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Archivio Aprile 2014

FESTE, DIVERTIMENTI, GIOCHI E SPETTACOLI A CAGLIARI NEL SEICENTO di Luigi Spanu

26 Aprile 2014 Commenti chiusi

È stato affermato da alcuni autori che, nel periodo della dominazione spagnola, vale a dire nel Cinquecento e nel Seicento, a Cagliari non si facevano feste, non vi erano divertimenti, svaghi o spettacoli; che la città era senza vita comunitaria, ristretta ed assorbita dalla sola vita casalinga e religiosa; che si viveva in apprensione per le incursioni dei barbareschi lungo la marina e per gli attacchi di forze europee che volevano conquistare l’Isola e che i Cagliaritani erano costretti ad una vita senza scopo.
Niente di tutto questo. Dalla lettura di molti scritti dell’epoca si nota che anche a Cagliari, sebbene la distanza dalla Spagna e dall’Italia fosse per quei tempi enorme, c’erano divertimenti e vita culturale accompagnata da spettacoli teatrali: la città era tesa verso il divertimento e lo svago, come nella Spagna di allora, in cui vi era vita sociale e culturale intensa, soprattutto nel periodo carnevalesco e nelle festività patronali; vi erano anche spettacoli teatrali, in cui si rappresentavano opere dei grandi letterati apparsi sulla scena, tutti insieme, a cavallo tra il Cinquecento ed il Seicento. E come in Spagna i nobili si divertivano anche con giochi di società, così anche a Cagliari i patrizi si divertivano usando gli stessi giochi ed il popolo aveva il suo tempo e i suoi modi per divertirsi.
Non vi sarà stato certamente divertimento continuo e svago sfrenato simile a quello attuale, ma ci saranno stati divertimenti nell’interno della città e nelle comunità religiose e parrocchiali.
Frequenti e molto appariscenti erano le funzioni religiose nelle chiese, e le processioni, in numero notevole, percorrevano i sobborghi e sostavano nelle cappelle che erano state allestite lungo le contrade, sia da famiglie patrizie che da quelle del popolo. L’orgoglio degli abitanti cercava di rendere queste feste più eleganti e festose, facendo il più possibile per superare le cappelle allestite da altre famiglie. In questa gara si riflettevano gelosie che dividevano non solo le diverse classi sociali, ma anche i componenti di una stessa condizione.
La festa più importante dell’anno era il Natale (Paschiscedda per i cagliaritani); non era soltanto festa religiosa, era anche festa familiare; era il giorno in cui la famiglia si riuniva per il pranzo natalizio, certamente più abbondante e più sofisticato degli altri giorni. Non c’era il panettone, ma il giorno della nascita di Cristo, la festa della cristianità, era festeggiato con il torrone, con altri dolci e con frutta fresca e secca.
Il carnevale, che era la concessione alla vanità terrena, cui seguiva la penitenza, iniziava due settimane prima del mercoledì delle Ceneri, annunziato dal suono di una campana della Parrocchia del quartiere. Il momento culminante del Carnevale era l’ultimo giorno: fiaccolate, fuochi artificiali, mascherate, svaghi in piazza e nelle case, sia in quelle patrizie, dove si effettuavano balli in maschera, giochi di società e divertimenti vari, sia in quelle del popolo, che poteva sbizzarrirsi e divertirsi senza il controllo delle autorità ecclesiastiche. Le maschere del carnevale, il cui uso ebbe inizio alla fine del Cinquecento e si consolidò nel Seicento, come viene affermato in alcune pagine di storici del secolo 17°, sfilavano con grande baccano lungo le strade, tortuose viuzze delle appendici, dopo aver percorso di corsa quelle del Castello. In certe situazioni ed occasioni e nelle ore notturne era proibito l’uso della maschera, come veniva proibito portare armi di qualunque genere ed era sempre proibito l’accesso alle maschere nelle chiese, nei collegi, nell’Università e nei conventi.
Intorno alle maschere del carnevale dell’area cagliaritana molto scarse e frammentarie sono le notizie, poiché nei documenti e negli scritti del sec. XVII ne mancavano i riferimenti. Solo di un tipo si ha notizia: la “encamisada”. Si trattava di un gruppo di maschere formato da cinque quadriglie; ogni componente della quadriglia portava una torcia. Uscivano di notte e, ballando, gridando e schiamazzando, percorrevano di corsa le strade del Castello e delle appendici (i quartieri, allora chiamati “appemdicius”) fra l’entusiasmo della popolazione. Questa mascherata compariva non solo durante il periodo pazzo del carnevale, ma anche in particolari feste e in ricorrenze di alcune cerimonie. La “encamisada” era caratterizzata da un comune e lungo camicione, tipo camicia, che ricopriva il corpo e la testa; nel cappuccio veniva disegnata la forma di qualche es¬sere mostruoso: essa fa ricordare la maschera de “sa gattu” tuttora esistente tra le maschere del carnevale cagliaritano.
Nel sagrato delle chiese, tra suoni, balli e canti, veniva trascorsa la vigilia delle feste, mentre all’interno dei templi fervevano gli ultimi preparativi e venivano officiati i vespri. Nel sagrato e lungo le contrade si vedevano i venditori di dolci, di vino, di bevande, di torrone, di cibi, di noci, fichi secchi e miele, nonché semi di zucca, venuti da vari villaggi o dalle contrade cittadine e dell’interno, che preparavano i banconi (paradas, luogo di vendita, dal catalano e castigliano “parada”) per la vendita e la mescita delle bevande. (Diversi documenti d’archivio riportano inventari testamentari, in cui risulta che in alcune case della Marina e in quelle di Villanova e Stampace si sono trovati banconi, bilance, pesi, scatole con dolciumi, paiuoli per la preparazione del torrone e barattoli di miele che servivano per le feste.).
Ed il giorno della festa, i fedeli, dopo aver osservato le bancarelle, entravano nelle chiese, parate a festa, per accendere ceri, per offrire cuori e mani di cera e d’argento, medaglie e quadretti che servivano per adornare la cappella del santo protettore.
Le feste erano occasioni di svago, soprattutto per i nobili, che si riunivano nelle sale e passavano le notti nei passatempi più diversi, ballando e recitando. Il popolo, invece, giocava e trascorreva i giorni della festa lungo le strade e nelle case, per le diverse occasioni e ricorrenze della vita, quali le nascite, i fidanzamenti e i matrimoni.
Accanto alle feste religiose vi erano quelle civili che, nel periodo spagnolo, erano assai frequenti: quasi una alla settimana. Nelle “Leyes y Pragmaticas” di F. Vico si legge che, oltre alle domeniche festive e alle lunghe vacanze per il Natale, la Pasqua e per le feste mobili, il calendario prevedeva per febbraio tre feste civili, otto per marzo, tre per aprile, dieci in maggio, cinque in giugno, sette in luglio, quindici in agosto, sette in settembre, nove in ottobre e ben undici in novembre.
