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Archivio Maggio 2014

NOTE SULLA NOBILTA’ CAGLIARITANA NEL SEICENTO di Luigi Spanu

28 Maggio 2014 Commenti chiusi

Il ceto nobiliare cagliaritano non era costituito, nel Seicento, in un tutto unitario come nei secoli precedenti, bensì formava una classe composita, divisa in gerarchie rigorosamente conservatrice: al vertice, l’oligarchia dei grandi signori dell’alta nobiltà, che davano il tono della vita di società nella capitale o nel villaggio in cui dimoravano, e una miriade di nobili di grado inferiore che parteggiava per l’una o per l’altra fazione nobiliare..
Nei loro feudi i nobili esercitavano diritti feudali con pienezza di poteri che l’assolutismo regio non era riuscito a logorare. Anzi, l’investitura reale aveva conferito loro un potere virtualmente sovrano. Erano i tutori della giustizia e dell’ordine pubblico, venivano processati, per i loro reati, non dalla massima autorità giudiziaria, ma da un foro, composto dai loro stessi pari; imponevamo tributi; disponevamo a loro arbitrio delle braccia della loro servitù e conservavano tutti i loro antichi diritti.
L’amministrazione dei beni veniva a volte affidata ad agenti o ad affittuari che liberavano il nobile proprietario da ogni preoccupazione, con il versamento di una gabella annua; questi nobili prendevano in appalto le diverse proprietà del sovrano: saline, tonnare, peschiere, ecc. Possedevamo cavalli, carrozza, portantine, vestivamo alla moda spagnola con abiti eleganti e sfarzosi; passavano a cavallo nelle strade cittadine, mettendosi in mostra e, nelle manifestazioni, erano sempre eleganti. Avevano alla loro dipendenza palafrenieri, stallieri, cocchieri e portantini.
Tra gli svaghi della nobiltà vi era la caccia; seguivano le passione per l’arte del cavalcare, l’addestramento militare di equitazione e le lezioni di scherma per mantenersi in esercizio continuo, dato che i duelli erano molto frequenti. Si duellava nelle stradette, nelle piazze e negli spiazzi, poco fuori le mura, non solo nella notte, ma anche alla luce del giorno. A tale vana esibizione di valentia si opponevamo i bandi del viceré che comminava l’allontanamento dal centro e perfino la morte ai duellanti. Venivano poi il gioco delle carte, quello degli scacchi e il gioco delle canne, simile al lancio del giavellotto.
C’era chi si preparava per i tornei, che erano molto frequenti, in occasione di feste per nascite reali, matrimoni, vittorie nelle guerre e per la festa annuale di S. Saturno, patrono della città e, in particolare, dei nobili.
C’era chi si dilettava di musica, di arte e di poesia, e chi, soprattutto di notte, preferiva girare per le strade cittadine, accompagnati da musici, per fare serenate, sotto le finestre, alle belle dame. Vi erano quelli che si dilettavamo di letture; altri si riunivamo abitualmente nei loro salotti e queste riunioni venivano chiamate accademie, come si legge nel romanziere cagliaritano del Seicento Giuseppe Zatrilla, ed erano simili a quelle che tenevano già da parecchio tempo in diverse parti d’Europa, in cui si declamavamo poesie, si parlava di astronomia, di astrologia e di alchimia; si rappresentavano commedie e piccole accademie.
Vi erano dame che in tali riunioni si esibivano in concerti strumentali e in canti. Non c’era nobile cagliaritano che non appartenesse ad uno dei quattro ordini cavallereschi spagnoli: da quello di Santiago, certamente il più antico, il più nobile e il più potente, a quello di Calatrava; da quello di Alcantara a quello di Montresta. Condizioni generali per essere ammesso a far parte di uno degli ordini erano la legittimità, la purezza del sangue e le nobiltà del lignaggio.
Nelle cerimonie i cavalieri vestivano l’abito dell’Ordine, che era coperto interamente da un lungo mantello, nel quale era ricamato lo stemma dell’Ordine cavalleresco a cui il nobile apparteneva. Sia nelle cerimonie che nelle processioni, gli Ordini occupavamo un posto ben preciso.
Luigi Spanu

 

