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Archivio Marzo 2014

Nicola Valle – Illustre cagliaritano. Aipsa edizioni, 2005, di Luigi Spanu

24 Marzo 2014 Commenti chiusi

LUIGI SPANU

NICOLA VALLE – ILLUSTRE CAGLIARITANO

AIPSA EDIZIONI

Finito di stampare mese luglio 2005

 

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Seconda parte

                         ANTOLOGICA

                           Scritti di Nicola Valle e su di lui

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                            ELENCHI BIBLIOGRAFICI

Premessa

Al fine di ampliare le conoscenze sulla personalità e l’attività poliedrica e meravigliosa di Nicola Valle, dopo quanto ho scritto nella prima parte, ho ritenuto opportuno prepararne una seconda, in tre sezioni, nella speranza di fare cosa utile e gradita ai lettori.

Giacché non mi è stato possibile includere nella prima parte tutto ciò che riguarda la vita e le  opere del benemerito uomo di cultura, debbo doverosamente premettere che anche la prima sezione di questa seconda non sarà esaustiva com’era nei miei desideri; infatti, conterrà soltanto alcuni articoli del Valle pubblicati sulla stampa edita nella Penisola  e in Sardegna (non mi è stato possibile reperirne alcuni pubblicati in giornali e riviste della Penisola, soprattutto perché le nostre biblioteche ne sono sforniti).

Ho motivo di ritenere che anche la seconda sezione sia di grande importanza; in essa ho riportato alcuni scritti su N. Valle, a firma di autori vari di grande prestigio, che sono stati già indicati nella prima parte.

Infine, la terza sezione contiene l’elenco di quasi tutti gli scritti che il Valle ha affidato alla stampa isolana e no.

Mi auguro che l’impegno profuso serva a presentare in modo degno la figura di Nicola Valle, uomo che si è rivelato uno dei contemporanei personaggi più in vista del mondo culturale sardo, ricordando che i suoi studi hanno abbracciato varie discipline dello scibile umano.

Il Valle, orgoglioso della sua sardità, attraverso la sua brillante penna ha sempre messo in luce, con senso innato di generosità ed altruismo, i meriti di tanti altri letterati ed artisti che hanno dato lustro alla nostra Isola (sia  a quelli che l’hanno preceduto e sia ai suoi contemporanei).

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                               PRIMA SEZIONE

                    SCRITTI DI NICOLA VALLE

                                 Ubaldo Badas

                                        

A Cagliari gli architetti sono ben rari, al di là dei soliti fabbricatori di edifizi. In piena incandescenza innovatrice, infatti, e dopo tanti anni di futurismo, cubismo, dadaismo, novecentismo eccetera, c’è della gente che, dimostrando senza ritegno, con le opere, di non essersene accorta, non ha il pudore di mostrare la sua cecità sordità, impenetrabilità.

Vengono su opere; perciò, come – per citare qualche esempio – il prolungamento del palazzo Manca (prima a destra, poi a sinistra) proprio nella stupenda Via Roma lungo il mare; e vengono su ancora dei rioni borghesemente idioti come quello nuovissimo di S. Benedetto, concentramento del pessimo gusto come quasi tutti i villini intorno al quartiere S. Avendrace; e chiese indefinibilmente orribili nel loro passatismo, come (…lasciamo stare le precisazioni!); sale di ritrovo e Dopolavoristiche come quelle che tutti i buoni cittadini hanno ormai imparato a guardare senza inorridire per un evidente fenomeno di mitridatismo del gusto; e  soprattutto – dico soprattutto – uno spiegamento di soffocanti bruttezze qual’è la piccola città estiva del Poetto, ossia la più bella spiaggia che si possa immaginare, malgrado le deturpazioni quotidianamente attentanti al suo naturale incanto, e dove tutto è brutto quel che è opera dell’uomo: dal ristorante-capanna, agli stabilimenti detestabili nelle loro linee o insignificanti o brutte; dai casotti verniciati e decorati come peggio non si potrebbe, ai villini-cantoniere dei vari benestanti o nuovi ricchi, e fra i quali soltanto si distingue da un chilometro di distanza quello dovuto al geniale progetto del goliardo Vanzetti.

Una città, giovane, che vive e si rinnova e dove i quattrini per il suo rinnovamento edilizio corrono profusi generosamente senza che tuttavia si riesca ad arginare completamente il brutto, evidentemente architetti ne conta pochi davvero.

C’è voluta la vista lunga e l’intelligel1za di Enrico Endrich per scoprire il talento di un giovane che di passatista non ha altro che un genere di modestia balorda e timida, in contrasto con quella gagliarda sicurezza con cui traccia le linee con musicale fantasia e capricciosa delicatezza. Questo giovane è Ubaldo Badas.

Chi avesse curiosità di conoscerlo potrebbe andarselo a cercare nei pressi del lavori in corso od appena ultimati e da lui diretti, dove si compiace di passare tutto beato le sue mezz’ore di libertà, attratto da non so quale malia, come il delinquente ama ritornare sul luogo del delitto… Più precisamente verso il Terrapieno ch’è forse a tutt’oggi la cosa più bella di Cagliari.

Prima di lui nessuno s’era messo con lo stesso coraggio a svecchiare la città; e le costruzioni di questi ultimi anni stanno lì a segnare il passo, Un “passo da milizia territoriale o da retroguardia; e non avremmo toccato, continuando così, se non il record della pacchianeria costruttiva. Badas può vantarsi della diffidenza con cui la gente grossa ha quasi sempre accolto le sue geniali ideazioni, giacché le bocciature non rettificate della moltitudine ignorante sono molte volte la consacrazione più ambita specie per un ingegno non patentato ed etichettato come quello di Badas. Soltanto ora, passato lo stupore del primo momento, molti che non hanno mai guardato oltre la propria parrocchia e credevano che il limite della possibiiità edilizia fosse segnato dalle torri a ciminiera del palazzo comunale o dalle linee tronfie o sciatte delle costruzioni di vent’anni fa, comincia a prendere gusto alla sobrietà e sinteticità elegante delle opere di Badas.

Altri, ancor più maldestri nel criticare senza prudenza, ripetono, o per snob o per non saper che dire, il luogo comune della stramberia, della tedescheria, del futurismo. del novecentismo, come per fare un’accusa all’autore. L’accusa, in definitiva, ad un artista di talento, di sentirsi uomo del suo tempo. Nientemeno. L’accusa di somigliare, negli elementi accessori, esteriori (e quindi secondari nell’arte) ai migliori architetti dei nostri giorni. Nientemeno. L’accusa di non possedere quella docilità idiota e prona dei più e consistente nel secondare il gusto dei committenti, i quali – a lasciar fare a loro – non uscirebbero mai per tutto l’oro del mondo dal solito stile liberty, stile floreale, stile umbertino ecc. Nientemeno.

Tutto ciò basta per definire Badas.

È la prima volta che di lui si parla in una rivista; e nei giornali egli non ha avuto che la fuggevole e cordiale condiscendenza dei cronisti frettolosi. Quindi per oggi possiamo anche noi chiudere, paghi di questa priorità guadagnataci presentandolo ai lettori prima degli altri.

Molto resterebbe ancora da dire tuttavia, e molto certamente è meglio si potrà dire di Badas quando gli affideranno una buona volta costruzioni da fare e non già robivecchi da aggiustare, come per lo più gli succede.

Potremmo avere allora una sicura prova del suo ingegno e delle sue possibilità.

Ma questo non dipende da lui, dipende dall’intelligenza degli altri. Eppur l’ingegno – ha detto una volta Papini – ha bisogno, come l’amore, di corrispondenza, di simpatia, d’un clima più caldo intorno… Altrimenti intristisce senza produrre niente.

 Da “Mediterranea”      

 

                                  LETTERATURA SARDA 

 

Parlare di una letteratura sarda potrebbe parere un non senso, se non si tenesse conto che la Sardegna è una regione fortemente caratterizzata, eccentrica, vissuta in un secolare isolamento, anzi in una secolare solitudine, nella quale ancora vive, soffre, lotta: terra singolare, varia e strana, incantevole e terribile come un incubo.

Accostandoci al mondo della sua letteratura, vedremo come un po’ in tutti i tempi si ritrovino in essa i caratteri stessi di questa terra; tanto che nell’epoca nostra, nonostante l’opera livellatrice della civiltà moderna, si può ancora parlare addirit­tura di nota esotica a proposito – per esempio – della Deledda o di Sebastiano Satta, che sono fra le voci poetiche più notevoli in lingua italiana.

Perciò affermare l’esistenza di una letteratura sarda (e noti già di letteratura in Sardegna) è lecito e giusto, più di quanto non lo sarebbe a proposito della Liguria, supponiamo, delle Puglie, dell’Emilia o della Campania.

Letteratura sarda vera e propria può peraltro esser definiti quella dei tempi moderni. Del mondo antico infatti non ci rimangono testimonianze apprezzabili. E se si pensa che del periodo nuragico, che fu indubbiamente un’epoca assai evoluta per l’arte e la civiltà dell’Isola (a giudicare dalle magnifiche sculture protosarde) non ci è pervenuto niente, neanche un indizio della scrittura e neppure della lingua di allora; e se si pensa che tutto il nostro ’500 ed il ’600 è dominato da un’altra interessante forma di “assenteismo”, e cioè dalla produzione in lingua spagnola, sia per l’influsso esercitato dalla Spagna, sia per la presenza degli spagnoli in Sardegna, si comprenderà facilmente quanto sia piena di imprevisti questa curiosa vicenda che è la storia della letteratura e della cultura della Sardegna.

L’unico nostro storico della letteratura è stato il Siotto Pintor, che ne scrisse in due volumi, raccogliendo ed annotando diligentemente, piuttosto che vagliando e distinguendo acutamen­te.

(…) L’inerzia è stata vinta; e con essa gli effetti e le cause della malaria. Ma già prima d’oggi – e precisamente agli albori del secolo – l’apparizione di Salvatore Farina in letteratura, di Francesco  Ciusa e Antonio Ballero nelle arti, di Ettore Pais, di Giampietro Chironi e del Fadda nel campo degli studi storici o giuridici o scientifici, segnò il risveglio alla vita di que­st’Isola singolare.

(…) Un altro scrittore, sia pure di minore statura del Farina, ma tuttavia non indegno d’essere ricordato, è Enrico Costa, morto nei primi anni del secolo, romanziere fortunato e fecondo, arguto poeta in lingua italiani, studioso attento e diligente di storia locale, insomma un personaggio tutt’altro che trascurabi­le.

Ma, dopo il Farina ed il Costa, la figura più eminente fra i molti verseggiatori e rimatori dialettali ed in lingua italiana è certamente Sebastiano Satta, morto nel 1914, la cui fama è affidata quasi esclusivamente a due raccolte di liriche: “I canti barbaricini” ed “I canti del salto e della tanca”.

(…) Il Satta fu, anche sotto questo aspetto, il vate, la voce che esprime il tormento e le aspirazioni di un popolo, il poeta in cui tutta una regione si riconosce, e che rispecchia un’epoca ed una civiltà. E chi non tiene conto di questo, rinunzia a comprendere gran parte della sua poesia.

(…) Grazia Deledda è, però, la maggiore scrittrice che abbia espresso la Sardegna, e destinata a grandeggiare nei secoli fra i maggiori narratori di tutti i paesi e di tutti i tempi. Il premio Nobel 1926 non la scoprì; consacrò, solamente, la sua fama che del resto poteva dirsi già universale essendo stata tradotta nelle principali lingue fin dai primi anni del secolo, come pochi altri scrittori, prima e dopo di lei.

(…) Alla Deledda, dei resto, come si sa, non  mancarono sicuri consensi: il Borgese, il Flora, il De Michelis, il Falchi, il Cecchi, la Zoja oltre ai già citati Pancrazi, Momigliano, Russo ed un recente poco ricordato volumetto di Licia Roncarati (ed. De Anna, – Messina); oltre al Bonghi che la presentò al gran pubblico italiano scrivendo per lei ancora giovinetta la prefazione al breve romanzo “Anime oneste”; ed oltre ai molti, moltissimi studiosi, in Sardegna e fuori, che di lei scrissero, parlarono, tradussero.

Non è dunque mancata affatto in Sardegna una tradizione di buona letteratura: e se la figura della Deledda grandeggia e fa spicco, esprime e riassume un’età ed un mondo, tuttavia non li conclude né li esaurisce.

La tradizione continua. Narratori divenuti già famosi come Giuseppe Dessì, altri forse destinati a rimanere inediti come Salvatore Cambosu; critici come Enrico Palqui o Giuseppe Susini; voci di poeti come Mercede Mundula, Marcello Serra o Atti­lio Maccioni, ci incoraggiano a credere che la tradizione conti­nui. Così come in altro settore il retaggio dei vecchi artisti – Ciusa, Biasi, Ballero, Delitala, C. E. Oppo ecc. – viene oggi raccolto da quei nuovi figli ai quali alludeva il Satta vaticinando l’aurora che arderà sui tuoi graniti, o Sardegna!

 Uno dei maggiori musicisti italiani d’oggi – Ennio Porrino – ed uno dei pittori italiani moderni più significativi – Aligi Sassu – non sono forse due figli nobilissimi di Sardegna, destinati a raffor­zare in noi questa certezza?

   Da “Il Ponte”, sett. ott. 1951

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                                    Narratori e poeti d’oggi

 

Spigolando fra le risposte date ad un referendum sulle attitudini letterarie dei Sardi, (pubblicato sull’Almanacco-letterario ed artistico della Sardegna dei 1946) riuscirà utile riferirne qui alcune, per la preparazione del lettore alla conoscenza degli autori contenuti nella presente raccolta. Ed ancora più utili riusciranno ai frettolosi recensori di essa (se ce ne saranno); specialmente a quelli d’oltremare che non sanno molto delle cose dell’Isola. Interessanti, insomma, in modo particolare per chi voglia arrivare, attraverso le scorciatoie, a conoscerci e a comprenderci.

Comincerò col riferire l’opinione di Mercedes Mundula: “Generalmente, parlando, i Sardi riescono meglio di tutto nel non sapersi giudicare. 0 si denigrano o si esaltano; sempre eccessivi. Al loro progresso culturale manca quel grande fattore che è la tradizione. Affrettiamoci a crearne una.

In fatto di attitudini particolari, credo che essi abbiano più tendenza alla lirica e alla, narrativa che non all’umorismo ed al teatro, ma è un’opinione gratuita. Credo soprattutto ai capricci e alle sorprese di madre natura che ha fatto nascere, ad esempio, un Napoleone in Corsica e un Leopardi nelle Marche. L’attitudine artistica è tra i misteriosissimi segreti della natura: più facile scoprire la bomba atomica”. Secondo Gavino Leo, invece, “il Sardo si è fatto i calzari per passare tra i rovi. La solitudine e la malinconia fasciano come scuro velo la sua terra e il suo focolare. La sua cultura progredisce lentamente,  sia per l’isolamento e la lontananza dai grandi centri culturali, sia per la scarsità di biblioteche, pinacoteche, musei e istituti superiori di insegnamento”. Ed è ancora, un altro poeta – Antioco Casula – ad affermare che forse maggiore tendenza è stata finora dimostrata dal nostro popolo per le ricerche storiche e le discipline giuridiche:  “il tipo del letterato puro che crea una scuola e forma dei discepoli non l’abbiamo mai avuto, e manchiamo perciò di una vera e propria tradizione. Spinti da necessità economiche e ambientali, nonché da quella inclinazione che c’è nei Sardi per il pubblico impiego, si sono trascurate le lettere. La letteratura è rimasta come un genere di lusso, un perditempo. Perciò anche i migliori che vi si sono dedicati, sono rimasti quasi sempre dei dilettanti”.

Sullo stesso argomento sembra insistere Nicola Spano.- “ritengo – egli scrisse allora – che i Sardi (oltre che nel lamento, ‘l’attitu sempre d’uso anche se non c’è il morto) riescano bene soprattutto nel diritto. I nostri avvocati e magistrati sono certamente fra i migliori d’Italia per senato e dirittura: in loro sopravvive spesso quella biblica nobiltà ed equità del Capu  cussigiali che giudicava sotto la quercia. Al nostro progresso culturale manca un più frequente contatto con le grandi correnti nazionali e internazionali. le sole che facendoci acquistare più chiara coscienza dei nostri principali difetti, favorirebbero lo sviluppo delle molte innate buone inclinazioni e vocazioni”.

Ed è questa anche l’opinione di Raimondo Manelli.- “I Sardi sono ricchissimi di attitudini artistiche. Ma hanno scarsa fiducia in se stessi e nei loro conterranei. Da noi tutti gli artisti  si fermano -a metà strada: mancano di costanza, di iniziativa, di coraggio, nel cammino dell’arte. Uno incomincia scultore e termina fabbricante di mattonelle; un altro incomincia poeta e termina impiegato del catasto; un terzo critico d’arte, finisce per fare il banchiere… Un po’ di fatalismo orientale e primitivo, passioni brusche e poco durevoli. tutto istinto, tutto colore scarlatto, come le gonne antiche, che poi finiscono col tarlarsi. Ma più che altro manca all’isolano il contatto col mondo moderno.- quando lo scoprono si sentono già vecchi. Per questo, quando qualche rara anima lo scopre per tempo, brilla veramente di luce propria e precorre il tempo avvenire …”.

E finalmente, fra i fattori determinanti dei nostri fenomeni letterari, la insularità è considerata da Francesco Alziator uno dei più importanti: “L’insularità è uno dei fattori più appariscenti dell’influenza dell’ambiente geografico. La grandezza della nazione britannica e la personality inglese si sarebbero levate assai meno alte se Dower e Calais fossero state unite dalla terra anziché divise dal mare. All’insularità la Sardegna, ad esempio, deve l’originalità e il permanere di taluni caratteri della sua gente, la sconfitta inferta, nel 1793, ad una grande potenza quale la Francia e, purtroppo, la mancata influenza del Rinascimento italiano e la mediocrità della sua storia letteraria… L’insularità agì positivamente salvando il patrimonio spirituale dei Sardi ma agì in modo affatto negativo poiché impedì il loro contatto con le grandi letterature. Così come la letteratura russa (dal Vangelo di Astromir sino a Gogol, Turgheniev, Gonciaro, ToIstoi e Dostoiewesky” non esiste per la storia dello spirito europeo, allo stesso modo fino agli  ultimi decenni delí’800, e cioè sino al grande ponte gettato tra l’Isola, e il Continente da Salvatore Farina o da Grazia Deledda, la Sardegna, conta meno che zero nel bilancio letterario europeo. E come gli scrittori russi non perdono, con i contatti occidentali, il loro originale slavismo, così quelli Sardi, inseriti nella vita letteraria italiana, mantengono ed anzi esaltano la loro tipica sardità”.

Dirò, di passaggio, che sentir parlare dei nostri letterati e della nostra letteratura in questi termini, e dagli stessi Sardi, ci sarebbe non solo quanto basta per- considerare almeno in  smentite le loro stesse affermazioni e la loro stessa diffidenza; ma ci sarebbe anche di che compiacersi per chi, come me, molti anni prima aveva espresso una fiducia che parve allora eccessiva.

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La scrittrice cagliaritana Mercede Mundula che si distinse in campo nazionale ed

internazionale con una serie di volumi poetici

 I giudizi più sopra riferiti contribuiranno certamente a portare il lettore in “medias res” e richiameranno la sua attenzione su problemi già proposti, meditati e intelligentemente discussi, se non risolti.

Gli autori delle pagine critiche sugli scrittori, di cui si è voluto a tale scopo arricchire il volume, faranno il resto. Ancora due parole sui criteri con cui si è proceduto nella compilazione dell’antologia.

Premesso che non è possibile pensare un’antologia che per qualche aspetto non si . possa considerare incompleta e lacunosa, l’autore della presente si augura di essere almeno riuscito ad evitare le più gravi ed imperdonabili omissioni.

Tanto meglio per tutti, se la realtà, sarà migliore del quadro qui offerto, e se il bilancio consuntivo risulterà un po’ meno ottimista della effettiva consistenza del patrimonio.

Ed. “Il Convegno”  1958

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                ITINERARIO GASTRONOMICO

 

Omerici banchetti e bibliche tavolate rompono il consueto forzato regime di restrizioni e di privazioni, in occasione di feste o sagre, con cibi degni di mense imperiali.

 Domandiamoci anzitutto se sia possibile imbastire per la Sardegna itinerari gastronomici di qualche interesse, percorrendo paesi e contrade di estrema povertà, e che ben poco – si direbbe – possono vantare in un campo generalmente riservato all’opulenza e al benessere.

La gastronomia la fa il popolo, guidato dal gusto e dall’estro, diremmo dalla vocazione per la buona tavola, e nel corso di molte generazioni, in cui l’arte del cucinare progredisce e si affina. Valgano per tutti i paesi le considerazioni fatte da un esperto a proposito della cucina romana: detestabile, in questa città, la trattoria pretenziosa, l’albergo di lusso; a Roma si deve mangiare dove va il popolo, e se un’osteria comincia a diventare di moda, bisognerà cercarne un’altra più oscura, possibilmente frequentata da capre, da pastori di bufale, da bùtteri, da vetturini.

Il popolo non ama la cucina internazionale o quella dei piccoli borghesi, scialba e anonima, economica. Il popolo non vuole economia, sul mangiare. La cucina romana, perciò, è aggressiva, policroma, gustosissima, quando è genuina e rusticana. Tutto ciò è in contrasto con la proverbiale sobrietà e povertà dei sardi contadini, pastori, artigiani che uno scrittore del secolo scorso definisce per giunta quasi astemi, e che in campagna, lontani dal paesi, spesso vivono mangiando solo formaggio e pane, anche per più settimane.

Ma di quanti contrasti è ricca questa terra sorprendente! Altrettanto famosi sono, infatti, gli omerici banchetti e le bibliche tavolate del sardi, cui servono evidentemente da pretesto per rompere il forzato regime di restrizioni e di privazioni ora le sagre, ora l’omaggio ad un ospite, oppure un convegno d’eccezione, una festa di nozze, e così via. Se ne trovano accenni nelle descrizioni del padre Bresciani, che paragona queste imbandigioni con quelle dell’Oriente favoloso; e se ne fa menzione nelle pagine del barone Manno, dove si parla di conviti di duemilacinquecento persone durati tre o quattro ore, come in Abruzzo; e così nelle note di viaggio di Paolo Mantegazza, che definisce ghiottoni i sardi, la cui cucina trovò ricca di succulente vivande ed i cui pranzi offerti agli ospiti gli parvero vere e proprie cene degne degli antichi romani, dove il solo antipasto poteva durare anche un’ora; e nel giudizio di Semenov, che giudicò raffinato il gusto delle genti dell’Isola, e ricorda alcuni indimenticabili piatti tipici locali, degni di mense imperiali, come per esempio una pernice stufata nel vino bianco con olive fresche e sedano.

E che dire dei vini prelibati, delle uve aromatiche, delle mandorle particolarmente pregiate, dei dolci, dei formaggi, delle salsicce casalinghe sapientemente affumicate al caminetto domestico, delle salse dal sapore gagliardo e condite di strani ingredienti, e della selvaggina, e dei porchetti di latte, e dei capretti, e degli agnelli nutriti di erbe rare, capaci di rendere singolarmente gustose le tenere carni cui il fuoco di frasche lentissimo conferirà sapori e sentori non facili a definire? Gli è che anche per la gastronomia della Sardegna si può ripetere che si tratta di un’esperienza, anzi di una scoperta, graduale e lenta. Perché nonostante le molte possibili citazioni, e malgrado le occasionali numerose digressioni di scrittori antichi e moderni, per noi è mancata sempre la risonanza che fa tradizione, l’eco della letteratura che rende memorabili.

Per ciò ai nostri vini mai celebrati né da re, né da papi, né da cardinali, è capitato il contrario degli altri più fortunati, magnificati anche dalla poesia di tutti i tempi, da Orazio e da Catullo fino al Carducci e Trilussa: ieri il cécubo, il falerno, il màssico, il vin di Cipro, come più tardi il marino, il frascati, il grottaferrata, il genzano; ed altrove il malaga, il bordeaux, il vino del Reno, il tokai, ecc., per non dire dei trionfali vini piemontesi, veneti e soprattutto toscani, alla cui fama basterebbe il Ditirambo di Francesco Redi. A noi non è toccato se non il memorabile elogio di D’Annunzio per il vino di Oliena ch’egli non bevve mai, e che un enologo ha con più esattezza descritto così: “di colore rosso-rubino, tendente al granata, odora di rose fresche e ha gusto pieno e caldo, sapore amabile, squisito, generoso. con retrugusto che ricorda il cioccolato”… E la vernaccia? non è forse il nostro vino più prezioso e squisito, tutto sardo? Ma volle la sorte che una banale omonimia rendesse invece più famosa quella ricordata da Dante (Purg. c. XXIV, 24) a proposito di quel tal papa, ghiotto di anguille ingrassate col latte e annegate appunto nella vernaccia, o vino di Vernazza, in provincia della Spezia, che è un vino delle Cinque Terre, e col nostro non ha niente a che fare. (…)

da “Scompare un’isola” (Viaggio in Sardegna) , 1964

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          PROFONDE RADICI PER LE TRADIZIONI MUSICALI POPOLARI IN CITTA’

                       MUSICA DEGLI SCUGNIZZI CAGLIARITANI

 Il sopravvivere di tradizioni popolari musicali a Cagliari, se sono – ovviamente – scarse, sono però, tanto più interessanti proprio m quanto ci danno una notevole testimonianza della forza della tradizione isolana: così tenacemente radicata, da resistere anche là dove – come a Cagliari – l’urto della civiltà nelle sue varie forme di vita moderna è più violento e massiccio che altrove. Sopravvivenze – aggiungeremo che ci consentono peraltro di affermare che anche per il canto e la musica popolare Cagliari si debba considerare il principale centro dell’Isola.

Basti, per tutte, la presenza del preistorico strumento a fiato is launeddas, di cui l’ultimo e famoso suonatore – noto ziu Acca – è scomparso appena da pochi anni; diciamo famoso perché da tempo immemorabile egli si vedeva, ogni primo maggio, in costume di antico “rigattiere”, accanto al cocchio di S.  Efisio, suonando il suo strumento. Ed oggi annovera fra i suoi abitanti due valenti esecutori – il Melis e l’Erriu – originari di paesi della provincia, assai vicini al capoluogo.

Notevoli per vivacità e musicalità erano a Cagliari i piccioccus de crobi (veri “scugnizzi” cagliaritani) che, quando non sapevano o non potevano altrimenti, si sbizzarrivano in ben cadenzate danze, suonate con l’armonica a bocca o con lo scacciapensieri (detto in dialetto (trunfa); o scandivano ritmi con due piccole, semplici tavolette di legno usate a mo’ di nacchere, dette zaccarreddas. Né più e né meno di quanto si faceva in certi paesi con le campane della chiesa; quando, adoperando con abilità”  il battaglio con le mani, si otteneva un allegro scampanio, detto “arrepiccu”, con cui si potevano dare le stesse combinazioni ritmiche del ballo sardo, e che in mancanza di meglio consentiva ai buoni paesani di intrecciare le danze nella piazza sottostante.

Gente godereccia, amante del lavoro ma anche dei simposi e delle scampagnate, delle mascherate e dei balli, si comprende facilmente come – anche in tempi ormai lontani e molto diversi da quelli di oggi – il popolino cagliaritano, se era disposto, è vero, alle maggiori rinunce ed a sacrifici d’ogni genere, fosse d’altra parte smanioso di divertimenti e si procurasse in vario modo il piacere di allietare le sue riunioni conviviali con canti, suoni e balli, accontentandosi talvolta di forme modestissime e di strumenti primordiali.

