo inserì nella sua “En­ciclopedia della
Sardegna”(Pisa, 1978), definendolo “un ingegno versatile”.

Nato a Seui il 24 dicembre 1882, si
dedicò alla poesia, al roman­zo, alla novella e alla critica. Conseguito il
diploma di maturi­tà presso il liceo Dettori di Cagliari, si laureò in
Giurispru­denza. Passò poi all’Università di Torino e quindi a quella di
Napoli, dove nel 1916 si laureò in Lettere . Tre anni più tardi consegui una
terza laurea in Pedagogia. Si stabilì definitivamente nel capoluogo sardo,
continuando la sua attività letteraria con collaborazioni in periodici -
“L’Unione Sarda” dal 1903 al 1924, collaborazione abbandonata per
dissapori politici – ,  ri­viste sarde e
continentali e con la SEI,
la casa editrice inter­nazionale cattolica di Torino.

Dopo aver esordito a 21 anni
con  la prima raccolta di novelle
“Rusticane”, seguirono “Il dramma in agosto”(1920) e
“Rosa fresca aulentissima” (1923). L’anno dopo è la volta del romanzo
“Edera sui ruderi”, cui segui tre anni più tardi “L’aquila sulla
rupe”, e “Racconti di Sardegna”, del 1935, dedicata alla madre,
cui ebbe una seconda edizione nella collana “Fontechiara” della SEI,
nel

1965, con una pregevole serie di
illustrazioni della acquaforti­sta e pittrice Anna Marongiu.

Nel 1940 apparve “L’ultima
tappa”, e nel 1949 i due romanzi “Il sentiero tra i rovi” e
“Ragazzi di Barbagia”, che vengono ancora letti nelle aule delle
scuole elementari.

Fervente e convinto antifascista, fu
obbligato a lasciare l’inse­gnamento, che riprese alla fine della seconda
guerra mondiale, quando rientrò dall’esilio forzato. Si spense a Cagliari il 18
febbraio 1965.

Nuovorientamenti, 16 febbraio 1992

 

PER UNA MAGGIORE CONOSCENZA DELLA VITA SOCIALE E
AGRO-PASTORALE DEL ’600 – Studi e pubblicazioni sulla Sardegna del periodo
spagnolo

 

Sulla Sardegna nel periodo spagnolo, gli studi e le
pubblicazioni hanno dato la misura dei problemi e degli interessi storiografici
relativi alla produzione dell’ultimo ventennio. Molti studi at­tuali sono la
continuazione dei piani di lavoro indicati dal Loddo Canepa, dall’Era e dal
Boscolo. Quest’ultimo, mi piace ricor­dare, ha creato una scuola attiva ed
efficiente. In questi ultimi anni l’interesse verso
i problemi della Sardegna in epoca spagno­la è diventato
sempre più vasto, eppure risultano ancora macro­scopici vuoti. Gli studi
trattano
i
problemi generali e quelli più ristretti
dell’ambito isolano. Vi è un progetto che riguarda la pubblicazione degli atti
parlamentari sardi, ambizioso proget­to dico io, che sarà di enorme portata
sociale, poiché da essi si potranno conoscere gli aspetti della società sarda
nel suo insie­me e nel suo particolare.

Attraverso le richieste degli stamenti che rappresentavano
il popolo sardo nelle tre componenti, nobil­tà, clero e comuni, si conosceranno
i
problemi esistenti e quelli che sono stati
giudicati risolti in tutto
o in parte. Si sono
effettuati studi sulle strutture politico-amministrativo e giuridico e vi sono
stati proficui contributi per l’acquisizio­ne di elementi di giudizio
sull’operato dei governanti. Vi sono inoltre studi che si riferiscono alle
strutture e alle organizza­zioni cittadine ed al mondo agro-pastorale. Un
interessante stu­dio sull’amministrazione comunale di Cagliari è stato
effettuato dal Sorgia e dal Todde. Giancarlo Sorgia ha poi presentato uno
spaccato della realtà iglesiente tra il ’500 ed il ’600.

Non man­cano lavori monografici sulle singole realtà dei
diversi centri isolani e in questi ultimi anni si assiste ad una proficua pub­blicazione
di testi sulle storie locali, che vanno ad aggiungersi a quelli dei Comuni più
grossi, ai quali però mancano studi gene­rali sui diversi secoli. Gli studi
sull’agricoltura, sulla pasto­rizia e sulle attività produttive fanno emergere
elementi di valutazione di notevole rilevanza per un settore che lamentava una
carenza di studi recenti, tanto che si ha un quadro sufficiente­mente obiettivo
sull’attività produttiva e sull’economia agro­pastorale. L’opportunità di
ricerca in un settore di particolare importanza, ancora carente, è quello dello
stato e delle caratte­ristiche della cultura dell’epoca spagnola.

Esistono diversi piani di lavoro di docenti e ricercatori
dell’I­stituto di Storia Moderna., Ma si è ancora lontano da una soddi­sfacente
acquisizione di dati e di studi, poiché si rende neces­sario istituire cattedre
di storia della letteratura sarda in epoca catalano-aragonese e in epoca
spagnola. Non si deve credere che gli isolani, impegnati nelle continue lotte
nel loro territo­rio, durante il periodo catalano-aragonese non si siano
dedicati alla poesia, all’arte e alla letteratura in genere; e ciò è stato
ampiamente dimostrato con
i testi e i manoscritti del Trecento e del Quattrocento presenti in una
mostra effettuata a Cagliari qualche tempo fa.

In un convegno, Luigi Berlinguer ha sostenuto l’opportunità
di impostare una ricerca storica integrale in senso diacronico e sincronico e
non limitarsi all’indagine sulle ragioni storiche dell’arretratezza economica,
poiché è necessario vedere le spinte nate dalle esigenze di emancipazione e di
trasformazione che si registrarono nel tempo.

Vi è quindi l’esigenza di un ripensamento, di una verifica,
di una rilettura serena ed obbiettiva dei fatti e delle circostanze del lungo
periodo di governo catalano-aragonese e di quello castigliano.

Nuovorientamenti, 15 marzo 1992

 

PER DIECI ANNI HA INSEGNATO NELL’ATENEO DI
CAGLIARI  –
Joaquín Arce, uno studioso che amava la Sardegna

 

Dieci anni fa decedeva a Madrid lo studioso Joaquín Arce, a cui la
Sardegna deve molto per aver fatto conoscere ai suoi conterra­nei
la nostra Isola attraverso le sue pubblicazioni.

Arce, che nacque a Gìjon (Asturias) nel 1923, giunse in Sardegna nel 1950, dopo essere stato
Lettore dì Spagnolo nell’Università di Bologna. Per circa 10 anni ricoprì lo
stesso incarico nell’Ateneo di Cagliari.

Ancora oggi diversi suoi studenti lo ricordano con stima,
poiché da lui appresero la lingua e la letteratura spagnola. Nell’arco di tempo
in cui fu in Sardegna, pubblicò vari lavori sulla vita dei sardi nel periodo in
cui la Spagna
governava l’Isola. Tenne diverse conferenze nella Sala degli Amici del Libro, a
Cagliari, e pubblicò alcuni articoli in giornali isolani e in quelli nazio­nali
con lo scopo di portare a conoscenza degli spagnoli quanto rimaneva in Sardegna
del lungo periodo spagnolo. Frutto di questi studi fu la pubblicazione
“Espana en Cerdena” (1960), (La Spa­gna in Sardegna), che abbiamo presentato in
edizione italiana nel 1983, pochi mesi dopo la scomparsa dell’Autore avvenuta
nella capitale spagnola il 26 marzo 1982.

C’è da dire che lo studio “Espana en Cerdena”, che
fu il suo lavoro di tesi dottorale, presentato nell’Università di Madrid nel
gennaio del 1955, ottenne il premio “Attività scientifica” da parte
dell’Ateneo di Firenze nel 1956 e, sempre nello stesso anno conseguì il premio
Menéndez Pelayo, uno dei più prestigiosi premi letterari spagnoli.

Lo scritto presenta gli aspetti culturali, religiosi,
storici, economici, demologici e linguistici che si svilupparono in Sardegna
durante il lungo dominio ispanico; tale dominio iniziò nel 1323 con l’arrivo in
Sardegna degli aragonesi e catalani, continuò e si rafforzò per opera dei
castigliani dopo l’unificazione, nel 1474, delle due corone di Spagna
(d’Aragona e di Castiglia); terminò nel 1720, non prima di aver esercitato una
profonda penetrazione nell’animo sardo, quando l’Isola passò definitivamente
sotto il dominio dei Savoia.

Sarebbe bene che l’Università di Cagliari, che ha fatto ben
poco per questo suo docente, lo ricordasse nel decimo anniversario della
scomparsa con un convegno di studi, per tracciarne l’atti­vità nell’Ateneo
cagliaritano e per riproporne all’interesse degli isolani
i suoi scritti sulla realtà sarda nel periodo spagnolo.

Nuovorientamenti, 29 marzo 1992

 

NOTE
SULLA
SANITÀ ED ASSISTENZA NEL XVII SECOLO – LA MEDICINA NEL SEICENTO

 

Diversi studiosi si sono interessati alle Associazioni
d’Arte e Mestiere che dal XIII secolo sino ai primi del XIX avevano prov­veduto
ad organizzare il lavoro artigianale, a tendere allo sviluppo della loro arte e
a dare un marchio di qualità ai loro manufatti. Nello stesso tempo
i lavoratori sardi si erano dati regole con statuti; queste
servivano a rendere gerarchicamente più organizzate le strutture gremiali, che
riprendevano in tutto o

in parte quelle delle organizzazioni dei gremi
della Catalo­gna, provvedendo, poi, a modifiche nel corso dei secoli.

I pochi studiosi sardi, che si sono interessati ai gremi,
hanno pubblicato gli statuti, in catalano, dei secoli XIV, XV, XVI e XVII,
ritrovati negli archivi isolani, senza però darne la tradu­zione in italiano,
che si spera si possa giungere molto presto alla pubblicazione. Uno statuto che
sembra di interesse notevole è quello dei chirurghi e dei medici cagliaritani,
certamente sconosciuto a molti; la sua la lettura porta alla conoscenza
dell’organizzazione medica e assistenziale nei secoli XVI e XVII e dà modo di
estrapolare notizie che faranno mutare il quadro socio-sanitario già presentato
dagli studiosi dei gremi.

Dallo statuto si evince che il corpo ospedaliero
cagliaritano, composto, alla fine del ’500, da cinque medici e da un chirurgo,
raddoppiò il numero nel secolo successivo, dato l’aumento della popolazione e
le migliorate possibilità finanziarie del Comune. Il complesso ospedaliero era
ubicato in “sa Costa”, l’odierna via Manno, ed era il più grosso di
tutta l’isola per impianti, perso­nale e per letti. I fondi dell’ospedale erano
costituiti da finanziamenti erogati dalla Municipalità, da lasciti
testamentari, da elemosine, da raccolte nelle città e nei paesi, e da donazioni
di benefattori. Gli ammalati erano in maggioranza po­veri, non pagavano retta,
ma dovevano essere raccomandati da qualche componente del Consiglio Civico e
dovevano essere nulla­tenenti .

Al personale sanitario erano aggregate anche le balie, che
allat­tavano
i neonati, in gran numero
abbandonati nel brefotrofio, un’istituzione inserita nel complesso ospedaliero,
in cui esiste­vano tre reparti: uno per
i maschi,
uno per le femmine ed un terzo per gli affetti da malattie veneree. Oltre a
questi reparti vi era anche quello per il ricovero dei vecchi, degli invalidi e
dei matti.

Nel corso del ’600 la medicina fece un balzo in avanti,
anche a seguito dell’istituzione dell’Università: vennero aboliti
i vecchi schemi risalenti al medioevo e si usò un nuovo tipo
di sperimentazione, basata sull’osservazione diretta. Nell’ambito delle
competenze del chirurgo c’era anche quella di assistere le partorienti, specie nei
casi più difficili. Per la pratica di ostetricia si usavano anche metodi assai
empirici e di carattere magico. Per stabilire la causa della morte e studiare
la natura del morbo, il chirurgo compiva anche le autopsie, previo il consenso
delle autorità ecclesiastiche.

Per essere assunti fra il personale sanitario, i giovani venivano collocati nelle botteghe di chirurgia e
medicina con l’obbligo di fare la questua per la festa del patrono del
gremio, due per ogni quartiere. Gli apprendisti-alunni stavano in
carica presso un
maestro titolato. Per poter
esercitare la professione, gli stu­denti dovevano sostenere un esame davanti al
protomedico e ai maggiorali del
gremio e poi superare l’esame
di abilitazione, che si poteva sostenere solo esibendo un certificato
attestante 1′aver portato a termine il corso quinquennale di studi in un ateneo
e compiuto il tirocinio di apprendistato presso un mae­stro.

Dopo la fondazione dell’Ateneo, gli studenti avevano l’ob­bligo
di frequentare le lezioni di anatomia e di chirurgia per un periodo di tre
anni. Nell’ospedale operava stabilmente ogni giorno, ad ore fisse, un solo
chirurgo, che provvedeva alle visite e svolgeva funzioni anche dì medico dì
reparto.

Nuovorientamenti, 19 aprile 1992

 

LA DOMINAZIONE SPAGNOLA ANCHE IN CUCINA – LA CUCINA SPAGNOLA E LA SARDEGNA

 

Quattro secoli di dominazione iberica non solo hanno
lasciato tracce nella lingua, nelle manifestazioni religiose e profane e nei
comportamenti, ma hanno anche inciso sulla gastronomia loca­le, che possedeva
già pietanze di derivazione semitica, latina, bizantina, araba, ebraica, pisana
e genovese. Sono parecchi
i piatti della cucina
spagnola che, in un modo
o nell’altro, pre­sentano
somiglianze con quelli della cucina sarda; ma presen­tiamo soprattutto quelli
la cui denominazione è del tutto simile a quella sarda, oppure si presentano
con leggere differenze fonetiche.

La cucina iberica, come quella sarda che non fa uso di
intingoli, salse piccanti
o spezie, è sobria,
classica, essenziale, e nella sua semplicità non ammette decorazioni e
ornamentazioni, ma ogni piatto costituisce una vera specialità ed è, pertanto,
preparato con grande abilità che si manifesta anche nell’accostamento dei
colori. Si ritiene che gli spagnoli siano stati quelli che hanno esercitato una
forte influenza, tanto che tuttora è presente in profondità nella cucina
isolana. Infatti, di area iberica sono “su ghisau” (castigliano
“guisado”), tipo di stufato lardellato, cotto a fuoco lento insieme con
patate: “sa lepudrida” campidane-se
o “s’oglia podrida”
logudorese,
si trova nel castigliano
“olla
podrida”. Si tratta di una
minestra che, oltre ad utilizzare la carne di gallina e
i legumi, usa come condimento lardo, prosciut­to e insaccati
vari”; “su scabecciu”,
o “pisci
scabecciau” si identifica nel castigliano
“escabeche”; “sa Cassola”, proveniente dal catalano
“Cassola” e dalla
“cazuela castigliana”, è una
specie di umido cotto in una casseruola di coccio, come si usa in Castiglia,
con carne e pesce; “is
bombas”, che in castigliano
trovano il corrispondente ne
“las albóndigas”, sono
polpette di carne trittata con prezzemolo, aglio e pangrattato; “is
findeus”, castigliano
“fideos”, catalano
“fideus”, costuiscono una pasta leggera del tipo dei vermicelli,
usata per minestrina, e “is tallarinus”, castigliano
“tallarines”,
sono un tipo di pasta cotta in asciutto;
“sa suppa de allu”, corrisponde alla
“sopa de ajo”; “sa suppa
indorada” e “sa suppa de gattu”, corrispondono alla
“sopa
dorada”
e alla “sopa de gato, castigliano. Un altro tipo di “suppa indorada”, in
uso anche in Spagna, è confezionato, invece, immergendo le fette di pane nel
latte e poi friggendole dopo averle cosparse di farina.

Anche i popolarissimi dolci di pasta “is
gueffus” derivano, il loro nome, dall’iberico
“huevos de
faltriquera”,
che altro non sono se
non dolcetti avvolti in carta variopinta che durante la corrida
o lo spettacolo teatrale vengono estratti dalla tasca e
mangiati come le moderne caramelle. I campidanesi “durcis de incorza”
devono il nome al castigliano
“dulces de alcorzas” che è una
pasta candita di zucchero e di amido. Provenienti dal mondo iberico sono
i
“brugnolus”
castigliano “buñuelos”,
“is
origliettas”,
spagnolo
“orilla”,
che vuoi dire orlo, ed, infine, le
“mantegadas” che in Spagna sono dette
“mantecadas”.

Nuovorientamenti, 5 luglio 1992

 

PICCOLA CRONACA DI UN ESTATE D’ALTRI TEMPI  – A CAGLIARI, UN FERRAGOSTO “AI
BAGNI”

 

II Ferragosto è appena passato, ma siamo ancora in piena
estate. Nei giorni ferragostani ho letto alcune cronache cagliaritane che
riguardavano proprio il ferragosto e che presentano uno spaccato della moda
femminile da spiaggia degli anni Trenta. A detta di una certa Simonetta (che
più di sessant’anni fa scriveva nella cronaca cittadina de “L’Unione
Sarda”) il ferragosto era una data che annunziava prossima la fine della
stagione e il mare in burrasca e l’esodo precipitoso di tutte le bagnanti
abbronzate, quanto la moda esigeva, ed un poco stanche per le quotidiane
esibizioni.  Secondo la cronista la
salute, che da qualche anno esigeva la cura del sole e delle lunghe soste sulla
spiaggia, si era rinvigorita, pronta per le fatiche dell’alta montagna
o per il solito viaggio all’estero: così le ultime
appassionate del mare si attardavano sulla spiaggia, affascinate dall’azzurro
più nitido e pulito e dalla più larga libertà che concedeva lo sfol­lamento.

La giornalista faceva notare che nel fine agosto e in
settembre le signore avrebbero potuto fare bagni deliziosi e brevi, nuotate
affrettate, lunghe vogate e soste al sole sulla sabbia meno torrida e più
pulita. Per queste giornate d’ozio “molle”, la ba­gnante, che ancora
vuoi rimanere tale a dispetto della consuetudine e della moda, curerà poco il
costume da bagno, le pose suggestive e le conseguenti esibizioni, ma indosserà
spesso e volentieri il pigiama da spiaggia di seta giapponese foulard
o ciniglia.

Questi pigiami femminili – fa notare la giornalista
-presentano l’utilità di vestire maggiormente le donne e la como­dità di
lasciare ai movimenti tutta la libertà, ma devono essere ben portati. In questo
modo il pigiama riesce graziosissimo e molto decente della sola maglietta
o dell’accappatoio e problema­tica abbottonatura, che un tempo
fioriva ed infieriva su tutte le spiagge. “Ma per carità – concludeva la
cronista – non tentino d’indossare il pigiama da spiaggia le signore che pesano
oltre
i
sessanta ed abbiano forme esuberanti: i difetti dell’indumento moderno ci viene dall’America, anche
sulla spiaggia meno austera e più movimentata. Per queste signore non v’è che
il mantello, lungo il polpaccio, diritto, di forma largamente incrociato
davanti e chiu­so da una doppia abbottonatura”.

Nuovorientamenti, 6 settembre 1992

 

PROFILO DI UN NOTO STUDIOSO SARDO CONTEMPORANEO – Giancarlo
Sorgia, uomo di cultura e di fede

 

L’attività letteraria più che trentennale di Giancarlo
Sorgia è fra le più notevoli della Sardegna di questi ultimi anni: mirabi­le
per l’autorità e la serietà dei suoi studi e dei suoi giudizi che egli suole
pronunciare sulla attività storica e letteraria del passato nell’Isola. Negli
ultimi anni ha pubblicato numerosi libri e saggi, ha collaborato alla
pubblicazione di parecchie monografie su diversi centri isolani, è intervenuto
in Convegni e studi storici, riguardanti un ampio ventaglio di argomenti
ricon-ducibili tutti alla Sardegna.

Docente universitario di Storia Moderna, direttore della
Scuola di Specializzazione in Studi sardi e dell’Istituto di Storia Moderna
dell’Università cagliaritana, il settore che studia con maggior interesse è
quello relativo alla dominazione iberica in Sardegna. E’ andato spesso a
Barcellona, Madrid e
Simancas, per cercare negli
archivi di queste città documenti che fanno luce sulla nostra storia.
Recentemente ha pubblicato, con una lodevole e puntuale introduzione,
“Registro dei feudi del regno di Sarde­gna”, un inedito settecentesco
che, attraverso una mappa di feudi sardi, da un notevole contributo alla
conoscenza della realtà sarda dopo la conquista dell’Isola da parte dei
catalano-aragone­si .

Più di un anno fa ha dato alla luce “L’Inquisizione in
Sardegna”, un’opera di grande rigore scientifico-documentale, pubblicato
dall’Istituto di Storia Moderna dell’Università di Cagliari, che con nuovi
apporti archivistici ampia il suo primo studio sull’In­quisizione in Sardegna,
del 1961.

Uomo instancabile, che dà molto alla cultura isolana,
profondo conoscitore dei problemi delle realtà sarde, che trovano riscon­tro in
numerosi articoli pubblicati in riviste scientifiche e nei volumi, Giancarlo
Sorgia, che fa parte del comitato di redazione delle pubblicazioni dell’Istituto
di Studi e Programmi per il Mediterraneo, è stato per nove anni prorettore
dell’Ateneo ca­gliaritano, di cui ha curato un pregevolissimo e interessante
studio frutto di lunghe e feconde ricerche; è presidente dell’Istituto
Regionale di Ricerca, Sperimentazione e Aggiorna­mento Educativi per la Sardegna, ultimo
importante riconoscimento che ha ricevuto dagli ambienti culturali per la sua
infaticabile opera di insegnante e di ricostruzione della storia sarda nel
periodo moderno e contemporaneo; collabora a riviste e a quoti­diani isolani,
nonché a ‘”nuovOrientamenti” , è membro dell’Archi­vio Storico Sardo,
del quale è collaboratore con articoli di carattere storico-scientifico.

Ha collaborato inoltre a pubblicazioni di diversi studi
monogra­fici ìsolani, tra
i quali “Meana
Sardo”,
“Iglesias”, “Provincia di
Oristano”; è autore di parecchi studi sulla realtà sarda nel periodo
moderno, tra ì quali “La
Sardegna nel 1848″; “La polemi­ca sulla
fusione”, “Banditismo e criminalità in Sardegna nella seconda metà
dell’Ottocento”, “Cagliari: sei secoli di ammini­strazione
cittadina” (in collaborazione con Giovanni Todde), “La Sardegna spagnola”;
“II Parlamento del viceré de Heredia” e “Studi di storia
aragonese e spagnola”, contribuendo moltissimo alla conoscenza di quanto
accadde nei secoli dal Quattrocento al Settecento.

Cagliaritano, è direttamente legato alle attività
dell’Università cagliaritana, soprattutto negli ultimi anni con il suo lavoro
di prorettore, condotto all’insegna di quella capacità di conciliare che è una
dote del Sorgia ricercatore.

Nuovorientamenti, 13 settembre 1992

 

 UN
GESUITA IGLESIENTE DA RICORDARE  – Un
sardo evangelizzatore nell’America del Sud

 

Antonio Maccioni, nato in Iglesias nel 1671,
come ha scoperto lo studioso Joaquín Arce, morì a
Córdoba del Tucuman in Paraguay nel 1753.
Ricorrendo il trecentoventunesimo anno della nascita, vogliamo ricordarlo per
essere stato un pregevole linguista, che ha provveduto alla stampa di alcune
lingue del
Paraguay, a cui diede la
possibilità di conservarle, altrimenti sarebbero morte. Appartenne alla
Compagnia di Gesù, di cui vestì l’abito a Caglia­ri, nel 1688, a diciasette anni.
Dopo aver trascorso un decennio nel capoluogo sardo e altri anni in diverse
case gesuitiche in Spagna, passò a Cadice, dove si imbarcò per le Americhe, con
de­stinazione
Córdoba del Tucuman. Fu
continuamente impiegato negli uffici più onorevoli dei vari collegi gesuitici
del Nuovo Mondo: rettore nel Collegio Maggiore di
Córdoba, procuratore generale a Roma della provincia del Paraguay, nel 1710 con altri sette ge­suiti sardi partecipò ad una
spedizione al
Chaco, per amministra­re i sacramenti ai soldati e agli indigeni che lo richiedevano.
Nel 1728, tornò in Europa, poiché eletto maestro dei novizi e procuratore
generale, una delle massime cariche dell’Ordine dei Padri gesuiti. Quattro anni
dopo, trovandosi a Madrid, pubblicò il vocabolario e la grammatica delle parole
indigene Lule e Toconotè, unica fonte di queste lingue estinte oggi. A questo
libro lavorò per una decina d’anni. E’ un lavoro interessante perché dà
notevoli contributi alla linguistica americana, nonostante la sua modesta
finalità, giacché egli voleva soltanto aiutare
i suoi
confratelli nella evangelizzazione e non comporre un tratto
o un’opera filologica, come appunto si è rivelata. E’ un
volume in ottavo.

Nello stesso anno, ma a Córdoba del
Tucuman. pubblicò una narra­zione delle gesta di sette suoi confratelli, tutti
nativi di Sar­degna, morti nelle missioni delle Indie, alla quale applicò l’en­fatico
titolo
“Las
siete estrellas de la mano
de Jesús;
trattato histórico de las
admirables vidas
de siete varones illustre de la
Compania de
Jesús, naturales de Cerdeña”.  (Le sette stelle della mano di Gesù; trattato storico delle ammirevoli vite di sette il­lustri
uomini della Compagnia di Gesù, nativi della Sardegna). E’un’opera
dedicata quindi ai gesuiti provenienti dalla provincia sarda. E’ una biografia
di altri gesuiti sardi, evangelizzatori come lui, in terra d’America.

L’anno successivo, ossia nel 1733, altra opera, questa del Loza­no, ma il Maccioni fa una lunga presentazione; opera importante
per la storia, la geografia, la corografia, le usanze delle innu­merevoli
nazioni barbare e degli infedeli che le abitano, sulle condizioni degli
abitanti, sulla fertilità del suolo delle regio­ni del
Paraguay, e quasi una esatta topografia di quel paese sino allora poco
conosciuto.

Ritornò in Spagna per un altro breve periodo di studio e
l’anno dopo ritornò in America, precisamente a Buenos Aires, dove restò per un
anno. Cinque anni dopo fu eletto provinciale della provin­cia del
Paraguay e nel 1750 pubblicò, a Puerto de Santa
Maria, “El nuevo
superior religioso”, un
volume in quarto. Tre anni dopo il gesuita di
Iglesias si spense
a
Córdoba
del Tucuman, che pro­babilmente non vide più la
sua isola e tanto meno la sua città natale, da quando le lasciò nel lontano
1684.

Nel 1877 si ristampò “Arte e vocabulario de la lingua Lule y Toconotè”, in cui si
possono ampliare
i dati biografici; in que­sta
ristampa vi è un’altra opera sconosciuta fino allora del Maccioni: “Día
Virgineo
o
sábado mariano”,
pubblicata in Córdoba del Tucuman, nel 1733, ristampata a Madrid nel 1753, anno
della sua morte, e nel 1759.

Pochissimi sono quelli che ricordano la figura di Antino
Maccioni. Alziator gli dedicò un capitolo della sua “Storia della lette­ratura
di Sardegna” e scrisse che a lui spetta un posto di primissimo piano nella
storia della filologia dell’America del Sud. E continua col dire che il
Maccioni con “Arte
y vocabulario” mi­rava ad offrire ai
suoi confratelli uno strumento di penetrazione tra quelle genti, perché  più rapida fosse l’opera di evangelizzazione.
E’ un’opera tuttora principe e basilare per la storia della civiltà
paraguayana, tanto che gli studiosi delle lingue sudamericane se ne
servono per
i loro studi. Altro
studioso sardo che si interessò ad Antonio Maccioni fu Pie­tro Leo, che scoprì,
dice lui, l’opera “Día Virgineo
o sábado mariano”,
già indicato dall’Arce qualche anno prima della sua scoperta.

A riguardo del Maccioni, Pietro Leo scrisse in “Nuovo
Bollettino Bibliografico Sardo”, (Terzo e quarto trimestre del 1962), che
1′iglesiente Maccioni fu un benemerito gesuita che trascorse qua­si tutta la
sua esistenza nelle missioni dell’Ordine nell’America latina e precisamente
nelle famose “Riduzioni” governative dalla Compagnia di Gesù. Più
avanti scrisse che, nello scorrere ultima­mente un catalogo di libri rari della
Libreria Antiquaria di Vin­cenzo Petrucci di Bologna, rivelò l’esistenza di un
altro lavoro del Maccioni del tutto sconosciuto.

Forse Pietro Leo non conosceva l’opera di Joaquin Arce “España en
Cerdeña”
(La Spagna in Sardegna,
edizione in italiano di Luigi
Spanu, Cagliari 1982), dove si dice che il testo si trova
nella Biblioteca
Madrileña.

Il Leo ci fa sapere che questo lavoro non si trova in
nessuna bi­blioteca isolana, (neppure indicata nel fondo Baylle della Biblio­teca
Universitaria di Cagliari) è ignoto ai biografi della Sarde­gna, sia il
Toda y Güell che il Ciasca. Neppure l’Alziator la co­nosceva, tanto che
non la cita nel capitolo dedicato al Maccioni. L’opera è segnalata nel suddetto
catalogo: “Machoni de Cerdena Antonio. Día Vergineo,
o Sábado Mariano. Obra Parthenica, exortatoria a la devoción de la Reina de los Cielos, Maria San­tissima”, En Córdoba, en el Colegio de la Assumpcion, 1753. Edi­zione originale rarissima”.

Nuovorientamenti, 27 settembre 1992

 

PRESENTATO AD ORISTANO
UN INTERESSANTE LIBRO SULLA BARONIA DI SENIS, DI GIUSEPPE MASIA

 

Nella Sala Consiliare
della provincia di Oristano, è stato pre­sentato l’interessante volume “La Baronia di Senis” di
Giuseppe Masia (di oltre 350 pagine), formato grande. Il libro, che si presenta
in veste tipografica editorale splendida, con una so-vraccoperta che mostra una
immagine del castello baronale di Senis, riporta quadri riassuntivi, cartine,
stemmi, bolle ponti­ficie, sigilli, monete, atti di infeudazione ed è chiuso da
otto appendici e dalle parti storiografiche e letterarie della baro­nia .

Il prof. Masia, che ha
fatto un eccellente lavoro, dato che il volume è di ottima qualità, si presenta
ai lettori sardi con una opera singolare e monumentale, a dispetto della mole,
dato che è un lavoro godibilissimo in cui al rigore dello studioso fa ri­scontro
un’analisi seria ed approfondita dei documenti, una prosa piana ed efficace ed
un linguaggio sobrio ed incisivo. Il libro costituisce un degno complemento per
la maggiore ampiezza del periodo studiato e per la più ampia varietà di temi
trattati. Il corredo fotografico, poi, davvero superbo, fa di questo volume un
grande gioiello, che deve essere portato a tutti gli amanti delle cose sarde,
poiché è anche uno scrigno di perle preziose.

Per l’archeologo Momo Zucca, uno dei presentatori dell’opera, il volume si apre con la
sequenza dei villaggi che formavano la Baronia e vengono riportate interessanti notizie
archeologiche che portano fino al neolitico e l’Autore ha messo in evidenza la
precisione degli argomenti trattati e l’importanza dei monumenti attribuiti ai
cartaginesi e del castello di Senis e della pene­trazione militare aragonese in
Sardegna. Il secondo oratore, soffermatosi sulla presenza dei baroni a Senis,
ha evidenziato come
i sovrani aragonesi
concedevano le terre in Sardegna al loro feudatari in compenso dell’aiuto dato
a loro nella conquista dell’Isola. Così si formarono molti feudi assegnati alle
famiglie catalane, aragonesi e valenzane.

Il castello di Senis,
che era uno fra
i più antichi della Sarde­gna
e di cui il Masia porta una larga documentazione e individua il punto in cui si
ergeva, fu costruito probabilmente nel secolo XI. Il territorio a levante di
Oristano, sparso di colline note­voli e bagnato dal fiume lmbesu, che si forma
dai ruscelli che scendono dalle pendici settentrionali della Giara, era
ubertissimo, principalmente per la produzione di cereali, uva, frutta, ortaggi,
e non mancavano le selve e gli alberi ghiandiferi.

La seconda parte si
incentra sui signori di Senis e sulla loro genealogia, accompagnata dagli
stemmi; la terza parte tratta dell’organizzazione del fondo di Senis, nel quale
sono inserite le liste feudali dal 1700 al 1833, mentre la quarta è incentrata
sull’abolizione del feudo, tra il 1835 e il 1841, dopo di cui nascono
i complessi comunicativi. Il Masia non solo ha dato alla luce una
pagina di storia del territorio della Baronia di Senis, ma ha portato un grosso
contributo alla conoscenza della storia della Sardegna e di una parte della
storia della Provincia di Oristano, che va ad aggiungersi a quel grande quadro
o mosaico rappresentante la vita secolare dei sardi, ancora in gran
parte da dipingere e da completare.

Nuovorientamenti, 18
ottobre 1992

 

MARTIRE DELLA FEDE NEL PRIMO SEICENTO – Un
gesuita sardo nelle Filippine – Padre Gian Domenico Aresu

 

L’opera missionaria degli Ignaziani inizia nella seconda
metà del Cinquecento e in Sardegna, il fuoco della vita nelle missioni,
infiammò
i
cuori di molti giovani che entrarono nelle file
della Compagnia di Gesù, giunta in Sardegna nel 1564 per istituire, presso la
chiesa di S. Croce, in Castello, un collegio per accogliere
i novizi e prepararli alla vita gesuitica e missionaria. Tra i giovani sardi che vestirono l’abito ignaziano vi fu anche
Gian Domenico Aresu, nato in Tertenia il 6 febbraio 1605, un villaggio
dell’Ogliastra con grossi problemi tra cui quello dell’isolamento. Padre Gian
Domeni­co Aresu, che nel Seicento varcò l’Oceano Atlantico e il Pacifico, poté
compiere il suo desiderio di portare la Parola di Dio in terra di missione, nelle
Filippine, dove trovò la morte per testimoniare il Vangelo di Cristo.

Di lui si sono interessati diversi biografi, sin dai primi
anni dopo la sua immolazione sull’altare del martirio; ma sino a qualche anno
fa, nessuno aveva potuto scrivere che l’Aresu era nato a Tertenia. Ciò si deve
alla Baldussi che il 3 agosto 1986
in “Un sardo assassinato dai pirati tra
i missionari domenicani mandati nel Seicento in Cina”, nelle pagine de
“L’Unione Sarda”, ha indicato il vero luogo di nascita dell’Aresu,
correggendo l’errata interpretazione di altri che la ponevano si in Sardegna,
ma in altre parti.

Le successive ricerche di padre Vincenzo Mario Cannas, in
diversi archivi sardi, hanno permesso di rintracciare l’atto di battesimo,
compilato dal rettore Sebastiano Caredda in Tertenia, il quale convalida quanto
affermato dalla Baldussi. Il giovane Gian Domenico, dopo aver appreso
i primi rudimenti scolastici dal parroco, che certamente gli
ha inculcato nella mente l’idea di portare la fede di Cristo nelle lontane
terre scoperte da poco, abbandonò il suo paese per portarsi a Cagliari ed
entrare nella fila della Compagnia di Ignazio di Loyola anche perché
aveva già nella mente il proposito di andare in terra di missione.

Dopo aver emesso i voti
temporanei, nel 1624, iniziò il noviziato che portò a termine qualche anno
dopo. Nell’ottobre del 1626 si trovava in Alghero, dove rimase per due anni,
per poi essere trasferito a Sassari come Professore di grammatica e per
frequentare il corso triennale di Sacra Teologia. In questa città chiese di
partire per l’Estremo Oriente, inviando al Preposto Generale della Compagnia di
Gesù una lettera con la quale chiedeva insistentemente di essere inviato in
terra di missione.

A causa forse della sua gracilità o per prudenza, la richiesta restò senza risposta, per cui il
sardo spedì un’altra supplica, questa più convincente e decisa con lo scopo di
smuovere le decisioni contrarie dei superiori e di convincerli che il suo posto
era in mezzo agli indigeni delle terre lontane. Nel frattempo, sebbene fosse
stato nominato Coadiutore spirituale, forse per farlo desistere dall’intenzione
di essere inviato in missione, “il suo cuore – scrive padre Vincenzo Mario
Cannas nel suo interessantissimo e dettagliatissimo articolo sul terteniese
Aresu, suo compaesano, pubblicato l’ottobre 1992 in
“L’Ogliastra” – brucia di una fiamma che lo ingigantisce nello
spirito e nel corpo ed esplodeva all’esterno suscitando l’ammirazione nei suoi
stessi Superiori, che decidono di realizzare il suo sogno”.

Fa parte così di una spedizione di gesuiti sardi, che
partono per la Spagna
e di lì al porto di Acapulco in Messico, raggiunto qualche mese dopo.
Attraverso l’Oceano Pacifico, l’Aresu raggiunge la provincia delle Filippine
nel 1643 e subito inizia la cura delle anime nelle isole
Bisayas o de pintados,
luogo destinatogli non solo dai Superiori ma
soprattutto dalla Divina Provvidenza, che vedeva in lui un missionario pronto a
dare la sua vita per portare il Vangelo di Cristo. “Così giorno dopo
giorno – continua padre Cannas – con la costanza dell’apostolo evangelico,
senza soste e senza riserbo e giornate senza fondo per la causa di Dio e la
salvezza del suo gregge che, senza andare oltre, fu ragione e motivo della sua
immolazione”.

Dopo circa due anni di apostolato nella missione, il padre
Aresu trovò la morte nel villaggio di Cabalian per opera di un uomo, ripreso
dal gesuita per aver nascosto la grave malattia e la morte della madre,
affinché non ricevesse il Sacro Viatico e gli altri sacramenti. Fu aggredito
alle spalle con parecchi colpi di lancia mentre “il pio religioso”
era in chiesa, solo e raccolto in preghiera. Sebbene agonizzante, a chi gli
chiedeva il nome dell’assassino, non volle rivelarlo, così rese l’anima al
Signore “con una onestissima morte” a 40 anni di età e 30 di
religione.

Nuovorientamenti, 25 ottobre 1992

 

PICCOLA STORIA CITTADINA
DI UNA CAGLIARI DIMENTICATA – LA
VIA MANNO NEL 1929

 

Da un articolo del 1929
di un cronista della cronaca cittadina di Cagliari si possono estrapolare
alcune  considerazioni sulla Via Manno,
che da alcuni anni, come si apprende dalla lettura, aveva cambiato nome.
Infatti era stata intitolata al Barone Manno, togliendo quello primitivo che
durava certamente da moltissimi secoli. Era conosciuta come “Sa
Costa”. Nella “Guida” dello Spano, del 1861, essa si chiamava
contrada della Costa.

Il cronista de
“L’Unione Sarda”, che si potrebbe ravvisare in Mario
Pintor, inizia il suo articolo scrivendo che la Via Manno non per nulla
aveva il vanto di aver tolto alla vecchia via l’antico nome, imponendo il suo e
il Barone Manno aveva  il diritto di
scendere dagli scaffali della Biblioteca universita­ria, ove era rimasto in
penombra, e chiedere come altri, anche minori di lui, il respiro di una via. E
gli fu data “Sa Costa che, delle vie cittadine dev’essere tra le più
antiche, come era ed è, la più simpatica rappresentante dell’aristocrazia del
commercio”.

E poiché “Sa
Costa”, anche dopo il cambio di nome continuava ad essere chiamata col suo
vecchio nome, il cronista scrive che anche dopo tanti anni di Manno, “c’è
molta gente, in Cagliari, che preferisce ricordarla col nome di origine, tratto
chi sa da quale motivo contingentale. Probabilmente, seguendo essa un bel
tratto della cortina dei bastioni, dava l’immagine di una costie­ra e fu detta
Sa Costa; ma non essendo noi degli storici e nemme­no degli attenti rovistai
della storia, lasciamo che ciascuno la pensi come vuole”.

A riguardo poi del
passaggio del tram nella via, fa la considera­zione che “Cagliari
continuerà a camminare egualmente per via Manno, come vi camminò quando era Sa
Costa. Solo che allora si camminava in libertà, mentre ora non si sa più, a
motivo del tram, se reggersi a destra
o
a
sinistra, e, comunque, si cammina male, da qualsiasi parte ci si tenga. Perché
della nostra via Manno che mutata mutandis fa il paio con la Via Condotti di Roma,
non si è rispettato né il suo sviluppo serpentino, né la naturale angustia,
mentre è serbato molto rispetto ai ciottoli, che sono ancora quelli di Sa
Costa, quando vi si camminava in pochi e vi passava qualche
traeca o i cavalli inghirlandati per la benedi­zione di S. Antonio”

Avendo saputo che si
sarebbe provveduto ad una moderna sistema­zione della strada osserva che
“sarà cosa che tornerà ad onore di Manno e a sollievo dei conterranei
dello storico, ma non si parla egualmente del tramutamento della linea del tram
che, non ha necessità assoluta di turbare il passaggio dei cittadini nella via
erta, stretta e angolare”.

Altra considerazione
riguarda la Chiesa
di santa Caterina, dato che la “Via Manno, non per nulla ha il vanto di
rappresentare l’aristocrazia del commercio. Essa, fin dalle origini, fu il
piccolo emporio di Cagliari e fu probabilmente per tal motivo che
i genovesi – animatori di commerci in tutto il mondo e perciò anche
di Cagliari – vi eressero la loro bella chiesa, votata a Santa Caterina da
Genova (sic), con l’esercizio del culto -
ci sia permesso dirlo che non c’è niente di male – a carattere
elegante, attivo e progressivo nel cammino della Chiesa”.
“La messa domenicale di mezzogiorno a Santa Caterina, – osserva il
cronista  raccoglieva, come San Silvestro
a Roma, il fiore delle famiglie elevatesi a grande dignità nel ceto dei commer­cianti
e negozianti e
i genovesi
dell’arciconfraternita, quando uscivano
o
quando
escono, a novembre ci pare, in processione col simulacro della martire,
impongono alla celebrazione una certa aria dì mondanità che piace e la fa
distinguere dalle altre”.

L’articolo conclude con
la considerazione sul tram e sulla chiesa dì sant’Antonio e scrive che
“meno pomposa nelle manifestazioni chiesastiche, la Chiesa di S. Antonio, che sta
al centro, è un gioiello architettonico, ma l’architettura esteriore, oggi che
la via è tormentata dal saliscendi del tram, le procura un dolore: quello di
avanzarsi troppo sullo spazio dei pedoni, formando uno stretto pericoloso tra
lo scalino d’accesso alla chiesa e alla rotaia del tram”.

Nuovorientamenti, 8
novembre 1992

 

NEL MONASTERO CAGLIARITANO DEI MERCEDARI DI
BONARIA  – Un manoscritto dimenticato di
Padre F. Sulìs

 

Nel convento dei mercedari di Cagliari si trova un pregevole
manoscritto che ne attende la pubblicazione. Ne è autore il p. Francesco Sulis
che lo redasse dal 1859 al 1870. Il manoscritto, che porta il titolo
(Collezione delle notizie rimarchevoli, sparse in vari libri e registri
relativi alla Congregazione Mercedaria in Sardegna”, è diviso in sette
parti.

Il p. Sulis, nato in Cagliari nel 1819 e morto a Roma nel
1895, studioso e valido scrittore, dotato di profonda cultura storica ed
umanistica, docente di indiscusso valore, per decenni ha donato il risultato
delle sue ricerche con la pubblicazione di diversi scritti, suffragati da
scrupolosa interpretazione delle fonti, con stile garbato e sobrio.

Il manoscritto, che contiene notizie utili per la storia dei
mercedari in Sardegna e per essere una piastrella che si incasto­na nel quadro
storico, sociale e religioso della nostra isola, illustra con grande competenza
le varie disposizioni date alle cappelle del santuario di Bonaria dalla sua
fondazione al 1870, anno della consacrazione della Vergine di Bonaria nel 51°
anni­versario della sua venuta in Sardegna; inoltre presenta magnifi­camente
i quadri esistenti nel Santuario e nel Convento, con note
sugli autori (parecchi dei quali sconosciuti), che si inseriscono nella storia
artistica isolana dal ’400 all’800, e di quella nazionale. Sono, inoltre,
riportate le date delle vestizioni, delle professioni e della morte di numerosi
mercedari sardi: ciò serve per risalire alla conoscenza dell’opera benefica e
vantag­giosa per
i sardi fatta dai
mercedari sia di quelli divenuti famosi per
i loro scritti
e per gli incarichi raggiunti, sia dei più umili; sono riportate poi numerose
notizie sulla Vergine di Bonaria e sugli scritti che interessano la storia del
Convento, apparse in periodici e testi dal 1600 al 1870, e si ha conoscenza
della inedita diatriba intorno alla questua per la costruzione del nuovo
ospedale di Cagliari.

Da quanto detto, crediamo che una fonte così pregevole non
debba restare avvolta nella polvere di un archivio che ha il merito di
possedere altri manoscritti e numerosi lavori stampati, di cui furono autori
gli studiosi mercedari dei secoli passati, che contribuirono alla conoscenza
della vita del loro Ordine nell’isola.

Nuovorientamenti, 24 gennaio 1993

 

UNA TRISTE PAGINA DELLA STORIA CAGLIARITANA – Cinquantanni
fa,
i
tremendi bombardamenti su Cagliari

 

II mese di febbraio del 1943 è ricordato nella storia
cagliarita­na come un mese triste e sconvolgente, tanto che
i cagliaritani ancora viventi non riescono a cancellare dalla
loro mente il di­sastro causato dai tre micidiali bombardamenti sulla loro
città.

Come cinquant’anni fa, il calendario di quest’anno presenta
gli stessi giorni dei bombardamenti del febbraio del 1943. Infatti, il primo
bombardamento, del 17 febbraio, cadde di mercoledì, e gli altri due, il venerdì
26 e la domenica 28 febbraio. Sono passati quindi 50 anni da quel tremendo mese
di febbraio, che sconvolse la nostra città e che portò lutti e rovine nelle
famiglie e nelle case cagliaritane. Ancora oggi, purtroppo, quel terribile mese
e
i
segni evidenti di quella immane tragedia non
riescono a cancellare quel dramma che sconvolse la città. Basta osservare le
colonne dei portici lungo la via Roma, le piante ri­maste nel piccolo giardino
prospiciente la stazione centrale,
i muri di
parecchie abitazioni dei quartieri della Marina, del Ca­stello e di Stampace,
la parte destra della chiesa di Santa Restituta, le case della ex via San
Giorgio, oggi via Santa Marghe­rita, ma sopratutto le lacerazioni delle carni
di coloro che so­pravvissero e vivono ancora, per rendersi conto a quanta soffe­renza
si dovette andare incontro.

Dal 17 al 28 febbraio Cagliari sopportò tre terribili
bombarda­menti, uno più sanguinoso dell’altro. Il primo, il mercoledì 17, alle
quindici circa, fu il segnale dell’inizio di un calvario per
i cagliaritani. Il secondo, venerdì 26, più furioso del primo,
circa alla stessa ora, ed il terzo, tragico e terrificante, dome­nica 28, alle
13 circa, che sconvolse la città e annientò del tutto le speranze dei
cagliaritani, che pensavano che il bombar­damento del venerdì fosse l’ultimo.

Dopo questi bombardamenti la città si svuotò nel disordine
di una vera e propria fuga di disperati verso
i paesi
dell’interno, per sfuggire non solo ad altri bombardamenti, ma ad un possibile
sbarco delle truppe anglo-americane, che già si trovavano nell’A­frica
settentrionale, padroni della situazione.

Cagliari fu sconvolta dalle bombe e dagli spezzoni lasciati
cade­re all’impazzata dalle fortezze volanti americane. Lo spezzonamento del 17
febbraio aveva provocato vittime e molto panico. Il 26 era una splendida
giornata di sole; nel primo pomeriggio ven­nero le prime ondate delle fortezze
americane con il loro tragico carico di bombe e di morte. In quel giorno le
bombe caddero sul Municipio, sul Mercato, nel Largo Carlo Felice e nei quattro
quartieri, distruggendo chiese, abbattendo molte abitazioni civi­li e facendo
numerose vittime.

Nel porto colpito da diverse bombe, galleggiavano in fiamme
le carcasse delle poche navi alla fonda e di alcuni pescherecci. L’edificio
della capitaneria del porto era un cumulo di macerie. Le bombe avevano colpito
lungo il terrapieno abbattendo l’edifi­cio del giornale “L’Unione
Sarda”, che da quel giorno terminò le pubblicazioni. Così la cittadinanza,
rimasta allibita da quella terribile giornata, non poteva conoscere
i danni arrecati alla città dall’attacco degli aerei
americani. Arrivò, purtroppo, il giorno più tragico, proprio l’ultimo giorno
del mese, con il più terribile bombardamento, quello del 28 che sorprese la
cittadinanza nelle proprie case; si credeva che, es­sendo domenica, la giornata
del Signore, non avrebbero bombarda­to; così molte famiglie cagliaritane
avevano lasciato
i rifugi della città per
assistere alla S. Messa e per preparare il pran­zo. Non fu suonato neppure
l’allarme, non ci fu il tempo. Fu que­stione di attimi. Gli aerei americani
sganciarono il loro tremen­do carico distruttivo. Si sentivano in continuazione
i
fischi delle bombe e, dopo pochi attimi, forti
esplosioni e boati che indicavano l’abbattimento di un numero imprecisato
di  palazzi, chiese e monumenti.

La totalità delle chiese cittadine subì ingenti danni: nel
rione dì Stampace, quella di Sant’Anna, la chiesa della Madonna del
Carmine e la chiesetta di San Giorgio; nel quartiere della Marina
restavano solo la struttura e il campanile della chiesa di Sant’
Eulalia, e subiva enorme distruzione quella di santa Lucia, mentre il
santuario della Vergine di Bonaria e la basilica subi­rono notevoli danni.
Nella via Manno la chiesa dei Genovesi era completamente distrutta. In Castello
il Duomo fu colpito, ma re­sistette, e nel rione di Villanova, del convento e
della chiesa di San Domenico non restavano
che poche pietre.

Cagliari è risorta per opera dei cittadini ritornati alle
loro case, abbattute
o lesionate e che hanno
proveduto alla ricostru­zione.

Il lavoro di Gianni Manconi riporta ricordi indelebili nella
men­te di molti cagliaritani, di quel triste avvenimen­to.

Nuovorientamenti, 14 febbraio 1993.

 

                        I FRANCESCANI IN SARDEGNA NEL 1746 –NELLA SARDEGNA DEL SETTECENTO

 

Per una ricostruzione
storica della vita francescana in Sardegna, in questo periodo di fervore degli
studi legati agli aspetti del­la vita sarda in tutte le epoche storiche, è
necessario consulta­re documenti e relazioni, tuttora chiusi negli archivi.
Infatti, nel fondo Baylle della Biblioteca Universitaria di Cagliari esi­ste un
lungo memoriale dal titolo “Relation historique et geo-graphique du
Roiaume de Sardaigne et
des principales Yles y
adia-
centes,
faite a la fin de 1′année
mille_septcentquarantesix”, che l’intendente generale dell’Isola, il conte
Viry, provvide a sten­dere per il sovrano di Savoia.

La relazione, che
contiene pagine dedicate a tutti
i
centri
della Sardegna,  con una molteplicità di
considerazioni, utili  per  la conoscenza
di un periodo ancora buio della storia isolana,  pre­senta notizie sulla comunità cappuccina
sarda e sul  numero dei monasteri  e
tratta  delle fondazioni di  conventi,
della  loro attività
socio-economica e del numero dei monaci. L’alto funzionario accenna alla tranquillità
raggiunta nel regno dopo il 1720, al passaggio dell’Isola ai Savoia, e scrive
che le feste si celebrano con regolarità e con grande devozione e che la
nobiltà è molto agiata. Alcune pagine sono dedicate alla buona condizione
economica dell’alto clero, che possiede molte rendite, e del basso clero delle
città, amante delle passeggiate e delle conversazioni, circondato sempre da
numerose schiere di ragazzi e di bambini, figli di parenti, che essi nutrono a
loro spese.

A Cagliari, scrive il
piemontese,
i padri conventuali
dell’Ordine di S. Francesco hanno un monastero nel sobborgo della Marina sot­to
il titolo di Sant’Antonio, abitato da 40 religiosi;
i cappuc­cini ne hanno due, uno lungo la costa del Buon Cammino, in
cui dimorano 80 religiosi, e l’altro, di San Benedetto, con 50 mona­ci, nel
sobborgo di Villanova. I frati della Regolare Osservanza hanno due conventi,
uno di 50 religiosi, in Villanova, sotto il titolo di San Mauro, e l’altro, con
80 frati, nella Marina, sotto il nome di Gesù, un tempo di Santa Rosalia, la
cui costruzione, non terminata, ha già imposto una spesa di 50.000 lire. Per le
religiose, l’ordine di San Francesco ha due conventi in Castello, sotto iul
titolo di Santa Lucia, il primo, in cui dimo­rano 92 religiose; l’altro, della
Concezione, di 75 religiose. Nel sobborgo della Marina si trovano 36
cappuccine, in un mona­stero di 24 palmi di dimensione, la cui costruzione,
lontana dal­la palizzata, non è ancora terminata. Cinquanta clarisse si tro­vano
nel monastero situato in Stampace, proprio sotto le mura del Castello, e
dipendono dall’arcivescovo, come tutti
i
religiosi
della città e della diocesi.

Nella diocesi
cagliaritana vi sono due conventi di cappuccine: uno ad
Iglesias, in cui risiedono 29 monache, ed uno ad Oroseì, dì 26
francescane. Nella città mineraria, inoltre, vi è un con­vento con 24
cappuccini; dello stesso ordine si trovano monasteri a Villasor, con 16 frati,
a Sanluri, 18 religiosi; un altro si trova a Nurri, di 16 cappuccini, ed infine
uno a Bitti, di 22 frati, e uno a Tortoli, con 18 religiosi.

In Oristano, città poco
popolata, sede arcivescovile, situata in una bellissima pianura, circondata da
antiche mura, in parte ro­vinate e in parte mal costruite, vi è un convento
con  2 0 cappuc
cini, un monastero di 30 osservanti e due conventi di religiose: quello
di Santa Chiara, 3 0 monache, e quello delle cappuccine, con 22 religiose. Gli
osservanti si trovano a Busachi, 22 monaci, a Gadoni, 20 religiosi, e a Fonni,
28 monaci; a Barumini vi è un convento di cappucini con 15 religiosi, a
Masulla, diocesi di
Ales, si trova un convento con
20 cappuccini, mentre a San Gavino ce n’è uno con 14 osservanti.

A Tempio, capoluogo
della diocesi di Civita, gli ossservanti sono 18 e le cappucine 33, mentre a
Sassari si trova un monastero con 40 religiose dell’Ordine francescano, sotto
il titolo di Santa Chiara; un altro monastero
è sotto il titolo di Santa Elisabet-ta, con 50 religiose, e un terzo,
con 40 cappuccine. Per quanto si riferisce ai religiosi, nella città turritana
vi è un monaste­ro con 50 osservanti, che hanno una infermeria, in cui sono
impe­gnati 5 monaci. Vi si trovano anche altri due conventi: uno con 5
religiosi e uno di 40 cappuccini, fuori città. A Tissi vi è un convento di 12
religiosi, a Luogo Santo uno, con 15 osservanti, e un altro di 21 cappuccini. A
Castelsardo, della diocesi di Ampu-rias, si trovano due conventi, uno con 12
padri conventuali di San Francesco, e uno di 12 cappuccini; a Nulvi 16 frati
osservan­ti e un monastero, che ospita 12 religiosi, e uno di 10 cappucci­ni.
Dello stesso ordine vi sono 17 cappuccini a Ittiri Canneddu, 16 monaci a
Ploaghe, e 21 cappuccini a Sorgono, dove si trova an­che un convento con 15
osservanti. I monasteri francescani ad Al-ghero (in cui se ne trova unocon 30
clarisse) e nella diocesi so­no così distribuiti: uno con 24 osservanti, uno
con 3 0 conventua­li e uno di 25 cappucini. Ad Ozieri vi è un convento di 20
cap­puccini e uno con 24 osservanti. Un altro di frati osservanti si trova a
Nuoro, con 16 religiosi, uno ad Orani con 20, un altro a Bolotana con 12
monaci. In questo centro si trova anche un con­vento con 15 cappuccini; a
Bottida, un convento con 4 conventua­li, a Bosa vi è un monastero con 24
francescani, mentre a Cuglie-ri sì trova un convento di cappuccini, a Padria 12
osservanti e a Santulussurgiu 16 monaci dello stesso ordine.

A conclusione, dalla
relazione dell’alto funzionario piemontese, risulta che la presenza francescana
si avvaleva di circa 2800 mo­naci e 500 monache, le cui case erano distribuite
in maniera mol­to strategica in tutte le diocesi sarde.

Nuovorientamenti, 21
febbraio 1993

 

MADRE TERESA DI GESÙ
BACQ, VERSO L’ONORE DEGLI ALTARI

 

II 5 marzo inizierà la causa di beatificazione di Madre Teresa di Gesù Bacq, al secolo Maria Elisabetta, fondatrice delle suore di Nostra Signora della Mercede, nata a
Parigi il 16 settembre 1825 da genitori luterani, e che si è fatta cattolica il 31 maggio 1839. Cinque anni più tardi diventò religiosa delle Figlie dell’Assunzione. E per dare solidità alla Congregazione religiosa. Maria
Elisabetta, divenuta nel frattempo la Madre generale, nel 1885 chiese l’aggregazione
all’Ordine della Mercede. Soltanto
nel 1887 ottenne l’approvazione e le Figlie dell’Assunzione divennero le Suore di Nostra Signora della Mercede.

Tutta l’esistenza di Madre Teresa, che
morì nella capitale francese il 1 giugno 1896, ri
propone un messaggio, che è attuale e sconvolgente, di indiscussa fedeltà a Dio, di obbedienza alla Chiesa, di attenzione all’uomo, povero e bisognoso. La spiritualità vissuta e proposta da Suor Maria Elisabetta è essenzialmente cristologica e mariana e si identifica
nell’impegno di vivere la vita di Gesù in
Maria, mediante la contemplazione del verbo Eterno da Lei generato nel tempo e attraverso l’imitazione delle virtù umili e nascoste praticate da Maria nella vita terrena.

Il tema ricorrente nei suoi scritti è l’ardore interiore
che la sollecita incessantemente a procurare, con tutti i
mezzi, la gloria di Dio e
la salvezza
delle
anime. Gli elementi essenziali
sono: essere figlie e
serve della Madre di Dio, lavorando, in suo nome, alla salvezza dei poveri e degli abbandonati; ispirarsi a Maria e
al suo dolce amore per
i poveri e dedicarsi a tutte le opere di carità e misericordia; tendere alla santità personale e promuovere la santificazione del prossimo.
L’Istituto, sorto inizialmente col
nome di «Religiose dell’Assunzione
Nostra Signora» per onorare la vita
di Gesù in Maria e con finalità educative, è oggi riconosciuto dalla Chiesa con l’appellativo di «Suore di Nostra Signora della Mercede», con finalità apostolica per testimoniare l’Amore misericordioso di Cristo Redentore, mediante la dedizione nella carità al servizio di ogni uomo bisognoso di liberazione.

Attualmente l’Istituto comprende 500 membri ed ha 54 comunità e 4 case di formazione sparse in tutto il mondo e l’educazione e la formazione cristiana della gioventù sono imperniate nell’assistenza caritativa, nell’evangelizzazione e nella promozione umana in terra di missione.

Nuovorientamenti, 7 marzo 1993

 

UNA PAGINA DELLA LUNGA STORIA DEL FRANCESCANESIMO NELLA NOSTRA ISOLA -
Padre Angelo Maria Canìo e la storia della fondazione dei conventi francescani
in Sardegna

 

P. Vincenzo Mario Cannas ofm, studioso di cose sarde, da
vari anni direttore dell’Archivio Arcivescovile di Cagliari, si ripre­senta
sulla scena letteraria sarda con una pubblicazione su Angelo Maria Canìo di
Gavoi, uno dei francescani più emeriti del primo Ottocento. La copertina del
volume “P. Angelo Maria Canìo dei Frati Minori e l’Ordine di S. Francesco
in Sardegna”, curato appunto dal terteniese P. Cannas, – che all’Ogliastra
ha dedicato e dedica diverse pubblicazioni -, porta il bellissimo stemma
dell’Ordine, del 1881, data di unione delle due province. Con questa
pubblicazione lo studioso si è inserito ancora una volta nella storia del suo
Ordine, riportando alla luce la sua opera di intensa vita reli­giosa e gli
scritti.

Lo studio di P. Canio è interessante perché, in una
sessantina di pagine, presenta la storia dell’Ordine di S. Francesco nella nostra
Isola, dal XIII sino al 1700, attraverso le fondazioni di numerosi conventi
sparsi in tutta la Sardegna,
da lui scritta dell’Ordine francescano. Così inizia prima della sua scomparsa.
Il redattore del
“Periodico Sardo-Politico-Religioso”,
Francesco Vacca, lo pubblicò, in 14 dispense dal n. 10 del 10 marzo al n. 34
del 25 agosto del 1894.

Francesco Vacca, nell’aprire lo scritto di P. Canìo, aveva
fatto osservare che il francescano aveva tratto le memorie dall’”Opera
storica della provincia francescana in Sardegna” del Ministro provinciale
Pacifico
Guiso
Pirella,
fondatore della chiesa
della basilica della SS. Vergine dei Martiri nella chiesa del convento di
Fonni, nel 1822, in
occasione di un suo soggiorno di cinque mesi nel convento. La storia ha inizio
con l’approvazione, nel 1210, della Regola Francescana da parte del papa
Innocenzo III, quando tre religiosi, partiti dalla Palestina, arrivarono nella
Sardegna settentrionale, dove fondarono tre chiese: una in onore della SS.
Vergine, un’altra di San Nicola e la terza di san Francesco; quest’ultima di S.
Maria di Logu Santu, la prima dell’Ordine francescano. Così inizia la storia
delle fondazioni.

Oggi, dopo circa un secolo, lo scritto riappare per opera di
p. Vincenzo Mario Cannas, che in circa quarant’anni di attività letteraria ha
pubblicato numerosi studi a carattere storico-ecclesiastico, agiografico e
archeologica. Egli ha provveduto alla sua ripubblicazione con una puntuale,
dettagliata e corposa introduzione, che ripercorre a “volo d’uccello”
questa figura emerita del francescanismo sardo”.

P. Cannas, che ha fondato e dirige da alcuni anni la rivista
“Studi Ogliastrini”, giunta al 4° numero e che ha prodotto un’in­finità
di articoli e collabora a vari periodici e giornali regio­nali, non si è fermato
alla riproposizione del lavoro del P. Canìo, ma ha provveduto anche a reperire
altri dati biografici che non esistevano nell’Archivio Provinciale di S. Mauro;
qui si trovava soltanto un breve necrologio con pochissime notizie oltre a
quella della morte, avvenuta a Cagliari, nel convento di S. Mauro, il 6
novembre 1840. Ha
dovuto così allargare le indagini al registro della chiesa parrocchiale di
Gavoi, località in cui nacque, dove ha rintracciato l’atto di battesimo di
Angelo, Salvatore, Favinio, Sisinnio Canìo, del 6 agosto 1767.

P. Cannas, grazie alle ricerche effettuate anche
nell’Archivio Vescovile di Nuoro, nell’Archivio Storico della Curia arcivesco­vile
di Cagliari, completate nell’Archivio Provinciale di S. Mauro, ha potuto
reperire altri dati sul francescano di Gavoi. Dagli atti poi dell’Archivio
Arcivescovile di Cagliari, risulta che entrò nell’Ordine francescano nel 1788,
che il 19 dicembre 1789 gli fu conferito il diaconato e che due anni più tardi
ricevette l’ordinazione sacerdotale, il cui documento però non è stato
rintracciato. Nel 1810 divenne Vicario della Provincia di S. Saturno, e quattro
anni più tardi Ministro provinciale della stessa provincia.

Dopo l’introduzione, padre Cannas ha inserito, nel volume, i sigilli poco noti delle due province sarde francescane,
quella della B.M.V. delle Grazie dì Sassari e quella dì S. Saturnino M. di
Cagliari, che si fusero dopo la ripresa nel 1868, e l’ha ar­ricchito con altri
dati biografici. L’opera, che è ricca di notizie su circa una novantina di
conventi sardi, sorti dal 1200 al 1730, presenta, a conclusione, un elenco
delle fondazioni dei monaci camaldolesi, dei cistercensi e delle monache
benedetti­ne. Chiude la pubblicazione un pregevole elenco analitico come fonte
di consultazione.

Nuovorientamenti, 21 marzo 1993

 

RICORDO DI UN ATTIVISSIMO MERCEDARIO  – Padre Giuseppe Melchionna

 

Nella domenica delle Palme dì cinque anni fa, moriva il
mercedario Giuseppe Melchionna, che era stato nel convento dì Bonaria dal 1956
al 1967 prima dì essere trasferito come parroco e supe­riore del convento di
Alghero. Dal 1973 al giorno della morte, avvenuta negli ultimi giorni di marzo
del 1988, p. Melchionna era parroco a Nemi, in provincia di Roma. Aveva 67
anni, essendo nato a Carife, in provincia di Avellino, nel 1921.

Nel santuario dì Bonaria svolse intensa attività di vice
parroco e di Direttore della rivista dei mercedari sardi “L’Eco di Bona­ria”
e lavorò per la sua diffusione “aumentando il numero delle Zelatrici e
riservando per loro il prezioso angolo dello Sve­gliarino“.

Lo si ricorda anche perché fu autore di numerosi articoli
sulla storia della Vergine dì Bonaria e la presenza mercedaria nell’I­sola. Si
deve a lui la seconda parte della pubblicazione “Santua­rio di N.S. dì
Bonaria” in collaborazione con lo studioso Pietro Leo, direttore
amministrativo dell’Università degli Studi dì Ca­gliari e poi sindaco della
stessa città. Lo studio, corredato da numerose note storiche e da
illustrazioni, alcune delle quali di pregevole valore artistico, usciva in occasione
della visita in Sardegna, nel 1970, del Santo Padre Paolo VI per il sesto
cente­nario dell’arrivo a Cagliari, sul colle di Bonaria, della immagi­ne
miracolosa della Vergine. La pubblicazione veniva stampata ne­gli stabilimenti
litotipografici della Società Poligrafica sarda nell’aprile del 1970, che
provvedeva anche al corredo lussuoso della copertina per un certo numero di
copie.

Padre Giuseppe Melchionna vi collaborò con la pregevole e
utile guida del santuario, comprendente anche la prima e tuttora unica
presentazione della storia della Basilica, inaugurata nel 1934, e la
descrizione particolareggiata dell’interno e delle nove cap­pelle.

La rivista “L’Eco di Bonaria”, scriveva , nel
1988, che p. Mel­chionna, un sacerdote attivo e zelante della gloria dì Dio e
del bene della gente, amante della liturgia e delle sacre funzioni, cercava dì
animarle sempre con canti ed istruzioni appropriate per coinvolgere
i fedeli con una fruttuosa partecipazione”. Per
concludere ricordiamo che è stato direttore della “Schola cantorum”
ed organizzatore di teatro e
recite musicali con i gio­vani.