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CULTURA SARDA NEL 1500 – I CONSIGLI DI ANTONIO LO FRASSO (Poeta sardo-ispanico) – rielaborazione in versi italiani e campidanesi) di LUIGI SPANU e NATALINO VARGIU

25 Maggio 2014 Commenti chiusi

INTRODUZIONE
Nel 1974 è stato pubblicato il mio libro “Antonio Lo Frasso, poeta e romanziere Sardo Ispanico del Cinquecento”; da allora, diversi studiosi e varie fonti d’informazione, compresa la Rai TV, se ne sono interessati con importanti recensioni e conferenze. Prima di dare notizie su Antonio Lo Frasso, ho il piacere di dire che la prefazione al suddetto libro è stata approntata in una ventina di pagine dallo studioso Francesco Alziator (l’autore della “Storia della letteratura di Sardegna”, pubblicata a Cagliari nel 1954). Al mio succitato lavoro si sono interessati diversi giornalisti, tra cui Francesco Corda, il quale, in “Tutto Quotidiano” del 9 gennaio 1975, ha scritto: “Dopo una premessa dell’autore, tendente a chiarire attraverso quali diligenti ricerche e quale paziente lavoro è stata effettuata la stesura del libro, un’illuminante introduzione di Francesco Alziator mette in risalto, ad un tempo, l’alto interesse storico ed il limitato valore letterario dell’opera di questo «militar sardo de la ciudad de Lalguer», il cui nome non sarebbe forse giunto fino a noi se il Cervantes non ne avesse fatto cenno nel “Don Chisciotte” ed in altre sue opere, non tanto con sincero elogio, quanto con smaliziato sorriso e garbata ironia….; l’autore dell’opera, il Lo Frasso, dimostra la conoscenza di più lingue, quasi rivelando di possedere, come l’antico Ennio, «tria corda»: tra i versi e le prose in castigliano egli inserisce infatti un sonetto e alcune rime nella lingua catalana della sua Alghero e alcuni componimenti in lingua sarda (precisamente un sonetto per san Leonardo e un’ottava accompagnata da «glossa») da porre tra i rari documenti dell’epoca”.
Nell’aprile/maggio 1992, in “Sardegna Fieristica”, la studiosa Maria Giuseppina Meloni ha pubblicato un importante lavoro di oltre due pagine dal titolo “Col virus della poesia. Antonio Lo Frasso, un letterato del Cinquecento scarsamente conosciuto nell’Isola”. La Meloni, a conclusione del suo articolo, porta a conoscenza che l’Istituto per i rapporti italo-iberici di Cagliari sta per arricchirsi di una nuova edizione critica dell’opera “Los diez libros de fortuna de amor”, dovuta all’intellettuale catalana Maria Asunción Roca che ha condotto minuziose ricerche, soprattutto a Barcellona, sulla produzione letteraria del Lo Frasso.Purtroppo, la Maria Giuseppina Meloni non ha fatto alcun riferi¬mento al mio libro sul poeta algherese. Dopo la pubblicazione del suddetto mio lavoro, delle successive recensioni e degli studi tatti dai citati Nughes, Meloni e M. Asunción Roca, sono dell’avviso che il presente lavoro approntatalo a due mani da me e da Natalino Vargiu serva a far meglio conoscere il poeta Antonio Lo Frasso a chi si interessa di letteratura sarda. Ritengo ora necessario dire qualcosa su questo poeta conterraneo che, nel 1500, lontano dalla sua terra, ha pubblicato tre opere, imponendosi ali’attenzione del mondo letterario, soprattutto di quel¬lo spagnolo.
Il primo a parlare di Antonio Lo Frasso è stato Miguel de Cervantes y Saavedra (l’autore del “Don Chisciotte”). Nel Settecento e Ottocento, però, anche alcuni studiosi nostrani hanno trovato giusto inserire il nome di Lo Frasso nella storia della letteratura sarda; lo hanno fatto Giuseppe Manno, Pasquale Tola, Pietro Martini e Siotto Pintor. Nel Novecento, si sono interessati al Lo Frasso: VA. Arullani in “Echi di poeti e rimatori sardi dal Cinquecento ai dì nostri” (1910); Egidio Pilia in “Letteratura narrativa in Sardegna”( 1926); Stanislao Ruinas in “La Sardegna e i suoi scrittori” (1927); Rai-mondo Carta Raspi in “La Sardegna” ( 1952); Francesco