Fino a quaranta o cinquant’anni fa, per esempio, non era raro sentire, nelle sere di carnevale, l’allegro vociare della gente che ballava, una coppia alla volta, nei piccoli e malsani sottani delle anguste strade dei vecchi quartieri. Improvvisamente un certo ballo detto “della serva”; e se non avevano altra possibilità, si accontentavano di ritmo segnato con impeccabile accentuazione da un tamburello spagnolo che bastava ai più poveri, evidentemente, come surrogato della musica, arricchito qualche volta dal tinnire di un triangolo che ne ravvivava l’effetto.

Una delle più tipiche manifestazioni della musica-poesia popolare cagliaritana è il muttettu; che nella sua più frequente e più nota espressione è canto monodico, accompagnato o no dalla chitarra, e concluso o no dal coro col caratteristico “trallalera”. E’ noto che esso consiste in una quartina di settenari, in cui il primo distico (detto sterrimentu) esprime un’immagine, un’idea peregrina e non connessa con quella contenuta nel distico successivo, del quale forse vuol essere una specie dl preparazione; questa seconda parte si chiama coberimentu e contiene l’idea vera dei muttettus, che risultano così di maggiore effetto forse per la loro inattesa affermazione: sia che abbiano contenuto comico, satirico licenzioso, o siano di omaggio alla donna.

Molte e notevoli sono le varianti e le differenze, le così dette mode. A brevissima distanza da Cagliari, per esempio, nelle frazioni o nel Campidano attorno a Quartu, i muttettus procedono a gruppi di tre, e sono formati non già da quartine ma da terzine; il coro risponde col trallalera dopo ogni terzina. Così, s’isterrimentu e su coberimentu non si hanno nella forma conclusa della quartina del tipico muttettu cagliaritano; bensì le due parti si confondono, e si ritrovano diluite, frantumate, intrecciandoli e completandoli nel ripetersi e nel riprendersi successivo.

Esempio:

Po Sant’Anna avvocada

Béndinti muscadeddu

Po Sant’Anna avvocada

 coro: (trallallera)

 

Muttettu successivo:

 

Po Sant’Anna avvocada

Po unu piscadoreddu

S’arruga avvolotada

  Coro: (trallallera)

 

E ancora:

Béndinti muscadeddu

S’arruga avvolotada

Po unu piscadoreddu

 (ecc. ecc.)

 

Atra forma di canto “definito” (uso tale parola in contrapposizione alla forma di canto “libero”) è quella de is goccius: sono quartine di ottonari rimati, contenenti lodi della Vergine o di qualche santo, proposte generalmente, da una  voce sola, poi riprese dal coro all’unisono, e procedenti così a coppie di due versi, alternativamente. Si cantano durante le processioni, oppure in chiesa ed anche dalle comitive che sui carri addobbati a festa (detti traccas) si recano alle novene.

La forma de is goccius è la sola, di tutta la etnofonia sarda, diffusa in tutte le parti dell’isola, nessuna esclusa; essa è, soltanto, esposta, qua e là, a più o meno lievi varianti che non ne alterano il carattere e nemmeno il motivo, sempre riconoscibile malgrado le differenze. Ad Alghero, per esempio i versi sono settenari: curiosa differenza, anche perché ciò non impedisce che si facciano combaciare con le solite otto battute della musica, solo lievemente alterata nella melodia. I goccius sono la sola espressione musicale sarda che si ritrova nel canto di Alghero, dove sono chiamati goigs: e basterebbe questo a metterci sulla via giusta per risalire alle origini spagnole di queste strofe, che in Spagna si cantano ancora e si chiamano appunto gozos.

Possono esser cantati anche con accompagnamento di launeddas; ed è proprio di Efisto Melis un esempio di geniale e suggestivo contrappunto intessuto sul patetico motivo dei soliti goccius.

Né meno evidenti. – del resto – è l’origine spagnola dei cagliaritani muttettus, detti altrove muttos. Lo schema metrico del muttu – nota il Bouiller – ha strettissima relazione con le canzoni a ripetizione che si leggono fra le poesie del Re Dionigi di Portogallo; e con la lirica spagnola del sec. XV, con i romances glosados, e con la copla in particolare.

Dai muttettus derivano, poi, sostanzialmente molte altre forme; specialmente quella strofica, amebeica, che bene si adatta alla poesia dei rapsodi, di contenuto narrativo o satirico; e che, salvo lievissime insignificanti varianti (sia nel disegno ritmico, sia in quello melodico) ripetono sempre lo stesso schema, e dànno origine così a canzoni formate da una lunga serie di strofe, o stanze, che a Cagliari sono dette curbas (altrove pronunciano crubbas).

Il muttettu dunque, è una forma “definita”, che si è in sostanza allontanata dal canto “libero”, tipicamente sardo: e pertanto deve esser considerata più recente. Tende sostanzialmente al lied, e forse la sua grande diffusione (n tutta l’isola si deve alla sua semplicità e facilità, che gli ha imposto al tempo stesso di cristallizzarsi in modi riconoscibili e consueti, tali da poter essere appresi e ripetuti con facilità da chiunque: adatti per le sagre e le lunghe soste in campagna da cantarsi sulle traccas o durante il lavoro, dai cantastorie nelle bettole o nelle fiere, dai poeti estemporanei nelle gare pubbliche o in piazza.

Sul muttettu non avremo detto ancora tutto e non rivolgeremo la nostra attenzione al canto polifonico che si esegue a Cagliari, da un complesso di sole tre voci a parti reali, ed ancora in uso presso determinate classi popolari. Ma qui il discorso si farebbe troppo lungo; e pertanto se ne potrà trattare in un successivo articolo.

Da  “L’Unione Sarda”, 30 aprile 1961

     RICORDO DI UN CAGLIARITANO ESEMPLARE -  CASIMIRO DE MAGISTRIS

 Ogni volta che si riparla di qualcuno della famiglia De Magistris, rinasce in me come un vago senso di orgoglio, riconoscendomi il privilegio di essere uno dei pochi, ormai, che possono dire di averne conosciuti più degli altri, per lo meno fra i miei coetanei. Perché ho avuto la ventura di cominciare dal vecchio conte Casimiro, che era una figura caratteristica di vegliardo e di signore di antico stampo, assai noto in città quando io ero ancora bambino. Mi capitò di avvicinarlo perché, oltre tutto il resto – a lunga barba fluente, l’abbigliamento, la mimica – me lo faceva apparire singolarmente interessante la sua passione per la musica. Suonava il violino e, a giorni ed ore fisse, vi si applicava con diligenza di scolaro, eseguendo e studiando (con il mio maestro di allora, Venturino Zedda) duetti per due violini o per violino e viola.

In seguito fu col «nipotino» Casimiro che la relazione divenne amicizia vera e propria e si rinsaldò, per l’appunto, attraverso la musica, che anch’egli coltivò da ragazzo; e che però dovette abbandonare prematuramente, incalzato da ben più pressanti esigenze: gli studi classici e universitari, poi l’impiego e la carriera, e persino le condizioni di salute.

Nel frattempo ebbi modo di conoscere anche la fervida intelligenza, la generosità e la vitalità dei minori suoi fratelli – Luigi e Paolo – che mi furono affidati come ottimi scolari per l’intera durata del corso liceale al «DettorÌ».

Casimiro se n’è andato in pochi anni, come se avesse frettolosamente concluso la sua giornata e la sua missione su questa terra, lasciandoci in cuore un grande rimpianto ed un insistente bisogno di riparlarne.

Ma per la sua modestia, che lo portò – da vivo – a starsene piuttosto appartato, nonostante le altissime cariche da lui ricoperte (Prefetto di prima classe della Repubblica, Capo di Gabinetto del Presidente del Consiglio, e ancora Capo dell’Ufficio Regioni al Ministero degl’Interni) dopo la sua scomparsa non ci è mai riuscito facile ricordarlo a chi non l’ha conosciuto: perché è stato come se lui stesso si fosse ancora e di proposito circondato di silenzio, o avesse predisposto ogni cosa perché qualunque tentativo di riesumazione, più che un desiderio di spirituale sopravvivenza, apparisse vanità e vanagloria. E invece non è così. Perché la memoria dei buoni non impallidisce tanto presto, come vorrebbe farci credere il cinismo e il pessimismo dei peggiori.

 Famiglia De Magistris. Da sinistra, il maggiore Edoardo, deceduto nella guerra 1915-18, il Conte Casimiro, funzionario delle finanze, deceduto nel 1922, e Edmondo, medico chirurgo, e padre del prefetto Casimiro di cui si parla in questo articolo di Nicola Valle.

  

Ho letto, perciò, con curiosità e commozione l’affettuoso libretto scritto e pubblicato recentemente dal fratello Paolo – «Infanzia come una sinfonia» – dove Casimiro fa rare fugaci apparizioni: per esempio là dove è ricordato a braccetto del nonno, intento ad ascoltare la messa in Duomo, come in una simbolica figurazione in cui la veneranda vecchiezza dell’avo si appoggiava all’adolescenza del nipote, già ricca di promesse. Ma ho letto parole appropriate specialmente nella breve introduzione, là dove è stato ricordato insieme al padre: «Un senso del dovere spinto oltre i confini dello scrupolo ne aveva minato la salute; un misterioso legame ne uni la morte con quella di papà; in un anno, due terribili colpi aprivano un vuoto incolmabile nella nostra famiglia».

Un destino invincibile sembra ora riportarci dinanzi, insieme, questi campioni di virtù occulte: forse anche per ciò il loro passaggio su questa terra non è stato inutile, perché malgrado il tempo e la memoria che fanno impallidire ogni cosa, essi sopravvivono e continuano a far del bene, insegnando, ammonendo; e la loro vita, così, si perpetua davvero in questo puntuale rinnovarsi e rinascere dei ricordi.

Me lo ha confermato anche una pagina esemplare in cui, giusto dieci anni fa, Ubaldo Nieddu fece tornare tra noi l’amico perduto, rievocandone le rare qualità morali, le battute degli anni ginnasiali, l’inguaribile nostalgia per la sua città, la competenza e la preparazione nient’affatto comuni del funzionario; oltre all’onestà, la modestia, l’abnegazione – nonché il disinteresse -nell’espletamento del suo ufficio. E lo ha ricordato insieme ad altri tre o quattro cari amici scomparsi – in pace e in guerra – morti uno dopo l’altro portando con sé l’immagine di una Cagliari profondamente amata: «Tutti i figli (veri o di adozione) di una Cagliari nobilissima, tutti coloro che sognarono e fecero guerre, ai quali la morte risparmiò in tempo di essere presi dalla moderna noia della Patria, tutte queste medaglie d’oro e d’argento si saranno trovate e avranno parlato di Cagliari con Casimiro, il più autentico figlio di una città nobilmente incapace di imporsi con l’intrallazzo, con il carrierismo, con l’avidità, con il calcolo personale».

Non si dica che ho deviato, parlando poco di Casimiro e troppo dei suoi biografi. Ciò si deve al fatto che, com’é giusto che il ricordo dei buoni non sia negletto né inutile e pertanto non impallidisca, così anche una bella pagina ha diritto di sopravvivere.

Casimiro De Magistris sarebbe del mio stesso parere; e forse sarebbe lieto di essere stato onorato così…

 Da “L’Almanacco di Cagliari”, anno 1971

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                        Cosa si pubblica in Sardegna

                              I taccuini di Enzo Espa

 

Enzo Espa ha pubblicato (pei tipi della «Tipografica» di Nuoro) un volume intitolato «Gli Arcobaleni», di oltre trecento pagine; che meritano di essere segnalate per  la ricchezza di notizie curiose e interessanti, per la novità del contenuto, per il garbo e la sobrietà della esposizione. Tutte cose che forse né il titolo né il sottotitolo «<saggi di studi di cultura e vita sarda») dicono chiaramente agli studiosi di etnografia ed affini, cioè ad un genere di studiosi ai quali particolarmente quest’opera riuscirà interessante. Si tratta infatti di una copiosa raccolta di proverbi antichi ed antichissimi, che il popolo talvolta ancora ripete, specialmente nei paesi più saldamente legati alle secolari tradizioni domestiche: e non soltanto proverbi, ma anche semplici vocaboli, modi di dire dialettali, filastrocche, superstizioni, piccoli cerimoniali, rituali, figure di personaggi caratteristici di notevole rilievo, e via dicendo. L’autore ha avuto la perspicacia di rintracciare, ricostruire, raccontarci tante curiose vicende, e farne una vera e movimentata rappresentazione di antica vita paesana, preziosa, se non altro, per la rarità e la inopinata riesumazione di antica vita paesana, di usi e costumi di una società in rapido processo di sparizione; e proprio per questo, tanto più opportuna la raccolta che ha spesso quasi carattere di scoperta o di rivelazione.

Naturalmente tutto ciò, ripetiamo, vale soprattutto per gli etnologi, i ricercatori di professione, i raccoglitori di sensazionali motivi folkloristici, e persino i glottologit, ed i cultori di storia locale: i cultori, beninteso, di una storia minore, ma tuttavia capace di illuminare su certi particolari rimasti in penombra nelle narrazioni di maggiore impegno. Cose di grande o di piccolo conto – osserva giustamente lo stesso autore del libro – nel capito1o «Il poeta e i dragoni» ma che costituiscono la storia motivata e sincera del vivere di quegli uomini.

Bisogna però aggiungere che il libro si raccomanda anche ai lettori non addetti ai lavori di cui sopra, perché ognuno dei suoi brevi capitoli (e sono ben cinquantuno) promettono una lettura addirittura divertente. Non vorremmo fare citazioni, perché si potrebbe pensare a zone grigie o meno grigie del volume. Ma se proprio si volessero indicare alcune, delle pagine capaci di valere come un sicuro invito alla lettura, richiameremmo l’attenzione su quelle intitolate L’accabadoraIl paneGettare la saliva per terraIl piatto di burla - Come si ruba il latte alla puerpera - I giuochi d’amore  – Il letto nuziale - ecc.. Una parola di meritato consenso va detta anche per la veste editoriale, e soprattutto per le illustrazioni: sono disegni di Sisinnio Usai, notevoli per la spigliatezza del tratto e l’appropriata interpretazione degli argomenti.

 Da “L’Unione Sarda” 

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              RIDIVENTA ATTUALE LA RIVALUTAZIONE DEL NOSTRO   

                         PATRIMONIO FOLKLORISTICO

 

               Dai motivi dei vecchi costumi suggerimenti alla moda d’èlite

 Ha scritto un’esperta di mode femminili: “I tessuti rustici, i ricami, i merletti della Sardegna vengono utilizzati nel settore della Haute couture” – L’importanza dei costumi dell’isola nelle opere di F: Figàri

                      

Il prof. Nicola Valle, noto studioso e saggista, animatore  dell’associazione culturale «Amici del libro» di Cagliari è uno dei componenti della giuria del nostro concorso fotografico: pubblichiamo un suo articolo sulla validità folkloristica dei costumi sardi.

 Ho avuto occasione; anche di recente, di segnalare il notevole progresso compiuto dagli studiosi, e in genere dagli osservatoti di cose sarde, circa l’interesse e l’importanza riconosciuti alle nostre traddizioni popolari, ed in particolare ai costumi femminili dei paesi dell’Isola, intesi come mirabili composizioni astratte di colori e di forme da adattare ai floridi corpi delle donne; e, parimenti, l’interesse e la importanza riconosciuta all’arredamento domestico, alle incisioni, ai tessuti, alle oreficerie, ai canti popolari, alle danze. I cui motivi si perdono, è vero, nel groviglio delle tradizioni, che il contadino, l’artigiano, o il pastore hanno elaborato con commossa fantasia senza confini, in estrosi accordi, in simboli ingenui, in sorprendenti stilizzazioni, con una raffinatezza superiore alla sua educazione, con un gusto ornamentale, che rivelano un’abilità decorativa non comune.

Non sono mancati, anche in epoche non recenti. studiosi diligenti ed acuti che – come il padre Antonio Bresciani – si dedicarono a studiare le arti e le tradizioni popolari dell’Isola; quel padre Bresciani – intendo – autore del ricco libro Dei costumi dell’Isola di Sardegna comparati cogli antichissimi popoli orientali (Napoli, 1850 ). Un documento prezioso per la ampiezza della visione panoramica, per l’impegno delle indagini, per la novità delle personali intuizioni (magari non sempre – forse – scientificamente e rigorosamente controllate).

Ma per trovare uno studioso mosso da ben altri interessi, di gusto moderno e diversamente orientato, e più sensibile alla bellezza di quei prodotti della genialità e della fantasia popolare, bisognerà arrivare addirittura agli scritti ed all’opera di un pittore: intendo riferirmi a Filippo Figàri. Il primo, cioè, che non solo comprese, amò, interpretò, elaborò e tradusse in opere destinate a sopravvivere, gli aspetti più caratteristici e nobilmente suggestivi di questo patrimonio che, per intenderci, chiameremo anche noi folkloristico, della Sardegna; ma ne indicò in termini anch’essi nuovi, per quei tempi, l’importanza ed i più notevoli aspetti in uno scritto pubblicato nel 1921 (ed. «Il Nuraghe») ed ora riapparso in un’ampia e bella raccolta di suoi saggi. edita dall’Editore Fossataro).

Molte cose ivi affermate, oggi potranno sembrare ovvie, a distanza di mezzo secolo da quando Figàri, per primo, insegnava ad amare ed a guardare con occhi nuovi un patrimonio che fino allora non aveva richiamato su di sé l’attenzione del mondo della cultura, ma solo ed a mala pena quella dei raccoglitori di curiosità; e non era stato considerato, generalmente, se non con il distacco dell’incomprensione o con il freddo interesse della classificazione scientifica.

Persino l’archeologia – che pure ebbe studiosi di indiscutibile valore (il Nissardi, il Vivanet, il Pais, il Taramelli) non aveva messo nella luce più giusta il valore estetico delle piccole sculture nuragiche che solo più tardi ebbero esegeti quali il Pallottino, il Lilliu, lo Zervos. Nè Lionello Venturi aveva ancora trattato de Il gusto dei primitivi; né Arata e Biasi avevano compiuto quella diligente ricognizione fotografica che un loro fortunato libro riccamente illustrato rivelò al grande pubblico d’oltre Tirreno, tanti anni dopo. Mi limiterò a riferire, dello scritto già citato, un brano che conclude una accurata e particolareggiata analisi del costume femminile: Nessuna gente sorta dallo stesso ceppo del nostro popolo possiede un tesoro così ricco di bellezza; nessuna gente ha saputo sviluppare con tante risorse gli elementi rudimentali di una tradizione meglio di questo, che non esito a definire un popolo di artisti anonimi, ecc. (v. in «La civiltà di un popolo barbaro»).

Come si vede, si tratta di due punti di vista alquanto diversi: da una parte la meticolosa ricognizione di uno storico, di un erudito; dall’altra l’ammirazione estetica di un artista. E potremmo allungare l’elenco e la rassegna. E’ di pochi giorni fa – e proprio su queste colonne – l’esortazione di una studiosa che prevedendo la sparizione totale, tra qualche anno, del costume, si richiamava all’urgenza di un serio studio, di una seria documentazione delle varie fogge di abbigliamento del presente e del recente passato, se non vorremo perdere senza rimedio la possibilità di salvare dall’oblio un elemento del nostro patrimonio culturale: Un elemento, cioè, attraverso il quale è possibile cogliere certe nostre peculiarità, e che può aiutarci a ricostruire la nostra storia e quella dei rapporti tra classi egemoniche e classi subalterne ecc. (Enrica Delitala).

Meno preoccupato dell’inesorabile usura del tempo, anzi palesemente incuriosito delle inevitabili trasformazioni che i tradizionali costumi dovranno ancora subire – sia pure a scapito della loro autenticità – c’è stato qualcuno che, al contrario, si è dichiarato non disposto a condividere il prematuro rimpianto per una bella realtà che tende a scomparire: Noi, che sappiamo quanto il sardo senta ancora il costume come sua autentica espressione, non elemento sopravvissuto del passato, ma piuttosto frammento di tradizione che rientra perfettamente e si ricrea in una nuova concezione di vita, non ci sentiamo di assumere l’atteggiamento del critico intransigente che distingue il bello dal brutto, il vecchio dal nuovo, all’interno di questa realtà in divenire ecc. (Aldo Contini).

Merita di essere ricordato – valga quel che vale – anche l’entusiasmo manifestato da una esperta di mode femminili; la quale, dopo aver messo in evidenza la tipica atmosfera solare dell’Isola, in cui l’artigianato sardo trova il suo ambiente più favorevole alla creazione geniale, notava con soddisfazione che si va attuando un esperimento suscettibile di notevoli sviluppi: i tessuti rustici, i ricami e i merletti della Sardegna vengono utilizzati nel settore della «haute couture». I motivi del costume sardo assumono il ruolo di un utile suggerimento nelle loro infinite variazioni ecc. (Maria Foschini).

Come si vede, questo patrimonio è come uno scrigno che ha gemme per tutti. E bene perciò si è pensato ad una rassegna fotografica che gioverà in ogni modo; e che in attesa che si provveda alla auspicata raccolta – seria, completa, sistematica – potrà contribuire, se non a conservare, certamente ad assicurare 1l ricordo di qualcosa di prezioso che merita di sopravvivere.

 Da “L’Unione Sarda” 7 aprile 1974

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Cent’anni fa nasceva un autore drammatico che lavorò con Puccini e Mascagni

 

GIOVACCHINO FORZANO: A CAGLIARI CON LA “TRAVIATA”

 

Personaggio singolare per esperienza e cultura teatrale, dinamico, intelligente, aore drammatico, regista cinematografico, librettista, conferenziere, giornalista collaboratore de «La Stampa» e del Corriere della Sera, creatore del «Carro di Tespi lirico»; e, in altri tempi, persino attore e cantante, Giovacchino Forzano fu più o meno sempre e ingiustamente guardato con un certo distacco dai colleghi e dai critici, che cercarono di isolarlo. E persino gli storici della musica e del teatro spesso si limitarono a nominarlo appena, o magari ignorarlo del tutto, nonostante i suoi successi e nonostante sia stato il librettista di Puccini di Mascagni (oltre a Wolf Ferrari, Leoncavallo ed altri). Silvio D’Amico, nella sua voluminosa, e autorevole Storia del Teatro Italiano in ben 4 volumi, se la cava con appena quattro righe, che sono un capolavoro del dire e non dire. E non è da trascurare che si è tentato di sostituirlo anche nel ruolo più suo, tentando di contrapporgli nientemeno che Gabriele D’Annunzio; che, viceversa, non aveva dato prova convincente nell’unico suo esperimento, la Parisina, musicata da Mascagni. Il quale invece, anche negli anni della maturità affidò Il piccolo Marat ancora a Forzano.

Lo conobbi all’Arena di Verona e potei osservarlo alle prove (cosa ch’era da lui rigorosamente vietata a chiunque non facesse parte dello spettacolo: ma io, in quegli anni, facevo parte dell’orchestra che fu prima diretta da Sergio Failoni, e subito dopo dal M. Bavagnoli). Assistei quindi alle sue sfuriate che, come bene dice Geron, oontribuirono alla continuità di quel melodramma che lo aveva attratto fin dalla prima giovinezza, tanto da fargli ripudiare anche gli studi di medicina.

Nel settembre del 1958 accettò una scrittura per l’Anfiteatro di Cagliari, dove preparò le rappresentazioni di Bohème e Trovatore. Fu un periodo breve ma intenso. Ricordo ancora il suo correre furiosamente durante le prove, dalla platea alle gradinate, dalle quali piovevano le sue urla; poi i suoi occhiali a pince-nez; e il nome di battesimo, preteso irremovibilmente Giovacchino, con tanta ostinazione che una volta fece ritirare dalla circolazione i manifesti già pronti ma, ohimè, privi della immancabile lettera v.

Ed infine la sua dedizione alla causa dell’opera lirica, spinta fino al sacrificio. Era capace persino di adattare i versi del libretto alla musica ch’era stata già composta (per esempio nel famoso duetto proprio del mascagnano Piccolo Marat (atto secondo).

Nelle poche settimane trascorse a Cagliari, Forzano volle visitare la città con interesse di studioso; si informava di tutto e di tutti, godeva il nostro sole autunnale ed il nostro mare lungo le spiagge e dalle banchine del porto. Invitato a tenere una conferenza agli «Amici del Libro», accettò senza farsi pregare. Parlò per un’ora di un argomento riguardante il teatro, naturalmente. Pregato di concedere un autografo su un album, vi scrisse queste poche paroe: «Ho scoperto che Cagliari è l’Antologia delle città d’Italia. Mi spiegò: tutte le bellezze che sono in ogni città d’Italia si rivedono a Cagliari». Così vogliamo ricordarlo a cent’anni dalla nascita e a quattordici anni dalla morte che avvenne a Roma nel 1970.

 Da “L’Unione Sarda”,     1984

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           ANNIVERSARI – VENT’ANNI FA MORIVA ENNIO PORRINO

                          La Sardegna in sinfonia

 Si sentì parlare di Porrino, per la prima volta, nel 1931: si  trattava di un concorso musicale nazionale, bandito da un grande quotidiano romano – Il Giornale d’Italia -, ch’egli, appena ventiduenne, vinse clamorosamente con una lirica – Traccas – su versi di Satta. Due anni dopo, l’evento si ripeté con il poema sinfonico Tartarin de Tarascona,  vincendo stavolta un altro importante concorso bandito dall’Accademia di S. Cecilia, di Roma, ed eseguito subito all’Augusteo, sotto la direzione del m. Molinari. Fu un incontrastato successo di critica e di pubblico, e di qui ebbero inizio la rapida ascesa e le sempre crescenti affermazioni, ed i consensi: gli ammiratori ed i sostenitori, oltre il maestro Molinari, si chiamavano Previtali, De Rensis, Respighi Gui, Stokowsky, Lualdi, Tebaldini, Casella, Papini, Ricciotti, Parente, Rossellini ecc. Su.bito dopo, nello stesso anno, l’esuberante musicista presentò un altra opera che ebbe accoglienze addirittura trionfali, e fu, subito dopo, eseguito dappertutto, nelle principali città d’Italia e perfino in America: il poema sinfonico Sardegna (1934).

Non rifaremo il lungo elenco delle opere e delle successive affermazioni, in questa breve rievocazione  commemorativa a vent’anni dalla morte. Vogliamo tuttavia fuggevolmente segnalare qualche aspetto veramente singolare di questa vicenda artistica ed umana. Potrà interessare infatti, tra gli altri, i cultori di psicologia; gli etnologi, gli studiosi di estetica non solo musicale, questa esplicita vocazione del Porrino verso la spiritualità isolana, la sua sensibilità musicale, il pathos di un’Isola dov’era nato, è vero, e da madre  sarda, ma che aveva lasciato quand’era ancora bambino. E già in queste composizioni – due su tre – ritornano insistenti i richiami dell’Isola, come del resto gli avverrà ancora in seguito fino all’ultimo giorno.