Nuovorientamenti, 11 aprile 1993

 

 CENT‘ANNI FA
VENIVA CHIAMATO ALLA GUIDA DELLA CHIESA DIOCESANA -  Mons. Paolo Maria Sercì, arcivescovo dinamico

 

Un secolo fa, precisamente il 16 gennaio 1893, il nuraminese
Pao­lo Maria Serci, veniva nominato arcivescovo di Cagliari dal papa Leone
XIII, dopo dieci anni di missione pastorale nella Archidiocesi oristanese. Nel
novembre dello stesso anno prese possesso canonico e circa un anno dopo faceva
l’ingresso solenne nella Cattedrale di Cagliari.

Paolo Maria Serci era nato a Nuraminis nel 1827. A 14 anni otten­ne
una piazza gratuita dal cardinale Cadello per frequentare il Seminario di
Cagliari. Alcuni anni dopo, terminati gli studi teo­logici e ricevuta
l’ordinazione sacerdotale, fu inviato a Torino, nell’Accademia di Superga, per
particolari studi. Tornato a Ca­gliari, fu nominato direttore spirituale del
Convitto Nazionale cagliaritano e contemporaneamente del seminario. Dopo undici
anni di questo mandato fu nominato parroco di Sant’
Eulalia. Nel 1871 Papa Pio IX lo nominò vescovo d’Ogliastra. Per
dieci anni fu a Tortoli, sede allora della diocesi ogliastrina, dove lasciò
1′impronta della sua provvida operosità con opere e con scritti. Nel settembre
del 1887 fu trasferito nelle sede arcive­scovile d’Oristano, in cui lavorò con
grande bontà e dedizione, curando moltissimo il Seminario e il clero e portando
la diocesi ad un grado di vera efficienza. Provvide a restaurare il seminario e
l’episcopio. Anche nella archidiocesi oristanese rimase una de­cina d’anni,
continuando a scrivere le sue memorie. Numerose le iniziative per la diocesi
cagliaritana, tra cui la consacrazione del Santuario di Bonaria per il 25°
anniversario della incoronazione del simulacro venerando della Vergine, la be­nedizione
della prima pietra del nuovo municipio di Cagliari in via Roma, la benedizione
dell’acquedotto di Sinnai e della nuova chiesa di S.
Vitalia in Villasor, la riapertura al culto del mo­nastero di S.
Lucia di castello e la benedizione della prima pie­tra della chiesa di S.
Antonio in Quartu.

Delle sue opere ci restano “I miei tre
episcopati”, due pubblica­ti nel 1897 e il terzo nel 1898, dalle quali si
possono trarre le notizie biografiche. Sono scritti che riportano lettere
pastora­li, circolari, iscrizioni, componimenti vari in italiano, latino e
sardo, che hanno  una importanza notevole
per la ricostruzione della vita religiosa e sociale delle zone in cui svolse
l’attività pastorale.

Mons. Luigi Cherchi, recentemente scomparso, nel suo lavoro
“I vescovi di Cagliari” (314-983), note storiche e pastorali, (Ca­gliari,
Tea 1983), scrisse che mons. Serci era una persona colta, un pastore che curava
la parte liturgica e spirituale del suo popolo, una persona di formazione
ecclesiastica eccellente e che amava tutto ciò che rendeva onore alla Chiesa e
al Papa. Morì con sensi di devozione e pietà, come era vissuto, il 18 settembre
1900, all’età di 73 anni.

Nuovorientamenti, 2 maggio 1993

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE FANCIULLI E ADULTI
SUBNORMALI  Il centro residenziale riabilitativo di Cagliari

 

Nel
1986, dopo anni di studio e di
progettazione,
viene aperta a Caglia­
ri,
in convenzione con le UU.SS.LL., la «Comunità-Alloggio». La realizza­
zione ha seguito un iter cronologico «fisiologico». Infatti nel 1962, quan­do si crearono i primi laboratori Anf-fas, i ragazzi da IO ai 12 anni erano in famiglie o provenivano dalla scuo­la speciale.

Con
il generale miglioramento del­
la
qualità della vita e della conse­
guente maggior durata della soprav­vivenza, anche dell’insufficienza mentale, si pose il problema del «do­po di noi», cioè di come garantire una vecchiaia dignitosa e serena a per­sone ormai adulte che, per quanto riabilitate e recuperate, non avreb­bero potuto comunque sostenere il carico di autogestire oltre al loro handicap, la solitudine e la vec­chiaia.

La
sezione di Cagliari, forte dell’e­
sperienza maturata in tanti anni, de­cide di affrontare il problema. Si co­mincia ad
abbozzare numerose pro­poste e progetti che
vengono corret­ti, modificati e
sostituiti per motivi di carattere
soprattutto economico ed
organizzativo.

Ulteriori
problem’i derivavano dal­
le
difficoltà di reperire strutture, non
sempre
disponibili per i «diversi»; una volta
reperite, occorreva modi­ficarle per adeguarle alla normativa vigente. Nel 1986 è stata aperta la comunità-alloggio, con una capaci­tà di sei posti per ritardati mentali, di
cui quattro occupabili stabilmen­te e due
lasciati a disposizione per l’emergenza
e la rotazione.

I
requisiti per l’ammissione: l’età
dai 14
anni in su, presenza delle au­tonomie di base, comportamenti so­ciali sufficientemente adeguati e il gradimento e
l’accettazione dell’in­ternato da
parte del disabile.

La realizzazione delle strutture ha presentato, in convenzione con le UU.SS.LL., con la nuova legge
sul­l’assistenza e con le convenzioni con i Comuni, difficoltà enormi per le lungaggini burocratiche che allonta­nano nel tempo l’autorizzazione al­l’uso
della struttura ed il convenzio-namento alla
erogazione del servi­zio, mentre per
l’Ente decorrono, in attesa che si
concluda l’iter burocra­tico, le
spese di fitto, luce, condomi­nio,
senza copertura finanziaria

Nuovorientamenti,
9 maggio 1993

 

            CAGLIARI – UNA CITTÀ DA SALVARE  -
“Castello”: un quartiere dimenticato

 

Con l’uscita dei quarto numero “Castello” si è
conclusa la pub­blicazione della “Guida ai quartieri storici di
Cagliari”, che ha lo scopo di dare un piccolo ed affettuoso contributo
alla città capoluogo dell’Isola col raccontarne la storia, per contribuire a
conoscerla ed amarla di più.

Il volumetto, di una sessantina di pagine, arricchito dalle
fotografie pittoriche di Giuliana Goddi e dalla versione in inglese, che dona
un tono internazionale alla pubblicazione, si apre con la prefazione
dell’Arcivescovo di Cagliari mons. Ottorino Pietro Alberti; egli, nella
escursione nel quartiere alto della città, osserva che dovunque è
“silenzio, solitudine, un senso mesto di abbandono e di degrado”, e
che il silenzio gli porta non l’immagine che ha colpito
i suoi occhi, bensì il sentimento che “s’è andato
rafforzando nel cuore, al contatto, autentico e commovente, con la ‘mesta’
dignità che spira nel nostro “Castello”, che pur nell’abbandono e nel
degrado sa parlarci ancora dei tempi andati: non lieti neppure quelli, ma forse
migliori di quelli odierni”. Dalle parole accorate dell’Ar­civescovo si
comprende che il quartiere, in forte degrado e abbandono, non ha più quella
vita attiva dei tempi passati.

La pubblicazione presenta poi un succinto quadro storico, si
sofferma, quindi, nelle strade e nelle piazze del Castello e dà un ampio
respiro alla parte che si riferisce alle molte chiese, racchiuse in un
quartiere molto piccolo: presentando la lunga e secolare storia per ognuna di
esse, in testa la stupenda catte­drale, piena di storia e di arte.

Il capitolo successivo è dedicato ai protagonisti della
storia del quartiere: le torri,
i bastioni, i palazzi e i musei della cittadella,
che con le collezioni d’arte hanno sostituito la cittadella fortificata dei
diversi periodi storici. Chiude la pubblicazione la parte su “Arti e
Mestieri”, con la quale si cerca di interessare
i cittadini al ricupero del quartiere, un tempo il rione
mercantile, le cui strade portavano il nome delle attività artigianali e
commerciali.

Nuovorientamenti, 16 maggio 1993

 

  RIPRISTINATA L’ANTICA FESTA IN
ONORE DELLA MADONNA DI ADAMO – Un pescatore scopre in un mollusco una piccola
immagine della madonna

 

La sera del 30 maggio, nella chiesa dei SS. Giorgio e Caterina, nel
quartiere di Monte Urpino, si è celebrata la festa in onore della Madonna di
Adamo, ripristinata per volere del nuovo priore dell’Arciconfraternita dei
Genovesi, Mario Lastretti. Ha officiato la Messa cantata p. Vincenzo Mario Cannas, dell’or­dine
dei frati minori di San Mauro, il quale, nell’omelia ha tracciato, in grandi
linee, la storia degli avvenimenti dal ri­trovamento, intorno alla seconda metà
del Cinquecento, della im­magine della Madonna di Adamo ai giorni nostri e
delle grandi fe­ste che si tenevano nella chiesa dei SS. Giorgio e Caterina in
Via Manno, detta “Sa Costa”, un centro di attrazione religioso, sorto
negli ultimi anni del Cinquecento, per opera dei Genovesi. L’immagine fu
ritrovata, all’interno di un mollusco, da un pesca­tore, di nome Adamo, il
quale la portò a casa sua, costruendole un piccolo altare.

P. Cannas, assistito dal parroco don Prost, ha detto che l’immagine,
oggi esposta nel primo altarino, alla sini­stra dell’altare maggiore, con una
raggiera maiolicata, opera del 1964 del ceramista sardo Federico Melis,  era di cm. 7×5, ricava­ta da una pietra
morbida con colori delicati.

Alla festa della Madonna d’Adamo, che era iniziata dopo il 1608 quando
l’immagine fu donata all’Arciconfraternita dei genovesi da parte del nipote del
pescatore Adamo, Giovanni Battista Riva, ac­correva da ogni centro dell’isola
una  folla immensa per tributare onori e
preghiere alla piccolissima immagine della Madonna, dispensatrice di grazie.

La festa, preceduta da solenne novenario, si svolgeva nella chie­sa di
via Manno il 26 luglio, mentre la mattina del Venerdì Santo si effettuava una
processione in occasione della visita alle set­te chiesa: consuetudine sospesa
dalla Giunta municipale, nel 1758, per abusi, ripresa alcuni anni dopo nel
pomeriggio del Giovedì Santo, ma nel 1805
i festeggiamenti furono definitivamen­te
soppressi.

Vent’anni dopo fu ricostituita ad opera del vicario generale mons.
Domenico De Rosa e del marchese d’Albis e Barone di Sorso, don Vincenzo Amat di
S. Filippo.

Il culto della Madonna di Adamo si propagò per molti villaggi dell’Isola
e soprattutto a Serramanna, Serrenti, Oristano, Alghero, Arbatax, Orosei,
Oliena, Bitti e Meana Sardo; in quest’ultima località si costruì anche una
cappella.

Durante i
bombardamenti sulla città di Cagliari, nella seconda guerra
mondiale, il Cappellano e il Priore dell’arciconfraternita di S. Caterina
posero in salvo la sacra immagine e gli arredi sa­cri nei sottani della chiesa,
che venne distrutta completamente dai bombardamenti del 28 febbraio 1943 prima
e del 13 maggio poi. L’immagine fu portata a Dolianova e in seguito a Meana
Sardo. In­fine, dopo la costruzione della nuova chiesa alle pendici di Mon­te
Urpinu, nel 1964, la sacra statuetta fu posta sopra l’altarino a sinistra
dell’altare maggiore, dove oggi si trova.

Nuovorientamenti, 13 giugno 1993 

 

MONTATI I PORTALI DELLA CHIESA MADRE DI ORISTANO, OPERA DI DON ANTONIO DESOGUS

Un’equipe di tecnici per superare le difficoltà di installa­zione dei portoni
bronzei della Cattedrale di Oristano

 

Una équipe di tecnici ha saputo
brillantemente risolvere la difficile impresa del montaggio dei due giganteschi
portoni bronzei opera dell’artista don Antonio Desogus, con la disinte­ressata
collaborazione di don Lauro Nurra e di Tonino Spiga, che hanno coordinato il
trasporto, la messa in opera e il fissaggio delle pesantissime ante dei portali
(2500 chili l’una). Per quest’opera si sono lodevolmente prestate alcune
imprese, in particolare quella dei trasporti di Mario Rubino di Cagliari,
quella artigiana di Giuseppe Pisu di Quartucciu e la società Hilti con il suo
specialista Marco Argiolas per il fissaggio dei portali, mediante gli accorgimenti
tecnici più moderni. A questi si è anche unito, con la sua valida opera, il
fabbro oristanese Giorgio Faedda.

A parte la notevole impresa
artistica, che non ha bisogno di commenti, è utile sottolineare ì momenti
successivi che hanno visto impegnate una serie di persone competenti nei vari
settori, necessari alle fasi dei lavori stessi. Dalla preparazione delle forme
in legno nella falegnameria di Pagliarini ad Elmas, alla
“modellatura” nel vecchio magazzino messo a disposizione, alle
sorelle Suella di Elmas, alla nota fonderia di Macchiareddu per la fusione dei
calchi ed al difficile assemblaggio dei pannelli messi in opera dal tecnico
Renzo Fadda, sempre nelle officine di Macchiareddu.

Se i tempi
tecnici si sono un po’ protratti nel tempo, bisogna però riconoscere la serietà
che ha improntato le fasi di questo difficile lavoro. Si è trattato di un
impegno senza precedenti che appare nel risultati ottenuti, soddisfacente sotto
ogni punto di vista e innegabile frutto di grande meticolosità e precisione.
Questa risposta tecnica può valere anche per superare definitiva­mente la
leggerezza di certi interventi spesso polemici da parte di talune persone
incompetenti e lasciare all’opera stessa la risposta più diretta ed immediata.
Al popolo spetterà l’ultima parola, perché proprio alla popolazione ed alla sua
fede è dedi­cato questo lavoro d’arte religiosa e storica: così infatti si sono
espressi l’arcivescovo mons. Piergiulìano Tiddia e lo stesso artista che hanno
sottolineato, nella recente conferenza stampa, questa funzione socio-religiosa
dell’arte sacra. Un così importante aspetto, non disgiunto esso stesso dalla
grossa mole di lavoro tecnico, ha coinvolto solidarmente l’intera diocesi
arborense, cui ogni parrocchia, territorialmente, ha un riferimento
mistico-simbolico. Questo coinvolgimento diocesano segna anche quasi una tappa
ideale nella storia del cammino della salvezza del popolo di Dio, così come le
peregrinazioni ed
i nuovi insediamenti, di volta in volta, continuano a farci rivive­re i cicli
vitali di ogni altra epoca e popolo di questa mondo, come del resto intendono
sottolineare le stesse scritte e dida­scalie sulle ante dell’opera. La
benedizione e l’apertura uffi­ciale dei nuovi portarli serviranno a confermare
quella generosi­tà largamente partecipata e si uniranno come mistica
espressione di fede, per la maggior gloria di Dio nel suo Tempio.

Nuovorientamenti,  20 giugno 1993

 

RICORDO DI P. RAFFAELE DA SANTA GIUSTA, STORICO DEI CAPPUCCINI

 

Il 20 gennaio 1958 per i tipi “Luz
de Cruce” vedeva la luce, in Mi­lano, lo studio del cappuccino p. Raffaele
“I frati minori cappuccini in Sardegna”(1590-1946), con l’imprimatur
in Cagliari il 29 novembre 1956 da parte del Vicario Generale Giusppe Lai Pedro­ni.

Pochi mesi dopo, precisamente il 6
luglio, padre Raffaele  dece­deva a
Cagliari nell’Ospedale San Giovanni di Dio. Sono passati 35 anni e poco si è
scritto su questo cappuccino che, oltre alla sua esemplare vita religiosa, amò
e apprezzò lo studio dell’Ordi­ne tanto da dedicare la pubblicazione di scritti
sull’Ordine: “Missionari Sardi dei Minori Cappuccini”, (Cagliari
1931), cui seguì “L’albero serafico dei Tre Ordini di San Francesco”,
edito in Parma nel 1937, e l’anno successivo “Mo­res e il suo convento dei
Cappuccini”. Appunto nel 1958, anno della sua morte, appariva il primo
volume de “I Frati Minori Cappuccini in Sardegna”.

P. Raffaele, al secolo Giacomo
Contini, era nato in Santa Giusta il 3 novembre del 1880. All’età di vent’anni
vestì l’abito fran­cescano, fece la professione solenne il 17 aprile 1904 e
l’anno successivo, in Oristano, veniva ordinato sacerdote. Si laureò in
teologia dogmatica e successivamente fu cappellano militare durante la prima
guerra mondiale.

Fu Superiore in vari conventi e
Direttore, docente e guida spiri­tuale negli studentati di filosofia e teologia
nei diversi conventi cappuccini. Promosse l’idea di un seminario Serafico in Sa­rdegna,
fu cofondatore, nel 1921, e collaboratore della rivista “Voce Serafica
della Sardegna” che lo scorso anno compì settan­t’anni di vita, e fu
delegato Provinciale per il Terzo Ordine Francescano e per vario tempo
direttore spirituale.

Che il suo ultimo lavoro, cui doveva
seguire un secondo volume, fosse di fondamentale importanza per l’Ordine dei
Cappuccini lo si deduce dalla prefazione in cui scrisse che la conoscenza della
storia dell’Ordine e della propria Provincia è un’esigenza per i giovani
“affinché conoscendo bene la storia del passato s’imbevano dello spirito
dell’Ordine al quale appartengono”.

Nuovorientamenti,11 luglio 1993

 

     RACCOLTA DI
IMMAGINI SULLA SAGRA DI S.EFISIO – Un libro fotografico di Michele Del Piano

 

Con grande cornice di pubblico, il Vescovo di Tempio, mons.
Paolo Atzei, il direttore di Videolina e conduttore della rubrica “Scaf­fale
d’Autore”, dott. Gianni Filippini, e lo storico Giancarlo Sorgia,
direttore dell’Istituto di Storia Moderna dell’Università di Cagliari, hanno
presentato ottimamente il libro di Michele Del Piano “Lungo viaggio di un
popolo alla ricerca dell’identità per­duta”; una pregevole raccolta di
immagini di grande effetto sulla sagra di S. Efisio.

Sebbene gli scritti, le relazioni e i servizi giornalistici sulla sagra del martire guerriero
siano numerosi e abbiano anche di­scusso a lungo, senza risolverlo, il problema
della nascita della festa, che si snoda dalla chiesa di Stampace a quella di
Nora, avvenuta nel 1657,
l’anno successivo alla terribile peste che de­solò la
città di Cagliari, mancava uno studio che presentasse la processione inserita
nella letteratura, nella storia e nella fotografia. E’ quanto ha eseguito
Michele Del Piano, già presen­tatosi alla ribalta della pubblicistica
fotografica, illustrando, con meravigliose immagini, la secolare sagra di S.
Francesco di
Lula.

Nei piani di Michele vi era poi una raccolta illustrativa di
un’altra antica sagra, la sua scomparsa però l’ha resa impossibi­le. A distanza
di oltre dieci anni dalla morte, grazie soprattut­to ad Antonio Salis,  che ne ha curato la pubblicazione, facendo sì
che il lavoro faticoso e puntiglioso di Michele non venisse vanificato, l’opera
ha visto la luce.

E’ anche merito della mentalità imprenditoriale di Nino
Careddu, fondatore, da oltre dieci anni, delle edizioni “Castello”,
che ha saputo vedere giusto pubblicando, con ottima veste tipografica, curata
dalla professionalità della Fotolito di Valter Dessi, le belle immagini che
Michele Del Piano aveva saputo fissare con 1′obiettivo.

Il volume, di grande formato, con circa ottanta foto, alcune
a colori, tutte professionalmente riuscitissime, ha il pregio di ripercorrere
fotograficamente la sagra nelle sue fasi: dalla pre­parazione della festa nella
chiesa del quartiere di Stampace, al­la lunga processione per le strade di
Cagliari, alla cornice di numeroso pubblico, alla presentazione dei luoghi del
passaggio del Santo oltre la città verso la chiesa di
Nora, con le immagini delle diverse statue del martire, alla
caratteristica presenta­zione del patrono S. Efisio che protegge la città di
Cagliari dall’assalto dei francesi nel 1793, al passaggio del cocchio se­guito
dalla folla e dalle macchine, alle giornate di festa nei luoghi del martirio,
alla fantasmagoria dei costumi sardi dei di­versi paesi isolani.

L’ottima pubblicazione si apre con la presentazione di
Antonio Salis, col quale Michele Del Piano aveva avuto uno stretto rap­porto di
amicizia, scambiando suggerimenti e dibattendo alcuni aspetti, per essere, per
tradizione familiare, un conoscitore di ogni passaggio della festa, quali la
benedizione del giogo di buoi, la processione del giovedì santo, facente parte
della se­quenza di festeggiamenti e usanze che Cagliari riserva al suo Santo
preferito. Inoltre Antonio Salis ha cercato di dare una veste rispondente il
più possibile alla volontà dell’autore.

Michele Del Piano, nella sua introduzione, che porta lo
stesso titolo del libro, aveva scritto che la festa “è un potere che si
estende un po’ a tutti, da Cagliari a
Nora per i quattro giorni della sagra: un potere da riconoscere nel
carattere principalmen­te religioso che la sagra ricupera appena fuori di
Cagliari con 1′itinerare del santo da una Chiesa all’altra”, e non è solo
la parte fuori di Cagliari ad essere un fatto religioso, è tutta la festa,
anche se in questi ultimi anni si sono verificati fenomeni profani, soprattutto
a livello politico. Ed è questo il lato che più offende la sensibilità di
Michele Del Piano.

Interpretando così il pensiero dell’autore, affermiamo anche
noi che la sagra, sebbene nata nel 1652, per opera di un voto dei consiglieri
comunali della città, non deve trasformarsi in un fatto politico-amministrativo,
deve restare una festa di popolo, che “ogni anno, sono parole di Michele
Del Piano, nei primi di maggio, compie
ancor oggi il
suo lungo viaggio alla ricerca dell’identità perduta”.

Nuovorientamenti, 5 settembre 1993

 

UN VOLUME DEDICATO AGLI SCRITTI DI S. TERESA
-TERESA D’
AVILA
NELLA LETTERATURA

 

Gli scritti di santa Teresa D’Avila sono stati, sin da quando vi­dero la luce, una lettura
squisita per
i ricercatori di bellezze
letterarie e dei valori della spiritualità, e continuano a spar­gere luce tanto
che le loro edizioni si sono susseguite instanca­bilmente. E in occasione del
380° anniversario della prima pub­blicazione del “Libro delle
Fondazioni” (1613), l’anno in cui si pubblicarono le “Novelle
esemplari” di
Miguel de Cervantes, è più che mai opportuno
riproporre
i valori umani ed
evangelici che la santa spagnola ha incarnato nel suo tempo.

Non riproponiamo la biografia della Santa, nata nel marzo
del 1515 e morta nel 1582, poiché è ben nota a molti; la presentiamo ora
attraverso le parole di agiografici e storici spagnoli, ri­portati nel volume
delle opere complete della Biblioteca di Auto­ri Cristiani, pubblicato in
Madrid, nel
4o centenario della mor­te.
L’edizione, che con generale applauso fu pubblicata per la BAC in tre volumi, esce ora in
unico volume offrendo tutti gli scritti con le stesse garanzie di fedeltà e con
gli stessi criteri. E’ superfluo ora fare qui un esame della ricchezza che rac­chiudono
i
suoi scritti, ci limiteremo ad offrire, con una
serie di articoli che vi proporremmo, le testimonianze dì noti studiosi che,
per la loro autorità, dovrebbero accompagnare sempre la let­tura delle opere
della eccelsa scrittrice.

Fra Luis de León, che revisionò le opere
della Santa e che inter­venne in varie questioni delle Carmelitane scalze e
sostenne una unione del proprio Ordine, scrisse, nella lettera alla Madre An­na,
che dubita che nella lingua spagnola ci sia una scrittura che si eguagli a
Madre Teresa; essa, nell’altezza delle cose trattate e nella delicatezza e
chiarezza con cui le tratta, supera molti ingegni sia nella forma del dire, sia
nella purezza e nella faci­lità dello stile, sia nella grazia e nella buona
compostezza del­le parole e nella eleganza disadorna che diletta in estremo.

Per Gerónimo di San Giuseppe, nella “Historia del Carmen Descal­zo, (Madrid 1637), si legge
che “Lo stile della Santa è piano, semplice e familiare e unitamente alto,
misterioso, divino; il discorso fila e
i periodi
sono senza ostacoli, con una facilità e una morbidezza inimitabile; comincia
una ragione, e quando le si offre un’altra di maggior importanza, interrompe
quella e segue questa e torna alla prima, e le allaccia in modo tale che, essen­do
a volte cose diversissime, fanno un tessuto e consonanza mera­vigliosa, con cui
prende la volontà e abbellisce il discorso di quanto va leggendo”. E
continua scrivendo che “con quale disin­voltura dichiara cose oscurissime,
con quale proprietà e sotti­gliezza le spiega, con quale ordine e concerto le
dispone, con quale vivezza le rappresenta e con quale energia e soavità le
persuade! Non c’è retorica umana che arrivi a tanta potente forza nel dire;
perché il dilettare e il muovere, che sono gli effetti più vicini di
quell’arte, in nessuno di coloro che il mondo cele­bra come maestri di essa,
riplendono tanto come nelle parole di Santa Teresa di Gesù” .

Lo scrittore spagnolo più colto e cosmopolita della sua
genera­zione,
Juan  de Valera, morto cieco a Madrid nel 1905, autore dei
notissimi romanzi “Peppina
Jiménez” e “Giovannina la
lunga”, aveva detto, nel discorso alla Regia Accademia di Spagna, nel
1879, “(Elogio a santa Teresa di Gesù. Risposta al conte di Casa Valenza),
che “ben possono le donne di Spagna vantarsi di questa compatriota e
chiamarla senza pari; perché all’altezza di
Cervan­tes, per molto che io lo ammiri, devo porre Shakespeare, Dante e forse Ariosto e Camoens…; ma ogni donna, che nelle
nazioni d’Europa, anche se colte e cristiane, abbia scritto, paragonata a Santa
Teresa, cede la penna e resta ancora immensamente al di sotto. Il suo stile, il
suo linguaggio, agli occhi spassionati della critica più fredda, è un miracolo
perpetuo e potente. Con ineffabile successo impiegò le parole del nostro
bell’idioma sen­za franzoli, senza artificio, come le aveva udite in bocca del
volgo, spiegando la cosa più delicata e oscura della mente, e mo­strando, con
potente magia, il mondo
interiore...Io capisco che il
fascino del suo stile è sorprendente e che le sue opere, anche solo ammirate
come esempio e modello della lingua casigliana e della semplicità nel dire,
dovrebbero camminare nelle ma­ni di tutti ed essere più lette di quello che lo
sono ai nostri tempi”.

Nuovorientamenti, 12 settembre 1993

 

Ospitata nella Cattedrale di Cagliari – DUEMILA VISITATORI
ALLA MOSTRA-ESPOSIZIONE DI ARTE SACRA DEL
MUSEO CAPITOLARE

 

II 14 e 15 agosto 1993, la parroc­chia della Cattedrale ed il Museo Ca­pitolare del Duomo di Cagliari, se­guendo una tradizione avviata nei mesi scorsi, in occasione della solen­nità della Santa Pasqua e dell’As­sunzione della Beata Vergine Maria, hanno organizzato una Mostra-esposizione del tesoro del Museo Ca­pitolare del Duomo. Ciò per rendere possibile agli amanti dell’arte sacra di conoscere ed apprezzare alcuni pezzi più pregiati del Museo Capito­lare e per consolidare l’iniziativa di dare alla città l’opportunità di ammi­rare parte di un patrimonio di inesti mabile valore proprio durante le fe­ste più importanti per la comunità cristiana.

L’occasione dell’esposizione dei pezzi è stata data dal fatto che per il giorno della vigilia dell’Assunta e per quello della sua festa un breve di papa
Clemente VII prescrive sia­no esposti alla
venerazione dei fedeli i due pezzi
preziosi del Museo capi­tolare: la
Sacra Spina della Corona di Nostro
Signore Gesù Cristo e il trittico del 1400, attribuito al pitto­re
fiammingo Roger Van Der Weiden. Sono stati
inoltre esposti: un preziosissimo
calice del XVI, in ar­gento dorato,
lavorato a sbalzo; un dipinto
raffigurante la Vergine As­sunta del
XVIII secolo, in olio su ra­me; un
dipinto raffigurante l’Assun­zione
della Vergine del XVIII secolo, in
olio su rame; un crocione proces­sionale
del XV secolo, in argento do­rato,
opera della bottega cagliarita­na del XV secolo, con forti influssi del gotico cagliaritano; la croce astile capitolare del 1611, in argento, ope­ra dell’argentiere Giovanni Salis; una doppia croce arcivescovile, in ar­gento, del XVII secolo: croci pregia­te dei secoli XVII e XIX; candelieri in argento; un leggio d’altare del XVII secolo e alcune delle opere più pregiate del Museo Capitolare ri­guardanti l’Assunzione della Beata Maria Vergine.

Nuovorientamenti, 26 settembre 1993

 

IL TEMA PASTORALE DELLA CONFERNZA EPISCOPALE CUBANA – Una grave
situazione economico-sociale

 

Tutto il mondo, l’8
settembre, festeggia il Nome di Maria. Così pure nell’isola di Cuba si ricorda la Madonna sotto il titolo
della Signora della Carità, loro patrona. In tale ricorrenza, i vescovi hanno
indirizzato ai fedeli cattolici e ai politici in particolare, soprattutto a
quelli che sono al potere da decenni,

una lettera pastorale;
in essa si affronta l’attuale disastrosa situazione del Paese, esaminata, alla
luce della prospettiva eti­ca che nasce dal Vangelo, da “Pastori che
parlano come uomini di fede al loro gregge”.

La Chiesa, a detta dei vescovi di Cuba, non ha un programma poli­tico, perché la
sua sfera è un’altra: la Chiesa,
però, può e deve dare il suo giudizio morale su tutto ciò che sia umano o
inumano, nel rispetto sempre delle autonomie proprie di ogni sfera. Il loro
punto di vista non è riferito a nessun modello politico, ma interessa conoscere
il grado di umanità che essi contengono, e quindi parlano senza compromessi e
senza pressione da parte di qualcuno.

Il messaggio della
Conferenza dei Vescovi Cattolici cubani, interamente pubblicato in spagnolo
dall’Osservatore Romano, giovedì 16 settembre scorso, pone in evidenza la
questione delle relazio­ni tra Cuba e gli altri Paesi e ricorda ai cubani che
non bisogna attendere dall’esterno la soluzione alla grave soluzione dei loro
problemi, mentre ci si deve porre seriamente la domanda sul

perché tanti cubani
chiedono di andarsene e se ne vanno dal Pae­se.

A riguardo del
deterioramento morale della società e la denuncia di manifestazioni aggressive
e di voglia di evasione, i vescovi, con in testa il presule dell’Avana,
Presidente della Conferenza episcopale, rivolgono un pressante appello al
popolo affinché non ceda alla pericolosa tentazione della violenza che potrebbe
gene­rare mali maggiori. Certamente le difficoltà economiche derivanti da cause
esterne ed interne mettono a dura prova la vita della popolazione; tuttavia
loro sono convinti che sia ancora possibile affrontare e risolvere le questioni
con la serenità e la cordia­lità che in genere hanno caratterizzato il popolo
cubano.

Dedicando particolare
attenzione alla Famiglia e alla esigenza di verità come fondamento di una
società sana e felice, la
Conferenza auspica cambiamenti tali, dal punto di vista
politico, da co­stituire una fonte di speranza per tutti. Viene riaffermato il
valore centrale dell’uomo come “principio, soggetto e fine di tutte le
istituzioni sociali” e viene ribadito che “solo un dia­logo sereno e
franco potrà aiutare a costruire il clima di soli­darietà nazionale, necessario
per la riabilitazione del Paese.

Infine i Presuli, riponendo
la loro fiducia in Dio e nella inter­cessione della Vergine della Carità,
pongono al centro delle loro ansie pastorali “l’urgenza di rivitalizzare
la speranza di tutti i cubani”.

Nuovorientamenti, 10
ottobre 1993

 

DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA – STUDI IN MEMORIA DI ALBERTO BOSCOLO

 

Per iniziativa della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, martedì 19
ottobre, nell’Aula Ma­gna dell’Università di Cagliari, so­no stati presentati
tre volumi, per un totale di 1745 pagine, per ricor­dare lo studioso Alberto
Boscolo, scomparso a Roma nel 1987.

I vo­lumi, pubblicati dall’editore Bulzoni di Roma, che raccolgono 88
sag­gi, sotto il titolo di «Sardegna, Me­diterraneo e Atlantico tra Medioe­vo
ed Età Moderna», (incentrati sull’attività scientifica dello stu­dioso
cagliaritano), sono stati pre­sentati, alla presenza del Rettore Magnifico,
Pasquale Mistretta, dal­la presidente della Deputazione, la professoressa
Luisa D’Arienzo, preside della facoltà di Lettere, al-lieva dello stesso Boscolo; dal
professor Giancarlo Sorgia, già proret­tore, ordinario di Storia Moderna
nell’Università di Cagliari e tutto­ra direttore dell’Istituto di Storia
Moderna nello stesso ateneo, e dal senatore Paolo
Emilio Taviani, grande amico e organizzatore, con Boscolo, delle celebrazioni colom­biani,
per le quali aveva messo a disposizione studi e documenti.

Dopo la presentazione a Cagliari, i tre volumi saranno presentati il 6
novembre nell’Aula Magna del­l’Università di Barcellona, dove il nostro emerito
studioso ricevette l’ambita laurea «honoris causa», dal Presidente della
Divisione di Scienze Umane e Sociali dell’uni­versità catalana, dalla stessa
Lui­sa D’Arienzo, dal Direttore onora­rio dell’Archivio della Corona d’Aragona,
Federico Udina Martorell, e da Giuseppe Bellini dell’Univer­sità di Cagliari.

Seguirà la presen­tazione, il 29 novembre prossimo, presso l’Istituto
Storico Italiano per il Medioevo, a Roma, nel Palaz­zo Borromini, in piazza
dell’Orolo­gio. Presentatori saranno il Diret­tore dell’Istituto Girolamo Arnal­di,
il presidente della Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Geo Pistarino,
dell’Università di Genova, Anna
Másala,
dell’Uni­versità di Roma, e Paolo Emilio Taviani, presidente della Commis­sione Scientifica per la «Nuova rac­colta
Colombiana».

Alla raccolta di Studi Storici, per onorare l’opera e la figura di un in­signe
studioso sardo, instancabile promotore di scambi culturali tra Italia e Spagna,
hanno collaborato numerosi studiosi di fama inter­nazionale, che «coltivano
interes­si di studio affini al Maestro e al­l’Amico», come si legge nel pro­spetto
allegato all’invito alle mani­festazioni culturali.

Nuovorientamenti, 24 ottobre 1993

 

SCOMPARSA DI UN GRANDE
INTELLETTUALE: NICOLA VALLE – UNA VITA DEDICATA ALLA CULTURA

 

Il 24 ottobre scorso ci ha lasciati,
all’età circa di novantanove anni, uno dei più grandi intellettuali sardi del
nostro tempo: Nicola Valle. La sua carriera culturale, di oltre settantacin­que
anni dedicati all’insegnamento, alla letteratura e alla musica, è stata
suggellata  da un riconoscimento della
Presidenza della Repubblica e uno da parte della Provincia di Cagliari, è parte
importante della cultura sarda.

Al professor Valle, musicista,
scrittore, conferenziere, animato­re culturale, giornalista pubblicista,
critico letterario, musicale e d’arte e direttore per oltre quarant’anni
dell’Associazione “Amici del Libro”, da lui voluta, e della rivista
di cultura e di attualità “Il Convegno”,è stata consegnata,anni fa,
una medaglia d’oro, per i suoi alti meriti, dall’assessore alla cultura della
Provincia di Cagliari,con la motivazione: “A Nicola Valle, scrittore
insigne, benemerito ed animatore dell’attività e del pro­gresso culturale della
Sardegna nella sua sessantennale attività culturale”.

Numerosi i suoi scritti, a
cominciare dalla raccolta di saggi “Variazioni sul tema” e
“Origini del Melodramma” e a terminare con “Cagliari del
passato”, “Paese che vai”, “Persone e personag­gi”  e “Nuovi saggi”, fresco di stampa.
In gran numero poi gli ar­ticoli apparsi in giornali e riviste, sardi e
nazionali, con i quali collaborò sin dal 1924. Ha scritto parecchi
libri, tutti di grande valore, tra i quali, oltre ai citati, “Mattino
sugli asfo­deli”, “L’idea autonomistica in Sardegna”,
“Narratori e poeti d’ oggi”, “Incisioni di Carmelo Floris”,”Incisori
di Iglesias”, “Scompare un’isola”, col sottotitolo “Viaggio
in Sardegna”, “An­tichi e moderni”, con prefazione di Giuseppe
Toffanin, critico letterario di fama internazionale e fervido studioso
dell’umane­simo europeo, “Grazia Deledda”, con  l’autorevole introduzione di Bonaventura
Tecchi,”Vita e opere di Filippo Figari” e “Ritratti
letterari”: scritti che hanno incontrato consensi favorevoli da parte
della critica e che hanno ottenuto grande successo.

In quarant’anni di presidenza
dell’Associazione “Amici del Libro” ha portato a Cagliari,
riscuotendo grossi successi, personalità di notevole rilievo nel campo della
musica, della pittura, della letteratura, dell’arte, della politica e della
attualità. Ha or­ganizzato numerose mostre personali di grandi pittori e
artisti sardi e continentali, da Ciusa a Biasi, da Ballero a Sini, da Me­lis
Marini a Enea Marras. Ha portato la cultura sarda in numerose città
d’Italia:  Roma, Firenze, Milano, Genova,
Venezia, e in città straniere: Germania, Finlandia, Svizzera, e perfino negli
Stati Uniti d’America.

Direttore della Biblioteca
Universitaria di Cagliari, dal 1943, anno dei bombardamenti sulla nostra città,
in un momento in cui i locali della Biblioteca, colpiti in parte, avevano
bisogno di es­sere rimessi in sesto e i libri dovevano essere rimessi in ordi­ne,
per riprendere il servizio sociale di lettura, consultazione e prestito, gli si
deve il merito dell’istituzione, sempre nella stessa biblioteca, della Galleria
delle Stampe, intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu.

Degli oltre quattrocento numeri
della quarantennale rivista “Il Convegno”,si sono ottenuti quaranta
volumi, che raccolgono  le monografie di
diversi personaggi sardi e continentali, tra i qua­li  Giusso, Biasi, la Deledda, Montanaru (Antioco
Casula),Ennio Porrino, Mercedes Mundula, Nicola Dessy, Pietro Leo, Michelangelo
Buonarroti, Francesco Ciusa, Attilio Deffenu e infine Francesco Alziator, uno
dei tanti collaboratori della rivista.

Valle, che è stato un ottimo
violinista ed era ottimo critico musicale, ha calcato diverse platee sarde ed
italiane: faceva parte di un valido quartetto d’archi, che si è esibito nelle
maggiori località della Sardegna e del Continente.

Per concludere riportiamo quanto
scrisse di lui Francesco Alzia­tor nella “Storia della Letteratura di
Sardegna”, giudizio tutto­ra valido. “Passione, costanza e mordente
sono le qualità dominanti che caratterizzano la lunga fatica che, come
scrittore e giornalista, Nicola Valle ha dedicato alle cose letterarie e non
letterarie dell’isola. Per darsi a questa generosa fatica, che lo pone in
primissimo piano tra i benemeriti della Sardegna, egli ha abbandonato il campo
della musicografia, nella quale aveva esor­dito con un volume sulle origini del
melodramma di tale impegno da potersi considerare fondamentale. Sacrificata
l’indagine scientifica ad una libera e polemica visione degli uomini e delle
vicende isolane, Nicola Valle ha da allora mai cessato dall’in­tento di porre
in evidenza quanto la
Sardegna ha fatto o fa nel mondo delle arti e delle lettere.
Acuto e paziente indagatore del folclore sardo, è augurabile che le sue note, i
suoi appunti e le sue ricerche, sparsi su giornali e riviste, siano infine
riuniti sistematicamente”.

Nuovorientamenti  7 novembre 1993

 

AL P.
VINCENZO MARIO CANNAS UN PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO

 

II 16 ottobre scorso, il
Senato Accademico del Collegio de’ Nobili di Firenze, su proposta del Preside
Conte Prof. Marcello Falletti di Villafalletto, ha conferito, al fran­cescano
p. Vincenzo Mario Cannas ofm, un nuovo titolo onorifico, quale riconoscimen­to
delle sue attività culturali. La consegna del “Collare Ac­cademico” e
del rispettivo Di­ploma, gli è stato conferito du­rante una solenne Assemblea
del Corpo Accademico, tenuta a Prato nell’antica chiesa di S. Francesco
d’Assisi, nel pome­riggio del 18 ottobre.

Vincenzo Mario Cannas,
ogliastrino di provata fede, -onora con grande amore la sua terra e la sua
regione con scritti e vita spirituale -, nato a Tertenia nel 1914, cappellano
militare nell’ultima guerra, in­signito di diverse decorazioni, diplomato in
Paleografia, Ar­chivistica e Diplomatica, do­cente nelle scuole medie supe­riori,
appassionato di diverse discipline, saggista e pubblici­sta, da vari anni
dirige, con competenza e preparazione, l’Archivio Arcivescovile di Ca­gliari;
i suoi lavori sono richie­sti da giornali e riviste sarde e
continentali. Frequenta a lun­go archivi italiani, vaticani e spagnoli,
accumulando noti­zie di prima
mano
per
studi su Chiese, Conventi e presen­ze francescane risalenti a date lontane.

Già Ispettore alle
antichità, è stato nominato Cavaliere Uffici
ale
ai
meriti della Repubblica dal Presidente Leone, nel 1975, e il Presidente
Pertini, tre anni dopo, gli ha conferito l’onorifi­cenza di Commendatore.

Studioso di cose sarde,
p. Cannas, presidente della Co­munità ogliastrina cagliarita­na e
dell’hinterland, collabo­ratore di vari periodici e gior­nali regionali e
continentali; per anni operatore attivo nel Club Alpino, sezione di Cagliari;
indagatore del mondo sotterraneo in campo speleo­logico ed archeologico, in par­ticolare,
si è dimostrato attore attento della promozione socio-economica-culturale del
suo paese e della sua Ogliastra, con pubblicazioni diver­se, quali:
i due volumi sull’an­tica Diocesi di Suelli (Ogliastra) (1976-1981);
Visioni di un paesaggio carsico: uno studio sul mondo sotterraneo
idrospeleologico del Tacco di Sadali (1982); Documenti inediti riguardanti il
Sarrabus e l’Ogliastra nei primi anni del governo aragonese (1990); La strada
punico-romana da Sar-capos a Sulcis (1989); Guida alla carta archeologica del
Co­mune di Tertenia con annessa carta archeologica (1989); Ras­segna delle tesi
di laurea ri­guardanti l’Ogliastra (1991)
etc.,
che,
con tutte le altre, lo hanno reso noto nell’Isola e nel Continente.

Attualmente, come fonda­tore
e direttore, continua a di­rigere, con la collaborazione di valenti studiosi,
la collana “Studi Ogliastrini”, giunta al 4° numero, che ha prodotto
un’infinità di articoli di alto li­vello culturale.

Nuovorentanenti, 15 novembre
1993

 

VITA A CAGLIARI NELL’APRILE DEL ’43
- Cinquant’anni fa i tragici bombardamenti sul capoluogo sardo

 

Cinquant’anni fa, dopo i
bombardamenti sul capoluogo sardo, del 16, 26 e 28 febbraio, che distrussero al
60% le abitazioni e fe­cero fermare quasi tutte le attività, anche lo
stabilimento de “L’Unione Sarda”, in via Regina Elena, fu colpito in
modo tale che si dovette sospendere la pubblicazione. Non passarono 20 giorni
che alcuni giornalisti, coraggiosamente e faticosamente,

tra disagi e privazioni, rischi e
pericoli, provvidero a ripren­derne la pubblicazione. Elevarono a domicilio del
giornale il ri­fugio antiaereo de “S’Avanzada”, a pochi passi dallo
stabilimen­to. L’uscita del giornale continuò sino all’11 maggio, quando, per
mancanza di carta e di piombo, si dovette fermare tutta l’at­tività, facendo
mancare, non solo ai pochi cittadini rimasti in città ma soprattutto alla
popolazione dell’interno, notizie ne­cessarie in un momento che la città era in
rovina, spopolata e abbandonata.

Nello sfogliare i numeri di quei
pochi giorni, mi sono fermato particolarmente su alcune notizie importanti per
la vita della città del 7 aprile. Si dava notizia che i reparti interni di Me­dicina
e di Chirurgia dell’Ospedale Civile di Cagliari erano sta­ti trasferiti a
Villamassargia ove funzionavano già regolarmente, mentre le Cliniche Medica e
Pediatrica funzionavano ad Ales e quella Ostetrica a Lunamatrona. Si avvertiva
inoltre che avrebbe­ro continuato a funzionare ad Ales le Cliniche Chirurgica
ed Ocu­listica. Nell’ospedale Civile di Cagliari avrebbero continuato a
svolgere la loro opera un pronto soccorso medico, nella già Clinica Oculistica,
ed uno ostetrico nella già Clinica Pediatrica, e avrebbe funzionato pure un
reparto ed un dispensario celtico.

Per quanto si riferiva alle lezioni
universitarie, si comunicava

a tutti gli studenti, specie a
quelli che avevano in corso doman­da di dispensa tasse, borsa di studio
Universitaria, a voler in­dicare alla Segreteria il loro nuovo recapito.
Inoltre gli stu­denti che si dovevano rivolgere ai professori per avere schiari­menti
e informazioni circa i loro studi dovevano indirizzare la corrispondenza
all’Università che si sarebbe incaricata di farla recapitare a destinazione.

Per concludere, si rivolgeva un
ordine alla cittadinanza perché stesse attenta al rifornimento idrico, in
particolare all’acqua dei rioni Marina e Stampace, poiché, in conseguenza delle
recenti incursioni aeree, erano rimaste prive d’acqua, si sarebbero fatti
lavaggi delle tubazioni, come precisava un’ordinanza del Commis­sario
Prefettizio. E fino a quando non si avrebbe dato apposito avviso, l’acqua delle
zone in questione, proveniente dalle pre­dette tubazioni, si sottolineava con
queste parole perentorie: “Non deve assolutamente essere impiegata per
alcun uso essendo inquinata e perciò pericolosa per la diffusione di malattie
in­fettive”.

NuovorIentamenti,   28 novembre 1993

 

A POZZOMAGGIORE IL
RECENTE CONVEGNO DELLA “MATER SACERDOTUM” – La spiritualità mariana,
ricchezza del sacerdote

 

Il 18 novembre scorso si è svolto a
Pozzomaggiore il Convegno autunnale della Congregazione Mariana “Nater
Sacerdotum”. Il parrico d. Costantino Puddu si è impegnato per tutto, con una
buona riuscita : organizzazione perfetta, con la collaborazione dei fedeli.

Mons. Vacca, nuovo vescovo di
Alghero-Bosa ha tenuto, durante la
messa concelebrata da oltre 60 sa­cerdoti, una bella omelia, mentre mons. Mario Pisano, di Cagliari, ha svolto in sala una pregevole relazio­ne sul tema «Rallegrati
Maria».

Il presule Ninetto Vacca ha
inizia­
to l’omelia dicendo che
il Figlio di Dio diventa uomo nel seno di
Maria e lo da alla luce in un povero
rifugio di pastori. Quando si consuma
l’of­ferta di Gesù nel Calvario:
Maria ac­canto a Gesù, in unione di
offerta. Ha continuato osservando che
Gesù Agnello di Dio muore nel momento in
cui nel tempio s’immolano gli agnelli destinati alla celebrazione della Pasqua, la sua è un’immolazio­ne reale, dal
suo fianco trafitto sgor­ga il
sangue con cui misteriosamen­te sono
segnati gli appartenenti al nuovo
popolo. Cristo Crocifisso è dunque
il vero Agnello pasquale; ma Maria
con la sua partecipazione nel­lo
spirito, non solo soffre spiritual­mente
ma anche nel corpo, perché si offre senza riservarsi nulla.

Mons. Vacca aggiunge che Gesù è il vero e unico Pastore che da la vita
per il suo gregge come
Maria è buo­
na
Pastora perché anch’essa è sem­pre preoccupata per la salvezza di
tutte le anime. Buona Pastora per ché è efficace la sua continua inter­cessione
per la salvezza di ciascuna pecorella del gregge del suo Figlio.
A riguardo degli autori che hanno studiato i parallelismi mariani. il ve­scovo ha spiegato che il titolo di Buo­na Pastora s’identifica con quello di Madre del Buon Pastore. Pio XII di­rà che Dio stesso costituendo la «Di­vina Pastora» ha voluto estendere il ruolo materno di Maria su tutta la Chiesa. Con questo titolo di Buona Pastora il presule osserva che non si è voluto attribuire a Maria una fun­zione pastorale «sacerdotale» mini­steriale, implicante una forma di «guida» sacramentale della comuni­tà ecclesiale. In questo senso infat­ti. Cristo è il vero ed unico
Pastore delle anime. Arrivando alla
conclu­sione mons. Vacca si è
soffermato sul materialismo di quanti
non tra­ducono in gesti concreti la
propria fe­de, ma mirano ad avere più
potere e più ricchezza: «mi allontano
dal gregge, e non li ritengo
all’altezza della mia scienza, non mi
assicuro gloria, agiatezza, ricchezza.
Fatta Madre di Dio, Maria si
autodefinisce serva di Dio. Maria
accetta la sua condizione e la
concretizza con le opere.

Nuovorientamenti, 12 dicembre 1993

 

UN PIACEVOLE E VIVACE ILLUSTRATORE DELLA CAGLIARITANITÀ

 

L’ultimo giorno dell’anno, appena
trascorso, il professor Enrico Serra, che ha col­laborato per diversi anni alla
nostra rivista, ci ha lasciato. Grande perdita per la cultura cagliaritana e
per tutti noi, che apprezzavamo le sue battutine e soprattut­to ascoltavamo coî
piacere le sue piacevoli conferenze, le sue poesie in sardo e le scenette
cagliaritane.

Professor Serra è stato uno
scrittore solido, un ottimo organizzatore di manifesta­zioni culturali. Per
diversi anni, nell’Istituto Statale “E. d’Arborea”, dove ha in­segnato
per molti anni, organizzava serate musicali con canti e scenette dialettali,
ripetute diverse volte nei centri sociali per anziani a Cagliari e in altre
località dell’isola. In questi ultimi anni, avendo costituito e formato un
gruppo di poeti in lingua sarda e in lingua italiana, si prodigava con loro a
portare spettacoli in diversi luoghi del capoluogo sardo e in provincia. Riusciva
a far divertire giovani e anziani con le sue serate culturali e teatrali.

Ottimo conoscitore della Cagliari
del passato e del presente, ha illustrato diverse volte, sul posto, la storia e
la vita dei quartieri cagliaritani, seguito da una moltitudine di amanti della
cagliaritanità, e ne presentava le bellezze e gli angoli più noti e di quelli
poco noti. Conosceva in modo superbo e perfetto riti e feste della Cagliari
religiosa; brillante conferenziere, dalla parlata sciolta, facile a
comprendersi e sicuro nell’esposizione.

Diverse le sue pubblicazioni
teatrali in sardo, tra le quali “Si mi fanti deputau”, “Sa
giustificazioni” e “i fraris Marceddu”. Ha partecipato a diversi
premi di poesia e ha avuto modo di vincerne alcuni. Ha fatto parte di commissioni
letterarie e di poesia e ha avuto al suo attivo numerose pubblicazioni di
carattere scientifico nel campo della metodologia educativa e della
legislazione scolastica. Ha collaborato a giornali e riviste con articoli e
saggi di vario argomento.

La sua ben nota vena umoristica, la
profonda conoscenza di ambienti, fatti e senti­menti umani, gli hanno procurato
diverse affermazioni nel campo della commedia. Sal­tano agli occhi immagini di
popolane e popolani, di gente umile, che ci parlano del­la vita quotidiana
dagli anni 30 ai giorni nostri. Le sue commedie presentano un am­biente
cagliaritano verace, con dialoghi freschi e splendidi. La lettura è piacevo­le,
la presentazione teatrale è incisiva, poiché si colgono le sfumature delle bat­tute
e delle espressioni. Nella stesura limpida e cristallina dànno un suono melodi­co
e nello stesso tempo forte e robusto.

Nuovorientamenti, 23 gennaio 1994

 

PARROCCHIA  SS. GIORGIO E CATERINA DI CAGLIARI – Festa
della
Madonna delle Grazie

 

Dopo aver ripristinato la festa in
onore della Madonna di Ada­
mo,
l’Arciconfraternita dei Genovesi ripristina la festa della Ma­
donna delle Grazie con una solenne
messa, che sarà officiata,
alle
ore 18 del 5 febbraio prossimo, nella chiesa dei SS. Gior­
gio e Caterina, in via Gemelli.

Anche la Madonna delle Grazie, che
nell’antica chiesa del-
l’Arciconfratemita
genovese aveva una cappella, era festeggiata
devotamente, ogni anno, dai cagliaritani con triduo e sante mes­se. La statua della Madonna fu
completamente distrutta dalle
bombe
cadute su Cagliari in febbraio e maggio 1943; alcuni an­
ni dopo i bombardamenti, il pittore cagliaritano Giovanni
Bat­tista Rossino dipinse la Madonna in una
tela, ora posta nella via Manno,
accanto alla Upim
.

Nuovorientamenti, 30 gennaio 1994

 

DAI DOCUMENTI INEDITI UNO STUDIO DI PADRE VINCENZO CANNAS -
II culto della Vergine d’Adamo

 

L’instancabile p. Vincenzo Mario Cannas ofm, direttore
dell’Ar­chivio arcivescovile, fondatore di “Studi ogliastrini”,
autore di numerosi studi archeologici, speleolocici, agiografici, storici,
sociali e dì tradizioni popolari, si presenta ora con un altro utile saggio, in
stile raffinato e agile: “SS. Vergine di Adamo”, col sottotitolo
“Storia e diffusione di un culto nel Cagliaritano e nell’Ogliastra da
documenti inediti”.

P. Cannas, partendo dal ripristino della festa in onore
della Madonna di Adamo da parte dell’Arciconfraternita dei Genovesi, ha
provveduto (con il sussidio di fonti documentarie provenienti da diversi
archivi) a riproporre la storia del ritrovamento della statuetta, avvalendosi
anche dello scritto inedito del vicario generale mons. Luca Canepa e vescovo
poi di Galtelli-Nuoro. Il libro di p. Cannas, dì circa 80 pagine e con numerose
note, scritto amorevolmente e dedicato ai fratelli, riporta in coper­tina
l’immagine della Vergine di Adamo, sita nella chiesa dei SS. Giorgio e
Caterina, in Cagliari; è dì pregevole stampa ed è corredato da ottime immagini
che abbelliscono e rendono splendida la pubblicazione.

Lo studio è diviso in quattro capitoli: “Origini
dell’immagine, del nome e del culto”; segue “II culto nel Campidano,
nella Barbagia di Nuoro e nella Nurra”; è la volta di “Origini della
chiesa di N.S. di Adamo ed
i nobili Cardia di
Tortoli” e “La chiesa di N.S. di Adamo e la sua impostazione
architettonica”. Chiudono la pubblicazione due lodi in onore della Vergine
che si solevano cantare nei luoghi dove si festeggiava la Madonna sotto tale titolo:
“Goccius in onori de Nostra Signora de Adamu”, una raccolta stampata
nella tipografia Vacca Mameli in Lanusei, riportata dalla “copia
originale”, e “is Goccius de N.S. de Adam” tratta da
“Goccius de Santa Maria” di Josto Murgia.

Il simulacro – racconta la storia – fu trovato in mare,
dentro le valve di una nacchera, da un capitano genovese, chiamato Adamo, dal
quale, per errore, alla Madonna fu dato il nome di “Vergine d’Adamo”,
oggetto sin da alcuni secoli di enorme venerazione, purtroppo, tale venerazione
scomparve dal 1943, quando le bombe lanciate dagli aerei americani su Cagliari,
distrussero la chiesa dei Genovesi, nella via Manno. Lo studio di p. Cannas è,
senza dubbio, un ottimo lavoro, che riporta alla luce scritti e documenti su
una delle pagine più belle sul culto della Vergine, che
i sardi venerano sotto molti titoli.

Nuovorientamenti, 6 febbraio 1994

 

CON UNA PROIEZIONE DI
300 DIAPOSITIVE – Omaggio all’attività di Anna Cabras Brundo

 

Per rendere omaggio alla lunga
attività artistica della scultrice e pittrice cagliaritana, Anna Cabras Brundo,
giunta al sessante­simo anniversario, avendo iniziato all’età di 15 anni,
l’ANEB, ha voluto presentare, nella prima serata di sabato 12 marzo scorso, i
suoi numerosi lavori con un escursus fotografico, che si è tenuto nella sala
dello Studio Francescano dei Frati Minori di Santa Rosalia.

Sono state proiettate oltre 300 diapositive
che hanno allietato il numeroso pubblico di estimatori. Tantissime le sculture
presentate, tra cui Guido Costa, Nicola Valle, Marcello Serra. Felice Melis
Marini, Francesco Alziator, Fra Nicola da Gesturi, Antonio Romagnino, Dessì
Deliperi, Paolo VI, Francesco Cossiga, Giovanni Paolo II e di altri personaggi;
tra altri, i figli e i nipoti della scultrice.

Molto apprezzato il lavoro scultoreo
della statua della Madonna di Bonaria col Bambino, alta m. 1.75, che si trova
nell’atrio della scuola “Salvatore Cambosu”, le tavole della Via
Crucis, la tavola di San Luza e quella di San Lucifero, quest’ultima nella
cripta della chiesa di S. Lucifero, e tante altre. Alcune sue opere si trovano
presso il Consiglio Regionale della Sardegna, l’Università di Cagliari, il
Municipio e presso diversi privati.

Nella rassegna anche numerosi
disegni a matita, pitture ad olio, a tempera e ad acquerello, con le quali la Brundo ha preso parte a
mostre ed esposizioni, riscuotendo brillanti successi.

La serata si è chiusa con il tributo
di calorosi applausi all’ar­tista cagliaritana.

Nuovorientamenti, 20 marzo 1994

 

            DIECI ANNI ATTIVITÀ “EDIZIONI CASTELLO” -  UN ROMANZO SU ORISTANO DEL PASSATO

 

Dopo le pubblicazioni di
“Serramanna” e “Villacidro”, della col­lana “I Turchesi”,
entrambe dì Luigi
Muscas, presentate poco più di
un mese fa al
publico cagliaritano,
1′instancabile attività editoriale delle “Edizioni Castello” non
trova soste. Infatti, è uscito, recentemente, il romanzo breve “Quando lo
trovano” del giornalista oristanese Gabriele Luperì, per la collana di
narra­tiva “Sas Gianas”. Con questo romanzo la collana raggiunge il
de­cimo volume, dopo dieci anni di attività lodevole delle Edizioni. L’autore,
corrispondente della rai, ha brillantemente pubblicato il suo primo lavoro
letterario, nel quale si nota subito che lo stile è quello giornalistico e in
alcuni stralci paesaggistici si notano le preferenze alla presentazione dei
luoghi dietro la mac­china da presa.

Il romanzo, che è un
ottimo e suggestivo lavoro che invita alla lettura, ha per sfondo la città di
Oristano a cavallo del XX se­colo; Luper
i
presenta
la città nel suo divenire, attraverso la storia di una famiglia di artigiani.
E’ un racconto di popolani che si muovono in diverse situazioni della vita. I
personaggi vi­vono per raggiungere una meta, ma non vi riescono. Il muratore
Massimiliano Crobu vive per diventare Priore dell’arciconfraternita della Piet

à; Paolo Piredda, figlio
del muratore Antonio, cerca di istruirsi, ma s’accorge che l’istruzone non mostra
l’a­nimo buono di un uomo.

Il titolo ha come sfondo
sia la morte di Antonio, che si uccide per non aver saputo reagire ad un
contrasto con
i confratelli o forse perché è venuto a sapere che la figlia Ignazia era stata
posta incinta prima del matrimonio. Sia il suicidio del figlio, anch’egli non
ha saputo reagire alle norme sia della vita che di quelle della confraternita.
Entrambi sono vittime delle situazio­ni e si uccidono nello stesso luogo: sotto
il ponte del Tirso. L’azione si sviluppa dal 1885 con la morte di Antonio e
termina nel 1919 con quella di Paolo.

E’ un romanzo fresco ed
ha uno stile agile, che dà alla lettura un grande piacevolezza.

Il romanzo di 126 pagine
si snoda in 17 capitoli, alcuni brevis­simi, altri un po’ più lunghi, e altri
ancora lunghi, ma non af­faticano la lettura perché il discorso è lineare e
piacevole. Possiamo notare che è la vita per la sopravvivenza che dà ai
personaggi il ritmo della loro attività.

Narra in forma semplice
la vita di alcuni componenti di una fami­glia, con le paure, le ansie,
i sogni e le speranze. I temi di questa storia triste e tragiche
vertono quasi tutti sull’indagine dei risvolti più misteriosi della realtà e
dell’immaginario. E’ una delicata quanto profonda e commossa esplorazione
dell’ani­mo maschile.

Un romanzo in cui il
piano della memoria e quello della realtà, s’inseguono paralleli, Luperi si
dimostra uno scrittore solido, robusto, un ottimo cono­scitore della Oristano
del passato, che presenta con le bellezze e con gli angoli noti e poco noti
della città. Illustra in modo superbo, dalla scritto sciolto. In questa sua
recente pubblica­zione, saltano agli occhi immagini di popolani, di gente
umile, con dialoghi freschi e splendidi, la lettura è piacevole, la pre­sentazione
degli scorci è incisiva, poiché si colgono le sfumatu­re  delle battute e delle espressioni.

Nuovorientamenti, 27
marzo 1994

 

UN RITO TRADIZIONALE NEL
GIORNO DI PASQUA
La processione de “s’incontru”

 

II
tradizionale rito cagliaritano
delle
processioni de «s’incontru» è
previsto
nella domenica di Resur­
rezione
nei quartieri di Stampace,
Marina e Villano va,
rispettando un antico cerimoniale che risale
al pe­riodo spagnolo. I cortei religiosi re­cano i simulacri del Figlio risorto e della Madre. Quello di
Villanova, auspici la parrocchia di San Gia­como e l’arciconfraternita del San­tissimo Crocifisso, si effettua alle ore Ile l’incontro avviene nella via Garibaldi. Dalla parrocchia di Sant’Anna, dalla Chiesa di Sant’E-fisio e così pure da Sant’Eulalia le processioni escono alla stessa ora e gli incontri
si realizzano rispet­tivamente nel
Corso Vittorio Ema-nuele, all’altezza
della via Giovan­ni Maria Angioy, e in via Roma, al­l’altezza della Chiesa di S. France­sco di Paola.

Il lunedì di Pasqua, ora denomi­nato giorno della pasquetta, si svolge la singolare processione di Sant’Efisio che per voto viene por­tato nella Cattedrale. La statua del Santo cagliaritano, opera del Lo-nis, passa attraverso le strade di Stampace, sale per la via Manno; sosta nella chiesa delle Monache Cappuccine e poi si inerpica nelle
strade del Castello fino alla Catte­
drale,
dove il Capitolo Metropolita­no celebra la
S. Messa. Al termine il simulacro del
santo torna all’an­tica chiesa rii S
Efìsin I secolari riti della
Settimana Santa iglesiente si concludono il martedì dopo Pasqua con la pro­cessione de “s’inserru”. Questa semplice e suggestiva processione, che alcuni anni fa si effettuava il lunedì dopo Pasqua, essendo ora il giorno di pasquetta dedicata al­le gite fuori porta della popolazio­ne, serve a riportare il simulacro della Madonna nella Chiesetta di S. Giuseppe, dopo l’esposizione ai fedeli durata tre giorni, nella Cat­tedrale insieme con il simulacro di Gesù morto.

La processione de “s’incontru”
ad Oristano ha luogo nella
piazza
Duomo,
di fronte all’Episcopato;
s’incontrano
il simulacro della Ma­
donna
e quello di Cristo Risorto,
che
partono dalla stessa chiesa di
San
Martino, trasportati dai con­
fratelli,
rispettivamente dal Santis­simo Nome di Gesù e del Santissi­
mo Rosario.

Nuovorientamenti, 15 aprile 1994

 

FRUGANDO IN BIBLIOTECA
- Pellegrini spagnoli a Bonaria nel 1894

 

Il ritrovamento, nella
Biblioteca Comunale di Cagliari, di un li­bro del secolo scorso, sconosciuto ai
sardi, anche perché in spagnolo, dà la possibilità di conoscere un grande
miracolo accaduto nelle acque sarde a 500 pellegrini spagnoli, di ritorno alla
loro nazione, dopo il pellegrinaggio di 18.000 iberici nella città eterna di
Roma nell’ultima settimana del mese di aprile del 1894.

L’autore del volumetto
“La Virgen María
y los peregrinos del ‘Bellver’”, di circa 100 pagine, con le immagini del
vapore, par­tito dal porto di Barcellona nella terza settimana di aprile, del
suo comandante e dell’allora arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Maria Serci,
è stato il beneficiato della chiesa parrocchiale di San Paolo di Saragozza,
padre Alberto J. Turmo y Baselga, che lo diede alle stampe due anni dopo.

Il libro si apre con
la dedica alla Santissima Vergine di Bona­ria, patrona dei marinai di Sardegna,
segue il prologo in cui l’autore presenta l’avvenimento del pellegrinaggio a
Roma, che aveva richiamato l’attenzione delle nazioni e aveva riempito di
immenso giubilo il cuore del Pontefice, e che dà notizie di quanto capitò al
Bellver durante l’orribile temporale dal 28 al 30 aprile 1894.

L’autore introduce poi
l’argomento del libro parlando del giorno del primo di maggio, quando, alle
prime luci del mattino, il va­pore, superate le vicende della tempesta, solcava
le acque del Golfo di Cagliari; si videro allora passeggeri pallidi e sfiniti,
ma contenti di aver raggiunto la salvezza dopo lunghe preghiere rivolte alla
Vergine Santissima. Il Bellver, sebbene inclinato spaventosamente sul fianco di
babordo, riuscì ad entrare nel por­to di Cagliari.

È la volta dei
capitoli che presentano le fasi dalla partenza el vapore da Civitavecchia per
Barcellona, al furioso temporale che colse i pellegrini nel Mar Tirreno,  alle avarie dell’imbar­cazione, che
sballottarono la nave per oltre 50 ore, alle preghie­re dei pellegrini, che si
videro sul punto di affondare,

Gli ultimi tre
capitoli trattano dell’animo dei pellegrini nel ritrovarsi nella terraferma, in
una città che li accolse con grande amore, proprio nel giorno della sagra di
Sant’Efisio, che poterono ammirare, della visita alla città e alla Cattedrale e
delle belle parole dell’arcivescovo mons. Paolo Maria Serci, il quale li
invitò  a portarsi al Santuario di
Bonaria, patrona dei marinai, che aveva fatto loro la grazia di salvarli da
quella terribile tormenta.