Alziator in “Storia della letteratura di Sardegna” (1954); l’ispanista Francisco Elias de Tejada in “El pensamiento político” (1954); Joaquín Arce in “La letteratura ispanica in Sardegna” (1956); io stesso in “La Spagna in Sardegna” (1960 e Cagliari 1982) ed altri ancora. Nessuno è riuscito a scoprire in quale anno sia nato e in quale anno sia morto il nostro poeta; a tale scopo, sono andate a vuoto anche le mie personali e rigorose ricerche effettuate negli archivi e biblioteche di Barcellona, oltre a quelle fatte nei registri parrocchiali della città catalana e della cattedrale barcellonese. Anche in Alghero (come asserisce anche Antonio Nughes nel citato articolo pubblicato su “L’Alguer”) non restano documenti che riguardino la data di nascita e di morte del Lo Frasso. Dai frontespizi delle sue opere, tuttavia, apprendiamo che lo stesso Lo Frasso dice di essere nato in Alghero da famiglia benestante.
Di lui sappiamo poco, ma è quasi certo che sia nato nel secondo decennio del Cinquecento e che, in Spagna si sia rivelato come uno dei letterati più famosi del suo tempo, tanto che le sue poesie venivano imparale e declamate a memoria dalle dame spagnole. Nel secolo XVIII, Lo Frasso ha acquistato gran fama, come scrive nei suoi “Quattro poemi editi” Gaspar Melchor de Jovellanos (la figura più rappresentativa della Spagna settecentesca); infatti, Jovellanos afferma che il poeta algherese, nel Settecento, è stato “quasi un simbolo tra i letterati” (cfr. J. Arce, in “España en Cerdeña”, Madrid 1960).
Il Lo Frasso è stato certamente un brillante cavaliere che ha segui¬to la carriera militare, acquisendo anche una buona cultura genera¬le, come si deduce dalla lettura delle sue opere piene di riferimenti filosofici, giuridici, storici ed archivistici. Dal prologo dell’ope¬ra maggiore “Los diez libros de Fortuna de Amor” (I dieci libri di Fortuna d’Amore), apprendiamo che egli si è sposato e che ha avuto due figli. Dure vicende, però, si sono abbattute su di lui, tra cui un’accusa di omicidio; è stato riconosciuto innocente soltanto dopo una lunga fase istruttoria e dopo aver scontato quasi due anni e mezzo di carcere. Forse temendo ritorsioni, Lo Frasso lascia allora Alghero e la famiglia per stabilirsi definitivamente a Barcellona ove, per almeno venticinque anni, si fa apprezzare come poeta della nobiltà catalana.
Nella capitale della Catalogna, come ha scritto Cenza Thermes in un articolo pubblicato da “Nuovorientamenti” e intitolato “La via Lo Frasso, un cavaliere del Cinquecento”, il poeta inizia la sua fortuna come prosatore, rivelandosi buon cavaliere, amatore cortese delle donne ed anche attento studioso di lettere e di storia. Verso la fine del secolo, il nostro poeta, ammalato ed abbandonato da tutti (come capita talvolta ai letterati ed agli artisti che, nella vita, si sono coperti di gloria), è stato ricoverato in un ospedale di Barcellona e lì è morto all’età di circa ottant’anni.
Nella capitale catalana, nel 1571, Lo Frasso ha pubblìcato due opere in un unico volume; il primo è “El verdadero discurso de la Batalla de Lepanto”, un poema epico di ben 109 ottave in versi endecasillabi, opera celebrativa della vittoria dei cristiani contro i turchi; in questo poema, l’autore descrive con grande ricchezza di particolari, tanto da farci pensare che fosse stato presente alla spedizione, le fasi della partenza della flotta da Barcellona, la sosta dell’armata della Lega Santa a Genova e a Napoli, il suo successivo scalo a Messina e la vittoriosa battaglia della cristianità nelle acque di Lepanto.
Sicuramente, a detta della Thermes, si è servito di questa pubblicazione per presentarsi alla ribalta letteraria con il principale intento di ringraziare il conte di Sorres (don Giacomo Alagón Cardona, sardo, ma residente a Barcellona) perché lui l’ha aiutato ad inserirsi nell’alta società catalana.