Diremo di più: questi richiami (di proposito evitiamo la parola «motivi») non sono stati mai trascrizioni, elaborazioni, trasposizioni, rifacimenti di motivi popolari (ciò, tutt’al più, si potrà notare nella sola «suite» Tre canzoni italiane, del 1939): nel poema Sardegna, il musicista compie il prodigio di una intensa libera interpretazione della musicalità del popolo sardo, dei cui moduli, o stilemi, o accenti melodici egli non si serve affatto, pure essendo presenti nella composizione. Tanto più singolare il fatto in quanto, fino allora il Porrino non aveva avuto occasione di conoscere direttamente il patrimonio etnofonico isolano, avendo sempre dimorato in città della penisola.

  

Nicola Valle fu un estimatore dell’opera e della figura di Ennio Porrino tanto che gli dedicò alcuni numeri de “Il Convegno” e scritti in altre pubblicazioni

 Vorremmo rapidamente accennare – soltanto accennare – ai momenti successivi ed alle sempre più sicure e convincenti prove di una genialità che non andarono mai smentite; ai poemi sinfonici, ai concerti, alla musica dei balletti, alle suites, alle opere liriche, agli oratori, sempre accolti con favore nei maggiori teatri del mondo.

Una esauriente completa informazione si potrebbe avere da una attenta ricognizione dai molti articoli e monografie scritte su di lui, partendo dalla bibliografia che si trova nel volume di Mario Rinaldi (vincitore del Concorso per una monografia su Porrino,  bandito dalla Associazione «Amici del libro,  di Cagliari, e quivi pubblicato nel 1965).

Rinaldi è stato uno dei primi e più convinti assertori della genialità del Porrino, e lo si apprezza soprattutto in un suo ampio saggio apparso nella rivista «Musica d’oggi», di Milano, del 1935.

Ancora singolare fu la sua cultura non solo musicale, senza tener conto dei suoi scritti critici e polemici, di cui è stato ancora il Rinaldi a compilare un utile elenco pressoché completo, ovviamente fino al 1965; con brevi riassunti dei rispettivi contenuti: fra cui il libretto dell’opera in tre atti Shardana, memorie, versi, meditazioni, saggi.

Ma forse la più sorprendente pagina, in tutta la vicenda umana del nostro musicista, è stata lo slittamento di una parte non già dell’opinione pubblica, ma di una parte del mondo musicale italiano, che negli ultimi anni s’incaricò di isolare il Porrino, il quale, in più di lettera ed in frequenti confidenze fatte agli amici, non nascose la sua grande amarezza. Anche questa indagine non si può qui approfondire in poche righe, ma giova accennarvi ; è impensabile che i padreterni della musica di quel tempo abbiano ord1to una specie di tacita intesa per tenere in ombra la fama e la fortuna dell’artista; qualche cosa di simile, del resto, è toccata anche ad altri compositori. E bene potrebbero infatti servire a definirla, per analogia, le parole che Nino Fara, proprio su queste colonne, scrisse una volta per un altro caso del genere, dopo avere rilevato che una certa musica d’opera trova inesorabilmente i visi arcigni che talora ne decretano addirittura ostracismi od emarginazioni: «Visi arcigni? di chi? Di chi presume di avere la autorità di decretare la inammissibilità odierna di una musica diatonica ed orecchiabile, fedele alla melodia schietta e strofica, al linguaggio semplice e chiaro. Per noi, è merito di R. non aver considerato il teatro d’opera né come comizio, né come laboratorio; per il pubblico c’è la gioia di imbattersi in una musica che non annoia ed addirittura diverte, e consente persino il lusso di portar via qualche motivo da ripetere».

Da L’Unione Sarda  Ott. 1979

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                               Un’iniziativa degna di lode

Alla riscoperta di Giuseppe Dessy

Degna di consenso e di lode, l’iniziativa di un convegno di studio sull’opera narrativa di Giuseppe Dessy; convegno tenutosi a Cagliari, con la partecipazione di insigni letterati e critici di alta fama, oltre a un folto gruppo di giovani studiosi, impegnati in relazioni sull’argomento. È stata senza dubbio una buona occasione per proporre una rilettura della produzione dello scrittore cagliaritano; e fors’anche per la eventuale revisione di giudizi e concetti; e per rinverdire la fama di narratore, specialmente fra le nuove generazioni di lettori. Meno opportuna, peraltro, è apparsa qua e là la tendenza a dare alle manifestazioni in parola il tono o il significato di una scoperta o di una riscoperta, tenendo poco conto non solo dei molti premi nazionali assegnati al Dessy in epoche diverse, ma anche del contributo di critica che proprio dalla sua città si è avuto da varie parti, e fin dai primi anni della sua carriera di scrittore, a quei tempi ancora pressoché uno sconosciuto, per il gran pubblico.

Non sarà inutile, perciò – anche nell’interesse dell’informazione bibliografica, che è sempre da arricchire ed aggiornare – tentarne qui una rassegna sia pure rapida e sommaria, di cui gli studiosi dell’arte narrativa del Dessy potranno tener conto; tanto più se è vero, tra l’altro, che molte cose dette in questo convegno erano state già dette da altri assai prima d’oggi. Ripeto: rassegna rapida e sommaria, questa, nell’impossibilità, per il momento, di compiere una più attenta ricerca sui cataloghi a soggetto, nelle biblioteche, o altrimenti.

Ricorderò anzitutto Giuseppe Susini, il quale ha pubblicato, sul Corriere Padano del 12 marzo 1940, un articolo critico presentato in bella evidenza in terza pagina, nella rubrica Scrittori nuovi; dove, esamiando con molta intelligenza ed acutezza la raccolta di racconti La sposa in città, ed il primo romanzo San Silvano, tra l’altro ha detto di quest’ultimo: «Alla memoria di questo piccolo e (sul piano strettamente sentimentale) prodigioso San Silvano, è affidata la nuova prosa del Dessy; la quale, dove non cade nella informazione o nel puro discorso, si accresce e si amplifica direi quasi musicalmente, per una genuina ricchezza di sensi, e per un possesso di qualità espressive coerenti e sicure».

Una rivista che si pubblicava nella nostra città – Il Quadrivio, diretta da Piercarlo Carta – nel fascicolo di marzo 1962, presentava un articolo su Dessy, firmato da Nanni Pirodda; che a proposito del romanzo Il disertore cosi si esprimeva: «Dessy è stato felice nello individuare alcuni aspetti della vita provinciale, di contrasti e di alleanze tra diversi ceti che hanno significato storico. Ma i tratti sommari con cui sono rappresentati, dimostrano che questo non era l’interesse più vivo di Dessy o comunque che il tema non è stato approfondito, cosicché rimane solo come uno sfondo di solitudine e di silenzio in cui vivono le figure più autentiche del romanzo».

Per quanto mi riguarda personalmente, non saprei dire, lì per lì, su quanti giornali ho scritto di Giuseppe Dessy, dall’epoca dei primi romanzi fino ai giorni nostri. È per me motivo d’orgoglio ricordare anzitutto che nel lontano 1946 – cioè in tempi di restrizioni d’ogni genere – essendo riuscito a pubblicare un Almanacco letterario della Sardegna, ospitai due interessanti sue novelle: Silenzio e L’innocenza di Barbara.

Ci sono state poi alcune mie corrispondenze da Roma, pubblicate su L’unione sarda, e riguardanti le rappresentazioni de La giustizia (v. numeri del 12 sett. 1952, dello febbr. 1970, e del 9 febbr. 1971). Ma già avevo pubblicato nel 1958 un’antologia: Narratori e poeti sardi d’oggi (ediz. della rivista «II Convegno»), dove del Dessy si possono leggere due preziosi brani di rara squisitezza: Il bacio, ed un breve capitolo introduttivo per un volumetto di poesie di Giovanni Floris.

Per analogia ricorderò un articolo che Dessy scrisse come prefazione ad un altro libro di poesie di un sardo: Marcello Serra. Sempre per mettere in evidenza la sardità di Dessy scrittore, cito ancora un suo capitolo di cui pochi si sono finora ricordati: è dedicato alle donne della Sardegna, e trovasi nel volume edito dalla Rai, in cui undici fra i maggiori scrittori italiani presentano Le donne di tutte le regioni italiane (ediz. Radioitaliana, 1950).

Né può essere trascurato l’omaggio assai significativo reso più tardi al Dessy con la pubblicazione di un fascicolo speciale interamente a lui dedicato, della già citata rivista Il Convegno, di Cagliari (giugno-luglio 1972); egli molto l’apprezzò, e ne fu particolarmente lieto in quanto fra quelle pagine aveva ritrovato sue novelle ed articoli dispersi e creduti ormai perduti per sempre. Questa raccolta, preceduta da una introduzione di Luigi Baldacci, intitolata «Ritorno di Dessy con un romanzo vero», contiene ricordi di amici e colleghi, brevi ritratti di Eugenio Tavolara, Salvatore Cambosu, Delio Cantimori, Bianca Gerin, Antonietta Fagnari Arese, e un suggestivo finale intitolato «Nostalgia di Cagliari».

Venendo a dire di tempi più recenti, mi pare doveroso ricordare agli immemori e ai distratti che l’associazione «Amici del Libro» di Cagliari, da me diretta, non solo trattò della narrativa di Dessy in varie occasioni, ma nell’aprile del 1972 invitò ben tre oratori per una conferenza-recensione su Il disertore: Mariolina Maxia, Giuseppe Fiori ed Enrico Falqui; oltre allo stesso autore che era presente. Il giorno successivo (2 aprile) dinanzi ad un numeroso uditorio fu consegnata a lui e ad Enrico Falqui in forma solenne una medaglia d’oro per le loro benemerenze letterarie. Sempre riferendomi ai tempi più recenti, mi sia consentito ricordare ancora un mio ampio capitolo (di sei pagine, ed un autografo in facsimile) che si può leggere nel mio recente libro Ritratti letterari, in cui è esaminata e commentata l’opera narrativa di Dessy, fino a «Paese d’ombre».

  Da “3SSE COME SARDEGNA”  

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                             PER UN CAPOLAVORO DI ORISTANO

 Oristano è miniera di tesori d’arte sacra, di cui si parla poco, generalmente. Oltre ai cimeli preziosissimi del Duomo, possiede un Crocifisso che è certamente uno dei più belli fra quanti se ne possono ammirare in tutto il mondo.

Oristano non è solamente la città delle belle mura medioevali, della Torre di Mariano e dell’Antiquarium Arborense; né tutto l’interesse di chi vi arriva per interrogare il suo passato si esaurisce nelle suggestive rovine di Tharros o nella antichissima chiesa di San Giovanni di Sinis, o nella Cattedrale di Santa Giusta. Per la curiosità e la passione dei ricercatori di cimeli, Oristano è miniera poco esplorata di tesori d’arte sacra. Ci sono le due mitre vescovili proprio dell’ex Cattedrale di Santa Giusta, (sec. XIV) e la pianeta detta di Leonardo Alagon (sec. XV) e gli altri splendidi esemplari di una singolare e copiosissima raccolta di paramenti del Duomo, che ci riportano al secolo XIV ma arrivano fino al XVIII. Ci sono i graduali, i vesperali, i responsoriali, gli antifonari splendidamente miniati (sec. XIV e XV) , oltre ad alcuni pezzi assai notevoli di argenteria sacra, sparsi un po’ qua e un po’ là nelle vecchie chiese semibuie della città.

Ma anche a volerci limitare alle opere di pittura e scultura, sarebbe errore considerare unico motivo d’interesse il bellissimo Crocifisso detto di Nicodemo, e che si trova nella chiesa di San Francesco. Una vera e propria raccolta sufficiente a costituire un museo è stata messa insieme alcuni anni fa, ed ha consentito una opportuna visione d’insieme di opere pregevoli datate dal secolo XIII al XIX. Al centro dell’interesse erano due statue di Nino pisano (sec. XIV), una in marmo policromato – L’Annunziata – ivi presentata per la prima volta con tale precisa attribuzione, e ritenuta di esecuzione precedente all’altra statua del medesimo, tanto evidenti appaiono i segni della maniera del padre – Andrea – , nella concentrazione plastica e nel taglio figurale. Un notevole contributo allo studio di queste opere ha dato, in tale occasione, Raffaello Delogu non solo ordinando la raccolta ma redigendo un catalogo che rivela il lungo amore e la competenza con cui egli ha studiato questi testi, in cui rivive tutta una lunga ed avventurosa storia secolare di potenza e di benessere. “Le condizioni particolarmente felici della vita civica e religiosa della città di Oristano durante il Medioevo – avverte Il Delogu -, la potenza alla quale seppe assurgere Il Giudicato di Arborea, i rapporti di parentela stretti dai suoi giudici con alcune fra le dinastie e le case gentilizie più in vista delle città costiere delle opposte sponde, italiana e spagnola, e che trovansi al centro di territori di particolare fecondità e ricchezza; sono questi i. fattori che spiegano come Oristano abbia potuto, in quell’età, farsi centro di una vita anche culturale che i cimeli scampati alle devastazione del tempo attestano non seconda a quella degli altri, anche più evoluti, centri dell’isola”.

   Da “Scompare un’Isola”.

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                                “Cagliari del passato”

   Cap. II –  n. 4

 Ma il “pezzo forte” era senza dubbio il mercato del pesce: occu­pava in tutta la sua lunghezza la parte interna dell’imponente edificio delimitato dai portici.

Un vero museo delle meraviglie: c’erano i pesci freschissimi, spesso ancora vivi, ed i frutti di mare, i crostacei, i mollu­schi, d’ogni forma e d’ogni colore, rari e preziosi, ma anche di qualità comune ed a basso prezzo; un ricco assortimento, come in un acquario, una vera mostra sempre nuova e sempre interessante. Tutto ciò costituiva una grande attrattiva specialmente per gli artisti e per i forestieri; uno spettacolo suggestivo arric­chito dal profumo di mare e dalle voci dei rivenditori, che, spesso portavano ancora in capo le corte “berrittas” di panno nero, ripiegate in avanti, ed invitavano i clienti a voce alta, perentoriamente, ma sorridendo, con dignità e deferenza. La scomparsa di così suggestivo quotidiano spettacolo è stata certa­mente la più vivamente sentita dai cagliaritani, che hanno avuto ragione di considerare imperdonabile la soppressione del vecchio mercato.

La pulizia – diciamolo pure – in qualche punto lasciava un po’ a desiderare; ma in complesso bisogna riconoscere che si era arri­vati, per gradi, ad un discreto ordine e ad un certo rispetto per l’igiene; anzi si era arrivati addirittura, negli ultimi tempi, ad infagottare dentro cuffie e camici bianchi tutti i rivenditori d’ambo i sessi, vecchi e giovani (si tenga presente che le donne vestivano ancora quasi tutte il costume paesano). C’erano anche due particolari assai apprezzabili e provvidenziali: a disposi­zione del pubblico, nel piccolo ufficio delle guardie municipali (allora si chiamavano così) si trovava una bilancia con la quale chiunque poteva controllare il peso della merce acquistata; e c’era un buon servizio di vigili urbani attenti, solerti, volonterosi, con la loro bella uniforme di lana grigia, il kepì, ed una decorativa sciabola che pendeva dal lato sinistro.

Vorrei infine dedicare qualche riga ai piccioccus de crobi: portatori muniti di una capace corbula che caricavano sulla testa, e contenente la spesa che i cosiddetti “signori” avrebbero consumato allegramente a tavola, in famiglia. Erano dei poveri ragazzi, scalzi e laceri, spesso senza famiglia e senza avvenire, che offrivano i loro servizi per pochi centesimi; meritevoli di ben più generosa attenzione da parte delle persone agiate; si preferiva invece ricordarli senza indulgenza per le loro birichinate e per qualche furtarello occasionale, al quale spesso si vedevano costretti, indotti dal bisogno e dalla fame… Non pochi divennero in seguito ottimi artigiani, piccoli esercenti, buoni padri di famiglia, a prezzo di indicibili rinunce e sacrifici. Al di sopra di ogni prevenzione, essi erano anche capaci di ispirare simpatia per la loro vivacità, il loro spirito, e soprattutto per la loro musicalità: infatti, quando non potevano divertirsi altrimenti, si sbizzarrivano improvvisando movimenti ben cadenzati di marce suonate con l’armonica a bocca o con lo scacciapensieri (detto in dialetto “trunfa”); e scandivano il tempo con due semplici piccole tavolette di legno, usate a mo’ di nacchere (dette “zaccarreddas”), e con precise ritmiche battute dei piedi scalzi sul granito dei marciapiedi.

Un cenno a parte merita un’altra curiosa “istituzione” cagliaritana: “is majolus”, ormai scomparsi dal nostro costume cittadi­no fin dagli inizi di questo secolo. Erano una specie di servetti-studenti che, venuti da un paese dell’interno, si adattavano a fare i minuti servizi presso famiglie di borghesi agiati, in cambio dell’alloggio e del vitto. Ciò allo scopo di poter sog­giornare in città per frequentare una scuola pubblica. Dopo essersi liberati al più presto del loro costume paesano per confondersi con gli abitanti del luogo, cercavano di inserirsi così più facilmente nell’ambiente cittadino. Pare che Cagliari ne contasse addirittura non meno di cinquecento.

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Il tenore cagliaritano Piero Schiavazzi, uno dei numerosi personaggi di cui Nicola Valle ha ricordato in tanti suoi articoli

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                           Cose d’altri tempi: canzoni

  Vale la pena di rievocare un’attitudine (molto viva fra la gente del mondo d’ieri, andata progressivamente attenuandosi in questi ultimi decenni, e in taluni casi del tutto scomparsa: il gusto del canto. Intendiamoci: non si vuol qui tener conto del “boom” canzonettistico che oggi ci sommerge tra festivals, concorsi, radiotelevisione e spettacoli teatrali. Si vuole alludere a qualcosa di meno pretenzioso e più personale, familiare, umano, spontaneo, che non aveva niente a che fare con le passerelle e i microfoni, ma esisteva tra la gente, allietando il lavoro. o il riposo nell’intimità domestica. Cantavano le casalinghe e le mas saie intente a sfaccendare, le mamme che cullavano i piccoli, le donne di servizio che facevano il bucato, l’artigiano tra una martellata ed una piallata, il pastore nomade durante le soste del gregge al pascolo e i contadini tra i lavori dei campi. Sono nati così, infatti, i canti che accompagnavano le azioni o i momenti della vita, dalla culla alla tomba (“a ninnìa, attittidus, filugnana, maestralina, graminatoggia, serenate, disispirate, bimbinnadori ecc.”) , i canti stagionali e quelli di carattere religioso o di chiesa, delle sagre, delle processioni e persino quelli delle taverne e delle bettole.

Di questi ultimi, i vecchi cagliaritani ricorderanno il consueto serale concerto a tre voci o tre parti reali (“sa cuncordia”) ; il quale complesso è, in sostanza, nient’altro che l’accordo fondamentale, e forse il canto popolare sardo più antico, arricchitosi, in seguito, di una quarta voce (“sa battorina”) , e nelle sola Gallura di una quinta (la “tasgia”).

D’all’uso caratteristico del canto nelle bettole, di sera, è derivata – come bene a proposito ricorda Giulio Fara – una denominazione non priva di significato dispregiativo: a “sa bastascina”, ossia alla maniera dei facchini o della gente volgare. Tale consuetudine era tanto diffusa, che finì per diventare importuna, a tal punto che a un dato momento e un po’ alla volta si dovettero applicare, sulla porta d’ingresso delle taverne della nostra città, cartelli recanti una vistosa scritta con l’avvertimento: “E’ proibito di cantare” (sic). I popolani invece denominavano più volentieri il loro modulo “a basciu e contra”, in quanto caratterizzato dall’insieme di due voci consistenti in un basso profondo e un “contra” (o “contra tenorem”, o contralto, o baritono) che sostenevano, con l’accordo di due sole note lunghe, la terza voce principale del tenore.

Approssimativamente, in tal modo, riprendevano l’accordo del preistorico strumento popolare a tre canne: “is launeddas”. Una più diffusa esposizione di particolari riguardanti l’interessante argomento, si può rintracciare in un ampio capitolo che si trova nel mio libro intitolato “Scompare un’Isola” (v. pag. 71 e segg.). Di tale complesso, ancora negli anni ’60 fu possibile reperire tre esecutori, che si esibirono anche in una apposita trasmissione a Radio-Cagliari. Oggi invece queste cose sarebbe impossibile riesumarle; lo stesso dicasi per le ninne-nanne, che si potevano udire, provenienti dalle povere abitazioni a pian terreno dei quartieri popolari cittadini.

Altre forme ancora assai in uso a Cagliari: “is muttettus”, con il loro carattere e la loro struttura strofica. Essi consistono in un singolare raggruppamento di due parti distinte (due distici) , alle quali corrisponde generalmente una curiosa duplicità di concetti, e che si indicano stranamente con due nomi: “sterrimentu” e “coberimentu”, rispettivamente il primo ed il secondo distico. Le parole vengono cantate su una arietta breve, di elementare semplicità, con o senza l’accompagnamento della chitarra, e si concludono col caratteristico coro del “trallalera”. Sopravvive inoltre un’altra forma di antico canto popolare, a carattere religioso: “is goccius”. Di esso, come dei “muttettus”, eminenti etnologi – da Raffa Garzia ad Alberto Cirese – hanno parlato e scritto abbondantemente ed esaurientemente; e sono assai noti in quanto si può dire che non ci sia sagra popolare in cui non si possano ascoltare.

Ma in tema di sopravvivenza, in un’epoca in cui rapidamente dileguano i ricordi del passato, un’importanza particolare è da attribuire ai nostri cori che si cantano al seguito delle processioni della Settimana Santa. Sono retaggio della locale Confraternita del Crocifisso, fondata a Cagliari nel 1616, e non hanno nessun riscontro neanche con gli altri canti popolari religiosi della stessa Sardegna (si confrontino con quelli, per esempio, di Bosa, Santulussurgiu, Aidomaggiore).

(da “Cagliari del passato”, parte terza “Vita musicale”, pp 199-200)

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                                    Ritratto di un scrittore vivo

                 

 

Questo capitolo era già scritto, pronto in tipografia per essere inserito nel presente fascicolo che già si era deciso di pubblicare in occasione della presentazione del libro «I giorni della laguna». Non ci sentiamo di cambiare neanche una virgola, e tanto meno di mettere i verbi all’imperfetto: sarebbe una camuffatura, o come un tentativo di alterare i connotati di una istantanea di persona viva (e che preferiamo ricordare così, senza sconfinare nell’iperbole o in quelle deformazioni sempre deprecabili anche se giustificabili, data l’emozione ancora viva per un evento tanto recente); ma soprattutto – e prima di tutto – perché a Lui sarebbe piaciuto così: un omaggio sincero alla cultura ed alla genialità di uno scrittore vivo, più che un necrologio o un articolo di compianto.

 

Ci sono persone che sembrano sfuggire – o di proposito o loro malgrado – ad ogni classificazione, definizione, qualificazione. Sono, per così dire, pezzi unici, esemplari irripetibili, fenomeni tra il sorprendente e l’imprevedibile. Ardua impresa, pertanto, sarebbe pretendere di tracciarne un profilo preciso, raffigurandole in una o due paginette o in definizioni sia pure appropriate ed esaurienti,. perché sembrano custodire gelosamente abissi di coscienza, inesplorate accidentalità, prospettive assurde, incredibili zone d’ombra. Mi proverò tuttavia, a mio rischio e pericolo, a dire qualche cosa di Francesco Alziator.

Ecco un uomo con le carte in regola, o per meglio dire, con tutte le carte in piena regola; il quale, compiuti gli studi universitari a Cagliari, si è laureato in Lettere, e poi, quasi a volersi subito distinguere in mezzo alla folla dei laureati (troppi anche allora) si è addottorato in Giurisprudenza, pur sapendo che non avrebbe mai conosciuto lo studio di un avvocato, né avrebbe mai cercato un impiego, di nessun genere. Continuò invece a studiare, così, per vocazione, perché lo studio è il suo miele, il pane per i suoi denti, il cibo che solum è mio, come direbbe messer Niccolò; il resto per lui viene dopo. Intatti relativamente tardi si è deciso a scrivere sul serio, a sistemarsi come insegnante, a conseguire la libera docenza, a fare l’assistente alla cattedra universitaria di Letteratura italiana (prima con Giuseppe Citanna, poi con Carlo Grahber) e successivamente a fare l’incaricato di Filologia romanza. Più tardi si è dedicato alla Storia delle tradizioni popolari, ed ora è titolare di tale disciplina nell’Università di Sassari.

Tutto questo potrebbe interessare poco se non fosse già di per sé indicativo di una forma mentis, di un’ansia di conoscenza e di esperienze. Ma non è tutto. Parla quattro lingue straniere come Mendelssohn, ama i cani ed i cavalli come l’Alfieri, viaggia volentieri e spesso come Goethe, è sensibile amatore d’arte come d’Annunzio, buon giudice di cose musicali come Heine, appassionato cultore di discipline scientifiche come Pio XI.

Anche tutto questo potrebbe avere scarsa importanza se non si dovesse precisare che non si tratta di un dilettantistico spilluzzicare un po’ qua un po’ là, come fanno i pretenziosi o gl’inappetenti. No, lui digerisce bene ed assimila in modo sorprendente: provatevi, per convincervene, a sparargli a bruciapelo un quesito di linguistica, di storia, di estetica, di letteratura straniera.

Fin qui dunque ce ne sarebbe quanto basta per qualificarlo e per far riflettere certi presuntuosi faccendieri che arrancano sui remi nel mare periglioso della cosiddetta letteratura militante; certi provinciali intraprendenti alla caccia di lodi, premi, stipendi, o della valorizzazione e supervalutazione dei loro cacheronzoli che magari il venticello politico del momento può favorire e sospingere verso il piccolo intrigo proficuo e redditizio.

Bisogna anche aggiungere che il peso dell’erudizione, che spesso crea una specie di isolamento inevitabile, in lui non è riuscito a soffocare l’estro, il gusto, la vivacità; ne la comunicativa, la facondia, ed alla occorrenza la nota brillante. Che sono in definitiva le qualità che fanno il buon giornalista e lo scrittore. Inutile stupirsi e gridare all’incongruenza, all’incoerenza, all’incostanza, alle inversioni di marcia, alle deviazioni, alle dispersioni, alla doppia faccia della sua personalità di studioso e di artista; inutile stupirsi se noteremo che in certi momenti la chiarezza intellettuale più rigorosa e spietata e la artigianale fatica della ricerca erudita lo distolgono dai fioriti sentieri dove – tra brividi ed emozioni più schiette e nella iridescenza e fosforescenza delle sensazioni – trova miglior ristoro la mente e lo spirito. Tutto in lui si concilia sotto la maschera di una calma apparente. Così, se qualcuno pensasse di insinuare sospetti di volubilità e di conformismo, potrebbe sentirsi rispondere che si tratta piuttosto di duttilità, versatilità, esuberanza, aggiornamento, adeguamento; quindi di realismo. Così, se da una parte sa accogliere in sé le vibrazioni della buona musica o le emozioni della vera poesia, d’altra parte e con la stessa intensità e lucidità gli riesce di capire e giustificare le diavolerie degli scalmanati e persino degli incapaci, magari come per un assunto filantropico, altruistico, umanitario, doveroso; una manifestazione delle sue possibilità di apertura e del suo ottimismo, o del suo amor vitae, un atteggiarsi della sua insaziabile volontà di comprendere e di approfondire. Insomma, del suo impegno culturale.