Un capitolo è
riservato alla storia dell’arrivo a Cagliari della cassa della Vergine di
Bonaria, giunta nel capoluogo isolano nel 1370, dopo una tremenda bufera su una
nave spagnola, come pure capitò al Bellver, nave iberica, giunta a Cagliari
dopo una ter­ribile burrasca, con pellegrini diretta in Spagna.

L’ultimo capitolo è
riservato alla Vergine, alla quale gli spa­gnoli dedicarono due intensi giorni
in preghiera e in ringrazi­mento con messe e con il canto del Te Deum.

Il libro si chiude
ricordando il ritorno felice, in Spagna, dei pellegrini, sicuri che li aveva
salvati da sicura morte la Madre
dei naviganti, la Vergine
di Bonaria, che essi non conoscevano: così lo credevano loro, come lo credevano
i marinai della nave e i fedeli di Cagliari.

Nuovorientamenti, 29
aprile 1994

 

TERESA D’AVILA: LA SANTA RIFORMATRICE -STORIA DELLE
FONDAZIONI DELLE CARMELITANE SCALZE- Inaugurazione del  Monastero carmelitane a Teraa Mala (Quartu S.
Elena)

 

Domenica pomeriggio,
primo maggio, in località “Is Callitas”, in territorio di Quartu S.
Elena, si terrà una solenne manifestazio­ne religiosa per la benedizione della
prima pietra del primo monastero, in diocesi di Cagliari, delle Carmelitane
Scalze, che seguiranno la
Regola Primitiva del
Carmelo
secondo
il carisma di S. Teresa d’
Avila. Ciò è stato possibile
grazie alla benevolenza dei donatori del terreno e delle autorità competenti.

La storia delle
fondazioni dei monasteri delle Carmelitane Scalze ebbe inizio nel lontano 1562, in
Avila, quando Teresa, a 47 anni, dopo aver avuto diverse visioni e dopo
aver desiderato vivere secondo la
Regola primitiva dell’Ordine Carmelitano, si accinse a
fondare un monastero di stretta clausura. Teresa de
Cepeda y Ahumada, una delle figure principali della mistica
spagnola, nata ad
Avila il 28 marzo 1515 da una
famiglia di
“hidalgos”
convertiti,
venne educata in un ambiente di accesa religiosità. Racconta lei
stessa gli ingenui fervori religiosi che condivise nella prima infanzia col
fratello
Rodrigo e che la spinsero,
quando aveva appena sette anni, a fuggire di casa con lui per recarsi in terra
d’infedeli a cercarvi il martirio. I suoi passatempi preferiti erano giocare
agli eremiti nell’orto e fondare monasteri con le altre bambine. Nella prima
giovinezza fu assai amante delle letture di argomento religioso e si infatuò
dei libri di cavalleria; cominciò a scriverne uno in collabora­zione col
fratello, nel 1529, quando era appena quattordicenne. A 12 anni rimase orfana
di madre. Il padre, poco dopo, la mise nel convento delle agostiniane di Santa
Maria delle Grazie di
Avila, dove rimase come
educanda fino al 1532, guidata dall’ar­dente vocazione religiosa che in essa si
era rivelata sin dall’adolescenza.

Nel 1536 vestì l’abito
nel convento carmelitano dell’Incarnazione e l’anno successivo emise
i voti. Tre anni più tardi cadde gravemente ammalata tanto che in
breve tempo giunse ad uno stato tale da essere ritenuta morta. Nel 1542 ebbe la
prima visione di Cristo, cui seguirono esperienze mistiche sempre più intense.
Nonostante l’approvazione del gesuita Franceco Borgia, legato papale, poi
santificato nel 1671, e del francescano Pietro d’Alcantara, riformatore del suo
ordine, canonizzato nel 1669, trovò molte difficoltà da parte dei suoi
direttori spirituali. Ma più forte di loro, Teresa seppe imporre la sua fede, e
col tempo finì col trascinare le sue stesse guide; vincendo forti resistenze,
riuscì a realizzare il suo desiderio di riformare l’ordine del
Carmelo, ripristinandone l’antico rigore.

Nel 1560, cominciò a
progettare il ritorno alle austerità primi­tive. Capitò che, trovandosi in
Avila, la Madre Teresa poté raggiungere il suo
scopo riunendo alcune consorelle che volevano seguire le sue stesse
aspirazioni. E quando l’opera sembrava potersi concretizzare, ella ricevette
una lettera dal padre pro­vinciale che le ordinava di andare subito a
Toledo per consolare una vedova, Luisa
della
Cerda, afflitta per la morte
del marito. Era la vigilia di Natale. Suor Tersa temette che fosse qualche
inganno creato dal diavolo per impedire la sua opera. Ma la sua presenza in
Toledo fu invece una benedizione. La vedova si riprese e mutò il suo
palazzo in una casa di preghiera. La visitarono fra
Pedro de Alcantara e la carmelitana Maria de Yepes, che portava da Roma
alcune patenti per una fondazione molto simile a quella che suor Teresa andava
effettuando. La Yepes
le parlò della eccessiva povertà con cui pensava di fondare il monastero,
d’accordo con l’antica tradizione dell’Ordine. Madre Teresa condivise l’idea.
Chiese quindi consiglio ai dotti. L’unico che approvò il suo desiderio fu
Pedro de Alcantara, amico della povertà totale.

In quei giorni la monaca
avílese conobbe anche il p.
Garcia de
Toledo, che divenne suo
confessore. Questi le ordinò di scrivere la sua vita, opera che ella concluse a
metà del 1562. Intanto Teresa andava scegliendo le novizie e faceva le pratiche
per la licenza da parte del vescovo di
Avila,
don Alvaro de Mendoza, giacché il provinciale gliela aveva negata. Non
fu facile provvedere alla fondazione del suo primo monastero, perché furono
moltissimi gli ostacoli, soprattutto da parte dei frati carmelitani e del
consiglio della città.

La mattina del 24 agosto
1562, in
una cappelletta del nuovo monastero, che si intitolava “San Josef”,
si trovavano Madre Teresa, due novizie dell’Incarnazione e quattro postulanti
vesti­te con l’abito riformato di tela di sacco crudo. Alla presenza anche di
amici, che accorsero al suono nuovo della campanella, il delegato del vescovo,
don
Gaspar Daza, celebrò la messa. Così
ebbe inizio la storia delle fondazioni del nuovo Ordine delle Carmelitane
Scalze, che avrebbero osservato la
Regola primitiva e le costituzioni scritte dalla stessa Madre
Teresa. Il giorno dopo la celebrazione della fondazione, il consiglio della
città si riunì per sopprimere il monastero convocando, per il giorno successivo,
una giunta di consiglieri e di superiori. Il governatore della città ordinò
alle novizie di lasciare quella casa, minacciando di abbattere la porta. Esse
risposero che non lo avrebbero fatto senza la licenza del vescovo.

Alcuni giorni dopo, il
vescovo, che aveva mandato alla riunione del consiglio della città il suo
assistente, comunicò che il monastero era stato fondato con l’approvazione del
Papa e a seguito di un suo breve, letto dall’assistente davanti al consi­glio.
Dopo alcuni dissidi tra
i consiglieri, parlò il
domenicano Domenico
Bañez, che avvertì tutti di non
eseguire alcun passo contrario e che si guardassero bene dall’andare contro il
volere del Papa, poiché la eoa dipendeva dal vescovo. Dopo di ciò, tutto si
calmò.

Cinque anni dopo la fondazione
del primo monastero carmelitano, giunse ad
Avila
fra Juan Bautista Rúbeo de Ravena, generale dell’Ordine del Carmelo, che provvide a presiedere il capitolo della Castiglia. Madre
Teresa si trovava nel suo nuovo monastero e temeva il suo arrivo. Riuscì ad
avere un incontro, in cui espose, con tutta sincerità, quanto era accaduto e
perché si era posta sotto la giurisdizione del vescovo. Il generale rimase
conquistato da quanto gli veniva detto e protesse quell’opera, permettendole
subito di fondare quanti conventi potesse con mona­che dell’Incarnazione;
concesse anche due successive patenti,
censurando
coloro
che avessero ostacolato il suo intento. Inol­tre, la santa ottenne dal generale
una licenza per fondare con­venti, con la stessa riforma, anche tra
i frati nella Castiglia.

Iniziava così il piano
di fondazione dei monasteri carmelitani, basati sulla regola primitiva, che
oggi vede una nuova presenza nella nostra Diocesi, dopo oltre 340 anni dalla
prima fondazione. Ad istanza delle monache di San Giuseppe compose nel 1565
“II Cammino di perfezione”, rifatto nel 1570, in cui espose
i mezzi per raggiungere la perfezione evangelica: umiltà, l’amore
frater­no, mortificazione, in una vita di orazione continua. Da allora la Madre dispiegò l’attività di
fondatrice viaggiando dalla Castiglia alla Andalusia, fondando nuovi monasteri
e lot­tando contro
i continui ostacoli. Dal
1567 al 1571 sorsero per suo merito
i
monasteri
di
Medina del Campo, Malagón,
Valladolid, Pastran,
Salamanca e Alba de Tormes. A coloro
che le facevano guerra, si aggiunsero nuovi nemici. Venne portato il
“Libro de su
Vida” davanti al tribunale
della Inquisizione, come opera diabo­lica. Dopo una parentesi, impostale dal
Provinciale del suo antico monastero, nel 1574 fondò a Segovia e a Beas e nel
1576 quelli di Siviglia e Caravaca. Il generale dell’Ordine e il nuovo Nunzio
apostolico le impedirono di fondarne altri per parecchi anni.

Nel monastero di Toledo, nel 1577, scrisse “Las
moradas” o “Ca­stillo interior”,
la più sistematica tra le
sue opere, pubblicata postuma, come gli altri libri, dall’agostiniano fra
Luis de León, uomo di vastissima cultura, insigne teologo, capo del gruppo
salmantino, vale a dire della scuola
poetica di
Salamanca. L’ope­ra poggia su un
simbolo, quello di un castello, ben difeso e in lotta, dove spiega
i diversi gradi o
“moradas”
che l’anima per­corra nella sua ascesa mistica verso
l’unione con Dio, fino a raggiungere il più alto grado d’unione, l’ultima
dimora nella quale l’anima sì unisce con il Creatore.

Tra le altre opere di
Santa Teresa ricordiamo
i “Conceptos del amor divino o del amor de Dios”, stampati nel 1612, “Suma y compendios de los grados de la oración”, del 1613, o “Libro de las
relaciones”,
di carattere storico e autobiografico, destinato alle monache: un
compendio del metodo di vita spirituale, scritto tra il 1560 e il 1579, un
completamento del “Libro de su
vida”.
Interessante
è il “Libro de
las fundaciones”,
ove
narra
i fatti dal 1567 alla sua
morte, pubblicato nel 1613.
L’autrice racconta le peripezie e le avventure passate
per fondare
i monasteri riformati,
dando allo stesso tempo insegnamenti spirituali. Più libera e più sciolta nel
tono, l’opera ha pagine di grande viva­cità, come quando descrive un momento di
miseria nel monastero, al quale le elemosine di alcuni benefattori pongono poi
rimedio. Seguono
“Avisos
espirituales”, “Las
siete meditaciones
sobre la oración del Padrenuestro”, “Meditaciones del alma a su
Dios”. Si conserva anche
il suo epistolario
o “Cartas”, che comprende
oltre 400 lettere della santa ai familiari, ai corregionali, al re Filippo II, in difesa dì San
Giovanni della Croce, e ad altri mistici. Queste lettere, brevi riassunti dì
tutta la sua opera e dottrina, in un tono dì massima vivezza e spontaneità,
sono lo specchio della sua vita spirituale.

Un posto a parte
occupano le
“Poesías”, scritte anch’esse per le
sue monache, e nate, come dice un biografo della Santa, dalla forza del fuoco
che aveva dentro; sono poesie di argomento pieto­so e mistico, in cui si
distingue, per sentimento e fervore, 1′amore verso Dio. L’ultimo anno della
vita fu il più doloroso, poiché, di ritorno dalla fondazione di
Burgos, passò a Medina. Una priora 1′accolse con
freddezza. Molto ammalata e stanca, Teresa arrivò il 20 set­tembre 1582 nel
monastero di Alba de Tormes, recatavisi per ordine del provinciale, per
ottenere la grazia di un parto felice alla nuora della duchessa d’Alba. Un
mattino volle scendere alla cappella per la comunione, ma ormai era prossima la
sua fine, avvenuta il 4 ottobre.

Il suo corpo fu
trasportato prima ad
Avila e poi ad Alba. Qualche
tempo dopo furono tolti il cuore e le mani che oggi si trovano nel monastero di
Tordesilla. La santa venne beatificata nel 1614 da Paolo V e canonizzata nel
1622 da
Gregorio XV. Paolo VI, nel 1970,
la proclamò “Dottore della Chiesa” assieme a Santa Caterina.

La sua opera più famosa
è “La vita”, in cui narra le sue espe­rienze esponendole e
interpretandole in questioni spirituali. Ma il grande trattato teorico di
Teresa d’Avila è il
“Castillo interior”,
chiamato
anche
“Las moradas”.

Come si nota nella
lettura delle opere, Santa Teresa d’Avila fu in primo luogo una donna d’azione,
riformatrice e fondatrice instan­cabile di molti monasteri, 17, in varie città della
Spagna. Ma fu anche,  nonostante  la modesta cultura, una potente, originale
scrittrice, sia negli scritti autobiografici, sia in quelli che riferiscono le
sue eccezionali esperienze mistiche,  sia
nel bellissimo epistolario. Anima ardente, permeata di amore divino, luminosa e
ottimista, usa nei suoi scritti un efficacissimo parlato, pieno dì sbalzi,
anacoluti, d’immagini a sprazzi, ora realistiche e quotidiane, ora
vertiginosamente nuove, ma dette con l’aria di voler raccontare le cose più
semplici  di questo mondo; delinea, senza
proporselo, uno  degli  autoritratti più meravigliosi che mai si
siano potuti immaginare.

Nuovorientamenti, 1
maggio 1994

 

   IL RAZZISMO, UNA
FIABA DI ANGELO MORO EPISCOPO

 

La prima lettura,
piacevole, della fiaba “La scelta coraggiosa” di Angelo Moro Episcopo,
pubblicata recentemente da Artigiarnate Editrice di Cagliari, mi ha suscitato
subito il desiderio di una seconda lettura, durante la quale ho potuto cogliere
alcune sfu­mature e alcuni passaggi, non recepiti prima. Ma anche la secon­da
lettura, per provvedere ad un giudizio critico, non è stata sufficiente; ne
occorreva una terza, dopo la quale mi è riuscito di penetrare nell’animo
dell’autore, che certamente possiede buone psicologiche e sa presentare i
problemi della realtà quotidia­na anche esponendoli in scritti piuttosto brevi.

Si sa che una fiaba,
per essere tale, deve possedere tre requisi­ti: la concisione, una scrittura
che renda facile e comprensibile sia la lettura sia il messaggio che si vuole
dare, e infine una morale, offerta non solo nella chiusura, ma in tutto il
senso della fiaba.

Tutto ciò si trova ne
“La scelta coraggiosa”, che ha anche il pregio di essere corredata da
21 disegni di Alex, rivolti ai bam­bini per essere colorati, come si legge nel
frontespizio: “Novità – La prima fiaba che i bambini potranno
colorare”.

L’autore, (sardo di adozione, essendo nato a Sant’Arsenio, Salerno),
educatore, docente e pedagogo, giornalista e collaboratore di alcuni periodici
e riviste, tra cui “New Sardegna Magazine”, – dal 1959  opera nel mondo della scuola -, per
particolari benemerenze nel campo didattico, si legge nell’ultima pagina del
libro, è stato nominato Cavaliere della Repubblica, e il Comune di Se­largius
ha voluto premiarlo con una Targa d’argento, per aver conquistato il
“Cuore d’oro”, per il pluriennale impegno di edu­catore e insegnante.

Lo scritto è un
suggestivo lavoro che ha per sfondo la vita degli abitanti di un’isola nel XV
secolo -, presentata nel vario divenire delle situazioni, attraverso le vicende
di una coppia che esercita il comando sul popolo. È la storia anche di un
gruppo di persone, che si muovono in diverse situazioni della vita per
raggiungere una meta, che alla fine
perseguono. 

Il titolo ha come
sfondo il rispetto di tutti, “in modo che vi sia amore e pace in tutti i
cuori” come si chiede l’autore. E co­me tutte le fiabe, anche questa di
Angelo Moro Episcopo si chiude con una morale, quella sul razzismo, problema
attuale non solo in Italia, ma anche in tutto il mondo.

L’azione si svolge in
una comunità in cui i più alti soggiogano i più bassi. Da questo nasce la
penosa situazione delle famiglie che non superano una certa altezza; così
queste scelgono di an­darsene a vivere per conto proprio in un’isola. Qui
formano una comunità che elegge una coppia di giovani, da poco sposati, come re
e regina, e detta una prima legge, con la quale i piccoli uomini affermano che
ogni persona alta è cattiva e chiunque capiti nell’isola più alto di loro, sarà
legato e abbandonato alla cor­rente del mare.

Il caso volle che la
coppia, che aveva avuto una figlia, venisse a trovarsi nella condizione di
mettere in atto la legge, dato che la fanciulla, nel crescere, aveva superato
l’altezza imposta per stare nella comunità. La famiglia reale, perciò, fu
costretta a mettere in atto la legge: la figlia fu abbandonata su una barca,
che prese il largo.

La fanciulla però si
salvò e raggiunse l’isola di smeraldo, dove tutti gli abitanti erano di pietra
in un mondo tutto fatto di pietra. Vide un palazzo, in cui trovò tante statue.
Si avvicinò ad una bella statua e, nel parlare, le sfiorò la fronte con le
labbra. Come “la bella addormentata nel bosco”, si sveglia dopo il
bacio del bel principe, così la statua si destò e raccontò alla ragazza di
essere un re e di essere divenuto una statua con tutto il suo mondo, perché una
maga cattiva l’aveva castigato in quanto non voleva sposarsi: non voleva
amare! 

Intanto nell’isola dei
piccoli uomini regnava la tristezza. Per opera di una maga, tutto, però,
ritornò felice, poiché la fanciulla “alta” fece ritorno tra loro,
divenendo “piccolina” come tutti gli altri. Ma la fanciulla era
sempre triste, perché le mancava il re che aveva sposato nell’isola smeraldo.
Un giorno, però, un gruppo di pirati si presentò nell’isola e incatenò gli
abitanti; ma presto i pirati furono sconfitti dallo sposo della giovane, giunto
improvvisamente, alla testa dei suoi uomini. La pace ritornò nell’isola e, dopo
tante paure, gli uomini dalla piccola statura fecero ritorno alla loro antica
terra.

È un racconto fresco,
di una quindicina di pagine, scritto con uno stile agile, che offre una lettura
piacevolissima e ci guida in una delicata quanto profonda e commossa
esplorazione dell’ani­mo.

Episcopo si dimostra
scrittore serio e puntiglioso, ottimo conoscitore delle situazioni umane, che
presenta con le bellezze e le brutture della vita, illustrate in modo superbo e
con una scrit­tura sciolta. In questa sua fiaba, saltano agli occhi immagini di
gente umile, con dialoghi freschi e splendidi. La presentazione degli scorci è
incisiva, poiché si colgono le sfumature delle battute e delle espressioni. La
stesura limpida e cristallina dà un suono melodico e nello stesso tempo forte e
robusto.

 Nuovorientamenti, 8 maggio 1994

 

   INTERESSANTE
PUBBLICAZIONE DI ANTONIO NUGHES -LA STORIA SECOLARE DELLLA MADONNA DI VALVERDE

 

Un ottimo e suggestivo lavoro sulla Madonna e il Santuario
di Valverde, in Alghero, è apparso in questi giorni nelle librerie. Ne è autore
il professore Antonio Nughes. Il volume “Valverde raccontata nei
secoli”, di oltre 250 pagine, corredato con splen­didi e suggestive
immagini a colori e in bianco nero e pubblicato in ottima veste tipografica per
i
tipi delle Edizioni
del Sole
della città di Alghero, c’è la presenta nella storia e nella
tradizione popolare.

L’autore, che “è impegnato attivamente nella tutela
dell’identità culturale di Alghero e nella difesa del suo patrimonio
linguistico” attraverso la riscoperta e la pubblicazione di studi, apparsi
in diverse riviste e testi, ha curato, alcuni anni fa, con uno suo studio su
cenni storici, una guida storico-artistica su “San Francesco in Alghero,
chiesa e complesso monumentale”, e con il contributo di validi studiosi.
Il libro sul santuario di Valverde, luogo caro al popolo algherese, si apre con
la prefazione dell’autore, che nel primo capitolo presenta le tracce della
storia in due parti: “Tra storia e tradizione” e “La tradizione
racconta”.

L’autore introduce poi le tappe della storia con i primi cenni, il cui documento più antico del santuario è del
1472. Seguono le parti che riguardano l’espressione della pietà e della
devozione popolare, la creazione della cappellania, la chiesa di Valverde,
l’addobbo e la consacrazione della chiesa, la Madonna di Valverde, del
Pilar o della Freccia, le corone della Madonna, l’altare di marmo, i papi e Valverde, la devozione alla Madonna di Valverde fuori
del Santuario e di Alghero e alcune curiosità tratte dagli scritti del canonico
Antonio Michele Urgias, archivista della cattedrale ai primi del secolo scorso,
instancabile raccoglitore di notizie sulla Madonna di Valverde.

Il terzo capitolo tratta degli scritti sul Santuario: parte
interessante perché si rifà a documenti rintracciati nella Biblioteca Comunale
di Sassari, nell’Archivio capitolare di Alghero, nella stragrande maggioranza,
e tratti da testi diversi. Il quarto capitolo è dedicato alle cronache di fede
rappresentate da processioni per le siccità, da visite pastorali,
dall’incoronazione solenne, dalla bolla di Pio XII con cui la Madonna venne proclamata
compatrona della città e della diocesi. Nel capitolo quinto sono raccolti
i gosos, le canzoni, i canti e gli inni
popolari che si sono cantati e si cantano alla Madonna.

Il volume si chiude con un’abbondante raccolta di documenti
in catalano, in latino e in casigliano, di enorme importanza perché riportano
alla luce altri tasselli per la ricostruzione della storia del santuario e per
la conoscenza delle diverse immagini della Madonna. Tra
i documenti piace segnalare l’elenco dei gioielli venduti per
costruire la corona aurea della Vergine.

Nuovorientamenti, 4 settembre 1994

 

UNA VITA DEDICATA
ALL’APOSTOLATO  – Ricordo di Maria Leo

 

Mercoledì prossimo, 21 settembre, cade il quinto
anniversario della scomparsa di Maria Leo. Non abbiamo avuto il piacere di
conoscerla in vita, ma la lettura della pubblicazione dedicatale nella collana
“Quaderni di nuovOrientamenti”, edito a un anno dalla morte, ci ha
fatto conoscere questa stupenda donna che, per circa sessant’anni, ha dedicato
la sua vita all’apostolato e alla preghiera.

Maria Leo era nata a Cagliari il 21 novembre del 1910. Aveva
intrapreso la carriera dell’insegnamento elementare e viaggiava per tutta la
provincia di Cagliari per portarsi nelle scuole assegnatale. Divenne poi
direttrice didattica e, infine, ispettrice scolastica, aumentando il suo già
gravoso lavoro. Presiden­te della Gioventù femminile dell’Azione Cattolica
Italiana e presidente diocesana dell’ACI, fondò l’associazione Italiana Maestri
Cattolici, organizzò e presiedette l’Ufficio catechistico diocesano e sì dedicò
completamente alla catechesi per
i fanciul­li.

Dopo una vita spesa al servizio della carità cristiana, il
21 settembre del 1989, si spegneva nella sua città natale. Donna mite e buona,
caritatevole, generosa, ricca di profondo spirito religioso, aveva dedicato la
sua vita all’infanzia, ad alleviare le sofferenze degli ammalati e a promuovere
la formazione catto­lica dei fanciulli della diocesi. Con la sua scomparsa la
chiesa perdeva una preziosa collaboratrice e un’autentica testimone di Cristo.

Ma per ricordare questa difensora della carità cristiana,
faccia­mo parlare le persone che le sono state vicino e che hanno collaborato
con lei alla costruzione religiosa ed ecclesiale della popolazione diocesana
cagliaritana dagli anni cinquanta. Per Tonio Tagliaferri, direttore del
giornale “NuovOrientarnenti”, il filo conduttore per conoscere la
spiritualità di Maria Leo, e quindi la sua testimonianza e il suo impegno
ecclesiale, passa per la via di san Francesco d’Assisi: (… ) giovanissima fu
conquistata dal fascino di San Francesco e ne segui 1′esempio con la donazione
totale di se stessa a Dio.

Ottorino Pietro Alberti, arcivescovo dì Cagliari, che la
conobbe soltanto pochi mesi prima della sua scomparsa, ha osservato che aveva
scoperto, in lei, una di quelle anime che danno luce; gli era rimasto scolpito
nell’animo il suo dolce sorriso, che gli rivelava, come in apparenza,
l’insondabile ricchezza di un’anima che viveva in Dio e per Dio.

Il vescovo ausiliare Tarcisio Pìllolla ha messo in risalto
la sua dedizione soprattutto verso
i fanciulli,
che sono stati oggetto della sua azione apostolica, fatta di amore e di
sacrificio, e per la loro formazione ha cercato di coinvolgere sempre
i genito­ri e gli insegnanti.

Mons. Paolo Carta, vescovo emerito, ha notato che la sua vita
è stata una vita tutta di fede, tutta animata dalla fede; una vita resa
preziosissima dall’amore del Signore, di un amore ardentissimo verso Gesù: una
vita di preghiera, di meditazione, di comu­nione costante con Dio: una vita
valorizzata al massimo dall’Eu­caristia quotidiana. Paolo De Magistris, ex
sindaco di Cagliari, che la ebbe sua
maestra nelle
elementari e che fu abitante nello stesso quartiere (il Castello), è certo che,
se le associazioni degli insegnanti elementari presero il notevole sviluppo in
diocesi e nella pro­vincia, costituendo quel nucleo missionario che, per il
tramite dell’educazione scolastica, ha decisamente contribuito a salva­guardare
ì fondamentali valori umani e religiosi, si deve al suo sacrificio, alla sua
totale rinuncia, alla sua instancabilità: e qui sta il più profondo valore
dell’attività instancabile, sacri­ficata, silenziosa e nascosta di Maria Leo.

Dell’attività di ispettrice ha parlato Paolo Naitza ed ha
sotto­lineato che ella era animata da uno spirito di servizio ammirevo­le nel
massimo disinteresse per sé e a beneficio dell’utenza e della istituzione
scolastica. Spronava tutte le sedi istituzio­nali e sociali perché non mancasse
l’assistenza agli alunni bisognosi di un pasto
o di un
indumento. La città di Quartu – che a nostro avviso, la dovrebbe ricordare
dedicandole una strada – le deve molto per l’abbondante “fioritura”
di scuole materne statali sorte oltre che per l’impegno del Comune, per la sua
co­stante iniziativa propulsiva, spesso difficile e rischiosa. Il compianto
canonico mons. Luigi Cherchi, che le è stato vicino per molti anni come
assistente ecclesiastico delle Donne dì Azione cattolica, ha ricordato il
grande impegno per la cateche­si, che svolgeva personalmente con la capacità
che le era pro­pria, sia perché insegnante e poi direttrice e ispettrice didat­tica,
sia per la catechesi a carattere organizzativo diocesano. C’era in lei un
autentico fervore. E, pur non essendo una perso­na che amava il
“multiloquio”, ne era sempre l’ideatrice e l’animatrice, con le
collaboratrici, che sapeva creare attorno al suo apostolato, cui si era
consacrata anima e corpo! Maria Leo, per mons. Cherchi, ha seminato largamente
sul campo della Chiesa ed è per questo che il Signore, come a voler sigillare
questo gran bene nel silenzio e nella sofferenza, la chiamò alla casa di cura
“Villa Verde” dal gennaio 1989 sino agli ultimi di settembre, quando
la chiamò alla beatitudine eterna.

Tantissime sono le pagine che ricordano le tappe percorse da
Maria Leo; e poiché non possiamo, in questo breve ricordo, pas­sarle tutte in
rassegna, consigliamo la lettura piacevole del libro di oltre cinquanta pagine,
che la ricorda con testimonian­ze molto significative.

Nuovorientamenti, 11 settembre 1994

 

RICORDO DI GIANCARLO SORGIA, VALENTE STUDIOSO SARDO

 

La notizia della scomparsa
dell’amico prof. Giancarlo Sorgia, avvenuta nella giornata di domenica 2
ottobre, all’età di 69 anni, ha profondamente scosso il mondo culturale
isolano. Era un uomo sempre pronto ad aiutare gli studiosi nelle ricerche sulla
storia del nostro passato e ad intervenire nei dibattiti sulle diverse realtà
sarde, soprattutto di quella del periodo spagnolo. La scomparsa ha lasciato un
grande vuoto nel mondo della cultura sarda, per essere stato uno dei più noti e
stimati studiosi isolani.

La sua attività letteraria e di
docente è stata fra le più notevoli della Sardegna di questi ultimi anni:
mirabile per l’autori­tà e per la serietà dei suoi studi e dei suoi giudizi che
egli soleva pronunciare sull’attività storica e letteraria del passato della
nostra isola. Docente universitario di storia moderna, direttore dell’Istituto
di Storia moderna dell’Università di Cagliari e della Scuola di
Specializzazione in Studi Sardi (sorta nel 1978), il settore che ha studiato
con maggior interesse è stato quello relativo alla dominazione iberica in
Sardegna, profuso in anni di ricerche negli archivi spagnoli.

Aveva pubblicato recentemente
l’inedito settecentesco “Registro dei feudi del regno di Sardegna”,
col quale aveva dato un notevo­le contributo alla conoscenza della realtà sarda
dopo la conqui­sta dell’Isola da parte dei catalano-aragonesi. Uomo instancabi­le,
profondo conoscitore dei problemi delle realtà sarde e della

vita dei quartieri cagliaritani, che
hanno trovato riscontro in numerosi articoli pubblicati in riviste
scientifiche, in volumi, in quotidiani e settimanali, nonché in
“NuovOrientamenti”, è stato per nove anni prorettore dell’Ateneo
cagliaritano, di cui aveva curato un pregevolissimo studio. Ha collaborato a
pubblica­zioni di diversi studi monografici isolani, ed è stato autore di
parecchi studi, tra cui “La
Sardegna nel 1848″; “Cagliari, sei secoli di
amministrazione cittadina”, (in collaborazione con il compianto amico
Giovanni Todde), “La
Sardegna spagnola”; “Il Parlamento del viceré de
Heredia”, contribuendo immensamente alla conoscenza di quanto accadde nei
secoli dal Quattrocento al Settecento.

Nuovorientamenti, 9 ottobre 1994

 

É NATA L’ASSOCIAZIONE CULTURALE <<MINO SPANU>> FONDATA
DALL’A.C.I. »

 

L’Azione Cattolica
diocesana ha fondato l’associazione culturale «Mi­no Spanu«, senza scopo di
lucro, con finalità formativa, che ha per scopo lo studio dei problemi
economici-sociali e politici con particolare rife­rimento all’Italia e alla
regione Sar­degna, al fine di fornire elementi co­noscitivi, criteri di
analisi, di valuta­zone e di orientamento alla luce del­la dottrina sociale
della. Chiesa.

L’as­sociazione, che
cercherà di incorag­giare la collaborazione dei laici cri­stiani, promuoverà
ricerche, studi, conferenze, dibattiti, convegni, se-minari. diffonderà cultura
sociale e politica. prevalentemente a livello territoriale, approfondirà e
divulghe­rà la conoscenza della dottrina socia­le della Chiesa.

L’associazione, che si
propone di raggiungere grandi risultati con po­veri e modesti mezzi umani e con
fe­condi aiuti divini, svolge una cam­pagna di sensibilizzazione chieden­do il
sostegno finanziario necessario alla sua durata e al suo sviluppo pro­ponendo
una quota fissa di L. 200.000 al socio fondatore, di L. 260.000 al socio
sostenitore, di L. 50.000 ai socio ordinario e di L. 20.000 al socio studente.

Mino Spa­nu. medico
cristiano, che ha speso una vita al servizio della carità cri­stiana, che è
stato per molti anni me­dico ambulatoriale dell’Associazione Cristiana
Lavoratori Italiani, dirigen­te dei Comitati Civici della provincia di Cagliari
prezioso collaboratore e autentico testimone di Cristo, che ha svolto una
fervida attività ecclesia­le come presidente della Giunta Dio­cesana di Azione
Cattolica di Lanusei. che si è occupato dei giovani la­voratori e che fu
presidente diocesa­no dell’Azione Cattolica Italiana con l’incarico della
Gioventù Operaia, ha fondato a Cagliari, con numerosi ed esperti collaboratori,
il Consultorio familiare diocesano di ispirazione cristiana, di cui è stato
direttore e presidente.

 Giacomo Spanu, noto più familiarmente Mino,
dopo un vi­ta dedicata all’amore per gli amma­lati e alla cura delle anime
cristiane, scomparve a Roma il 22 ottobre 1961, all’età di 60 anni, essendo na­to
a Cagliari il 25 luglio 1921, primo di nove figli.

Nuovorientamenti, 30
ottobre 1994

 

L’EX MATTATOIO DI CAGLIARI «ORME PISANE IN SARDEGNA»

 

Nella mattinata
di lunedì 24 otto­
bre scorso, si è
inaugurata, presso
l’EXMA,
nell’edificio dell’ex matta­toio, in via San Lucifero 71, la Mo­
stra «Orme pisane in Sardegna», che resterà aperta sino a domenica 6 no­vembre prossimo, con orario 9-13, 15-22. Nel pomeriggio l’assessore al­la cultura del Comune di Cagliari, Gianni Filippini, e il prof. Antonio Romagnino hanno
presentato il vo­
lume che porta
lo steso titolo della mostra, edito dalla Pacini, con im­
magini di Giovanni Padroni e testi degli storici Maria Laura Testi Cri­stiani, Marco
Tangheroni e del me-
dievista Francesco Cesare Casula, e con disegni di Fernando
Vallerini.

L’iniziativa è nata da una idea dei Rotary di Pisa e Cagliari che hanno istituito, nel
1992, una borsa di stu­dio, assegnata
a una studentessa di Cagliari e a una
di Pisa, al fine di ef­fettuare il censimento dei resti pisa­ni in Sardegna: chiese e fortificazio­ni del lungo periodo di splendore e del loro abbandono, riportato in un libro e in una mostra, per rintraccia­re quello che in duecento anni archi­tetti della repubblica marinara di Pi­sa hanno lasciato nell’isola. La mostra, che sta riscuotendo grande successo di pubblico e di cri­tica, è
composta di 432 pannelli e tre plastici.

Il presidente
del Rotary di Caglia­
ri, dott.
Casciu, nel dare inizio alla
presentazione
del volume «Orme Pi­
sane in
Sardegna» ha sottolineato l’importanza della mostra e della
pubblicazione del libro nato dall’idea di divulgare quanto hanno lasciato i Pisani nella nostra Isola, e ha loda­to quanto è stato fatto per la realiz­zazione
dell’opera. L’assessore alla
cultura del
Comune di Cagliari, il
dott. Gianni
Filippini, con una espo­
sizione lucida e
dotta, ha anch’egli
lodato
l’iniziativa dei due Rotary e si
è
soffermato a lungo sugli aspetti
portati
alla luce dagli storici. Il prof.
Antonio
Romagnino ha soprattutto
passato in
rassegna il periodo stori­
co con particolare
riferimento a
quanto
realizzarono
i Pisani nel
commercio e nell’arte, e ha sottoli­
neato
il fatto che, nel periodo pisa­
no, si sono
costruite molte chiese e che hanno preso dimora, nell’Isola,
vari ordini religiosi, che diedero un forte impulso
anche all’agricoltura.

Nuovorientamenti,
6 novembre 1994

 

UN AUTORE CAGLIARITANO DEL SECOLO DICIASETTESIMO
-  Cenza Thermes e Giovanni Francesco
Carmona

 

Di Giovanni Francesco Carmona, drammaturgo sardo del sec.
XVII, del quale resta nella Biblioteca Universitaria di Cagliari un voluminoso
manoscritto in castigliano, intitolato “Alabanças de
los Santos de
Sardena”,
si sono interessati in
pochissimi, so­prattutto in questi ultimi anni. Il primo fu il console spagnolo
in Sardegna,
Eduardo Toda y Güell, che lo ha segnalato nel
suo lavoro del 1890. Sì è interessato, poi, Francesco Alziator, che gli ha
dedicato una parte nel capitolo “Origini e sviluppi del­la drammatica
religiosa” della “Storia della letteratura di Sardegna”, in cui
ha esaminato, in poche righe, “La Passion de Christo”, pubblicandola
interamente nel 1949 in
“Studi Sardi” e ampliandola in “Testi di drammatica religiosa della
Sardegna”. Dopo 1′Alziator se n’è occupato Sergio Bullegas che, in
“Giovanni Francesco Carmona, un contrasto farsesco e una ‘Passion’”,
inse­rito nello studio “11 teatro in Sardegna fra cinque e seicento”,
ha esaminato più a fondo la parte riguardante il dialogo tra un contadino di
Suelli, che parla in sardo, e un ufficiale spagno­lo.

Ora è il momento della studiosa Cenza Thermes, collaboratrice
del nostro settimanale e di altri periodici sardi, autrice di “Ca­gliari,
amore mio” e di diversi saggi, che gli ha dedicato un volumetto di una
ottantina di pagine, con la pubblicazione di due parti del manoscritto, in
luán
Francisco
Carmona, questo scono­sciuto”
(Quaderni sardi, n. 3), per
i tipi di Gianni Trois
Edito­re.

Nella prima parte la studiosa cagliaritana, parlando del
Carmona, di cui le notizie biografiche sono ancora poche e frammentarie, delle
quali alcuni studiosi non sono d’accordo, presenta la bella città di Cagliari,
maestosa e regale: forse uno degli inni più belli del tempo rivolti alla
capitale dell’isola. La
Thermes, con prosa agile e dotta e con riferimenti precisi e
puntuali, è passata quindi a presentare la seconda parte con l’elogio funebre
per l’arcivescovo della diocesi cagliaritana De Esquivel, e con la
pubblicazione dei goccius per San
Saturno, inseriti nella terza
Alabanza.

Sempre nella seconda parte appare una figura del tutto nuova
nella storia della letteratura sarda: un paesano che parla solo il sardo e non
capisce il castigliano, lingua allora corrente e “crea intorno a sé
un’atmosfera di immediato divertimento”. Per la Thermes ciò rappresenta
l’antenato della lunga serie di perso­naggi delle farse sarde in cui tutto si
gioca sull’ignoranza del paesano.

Il lavoro si chiude con la presentazione in italiano della
“Passione di Cristo Nostro Signore” in cui sono inseriti alcuni
disegni molto significativi: la antichissima chiesa di S. Pancrazio, la
chiesetta di San Giuliano Conte, che si trovava alle falde dei Monte Urpinu
(sparita senza lasciar traccia), la chiesa di Santa Restituta, con l’apogeo, e
le due chiese in onore di Sant’Efisio: a Cagliari e a
Nora.

Nella Prefazione la studiosa aveva affermato che, per tutto
il Seicento, gli uomini colti, nelle loro opere, non avevano impie­gato il
sardo
o
l’italiano, bensì si erano serviti del casti­gliano,
imbarbarito da influssi sardi. Dopo aver considerato le condizioni generali
dell’Isola piuttosto precarie, per carestie, miseria, invasioni di barbareschi,
la Therrnes
che, per la bio­grafia del Carmona, si rifà alla prima pagina dell’opera, senza
escludere che fosse un religioso, fa la considerazione che Ca­gliari era viva e
gioviale. Infatti, vi erano grandi feste, fuochi artificiali, canti e sfilate
di carri. In questo clima operò Giovanni Francesco Carmona che ha dedicato il
suo lavoro a Dio e ai santi.

In chiusura, riportiamo la traduzione della Thermes di
alcuni versi su Cagliari del Garmona: “…(Quella che questo mare e queste
rive/ le mie terre e edifici ricoprian: che fossi quella no direbber certo/
quelli – se
ancor ci fosser – che sapean./ Per queti piani, dal volpino mio (si riferisce a monte
Urpinu, ndr.)/ cagliaritano suolo sì famoso/ lunghe ed estese vennero le mura/
fino alle estreme ed ultime colline./ Ma quando, conturbata dalle guerre,/ mi
ridussi nel modo che io sono, Cagliari sempre sono ed immutata/ con uno stesso
cuore, petto e amore./
Son aquila reale. la mia
testa/ è il Castello e coda è la
Marina/. Un’ala Villanova si dichiara/ e l’altra è lo
Stampace, a me vicina./
Son madre di ben celebri
signori,/ di tanti santi
son sorgente e fonte:/ le
loro imprese e nobiltà racconto,/ sono foresta e paradiso in ter­ra.

 Nuovorientamenti, 20
novembre 1994

 

UNA PAGINA DELLA CAGLIARI DEL PASSATO – II
QUARTIERE DELLA MARINA 70 ANNI FA

 

Una breve ma interessante disamina della situazione del
quartiere della Marina di Cagliari negli anni Venti si trova in “L’Unione
Sarda” del 28 dicembre 1928,
a firma di Giovanni
Dore, che a
leggerla oggi pare scritta per l’attuale stato del quartiere. L’articolista
apre il suo scritto osservando che al visitatore che fa un rapido giro per le
anguste e buie stradette della Marina, il quartiere gli appare caratteristico e
misterioso come uno dei rioni d’Oriente, intorno ai quali si è sbizzarrita la
fantasia dei romanzieri. Ai cagliaritani, invece, non fa più alcuna
impressione, giacché sono abituati a percorrerlo in lungo e in largo e ne
conoscono a fondo
i misteri e gli aspetti.
Ad alcuni forse il rione susciterà un senso di disgusto, poiché quelle
strettoie mozzano il respiro ed il
cielo ha sempre
un aspetto melanconico, tetro e quindi sgradevole.

Passando poi a considerare il rione come era nei secoli
passati, il
Dore scrive che la Marina, chiusa fra il Largo
e le mura, il mare e la via Mazzini, cinta quindi da una barriera saldissima,
si è potuta modificare assai meno degli altri quartieri, ed ha perciò serbato
più integri l’aspetto, le abitudini e tutto il suo colore antico. Nonostante
ciò, ha avuto dei cambiamenti, come li dimostra una maggior pulizia di strade,
di case e di abitanti, una discreta agiatezza di vita e varie palazzine nuove.
Il cronista osserva che nell’età trascorsa marinai, artieri navali, pescatori e
scaricatori del porto erano
i suoi abitanti costretti
a vivere in un labirinto di stradette buie, mal sel­ciate, che nell’inverno si
ricoprivano di “sozze brodette brune di fango vischioso”, in cui
affondavano
i piedi callosi dei
pescatori e sguazzavano
i piccoli somarelli sardi,
che trai­navano stridenti carretti, carichi d’ogni mercanzia. Le povere
catapecchie prendevano aria e luce mediante piccole aperture, chiuse da imposte
cadenti,
o
da finestre che, in luogo di vetri, avevano
panni di stoffa e talora fogli sgualciti di giornali, fissati al legno con
“rugginose bullette”. Per le strade si vedevano
i bimbi dagli occhi spesso rovinati dal tracoma, sudici come
tanti
“baston
da pollaio”, dagli abiti tutti brandelli e
bu­chi, che passavano le giornate a razzolare fra le immondizie e a sguazzare
quasi fra la fanghiglia nera.

Al mattino i viottoli apparivano poco
illuminati, poiché il sole vi lasciava penetrare solo una tenue luce, ripieni
di oscurità la notte, giacché rischiarati solo da fumose lucerne ad olio, che
spargevano fuochi barlumi davanti a certe porte, dalle quali uscivano fumo,
bestemmie e tanfo di vino. Vi erano equivoci albergucci, modeste trattorie,
pieni di gente avida di cibo e bevande. Presso le porte di luridi sottani, su
un focolare po­sticcio, dentro una padella untuosa e nera friggevano di conti­nuo
pesci, erbaggi e zippulas, che
i numerosi avventori
acquista­vano in grande quantità.

Più avanti il giornalista de “L’Unione Sarda”,
nota che nella notte, mentre il quartiere dormiva, splendevano sul mare le
lucerne ardenti sulle prore delle barche da pesca, e all’alba, mentre
i lavoranti si recavano al porto per i lavori di carico e scarico, e le donne, nelle buie casette,
rattoppavano gli abiti e preparavano le reti, rientravano dal mare
i pescatori e si spandevano per le stradette invitando la
gente ad acquistare la loro mercé fresca e squisita.

Il Dore chiude l’articolo
parlando della via Roma del suo tempo, che veniva chiamata “Regina
viarum”, e tutti vedevano la necessi­tà di attuare presto quanto di desiderabile
vi era in esso ancora da eseguire e da trasformare. Intendeva parlare della
sistemazio­ne delle case, prospicienti il mare, e della spianata, che si
estendeva lungo il porto, poiché si lamentava del troppo fango in inverno e
della troppa polvere in estate; si rivolgeva all’ammi­nistratore civico al
quale consigliava di affrontare tutti
i pro­blemi
cittadini e risolverli con larghezza di vedute e volontà ferrea, per dare una
tinta di rinnovamento novello a tutti
i quartieri
di Cagliari e soprattutto alla Marina. Ci sembra un appello rivolto all’attuale
amministrazione civica!

Nuovorientamenti, 4 dicembre 1994

 

UN
CAMMINO ARTISTICO COSTELLATO DI OPERE MERAVIGLIOSE

Intervista alla scultrice sarda Anna Cabras
Brundo

 

Abbiamo potuto ammirare le
due
ultime pregevoli sculture dell’artista cagliaritana Anna Cabras Brundo: «Cena di Emmaus», nella nuova chie­sa di
San Luca, a Margine Rosso, in territorio di
Quartu S. Elena, e «S. Lucifero»,
nella cripta della chiesa omonima, in
Cagliari, entrambe in materiale
refrattario. Abbiamo così provveduto
ad intervistare la celebre scultrice, ponendole alcune doman­de sulla
sua oltre cinquantennale at­tività
artistica, culminata, lo scorso anno, con una interessantissima se­rata d’arte nella sala dello Studio Francescano dei Frati Minori di San­ta Rosalia, in cui sono state presen­tate, con una
proiezione di diaposi­tive, gli
innumerevoli lavori: dal bu­sto
dell’incisore Felice Melis Marini, del 1952, alle tre opere scultorie, nel Consiglio Regionale, al Giovanni Paolo II, nell’Episcopio, alla Via Cru-cis e al Fra Nicola da Gesturi, en­trambe nel Convento dei Cappucci­ni di Cagliari.

D.
A quanti anni hai iniziato l’at­
tività artistica?

R. Ma io sono nata con queste qua­lità! E non so se sia stato un bene
per
me o un male. Faccio
il mio lavoro
più
per passione che per interesse.
Perciò,
quando devo iniziare un la­
voro
libero, o me lo ordinano, come
per
le chiese, e mi chiedono: «Quan­to è? Le dò un acconto», io mi sento
libera da questo problema e dico di non preoccuparsi. «Se vi saranno spese le pagherete voi, il mio lavoro è gratis», come ho fatto per tutti que­sti grossi lavori.

Quando ti sei accorta che dalle tue mani uscivano dei buoni lavo­ri?

Sono gli altri che me lo dicono, io li faccio con convinzione, con passio­ne, con testardaggine; sono stati gli altri a pensare che io fossi la miglio­re, da quando ero all’asilo, perché i miei lavori li eseguivo e li esponevo
in album, in fogli, o nelle pareti. Ho
sempre lavorato per istinto, per un bisogno, un bisogno anche fisico oltre che intellettuale.

Qual
è l’opera che ti ha dato più
soddisfazione?

Quando lavoro per me, di solito. Posso dire, qualche rara volta è sta­ta una disillusione; forse non era il momento giusto, perché, ogni qual volta
facevo un lavoro, sia disegno, sia olio,
acquerello, e la scultura… Ecco prediligo la scultura, che è la conseguenza del buon disegno, la costruzione del disegno.

Qual
è l’opera che ti ha preso più
tempo per realizzarla?

Credo il San Lucifero, che era di 2.30 per 1.80; contemporaneamen­te ho lavorato alla Cena di Emmaus per il Margine, per la nuova chiesa che stanno erigendo; anche questa è un’opera grande, è una statua per l’altare; vi ho impiegato più di un an­no e otto quintali e mezzo di mate­riale. Ed io, che sono una donna e so­no anche anziana, lavoro da sola. Ho fatto sempre tutto da sola.

Molti
tuoi lavori sono busti, non
è vero?

No, c’è la Via Crucis, per esempio; c’è appunto il San Lucifero, il San Luca e altri personaggi. Sì, molti bu­sti, ma anche paesaggi e fiori. Sì, i busti, perché il ritratto è qualcosa
co­
me le mani. Di solito
in un ritratto
io
dipingo anche le mani. Dopo il vi­
so sono espressive le mani.

Altri
tuoi lavori riguardano i
santi.

Sì, la Madonna per il Cambosu, per esempio, che era alta 1.75. Mi ri­cordo che, a suo tempo, nel 1956 avevo fatto anche un nudo femmini­le, grande al naturale: metri 1.74, perché una certa persona che ritene­va che io fossi una «putta», mi disse:
«Ma lei fa solo busti! Lei
non sapreb­
be
fare una figura intera». Mi ha sfi­
dato, ed ho fatto questa figura inte­ra, ho una fotografia che lo prova; poi l’ho distrutta, e con quell’arma tura ho fatto la Madonna nel giro di sei mesi. Anche quella figura che ho fatto a Perugia, per una modella, l’ho latta in quattro ore, una scultura grande al naturale. Mi ricordo che avevo tutti intorno, direttore, profes­sori: erano perplessi per questo mio lavoro. Ho dovuto sbrigarmi perché la modella, dopo quel lavoro, non do­veva venire più.

Perché
non provvedi alla pubbli­
cazione di tutta la tua
attività ar­
tistica?

Mah, forse è una colpa saper lavo­rare. Io vedo delle antologie del «pri­mo venuto», di qualcuno che copia per
niente una figura geometrica in mezzo alla tela, che vuole spiegare
un lavoro… E poi è un’opera d’arte che deve spiegare, ma ciò non è ar­te, perché l’arte deve parlare da so­la,
1 arte apre un colloquio con chi
guarda, non ci vuole un interprete altrimenti non è arte, è un enigma-quella non è arte.

Hai
avuto dei maestri? Quali so­
no stati?.

No. Io definivo Francesco Ciusa un maestro più per commemorare lui che per altro, perché sono andata da lui soltanto due mesi. Io sono auto­didatta; sì, veramente, questa è una
verità. Lui non aveva bisogno della mia
commemorazione. La verità è che io
sono autodidatta.

Dove
è stata la tua prima perso­
nale?

Agli «Amici del Libro», nel 1963, perché il professor
Valle ci teneva e per me
era un onore e mi pareva il posto migliore.

Hai
seguito dei corsi di perfezio­
namento?

No. Quando andavo all’Accademia Internazionale di Perugia, dal 1974, i professori ed altri
presenti prende­vano nota della mia tecnica e
mi chiedevano poi come svolgevo que­sto
o quel lavoro. Anche Melis Mari­ni mi
diceva: «Se lei sa fare quello che fa
e fa quello che è, è perché è una
autodidatta, quindi esprime così la
sua personalità». E quando a un professore dell’Accademia avevo chiesto un giudizio, egli mi disse; «I suoi disegni sembrano fatti da uno scultore». Dopo che gli ho fatto vede­re che facevo anche le sculture, gli ho detto: «Vorrei vedere i suoi lavo­ri, professore», e lui mi ha detto: «Si­gnora, io ho il titolo per insegnare, non sono nato artista come lei…».

«E questa come l’ha fatta»? mi ha chiesto quando ho fatto quel nudo che c’è nella copertina della Cittadel­la. Poi ho fatto una «patina», la parte centrale, quella curata per Santa Lu­cia. «Ma cosa vi ha messo? un po’ di cera?». «Ma che cera», gli dico io, «ognuno deve avere la sua…… «E quelle tinteggiature?». Io poi
spiego: «Alla bacheca, mi
hanno detto che nessun artista spiegava i suoi
segre­ti… In fondo, che segreti?! Un arti­sta
è anche generoso, ognuno lo usa e lo
personalizza secondo la sua per­sonalità.
Io ho sempre detto quello che ho fatto e come l’ho fatto, per agevolare. Poi
ognuno ne ha fatto l’uso che ha
voluto.

Dopo l’intervista, crediamo oppor­tuno chiudere dando altre notizie sulla Cabras Brundo, che è membro delle Accademie Tiberina,
Gentium Pro Pace, Guglielmo Marconi e del­l’Accademia Italia, con medaglia d’o­ro delle Lettere, Arti e Scienze.
I suoi lavori si
trovano presso En­ti
pubblici e privati di Cagliari e del­la Sardegna, in diverse città della Pe­nisola e in California. Di lei hanno scritto i più noti critici letterali e
del­l’arte, da Duprè a Baravelli, da Fran­cesco Alziator a Mario Ciusa Romagna, da Renata Natale Reposa a Marcello Serra, a Heros Kara, a Nicola Valle, che le ha dedicato un nume­ro speciale della rivista “II
Conve­gno”, nel 35° della sua attività arti­stica.

Chiudiamo scrivendo che bello sa­rebbe e giusto che qualche Ente provvedesse alla pubblicazione del­l’intera produzione della Cabras Brundo, che fa parte di diritto della storia della scultura italiana ed inter­nazionale e dell’arte figurativa, in ge­nere.

Nuovorientamenti,
22 gennaio 1995

 

UN APPUNTAMENTO CON LA SPENSIERATEZZA – IL
CARNEVALE IN SARDEGNA

 

Se il mese di gennaio è ricordato come il mese dei falò, per
i
fuochi che si accendono in tutte i paesi dell’isola per ricordare i santi Antonio e Sebastiano, il mese di febbraio è indicato
come il mese delle maschere. Siamo nel mese che non presenta feste religiose di
grande rilie­vo. Infatti il mese di febbraio è dedicato al carnevale e in tutte
le parti della Sardegna si registrano sfilate di carri mascherati e di gruppi
in maschere.

Nelle chiese, il 2 del mese si  ricorda la festività della Cande­lora. Per questa
occasione a Quartu S. Elena (grosso comune a pochissimi chilometri dal
capoluogo isolano), la
Candelora è una festa particolarmente sentita. I
festeggiamenti de “s’arrosseri”, che significa “rosellina”,
iniziano una settimana prima con lo scambio della corona e dei vestiti della
Madonna tra la vecchia e la nuova priora, incaricata di organizzare la
cerimonia del 2 febbraio.

Il simulacro della Vergine, dopo essere stato incoronato,
viene sistemato nel centro della chiesa parrocchiale di S. Elena. A metà
mattina, la priora, preceduta dalle giovani in costume sardo e dal suono delle
launeddas, porta, dentro cestini di vimini
i ceri che,
benedetti durante il rito religioso, vengono utilizzati per illuminare la
chiesa. Il simulacro della Madonna viene porta­to in processione nel sagrato e,
alla fine della festa, si da inizio al carnevale con la prima frittura.

La manifestazione più seguita in questo mese è quella che si
tiene ad Oristano l’ultima domenica del carnevale ed il martedì grasso,
giornata che chiude il periodo carnevalesco. Folla, cavalli e colore sono
i protagonisti della Sartiglia, che vede accorrere, nelle due
giornate, turisti e forestieri da ogni parte del mondo. Questa è la più
movimentata e drammatica delle sagre del folklore sardo.

Della Sartiglia, che è la manifestazione principe di un
popolo, si sono interessati gli studiosi e gli etnografi che, con
i loro scritti, cercano di spiegare i vari momenti della festa. La Sartiglia è espressione
di quella grande borghesia che furono
i gremì.
Attraverso le gloriose tradizioni della Sardegna, il
Gremio di San Giovani, nel pomeriggio dell’ultima domenica di
Carnevale, e quello di S. Giuseppe, l’ultimo giorno, assurgono a simbolica
espressione della Sardegna.

Anche ad Abbasanta si svolge un torneo equestre mascherato
con cavallerizzi concorrenti alla pariglia che provengono da diversi Comuni
dell’oristanese. Pure a Santulussurgiu si corre una gara pressoché simile a
quella della Sartiglia, “sa carrela ‘e nanti” (la frenetica corsa che
si svolge lungo la tortuosa discesa dal centro verso la periferia del paese).

Il carnevale nuorese non è stato mai pazzo. Questo perché i nuoresi mantengono intatta e viva la vecchia tradizione. A
Mamoiada sfilano
i Mamuthones (maschere dal volto di
legno), che con il loro passo cadenzato fanno risuonare,
lugubremente, i campanacci che portano sulle spalle. Le vie sono percorse da
due gruppi di maschere, che indossano nere pelli di pecora. Hanno il compito di
lanciare un laccio, in giunco, (sa socca), addosso alla persona prescelta.

Ad Ottana sfilano i Merdules, “o meres de ules”, ossia i proprietari
di buoi, che incutono timore e terrore perché hanno sul volto una maschera che
riproduce una testa di legno. Queste maschere corrono minacciose per le strade
del paese. Ad Orotelli sfilano
i Thurpos, che fanno rivivere i riti primitivi mimando il mondo contadino con una carica di tragica e grottesca teatralità. A
Tempio, le tradizionali manifestazioni carnevalesche iniziano il giovedì grasso
con la sfilata in cui il personaggio più carat-teristico è il re Gorgio, il
quale viene condannato al rogo nell’ultimo giorno di carnevale.

Nuovorientamenti, 12 febbraio
1995

 

ORGANIZZATO
DALL’ASSESSORATO ALLA CULTURA DL COMUNE DI CAGLIARI -

“Maccaronì
e vù cumprà”

 

Sabato sera del 18 febbraio scorso, alla presenza del Sindaco di Cagliari, autorità civili e
un folto pubblico,
è stata inaugurata, in
una sala dell’Exmà, in via San Lu­cifero, la
mostra fotografica «Maccaroni e vù cumprà».

I maccaroni rappresentano gli emigranti italiani, e vù :umprà gli extracomunitari Africani.La
rassegna docu­mentaria, a cura di Emilio Franzini, docente della Uni­
versità di Verona, resterà aperta sino
al 3 marzo, dalle
ì alle 13 e dalle 17 alle 22. È composta
di trenta grandi p
annelli,
che presentano immagini, testi e diagrammi s
u dati,
problemi, aspetti e momenti significativi del fenomeno migratorio nella storia della Società Italiana dal secolo
scorso, con famiglie e lavoratori italiani nelle ter-re dell’America del Nord e del Sud, nel primo dopoguer­ra e nel secondo con il flusso migratorio degli
italiani ne­gli Stati europei, e
infine quello degli extracomunitari in
questo ultimo decennio con i “vù cumprà”, gli albanesi e gli iugoslavi.

I pannelli testimoniano la realtà umana,
l’emigrazio­
ne femminile, la vecchia
e nuova frontiera, l’emigrazio­ne nella
cultura popolare, le lettere degli emigranti, il mestiere dell’emigrato, le radici sociali dell’emigrazio­ne di massa, la prima fase dell’emigrazione, il
movimen­to migratorio: gli antenati, i viaggi e i luoghi: la parten­za e la traversata e il mito della terra promessa.

Nuovorientamenti, 26 febbraio 1995

 

RITROVATO UN MONUMENTO STATUARIO GENOVESE DEL
XVIII SECOLO – Il martirio di  S.
Caterina di Alessandria

 

Forse, alla fine dell’anno o agli inizi
del prossimo,
i cagliari­tani potranno
ammirare, restaurata, la cassa lignea processionale settecentesca di Santa
Caterina, che ricorda il suo martirio, opera dello scultore genovese Giuseppe
Anfosso; ciò è stato pos­sibile grazie all’intelligente attività dell’attuale
priore dell’Arciconfraternita dei Genovesi, il professor Mario Latretti, che
intende provvedere al ricupero delle diverse manifestazioni della secolare vita
dell’Associazione, anche istituendo un Museo nella sede.

Il priore ha trovato la cassa, qualche tempo fa, negli
scantinati della sede, in via Gemelli, sita accanto alla nuova chiesa dedi­cata
ai Santi Caterina e Giorgio, patroni del sodalizio, nel quartiere di
Monturpinu. Erano
i resti del grande
tavolato, ap­punto la “cassa”: in Liguria il termine indica tuttora
la scena che un artista intendeva rappresentare.

Il tremendo bombardamento del 28 febbraio del 1943 rase al
suolo la chiesa dei patroni dei Genovesi, sita allora nella via Manno, e così
tutto il patrimonio dell’Arciconfraternita andò distrutto e fu poi in parte
ricuperato nella rimozione delle macerie. Ma della cassa non si ebbe da allora
nessuna notizia. Si credeva che fosse andata completamente distrutta. Ciò non
era così. Per conoscere meglio questo monumento statuario, composto di ben undici
pezzi, tra
i carnefici, gli angeli e la Santa, ci aiuta il grande
studioso sardo il canonico archeologo Giovanni Spano. Nel suo studio
“Guida della città e dintorni di Cagliari”, edito nel capoluogo
isolano nel 1861, per
i tipi di A. Timon, a pag.
243, si legge: “Ma specialmente merita essere veduta una grandiosa
macchina che rappresenta il martirio della Santa alessandrina, che si porta in
processione nel dì della festa, 25 novembre. I manigoldi sono ben espressi, e
nell’atteggiamento che conviene per lo spavento delle folgori. La Santa inspira una gran confi­denza
nel
Cielo,
e nell’insieme vi è un non so che di terribile.
Le statue sono tutte alla metà del naturale. E’ opera dello scul­tore Genovese
Giuseppe Afossoin e figli, del secolo scorso come dall’iscrizione che sta alla
base della stessa macchina”. Purtroppo lo Spano, che a detta degli storici
moderni ha sbaglia­to il nome essendo Anfosso, e non Afossoin, non ci dice dove
era sistemata la cassa, nella chiesa sorta alla fine del Cinquecento in via Manno,
allora “Sa Costa”.

L’arciconfraternita aveva abbandonato la vecchia sede della
chie­sa de Gesus, sita da parecchi anni agli inizi dell’attuale Viale Regina
Margherita, nell’odierno Stabilimento della Manifattura dei Tabacchi”. I
mercanti genovesi avevano ottenuto, nel 1580, una cappella nella chiesa de
Gesus, dove effettuavano le attività religiose, commerciali e di assistenza
alle famiglie liguri resi­denti in Sardegna e provvedevano alla riscossione
delle quote da ogni mercantile che toccava il suolo sardo.

Nel 1591 fondarono, a loro spese, la chiesa di S. Caterina,
in via Manno, fiorente tempio che possedeva un grande corredo di pa­ramenti,
numerosi arredi sacri, ricco di marmi, di pitture e di splendidi oggetti
preziosi da essere già un museo.

Nuovorientamenti, 19 febbraio 1995

 

DUECENTOSESSANT’ANNI FA NASCEVA A CAGLIARI  – Diego Gregorio Cadello arcivescovo di Cagliari

 

Duecentosessant’anni fa nasceva a Cagliari Diego Gregorio Cadel­lo, che nel 1798 diveniva arcivescovo di Cagliari e
cinque anni più tardi cardinale; poi, nel 1807 terminava
i suoi giorni dopo una lunga carriera ecclesiastica intensa e
luminosa. Figlio del giudice della Sala Civile della Reale Udienza France­sco
Antonio, marchese dì San Sperate, discendente da famiglia pa­trizia cagliaritana,
che nel 1760 divenne Reggente di Toga del Supremo Consiglio di Sardegna, e
nipote del vescovo di Ampurias Salvatore Angelo Cadello, rettore
dell’università dì Cagliari dal 1728 al 1734, nacque il 12 marzo 1735.

Da giovane seguì la vita ecclesiastica e studiò Leggi e
Filosofia, laureandosi in Giurisprudenza nell’Università di Cagliari, in cui
insegnò Leggi per vari anni. Dopo l’ordinazione sacerdotale, fu nominato abate
di San Giovanni del Sinis e della chiesa di San Nicolo e nel 1788 decano della Cattedrale
di Cagliari, dopo la nomina canonicale. Nove anni più tardi fu chiamato alla
carica di Vicario Generale del Capitolo cagliaritano e resse la diocesi do­po
il trasferimento a
Novara dell’arcivescovo
domenicano Vittorio Filippo Maria Melano, che tenne la cattedra cagliaritana
per qua­si vent’anni, lasciandoci tanti scritti.

Nella cattedrale di Iglesias, il 27 maggio 1798, ricevette la consacrazione episcopale e
l’anno successivo fu decorato del sa­cro Ordine Mauriziano. Durante
i suoi dieci anni circa di aposto­lato episcopale e
cardinalizio si impegnò in attività vasta e de­licata, beneficando
i poveri, incoraggiando i giovani
allo studio ed effettuando visite pastorali, una delle quali in Ogliastra,
allora appartenente alla archidiocesi cagliaritana. Conseguì una grossa
esperienza pastorale e acquistò grande considerazione in ambito nazionale.

Dalle pagine de “I Vescovi di Cagliari” dell’amico
mons. Luigi Cherchi, – scomparso due anni fa circa – col quale abbiamo avuto
una lunga frequentazione culturale, si legge che Pio VI nominò il Cardinale
Giacinto Gerdil suo Delegato apostolico per gli atti di Sua Maestà e
contemporaneamente al Nostro assegnò la subdelega­zione per la Sardegna per il periodo
di esilio in Cagliari del re di Savoia Carlo Emanuele IV e per il disbrigo
degli affari cor­renti .

Fu festa grande nell’isola quando il pontefice Pio VI lo
creò cardinale in data 17 gennaio 1803, su richiesta del re Vittorio Emanuele
I, e quando la mattina del 27 marzo dello stesso anno, – pochi giorni dopo aver
compiuto
i
68 anni -, il vivere Carlo Fe­lice gli pose il
cappello cardinalizio nella splendida cattedrale di Cagliari, gremita da
numerosa folla, che gioiva per la nomina di un suo figlio, il primo sardo del
periodo moderno, a far parte della famiglia cardinalizia.

In quella occasione Giovanni Battista Madeddu, sacerdote di
Ardauli, compose un ottava logudorese in onore del novello cardina­le, il cui
manoscritto si trova nelle carte Baylle della Biblio­teca Universitaria,
pubblicato nel 1896 per il XXV di episcopato di mons. Paolo Maria Serci, come
nota mons. Cherchi, che lo ha rintracciato. Fu molto religioso, dotto e
umilissimo e uno dei prelati più qualificati che l’Isola abbia mai avuto. Le
sue eloquentissime e pregevoli pastorali, che aspettano gli studiosi di cose
ecclesiastiche per trarle dal lungo sonno archivistico, sono interessan­tissime  e pregevole è il catechismo da lui scritto
per la dioce­si cagliaritana.Tenne il cappello cardinalizio per quattro anni.
Morì nella sua città natale, all’età di 72 anni, il 5 luglio del 1807, dopo
aver lasciato
i suoi beni al seminario
cagliaritano.

