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Archivio Gennaio 2014

VIGNETI E VINI SARDI NEL PERIODO SECENTESCO di Luigi Spanu

13 Gennaio 2014 Commenti chiusi

Sui metodi e sulle usanze della coltivazione della vite e della conservazione dei vini e su come impiantare e condurre una vigna, si trovano curiose, interessanti notizie in uno scritto di un poeta sardo del Cinquecento, mentre una relazione poco nota di un visitatore generale spagnolo in Sardegna nel Seicento ci ragguaglia sui vini sardi e sulle loro qualità. Le considerazioni sull’agricoltura sarda si trovano nell’opera di Antonio Lo Frasso “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” (I milleduecento consigli e avvertimenti), edita in Barcellona nel 1571. Questo illustre algherese, vissuto nel XVI secolo, fu uno dei primi poeti sardi a presentare la società isolana nei suoi scritti di grande interesse socio¬economico e documentale.
Nell’opera enunciata, il poeta, nel dare dei consigli ai figli, ai quali lo scritto è rivolto, li avverte che i precetti e gli avvertimenti esposti saranno di loro utilità, in quanto necessari per condurre una vita regolare e timorata. Prima però di parlare del decalogo dell’ agricoltore sardo, è necessario dare brevi notizie su Antonio Lo Frasso. Si sa che è nato nella città catalana, probabilmente nella prima decade del ’500; nella sua città natale non restano documenti che lo provino. E’ di Alghero poiché la città di nascita compare nei frontespizi delle sue opere: “I milleduecento consigli…”, appunto, di cui abbiamo dato indicazioni in pre¬cedenza, e “I dieci libri di Fortuna e Amore”, entrambe in castigliano. Questo ultimo scritto è molto importante perché, essendo autobiografico, è zeppo di notizie interessanti sulla città di Alghero, sulle famiglie nobili algheresi e su Bar¬cellona.
Da quest’opera sappiamo che dovette espatriare nel 1571, dopo essere stato incri¬minato per omi¬cidio, ma scagio¬nato dalle prove; dovette però restare in carcere per oltre due anni. A Barcellona, dove si portò e rimase fino alla morte, avvenuta forse alla fine del XVI secolo o ai primi del ’600, stampò due opere e visse come poeta nella casa di un patrizio barcellonese, del quale si sa che era un nobile sardo-catalano. Nell’opera dei consigli è inserito un discorso celebrativo in ottava rima sulla vittoria conseguita, a Lepanto, dai Cristiani sui Turchi, indirizzato a Don Giacomo Alagon e Cardona, conte di Sorris, in Sardegna.
Lo scritto ha un valore documentale anche perché è la prima relazione sulla battaglia, apparsa nel novembre del 15 71. Ritornando al decalogo de “I mille-duecento consigli”, all’agricoltore che desidera impiantare una vigna, il poeta sardo pone come prima esortazione quel la di cercare un buon terreno fuori della strada maestra e di acquistare le viti di un buon vivaio; poi occorre controllare che il terreno sia ben lavorato e recintato e che abbia un viottolo per il passaggio del guardiano della vigna.
Per ottenere un ceppo rigoglioso, il Lo Frasso asserisce che è necessario scavare a fondo, potare e innestare in autunno e in inverno e vigilare affinché non entrino animali nocivi. Continua col consigliare che assieme ai filari delle viti, che devono essere ben allineate, si pongano quadrati di alberi da frutta: aranci e altre varietà e perfino rose, e per quanto concerne la vendita dell’uva, consiglia di non venderla a prezzi elevati affinché non si dica che l’uva è acerba. Altro punto notevole nel decalogo del vignaiolo è quello riguardante la vendemmia che dovrebbe effettuarsi verso la metà di settembre per continuare per tutto ottobre; ma l’inizio di questo mese serve per preparare le botti, che devono essere ben lavate e controllate. Se per caso l’agricoltore avesse bisogno di soldi, gli si consiglia di vendere il vino in città senza frodare nella misura e di non desiderare la siccità per poter vendere il vecchio e buttare il nuovo, poiché sarebbe peccato mortale e questo non piace al Signore Iddio; ma se per caso il vino si guastasse, allora lo si può vendere per aceto. Il poeta algherese termina i consigli ai vignaioli pregandoli di fare la carità ai poveri mendicanti dei prodotti che Dio ha dato loro.
È interessante anche quanto scrive Martin Carrillo, il visitatore generale spagnolo, arcivescovo di Saragozza, inviato in Sardegna dal sovrano per rendersi conto della situazione economico-sociale dell’Isola nei primi anni del XVII secolo. A riguardo delle vigne asserisce che ve ne sono molte come sono molti i vignaioli, che l’uva raccolta è abbondante e che il vino viene esportato dal Regno in grandissima quantità. Nella relazione segreta, rintracciata qualche decennio fa dai professori Boscolo e Sorgia negli archivi spagnoli della Corona d’Aragona, che il Carrillo scrisse al sovrano, oltre a quella stampata nel 1611, si legge che in Alghero si raccoglieva molta uva ed era abbondante l’esportazio¬ne del prodotto tanto che, quando non vi erano pronte le imbarcazioni per il trasporto del vino in altri Stati ed arrivava quello buono, si era costretti a sbarazzarsi del vecchio.
A proposito del colore dei vini e delle loro qualità, il Visitatore Carrillo, giunto in Sardegna nel 1610, faceva presente che predominavano i bianchi e i neri ed i cannonati avevano un colore rubino ed erano buoni e sani. Il bianco era di moscato e di malvasia e tutti di qualità eccellente.
Luigi Spanu, in Sardegna Magazine, dicembre 1991

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