A questo punto mi pare d’essere andato troppo in là nell’indagine non senza arbitrari sconfinamenti; e so bene che in questi casi più il discorso si allunga e più si aggrava il pericolo ed il peso degli errori e delle inesattezze, sia pure involontarie. Meglio, senza dubbio, sarebbe stato parlare dei suoi libri, impresa meno rischiosa (e più facile, attenendomi ai testi) ma non consentitami oggi qui dallo spazio. Perciò mi piacerebbe dire almeno di un suo libro da farsi, un libro dedicato a Cagliari, un libro proposto ed atteso, probabile ed auspicabile, anzi già scritto: potrei infatti, di esso, fin d’ora indicare i temi e persino i titoli dei capitoli. I lettori avranno forse capito che alludo a molti articoli scritti da Alziator sulla nostra città, senza pensare a farne un libro, ma che meritano di diventarlo: Cagliari potrebbe avere in tal caso il privilegio di un’opera degna di stare alla pari – tanto per fare qualche citazione – con la Guida sentimentale di Torino, di Mario Gromo, o con la Guida sentimentale di Venezia, di Diego Valeri, o con Vecchia Milano, di Marco Ramperti, o con Ama Firenze, di Piero Bargellini. Se ne accenna qui, perché il suo nuovo libro di cui in questi giorni molto si parla - I giorni della Laguna - appare come un felice incontro delle caratteristiche dell’autore, pur così diverse e talvolta persino contradditorie, recando un considerevole contributo alla storia ed al tempo stesso riuscendo ad avvincere il comune lettore rendendo suggestiva ed interessante la materia ai non specialisti; ed ottenendo consensi dagli accademici professionali, come pochi in verità avrebbero saputo fare.

Pubblicando in questo fascicolo alcuni di questi capitoli si è dunque offerta la degustazione di due primizie: de “I giorni della Laguna”, e del libro da farsi, entrambe stimolanti e prestigiose. Meno rischioso sarebbe stato, ne convengo, seguire lo strano suggerimento di Giuseppe Prezzolini che in un recente articolo ha proposto che bisognerebbe abituare gl’italiani a scrivere sempre aforismi invece che articoli, perché la carta costa troppo cara… Per le biografie non si potrebbe, analogamente, limitarsi ad una definizione, anzi addirittura a un semplice motto? Per Alziator, casomai, andrebbe bene questo (e credo che potrebbe accettarlo di buon grado anche perché scritto da una donna intelligentissima, e per di più bellissima: Isabella Teotochi Albrizzi, che è stata l’amante nientemeno che del dannunziano poeta Ugo Foscolo, al quale infatti si riferisce): La sua vasta memoria è cera nel ricevere, marmo nel ritenere.

(da “Il Convegno” n° 1, gennaio-febbraio 1977)

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            TRE LETTERATI ALLA SCOPERTA DELL’ISOLA

 Fra le spedizioni memorabili, tutti ricorderanno quella di Cesare Pascarella, Edoardo Scarfoglio e Gabriele D’Annunzio che, nel maggio del 1882, sbarcarono a Terranova (Olbia) “inviati speciali” dei periodico Capitan Fracassa di Roma, per quella che lo stesso giornale aveva definito, annunciandola vistosamente ai suoi lettori, «una missione diplomatica, letteraria e sociale», nientemeno. E tutto faceva sperare nel migliore risultato possibile di tale «giro in quest’isola pittoresca»; e che da ogni suo punto – sia «dalle spiagge del mare come dalle montagne coperte di foreste e popolate di villaggi quasi ignoti» – Pascarella, Scarfoglio e D’Annunzio avrebbero spedito corrispondenze eccezionalmente significative. Ne erano sicura garanzia, aggiungeva il giornale, «lo spirito acuto di osservazione e il vigoroso intuito artistico dei tre simpatici viaggiatori».

Bisogna riconoscere che fu gran ventura per l’isola tale clamorose ed autorevole presentazione, siglato da così eminenti personaggi, per quanto giovanissimi (D’Annunzio e Scarfoglio non avevano ancora compiuto vent’anni); e sarebbe utile trarne materia di riflessione per considerazioni di indubbia utilità ed attualità; io stesso ho dedicato un intero capitolo al viaggio, visto da una meno consueta angolazione (v. il mio libro “Scompare un’isola”).                                                                          

                                                                                  La “spedizione”, in verità fu provvidenziale – lo ripetiamo – per quanto avrebbe potuto dare frutti più considerevoli e durevoli: addirittura (ed il giudizio non sembri iperbolico) qualcosa di simile a quello che è stato per l’Italia il Viaggio di Goethe, e per la Grecia la “Laus vitae” dello stesso D’Annunzio; il quale, ormai più maturo, dedicò a quel “periplo ellenico” pagine che il Palmieri definisce così: «La Laus vitae ha dell’Odisseo e della Commedia dantesca – di quella lo spirito di avventura e l’amor di conoscenza; di questa l’ansia di una legge morale, di una regola interiore – raggiunge il suo vertice lirico, una catarsi suprema, nella solitudine delle sabbie roventi, dove ansie e problemi spirituali, gioie e tristezze dileguano come per incanto e sull’immenso nirvana galleggia appena la coscienza dei poeta, di sentirsi oltre umanamente beato».

Per la Sardegna, in buon sostanza, quel viaggio fu uno dei tanti che, fatte le debite eccezioni, si risolsero in rappresentazioni affrettate ed occasionali, quando non addirittura tendenziose o convenzionali. I tre non trovarono nell’isola nient’altro che l’ospitalità tradizionale e la cordialità di un gruppo di intellettuali cagliaritani di quel tempo: ma non si ebbe l’eco che avrebbe meritato. E’ anche vero, si dirà, che erano tempi in cui mancava una coscienza turistica ed un apparato burocratico rispondente ad esigenze determinatesi più tardi, e perciò non ci si poteva aspettare di più; quindi se da una parte bisogna riconoscere che qualche buon effetto si ebbe, dall’altra se ne giustifica anche la scarsa efficacia. Dei tre personaggi della “spedizione”, il più espansivo, generoso ed entusiasta fu senza dubbio Scarfoglio: non solo ne fu il promotore abile nella programmazione, e che non risparmiò aggettivi nell’annunciare ai lettori  l’iniziativa, e che poi ripetutamente ne scrisse in articoli-corrispondenze; ma si ha ragione di credere che abbia proprio lui sollecitato anche gli interventi dei due compagni di viaggio durante il loro peregrinare nell’isola, che non fu neanche tanto breve.

All’annuncio dato sul Fracassa il 2 maggio 1882, seguì ben presto una corrispondenza intitolata “Calendimaggio”, riguardante lo sbarco in terra sarda, e recante la data 8 maggio, da Terranova. E’ invece del 21 maggio una sua corrispondenza da Cagliari, recante una bella pagina sulla nostra città, che gli apparve tanto pittoresca e suggestiva. Il 3 giugno, gli ospiti ebbero, in Sardegna, la notizia della morte di Garibaldi; l’Eroe fu celebrato in un articolo intitolato “Il rogo”, e datato 7 giugno, a firma “Papavero”, presumibilmente dello stesso Scarfoglio. Proprio in quei giorni la triade dev’essersi spostata verso l’interno, perché il “Fracassa” pubblicò le due poesie di D’Annunzio: “Sale e Sotto la lolla” il 12 maggio; oltre al sonetto “Spèndula”, il 21 maggio.

Pascarella, con la sua aria di burlone impenitente, cominciò con un sonetto (8 maggio) in cui è raccontata la spaventosa traversata di mare, che tra l’altro lo indusse al proponimento di astenersi per il futuro da simili avventure marinaresche.

… Nel mio capitolo di molti anni fa concludevo il racconto di questo viaggio con un giudizio pressoché negativo, che oggi mi pare di poter attenuare, tenendo conto – per l’appunto – delle molte occasioni che il poeta, nel corso della suo lunga ed operosa esistenza, colse per celebrare la nostra gente e la nostra Isola, rivivendo nella memoria e nella fantasia l’indimenticabile «approdo ad una Terra incognita».

(da “Sardegna fieristica” Aprile-Maggio 1980)

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Come eravamo / La Cagliari degli ambulanti, cinquant’anni fa

         

              GIROVAGHI COME MESTIERE

 Ad indicare i termini dell’evoluzione (o involuzione) socio-economica di una città o di una regione, possono talvolta concorrere anche fattori secondari ed apparentemente trascurabili. Pertanto non sarà inutile rievocare le attività e i modi di compra-vendita dei cagliaritani di una cinquantina d’anni fa, all’incirca.

Quanto al piccolo, anzi piccolissimo commercio, fra le forme memorabili e significative c’erano gli ambulanti: i quali – sarà bene intendersi subito – erano proprio ambulanti in quanto deambulavano effettivamente. Oggi, invece, usurpano questo titolo quelli che potrebbero tutt’al più definirsi bancarellisti: titolo anch’esso in gran parte abusato, in quanto sono ormai legione quelli che trovano più comodo spargere per le strade o disporre sui marciapiedi o su qualche gradinata, mercanzia d’ogni genere. Gli ambulanti di altri tempi percorrevano a piedi le vie della città, per lo più senza neanche l’ausilio di carretti o carrettini a mano, si portavano appresso generi alimentari od oggetti d’uso domestico, ed alcuni offrivano a gran voce l’opera loro di artigiani a domicilio, e che in mancanza di un’occupazione più sicura si guardavano bene dal rassegnarsi al ruolo di disoccupati alla ricerca di posti di lavoro dove possibilmente mancasse proprio il lavoro,  e per gente che spesso niente sa fare e non ha voglia di fare.

Nota tipicamente locale erano i richiami gridati a gran voce, per annunciare il loro passaggio e la loro disponibilità, richiami talora addirittura cantati, come per esempio quello con cui si offrivano le riparazioni di stoviglie o terraglie da «ricucire» diligentemente (Accòncia còssius, o iscivèddas!…); o un altro gridato più semplicemente da un piccolo svelto memorabile vecchietto un po’ ingobbito che affilava lame ( Accùzza fèrri! fèrri-fèrri, fèrri!…). Ce n’erano ciechi o altrimenti minorati, meno chiassosi, che portavano in giro ed a spalla gli articoli che annunciavano: uno di questi si lasciava guidare pazientemente da un carretto trainato da un asinello, carico di sale grosso e fino (bèllu sali a pèrda! e sali pistàu!…). Un altro cieco girava lentissimamente per le strade della Marina, con pesanti stoviglie e terraglie sulle spalle (Bei piatti e orinali!,..). Un maurreddinu presentava le scope fatte di palma nana, produzione locale (Ah, is scòvas de sant’Antiògu!…). Una venditrice di vasi di terracotta per piantine ornamentali era seguita da un’altra che offriva la terra per metterle a dimora (bella terra po is fròris!…). Un napoletano dalla voce stridula, e perentoriamente, annunciava: bella tela a baratto!… E voleva dire «a poco prezzo».

Più caratteristico il piccolo commercio di alcuni generi alimentari come frutta, verdura, ortaglie: erano prevalentemente donne dei villaggi più vicini, arrivavano in costume paesano alle prime ore del mattino, tenendo sul capo la solita còrbula (cròbi) colma di prodotti dei campi. 0gnuna sfoggiava la sua brava cantilena, un invito spesso patetico o addirittura languido (uno dei quali ispirò Gavino Cabriel, che se ne servì come tema di un tempo per un quartetto d’archi). Invito per i pomodori: Arrùbias e cottas – tomàtas oh!… Per i carciofi: Canciòfa casteddaia e frisca, cancof-oh!…; per i cardi: bellu cardu biàncu! eh! su de santa Tennera!…; per i ravanenelli: arravunèllu moddi, su de s’ Annunziàda! Per le albicocche, garantite tutte senza ammaccature: piricòccu tottu senzèru, chi oh! Per i fichi: carigàda e beni cotta, figu nièdd-ohi figu!… Per le fave abbrustolite: fai arrustìa fai, chierè!… E persino per un’erba per distruggere gli scarafaggi: bella frìsia po boccìri is prèttas, bella frisi-oh!…

Quanto alle fave, si potevano anche trovare accomunate alle noccioline ed ai ceci ed abbrustoliti, umilmente esposti sul limitare delle povere case a pian terreno dei quartieri popolari, ed ammucchiati in distinti canestri piatti, di forma circolare, e ciascuno recante in cima al mucchietto un misurino di zinco; o più spesso un piccolo bicchiere cilindrico, di vetro. Le fave invece si conteggiavano a piccoli gruppi di quattro (detti chèmus) e si davano per pochi centesimi. Diciamo, per inciso: ciò molto meglio di quanto oggi si tollera, per lo stesso commercio, in forma indecorosa, fin sotto i portici della via Roma. Non mancavano neppure gli straccivendoli ed affini: A chini tènidi zàppulus, òssusu e ferru bècciu!… E naturalmente si davano da fare anche is arregattèris per la vendita di alcuni prodottic del mare: i ricci (bellus arrizzònis, arrizzònis!…), gli anemoni di mare ancora vivi (orziàdas bìas, orziàdas!l…), le arselle (cocciula accau; bianca; niedda!,..).

Questi laboriosi e intraprendenti girovaghi, durante la stagione estiva, incuranti del solleone si trasferivano al Poetto e si facevano sentire tra i casotti dove, fino all’ultimo periodo prebellico, intere famiglie di bagnanti trascorrevano il giorno e la notte, e le donne preparavano il pranzo e la cena in semplici cucinette di campagna. D’autunno, invece, molte vie e viuzze erano invase dal fumo e dal profumo delle caldarroste.

Una nota insolita, in questo genere di commercio ambulante – familiare – domestico, veniva portato dal carnevale: erano ancora le modeste abitazioni a pian terreno dei quartieri popolari a darne quasi l’annuncio, improvvisando friggitorie per le tradizionali zippulas. Le stesse massaie non smobilitavano neanche in quaresima: allora intatti preparavano le pàrdulas, altro dolce caratteristico di stagione, squisito e di successo sicuro.

Da “L’Unione Sarda”, 9.4.1980

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CAGLIARI / COME VIVERE IN UNA CITTA’ -   IL BASTIONE  E L’ARAUCARIA

                   

Assai opportuno – e speriamo sia anche proficuo – l’intervento di Giovanni Lilliu, che in un articolo pubblicato, su questo giornale, ha recentemente richiamato l’attenzione delle autorità competenti sulle condizioni del Castello medioevale di S.  Michele, in Cagliari. Quasi un grido di allarme per quella che il Lilliu bene definisce «una progressiva degradazione del monumento sino quasi a minacciare rovina; e – cosa ancora – più grave – per la nuova minaccia che incombe sull’importante monumento, e consistente nel rischio di essere ingoiato dalle fauci bramose del drago della speculazione edilizia in mezzo alla indifferenza dei più, e favorita dal comportamento pilatesco di taluni amministratori civici.

La segnalazione dell’insigne studioso giunge tanto più opportuna in quanto richiama alla memoria la condizione di un altro Castello medievale non molto lontano da Cagliari; e tale da offrire ormai un quadro desolante di quel che potrebbe inevitabilmente accadere al San Michele a Cagliari. Alludo al Castello di Siliqua, i cui ruderi (in questo caso si tratta purtroppo di veri e propri ruderi) si presterebbero ancora ad una salutare o almeno parziale ricostruzione. Ognuno potrebbe farsene un’idea chiara leggendo uno studio di Foiso Fois nel quale l’autore ha compiuto un’accurata ricognizione e descrizione del molto o poco che ancora ne rimane, con ampio corredo di notizie storiche e bibliografiche, fotografie e rilievi planimetrici completi di pianta, prospetto e sezione di ogni fabbrico.

Fois conclude con una ammonizione che non sarà inutile riportare qui testualmente: «Dopo questa data (1821) non esiste più storia del Castello, ormai monumento nazionale, meta di turisti e di cercatori di tesori, destinato da questi e da l’usura del tempo alla completa distruzione, se le autorità di tutela e di conservazione dei monumenti non vi porranno mano con la necessaria sollecitudine».

 Sembrano proprio parole suggerite dalle analoghe apprensioni espresse ora per il Castello di San Michele. E se si aggiungerà che l’appello qui riportato è stato lanciato quasi vent’anni or sono ed è a tutt’oggi caduto nel vuoto, bisognerebbe trarne auspici invero poco rassicuranti, e che poco inducono a sperare.

Ancora un anno fa, ebbi occasione di parlarne ad Iglesias indicando più di una via di salvezza per il Castello di Siliqua, almeno nell’interesse del turismo di quella zona, ingiustamente negletto, nonostante le molte possibilità di utilizzazione redditizia suggerite a più riprese. Ma anche questo appello è rimasto lettera morta: non si è mosso nessuno, non si è fatto nessun tentativo, non è stato mai ripreso l’argomento. Nonostante tutto, qui oggi voglio tornare ad un altro tema anch’esso già da me altra volta toccato: il Bastione S. Remy.

Bisogna dire che se lo stato di abbandono dei castelli medievali è veramente imperdonabile come tante altre rinunce che si perpetuano e si rinnovano, quello che ai riferisce al Bastione San Remy (e non solo da oggi) si potrebbe definire addirittura delittuoso. E ciò in considerazione delle lievi difficoltà che comporterebbe i suoi restauri e la sua giusta valorizzazione; e, d’altra parte, in considerazione della bellezza incomparabile della terrazza, che non sarebbe esagerato dire «Unica al mondo» per l’ampiezza e la varietà delle splendide vedute panoramiche ch’essa consente, per la signorilità, l’eleganza, l’imponenza della monumentale costruzione; e insomma per le molte possibilità di rivalutazione e destinazione: per ogni stagione, per ogni ora del giorno, e per ogni categorie di cittadini.

Nessuno – intendiamoci – pretenderebbe, per esempio, di veder rinata dall’oggi al domani la gigantesca araucaria che fino agli anni ’40 superava in altezza le rampe finali della doppia scalinata; ma subito – o in breve tempo, e facilmente – senza ingenti sacrifici finanziari ricostruire il palco per concerti bandistici e corali all’aperto, che già esisteva fino agli stessi anni e che ingiustificatamente si è lasciato andare in malora e se n’è poi decretata la definitiva demolizione; e non sarebbe male, infine, offrire a condizioni vantaggiose il locale ampio, comodo e ben situato da un lato della passeggiata (e già utilizzato nei tempi andati, per bar, cucina e ristorante) ad un gestore che dia sicuro affidamento perché si faccia promotore della riapertura di un bel caffè all’aperto. Questo, tanto per incominciare.

E che dire della superba sottostante passeggiata coperta alla quale si può accedere non solo dalla predetta gradinata, ma anche dalla più agevole cancellata del viale Regina Elena? Una vera provvidenza per sistemarvi i famosi spazi culturali, di cui tanto spesso si parla. Una vera e propria invidiabile, grandiosa Galleria, che naturalmente avrebbe bisogno di essere, per così dire, preparata da condizioni ambientali che al momento potrebbero sembrare difficili. E invece essa possiede tutti i requisiti per diventare un centro accogliente anche per il passeggio ed i quotidiani incontri tra i cittadini, ormai ovunque incalzati dal traffico e da disagi di vario genere. Arriverà, almeno quest’ultimo appello, all’orecchio di chi non vuol sentire?

Da “L’Unione Sarda”, 24 aprile 1981  

             DUE ROMANZI DI AUTORI NUOVI

 Si sono cimentati nella narrativa due autori nuovi; se non addirittura, debuttanti, per quanto se ne sa, non avendo avuto finora notizia di altre pubblicazioni degli stessi. Uno è Giovanni Battista Salis, orgolese, non più giovanissimo, giunto al vertice della carriera di insegnante, e poi preside nei licei classici.

Di lui è uscito un romanzo intitolato Pane d’orzo (racconto barbaricino), scritto in uno stile che denota buone attitudini e sicura padronanza della materia; cioè la vita, i personaggi, l’ambiente, tipicamente paesani, nello sfondo di una Barbagia arcaica e tradizionale.

L’altro narratore, anche lui impegnato nella rappresentazione di cose e vicende della Sardegna paesana, è Palmerio Melis. Il suo romanzo s’intitola Vento della Sierra; che espone e racconta con semplicità e chiarezza; per quanto non manchino, qua e là, manchevolezze che, in una eventuale riedizione, sarebbe bene eliminare, sottoponendo il volume ad una attenta revisione.

Entrambi sono stati stampati dalle Officine grafiche della Società Poligrafica Sarda  di Cagliari.

Una terza segnalazione (e vogliamo limitarci anche qui alla semplice informazione, senza pretesa alcuna di impegno critico) merita una «cartella» del pittore Bernardino Palazzi, presentata con il consueto decoro, che è nota distintiva e consueta di questo illustre artista, nato a Nuoro, residente ed operante a Roma, Milano e Parigi. Contiene un bel racconto di Grazia Deledda – La cerbiatta – compreso nel l. vol. di «Romanzi e novelle» della collezione Omnibus (ed. Mondadori, con introduzione di Emilio Cecchi). Una buona occasione, tra l’altro, per una rilettura della Deledda; rilettura mai deludente, anzi di continuo crescente interesse, malgrado il passare degli anni ed il mutare dei gusti e delle mode.

La «Cartella» è vistosamente arricchita da due grandi tavole fuori testo, a colori, (cm. 35×50) firmate dall’autore, Bernardino Palazzi, che si ispira a scene pittoresche dell’antica Sardegna pastora1e. L’iniziativa editoriale è de I Maestri della Tavolozza di Cagliari; e cogliamo l’occasione per segnalare, della stessa impresa editoriale, altre due «cartelle» del pittore Palazzi, pubblicate precedentemente: una col titolo Sardegna, e un’altra intitolata: Dodici serigrafie firmate e numerate, per i «Sonetti celebrati», di Francesco Petrarca.

 Da “L’Unione Sarda” 1984

          

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LA LINGUA ITALIANA ED IL PREMIO NOBEL GRAZIA DELEDDA

               

 

Gli echi delle celebrazioni del Centenario deleddiano – organizzate a Cagliari dall’Associazione “Amici del Libro” – hanno sempre superato gli angusti limiti regionali per merito della rivista ”Il Convegno”, avendo essa pubblicato spesso le cronache ed il testo di molti interventi. Anche il brano che segue è apparso in uno degli ultimi fascicoli, e sul periodico Pagine della “Dante”, di Roma.

 Su Grazia Deledda (nata in Sardegna, a Nuoro, nel 1871, morta a Roma nel 1936) dirò soltanto alcune cose essenziali, ed in riferimento al tema proposto: che è tema “attuale”, sia per il sempre rinascente interesse per questa narratrice – in Europa e fuori -, sia perché molto oggi si discute sul problema della lingua.

La Sardegna – bisogna premettere – è terra singolare: zona conservatrice per eccellenza, perdurano in essa consuetudini, tradizioni, tipologie, e persino aspetti naturali della regione -spiagge, colline, montagne – in buona parte ancora incontaminati. Fra queste sopravvivenza, i dialetti. Non già che questi abbiano perciò determinato una specie di lingua-dialetto che possa ritrovarsi negli scrittori sardi: al contrario, ed a parte una notevole quantità di poeti popolari in vernacolo (generalmente di scarso valore) tutti gli scrittori dell’isola si sono sempre espressi in ottimo italiano.

Qualche nome: Salvatore Farina, Enrico Costa, Sebastiano Batta, la Deledda appunto, Paride Rombi, Giovanna Dore, Edoardo Fenu, Salvatore, Cambosu, Maria Giacobbe, Attilio Maccioni, Giuseppe Susini, Michele Columbu, Giuseppe Dessì ecc., fino all’ultima rivalutazione postuma dell’altro Satta: Salvatore Batta, autore dei romanzi “Il giorno del giudizio” e “De profundis”, due grandi recentissimi successi editoriali.

Soffermiamoci sulla Deledda, per segnalare, di lei, anzitutto una particolarità notevole: fu un’autodidatta. E, per giunta, donna di poche letture; pertanto non solo non seguì correnti o scuole letterarie fra quelle in voga ai suoi tempi (romanticismo, verismo, “manzonismo”, decadentismo, “dannunzianesimo” ecc.) ; ma tanto meno si adeguò ad un prestabilito proposito di stile-forma. Parlava la lingua del suo villaggio (la Nuoro di allora era nient’altro che un villaggio) ; anzi, diremmo meglio, la lingua del suo rione popolare, quella stessa dei suoi familiari e di quanti frequentavano la sua casa, che erano gente semplice di campagna, lavoratori di paese, persone di poca cultura. Fu così che i suoi primi scritti, ed anche i primi romanzi, recavano, qua e là, fra qualche impurità, i segni di quella “parlata” che la scrittrice trasferiva inconsapevolmente sulla pagina scritta in lingua italiana. Qualcuno è arrivato a pensare addirittura ad una scelta deliberata, ad una posizione polemica, mentre invece si è trattato di una manifestazione spontanea, di una posizione o atteggiamento risultante solo dalla semplicità, dalla sincerità istintiva della scrittrice. Si badi bene, non debolezza, anzi forza interiore, forza della personalità. Tutte cose che le consentirono, più tardi, di liberarsi di quelle veniali (inevitabili) impurità, senza però rinunciare o far violenza alla sua spontaneità, e che invece le imponevano – nei limiti del giusto e nel rispetto della verità – anche una genuinità di espressione, in cui taluno ha visto un “sardeggiare” linguistico, un parlare dialogico, quasi un impatto con la nativa parlata dei sardi della Barbagia: tutto ciò, insomma, parve non già frutto di inesperienza, dell’uso corretto della lingua italiana, ma piuttosto una precisa e consapevole scelta di stile e di linguaggio, addirittura un canone linguistico suggeritole dalla temperie letteraria del momento. Di quelle involontarie e veniali impurità la Deledda si liberò ‘ben presto’ (lo stesso Papini – critico severo, oltre che importante autore – la incluse infatti, poco dopo, nella sua “Antologia dei poeti d’oggi”), serbando intatta, peraltro, la parte vitale del suo sardeggiare linguistico, del suo parlare dialogico, del suo procedere per proverbi e sentenze. Così quello che Giuseppe Antonio Borgese, critico principe militante e significativo scrittore (1882-1952) , definisce il dono del racconto, è da lui riconosciuto alla Deledda, al suo modo brusco e infantile, di sentire la vita e la natura, reso in espressioni di adorabile freschezza, di nobile forza.

Si veda, in particolare, di lui, il saggio intitolato “Due romanzi” (ne “Il Convegno”, Cagliari, lu- glio-agosto 1963), in cui è, affrontato di proposito anche l’argomento delle scorrettezze, e dello stile deleddiano e della lingua, mettendo in evidenza che la fanciulla Deledda sapeva già per privilegio naturale “l’arte di raccontare a distesa, come se nulla fosse, facendo finta di nulla… Essa diceva quello che sapeva a mente, metteva fuori quello che aveva in testa, così naturalmente come il ragno tesse o l’edera s’appiglia; era così ingenua narratrice, così pura di manifeste intenzioni, da sembrare scaltrita, consumata, a vent’anni…”

A questo punto, cediamo la parola alla scrittrice, che certamente riuscirà più convincente: e lo facciamo anche nella speranza che le due pagine seguenti invoglino i nostri amici stranieri a leggere, o a rileggere, qualcuna delle sue opere principali (e ricordiamo, oltre alle già citate, “Canne al vento”, “Marianna Sirca”, il gruppo di novelle “Chiaroscuro”. ..) , opere che le valsero il Premio Nobel nel 1926: unica scrittrice, fra i non molti autori italiani che lo conseguirono. Rileggiamo dunque di lei due brani aventi senso compiuto: il primo, di argomento autobiografico, può dirsi inedito, essendo stato inciso su disco e dettato per la Discoteca di Stato che volle collezionare le voci dei grandi italiani nel periodo anteguerra. Eccolo: “Sono nata in Sardegna; la mia famiglia composta di gente savia, ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca; ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità, anche a me è capitato così. Avevo un irresistibile miraggio del mondo e soprattutto di Roma, e a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani. Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino. Ma grande, sopra ogni fortuna, la fede nella vita e in Dio”.