La seconda opera del Lo Frasso è un poemetto di terzine intitolato “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” I mílleduecento consigli e saggi avvertimenti che, però, sono racchiusi in ben milletrecento strofe) dedicati agli “‘amatissimi” figli Alfonso e Scipio-ne. II poeta, con questo scritto, da l’indicazione di varie possibili posizioni sociali che un uomo può raggiungere, purché si comporti nella vita di tutti i giorni sempre con dignità ed onestà. Francesco Corda (con l’articolo “Un «Cameade» sardo del ’500. Antonio Lo Frasso avventuriero e poeta”, pubblicato nel 1974 su “Tutto Quotidiano”, ha detto: “Dopo alcuni consigli dì carattere generico rivolti ai suoi figli, l’autore presenta con dovizia di particolari le condizioni di vita, le arti e le professioni più comuni nel secolo XVI. Sfilano così davanti a noi, in terzine di ottonari, dalla caratteristica cadenza castigliana, i più svariati personaggi appartenenti alle varie classi sociali dell’epoca (monache e sacerdoti, pastori e contadini, artigiani e mercanti, medici e avvocati, fanti e cavalieri), con note di costume che talora sembrano riflettere certi usi tuttora radicati in Sardegna”.
Nel 1573, il poeta algherese si ripresenta alla ribalta letteraria pubblicando la sua opera più famosa: “Los diez libros de Fortuna de Amor”, una specie di autobiografia romanzata; in essa troviamo lavori in prosa e versi di presentati in castigliano, in catalano e in sardo, per cui ci sembra giusto considerarlo come un letterato che ha preceduto tanti altri autori sardi. L’opera merita, inoltre, di essere tenuta presente come studio dì ambiente e come eco di’ diverse correnti letterarie.
Il nome di Lo Frasso va tenuto presente anche per aver avuto l’onore di figurare in uno dei massimi capolavori della letteratura spagnola e, inoltre, per aver ottenuto il privilegio, nel 1740, a Londra, di una ristampa delle sue opere. E’ da segnalare che i suoi scritti sono stati diffusi dopo che Cervantes li ha menzionati nella celeberrima opera “El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (1605)” e negli altri suoi lavori: “El viaje al Parnaso” (1614), “El Vizcaíno fingido”e “Los entremeses” (1615). Alcuni studiosi spagnoli, ed anche alcuni storici italiani, propendono per la tesi che il giudizio su Lo Frasso dato dal Cervantes nelle sue citazioni abbia il sapore dell’ironia. Personalmente, non sono dello stesso parere perché, pur sapendo che il Cervantes è stato un grande scrittore, la maggior parte degli studiosi non gli riconoscono la qualità di valido critico; c’è da supporre, piuttosto, che egli fosse geloso della popolarità raggiunta dal Lo Frasso e, quindi, dal fatto che i suoi versi venissero recitati a memoria dalle dame del suo tempo. Nel 1974, ho provveduto a presentare in originale le opere di tale poeta, mettendo la traduzione a fronte di due suoi lavori poetici. Nell’opera “I dieci libri di Fortuna d’Amor” vi sono frequenti richiami, notazioni e passi autobiografici che testimoniano della nostalgia sofferta dal Lo Frasso per la sua Isola, tanto che, antesignano della valorizzazione della lingua sarda, inserisce glosse, sonetti e composizioni poetiche nel linguaggio logudorese. Questo scritto è molto importante anche perché, essendo autobiografico, riporta varie notizie sulle famiglie patrizie barcellonesi ma, soprattutto, sulla città di Alghero e sulle famiglie nobili del luogo, alcune delle quali risiedenti nella capitale catalana.

Puntualizzo che l’opera didascalica “I milleduecento consigli” è contenuta in un volume pieno di saggi consigli, scritti in rima, e che ora, unitamente al mio amico Natalino Vargiu, ho il piacere di presentare nella versione italiana ed in campidanese. Ciò com¬prova che anche un’opera scritta in una lingua straniera può esse¬re tradotta bene anche in sardo. Il poema didascalico dei consigli sono piacevoli perché contengono arguti accenni alle usanze della società del Cinquecento.
Tutti i consigli dati dal Lo Frasso sembrano davvero molto semplici ma, sebbene siano passati circa cinque secoli, potrebbero essere ancora rivolti ai nostri giovani affinché abbiano il giusto incoraggiamento per credere nell’utilità di un qualsiasi lavoro, anche il più umile, purché onesto, come quello dell’agricoltore, del pastore e dell’artigiano.