Stupendi ed importanti i festeggiamenti a Cagliari per l’arrivo del viceré e per il suo conseguente giuramento nella Cattedrale. Le celebrazioni avevano inizio nella prima mattinata e terminavano alle prime tenebre della sera. La città si abbelliva; le strade veniva imbandierate e prendevano l’aspetto delle giornate delle grandi feste; le galee, ancorate nella rada del porto, alzavano il grande pavese e sparavano a salve; il clero si radunava nel Duomo ed attendeva l’arrivo del viceré per la funzione del giuramento; nel palazzo viceregio accorrevano i giudici della Reale Udienza, i Consiglieri del reale Patrimonio e tutti gli ufficiali regi. I consiglieri della Magistratura Civica, vestiti degli abiti di gran gala e muniti delle loro insegne, attendevano presso il Palazzo della Città, mentre il Capo Giurato, a cavallo, scortato dalla milizia in alta uniforme e dai mazzieri, anch’essi a cavallo, si portava all’appendice di Stampace per ricevere l’alto rappresentante del sovrano; i miliziani in alta uniforme di Stampace e Villanova e quelli di villaggi dell’interno si raccoglievano fuori città, sotto i rispettivi vessilli, e gli squadroni dei miliziani a cavallo, con in testa gli ufficiali, si portavano di corsa nei pressi di Elmas, località dove attendevano il viceré; il quale, dopo un viaggio lungo, faticoso ed estenuante di alcuni giorni attraverso la Sardegna, per raggiungere la capitale dal porto di Alghero, dove di solito sbarcavano le autorità provenienti dalla Spagna, doveva essere scortato fino al capoluogo isolano.
Squilli di tromba, rullo di tamburi e colpi di cannone annunziavano il suo arrivo nel sobborgo di Sant’Avendrace, dove i rappresentanti dello Stamento militare e i ministri regi, in abiti da cerimonia, gli porgevano il primo saluto. Il viceré smontava da cavallo per ricevere l’omaggio del reggente la Cancelleria, della Prima Voce dello Stamento militare, dei Magistrati e degli altri convenuti. Poi saliva nella carrozza reale che lo portava in città, seguito da un lungo corteo e passava tra due ali di folla festante.
Preceduto da tre squadroni di miliziani, il corteo si avviava verso la città. Dietro seguiva l’immensa folla di cittadini e di popolani esultanti. Alle prime case dell’appendice di Stampace, il Capo Giurato di Cagliari gli porgeva il saluto in nome della cittadinanza e poi seguiva nel corteo il viceré, che veniva fiancheggiato dai mazzieri della città.
Rallegrato dai costumi dei popolani, dalle sgargianti divise delle milizie, dallo sfarzo degli abiti dei nobili e dei dignitari, caracollanti sui loro bizzarri cavalli, il corteo giungeva alla piazza S. Francesco di Stampace, dove veniva salutato dalla salve delle artiglierie della Marina e di Stampace e da un continuo sparo di mortaretti e colpi di cannone. I rintocchi delle campane di tutte le chiese cittadine davano una nota solenne a tutto l’apparato. Il corteo saliva lungo la “Costa” (oggi via Manno), dove le dame e le fanciulle festanti, dalle balconate in ferro battuto, ornate di serici damaschi, lanciavano fiori al passaggio della massima autorità governativa. Giunto alle porte del Castello, il corteo si fermava perché l’Alcaide della città (oggi il sindaco), circondato da ufficiali e dalle guardie, potesse rendere omaggio al Capo supremo dell’Isola.
Superate le porte della Loggetta e della Torre dell’Aquila, la solenne sfilata entrava nel Castello e percorreva le strade, sfarzosamente addobbate e coperte di fiori, fino alla Piazzetta della Cattedrale, dove il viceré era atteso dall’arcivescovo e dal Capitolo, che gli davano il benvenuto e lo scortavano dentro il Duomo. Il viceré prendeva posto nel soglio, posto alla destra dell’altare maggiore, mentre le persone del corteo sedevano negli scanni a loro assegnati da un protocollo rigido e meticoloso.
L’ingresso nella Cattedrale della massima autorità veniva accolto dalla melodie del’orchestra della Cappella Civica, mentre il segretario della Reale udienza leggeva ad alta voce la patente di nomina e la formula del giuramento.
Il viceré si portava nell’altare maggiore e baciava il libro dei Vangeli. Dai baluardi della città tuonavano i cannoni e in chiesa riprendevano le melodie dell’orchestra. Al termine, il corteo usciva dalla cattedrale e si portava al palazzo viceregio, dove continuavano i festeggiamenti con balli, banchetti e rappresentazioni accademiche e teatrali. Verso la mezzanotte, quando la festa aveva termine, fuochi artificiali completavano la giornata, piena di gioia e di allegria.
Grande festa popolare fõ quella del primo dicembre del 1618, quando furono trasferite le spoglie dei presunti martiri nella cripta della cattedrale. Una stupenda descrizione, ricca di molti particolari, si trova in Serafino Esquirro. Dalle undici del mattino fino al tramonto, dopo una chilometrica processione di varie ore, alla presenza di tutta la cittadinanza, accorsa da tutte le contrade e dai villaggi vicini, si effettuò uno splendido e sontuoso torneo, i cui partecipanti vestivano abiti sfarzosi. Molte dame e molti cavalieri che sfilarono, seguiti da grandi carri allegorici che entrarono nel lungo spiazzo antistante i palazzi del viceré e dell’arcivescovado, divenuto un’arena. Dai carri discesero i cavalieri che diedero un grande spettacolo con corse sfrenate di cavalli, scontri di lance, duelli con spade e con il gioco della canne, il giavellotto attuale.
Per la festa del Patrono della Congregazione dei Cavalieri venivano organizzati tornei e giostre. Il torneo del 1627 è stato riportato da Giacinto Arnal de Bolea ne “Los ecomios”, dove descrive con dovizia di particolari la sfilata dei nobili che vi presero parte. A detta dell’autore, molte furono le festività religiose di quel periodo nella capitale a cui parteciparono sia i nobili che il popolo; quest’ultimo vi prendeva parte e si divertiva con canti, balli e danze.
Il popolo partecipava dunque ai tornei e alle feste pubbliche con grande pompa e sfarzo. Se nel palazzo viceregio e in alcune case patrizie venivano rappresentate commedie di drammaturghi spagnoli, il popolo poteva assistere a quelle presentate nei conventi, nelle sale parrocchiali e nelle piazze. L’attenzione del Carrillo fu richiamata appunto dall’eleganza, dal lusso, dall’educazione dei cittadini, soprattutto per la partecipazione alle feste notturne, ai divertimenti, ai tornei, che si celebravano con grande pompa.
Anche nel 1624 fu organizzato un torneo cui parteciparono molti cavalieri venuti da tutte le parti dell’isola: tra loro vi era anche il figlio del viceré che governava l’Isola in quell’anno.
Grandi festeggiamenti cavallereschi si effettuarono la notte del 7 marzo 1632, sempre nello spiazzo antistante il palazzo viceregio: torce, fiaccolate, suoni di tamburi e di trombe allietavano la festa. Ebbe luogo un torneo, con la cornice della grande folla cittadina che festeggiava il voto a difesa dell’Immacolata Concezione. La piazza brulicava di gente ed i balconi dei palazzi signorili, addobbati a festa e illuminati da torce e luminarie, erano strapieni di persone che assistevano allegramente e spensieratamente alle festa.
Luigi Spanu, 26 aprile 2014