(Da “Cagliari del passato”, pp. 105-108)

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                       SECONDA SEZIONE

 

 

                 SCRITTI SU NICOLA VALLE

                 

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Recensione a “Variazione sul tema”

           Rubrica a firma di m.m.

 

Dodici scritti già apparsi come articoli, che denotano nell’autore probabilmente  un giovane e, se tale, meritevole d’essere seguito, retto orientamento di gusto, buona cultura letteraria e facilità d’espressione.

Le idee, per ora sono più giuste che originali, scarsamente approfondite, non rivelano che a una buona attenzione barlumi di possibilità veramente personali. Motivi conduttori, un rispetto leggermente mitico dell’Arte, insoddisfazione (e scarsa comprensione)  del tempo presente, giudicato volgare e materiali; aristocratico de mal gusto e della ingiustizie del pubblico.

Argomenti disparati: il pubblico, l’attualità di Schubert, Beethoven, Debussy, Maeterlinck e D’Annunzio, il melodramma (questi due i saggi che meglio fanno sperare nell’autore), critica musicale di Heine, teatro di prosa, teatro d’opera. Chiude il libro un saggio sul cinematografo sonoro, chiuso a sua volta da una severa critica delle “enormità “ che io ho scritto sull’argomento nel numero di febbraio del 1933 di Pégaso.

Veramente, il Valle avrebbe potuto risparmiarmi l’indoratura di alcuni  epiteti laudativi e, in compenso, conservare la calma, moderare certi altri termini e cercare di capire meglio; ma ciononostante, non si merita una parolaccia. Egli si scandalizza che, auspicando per il cinema una musica facile, io abbia poi potuto citare “porcherie” come “Ramona e Maruska”, aggiungendo che non si deve confondere le canzonette col canto popolare.

Io invece insisto che per canto popolare non si può intendere altro che quello che canta il popolo, poiché quanto a scriverne, il popolo, così, collettivamente preso, non ha mai scritto, che io sappia, neppure una mezza battuta. Dunque, Ramona e Maruska ecc. il canto popolare d’oggi così come la “Leggenda del Piave” fu il canto popolare di ieri, con lo stesso diritto, con lo stesso diritto delle venerabili pastorellerie di un più lontano passato. Piaccia o non piaccia che il canto popolare si vada facendo, come io scrissi, di paesane, cittadino, di regionale, esotico, questo è un altro discorso, ma il fenomeno mi si è immaginabile, e altamente interessante per lo studioso, e certamente in questa trasformazione ha avuto buona parte il cinematografo, che è così bene inserito nel gusto popolare.

Io ho considerato questo fatto, e ho notato che la reazione di canto popolare e cinematografo è stata mutua e ha dato luogo a una “forma” di spettacolo cinematografico sonoro, dove una canzonetta sintetizza l’ambiente e l’intreccio del film. Maruska e Ramona interessavano oltremodo, poiché anteriori al film sonoro e quindi note – come si suol dire – dal popolo (benché gli autori siano rispettivamente Dino Rulli e un carneade straniero). Ma mi sono ben guardato di esaltarne il valore musicale: mi sono limitato ad affermare che tutti le ricordano ancora e sfido chiunque a negarlo (confidenzialmente dirò a Valle che, generalmente, non mi riesce di considerare sotto la specie dell’arte nessuna forma di canto popolare: quello antico per lo più mi annoia, quello moderno talvolta mi diverte, ma l’uno e l’altro si aggirano per me in un ordine di valori pratici, presi a poco come un buon pranzo, una partita di calcio, uno spettacolo di varietà. E non riuscirò mai a trovare qualcosa di comune tra Ramona e Maruska e la Díbora e Jaél, tale e quale come ha la creazione del l’homine arui e una Messa di Palestrina).

Ma capisco che al Valle dispiacciano le mie idee specializzanti  nella cinemanica; io accetto il cinematografo come “passatempo” e lui lo abborisce. Io penso che le opere d’arte cinematografiche sono nate e nasceranno, senza bisogno di consigli di nessuno; mi limitavo a comunicare che la produzione corrente, commerciale, accostandosi alla canzonetta popolare, aveva prodotto, anni or sono un genere interessante per lo studioso del nostro tempo e, come passatempo, riuscito.

Il Valle non ha capito le mie opinioni per quella sua fondamentale avversione verso il nostro tempo; inorridirà anche di più se gli dirò che, tutto sommato, io non cambierei la epoca in cui vivo con nessuna del passato, che faccia parte delle folle “ubriache e deliranti per i divi del progresso? e del calcio” e che non sono indifferenti “alle sinuosità   carnose di una Marléne Dietrich”.

Da “Rassegna musicale”, n° 6. A. VII, nov.dic. 1934

 

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                            Bussola letteraria

Recensione al libro “Origini del Melodramma” di Nicola Valle

 E’ questo un nuovo libro di Nicola Valle. L’autore è un giovane che lavora. Lo dimostra la sua infaticabile attività pubblicista, e lo sono gli amici che lo seguono attraverso le sue molteplici altre attività che vanno dall’insegnamento ai concerti e dal giornalismo all’arte.

Esordiente nel 1931 con tre volumi di critica letteraria su dieci fra i più rappresentativi scrittori ed artisti sardi poco noti (“Mattino sugli asfodeli”) con prefazione di Orano, è ora al suo terzo volume. Di qualche anno fa è infatti la raccolta di saggi di critica musicale che porta il titolo “Variazioni sul tema”; in cui la musica “non è notomizzata da un tecnico, bensì è sentita con più largo spirito da uno che si compiace di ammirare da un più elevato punto di vista un più vasto orizzonte”; come lo stesso autore avverte nella prefazione. Con la stessa larghezza di spirito è condotto questo nuovo importante studio sulle “Origini del Melodramma”, che esce in nitida veste tipografica per i tipi dell’Ausonio di Roma.

L’opera in musica è acutamente studiata nel periodo che precede la sua apparizione definitiva con “L’orfeo” del Monteverdi. A determinarlo, secondo il Valle, hanno concorso gli oscuri fermenti ch’egli pazientemente rintraccia nelle primitive forme del teatro cristiano, nelle Favole Pastorali, nella Commedia dell’Arte, nella Commedia madrigalesca, nell’oratorio, ecc.

Il volume reca un notevole contributo nel campo della critica musicale e rivendica la legittimità e l’italianità dell’opera in musica al di fuori dei concetti tradizionali, come quello generalmente ripetuto, secondo il quale sarebbe nata a Firenze per opera della Camerata Fiorentina, cosa che nel volume del Valle è confrontata con buone argomentazioni.

Da Rivista mensile “Sud-Est”, anno 2. n° 8, 1936

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                 Una vita per la cultura

 

              “Nuovi saggi”: il sedicesimo libro di Nicola Valle

 

                                                                 di Giuseppe Susini

 

Per un nuovo libro di Nicola Valle, ora che l’autore ha superato la vetta degli ottanta, sento ch’è d’obbligo fargli festa, sia da parte della critica che da parte dei pubblico dei lettori. Come numero di pubblicazioni, il nuovo libro il sedicesimo; e non sono poi molti, se si considera che lo scrittore è in attività da circa settant’anni. Il fatto è che le opere di critica non sono romanzi, di quelli di tipo più commerciale che letterario, dei quali se ne può scrivere anche uno all’anno, mentre le opere di critica – letteraria, d’arte o musicale – richiedono attento studio, e poi meditazione, e scrittura e riscrittura e poi ancora revisione, perché c’è da pesare le parole, specie gli aggettivi, col bilancino dell’orafo.

Nicola Valle, oltre che scrittore di carattere poliedrico (si occupa infatti di letteratura, di arti figurative, di storia e critica della musica), è anche autore di prose di viaggi culturali. Nei suoi anni di vita intellettuale ha svolto anche attivi­tà di conferenziere in varie città, oltre che sarde, della penisola e dell’estero, tanto da potergli attribuire il pregiato titolo di ambasciatore di cultura, come nessun altro intellettua­le sardo ha voluto o potuto fare.

Col primo libro “Mattino sugli asfodeli” (1932), che ha un titolo augurale per la Sardegna e per i suoi scrittori ed artisti, il Valle ha dato gli elementi di questo suo vario interesse cultura­le, elementi validi sia per Il principio di estetica cui egli ha informato ed informa le sue interpretazioni critiche, sia per il gusto di scelta, sulla base dei quali elementi ha operato con coerenza, in seguito, nei successivi volumi; compreso quest’ulti­mo, che continua la serie “Ritratti letterari”.

“Mattino sugli asfodeli”, che comprende studi su cinque scritto­ri, un musicista e tre artisti, è stato definito da Paolo Orano nella prefazione, “Libro di pensiero e di poesia”, che è una bella e meritata definizione. Ma Valle è anche, come detto prima, un musicologo, e il successivo libro fu “Variazioni sul tema”

(1933), a cui seguì la più importante opera “Origini del melo­dramma” (1936) che, fra le molte favorevoli recensioni, si ebbe quella autorevolissima di Franco Abbiati sul “Corriere della Sera”, il quale Abbiati nel secondo volume della sua “Storia della musica”, ha addirittura riportato l’intero capitolo “I drammi di Ottavio Rinuccini” dal libro del Valle. E’ un ricono­scimento veramente d’eccezione.

Al settore delle arti figurative ha dedicato i volumi “Incisioni di Carmelo Floris”, “Incisori di Iglesias”, e la monumentale monografia “La vita e l’opera di Filippo Figàri”, che ha il pregio, quest’ultima, oltre che delle valutazioni critiche dello stesso Valle e, riportate, quelle di Raffaello Delogu e Aligi Sassu, di contenere riprodotte tutte le opere del Figàri; ciò che ne fa un’opera di altissimo interesse.

Sul piano letterario, oltre al volume su “Grazia Deledda” (1971), che ha una prefazione di Bonaventura Tecchi, ed ai vari scritti compresi nel volume “Ritratti letterari” (anno 1978) in “Persone e personaggi” (1987) e in questi “Saggi” (1989), particolare importanza assume il volume “Antichi e Moderni” (1971), che si avvale di una autorevole prefazione di Giuseppe Toffanin, che per la incisività e schiettezza definisce ciceroniana la prosa criti­ca del Valle.

Categoria a parte, il volume di ricordi cagliaritani “Cagliari del passato” (1983), dove sono in vetrina importanti personaggi della vecchia Cagliari e illustrate con la dovuta evidenza isti­tuzioni civiche e culturali dell’epoca, e sono messe in rilievo anche figure minori che il Valle ritrae con un lieve tocco di umorismo.

Infine, i libri di viaggi: “Scompare un’Isola – Viaggio in Sardegna” (1964) e “Paese che vai” (1985quest’ultimo con un’intro­duzione di Enrico Falqui).

 da “Nuovorientamenti” 7 gennaio 1990

 

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                  Nicola Valle: 50 anni di attività editoriale

  

        UNA CITTA’ DENTRO IL CUORE

 

                                           di Nino Fara

Nicola Valle compie le nozze d’oro con i «torchi», come si diceva un tempo: giusto cinquant’anni fa stampava a Roma il suo primo libro «Mattino sugli asfodeli». Ora festeggia la ricorrenza con una nuova opera, che viene ad aggiungersi a11e dodici precedenti, pubblicate a Roma e a Cagliari tra il 1933 e il 1976. «Cagliari del passato» (Cagliari, Gasperini, 1983) – questo è il titolo del volume – è una rassegna, guidata dal filo della memoria o dalle testimonianze raccolte, di aspetti significativi della vita culturale, quotidiana e musicale della nostra città, da1l’inizio del secolo o quasi.

Gli interessi di Valle (che su questo giornale in passato recensì libri, mostre, concerti e opere) spaziano, come è noto, in un arco ampio, che abbraccia letteratura, musica, arti figurative, costume. Lo studio degli scrittori, in prosa o in verso, consegnato, dopo l’anzidetto «Mattino sugli asfodeli» (Pélissier, Roma, 1933), a «Narratori e poeti sardi d’oggi» (Cagliari 1958), a «Antichi e moderni» (Cagliari, 1971) al volume su “Grazia Deledda” (Cagliari, 1971), ai «Ritratti letterari» (Cagliari,1976), prosegue nella prima parte di questa nuova opera, che poi s’intrattiene con piacevole scorrevo1ezza su aspetti caratteristici della vita quotidiana nella Cagliari del passato: stabilimenti balneari, il Bastione s. Remy salotto cittadino, disavventure di monumenti e chiese, usanze e parole scomparse, toponomastica bizzarra, ambulanti, negozi, tipografie, giornalai, giornalisti. E su queste colonne ne ha riferito Antonio Romagnino, cedendo a me lo spazio per la parte dedicata alla musica.

A questo campo, non meno caro all’Autore e da lui già percorso di proposito in «Variazioni sul tema» (Pélissier, Roma, 1936), in «Origini del melodramma» (Aurora, Roma, 1936) che meritò una recensione elogiativa di Franco Abbiati, e un po’ anche in «Scompare un’isola» (Cagliari, 1964), appartengono più dei due terzi del nuovo volume.

Qui sono rievocati personaggi, figure maggiori e minori, circoli, associazioni, serate musicali, canti popolari religiosi e profani, concerti bandistici e corali, la vita precaria della Cappella, della Banda e dell’Orchestra civiche, il lungo e difficile cammino dalla modesta Scuola Municipale di Musica al Conservatorio, dalla Accademia dei Concerti alla Istituzione «Palestrina» inserita tra i tredici maggiori Enti musicali (con La Scala, La Fenice, l’Opera, il San Carlo ecc.) cui lo Stato assegna speciali provvidenze.

Con tocchi sicuri sono ritratti i cagliaritani che nel campo della musica ebbero notorietà nazionale: il critico Francesco D’Arcais, l’etnomusicologo Giulio Fara, il compositore Ennio Porrino; i cantanti che guadagnarono rinomanza internazionale: Mario De Candia, Piero Schiavazzi, Carmen Melis. Né sono dimenticati coloro che emersero nell’ambiente cittadino: G. B.Dessy, i Rachel, Buzenac, Sormani, R. Gessa, Gavino Dessy Deliperi, N. Alberti, G. Boero. Richiama anche, l’Autore, episodi curiosi, come il tempestoso banchetto in onore di Mascagni venuto a Cagliari per dirigere la sua «Cavalleria Rusticana» e «Il barbiere di Siviglia», o come l’intervento, 1n pieno teatro, del sindaco Bacaredda che tolse la bacchetta al direttore, ritenuto responsabile dell’insoddisfacente andamento dello spettacolo, e la affidò al sostituto. «Cose che capitavano (commenta Valle)…; oggi le autorità – in Italia almeno – salvo poche eccezioni, non vanno nemmeno a teatro, e nemmeno si preoccupano di constatare direttamente che fine fanno le decine e centinaia di milioni destinate a finanziare spettacoli spesso miserevoli» … «oggi vige l’indifferenza, il lasciar fare … anche se questa politica spesso sciupa O delude tanto inesauribile entusiasmo che, malgrado tutto, la gente (giovanissimi compresi) sente per un genere nobilissimo d’arte, dimostrando che fortunatamente non tutti sono disposti a lasciarsi rincretinire dal dilagante canzonettismo invoga». C’è la rievocazione del gusto del canto, assai diffuso nel mondo di ieri e oggi in declino: «Cantavano le casalinghe e le massaie intente a sfaccendare, le mamme che cullavano i piccoli, le donne di servizio che facevano il bucato, l’artigiano tra una martellata e una pial1ata, il pastore nomade … e i contadini tra i lavori dei campi.

Valle è ben lontano dal sopravvalutare il livello delle manifestazioni musicali di quel tempo. Ne sottolinea, anzi, il dilettantismo, l’accettazione, comune d’altronde al costume provinciale dell’epoca, dell’inautentico, delle riduzioni o trascrizioni. Eppure tra le righe, che mostrano una informazione minuta delle persone, delle vicende, dell’ambiente, si coglie, quasi in sottofondo, un’affettuosa indulgenza verso queivolenterosi, mossi da fervente e per lo più disinteressato amore per la musica. Ecco il ricordo della Scuola Municipale di Musica, frequentata da Valle fanciullo e soppressa nel 1917: «Sistemata alla meglio in un gruppetto disordinato di ambienti, situati nella Via S. Croce … tutte le attività di allora ci riportano a forme di Vita di una semplicità che a volte rasentavano l’ingenuità … Eppure alcuni dei maestri di quegli anni e di quella scuola avevano frequentato Conservatori in grandi città o sostenuto esami in scuole famose, come il direttore M.o G.B. Dessy, alunno del Mercadante, e il M.o Umberto Melis diplomatosi al S. Pietro a Maiella di Napoli; e Vi era il M.o Giulio Fara, etnomusicologo di fama nazionale, che però nella scuola insegnava teoria e solfeggio … Caro maestro: ispirava simpatia per il suo motteggiare frequente, per la bonarietà e la cordialità dei modi usati con gli alunni».

Valle, come sempre, si fa leggere con piacere. Scrive con agilità perché nonostante i suoi decenni di cattedra è rimasto anticattedratico. La milizia giornalistica gli fa aborrire le lungaggini. La pratica del conferenziere lo porta a entrare in immediata Comunicazione col lettore.

Da “L’Unione Sarda”  1984

 

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                        UNA STRADA PER NICOLA VALLE

     

                                                          di Flavio Marinelli   

 

 Nicola Valle, umanista e intellettuale, nacque a Pirri nel 1904. La sua collezione di incisioni sarde è in mostra all’ExMà

 

E’ esposta in questi giorni presso i suggestivi locali dell’ExMà a Cagliari (può essere visitata sino al 2 aprile) la raccolta di incisioni donata con magnanimità e senso civico da Nicola Valle al Comune di Cagliari. In verità è esposta solo una parte di essa, esattamente la sezione degli artisti sardi. Sono 338 opere e vi compaiono i più bei nomi dell’arte incisoria sarda che nella prima metà del secolo si impose alla ribalta nazionale. La bella mostra, curata ed ordinata con impegno e rigore scientifico dalla prof.ssa Maria Grazia Scano Naitza, testimonia e documenta ancora una volta la validità e l’importanza della scuola di incisione sarda come evento culturale da tutelare e valorizzare ancora oggi. Ma l’intera collezione, come si può rilevare dal depliant della mostra, consta di oltre 650 opere suddivise in diversi settori. Il primo riguarda gli incisori sardi (quello esposto che possiamo vedere), il secondo gli incisori italiani attivi nello stesso periodo, il terzo comprende opere di incisori stranieri, il quarto è costituito da ben 80 acqueforti di Bartolomeo Pinelli e il quinto è composto da 60 incisioni stampate a Parigi tra il 1876 e il 1879 dall’editrice L’Art. Come si evince quindi, una collezione importante e di grande valore.

 Il merito di tutto questo è di Nicola Valle. Chi fosse Nicola Valle non c’è bisogno di soffermarsi ad illustrarlo, tanto vasta e conosciuta è la sua notorietà. Infaticabile e poliedrico operatore culturale ha inciso profondamente nella cultura cagliaritana, isolana ed oltre. La sua feconda attività spazia dalla musica, alla letteratura, all’arte, al teatro, al giornalismo, ecc.. Ma questo è notorio a tutti. Meno noto è il fatto che Nicola Valle fu cittadino della nostra Pirri. Nacque infatti il 14 novembre 1904 a Pirri, quando Pirri era ancora comune autonomo, in una casa di via Cagliari, l’attuale via Riva Villasanta. Una casa, ricorda la figlia Giuseppina, con un grande maestoso portone in legno ed un bellissimo cortile. Altrettanto meno noto è che il . suo vero nome non era Nicola, ma Nicolò. I Valle provenivano da Genova, il padre Mario faceva il negoziante e per diverso tempo si stabilirono a Pirri dove appunto venne alla luce Nicola o Nicolò. Quindi Nicola Valle è da considerarsi “nostro” (nel senso che fu cittadino pirrese) a tutti gli effetti. In seguito, come quasi sempre capita, le vicissitudini lo portarono a trasferirsi a Cagliari che nel 1927 inglobò anche Pirri. In quella Cagliari che Nicola Valle amò e contribuì grandemente con le sue molteplici attività ed iniziative a far crescere e maturare culturalmente. La donazione al Comune di Cagliari della sua collezione di incisioni di grande pregio e grande valore ne è l’ultima dimostrazione. La figlia Giuseppina Valle, artista e notissima caricaturista cagliaritana (anche Nicola Valle lo fu) racconta di quando, negli ultimi tempi, suo padre s’affacciasse dal suo appartamento che dava sul vecchio mattatoio di via Sonnino, non ancora diventato centro culturale, e sperava e s’augurava che la sua bella raccolta potesse essere esposta al godimento e alla visione dei cittadini. Oggi, grazie alla sensibilità del Comune e soprattutto dell’Assessorato alla Cultura, questo è divenuto realtà. Umilmente ci permettiamo lanciare una proposta: non sarebbe opportuno che a Nicola Valle fosse intitolata una strada, magari proprio a Pirri che gli diede i natali?

 

    Da “Nuova Città” Pirri città,  4 aprile 2001

 

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Al 50° ANNO DI ATTIVITA’, NICOLA VALLE DONA AI LETTORI: 

 ”CAGLIARI  DEL PASSATO”

                                                                                              di Giuseppe Lepori

 In bella edizione della Società Poligrafica Sarda, Nicola Valle ha pubblicato in un interessantissimo volume di 228 pagine “Cagliari dei Passato” nel quale espone ricordi di vita culturale quotidiana e musicale.

L’opera è dedicata alla sorella Maria Teresa.

Come espone l’editore in una nota, con cui si apre la pubblica­zione non si tratta di una storia “bensì di una preziosa raccolta di ricordi in un libro di memorie, magari di semplici curiosità che non mancheranno di interessare sia coloro che hanno vissuto le vicende alle quali si riferiscono, sia coloro che le apprenderanno come particolari inediti”.

Il primo capitolo che si riferisce a nome, che hanno illustrato i movimenti culturali a Cagliari, parte con l’elenco dei personaggi tra la fine dei secolo XIX e l’inizio del XX. In questo primo capitolo, con i notai illustri, vengono ricordati, come strumenti di cultura le pubblicazioni periodiche, giornali, settimanali e “fogli e foglietti’, quali la Meteora, Vita e pensiero, Serate letterarie, Vita Sarda, etc.

Molto interessante il riferimento ad Antonio Scano, che commenta lo slancio dei giovani in Sardegna, “in una vigilia di pertinace preparazione”. Alla cultura segue poi l’interesse alla politica, fra i non pochi viene ricordato Ottone Bacaredda, che fu persuaso dalla Regina Margherita, nel suo primo viaggio a Cagliari, ad

avviarsi ad essere eletto deputato al parlamento, e trovò “un generoso consenso popolare’.

Con lui seguono altre figure eminenti. E tornando alla cultura, nello stesso capitolo viene ricordato “Il Nuraghe” con i nomi della Deledda, il Falchi e Carta Raspi. Nel successivo capitolo, con la Deledda viene ricordata anche Mercede Mundula (1890-1947), che raggiunse in breve tempo come scrittrice fama internazionale. Viene ricordata inoltre la grande pittura di Filippo Figari.

Dopo l’ultima guerra nascono novità interessanti come Radio Sardegna, gli spettacoli all’anfiteatro, il Liceo Artistico, il Conservatorio di Musica, l’Istituzione dei Concerti e l’associa­zione degli Amici dei Libro.

Nella seconda parte dei libro si passa alle tradizioni religiose nei riti funebri, alle avventure e disavventure dei monumenti come la rimozione del monumento a Piazza Martiri. Tra le conside­razioni e i ricordi piacevoli insorgono così delle osservazioni che lamentano abbandoni e negligenze riferentesi a preziosi monumenti come ad esempio la bella Chiesa del Sepolcro, in Via Detto­ri, come Valle la descrive: “in progressivo e penoso decadimento per crolli e infiltrazioni d’acqua, ma soprattutto per la inqualificabile negligenza di coloro cui competerebbe di evitarne la definitiva rovina”.

Poi il grave lamento e le preoccupazioni di Nicola Valle per il trittico della Cattedrale. Scrive Nicola Valle: “Questo trittico di alto valore storico, considerato un saggio della migliore pittura del ’500 fiammingo, si trova a Cagliari in quanto conse­gnato al nostro Arcivescovo di oltre quattro secoli fa, da ladri lanzichenecchi “pentiti”; i quali l’avevano rubato nelle stanze di Papa Clemente VII (1527), durante il sacco di Roma”. Fu consegnato al nostro Arcivescovo con la raccomandazione di resti­tuirlo al Papa, che invece, generosamente, ne fece dono perpetuo alla Chiesa di Cagliari, con un “Breve” del 1531.

“Ma a proposito dei restauri, ci risulta che si sono delineate due opposte tendenze fra i responsabili: alcuni vorrebbero senz’altro spedire l’opera non si sa bene dove, ma sicuramente in una città della Penisola. Altri, più saggiamente, si opporrebbero al trasferimento per ovvie ragioni dei caso; ma specialmente perché proprio su quest’opera si è già appuntato lo sguardo rapace di ladri specializzati”.

La terza parte del volume è interamente dedicata a “Vita musica­le”. “Cori, coristi, la Società corale Giuseppe Verdi, Mascagni a Cagliari’, con i ricordi della Scuola Municipale, l’orchestra civica e i Concerti bandistici. Inoltre seguono ricordi di musi­cisti, tra i quali il compositore Ennio Porrino.

Dopo cinquant’anni d’intesa attività letteraria, con le successi­ve dodici pubblicazioni, Nicola Valle dona alla luce “Cagliari del passato”, ricco di preziose illustrazioni, dall’interno della Basilica di San Saturnino alla antica facciata della Cattedrale, un autentico ed interessantissimo capolavoro storico culturale. 

 Da “Orientamenti”, 24 aprile 1983

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                      I TENTACOLI DELL’INTELLIGENZA  

                                                                                                      di Antonio Romagnino

 Anche la vita di un intellettuale può essere avventurosa. Senza che le vicende da cui è continua- mente movimentata siano esterne o in contraddizione con la vocazione dominante. Lo è stata in più di settant’anni quella di Nicola Valle (oggi ha ottant’anni, essendo nato a Cagliati, anzi a Pirri quando questa frazione era Comune autonomo, il 14 novembre 1904) che, fin dalla fanciullezza, in età precocissima, cominciò a rivelare tutti insieme i suoi interessi artistici, molteplici e difficilmente coabitanti se non in personaggi di straordinaria versatilità.