Qui finiscono le brevi notizie che ho ritenuto opportuno dare sulla vita e le opere dello scrittore sardo/ispanico, ma non mi voglio esimere dal riportare il giudizio, certamente non troppo bonario e lusinghiero, espresso su Lo Frasso dell’insigne letterato spagnolo Marcelino Menéndez Pelayo (1856-1912); egli ha scritto: “Nell’opera Los diez libros… vi sono gravissimi difetti, improprietà di linguaggio, il periodo è pesante e sconnesso, c’è l’accozzaglia farraginosa delle più svariate avventure; non manca tuttavia qualche bella descrizione e qualche verso abbastanza espressivo. (Cfr. “Il cammino dei Sardi. Storia, letteratura ed arte in Sardegna”, di Natale Sanna, Cagliari 1964).
Personalmente, rifuggo dall’esprimere giudizi troppo severi sul conto di un personaggio sardo che non ha conosciuto la letteratura e la cultura dei tempi moderni ma che, tuttavia, si è fatto apprezzare in terra straniera attraverso la sua fantasia e la sua verve poetica, meritando massimo rispetto ed alta considerazione. Ribadisco che l’opera del Lo Frasso “LOS MIL Y DOZIENTOS CONSEJOS Y AVISOS DISCRETOS”, da me tradotta, viene ora presentata in questo libro con la rielaborazione in versi italiani e sardi (nella variante campidanese) fatta dall’amico Natalino Vargiu che, nonostante le non poche difficoltà, ha cercato in tutti Ì modi di rimanere fedele al testo originale.
Con il Vargiu ho un collaudato rapporto dì collaborazione; tra l’altro, assieme a lui, ho lavorato per svariati anni nella redazione di “Nuovorientamenti” (lo storico settimanale che è entrato per lungo tempo nelle case di oltre cinquemila famiglie della provincia di Cagliari). Inoltre, mi piace segnalare che, Vargiu ed io, abbiamo dato alle stampe anche altri lavori, tra cui l’importante volume “Sardegna quasi sconosciuta”, opera ricavata dalla nostra traduzione di un reportage dell’australiana Helen Dunstan Wrigt e da un saggio di Guido Costa (figlio del noto scrittore Enrico), ambedue lavori pubblicati in una importante rivista americana. Il predetto libro, pubblicato in edizione di lusso è prezioso perché contiene numerose e bellissime fotografie (realizzate dal marito della Wrigt più di cento anni fa), riguardanti i pittoreschi costumi sardi.
Chiudo questa introduzione dicendo che l’impegnativo lavoro fatto per rielaborare “I milleduecento consigli” di Lo Frasso, e affidato a questo libro, ha un duplice scopo: quello di proporre la rivalutazione di un pioniere della vita letteraria sarda e, nello stesso tempo, di dare un ulteriore e significativo contributo alla conservazione del dialetto che interessa buona parte della popolazione che vive nell’area centrale e meridionale della nostra Isola.
Luigi Spanu
PRECISAZIONI E RINGRAZIAMENTI
I miei eventuali lettori, qualora si imbattessero in palesi imperfezioni sui versi di lingua italiana, sono invitati a non essere critici troppo severi perché non potrei addurre valide scusanti, tranne quella di aver trovato una certa difficoltà nel conciliare tre cose: massimo rispetto del pensiero dell’Autore; necessità di tener conto delle principali regole della metrica e obbligo di trovare le appropriate rime. Per quanto concerne, invece, i versi sardi, alle suddette difficoltà ne debbo aggiungere un’altra: quella di accontentare tutti i lettori che conoscono il dialetto campidanese; tutti sappiamo, infatti, che parole ed espressioni variano da paese a paese. Io sono nato a Terralba (OR), ma ho soggiornato per lunghi periodi anche a Villacidro, Gonnoscodina, Cagliari, Sarroch, Pirri, Quartu S. Elena e Selargius. Dovendo pur scegliere, ho optato per un linguaggio che possa essere compreso dalla maggioranza dei corregionali che abitano nella Sardegna centromeridionale; è questa, comunque, la mia speranza.