Per concludere ricordiamo che l’amministrazione civica gli
ha de­dicato la strada che da via Campania porta al quadrifo­glio,  nella zona dedicata agli arcivescovi di
Cagliari.

Nuovorientamenti, 26 marzo 1995

 

INAUGURATO NEI LOCALI DEL
SEMINARIOVESCOPVILE, IL NUOVO ARCHIVIO DIOCESANO

 

Nel nuovo Salone
dell’archivio ar­
civescovile di Cagliari,
venerdì sera 24 marzo, in una cornice di
pubbli­co attento e competente, è
stato inaugurato, dall’arcivescovo
mons. Ottorino Pietro Alberti il
nuovo ar­chivio diocesano, presso il Semina­rio arcivescovile, in via Cogoni, che quanto prima sarà aperto agli stu­diosi.

Il pubblico estasiato, dopo aver ammirato gli scaffali, i registri e le carte antiche dell’archivio diocesa­no e capitolare e la mostra di quadri riproducenti gli arcivescovi cagliari­tani,
ha presenziato alla presentazio­
ne
del volume di mons. Ottorino P.
Alberti
«Scritti di storia civile e reli­
giosa della Sardegna», con la prege­vole prefazione del compianto stu­dioso prof. Giancarlo Sorgia, pubbli­cato dalle Edizioni Della Torre.

Il volume è stato
brillantemente presentato dall’assessore alla Pub
blica istruzione della regione Sarde­gna dott. Luisa D’Arienzo e dall’as­sessore alla Pubblica istruzione del Comune di Cagliari dott. Gianni Fi­lippini.           

Nuovorientamenti, 2 aprile 1995

 

FOLKLORE SARDO- LA
“FESTA DEI CECI” A S. VERO MILIS

 

Abbiamo lasciato alle spalle il lungo carnevale che ha
visto, nei diversi centri isolani, sfilare
i carri
allegorici e gruppi mascherati e bruciare
i pupazzi. E
con la fine del carnevale inizia il mese più pazzo dell’anno. Marzo pazzerello.
Questo mese è tutto dedicato ai riti quaresimali, che hanno il loro
culmine nella prima decade di aprile, dando modo ai turisti di
seguire le tradizionali manifestazioni religiose della Settimana Santa.

Il mese di marzo è avaro di sagre popolari. Siamo in piena
quare­sima, tempo di penitenza, di attesa, di preghiera; quindi non è possibile
effettuare manifestazioni religiose in cui si possono eseguire balli e
spettacoli folkloristici.

Le confraternita preparano i cori per i riti della Settimana Santa che, cadendo in settimana mobile,
quest’anno capita in aprile. In molti centri isolani la settimana che precede la Pasqua si aprirà con la
processione dei Misteri, un rito an­tichissimo, in cui si è inserita la
tradizione catalana intorno al Quattrocento e, poi, quella castigliana nel
Cinquecento, di cui parleremo nel mese prossimo.

C’è da segnalare però, per il 19, i festeggiamenti in onore di San Giuseppe. In San Vero Milis, piccolo centro dell’Oristanese, a circa 100 chilometri da
Cagliari, con 2300 abitanti, veniva distribuita ai poveri una zuppa di ceci, il
cui acquisto ora in­comincia ad essere problematico per mancanza di produzione.
L’acquisto, allora, si faceva con
i proventi
di un piccolo tancato che il canonico Giorgio Mastinu aveva lasciato, oltre
cento anni fa, in eredità ai suoi poveri. Nel giorno della festa del Santo, una
gran folla si ritrovava nella cappella degli Istituti Riuniti di Beneficenza
per la bene­dizione e la distribuzione della zuppa di ceci. Era la festa dei
ceci dei Miracolo, che si teneva nella cucina della casa di riposo.

Ci auguriamo che anche quest’anno si possa continuare questa
buona e bella tradizione.

Nuovorientamenti, 9 aprile 1995

 

SARDEGNA. È  TEMPO DI SAGRE

 

Terminati i suggestivi riti
pasquali, incomincia la stagione del­le sagre, che da qualche anno registrano
un considerevole risve­glio .

Il lunedì dopo Pasqua, si è tenuta in Gonnosfanadiga,
località nel Villacidrese distante da Cagliari oltre 45 chilometri, la sa­gra
in onore di Santa Severa nell’amena località campestre a po­che centinaia di
metri dell’abitato. La ricorrenza ha radici an­tichissime. Alcune migliaia di
fedeli sono affluite nella chiesa rurale eretta nel 1388. Dalla chiesa del
Sacro Cuore, la domenica di Pasqua, una lunga processione, con il piccolo
simulacro della Vergine martire, accompagnato dalla folla festante, si è
snodata lungo le strade del paese e si è portata nella chiesetta di cam­pagna.
Il giorno di Pasquetta, nel tempio umile e modesto, che si adagia sui graniti
della località, che prende il nome della San­ta, circondata dal verde degli
ulivi e delle querce secolari, si sono svolti
i riti
sacri. Una moltitudine di fedeli ha seguito la santa Messa e gli altri momenti
religiosi. Un tempo era la festa della gioventù, perché, per tradizione,
i giovani annunciavano il loro fidanzamento. Accanto ai riti
religiosi vi sono state mani­festazioni civili e sportive.

Nella chiesa campestre dedicata a San Salvatore, in agro di
Uras, in provincia dì Oristano, il martedì dopo Pasqua si è rinnovata la sagra
legata ad un avvenimento storico isolano. La festa, che ha richiamato un numero
notevole dì fedeli da tutti
i centri del circondario,
ha un profondo significato religioso, le cui origini risalgono al XV secolo. La
chiesetta, situata a poche centinaia di metri dall’abitato, sorge su uno
spiazzo di fronte al golfo di Oristano. La sua costruzione risale al XIII
secolo, quando ancora il paese faceva parte del giudicato d’Arborea.

Nel 1470 nella piana di Uras si svolse la cruenta battaglia
tra l’esercito degli Arborea, forte di oltre 7000 uomini e più di 200 cavalli,
coman­dati dal marchese di Oristano Leonardo Alagon, e quello
catalano-aragonese, comandato dallo stesso viceré dì Sardegna Ni­colo Carroz,
che aveva un migliaio
o due di uomini in più. La
battaglia infuriò violentissima proprio nei pressi della chieset­ta di San
Salvatore, dove cadde combattendo il marchese Antonio De Senna, visconte di
Sanluri, che venne trasportato nella chie­setta. Per la cronaca, la vittoria
arrise agli Arborea.

Domenica II di Pasqua, in Sant’Antìoco, centro del Sulcis a
circa 100 chilometri
da Cagliari, si festeggia il patrono con numerose manifestazioni. Essendo nata
nel Seicento, quando vennero ritro­vate le spoglie del Santo, la sagra ha
raggiunto la 410.a edizio­ne. La festività richiama un gran numero di fedeli e
di turisti, all’arrivo del simulacro del Santo portato in processione nottur­na.
Fanno seguito le manifestazioni civili e le funzioni sacre che si tengono nelle
catacombe del santuario, sorto su un’area cimiteriale.

Anche a Mogoro, il secondo lunedì di Pasqua si festeggia
Sant’An­tioco, il cui culto ha radici secolari. La domenica mattina fun­zioni
religiose e processione con il simulacro che parte dalla chiesetta dedicata al
Santo, accompagnato da migliaia di fedeli giunti dal circondario, e si porta
alla parrocchia. La sera è de­dicata alle manifestazioni civili. Il lunedì con
la processione che porta il simulacro alla chiesetta si chiudono
i festeggiamenti.

Nuovorientamenti, 23
aprile 1995

 

CAGLIARI 26 APRILE 1995   STUDI ROSMINIANI – PEDAGOGIA DELL’ESSERE E
UNITÀ DELL’EDUCAZIONE

 

In occasione della pubblicazione degli scritti pedagogici su
An­tonio Rosmini “Dell’educazione cristiana” e “Sull’unità
dell’edu­cazione”, (Città Nuova Editrice), curati in edizione critica dal
prof. Lino Prenna, titolare dell’insegnamento di Pedagogia nell’Università di
Perugia, si è tenuto a Cagliari, il 26 aprile scorso un incontro di studi.

Ha presieduto la tavola rotonda, sul tema “Pedagogia
dell’essere e unità dell’educazione”, il prof. Alberto
Granese, direttore dell’Istituto di Pedagogia degli Studi di
Cagliari, il quale ha presentato
i quattro
relatori. Dopo il saluto e alcune considera­zioni sulla filosofia e la
pedagogia dell’eminente pedagogo ita­liano, ha dato la parola al primo
relatore: il rosminiano p. Remo Bessero Beiti, direttore di
“Charitas”, il quale, fatte alcune considerazioni sulla pedagogia
dell’eminente filosofo, ha trac­ciato in breve la biografia del Rosmini che,
dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1821, si è dedicato completamente agli studi
filosofici, recandosi a Milano presso l’Ambrosiana e di lì al Calvario di
Domodossola, dove stese il suo “Nuovo Saggio sull’o­rigine delle
idee” e fondò l’Istituto della Carità, – e non di carità, ha precisato il
relatore – cui più tardi aggiunse un istituto di suore sulla Provvidenza,
diretto dalla sorella (oggi anche a Cagliari esiste un Istituto), che promuove
l’istituzione di scuole  e orfanotrofi.
L’Istituto della Carità è una congrega­zione religiosa con voti semplici e
perpetui. Particolare inte­resse ha poi nella filosofia rosminiana il concetto
di “carità”, che costituisce il fondamento della dottrina etica,
giuridica e politica, e fornisce all’intero sistema la sua nota più viva e
umana. P. Bessero ha poi ben spiegato il concetto dell’”essere”, come
è stato definito dal Rosmini: “l’essere è nell’interno del­l’uomo, sta nel
cuore umano.

Il relatore gesuita p. Natalino Spaccapelo, preside della
Ponficia Facoltà di teologia di Cagliari, ha iniziato il suo interven­to
raccontando il suo incontro con
i rosminiani e il suo studio sulla
filosofia del Rosmini. E’ poi passato alla discussione sul­la filosofia e la
pedagogia del fondatore dell’Unità dell’educa­zione, che, a suo dire, è molto
vicina ai Fondamenti Ignaziani. A riguardo poi degli scritti critici pubblicati
recentemente dal Centro di Studi Filosofici di Roma,  ha lodato l’iniziativa del prof. Prenna,
ricordando che il pensiero rosminiano ha sempre su­scitato tra gli studiosi
cattolici dapprima diffidenze e poi vio­lente polemiche e accanita opposizione
sia per
i
suoi atteggia­menti innovatori in filosofia sia
per il suo spirito non conser­vatore in politica, tanto da indurre il papa
Gregorio XVI a im­porre silenzio
a tutti
i contendenti.

Il prof. Lino Prenna, a sua volta, ha fatto una lunga
discussione sull’unità dell’educazione. Sul piano sociale, come sul piano
fi­losófico, ha affermato il docente di Perugia, il Rosmini si sfor­zò di
conciliare esigenze di conservazione e di progresso, nel tentativo di
aggiornare una visione teocentrica della vita. Lo stesso atteggiamento si
rivela nello scritto di carattere pedago­gico: “Sull’unità
dell’educazione”.

La professoressa M. Teresa Marcialis, Direttore del
Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze Umane dell’Università di Ca
gliari, ha tracciato una linea sulla filosofia e pedagogia del tempo, mettendo
in evidenza alcuni aspetti filosofici kantiani presenti nel Rosmini.

Dopo le quattro interessanti, circostanziate e ponderose
relazio­ni è iniziato un costruttivo e animato dibattito col pubblico, che è
servito a meglio delineare alcuni altri aspetti della peda­gogia e della
filosofia del rinnovatore cristiano. Il problema
filosofico del Rosmini, è stato detto, si configura perciò come quello
di garantire oggettività alla conoscenza e la soluzione non potrà essere
trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei connessi
sviluppi, se non in una ricerca onto­logica e in un principio di verità, che
riescano ad illuminare l’intelligenza in quanto le si proponga con l’immediata
evidenza, universalità ed immutabilità.

In conclusione l’”idea dell’essere”, a detta del
prof. Prenna trova applicazione in sede didattica, dove tuttavia la giusta in­tuizione
del carattere “globale” delle prime capacità di appren­dimento del
bambino è concepita in modo astratto, pura regola in­tellettualistica che
trascura il fattore interesse.

Nuovorientamenti, 7 maggio 1995

 

LA “CAGLIARITANITÀ” DI ANTONIO ROMAGNINO: UN AMORE
PER IL CAPOLUOGO DELLA SARDEGNA

“I giorni e le
stagioni”: una poesia in prosa

 

“I giorni e le stagioni” è il libro del critico
letterario ca­gliaritano e recensionista di tanti libri Antonio Romagnino, pub­blicato
dalle edizioni Castello di Antonio Careddu, in una veste di grande pregio, e
presentato a Cagliari, alcuni giorni fa, nel Salone dell’Associazione
“Amici del Libro”, di cui l’autore fu, per lunghi anni, presidente e
grosso organizzatore di cultura.

In una enorme cornice di pubblico, dopo la lettura
appassionata e coinvolgente della parte introduttiva del libro, eseguita
dall’impareggiabile lettore Giancarlo
Buffa, ha preso la parola il dott. Gianni Filippini, noto
giornalista, per oltre dieci anni direttore de “L’Unione sarda”,
conduttore dell’unica, stupenda rubrica televisiva “Scaffale in
libreria”. Il quale, dopo aver detto che è stato ed è allievo di Antonio
Romagnino, dal quale ha imparato ad amare
i libri,
tanto da diventare un lettore accani­to, è passato ad illustrarne il lavoro,
mettendone in risalto la grande professionalità, che non conosce momenti di
pausa, e il grande amore che Romagnino
nutre per la sua
città natale, che in questo suo lavoro spazia nell’isola e anche nel
continente. Ha aggiunto che rispetta la sua autorevolezza e il suo giudizio,
gli invidia la cultura e lo spessore umano e intellettuale e gli è debitore di
tante preziose ed impagabili lezioni di virtù. Filippini ne ha poi evidenziato
la “cagliaritanità” e l’amore per il capoluogo isolano, non un amore
miope, ma un amore lucido e ragionato.

Nel libro, ha poi aggiunto, che ha molte vicende, molti
personag­gi e l’autore, che non ha mai rinunciato a dire le cose che dei
cagliaritani non gli piacciono, vi sono anche alcune rivelazioni che a taluno
potrà far pensare a una forma di liberazione di pen­siero che lo ha
condizionato per molto tempo nella sua attività letteraria.

Nel libro, che è un diario iniziato nel 1970, si trova la coeren­za,
e vi si nota l’uomo colto che conosce il rigore etico, la forza del buonsenso,
l’esigenza di una tolleranza mai confondibi­le con la arrendevolezza e con la
rassegnazione. Si nota, inol­tre, una ricca e invidiabile personalità, il
letterato, il filo­sofo, l’uomo di grande e solare civiltà, con tutte quelle
carat­teristiche che forse non possono neanche esser enumerate, richia­mate e
condotte alla volgarità di un semplice passaggio; vi e la voglia di sapere e di
rispettare sempre e comunque l’uomo, ma an­che di non offendere l’uomo nel
versante dell’intelligenza, quan­do qualcosa debba essere richiamata.

Tutti da leggere, tutti da riportare i suoi appunti, ha poi evi­denziato il relatore, le sue
annotazioni, le sue riflessioni, an­che
i suoi
affondi polemici che sono la ricchezza di questo inte­ressante volume, in cui
si nota una profonda sensibilità. Roma­gnino è un infaticabile studioso ed è
anche un curioso, una ca­ratteristica che lo accomuna, tra le altre, ad alcuni
intellet­tuali italiani, e non solo, di grande levatura e spessore, e la sana
curiosità è il motore principale del processo di cultura che uno può tentare
per dare a se stesso risposte appaganti: è una curiosità tutta intellettuale,
uno stimolo culturale che non è una ricerca di un filone unico finalizzato in
una sola galleria; Romagnino procede per scavi, per scavi improvvisi, per
sollecita­zioni che possono attenere ad una apparente quotidianità, e che poi
invece si rivelano corpose per
i risultati che emergono
dalla sua ricerca.

In questo libro c’è la conferma precisa che Romagnino non
rimane mai alla superficie delle cose, degli accadimenti e delle perso­ne; vi è
il suo leggere per piante, andare per chiese, perché Ro­magnino studia, fruga,
scopre, rivela, e riprende a studiare finché la sua curiosità non si sente
appagata e sinché questa cu­riosità non si sente gratificata dall’aver offerto
un fiore alla nostra conoscenza, alla nostra cultura collettiva. Romagnino ha
la caratteristica di poeta, poiché la sua scrittura è spessissimo di
emozionante lirismo, come le belle pagine dedicate alla gine­stra e
all’oleandro. Romagnino è un intellettuale di grande luci­dità, di occhio
lungo, nel vedere, nel prevedere, nell’ipotizza­re, nel trasferire il presente
in una visione non miope del futu­ro, non per se stesso, ma per la
collettività, partendo da Ca­gliari, allargando la visione alla Sardegna,
all’Italia, al mon­do.

Filippini ha concluso dicendo che Romagnino ha scritto
centinaia e centinaia di articoli e di saggi, ha fatto numerose battaglie per
il patrimonio ambientale, ha realizzato una preziosa guida di Cagliari e ha già
predisposto un lascito intellettuale per la città.

Giancarlo Buffa ha letto quindi due lunghi passi dedicati a Marcello Serra
e a Salvatore Cambosu, due passi intensamente e mera­vigliosamente scritti dal
critico cagliaritano.

Ha poi parlato Nereide Rudas, docente di
psichiatria nella Uni­versità di Cagliari, la quale si è soffermata a lungo a
sottoli­neare la unicità, lo spazio e il tempo del volume, applaudendo il lavoro
di Romagnino in cui sì trova una lunga frequentazione del­l’autore con la sua
città, essendo stato un vero abitante della città. Ha soggiunto, rievocando
alcuni passi della vita dell’au­tore, che molti passaggi esprimono il radicarsi
dello scrittore, e Romagnino è forse uno dei pochi scrittori urbani sardi, illu­stratore
poetico della sua città, ma questa scrittura urbana non può che non nascere dal
senso appunto di abitare la sua specifica città.

La Ruda ha concluso col dire che l’autore è nella continua ricer­ca
di una costruzione
o meglio di una
ricostruzione della sua città, e tenta di rifondarla nel suo significato, ma
non mai espresso, sempre nascosto e sfuggente.

Nuovorientamenti, 21 maggio 1995

 

DAL 18 MAGGIO AL 18
GIUGNO ALL’EXMÀ DI CAGLIARI PROMOSSO DALL’ASSESSORATO ALLA CULTURA DEL COMUNE“
- Cavalli e buoi dei paesi tuoi”

 

II 18 maggio
scorso, nel locali
dell’Exmà
di via San Lucifero, è stata inaugurata la
mostra «Cavalli e buoi dei paesi
tuoi», organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari.

Organizzata
da una collezionista
di antiquariato che da oltre tre an­ni collabora con
l’Amministrazio­
ne Comunale di Samugheo, la mo­stra, che chiuderà
il 18 giugno
prossimo, propone l’esposizione di giocattoli d’epoca
della collezione
di Nella Crestetto Oppo, affiancati da strumenti del mondo contadi­no, bisacce e collari per buoi, rea­lizzati al telaio dalla fine dell’Otto­cento agli Anni Cinquanta. In que­sta occasione, al fine di sensibiliz­zare e di coinvolgere il mondo del­la scuola e di quella fascia di pub­blico che visita con crescente in­teresse
gli spazi dell’Exmà, sono stati
privilegiati i collari per buoi (collane) e le bisacce (bertulas), usate in
occasione di processioni o di feste
religiose, invece di altri manufatti
di ben altro pregio e ra­rità
rinvenuti in Samugheo, e in sintonia
con gli animali, che costi­tuiscono
il filo conduttore dell’in­tero
percorso.

Nuovorientamenti,
28 maggio 1995

 

 

PRESENTATO A CAGLIARI NEL SALONE DEL
BANCO DI SARDEGNA “IL TENIMENTO” DI A. FRONGIA

 

Nella Sala del Banco di Sardegna, in
Cagliari, Gianni Filippini e Giovanni Mameli hanno presentato il romanzo
“Il Tenimento”, di Augusto Frongia, pubblicato per i tipi delle
Edizioni Castello di Antonio Careddu, un editore che ha al suo attivo oltre un centi­naio
di titoli e che quest’anno ha compiuto quindici anni di at­tività editoriale.

Il dott. Gianni Filippini, affermato
che la scrittura di Augusto Frongia nella forma è accattivante e coinvolgente e
nella sostanza è essa stessa una caratteristica, l’ha definita scrittura
prevalentemente di memoria, intendendo dire che l’influenza dei ricordi nella
narrazione è notevole e che questi esercitano un’irresistibile pressione
psicologica sull’autore che poi, rac­contandoli, li mette in libera uscita
dalla propria memoria.

Fi­lippini crede che sia il modo
diretto di cercare di renderli obiettivi o quanto meno di metterseli di fronte,
di interpretar­li, di giudicarli e soprattutto di farli giudicare dai lettori,
ed elaborandoli, li trasforma, li pone a fondamento della costruzione
narrativa, tanto che il racconto, in concreto, finisce per rivendicare una
propria totale autonomia. “La spontaneità e l’im­mediatezza del
linguaggio  invitano ad alcune  riflessioni, per­ciò si deve parlare di
scrittura d’istinto che risponde ad un im­pulso naturale e che, per questo, è
una scrittura che si mostra insofferente dei freni convenzionali e di
elaborazioni di stilistica”.

Il relatore ha poi sottolineato che
in questo lavoro l’autore ha saputo trovare un interessante  equilibrio, frutto dell’invenzio­ne e
dell’aderenza alla realtà, e molte pagine propongono un ri­chiamo, almeno
indiretto, al credo letterario di Italo Svevo: “L’autore, chiamato ad
emozioni forti da fatiche, successi, speranze, felicità, gratificazione e dolori,
scrive appunto la vita, pescando ad ampie mani dal magazzino della memoria, e
come se in­tenda  inseguire l’intimo
proposito di rivivere tante volte le

stesse emozioni, gli stessi dolori e
le stesse gioie”. E allora il significato de “Il Tenimento” è assolutamente
autonomo; tut­tavia l’opera ha anche la capacità di ricomporsi in una trama in­tensa
e corposa e i ricordi sono molto vivi; è chiaro che una me­moria, molto
partecipata nella forza dell’energia di mente e di cuore, li ha sottratti
all’usura del tempo per conservarne intatta la testimonianza di vita e di
sentimenti. Non a caso è proprio nelle ultime pagine del romanzo, il
personaggio guida rivela di aver incominciato presto a vivere dei ricordi;
sembra una confessione; tutto va ricondotto a quel grande fazzoletto di terra,
che è appunto “Il Tenimento, vero protagonista del romanzo, sangue del
capostipite, irrinunciabile legato spirituale per il figlio, una terra dove si
può pensare di torna­re, non per rincorrere le palpabili ombre, ormai senza significa­to,
ma per godere della magnifica solitudine della campagna che è nell’animo; alla
landa più deserta può accadere di vedere spuntare la speranza che è il fiore
più bello della vita. Non si ca­pirebbe sino in fondo questo romanzo, a detta
di Filippini, se non si tenesse conto che, con occhio di ammirazione, malgrado
gli allontanamenti, i distacchi, le possibili alternative, la vita dell’autore
ha avuto sempre ed avrà il solido legame affettivo, psicologico, esistenziale
con “Il Tenimento”, con questo grande palcoscenico, animato da tante
vicende, da tanti personaggi, di­ventati la rilevante sostanza del grande
patrimonio di un grande romanzo che chiede di essere letto e di essere
capito. 

Giovanni Mameli si è soffermato su
alcuni aspetti che lo hanno colpito, affermando che è un romanzo molto ampio,
ma si legge dalla prima all’ultima pagina con enorme interesse perché presenta
una serie di vicende caratterizzate da continui colpi di scena e da continue
apparizioni di personaggi che compaiono via via che si procede nella
narrazione;  è un romanzo ad ampio
respiro, una saga familiare, che comprende un arco cronologico non molto ampio,
ma abbastanza articolato: dalla fine della prima guerra mon­diale agli anni
immediatamente successivi alla fine della secon­da, poco più di un trentennio,
e sia i protagonisti, sia i per­sonaggi minori sono tutti descritti a tutto
tondo; non ci sono soltanto i familiari, ci sono anche gli animali, la natura,
la terra, con una simbiosi che è veramente notevole; si alternano i cicli della
natura, c’è la nascita della decadenza di una azienda agricola, e già nel
titolo c’è un piccolo giallo; uno che lo vede in libreria, “Il
Tenimento” vuol dire il nome di questa azienda agricola, ma c’è anche una
parte di questo terreno enorme che è destinato al pascolo: è un microcosmo
completo perché ci vivono anche altre persone, non soltanto la famiglia del
protagonista.

Per Giovanni Mameli l’interesse
della psicologia dei personaggi non si manifesta soltanto nei confronti del
protagonista o dei suoi familiari; l’autore racconta spesso e volentieri
episodi del passato dei personaggi, che appartengono a diverse classi socia­li,
non c’è soltanto l’interesse focalizzato verso i proprietari della tenuta, ma
anche verso i personaggi che apparentemente han­no un ruolo marginale e sono
descritti con la stessa attenzione come se fossero protagonisti. La maggior
parte del romanzo ri­guarda un periodo ben circoscritto, nel cui disegno lo
spazio  maggiore viene dedicato al
periodo della seconda guerra mondiale, allo sfollamento in particolare,
descrivendo l’epopea dello sfol­lamento, che in Sardegna ha coinvolto
moltissime famiglie, e in particolare Cagliari. Si parla della penuria del
cibo, delle re­quisizioni, dell’interruzione della scuola e della precarietà
della vita.

Secondo Giovanni Mameli, l’autore
non è caduto nella trappola di politicizzare le situazioni e i personaggi; nel
romanzo la guerra viene vista dall’interno dei personaggi, alcuni dei quali
sono portati dalla guerra, come i militari, le scene dei combattimenti aerei, e
tutta una serie di fatti che si ripercuotono in questo tenimento. “Qui la
guerra viene vissuta come un tragedia all’in­terno dei personaggi e potrebbe
essere anche un’altra guerra, nel senso che, se il romanzo fosse stato
ambientato in un altro pe­riodo, non ci sarebbero state delle grosse
differenze, perché comunque la guerra viene presentata come un evento molto
negativo, che si abbatte come un ciclone su questa enorme azienda, e natu­ralmente
decreta anche la decadenza del territorio. All’interno di questo microcosmo ci
sono momenti di allegria, amori e situa­zione, come spesso capita anche nei
momenti più tragici, che dan­no il senso della vita, che appunto è il
costituirsi di questa alternarsi della tragedia, dei momenti di tristezza  e dei momen­ti invece in cui, anche quando
sembra che la vita sia appesa ad un filo, ci sono anche eventi che ridanno
coraggio e stimolano ad andare avanti”.

Anche durante questo periodo dello
sfollamento, a detta del rela­tore, c’è tutta una gamma di comportamenti che
dimostrano come in situazioni estreme la vita continua. “Il romanzo si
legge volen­tieri per i continui colpi di scena, per il ritmo veloce, per gli
spazi temporali molto forti”; e poiché ha una struttura cinemato­grafica,
Mameli ha proposto all’autore di far leggere il romanzo a qualche regista,
perché vi è una quantità di scene, e tutto è narrato sulla visualizzazione di
episodi molto diversi; sembra di vedere un film: “ci sono stacchi,
sequenze, personaggi de­scritti compiutamente, dialoghi abbastanza contenuti,
rispetto al piacere di costruire una scena, una sequenza, una descrizione; c’è
anche questa abilità nel fare gli spazi, non c’è una scansione in questi
trent’anni, ci sono dei salti abbastanza forti e delle situazione molto
cinematografiche.

Il relatore ha concluso l’intervento
rivolgendo delle domande all’autore, il quale ha dato risposte sicure e precise
sul modo di come ha proceduto nel suo racconto.

Nuovorientamenti 16 luglio 1995    

 

CELEBRATI I 90 ANNI DELL’ATTIVITÀ
SCIENTIFICO-EDITORIALE DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA DELLA SARDEGNA

 

Mercoledì 2 ottobre, nell’aula magna
del Rettorato, in via Uni­versità, si è tenuta una giornata di studio dedicata
a “Un’isola e la sua storia”, per celebrare i 90 anni di attività
editoriale della Deputazione di storia patria della Sardegna.

La Società Storico Sarda, fondata il 14
marzo 1905, sotto la presidenza di Arrigo Solmi, venne trasformata, trent’anni
dopo, in Deputazione di storia patria, che in novant’anni di attività intensa
ha pubblicato ben 77 volumi, frutto del lavoro di eminen­ti studiosi stranieri
e italiani, che si sono interessati alle realtà della Sardegna.

In mattinata, nella giornata delle
celebrazioni, ha aperto i lavori il rettore dell’Ateneo cagliaritano. e
l’accademico dei Lincei Osvaldo Baldacci ha presentato il volume “Studi di
Geogra­fia e Storia in onore di Angela Terrosu Asole”, a cura del presi­dente
della Deputazione, Luisa D’Arienzo.

È stata la volta dei docenti
Giovanni Lilliu e Giovanna Sotgiu che hanno illustrato il volume 38
dell’Archivio Storico Sardo.

Nel pomeriggio, Giuseppe Contini ha
presentato la raccolta di saggi di Francesco Artizzu e l’ordinario di Storia
del Cristiane­simo di Urbino, prof. Règinald Grègoire, si è occupato del
“Psalterium-Hymnarium Arborense (se. XIV-XV)”, curato da Giampao­lo
Mele.

Nuovorientamenti, 23 luglio 1995

 

“COSTUMBRES”: PITTORI SPAGNOLI IN
VETRINA

 

Mercoledì 12 luglio scorso, alla presenza dell’assessore
alla Cultura, dott. Gianni Filippini, è stata inaugurata, la mostra
“Costumbres - Pittori spagnoli in Sardegna nel primo Novecento”,
organizzata dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico, in collaborazione
con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari e del Comune di Atzara e
con il concorso dell’Istituto CNR sui rapporti Italo-iberici. La mostra, che è
documentata e arricchita di riferimenti agli artisti sardi Biasi, Ballero,
Figari e Floris, resterà aperta fino al 6 agosto prossimo. Attraverso l’opera
pittorica degli spagnoli
Eduardo Chicharro Agüera e Antonio
Ortiz
Echagüe,
che hanno fissato su tele volti e Paesaggi sardi
del primo Novecento, la mostra presenta le loro opere di soggetto isolano. Essi
furono tra
i massimi rappresen­tanti
della corrente pittorica del
“Costumbrismo”, attiva in
Spa­gna dalla metà dell’Ottocento ai primi del Novecento; tale cultu­ra si
caratterizzò per un interesse particolare alla raffigura­zione di costumi,
gesti quotidiani delle donne e tradizioni popolari iberiche che testimoniano il
gusto etnografico dei pittori spagnoli del
costumbrismo.

I due artisti spagnoli approdarono a Cagliari a seguito
dell’ot­tenimento di una borsa di studio da parte dell’Accademia spagnola di
Belle Arti di Roma.
Chicharro Agüera visitò la Sardegna nel 1901, mentre
Ortiz
Echagüe
arrivò nel 1906 trattenendovisi per due anni.
Soggiornò ad Ittiri, Mamoiada,
Bono, Atzara e Dorgali e
strinse rapporti con
i nuoresi Antonio Ballero0 e
Francesco Ciusa. Le opere realizzate si trovano ora esposte nella mostra,
allesti­ta nella Galleria Comunale d’Arte, presso
i Giardini Pubblici di Cagliari in via Regina Elena, da Paolo
Piquereddu, Anna Maria Montaldo e da Francarosa Contu. A Maria
Luisa Frongia, che ha steso una acutissima monografia, è stata riservata la
consulen­za per l’ordinamento scientifico delle opere.

Si crede che la lunga permanenza di Ortiz in Sardegna,
accanto ai giovani pittori Biasi,
Carmelo Floris e a
Filippo Figari abbia influito sui loro interessi etnogratici. Con questa mostra
si intende portare un contributo per la conoscenza di un altro tas­sello della
storia dell’arte sarda nel Novecento grazie anche all’esaustivo studio condotto
da Maria
Luisa
Frongia. A Cagliari vengono esposte un ventina
di opere, alcune di grande formato, nove delle quali provengono dalla Spagna,
messe a dispo­sizione del Museo di Sant’Elmo, in San
Sebastián, nelle Province Basche, e da alcuni privati; le opere sono
state riunite con altre nove opere conservate in Sardegna presso privati. La
mostra si trasferirà, poi, ad Atzara, dal 12 agosto sino al 27 dello stesso
mese, in occasione dell’inaugurazione della Pinacoteca d’Arte Contemporanea.
Infine, dall’8 settembre al 12 ottobre sarà esposta nella rinnovata sala per le
esposizioni del Museo regio­nale della vita e delle tradizioni popolari sarde
di Nuoro. Accanto ai dipinti dei due artisti spagnoli è presente una picco­la
significativa esposizione di opere di Giuseppe Biasi,
Carmelo Floris e Filippo Figari, nelle quali è possibile riconoscere
i
segni di una relazione con quelle degli
spagnoli. Sono in mostra anche alcuni abiti tradizionali femminili, che
appartengono alle collezioni del museo etnografico di Nuoro e ad alcuni
privati.

Nuovorientamenti, 30 luglio 1995

 

A LANUSEI UN MUSEO DIOCESANO

 

 Nei giorni di
mercoledì e venerdì, d
alle 15.30 alle 19.00 si può visita­re il museo
diocesano di Lanusei, si
to nei locali del seminario diocesano, in via Roma 106,
nel cuore del cen
tro ogliastrino.

II ricco museo,
dovuto ai finanzia
menti della Regione e a quelli della Se curia, ma
soprattutto dall’interessa
mento del vescovo d’Ogliastra mons. Antioco Piseddu e
dall’entusiamo
del giovane sacerdote Giorgio Ca­bras, che guida la
visita, possiede re
liquiari, manoscritti e antichi reperti che documentano la
storia della dio­
cesi.

Vi si trovano anche
resti prenuragici, fenici e romani, lettere, documenti, oggetti e fotografie
dei vesco­
vi ogliastrini, quadri, stampe e scul­ture, medaglie e
monete legate alla
storia isolana e continentale. Inoltre si possono ammirare
i bellissimi og­
getti
sacri, gli arredi e i paramenti ec­clesiastici,
libri rari e antichi, perga­mene che
illustrano la storia della diocesi
ogliastrina dal Duecento al Seicento.

Nel museo si trova uno dei pezzi più rari e antichi
della collezione,
rinvenuto nella chiesetta di Santa Maria Navarrese,
donata dalla prin
cipessa di Navarra, scampata da un terribile nubifragio
lungo le coste
della Sardegna centro orientale: è un reliquiario
d’argento a forma di cuo­
re, di fattura iberico-musulmano, con iscrizioni
augurali, databile al Millle.

Nuovorientamenti, 3 settembre 1995

 

 

    UN LIBRO PREZIOSO
DI MONS. GIOVANNI SERRA – DOLIANOVA: STORIA DI UN VESCOVADO

 

Un prezioso, suggestivo lavoro su “II Vescovado di
Dolia nelle origini e nella storia” ha pubblicato, qualche tempo fa, il
rev. mons. Giovanni Serra, instancabile raccoglitore di notizie sulla diocesi
doliense. Lo studio si avvale di una dotta, robusta e puntuale presentazione
dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Ottorino Pietro Alberti. Il quale scrive:
“Ogni società ha bisogno della storia, della propria storia, regionale
o nazionale che sia, da situare a sua volta nella storia più
vasta che tutto ab­braccia e collega… Basta scorrere le pagine alle quali
mons. Serra ha affidato il frutto delle sue lunghe e appassionate ri­cerche
sull’argomento per rendersi conto che la storia di questa “piccola”
diocesi, piccola non è. Che anzi, nel quadro storico relativo all’origine e
alla prima diffusione del cristianesimo in Sardegna il ruolo avuto dalla
diocesi di Dolia è stato tutt’altro che secondario”.

Il volume, di circa 190 pagine, pubblicato in ottima veste
tipo­grafica per
i tipi della Grafica  del Parteolla di Dolianova, è corredato da
splendide tavole del pittore Efisio Cossu. L’autore, già preside nel Seminario
Arcivescovile di Dolianova, impegnato attivamente nello studio dei documenti
archivistici con lo scopo di portare altri tasselli riguardanti la storia
dell’archidiocesi cagliaritana, ha all’attivo altri lavori, tra
i quali “Villasor in parte ippis”, presentato in
queste pagine dall’amico collega Carlo Thorel.

Dopo questo lavoro sul Vescovado di Dolia, dedicato con
immutato affetto alla Comunità Doliense, mons. Serra, membro del Capitolo
Metropolitano di Cagliari con l’incarico di archivista dell’Ar­chivio
Capitolare, sta continuando il suo lavoro di scavo negli archivi sardi: gli
auguriamo di poter proseguire nella riscoperta della storia civile ed
ecclesiastica della Sardegna.

Il libro sulla Chiesa doliense, che aveva il suo centro in
Dolia­nova, luogo caro al popolo del Parteolla, dopo la presentazione
dell’Alberti, si apre con una premessa dell’autore, con la quale egli spiega
le  strade seguite nello studio: indagare
sull’”Origine del Vescovado di Dolia”, argomento della prima par­te,
fondato su ‘specifiche fonti e dati archeologici da non tra­lasciare’, e
analizzare ‘Il Vescovado di Dolia nella storia’, “stabilendo, su precise
fonti, la relativa successione dei vesco­vi doliensi”. Si rifà, quindi, al
Fara, al Vico, al Mattei, al Martini, al
Tola e al Filia, senza tralasciare numerose carte dì diversi archivi, specialmente
dell’Archivio Arcivescovile di Ca­gliari e dell’Archivio del Duomo di Cagliari,
nonché la revisione dell’”Archivio Storico Sardo”, de “Le carte
Volgari” del Solmi, del “Codice Diplomatico” del
Tola e di altre fonti. L’autore, parroco per 50 anni in
Villanovatulo, Sarroch, Villasor, Dolianova e Monserrato, particolarmente
attivo e appassiona­to della storia ecclesiastica sarda, introduce poi le tappe
storiche con
i primi cenni sul
vescovado doliense, il cui documento più antico è del 1089, che non segna
“la sua origine, ma la sua documentata esistenza storica col suo primo
vescovo”: Virgilio.

Probabilmente, a detta del Serra, la sua origine si potrebbe
si­tuare già nel periodo della dominazione bizantina, a cavallo dei secoli
VII-VIII, basata “sulle risultanze archeologiche e particolarità culturali
che sono di questo stesso tempo”. Si passa così alla presentazione
cronologica dei presuli, ben studiati dall’autore, che si avvale di nuovi
documenti archivi­stici. Dal 1089 al 1378, anno di inizio dello scisma
d’occidente, che ebbe ripercussioni gravissime anche in Sardegna,
i vescovi furono quattordici, per alcuni dei quali restano
ancora delle zo­ne d’ombra, che si spera vengano schiarite da altri studiosi
o dallo stesso Serra.

Preceduta da una breve sintesi storica sullo scisma
d’occidente, inizia poi la parte riguardante
i vescovi di
Dolía
legittimi e illegittimi; è un periodo che va dal
1378 col vescovo illegittimo Giovanni, eletto dall’antipapa Clemente VII, e si
chiude nel 1419 con Giovanni dì Santopauolo e Goffredo Sigarla. Periodo buio e
triste per la storia ecclesiastica sarda, sebbene la sede del ve­scovado
doliense, ormai diventato un semplice villaggio, attiri ancora l’attenzione
pontificia, che nel 1503 pone termine alla secolare vita di un’efficientissima
sede vescovile, piena di ful­gore e di vita, con la fusione a quella di
Cagliari, alla quale tocca anche il titolo di Barone di
Dolía.

Il volume si chiude con una relazione sul lavoro e si
conclude con l’avvertimento che “lo studio non chiude la strada ad altre
ricerche se verranno
o meno altre fonti
storiche” e con un’appendice dedicata a San Pantaleo Martire, un
interessante studio sul­la vita del patrono di Dolianova.

Nuovorientamenti, 10 settembre 1995

 

 ”THE ISLAND OF
SARDINIA” UN’OPERA DEL 1843 – Monasteri e conventi cagliaritani visti da
un inglese

 

Tra i non pochi illustratori
dell’Isola di Sardegna vi è l’ingle­se John Warre Tyndale, nato a Londra il 2
gennaio 1811, dove esercitò l’avvocatura, morto a Canford Cliffs il 26 dicembre
1897. Il Tyndale fu nell’isola nel 1843 e pubblicò un vasto reso­conto  di quanto aveva visto e di quanto gli avevano
raccontato gli amici. Nel suo lavoro, intitolato “The Island of
Sardinia” (L’Isola di Sardegna), edito a Londra nel 1849, in tre volumi, e mai
tradotto completamente in italiano, vi sono molte pagine che trattano della
città di Cagliari.

Di Tyndale si sono interessati Alberto Boscolo in “I
viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna” (Cagliari 1973), dove fu
pubblicata la parte su Portotorres e Sassari, e Miryam Cabiddu in “Viaggia­tori
inglesi dell’800 in
Sardegna” (Cagliari 1980), che provvide alla descrizione dell’opera e alla
pubblicazione di alcune parti in lingua originale.

A riguardo dei monasteri e dei conventi, l’inglese scrive
che al tempo degli aragonesi il loro numero era stato ridotto e maggior­mente
era diminuito al tempo della Casa Savoia, e che esisteva­no, al suo tempo, gli
ordini elencati di seguito con un numero di monaci molto basso.

Nel monastero di S. Giuseppe (in Castello) vi erano 25 Padri
Scolopi e in quello dell’Annunziata solo 14 novizi delle Scuole Pie. I frati
osservanti erano 45 in
Santa Rosalia e 30 novizi c’erano in San Mauro; nel convento maggiore dei
Cappuccini di S. Antonio – oggi fra Ignazio da Laconi – risiedevano 64 frati,
mentre in quello di San Benedetto vi erano 18 novizi. Nel convento di Santa
Teresa (nell’attuale Auditorium comunale) si trovavano 26 Gesui­ti, in quello
di Santa Croce erano 20 e nel convento di San Mi­chele c’erano 20 novizi. I
Frati Conventuali di San Francesco, in Stampace, erano 24; nel convento di San
Leonardo (presso la chie­sa di S. Agostino, nell’attuale via Baylle), si
trovavano 21 Agostiniani, mentre nel convento dei Frati di San Francesco di Pao­la,
nell’attuale via Roma, vi erano 14 “Paolotti” (sic); in San Domenico
i frati erano 27 e nel convento di Bonaria i Mercedari erano 32; infine, nel monastero del Carmine vi erano 25 padri carmelitani e nel convento di Sant’Antonio
(in “Sa Costa”, l’at­tuale Via Manno), erano 11 Frati Ospedalieri.

Lo scrittore inglese passa poi a dare notizie sulle monache,
del­le quali 30, Francescane, si trovavano nel convento di Santa Chiara, poco
distante dalla piazza dell’abbeveratoio, oggi Piazza Jenne; 18 Frascescane
erano nel monastero di Santa Lucia, nell’attuale via Martini, altre 14 nel
convento della Purissima, nell’attuale via La Marmora; 33 Cappuccine si
trovavano nel con­vento, presso la
Porta dei Leoni, nell’attuale via Cima, e 8 Do­menicane nel
convento di Santa Caterina, in Castello. Inoltre a Cagliari si trovavano 8
confraternite: del Monte, del Santo Sepolcro, di Santa Caterina, di Santa
Lucia, della Vergine d’Itria, di Sant’Efisio, di Santa Restituta e del Santo
Cristo.

II viaggiatore inglese non poté accertare l’esatto numero
dei so­ci delle confraternite, ma dice che ognuna di esse poteva avere una
media di sei iscritti, che aggiunti ai 416 frati e alle 103 monache,
raggiungevano un totale di 567. Il numero dei chierici, nel servizio delle 52
chiese, era stimato in 220, inclusi
i 66 membri
della Cattedrale: così ci saranno 787
individui apparte­nenti alla chiesa e alle fondazioni ecclesiastiche.
Questo, nel­la popolazione cittadina di 29.600, dava una proporzione di 1 ogni
37 persone. Nel calcolo non era incluso il numero dei laici inseriti nelle
diverse istituzioni ecclesiastiche, quali impiega­ti, sacristi, inservienti e
dipendenti vari; ma, calcolati questi in 200 e aggiunti ai 787, il risultato
sarebbe che una persona ogni 30 viveva del reddito degli ecclesiastici.

Nuovorientamenti, 17 settembre 1995

 

PRESENTATO A CAGLIARI
IL LIBRO SU GIUSEPPE DELITALA CASTELVY – Un poeta sardo del Seicento nella
Università di New York

 

Il poeta-viceré di
Sardegna Giuseppe Delitala Castelvy, del quale si occuparono storici, saggisti
e letterati, è stato oggetto di studio da parte di alcuni allievi della
Università neworchese di New Paltz, per opera del professor Louis Saraceno.
Dobbiamo così ringraziarlo se oggi possiamo leggere le liriche del poeta Deli­tala
Castelvy, che pochissimi conoscevano e che ora, grazie anche a Luigi Spanu,
nostro collaboratore, molti sardi e non possono leggerlo nella edizione
italiana.

Circa vent’anni fa
Louis Saraceno, docente di lingua spagnola presso lo State University College
di New Paltz dava alle stampe “Vida y obra de José Delitala y Castelvy
poeta hispano-sardo del Seicento”. La pubblicazione in castigliano, di
circa 350 pagine e alcuni documenti in originale, era passata inosservata agli
ispa­nisti e ai critici sardi”. 

Il professor Luigi
Spanu provvide, dieci anni dopo, a recensire lo studio su “l’Unione
Sarda”, dando notizie dettagliate sia del poeta Delitala sia del Saraceno
e si augurava che quanto prima qualche ispanista provvedesse a divulgarne
l’opera in edizione italiana.

Lo Spanu, ricercatore,
saggista, ispanista e cultore della ca­gliaritanità, nonché studioso dei
problemi del mondo sardo nei periodi catalano-aragonese e castigliano, dopo
aver atteso parec­chi anni che qualcuno cogliesse il suo invito, si mise al
lavoro e lo scorso anno pubblicò, per i tipi dell’Editrice Castello, “Vita
e opera di Giuseppe Delitala Castelvy, poeta ispano-sardo”, presentata al
pubblico isolano qualche tempo fa dai professori Giovanni Mameli, Antonmio
Floris e Giuseppe Serri.

Il lavoro di Louis
Saraceno è di grande importanza storico-letteraria, perché fa un’analisi
approfondita della corrente ba­rocca spagnola in Sardegna, tema tuttora da
studiare, non avendo nessun studioso sardo provveduto a farne un’analisi.
Inoltre il poeta cagliaritano Š stato inserito, dal Saraceno, negli avveni­menti
storici della Cagliari Secentesca alla luce delle ultime ricerche da lui
effettuate nelle biblioteche e negli archivi sar­di, nonché in quelle della
Spagna, di New York e Washington ed in particolare in quella della Hispanic
Society of America di New Jork, la quale
possiede alcuni libri rari degli scrittori sardi del Cinque e Seicento.

Lo scritto di Saraceno
dà a conoscere una personalità letteraria di primo piano nel Seicento e fa il
punto sul posto avuto dalla poesia sarda nel contesto della letteratura
spagnola e di quella europea.

Ora il professor
Spanu, che ha dedicato a Cagliari due studi sul­la vita cagliaritana di ieri e
di oggi e un dizionario biografico di cagliaritani e che ha presentato uno
studio monografico sul poeta e romanziere sardo-ispanico del Cinquecento
Antonio Lo Frasso, uno studio sulla politica, la letteratura e il folklore in
Sardegna in epoca spagnola e una monografia sulla figura e le opere
dell’illustre studioso sardo Francesco Alziator, si presen­ta con la pubblicazione
in italiano dello studio di Louis Sarace­no. Il lavoro analizza l’opera
“Cima del Monte Parnaso” di Giu­seppe Delitala, che fu governatore
del Capo di Cagliari e Gallura e ricoprì l’alta carica di viceré interino di
Sardegna negli anni 1679 e 1686.

(Questo articolo si
deve a Natale Vargiu, mio grande anico. Provvedo a inserirlo nella mia
raccolta, messomi d’accordo con l’autore. Ritengo così di fargli un grande
onore, dato che non ha potuto vedere la pubblicazione della raccolta, essendo
morto nel 2009).

Nuovorientamenti, 24
settembre 1995     

 

AD UN ANNO DALLA SUA SCOMPARSA DI UN APPASSIONATO STUDIOSO
DELLA NOSTRA STORIA  - Giancarlo Sorgia,
un grande storico e umanista sardo

 

Un anno è passato da quel 2 ottobre 1994. Giancarlo Sorgia,
no­stro fraterno amico, è ancora in mezzo a noi, col suo carattere sereno, con
il suo sigaro e, soprattutto, con la sua bontà e uma­nità. Sentiamo la sua
mancanza; da quel lontano 1974, quando ci conoscemmo, era nostra abitudine
incontrarci, telefonarci spesso, primo per sentire come stava, poi per
conoscere
i
suoi lavori e i suoi
impegni, terzo per chiedergli consigli, suggerimenti e qual­che articolo da
pubblicare nel settimanale cattolico “Nuovorientamenti”. Nonostante
i suoi molteplici impegni, riusciva sempre a darci un mirabile
pezzo, che serviva per far conoscere fatti e aneddoti sulla storia
cagliaritana. Il segno della sua vocazione al servizio era proprio in questo:
non sottrarsi e non rifiutarsi mai a nessuno. Era pronto a rispondere sempre
cordialmente a tut­ti. Era un’umanità la sua, lievitata da una segreta e forte
fe­de.

A lui si devono anche molti lavori riguardanti la storia
locale dei comuni sardi. Ai suoi studenti universitari, che lo apprezza­vano
per la sua forte personalità, l’affabilità e la bontà, asse­gnava sempre tesi
che riguardassero la vita e la realtà dei no­stri paesi e dei nostri centri
urbani.

Docente universitario di Storia Moderna, direttore
dell’Istituto di Storia Moderna dell’Università cagliaritana e della Scuola di
Specializzazione in Studi sardi, sorta nel 1978, il settore che ha studiato con
maggior interesse è stato quello relativo alla dominazione iberica in Sardegna;
ma sapeva spaziare anche in al­tri periodi. Conosceva bene la storia della sua
città, che amava e che illustrava con amore e passione. Andava spesso a
Barcello­na, Madrid e
Simancas, per cercare negli
archivi dì queste città documenti che facessero luce sulla nostra storia. Il
suo scrupolo nella ricerca documentaria, la sua formazione professionale di
storico, gli hanno fatto ottenere meritatati successi e importan­ti
riconoscimenti.

La sua attività letteraria più che trentennale è stata fra
le più notevoli della Sardegna di questi ultimi anni: discepolo di quel
mirabile maestro che era stato Alberto Boscolo, ha seguito le sue teorie e le
sue tracce ed è diventato lui stesso un maestro, am­mirabile per l’autorità e
la serietà dei suoi studi e dei suoi giudizi che egli soleva pronunciare
sull’attività storica e let­teraria del passato nell’Isola. Aveva pubblicato
numerosi libri e saggi, aveva collaborato a parecchie monografie su diversi
centri isolani ed era intervenuto in Convegni e studi storici, riguar­danti un
ampio ventaglio di argomenti riconducibili tutti alla Sardegna.

Tra i numerosissimi articoli
apparsi in quotidiani e riviste vo­gliamo ricordarne due di grande spessore
culturale e di grande effetto per
i più
piccoli dettagli sulla storia civile e sociale su altrettanti avvenimenti
cittadini: “Bacaredda non pronunciò le parole che incendiarono la
città” (U.S. 20 luglio 1986) e “Un pa­lazzo che non piaceva agli
inquilini. Macché reggia, questa è soltanto una casa malsana! (U. S. 2.
9.1986). Il primo scritto in occasione dell’ottantesimo anniversario dei fatti
del maggio 1906 avvenuti a Cagliari (U.S. 20 luglio 1986), e del processone che
si tenne un anno dopo nella chiesa di S. Restituta, in Stampace; il secondo, a
riguardo della fine dei lavori di restauro del pa­lazzo viceregio, che
“assieme all’Episcopio, alla cattedrale e all’antica sede municipale,
caratterizza, dandogli anche il nome, uno spazio urbano teatro e testimonianza
di molti momenti della storia cittadina e, più in generale, isolana”, come
egli scrive­va.

Recentemente aveva pubblicato, con un’ottima e puntuale in­troduzione,
l’inedito settecentesco “Registro dei feudi del regno di Sardegna”
che, attraverso una mappa dì feudi sardi, dà un no­tevole contributo alla
conoscenza della realtà sarda dopo la con­quista dell’Isola da parte dei
catalano-aragonesi. Più di due an­ni fa aveva dato alla luce “L’Inquisizione
in Sardegna”, un’opera di grande rigore scientifico-documentale, con nuovi
apporti ar­chivistici che ampliano il suo primo studio sull’Inquisizione in
Sardegna, del 1961.

Uomo instancabile, che ha dato molto alla cultura isolana,
pro­fondo conoscitore dei problemi delle realtà sarde, che hanno tro­vato
riscontro in numerosi articoli pubblicati in riviste scien­tifiche e in volume,
Giacarlo Sorgia, che ha fatto parte del co­mitato dì redazione delle
pubblicazioni dell’Istituto di Studi e Programmi per il Mediterraneo, è stato
per nove anni prorettore dell’Ateneo cagliaritano, su cui ha curato un
pregevolissimo e interessante studio frutto dì lunghe e feconde ricerche; è
stato presidente dell’Istituto Regionale di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento
Educativi per la Sardegna,
ultimo importante rico­noscimento che ricevette dagli ambienti culturali per la
sua in­faticabile opera di insegnante e di ricostruttore della storia sarda nel
periodo moderno e contemporaneo; é stato membro dell’Archivio Storico Sardo,
del quale è stato collaboratore con articoli di carattere storico-scientifico.
Ci auguriamo che quan­to prima si provveda a ricordarlo con un numero in suo
onore. Ha collaborato, inoltre, alla pubblicazione di diversi studi mo­nografici
isolani, tra
i quali Meanasardo, Iglesias, la Provincia di Oristano; ha pubblicato
parecchi studi sulla realtà sarda nel periodo moderno, tra
i quali “La
Sardegna nel 1848″, “La polemica sulla
fusione”, “Banditismo e criminalità in Sardegna nella se­conda metà dell’Ottocento”,
“Cagliari: sei secoli di amministra­zione cittadina” (in
collaborazione con Giovanni Todde), “La Sar­degna spagnola”; “II Parlamento del
viceré de Heredia” e “Studi dì storia aragonese e spagnola”,
contribuendo moltissimo alla co­noscenza dì quanto accadde nei secoli dal
Quattrocento al Sette­cento .

Infine, per un calendario artistico, aveva curato, per la
parte storica, le didascalie sui monumenti in Sardegna, e le rubriche “La Sardegna e le sue città
attraverso la storia” e “Conoscere la Sardegna” con:
Lavoro e fatica nella vicenda di
Iglesias; Dalla cinta-arsenale alla Cittadella dei musei; Quel maggio
ad
Igle­sias; Alle origini del banditismo in Sardegna: c’è il barone die­tro
il brigante; La congiura di Palabanda; Contributo alla storia della nobiltà
isolana; Un muro di fango per salvare la città dal­la peste; Chiese romaniche e
gotiche a Bosa; Bernardino Armanyach trecento anni fa; Un progetto mancato per
il porto di Cagliari; Una tradizione secolare in città per
i consigli circoscrizionali ; II porto di Cagliari nella
realtà del Mediterraneo; Come nacque l’Ospedale Civile; Importanza del passato,
per capire l’attuale realtà sarda; Le classi mercantili sarde tra ’500 e ’600;
La di­sonestà dei funzionare regi; Quel lembo di Sardegna che guarda l’Africa;
Nella Sardegna del Cinquecento, la fantastica fuga dì due innamorati catalani,
da una novella di Tirso de Molina. Un infaticabile studioso, un indimenticabile
amico.

Nuovorientamenti, l ottobre 1995

 

    UN ARTISTA SARDO
RISCOPERTO DA MONS. ANTIOCO PISEDDU – ANTONIO LONIS E LE STATUE DE SETTECENTO

 

Circa due secoli fa moriva a Cagliari, nel quartiere di
Stampace, il più grande scultore sardo, che aveva operato per oltre
cinquant’anni. Di lui si sono interessati in pochi, e tra questi lo riscoprì
negli anni ’60 mons. Antioco Piseddu, l’attuale vescovo dell’Ogliastra. Nel
1973, 1′allora parroco di Sant’Anna, in Ca­gliari, pubblicava lo studio
“Vita e opere di Giuseppe Antonio Lonis scultore sardo del sec. XVIII”,
per
i
tipi delle Officine Grafiche Società Poligrafica
Sarda di Ettore Gasperini Editore. Il libro di mons. Piseddu, che si articolava
in tre parti: bio­grafia e mondo artistico attraverso documenti inediti,
raccolta di giudizi critici dal ’700 ai nostri giorni e catalogazione del­le opere,
era dedicato al card. Sebastiano Baggio, scomparso qualche tempo fa, allora
arcivescovo di Cagliari e prefetto della Sacra Congregazione per
i Vescovi. Questi, nell’aprile del 1973, inaugurava nella Sala
degli Amici del Libro una mostra antologica dello scultore sardo. Fu il primo
omaggio della città al maggior artista del Settecento sardo. Il libro si
collegava così alla mo­stra completandola.

In contemporanea della mostra, 1′allora presidente degli
Amici del Libro, l’illustre intellettuale sardo Nicola Valle, organiz­zatore
della mostra, provvide a pubblicare l’intero lavoro del vescovo di Ogliastra in
due numeri della quarantennale rivista culturale “II Convegno”, che
lo stesso Valle dirigeva.

Nato a Senorbì nel dicembre del 1720, anno in cui la Sardegna passava ai
Savoia, Giuseppe Antonio, da fanciullo, entrò nella bottega dello zio scultore,
come apprendista. Senza dubbio fu un fanciullo prodigio, poiché lo troviamo a
Napoli alla scuola dei più famosi intagliatori del tempo, tra il 1735 ed il
1740. Per perfezionarsi nell’intaglio ebbe buoni maestri. Intorno al 1750
ritornò in Sardegna ed ebbe inizio la sua lunga carriera di arti­sta scultore a
Cagliari. Aprì bottega nel famoso quartiere di Stampace, quartiere che vantava
antiche e gloriose tradizioni ar-tistiche e culla della bottega della famiglia
dei Cavare per ol­tre un secolo e mezzo. Dopo molti anni di intenso lavoro, il
Lo­nis morì il 25 aprile 1805 e fu sepolto nella stupenda chiesa di S.Francesco
di Stampace, demolita, perché pericolante, nel 1875, e le sue spoglie furono
disperse.

Tra i numerosi capolavori
scultorei, sparsi in quasi tutte le chiese di Cagliari e in diverse località
dell’isola, molti dei quali scomparsi
o messi in
disparte, si notano il S. Saturnino, la S. Anna  il
S. Sebastiano, nella cattedrale di Cagliari, il S. Efisio, nella chiesa omonima
del capoluogo, – che viene traspor­tata in processione per la sagra del
calendimaggio -, la S. Bar­bara
e il S. Domenico, nella chiesa parrocchiale di Senorbì, il S. Pietro Pascasio,
nella chiesa parrocchiale di Quartucciu, le serie dei Misteri della chiesa di
S. Michele  e dell’Oratorio del S. Cristo
in Cagliari.

Per le opere conservate nelle chiese di Cagliari e dei
centri isolani, nonché
i documenti attestanti le
opere del Lonis, si ve­da lo studio di mons. Piseddu e soprattutto il capitolo
VI, in cui presenta una storia dell’arte lonisiana. Da essa notiamo l’e­voluzione
stilistica, risultata attraverso “una lenta maturazione e frutto di lotte
e di travagli interiori di cui resta visibile traccia nelle opere”: il
momento napoletano nella statuetta di S. Efisio, conservata nella cripta della
cattedrale di Cagliari; il momento barocco nel Santo Stefano della chiesa del
Carmine del capoluogo sardo; il momento rococò nella Madonna del
Rimedio della chiesa di San Lucifero in Cagliari, il momento realistico nella
serie dei Misteri succitati e infine il neoclassicismo nei volti degli angeli
della chiesa di San Mauro in Cagliari.

Nuovorientamenti, 8 ottobre 1995

 

CONTRIBUTO ALLA SCIENZA LINGUISTICA:
UN VOCABOLARFIO ITALIANO-GALLURESE

 

Dopo l’ottimo successo editoriale della pubblicazione del lavoro di
Antonio Lepori “II dizionario italiano sardo-campidanese”, l’editore
Antonio Careddu ha pubblicato, per le edizioni Castello, un altro dizionario sardo,
avvalendosi dello studio di Mario Sardo. Ciò è stato possibile perché Antonio
Careddu ha nel suo piano editoriale la divulgazione e la conservazione della
lingua e della cultura sarda. Infatti ha già provveduto alla pubblica­zione in
sardo di “Pinocchio” del Collo­di, a cura di Matteo Pomi e di
“Sas
ándalas de su tempus” di Giovanni Piga. Inoltre rientra nei suoi progetti
la pubbli­cazione di lavori legati alla vita e alla realtà sarde, poiché crede
“nella funzio­ne del libro come strumento di cultura”.

Così, appare in questi giorni il “Voca­bolario
italiano-gallurese” di Mario Sar­do, forse il primo vocabolario riguar­dante
il dialetto nord-orientale della Sar­degna, con splendidi disegni dello stes­so
autore, commentati in gallurese: armi, abbigliamento, fiori, utensili, attrezzi
agricoli, materiali vari, ornamenti, gio­ielli, flora, fauna, ecc. Chiude il
lavoro l’appendice “II colore e il sale del gallurese” : una raccolta
di un centinaio di locuzioni dell’idioma parla­to in Gallura.

Mario Sardo, pittore di fama naziona­le, impegnato anche in
sceneggiature documentarie, autore, nel 1988, di
“Prendas”, opera sui gioielli tradizionali della Sardegna, si avvale di una robusta
e lunga collaborazione con le persone della zona e di una validissima bibliogra­fia.
Si è servito del glossario sardo-logudorese, delle diverse grammatiche sugli
idiomi sardi, di edizioni e vocabolari di dialetti, di vari scritti in sardo,
di questioni di linguistica sarda, di poesie, di fonti di tradizioni popolari,
di canti, di canzoni, di ballate, di un manoscritto di poesia gallurese del
sec. XVIII, di notizie su riti funebri, di questioni di linguistica sarda, di
raccolte di proverbi, spunti riguardanti flora e fauna, credenze, vita rustica
della Sardegna, di consigli e di osservazioni.

Il primo dizionario sardo-italiano (dia­letto meridionale), del 1832, di
Vincen­zo Porru, aveva lo scopo di dare ai sardi uno strumento per avvicinarsi
alla lin­gua italiana, da anni lingua ufficiale dell’Isola. Il dizionario di
Giovanni Spano, del 1851, serviva per agevolare la cono­scenza della comune
lingua da parte dei sardi e per dar modo agli stranieri di avere uno strumento
per capire la no­stra parlata.

Dovevano passare ben 141 anni (1972) per vedere la stampa di un
dizionario che si interessasse del dialetto nuorese, di Luigi Farina. Arriviamo
quindi al 1977 con il vocabolario tempiese-italiano e italiano-tempiese di
Andrea Usai, segui­to nel 1988 dal dizionario di Antonio Lepori.

Il vocabolario di Mario Sardo, di oltre 450 pagine con la grafia
italiana, utile per qualsiasi persona e soprattutto per gli specialisti,
propone, per la prima volta, nella storia della cultura e della lingua sarda,
il gallurese, una delle tante varietà della nostra lingua madre; sarà un ottimo
ausilio la guida alla consulta­zione che copre ben tre pagine.

Nella premessa si legge che il dialetto della Gallura non ha un’origine
molto lontana e che, a detta del linguista An­tonio Sanna, inizia intorno al
secolo XIII: “Non si ha una collocazione del­l’odierno gallurese in un
gruppo lingui­stico particolare… il gallurese ha in sé elementi di base e di
influenza linguistica ben riconoscibili: molte migliaia di ter­mini comuni col
logudorese e con le altre parlate, dovrebbero collocare que­sta parlata su un
sostrato linguistico sardo che ha subito le stesse influenze delle altre
varianti attraverso le varie dominazioni”.

Per concludere, questo lavoro dimo­stra che “la lingua è una realtà
storica vivente, sempre in atto, soggetta a mu­tamenti che ad essa permettono
di non abbandonare l’antico, per continuare a vivere nella bocca della
gente”: scrive l’autore nella premessa al suo lavoro.

Nuovorientamenti, 15 ottobre 1995

 

ORGANIZZAZIONE
ECCLESIASTICA E SITUAZIONE RELIGIOSA NEL 1812

 

Con una corposa e interessante introduzione del prof.
Carlino So­le, già docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze
Politiche dell’università di Cagliari, è stata ripubbli­cata, nel 1993, in edizione
anastatica, per
i tipi delle Edizioni
della Torre, la “Descrizione della Sardegna”, del 1812, dell’Ar­ciduca
d’Austria Francesco d’Este. Il manoscritto, rinvenuto ai primi di questo
secolo, fu edita nel 1934 per conto della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento
italiano, a cura di Giorgio Baldanzellu.

Lo studio dell’Arciduca, trovatosi a Cagliari tra il 1811 e
il 1812, è di importanza notevole poiché ci presenta la situazione dell’Isola
in tutti
i
suoi aspetti: dall’amministrazione al bilan­cio,
alla situazione del clero, alle fortezze e alle torri, alle prigioni, al
Lazzaretto di Cagliari, ai divertimenti, agli usi e costumi dei sardi, alla
produzione ed esportazione dei prodotti, ai Monti Granatici, ecc. Sono 46
i capitoli dell’opera, tutti di grande importanza per
conoscere la situazione sociale ed economi­ca dell’Isola nel primo decennio
dell’Ottocento. A noi interessa mettere in rilievo la parte che si riferisce
all’organizzazione ecclesiastica e alla situazione religiosa in quel periodo.
L’autore scrive che
i vescovi e gli
arcivescovi so­no persone pie, zelanti e precise nel loro doveri, esemplari e
caritatevoli.