Ha incominciato infatti con la musica che aveva appena nove anni: frequentò per quattro anni la Scuola Municipale di Musica, e quando ne aveva appena tredici si guadagnò il diploma di violino. Ma non si fermò lì e, irrequieto e scontento, rifece da capo quegli studi al Liceo Musicale, sotto la guida del maestro Bonelli. Era appena fìnita la prima guerra mondiale, e la musica a Cagliari aveva ripreso con grande fervore, consolando dei lunghi anni di astinenza durante le vicende belliche. Valle giovanissimo si fece le ossa come orchestrale nelle stagioni liriche che in città si succedevano, con notevole fortuna, al Politeama ed al Civico ma che, con successo, si svolgevano anche in altri centri dell’isola. Ma fu chiamato anche fuori della Sardegna come componente delle orchestre che suonarono nelle stagioni estive all’Arena di Verona e nei teatri di Carpi, Vicenza e Bologna, sotto la direzione di maestri collaudati come Failoni, Bavagnoli e Ferrari. Per tre anni (dal 1928 al 1930)fece anche parte della compagnia lirica di Marcello Govoni e come violinista partecipò alle rappresentazioni che questa formazione diede in tutti i più famosi teatri italiani.

Era ormai maturo per esibirsi come solista, e fino al 1940, quando lo scoppio della guerra inter- ruppe questa particolare attività, si esibì in varie sale, a Cagliari, Oristano, Iglesias, Nuoro. Ma quando la guerra passò, la prima antica passione riprese più fervida; e, con la sorella Lina, Gino Boero ed Enrico Dessy, costituito un quartetto d’archi, si esibì con un repertorio classico, ancora a Cagliati e nei principali centri dell’isola, ed in numerosi concerti per le scolaresche. E anche con un particolare che sembra da nulla e oggi farebbe gridare allo scandalo: ogni concerto era dato gratuitamente, senza nessun compenso, neppure il rimborso delle spese di viaggio che pure c’erano quando si dovevano raggiungere le località dell’interno.

La vocazione musicale non si esaurì però nelle vicende che abbiamo ricordato. Valle, come più avanti diremo, non impugnò giovanissimo solo l’archetto del violino, ma anche la penna del pubblicista. E quindi gli accadde, per tutto il periodo che svolse quella sua attività del tutto disinteressata, di scrivere di musica e di fare a lungo il critico nei giornali del tempo. Quando non era protagonista era sempre un assiduo spettatore tanto da potersi dire che, fino ad oggi, non sia mai mancato ad una manifestazione musicale della città che riuscisse plausibile per il suo livello artistico.

E questo è il primo capitolo della sua vita, già per se stesso così intenso da abbracciare un’esisten- za ed appagarla profondamente. Ma Valle è un temperamento onnivoro e di arti non si è accontentato di abbracciarne una per tutte. Nello stesso tempo che studiava musica o ne faceva, che stregava le corde del violino con l’arco o le pizzicava con le mani, compiva i suoi studi regolari, e dava via libera all’altra sua vocazione che era la letteratura. Si iscrisse a lettere alla Sapienza di Roma, ma quando questa facoltà fu ricostituita a Cagliati, egli ritornò nella sua città e vi si laureò discutendo con Giuseppe Toffanin una tesi che si meritò il massimo dei voti e, ampliata, diventò uno dei suoi libri migliori (“Origini del melodramma “), in cui le due arti amate, della musica e della poesia, avevano l’occasione di fondersi ed integrarsi. Iniziò presto la carriera d’insegnante e, salvo brevi parentesi, fu docente di italiano e latino al liceo Dettori, per oltre quarant’anni, dal 1927 al 1974. La più lunga parentesi nell’insegnamento fu occupata dal quinquennio 1947-1952 in cui fu direttore della Biblioteca universitaria.

Musica, dunque, e scuola? Sarebbero state sufficienti per qualsiasi altro; ma Valle che, nel frattempo, aveva coltivato l’equitazione, non se ne accontentò, da quel cavallo di razza che era. Varcava già il Tirreno come violinista, ma presto lo varcò tante altre volte come conferenziere. Era un uomo di punta della Dante Alighieri, di cui divenne ed è tuttora consigliere nazionale oltre che presidente del comitato di Cagliati, e fu lungamente utilizzato per illustrare la cultura italiana (ma anche quella sarda) nelle principali città della Svizzera, Austria, Francia, Finlandia, Norvegia, Ungheria e Tunisia, mentre fu ripetutamente invitato a parlare a Roma, Firenze, Genova, Milano, Venezia e Padova. Quest’attività di conferenziere di successo si teneva stretta a quell’altra di pubblicista che lo vede collaborare su questioni letterarie e sulle materie interessanti la Sardegna ai giornali e alle riviste locali, ma, anche con frequenza al “Giornale d’Italia”, al “Popolo di Roma” e al “‘Corriere Padano”, nonché ad “Epoca” e a “Sipario.

Le benemerenze che si è guadagnato Nicola Valle con la diffusione delle conoscenze sulla Sardegna, in tempi in cui l’isola non era di moda come adesso, sono enormi e basterebbero da sole a guadagnargli la nostra riconoscenza, se in queste cose funzionasse mai l’ístituzione della gratitudine. Ma lo stesso Valle è sufficientemente immunizzato ai salti dei giudizi del prossimo, ed è abbastanza scettico per chiedere altro per se stesso che il piacere del fare per il fare. Per questo è venuto costruendo pazientemente, mettendo ogni giorno, sì proprio ogni giorno, un tassello sopra l’amaro della sua prodigiosa attività. Anche la sua collaborazione a “L’Unione Sarda” (fu il direttore Giulio Spetia ad invitarlo) per lunghi anni come critico musicale e teatrale in una laboriosità che non ha conosciuto tregua. Riuscendo inoltre a contenere quella dissipazione che è pur sempre un’attività pubblicistica che affida ai “pezzi” giornalistici le proprie conoscenze e le proprie invenzioni. Valle ha trovato infatti il tempo e la materia per realizzare, sopra la produzione frammentata affidata ai periodici o ai giornali, anche vere e proprie opere che hanno saldezza di composizione e ancora quella scrittura pulita e insieme appuntita, che è anche la qualità della sua ricca collaborazione giornalistica. ‘”Origini del melodramma” che riprendeva, come abbiamo detto, la sua tesi di laurea (dopo nuovi approfondimenti fu pubblicata dalla casa editrice Ausonia di Roma solo nel 1936), è forse l’opera più notevole, ed è certo quella che ha avuto più largo consenso da parte della critica e del mondo accademico. Nessuno prima di lui aveva impiegato per le ricerche una pari conoscenza della musica e della poesia: non c’è storia letteraria che, fornita di bibliografie severe, ancora non la citi. Ma prima di questo libro ne aveva scritto e pubblicato altri due: “Va- riazioni sul tema”, che sembra preludere l’opera più matura sul melodramma per l’interesse che anticipa per le due arti, con saggi su Schubert, D’Annunzio, Beethoven, Maeterlinck, Debussy, Heine, Puccini, e “Mattino sugli asfodeli “, che è un viaggio letterario in Sardegna e conferma la duplicità di questo scrittore sardo e insieme nazionale e cosmopolita. Un filo corre per questi tre libri pur così disparati per il contenuto, ed è la cifra stilistica che rimarrà costante in Valle e sarà indicata da Paolo Orano come una sorta di signorilità che s’imponeva sul lettore ma senza pesar troppo sul suo amor proprio.

Oltre quelli citati, di libri Valle ne ha scritti altri e ne ha messo su, se non ci sbagliamo, complessivamente almeno undici. Dirne di tutti non è possibili, ma di ancora altri tre non si può tacere. Il primo è il saggio sulla Deledda dove Valle applica il suo metodo consumato di trapassare dallo scrittore al personaggio umano, di accostare ai giudizi critici notizie biografiche e curiosità; e dove dà prova di procedere autonomamente soprattutto rispetto alle vie “sardesche”, che hanno periodicamente colpito la scrittrice nuorese, addirittura accusata d’essere poco sarda.

Valle ha viaggiato molto ma si è interessato soprattutto di personaggi. Già nel 1938 questa capacità di tracciare profili umani si era rivolta agli artisti sardi ed era nato “Incontri” che è un vero diziona- rio critico-biografico dei Sardi che hanno contato nelle lettere e nelle arti, fra la fine dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento. Questa attitudine, ancor più affinata, fa una nuova felicissima prova in “Ritratti letterati” (Cagliati, 1978): ci sono ancora molti Sardi ma, soprattutto, un gran numero di “continentali” e stranieri (artisti, musicisti, letterati) con cui Valle ha avuto un incontro fuggevole, un rapporto più prolungato oppure solo indiretto, ricavandone comunque un’immagine ferma, una figura articolata, un’anima ricca di chiaroscuri. Sono novantadue personaggi così disparati (da Toulouse Lautrec a Vittorio Gui, da David Herbert Lawrence ad Anna Marongiu) che riesce difficile immaginare un’adattabilità così pieghevole quale quella manifestata da Valle in tanti diversificati approcci. Solo per dare un piccolo esempio si rileggano, per rimanere  nell’ambito di personaggi che interessano più direttamente il lettore sardo, i ritratti di Lorenzo Giusso, Bachisio Motzo e Giaime Pintor, e si avrà una prova prodigiosa della versatilità di Nicola Valle. Il quale, si sa, non è un uomo facile e si concede più secchezze e ritrosie che abbandoni: eppure qui sembra essersi tagliato un cantuccio di confidenze, aver lasciato più libero sfogo alla simpatia umana che in lui opera nel profondo e si vela, sempre o quasi sempre, di riserbi pudichi.

Il terzo libro, di cui non si può tacere, è “Cagliari d’altri tempi”, una rievocazione della sua città del passato, ricca di personaggi e di curiosità, in cui si esprime tutta la profondità del radicamento in una società e in un ambiente: può apparire minore rispetto ad altri impegni, ma è in realtà una chiave per capire tutto il resto e molto dell’altro che sembra più lontano. Infatti qui si misura più scopertamente la “cagliaritanità ” di Nicola Valle che è stato un attaccamento non puramente sentimentale ed emotivo, ma critico e produttivo: da Cagliari egli è partito e a Cagliati è ritornato nelle sue scorribande, richiamato da un legame ombelicale mai reciso.

Ma non è finita, e un altro capitolo si intreccia ancora intimamente a quelli che siamo venuti ricostruendo. Un altro suo grande amore sono state le arti figurative. Pittura e scultura sono state esplorate da giovane, quando era ancora vivo in lui l’insegnamento di Adolfo Venturi degli anni romani. Ma anche quando ritornò a Cagliari e fu discepolo di Carlo Aru, quel cammino fu ancora percorso, con un interesse particolare per l’incisione. Ma non si limitò a studiare e a scrivere (fu anche critico d’arte de “L’Unione Sarda”), e si provò invece con successo anche in una produzione propria: fu efficace caricaturista (oggi seguito, con esiti fortunati, dalla figlia Giuseppina) fin da quando era studente, e le sue interpretazioni di tipi e figure della vita cittadina apparvero nei molti giornali umoristici che la città spesso si diede con felice estrosità. Tutto questo è approdato ad alcune opere di grande rilievo: la raccolta di incisioni di Carmelo Floris, quella del gruppo degli incisori di Iglesias ed infine la monografia dedicata a Filippo Figari. Contemporaneamente ha raccolto anche un’imponente quantità di xilografie ed acqueforti di artisti sardi, italiani e stranieri, che è una collezione unica nel suo genere e destinata, per sua libera donazione, a costituire un grande museo regionale.

Sembrerebbe che si sia detto tutto, elencando seppure rapidamente gli interessi dello studioso e del- l’artista, e citando della mole di migliaia di pagine le più significative. Ma non è così. C’è stata in Nicola Valle una sorta di fede missionaria, la convinzione che non basta produrre ma bisogna diffondere e propagandare. Questo ufficio sociale egli lo ha sentito in sommo grado e la sua opera di organizzatore culturale si è sviluppata di pari passo con quella dello scrittore. La Sardegna era appena uscita dalla guerra e l’8 settembre l’aveva messa nella fortunata condizione di non conoscere quell’attraversamento delle sue contrade che patirà nei due anni successivi il resto dell’Italia, frugata in ogni angolo dall’escavatore della guerra. Rimanevano certo profonde ferite: Cagliari era un cumulo di macerie che solo allora si cominciavano a raccogliere, la sua popolazione dispersa un po’ dappertutto nell’isola. Non è retorica dire che una febbre di ripresa corse in quegli anni per gli animi pure tanto provati e la fondazione dell’associazione degli Amici del Libro voluta da Nicola Valle fu uno degli aspetti più vibranti di quella resurrezione.

Si incominciò con piccole riunioni fra amici, con la sola intenzione da principio di ritrovarsi nella grande dispersione di quei giorni. C’erano già con Nicola Valle, Lorenzo Giusso, Nino Fara, Giovanni Lilliu, l’avv. Vincenzo Murroni, quando ad Isili, dove era notevole il numero degli sfollati, si tennero alla fine del ’43 le prime conferenze. Ma presto, e l’idea fu di Giovanni Lilliu, si passò alla realizzazione di un vero e proprio sodalizio, con regolare statuto e con scopi esclusivamente culturali. E nel primo anno, via via che la gente rientrava nelle case spesso gravemente lesionate, l’attività si fece subito intensa con un folto gruppo di conferenze che si tennero nella sala settecentesca della Biblioteca Universitaria e che culminarono il 19 luglio con la commemorazione (tenuta da Enrico Marongiu, Jader Iacobelli ed Ettore Taralli) di Giaime Pintor, l’intellettuale cagliaritano caduto il 1° dicembre 1943 combattendo per la libertà d’Italia.

Le prime sedi furono precarie, ma il prestigio di cui godeva il fondatore e presidente risolse presto anche quel problema: il sindaco Pietro Leo, che era un uomo di studi colto e raffinato, assicurò al sodalizio una sede degna, mettendogli a disposizione un locale del palazzo comunale. Lì l’associazione esplose ed esercitò un grande richiamo sulla città che risorgeva.. A dire della continuità che caratterizzò l’attività degli Amici del Libro basterà ricordare l’impegno con cui, senza interruzioni e rinvii, dall’autunno del 1951 al giugno del 1964 si tennero le “lecturae Dantis”. Era stato Luigi Pietrobono, il dantista ormai vecchissimo, ad incoraggiare Valle nell’impresa e nel giro di quei quattordici anni tutti e cento i canti della “Divina Commedia” furono letti ad un pubblico numerosissimo, realizzando quella sistematica illustrazione del poema dantesco che poche città, se non quelle di più alta tradizione culturale come Roma e Firenze, possono vantare.

Intorno a quell’impegno centrale, le conferenze si sono articolate sui contenuti più vari e alternandosi alle mostre d’arte. C’era sempre a scegliere argomenti e persone il gusto sicuro di Valle che ha evitato il provincialismo e il localismo eternamente in agguato nella nostra isola, Quando gli intellettuali sardi, negli anni di “Ichnusa” e dei dibattiti che vi teneva Antonio Pigliaru, si chiedevano quale dovesse essere il posto della cultura sarda fra un regionalismo chiuso ed un cosmopolitismo di maniera, nei fatti la risposta venne dagli Amici del Libro che fecero di Cagliari una cerniera fra la Sardegna, l’Italia ed il resto del mondo. In questo spirito ai conferenzieri del posto si alternarono, fra gli altri, Ugo La Malfa, Piero Calamandrei, Mario Sansone, Carlo Cassola, Giorgio Bassani, Vincenzo Arangio Ruiz, Mario Apollonio, e furono celebrati i grandi centenari (Michelangelo, Manzoni, Deledda) e, con grande partecipazione, nel 1961, quello dell’Unità d’Italia. E ancora gli Amici del Libro, allargandosi a interessi universali, ospitarono mostre di artisti polacchi, cecoslovacchi, svedesi, cinesi.

Valle si teneva fermo su due piedi e con queste aperture cosmopolite non dimenticava la sua terra. Aveva fondato nel 1946 la rivista “Il Convegno” (dirigendola fino al 1983, quando cessò le pubbli- cazioni) e in quelle pagine si misura quanto sia stata benemerita la sua attività a favore della cultura isolana. Basta a darne un’idea l’elenco dei numeri monografici dedicati dalla rivista ad artisti e scrittori sardi; Grazia Deledda (1946), Francesco Ciusa (1951), Giuseppe Biasi (1952), Giacinto Satta, Tarquinio Sini, Felice Melis Marini ed Enea Marras (1953), Ennio Porino e Melchiorre Murenu (1954), Gavino Gabriel, Antioco Casula e Liborio Azzolina (1956), Lao Silesu, Antonio Mura e Lorenzo Giusso (1957), Stanis Dessy (1958), Giovanni Giusa (1959), Giovanni Manca e Carmelo Froris (1960), Agostino Saba e Sebastiano Satta (1961), Salvatore Cambosu (1962), Attilio Maccioni, Eugenio Tavolara e Federico Melis (1963), Mercedes Mundula e Franco D’Aspro (1964), Bernardino Palazzi, Mario Delitala e Lino Masala (1965), Attilio Deffenu, Giovanni Corona, Nicola Dessy, Raimondo Manelli e Gian Domenico Serra (1968), Pietro Antonio Manca, Giuseppe Pau e Giovanni Pepitoni (1969), Dino Fantini e Antonio Manca (1970), Antonio Amore e Cesare Cabras (1971), Salvatore Satta (1982).

Questo è Nicola Valle, un’intelligenza avida che getta tentacoli in tutte le direzioni, un uomo che non ha mai praticato discriminazioni di parte, e sempre invece ha separato il buono dal cattivo, il bello dal brutto e dal falso. Credo che a questa sua insaziata fame di  bellezza e di umanità si attaglino le parole di Giovanni Papini: “Come un uomo sano ha bisogno – per vivere pienamente – di tutti i cinque sensi, così un artista non può accontentarsi di un occhio solo, di una mano sola, gli ci vorrebbero tutte e cinque le arti regine”. Soltanto la fìacchezza umana, aggiungeva Papini, ha diviso le arti. Nella sua industre fatica Valle ha compiuto il miracolo di un’unità che solo le manie specialistiche guardano con sospetto: è stato un indocile Briareo dalle cento mani, un instancabile policefalo. Che sono immagini ancora papiniane adattabili a chi ha spaziato mirabilmente da un’arte all’altra.

(da “Sardegna Fieristica”, 1985)

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                             SUL FILO  DELLA MEMORIA

 

                       “Cagliari del passato”: l’ultimo libro di Nicola Valle

                                                                                                   di Marcello Serra

 

Pubblicato dall’editore Ettore Gasperini, il volume illustra la città dei nostri nonni in tutti i suoi aspetti più caratteristici. dalla vita culturale al dialetto, le tradizioni, la musica, i personaggi Ne scaturisce un quadro palpitante che consente ai giovani di scoprire un ambiente totalmente diverso da quello attuale e risveglia negli anziani toccanti reminiscenze

 

Sul filo della memoria – che, come diceva Friedrich Richter, “è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire scacciati” – Nicola Valle ha rievocato le stagioni più o meno lontane della sua città nel volume “Cagliari del passato” pubblicato dall’editore Ettore Gasperini e nato dalla riunione di articoli già apparsi in quotidiani e riviste.

La vasta rassegna di personaggi e avvenimenti, descritti con dovizia di particolari spesso inediti, suscita un notevole interesse e fornisce una ricca messe di dati e informazioni certamente utili agli storici di domani; anche se lo stesso autore tiene a precisare che l’opera non ha né i propositi né le caratteristiche di un libro di storia, ma si compone di semplici ricordi diretti o indiretti.

la narrazione di tali ricordi non è disciplinata da una trama organica ma affidata all’estro e, talvolta, introduce anche delle digressioni che abbandonano il tema principale e gli argomenti nostrani per discorrere, in alcuni casi polemicamente, di uomini e di fatti d’oltre Tirreno. Ciò dipende naturalmente dalla genesi dei libro i cui vari capitoli, concepiti in stati d’animo e tempi differenti, non risultano legati insieme da un preordinato schema conduttore.

Tuttavia, pur non svolgendo un disegno prestabilito e pur non attenendosi all’impegno di una rigorosa progressione cronologica, questa raccolta si raccomanda ai lettori per la ricchezza e l’interesse delle notizie, che consentiranno ai cagliaritani delle giovani generazioni di scoprire una città totalmente diversa e per le toccanti reminiscenze che il libro sa risvegliare  negli anziani.

“La memoria – affermava Schopenhauer in uno dei suoi aforismi – opera come la lastra della camera oscura che concentra tutto e dà un’immagine molto più bella dell’originale”. Anche con lo stimolo della nostalgia, che illeggiadrisce il passato, sfogliamo adesso insieme le pagine dell’ultima pubblicazione di Nicola Valle per riaccostarci insieme a lui e con lo stesso sentimento alle cose della vecchia Cagliari che l’autore ha saputo riscattare da un oblio spesso ingiusto con l’efficacia dei suo di- scorso e con la sua partecipazione affettuosa.

Valle esordisce con un accenno sintetico all’attività pubblicistica svoltasi nel capoluogo sardo tra la fine de se- colo scorso e gli inizi dei Novecento. Cita pertanto il “Bollettino Archeologico sardo” di Giovanni Spano, che risale al 1874. “La Gazzetta popolare”, che fu il primo quotidiano cittadino, mentre, “La Cronaca settimanale” fu il primo ebdomadario, e i due successivi quotidiani “il Corriere di Sardegna” e “L’Avvenire di Sardegna” legati, specie il secondo, alla figura dei giornalista napoletano Giovanni De Francesco.

Tra i periodici dell’epoca una segnalazione particolare viene riservata a “La Farfalla” di Angelo Somma- ruga che, più tardi, venne trasferita a Roma e che, per la sua diffusione propagatasi oltre i confini isolani, offerse l’occasione ad alcuni scrittori come Felice Uda, Francesco D’Arcais e Ottone Bacaredda di farsi conoscere anche nella Penisola. Tra i giornalisti cagliaritani di quel periodo si menziona Antonio Scano, critico letterario ed autore di un volume di versi e di un documentato “Viaggio letterario in Sardegna” che ebbe soprattutto il merito di scoprire tra i primi l’arte di Grazia Deledda. Di questa scrittrice, allora alle prime armi, Valle ricorda il soggiorno a Cagliari che Grazia, entusiasta delle accoglienze cordialissime qui ricevute, in netto contrasto con la malevolen- za e le ostilità preconcette dei suoi compaesani nuoresi, volle celebrare anche in alcune liriche. la più efficace di esse è quella ispiratale da Monte Urpinu dove Grazia andava a passeggiare con Palmiro Madesani, suo innamorato e futuro marito, da lei conosciuto proprio a Cagliari.

Nello stesso periodo ed anche più tardi tra gli animatori della cultura cittadina si distinsero, oltre all’ottimo sindaco e letterato Ottone Bacaredda, l’infaticabile studioso Raffa Garzia, autore di vari saggi di esegesi letteraria e fondatore di riviste prestigiose come “Fontana viva”, “il Bollettino bibliografico sardo” e gli “Studi Sardi”; il critico Luigi Falchi, dotato di una pro- fonda preparazione e di molto acume estetico; il poeta-filosofo Antioco Zucca che riscosse notevole successo con i saggi “L’uomo e l’infinito” e “I rapporti fra l’individuo e l’universo”; la poetessa Mercedes Mundula giustamente apprezzata dai più esigenti critici italiani, oltre che per i suoi versi sapidi d’umore e di freschezza, anche per la sua lucida e penetrante biografia di Giuseppina Strepponi, la moglie di Verdi.

A questi – nonostante il giudizio negativo e, a nostro avviso ingiusto, espresso su di lui in Cagliari dei passato – bisogna aggiungere anche il nome di Raimondo Carta Raspi che, come rileva Nicola Valle e come noi stessi confermiamo avendone fatto personale esperienza, si rese invio a molti per la boria, la misantropia scostante ed il carattere ruvido; ebbe, però, il merito indiscutibile di fondare la rivista e la casa editrice “Il Nuraghe”, che accolse e rivelò i più significativi scrittori sardi dei tempo, ed inoltre ci ha lasciato una non trascurabile “Storia della Sardegna”, alcune monografie su personaggi dei nostro medio evo e due studi rispettivamente sui condaghi e sui castelli dell’isola.

Valle tributa invece un’ammirazione senza riserve a Filippo Figari che egli reputa il più grande pittore sardo. Perciò si sofferma a raccontarne la progressiva ascesa ed a segnalarne le opere più insigni che si trovano quasi tutte proprio a Cagliari; più esattamente nella sala conciliare e in quelle dei matrimoni e dei rìcevimenti dei palazzo municipale, presso il tribunale amministrativo regionale, nell’aula magna dell’università, alla camera di commercio ed alla fiera campionaria.

Procedendo nella lettura ci imbattiamo adesso in una divertente descrizione della vita cittadina all’epoca dei fanali a gas che, come sottolinea l’autore, è anche documentata fotograficamente dai dagherrotipi scattati da Edouard Delessert durante le sei settimane dei 1854 in cui quel viaggiatore francese visitò la Sardegna; ma anche, soggiungiamo noi, dalle numerose ed artistiche immagini lasciateci da Agostino Lai Rodriguez, il più grande fotografo sardo della seconda metà dell’Ottocento. Il capitolo si trattiene a descrivere le stagioni balneari dei Cagliaritani d’allora, rigidamente divisi per sesso negli stabilimenti “Carboni” e di “Giorgino”, catafratti, maschi e femmine, dal collo fino ai malleoli, in costumi che, con la loro prolissità, proteggevano ad oltranza il pudore ma non difendevano certo dal ridicolo e dalla goffaggine.

Pagine eloquenti sono dedicate anche al “Lido” che, dopo la prima guerra mondiale, per iniziativa dei fratelli Usai, divenne per le sue nuove e confortevoli attrezzature e l’evoluzione graduale dei suoi frequentatori, uno stabilimento balneare elegante, moderno e soprattutto accogliente, tanto da rassomigliare, anche per gli spettacoli di prosa, d’operetta o di varietà allestiti ogni estate nel suo teatro e per i trattenimenti danzanti serali sulla rotonda, ad l’una piccola tranquilla Viareggio”

Ad attirare molta gente durante le sere estive non c’erano soltanto il “Lido” e il “D’Aquila” (l’altro stabilimento dei Poetto, di livello più mo desto e familiare, fornito anch’esso di una vasta rotonda) ma anche l’aerea e bellissima terrazza dei Bastione S. Remy, oggi assurdamente disertata dai cagliaritani e trascurata dai loro amministratori. Qui i cittadini d’ogni età e d’ogni ceto, dal tramonto a notte inoltrata, si davano convegno quotidianamente come in un grande salotto comune per passeggiare in compagnia senza ascoltare i concerti bandistici eseguiti su un palco scioccamente demolito in questo dopoguerra, conversare, stringere nuove amicizie; mentre i giovani innamorati si incontravano sotto lo sguardo vigile delle madri oppure, come si usava allora durante il lungo preludio che precedeva la conoscenza personale e la dichiarazione d’amore, si scambiavano a distanza occhiate furtive più eloquenti delle parole.

In netto contrasto con questa vi sione lieta e serena della Cagliari d’allora, poco più avanti nel volume si descrivono le usanze funebri dell’epoca. Col triste suono delle campane che cadenzavano a intervalli regolari e ossessivi l’agonia fino al momento dei trapasso, annunziato da un rintocco particolare; con i sacerdoti parati a lutto e scortati dai chierichetti, che ogni tanto attraversavano a piedi le vie per portare l’estrema unzione ai moribondi; con i lunghi cortei mortuari preceduti

talvolta anche da sette preti e dalle schiere di orfanelli, sordomuti, ciechi e vecchi ricoverati negli istituti pii, esse coinvolgevano più d’adesso la città. Erano, infatti, soprattutto quelle luttuose sfilate, che percorrevano lentamente le sue strade fino al cimitero adombrandole di mestizia, ad attirare l’attenzione e il compianto di un gran numero di Cagliaritani, per cui il commiato all’estinto veniva tributato non soltanto dagli amici e dai parenti, come si usa oggi, ma da una grande massa di popolo.