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NEOLOGISMI ISPANICI NEL CAMPIDANESE di Luigi Spanu

24 Aprile 2014 Commenti chiusi

E’ la seconda volta che mi si dà l’opportunità di presentare alcuni aspetti della vita sarda del periodo in cui la Spagna dominava sulla Sardegna e di cui io vado studiando e scoprendo i diversi momenti della vita socio-economica e culturale» E’ indubbiamente importante e necessario conoscere la vita dei sardi durante le diverse fasi delle varie dominazioni passate nell’isola, non per fare confronti, o per esaltarle o condannarle, ma perché, con una conoscenza più. adeguata e approfondita, si possa avere un quadro più veritiero dell’evolversi della civiltà sarda nei secoli e delle conquiste sociali raggiunte dagli isolani nei periodi di queste dominazioni.
Mentre nel primo nostro incontro abbiamo presentato la situazione della lingua sarda nei confronti di quella catalana e di quella castigliana, osservando come queste tre realtà linguistiche riuscissero a convivere, senza che la lingua sarda venisse annientata o fagocitata, anzi abbiamo notato come la lingua dei nostri avi avesse attinto nuovo vigore a contatto con queste due civiltà, tanto da allargare il proprio lessico, oggi parleremo delle parole,dei termini e dei modismi attualmente in uso nel dialetto campidanese, che si poterono considerare neologismi nei primi secoli della dominazione ispanica.
Innanzi tutto dobbiamo dire che non esistono studi dì tal genere, ossia studi che abbiano appunto messo a fuoco quali furono i neologismi che la parlata campidanese accolse nei primi momenti in cui si trovò a contatto con la lingua dei dominatori di turno – gli aragonesi e i catalani – e trasportò nel suo linguaggio quotidiano, sia perché non doveva avere il tergine appropriato nella sua lingua per indicare un certo oggetto, una situazione nuova, un comportamento, sia perché il nuovo termine doveva essere più comprensibile di quello che già era in uso
E quanto sarà stato per la lingua sarda nei confronti del catalano, così sarà stato anche nei confronti del castigliano, che si sovrappose al catalano quando i nuovi dominatori, sempre dall’area iberica, non furono più gli aragonesi, ma i castigliani, perché non è stato ancora fatto uno studio sui neologismi castigliani, si chiederanno i presenti? Era forse difficile reperire strumenti adatti al riscontro dei vocaboli nuovi inseriti nella parlata campidanese?
Alla prima domanda rispondiamo che siamo certi che gli studiosi di linguistica sarda non si sono posti il problema dei neologismi catalani e castigliani, problema invece molto presente attualmente e parecchio dibattuto in questi ultimi anni, poiché tutte le parlate dialettali sarde attuali sono attaccate in massa dai neologismi di nuove entità linguistiche.
Alla seconda domanda possiamo rispondere che pochissimi, o quasi inesistenti, fino ai nostri giorni, sono gli strumenti atti a controllare quali parole e modi di dire siano entrati nel campìdanese durante il dominio ispanico. Ciò è dovuto al fatto che non è stato ancora ricostruito un modello della vera lingua sarda del periodo precedente all’arrivo degli aragonesi. Il solo scritto in sardo dell’area cagliaritana giunto ai nostri giorni è la “Carta de Logu”, che però compare in pieno dominio aragonese, essendo del 1395, anche se il regno d’Aragona non dominava ancora nel Giudicato d’Arborea, dove fu redatta la Carta, E’ andata persa la “Carta de Logu cagliaritana”, rimasta in vigore per i sardi anche durante il periodo pisano e in parte del periodo aragonese, abolita nel 1421 dai nuovi dominatori, quando fu estesa a tutta l’isola la “Carta de Logu” emanata dalla giudicessa Eleonora d’Arborea, ristampata diverse volte nel Cinquecento e nel Seicento,in pieno dominio spagnolo, sia in sardo che in castigliano, poiché era in uso anche nella legislazione aragonese e spagnola.
Alla fine di questo nostro intervento leggeremo un brevissimo elenco di termini che, a nostro giudizio, erano certamente nuovi per il sardo campidanese, e in questo elenco metteremo in risalto i termini ancora in uso nella parlata attuale di provenienza catalana o castigliana.
Ora è necessario presentare, molto succintamente, un quadro storico-linguistico di come venne a trovarsi la Sardegna nel periodo in cui si verificarono le varie situazioni sopra presentate, anche perché tra i presenti, forse, vi saranno persone che non sanno che prima l’Aragona e poi la Spagna dominarono per secoli sulla nostra isola.
Sebbene la dominazione spagnola in Sardegna storicamente abbia avuto termine nel 1720 con il passaggio dell’isola ai Savoia, a seguito del trattato di Londra del 1713, nelle diverse parlate attuali, ma soprattutto in quella campidanese, permangono moltissime parole catalane e molte altre castigliane; il che dimostra che la colonizzazione degli aragonesi e catalani prima e dei castigliani poi fu tanto profonda nel corso di “ben quattro secoli, ossia dal 1323( anno dello sbarco a Palmas dell’esercito aragonese al comando dell’ infante Alfonso, che prese possesso militarmente dell’Isola, al 1720, anno in cui la Sardegna,staccata dalla politica spagnola, entrò nell’orbita della storia sabaudo- piemontese.
Ancora oggi, infatti, dopo più di duecentosessant’anni, nella parlata dialettale di quella vasta area che si denomina Campidano, e nel cuore stesso della metropoli cagliaritana, ossia nei quattro quartieri cittadini e nelle zone limitrofe, dove si ode ancora il linguaggio dei nostri padri, che non è ancora morto e non morirà mai, sino a quando vi sarà un sardo, si possono rintracciare numerosissime parole che derivano dal dialetto catalano e altrettante quelle che derivano dalla lingua castigliana, e che nel lontano Quattrocento e nel Seicento potevano considerarsi neologismi,