Del vescovo Bianchi, di Alghero, nota che è uomo di talento
e dì mondo; del vescovo Murru, di Bosa, che è buon vec­chio santarello, ma
debole; del vescovo Azzei, di Bisarcio, uomo giovane, di mondo e valente, che
scrive bene ed è attivo; del ve­scovo di
Iglesia, Navoni,
osserva che è uomo dabbene, ma timido, zelante e caritatevole; e aggiunge che
“I vescovi stanno sempre nello loro diocesi, eseguono loro le funzioni,
vanno vestiti sem­pre in abiti vescovili; ma se ho da dire qualche loro difetto
in generale sono troppo comodi, pigri, non visitano spesso le loro piccole
diocesi, menano una vita troppo agiata, e negli affari ecclesiastici si fanno
aiutare molto”.

A riguardo dei canonici, dei capitolari e delle prime
cariche ecclesiastiche nei piccoli centri
o città,
come
Iglesias
e Bosa, osserva che essi sono poveri, esemplari,
assidui nei loro uffici, di buoni costumi e di buona armonia. Quelli delle
città, come Ca­gliari e Sassari sono ricchi e non pensano che a condurre vita
agiata. I canonici di Cagliari sono generalmente pigri, comodi, avari, superbi
e
i
parroci non sono molto istruiti, tanto che gli
stessi vescovi se ne lagnano;
i preti, che sono molti,
stu­diano poco e male, sono poveri, istruiscono male il popolo, dal pulpito, e
dalle messe guadagnano poco, anche perché le parroc­chie rendono poco; per
i preti i massimi delitti sono non
pagare le decime al clero, non soddisfare
i lasciti
religiosi e non in­tervenire alle feste, alle funzioni e alle processioni. Non
si può dire che
i preti siano cattive
persone, ma il troppo loro nu­mero, la loro povertà e ignoranza li mortificano.

L’autore sì sofferma poi a considerare i frati e dice che sono generalmente ignoranti, cattivi,
ingordi del denaro, oziosi. I cappuccini hanno in Sardegna 28 conventi e
i migliori frati sono, a detta dell’arciduca, quelli della
Misericordia; il peggio si trova fra
i francescani,
e nei loro conventi accadono molti disordini. Le monache sono buone, ignoranti
e non hanno un ritiro rigoroso, hanno molti incontri con le persone e si
affacciano spesso alle finestre che danno sulla strada; sono devote, ma su­perstiziose.
Nelle chiese il popolo sta con decenza, vi accadono pochi disordini, sono
rarissimi
i
furti, non si chiacchiera e le chiese sono molto
frequentate.

Passando alla considerazione del comportamento dei nobili,
l’ar­ciduca scrive che assistono assiduamente alle funzioni religiose,
osservano
i
digiuni, mangiano di magro, frequentano i sacramenti, soprattutto le signore, e gli uomini vanno alle
processioni e si iscrivono alle confraternite; vi sono pochi scandali pubblici
fra la nobiltà, manca però in essa la carità verso
i parenti e i bi­sognosi. I negozianti
sono meno religiosi e praticano l’usura, mentre
i borghesi
sono religiosi, pigri, avidi di guadagno, fre­quentano la chiesa e non lavorano
nei giorni festivi. Per il popolo l’arciduca d’Austria scrive che è religioso,
fre­quenta le chiese, paga le decime, assiste alle processioni e agli uffici
divini, ed è superstizioso. Circa le sepolture, l’autore nota che non esiste il
cimitero, perciò
i cadaveri sono deposti
tutti all’interno delle chiese, senza grande apparato, né funzio­ni, e in
estate il caldo produce un grande fetore nelle chiese. Queste chiese non sono
pulite e le funzioni si fanno secondo il rituale spagnolo, “ma differisce
nel canto e nelle piccole ceri­monie”. Il clero è numeroso e poco
esemplare per essere rispetta­to.

Infine, l’autore osserva che si celebrano due feste a Natale
e a Pasqua, mentre per la festa di Pentecoste vi è mezza festa, come vi sono
mezze feste nell’anno, quali quelle per gli Apostoli, in cui vi è l’obbligo di
udire messa, ma è permesso lavorare. Si di­giuna nei giorni di
Tempora e nelle Vigilie. Per la quaresima si dovrebbe mangiare di
magro e condire solo con olio, ma comunemen­te vi è la dispensa.

Nuovorientamenti, 22 ottobre 1995

 

NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA -
ANGELINO USAI, UN CATTOLICO FERVENTE

 

Nel decimo anniversario della scomparsa, avvenuta a Cagliari
il 19 marzo 1985, vogliamo ricordare l’illustre ogliastrino Angelino Usai,
politico, scrittore, poeta e generoso uomo sardo. Sulla figura di questo
cattolico fervente, di grande fede e di pura umanità, nel capoluogo d’Ogliastra
è stato bandito un Concorso per gli alunni delle scuole elementari di Lanusei.
Il 7 giugno, alla presenza della vedova Maria Piroddi, del vescovo mons.
Antioco Piseddu, del sindaco e di altre autorità, sono stati as­segnati
i premi ai vincitori. La classe 5.a C ha descritto l’avve­nimento
e ha scritto che “Angelino era vispo e intelligente e aveva grandi
ambizioni: Lui sarebbe diventato “qualcuno”, un giorno tutti dovevano
parlare di lui”.

A Lanusei, come del resto in gran parte della Sardegna,
erano ben poche le possibilità di lavoro, “di farsi strada”:
o andare a pascolare il bestiame… o arruolarsi nell’esercito … “. Ange­lino Usai, nato il
24 giugno 1906 a
Lanusei, centro ogliastrino di enorme importanza, valorizzato e fatto conoscere
a molti attraverso
i suoi scritti, fin da
giovane fu avviato alla carrie­ra militare e raggiunse il più alto grado di
Maggiore generale della Polizia stradale. Combatté nelle due guerre mondiali e
fu giudice presso
i tribunali militari. Nel
1949, costituì, in Sardegna,
i primi reparti della
polstrada. Per due legislature fece parte dell’assemblea regionale sarda e
rinunciò alla candi­datura ad un seggio della Camera dei Deputati offertogli
dal partito di maggioranza.

Sin da giovane si interessò ad argomenti strettamente legati
alla sua isola, in particolare, alla sua terra d’Ogliastra, che egli amò
profondamente, e collaborò a vari giornali e riviste. Fondò e, con grande amore
per la sua terra, diresse per parecchi anni la “Famiglia
ogliastrina”, che tuttora è diretta da un altro emerito ogliastrino, p.
Vincenzo Mario Cannas di Tertenia. Nel 1978, nella piazza di Lanusei, fece
affiggere una targa mar­morea in cui scrisse la storia cronologica del centro
ogliastrino, dalle origini, (secondo millennio avanti Cristo) al 31 dicembre
1977, con le date più significative della storia di quel centro. Inoltre, fece
realizzare dallo scultore Riccardo Rossi
i busti in
bronzo dell’eroico poeta del Risorgimento Goffredo Mameli, oriun­do di Lanusei
e del ministro Cristoforo Mameli.

Le pubblicazioni più note di Angelino Usai, nostro amico frater­no,
sono “L’Ogliastra” (un’interessante monografia, scritta con stile
semplice e lineare, recensita dai più autorevoli quotidiani sardi e
continentali, e che ebbe tre edizioni),
“Andrea Lusso, pittore ogliastrino del Seicento”,
“Baunei”, “II pane di ghiande e la geofagia in Sardegna”,
“La Diocesi
ogliastrina, nella serie dei Vescovi di Fordongianus. Suelli, Tortoli e
Lanusei” (studio che contribuì ad impedire la soppressione della diocesi
oglia­strina dopo la morte del vescovo mons. Basoli), “Antonio Giua”,
“Canti e balli tradizionali di Lanusei”, tutte opere andate in linea
di massima esaurite. Inoltre, sono da ricordare “L’opera educativa dei
Salesiani in Sardegna” (nella dedica all’Oratorio Salesiano di Lanuesi,
l’autore scrive che, nell’Oratorio, da ragazzo, fra le tante altre cose che gli
sono state di guida nel­la vita, imparò ad essere ottimista, ad amare tutti, ad
aiutare tutti – massima che sino ai giorni della sua scomparsa mantenne ferma e
decisa -), “Origini ogliastrine di Cristoforo e Goffredo Mameli”.
Quest’ultima opera si tratta di uno studio, che lo appassionò tanto da passare
molto tempo nella ricerca, compiuta negli archivi italiani e spagnoli; lo
studio era rivolto a di­mostrare che la famiglia Mameli era una famiglia sarda,
giunta nell’Isola nel sec. XVII, e stabilitasi a Lanuesi, nel 1649.

Nuovorientamenti, 29 ottobre 1995

 

TESTI
DI DRAMMATICA RELIGIOSA DEI SECOLI XVII E XVIII

 

Prima che passi il 1995, ci sembra
giusto ricordare uno dei tanti lavori che Francesco Alziator ci ha lascia­to,
pubblicato giusto vent’anni fa. Buona occasione, dunque, per ripro­porre ai
sardi e non la figura e le ope­re di questo autore e per invitare quelli che
non hanno avuto la pos­sibilità di leggere
i suoi scritti, a prendere in mano
uno dei suoi mi­gliori
lavori: «Testi di drammatica re­ligiosa della Sardegna», pubblicato nella
«Biblioteca dell’Elefante»: una raccolta di testi inediti e rari e di stu­di
originali riguardanti la
Sardegna e alcuni autori sardi.

Francesco Alziator, nato a Cagliari nel 1909, fu per lunghi anni profes­sore
in istituti superiori e all’univer­sità, insegnando agli studenti il me­todo
della ricerca e inculcando in es­si l’amore per la loro terra. Come scrittore
ci lasciò una quantità straordinaria di articoli, apparsi in numerosi quotidiani
e riviste, e di la­vori di grande impegno scientifico.

Dopo il voluminoso studio sulla «Storia della letteratura di Sarde­gna»,
del 1954, (il suo lavoro più bel­lo dove conduce una disamina della storia
letteraria sarda, dalle età più lontane ai giorni nostri), provvide al­la
pubblicazione di altri testi. Tra questi ricordiamo «Folklore sardo» (1957), un
insieme chiaro e comple­to delle tradizioni popolari della Sar­degna;
«Picaro e folklore» (1959), ope­ra preziosa che presenta studi appro­fonditi
sulla storia delle tradizioni popolari sarde e non; «La città del so­le»
(1963), opera di grosso impegno che presenta Cagliari, città mediter­ranea,
dove il sole è di casa per qua­si tutto l’anno, mettendo in rilievo
i più diversi aspetti
delle tradizioni ca­gliaritane; «La Collezione Luzzietti»
e «La Raccolta
Cominotti» (1963): la prima costituisce la più vasta docu­mentazione
che si possiede sull’abbligliamento popolare, la seconda traccia una storia
della rappresenta­zione grafica del vestiario popolare sardo.

Nel 1964 F.
Alziator pubblicò l’«Autobiografia» di Vincenzo Sulis, documento importante per
la storia delle nostre tradizioni. Seguono «La sartiglia» e «Testi campidanesi
di poesie popolareggianti», entrambi del 1969: il primo lavoro presenta parcolari
interessanti sulle fonti e sulle origini della gara oristanese, il secondo è il
primo studio sulla poe­sia popolareggiante campidanese nei vari secoli; con
questo lavoro Al­ziator da un grosso contributo alla conoscenza di testi
inediti e rari, che si riferiscono alla poesia in vernaco­lo, con una libera
traduzione dei te­sti.

Arriviamo cos allo studio sui «Barbaricinorum libri» di G.P. Arca
(1972), con
i
quali l’autore passa in rassegna tutti gli studiosi che si
era­no interessati al problema dei Barbaricini: sono due libri che trattano del
loro modo di vivere, della loro for­za e delle loro imprese. Questo è il primo
studio che affronta il proble­ma dell’esistenza di una stirpe sar­da vittoriosa
sui vari invasori. Dei «Testi di drammatica religiosa» par­leremo più avanti.

Gli ultimi suoi lavori furono «Sa vitta et sa morte et passione de
Sanctu Gavinu, Prothu e Januariu» (1976), in cui l’autore fa l’esame del­l’opera
del
Cano dando modo al let­tore di comprendere meglio la nuo­va edizione, e «I
giorni della laguna» (1977), l’ultimo suo lavoro, apparso pochi giorni dopo la
sua morte, è av­venuta il 3 febbraio 1977. In questo lavoro sulla laguna di
Cagliari, ormai introvabile, F. Alziator offre uno strumento piacevole e dotto
ad un tempo per far conoscere tante vicen­de legate alla laguna, che ha dato vi­ta
e lavoro a migliaia e migliaia di ca­gliaritani e che va pian piano scom­parendo.

Il lavoro sulla drammatica religio­sa ha una grande importanza poiché in
esso vengono esaminati
i
motivi della presenza più intensa della drammatica popolare
sarda dei secoli XVII e XVIII ed è il primo studio fatto da un sardo che abbia
letto a fondo le tre opere presentate — «La Passion de Christo
nuestro Senor» di Francesco Carmona, «El
saco imagi­nado»
di Antioco del Arca e «II San
Luxorio» di Gian Pietro Chessa Cappai — ed abbia provveduto a darci una loro
chiara esposizione. Inoltre, il lavoro è interessante perché l’au­tore ha
rinvenuto documenti che si riferiscono alla biografia di Antioco del Arca.

Per concludere questo ricordo su Francesco Alziator, non ci resta che
far menzione dell’ottimo lavoro «L’elefante sulla Torre», che è costituita da
una raccolta dei più interessanti articoli su Cagliari che lo scrittore sardo
aveva pubblicato ne «L’Unio­ne Sarda» e in altri periodici duran­te la sua
cinquantennale attività let­teraria.

Nuovorientamenti, 5 novembre 1995

 

UN RICONOSCIMENTO PER
40 ANNI DI PRODUZIONE LETTERARIA
- A Fernando Pilia il Premio “Ogliastra”

 

Qualche mese fa, in occasione della premiazione dei vincitori
al Concorso bandito dalla diocesi di Lanusei sull’Ogliastra, al prof.
Fernando Pilia, animatore di attività culturali, scrittore, saggista
e collaboratore di numerosi programmi della RAI-TV, è stato consegnato, dal
vescovo mons. Antioco Piseddu, il Premio “Ogliastra-S.Giorgio
Vesvovo”, per l’intensa e apprezzata produ­zione letteraria e per la sua
più recente pubblicazione “II tre­nino verde della Sardegna”.

Quest’ultima premiazione segue quelle del XI Premio
“Città di Ozieri” (1966) per il saggio sulla drammaturgia sarda del
Seicen­to, il Premio Regionale per la diffusione della cultura etnica della
Sardegna (1993) e del Premio Fluminimaggiore per la divul­gazione della cultura
popolare (1994) .

Nato il primo novembre 1927 ad Esterzili, in provincia di
Nuoro, da famiglia benestante,
Fernando ha seguito gli studi
liceali presso l’Istituto Salesiano di Lanusei e si è laureato, nel 1950, in Lettere Antiche
presso l’Università di Cagliari. Docente di Lettere negli Istituti medi di
Cagliari, dove risiede dal 1945,
ha curato le riduzioni radiofoniche di alcuni testi
inediti del ’600 e del ’700 del teatro sardo dialettale del cappuccino Anto­nio
Maria da Esterzili e di Maurizio Carrus e di altri autori.
Fernando Pilia, autore di numerose pubblicazioni di carattere et­nografico,
storico e letterario e di alcune centinaia di articoli e riviste, ha
collaborato alla rivista “Sardegna oggi”, ha diret­to “Risveglio
Autonomista” e la rivista “Gastronomia e vini di Sardegna” e ha
collaborato anche a diversi giornali in qualità di pubblicista ed esperto di
problemi sardi. Ha dato alle stampe scritti di storia delle tradizioni popolari
accanto a quelle sul suo paese nativo “Esterzili. Un paese e la sua
memoria”, “Ambien­te e civiltà della Sardegna”, “Osilo. Il
sogno e la realtà”, “Ca­gliari e il suo volto”.

Esperto di gastronomia e di vini sardi, per diversi anni ha
cura­to per “L’Unione sarda” la rubrica “Viaggio attraverso la
cucina sarda” e ha diretto, dal 1977 al 1978 “Vini e cucina di Sarde­gna”.
Ha inoltre curato, assieme a Francesco Alziator, l’edizione di “Tradizioni
popolari di Nuoro” di Grazia Deledda, l’edizione italiana di “La Sardaigne di
Gastón Vuiller”, nonché della comme­dia in sardo “Sa coja de Pitanu” di Luisu Matta e della raccolta delle
composizioni dei grandi poeti in lingua sarda Peppinu Me-reu, Bachisio Sulis,
Melchiorre Murenu e Antioco Casula (Montanaru).
A lui si deve anche una raccolta di immagini della Sardegna tra
l’Ottocento ed il Novecento.

Per concludere, auguriamo all’amico Fernando nuovi traguardi let-terari e una lunga e apprezzata attività
pubblicistica.

Nuovorientamenti, 12 novembre 1995

 

 UN LIBRO
DI POESIE IN SARDO-CAMPIDANESE   -
Famiglia, società e ambiente nelle liriche di Giulio Solinas

 

“Quest’altro componimento di Giulio Solinas è un
prezioso lavoro che arricchisce, onora il patrimonio culturale
sardo-campidanese, migliora e incrementa la fama dell’autore”. Così inizia
la pre­sentazione di Giovanni Cadeddu al nuovo lavoro di Giulio Solinas, dal
titolo “Pensamentus in rima – Pensieri in rima”, pubblicato da
Antonio Careddu per
i tipi delle Edizioni
Castello. Sono componimenti in sardo-campidanese, con la traduzione a fronte -
possiamo affermare che sono due lavori -. Come sì legge all’ini­zio dell’opera,
in queste liriche, di godibilissima e gradevolis­sima lettura, l’autore ha
affrontato tutti
i temi della vita: la
famiglia, la società, la natura, gli amici, la fede e canzoni scherzose -
quest’ultime riguardano
i politicanti, l’onorata
genìa, la canzone di Sant’Elia e belle novità -, come si può leggere all’inizio
dell’opera. Ogni sezione ha come inizio una illustrazione, a colori, di Alfredo
Bodano, molto bella e inte­ressante, legata al tema della silloge.

Le liriche, che sono state composte dal poeta quartuccese
dal 1945 al 1994, presentano cinquine di settenari; terzine in ende­casillabi e
dodecasilabi;  quartine in settenari,
ottonari a
torrada, novenari, endecasillabi e
dodecasillabi; sonetti in settenari, ottonari ed endecasillabi:  sestine in ottonari, novenari a
torrada in novenari ed endecasilabi; versi martelliani: con due
settenari accoppiati; ottave in settenari; canzoni in ottonari e in ottave di
dodecasilabi; rima libera e
i “goccius” - documento importante -
in onore della Vergine Maria della ‘Dife­sa’, cantati nel 1945 in occasione della
prima festa del dopo­guerra, scritti su richiesta e approvati dal canonico
Giovanni Tronci, rettore di Quartucciu; il libro è chiuso dalla composi­zione
“Paxi vera” che ha ottenuto l’ambito Primo Premio “Riccardo
Gulia”, (1994), del concorso di poesia dialettale, effettuato in Assisi, e
la coppa del presidente del Consiglio della Regione Lazio.

Il medico Giulio Solinas, dopo il successo di “Storia
de sa
cantada
campidanesa”
e di “Sa cantada de is dicius”, nella prefa­zione a “Pensamentus in
rima” scrive che ha seguito “le regole poetiche e gli schemi che
traspaiono nelle liriche dei più grandi poeti campidanesi degli ultimi secoli:
Antonio Maria da Esterzili e Giuseppe Maria Pilo”, e, dopo aver dato
notizie biografiche dei due citati poeti, afferma di aver avuto come guida,
nelle sue composizioni, non solo
i poeti del
Seicento, Settecento e Ottocento sardo, ma anche quelli del Novecento, tra
i quali Antioco Casula (Montanaru), da lui considerato il
poeta più grande di questo secolo.

Per concludere, le liriche di Giulio Solinas, che possiamo
mette­re accanto ai più grandi compositori del sardo campidanese, sono fresche,
piene di armonia e di sentimento; nei versi si sentono
i patimenti, le gioie, i dolori, le
disgrazie e le fortune vissute realmente dal poeta. La sua persona e il suo
modo di essere poeta appaiono nei suoi versi. La sua lirica è fluida e
interessante: basterebbe leggerla per assaporarne la bellezza e gustarne la
linearità, che appartiene alla buona poesia, sia di quelle in sardo sia di
quella in lingua italiana.

Nuovorientamenti, 19 novembre 1995

 

LA SARDEGNA DELL’OTTOCENTOSanluri cento anni fa

 

Negli ultimi anni dell’Ottocento esistevano, in Sardegna, i man­damenti, circoscrizioni amministrative intermedie tra il
circon­dario ed il Comune, già esistenti in alcuni stati italiani e scomparsi
nel 1923. Nel Mandamento di Sanluri esistevano quattro Comuni, in un territorio
parte in pianura e parte nel nucleo dei Colli di Monte Melas, bagnato da un
fiumiciattolo,  che scaricava le sue
acque nello stagno, allora prosciugato e denominato Sanlu­ri. Furtei, con circa
980 abitanti, Segariu, con appena 647, e Villamar con una popolazione di 1900
facevano parte del mandamen­to di Sanluri, che ne era allora il capoluogo con
una popolazione di poco più di 7700.

Per Sanluri lo Straforello, che nel 1895 pubblicò “La Patria”, studio
dedicato tutto alla Sardegna,  scrive che
“il capoluogo del mandamento, distante da Cagliari 44 chilometri, è
città forte del medioevo, sulla frontiera del regno di Cagliari, siede
nell’estrema falda meridionale del monte Melas, con vie irregola­ri, eccettuata
la principale, che è generalmente  assai
ampia. Le case sono in pietra e in argilla, rarissime quelle a mattoni cru­di e
quasi tutte con cortile davanti
o dietro. La chiesa parroc­chiale
della Madonna delle Grazie ha sette cappelle con due cap­pelloni ed è di buona
architettura”. Aggiunge che sorgono nell’abitato altre sei piccole chiese,
fra cui quella antichissima di San Pietro, e due erette per voto per la cessazione
della peste in due diverse volte. Dopo la chiesa parrocchiale, quella più
“notabile” è la chiesa di San Francesco con annesso un ex-convento di
cappuccini, fondato nel 1608 secondo il Vico,
o nel 1609
secondo il Bollano. Era notevole in questa chiesa un dipinto rappresentate un
“Deposto di Croce”, che oggi si trova nel convento dei Cappuccini di
Cagliari. Fuori del paese poi si trovano altre tre chiese.

Lo storico passa poi a nominare il Castelo di Sanluri che,
co­struito secondo il Fara, nel 1358, aveva una figura di dieci lati disegnati
con otto angoli sporgenti e due rientranti, quindici torri e un castelletto a
sinistra della porta da cui si usciva per andare a Sardara.

Prima di passare a descrivere la storia del centro del
mandamen­to, in cui si ferma a lungo, – ma noi non riportiamo, essendo nota -,
lo studioso piemontese scrive che “il Comune di Sanluri produce frumento,
vino, olio, legumi, “civaie”, (per viveri in generale,
o per ogni legume secco), legna, alleva bestiame grosso e
molti polli di qualità superiore. Caccia di conigli selvatici pernici, lepri e
quaglie, ecc. L’industria fabbrica tessuti casa­linghi di lino e lana”. A
riguardo dello stagno, lo Straforello scrive che, centro d’in­fezione, rendeva
insalubri le adiacenze tanto che ne fu delibera­to giustamente il
prosciugamento, eseguito su un piano del Carbonazzi, ispettore del Genio
Civile, dopo la concessione nel 1838 da parte di Carlo Alberto ai Montafier,
purché intraprendessero e ne eseguissero il prosciugamento. Nel 1847 si costituì
in Lione una Società per la coltura dei ter­reni e per l’esercizio dello
stabilimento “Vittorio Emanuele” e delle industrie accessorie, dopo
il prosciugamento, effettuato con un grande canale di scolo, che comunicava col
fiume di Samas­si, e con molti altri canali interni.

1 terreni prosciugati furono riconosciuti “di natura e
fertilità uguale a quella dei terreni circostanti come attestava l’identità
delle erbe, che vi germogliarono spontanee, che analizzati risul­tò che
i terreni presentavano le condizioni più favorevoli alla
vegetazione. Fra le varie colture riuscì discretamente lucrosa quella della
soda”. Nello stesso anno
i sanluresi assaltarono lo
stabilimento “Vittorio Emanuele” e spinsero il bestiame a pasco­lare
nei seminati minacciando azioni peggiori. I Villacidresi, riporta lo
Straforello, che da molti anni traevano ottimi benefi­ci dallo stabilimento,
inviarono 500 uomini a cavallo per proteg­gerlo contro gli infuriati sanluresi,
i
quali si rabbonirono, do­lenti dei danni
arrecati, e confessarono di essere stati aizzati dalle minacce degli avversari
dell’impresa, che tentavano con ogni arte di rendere odiosa.

Nuovorientamenti, 26 novembre 1995

 

A CENT‘ANNI DALLA NASCITA E
VENTICINQUE DALLA MORTE  – Mons.
Lorenzo Basoli, un vescovo sempre caro agli ogliastrini

 

Nel centenario della nascita e nel
venticinquesimo della scompar­sa del vescovo di Lanuesi mons. Lorenzoi Basoli,
vogliamo ricor­darlo con una breve biografia. Nato ad Ozieri il 1 dicenbre 1895
da una famiglia cattolicissima, che gli ha instillato sentimenti di amore verso
il Cristo, sentì presto la vocazione al sacerdo­zio. Compiuti gli studi nel
Seminario diocesano della sua città natale e poi in quello provinciale di
Sassari, conseguì la laurea in Teologia e, nel giorno più  bello delle feste della Madonna,
l’Assunzione, -  15 agosto 1918 – fu
ordinato sacerdote. Per di­versi anni fu parroco di Padru e di Ozieri e in
seguito si impe­gnò attivamente nella formazione dei seminaristi come
assistente e professore di italiano, latino e greco.

Nominato vescovo di Ogliastra dal Papa XI il 27 dicembre
1936, prese possesso della diocesi il 21 marzo 1937. Poiché nutriva un grande
amore verso il Sacro Cuore e l’Eucaristia, istituì l’anno del S. Cruore,
ordinando che in tutte le parrocchie della diocesi si facesse oltre una
mezz’ora di adorazione al Santissimo Sacra­mento. Fu un grande vescovo e svolse
un’intensa attività pastora­le visitando diverse volte tutti
i paesi della sua diocesi. Non conobbe altro ufficio che
quella di buon Pastore. Fedele alla parola data nel ricevere la consacrazione
sacerdotale, la manten­ne nella verità e nella giustizia.

Morì a Lanusei il 4 luglio 1970, a poco più di due
mesi  dalla visita del Papa Paolo VI
nell’Ogliastra, e le sue spoglie, assie­me a quelle di mons. Giuseppe Miglior,
degno suo successore nella cattedra dì Lanusei, furono  trasferite molto presto nel Santuario
diocesano Nostra Signora d’Ogliastra, di cui pose la prima pietra il 31 maggio
1961.

Insieme a mons. Giuseppe Miglior, Mons. Basoli, cultore di lettere
classiche, ha avuto sempre un occhio di riguardo per lo sviluppo della cultura.
Nel 1937, diede vita all’Istituto Maria Immacolata  per ragazze, con annesso con­vitto, diretto
dalle suore e creò
i corsi professionali a
Torto­li. Nel 1942 fondò il giornale cattolico diocesano
“L’Ogliastra”, tuttora in attività. Prese parte, nel 1962, al
Vaticano II come Padre Conciliare.

La sua fulgida figura, nel 25° anniversario della morte, è
stata commemorato a Lanusei presso l’Istituto Immacolata, dove sono state
presentate diverse testimonianze del suo ministero episco­pale alla presenza
del vescovo Antioco Piseddu che, nell’omelia, ne ha tracciato un quadro molto
affettuoso e significativo, pre­sentando esemplare la sua vita religiosa e vero
sacerdote vero di Dio nell’intera esistenza.

Nuovorientamenti, 3 dicembre 1995

 

“AMICI DI SARDEGNA”: una nuova libreria a Cagliari

 

Una lodevole e utile iniziativa ha
preso l’avvio poco tempo fa. In via San Lucifero 43, a Cagliari, è stata
aperta una libreria istituita dal Centro culturale “Amici di
Sardegna”, prima asso­ciazione in Sardegna di volontariato
turistico-culturale, alla quale auguriamo buoni affari. La nuova libreria ha lo
scopo di servire come agenzia libraria, rivendita di libri, molti dei quali
stampati decenni fa e introvabili, e infine come centro di lettura e di  pubblicazioni.

Per i soci dell’associazione degli
Amici di Sardegna si concede sconti dal 20 al 50% sul prezzo di copertina e
tale agevolazione viene estesa anche ai soci dell’Associazione Italiana Cultura
e Sport (A.I.C.S.). Nella libreria si possono trovare libri sulla Sardegna, su
Cagliari e su altri centri dell’Isola e di vario ge­nere, come geografia,
gastronomia, attualità, cronaca, arte, artigianato, sulle feste e le sagre in
Sardegna, romanzi, raccolte di poesie, racconti e storie di vita, di personaggi
sardi.

L’associazione “Amici di
Sardegna” ha partecipato alla prima con­ferenza sul Volontariato, ha
organizzato e organizza convegni, dibattiti, incontri culturali, scambi
culturali ed escursioni tu­ristiche. Altra attività dell’associazione è
l’abbinamento con la Casa
editrice “Artigianarte”, che quest’anno ha compiuto dieci anni di
attività editoriale  e d’impegno per una
cultura sarda e per la divulgazione di temi e problemi delle realtà isolane.
Tra

le pubblicazioni, giunte ad una
cinquantina, con circa cinque pubblicazioni annuali, possiamo segnalare:
“Sardegna, Sardità, Sarditudine”, “Artisti sardi del XIX e XX
secolo”, “Mal di Ven­tre: l’Isola nell’Isola”; “I
protagonisti dell’arte del XX seco­lo”. “Dina Pala, 50 anni di
scultura e pittura”, “Io Messina”, “I cognomi sardi di
origine ebraica”, “L’antico cuore di una città moderna”, ecc.

Nella libreria si possono trovare
anche le annate e numeri della rivista mensile “Sardegna Magazine” e
“Sardegna Magazine New”, che servono per notizie sull’attualità,
l’economia, la politica, le tradizioni popolari, le proposte editoriali, la
cronaca, sulla città di Cagliari e di altri centri isolani. Pertanto sono utili
per i giovani, che invitiamo ad avvicinarsi alla libreria indica­ta in cui
troveranno molte possibilità di letture.

Nuova iniziativa della rivista
“Sardegna Magazine New”, lanciata per i nuovi laureati: ad essi viene
offerta la possibilità di farsi conoscere con la pubblicazione di un articolo
che riassuma e presenti il contenuto della loro tesi di laurea. Per le modali­tà
della pubblicazione occorre consultare il bando del concorso pubblicato nella
detta rivista.

Nuovorientamenti, 10 dicembre 1995

 

CONSIDERAZIONI SU TRE COMUNI DELLA CINTA
CAGLIARITANA -Elmas, Assemini e Decimo: dall’antico al moderno

 

Lungo la strada statale 130 si snodano tre grossi centri,
vicini l’uno all’atro, che possono considerarsi facenti parte della cin­ta
cagliaritana; in un prossimo vicino, in base alle nuove norme legislative,
faranno parte dell’area metropolitana del capoluogo sardo. Inoltre essi sono
serbatoio agricolo e ortofrutticolo di Cagliari e possiedono patrimoni
culturali ben distinti. Sono tut­ti e tre comuni autonomi, dato che Elmas dal
1990 non è più una delle frazioni di Cagliari,
da cui dipendeva dal periodo fasci­sta sino al 1990.

Il centro agricolo di Elmas, che con le nuove costruzioni ha
ora un aspetto più cittadino, presenta diversi motivi artistici nell’antica
chiesetta rurale di Santa Caterina di Semelia, proba­bilmente del periodo
bizantino, e nella chiesa di San Giorgio, nelle vicinanze dell’aeroporto civile
di Elmas, fatta edificare dall’infante Alfonso d’Aragona, nel 1325. A riguardo del nome
“Elmas”, il visitatore spagnolo M.
Carrillo, nella sua relazione del 1611 presentata al sovrano di
Spagna, scrive “Lo Mas” e lo scrittore cagliaritano
Bacallar, un secolo dopo, scrive “El Mas”; fa intendere che
Elmas derivi dallo spa­gnolo “El Mas”, col significato di “il
paese più vicino”. Ma la relazione col catalano “mas”,
“masseria”,
o casa di campagna, dal
latino “mansum”, come scrisse 1′
asturiano di Oviedo Joaquín Arce in “La
Spagna in Sardegna”, è indiscutibile; nella stessa
Catalo­gna esistono “El Mas”,
“Los Masos” e “Els Masos”, a significare che la denominazione
in sardo “Su Masu” da parte dei nativi non vuol dire “il
masso”, come alcuni hanno interpretato e spiegano, bensì, ma “il
più”.

Assemini, il cui nome, a detta di Alziator, deriva
dall’arabo Arsemine, è un grosso centro agricolo e artigianale, tra cui quello
della ceramica, della cestineria marinara e del mobile; è noto per la buona
cucina, il cui piatto forte è la
“panada” di carne d’agnello o di
anguille lagunari. Un tempo una delle risorse asseminesi era la pesca, oggi
purtroppo decaduta anche per il de­grado ambientale, in anni scorsi, della
laguna. Ad Assemini, centro con un passato storico di grande importanza,
situato al limite meridionale della pianura campidanese, sono state ricuperate
diverse tradizioni antichissime, tra cui il ma­trimonio noto col nome di
“asseminese”, la sagra più prestigiosa che si celebra nella seconda
metà del mese di luglio. La festa si tiene davanti alla chiesa parrocchiale di
San Pietro Apostolo, costruita intorno al Mille, ma rifatta in stile gotico-catalano,
nel Cinquecento, ad una navata e con la facciata arabizzante merlata, e
all’interno con volte a nervatura in alcune cappelle laterali. La chiesa
possedeva alcune tavole cinquecente­sche. Al matrimonio asseminese è legata la
manifestazione della mostra-mercato dell’artigianato, che riscuote, ogni anno,
succes­si e consensi, per
i suoi oggetti antichi di
artigianato, le ce­ramiche e i lavori di argenteria. Per il ciclo annuale del
Carnevale asseminese, la tradizione è viva nelle mascherate e nel mettere al
rogo il re fantoccio, men­tre nell’ottava di Pasqua, gli asseminesi, come vuole
la tradi­zione, festeggiano la patrona della città, Santa Lucia, con una
solenne processione, che accompagna il simulacro della santa alla
chiesetta campestre, alla periferia dell’abitato. Per la
festa di San Giovanni Battista, il 24 giugno, si festeggia il santo nella
chiesa omonima, gioiello del periodo bizantino, la cui costruzione risale al X
o all’XI secolo, in cui si trovano tracce di una lunga storia.

Nel comune di Decimomannu, centro di secolare tradizione
agrico­la, agrumicola e orticola, vi è fiorente l’attività artigianale della
ceramica e delle pelli; tra le numerose manifestazioni di questo grosso
villaggio campidanese, situato in una fertilissima zona pianeggiante
all’interno di un’ansa del fiume Mannu, si fan­no feste che testimoniano la
fede del mondo contadino. Nel mese di maggio, si svolge la mini-sagra in onore
di Sant’Arega, con il ritorno alle antiche usanze di sparatorie di fucili
durante l’incontro della reliquia con il simulacro della Santa. La chiesetta
campestre intitolata a Santa Greca si trova poco fuori dell’abitato e presenta
tracce della costruzione del Cin­quecento. Per la terza domenica di maggio si
celebra la sagra di Sant’
Isi­doro, patrono dei contadini,
con rodeo, gare poetiche, sfilate in costume, spettacoli musicali e la
processione per le vie del pae­se del simulacro del Santo, accompagnato da
trattori addobbati a festa, che hanno sostituito
i carri a buoi. Ma la festa più cara al popolo sardo è la
sagra dell’ultima domenica di settembre, dalla domenica al martedì, in  onore di Santa Greca, con proces­sione e
l’incontro della reliquia nella strada per la chiesa del­la Santa e quella della
parrocchia.

L’appuntamento per i fedeli è
nell’antico santuario eretto nello stesso luogo in cui, secondo la tradizione,
la giovane martire cristiana fu trucidata a soli 20 anni, intorno al 300 d. C.
Dai documenti risulta che la chiesa esisteva già nel nono secolo, ma nella sua
forma attuale e nella struttura è del 1777, ricostruita sul primitivo oratorio,
andato distrutto quasi del tutto qualche anno prima. La facciata del tempio è
semplice e le pareti interne sono tap­pezzate di migliaia di ex-voto. Vi sono
raffigurati anche episodi del martirio di Santa Greca, il cui simulacro viene
portato in processione, nel giorno della festa principale, preceduto da buoi e
cavalli ricchi di fregi e di frange variopinte. I pellegrini seguono la
processione e
i confratelli cantano
“is goccius” in onore della Santa. Sino a pochi decenni fa
i fedeli accorrevano alla festa in groppa di cavalli, o nelle tradizionali “traccas”, ricoperte di candide tende, infiorate e addobbate a festa,
cantando is goccius; oggi
i festaioli accorrono da
tutte le parti dell’isola in macchina
o in treno.
Da ricordare infine, la chiesa parrocchiale gotico-catalana di Sant’Antonio
Abate che, costruita nel Cinquecento, presenta molti rifacimenti eseguiti nel
corso dei secoli.

Nuovorientamenti, 17 dicembre 1995 

 

DETTATE  NEL 1600 DA
MONS.
BERNARDO
DE LA
CABRA  – “NORME
PER LA CHIESA
CAGLIARITANA”

 

Tra i numerosi manoscritti
dell’Archivio capitolare di Cagliari, a detta di Edoardo
Toda y Güell (“Bibliografia española de Cerdeña”, Madrid 1890), esiste un cartulario contenente due grossi vo­lumi
in folio, di 922 fogli il primo e di 733 il secondo, rilega­ti in pergamena.

La compilazione dei volumi, in latino, castigliano e
catalano, – fonte preziosa di notizie storiche e importantissima per lo stu­dio
degli usi e
i costumi civili ed
ecclesiastici sardi del XVII secolo -, furono ordinati dall’arcivescovo di
Cagliari
Bernardo
De La
Cabra: non per propria vanità, come scrive il prelato nella
prima pagina, bensì per
i presuli successori che
si dovevano at­tenere alle regole dettate per il governo della loro diocesi.
Gli argomenti trattati sono divisi in 98 capitoli e fanno  rife­rimento a documenti originali. Vi si
trovano, pertanto, Bolle pontificie, Carte reali, carte di interesse diverso e
numerose norme ecclesiastiche emanate dal De La Cabra. I primi cinquanta
capitoli trattano degli abusi della coabitazione e degli sposati che non fanno
vita maritale, delle superstizioni di non contrarre matrimonio nel mesi di
maggio e agosto e di non battezzare con acqua nuova e della facilità con cui si
separano gli sposati; vengono dettate regole sulla liturgia e sull’abolizione
delle usanze indecorose per la chiesa; si tratta della veste talare, della
decenza e della modestia nei comportamenti dei chierici della diocesi
cagliaritana, della vita dei parroci rurali, dell’affitto dei beni
ecclesiastici, delle processioni e dei pe­nitenti e dei processi ecclesiastici.
Vi sono, inoltre, norme per l’inventario delle carte dell’Archivio della
cattedrale, nuove regole sui benefici della cattedrale, sui conventi monacali,
sui legati pii e le decime, sull’etichetta e sul cerimoniale con le autorità,
sull’unione del Vescovado di
Iglesias, sulla situazione
dell’arcivescovo di Cagliari nella Corti di Sardegna. Gli ultimi capitoli si
interessano degli oratori e delle proces­sioni speciali, dei libri sulla morale
e sulla teologia ordinati da stampare per uso dei parroci e dei confessori,
delle esequie della regina Isabella di Borbone e dei diversi affari
ecclesiastici.

L’arcivescovo De La
Cabra resse la diocesi cagliaritana dal 1642 al 23 dicembre
1655, data  della morte avvenuta a
seguito di con­tagio della peste contratta alcuni giorni prima. Fu, a detta de­gli
storici, la prima vittima del morbo arrivato a Cagliari, quando egli si fece
portare alcune vesti da Suelli e da Dolianova, luoghi in cui infieriva la
peste, giunta in Alghero nel 1652. Il presule, nato a Saragozza, (Aragona,
Spagna), come si legge in un epigrafe posto nel mausoleo in Cagliari, era
giunto nel capoluogo isolano alcuni mesi dopo la nomina vescovile da parte del
papa Urbano VIII.

Per concludere le poche notizie sulla personalità
dell’arcivesco­vo De La Cabra,
sepolto in Cattedrale, a lui, che ebbe molti screzi con il Capitolo e che,
prima della nomina a presule di Ca­gliari, fu canonico di Tarazona (Spagna),
Inquisitore e vescovo di Barbastro, si devono le Costituzioni del sinodo
celebrato nella chiesa primaziale il 18 gennaio del 1651. Queste furono
stampate in Ca­gliari nel 1652 e
contengono 12 pagine per il Capitolo e la convocatoria, 371 pagine di
testo e 34 di indici; nel frontespizio, scolpito in legno, vi è raffigurato un
tempio in stile rinasci­mentale, sostenuto da due colonne; nella parte
superiore si scor­ge il ritratto dell’arcivescovo e nella parte inferiore lo
stem­ma: una capra in campo d’argento. Nella chiesa di Sant’
Eulalia si trova un bel marmo con le insegne del presule
saragozzano, come si legge in Luigi Cherchi, “I vescovi di Cagliari”,
(1983).

Nuovorientamenti, 14 gennaio. 1996

 

“LA DECADA DE LA PASIÓN DE CHRISTO” – Un viceré di Sardegna
autore di una sacra composizione artistica

 

Compie 420 anni la pubblicazione dell’opera sacra
“Decada de la Pasión de nuestro Redemptor Iesu
Christo”. Ne è stato autore il viceré di Sardegna
Juan Coloma, signore della Baronia di Elda, località della provincia di Valenza,
luogotenente generale nell’Isola dal 1570 al 1576. L’opera stampata a
Cagliari nel 1576, pochi giorni prima del rientro in Spagna del Coloma, alla
fine del mandato regio. E’ stata la prima opera letteraria stam­pata nel
capoluogo isolano dall’iglesiente Nicolò Canelles. Poiché l’opera è di uno
spagnolo, non le è stato dato alcuno spa­zio nella letteratura sarda, se non
qualche accenno. La verità è che l’opera è stata messa in luce soltanto un
secolo fa grazie al console spagnolo in Sardegna, Edoardo
Tola, che in “Bibliogra­fia española de Cerdeña” scrive che non ne aveva visto alcuna co­pia nelle
biblioteche sarde, ma che aveva trovato il documento originale della licenza
per la stampa in un registro della Curia Arcivescovile di Cagliari.

Crediamo che questo lavoro sia di primaria importanza per la
let­teratura religiosa sarda, poiché il Coloma favorì in Sardegna un ambiente
letterario fino ad allora sconosciuto, come nota lo stu­dioso spagnolo
Joaquín Arce, ed anche perché si occupò della re­staurazione
artistica e monumentale di Cagliari. Ricordiamo che il poeta algherese Anonio
Lo Frasso e 1′ageograf
o sassarese Geró­nimo Araolla, suoi contemporanei, gli hanno dedicato alcune poe­sie.

Uno studio, in lingua spagnola, gli ha dedicato Olga Turner, la quale scrive che don Juan Coloma,
nato in Spagna nel 1521, nobile di seconda classe, figura caratteristica nella
Spagna cinquecen­tesca, ebbe la fortuna di nascere “erede di suo padre,
figlio successore del segretario dei re d’Aragona”.

Non sono molte le notizie biografiche su questo viceré, che
ebbe una dozzina dì figli, – a detta di alcuni, quattordici, di cui sette
femmine e sette maschi, e forse anche un figlio illegitti­mo. Si sa che nel
1561 Filippo II lo nominò alcalde del castello di
Alicante e il 20 febbraio del 1570 fu assegnato al regno di Sardegna
come viceré. Negli anni giovanili compose l’opera sacra, cui abbiamo accennato,
in rima castigliana, che poi dedicò al re di Spagna e che nel 1576 ebbe
l’imprimatur da parte dell’arcive­scovo di Cagliari, mons.
Francisco Pérez, dopo la licenza in data 6 aprile 1574 da parte del vicario
generale Nicolò Canelles, in sede vacante, dopo la morte del presule Antonio
Parragues de
Ca­stillejo. Non si conosce la data
di morte che si presume nel 1588. Una copia del suo lavoro, purtroppo mutila e
mancante di molte pagine, si trova nella Biblioteca universitaria di Caglia­ri.
Un’altra copia, tra ì libri rari, si trova nella Biblioteca Nazionale di Madrid
ed una terza fu rinvenuta qualche anno fa nella biblioteca della “Hispanic
Society of America” di New York dall’americano Louis Saraceno, autore di
uno studio, in spagnolo, su Giuseppe Delìtala Castelvì, (da noi pubblicato in
lingua ita­liana nel 1994) . Non sappiamo se altre copie si trovano in qual­che
biblioteca italiana
o in altre europee.

L’opera, una composizione poetica sulla passione di Gesù
Cristo, divisa in dieci episodi con l’aggiunta di un cantico sulla
Resurrezione, ben illustrata e accuratamente rifinita, non è stata mai
commentata da alcuni autori. Sarebbe bene che qualcuno vi provve­desse, poiché
ha un grande valore poetico e perché introduce nel­la poetica sarda la rima
castigliana. Volenti
o no, per questo motivo il
lavoro lo dobbiamo inserirlo anche nella storia della cultura sarda.

Nuovorientamenti, 21 gennaio 1996

 

    UN SACERDOTE
ESEMPLARE AMICO DI TUTTI – RICORDO DI MONS. EDOARDO
LOBINA

 

Lo scorso mese di dicembre cadeva il decimo anniversario
della scomparsa di mons. Edoardo
Lobina, giudice
della Sacra Rota, ca­nonico onorario, mansionero della Primaziale cagliaritana
e sa­cerdote di elette virtù e uomo d’azione. Era uomo di Dio che vi­veva le
sue pratiche devotamente e continuamente: la meditazione, il breviario, la
celebrazione della S. Messa, le visite a Gesù Sacramentato e dedizione completa
ai poveri, ai diseredati e agli ammalati.

Edoardo Lobina, nato a Cagliari nel
1899, dopo gli studi nei seminari sardi, nel 1932 fu consacrato sacerdote da
mons. Piovella, l’arcivescovo di Cagliari al quale, nel 1969, dedicò un suo pre­gevole
lavoro.

Laureato in diritto Canonico nella Pontificia Università
Grego­riana in Roma, per qualche tempo fu parroco di San Bartolomeo, e
cappellano, per molti anni, nella clinica medica dell’Ospedale Civile di
Cagliari, dedicando molto tempo agli ammalati; per di­versi anni fu vice
parroco della cattedrale, in seguito vice can­celliere della Curia
Arcivescovile e direttore del Museo della Cattedrale.

Docente di religione in diverse scuole secondarie del
capoluogo isolano, nel 1965 fu nominato Canonico della Primaziale dall’ar­civescovo
mons. Paolo Botto e beneficiario della Cattedrale; espletò le mansioni di
Giudice del Tribunale Ecclesiastico della Regione Consiliare Sarda per le cause
matrimoniali e quelle di Giudice del Tribunale Diocesano di Cagliari ed ottenne
il Cava­lierato dell’Ordine “al merito della Repubblica italiana”. A
lui si devono numerose pubblicazioni tra cui: “Vita di mons.
Ernesto Maria Piovella”, “Mons. Virgilio Angioni e il Buon
Pasto­re”, “Fra Nicola da Gesturi”, “Don Mosè
Parroco”.

Del lavoro su mons. Ernesto Piovella,
dedicato al cardinale Seba­stiano Baggio, nominato arcivescovo di Cagliari (a
ricordo del suo ingresso solenne nel capoluogo sardo), ottenne validi encomi da
parte del sostituto del segretario di Stato di Sua Santità mons. Giovanni  Benelli, dei cardinali Carpino e Dell’Acqua e
di diversi vescovi della Penisola. Il volume, di oltre 200 pagine, è arricchito
di interessanti e rarissime immagini della città di Cagliari e di personaggi
ecclesiastici, alcuni dei quali scompar­si, che ne fa un documento importante
per la ricostruzione storico-sociale del periodo. Vi è inserita una lettera del
1958, a
firma del sostituto  Segretario di
Stato,  mons. Carlo Gramo, con la
quale  fa riferimento al primo sua saggio
sul valente pre­sule cagliaritano: “Cenni biografici di mons.
Ernesto Maria Pio­vella, Arcivescovo di Cagliari”  e gli comunica che “Sua Santità gli
esprime il Suo paterno compiacimento per il lodevole proposi­to di aver voluto
mettere in luce le pastorali virtù e il grande zelo apostolico di quel
degnissimo Pastore, il cui nome rimane in benedizione per quanti lo conobbero,
e furono oggetto delle sue premure”.

Nuovorientamenti, 28 gennaio 1996

 

A FIRENZE LUIGI DE
GIOVANNI – UN ARTISTA INNAMORATO DELLA SARDEGNA

 

Per conto delle sorelle
Murgia, è
uscito
nel mese di novembre un ele­
gante
volume stampato da Artigianarte editrice sul pittore Luigi De
Giovanni, a cura di Tommaso Paloscia. Il volume serve per presentare l’artista De Giovanni che espone in questo mese di gennaio alla Galleria d’Arte Mentana di Firenze.

Nato nel 1959 a Specchia, in pro­vincia di Lecce, molto innamorato della Sardegna, ha tenuto mostre personali a Cagliari, ad Aritzo, a Dolianova e ad Ierzu, ottenendo enco­mi, premi e successo. Si è diploma­to all’Istituto d’Arte di Poggiardo e nel 1969 si è specializzato nella se­zione legno. Diplomato anche in sce­nografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, ha
seguito il «Corso libero di nudo»,
come allievo di valenti maestri.

Dal 1967 ha presentato le sue opere in mostre personali e collettive in Sardegna, in varie parti d’I­talia e
all’estero. I suoi quadri si tro­vano
in collezioni private italiane ed europee.
Ha il suo studio a Cagliari. Marcello
Serra lo ha definito un «in­terprete
sincero»; Tonino Serra dice di lui che
«è uno spettatore di un mondo contradditorio»; Giuseppe Schiavone ritiene che «i suoi lavori siano un mondo di colori…»; Antonio Penna scrive che «recepisce nei suoi lavori
il Salento la campagna roma­na e la Sardegna: tre esperienze
di vita, tre tappe di un itinerario
uma­no ed artistico che certamente han­no lasciato un segno profondo
nella sua produzione…». Enrico Serra, An­tonio Corona e Maria Bonaria Lai si sono interessati al De Giovanni esprimendo pareri lusinghieri.

Nuovorientamenti, 28 gennaio
1996

 

LE DONNE NEL MEDIOEVO:
QUASI UN OGGETTO

 

Mentre Oristano si prepara al torneo equestre della
Sartiglia, un nuovo libro è presente nelle librerie dal titolo: “II
diritto feudale delle cavalcate”, scritto dallo studioso Giuseppe Masia,
non nuovo a questi argomenti, avendo già pubblicato in precedenza un trattato
sui diritti di gallina in Sardegna nel periodo feuda­le. In quest’opera, però,
prende maggior vigore il tema della violenza verso le donne: un argomento
ancora oggi di attualità per via della legge che si intende approvare in Italia
con l’abo­lizione del vecchio codice Rocca, per cui la violenza verso le donne
- per la legge penale – non deve essere considerato reato contro il comune
senso del pudore, ma contro la persona umana. Nel medioevo la violenza alle
donne era legalizzata ed il feudatario era pressocché intoccabile, perché non
sottostava ai pro­cessi ordinari, insieme alla gente comune.

Il presente libro, elegantemente pubblicato dalla Casa
Editrice S’Alvure di Oristano, si propone di aprire uno sguardo agli usi, le
consuetudini e
i diritti del signori
feudali in passato e sulla pratica dello “ius primae noctis” in tutto
il mondo cavalleresco occidentale.
Masia, autore delle opere “La Baronia di Senis” e “Villa S. Antonio,
origine del paese sorto in epoca feudale”, ha fatto una sensazionale
scoperta: tracce dello “ius primae noctis” si trovano sfogliando la Bibbia, ma non quella
moderna, bensì quella tradotta da S. Girolamo che va sotto di nome di
“Vulgata”.

Nel libro di Tobia si racconta che i novelli sposi Tobia e Sara attesero
tre notti prima di accoppiarsi per tenere lontano il demonio e avere figli
sani. La pratica delle “Tre notti di Tobia” era osservata e praticata
in tutto il periodo medioevale, per cui è facile immaginare che, se ai cristiani
la prima notte di nozze non era lecita e consentita, qualcuno ha pensato bene
di impossessarsene abusivamente.

L’interpretazione dell’autore però necessita del parere
degli studiosi, particolarmente degli esperti di esegesi biblica e di studi
sardi, perché finora la presenza dello “ius primae noctis” in
Sardegna é sempre stata negata, a cominciare dall’Angius, dal Manno e dal
Musio, sino ai giorni nostri.

Secondo il Masia, in Sardegna esiste ancora oggi un palazzo
dello ius primae noctis, noto come “su casteddu ‘e Senis”. Ciò
risulta da una esplicita dichiarazione degli abitanti del luogo nel secolo
scorso quando il feudatario pretese soldi per la liquida­zione del diritto,
dichiarato dalla gente “untuoso” nella stessa denominazione perché
richiesto ai soli ammogliati. È  da
augurarsi che il libro dì Masia, arricchito da meravigliose illustrazioni degli
allievi dell’associazione “Amici della grafi­ca” di Oristano e da
originali disegni realizzati dagli alunni della scuola media di Arborea – in
cui egli insegna – che ben hanno interpretato lo spirito dello studio, abbia
lettori attenti e critici della storia del passato; qui sono messe al bando le
leggende e
i racconti fantastici; i fatti sono raccontati in modo semplice e chiaro attingendo
ai documenti storici del passato.

Nuovorientamenti, 4 febbraio 1996

 

 

 UN SECOLO FA.
RISULTATI DI UN’INCHIESTA PARLAMENTARE -Condizioni sociali ed economiche nella
Sardegna del 1895

 

Un secolo fa, dalla Camera dei Deputati veniva pubblicata la
re­lazione finale dell’inchiesta parlamentare sulla Sardegna dell’età unitaria,
condotta nell’isola dal deputato sardo France­sco Pais Serra. L’inchiesta è
stata considerata molto importan­te storicamente per le dimensioni e per
1′accuratezza dell’ana­lisi della “questione sarda”, promossa verso
la metà dell’Otto­cento .

Sul precario sistema economico della Sardegna ebbero
ripercussio­ni negative anche la crisi dell’economia bancaria sarda e la guerra
delle tariffe fra l’Italia e la
Francia. Le banche sarde entrarono in crisi negli anni 1887 e
1888, mettendo in ginocchio 1′intera economia isolana che stava uscendo dalle
arretratezze secolari della società precapitalistica. L’agricoltura sarda,
grazie all’azione delle banche, era andata specializzandosi in alcune parti
dell’isola e l’esportazione del bestiame aveva trovato sbocco nel mercato
francese.

All’improvviso, scoppiò la “guerra delle tariffe”,
anche perché il governo italiano proteggeva la nascente industria del nord; ciò
aveva portato all’adozione di severe misure protezionistiche nei confronti dei
manufatti importato dalla Francia. Crollarono, in breve tempo, anche i prezzi
di alcuni prodotti agricoli. Fu la crisi per la nostra agricoltura, e così
tutta l’economia isolana ne risentì enormemente. Di riflesso si ebbe il calo
vistoso del commercio marittimo e la superficie delle terre incolte aumentò
provocando un impoverimento complessivo della Sardegna. La mise­ria fu dunque
generale. Fu scarso il prodotto della terra e gli agricoltori non avevano di
che pagare le forti imposte e gli interessi dei mutui ipotecari. Col
progressivo impoverimento degli agricoltori si aggravò il problema del
banditismo e della sicurezza pubblica.

La drammaticità della situazione sociale richiamò
l’attenzione del Parlamento che provvide a creare una commissione. Questa, nel
1894, affidò un’inchiesta al deputato sardo Francesco Pais Serra, che per tutto
il 1895 lavorò nell’Isola sentendo amministratori e politici. Dopo un anno
intero di lavoro, il Pais Serra presentò al Parlamento una dettagliata relazione
sulle condizioni sociali, economiche e sulla sicurezza pubblica della Sardegna,
che fu pubblicata nel 1896. Dall’indagine risultò che, dal 1873 a tutto il 1894, erano
stati devoluti allo Stato ben oltre 55.000 immobi­li, di cui circa 50.000
terreni e più di 5.000 fabbricati. La crisi economica aveva portato ad una
ripresa della delinquenza e si era aggravato il fenomeno dell’emigrazione,
giunta ad oltre 2.500 emigrati. Nello stesso 1896, il Parlamento approvò una
prima legge speciale per la
Sardegna, che non approdò a nulla. Dopo l’inchiesta, la lunga
e movimentata discussione parlamenta­re e l’approvazione di una legge speciale,
restò solo un ampio e importante saggio dello statista Quintino Sella, valente
studioso di mineralogia, adottato come proprio figlio dalla cittadina di Iglesias,
che lo ricorda con una statua posta nella piazza cen­trale della città. Lo
scritto del Sella, per lo più eseguito a titolo personale, si impernia sulla
situazione delle miniere sarde e si articola sulle condizioni economiche
generali, sui provvedimenti da adottarsi in fatto di ferrovie e di strade,
sull’attuazione della colonizzazione delle terre attigue alle miniere e sulla
opportunità di tracciare una carta geologica della Sardegna, rimasto tutto
sulla carta.

Nuovorientamenti, 11 febbraio 1996

 

        INTRODUZIONE ALLA PRESENTAZIONE DEL
LIBRO “FONDAZIONE DELLA VILLA S. ANTONIO”

 

(Provvedo a pubblicare questo mio intervento alla suddetta
presentazione, includendolo nella presente Antologia anche per ricordare un
ammirevole studioso e amico, purtroppo deceduto alcuni mesi dopo l’articolo su
“Nuovorientamenti”. Credo che vada bene l’inserimento nell’Antologia, dato che
si fanno riferimenti anche alla storia sarda dal 1700 al 1720)

 

Nel chiudere il mio
intervento, nella presentazione al pubblico, del suo primo lavoro “La Baronia di Senis, nella
scuola media di Senis, auguravo a Giuseppe Masia di poter continuare sulla
strada della ricerca e della pubblicazione di altri studi. Così è stato.

Il Masia, avendo
continuato cimentandosi sul diritto di monta­ta, in “Ius Primae Noctis in
Sardegna”, ora si ripresenta con un lavoro sulla fondazione del comune di
Villa Sant’Antonio, avvenu­ta nel lontano 1720.

In quegli anni la Sardegna viveva momenti
di grande capovolgimenti politici, che portarono alla definitiva cessione
dell’Isola alla casa dei Savoia.

Per tutto il Seicento la Sardegna aveva potuto
dedicarsi alla vita politica, sociale, economica e culturale, con la apertura
delle due Università, l’istituzione di scuole nei vari centri isolani, non solo
per opera di religiosi, ma anche delle amministrazioni locali; aveva altresì
sofferto carestie, pestilenze e scorrerie di barbareschi in diverse zone
litoranee. Ma, nel primo decennio del settecento, dovette sopportare diversi
mutamenti politico-militari. Infatti l’Isola da spagnola divenne prima au­striaca,
di nuovo spagnola e definitivamente piemontese.

Agli inizi del
Settecento, infatti, la
Sardegna, in quanto appartenente alla Spagna, si trovò
coinvolta, suo malgrado, nella guerra di successione spagnola, a seguito della
morte del sovrano Carlo II, che non aveva lasciato eredi diretti. Ne seguì un
ventennio politicamente travagliato e incerto per l’Isola, non solo per le
lotte fra le fazioni filospagnole e filoaustriache, ma soprattutto per
l’alternarsi, nel breve volgere di anni, di diverse dominazioni, che imposero
tasse e gabelle e che provvidero a re­quisire quintali di grano per
l’approvvigionamento degli eserciti spagnoli e austriaci in guerra.

Durante la guerra di
successione spagnola (1700-1713), prevalse, in Sardegna,  il partito filoaustriaco, capeggiato dal
marchese di Villasor. Così i partigiani di Filippo V, che prese il potere di
Spagna essendo nipote del re Carlo II e del sovrano francese Luigi XIV, vennero
espulsi.

L’Inghilterra e
l’Olanda, che non vedevano di buon occhio l’unione delle Corone di Spagna e
Francia, e che temevano la crescita della potenza dei Borboni di Francia, si
allearono e intrapresero una lunga lotta per abbattere il potere spagnolo e
quello francese.

Nel 1708, a seguito della
formazione della lega, alla quale pre­sero parte l’Austria, l’Inghilterra e
l’Olanda, a cui si aggiun­sero il Portogallo e la Prussia, l’armata
anglo-austro-olandese, al comando dell’ammiraglio inglese Lake, dopo il
bombardamento della città di Cagliari, che ottenne l’effetto di far aprire le
porte della città, sbarcò e occupò la capitale dell’isola; e quindi tutto il
territorio isolano passò in mano degli austriaci.

Alla fine delle
ostilità, a seguito della pace di Utrecht (1713) e il trattato di Rastadt
(1714), l’Isola passò definitivamente all’Arciduca Carlo III, e quindi
all’Austria. Ma nel 1717, a
seguito di altri scontri nel Mediterraneo, le forze spagnole, al comando
dell’ammiraglio duca di Leide, dietro suggerimento del ministro di Filippo V,
il cardinale italiano Aberoni, sbarcarono nelle acque di Cagliari e riuscirono
ad occupare la città, che si arrese dopo un intenso bombardamento. Seguì la
resa delle piazzeforti di Alghero e Castelaragonese. Così tutta l’Isola passò
nuovamente in mano alla Corona spagnola.

Ma la situazione
politico-militare non ebbe sosta. Infatti conti­nuarono le belligeranze
nell’isola e in altre parti dell’Italia meridionale e centrale, tanto che nel
1718, con il trattato di Londra, veniva imposta la restituzione dell’Isola
all’Austria, senza tener conto delle esigenze e delle aspettative degli isola­ni.
Due anni dopo, nel 1720, a
seguito delle vittorie della casa d’Austria, la Sicilia, dominio dei
Savoia, passò agli austriaci, che diedero in cambio la Sardegna.

Ai primi di settembre
dello stesso anno il nuovo viceré di Sardegna, nominato da Vitto­rio Amedeo II
di Savoia, che assunse il titolo di re dell’Isola, prese possesso della sua
carica.

Con il passaggio
dell’Isola ai Savoia, la
Sardegna poté incomin­ciare una nuova vita sociale, politica
ed economica. Anche duran­te questi 20 anni di sconvolgimenti politici,
nell’isola sorsero fondazioni di nuovi villaggi, o il ripopolamento di altri,
come si legge in Raffaele Di Tucci “La proprietà fondiaria in
Sardegna”, che pubblicò i capitoli della fondazione del villaggio di
Fluminimaggiore, del 26 aprile 1704, e le convenzioni fra il conte di Quirra e
i vassalli di Uta, Sestu, Settimo, Sinnai, Mara e Calagonis, della baronia di
S. Michele; come pure quelle con i vassalli di Selegas e le convenzioni tra il
conte di Villasalto e il villaggio di Armungia.

Ora si arriva alla
pubblicazione della storia della fondazione di Villa Sant’Antonio, in provincia
di Oristano, facente parte, nel 1720, del territorio della Baronia di Senis,
grazie al ritrova­mento di documenti in Archivio di Stato di Cagliari, da parte
di Giuseppe Masia,  del quale lodiamo il
lavoro, e gli auguriamo ottimo successo.

15 febbraio 1996

 

PICCOLA STORIA DELLA
BIBLIOTECA DEL MUNICIPIO DI CAGLIARI

TRA LA
FINE DELL’800 E I PRIMI DEL ’900 IMPORTANTI DONAZIONI ALLA
BIBLIOTECA COMUNALE

 

La Biblioteca del Comune di Cagliari, – oggi nella Galleria Comu­nale -
ha secoli di vita e possiede numerosissimi volumi e mano­scritti, molti dei
quali provengono da varie donazioni di citta­dini. E’ annessa all’Archivio
antico ed al museo storico e forma con questi una sezione autonoma degli uffici
comunali. Prima dei bombardamenti su Cagliari del 1943, che danneggiarono anche
il Palazzo del Comune, la sede della biblioteca era nell’edificio comunale, in
via Roma, di cui occupava alcuni spaziosi locali, compresa la bella sala di
lettura, decorata dagli artisti Adolfo
Cao, Amadio Massimiliano ed altri. Non era allora aperta al pubblico;
era riservata ad una classe particolare di studiosi, che si occupavano
specialmente di storia regionale e che vi tro­vavano abbondante materiale
documentale e bibliografico e tutta l’assistenza necessaria per indagini e
studi.

Nell’Unione Sarda del 26 maggio 1929 apparve un resoconto sulle
biblioteche in Cagliari, che a quel tempo erano tre: La civica, quella del
Consiglio dell’Economia, come si chiamava allora la biblioteca del Consiglio
Provinciale, e la R.
Biblioteca Univer­sitaria .

Sulla prima l’anonimo articolista scriveva che le prove del
movi­mento scientifico-letterario dei secoli passati “sarebbero certa­mente
sparite, se alcuni benemeriti cittadini non avessero conce­pito ed attuato il
generoso disegno di raccoglierne le sparse vestigia a perenne testimonianza
dell’antica coltura isolana”. Dal 1870 al 1920 il Comune poté entrare in
possesso di diverse bi­blioteche private, che arricchirono il già grosso fondo
pervenu­togli in tanti secoli e che diedero forte impulso per una forma­zione
dì una Biblioteca Comunale.

La libreria di Pietro Martini, autore di pregevolissime
opere sulla storia di Sardegna, passò al Comune nel 1874. Il materiale sardo
era piuttosto scarso, essendosi
verifícate non poche di­spersioni
durante
i
successivi trapassi. Della libreria di Fortu­nato
Cossu Baylle, il cui nome è legato alla storia amministrati­va del Comune, la
vedova donò al Municipio 905 volumi e un grosso numero di fascicoli. Vi erano
opere giuridiche, teoriche, lette­rarie e storiche; scarsissimo il materiale
d’interesse isolano. Nel 1882,
l’avv. Salvatore Caput lasciò al Municipio la parte più
scelta della sua libreria, 137 volumi rilegati, quasi tutta di materia
giuridico-letteraria. Alla morte dell’architetto Gaetano Cima, notissimo per
i pregevoli edifici (principalissimo l’Ospe­dale Civile) da
lui ideati ed eseguiti sotto la sua direzione, il fratello Giuseppe Cima,
direttore del Ginnasio di San Giuseppe, provvide a donare la libreria al
Comune. Come pure l’erede del deputato Francesco Salaris consegnò la libreria
prevalentemente di argomento giuridico e politico; non vi scarseg­giava il
materiale scientifico e letterario ed era apprezzabile la parte riguardante
autori
o
edizioni sarde, ristretta a pochis­sime opere,
tutte di rilevante importanza.