Leggendo le pagine seguenti troviamo una movimentata descrizione dei vecchio mercato, maestoso per la sua fuga di colonne come un tempio dorico, che l’insipienza degli amministratori odierni ha voluto abbattere. Con esso vengono ricordati la vociante e pittoresca moltitudine dei suoi venditori e dei suoi frequentatori abituali che erano in prevalenza uomini perché a quei tempi, per quanto ri- guardava la spesa, il capo famiglia si riteneva più esperto della sua compagna. Poiché intorno o all’interno dei mercato stazionavano molti scugnizzi, che s’incaricavano dietro un modestissimo compenso di recapitare nelle case le cibarie acquistate, Valle si sofferma a discorrere con evidente simpatia di questi piccioccus de crobi , ad onta della loro miseria e della loro condizione di emarginati, riuscivano a sbarcare il lunario ed anche a  divertire con i loro scherzi e con la loro arguzia. Un’altra macchietta singolare dell’epoca schizzata sobriamente dall’autore è quella de su maiolu, il ragazzo dei paesi inurbato che andava a servizio presso le famiglie facoltose e, con duri sacrifici, riusciva contemporaneamente a studiare fino a conquistare in non pochi casi anche la laurea ed una posizione eminente, ma senza liberarsi mai dei tutto dalla sua rusticità, come ironizzava il giudice-poeta Gaetano Canelles in un sonetto in vernacolo riportato da  Valle: “Poniddi guantus, gruxis, oreria, / faiddu deputau, mancai de prusu, / ma de majolu no ndi bessit mai”. Rispetto a quella stagione ormai remota molte cose sono cambiate anche nel linguaggio: di tante parole del dialetto cagliaritano d’uso comune allora, oggi si è perso interamente il significato perché nessuno le adopera più da molto tempo. Eccone alcune: cavagna (la cesta per la spesa) pistinaga (carota), biarrava (barbabietola), burruchianus (clienti), potecariu (farmacista), scrufulia (figliolanza), aposcindis (dopo), pibinca (fastidio), angiamò (il prete che benedice le case dopo la Pasqua), arrebustu (dispensa), gregattu (sottoscala). Sono poi scomparsi i nomi delle unità di misura come unza, libba, misura, imbudu, chemu; nè si ricordano perché fuori corso da decenni i nomi delle monete di rame di quella età parsimoniosa durante la quale si  poteva comprare qualche cosa con 5 centesimi (tres arrialis), con 2 centesimi (unu arriali), con un centesimo (un’arrialeddu), con 10 centesimi (unu soddu) e ancora di più con mesu pezza e con pezze mesu che corri- spondevano, rispettivamente, a 25 e a 75 centesimi.

Più oltre Valle passa in rassegna i negozi più noti o singolari di quegli anni: le pasticcerie, alcune gestite da immigrati svizzeri, che si chiamavano con vocabolo arcaico e prezioso offelierie; la bottega dei caustico Virgilio Lippi, situata in piazza Martiri di fronte al monumento oggi confinato nel Parco delle Rimembranze; nella via Manno: la gioielleria del garibaldino Campurra; l’antiquato negozio di ferramenta di Anchisi, rischiarato da un lume a petrolio; l’armeria Veritier, che spiccava per la sua insegna ottenuta con lettere formate da un intreccio di forchette, cucchiai e coltelli; la libreria Fanni, molto frequentata da tutti i Cagliaritani colti; in piazza Yenne: la fabbrica di candee Marcialis, dove si riunivano ogni sera i notabili cittadini, compreso il sindaco Bacaredda; in via Mazzini: la farmacia Ardoino, punto d’incontro serale di giornalisti, avvocati, magistrati, studenti e professori tra i quali teneva banco, col suo spirito salace e battagliero e con la sua conoscenza sempre aggiornata dagli avvenimenti nazionali e locali, lo stesso proprietario dei negozio.

Ad animare quella città sonnolenta contribuivano i numerosi ambulanti con i loro richiami gridati a gran voce e, talvolta, anche cantati su un tema musicale fisso per ciascuno che consentiva agli eventuali clienti di riconoscerli a distanza. Erano i riparatori di terraglie (acconcia cossius e sciveddas), l’arrotino (acuzza ferri), il venditore di sale (sali a perda e pistau), quello di arselle (bianche cocciula), gli erbaioli con sa crobi, is arregatteris, is maurreddus che smerciavano le scope di palma nana (scovas de Sant’Antiogu). In alcune case a pianterreno c’erano poi, a carnevale, le venditrici di zippulas e, in Quaresima, di pardulas.

Ma ciò che forse caratterizzava meglio la città in quegli anni era la passione per la musica. Il canto accompagnava i Cagliaritani dalla culla alla tomba. Specie nei quartieri popolari si udivano ogni giorno le ninne-nanne che assecondavano il dondolio ritmico delle zane (is barzolus), ed ogni sera fiorivano le serenate degli innamorati all’indirizzo delle loro belle che ascoltavano dietro le persiane socchiuse; mentre nelle bettole o sulle soglie dei sottani si levavano i canti a sa bastascina, detti anche a basciu e contro, sostenuti da un basso profondo, da un baritono e da un tenore, oppure is muttettus conclusi dal trallallera. V’erano poi i canti stagionali, quelli religiosi come is goccius, quelli chiesastici ed inoltre i cori che allietavano le sagre o venivano eseguiti durante le processioni della settimana santa dalla confraternita del Crocifisso.

Oggi tutte quelle spontanee manifestaztoni canore sono cessate ed insieme ad esse sono scomparse anche le fanfare e le bande che con le orchestrine degli orfeonisti, formate in specie da mandolinisti e da chitarristi dilettanti, si esibivano un po’ dappertutto e non mancavano mai di percorrere le vie cittadine l’ultima notte di dicembre per rivolgere un saluto festoso all’anno nuovo con le loro marce e le loro allegre perigordine.

Tale predilezione così spiccata per la musica si manifestava anche nell’entusiasmo e nella competenza con cui i Cagliaritani ascoltavano i concerti in piazza delle bande cittadine e militari, oppure partecipavano agli spettacoli lirici allestiti ogni anno con impegno sia al Civico che al Poli- teama da un comitato di azionisti che sottoscrivevano somme ragguardevoli.

Dopo la prima guerra mondiale anche nei Cagliaritani, come d’altronde la maggior parte degli italiani, si verificò una graduale maturazione del gusto musicale che consentì alla nostra cittadinanza di avvicinarsi anche alla musica classica, di intenderla e di frequentare i concerti con un diletto non inferiore a quello dimostrato fino ad allora soltanto per l’opera lirica. Valle riconosce al maestro Fasano il merito di essere stato  il principale artefice di tale progresso, sia come fondatore e infaticabile animatore della benemerita Istituzione dei Concerti, sia come direttore di quella scuola di musica che, con la sua abilità organizzativa ed il suo entusiasmo, riuscì ad elevare da modesto istituto municipale a conservatorio statale.

Nel libro si discorre, infine, di altri musicisti di spicco che hanno contribuito ad alimentare nella nostra città l’interesse per l’arte dei suoni. Tra essi segnaleremo Giulio Fara e Gavino Gabriel, penetranti studiosi della etnofonia popolare sarda; il maestro Giulio Buzenac, uno dei primi divul- gatori della musica sinfonica a Cagliari; Gavino Dessy Deliperi, buon violinista e creatore dell’istituto civico musicale; Luigi Rachei, appartenente ad una famiglia che ha espresso diverse generazioni di musicisti di buon livello e autore di pagine melodiche ricche di fantasie e di cori che rielaborano originalmente i temi dei folklore sardo. Ma la lode maggiore e più affettuosa viene giustamente tributata ad Ennio Porrino che, ispirandosi alla sua terra natale, compose tra l’altro, il poema sinfonico “Sardegna” e il melodramma “I Shardana”.

Con questa ampia rassegna musicale si conclude il libro di ricordi dedicato da Nicola Valle alla sua città che noi abbiamo voluto recensire riferendo dettagliatamente ai lettori tutti gli argomenti in esso trattati.

Ci è sembrato così di fornire un’idea adeguata della varietà dei suoi temi e di rendere l’omaggio più concreto a quest’opera ispirata dall’amore e dalla nostalgia per una Cagliari meno progredita ed evoluta, ma tanto più civile ed umana di quella attuale.

Da “Sardegna Fieristica/ Aprile-Maggio 1963

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   Un nuovo libro di N. Valle – “Scompare un’Isola”

                                             di Giorgio Scano 

 

Alla buon’ora, ecco un libro diverso… Prima ancora di entrare in merito del nuovissimo libro di N. Valle – che si intitola “Scompare un’isola – viaggio in Sardegna”, ci sia lecito segnalare il tono del tutto diverso dei troppi libri che da un po’ di tempo a questa parte affollano gli scaffali dei libri, e costruiti nella solita ricetta, con gli ingredienti infallibili dell’archeologia, del colore locale e della notizia storica. Tutte cose utilissime e rispettabilissime, ma destinate senza rimedio a generare monotonia e perciò diminuire interesse alla produzione editoriale sarda, ed a lasciare indifferente il pubblico che spesso ritrova nell’autore X quello che si poteva trovare anche nell’autore y.

Nel libro di Nicola Valle si viaggia fra cose diverse e spesso inattese, singolare giudizio che viene spontaneo, pur accogliendo l’avvertimento dell’autore che al contrario fa sapere nella prefazione che si tratta di capitoli dedicati alla Sardegna d’ieri. Gli è che anche quando si parla di cose antiche o vecchie, si possono dire cose nuove o moderne: è il caso di N.V., che riprende, per esempio, a trattare del viaggio ormai risaputo di D’Annunzio in Sardegna, e fin dalle prime righe si capisce che l’autore non si è limitato a riprendere una storia fin troppo vecchia e sfruttata, bensì ha voluto fare il punto e quasi una revisione di quanto finora era apparso pacifico e scontato: e con tutto il rispetto, anzi nonostante l’ammirazione professata al poeta delle Laudi, N.V. arriva a conclusioni inattese, come questa frase: “Si entusiasmi chi vuole alla lettura di questi versi e di queste prose, a noi rincresce di non riuscire a trovarsi se non la conferma di quanto si è già detto a proposito degli inviati – speciali o no – nell’Isola. Fu in definitiva questo viaggio in Sardegna dell’ultimo grande poeta italiano, un’altra buona occasione perduta per la Sardegna: una delle tante, a partire da quando con le sue professionali ingiurie l’avvocato Marco Tullio Cicerone non ebbe scrupoli nell’offendere e bollare a sangue un popolo onesto per puntellare la sua difesa di Scauro; o quando dalle affermazioni per “sentito dire” dell’Alighieri a proposito del dialetto nostro come a proposito di “Barbagia di Sardegna”, l’Isola fu rappresentata con le createli di deformazioni di chi scrive senza sapere e senza conoscere.

 D’Annunzio avrebbe potuto riscattare tanti secoli d’incomprensione e di scarsa informazione. E poiché amare è prima di tutto conoscenza, avrebbe potuto anticipare molto più tardi e molto lentamente cominciò ad operare favorevolmente nei nostri confronti, anche per il concorso di eventi eccezionali”.

Questo brano può dare un’idea della indipendenza di giudizio e della spigliatezza nell’andatura di un libro tutto scritto in buona lingua, senza enfasi e senza retorica, alla quale non si indulge mai, neanche quando si  fa della prosa di “colore”; come nella seconda parte del volume, che reca il sottotitolo di “Viaggio sentimentale” e vi si rappresentano bellezze in genere poco celebrate di località degne di essere meglio conosciute e valorizzate. Ed anche qui si deve rilevare che non si ritrovano i “clichets” cari ai pieghevoli delle agenzie di viaggi, e nemmeno alla letteratura di maniera che si attende troppo spesso a dire e ridire della nostra Isola con belle ma risapute, con monotonia talvolta esasperante.

La prima parte invece si mantiene su un piano esclusivamente culturale: figure e fatti della letteratura e dell’arte sono riproposte alla riflessione ed alla discussione, oppure sono riesaminati per una migliore loro conoscenza e un  più ponderato giudizio. E passano le figure di Lawrence, di D’Annunzio, della Deledda, del Satta, degli incisori sardi, dei musicisti, dotti ? e dei cantori ????? etc.

I capitoli della seconda parte ci offrono pitture animate ed efficaci delle principali località delle coste sudoccidentali. come zone sulle quali lo sguardo poco lungimirante delle autorità preposte allo sviluppo del turismo isolano non si è ancora posato.

Bene ha fatto perciò, anche per questo, N.V., a dedicare pagine di poesia a tali contrade che aspettano il loro quarto d’ora: Carloforte, Calasetta, S. Antioco, il Castello di Siliqua; come pure il Sàrrabus, la Barbagia di Ollolai, ecc.

Completano la interessante ed originale rassegna alcuni capitoli ancora più interessanti – a nostro avviso – e rilevanti anche meglio le doti di questo scrittore dalla vena felice e felicemente comunicativa. Si tratta  di un “Itinerario gastronomico” che chiude la raccolta, e di altri due capitoli del tutto comprensibili e ricchi di uno spirito che non si trova facilmente fra le pagine dei nostri scrittori, e pertanto degni di una speciale menzione: il primo intitolato “Vita incredibile dei monumenti” (una fantasia che potrebbe stare tra il genere ironico-satirico e il patetico, una pagina che farebbe onore ad uno scrittore celebrato e famoso dei nostri moderni autori di fantasie e “fumisterie”; il secondo intitolato “Terra di cavalli” costituisce una esaltazione del cavallo che nella vita e nella psicologia dei sardi occupa una parte eminente e rappresenta tanta parte della società pastorale e contadina, assumendo addirittura il ruolo di protagonista in certe zone dove, malgrado l’avanzare del progresso, il nobile quadrupede è ancora considerato come una persona di famiglia.

L’edizione quasi lussuosa e illustratissima del libro, stampato nello stabilimento di Guido Fossataro di Cagliari, aggiunge alla pubblicazione particolare pregio, assicurandoli successo e fortuna nel periglioso mare della produzione libraria odierna.

Da “Sardegna fieristica”, marzo 1965

 

NICOLA VALLE: GOFFREDO MAMELI ERA SARDO. POI…

     di Fabio Manca

Pochi come lui conoscono la cultura sarda, i personaggi, i protagonisti dell’ultimo secolo. Pochi come lui hanno avuto l’occasione di conoscere, in modo più o meno approfondito, Ungaretti, Salvatore Satta, Lino Businco, e tanti altri. Pochi come lui hanno saputo comporre un mosaico fatto di indagine critica, e ricerca interiore. Pochi come lui possiedono quelle caratteristiche che permettono ad un critico, ad uno scrittore, di penetrare negli animi dei suoi interlocutori e di coinvolgerli completamente. Il cruccio di Nicola Valle, autore di 15 saggi di vario genere, e direttore e fondatore della rivista letteraria “Il convegno”, è sempre stato quello di essere un “Isolano isolato”, come tutta la popolazione sarda. Da qui (e non solo ), il desiderio di valorizzare le figure di quei personaggi sardi che, a causa appunto dell’antico svantaggio di essere nati su questa meravigliosa isola, non sono abbastanza conosciuti e apprezzati.

“Chi ha mai detto – esordisce il prof. Valle – per esempio che Goffredo Mameli

era sardo? Eppure è così. Il padre, eroico ammiraglio era sardo, Gli avi pure”.

Elenca pregi e difetti di una serie di personaggi da lui conosciuti:

“De Chirico, ad esempio, è stato a mio parere un grande pittore sino al momento del successo. Da metafisico, profondo, estremamente originale, è passato ad una pittura, sempre validissima s’intende, ma più tradizionale, scontata, quasi volesse dipingere solo per piacere alla gente… Ungaretti mi ha sempre lasciato perplesso. Non vedevo giustificata la sua grande fama, la sua pretesa di ricevere il premio Nobel. Di Tolstoj amavo il suo sconfinare dalla narrativa alla filosofia, il suo rigore morale (“Senza l’astinenza, diceva il grande scrittore, non e possibile una vita morale…”). Invidiavo l’intatta lucidità mentale che mantenne sino al momento della morte. Strawinsky era un “campione della vera avanguardia, quella buona, senza etichette, senza organizzazione o clamori propagandistici, senza gregari e senza proselitismo”.

Leggendo il suo ultimo saggio, “Persone e Personaggi”, considerato dallo stesso autore la continuazione di “Ritratti letterari” del 1978, si comprende subito il particolare modo con cui descrive i personaggi, gli aspetti importanti della loro vita, le vicende che hanno segnato la loro carriera. In appendice, a sottolineare la sua conoscenza letteraria, un preludio Ariostesco (in cui l’autore, sulla base di una constatazione secondo la quale lo spirito del secolo che vide l’attività poetica dell’Ariosto, era quello di assecondare la predilezione degli umanisti e delle persone colte in generale in tessendo più che veri e propri poemi cavallereschi, quelli che possono considerarsi i romanzi di allora in cui la verità storica e squisitamente condita o alterata dalla fantasia alacre dei poeti) l’analisi di due opere poco lette di Alessandro Manzoni (“Del trionfo della libertà” poemetto giovanile in 4 canti, e “La storia della colonna infame” opera che segnò la sua maturazione) e infine un profilo di un Goffredo Mameli finalmente rivalutato per quello che ha fatto per l’unità d’Italia. Ma ciò che ci interessa più da vicino, e la parte “sarda”, quella dedicata a coloro che talvolta modestamente, ma con una carica notevole di cultura, hanno “cresciuto” il nostro bagaglio umano sociale.

“Ho voluto sottolineare, prosegue Valle, oltre che le figure di personaggi noti come Grazia Deledda, Salvatore Satta, Salvatore Cambosu, Luigi Crespellani, il valore di un critico letterario come Luigi Falchi, dotato di una rara apertura mentale, la singolarità, derivata dai sogni arcaici, di un pittore come Massimo Campigli, l’aria misteriosa di Anton Giulio Bragaglia, fondatore della “stabile Sarda” negli anni ’20, l’importanza dell’opera svolta da Antonio Maxia, l’uomo che volle la creazione del bacino del Flumendosa e che con le sue teorie concrete e costruttive preluse alla creazione ed alla ideazione dell’attuale consorzio, industriale”.

Inutile soffermarsi ad indicare i personaqgi che descrive, sarebbero troppi. La sua attività, comunque, e incessante. Da 35 anni la sua rivista letteraria “Il convegno”, fornisce un panorama sulle attività universitarie sarde con interventi di illustri personaggi, e critiche, sempre diverse, sulle opere classiche sarde e nazionali. Prima di congedarci, ci mostra opere esposte nella sua validissima pinacoteca, e denuncia: “Sono in possesso di una enorme quantità di xilografie, stampe, tele, di tanti grandi artisti, alcune delle quali inedite e di grande importanza. Nonostante da anni chieda alle autorità competenti un locale per esporle non mi si da ascolto”.

Al pari di molti personaggi che ci descrive, in conclusione, di Nicola Valle apprezziamo la grande modestia: il modo pacato di chi non ama mettersi in luce a tutti i costi ma che in coscienza, sa che il tempo, pian piano, darà sempre più valore alle sue opere.

Da “IL CAGLIARITANO”, 1979

 

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 UN MARATONETA DELLA CULTURA TRA MUSICA LETTERATURA

   di Vittorino Fiori

 

Col nuovo anno Nicola Valle sarà ottuagenario: la sua lunga e intensa vita è strettamente intrecciata con le vicende culturali della città – L’ultimo suo libro di ricordi cagliaritani le rievoca in presa diretta dagli anni in cui studiava il violino alla “Scuola di Musica” di via Cammino Nuovo a quelli più recenti, segnati dall’attività degli “Amici del Libro” – I giorni ruggenti della svolta, dopo le bombe del 1943, nella biblioteca universitaria.

 Se dicessi di un capellone conosciuto a scuola, più di un sessantottino s’incuriosirebbe: solo uno? Debbo dunque precisare che quell’unico capellone della mia esperienza scolastica non stava tra i banchi ma sedeva in cattedra. In quel tempo i barbieri usavano ancora la macchinetta per il taglio dei capelli, la sentivamo ronzare sulla nuca e qualcuno cui non bastava la sfumatura alta se la faceva passare anche sulle tempie, alla tedesca. Un capellone si faceva notare, allora, come uno studente che fosse andato a un’assemblea sessantottina con la nuca allo scoperto e la cravatta al collo.

Quel professore dalla folta capigliatura era Nicola Valle. Lo si sarebbe potuto mettere in caricatura disegnando con tratto disneyano un pennello con gli occhi (tondi) e la bocca (sottile come rasoiata). Non risulta però che i molti caricaturisti suoi am1ci vi si siano mai provat1: l’hanno rappresentato in tutti i modi (spesso in groppa a un cavallo a dondolo, perché il monumento equestre guadagnasse in comicità ciò che di aulico perdeva) ma non come lo vedevano gli alunni impressionati da quella massa di capelli neri. Questo punto di vista restò graficamente inespresso, ispirò soltanto un soprannome che – scusate l’insistenza – gli stava davvero a pennello. Non dirò quale fosse: gli giungerebbe nuovo – temo – e ormai poco pertinente (nella sua impertinenza) per via della molta cipria che si ritrova sui capelli non più folti come allora.

Dopo più di quarant’anni, Valle non è però molto cambiato. Allora s’avviava verso la quarantina, col nuovo anno sarà ottuagenario: ottant’anni strettamente intrecciati con le vicende culturali di Cagliari, nelle quali ha sempre avuto un ruolo di protagonista. Ha appena pubblicato il suo tredicesimo libro e il titolo – “Cagliari del passato” – dice subito che è una testimonianza in presa diretta. Il sottotitolo annunci “ricordi di vita culturale, quotidiana e musicale». L’ultimo aggettivo va sottolineato.

Tra gli ingredienti delle caricature (bisogna parlarne perché il disegno umoristico è una delle passioni del professore, che fu molto amico di Tarquinio

Sini e di tanti altri pittori i quali fra le due guerre vi si esercitavano con fulminante ironia prendendolo spesso a modello) appare quasi immancabilmente il violino: Enzo Loy glielo mise a tracolla, facendogli cavalcare in perfetta tenuta di cavallerizzo il solito cavallino a dondolo. I ricordi di Nicola Valle – «Nicolino», in un diploma rilasciatogli dalla «Scuola di Musica del Municipio di Cagliari» nel 1914 – riservano molto spazio alle vicende musicali perché il violino lo studiò davvero, in quella scuola di via Cammino Nuovo allora fuori mano, accanto alla chiesa gotica di Santa Maria del Monte che noi suoi alunni frequentammo poi, nell’ultimo dopoguerra, quando vi fu precariamente sistemata una mensa universitaria che serviva come piatto forte barbabietole bollite.

Il  bambino con i calzoncini corti che vi si avventurava inerpicandosi la sera in stradine battute dal vento (e al buio, quando la guerra fece azzurrare i rari lampioni) abitava nella Marina, in via Sant’Eulalia. Gli misero tra le mani uno dei violini che la scuola – poche squallide stanze – aveva in dotazione e imparò a suonarlo quanto bastava per farsi scritturare in orchestra, alle stagioni liriche che in quegli anni lontani monopolizzavano a Cagliari tutta l’attività musicale. Non da dilettante ma da professionista se non proprio da solista con nome in cartellone (ma entrò anche in una formazione che lo portò in tournée all’estero). La musica da camera la si faceva allora in salotto, invece che all’auditorium. Negli anni venti un medico cagliaritano, il professor Plinio Atzeni, riuniva a casa sua ogni settimana un quartetto nel quale lui stesso –buon dilettante – suonava la viola, mentre Val1e impugnava l’archetto del violino. Erano concerti alla buona, letture più che interpretazioni; ma ci si metteva una passione che oggi – con la musica inflazionata dagli impianti stereo – è rara anche tra i melomani.

Per sentire tutt’intera una sinfonia di Beethoven, Nicola Valle dovette aspettare il salto oltre tirreno per gli studi universitari. Aveva tatto regolarmente il ginnasio e il liceo al Dettori, dove avrebbe poi insegnato per più di trent’anni (così di scuole ne frequentava due, quando seguiva i corsi serali in via Cammino Nuovo e più tardi al liceo musicale di nuova istituzione): iscritto in lettere, concluse la carriera studentesca a Roma con Arturo Toffanin, che gli diede una tesi sulle origini del melodramma.

Nel 1936 la tesi, integrata con ulteriori ricerche, diventò un libro: «Origini del melodramma», appunto. Il professorino che non aveva nemmeno aspettato la laurea per mettersi a insegnare – e infatti ha oggi ex alunni quasi coetanei – rivelò un talento di musicologo avallato dalla monumentale «Storia della musica» di Franco Abbiati dove poté leggere, in una scelta di brani da antologia, una sua pagina tratta appunto dal libro (e Abbiati, autorevole critico del Corriere della Sera per decenni, non era uomo che potesse prendere abbagli).

Il musicologo che suonava  il violino in orchestra e insegnava italiano al liceo non trovò però poi il tempo per dedicarsi ad altre ricerche strettamente specialistiche come quella alla quale l’aveva indirizzato Toffanin e del molto che continuò a scrivere – occupandosi prevalentemente di cose sarde sul versante della letteratura e dell’arte – poco ha a che fare con la musica (anche l’archetto finì d’altronde appeso a un chiodo nel suo studio, nell’immediato dopoguerra).

Nella vita dei cagliaritani che hanno superato la cinquantina c’è un crinale segnato dalle bombe del 1943: fu un dramma che restò stampato anche nella mente di chi allora eraragazzo. Chi lo visse e fu costretto alla fuga – aspettando con pena il ritorno – sa come ci si sentisse cambiati quando la città riprese a vivere. Uno dei primi segnali di rinascita fu un fatto culturale, Nicola Valle – chiamato alla direzione della biblioteca universitaria – interpretò questo suo nuovo ruolo con fantasia, come gli dettava il temperamento: la bella sala settecentesca di via Università era stata risparmiata dalle bombe e lui l’apri a tutti, organizzando conferenze e dibattiti affollati in giorni in cui mancava il pane ma non l’entusiasmo. Si voltava pagina e nuovi protagonisti s’affacciavano sulla scena politica. Per vederli e ascoltarli – per «scoprirli», quasi – andammo in biblioteca. Uno dopo l’altro gli uomini emergenti, quelli che poi avrebbero dominato la  vita pubblica, vi si presentavano per tenere conferenze e animare dibattiti all’insegna di una nuova associazione fondata da Valle: gli «Amici del Libro». Lì, in quello scenario dominato da inaccessibili scaffali che salivano sino al soffitto pieno di

stucchi e dorature, prese un giorno la parola un giovane professore di filosofia che avevamo conosciuto al liceo senza sospettarne la clandestina militanza comunista: era  Renzo Laconi. Aveva l’erre moscia ed eleganze verbali in sintonia con stucchi e dorature, ma presto la sua voce diventò dura: qui attorno – diceva – c’è gente  che vive in tane, nelle strade di Castello; vorrei prendervi per mano e trascinarvi in quelle spelonche, capireste cose che nemmeno immaginate.