I moltissimi neologismi entrati nell’uso quotidiano di allora, che designavano oggetti, comportamenti, istituzioni, tipici di quell’epoca, non hanno snaturato per nulla il campidanese, come non lo è stato per le altre parlate dell’isola, anzi hanno arricchito il loro vocabolario, come avviene oggi con i neologismi italiani e soprattutto con quelli inglesi.
L’influsso ispanico rimane non solo nel lessico, ma anche nella stessa costruzione e nella sintassi. Molte frasi della parlata campidanese mantengono la stessa forma che hanno ancora oggi nel castigliano, come, per esempio( la forma italiana dell’imperativo negativo all’infinito: in spagnolo si ha il congiuntivo presente, e cosi lo si ritrova nel campidanese: “no te preocupes”, spagnolo, “non ti preocupis, in campidanese,
La penetrazione della lingua catalana nel sardo ebbe inizio nel lontano quattordicesimo secolo e continuò per due secoli, mentre quella castigliana iniziò alla fine del quindicesimo secolo, si consolidò nel successivo, il sedicesimo, e si completò nel diciasettesimo, sicuramente il secolo in cui l’animo dei sardi era spagnolizzato in tutti i suoi molteplici aspetti, tanto che anche le opere letterarie vennero scritte in uno spagnolo più fluido e appropriato, come ispaniche furono le espressioni artistiche della pittura e scultura, della musica, del canto e del ballo, delle arti minori e delle funzioni religiose.
A riguardo dello spirito spagnolo, che ancora oggi è possibile trovare nell’animo dei sardi, Francesco Alziator, noto studioso delle tradizioni e del folklore isolano, ha scritto in “La città del sole” che anche nei nomi cagliaritani delle confraternite e dei confratelli, quali germendaris. germanus, cunfraternitas, cunfradis. sono palesi, come generalmente avviene per quanto si riferisce alla vita religiosa, gli elementi spagnoli.
E se vogliamo ritrovare termini catalani e spagnoli che si riferiscono alle diverse tappe della vita, dalla nascita alla morte, è sempre Francesco Alziator che ci viene incontro. Infatti sempre in “La città del sole ” si possono trovare moltissimi termini che, certamente neologismi allora, si ritrovano nel campidanese attuale.
A riguardo degli influssi linguistici ispanici dell’isola, il saggista e studioso spagnolo Joaquín Arce, già Lettore dì Lingua spagnola del Magistero di Cagliari, recentemente scomparso a Madrid, nel suo testo, di notevole importanza per la conoscenza dei molteplici aspetti della realtà aragonese e castigliana, edito nella capitale della Spagna nel 1960 “España en Cerdeñ” (La Spagna in Sardegna), che proprio in questi giorni abbiamo presentato in edizione italiana, ha asserito che nella grande pianura del Campidano, a sud dell’isola, come lingua è usata una variante sarda, la campidanase, alla quale appartiene anche la parlata cagliaritana, con particolarità a volte sensibili tra paesi situati a pochissima distanza.
Joaquín Arce fa notare, inoltre, come, nonostante l’influenza e l’invasione sempre più massiccia dell’italiano nel linguaggio dialettale, continuano ad essere numerosissimi gli ispanismi che si trovano ancora nella lingua sarda.Certo questi ispanismi, diciamo noi, oggi presentano caratteristiche grafiche e fonematiche diverse da quelle originarie; si nota però che essi risalgono effettivamente a parole spagnole e catalane, senza pericolo di sbagliarsi.
Possiamo anche affermare, con sicurezza, che le parole derivate dalla lingua castigliana e quelle derivata da quella catalana sono molto di più di quelle che hanno trovato lo Spano, il Wagner e lo stesso Arce.
Siamo certi che moltissimi di questi termini ancora in uso nella parlata campidanese, sei secoli fa erano neologismi, e questo perché sappiamo che essi nacquero dalla necessità di esprimere concetti nuovi e di indicare nuove cose o istituzioni, che non erano presenti nella realtà sarda, e si diffusero prima nell’ambito ristretto e di un particolare ambiente, e poi passarono ,nella lingua quando il parlante ne sentì l’esigenza e l’opportunità.
All’introduzione di neologismi i puristi si oppongono, ma noi crediamo che nel Trecento e nei secoli seguenti i puristi della lingua sarda si potevano contare sulle dita della mano o non esistevano neppure, e che quindi la lingua catalana prima e quella spagnola poi trovarono campo fertile per la loro semina in tutte le parlate dell’isola.
II popolo, che era lontano dalla cultura e continuava ad usare la lingua appresa dai genitori, al contatto con parole di un’altra lingua fu attratto a riportare nel suo linguaggio quei vocaboli, modismi e termini, sia perché nel suo lessico non esistevano termini che servissero ad esprimere i concetti che si volevano usare per indicare una nuova situazione, i pensiero, si a perché riteneva utile usare il termine nuovo portato dalla lingua dominatrice per trovarsi al suo stesso livello, almeno nel linguaggio.
A conclusione di questo breve intervento propongo un piccolo elenco di parole catalane e castigliane che, penetrate nel campidanese alcuni secoli fa, esistono ancora nel dialetto di cui parliamo. Alcuni di questi neologismi catalani, nel corso dei secoli, si sono modificati, altri si conservano con accanto anche il neologismo castigliano.
Ammuntonai, ammucchiare, dal castigliano amontonar;
acconciai, ripa» rare, dal castigliano aconcharj
atropegliai. scompigliare, dal catalano e castigliano atropellar;