La vedova del prof. Gaetano Rotta-Rossi, che insegnò lettere
nel Liceo Dettori, donò al Municipio la libreria composta di testi scolastici e
di opere classiche, mentre la libreria del marchese Sanjust, raccoglitore di
libri e di codici manoscritti sardi, passò, nel 1910, completamente al Comune.
Il carattere prevalente della preziosa libreria Sanjust era composta di
materiale libra­rio d’interesse isolano, completata da una abbondante
collezione di giornali locali e da una raccolta di 54 volumi manoscritti dei
secoli XVI-XIX.

Nel 1914 l’archivista-bibliotecario
Michele Pinna donò al Munici­pio molte opere che risultavano mancanti nelle
altre raccolte e nel 1916, trovandosi ancora possessore di un piccolo fondo di
li­bri, lo offrì al Comune. Con
i volumi precedentemente
donati, venne a formarsi una nuova libreria, composta di 475 tra volumi ed
opuscoli (in massima parte d’interesse isolano) ordinati e corredati di un
elenco e di uno schedario. La ricca libreria di Luigi Vivanet, eminente
letterato e docente nella Università di Cagliari, dopo la sua scomparsa nel
1905, fu trasportata in alcune stanze della casa di sua proprietà in via
Lamarmora. Stabilitosi l’accordo con il Municipio, la raccolta comprendente
molte pregevoli opere di scienze matematiche, di storia, di archeologia e di
giurisprudenza oltre a tantissime al­tre di varia materia, passò al Comune. Il
funzionario delle Ferrovie Gavino Pes, che possedeva una piccola ma importante
raccolta di pubblicazioni, prevalentemente tecniche, la destinò in parte alla
Biblioteca Governativa ed in parte a quella Civica.

Con lettera 5 marzo 1921 Guido Zoncheddu, a nome della
famiglia, offrì in dono  al Municipio la
piccola e interessante libreria del padre Emanuele, medico comunale, che si
componeva di 85 vo­lumi, 15 manuali e 5 raccolte di riviste, riflettenti quasi
tutte materie mediche ed affini. Nello stesso anno Luigi Serra, chirur­go e
professore di lingua francese nell’Istituto tecnico di Ca­gliari, concesse al
Comune la sua libreria composta di opere di medicina, pochissime delle quali di
autori
o
di editori sardi. Con questa nuova raccolta
venne ad ampliarsi notevolmente la se­zione riguardante le scienze
medico-chirurgiche.

Il 7 gennaio 1922 Ottorino Bacaredda consegnò al Municipio
la li­breria dell’illustre sindaco di Cagliari Ottone Bacarredda, dece­duto
pochi giorni prima. Ciò in ossequio alla volontà espressa dal genitore, il
quale, mosso da sincero ed immutabile affetto alla città natia, non solo volle
apportare un prezioso contributo all’incremento della Biblioteca civica, ma
intese altresì assicu­rare la perenne conservazione di quei libri che gli
furono fedeli compagni di vita. La consegna della libreria, composta in massima
parte di opere giuridiche e di una piccola raccolta di pubblica­zioni sarde, fu
fatta senza inventario; si può calcolare che il numero dei volumi e dei
fascicoli fosse all’incirca di un mi­gliaio.

 Nuovorientamenti, 18
febbraio 1996

 

LA DIOCESI ARBORENSE IN FESTA -Mons. Piergiuliano Tiddia da dieci anni alla
guida della diocesi di Oristano

 

In occasione del decimo anniversario dell’ingresso del
vescovo cagliaritano mons. Piergiuliano Tiddia nella Primaziale oristanese, la Chiesa Arborense
ha ricordato l’avvenimento con una solen­ne celebrazione, ringraziando Dio per
il dono di un instancabile servizio pastorale.

I canonici della metropolitana, i parroci, i sacerdoti, le religiose,
le persone consacrate,
i laici impegnati nelle
altre associazioni ecclesiali e tutto il popolo di Dio han­no augurato all’alto
presule ogni desiderata grazia per la sua venerata persona, la degnissima mamma
e la famiglia diocesana. Sono stati ricordati
i dieci
anni, molto intensi di apostolato episcopale; è stata una festa in famiglia,
tra collaboratori che per anni hanno camminato fianco a fianco usufruendo di
una testi­monianza di un servizio pastorale quanto mai disponibile come quello
compiuto dall’arcivescovo Tiddia nei dieci anni di vita episcopale nel vasto
territorio della diocesi oristanese. Aveva preso possessso della diocesi
arborense il pomeriggio del primo di febbraio del 1986, partendo dalla chiesa
del Rimedio e aveva raggiunto la cattedrale, salutato dal sindaco e dal vicario
generale
Marras.

Agli ultimi di novembre del 1985 la nomina da parte del
Santo Padre di mons. Piergiuliano Tiddia, vescovo ausiliare a  Cagliari, ad arcivescovo di Oristano è stato
motivo di compiacenza per entrambe le comunità. Da oltre dieci anni era vescovo
ausiliare della Metropolitana di Cagliari, quando è stato chiamato a reggere la
celebre sede arcivescovile, di antica fondazione e di grande tradizione come
quella di Oristano. Alla presenza di una folta rappresentanza del clero, del
laicato diocesano e di qualificati operatori, l’annuncio ufficiale della nomina
era stato dato in episcopio dall’allora arcivescovo di Cagliari mons. Canestri,
il quale aveva definito il
neo presule di Oristano la
persona più conosciuta, stimata ed amata di Ca­gliari .

Nato nel capoluogo dell’isola il 13 giugno 1929,
Piergiuliano Tiddia ha compiuto gli studi liceali e teologici nel seminario
regionale di Cuglieri ed è stato ordinato sacerdote il 16 dicem­bre del 1951 a Sarroch; ha
conseguito la laurea in diritto Cano­nico presso la Pontificia Università
Lateranense; nella diocesi cagliaritana ha ricoperto diversi incarichi: parroco
di Villa S. Pietro, notaro della Curia, professore di religione al Liceo Siotto
di Cagliari, docente nella Facoltà di Teologia, padre spirituale e poi rettore
del seminario arcivescovile diocesano, assistente della FUCI, difensore del
vincolo al Tribunale eccle­siastico regionale sardo, parroco della cattedrale e,
quindi, dal 17 settembre 1973, Vicario Generale.

Il 24 dicembre 1974 è stato eletto vescovo titolare di
Minturno, nel Lazio, ed ausiliare di Cagliari. E’ stato consacrato vescovo per
mano del cardinale Sebastiano Baggio, il 2 febbraio 1975. Da
allora, e per quasi undici anni, la sua instancabile attività di pastore, di
guida, dì coadiutore degli arcivescovi cagliaritani mons. Bonfiglioli e mons.
Canestri, amministratore apostolico di Lanusei prima e di
Ales poi, è stata puntuale e proficua.

Mons. Piergiuliano Tiddia, che è presidente della
Commissione per
i problemi giuridici e
membro del Consiglio di Amministrazione della Conferenza Episcopale Italiana, è
stato ed è un maestro dalla parola facile e lineare nell’annunciare con forza
il Vange­lo, sempre vicino ai sacerdoti, animatore del laicato, amico della
povera gente, prudente, illuminato e saggio, entusiasta e volitivo nella
conduzione pastorale fatta di preghiera e di azio­ne, come ebbe a dire mons.
Canestri nel giorno della nomina ad arcivescovo di Oristano.

Durante i suoi ventun anni di vita
episcopale è stato sempre vicino al popolo nelle vicende dolorose e sempre
pronto ad esor­tare
i fedeli ad una vita più
consona al Vangelo; ha visitato
i paesi dell’archidiocesi
portando la Parola
di Dio e facendo cono­scere la dottrina della Chiesa, specialmente ai giovani e
ai lavoratori.

E ringraziando il Signore per il buon lavoro eseguito in
tutti gli anni della sua vita sacerdotale ed episcopale, il direttore del
giornale “NuovOrientamenti”, il vicedirettore,
i redattori e i collaboratori implorano
le grazie a nostro Signore per lui e per tutti noi, e augurano all’alto presule
buon lavoro per altri lunghissimi anni.

Nuovorientamenti, 25 febbraio 1996

 

CAGLIARI 1929: UN ANNO IMPORTANTE PER LA BIBLIOTECA UNIVERSITARIA

 

 In occasione della ”Giornata del Libro”, tenuta a Cagliari nel
1929, il cronista de “L’Unione Sarda”, a firma G.T., dava un
resoconto sulla consistenza della Biblioteca universitaria, che in quell’anno
ammontava a 105 mila volumi e 38 mila opuscoli, con uno sviluppo circa di 4 chilometri di
scaffalatura. Il cronista scriveva che fra
i principali
Istituti di cultura di Cagliari era certamente da annoverare la R. Università, della
quale era opportuno dare alcuni cenni storici; la sua fondazione, risaliva
“all’epoca della restaurazione dell’Ateneo cagliaritano per opera di Carlo
Emanuele II e del ministro Bogino. Quindi, con norme legislative riguardanti il
deposito dei libri da parte degli stampatori e degli scritti dei professori
dell’Università, ma specialmente con cospicui doni e acquisti rilevanti, fu
costi­tuito il primo nucleo del nuovo Istituto, che dapprima ebbe carattere
privato e fu aperto al pubblico solo il 10 ottobre 1792″ .

Nel 1799 furono aggregate alla biblioteca le librerie dei
sop­pressi conventi gesuitici di San Michele, di Santa Teresa e di Santa Croce.
Da quest’ultima passarono all’istituto “numerosi e importanti manoscritti,
incunaboli e libri rari, già raccolti dal dotto giureconsulto cagliaritano
Monserrato Rossetti (sic)”. Si deve intendere Monserrato Rossellò, del
quale, nelle pagine di questo giornale, riportammo alcune notizie biografiche.
Dal 1811 al 1820, data della morte del primo bibliotecario, Giacinto Hinz,
professore universitario di Sacra Scrittura e di lingua ebraica, che  pose
mano ad
ordinare la suppellettile libraria, la vita dell’Ateneo decadde sia perché non
provvidero in tempo alla sua sostituzione, sia perché venne meno la dota­zione
fissa. Il sassarese Alberto Domenico Azuni, giurista dì fama internazionale,
diresse la Biblioteca
dal 1820 al 1827 “con molta dottrina ed esperienza, anche se – per aver
mostrato spiri­to troppo indigente – sottopose del tutto l’azione del Bibliote­cario
all’autorità accademica”.

L’insigne letterato e archeologo cagliaritano Ludovico
Baille, direttore dal 1820 al 1839, “accrebbe e ringiovanì il materiale
bibliografico e inoltre mise insieme e donò 1′importantissima “Raccolta
Sarda”, che sì componeva di circa 550 volumi e opuscoli miscellanei e di
115 manoscritti. Tale raccolta, dì cui il Marti­ni compilò un accurato
catalogo, comprendeva le opere di autori sardi, le leggi dell’isola,
i principali documenti nelle materie politiche, civili e
giurisdizionali, gli scritti di italiani e di stranieri riguardanti la Sardegna,
i prodotti della tipografia sarda, i suoi scritti inediti e le lettere a lui indirizzate da molti
eruditi intorno alla storia isolana.

Al Baille successe il canonico e storico ploaghese Giovanni
Spano, autore di numerose opere di alto livello letterario e scientifico,
bibliotecario dal 1839 al 1841, “ma non diede alcun impulso all’Istituto,
essendo distratto dall’insegnamento” e da altri numerosi impegni.

Colui che diede grande energia e riordinò la biblioteca fu
Pietro Martini che, a detta del cronista, “vi lavorò senza posa dal 1842
al 1865″, compilando il catalogo alfabetico, costituendo la collezione per
formato e per materie ed eseguendo la ricognizione di tutti
i volumi. Inoltre egli scrisse un’accurata “Memoria
intorno alla Biblioteca”, pubblicò il catalogo della Raccolta Baille e
quella dei libri rari e preziosi, e infine illustrò le famose ‘Carte
d’Arborea’, da lui procurate parte per acquisto, parte per dono”, che poi
risultarono falsi. Quando il Martini lasciò l’incarico, la biblioteca aveva
raggiunto il numero di 22 mila volumi.

Alla direzione decennale dell’abate Vincenzo Angius
(1865-1875), che portò il numero dei volumi al raddoppio, segui quella di
Patrizio Gennari, dal 1875 al 1881. Ma fu l’abate Severini, rimasto fino al
1893, che portò a termine il lavoro di catalogazione a soggetto.

Al bibliotecario Avetta, col quale iniziò, nel 1894, una
nuova fase per la biblioteca, seguì, dal 1895 al 1928, il dott. Arnaldo Capra,
che provvide all’acquisto delle migliori opere italiane e straniere nel campo
di tutte le discipline letterarie e scienti­fiche; ci furono anche doni
cospicui e il contributo continuo da parte
del Comune e della Provincia, ma soprattutto la dotazione governativa.

A questa data la biblioteca possedeva anche 500 periodici
italia­ni e 250 periodici stranieri. Così pure vi erano inclusi 1500 volumi
rari, 200 incunaboli, fra ì quali quelli importantissimi di stampa spagnola,
meno comuni nelle altre biblioteche. Dei 500 manoscritti, alcuni in pergamena e
con qualche miniatura, vi erano un esemplare delle “Divina Commedia”,
i
“Commentaria
in Clementinas” di
Joh. de Lignano, il “Libre de Consulat”, gli “Usatici
Barchinonenses”, tutti del secolo XIV,
e una copia (del principio del secolo XV) della celebre “Carta de
Logu”, “conte­nente la legislazione di
Eleonora giudicessa di Arborea, del cui testo la Biblioteca possedeva
anche le edizioni a stampa. Per concludere non resta che riferire che dal 1922 la Biblioteca era anche
sede della R. Soprintendenza bibliografica per le province di Sardegna  e che all’Istituzione appartenevano un busto
di marmo di Giuseppe Manno e una ventina di ritratti di re dì Savoia e di
illustri sardi. Il cronista chiudeva il suo arti­colo facendo la considerazione
che la Biblioteca,
se non poteva gareggiare con le maggiori sorelle del Continente, era certamente
la più ricca e la più importante dell’isola, poiché sapeva rende­re largo ed
utile contributo agli studi Universitari e alla diffusione della cultura.

Nuovorientamenti, 3
marzo 1996   

 

RICORDO DI UN MAESTRO DI MOLTE GENERAZIONI A TRENT’ANNI
DALLA SCOMPARSA – Francesco Loddo Canepa

 

A trent’anni dalla morte di Francesco Loddo Canepa, vogliamo
ricordare un maestro di molte generazione e lo studioso della no­stra storia.
Nato  a Cagliari il 28 settembre 1887 e
terminati gli studi primari e secondari, seguì il corso giuridico nell’ate­neo
cagliaritano laureandosi in Giurisprudenza nel 1909, discu­tendo la tesi sul
“Feudalesimo in Sardegna, a partire dal Domi­nio aragonese”. Si
dedicò quindi alla carriera archivistica e due anni più tardi andò a Torino
dove conseguì il diploma di Paleo­grafia e di Dottrina Archivistica.

Loddo Canepa tornò a Cagliari nel 1914, avendo ottenuto il
tra­sferimento  nell’Amministrazione
degli Archivi di Stato. Parteci­pò alla guerra ’15-’18 come ufficiale
d’Artiglieria. Dopo il con­flitto mondiale, riprese il lavoro nell’Archivio di
Stato di Ca­gliari dove riordinò tutte le carte e nel 1936 ne fu nominato Di­rettore.
Collaborò al trasferimento dei documenti archivistici dalla sede nella Chiesa
di Santa Teresa, nella piazza Dettori, alla nuova sede in via Gallura. Durante
i bombardamenti aerei su Cagliari del febbraio 1943, riuscì a
salvare quasi totalmente le importanti documentazioni dell’Archivio, prima che
l’edificio crollasse, colpito dalle bombe. Salvò così un grosso patrimonio
storico-letterario.

Per conto della Deputazione di Storia Patria, dal 1951 al
1953 aveva partecipato a missioni di studio negli archivi di Madrid e
Barcellona, alla ricerca di testimonianza documentarie sugli Atti parlamentari sardi. Nel 1953 fu
collocato a riposo, quale diret­tore capo, ma venne nominato Ispettore
Archivistico Generale. Docente e scrittore di storia sarda, numerose sono
state  le sue dispense dense di note e
i testi sulla storia isolana. Autore di parecchie monografie,
di articoli, di studi, di volumi tra cui il monumentale “Dizionario
Archivistico della Sardegna”, pubblicato nella rivista “Archivio
Storico Sardo”. Sono rimaste inedite di­verse opere, che ci auguriamo
possano vedere la luce molto pre­sto .

Per diversi anni Francesco Loddo Canepa fu Presidente della
Depu­tazione di Storia Patria per la Sardegna, e alla fine della vita d’insegnante gli
fu conferita la medaglia d’oro dei Benemeriti della Pubblica Istruzione. Si
spense in Cagliari il 9 marzo 1966.
A dieci anni dalla morte, è stata stampata, in due
volumi, la sua opera dattiloscritta “La Sardegna dal 1478 al
1793″, che ha rag­giunto la seconda edizione. Il suo compianto allievo
dott. Gio­vanni Todde, che è stato sovrintendente agli Archivi per la Sar­degna, curò il primo
volume; il secondo è stato curato dalla dot­toressa Gabriella Olla Repetto,
allora Direttrice di Stato, anch’essa sua allieva, ed ora Ispettrice
Archivistica Generale. Nel 1966,
a ricordo della scomparsa del Loddo Canepa, la Repetto aveva redatto di
lui un ricco ed affettuoso ricordo pubblicato sulla “Rassegna degli
Archivi di Stato”.

Partecipò a numerosi congressi di studio, collaborò a
diverse ri­viste scientifiche e formò una grossa cerchia di studenti alla
ricerca e alla pubblicazione, poi diventati ricercatori appassio­nati e valenti
studiosi.

Nuovorientamenti, 10 marzo 1996

 

LA SCOMPARSA DI MONSIGNOR PAOLO CARTA, ARCIVESCOVO EMERITO DI SASSARI

 

Nella chiesa parrocchiale di Sant’Anna, alla presenza
dell’arcive­scovo di Cagliari, mons. Ottorino Pietro Alberti si è svolto il
rito funebre della salma di mons. Paolo Carta. All’età di 88 anni, nella serata
del 9 marzo scorso, alle 20.30, ha reso l’ani­ma a Dio, l’arcivescovo emerito
di Sassari, mons. Carta, che da dieci anni viveva in ritiro nell’Istituto
cagliaritano di “Padre Manzella”.

Nato a Serdiana il 31 luglio 1907, aveva seguito gli studi a
Cagliari e poi a Roma; nel 1929, si era laureato in Economia e Commercio. Due
anni più tardi, essendo presidente dei giovani d
i Azione
Cattolica, era entrato nel Seminario di Cuglieri e nel 1935 era stato ordinato
sacerdote dall’allora arcivescovo di Cagliari mons.
Ernesto Maria Piovella.

Fu assegnato quale apostolo dei militari nel 1942 presso il
comando della Quinta Armata con sede a Firenze e per molti anni fu cappellano
militare. Dieci anni dopo fu alla guida spirituale degli allievi dell’Accademia
Militare di Modena. Nel 1944, assie­me a Jader Jacobelli e ad altri esponenti,
fu tra
i
fondatori di Radio Sardegna e per quindici anni
tenne una rubrica religiosa domenicale.

Nella Basilica di Bonaria il 22 maggio 1955 fu consacrato
vescovo di Foggia dal cardinale Adeodato Giovanni Piazza e, sette anni più
tardi, fu ottimo collaborato di mons. Paolo Botto;  il 22 marzo 1962, veniva nominato presule
dell’archidiocesi di Sassari, in cui rimase fino al 1982; dopo 20 di intensa
vita episcopale, si ritirò per raggiunti limiti d’età.

Nella sede turritana aveva intrapreso valide iniziative
quali la fondazione di chiese, la chiamata a Sassari dei salesiani, che
aprirono due collegi, uno al Latte Dolce e il secondo nel quar­tiere di San
Giorgio. Inoltre propagò il culto per il Sacro Cuore e fece sorgere una
Basilica in Suo nome. Per la traslazione della salma del presule mons.
Ernesto Maria Piovella, il 18 febbraio 1965, nella cappella della
Sacra Spina, in Cattedrale,  tenne il
discorso di circostanza, il quale aveva auspicato per il santo vescovo di
Cagliari, l’onore degli alta­ri .

Nella notte del 18 marzo 1974 moriva mons. Paolo Botto e la
concelebrazione era presieduta dal card. Baggio, concelebranti mons.
Bonfiglioli arcivescovo di Cagliari, mons. Paolo Carta, arcivescovo di Sassari,
mons. Delogu Salvatore vescovo di Ogliastra. Sue doti furono l’amore a Dio,
l’amore per Maria, per la
Chiesa, per il Clero e per il popolo. Fu cultore delle
discipline ecclesiastiche; amava la
Chiesa di Cristo e il suo Vicario, il Papa.

Nuovorientamenti, 17 marzo 1996

 

TRA LE NUOVE POVERTÀ ANCHE LA QUARTA ETÀ -MOLTI
ANZIANI SONO SEMPRE PIÙ SOLI

 

Esiste oggi una preoccupazione per il problema degli
anziani. Libri, riviste, conferenze, studi, ecc., si occupano ampiamente di
questa questione, esaminandola da diverse angolazioni. La vita dell’uomo si è
allungata e il numero di anziani logicamente aumenta.

Il problema degli anziani è uno dei più preoccupanti. Vi
sono vecchi che sono soli e senza famiglia. Quelli che hanno famiglia, sono
però carenti dì mezzi economici sufficienti, così da diven­tare un
“carico” superiore alle possibilità della famiglia in cui risiede. Vi
sono casi di vecchi ammalati, che non possono essere accuditi nelle proprie
case e dovrebbero essere ricoverati in adeguate case di cura. Ma
i letti sono spesso insufficienti e, d’altra parte, la
famiglia non sempre può affrontare le spese. Molti anziani che hanno preferito
vivere soli fin quando hanno avuto le forze, non appena si è reso necessario
che venissero accolti in casa dei figli, questi – loro malgrado – si sono
spesso resi conto di non disporre di spazi sufficienti. Che dire, poi, del
problema di quelle famiglie
i cui membri lavorano
tutto il giorno e non se la sentono di abbandonare l’anziano solo con se
stesso?

E’ completa la elencazione? Probabilmente no. Ma è
sufficiente, perché ci si renda conto che il problema degli anziani, bisognosi
di affetto, riguarda tutta la società.

Nella nostra diocesi, c’è una realtà che aiuta gli anziani
più poveri (l’ufficio della carità del Vescovo, la Caritas, le Confe­renze delle “S. Vincenzo”, ecc) e che, in
qualche modo, allevia
i disagi della loro
atavica insicurezza sociale e di miseria che, purtroppo, spesso ne determina la
morte.

La Chiesa e l’iniziativa privata hanno fatto e fanno moltissimo in
favore degli anziani bisognosi. Il servizio di abnegazione da parte di tante
religiose e non pochi laici è degno di ogni elogio. Ma la società non può
dimenticare, come è stato scritto da autorevoli personalità, che il problema
della vecchiaia è un problema sociale, che richiede un rimedio immediato, anche
a livello politico. La società, a volte, è crudele: emargina sempre più spesso
chi non le porta benefici economici. I vecchi difficilmente possono fare udire
la loro voce; hanno bisogno di chi lo faccia per loro. E’ doveroso che se ne
prenda coscienza, ad iniziare principalmente dalle autorità competenti,
affinché le persone che si trovano in difficoltà, come lo sono tante persone
anziane, non manchino del sostegno necessario. Ed è doverosa una giustizia che
riconosca a tali persone il legittimo diritto ad un affetto che non resti solo
vuota parola.

Nuovorientamenti, 31 marzo 1996

 

ANNIVERSARIO DELLE COSTITUZIONI
DELL’ARCHIDIOCESI DEI GENOVESI

 

Quattrocento anni fa, precisamente il 9 aprile 1596, l’Arciconfraternita
dei Genovesi che,  nel 1591  si era costituita in associazione laica
commerciale, emanò  le
“Costituzioni” che dovevano regolare la vita interna del sodalizio.
Queste furono approvate da mons. Giovanni Caldentey, Vicario Capitolare in sede
vacante, essendo deceduto l’arcivescovo di Cagliari mons. France­sco Del Vall,
che verso il 1590 aveva istituito il sodalizio genovese e che aveva retto
1′archidiocesi per otto anni.

Nel 1580 i genovesi avevano
ottenuto una cappella nella chiesa de Gesus, nell’attuale sede della
Manifattura Tabacchi; essi effet­tuavano le attività religiose, commerciali e
di assistenza alle famiglie genovesi residenti in Sardegna e provvedevano a
riscuo­tere le quote da ogni mercantile che toccava il suolo sardo. Nello
scorcio del secolo fondarono la chiesa di S. Caterina, in via Manno, ricco e
fiorente tempio dell’arciconfraternita, che possedeva un grande corredo di
paramenti, numerosi arredi sacri e alcuni preziosi, oggi esposti nella sede di
via Gemelli.

I privilegi concessi dall’allora papa Clemente VII erano
riscuo­tere elemosine in tutta l’isola, riscattare
i cristiani caduti in mano dei saraceni
e provvedere al buon governo del sodalizio,
i cui
statuti furono chiamati ordinazioni
o capitoli.

II testo, steso in lingua italiana dallo scrivano Thomà
Olivesi e registrato dal notaio cagliaritano Agostino Sabater, come si legge in
calce al documento, si conserva nell’archivio dell’arciconfraternita; è
costituito da un libro di sedici pagine, rilega­to in tela nera di cotone
irrigidita da un velo di cera steso a caldo. Nell’apertura si legge
“Santissimo nomine Jesus Cristi deipareque Virginis Marie Santorumque
Georgij e Catherine invocato”.

Considerato che i soci
esprimono il desiderio di perseverare nel culto divino e nelle opere di
misericordia e di continuare ad onorare Iddio sotto l’invocazione dei gloriosi
santi Giorgio e Caterina, il documento stabiliva che a capo del sodalizio
fossero il priore e due guardiani. I quali nella festività di Santa Caterina,
il 25 novembre, venivano eletti per tre anni dai soci riuniti nella sala sopra
la sacristia dell’oratorio, alla presen­za del canonico. Nello stesso giorno
venivano eletti il segreta­rio, col compito di
redare i verbali
delle riunioni, e gli obrieri di sagrestia per organizzare e controllare il
funzionamento della cappella.

I sedici capitoli delle costituzioni ordinavano che i soci dove­vano essere scritti in un registro, dovevano
versare due reali come elemosina quelli della città e uno quelli dei villaggi,
come pure le socie; dovevano indossare l’abito della confraternita, una
semplice tunica di tela, nelle processioni e nelle funzioni religiose e portare
una torcia. Si ordinava inoltre di pagare un salario ai celebranti le funzioni
domenicali, dei mercoledì e delle feste di precetto, di celebrare le messe per
le anime dei confratelli defunti nelle ottave della festività dei patroni; di
cantare ogni sabato la
Salve Regina; di accendere una lampada
i sabati e le vigilie delle feste di precetto e di far pagare
dodici reali a viaggio ad ogni nave genovese e sei ai vascelli.

Le costituzioni ordinavano anche che il priore e i guardiani non potevano spendere senza il consenso della
congregazione e dovevano dichiarare che le spese ordinarie si facevano per le
festività dei gloriosi santi Giorgio e Caterina, per il giorno dei defunti e
dei due anniversari generali e dei sabati dell’anno per la Salve Regina e per la
processione del giovedì santo.

Per concludere, la costituzione terminava i suoi ordini con una pagina per gli eletti alle cariche
affinché rispettassero
i privilegi concessi al
sodalizio sulla redenzione degli schiavi da parte del pontefice e andassero per
tutta 1′Isola a raccogliere le elemosine per il riscatto degli schiavi e si
definiva la qualità della Congregazione Generale, che era un’assemblea deli­berativa,
in cui dovevano essere presenti almeno venti confratel­li, le cui risoluzioni
prese a maggioranza, si dovevano rispetta­re al pari degli articoli statutari.

Nuovorientamenti, 14 aprile 1996

 

PER I TIPI DELLE EDIZIONI “GIANNI TROIS” L’ULTIMO
LAVORO DI CENZA THERMES – “Valzer d’altri tempi”

 

“Valse oubliée” (Valzer d’altri tempi) è la più
recente pubblica­zione di Cenza Thermes, collaboratrice del nostro settimanale,
esperta in tradizioni popolari e autrice di “Cagliari amore mio”,
“Efisio Story” (in quattro lingue), “Sigismondo Arquer”,
“Iuan
Francisco Cannona” e
“Settimana santa”.

I due volumi “Cagliari amore mio”, attraverso
descrizioni, fotografie e notizie storiche, mostrano ai sardi una città
secolare, mentre gli altri lavori ricuperano la realtà del loro tempo.

Al periodo dei saggi, ora la Thermes fa seguire un
momento di riflessione soffermandosi a considerare un lato dei suoi senti­menti;
passa così a proporre
i suoi ricordi e a
comporre liriche di un certo livello. Il tutto è inserito in uno scritto che ha
come sottotitolo “Valzer d’altri tempi.

Valse oubliée è diviso in tre parti. Nella prima la studiosa
cagliaritana intitola
i ricordi “La mia
guerra”. Attraverso il racconto scopriamo che la sua guerra non è
terminata con
i bom­bardamenti su
Cagliari, bensì è continuata nelle colline dell’Appennino Emiliano. Per
sfuggire al possibile sbarco degli alleati in Sardegna, come si era previsto,
i familiari raggiunsero il tranquillo paese di Móntese, certi di essersi allontanati dal conflitto. Invece, avendo
preso dimora accanto alla Linea Gotica, dall’autunno del ’44 al marzo del ’45
passarono sei mesi di angosce e di tragici momenti, che la Thermes racconta in una
prosa piacevole.

L’autrice passa poi a presentare i ritratti di famiglia e pochi interni. Così conosciamo gli
zii e le cugine. Sono quadri vivi di vita familiare che con grande effetto
vengono descritti nei più piccoli particolari.

La seconda parte, le cui caratteristiche essenziali sono
l’ispi­razione e l’espressione, è una raccolta di poesie; ha per titolo
“Addio giovinezza ovvero peccati di gioventù”. La raccolta è divisa
in quattro parti. Nella prima “Alla mia città”, troviamo presenti
alcune parti della città di Cagliari, ma il punto nodale è la laguna con
i suoi colori mutevoli al passar del giorno. Nei
“Chiaroscuri”, composizioni senza alcun legame, sono presenti diverse
situazioni, una delle quali la troviamo in “Se le stelle/ lassù/
smettessero/ di guardarci ogni sera/ e l’ala/ bianca d’una colomba/ ci velasse
i pensieri,/ certo,/ la terra sarebbe/ un’oasi fiorita/ di
smeraldo”. La raccolta continua con “Deviazioni? No, il sacro vince
sempre”, aperta da “L’angelo custode” dell’autrice che è andato
via, poiché da troppo tempo mon chiacchierava più con lui, non gli chiedeva più
la grazia illuminante; se n’è andato via stanco di non far nulla e di esser
solo. Ed ora che lo desidera non c’è più.

La parte poetica è chiusa da “Commiato”:  quattro brevi liriche imperniate sulla vita
che scorre e che non lascia nulla dietro di sé. Nella poesia “Si levano
i pensieri”, questi sono ceri d’alta­re acceso e fiori di
fiamma; l’autrice prega il Signore di farle il dono di capire l’Eterno del suo
nome.

II libro si conclude con una parte di quattro racconti,
intitola­ti “Così, anche per gioco…” Sono brevi racconti che
riguardano alcuni fatti capitati all’autrice e vi sono alcune considerazioni su
‘L’insoddisfazione” e il “De amicitia”.

Nuovorientamenti, 21 aprile 1996

 

NORME E DISPOSIZIONI PER LA VENDITA DEL VINO NEL SECOLO XIV – Curiosità, usi
e costumi nella Cagliari medioevale

 

Particolari disposizioni del XTV secolo prevedevano esosi balzelli sul
vino e severe pene contro
i
mercanti, gli osti e gli assag­giatori; si vietava al
cittadino di vendere vino all’ingrosso senza che prima le botti venissero
misurate dalle persone incaricate dai Consiglieri comunali. Essi dovevano
accertare la quantità di ciascuna botte per assicurare il compratore che ogni
botte contenesse le centocinquanta quartare – misura di capacità per il vino in
uso nel capoluogo isolano fino ai primi del XIX secolo.

Queste ed altre norme erano state emana­te dal Comune di Cagliari e
inserite nel “Breve Comunale”, norme pubblicate nella seconda metà
del Trecento, che rimasero in vigore fino ai primi del Seicento, poi modi­ficate
per tutto il periodo della dominazione spagnola. Con queste ordinazioni,
scritte in catalano,
i
Consiglieri comunali intendeva­no regolare il normale
svolgimento della vita amministrativa del Castello e dei sob­borghi cittadini,
nonché provvedere all’or­dine interno della città mediante apposite
disposizioni che, nel complesso, rappre­sentavano il “Codice di
Polizia”. Era il regolamento dei comportamenti dei cittadi­ni; serviva a
disciplinare l’organizzazione, le funzioni e le competenze dei cagliaritani,
stabiliva la giurisdizione degli uffici e il loro potere sui mercanti, regolava
le numerose funzioni ammini­strative e
i traffici, vigilava sui vendi­tori,
sui sensali ed era uno strumento di controllo conti­nuo delle merci nei
magazzini.

In queste ordinazioni, di oltre duecento capitoli ed al cui controllo
era demandato il Vicario comunale, vi erano una decina di articoli che
riguardavano
i
vini, la loro misurazione ed il trasporto, i mercanti e i rivenditori, gli osti
e
i tavernieri, nonché i
sensali, gli assaggiatori e i trasportatori. Ogni cittadino che
doveva trasportare del vino greco, latino e
sardesco (cosi erano indicati i vini che circolava
Cagliari in quel periodo) obbligato a denunciarli all’esattoria; gli si
applicava la multa di lire 5 se avesse venduto, tenuto
o introdotto del vino in
casa per uso proprio, senza bolla d’accompagnamento se l’avesse esportato senza
pagare il diritto d’imposta. Inol­tre, il taverniere,
o altra perso­na che
comprava del vino in botti, botticelle, barili e giare in Castello e nei
sobborghi, non poteva trasportarlo e venderlo prima che venisse pagata l’im­posta.
Il sensale, che faceva contratti di vendita di vino al­l’ingrosso e al
dettaglio, era tenuto a denunciare all’esatto­re, pena la multa di 5 lire
o 20 giorni di carcere,
coloro che non pagavano le multe.

Nel trasporto del vino, il barcarolo e lo scaricatore, il carret­tiere e
il facchino non doveva­no berne; qualora ne mancas­se al controllo, veniva loro
com­minata una multa con l’obbli­go di pagare anche la quantità di vino bevuta
o trafugata. Al sensale
e al mercante di vino
o
di altra merce era proibito di fare società con più di uno.
Inoltre il mercante dei vini era tenuto a dichiararne al compratore la
provenienza e venderlo come tale e annunciarlo ai cittadini mediante banditore.

Nelle taverne non era permesso tenere più di tre botti ed era obbligo
vendere vino solo al minuto; agli osti e alle ostesse non era concesso lasciar
giocare gli avventori che facessero chiasso sia all’interno del locale sia
nella porta
o
nell’ingresso. Si poteva giocare a dama e a carte solo
nell’ingresso dell’osteria ed era vietato giocare a dadi allungati
o piombati o in qualche modo
truccati.

Per concludere, presentiamo, in una libe­ra versione italiana, come
veniva annunziato ai cittadini la vendita delle merci. “Udite ora per
decreto del Vicario! I Consiglieri e
i probiviri del Castello di Cagliari
(…) ordinano che a nessuna persona che venda botte
o botti di vino
all’ingrosso sia lecito consegnarlo al com­pratore finché quelli che tengono la
verghetta – un bastone con dei segni per misurare l’altezza del vino nella
botte – non l’abbiano misurato e calcolato; ordinano inoltre che ciascuna botte
di media capa­cità misuri 105 quartare di Cagliari”.

Nuovorientamenti, 12 maggio 1996

 

MAGGIO TRAGICO IN SARDEGNA NEL 1906 – Novantesimo
anniversario della sollevazione operaia nell’Isola

 

Non si erano ancora spenti gli echi delle triste giornate
sangui­nose del settembre 1904
in Buggerru, quando la Sardegna si trovò a
vivere un altro momento difficile, con la popolazione che soffriva la fame ed
era stremata dalla lunga crisi economica. E sebbene
i fatti sanguinosi della seconda metà del mese di maggio del
1906 sono ormai lontani, l’eco di quelle sollevazioni e del molto sangue
versato resta non solo nella memoria dei vecchi ma anche nella rievocazione
degli avvenimenti.

Le cause di questo generale disagio erano varie e
abbracciavano tanto il campo agricolo quanto quello industriale. Le prime
agitazioni si ebbero a Cagliari e trovò il suo motivo nel rincaro dei viveri
che metteva in condizioni di disagio la classe operaia e quella impiegatizia.
Agitazioni si ebbero a Cagliari, a Sassari e ad
Iglesias, promosse da impiegati statali che, a causa del rincaro dei
viveri, chiedevano una indennità di residenza. I fatti tumultuosi, iniziati
l’11 maggio, presero una piega di sangue il 15 mattino, all’arrivo
dell’impiegato per la riscossio­ne delle tasse per
i posti di vendita nel mercato cittadino cagliaritano. Ne
nacque un parapiglia, e la folla, adirata e respinta dalle forze dell’ordine,
si recò alla Manifattura dei Tabacchi, per chiedere aiuto alle sigaraie, che
avevano saputo tener testa al sindaco Bacaredda, e per formare un corteo di
protesta.

Nel primo pomeriggio i dimostranti,
con le sigaraie in testa, si recarono alla stazione ferroviaria per impedire la
partenza dei treni. I rivoltosi, però, respinti, si ricongiunsero con
i mani­festanti che scorrazzavano lungo la via Roma, e
ritornarono alla carica nei locali ferroviari. Dalla folla cominciavano a
partire le prime sassaiole che colpirono alcuni soldati. Per il ferimento del
colonnello dei Carabinieri e del capitano,la forza pubblica si vide costretta a
fare uso delle armi; dopo una prima scarica, la folla si ritirò urlando di
dolore e di terrore, lasciando dietro di sé un morto e alcuni feriti.
Contemporaneamente altri dimostranti avevano fatto saltare
i cancelli della cinta daziaria e avevano buttato a mare i vagoni delle tranvie, mentre un centi­naio di rivoltosi,
recatisi nella vicina Quartu S. Elena, ne incendiarono la stazione.

L’eco degli avvenimenti arrivava in tutte le zone della Sardegna:
il 18 e il 19 insorse la popolazione di Villasimius, che tentò di assalire
l’esattoria, ma fu respinta dai soldati. Il 20 fu la po­polazione di
S.Vito, composta da pastori, contadini e artigiani, a sopraffare i carabineieri e ad occupare la caserma, il Munici­pio e le scuole, e a
dare alle fiamme gli archivi comunali. Il 19 e il 20 maggio gli abitanti di
Macomer assalirono
i caseifici e il 21 i contadini di Usini dimostrarono davanti al Municipio. Nello
stesso giorno la cittadinanza di Olbia diede l’assalto ai caseifici e
i pastori di Abbasanta protestavano perché non vole­vano
pagare le tasse del bestiame.

La mattina del 20, sebbene di domenica, le strade del centro
di
Iglesias
si affollarono di operai, che chiedevano
l’abolizione del dazio e del focativo. Col saccheggio e la devastazione dei
negozi, un negoziante reagì e, dalla successiva sparatoria, caddero feriti due
dimostranti. L’indomani
i dimostranti di Gonnesa
fecero il giro delle miniere per chiedere aumenti salariali, subito accolti.
Nel pomeriggio furono uccisi tre dimo­stranti e feriti una ventina, mentre un
gruppo di minatori, portatisi a Nebida, saccheggiarono un bar e una cantina. I
cara­binieri aprirono il fuoco uccidendo due dimostranti e ferendone una
quindicina.

A Villasalto, dove non si erano placati gli animi, il 27
maggio
i
carabineri spararono sulla folla, uccidendo 5
contadini e ferendo­ne dieci. A Bonorva, nello stesso giorno, un’immensa folla,
che assalì alcuni caseifici, fu contrastata dalla forza dell’ordine. Anche a
Cossoine
i
dimostranti assalirono i caseifici ed il mercato pubblico devastandoli.

Il mese si chiudeva senza altri incidenti; agli eccidi
seguirono pesanti repressioni, centinaia di arresti, processi interminabili e
dure condanne. Lotta di classe, quindi, e fatti di sangue, che sconvolsero
l’Isola, rivisitati nell’ottantacinquesimo anniversa­rio delle sollevazioni
operaie.

Nuovorientamenti, 19 maggio 1996

 

LA BIBLIOTECA COMUNALE DI CAGLIARI NEL 1929

 

La Biblioteca del Comune di Cagliari, – oggi nella Galleria Comunale – ha secoli di
vita e  possiede numerosissimi volumi e
manoscritti, molti dei quali provengono da varie donazioni di cittadini. È
anessa all’Archivio antico ed al museo storico e forma con questi una sezione autonoma
degli uffici comunali. Prima dei bombardamenti su Cagliari del 1943, che
danneggiarono anche il Palazzo del Comune, la sede della biblioteca era
nell’edificio comunale, in via Roma, di cui occupava alcuni spaziosi locali,
compresa la bella sala di lettura, decorata dagli artisti Adolfo Cao, Amadio
Massimiliano ed altri. Non  era
allora  aperta al pubblico; era riservata
ad una classe particolare di studiosi, che si occupavano specialmente di storia
regionale e che vi trovavano abbondante materiale documentale e bibliografico e
tutta l’assistenza necessaria per indagini e studi.

Nell’Unione Sarda del
26 maggio 1929 apparve un resoconto sulle biblioteche in Cagliari, che a quel
tempo erano tre: La civica, quella del Consiglio dell’Economia, come si
chiamava allora la biblioteca del Consiglio Provinciale, e la R. Biblioteca
Universitaria.

Sulla prima l’anonimo
articolista scriveva che le prove del movimento scientifico-letterario dei
secoli passati “sarebbero certamente sparite, se alcuni benemeriti
cittadini non avessero concepito ed attuato il generoso disegno di raccoglierne
le sparse vestigia a perenne testimonianza dell’antica coltura
isolana”.  Dal 1870 al 1920 il
Comune poté entrare in possesso di diverse biblioteche private, che
arricchirono il già grosso fondo pervenutogli in tanti secoli e che diedero
forte impulso per una formazione di una Biblioteca Comunale.

La libreria di Pietro
Martini, autore di pregevolissime opere sulla storia di Sardegna, passò al
Comune nel 1874. Il materiale sardo era piuttosto scarso, essendosi verificate
non poche dispersioni durante i successivi trapassi. Della libreria di
Fortunato Cossu Baylle, il cui nome è legato alla storia amministrativa del
Comune, la vedova donò al Municipio 905 volumi e un grosso


numero di
fascicoli.  Vi erano opere giuridiche,
teoriche, letterarie e storiche; scarsissimo il materiale d’interesse isolano.

Nel 1882, l’avv. Salvatore
Caput lasciò al Municipio la parte più scelta della sua libreria, 137 volumi
rilegati, quasi tutta di materia giuridico-letteraria. Alla morte dell’architetto
Gaetano Cima, notissimo  per i pregevoli
edifici (principalissimo l’Ospedale Civile) da lui ideati ed eseguiti sotto la
sua direzione, il fratello Giuseppe Cima, direttore del Ginnasio di San
Giuseppe, provvide a donare la libreria al Comune. Come pure l’erede del
deputato Francesco Salaris consegnò la libreria prevalentemente di argomento di
argomento giuridico e politico; non vi scarseggiava il materiale scientifico e
letterario ed era apprezzabile la parte riguardante autori o edizioni sarde, ristretta
a pochissime opere, tutte di rilevante importanza.

La vedova del prof.
Gaetano Rotta-Rossi, che insegnò lettere nel Liceo Dettori, donò al Municipio
la libreria composta di testi scolastici e di opere classiche, mentre la
libreria del marchese Sanjust, raccoglitore di libri e di codici manoscritti
sardi, passò, nel 1910, completamente al Comune. Il carattere prevalente della
preziosa libreria Sanjust era composta di materiale librario d’interesse
isolano, completata da una abbondante collezione di giornali locali e da una
raccolta di 54 volumi manoscritti dei secoli XVI-XIX. 

Nel 1914 l’archivista-bibliotecario
Michele Pinna donò al Municipio molte opere che risultavano mancanti nelle
altre raccolte e nel 1916, trovandosi ancora possessore di un piccolo fondo di
libri, lo offrì al Comune. Con i volumi precedentemente donati, venne a
formarsi una nuova libreria, composta di 475 tra volumi ed opuscoli (in massima
parte d’interesse isolano) ordinati e corredati di un elenco e di uno
schedario.

La ricca libreria di
Luigi Vivanet, eminente letterato e docente nella Università di Cagliari, dopo
la sua scomparsa  nel 1905, fu
trasportata in alcune stanze della casa di sua proprietà in via Lamarmora.
Stabilitosi l’accordo con il Municipio, la raccolta comprendente molte
pregevoli opere di scienze matematiche, di storia, di archeologia e di
giurisprudenza oltre a tantissime altre di varia materia, passò al Comune.

Il funzionario delle
Ferrovie Gavino Pes, che possedeva una piccola ma importante raccolta di pubblicazioni,
prevalentemente tecniche, la destinò in parte alla Biblioteca Governativa ed in
parte a quella Civica.

Con lettera 5 marzo
1921 Guido Zoncheddu, a nome della famiglia, offrì in dono  al Municipio la piccola e interessante
libreria del padre  Emanuele, medico
comunale, che si componeva di 85 volumi, 15 manuali e 5 raccolte di riviste,
riflettenti quasi tutte materie mediche ed affini. Nello stesso anno Luigi
Serra, chirurgo e professore di lingua francese nell’Istituto tecnico di
Cagliari, concesse al Comune la sua libreria composta di opere di medicina,
pochissime delle quali di autori o di editori sardi. Con questa nuova raccolta
venne ad ampliarsi notevolmente la sezione riguardante le scienze
medico-chirurgiche.

Il 7 gennaio 1922
Ottorino Bacaredda consegnò al Municipio la libreria dell’illustre sindaco di
Cagliari Ottone Bacarredda, deceduto pochi giorni prima. Ciò in ossequio alla
volontà espressa  dal genitore, il quale,
mosso da sincero ed immutabile affetto alla città natia, non solo volle
apportare un prezioso contributo

all’incremento della
Biblioteca civica, ma intese altresì assicurare la perenne conservazione di
quei libri che gli furono fedeli compagni di vita. La consegna della libreria,
composta in massima parte di opere giuridiche e di una piccola raccolta di
pubblicazioni sarde, fu fatta senza inventario; si può calcolare che il numero
dei volumi e dei fascicoli fosse all’incirca di un migliaio.

In seguito al decesso
dell’avv. Francesco Ballero, già amministratore comunale, i suoi eredi
vendettero la loro porzione della libreria sarda al Municipio, che si componeva
di 123 volumi legati, 185 volumi non legati, 2978 opuscoli, 7 raccolte di
giornali locali, 5 pacchi di stampa varia, una piccola raccolta di carte
geografiche e 21 volumi manoscritti.

Infine, nel 1928 la
libreria sarda dell’avv. Eusebio Birocchi, comprendente 596 opere, quasi
esclusivamente di carattere sardo, non poche delle quali assai rare e di
notevole pregio, fu venduta per il prezzo di lire 6500.

Nuovorientamenti, 26
maggio 1996

 

LA BIBLIOTECA DELLA PROVINCIA DI CAGLIARI NEL 1929

 

Per completare il quadro della consistenza libraria nelle
biblio­teche della città di Cagliari nel 1929, dopo aver presentato quella
civica e quella universitaria, non resta che parlare della biblioteca della
Provincia. In quell’anno la biblioteca era nominata “Del Consiglio
dell’Economia”, che era stata istituita nel 1914 al compianto comm.
Benvenuto Pernis, allora presidente della Camera di Commercio di Cagliari; la
biblioteca si era arricchita negli anni successivi durante le amministrazioni
del comm. Cocco e del cav. Ufficiale Sabatino Signoriello, come si legge nella
terza pagina de “L’Unione Sarda” del 26 maggio 1929.

Il prefetto D’Arienzo, dopo la costruzione della nuova sede
del Consiglio, volle che alla biblioteca venissero destinati ampi e arieggiati
locali; dispose anche che venisse arricchita dalla biblioteca dell’ex Consiglio
Agrario e che si acquistasse quella del prof. Sernagioto; inoltre decise che ne
fosse aumentata la consistenza acquistando nuove opere continuamente e che
venisse convenientemente riordinata. Ciò perché voci di personalità e di
eminenti studiosi consideravano che la biblioteca del Consiglio Provinciale
dell’Economia era trascurata e ignorata dal grosso pubblico, e a torto veniva
ritenuta una biblioteca limitata, dato che raccoglieva solo opere a carattere
economico.

La biblioteca, che nel 1929 contava circa dieci mila volumi,
possedeva libri di carattere economico, raccolte di studi sulle risorse
economiche delle varie regioni d’Italia; non mancavano raccolte di carattere
giuridico, come
i cinquanta volumi del
“Digesto Italiano”, di tutte le Leggi dal 1859, la collezione della
Giurisprudenza Italiana dal 1866,
i quarantacinque volumi dell’Enciclopedia Giuridica Italiana, le notissime
monografie sui vari istituti del Diritto Commerciale, Civile, Amministrativo e
Finanziario.

Inoltre si trovavano monografie di carattere storico e
politico, collezioni di grandi riviste, opere monumentali,
i ventisei volumi della “Enciclopedia Italiana” del
Pomba,
i
discorsi parla­mentari di Cavour, Depretis e
Sella, le opere del Mazzini, le storie di Mommsen, di Gregorovius, la
“Geografia Universale” del Reclus, la raccolta degli Atti della
Società Italiana per il progresso delle Scienze e quella degli Atti
parlamentari dal 1913. Vi erano inoltre le pubblicazioni sulla Sardegna del
Manno, del Besta, del Bresciani, del Corridore, del Cossu, di Pasquale Cugia;
gli scritti del La Marmora,
del barone di Maltzan, del Martini, del Mimaut, del Pais, del Pillito, del
Tola, dello Scano, del Siotto e dello Spano.

La biblioteca provinciale possedeva anche la raccolta
completa degli Atti della Società Agraria e di Economia di Cagliari dal 1805.
i volumi rarissimi della “Flora Sardoa” del Moris,
una rarissima edizione della raccolta de “La Leyes” del Vico, del 1781. Si era provveduto a continui
acquisti di opere riguardanti la grande guerra mondiale e della politica
italiana dal 1900.

L’anonimo articolista chiudeva la relazione facendo la considera­zione
che si trattava di una Biblioteca in piena efficienza ed in pieno sviluppo,
aperta all’attenzione degli studiosi secondo un orario stabilito.

Nuovorientamenti, 2 giugno 1996

 

MONS TARCISIO PILLOLLA:
DIECI ANNI DI APOSTOLATO EPISCOPALE

 

II vescovo ausiliare di Cagliari mons. Tarcisio Pillolla l’8
giugno prossimo compie dieci anni di apostolato episcopale al servizio della
comunità diocesana. Sono stati anni molto intensi per essersi prodigato anche
nei momenti più difficili e impegna­tivi nella sua missione pastorale al
servizio di chi soffre, al servizio della Chiesa e verso
i fratelli.

Nominato dal Papa Giovanni Paolo II con decreto del 3 maggio
1986, 1′allora arcivescovo di Cagliari mons. Canestri l’aveva ufficialmente
annunciato ai rappresentanti del clero e della stampa nella sala delle Udienze
del palazzo arcivescovile. L’ele­vazione alla dignità episcopale di un
sacerdote della nostra diocesi è stato motivo di gioia e di gratitudine per
1′intera comunità diocesana. La presenza in diocesi di mons. Pillolla, con
incarichi di notevoli responsabilità, durava da oltre un trentennio e la sua
presenza in mezzo alla gente, come aveva sottolineato ampiamente mons.
Canestri, è stata sempre avvertita da tutti.

Nella Basilica di N.S. di Bonaria, in Cagliari, ha ricevuto
la dignità di successore degli Apostoli per
mano di mons.
Giovanni Canestri. Motto del
neo vescovo, che corrisponde
al suo programma di lavoro pastorale (tratto dalla seconda lettera di S.
Giovanni), è in “Veritate et charitate”.

In tutti i campi affidatigli ha
dato il meglio di sé, condividen­do con altri sacerdoti e con molti laici il
cammino della diocesi cagliaritana e della nostra Chiesa.

Nato a Pimentel l’11 luglio 1930, Tarcisio Pillolla ha
compiuto gli studi nel Seminario di Cagliari e ha conseguito la laurea in
Teologia nella Facoltà di Cuglieri; il 4 luglio 1954 è stato ordinato sacerdote
dall’allora arcivescovo metropolitano mons. Paolo Botto. Ha svolto l’attività
pastorale in diversi settori, tra cui: l’insegnamento nella scuola media del
Seminario di Dolianova e nel liceo del Seminario di Cagliari dal 1960 al 1970. Ha volto
l’apostolato sacerdotale dedicando le sue energie all’insegnamento in diversi
Istituti: docente di Teologia morale alla scuola per Assistenti Sociali e all’Istituto
di Scienze Religiose di Cagliari. Per complessivi 28 anni ha insegnato
Religione nell’Istituto Tecnico P. Martini, nel Liceo dell’Isti­tuto
“Assunzione” e nell’Istituto Magistrale “F. de Sanctis”. Si
è dedicato al giornalismo, soprattutto alla stampa cattolica, aprendo una
strada con la fondazione del settimanale settimanale della diocesi cagliaritana
“Orientamenti” (nel 1956), che ha diretto con grande competenza fino
al 1972. E’ stato vice assi­stente della Fuci, vice assistente diocesano della
Gioventù Femminile di Azione Cattolica, Assistente Diocesano dei Maestri
Cattolici e assistente Provinciale delle ACLI. Dal 1958 al 1972 è stato vice
parroco di S. Lucifero e per 13 anni ha curato l’assi­stenza religiosa dei
turisti e dei villeggianti di Torre delle Stelle e Geremeas.

Dopo la nomina, nel 1973, a Cancelliere della Curia, due anni più
tardi il compianto mons. Bonfiglioli, lo ha nominato Canonico effettivo della
Cattedrale; contemporaneamente faceva parte del Collegio dei Consultori. Mons.
Canestri, il 30 gennaio 1986 lo sceglie come Vicario Generale, carica che ha
mantenuto sino alle nomine di vescovo titolare di Cartenna
(Mauritania) e di vescovo ausiliare di Cagliari.

In questi dieci anni di apostolato quale vescovo ausiliare,
ha tenuto fede con grande dignità al programma presentato nell’in­tervista
rilasciata al giornale “NuovOrientamenti” nel giorno della nomina a
presule: “L’episcopato è prima di tutto un servi­zio ed io sono chiamato a
realizzarlo nella concretezza di questa diocesi con
i problemi, le difficoltà, le gioie e le amarezze presenti in
ogni famiglia”. Aveva aggiunto che “avrebbe avuto una cura tutta
particolare per
i problemi dei sacerdoti,
del semina­rio, dei laici impegnati e della stampa cattolica”. Sapeva
benis­simo, per averlo sperimentato, quanto era importante la funzione della
stampa cattolica: “il giornalismo è davvero una missione perché consente
una più grande diffusione del messaggio che il Signore ci ha affidato”.
Pertanto oltre all’impegno su altri campi, e dipendente dalle sue possibilità,
ha aggiunto che “avrebbe avuto un’attenzione particolare per
i problemi della stampa in genere e per quelli della stampa
cattolica in partico­lare.

Ringraziando il Signore per il buon lavoro eseguito in tutti
gli anni della sua vita sacerdotale ed episcopale, con il ministero della
parola più alta e completa che è nella chiesa quello di pastore, il direttore
del giornale “NuovOrientamenti”, il vicedi­rettore,
i redattori e i collaboratori implorano
le grazie a nostro Signore per lui e per tutti noi, e augurano all’alto presule
buon lavoro pastorale per altri lunghissimi anni.

Nuovorientamenti, 9 giugno 1996

 

INTENSA ATTIVITÀ EDITORIALE DI ANTONIO CAREDDU -Rassegna
antologica curata da Gianni Atzori e Gigi Sanna

 

Le “Edizioni Castello” di Antonio Careddu, che
hanno compiuto quindici anni di attività editoriale, hanno pubblicato pochi
mesi fa il primo volume “Sardegna. Lingua, comunicazione,
letteratura”, di circa 500 pagine. Frutto di un’accurata, lunga e paziente
ricerca, la bella edizione, che si arricchisce di gra­ziosi disegni, è stata
curata dall’oristanese Gianni Atzori, promotore di varie iniziative per la
tutela e valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale della Sardegna,
e da Gigi Sanna, di Abbasanta, docente presso il Liceo “De Castro” di
Oristano, impegnato per la realizzazione di un progetto scolasti­co provinciale
sullo studio della storia e della letteratura sarda.

Il libro, dedicato ai sardi, nella facciata e nel retro
della copertina, nonché nell’interno, presenta tre tavolette in scrit­tura
cuneiforme, (forse del periodo nuragico), che hanno suscita­to enorme interesse
e sollevato parecchie ipotesi.  L’indice,
esposto in apertura, presenta il quadro degli argomenti, e una nota
introduttiva prepara alla lettura del libro con alcune osservazioni. La
pubblicazione rappresenta un valido ed efficace combinato a quanto si va
operando in Sardegna per lo studio e il mantenimento della lingua sarda.

Il lavoro “offre un percorso di produzione materiale di
testi e documenti e si pone come testimonianza di modi e tempi della
comunicazione sociale” a detta del presentatore Bachisio Bandinu, il quale
aggiunge che “in questa prospettiva è un contributo importante per una
maggiore conoscenza della civiltà letteraria sarda, oltre che testimonianza di
messaggi e di strumenti del comunicare.

La rassegna antologica, dopo l’introduzione dei curatori,
nella quale vengono esposti le finalità, è divisa in due parti (“Dalle
Origini alla Fine del Giudicato di Arborea” e “Dalla battaglia di
Macomer (1748) alla dominazione piemontese”), ognuna delle quali contiene
delle brevi schede per aiutare il lettore. La prima parte presenta “Alle
radici della lingua”, cui seguono
i graffiti
di
Milis,
alcune ricostruzioni dell’iscrizione del tempio
di
Antas
e le pagine critico-storiche, suddivise in brevi
capitoli che danno il valore linguistico di alcuni problemi legati alle origini
del sardo e dei dialetti.

La parte antologica del periodo giudicale si rifà al
“Codex Diplomaticus Sardiniae” di P.
Tola. Ad ogni
parte presentata segue una corposa spiegazione
con note che danno un grosso contributo alla conoscenza dei testi;
questi spiegano linguisti­camente e morfologicamente le parti testuali che
presentano difficoltà di interpretazione.

Il secondo capitolo, imperniato sui testi dei secoli XIII e
XIV, preceduti da una scheda che tratta delle Carte giudicali, inte­ressa
perché include gli atti giuridici emessi dall’autorità suprema. Segue la
presentazione delle Carte volgari cagliaritane: documenti riguardanti gli atti
della cancelleria giudicale e delle scrivanie dei vescovi di Suelli, sempre dal
Codex del
Tola.
Troviamo poi il “Condaghe di San Nicola di Trullas”, il “Lìbellus Judicum Turrìtanorum”, il
“Condaxi Cabrevadu della chiesa di San Martino dì Oristano”, “II
Testamento di Ugone II”, “La prima lettera in volgare sardo”,
“Le lettere di un re e “Gli Statuti Sassaresi”. Si arriva quindi
alle iscrizioni arborensi in lingua sarda e alla Carta de Logu.

Il secolo XV inizia con la “Cronaca del ponte che congiungeva
Oristano con la parte sud del giudicato di Arborea”, cui seguono “La
lettera del sardo filoaragonese Serafino de Montagnana”, legato alla
rivolta sassarese nei confronti degli aragonesi, “II Condaghe di Santa
Clara”, gli atti dei sinodi di Bono, Torres e Ottana, “Le Laudes de santa
Rughe (Santa Croce) e de Nostra Signora de sa Rosa”. Si passa poi al
poemetto di Antonio
Cano “Sa vitta et sa
morte e passione de santus Gavinu, Prothu et Januariu.

La seconda parte presenta le opere dal XVI al XIX secolo,
tra cui ricordiamo: “Diario” di una duchessa, “Su babbu
nostru” del ’500, il primo “arcade” sardo Antonio Lo Frasso,
Araolla Gerolamo, “s’edittu e
sos capítulos” di Don Andrea Bacallar, “Tassi d’inte­resse”
e “Ipotecas ispessiales” a Bortiocoro, “L’epigramma di
Mara”.

Per concludere, si consiglia l’antologia ai docenti delle
scuole superiori; sembra giusto che
i giovani,
che non conoscono quasi nulla delle loro radici, possano almeno passare in
rassegna le opere in sardo e conoscere
i loro avi
che hanno poetato e scritto nella lingua madre. Non sono molti gli scrittori
attraverso
i quali si potrà conoscere
il passato per proiettarlo nel futuro.

Nuovorientamenti, 16 giugno 1996

 

QUANDO IL VOLONTARIATO È SINONIMO DI FEDE  -”Radio Cometa” o i pionieri dell’emittenza cattolica

 

II Io maggio 1979 iniziava a Cagliari le
trasmissioni un’emitten­te di ispirazione cattolica: “Radio Cometa”, situata in
via San Lucifero 87. Era una delle pochissime radio, in Sardegna, che
nonostante le modestissime entrate finanziarie, offriva agli ascoltatori
servizi culturali di diverso genere e comprensibili da tutti.

Era una delle poche radio del bacino d’utenza cagliaritano
mag­giormente impegnata in programmi socio-culturali e dì informazio­ne. Aveva
un cast di 24 collaboratori, tutti altamente qualifica­ti: giornalisti,
insegnanti, studenti, universitari e pensionati. Ogni giorno produceva dodici
ore di trasmissioni: ben cinque erano dedicate a rubriche e servizi. Ogni
sabato, alle 16,30, p. Stefa­ni e Gherardo Gherardini conducevano il programma
“Una voce per chi soffre”. Il mercoledì, alle 16, era Antonio
Falciani a irra­diarsi sui 91,200 Mhz di Cagliari: la trasmissione era
“Terza età. Il Falciani ritornava in onda tutti
i lunedì mattina alle 16 con la rubrica culturale “Libri
e riviste”.

La redazione giornalistica era composta da quattro
pubblicisti, che curavano l’attività regionale il sabato pomeriggio con la
programmazione di un’apposita rubrica condotta da Franco
Masala. I collaboratori, non retribuiti, prestavano la loro opera
volon­tariamente .

“Radio Cometa” era una radio impegnata sui grandi temi,
conduceva la battaglia per la vita, contro l’aborto e l’eutanasia. Era in prima
fila nella difesa della moralità e dei principi etici del Cristianesimo. Si
alternavano numerose rubriche settimanali e bisettimanali; programmi che
approfondivano
i problemi politici sardi.
Era attenta alle mostre artistiche, alla cultura e allo sport; inoltre si
interessava dei problemi europei e di quelli economico-finanziari. Inoltre
aveva una rubrica in diretta con gli ascoltatori. Tra le sue numerose attività
vi era anche quella della compagnia teatrale, che metteva in scena commedie di
autori classici e moderni.

Poiché tutto il materiale redazionale e di programmazione è
stato conservato, sarebbe importante reperire
i programmi
trasmessi per rimettere su un’altra emittente che riproponga all’attenzione
degli ascoltatori le belle e forti rubriche radiofoniche. L’ultimo direttore
responsabile è stato il ragionier Filippo Birocchi e il direttore redazionale
il professor Martino Casalini.

Ragionier Birocchi, un cattolico vero testimone di Cristo,
ha sacrificato alla radio molto dei suoi ultimi anni di vita, ma sempre con
grande serenità. “Aveva una fede grande; un amore senza fine e senza
incertezze per Dio e per la
Madonna, come scriveva Martino Casalini, ricordandolo dopo la
sua scomparsa avvenuta il 31 dicembre del 1992. Ma anche tutta la sua vita di
sposo, di padre, di cittadino avevano come primo e fondamentale referente
1′insegnamento di Cristo, testimoniato con le parole,
i fatti e i comportamenti.

Nuovorientamenti, 23 giugno 1996

 

CERIMONIA FINE ANNO
ACCADEMICO  – “LIBERA UNIVERSITÀ
CAMPIDANO” SELARGIUS.

 

Con  grande
concorso di pubblico, nel tardo pomeriggio di  sabato 15 giugno
scorso, nel salone teatro Don Orione, in Selargius, si è tenuta la
cerimonia di fine anno accademico 1995-96 della “Libera Università
del Campidano”, che ha la sede in via Curtatone 2.

Dopo l’introduzione
del dott. Lucio Spiga, il presidente della L.U.C., la dottoressa Olga Deiana,
ha svolto la relazione di fine corso. Ha portato a conoscenza del pubblico
presente il lavoro svolto dalla L.U.C. in questo primo anno di attività
accademica e ha evidenziato che le materie tenute da professori qualificati
sono state sedici.  Dopo aver ringraziato i docenti e gli allievi, si è
augurata che l’anno accademico prossimo possa vedere l’iscrizione di un buon
numero di allievi e la parteci­pazione degli stessi docenti affiancati da altri
per altre materie.  L’intervento del prof. Giovanni Lilliu, rettore della
L.U.C., si è centrato sulla identità e sardità della Sardegna.

Dopo il saluto del
dott. Tonino Melis, sindaco di Selargius, e il concerto dei violinisti dei
prof. Lissia e Sanfilippo, un validissimo recital di poesie con Giulio Solinas,
Faustino Onnis, Giuseppe Cappai, Zoraide Utzeri e Lina Lazzari ha allietato il
pubblico.Ha chiuso la manifestazione una mirabile esibizione del Coro
polifonico “Pro Loco”, diretto dal maestro Marco Pibiri alla
quale è seguita la consegna di riconoscimenti e attestati ai docenti e agli
allievi.

 Nuovorientamenti 30 giugno 1996

 

                                               IPOTESI
SUI TEMPLARI IN SARDEGNA

 

Un interessantissimo studio sui Templari in Sardegna è stato pub­blicato
dall’ “Artigianarte editrice”. Ne è l’autore lo studioso di storia
sarda e architettura in Sardegna ingegner Massimo Rassu, il quale si è avvalso
di documenti inediti, che danno un nuovo quadro sullo stanziamento nell’isola
dei cava­lieri dell’Ordine Religioso militare creato agli inizi del 1100 da Ugo
Payns allo scopo di proteggere
i
pellegrini che si portavano a Ge­rusalemme.