Più spesso agli «Amici del libro» si parlava però di letteratura e anche allora i dibattiti erano vivaci, c’era un gusto per la discussione che coinvolgeva tutti. Ogni argomento scatenava polemiche, il più delle volte la politica vi si insinuava anche quando il tema sembrava non potesse offrirle il minimo appiglio. La biblioteca abituata a pensosi silenzi si riempiva di voci eccitate. Era  quasi una prova generale dei tornei oratori che presto avrebbero animato le piazze.

Nel 1947 Valle lasciò la direzione della biblioteca e riprese a insegnare italiano al Dettori. Anche gli «Amici del libro». si trasferirono. Uno scantinato del palazzo civico sistemato dall’architetto Ubaldo Badas diventò la sede non più precaria dell’associazione: lo è ancora, dopo quasi quarant’anni. Mai prima d’ora un sodalizio culturale aveva resistito tanto a lungo in città. E il motivo è uno solo: mai c’era stato un uomo così testardo, alla guida d’una simile organizzazione. Il suo è un primato da maratoneta della cultura, se l’immagine sportiva non fa a pugni con quanto v’è di severo nelle manifestazioni che hanno a che fare con la letteratura e l’arte.

(Quand’era il mio professore, tanti anni fa, metteva nelle sue lezioni un’intonazione salottiera – come fa ora nelle sue conferenze agli «Amici del Libro» – con guizzi di humour che non scalfivano il peso delle argomentazioni. Un giorno ci diede un tema. da svolgere in un’ora, dovevamo dire quale autore – nella storia della letteratura italiana – ci avesse impressionato come uomo. Un alunno indicò Boccaccio ma scrisse che le antologie scolastiche non l’aiutavano a capire quel che poteva leggere nel manuale di letteratura: vi trovava in tutto e per tutto la storiella di Chichibio e la gru e la cosa gli sembrava avesse poco a che fare con la questione delle donne angelicate o meno per la quale Boccaccio entrava in rotta di collisione con gli stilnovisti. Erano ancora di là da venire i Decameroni cinematografici da luce rossa – si era appena al seno di Clara Calamai, figuriamoci! – e la maliziosa osservazione non poteva venire che da letture proibite. Valle non fece una piega, disse solo – e per l’autore era un grosso complimento – che il compito era copiato. Capimmo con chi avevamo a che fare, quel professore detestava le ipocrisie quasi obbligatorie a scuola e lodando il tema anticonformista ce lo faceva sapere con un ironico sorriso) .

 

da “L’Unione Sarda”, dic. 1983

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 Una serie di saggi di una lunga attività culturale

      I ritratti di  Nicola Valle

 di Antonio Romagnino

 Per libri come questi (Nicola Valle “Ritratti letterari” Edizioni 3T Cagliari 1978) in cui c’è come il segno di una summa o di un traguardo, è difficile liberarsi dalla tentazione di rievocare seppre rapidamente la vita e l’opera dell’autore che l’hanno preceduto e anticipato. Lo facciamo anche se Nicola Valle è stato un  protagonista della vita culturale isolana da più di cinquant’anni, così esibito e così poco defilato agli sguardi che una scheda bibliografica aggiunge nulla o quasi a quanto è già squadernato sotto gli occhi dì tutti. E perché in quel lungo ed operoso itinerario ci sono tutti i precorrimenti degli umori e delle sce1te che hanno innescato l’opera presente.

Non è per esempio una mera remota curiosità la citazione dei giovanili saggi Variazioni sul tema, 1933 e Origini del melodramma, 1936 (ancora compreso nelle più aggiornate bibliografie della storia della letteratura italiana) è invece individuazione della antica fedeltà del musicologo e del musicista, di cui questi Ritratti con i profili di Ildebrando Pizzetti, Piero Schiavazzi, Lao Silesu, Ermanno Wolf Ferrari, Beniamino Dal Fabbro, Gavino Gabriel, Giulio Fara, Gian Francesco Malipiero, Ennio Porrino, Luigi Dallapiccola e Vittorio Gui, sono una prolungata appassionata riconferma. Né divaga dall’occasione di oggi ricordare Antichi e moderni, 1971 che già svariavano non solo nel tempo (da Dante a Lawrence) ma anche topograficamente (dal teatro religioso nel medioevo al canto popolare in Cagliari e sue vicinanze, a Grazia Deledda e a Sebastiano Satta) preannunciando la divaricazione presente ancora in questo libro fra continentali (Piero Bargellini, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini,  ecc.) e sardi (Ottone Bacaredda, Antioco Casula, Pasquale Marica, ecc). Né infine esorbita dalla definizione della linea seguita dallo scrittore anche un cenno dell’attività di quell’instancabile organizzatore cu1turale che è stato Nicola Valle. Le mostre, le conferenze, i dibattiti, che sono stati tenuti nei suoi Amici del libro hanno segnato profondamente la vita di Cagliari del dopoguerra e hanno rappresentato, nella stentata ricerca di un’identità diversa per il capoluogo dell’Isola e nel momento che questo si caricava dei pesanti impegni derivanti dalla conquista dell’Autonomia della Sardegna, una altissima funzione di ponte gettato fra i rischi di un nuovo provincialismo e le seduzioni di un cosmopolitismo politicamente epidermico.

Questo ed altro spiegano quell’itinerante uomo di studi che è Valle, che riprende con grande successo in questi Ritratti letterari il taglio delle visite così felicemente sperimentato nelle rubriche I longevi e Figure controluce apparse in questo giornale. Visite che ben si adattano a questo sardo così innamorato della sua terra – se ne ricerchino le testimonianze palpitanti in Mattino sugli asfodeli, 1933, L ‘idea autonomistica in Sardegna, 1947, Incisioni di Carmelo Floris, 1960, Incisioni di Iglesias, 1961, Scompare un’isola (Viaggio in Sardegna), 1964, Grazia Deledda, 1964, Filippo Figari (la vita e le opere) 1973 – e però anche curiosamente e intensamente affacciato oltre il Tirreno. Di lui proprio questi Ritratti, così ricchi di frequentazioni di uomini della cultura nazionale, autorizzano a dire, parafrasando ancora Arbasino come si è fatto già un’altra volta per Alziator, che il biglietto per Civitavecchia, che è un po’ la nostra Chiasso, l’ha preso reiteratamente e lo prende tuttora, non stanco ma  neppure pago degli itinerari isolani.

Abbiamo detto visite e qui si precisa il colore tipico e il calore umano di questo libro, che lascia al cerebralismo oggi di moda tutti i suoi oscuri arabeschi concettuali e stilistici, e restituisce alla critica letteraria, delle arti figurative e musicali, praticata qui, cosa rara, tutt’insieme da una stessa persona, la qualità umanistica della limpidezza e chiarezza sia della lingua e della forma che del giudizio. Per ottenere i quali risultati non serve a Valle spesso neppure il testo musicale o letterario che sia, o la scultura o l’incisione o il quadro, su cui non si affatica mai in esegesi pedantesche, e invece l’uomo nelle sue più precise e realistiche connotazioni fisiche e psicologiche. Alcuni ritratti sono condotti con mano da maestro e, insieme con le descrizioni d’ambiente, interni di case o paesaggi rievocati nelle loro caratteristiche natura1i e storico-artistiche, sono conquiste dello scrittore e dell’artista, cui il critico offre solo l’occasione. La casa di Ildebrando Pizzetti nei cui silenzi ancor più leggera appare la figura del Maestro o quella tutta di terrazze solari di Vietri sul Mare di Prezzolini (prima del nuovo esilio a Lugano), la fantasmagoria di chiese e di antichi monumenti di Urbania come ultimo asilo di Melchiorre Melis, il paesaggio rurale di Serdiana come patria anche dello spirito di Agostino Saba, una Roma campagnola come eremo di Maria Lai, la figura “anonima” di Carlo Cassola (un ingegnere? un ufficiale in congedo?) o quella raccolta dell’infelice Enea Marras o infine quella paciosa di Giovanni Corona appartengono alla zona creativa del libro cui sembra rivolgersi la nostra preferenza.

Senza che peraltro queste qualità ne mettano in ombra altre non meno significative. Come la grande pazienza, che non accantona la stroncatura per indulgenza ma le preferisce un’industriosa comprensione che non lo delude mai o quasi mai e gli dischiude aspetti nascosti ad altri da una più facile impulsiva arroganza. Una pazienza che ora corregge una distrazione ora colma una dimenticanza per artisti ghermiti dalla morte troppo presto (Enea Marras) o volati via ad infoltire la diaspora degli artisti isolani (Federico Melis, Primo Sinòpico, Aligi Sassu) o per i poeti e scrittori di casa che hanno più sofferto della eccentricità dell’area culturale di appartenenza  (Annunzio Cervi, Francesco Masala, Francesco Zedda). Una pazienza che non è assolutrice di tutto e di tutti e che invece non fa nulla per nascondere simpatie ed avversioni anzi furori.

Le prime vanno a miti figure di umanisti: i suoi amici non sono fra i pedanti, ma fra gli studiosi-lettori, che hanno digerito molto e quello che hanno ruminato sanno tradurre nelle perle dell’arguzia e della battuta fulminante; e per questo un suo amicissimo è stato Dino Provenzal, e tra gli scrittori e parlatori più ammirati è il funambolista, palazzeschiano, spagnolesco Lorenzo Giusso. O anche a dolcissime figure di donne, come Edvige Gatti Facchini, la custode del sacrario gozzaniano del Meleto, o come Eva Mameli l’illustre botanica cagliaritana madre di Italo Calvino. I secondi lo accendono visceralmente contro lo scrittore impegnato (“Siamo del parere che quando l’arte si fa sociale può forse servire la società ma tradisce la poesia”) o contro le vanità del successo e del dilettantismo.

E una pazienza, aggiungerei, che vuole stimolare e contagiarsi. Come quando, riassumendo le vesti di instancabile organizzatore culturale, propone iniziative utili a resuscitare o ad allargare conoscenze. Lo fa per l’amatissimo Francesco Alziator:  “un libro da farsi, un libro dedicato a Cagliari, un libro proposto ed atteso, probabile ed auspicabile, anzi già scritto: alludo ai molti articoli scritti da Alziator sulla nostra città, senza pensare a farne un libro, ma che meritano di diventarlo: Cagliari potrebbe avere in tal caso il privilegio di un’opera degna di stare alla pari – tanto per fare qualche citazione – con la Guida sperimentale di Torino, di Mario Gromo, o con la Guida sentimentale di Venezia, di Diego Valeri, o con Vecchia Milano, di Marco Ramperti, e con Ama Firenze, di Piero Bargellino”. Un invito che, a conferma di come la fatica durata per tutta una vita per Nicola Valle non sia stata vana, è stato accolto. Sull’orma dell’amicizia di Valle altri amici hanno raccolto gli articoli cagliaritani di Francesco Alziator e il libro atteso sarà tra qualche mese in libreria. Si intitolerà Itinerario cagliaritano – L’elefante sulla torre.

Da “L’Unione Sarda”

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 NICOLA VALLE – PERSONE E PERSONAGGI

Narratori, poeti, artisti e musicisti – Ed. Della Rivista “Il Convegno” Cagliari 1987

 Anche in questo suo ultimo libro (è il 15° dal suo primo, apparso nel 1933), fresco di stampa e da poco in libreria, Nicola Valle si è rifatto a un modulo da lui usato già nel 1978, quando scrisse ‘Ritratti letterari’, (ed. 3T, Cagliari), e cioè a quello del “riepilogo”. Nei suoi circa 80 anni di età, e noi gliene auguriamo ancora tanti, ma che non dimostra affatto, Nicola Valle ha conosciuto molte persone e personaggi; ha lette, studiate e analizzate molte cose, e sente il bisogno di tirare la somma: una somma il più possibile chiara e non involuta,- presentata in maniera avvincente, e nel suo solito stile chiaro, pulito e inconfondibile, operando una scelta tra i tanti personaggi conosciuti personalmente, intervistati, oppure studiati attraverso le loro opere, convinto di fare cosa utile, e lo è, a chi legge il suo, anzi i suoi libri.

Difatti questo bisogno di ricordare, di ricomporre in ordine le cose del passato è certamente presente anche nei due libri immediatamente precedenti a questo, – e cioè in “Cagliari del passato” e “Paese che vai (note di viaggio)” (entrambi editi da E. Gasperini di Cagliari).

In “Persone e Personaggi” si parla di ben 43 personaggi del mondo della letteratura, della musica e dell’arte, e sono per lo più sardi. Tra essi troviamo solo quattro donne: Amelia Camboni, scultrice di talento e singolare forza d’animo; Giuseppina Strepponi, la moglie di Verdi; Anna Cabras Brundo, unanimente ammirata per le sue sculture e pitture; e Rosanna Lippi, un soprano che non volle diventare celebre.

In alcune parti di questo libro Valle rettifica, come nel caso di Ungaretti, e in senso critico, alcune sue affermazioni fatte in “Ritratti letterari”,  oppure entra in polemica con un certo tipo di storici letterari per non aver fatto conto di poeti come Raimondo Valle, autore di un poema didascalico del ‘700 di un certo valore. In appendice ci sono quattro scritti dedicati ad Ariosto, Manzoni, Mameli e ad antiche danze popolari di Sardegna.

Da “Rubrica di Giuseppe Del Carmine” (pseudonimo di Martino Casalini) Cagliari, 1987

 

 

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 SETTANT’ANNI DEDICATI ALLA CULTURA

Nicola Valle: per la Sardegna, con amore

 

di Luigi Spanu

 

La carriera di Nicola Valle, settant’anni dedicati all’insegnamen­to, alla letteratura e alla musica, suggellata da un riconosci­mento della Presidenza della Repubblica e uno da parte della Provincia di Cagliari, è parte importante della cultura sarda. Al professor Valle, musicista, scrittore, conferenziere, animatore culturale, giornalista pubblicista, critico letterario, musicale e d’arte e direttore per oltre quarant’anni dell’Associazione “Amici del Libro”, da lui voluta, e della rivista di cultura e di attualità “Il Convegno”, è stata consegnata, anni fa, una medaglia d’oro, per i suoi alti meriti, dall’Assessore alla cultura della Provincia di Cagliari, con la motivazione: “A Nicola Valle, scrittore insigne, benemerito ed animatore dell’attività e del progresso culturale della Sardegna nella sua sessantennale atti­vità culturale”.

Numerosi i suoi scritti, a cominciare dalla raccolta di saggi “Variazioni sul tema” e “Origini del Melodramma” e a terminare con “Cagliari del passato”, “Paese che vai”, “Persone e personaggi” e “Nuovi saggi”, fresco di stampa. In gran numero poi gli articoli apparsi in giornali e riviste, sardi e nazionali, con i quali collaborò sin dal 1924. Ha scritto parecchi libri, tutti di grande valore, tra i quali, oltre i citati, “Mattino sugli asfodeli”, “L’idea autonomistica in Sardegna”, Narratori e poeti d’oggi”, “Incisioni di Carmelo Floris”, “Incisori di Iglesias”, “Scompare un’isola”, “Antichi e moderni” (con prefazione di Giuseppe Toffanin, critico letterario di fama internazionale), “Grazia Deledda” (con l’autorevole introduzione di Bonaventura Tecchi), “Vita e opere di Filippo Figari” e “Ritratti letterari”: scritti che hanno incontrato consensi favorevoli da parte della critica e che hanno ottenuto grande Successo.

In quarant’anni di presidenza dell’Associazione “Amici del Libro” ha portato a Cagliari, riscuotendo grossi successi, personalità di notevole rilievo nel campo della musica, della pittura, della letteratura, dell’arte, della politica e dell’attualità. Ha organizzato numerose mostre personali di grandi pittori e artisti sardi e continentali, da Ciusa a Biasi, da Ballero a Sini, da Melis Marini a Enea Marras. Ha portato la cultura sarda in numero­se città d’Italia Roma, Firenze, Milano, Genova, Venezia, e in città straniere: Germania, Finlandia, Svizzera, e, perfino, negli Stati Uniti d’America.

Direttore della Biblioteca Universitaria di Cagliari, dal 1943, anno dei bombardamenti sulla nostra città, in un momento in cui i locali, colpiti in parte, avevano bisogno di essere rimessi in sesto e i libri dovevano essere riordinati, per riprendere il servizio sociale di lettura, consultazione e prestiti, gli si deve il merito dell’istituzione, sempre nella stessa biblioteca, della Galleria delle Stampe, intitolata alla grande pittrice Anna Marongiu. Degli oltre 400 numeri della quarantennale rivista “II Convegno”, si sono ottenuti 40 volumi, che raccolgono le monogra­fìe di diversi personaggi sardi e continentali; tra questi, Giusso, Biasi, la Deledda, Montanaru (Antioco Casula), Ennio Porrino, Mercede Mundula, Francesco Ciusa, Nicola Dessy, Attilio Deffenu e, infine, Francesco Alziator, uno dei tanti colla­boratori della rivista.

Valle, che è stato un ottimo violinista ed è tuttora un eccellente critico musicale, ha calcato diverse platee sarde ed ita­liane: faceva parte di un valido quartetto d’archi, che si è esibito nelle maggiori località della Sardegna e del Continente.

Per concludere, riportiamo quanto scrisse di lui Francesco Alziator nella “Storia della letteratura di Sardegna”, giudizio tutto­ra valido. “Passione, costanza e mordente sono le qualità domi­nanti che caratterizzano la lunga fatica che, come scrittore e giornalista, Nicola Valle ha dedicato alle cose letterarie e non letterarie dell’isola. Per darsi a questa generosa fatica, che lo pone in primissimo piano tra i benemeriti della Sardegna, egli ha abbandonato il campo della musicografìa, nella quale aveva esordito con un volume sulle origini del melodramma di tale impegno da potersi considerare fondamentale. Sacrificata l’indagine scientifica ad una libera e polemica visione degli uomini e delle vicende isolane, Nicola Valle ha da allora mal cessato dall’in­tento di porre in evidenza quanto la Sardegna ha fatto o fa nel mondo delle arti e delle lettere. Acuto e paziente indagatore del folclore sardo,  augurabile che le sue note, i suoi appunti e le sue ricerche, sparse su giornali e riviste, siano infine riuniti sistematicamente.

Da “NuovOrientamenti” 1 luglio 1990

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 Il saggista sardo è morto ieri alla veneranda età di ottantanove anni

    di Antonio Romagnino

 

Nicola Valle ha lasciato scritto che non ci fossero che la moglie e lafigliaintorno alla sua tomba. Che della sua morte si informasse la gente ad esequie avvenute, che la notizia non desse luogo a visite e a necrologi. Valle, che per 50 anni è stato presente nella sua città con una attività culturale che non ha pari, è riuscito a fare ogni cosa con una segretezza di tutto ciò che suonasse rumore o cercasse consensi, liberando la memoria di ogni tentazione oratoria per farla aderire a fatti sinceri,  inoppugnabili.

Intanto la coincidenza: egli è morto nell’anno in cui si è ricordato il martirio di Cagliari sotto i bombardamenti. E c’era anche lui nel 1943, a credere ancora nella rinascita della città, e con Giovanni Lilliu e Francesco Alziator a fondare subito appena cessato il fragore delle bombe gli Amici del libro. Una fede nella cultura che veniva da lontano. Da quando fresco di laurea, raccolse in “Variazioni sul tema” e “Origini del Melodramma” i suoi studi, che discendevano dalla prima antica passione per l’opera lirica e la musica in genere. Proprio la musica – come spettatore, studioso, ma anche come abile violinista – lo accompagnò per tutta la vita, e si intrecciò agli altri due culti: la letteratura e arti figurative.

Ma anche più rilevante è la larghezza del rapporto che ebbe Valle con la Sardegna. Era un intellettuale prodotto da una cultura urbana (era nato a Cagliari nel 1904 e la sua antica famiglia era sassarese), e il rapporto fra città e campagna non ebbe mai in lui un carattere conflittuale. Attento ai costumi isolani senza essere un folclorista e interessato alla “limba” e alle sue realizzazioni letterarie senza farne un feticio. Prestissimo accoppiò una simpatica curiosità per le due facce della realtà sarda, quella agropastorale e quella contadina. Per questo accanto a Filippo Addis e Gavino Gabriel delle aree più interne ci sono in “Mattino sugli asfodeli”, i cagliaritani Tarquinio Sini e Mercede Mundula.

Anche diverso è l’uso che egli fu del patrimonio artistico e letterario isolano. Non lo incapsula nell’estraneità al singolare e al più lontano, ma gli fa varcare il tirreno e lo affiata con le nuove correnti artistiche italiane ed europee. E’ questo il compito che cercava e spesso trovò per Cagliari: di essere la Sardegna e l’Italia e il mondo. Lo capì Pietro Leo, l’intelligente sindaco degli anni Cinquanta, che volle che gli Amici del Libro per una unanime delibera del Consiglio comunale fossero ospitati nel palazzo della città. Non era la sola sede stabile, dopo tante peregrinazioni, durate per tutti i primi anni del dopoguerra l’emblema stesso di quello che Valle aveva fatto e ancora avrebbe fatto per lunghi anni congiungono da una parte Cagliari alla Sardegna e dall’altra, con la mediazione del capoluogo traghettano l’isola verso un più tumultuoso e vasto mondo. Ci è riuscito. In tempi in cui fra tante lacerazioni che si tenta di ricucire prende corpo la proposta di aprire un dialogo fra laici e cattolici; importa ricordare che Valle quel dialogo lo instaurò subito, voleva una tolleranza, incapacità a discriminare, pratica del dubbio e però anche rispetto delle fedi.

Questo particolare atteggiamento, che non ha escluso contrasti e litigi per un suo carattere non facile, lo ha sempre guidato nella pratica del modo. Aveva come scrittore la capacità di ritrarre i personaggi più diversi, ed è stupefacente il gran numero di letterati, artisti e uomini di cultura, che egli ha incontrato e poi felicemente scolpiti in “Ritratti letterari”, 1973. Erano anche quelli altrettanto ponti che lanciava da lontano a superare le mura invisibili e però, più ferme che sembrava essersi data Cagliari: Anche i viaggi avevano quell’espiazione non fatuamente esotici, non contatti fugaci con una cultura ma guidata invece da una sua mentalità europea, in cui ogni volta tuffava quanto di più profondo conservava di sardo. “Paese che vai” (note di viaggio) è un lungo viaggio di formazione che dalla Sardegna porta a Torino, Genova, Firenze, Siena, Roma, Palermo, e da qui all’Europa Centrale, la Scandinavia e l ‘America, disegnando non solo luoghi, ma quell’esplorazione ricevuta che fu la sua esistenza.

E pure Cagliari ha un suo specifico libro. “Cagliari del passato”, analisi del passato che può essere ravvicinato al presente, gli stupidi che sanno farlo potrebbero mettere anche Valle fra i “laudatori temporis acti”, ed egli fu invece un selezionatore severo dell’antico e fece solo di quello che rimaneva valido un utile fondamento del presente e del futuro.

E tutto comprende come in una solitudine rabbiosa, senza consorteria, comparume sardesco, amicizie politiche. Aveva anticipato da molto una figura auspicata e però rara di intellettuali. Queste: che se proprio sul terreno deve salire, non pretende di guidarlo

 Da “L’Unione Sarda”, 31.10.1993

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 L’EREDITA’ DI NICOLA VALLE

Ottanta preziose opere d’arte con otto pezzi unici

 

Venerdì nelle sale espositive dell’Exmà verrà inaugurata una grande mostra di incisori dell’Ottocento e del Novecento pittorico sardd e di altri artisti italiani e stranieri. La collezione, accuratamente selezionata, fa parte della ricca donazione di opere grafiche fatta al Comune da Nicola Valle. Per l’occasione sarà inaugurata una targa che, all’ingresso dell’Exmà, ricorderà il gesto generoso dello scrittore cagliaritano scomparso nel 1993. Al professor Nicola Valle e all’evento è dedicato questo articolo di Gianni Filippini assessore comunale alla Cultura.

 

Cagliari deve molto a Nicola Valle. Tutti, in poche parole abbiamo dei conti aperti con questo illustre concittadino che ha sempre fatto generoso dono di sé e del suo straordinario sapere, Intellettuale dalle inesauribili curiosità e dall’infaticabile impegno, studioso d’arte, di teatro e di musica, appassionato promotore culturale, colto e coinvolgente conferenziere, autore di importanti saggi e pubblicista di mano robusta, anche fervido e coerente sostenitore di una lucida idea autonomistica, Nicola Valle non può essere ridotto ad una breve scheda biografica: la sua attiva presenza per decenni nella vita cagliaritana, non può essere richiamata con un semplice elenco di iniziative e di opere. Per un’esauriente biografia è forse necessario pensare ad un lavoro a più mani. Sì, certo, ci sono dei punti fermi, dei riferimenti alti che aiutano a ricordare. Ad esempio, l’associazione “Amici del libro”, coraggiosa idea di Valle, con Lilliu, Alziator e pochi altri, nata e realizzata quando la guerra non aveva ancora spento i suoi tragici echi. Un’associazione poi fortemente caratterizzata dalla lunga e apprezzata presidenza di Nicola Valle e anche oggi centro di attiva e qualificata promozione culturale: è senza dubbio una testimonianza di grande significato; è un’eredità preziosa che appartiene a tutta la città, ad una Cagliari che si riconosce, che vuole riconoscersi nella linea rigorosamente seguita di attenzione scrupolosa alla realtà locale e di impegno a tendere l’orecchio alle voci del mondo per cogliervi vitali occasioni di confronto e di scambio.

Certo, la rivista “Il convegno” conserva intatto – pur nelle ingiallite pagine della collezione – il valore di documento insostituibile per accostarsi agli interessi culturali, agli umori intellettuali e umani, alle preferenze di un personaggio che anche di quella pubblicazione era l’infaticabile e geniale realizzatore, talvolta persino condannato alla solitudine da chi non poteva vantare le sue spesse energie e la sua stessa vocazione.

E sono indistruttibili documenti, e quindi fonti alle quali rifarsi per una ricognizione a futura memoria sul musicologo raffinato, sull’esperto italianista, sull’acuto critico d’arte, sul sanguigno polemista, le molte opere, i saggi e gli articoli che Nicola Valle ha firmato rivelando e confermando specifiche e coerenti competenze, ma anche attenzioni e interessi a vasto raggio nel passato e nell’attualità.

Tuttavia, credo proprio che il disegno completo e nitido di Nicola Valle sia praticamente impossibile o comunque difficile soprattutto per chi con sincera emozione ne conserva un ricordo anche affettuoso avendo avuto il privilegio – pur nelle ovvie distanze di livello, di anagrafe e di certe opinioni – della personale amicizia: eccezionali le sue doti, certamente singolari – per mille sfaccettature – il carattere, le passioni, gli obiettivi e persino quella sorta di scontrosa riservatezza che gli ha talvolta sottratto meritati riconoscimenti. Tra l’altro non è agevole disegnare con accettabile approssimazione una delle caratteristiche principali di Nicola Valle: il suo amore per Cagliari e per la Sardegna, un sentimento sicuramente legato al profondo del cuore e vissuto con dichiarato e inossidabile orgoglio d’appartenenza, ma coltivato con rigore etico e senso critico, senza miopie, senza indulgenze, senza retorica.

E’ certamente da ricondurre a questo appassionato e generoso amore per Cagliari la decisione di donare al Comune un’importante e significativa collezione di stampe alla quale è stata dedicata, in pratica, tutta una vita di studi e di ricerche. Una decisione affidata più come messaggio d’affetto per la città che come volontà testamentaria alla sensibilità della figlia, la professoressa Giuseppina, che l’ha meritoriamente fatta sua. Concluso il percorso imposto dalla normativa vigente, la ricca do- nazione %

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