acciupai. assorbire, dal catalano e castigliano chupar;

barzolu, culla, cuna, dal catalano bressol;
callentai. riscaldare, dal castigliano calentar;
cansai,stancare, dal catalano e castigliano cansar:
calasciu.cassetto, dal catalano calax;
cascia, cassa, dal catalano caxa;
cocciu. cocchio, dal catalano cotxe e dal castigliano coche;
diciu. detto, dal castìsliano dicho;
fastigiai, amoreggiare, dal catalano festegia e dal castigliano festejar;

glianua, latta, dal catalano llanua;
inserraj, rinchiudere, dal castigliano cerrar;
matafaluga. anice, dal catalano matafalug;
nebodi. nipote, dal catalano nebodi;
posada. locanda, dal catalano e castigliano posada;
prensa, torchio, dal catalano prensa e dal castigliano prensa;

rebasciai, ribassare, dal catalano rebatxar e dal castigliano rebajar;

riu, fiume, dal catalano riu;
sabeggia. gaietto,giavazzo, dal catalano atzabexa;
struppiau. storpio o rovinato, dal castigliano estropeado;
tanca, chiuso, dal catalano tancat;
traballu,lavoro, dal catalano travall;
tratabucu, tovagliolo, dal catalano trataboque (termine ancora in uso negli anni cinquanta in area cagliaritana);
turroni, torrone, mandorlato, dal catalano torrò e dal castigliano turrón;
vostetti. lei, dal catalano vosté.

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Luigi Spanu, Novembre 1982, intervento al Convegno “La lingua sarda”.

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La notte italiana in Los Angeles 7 ottobre 2004 conferenza di Luigi Spanu