I componenti dell’ordine dei Templari da prima ebbero il nome di
“Christi militia”, poi “militia tem-plia”, da cui il latino
medioevale
“templares”.
La milizia era com­posta in maggioranza da cavalieri laici o sacerdoti, che
portavano un mantello bianco con croce rossa, potevano possedere castelli, ma
dovevano giurare
i
voti all’ordine monástico. Quest’ordine ebbe l’ap­poggio
di
Bernardo di Chiaravalle e si propagò in tutta Europa, co­struendo chiese a
somiglianza di quella di Gerusalemme, con il nome di Tempio. L’ordine dei
Templari fu riconosciuto nel Con­cilio di Troyes nel 1128.

Alla fine del XIII secolo i templa­ri furono cacciati da molte
parti d’Europa e patirono anche la con­fisca dei beni; in Spagna invece furono
assimilati ai cavalieri di Calatrava. Massimo Rassu che ha alle spalle uno
studio di oltre sette anni con la pubblicazione “Templari e Cro­ciati in
Sardegna”, e articoli su “Sardegna Magazine New”, si pre­senta
ora con “Ipotesi sui Templa­ri in Sardegna” pubblicazione che
inaugura la nuova collana “Storia e leggende”, a cura di Roberto
Copparoni, che l’Artigianarte edi­trice ha sentito l’esigenza di inserire in un
nuovo piano editoriale che si svilupperà su tre serie: “Lingua e
memoria”, “Turismo e tempo libero” e, appunto, “Storia e
leggende”.

La pubblicazione di Rassu, di 114 pagine, si sviluppa su tre capitoli.
Dopo una pagina su “Chi sono
i Templari”, e la premessa
dell’au­tore, lo studio si apre con una introduzione che presenta alcune
notizie storiche sull’argomento e da informazioni sull’insediamen­to in Europa
e in Italia. Per quanto di riferisce all’inse­diamento in Sardegna è interes­sante
la cartina geografica del­l’isola nella quale sono indicati, con le croci dei Templari,
i vari centri in cui vissero i cavalieri della Milizia del Tempio
di Geru­salemme.

Il primo capitolo, seguito da set­te fitte pagine di note, tratta degli
antefatti e della penetrazione dei Templari nel Logudoro, nell’Ar­borea, nella
Gallura, e nel Caglia­ritano. Segue parlando • del loro apogeo nel XII secolo e
chiude con la fine dei Templari, la spartizione del loro patrimonio e con
l’epilogo. Il secondo capitolo pre­senta le architetture e le meto­dologie di
ricerca degli insedia­menti Templari. Infine il terzo capitolo, che si sviluppa
sul reper­torio degli insediamenti Templari nelle quattro province sarde, sulla
loro ubicazione, lo stato attuale e la storia degli insediamenti, è se­guito da
un ampia bibliografia.

Chiudiamo col riportare due passi dello studio di Massimo Rassu. “La Sardegna (pag.11),
essendo posta in mezzo al Mediterraneo occi­dentale, costituiva con
i suoi porti un punto di
rifornimento per
i
traffici fra Terra santa e
Marsiglia, ove
i
Templari nel secolo XIII avevano una poderosa flotta mer­cantile
con diritto di carico e sca­rico in quel porto e con navi capaci di trasportare
sino a 1.500 uomini”. “L’opera (seconda di co­pertina), suddivisa per
praticità in schede, è, per quanto possibile, esatta nelle informazioni, perché
severamente fondata su testi e documenti storici ed emendata, quindi, dal
pressappochismo che accompagna generalmente que­sto tipo di ricerche”.

Nuovorientamenti, 30 giugno 1996

 

TODA Y GÜELL E LE BIBLIOTECHE SARDE DELL’800

 

Un interessante scritto per la storia degli archivi e delle
biblioteche sarde si trova nell’introduzione al volume “Biblio­grafia
española de
Cerdeña”
dello spagnolo Edoardo Toda y Güell” (1885-1941) che fu in Sardegna per alcuni anni con
l’incarico dì Console di Spagna.

Nella sua lunga permanenza ebbe modo di visitare gli archivi
e le biblioteche pubbliche e private. Fece un’ottima ricognizione; soprattutto
si interessò alla scoperta di scritti sulle culture catalana e castigliana
durante
i
quattro secoli di stanza degli iberici in Sardegna.

E come dice nell’introduzione all’interes­sante lavoro sulla
“Bibliografía
española de Cerdeña”
(Madrid 1890) fu
dell’avviso che “nell’isola sarda fu coltivata la lette­ratura;
infatti,  la stampa ci rivela buoni
romanzieri e poeti spagnoli, che sono quasi sconosciuti; altri, non inferiori
dì numero, ce li rivelano
i manoscritti salvati
dall’incuria dei tempi moderni. Non è stata trascurata la storia, dato che
esisto­no molte cronache generali, relazioni di fatti specifici e monografie di
luoghi e di oggetti. Abbonda l’arte oratoria, specialmente nel genere sacro.
Perfino la filosofia, le scienze esatte e la fisica, la medicina, l’arte della
guerra, hanno
i loro rappresentanti in
questo sviluppo del genio spagnolo in Sardegna, che permane nascosto perché mai
è stato seriamente studiato”.

Toda y Güell, giunto ad Alghero nel 1887, vi rimase fino al 1888, come si
legge nell’ottimo saggio dì Antonio Nughes
“Toda i L’Alguer. A 100 anys de aquella vìsita”  (L’Alguer, Any 2 – n. 3 -Maig-Juny 1989) ed
ebbe contatti culturali diversi.

Alla città di Alghero ha dedicato “Un poblé cátala d’Italia. L’Alguer” (Barcel­lona 1988), “Recorts
catalans de Sardenya” {Barcellona 1903) e “La poesia catalana a
Sardenya” (Barcellona 1903). Nel 1890, frutto di quattro mesi di ricerca
nelle biblioteche e archivi sardi, provvide alla stampa di
“Bibliografía
española
de Cerdeña”. Della parte che si riferisce agli archivi della Curia
arcivescovile e del Capitolo della Cattedrale di Cagliari provvederemo a
proporla in italiano nei prossimi numeri.

Nuovorientamenti, 14 luglio 1996

 

GLI ARCHIVI DELLA CURIA E DEL CAPITOLO DI
CAGLIARI NEI SECOLI SCORSI

 

Al tempo dello studioso spagnolo Edoardo Toda y Güell - all’in­circa nel 1890 -, come abbiamo scritto nel numero
precedente, l’Archivio della Curia arcivescovile di Cagliari, era situato nel
piano basso del palazzo arcivescovile, innalzato dai prelati spagnoli e fondato
nel secolo XVII dall’aragonese fra
Bernardo de la Cabra, primate di Sardegna e
Corsica dal 1641 al 1655. Numero­si erano
i documenti
contenuti nell’archivio e non tutti si riferivano ad affari ecclesiastici; vi
erano alcuni importanti codici e diverse pergamene di antichi Regoli
o Giudici dell’Iso­la.

Il dr. Luca Canepa, giovane canonico che pochi anni prima
era stato nominato archivista, aveva intrapreso il compito di riordi­nare le
carte lasciate nel maggior abbandono. Le sue ricerche avevano prodotto fino ad
allora eccellenti risultati: aveva scoperto gli “Atti dei Parlamenti
generali dell’Isola”, gli atti delle riunioni dello Stamento
ecclesiastico,
i cartulari degli arcivescovi, i registri delle ordinazioni e la corrispondenza.
Nell’archivio esistevano
i registri parrocchiali
dell’archidioce-si, che risalivano all’epoca del Concilio tridentino, e circa
quattrocento volumi dei processi contro gli ecclesiastici.

Il Toda scrive che aveva cercato
l’Archivio dell’Inquisizione; aveva trovato solo cinquanta volumi di cause e
denunce che si riferivano ai primi anni del secolo XVIII. Aveva saputo poi che,
nel 1720, il tribunale del Santo Ufficio, quando lasciò Sassari, dove si
trovava domiciliato, aveva portato con sé tutti
i libri e le
carte processuali, depositati poi nell’Archivio di
Simancas. Erano pochi i libri che si trovavano
nella Curia di Cagliari. Nonostante ciò, scrive lo studioso spagnolo, aveva
trovato l’uni­ca copia conosciuta della “Vita di Sant’Antioco”,
stampata in catalano da
Esteban Moretio.

A riguardo dell’archivio della cattedrale il Toda scrive che si trovava in uno degli scantinati del Duomo ed
era diretto dallo stesso canonico Canepa. A detta dello studioso, la vaga
notizia di un incendio capitato nel secolo XVI spiega la sparizione di
documenti antichi che si sarebbero dovuti trovare negli armadi; confessa che
diverse volte in Sardegna, indagando la causa della distruzione di libri e di
carte, la cui esistenza era previamente conosciuta, aveva constatato che erano
stati divorati in un incendio. Le cronache non dicono quando e come erano
scoppiati questi sinistri; non indicano la data esatta degli stessi e non danno
alcuna prova della loro estensione. Al contrario, aggiunge il
Toda che egli è stato abbastanza sfortunato in più di una
occasione nel trovare biblioteche e archivi che si erano incen­diati due
o tre volte. La verità di tali affermazioni pesa molto sui
conservatori degli antichi ricordi patri e riguardano l’in­curia e l’abbandono
in cui li avevano tenuti durante molti anni, e soprattutto allora, in cui la
negligenza non poteva essere ormai discolpata.

Nuovorientamenti, 28 luglio 1996

 

LE
PERIPEZIE DELLA “LIBRERIA” DELL’ARCIVESCOVO PARRAGUES – Libreria
dell’arcivescovo Parragues e il
Toda

 

A riguardo della
libreria dell’ar­civescovo Parragues, il
Toda
aveva
accertato che l’archivio della Curia aveva preso fuoco varie volte; ma non
erano spariti tutti
i suoi docu­menti
precedenti al secolo XVI, giacché alcuni esistevano quando egli visitò
l’archivio. I documenti conservati riguardavano delibere del Capitolo, fogli di
corrispondenza, registri di rendite, cartulari di arci­vescovi e indici di
legati e donazioni. Abbastanza erano le Carte dei monarchi spagnoli posseduti
dal Capi­tolo, e non poche le Bolle pontificie.

A detta dello studioso,
nella cattedrale di Cagliari non trovò dei libri; seppe che anni addietro il
Capitolo aveva posseduto la Bi­blioteca
più ricca e numerosa che esisteva durante il periodo della Sardegna spagnola.
Si sapeva che l’arcivescovo Antonio Parragues de
Castillejo - a Cagliari dal 1558 al 1573, anno della sua morte nel
capoluogo sardo -, affezionatissimo alle lingue orientali, possedeva molti
libri lasciati alla cattedrale. I fatti della sua carriera, scrive lo scrittore
iberico, l’avevano portato a percorrere il mondo; da canonico di Tarazona
divenne vescovo di Trieste; sette anni dopo passava in Fiandra, dove si fermò
diversi anni come prelato di camera di Carlo V; fu poi a Madrid, e da qui
marciò per Cagliari; sebbene si trovasse un po’ vecchio e pieno di acciacchi,
dovette accorrere a Trento quando si riunì il Concilio. In ogni parte portava
il suo irresistibile affetto ai libri, comprando
i migliori che si pubblicavano o
avvalendosi
del suo impiego per ottenerli, e quando poté vederli riuniti in una camera del
suo palazzo arcivescovile di Cagliari, si rese conto che forma­vano una
biblioteca tanto nume­rosa quanto nutrita di eccellenti opere di lingua, di
religione, di scienza, di arte e di filosofia. Molti erano
i manoscritti, di antica data e degni di ricordo.

Il Parragues lasciò la
biblioteca al Capitolo e, desiderando che la sua conservazione non ricadesse a
carico dei Canonici, lasciò alcune rendite per fondare due benefici, di cui
i bibliotecari si sarebbero dovuti servire. Passarono anni e quella
biblioteca fu abbandonata dai suoi curatori, ma non andò distrutta perché agli
inizi del seco­lo XVIII figurava ancora negli in-ventari dei beni capitolari e
poteva essere ammirata da uno dei primi viceré della dominazione piemon­tese.
Ciò nonostante, gli illustri canonici del nuovo regime, come avevano detto, non
capivano quei libri che erano d’impaccio nella chiesa e, poiché avevano saputo
che valevano molti soldi, decisero di venderli. Chiesero a Roma il permesso
necessario per cambiare le clausole della donazione fatta dal fondatore. E
sebbene la Sacra
Congregazione avesse negato il permesso, ciò non fu di
ostacolo perché, pochi anni dopo, andasse perduta una biblioteca così volu­minosa.  Sparì senza lasciare la minima traccia.
Inutile fu interro­gare
i canonici, inutile
cercare nei ricordi. Tutti davano
i
libri
per dispersi; e non volendo riconosce­re la sua probabile, anzi la sicura
sottrazione, decisero di dire che furono bruciati. Così aveva di­chiarato lo
stesso Giovanni Spano, che fu archivista del Capitolo per molti anni.

Il Toda, che si occupò delle sue ricerche, non volle credere a tale
incendio, poiché nel
verificarlo, come egli scrive,
avrebbe dovuto trovare tracce più sicure e ricordi più vivi; suppose veramente
e sem­plicemente che la biblioteca del Parragues fosse stata portata a Roma.
Era razionale credere che la
Corte pontificia, vedendo il perico­lo in cui la poneva la
cupidigia dei canonici cagliaritani, l’avrebbe re­clamata; ciò spiegava anche
che la sua sparizione totale non sarebbe avvenuta se
i libri fossero stati sottratti o
dispersi
per vendita.

Lo studioso spagnolo ne
fu cer­to quando vide la biblioteca dei fratelli Simon di Alghero, nella quale
gli era parso di ritrovare molti dei volumi riuniti dal pregia­to prelato
castigliano; solo avvertì che la mancanza di tempo e la speciale attenzione che
doveva dedicare ai libri sardi gli avrebbero impedito di provare in un modo
completo le sue osservazioni. Così finì per considerare soddisfacente il sapere
che quel tesoro bibliografico non si era perduto completamente.

Nuovorientamenti, 8
settembre 1996

 

IL GRANDE DEMOETNOLOGO SARDO ALLE PRESE CON LA POESIA – Pubblicati i versi di Francesco
Alziator

 

Dopo il buon successo della pubblicazione poetica “Valse
Oublièe”, la nostra collaboratrice Cenza Thermes, autrice di ottimi lavori
letterari,  ha curato la raccolta di
poesie “I versi di Francesco Alziator” (Trois Editore, pagine 120,
lire 20.000), con l’introduzione a quattro voci (Cristiana Alziator, Mariolina
Maxia, Franco Ruggeri e Luigi
Spanu). Dal titolo si intende che è una raccolta delle poesie
che l’autore scrisse  tra la giovinezza e
l’anno della scomparsa. Possiamo ben dire che Francesco Alziator era anche un
sentimentalista, un romantico. Nei momenti di relax, dopo la fatica del giorno
per lo studio e la preparazione di articoli e lavori letterari,  buttava giù versi che riflettevano
i suoi momenti di ansia,
di malinconia, di angoscia, di paura e di riflessioni: “II mio cuore/ va
con il sole,/ con il giorno/ spera/ e con la sera/ muore./ 0 Signore,/ dammi/
un gran giorno/ senza sera”.

Erano pochissimi coloro che sapevano di questa attività poetica. Già nel
lavoro di chi scrive, dedicato all’indimenticabile e illustre studioso sardo,
erano apparse liriche, alcune delle quali pubblicate nel lontano 1927,
precedenti ai primi articoli su “L’unione Sarda”.  Ora, grazie alla Thermes, possiamo scoprire
un altro animo di Alziator, possiamo leggere le sue poesie e le traduzioni di
liriche di Rilke, – suo poeta preferito – di Alceo e dì Orazio.

Alziator, il più grande demoetnologo sardo e uno dei pochi in Italia, è
conosciuto soprattutto per
i
suoi lavori sulla lettera­tura sarda e sulle tradizioni
popolari. Parlare di lui è impresa molto ardua per la complessità dei suoi
interessi, per il grosso spessore culturale, per
i suoi studi, per il suo
enorme lavoro e per le sue molte pubblicazioni, che hanno abbracciato un arco
di oltre cinquantacinque anni di attività culturale, didattica e professionale.
Meglio di qualsiasi altro, ha illustrato la sua città natale con numerosi
articoli, lucidi e precisi, e con parecchie opere che hanno messo in risalto la
bellezza delle sue torri, la storia secolare dei quartieri e la luminosità di
un sole risplendente per tutto l’anno: ha chiamato Cagliari “Città del
sole”; titolo quanto mai significativo. Inoltre ha presentato la società
cagliaritana attraverso le tradizioni popolari nei secoli e nei vari aspetti.

Passando all’analisi della raccolta poetica, non possiamo non essere
attratti dalle belle poesie giovanili, fresche e robuste, in cui si avvertono
influssi carducciani, crepuscolari e dannun­ziani. Quelle del periodo della
maturità sono brevi e riguardano il profondo intimo dell’autore. Anche il
gruppo di composizione degli ultimi anni vedono liriche brevi ma piene di
sentimento e presentano l’essere, il tempo e la vita.

Per concludere siamo convinti che i versi di Alziator hanno un fondo poetico
molto elevato. In ogni poesia ritroviamo
i luoghi, le persone amate, la natura,
le stagioni, il
veno,
il mare: elemeni che vengono presentati in modo profondo e
danno un mes­saggio nuovo alla sua versificazione: “Su Sant’Elia pendeva
alta la luna/ soave come un viso di fanciulla,/ schiumava la risacca su la
bruna/ scogliera brulla./ E risplendeva l’acqua d’un imma­ne/ solco di
brillantissimi bagliori/ in un gioco di ombre e luci strane/multicolori”.

Nuovorientamenti 15 settembre 1996

 

UN LIBRO SULLE STRATEGIE FORMATIVE E SISTEMI
SCOLASTICI IN EUROPA  – Sarà la volta
buona per la scuola?

 

Le riforme scolastiche, promesse dal nuovo ministro,
andranno in porto l’anno venturo? Avremmo una scuola nuova all’europea,
sbandierata ai quattro venti da tutte le componenti istituziona­li? O sarà
ancora una volta, dopo tante chiacchiere, convegni (ad uno dei quali, chi
scrive, ha partecipato nel lontano 1970), dibattiti parlamentari.

Tutti i ministri succedutisi
nell’alto incarico ministeriale dal 1960 ad oggi hanno promesso la riforma
delle superiori. Chi l’ha vista? Si è avuto la burletta dell’esa­me finale a
dir poco buffonesca. E chi scrive ha partecipato ogni anno quale componente
delle commissioni d’esame, e sa quanto valevano quegli esami. Occorre un esame
di maturità al quale non sia una commissione esterna a decidere della sorte dei
maturandi, ma siano gli stessi docenti dell’ultimo anno scolastico, che
conoscono gli alunni, a giudicarli per il loro profitto e per la loro
preparazione.

I punti della nuova riforma sono: autonomia delle scuole,
parità tra pubblico e privato, forma di finanziamenti degli istituti non
statali, innalzamento dell’obbligo scolastico da 8 a 10 anni, la scolarizzazione
di massa sino ai 18 anni e l’adeguamento della scuola alle norme scolastiche
comunitarie.

Un interessante studio sulle “Strategie formative e
sistemi scolastici nell’Europa comunitaria”, che analizza l’educazione e
il sistema scolastico nei paesi europei, è stato pubblicato mesi fa per
i tipi delle Edizioni Castello di Antonio Careddu. Ne è autore
Antonio Mameli (noto Tonino), professore di Pedagogia Generale nel Corso di
Scienze dell’Educazione dell’Ateneo caglia­ritano .

“Il libro, si legge nel quarto di copertina,
raggiungerebbe il suo scopo se riuscisse a suscitare qualche stimolo per
riflettere sull’urgenza di organizzare un sistema scolastico adeguato ai tempi
…”

Nel primo capitolo vengono presentati il problema delle
radici comuni e le prospettive di una scuola Europea, la programmazione e il
ruolo degli insegnanti, l’educazione e le Scienze Umane, l’apprendimento e la
creatività e le istanze pedagogiche nell’Eu­ropa dei popoli.

Segue il capitolo incentrato sulla formazione e le reti
d’infor­mazione in Europa, l’educazione scolastica e la società multi etnica, e
altri problemi che si trovano nell’interno delle aule scolastiche, quali la
violenza, la cultura e
i mass-media, il territorio.

II capitolo terzo presenta i sistemi
educativi in Europa: inte­ressante per mettere a confronto l’educazione,
l’insegnamento nei diversi stati dell’Unione europea, la formazione degli
insegnan­ti, l’istruzione professionale e l’apprendistato. Questi ultimi due
problemi sono quasi scomparsi nella formazione scolastica italiana.

Il lavoro è chiuso col capitolo quarto che inquadra le norme
comunitarie e le dinamiche di formazione, la cultura e l’istru­zione nel
trattato di Mastricht, l’accesso all’attività profes­sionale e
i programmi di formazione. Infine vi sono presentati i diversi programmi e i progetti
studiati in questi ultimi anni.

Chiude il libro una nutrita, corposa bibliografia, preceduta
da una breve conclusione, nella quale si legge che “i risultati ottenuti,
giudicati positivamente dagli organi di verifica e di controllo, hanno offerto
possibilità assolutamente significative sotto il profilo pedagogico, sia per la
conoscenza delle proble­matiche giovanili, in generale, sia per quanto riguarda
le ini­ziative di formazione professionale e le prospettive di occupa­zione nei
vari settori produttivi in relazione ai titoli consegui­ti”.

Nuovorientamenti, 22 settembre 1996

 

DA UN DOCUMENTO CONSERVATO NELL’ARCHIVIO D’ARAGONA DI
BARCELLONA – LAMENTELE DEL PRIORE DI BONARIA AL SOVRANO DI SPAGNA

 

Alcuni anni fa, nell’Archivio d’Aragona di Barcellona, ho
rin­tracciato un importante e interessante documento di due pagine, che serve
per avere altre conoscenze sulle condizioni del conven­to mercedario e del
santuario di Bonaria.

In data 8 luglio 1613, il priore del convento,  il commendatore p. Sisinnio Boy, scriveva al
sovrano di Spagna. Si lamentava presso di lui poiché, da quando
i serenissimi re d’Aragona Alfon­so e Pietro, predecessori di
Filippo III, – il sovrano allora regnante in Spagna -, avevano fondato la santa
casa di N.S. di Bonaria, nel 1325, per la conquista dell’Isola, e avevano
portato in Sardegna l’Ordine di N.S. della Mercede, il santuario ed il convento
non avevano avuto modifiche e ristrutturazioni. Scriveva inoltre che la chiesa,
sebbene stesse molto bene di fronte al mare e ben sistemata con l’immagine
santissima miracolosamente portatavi dal mare e circondata di innumerevoli ex
voto, era in degrado e che il convento era in pessime condizioni; tutto ciò,
sebbene il suo predecessore, Filippo II, avesse messo il convento nella
possibilità di potervi far dimorare comodamente circa 50 frati, per festeggiare
e onorare la miracolosa immagine. Così ora il convento era in condizioni misere
e
i
lavori, senza un aiuto straordinario da parte
delle casse regie, non potevano essere continuati.

Così al priore era sembrato opportuno, per non fermare
l’opera e lasciare tutto incompleto, di supplicare il sovrano affinché
consentisse l’esportazione di sei
o settemila
rasieri di grano – un’antica misura di capacità usata a Cagliari ed equivalente
a circa 177 litri
-, già richiesti in’altra occasione con un memo­riale con il quale si chiedeva
di elargire un’elemosina. Con quest’ultima richiesta il p. Boy, per rendere
maggior gloria alla Regina degli Angeli e per rendere onore ricevendo merito
dal sovrano, essendo suoi il santuario e la fabbrica, chiedeva con forte
insistenza l’aiuto; nel contempo, provvedeva a pregare Dio per la casa reale
affinché la proteggesse e le desse tanta glo­ria.

Dopo il memoriale e la lettera del priore, che ci portano a
conoscenza che
i lavori di
ristrutturazione della fabbrica e del santuario si erano fermati, sappiamo, da
altri documenti, che il sovrano accolse la richiesta di esportare il grano per
consentire che
i lavori riprendessero.
Tali lavori furono portati a termine verso la metà del Seicento. Infatti,
furono ampliati
i locali del convento e fu
costruita ex
novo una sacrestia, quella
che tuttora funziona a sinistra dell’altare maggiore. La vecchia, che si
trovava dietro lo stesso altare, fu impiegata per altre funzioni.

Nuovorientamenti, 13 ottobre 1996

 

CONVEGNO ORGANIZZATO DALLE UNIVERSITÀ DI CAGLIARI E SASSARI
E DALLA FACOLTÀ TEOLOGICA – La
Sardegna paelocristiana tra Eusebio e
Gregorio Magno

 

Sotto la presidenza del rettore dell’Ateneo di Cagliari, la
sera di giovedì 10 ottobre, nell’Aula Magna dell’Università, hanno preso
l’avvio
i
lavori del Convegno Nazionale ‘La Sardegna paleo­cristiana
tra Eusebio e
Gregorio Magno’, promosso dalle
Universi­tà di Cagliari e di Sassari e dalla Facoltà Teologica della Sardegna.

Dopo i saluti del rettore di
Sassari prof. Giovanni Palmieri, del sindaco di Cagliari avv.
Mariano Delogu, del presidente del Con­siglio Regionale, on. Gian Mario
Selis, dell’arcivescovo emerito di Vercelli, mons. Tarcisio Bertone e del
preside della Facoltà Teologica prof. Natalino Spaccapelo, ha preso la parola
il prof. Attilio Mastino che ha svolto una relazione sulla ‘Sardegna in età
tardo-antica’.

Il prof. Mastino ha detto che la Sardegna, collocata nel
cuore del Mediterraneo, era aperta alle più diverse influenze culturali, in
bilico tra mondo africano e mondo euro­peo, e che la nuova pratica religiosa si
andò impiantando sui luoghi di culto pagani. Le recenti eccezionali scoperte
effettua­te dal prof. Manconi, ha sottolineato Mastino, dimostrano che nel IV
secolo esisteva una fiorente comunità cristiana. Fu, dunque, il momento più
significativo del cristianesimo in Sardegna. Ha concluso dicendo che, a seguito
della conquista araba di Cartagine, la Sardegna si distaccò dall’Africa e numerosi
profughi africani si rifugiarono nell’isola prima dell’arrivo degli arabi. Si è
avuto, quindi, il trasferimento da Ippona a Cagliari delle reliquie di
Sant’Agostino, episodio che segna l’inizio dei tempi nuovi.

Mons. Pietro Meloni ha parlato estesamente di Eusebio da
Vercel­li, mentre la mattina dell’11 il prof Claudio Finzi ha presenta­to
“II pensiero politico nell’età di Eusebio ed il prof. Gargano si è
interessato di
Gregorio Magno e del suo commento
al I libro dei Re. Al dott. Pier Giorgio Spanu è toccato il tema, molto
interessante, sulla “Cristianizzazione dell’ambiente rurale in
Sardegna” ed il dott. Raimondo Zucca ha trattato del “Martirium
Luxurii”.

I lavori sono proseguiti nel pomeriggio dell’11 e nella
mattina del 12. Hanno parlato Manlio Simonetti sullo ‘Status quaestionis sugli
scritti eusebiani”, Franco Pierini su ‘II Sinodo di Alessandria del
262″, Antonio
Piras su “Mezzi
espressivi ed espedienti stilistici nelle lettere di Eusebio”. Maria
Corona Corrias ha svolto il tema “II ruolo della Chiesa calaritana tra
Oriente ed Occidente nella lettera di Atanasio” e il prof.
Tito Orrù si è interessato delle “Tracce eusebiane nella
storiografia e nella bibliografia in Sardegna”. Dopo la relazione di
Giulio Cattin su “La messa per S. Eusebio nel ‘Graduale’ duecentesco della
Biblioteca capitolare di Vicenza” e quella di Raimondo Turtas su
“Gregorio Magno e la
Sardegna”, hanno chiuso
i lavori le
relazioni di Mauro Dadea su “Le epigrafi della cripta di Santa Restituta a
Cagliari’ e Giovanni Lupinu su “Contributo allo studio della fonetica
delle Iscrizioni latine della Sardegna paleocristiana”.

Nuovorientamenti, 20 ottobre 1996

 

                        CONVEGNO
SU “STATUTI E FONTI NORMATIVE TRA MEDIOEVO E PRIMA ETÀ MODERNA

 

Organizzato dal Consiglio Nazionale
delle Ricerche (Istituto sui rapporti italo-iberici), dalle università di Cagliari,
Sassari, Pisa e Bologna, si è tenuto a Cagliari, dal 25 al 28 settembre scorso,
un interessante e importante Convegno su “Statuti e fonti normative
cittadine”. Era il Terzo convegno annuale del Comitato Nazionale per
l’intercomunicazione sugli studi e sulle edizioni delle fonti normative.

I lavori sono stati introdotti,
nella Sala consiliare del Comune, dal Sindaco di Cagliari. Quindi il prof.
Mario Aschieri, dell’Università di Pisa, ha parlato delle “Leggi e
Statuti: un’introduzione al problema della legislazione medioevale” e il
prof. Riccardo Fubini, dell’università di Firenze, ha presentato “La
vicenda degli statuti fiorentini del 1415″. Nei giorni suc­cessivi i
lavori si sono tenuti nel salone dell’Istituto sui rapporti italo-iberici, con
le relazioni dei proff. Diego Qua­glioni, Andrea Romano, Massimo Vallerani,
Antonello Mattone, Marco Tangheroni, Vito Piergiovanni e Pinuccia F. Simbula su
“La vigenza degli statuti” e “Gli statuti marittini”.

Sabato 18, una tavola rotonda,
presieduta dalla prof. Francesca Bocchi, dell’Università di Bologna, sul tema
“Fonti normative e informatica: esperienze in corso”, cui hanno preso
parte docenti e ricercatori, ha chiuso i lavori.

Nuovorientamenti,   20 ottobre 1996

 

DOPO VENTIDUE ANNI DI PREZIOSA COLLABORAZIONE, PADRE CANNAS LASCIA LA DIREZIONE DELL’ARCHIVIO ARCIVESCOVILE

 

Logliastrino p. Vincenzo Mario Cannas, ofm., storico, scrittore, accademico, commendatore, uomo di
grande cultura anche in campo archivistico, non è più il direttore
dell’Archivio storico dioce­sano che si trova nel Seminario di Cagliari. Lascia
l’incarico dopo 22 anni di lavoro intenso e proficuo, in cui ha profuso tutte
le sue risorse umane con impegno e grande dedizione. Nel 1974, chiamato a
dirigere l’archivio dall’allora arcivescovo di Cagliari Giuseppe Bonfiglioli,
ha rimesso su un archivio che da molti anni era in abbandono. La sede si
trovava in uno scanti­nato delle antiche scuderie dell’arcivescovado. Padre
Cannas trovò allora un luogo pieno di polvere e di muffa; una decina di registri
della antica contadoria erano andati perduti persi, poiché distrutti dalla
muffa. In alcuni anni, senza fondi né attrezzature, il nuovo direttore, dopo
alcuni lavori di sistema­zione, riuscì ad aprire agli utenti un archivio in
grado dì funzionare al meglio.

Poiché l’archivio mancava di tante cose, interessò 1′allora
sindaco di Cagliari, Paolo De Magistris, che gli assicurò l’aiuto
dell’amministrazione comunale. L’assessore alla pubblica istru­zione Antonio
Tavolacci fece una convenzione con il padre Cannas e provvide ad assicurare un
contributo annuo per l’acquisto di suppellettili e attrezzature, che diedero la
possibilità di rimettere a posto
i volumi, i registri dei “Quinque librorum” e i numerosi documenti
dell’archivio arcivescovile e del Capitolo. Intanto, anche il dott. Giovannino
Todde, allora sovrintendente archivistico della Sardegna, diede una
mano al padre Cannas  asse­gnandogli
a tempo pieno, per alcuni anni, quattro validi elementi per la classificazione
e la catalogazione del materiale cartaceo.

Dopo varie peripezie per trovare un locale più idoneo alla
con­servazione dei documenti e alla ricezione degli utenti, che ogni anno
aumentavano di numero, mons. Bonfiglioli cedette una parte di un’ala del
seminario. L’archivio iniziò una vita nuova. Gli utenti si moltiplicarono e si
ottennero altre scaffalature che raggiunsero gli 860 metri, ancora però
non sufficienti a posizio­nare tutti
i documenti,
molti dei quali tuttora da leggere e da catalogare.

In questi ultimi anni, l’attuale arcivescovo mons. Alberti
ha concesso altri locali che in poco più di un anno sono stati ristrutturati e
modificati secondo le esigenze dell’archivio arcivescovile di Cagliari.

Il direttore Cannas, con l’aiuto di alcuni volontari,
provvide alla lettura e alla regestazione di migliaia di documenti e alla
sistemazione dei locali e alla ristrutturazione dei vecchi, adattandoli alle
esigenze degli utenti.

Il 24 marzo 1995, con una solenne manifestazione, alla
presenza dell’arcivescovo mons. Alberti, (del quale si è presentato il lavoro:
“Scritti di Storia civile e religiosa” con la pregevole prefazione
del
compianto
prof
. Giancarlo Sorgia), dell’allora
assessore regionale alla cultura, la dottoressa
Luisa D’Arienzo, e dell’assessore comunale dott. Gianni Filippini, è stato
inaugu­rato il nuovo archivio storico diocesano.

L’archivio diocesano possiede ora una enorme quantità di
registri e, per organizzazione e per consistenza documentaria, è il più grande
della Sardegna. A padre Cannas va il merito di questo monu­mentale lavoro.

Nuovorientamenti, 3 novembre 1996 e L’Ogliastra, dicembre
1996

 

UN PATRIMONIO CULTURALE E RELIGIOSO DI GRANDE VALORE – Una
raccolta di preghiere, canti e
i “goccius” della Settimana Santa

 

L’Editrice Artigianarte, continuando nel suo programma editoria­le,
ha provveduto alla pubblicazione dello studio di Anna Corsi “A Groria e a
Lauda de Deus”, nella collana curata da Roberto Copparoni “Lingua e
Memoria”. Il lavoro raccoglie le preghiere,
i canti delle confraternite e “sos orgosos” (is goccius) della settimana Santa di Ottana, corredata da
diverse immagini che ricordano le processioni e
i monumenti
più significativi di quel centro.

La studiosa, che insegna nella scuola elementare di Ottana e
si interessa dei problemi e dei diritti umani, nella presentazione scrive che
“questa raccolta è nata dall’esigenza di una lettura del patrimonio
culturale locale, perché niente di ciò che è memoria storica collettiva, vada
perduto”.

Anna Corsi, che da tempo si dedica con grande impegno alla
ricer­ca storico-etnografica, nello sforzo di capire e valorizzare le ragioni
del passato, ha fatto una ricerca sul campo, intervistando gli anziani del
paese, per offrire ai lettori
i sentimenti degli
abitanti di Ottana e per darci quanto si è conservato fino ad oggi.

La scrittrice di Siniscola nell’introduzione dice che ha
“scelto di studiare e raccogliere le preghiere e
i canti della settimana Santa delle antiche confraternite
perché, nonostante le trasfor­mazioni economico-sociali che il paese di Ottana
ha subito, essi rimangono intatti nella memoria collettiva, che è patrimonio
culturale inestimabile da conservare e valorizzare”. Prima di addentrarsi
nel lavoro, la Corsi
fa una disamina della storia delle confraternite del paese in questione, passa
poi in rassegna
i riti della settimana
santa, con s’iscravamentu, e con le
origine dei riti della settimana in questione.

Troviamo così i gosos
de Nostra Sennora de su Rosariu, de s’As­sunta,
de su Sacru Goro, de su goro ‘e Zesus, de s’Ispiritu Santu, de
Nadale, de Zosepe Soru, alla S.S. Trinità, de tottu sos Santos, de Santu Nicola, de Santu Predu Sardu, de Santa Rita, de
Santu Antoni Abate, de Santa Margaida, de Santu Segostianu.

Come si vede è una sfilza di gosos per tutte le feste
dell’anno. A parte vi sono poi quelle de sa “chida Santa”, che
partono dal giorno delle ceneri (Nessuno
chreza peccare
), passando per la
Iodomenica di quaresima (0 Superbu
impertinente), per la quaresima (Giunta a
sa rughe penosa
), per la domenica delle Palme (A s’orrendi tribunale), per la Domenica di passione
(Lagrimas tintas in sambene), per la
settimana santa: (Pro su dolore de Maria
e A sas’
animas),  Lunedì santo (Altissimu Redentore), Giovedì Santo (Sacramentau Deus), Chenapura Santa (Mirade su
Criadore
, E poite incravau), e si
chiudono con Gosos de sa Madonna e gosos de su risortu, della Domenica di
Pasqua.

A conclusione riportiamo quanto scrisse il vescovo di Nuoro,
mons. Pietro Meloni: la studiosa “ha interrogato gli anziani e
i sapienti di Ottana, sapendo che la loro ‘viva voce’, e la
loro prodigiosa ‘memoria’ è una fonte sicura per la storia. E ora offre ai
lettori le acque limpide di quella sorgente, insieme al profumo del pane, del
canto, del perdono.

Nuovorientamenti, 3 novembre 1996

 

I PIATTI ISOLANI NELLA CATENA DI RISTORANTI “IL FORNAIO”
- La cucina sarda a
Los Angeles e altre località

 

Antipasti: “Involtini di
verza”: foglie di verza riempite con salsiccia di maiale sardo, cipolle e
aglio, pomodori, origano e vernaccia
“Costera”;
“Impanada
di pesce”: pasticcio di salmone, cotto in forno a legna e salsa di
finocchio fresco  e “Tonno di
Carloforte”: Carpaccio di tonno rotolato con menta fresca e capperi,
servito su un letto di fette di patate croccanti e con limone spremuto e olio
d’oliva extravergine .

Primi: “Zuppa di fagioli
borlotti e finocchi”, con prosciutto, formaggio pecorino, e vino
“Costera”; “Malloreddus”, gnocchi di diversi
colori con zafferano, salsa di pomodoro, aglio e vernac­cia
“vermentino”; “Culingionis” di ricotta fatti in casa, con
fave,  pancetta e salvia, salsa marinata
e pecorino  e “Risotto arborio con
pezzi di aragosta del Maine”.

Secondi: “Agnello cotto
allo zafferano, patate, carciofi, piccoli porri e crema”; “Filetto di
spigola imbevuto di vernaccia”: aglio, pomodori e origano, finocchi e
porri e “Scampi alla gri­glia”, innaffiati con limone e olio d’oliva,
servito con ramo­scelli misti in sali balsamici.

Dolci: “Pardule”,
pasta di semola con ricotta, limone e
aroma d’arancio, noci e cioccolato tritato, innaffiato con salsa di
miele-arancio e servito in un piatto di crema “anglaise”. Vini: II
“Vermentino di Sardegna”, del 1994, prodotto principal­mente dall’uva
vermentino con una piccola quantità di malvasia, frizzante, secco e fresco con
delicato aroma di agrumi. Questo vino ha un grazioso prolungato retrogusto. Va
d’accordo  con ogni tipo di pesce, con
crostacei e con qualsiasi tipo di pasta; la
“Costera”
Cannonau
di Sardegna, del 1993, 100% di uva cannonau, coltivato
vicino a Cagliari. Un vino corposo, secco rosso, con intensi aromi di frutto di
bacca matura e buon bilanciamento. Delizioso con agnello e con piatti di pasta
aromatizzata.

 

Sembrerebbe il menù di un ristorante in Sardegna o di qualche sardo in Italia. E’ il menù del ristorante “Carmel” in Los Ange­les, preparato da uno chef
americano, che ha imparato a preparare molti piatti regionali italiani. Per due
settimane del luglio scorso, il ristorante
“Carmel” ha viaggiato per l’isola di Sarde­gna attraverso i vari antipasti, primi e secondi piatti e dolci sardi. Il
capocuoco Maurizio Mazzon invitava
i californiani
ad unirsi a loro nel viaggio attraverso la cucina sarda. Ogni mese,
i ristoranti de “II Fornaio”, in California, danno risalto al pane, al cibo e al vino di una differente
regione d’Italia.

Per il mese di luglio hanno dato spazio alla Sardegna.
“Il Fornaio” si trova in Sacramento, San
Francisco, San José, Palo Alto (nord California), in Beverly Hills, Costa Mesa, Pasadena (sud California) e in Portland (Oregon). Nel menù sono indi­cati i relativi prezzi, davvero molto economici rispetto ai nostri
prezzi.

Nel depliant, stampato per presentare la nostra Isola, si
legge che la Sardegna
e la sua cucina hanno cambiato un poco alla volta sin dai tempi antichi. E’ una
regione povera e la popolazione è distribuita in poca terra arabile per la
coltivazione. Pertanto la terra da pascolo è abbondante; vi si trova carne
d’agnello, di capra e di bue che appaiono di frequente nei menù. Per la cucina
sarda il mare provvede un’abbondante raccolta di aragoste, di spigole e di
scampi e il pane gioca un ruolo importante poiché vi è un grande raccolto di
grano.

Il Chef-Partner de “II Fornaio” in “Carmel”, David Beckwith, incominciò a cucinare quando era vecchio
abbastanza per stare al forno. “Io vengo da una famiglia numerosa (8
figli), e uno dei lavori era preparare pranzi”. Cresciuto nell’Iowa
significò molti maiali, formaggio e vegetali puramente stagionali. Il suo primo
lavoro retribuito in una cucina fu all’età di 13 anni, preparando pizze e pane
in una piccola pizzeria italiana. “Io facevo 30-40 sfoglie due volte al
giorno, dice, ora ogni volta prendo il pane raffermo fuori dal forno a “II
Fornaio”; ricordo quei giorni e apprezzo di essere ritornato al punto di
partenza”. Da qui, David andò a lavorare in una piccola drogheria
all’angolo, dove rimase per 5 anni; il proprietario era anche macellaio.
“Quando andai via, continua David, io potei preparare salsicce e fette di
carne. E’ stata una educazione unica”.

Nella regione crescono pochi vegetali, ma negli abbondanti
pasco­li vi prospera il bestiame: l’agricoltura significa pascolo.
L’allevamento del bestiame è la spina dorsale dell’economia. Infatti, la Sardegna conta il 25% di
tutte le pecore rilevate in Italia. Il latte di pecora viene trasformato in
formaggio pecori­no, che uno dei formaggi sardi più popolari. Il pecorino
appare in molti piatti dei menù californiani, che include “Zuppa di
fagioli e finocchi” e “Culungioni con le fave”. Spesso, singoli
pastori non hanno modo di tenere il latte fresco in aree lontane dell’isola, ed
essi fanno il formaggio proprio sul posto. E’ più piccante del pecorino fatto
negli stabilimenti caseari. Il raccolto principale della Sardegna è il grano e
la confezione del pane è quasi un rito religioso nell’Isola. Tra
i più comuni vegetali vi sono i carciofi e
le fave. Nella cucina sarda si può trovare il meglio del mare, sebbene il
numero dei pescatori è minimo rispetto al numero degli agricoltori. Aragoste e
spigole sono popolarissimi.

La Sardegna offre una larga varietà di dolci. Le “Pardulas”
sono un tipico dolce da dessert (è un cestello fatto di semolino, riempito con
ricotta, limone, aromi di arancio, noci e cioccolato nero a pezzi).

La gastronomia della Sardegna è semplice e intatta, come lo
sono gli stessi sardi. La cortesia, la generosità ed essenzialmente la
riservatezza con un acuto senso dell’onore, sono le prerogative dei sardi.

Nuovorientamenti, 10 novembre 1996

 

PRESENTATA A VILLANOVAFORRU L’ULTIMA FATICA DI MATTEO PORRU
- “Sa  lingua mia de sa A a sa
Z”

 

Sabato 19 ottobre, nella sala della Biblioteca comunale di
Villa­novaforru, è stata presentata l’ultima fatica di Matteo Porru “Sa
lingua mia de sa A a sa Z” . L’autore, dopo una intensa attività di
insegnante e di preside nelle scuola medie, si dedica ora a tempo pieno ad una
passione che coltiva da sempre: quella della lingua sarda. Il nome di Matteo
Porru è ben noto a chi segue la produzione in lingua sarda degli ultimi anni.
Con la traduzione in sardo delle “Avventure di Pinocchio”; con
un’antologia di poeti sardi e con la “Breve storia della lingua sarda”
ha ottenu­to importanti riconoscimenti che attestano il suo ruolo di difen­sore
della lingua isolana. Ora si presenta con un’antologia dì testi, ricca di
detti, indovinelli, mottetti, poesie e canzoni, che dedica soprattutto ai
bambini, ma è rivolta a tutti gli isolani. Matteo Porru crede nella vitalità
della nostra lingua e della nostra cultura; perciò, contribuisce per
l’arricchimento di essa, nell’intento di salvaguardarle e diffonderle.

Per Faustino Onnis il libro di Matteo Porru
va “dal pane all’ac­qua, dall’inizio alla fine di una lingua che bisogna
conoscere per appropriarsene” e, riprendendo alcuni versi di don Casula,
parroco di Villanovaforru alcuni decenni fa,
ha detto che “la lingua appresa dai genitori è piena di melodia, il
dialetto più bello è quello natio”. Perciò, il libro di Porru intona una
canzone e invita
i bambini a imparare il
canto della Sardegna, da non dimenticare, e lo fa con il libro portato
all’attenzione di tutti, che si presenta
in veste tipografica elegante come è sempre costume delle edizioni
Castello che, anch’esse meritano la nostra simpatia per
i caratteri chiari, di facile lettura e che non affaticano la
vista.

Faustino Onnis aggiunge che “il libro è illustrato
magnificamente da un’artista abile (Maria Teresa Lara, ndr) e molto esperta,
che conosce l’animo e
i pensieri dei bambini e
sa come entrare nel loro cuore, usando nei disegni
i colori che colpiscono la loro attenzione. Il libro, ha
aggiunto, muove con l’illustrazione dell’alfabeto e dei numeri, spiegando  come si scrivono e si dicono le parole al
singolare e al plurale; entra quindi nel discorso didattico, portando avanti
quello che potrebbe essere il programma per un anno di scuola e chiude con la
spiegazione della grammatica e dell’uso che se ne deve fare. “Un libro, quindi,
ben congegnato, in cui l’autore, con grande abilità, fa anche  vedere e intendere di quanto
“letame” intellettuale ha bisogno per rendere produttivo quel terreno
arido in cui oggi pena e s’affatica la lingua sarda, impedita di gridare, come
gli spetta di diritto, da leggi storte e ingiuste che sono un insulto per la
dignità di sardi”.

Il glottologo Giulio Paulis ha asserito che “la lingua
sarda, lingua debole, è ancora parlata nell’interno dell’isola; l’uso del sardo
abbonda nelle classi sociali basse, mentre l’italiano è impiegato positivamente
nel campo culturale e di istruzione”. Dopo una lunga disquisizione
sociolinguistica, ha concluso dicen­do che “Matteo Porru ha fatto bene,
col suo libro, a rivolgersi ai bambini della scuola elementare e a scrivere per
essi una grammatica, aggiungendo in appendice una serie di tabelle sulla
coniugazione dei verbi: lo studio sistematico della grammatica va infatti
cadenzato sulle tappe della maturazione psicologica dei bambini, perché essi
sono meglio disposti all’apprendimento di una lingua”.

Nuovorientamenti, 24 novembre 1996

 

     NELLA PARROCCHIA DI TUILI MUSEO DI OPERE
D’ARTE – IL MAESTRO DI CASTELSARDO E IL POLITTICO DI TUILI

 

Nel  piccolo
centro  agricolo di Tuili, situato
a sud della Giara Gesturi, a 65 chilometri da Cagliari, molto interessante
si presenta la chiesa parrocchiale quattrocentesca di S. Pietro, di forme  tardo-gotiche.  Nell’interno, si trova un polittico
raffigurante la Madonna
e i Santi, la
Crocifissione e le Storie di S. Pietro. L’opera, dovuta  al munificenza di Giovanni Santa
Cruz, assessore e viceré di Sardegna, databile  intorno alla metà del Cinquecento. E’
un’opera principe  del pittura sarda del
periodo spagnolo, ascritta al cosiddetto Maestro di Castelsardo, pittore di
educazione catalano-valenzana.

Nella chiesa si trovano
anche un grande polittico del Cinquecento, di scuola sardo-catalana, con  raffigurazioni della vita di Gesù, e due bei
dipinto raffiguranti “Cristo e l’adultera” e “Mosè salvato dalle
acque”. Del Maestro di Castelsardo ci è ignota la località di provenienza,
che sicuramente è la
Catalogna; sono poche e incerte le notizie biografiche.
Tenne bottega a Cagliari intorno al Cinquecento.  Pittore lungamente attivo in Spagna a cavallo
del Cinquecento, come si deduce dalle opere che si trovano  a
Castelsardo, da cui prende il nome, a Tuili  e a Cagliari, nella pinacoteca.

Creò una scuola sarda di
carattere ben definito, che ebbe seguito nell’intera isola. La sua pittura è
rude e vigorosa e denuncia un sentimento del calore espressivo ed un
progressivo avvicinamento alla manie del Rinascimento italiano.

La Sardegna, inseritasi nel mondo
iberico sin dagli inizi del Trecento con la conquista da parte degli aragonesi,
entra in contatto anche con la cultura e l’arte catalana, che arriva nell’Isola
in due successi momenti ed attraverso a due diverse correnti: la catalana e la
valenzana. Gli artisti sardi hanno avuto modo così di educare il loro gusto,
affinare
i loro mezzi espressivi e
di creare una propria scuola e inizierà, all’incirca, nella seconda metà del
Quattrocento con
i Cavaro. Essa continuerà
per tutto il Cinquecento, sempre con la famiglia sarda dei Cavaro, che hanno
creato la scuola di Stampace, con
i
pittori
catalani, tra cui il Maestro di Castelsardo,
Juan
Mates
e
Lope de Figueroa e con il
sardo Antioco Mainas.

Nuovorientamenti, 1
dicembre 1996

 

RACCOLTI IN UN POEMA SPAGNOLO DEL 1500
MILLEDUECENTO “CONSIGLI”  – La
medicina nella Sardegna del ’500

 

Le tecniche, le sedi universitarie, le visite mediche, gli
onorari,
i
medicinali, i consulti e
tanti altri aspetti sulla vita medica in Sardegna, nel ’500, si possono trovare
in un poema sardo in lingua spagnola. Questo poema, uno delle fonti più
notevoli per la conoscenza della società sarda durante il periodo di
dominazione spagnola, apparve in Barcellona il 30 novembre 1571 ad opera del
poeta algherese Antonio Lo Frasso, il quale pubblicò, in castigliano, “I
1200 consigli e saggi avvertimenti sui sette gradi e le condizioni della nostra
vita  terrena per vivere al servizio di Dio
e ad onore del mondo”. Nell’opera, egli afferma che gli strati sociali
sono sette: l’ecclesiastico, il pastore, il contadino, l’artigiano, il notaio,
il mercante, elencati nei primi sei strati, mentre nei primi sette sono
raggruppati il medico, l’avvocato, il cavaliere, il soldato, il capitano e il
colonnello. Per tutti l’autore dà consigli e avver­timenti per condurre una
buona vita professionale. L’algherese, che presenta uno spaccato della vita
sarda, alla professione del medico dedica 120 terzine, toccando molti proble­mi
e presentando alcuni aspetti della professione medica, sulla medicina e sul
comportamento del medico nei riguardi degli amma­lati e dei familiari. Nello
scritto, che contiene pagine molto utili per tracciare la storia medica in Sardegna,
ancora tutta da scrivere, compaiono alcune notizie molto interessanti per le
conoscenze mediche del tempo.

Ai giovani medici consiglia di seguire gli avvertimenti dei
loro maestri anche dopo aver conseguito la laurea e di tenere a mente tutte
quelle notizie necessarie alla cura degli ammalati, da essere sempre seguiti e
confortati. Il secondo consiglio è quello di avere una buona conoscenza della
grammatica, della retorica, della logica, della filosofia e perfino
dell’astrologia, poiché, attraverso la conoscenza delle diverse fasi lunari,
secondo quanto si riteneva allora, era possibili scoprire la causa di alcuni
mali. I maestri consigliati dai medici erano
i famosi
scienziati dell’antichità: Ippocrate, Avicenna e
Galeno, senza escludere quelli meno noti.

Per quanto concerne le sedi universitarie, Lo Frasso ne
elenca una decina: quattro in Italia: Bologna, Pisa, Piacenza e Padova; quattro
in Spagna:
Alcalá de Henares, Salamanca, Lérida e
Valenzia, e tre in Francia: Tolosa, Parigi e Montpellier. Non menziona alcuna
università in Sardegna; nell’isola, infatti, non erano state ancora istituite
al tempo del poeta algherese. Un dato curioso per la storia delle tariffe
mediche lo troviamo quando Lo Frasso indica gli onorari fissati in un reale per
una visita giornaliera, in due reali per quella notturna ed, infine, in un
ducato per una visita fuori sede. La visita doveva essere gratuita quando
l’ammalato e la famiglia erano nullatenenti. In conclusione, per la
diagnostica, il poeta scrive che era necessario controllare la vista, la
lingua, la costituzione dell’ammalato e l’orina, toccare il polso e chiedere
all’infermo da quando stava male. Dopo la visita, il medico preparava la
ricetta e, per una buona ed efficace cura, egli doveva conoscere molto bene le
droghe, le erbe ed
i fiori, al fine di poter
far preparare un medicinale che servisse per la malattia accertata.

Nuovorientamenti, 8 dicembre 1996

 

                        NEL 1921 GLI ARTIGIANI SARDI ERANO QUASI
VENTOTTOMILA

 

Una volta, c’erano, in Sardegna, molti artigiani
del legno, del rame, del ferro, della terraglia, della terracotta, dei cuoi e
pelli, dei cestini, dei filati, del ricamo, dei tappeti e dei filati. Queste
attività artigianali, dopo una stasi dì qualche periodo causata da un
consumismo sfrenato degli anni Sessanta e Settanta, che hanno spazzato via
i piccoli artigiani, in questi ultimi anni stanno risorgendo e
gli operai sono chiamati piccoli imprenditori.

Le attività artigianali nel primo ventennio di
questo secolo ebbero amorevole protezione da parte dei consigli provinciali
dell’economia di Cagliari e Sassari e dell’Associazione per gli interessi del
Mezzogiorno. Le piccole industrie hanno saputo introdurre nell’isola un
movimento unificatore e protettore delle attività locali ed individuali. Così
sorsero le scuole industriali artistiche professionali: ad Oristano, con
l’illustre scultore Francesco Ciusa; ad
Iglesias, con l’artista Remo Branca; a Cagliari, con lo scultore
Federico Melis, direttore della Scuola-Bottega dell’Arte Ceramica, e con la
signora Vittoria Imeroni Porcile, direttrice di “Sardinia Ars”,
scuola dell’anti­co ricamo sardo; a Sassari, con l’ing. Oggìano, direttore
dell’Istituto Artistico Industriale, ed infine ad Aggius con l’architetto Gio
Andrea Cannas, direttore della scuola del tappeto sardo.

Tutte queste notizie si trovano
nell’interessantissima pubblica­zione “Piccole industrie sarde”,
uscita a Roma una settantina d’anni fa. Ne fu autore Amerigo Imeroni, che curò
il pregevole studio per l’Ente Nazionale per le piccole industrie nella
“Serie di monografie regionali”. Nella presentazione il presidente
dell’Ente, ing. Beppe Riva, scriveva che “la monografia del prof. Imeroni
è una completa e geniale illustrazione dell’arte paesana sarda, di cui
l’autore, con parola colorita, appassionata e tecnicamente esatta ha messo in
evidenza le più belle caratteri­stiche”.

Il libro, corredato da oltre 100 tavole, oltre a
presen­tare monumenti, costumi sardi, processioni, il ballo sardo, squarci di
vita paesana, costruzioni di case popolari e panorami, è una mostra di tutte le
manifestazioni dell’attività dell’arte popolare: cestineria, ceramica,
industria tessile ed affini, lavori da panierai e in legno, giocattoli
artistici, caricature, cuoio lavorato, metalli, oreficeria, arte rustica sarda.
Per il tappeto sardo, l’autore scrive che ha una sua fisionomia caratteristica
locale che un occhio esperto può individuare fra cento di altre contrade, non
solo per la particolare tecnica, foggia, struttura, tessuto, disegno, motivi e
colori, ma anche per la differenza notevole da regione a regione e spesso da
paese a paese. E più avanti, “taluni esemplari rivelano una maestria
architettonica veramente ammirevole poiché riesce a fondere in un tappeto
venticinque motivi decorativi diversi. Il tappeto è la voce dell’ambiente e la
tecnica della tessitura differisce secon­do le contrade”.

Per concludere, nel 1921, in 300 comuni
censiti, gli artigiani in Sardegna erano 6.700 nei tessilì, 4.900 nel filet,
7.800 nei panerai, 4730 nel legno, 2100 nei metalli, 670 nell’oreficeria e 1000
nella ceramica.

Nuovorientamenti, 19 gennaio 1997

 

 “OMINES: DAL NEOLITICO ALL’ETÀ NURAGICA

 

Le “Edizioni Castello” di Antonio Careddu, con una
attività editoriale di oltre quindici anni, hanno pubblicato pochi mesi fa
“Omines - Dal neolitico all’età nuragica”, di circa 150 pagine
e ricco di illustrazioni per testimoniare il linguaggio dei nostri antichi
antenati attraverso
i graffiti e i disegni ritrovati in numerosi luoghi dell’Isola.

Questo lavoro segue, di poco, lo studio antologico  “La lingua, la comunicazione e la
letteratura sarda” di Gianni Atzori e Gigi Sanna, gli stessi autori di
“Omines”. Gli autori di questa fatica avevano già presentato alcune
“curiose” tavolette con segni di scrittura nel loro primo lavoro, che
avevano lasciato un po’ di sgomento e di apprensione in molti studiosi; i quali
non avevano avuto la possibilità di capire
i segni di
queste tavolette. Questo libro, perciò, tende a interpretare “questi
simboli, linguistici e non, collegati alle figure degli antropomorfici
nuragici, aspetto questo che, data la vastità della tematica, ha bisogno di
ulteriori verifiche ed approfondimenti”, come si legge nella parte finale
della prefazione.

Il libro, di enorme importanza per lo studio della cultura
neoli­tica e nuragica e nella cultura delle raffigurazioni rupestri e
parietali, si avvale di numerose iscrizioni del periodo sopramen­zionato e
percorre un itinerario sconosciuto sino ad oggi che “non ha dato se non
figure assai schematiche, complesse nella loro pregnante simbolizzazione,
talora faticosamente decifrabili
o del tutto
oscure nella morfologia e nella sintassi”, e apre una strada lunga da
percorrere che si presenta complicata e ermetica nell’evoluzione della vita
neolitica e nuragica.

L’opera si sviluppa attraverso lo studio delle incisioni
rupestri della cultura di Ozieri, presentando le graffiti de “Su rupe di
Canale”, in territorio di
Milis e di altre zone. Passa
poi a presentare gli
omines dei Menhirs, con il declino della raffigu­razione simbolico-schematica,
i
graffiti di Creminalana e gli omines nella raffigurazione in
ceramica e della cultura nuragica. Interessante il capitolo sesto che presenta
la comprensione dei segni delle tavolette, la scrittura nella civiltà, il
pittorico e il cuneiforme ed, infine, la scrittura ugaritica. Il lavoro offre “un percorso di produzione
materiale di testi e documenti e si pone come testimonianza di modi e tempi
della comunicazione sociale” e “in questa prospettiva” è un
contributo importante per una maggiore conoscenza della civiltà letteraria
sarda, oltre che testimonianza di messaggi e di strumenti del comunicare.

Il lavoro si chiude con il riepilogo delle simbologie delle
tavolette attraverso 25 ponderose note, e con la tavola cronolo­gica degli
antropormorf
i schematici e con una
pagina da parte degli autori
i quali lasciano ulteriori
letture delle tavolette agli archeologi, ai filologi e agli studiosi di lingua
semitica e in particolare ugaritica. “Gli scriventi hanno tracciato la
strada archeologico-linguistica per la decodificazione delle tavolette e per un
primo tentativo di interpretazione di esse”.

Ci auguriamo che il messaggio lanciato dagli autori del
presente lavoro non cada nel vuoto e dia la possibilità ai giovani di sapere
che
i
nostri avi ci hanno lasciato il loro modo di
vivere e di interpretare gli avvenimenti del loro mondo.

Nuovorientamenti, 26 gennaio 1997

 

NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE IL RICORDO DI UN
EMINENTE STUDIOSO SARDO D’ADOZIONE

FERRUCIO BARRECA E LA PASSIONE PER
L’ARCHEOLOGIA

 

Nessun uomo di cultura, compresi gli intellettuali e i critici, ha avuto la sensibilità di ricordare, nel decimo
anniversario della morte, Ferruccio Barreca, studioso e archeologo di fama
mondiale; fu instancabile ricercatore, appassionato conversatore, illustre
promotore e animatore degli studi fenici e punici in Sardegna. Considerato il
grande archeologo dei Fenici, dal 1967 fu Soprintendente ai Beni Archeologici
per le Province di Caglia­ri e Orìstano.

Nato a Roma nel 1923, laureatosi nel 1945 in lettere classiche,
nel 1946 entrò, in qualità di dirigente, nell’amministrazione del Ministero dei
Beni Culturali. Trasferitosi in Sardegna negli anni Cinquanta, nel 1966 divenne
docente di archeologia fenicio-punica nell’Ateneo cagliaritano. Al suo nome
sono legati gli scavi sui Cartaginesi in Sardegna dal dopoguerra ad un mese
della sua scomparsa, avvenuta a Cagliari il 28 dicembre 1986 all’età di 63
anni.

La sua scomparsa ha lasciato un vuoto immenso non solo
nell’Ate­neo di Cagliari, ma in tutto l’ambiente isolano. Una grande folla lo
seguiva nelle sue conferenze e nei luoghi degli scavi per ascoltare,
affascinata dalla grande preparazione e dalla forza di divulgazione delle sue
scoperte archeologiche, illustrate con disegni e diapositive inediti.

Autore di importanti libri, fu protagonista di notevoli
scoperte archeologiche. Il suo
curriculum è lunghissimo e
voluminosa la produzione saggistica. Basti ricordare gli scavi effettuati al
tempio punico di
Antas, nei pressi di
Fluminimaggiore, le ricer­che sul monte Sirai e sul promontorio di Tharros.

Pochi giorni prima della sua scomparsa è stato pubblicato il
suo ultimo lavoro saggistico “La civiltà fenicio punica in Sardegna”,
una sintesi di studi e di ricerche durata tutta una vita. Come soprintendente è
stato prodigo di iniziative e come uomo è stato molto coraggioso
nell’affrontare tante sfortune sino alla fine. Si è messo in risalto il suo
valore di archeologo e di docente. Il suo lavoro aveva travalicato gli ambienti
accademici isolani. Famose le sue ricerche in Tunisia ed Algeria, dove ha
riportato alla luce le fortificazioni costruite dai cartaginesi.

Figura esemplare di umanità profusa nell’attività di ricerca
e di insegnamento, ha svelato
i misteri di fenici e
punici. Tra le testimonianze pubblicate si ricordano in particolare “La
civiltà di Cartagine” e “La Sardegna fenicia e punica”. Ha rior­dinato
il museo archeologico di Cagliari tra il 1967 e il 1976 e ha contribuito a far
riconoscere dalla Regione Sarda e dai Comuni sardi il valore dei beni
culturali. Si è inoltre adoperato per il varo di numerosi strumenti urbanistici
finalizzati alla salva­guardia dei monumenti.

Nuovorientamenti, 2 febbraio 1997

 

LA SARDEGNA E IL SUO CARNEVALE

 

Sino a una ventina d’anni fa, il carnevale, in Sardegna, si
manifestava soltanto nei grandi centri e in qualche paese. Ora, in quasi tutti
i paesi si organizzano manifestazioni carnevale­sche con
sfilate. Ma, la manifestazione, ormai divenuta interna­zionale, più seguita da
migliaia di turisti, è la
Sartiglia che si svolge ad Oristano, l’ultima domenica di
Carnevale e il marte­dì grasso, giornata che chiude il periodo carnevalesco.
Folla, cavalli e colore sono
i protagonisti della
Sartiglia che vede accorrere turisti e forestieri da ogni parte del mondo. E’
la più movimentata e drammatica delle sagre del folklore sardo, la
manifestazione principe di un popolo, di cui si sono interessati studiosi ed
etnografi che, con
i loro scritti, hanno
cercato di spiegare
i vari momenti della
festa.

Anche ad Abbasanta si svolge un torneo mascherato con
cavalleriz­zi concorrenti alla pariglia che provengono da diversi Comuni
dell’Oristanese. Pure a Santulussurgiu si corre una gara presso­ché simile a
quella di Oristano. Nella strada, la frenetica corsa (“sa carrela ‘e
nanti”) si svolge lungo la tortuosa discesa dal centro verso la periferia
e, a fine corsa, si ripetono antichis­sime tradizioni, completate dalla
presenza di maschere di bambini e dalla sfilata.

A Cagliari, sono numerose le sfilate di cortei carnevaleschi
lungo le strade cittadine. Allo scadere dell’ultimo minuto del martedì grasso,
che chiude il periodo di carnevale, ci si da appuntamento in piazza Yenne per
dar fuoco ad un pupazzo fatto di stracci, chiamato “Cancioffali”.

Il carnevale nel nuorese non è stato mai pazzo. Questo perché
i
nuoresi mantengono intatta e viva la vecchia
tradizione: la manifestazione più importante è la sfilata dei carri allegorici
con la partecipazione di gruppi mascherati, che richiama molto pubblico. A
Mamoiada sfilano
i Mamuthones, maschere dal volto di legno,
che con il loro passo cadenzato fanno risuonare
lúgubremente i campanacci che portano sulle spalle. Ad Ottana sfilano i Merdules, ossia i proprietari di buoi, che
incutono timore e terrore, perché hanno sul volto una maschera di legno, che
riproduce una testo di toro. Ad Orotelli sfilano
i Thurpos che fanno rivivere riti primitivi mimando il mondo contadino
con una carica di tragica e grottesca teatralità. A Tempio, le
tradizionali manifestazioni carnevale­sche iniziano il giovedì grasso con la
sfilata in cui il più caratteristico personaggio è il re Giorgio, che precede
il corteo mascherato dei bambini. Ghilarza mantiene viva la tradizione con la
manifestazione mascherata “su carruzzu a s’antiga” e, a Samatzai,
i giovani e i bambini mascherati vanno
in giro per il paese e il martedì grasso, il giorno più suggestivo, il corteo
masche­rato porta in piazza il fantoccio al quale si dà fuoco; intorno, la
gente balla, beve vino e mangia frittelle e “zippulas”.

A Bosa, nella Planargia, i tradizionali
carri e le maschere sfilano nelle viuzze del centro storico. Tutta la città si
tra­sforma in un grande teatro collettivo nel quale
i momenti più singolari sono il “Laldaggiolu”,
“s’attitidu”, (pianto funebre di maschere in nero alla ricerca del
latte), e “Giolzi”; per l’occa­sione le donne si scatenano alla sua
ricerca per portarlo poi sul rogo.