23 Aprile 2014 Commenti chiusi

GENTILI SIGNORE E SIGNORI, STUDENTESSE E STUDENTI, BUONA SERA.
DOPO QUANTO HA DETTO LA DOTTORESSA LUISA SPANU SULL’ ASPETTO STORICO, GEOGRAFICO DELLA SARDEGNA, A ME SPETTA ILLUSTRARE LA PARTE CULTURALE E FOLCLORISTICA DELLA NOTTE ITALIANA. PRESENTERO’ UN ASPETTO DELLA SOCIETÀ SARDA: IL MODO DI VESTIRE DEI SARDI; I COSTUMI CHE UN TEMPO LE DONNE E GLI UOMINI VESTIVANO SINO A CINQUANTANNI FA, MA CHE IN ALCUNI PAESI USANO TUTTORA, SOPRATTUTTO GLI ANZIANI E LE ANZIANE.
MA PRIMA DESIDERO RINGRAZIARE LA DOTTORESSA TERESA FIORE CHE GENTILMENTE HA ACCETTATO IL MIO INVITO DI ORGANIZZARE UNA SERATA CULTURALE SULLA SARDEGNA, L’ISOLA SARDA, LA MIA ISOLA E DI MIA FIGLIA. NEL CONTEMPO, LE FACCIO DONO DI UN UN MIO RECENTE LAVORO RIGUARDANTE UNA BREVE STORIA DELLA VIA ROMA, IL CAPOLUOGO DELL’ISOLA, CON UNA VENTINA DI IMMAGINI IN POSIZIONE E ORDINE CRONOLOGICO
DESIDERO INOLTRE PORGERE I MIEI RIGRAZIAMENTI AL GENTILE CONSENSO DEGLI STUDENTI DI QUESTO CENTRO UNIVERSITARIO CALIFORNIANO CHE STUDIANO LA NOSTRA BELLA LINGUA ITALIANA. ORA INTRODUCO LA MIA ESPOSIZIONE SUI COSTUMI SARDI. QUESTI SI POSSONO ANCORA OSSERVARE NELLE SFILATE DELLE INTERESANTI MANIFESTAZIONI DEL PERIODO DI CARNEVALE, PARTICOLARMENTE NEI CENTRI DI MAMOIADA ED OTTANA CON LE MASCHERE DEL PERIODO ANTICHISSIMO, E NELLE PROCESSIONI SACRE, CHIAMATE SAGRE, O FESTE RELIGIOSE, ALCUNE DELLE QUALI SONO CONOSCIUTE DA MOLTI STRANIERI, NON SOLTANTO PERCHÉ VENGONO RECLAMIZZATE IN TUTTO IL MONDO. NON POSSO QUI PARLARE DELLE NUMEROSE SAGRE, QUELLE SOPRATTUTTO DI SANT’EFISIO: CHE RISALE AL MILLESEICENTO; ALLA CAVALCATA SARDA: QUESTA ORMAI HA SUPERATO IL SECOLO DI VITA; ALLA SARTIGLIA, IN ORISTANO: ANCHE QUESTA DEL SEDICESIMO SECOLO; ALLA SAGRA DI SANT’ANTIOCO ED INFINE A QUELLA DI NUORO DEL REDENTORE. A QUESTE SAGRE PARTECIPANO MOLTI GRUPPI IN COSTUME DI TANTISSIMI CENTRI E PAESI DELL ISOLA, ALCUNI DEI QUALI LI VEDREMO SUCCESSIVAMENTE.
All’origine dell’eccezionale patrimonio artistico della Sardegna, rappresentato dai costumi, vi sono influenze egiziane, greche, bizantine e spagnole. Fin dai tempi remoti, ogni paese della Sardegna aveva la sua sarta che confezionava le varie stoffe d’oriente, l’oro lavorato a filigrana, i vari ornamenti e i ricami in pietre preziose. Il risultato è stato un proliferare di costumi, differenti per ogni paese, di una ricchezza e varietà di sfumature stupefacenti. Ciò che colpisce l’osservatore attento è la grazia con cui questi ricchi costumi vengono indossati.
Sin dall’età protostorica, la donna sarda, non è stata occupata nei faticosi lavori agricoli ma, abitualmente, nella filatura, nella tessitura, nel ricamo e nella custodia del focolare domestico. Anche i costumi sono il risultato di mode e di usi che si sono sviluppati all’interno delle comunità pastorali; essi sono del tutto diversi anche in paesi distanti tra loro pochi chilometri. Il costume della Sardegna non è un oggetto di lusso da indossare nei giorni di festa, ma è l’abitudine quotidiana di un popolo che ha tramandato di generazione in generazione la sua caratteristica espressione di un antico modo di abbigliarsi. Erano soprattutto le donne e i vecchi a portare quotidianamente il costume, fossero modesti lavoratori o persone che vivevano nell’agiatezza.
Il costume sardo è indubbiamente la manifestazione folkloristica in cui si trovano tracce di una civiltà schiettamente mediterranea. L’abbigliamento tradizionale sardo rappresenta una delle espressioni più autentiche dell’anima popolare. Nell’isola esistono ancora oltre cento tipi di costumi, con varianti da zona a zona e da paese a paese. Il costume maschile, indossato in tutte le stagioni, è semplice, austero, in due soli colori: bianco e nero. È principalmente costituito di pochi elementi che hanno fra di loro una origine comune: un copricapo classico, un berretto a sacco, con gli angoli arrotondati, di panno pesante, detto orbace, di colore nero o marrone; una camicia corta, ad ampie maniche, di tela chiara, finemente ricamata, con polsini e collarino inamidato, ricamati a disegni astratti o geometrici, chiusa da bottoncini d’argento o d’oro; sopra la camicia un corpetto nero o rosso acceso, a doppio petto, di lana, o di velluto, o broccato, chiuso sul davanti da bottoni d’argento. Sopra il corpetto si porta il giubbetto, a maniche lunghe, di panno. I calzoni, ampi e lunghi, sono di tela bianca di lino. Quello femminile è vario, chiassoso, allegro sempre di buon gusto e armonico nel complesso. È molto elegante e rifinito, diverso da zona a zona. La donna sarda non usciva mai a capo scoperto, ma portava sempre il fazzoletto, o un velo, o una cuffia, o uno scialle, o un cappuccio, abbigliamento che contraddistingueva i diversi paesi. La camicia candida è di lino, con la parte anteriore ornata di delicatissimi e preziosi ricami.
La gonna, larga e lunga fino alle caviglie, a balze con pieghettature, è ricoperta nella parte anteriore dal grembiule, solitamente ricamato. L’abbigliamento femminile, in genere molto colorato, è sempre completato ed impreziosito da gioielli di ispirazione ispano-araba, spesso anche in contrasto con la povertà dei paesi d’origine: spille, orecchini, collane d’oro, d’argento e di corallo, catenelle, rosari di pietre dure un portafortuna che simboleggia la fertilità.
Nella maggior parte dei costumi, le donne sovrappongono alle vesti il grembiule, che pur non essendo sempre di fattura antica, ripropone un’usanza antichissima. I modelli più singolari appartengono ai costumi di Nuoro e di Orgosolo; in questi, i disegni più strani e curiosi si alternano con note di colore fatte sbocciare sulla stoffa con abile accorgimento.
Assai diversi l’uno dall’altro per vari elementi caratteristici, i costumi hanno motivi ricorrenti. L’assortimento dei costumi della Sardegna, il più vasto dell’area mediterranea, è dovuto alla difficoltà di comunicazione del passato, che ha impedito la mescolanza degli abiti. Le feste sacre, o sagre di ringraziamento ai santi, hanno poi costituito occasioni di incontro tra i paesi dell’isola presenti agli appuntamenti periodici nei loro costumi tradizionali contribuendo, in tal modo, alla loro conservazione.
I costumi che vediamo sfilare oggi non sono modelli molto antichi; molti abiti sono andati perduti per l’usanza di tumulare i propri cari con l’abito della festa. L’Ottocento è il secolo in cui i popolari vestiti sardi iniziano ad assumere la specifica fisionomia. Nel secolo scorso, il ventesimo, molti studiosi stranieri, nei loro appunti di viaggio, ci forniscono un patrimonio iconografico che unito alle pitture dei sardi Enrico Costa e Simone Manca ci permettono di ricostruire le antiche vestiture tradizionali.
Al costume sardo sono strettamente legati i gioielli che le donne sarde conservano con religiosità e si tramandano di generazione in generazione come fossero cose più sacre che preziose. Lo splendore di questi costumi si può ammirare nelle più grandiose manifestazioni popolari, conosciute come sagre, dove ciascuna manifestazione sembra assumere vita propria tra canti, balli e giochi tipicamente sardi; ci si può sorprendere per l’entità numerica di partecipazione, e constatare che il folclore nell’isola non è mai un teatro, ma è sempre vissuto intensamente.
Una interessante mostra di tutti i costumi sardi si può ammirare nelle sale del Museo “G. A. Sanna” di Sassari, e nei locali del Museo della “Vita e delle Tradizioni popolari della Sardegna”, presso l’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro.
La Sagra di S. Efisio, ai primi di maggio, che si tiene a Cagliari sin dal 1656; la cavalcata sarda di Sassari, a fine maggio; la grandiosa ed affascinante sagra del Redentore, a Nuoro, a fine agosto; e infine, la “Sartiglia”, ad Oristano, per gli ultimi giorni di Carnevale, sono occasioni uniche per ammirarli tutti insieme».

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Notte italiana – Italian night – II professor Luigi Spanu ha parlato dei costumi sardi

in Sardegna Magazine novembre 2004

Il 7 ottobre scorso, nella sala “Karl W. Anatol” della biblioteca dell’università di Long Beach in California, il professorLuigi Spanuha partecipato alla serata “Notte ita­liana – Italian Night” con una dissertazione sui “Costumi sardi: Usi e costumi della Sardegna”, organizzato dal Centro George L. Graziadio per gli Studi d’Italiano dell’uni­versità di Long Beach.

Dopo l’introdu­zione fatta dalla professoressa Clorinda Donato coordinatrice e docente del dipartimento d’italiano relativa alla nascita del centro e del pro­gramma di italia­no, la professoressa Teresa Fiore, incaricata del progetto Studi Italiani, ha presentato il programma “Passato, pre­sente e futuro” del programma di B.A. di italia­no appena isti­tuito presso codesta  università.

Si è passati così alla parte dedicata alla Sardegna. Dopo una breve introduzione geografica, storica e sociale dell’Isola fatta dalla figlia del prof. Spanu, questi ha quin­di parlato della storia e della formazione dei costumi sardi durante i secoli. Il prof.Luigi Spanuè passato ad illustrare le  immagini  riguardanti i costumi met­tendone in evidenza quelli di una trentina dei paesi delle quat­tro province sarde. Tra le quali, piace ricordare, quelli di Cagliari, Assemini, Busachi, Oristano, Ploaghe, Nuora, Orgosolo, Ollolai, Sennori, Cabras, Mamoiada. Dopo la dissertazio­ne, che ha riscosso un ampio consenso, i partecipanti all’in­contro, in prevalen­za studenti di italia­no, hanno potuto gustare alcune pie­tanze della gastro­nomia sarda: pane carasau, bottarga, pecorino sardo e pabassine.

Notte a Las Vegas- foto internet Sardegna Magazie, Novembre 2004

 

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TODA Y GÜELL E NOTIZIE SULLE BIBLIOTECHE SARDE di Luigi Spanu