A Budoni, nella Gallura, si fa grande festa, anche se il
paese non vanta tradizioni illustri. Per l’ultima domenica di carneva­le, il
corteo mascherato, attraversate le strade del paese, giunge alla piazza
principale dove si balla sino a mezzanotte: per tutti si prepara una zippolata
e una colossale favata con lardo. Interessante il carnevale a Galtellì, nella
Baronia, già sede di antica diocesi, con sfilata di carri, maschere e offerta
di “origliettes”, un dolce fritto nel miele. A Gavoi, in Barbagia, il
periodo delle feste inizia proprio con il carnevale che, con carri allegorici,
per tre notti, impazza nelle strade e nelle case. A Oliena, gruppi di persone, travestite
artigianalmente, vanno di casa in casa a scherzare; ma
i più organizzati sono gli uomini che formano “sa
troppa” e vanno in giro per il paese per offrire il pane dolce della
Barbagia.

Per concludere, poiché è impossibile riportare quanto accade
in tutti
i
paesi sardi, ricordiamo che nelle piazze di Tonara, nel nuorese, si improvvisano pantomime allegoriche su tempi
predesti­nati e, lungo il corteo dì carri allegorici, si improvvisano canti e
“gozos de carasegare”.

Nuovorientamenti, 9 febbraio 1997

 

“IN OMBRA E IN LUCE, CAGLIARI” UNO
SGUARDO SULLA CITTÀ VISTA DA CENZA THERMES

UNA RACCOLTA DI ARTICOLI
SULLA CAGLIARI DEL PASSATO E DI OGGI

 

Che dire della Cenza Thermes? Nel corso dell’anno scorso ha
provveduto alla pubblicazione di ben tre lavori. Il primo, “Valse
Oubliée”, del quale abbiamo parlato e scritto in alcune occasio­ni; il
secondo, riguarda una raccolta di poesie: “I versi di Francesco
Alziator”, ed anche di questo abbiamo provveduto ad una recensione, sempre
in NuovOrientamenti”; l’ultimo,
“In ombra e in luce, Cagliari”, del quale ora provvediamo a
scrivere alcune righe.

E’ un bellissimo e graditissimo libro, una raccolta di un
centi­naio di articoli sulla Cagliari del passato e del presente, pubblicati in
“Quaderni di ‘NuovOrientamenti”, dato che la rac­colta riguarda gli
articoli che la Thermes
ha pubblicato nel settimanale diocesano nel corso di alcuni anni.

Per comprendere il perché dell’opera, lasciamo parlare
l’autrice, che ha già al suo attivo diversi lavori, primo fra tutti
“Caglia­ri amore mio”,  uno
studio sulla Cagliari del passato con riferi­menti al presente, una guida in
grande, che serve a meglio cono­scere una città che nel corso dei secoli ha
sviluppato la sua parte urbanistica in modo impressionante creando scompensi
nello svilupo urbano.

Ecco quanto scrive la Thermes nella prefazione: “II soggetto è
sempre Cagliari ma, nell’appendice, ho raccolto alcuni brani che riguardano la
donna sarda lungo
i secoli (…). Tutti gli
artico­li sono molto brevi, ma in tutti affiora sempre qualcosa che riguarda la
grande storia
o la minuta cronaca di
Cagliari”. L’autrice, che ha al suo attivo diversi altri lavori di
notevole importanza che hanno dato un contributo rilevante alla conoscenza
della storia sociale e culturale della Sardegna, dedica questo lavoro ai
giovani, per interessarli del passato della città, “che è bellissima,
anche se spesso maltrattata e deturpata da mani sacrileghe”.

Il libro, corredato da una trentina di illustrazioni
riguardanti sia la Cagliari
del passato, sia quella del presente, ci porta a spasso per la città
presentandoci “La città del sole”, percorren­do
i quartieri di Castello con i piccoli
tesori della cattedrale e il vecchio volto della Via Canelles, ai quartieri
antichi di Villanova, della Marina, di Stampace, di Sant’Avendrace e quelli
nuovi di Sant’Elia, San Benedetto e di Mulinu Becciu: eccoci ora davanti alle
memorie di una colonna, di una piazzetta: la
“pla­zuela de la Marina”
e la Piazza
Indipendenza, con la sua storia. E’ la volta della
toponomastica vecchia e nuova dedicata a perso­naggi storici: Tommaso Porcell,
Sigismondo Arquer, Nicolo Canel­les, Antonio Lo Frasso, Pietro Cavaro,
Francesco Fara, Monserrato Rossellò, Agostino di Castelvì, Giorgio
Aleo, Salvatore Vidal, Antonio Parragues de Castillejo, con notizie storiche sui perso­naggi, alcuni noti, altri
quasi sconosciuti.

La raccolta si conclude con la città di Cagliari vista da
France­sco d’Austria
Este, o facendo riferimento alla
toponomastica che non c’è e, infine, con l’appendice sulle donne di casa nostra,
anch’esse poco note al vasto pubblico: sono Massimilla, Benedet­ta, Adelasia e
“la comare”, Violante e Marzocha, Francesca e
Elvira, Rosalia, Clara, Lucia, Elisabetta.
Chiude la pubblicazione un elenco di espressioni e termini sardi usati nei
testi, che serviranno ai lettori per comprenderne il significato.

Non abbiamo parlato a lungo dell’autrice, perché l’abbiamo
fatto in altre occasioni e non abbiamo voluto analizzare articolo per articolo,
lasciando ai lettori la possibilità di gustarli a loro piacimento. E’ un libro
superlativo che si fa leggere con avidi­tà. Lo stile è ottimo, la veste
tipografica decente e
i caratteri tipografici
sono molto  puliti.

Nuovorientamenti, 16 febbraio 1997

 

CENTENARIO DELLA MORTE DI UN ILLUSTRE NATURALISTA – UN BUSTO AL CREATORE DELL’ORTO
BOTANICO

 

Mons. Pillola ha
benedetto il busto in bronzo, – realizzato dalla giovane artista monserratina
Luciana Solinas -, posto all’in­gresso dell’Orto Botanico, in Cagliari, a ricordo del
suo creato­re. La manifestazione si è svolta alla presenza delle massime
autorità accademiche e politiche a al sindaco della cittadina di Moresco, nelle
Marche, ad opera della facoltà di Scienze Botani­che dell’Ateneo cagliaritana,
nel
centenario
della morte di Patrizio Gennari, medico naturalista e
studioso della flora sarda.

Nato nel 1820 e
conseguita la laurea in Medicina a Bologna, Patrizio Gennari enne a Cagliari
chiamato a dirigere la cattedra di Storia Naturale dell’Università. Dopo una
lunga carriera di docente, fu nominato nell’alta carica di Magnifico Rettore.
Contemporaneamente svilup­pò la sua ricerca esplorando varie zone della
Sardegna e diede luogo alla creazione dell’importante “Museo erbario”
e ala pub­blicazione di una ventina di lavori su argomento naturalistico e
agronomico, apparsi in volumi
o
su riviste, tra i quali “Flora nedica
sarda”. Ma il suo capolavoro fu proprio la creazione dell’Orto Botanico.
Nell’occasione della manifestazione è stata distribuita la ristampa della
“Guida dell’Orto Botanico”, scritta appunto dal Gennari e pubblicata
nel 1874, assieme con una carto­lina postale e un francobollo celebrativo e un
particolare di orchidea dedicato allo studioso.

Il primo febbraio del
1897, Patrizio Gennari moriva a Cagliari, sua seconda patria, che aveva tanto
amato e dove lasciava pubbli­cati molti suoi lavori. L’amministrazione comunale
gli ha dedi­cato una strada cittadina.

Nuovorientamenti 16
febbraio 1997

 

SALVIAMO IL POETTO! SPARISCE LA SABBIA PORTATA VIA
DAL VENTO

 

Un cronista de “II Lunedì dell’Unione” del 1929, a riguardo del
Poetto, così scriveva: ” II Poetto è veramente una delle più belle spiagge
d’Italia: come mare, come sabbia, come panorama non ha nulla da invidiare a
quelle che la moda e la
reclame
affollano di stranieri e di italiani.

Nemmeno gli stabilimenti sono peggio­ri di quelli, ad esempio, che si
vedono a Viareggio. Mancano però tante cose perché il Poetto possa considerarsi
come una stazione balneare di prim’ordine”. Dopo aver elencato le mancan­ze,
chiudeva l’articolo chiedendo di “promuovere, anche con eccezionali
facilitazioni e incoraggiamenti, il rapido sviluppo di questo meraviglioso
Poetto, esso costituisce il miglior polmone di Cagliari, una riserva
inesauribile di salute e di ricchezza”.

Non possiamo sapere cosa scriverebbe oggi quell’anonimo cronista del
’29, nel vedere che la spiagga del Poetto oggi si trova in gravissimo degrado,
all’agonia.

Speriamo che il ministro dell’Ambiente possa rispondere con un
finanziamento per risanare il polmone della più bella spiaggia d’Italia e
frenare il degrado di una spiaggia di incomparabile bellezza. Crediamo che non
si possa salvare un moribondo quando ormai il danno è stato causato da oltre
dieci anni con l’abbatti­mento dei casotti; questi riuscivano ad evitare che,
durante le lunghe mareggiate e
i
forti venti sciroccali autunnali ed inver­nali, la sabbia
venisse buttata oltre il lungomare e gli oasi dell’arenile venissero spazzati
dalle forti ondate non lasciando penetrare il mare nella spiaggia.

Aspettiamo gli eventi e queste non sono frasi fatte.

Nuovorientamenti, 23 febbraio 1997

 

FRANCESCANGELO DESSÌ: UN GRANDE
BENEFATTORE DEL ’600

 

II più ricco e il più generoso cittadino cagliaritano, vissuto nel
Seicento, fu il giurista Francescangelo Dessi, che fu anche il primo
benefattore dell’Ospedale Civile di Cagliari, lo stesso che fondò la chiesa di
S. Michele. Nella lapide a sinistra dell’ingresso all’Ospedale esiste l’elenco
dei  benefattori del
nosocomio, e Francescangelo Dessi è il primo nella lunga lista. Nel citato nosocomio esistevano un grande quadro, che lo presentava nell’atto di  consegnare una lettera a S. Michele,  il
quale schiaccia il diavolo che ha sotto
i piedi, ed un busto che, proba­bilmente,
è andato perduto.

Nato a Bortigali (oggi provincia di Nuoro) nel 1600 da genitori
facoltosi,
ancor
giovane si trasferì a Cagliari. Compì gli studi e conseguì
la laurea in Leg­gi nell’Ateneo cagliaritano. Per molti anni fu cattedratico di
diritto e fu ottimo avvocato e acuto commentatore dei codici. A sue spese fece
costruire la bellissima chiesa di S. Michele in Stampace, come già detto, e
ordinò di ornarla con pitture e mar­mi preziosi. Fece cospicue donazioni alla
Chiesa del Noviziato dei PP. Gesuiti e lasciò un enorme patrimonio all’Ospedale
di S. Antonio, allora il
nosocomio
cittadino lungo “Sa Costa”, l’odier­na via Manno.

Nel novembre del 1661 fu eletto Consigliere in seconda nella Mu­nicipalità
di Cagliari, carica che mantenne per un anno. Di lui restano moltissime
scritture forensi, tutte in lingua spagnola, pubblicate nella tipografia  cagliaritana: la  migliore
è  una consultazione legale a
favore della vedova del marchese di
Laconi,  stampata  nel capoluogo nel 1631. Morì in  Cagliari
il 23 aprile 1674, all’età di 74 anni, compianto da moltissime  persone da
lui assistite. Le sue spoglie furono
collocate,  come  egli stesso aveva chiesto nel suo testamento,
nella parete sinistra dell’altare maggiore della chiesa di S. Michele, in un
sontuoso mausoleo, il cui
epitafio
è un esempio di barocchismo ridondante e di vanità
esorbitante.

Nuovorientamenti, 23 febbraio 1997

 

GIANCARLO BUFFA SI
RIVELA UN AUTENTICO CARICATURISTA

 

In  questi ultimi
tempi, sulla caricatura sarda è stato scritto poco, al  contrario di
quanto si scrisse nell’Ottocento e nei primi cinquant’anni  dell’at­tuale.
Proprio vent’anni fa, Giuseppe Della Maria e il figlio  Attilio
hanno pubblicato  ”Casteddaius,  nomignoli  e
caricature” che,  nella  prima  parte, presentava  la
situazione della caricatura in Italia e in Sardegna  e,  nella
seconda, un centinaio di caricature di molti autori del Novecento; tra
questi vi era un certo Edoardo Buffa.

Il nome di Buffa
ritorna ora con Giancarlo, che si presenta alla ribalta della caricatura con un
grosso volume (“Come la luna”) che raccoglie oltre un centinaio di
caricature, accompagnate dai lavori preparatori per il lavoro  finale.

Tra i protagonisti:
artisti, intellettuali, storici, giornalisti e  professionisti del mondo
contemporaneo isolano, scelti dall’autore in base all’amicizia e alla
notorietà.

Il  libro -
elegante e di grande formato e pregio, pubblicato  dalle  Edizioni
Castello,  ormai divenute di primo piano nell’editoria sarda e non – apre
con un  saggio,  corposo,  documentatissimo e molto
esauriente,  di  Maria  Grazia Scano,  e  con una
postfazione di Bachisio Zizi. La
Scano, con il  corredo  di molte  note e
illustrazioni, fa la storia della caricatura includendovi i  più

noti ritrattisti sardi
del primo Novecento, che si sono resi famosi in  Continente  e
nell’Isola; tra questi, Gianni Manca, Tarquinio Sini, Battista  Ardau
Cannas,  Gec.  e Sinopico. Bachisio Zizi si interessa proprio
del  lavoro  di Buffa. Del quale scrive: “Non sono docili
i personaggi che Buffa si è  scelto. Solo  attraverso  un lavoro
paziente e coraggioso egli è riuscito  a  vincere pudore  e
ritrosie, diffidenze e ripulse (…). Buffa è stato  attento
alla verosimiglianza nei singoli ritratti, ma a lui premeva soprattutto
la credibi­lità del «gestus»”.

I personaggi sono
tutti in perfetta consonanza con l’autore e sono immersi nel loro mondo di
operatività; sembrano uscire dalle pagine e camminare assieme
nella strada della vita. I personaggi che non sono più tra
noi, li vediamo come se fossero in mezzo a noi. Ne ricordiamo alcuni come
ce li  presenta il caricaturista e ci scusiamo per quelli dimenticati: lo
storico Sorgia, lo scultore Nivola, il musicista e direttore del
“Convegno” Nicola Valle, i poeti Francesco Zedda, Peppeto Pau e
Marcello Serra, lo scrittore Benvenuto Lobina e il docente di storia
dell’arte Salvatore Naitza. Tra i viventi vi sono P. De Magistris,
l’editore Careddu, Nino Solinas, F. Pilia, B. Zizi, G. Lilliu, A.
Bernardini, P. Savona e G. Dessi. Vi è il posto per le donne: la
stessa Maria Grazia Scano, Maria Paolo Masala, Nereide Rudas, Lucia Pinna,
Giovanna Cerina e tante altre.

In conclusione,
Giancarlo, dopo i grandi successi ottenuti con i suoi precedenti lavori,
con questo studio raggiunge la vetta, poiché questo libro non è solo una
raccolta di disegni e di caricature, sui quali ha lavorato alcuni anni, ma è
anche un’antologia di scritti e poesie dei personaggi che parlano all’autore.

Nuovorientamenti 9
marzo 1997

 

     NICOLA VALLE E I
SUOI PROFILI DI GRANDI PERSONAGGI – ANNIVERSARIO DELL’OPERA “PERSONE E
PERSONAGGI”

 

L’occasione per un ricordo del poliedrico Nicola Valle, che
ha dedicato tutta la sua vita alla cultura e all’impegno organizza­tivo, ci è
data dal decimo anniversario dell’opera “Persone e personaggi”,
pubblicata nel 1987 dalle Edizioni della rivista “II Convegno”,
stampata nella tipografia TEA di Cagliari. La sua carriera culturale, di oltre
settant’anni dedicati all’insegna­mento, alla letteratura e alla musica,
suggellata da un ricono­scimento della Presidenza della Repubblica e da una
medaglia d’oro da parte della Provincia di Cagliari per essere stato scrittore
insigne, animatore dell’attività e del progresso cultu­rale della Sardegna, è
stata parte importante per la cultura sarda.

Nicola Valle, nato nel 1904 e scomparso il 27 ottobre 1993,
all’età circa di novant’anni, è stato uno dei più grandi intel­lettuali sardi
del nostro tempo. Grosso organizzatore culturale, parlatore ed espositore
limpido, validissimo giornalista, ottimo critico musicale, nel 1933 pubblicò
i primi lavori letterari con i saggi
“Mattino sugli asfodeli” e “Variazioni sul tema”, già
apparsi sulle pagine dei quotidiani. Sin dal 1924 collaborò al “Giornale
d’Italia” e ad altri quotidiani con numerosi articoli di letteratura e di
viaggi.

Nel 1958, per le edizioni “II Conve­gno” diede
alle stampe “Narratori e poeti d’oggi”. Passò poi ad un grande lavoro
con “Incisori di
Iglesias”, e nel 1964 si pre­sentò
con un libro di grande respiro: “Scompare un’Isola – Viag­gio in
Sardegna”, che dava la possibilità alla Sardegna di essere conosciuta nel
mondo. Nel 1971 è la volta di “Antichi e moderni”, con prefazione
dell’illustre letterato Giuseppe Tofanin, e di “Grazia Deledda”, con
l’introduzione di Bonaventura Tecchi, opera monumentale sulla scrittrice sarda
premio Nobel 1926. Due anni più tardi, altro capolavoro “Filippo Figari. Vita
e opere del grande pittore cagliaritano”. Una ventina d’anni fa apparve
“Ritratti letterari”: profili di grandi personaggi scaturiti dalla
dimestichezza dell’autore con essi. Cinque anni più tardi dedicò uno studio
alla città sul mare, “Cagliari del passato”: una rievocazione dei
ricordi della capitale della Sardegna.

Altra opera due anni più tardi: “Paese che vai”,
note di viaggio con introduzione di Enrico Falqui. Passano davanti a noi tutte
le città d’arte d’Italia, le città europee e infine l’America. In “Persone
e personaggi” si trovano quarantadue figure eminenti di narratori, poeti,
artisti e musicisti, ormai lontani dalla nostra vita e dimenticati, e Nicola
Valle, che dedicò molti anni all’insegnamento, alla letteratura e alla musica,
li porta fuori dall’oblio e li presenta in tutta la loro freschezza immortalan­doli.
Infine, qualche anno prima della morte, chiude la vita letteraria con
“Nuovi Saggi”.

In gran numero gli articoli apparsi in giornali e riviste
sardi e nazionali. Ha scritto parecchi libri, tutti di grande valore, che hanno
incontrato consensi favorevoli da parte della critica e che hanno ottenuto
grande successo.

Durante la sua lunga presidenza dell’Associazione
“Amici del Libro” ha portato a Cagliari personalità di notevole
rilievo nel campo della musica, della pittura, della letteratura, dell’arte,
della politica e della attualità. Ha organizzato numerose mostre personali di
grandi pittori e artisti sardi e continentali
e ha portato la cultura sarda in molte città d’Italia e d’Europa e
perfino negli Stati Uniti.

Direttore della Biblioteca Universitaria di Cagliari, dal
1943, gli si deve il merito dell’istituzione della Galleria delle Stampe,
intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu. Gli oltre quattrocento numeri
della quarantennale rivista “II Convegno”, da lui diretta
magistralmente,  raccolgono  le mono­grafie di diversi personaggi sardi e
continentali, tra
i quali Giusso, Biasi, la Deledda, Montanaru
(Antioco Casula), Ennio
Porrino, Mercedes Mundula, Nicola
Dessy, Pietro Leo, Michelangelo Buonarroti, Francesco Ciusa, Attilio Deffenu e
Francesco Alziator.

Nuovorientamenti 16 marzo 1997

 

GIUSEPPE DELITALA
CASTELVY – UN LETTERATO SARDO INSERITO NELLA LETTERATURA ISPANICA –

 

Nel lontano 1985, a dieci anni
dall’apparizione del lavoro di Louis Saraceno, “Vida y obra de José
Delitala y Castelvy poeta hispano sardo”, scrivevo nella mia recensione al
libro (L’Unione Sarda, Cagliari 18 giugno 1985): “A Saraceno dobbiamo
essere grati non solo per questo ritrovamento – mi riferivo al ritrovamento
nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Cagliari dell’atto di morte di
Giuseppe Delitala – ma anche perché il suo studio ripor­tava alla luce
riferimenti storici, bibliografici e letterari e perché presentava notizie
biografiche su Delitala completamente nuove, che servivano alla ricostruzione
degli avvenimenti e alla conoscenza di personaggi della nostra storia…”.

Ora posso affermare
che il lavoro di Saraceno è stato certamente di grande importanza non solo per
aver fatto conoscere al mondo intero e soprattutto a quello iberico, che un
letterato sardo era uno dei pochi che si era inserito nella letteratura
ispanica, se­guendo il filone della poesia castigliana.

Di lui non sono stati
molti a scrivere, e poiché io non ho autorità, mi servirò delle parole di un
grande letterato sardo, che nel 1997, nel ventennale della sua scomparsa, sarà
ricordato con un secondo convegno di studi e che pubblicò delle pregevoli
pagine su Giuseppe Delitala in “Storia della letteratura di Sardegna”
(Cagliari 1954).

“In alcuni sonetti
è facile scorgere come, al di là dei luoghi comuni, vibri per tutta la lirica e
particolarmente nelle strofe iniziali del sonetto XXII, ‘Euterpe’, una
leggerezza di tocco e un gusto del colore che la farebbero non sfigurare nei
migliori canzonieri spagnoli e italiani del secolo; vi sono in Giuseppe
Delitala taluni momenti felici che non si devono sottovalutare.

Diremo anzi qualcosa
di più: se si paragona l’opera di questo poeta sardo-ispanico con i molti
canzonieri che in tutta l’Europa pullularono durante il secolo XVII, siano
questi gongoristi, concettisti, marinisti, petrarchisti o comunque ispirati, la
‘Cima del Parnaso español’ ha un suo degno, non secondario posto”.

Nuovorientamenti, 23
marzo 1997

 

QUARTUCCIU. TERRITORIO E
STORIA IN UNA CARTINA

 

Alle ore 19.00 di venerdì 26, nella sala riunioni dell’Ipermercato
“Carrefour”, in viale Marconi, è stata presentata la “Carta aggiornata 1997″ di Quartucciu. Alla presenza di autorità comunali e da un folto pubblico, il Direttore del Centro Commerciale, sig. E. Farlt, (che ha sponsorizzato l’iniziativa), ha introdotto
i lavori ricordando che
è necessità del Centro avvici
narsi
ai bisogni delle due comuni
tà:
Quartucciu e Quartu S. Eelena
(gravitanti
nell’area), e di provvedere alla distribuzione delle “Carte aggiornate
1997″.

Anche il sindaco di Quartucciu, ing. Antonio Meloni, ha ribadito che il territorio del Comune da lui amministrato continuerà il programma di riforme sul territorio ed ha apprezzato l’iniziativa
della stampa della prima cartina del
Comune. Il sindaco di Quartu S.Elena,
dott. Milia, presente alla manifestazione, ha concordato con quanto ha detto il sindaco Meloni ed ha ribadito che le due amministrazioni avranno contatti periodici per le varie iniziative. Inoltre, ha apprezzato anch’egli l’iniziativa del dott. Lucio Spiga per la stampa e la presentazione della Cartina del Comune di Quartucciu, che segue quella già realizzata, l’anno scorso, per il Comune di
Quartu.

Lucio Spiga, prendendo la
parola come relatore, ha fatto un
excursus storico del paese di
“Quarto”, che per anni, al tempo
dei romani, era una sola villa; in
seguito, con gli aragonesi, si è
formata la zona di Quarticciu, ma
molti terreni sono in comune con
i
due villaggi. Ha poi
parlato
della
cartina (il cui testo è di sua
pertinenza)
ed ha lodato la coper
tina
ad olio del pittore Enrico Ibba,
conosciuto in molte parti dell’isola per essere un organizzatore di premi di
pittura contemporanea.

Le foto della cartina
sono dovute ad Antonio Pau e Rossella
Cauli e la realizzazione della litotipografia “Fotolito” di Valter Dessi. Nella cartina, oltre alla tavola topografica, si trovano le descrizioni delle
chiese, cenni storici, la formazione del
villaggio di Quartucciu,
i personaggi, l’indice dei
nomi dello stradario, gli indirizzi e numeri
utili, il territorio e monu­menti, le attività economiche e, infine, le sagre e tradizioni.

Nuovorientamenti, 30
marzo 1997

 

DALLA NASCITA ALLA MATURITA’

 

“Pubblicare un
libro è un rischio enorme, sia per l’esposizione economica, sia per quella
professionale. Un libro di duecento pagine, tiratura duemila copie, senza
illustrazioni a colori, con copertina e rilegatura che corrispondano ai
requisiti classici della dignità, costa all’editore circa dieci milioni.
Chiedere denaro all’autore equivale a tentativo di estorsione, l’autore è
solitamente allergico al solo nominare la parola ‘soldo’, e quan­do va bene, si
offende a morte. Per poi inviare immediatamente il manoscritto a qualche
spregiudicato editore della penisola, che effettua comodi pagamenti rateali e
promette ‘distribuzione a livello nazionale’ anche per libercoli di poesie
formato tascabile che contano si e no ventiquattro pagine”.

Queste sono le parole
del titolare delle “Edizioni Castello”, (con sede in Cagliari, via
Campania 27) che, prendendo lo spunto dall’articolo di Giovanni Mameli
“Libri sardi, il tracollo” su “L’Unione Sarda”, nel 1988 si
presenta ai lettori sardi, come editore, dando a comprendere che sono difficili
la stampa, la diffusione e la vendita di un libro: uno dei punti del suo
programma editoriale.

Con questo inizio
apriamo una vetrina sull’editore Careddu, che ha ormai raggiunto la completa
maturità con le “Edizioni Castello”, giunte all’ottimo traguardo dei
quindici anni di attività editoriale e libraria e alla pubblicazione di oltre
cento titoli.

È senza dubbio un
imprenditore di ottima perspicacia e competen­za e promotore di pregevoli
iniziative librarie, che ha dato un contributo fondamentale non solo alla
saggistica isolana con la pubblicazione di ottimi lavori, ma anche al romanzo,
che in Sardegna ha avuto sempre vita difficile. L’idea di porsi nell’editoria
gli è nata nel corso del 1981 e la sua prima pubblicazione come “Edizioni
Castello” ha inizio nel 1982. La storia editoriale delle Edizioni Castello
inizia alla fine del 1981, sostenuta dal culto per il libro e dalla necessità
di Careddu-scrittore di dare alle stampe le proprie opere non soggiacendo alle
bizze di altri editori. Sono così nati ben un centinaio di titoli, di cui
alcuni esauriti, altri ristampati, facenti parte di un articolato catalogo.

Difficili sono stati i
primi anni di lavoro per dare corpo ad una struttura editoriale che potesse
seguire la traccia segnata al momento della nascita: essere un laboratorio di
ricerca e di di­vulgazione delle realtà isolane: dalla narrativa, alla poesia,
alla saggistica, al romanzo, alle tradizioni popolari e ai lavori in lingua
sarda. I suoi libri sono tutti di notevole valore letterario, culturale ed
editoriale. Nasce quindi la collana di narrativa “Sas Janas”, che in
pochi anni ha già raggiunto il numero di nove titoli, tutti di successo,
seguita dalla narrativa per ragazzi. Arriva il periodo di far nascere la
collana “I Turchesi”, che ha come punto di riferimen­to i lavori
sulle tradizioni e sulla identità sarda, giunta al quinto numero; e
contemporaneamente appare la collana “Amphora”, anch’essa con più di
tre numeri.

Nella saggistica, di
interesse profondo, sono stati proposti o riproposti temi inusuali o inediti:
“Il mistero dei nuraghi rivelato con l’astrologia” e “I segni
dell’identità”, ma anche “Studi Ogliastrini”, “Sigismondo
Arquer” e “Dall’Antigori alla Saras”. Nel catalogo non mancano
libri di poesia e numerose opere fuori commercio, non evidenziate nel catalogo
perché finanziate dalle amministrazioni pubbliche. Non per questo non hanno
dato lustro alla cultura isolana e hanno ampliato il piano editoriale.

I libri delle
“Edizioni Castello”  si trovano
nelle migliori li­brerie della Sardegna e in quelle principali del Continente e
hanno raggiunto le città in cui risiedono i sardi, che hanno ap­prezzato
moltissimo le problematiche esposte;
alcuni testi, che si trovano anche nelle librerie di Parigi, Bruxelles,
Lugano, Mo­naco e Vienna, hanno partecipato a tutte le edizioni della Fiera del
libro di Francoforte e della rassegna “Mille libri per un’i­sola” e
alle edizioni della “Fiera del Libro di Torino,  alla “Galassia-Gutemberg” di Napoli
e a quella, riservata agli opera­tori e ai libri per l’infanzia, di Bologna,
riscuotendo sempre notevoli successi di critica e di vendite.

L’editore Careddu ha
lanciato sul mercato nuove collane e ha in­trapreso nuove iniziative, sempre
seguendo la strada tracciata della filosofia della ricerca di nuovi autori e di
opere inedite, per valorizzare e per conservare il patrimonio culturale sardo:
un’operazione culturale editoriale di tutta dignità ed importan­za. Nelle
recensioni ai lavori editoriali si parla solo degli autori e degli studi, quasi
mai o pochissimo degli editori, che pongono in gioco non solo la parte
finanziaria, ma anche la loro compe­tenza.

L’Editrice Castello,
che si è irrobustita in questi quindici an­ni, sia a livello regionale che
nazionale, e persino oltre ocea­no, – alcuni suoi libri hanno trovato posto
nella “Public Libra­ry” di New Yorë – ha registrato un ottimo
successo con “Pinocchio” di Matteo Porru, con il pregevole
“Sigismondo Arquer, dagli studi giovanili all’autodafé”, del
validissimo Marcello Cocco, che ha ottenuto il Premio Giuseppe Dessì, per la
migliore pubblicazione dell’anno, e con “Sas andalas de su tempus”.

Grande merito si deve
alla tenacia e alla intraprendenza dell’E­ditore, che ha saputo sempre lavorare
con intelligenza, anche nei momenti di difficoltà editoriale, soprattutto nel
periodo della lunga crisi economica italiana, e sarda in particolare, avvenuta
nei primi cinque anni del Novanta.

Da buon mecenate,
Antonio Careddu rischia in proprio, finanziando e modellando nei minimi
particolari il prodotto da stampare e da pubblicare, e lo crea con le proprie
mani, leggendo i manoscritti e dattiloscritti che gli vengono sottoposti per la
pubblicazione, segue personalmente la stampa e dedica molto tempo alla
creazione della copertina, della grafica e di tutta la veste tipografica.

A distanza di quindici
anni, un giudizio sull’enorme mole di la­voro svolta dalla “Edizioni
Castello” non può che essere positi­vo, avendo offerto ai sardi di tutte
le latitudini un repertorio di opere che costituisce un grosso contributo alla
divulgazione nell’isola e fuori dei suoi molteplici aspetti.  Ci auguriamo che possa continuare nella
strada tracciata da lungo tempo, poiché l’editore Careddu è molto giovane e ha
davanti a sè molti anni di attività libraria ed editoriale.

Per ricordare questo
anniversario si è pensato di fare cosa gra­dita ai lettori ripercorrendo questa
strada editoriale col ripro­porre di seguito una scheda, con la copertina
dell’opera, che presenti tutti i lavori pubblicati in questi quindici anni. Si
è creduto giusto far seguire alla scheda le recensioni apparse nei vari
periodici e nelle riviste di quelle opere recensite; per i lavori che non  hanno avuto recensione si sono elaborati dei
bre­vi giudizi.

Nuovorientamenti 5
aprile 1997

 

STUDI ROSMINIANI- Pedagogia dell’essere e unità
dell’educazione

 

In occasione della
pubblicazione degli scritti pedagogici su Antonio Rosmini “Dell’educazione
cristiana” e “Sull’unità dell’edu­cazione”, (Città Nuova
Editrice), curati in edizione critica dal prof. Lino Prenna, titolare
dell’insegnamento di Pedagogia nell’Università di Perugia, si è tenuto a Cagliari,
il 26 aprile scorso un incontro di studi.

Ha presieduto la
tavola rotonda, sul tema “Pedagogia dell’essere e unità
dell’educazione”, il prof. Alberto Granese, direttore dell’Istituto di
Pedagogia degli Studi di Cagliari, il quale ha presentato i quattro relatori.
Dopo il saluto e alcune considera­zioni sulla filosofia e la pedagogia
dell’eminente pedagogo ita­liano, ha dato la parola al primo relatore: il
rosminiano p. Remo Bessero Belti, direttore di “Charitas”, il quale,
fatte alcune considerazioni sulla pedagogia dell’eminente filosofo, ha
tracciato in breve la biografia del Rosmini che, dopo l’ordinazione sacerdotale
nel 1821, si è dedicato completamente agli studi filosofici, recandosi a Milano
presso l’Ambrosiana e di lì al Calvario di Domodossola, dove stese il suo
“Nuovo Saggio sull’o­rigine delle idee” e fondò l’Istituto della
Carità, – e non di carità, ha precisato il relatore – cui più tardi aggiunse un
istituto di suore sulla Provvidenza, diretto dalla sorella (oggi anche a
Cagliari esiste un Istituto), che promuove l’istituzione di scuole  e orfanotrofi. L’Istituto della Carità è una
congregazione religiosa con voti semplici e perpetui. Particolare inte­resse ha
poi nella filosofia rosminiana il concetto di “carità”, che
costituisce il fondamento della dottrina etica, giuridica e politica, e
fornisce all’intero sistema la sua nota più viva e umana.

P. Bessero ha poi ben
spiegato il concetto dell’”essere”, come è stato definito dal
Rosmini: “l’essere è nell’interno dell’uomo, sta nel cuore umano.

Il relatore gesuita p.
Natalino Spaccapelo, preside della Pontificia Facoltà di teologia di Cagliari,
ha iniziato il suo intervento raccontando il suo incontro con i rosminiani e il
suo studio sulla filosofia del Rosmini. È poi passato alla discussione sulla
filosofia e la pedagogia del fondatore dell’Unità dell’educazione che, a suo
dire, è molto vicina ai Fondamenti Ignaziani. A riguardo poi degli scritti
critici pubblicati recentemente dal Centro di Studi Filosofici di Roma, ha
lodato l’iniziativa del prof. Prenna, ricordando che il pensiero rosminiano ha
sempre suscitato tra gli studiosi cattolici dapprima diffidenze e poi vio­lente
polemiche e accanita opposizione sia per i suoi atteggiamenti innovatori in
filosofia sia per il suo spirito non conser­vatore  in politica, tanto da indurre il papa
Gregorio XVI a imporre silenzio  a tutti
i contendenti.

Il prof. Lino Prenna,
a sua volta, ha fatto una lunga discussione sull’unità dell’educazione. Sul
piano sociale, come sul piano filosofico, ha affermato il docente di Perugia,
il Rosmini si sforò di conciliare esigenze di conservazione e di progresso, nel
tentativo di aggiornare una visione teocentrica della vita. Lo stesso
atteggiamento si rivela nello scritto di carattere pedagogico: “Sull’unità
dell’educazione”.

La professoressa M.
Teresa Marcialis, Direttore del Dipartimento di Filosofia e Teoria delle
Scienze Umane dell’Università di Cagliari, ha tracciato una linea sulla
filosofia e pedagogia del tempo, mettendo in evidenza alcuni aspetti filosofici
kantiani presenti nel Rosmini.

Dopo le quattro
interessanti, circostanziate e ponderose relazio­ni è iniziato un costruttivo e
animato dibattito col pubblico, che è servito a meglio delineare alcuni altri
aspetti della pedagogia e della filosofia del rinnovatore cristiano. Il
problema filosofico del Rosmini, è stato detto, si configura perciò come quello
di garantire oggettività alla conoscenza e la soluzione non potrà essere
trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei connessi sviluppi,
se non in una ricerca onto­logica e in un principio di verità, che riescano ad
illuminare l’intelligenza in quanto le si proponga con l’immediata evidenza,
universalità ed immutabilità.    

In conclusione
l’”idea dell’essere”, a detta del prof. Prenna trova applicazione in
sede didattica, dove tuttavia la giusta in­tuizione del carattere
“globale” delle prime capacità di apprendimento del bambino è
concepita in modo astratto, pura regola in­tellettualistica che trascura il
fattore interesse.

Nuovorientamenti, 11
maggio 1997

 

LA 341.MA
EDIZIONE DELLA SAGRA DI SANT’EFISIO Fede e preghiera attorno al Santo

 

La sagra secolare
di Sant’Efisio,
- giunta alla 341.ma edizione – che ha reso famosa la città di Cagliari in
molte parti del mondo, si è svolta anche
quest’anno nella cornice delle strade
del capoluogo isolano. Forse centomila persone hanno assistito alla festa del primo maggio, che ha richiamato un grande afflusso di turisti.

La manifestazione,
che è certa­
mente uno dei documenti più felici della civiltà
popolare sarda, ha ac­
quistato, alla luce delle ma­nifestazioni di questi ultimi anni, sempre più importanza. La fastosa processione, che si è snodata nelle vie del centro cittadino, è partita dalla chiesa di Sant’Efisio di Stampace alle
10 e si è aperta con il passaggio di una cinquantina di traccas – i caratteristici carri agri­coli addobbati a festa e
trainati da buoi, con tappeti e tendaggi di
ogni fattura -, provenienti da
diversi cen­tri del campidano di
Cagliari. Han­no seguito i gruppi in
costume di diversi villaggi del
Campidano, del Sarrabus, delSulcis,
della Barbagia, della Texenta,
dell’Iglesiente, del Mandrolisai,
della Planargia, del Nuorese, del
Goceano e del Sassa­rese. Dietro le
scorte dei cavalieri campidanesi, poi
i miliziani, le confraternite
cittadine e, per la pri­ma volta
hanno sfilato i confratelli della
Misericordia di Alghero, quin­di la
guardiania in frac e cilindro.

È stata la volta del
rappresentante
della Municipalità, che viene detto Alternos – termine che risale al periodo
spagnolo – nella persona dell’assessore
Pani. Ha chiuso la sfilata il cocchio dorato, in cui si trovava il simulacro del Santo, pro­tettore della città, in abiti da festa, scortato da otto portatori di lampio­ni, seguiti da un gruppo di pellegrini che devono svolgere un voto. Giunto alla chiesetta campestre di Giorgino, il còcchio
è stato cambiato e il simu­lacro è
stato posto in quello di cam­pagna.
Nel pomeriggio, nella capita­le
isolana, hanno avuto luogo spet­tacoli
folkloristici, con la partecipa­zione
di gruppi, che si sono esibiti in canti
e danze tradizionali sarde.

La processione, intanto, ha so­stato a
Sarroch e poi ha raggiunto Pula. I
festeggiamenti hanno avuto il loro
clou il 2 maggio, con la pro­cessione
nelle vie del centro e con la partenza
del Santo, nel cocchio campestre,
verso la città punica di Nora. Nella
chiesetta romanica, dove fu
martirizzato Efisio d’Elia, si è festeggiato il Santo martire con una messa solenne. Nella serata del 3 il rientro a Pula con la fiaccolata notturna e manifestazio­ni civile. All’alba di domenica 4, partenza
della processione dalla parrocchia di San
Giovanni Batti­sta di Pula per
Cagliari, dove il Santo è giunto a
sera inoltrata.

Nuovorientamenti,
11 maggio 1997

 

 

DECIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA DEL VESCOVO MONS.
FRANCESCO PALA – “vado… come strumento nelle mani del Signore”

 

Nel messaggio pasquale del 1987, pochi giorni prima del suo
ritorno al Padre, mons. Giovanni Francesco Pala, vescovo di Cassano Jonio, tra
l’altro, diceva: “Cristo risorge per radunare tutti
i popoli nell’abbraccio della carità fraterna, di cui la Chiesa deve essere segno e
guida come comunità di comunione; Cristo risorge per restare sempre con noi,
facendosi compagno di viaggio, condividendo le nostre sofferenze e le nostre
gioie”. Oggi, nel decennale della sua scomparsa, ricordiamo il nostro
amico Francesco che, nei lontani anni, prima della seconda guerra mondiale,
abbiamo avuto compagno di giochi e di vita come chierichetti nella chiesa di
Sant’Anna a Cagliari.

Nato il 17 ottobre 1928 a Marrubiu, seguiti gli studi primari a
Cagliari e continuati nel Seminario regionale, mons. Paolo Botto, nella
cattedrale di Cagliari, lo consacrò sacerdote. Era il 1951. Iniziava così il
cammino pastorale con il motivo dominante del suo ministero: l’annuncio del
Vangelo e la Catechesi.
Per lunghissimi anni diresse l’Ufficio Catechistico
Diocesano, facendosi iniziatore e promotore del rinnovamento catechistico che a
livello nazionale vide la pubblicazione del “Rinnovamento della
catechesi” e dei catechismi per la vita Cristiana. Fu operatore della
fondazione dell’Istituto di Scienze religiose di Cagliari che diresse fino alla
nomina a vescovo, uno dei primi assistenti delle Acli in diocesi di Cagliari e
lavorò nella commissione di arte sacra della quale fu presidente.

Resse per 24 anni la parrocchia di Sant’Elena di Quartu, una
delle maggiore parrocchie della diocesi cagliaritana; fu parroco efficace ed
attivo, mostrando una grande dedizione sia nella Fede che nella solidarietà
alla comunità affidatagli in cura. Privile­giò l’attività verso
i giovani, li seguì, li curò e incrementò il loro sviluppo e
la loro crescita; seguì in modo particolare l’assistenza ai malati, ai poveri e
ai marginati e la carità ai più bisognosi; riattivò la Conferenza Vincenziana
che era sospesa da decenni e gli fu a cuore l’attività delle vocazioni
sacerdota­li, tanto che il comune di Quartu S. Elena gli conferì la citta­dinanza
onoraria. Negli anni in cui fu a Quartu ebbe la gioia di vedere otto prime
messe e queste prime messe le aveva coltivate nel vivaio dei chierichetti.

Giovanni Paolo, nel 1984, lo chiamò a dirigere la diocesi di
Cassano Jonio e  la consacrazione
episcopale avvenne nel sagrato della chiesa di S. Elena: un grande momento di
fede e di festa non solo per la città di Quartu ma per l’intera Chiesa sarda.
Nel lasciare l’Isola disse:  “Un
senso di piena disponibilità all’opera del Signore che chiama, è Lui che
sostiene e conduce, è Lui che chiama, è Lui che guida. Vado a rendermi
strumento nelle sue mani”. E così è stato. Nella diocesi di Cassano
provvide alla riorganizzazione catechetica offrendo quella competenza specifica
maturata in tanti anni di studio e di prassi e fondò, anche in Cassano,
l’Istituto di Scienze religiose con l’intento di qualificare sia
i docenti di religione che gli operatori pastorali.

Dopo soli tre anni di intenso ministero episcopale nella
diocesi calabra, in cui seppe essere guida pastorale, modello di fede e di
cultura e modello dì sacerdote fedele, morì improvvisamente il 21 maggio del
1987. La morte lo ha sorpreso con un attacco car­diaco mentre era immerso nella
lettura, seduto nello studio privato in episcopio. La notizia del decesso del
presule sardo colse di sorpresa ed ebbe un eco immediata sia nella diocesi di
Cagliari che in quella di Cassano. Grave lutto fu per la chiesa di Sardegna e
di Cagliari. Appena la notizia della scomparsa del vescovo mons. Francesco Pala
giunse nella diocesi di Cagliari, un profondo cordoglio e incredulità pervase
quanti lo hanno cono­sciuto nell’esercizio del suo qualificato e generoso
ministero presbiteriale ed episcopale.

Le spoglie mortali del prelato sono state tumulate nel
cimitero di Quartu dopo una solenne concelebrazione “corpore
praesenti” alla quale hanno partecipato gli arcivescovi sardi, numerosi
sacerdoti ed un’immensa folla di fedeli, non solo di Quartu, ma provenienti da
tutte le comunità dove svolse attività pastorale.

Per concludere, desideriamo ricordare che mons. Pala ci ha
la­sciato diversi scritti e una interessantissima pubblicazione su “II
matrimonio in Sardegna. Legislazione e tradizione al tramonto della dominazione
spagnola”, in cui analizza numerosi documenti socio-culturali quali il
matrimonio e la famiglia, il rapporto familiare e la morale cristiana.

Nuovorientamenti, 11 maggio 1997

 

  UN PADRE DELLE
SCUOLE PIE DA RICORDARE – P. SEBASTIANO SUÑER, POETA DEL ’600

 

Tra i poeti sardi del
Seicento, merita un posto lo scolopio Sebastiano
Suñer, che nacque a Cagliari nel 1643. Buon letterato ed abile
oratore, conosciuto nell’Ordine dei Padri delle Scuole Pie col nome di
Sebastiano di S. Giuseppe. A quattordici anni, il 21 febbraio 1657, si fece
chierico entrando nell’Ordine Calasanziano nel capoluogo isolano. Cinque anni
più tardi, a Roma, l’8 dicembre 1662, completa lo scritto di una
“Miscellanea variarum rerum”, purtroppo rimasta manoscritta e tuttora
nell’archivio vaticano, senza che si possa consultarla, poiché non le è stato
ancora data la collocazione, come ci ha fatto sapere l’archivista capo, qualche
tempo fa.

Suñer, trasferitosi nella penisola per perfezionarsi nelle
discipline filosofiche e teologiche, rimase per qualche tempo nella capitale
romana, dove provvide alla stesura dell’opera di cui abbiamo parlato, il cui
prologo era già stato letto in una accademia tenuta nella chiesa di S.
Francesco da Paolo in Cagliari, il 3 febbraio 1660, come riferisce il
Tola nel suo “Dizionario”. Abbandonato però l’abito
calasanziano nel 1670, fece ritorno a Cagliari, forse nello stesso anno,
rifugiandosi in casa della madre dove, nel 1675, trovò la morte a soli
trentadue anni.

Della sua opera si sa solo che, oltre al prologo, già
citato, contiene due sermoni in castigliano: uno per l’Assunzione di Maria
Vergine e l’altro per l’Eucaristia. Di lui restano anche parecchi versi in
spagnolo, in latino e in italiano in lode di santi, una orazione in italiano,
pronunziata in Roma in occasione della visita del principe Schinzano alle
Scuole Pie, sette sermoni, sonetti, canzoni e madrigali di argomento vario, in
italiano.

Del suo poema “A soledad de
Maria”, si conoscono dei frammenti, che rivelano un apprezzabile senso
artistico. Uno di questi frammenti si trova nella “Storia della
Letteratura dì Sardegna” di Francesco Alziator, da cui copiamo; “Sin
esposo, porque esta­ba/
Joseph, de la Muerte preso,/ Sin Padre, porque se esconde, / Sin Hijo, porquè está muerto,/ Sin luz, porquè llora el sol/, Sin voz, porquè muere el Verbo,/…” (Senza sposo, perché Giuseppe era prigioniero della Morte; senza Padre, perché si
era nascosto; senza figlio, perché era morto; senza luce, perché il sole pian­geva;
senza voce, perché era morto il Verbo.)

Alziator scrive che è “un passo notevole, passo di
bravura certa­mente, espressione di artista se non dì poeta, ma di grande
classe che fa ripensare a Iacopone, che riporta a certa linearietà di Domenico
Cavalca ed ha, allo stesso tempo, l’efficacia del mestiere più consumato”.

Nuovorientamenti, 18 maggio 1997

 

NOTE SUGLI STUDI
DEMOLOGICI IN SARDEGNA

 

La concentrazione di fenomeni culturali di tipo folclorico
può essere spiegata col fatto che
i rapporti
con la cultura europea
o non esistevano o non furono continui. Ciò
non consentì processi di trasformazione, di elaborazione e di continuità
culturali veramente peculiari. Furono certamente queste “peculiarità”
isolane, che affascinarono
i primi visitatori
stranieri,
i quali, fra il ’700 e
l’800, con
i loro scritti
contribuirono a far conoscere la Sardegna. Ma già alcuni scrittori non locali si
occuparono della Sardegna tra il ’500 ed il ’600  accennando “al fantastico patrimonio”  delle tradizioni popolari sarde.

Non bisogna dimenticare che prima di queste preziose
testimonian­ze, altre fiorivano all’interno dell’Isola stessa. Nell’ultimo
ventennio del ’700 un gesuita sardo, Matteo Madao,  studiava
i canti e le
danze sarde cercando di  dimostrare
l’origine greco-romana della poesia e della musica sarda. Sempre in quegli anni
il cappellano militare al servizio del re di Sardegna, l’austria­co Joseph
Fuos, scriveva un’opera in cui erano descritte alcune feste popolari religiose e
diverse tradizioni popolari isolane. Anche l’inglese William Henry Smyth
pubblicò a Londra un profilo molto dettagliato delle tradizioni popolari
dell’isola, mentre a Parigi veniva pubblicato, nel 1835, il libro di Anton
Claude Pasquin, “Viaggio in Corsica, all’isola d’Elba e in Sardegna”.
Il primo ad interessarsi attentamente alla poesia “popolare” sarda fu
Auguste Boullier, mentre il francese
Gastón Vuillier (1847-1915), nel suo “La Sardaigne” offre un
quadro preciso e documen­tato sulla Sardegna.

Ma il vero “scopritore” dell’Isola è stato
certamente Alberto La Marmora
che, col suo “Viaggio in Sardegna” (1826-1839), lasciò un lavoro
monumentale sulla storia della Sardegna sotto il profilo geografico, economico
e folclorico, in cui confrontò le tradizio­ni e
i costumi
sardi con
documenti
e
i
monumenti della anti­chità classica. In seguito,
verso la metà dell’Ottocento, venne pubblicata a Napoli l’opera del gesuita
Antonio Bresciani, “Dei costumi dell’Isola di Sardegna comparati agli
antichissimi popoli orientali”, fondamentale per la storiografia delle
tradizioni popolari sarde.

Uno tra i maggiori rappresentanti
della cultura sarda dell’800 fu il canonico ploaghese Giovanni Spano
(1803-1878), il quale non solo si occupò anche di poesia e di tradizioni popolari.
Nel frattempo, a Torino, veniva pubblicato, (1833), il “Dizionario storico
geografico statistico commerciale degli Stati Sardi” di Goffredo Casalis,
le cui voci riguardanti la
Sardegna furono trattate e raccolte dal sardo Vittorio
Angius.

Sempre in quegli anni in Italia si sviluppa l’interesse per
la poesia popolare ad opera di studiosi quali Nicolò Tommaseo, Enrico Rubieri,
Alessandro D’Ancona e Costantino Nigra. Sarà pro­prio un collaboratore sardo
del Nigra, Giuseppe  Calvia, a caval­lo
del Novecento, a intraprendere uno studio più circostanziato di tutto il  folclore isolano.

Il primo profilo di una storia degli studi in Sardegna
(“Per la storia della poesia popolare sarda”) si ha ad opera del
siciliano Giuseppe Pitrè (1841-1916), uno tra
i maggiori
raccoglitori e studiosi di tradizioni popolari italiane. Proprio in quegli anni
si assiste alla nascita di riviste nazio­nali e regionali, che si interessano
alle tradizioni popolari. Alla “Rivista delle tradizioni popolari
italiane” di Angelo De Gubernatis collaborò, come “ricercatrice
demologica”, anche Grazia Deledda (1871-1936), che si occupò in modo
specifico delle tradizioni popolari nuoresi.

L’interesse verso le tradizioni popolari sì fece più intenso
negli anni a cavallo tra il nuovo secolo e il primo dopoguerra. La presenza in
Sardegna di studiosi, formatisi alla cultura con­tinentale, quali Vittorio
Cian, Egidio Bellorini e Giuseppe Ferraro, portò al diretto contatto delle
indagini sulla poesia sarda con le correnti culturali nazionali.

Un evento decisamente importante per la Sardegna fu la mostra
della Società di Etnografia Italiana, tenutasi a Roma nel 1911, alla quale gli
isolani parteciparono con
i loro prodotti artigia­nali,
tra cui numerosi articoli di ceramica. Questo Congresso ha segnato un momento
importante anche in materia  di folklore
musicale: Giulio Fara (1880-1949), che occupa un posto di  rilievo negli studi etnomusicologici  sardi e italiani, fece uno studio sistematico
degli strumenti musicali della Sardegna e introdusse la distinzione tra
prodotti “popola­ri” e prodotti “popolareggianti” nel campo
musicologico, già da tempo  adoperata in
letteratura.

Altra personalità di un certo rilievo in campo musicologico
fu quella di Gavino
Gabriel, scomparso un decennio
fa, il quale evidenziò, con
i suoi studi, il carattere
essenziale della musica sarda. Insigne storico della poesia popolare sarda è
stato il giornalista e critico cagliaritano Raffa Garzia, autore della
voluminosa raccolta di “Mutettus cagliaritani” (Bologna 1917). Uno
dei tentativi più importanti di illustrare in maniera appro­fondita ed
esauriente il patrimonio di leggende e di tradizioni sarde è costituito
dall’opera di Gino Bottiglioni (1887-1963) “Leggende e tradizioni di
Sardegna”, un’ampia antologia di testi provenienti dalle diverse aree
dialettali sarde, che offro­no un quadro esauriente delle tradizioni popolari
isolane.

I progressi più significativi che le indagini demologiche
compio­no in Italia nel periodo tra le due guerre mondiali si verificano ad
opera di studiosi quali Paolo Toschi (1893-1966), autore di importanti studi
sul folclore e sulla poesia popolare italiana, Raffaele Corso (1883-1965),
etnografo, direttore della rivista “Folklore italiano” e
“Folklore”; ed infine Michele Barbi (1867-1941) e Benedetto Croce
(1866-1952). Ed è proprio intorno a questi due grossi nomi che ruotano gli
studi demologici in Italia in questo periodo. Michele Barbi pone in rilievo il
fenomeno del­la “elaborazione popolare”, mentre il Croce, attento
soprattutto ai valori estetici della poesia popolare, volge la sua attenzione
solo a quei canti popolari che hanno “intrinseco valore di poe­sia”.

Negli anni seguenti la seconda guerra mondiale le ricerche e
le indagini demologiche aumentano e un’attenzione particolare è rivolta ai problemi
sociali e politici italiani. I nuovi interessi per gli studi demologici,
rivolti  principal­mente ai problemi
socio-culturali, sono portati avanti da studio­si non specialistici e da
ricercatori individuali. Determinanti furono anche le analisi sul folclore di
Antonio Gramsci (1891-1937), che intende il folclore come “concezione del
mondo” tipica di alcuni strati sociali contrapposta alle conce­zioni del
mondo “ufficiali” delle classi egemoniche.

Nell’ambito sardo, in quegli anni furono importantissimi gli
apporti dati da Francesco Alziator (1909-1977) , profondo conosci­tore dei
costumi e delle usanze del popolo sardo, il quale ci ha fornito un quadro delle
peculiarità della cultura popolare della Sardegna. Il suo “II folklore
sardo” (1958) presenta un’analisi completa delle tradizioni popolari
sarde.

Un momento determinante per gli studi di tradizioni popolari
è segnato dall’operosità didattica e scientifica del contemporaneo Alberto
Mario Cirese, che sta svolgendo un valido lavoro d’indagine del patrimonio
tradizionale sardo.

Nuovorientamenti, 25 maggio 1997

 

 

UN CAPPUCCINO VESCOVO DI ALES – SERAFINO ESQUIRRO E IL SANTUARIO DI
CAGLIARI

 

Di Serafino Esquirro (secoli XVI-XVII),
cappuccino, Vescovo di
Ales, autore di versi e laudi
sacre, si è scritto pochissimo, mentre è un grande letterato del Seicento
sardo-ispano. Lo si ricorda particolarmente per il suo lavoro sul Duomo di
Cagliari e sul ritrovamento delle reliquie dei Santi Martiri, sistemate nella
cripta della Cattedrale, dopo una fastosissima processione. Nacque a Cagliari
alla fine del Cinquecento e visse per buona parte del secolo XVII. Fu insigne
teologo e abile predicatore dell’Ordine dei Cappuccini di San Francesco della
Provincia sarda. Occupò posti onorifici nel suo Ordine e fu ordinato vesco­vo
di
Ales,
dove morì nella seconda metà del Seicento. A lui
si deve il “Santuario de Caller,
y verdadera historia de la inven­ción de lo santos hallados en la ciudad de
Caller” (II santuario dì Cagliari, e la vera storia del ritrovamento dei
corpi santi trovati nella città di Cagliari), stampato nella tipografia di
Antonio Galcerin, nel 1624.

In questo scritto 1′Esquirro raccolse
tutte le notizie riguardan­ti il rinvenimento di tanti presunti martiri
cagliaritani nell’antica basilica di S. Saturno, dal 1614 al 1618, e il loro
trasporto al santuario della Cattedrale, fatto costruire dall’Ar­civescovo
Francisco de Esquivel, al quale il frate dedicò il lavoro. E’ un’opera
in cinque libri, suddivisi in cinque capito­li. Nei primi tre l’autore tratta
delle  circostante che diedero occasione
alla scoperta dei santi corpi e presenta alcuni loro cenni biografici. Il
quarto libro contiene il resoconto del rinvenimento del corpo di S. Antioco,
nel 1615, e narra le gesta gloriosa di questo santo. Nell’ultimo libro il
cappuccino descri­ve minuziosamente e con dovizia di particolari la costruzione
del santuario cagliaritano e la sua inaugurazione, avvenuta l’il novembre 1618.
Riferisce poi della coreografica, lunga ed impo­nente processione per la
traslazione delle reliquie in teche
di vetro e delle grandi
feste celebrate per l’occasione. Segue la descrizione di un fantasmagorico
torneo cavalleresco, eseguito nello spiazzo antistante il palazzo viceregio e
quello arcivescovile dalla illustre nobiltà isolana, davanti alle massime
autori­tà governative ed ecclesiastiche e ad un pubblico festoso ed entusiasta.

L’opera, in spagnolo, mai pubblicata in edizione italiana (e
lo meriterebbe), non è di bello stile, ma è dì grande interesse documentale.
Ebbe grande successo tra
i suoi contemporanei e
servì come fonte al giurista cagliaritano Dionigi Bonfant e al frate Giorgio
Aleo.

All’inizio dell’opera vi sono alcuni versi in castigliano,
molto interessanti, giudicati molto validi letterariamente, tanto che fanno
considerare 1′
Esquirro un buon poeta.

Poco si conosce della sua attività vescovile nella diocesi
di
Ales,
nel cui archivio si può trovare un carteggio dal
quale si potranno trarre molte notizie sulla sua via pastorale. Alcuni
propendono che Serafino
Esquirro non fu nominato vescovo
di
Ales,
ma che fu un suo parente di nome Efisio,
anch’egli autore di poesie castigliane stampate in Cagliari negli anni Ottanta
del secolo XVII. Noi propendiamo per Serafino.

 Nuovorientamenti,  1 giugno 1997

Nota

 

UNTUALIZZAZIONE  – Risolto il dubbio sul cappuccino Serafino Esquirro

 

Grazie a Giovanni Secchi, che nel suo articolo su “Voce
Serafica della Sardegna” (n. 7 – luglio 1997), risolve il dubbio che
mettevo nel mio articolo (“NuovOrientamenti” del 1° giugno scor­so)
“Un cappuccino Vecovo di
Ales. Serafino Esquirro e il Santua­rio di Cagliari”.

Ora sappiamo dalle fonti d’archivio della Provincia dei
Cappuccini di Sardegna (riportate appunto dal Secchi), che il cappuccino
Serafino
Esquirro
nacque probabilmente tra il 1575 e il 1580.
Quindi, il Serafino
Esquirro, vescovo di Ales (1680-1684), è un altro con lo stesso nome e cognome, succe­duto
al vescovo Giovanni Battista Brunengo; lo sì rileva dalla recente pubblicazione
dal titolo “Diocesi di Ales-Usellus-Terraòba. Aspetti e valori”,
riferito anche dal Secchi.

Dobbiamo rendere grazie meritoria a Giovanni Secchi che, con
le sue conti­nue ricerche archivistiche, ha risolto questo grosso dubbio;
intanto, ci scusiamo con
i lettori di
NuovOrientamenti per qual­che nostra svista nello stendere l’articolo sul
cappuccino
Es­quirro. Egli però rimane
l’autore di versi e laudi sacre e, particolarmente, per il suo scritto sul
Duomo di Cagliari e sul ritrovamento delle reliquie dei Santi Martiri,
sistemate nella cripta della Cattedrale, dopo una fastosissima processione.

Nuovorientamenti, 21 settembre 1997

 

PER CONOSCERE LA NOSTRA STORIA -
INDUSTRIA E AGRICOLTURA SARDA ALLA FINE DELL’OTTOCENTO

 

Per conoscere la situazione agro-industriale sarda nel
sec.XIX, ci viene incontro l’interessante pubblicazione di Gustavo
Strafforello, il quale, nel 1895, presentava lo studio “La Patria”, imperniato
sulla Sardegna. Scriveva che l’agricoltura, la pasto­rizia, la pesca e le
miniere erano allora
i quattro rami princi­pali
della non florida industria sarda, alla fine dell’Ottocento, e che scarsi erano
i
lavori delle arti. Corrispondente a quella
dell’industria era la pochezza del commercio, nonostante
i porti di Cagliari, Terranova (l’odierna Olbia), Porto Torres, Carloforte, ecc, di cui 1′isola andava fiera e in gran parte a causa
della mancanza di comunicazione con l’interno e di iniziative da parte degli
abitan­ti.

Gli oggetti principali d’esportazione consistevano in
minerali, granaglie, farine, olio, vino in bottiglie, bestiame bovino, cavalli,
sale, pesce, cacciagione, ecc; e le importazioni in generi coloniali, tessuti
di lana e di cotone,
carbón fossile. Le
comunicazioni marittime venivano effettuate con navi a vapore da Cagliari a
Livorno, Civitavecchia, Napoli, Palermo e Tunisi e da Porto
Torres a Livorno e Civitavecchia; oltre a ciò un vapore percorreva
la costa orientale fra Cagliari e Portotorres. Più
o meno linee simili a quelle tuttora in servizio.

Per quanto concerne il collegamento ferroviario, una legge
del 1863  concedeva ad una Società la
costruzione di una rete ferro­viaria di circa 400 chilometri,
comprendente le linee da Cagliari ad
Iglesias e Porto Torres e da Chilivani a Terranova. Si diede mano ai lavori da Cagliari ad Oristano, da Sassari a Porto Torres, e alla diramazione verso Iglesias; ma fin al 1865 tutto rimase in sospeso e i lavori furono abbandonati per le critiche condizioni in cui
versava la Società
assuntrice. Per rialzare le sue sorti, il Governo concluse, il 23 agosto 1868,
con la Società
una nuova convenzione che divideva la rete ferroviaria sarda in due sezioni;
una comprendeva le linee Ca­gliari -Decimomannu-Oristano, Decimomannu-
Iglesias, Sassari-Porto Torres e da
Sassari ad Ozieri d’immediata costruzione; ma nel 1870 nessuna locomotiva
percorreva ancora la
Sardegna. Delle ferrovie in esercizio in Sardegna, quelle
sotto la direzio­ne della Società delle ferrovie sarde, comprendevano le tre
linee seguenti: la
Cagliari-Oristano-Golf
o degli
Aranci, la
Decimomannu-Iglesias e la Porto Torres-Sassari-Chilivani.

Il 2 settembre del 1893 fu inaugurato il tram del Campidano,
co­struito a cura dell’industriale cagliaritano Luigi Merello, deputato al
Parlamento. Il tram passava per Pauli (oggi Monserrato), Pirri, Selargius e
Quartucciu; la sua stazione principale era a Quartu Sant’Elena. Da tale
celere ed economico mezzo di trasporto, la vitivinicoltura della
zona ottenne immensi benefi­ci.

Per lo Straforello lo spopolamento e la conseguente mancanza
di braccia all’agricoltura, non furono colpa dei Sardi, come pure le
devastazioni incessanti e le vicende disastrose, che funestarono l’isola sino
alla metà del secolo in questione. Fu il fraziona­mento eccessivo della
proprietà che aveva impedito l’accumularsi dei capitali e lo svolgersi
progressivo della ricchezza pubblica; il Demanio e
i Comuni, sotto il titolo di terreni ademprivili e
salti-comunali, possedevano poco più della metà del territorio, in cui
predominava il pascolo, indi il bosco; estesissimi erano
i terreni incolti posseduti dal Demanio e dai Comuni,
suscettibili dì miglioramento. Le imposte poi erano così onerose che il picco­lo
possidente era costretto ad abbandonare il podere. Quindi avvenivano
espropriazioni incessanti da parte del Demanio, delle Province e dei Comuni,
che, diventati proprietari, non potevano né rivendere né dare in affitto
i terreni espropriati.

Interessante è la parte riguardante i terreni ademprivili e comunali; dì questi oltre centomila
ettari erano beni incolti comunali, che si estendevano per molta parte nelle
paludi che, per circa cento chilometri, andavano da Cagliari ad Oristano,
quelle demaniali della Plaia, in provincia di Cagliari, quelle di Oristano, di
Sant’Antioco, di
Cabras, di Ponti e di Tortoli.
Lo stato delle zone paludose era, a detta di una inchiesta di quegli anni, di
uno spaventevole squallore.

Lo Straforello conclude con la considerazione che il
progetto razionale dell’onorevole ministro Chimirri, ancora alla fine del
secolo, era rimasto un pio desiderio e che la colonizzazione e la bonifica
della Sardegna non avevano visto fare alcun passo in avanti.

Nuovorientamenti, 8 giugno 1997

 

APPUNTI DI STORIA DIOCESANA – Un libro in ricordo di mons. Tomasi

 

Sabato 30 maggio, nella
chiesa del Sacro Cuore di Gonnasfanadiga, la diocesi di Ales-Terralba e
l’Istituto di Scienze Religiose con il patrocinio della Provincia di Ca­gliari
e del Comune di Gonnasfanadiga hanno organizzato la pre­sentazione dell’opera
“Memorie del passato” di mons. SeverinoTomasi.

La pubblicazione, che
raccoglie oltre 400 articoli apparsi in “Nuo­to Cammino” dal 1954 al
1964 nella rubrica “Memorie del passa­to”, è stata curata da mons.
Abramo Atzori. L’opera, in 2 volumi di oltre 1.500 pagine raccolti in elegante
cofanetto e corredati di materiale biblografico e fotografico, costitui­sce un
prezioso contributo alla sto­ria della diocesi di Usellus,
Ales e Ferralba, prima e dopo l’unione,

fino ai nostri giorni, e
la consulta­zione è resa facile dall’indice gene­rale e da quelli particolari.
L’edi­zione è stata curata da Cartabianca di Villacidro per
i tipi della tipogra­na Ghiani di Monastir.

Il Tomasi nacque a
Gonnosfanadiga nel 1803 ed ivi morì nel 1969; seguiti gli studi ecclesiasti­ci,
fu sacerdote, parroco, vicario generale e decano del Capitolo del­la diocesi di
Ales-Terralba. Di