11 Aprile 2014 Commenti chiusi

Un interessante scritto per la storia degli archivi e delle biblioteche sarde si trova nell’introduzione al volume “Bibliogra¬fía española de Cerdeña” dello spagnolo Edoardo Toda y Güell” (1885-1941) che passò alcuni anni in Sardegna con l’incarico di Console di Spagna. Nel 1890, frutto di quattro mesi di ricerca nelle biblioteche e archivi sardi, provvide alla stampa del sud¬detto volume.
Il Toda, nella sua lunga permanenza in terra sarda, ebbe modo di visitarne gli archivi e le biblioteche, pubbliche e private, facendo una vasta ed attenta ricognizione; soprattutto, si impegnò nella scoperta di scritti sulle culture catalana e castigliana, relative ai quattro secoli che gli iberici trascorsero come domi¬natori in Sardegna. Come dice nell’introduzione di tale lavoro, egli rimase dell’avviso che “nell’Isola sarda fu coltivata la letteratura; infatti, la stampa ci rivela buoni romanzieri e poeti spagnoli, che sono quasi sconosciuti; altri, non inferiori di numero, ce li rivelano i manoscritti salvati dall’incuria dei tempi moderni. Non è stata trascurata la storia, dato che esistono molte cronache generali e relazioni di fatti specifici, con mono¬grafie di luoghi e di oggetti. Abbonda l’arte oratoria, special¬mente nel genere sacro. Perfino la filosofia, le scienze esatte e la fisica, la medicina e l’arte della guerra hanno i loro rappre¬sentanti in questo sviluppo del genio spagnolo in Sardegna, che permane nascosto perché mai è stato seriamente studiato”.
Come si legge nell’ottimo saggio di Antonio Nughes “Toda i L’Al¬guer. A 100 anys de aquella visita” (L’Alguer, Any 2 – n. 3 – Maig-Juny 1989), Toda y Güell giunse ad Alghero nel 1887 e vi rimase fino al 1888 avendo numerosi contatti con il mondo della cultura isolana. Alla città di Alghero ha dedicato “Un poble català d’Italia. L’Alguer” (Barcellona 1898), “Recorts catalans de Sardenya” (Barcellona 1903) e “La poesia catalana a Sardenya” (Barcellona 1903).
Il Toda, a proposito dell’Archivio della Curia di Cagliari, scrive che esso era situato nel piano basso del palazzo arcivescovile, voluto dai prelati spagnoli e fondato nel secolo XVII dal presule aragonese fra Bernardo de la Cabra, primate di Sardegna e Corsica dal 1641 al 1655. Numerosi erano i documenti contenuti nell’archi¬vio e non tutti riguardavano affari ecclesiastici; vi erano anche alcuni importanti codici e pergamene riferiti ai Regoli (Giudici dell’Isola).
L’autore della “Bibliografía” osserva, inoltre, che il giovane canonico dr. Luca Canepa, essendo stato nominato archivista pochi anni prima, si era assunto il compito di riordinare le carte lasciate in abbandono. Le sue ricerche avevano prodotto fino ad allora eccellenti risultati; scoprì gli “Atti dei Parlamenti generali dell’Isola”, gli “Atti delle riunioni dello Stamento eccelsiastico”, i cartulari degli arcivescovi, i registri delle ordinazioni e varia corrispondenza. Nell’archivio esistevano anche i registri parrocchiali dell’archidiocesi (che risalivano all’epo¬ca del Concilio Tridentino) e circa quattrocento volumi dei pro¬cessi svoltisi contro ecclesiastici sardi.
Per quanto riguarda l’archivio dell’Inquisizione, il Edoardo Toda è certo di aver trovato una cinquantina di volumi riguardanti cause e denunce relative ai primi anni del secolo XVIII; aveva appurato anche che il Tribunale del Sant’Uffizio si trovava a Sassari e che, al momento in cui fu deciso il suo trasferimento ad una località spagnola, vennero prelevati anche tutti i libri e le carte processuali esistenti a Cagliari e depositati, in seguito, nell’Archivio di Simancas (in provincia di Valladolid). Perciò, nella Curia di Cagliari rimasero pochi libri. Nonostante cioè, lo
studioso spagnolo aveva trovato in tale archivio l’unica copia conosciuta della “Vita di Sant’Antioco”, stampata in catalano da Esteban Moretio. E a riguardo dell’archivio della cattedrale, il Toda rileva che esso si trovava in uno degli scantinati del Duomo e che era diretto dallo stesso canonico Canepa. A detta dello studioso, la vaga notizia di un incendio capitato nel secolo XVI vorrebbe spiegare la sparizione di documenti antichi che si sareb¬bero dovuti trovare negli armadi, la cui esistenza era previamente conosciuta. Le cronache non indicano la data esatta dell’incendio e non danno alcuna prova della sua estensione. Al contrario, lo studioso spagnolo confessa di essere stato abbastanza sfortunato in più di una occasione poiché gli era capitato di trovare biblioteche ed archivi che si erano incendiati anche due o tre volte. La verità di tali affermazioni pesa molto sui conservatori degli antichi ricordi patri e mettono in risalto l’incuria e l’abbandono che imperavano in quei tempi, dato che la negligenza non veniva rile¬vata e tanto meno incolpata. Pare, scrive più avanti, che l’archivio della Curia sia andato a fuoco più volte; ma non tutti i suoi documenti precedenti al secolo XVI erano spariti, giacché alcuni esistevano ancora. Quelli conservati riguardavano delibere del Capitolo, fogli di corrispondenza generica, registri di rendite, cartulari di arcivescovi, indici di legati e donazioni. Vi si trovavano ancora molte Carte Reali dei monarchi spagnoli e non poche Bolle Pontificie. A detta del Toda y Güell, nella cattedrale di Cagliari non vi erano più libri; seppe che, anni addietro, il Capitolo possedeva la Biblioteca più ricca e numerosa esistente durante il periodo della Sardegna spagnola. Era risaputo che l’arcivescovo Antonio Parragues de Castillejo – a Cagliari dal 1558 e morto nel capo¬luogo sardo nel 1573 -, affezionatissimo alle lingue orientali, aveva anche molti libri che vennero donati alla cattedrale. Mons. Parragues, fa notare lo scrittore iberico, ebbe una carriera alquanto movimentata: percorse il mondo e, da canonico di Tarazona (Aragona), fu consacrato vescovo di Trieste; sette anni dopo, passò in Fiandra, dove si fermò diversi anni come prelato di camera di Carlo V; fu poi a Madrid e, da qui, arrivò a Cagliari; sebbene si rendesse conto di essere un po’ vecchio e pieno di acciacchi, dovette accorrere a Trento quando si riunì quel famoso Concilio. Portava dappertutto il suo irresistibile affetto per i libri, comprando i migliori che si pubblicavano o avvalendosi della sua posizione di prestigio per ottenerli, soddisfatto e compiaciuto nel vederli riuniti in una camera del palazzo arcive¬scovile di Cagliari. Ebbe così l’opportunità di andare orgoglioso nel crearsi una biblioteca nutrita di eccellenti opere di lingua, di religione, di scienza, di arte e di filosofia. Conservò anche molti manoscritti di antica data e degni di essere ricordati. Lasciando la biblioteca al Capitolo e desiderando che le spese per la sua conservazione non fossero poste a carico dei Canonici, lasciò alcune rendite per fondare due benefici, di cui i bibliote¬cari si sarebbero dovuti servire. Passarono anni e, sebbene quella biblioteca venisse praticamente abbandonata dai suoi curatori, non andò distrutta, tanto che agli inizi del secolo XVIII poté ancora figurare negli inventari dei beni capitolari ed essere ammirata anche da uno dei primi viceré della dominazione piemontese. Gli illustri canonici del nuovo regime non comprendendo appieno il valore di quei libri, convinti anzi che risultassero d’impaccio alla Chiesa, decisero di venderli. Chiesero, perciò a Roma il permesso di cambiare le clausole della donazione fatta dal fonda¬tore; la Sacra Congregazione lo negò, ma ciò non fu di ostacolo perché, pochi anni dopo, la ricca biblioteca sparì senza lasciare la minima traccia. Inutile fu interrogare i canonici, inutile cercare nei ricordi: tutti davano i libri per dispersi. Dal momento che non vollero ammettere di averli sottratti e, probabilmente venduti, i canonici del Capitolo decisero di dire che andarono bruciati accidentalmente. L’aveva dichiarato lo stesso Giovanni Spano, che fu archivista del Capitolo per molti anni. Il Toda, che fece accurate ricerche nell’archivio arcivescovile, non volle credere alla storia dell’incendio, poiché in tale evenienza se ne sarebbe trovata qualche traccia. Suppose allora che la biblioteca del Parragues fosse stata portata a Roma. Gli sembrò razionale credere che la Corte pontificia ne avesse ordinato il ritiro per evitare che tale importante patrimonio potesse andare disperso per colpa della cupidigia dei canonici cagliaritani. Ciò poteva spiegare il fatto che la sparizione riguardava il comples¬so dei libri e non già un certo numero di opere che potevano far gola a certi interessati acquirenti. Lo studioso spagnolo ne ebbe il fondato sospetto quando vide la biblioteca dei fratelli Simon di Alghero, nella quale gli era parso di scorgervi molti dei volumi appartenuti al prelato casti¬gliano; avvertendo che gli mancava il tempo e la speciale atten¬zione da dedicare ai libri sardi, finì per considerare che era soddisfacente sapere che quel tesoro bibliografico non era andato completamente perduto. A tale riguardo, concludiamo richiamando alla memoria che lo studioso Padre Vincenzo Mario Cannas (scomparso circa due anni fa), già direttore dell’archivio arcivescovile di Cagliari, prov¬vide a dare alle stampe due importanti lavori proprio sulla bi¬blioteca dell’arcivescovo Parragues; il primo ha come titolo “La libreria dell’Arcivescovo Antonio Parragués de Castillejo ed il Capitolo Metropolitano” (Cagliari, 1983) e, il secondo, “La miste¬riosa scomparsa della libreria dell’Arcivescovo Antonio Parragués de Castillejo” (cfr. “Nuovo bollettino bibliografico sardo” – Cagliari 1992). Nuovorientamenti, 16 febbr. 2003 e Sardegna Magazine, marzo e aprile 2003

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