Chiedo venia ai puristi della “limba sarda” se mi sono permesso, per i versi sardi, di mettere troppi accenti, pur sapendo che spesso non sono indispensabili; ne ho abusato soltanto per volerne facilitare la lettura. Confesso anche un altro mio peccatuccio: ho fatto uso di molti “italianismi” perché, volenti o nolenti, dobbiamo ri¬conoscere che, anche le persone molto anziane, non adoperano più certi termini arcaici; d’altro canto, se li avessi usati, avrei costretto i lettori di queste pagine a ricorrere frequentemente ai vari dizionari sardi, lo, comunque, amo la lingua viva. Sebbene possa essere ritenuto superfluo, desidero precisare che, almeno in certe parti, il cristianesimo “predicato” dal Lo Frasso è alquanto “sui generis” e, ovviamente, non può trovarsi in sintonia con l’autentica fede proclamata dalla Chiesa; ne dovremmo tenere ben conto, soprattutto pensando che l’Autore scrisse i “consigli’) circa cinque secoli fa e che, pur avendo dimostrato di possedere una buona cultura generale, non ci risulta che abbia fatto particolari studi teologici. Prima di ogni altro amico, avrei voluto ringraziare il noto poeta sardo Faustino Onnis; purtroppo, recentemente, egli se n’è andato a spaziare nei cieli infiniti per continuare in eterno il suo canto di gloria al creato ed al suo Autore. Faustino è stato tra i primi a leggere la prima parte della bozza di questo lavoro, a compiacersi della mia fatica, a darmi preziosi consigli ed a darmi belle parole d’incoraggiamento. Un grazie sentito al Prof. Luigi Spanu (con il quale ho preparato questo libro) perché è lui l’esperto studioso che ha tradotto dalla lingua spagnola antica i versi del poeta Lo Frasso. Luigi Spanu è la persona di alto profilo culturale, tanto che possiamo trovare nelle più importanti librerie una ventina dei suoi libri (alcuni imperniati sulle opere di artisti e letterati sardi, altri sulla storia e tradizioni della nostra Isola).
Un grazie di cuore anche all’avvocato, giornalista e scrittore Carlo Thorel [anch’egli già passato al di là] che mi ha onorato della sua amicizia e che mi ha sempre sostenuto moralmente, incitandomi a non mollare anche nei mo¬menti in cui ritenevo impossibile portare a termine questa piccola impresa.
L’avv. Thorel è l’autore del bel romanzo “D’amore, malefìzi ed altre storie” (Ediz. Segno di Udine) e di elevate liriche pubblicate su “Ciliegie” (Ediz. Diapasón di Roma). Ringrazio anche l’amico Efisio Cordeddu per i preziosi consigli che mi ha generosamente dato; egli è un appassionato cultore di tutto ciò che interessa la nostra Isola e, in particolare, del dialetto campidanese. Di recente, come scrittore, si è messo in luce con I “Ceraxus nel tempo”, un ponderoso ed importante volume sulla storia, antica e moderna, della bella ed accogliente cittadina di Selargius.
Infine, desidero dare un sentito grazie al Prof. Roberto Copparoni (appassionato cultore di tutto ciò che la Sardegna ha di bello) perché, apprezzando l’impegno che Luigi Spanu ed io abbiamo posto per realizzare questo lavoro, ha ritenuto opportuno provvedere alla sua pubblicazione (per i tipi di Artigianarte Edizioni).
Natalìno Vargiu
Finito di stampare nel dicembre 2007 – Edizioni Artigianarte Editrice

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Luigi Spanu e Natalino Vargiu, in “Cultura sarda nel 1500: I Consigli di Antonio Lo Frasso (Poeta sardo-ispanico).Rielabolazione in versi italiana e campidanese.

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NOTE SULLA NOBILTÀ SARDA NEL SEICENTO di Luigi Spanu

25 Maggio 2014 Commenti chiusi

La classe nobiliare cagliaritana, per tutto il seicento, fu una delle componenti più importanti della vita quotidiana della società cittadina. Partecipò attivamente ai lavori parlamentari; contribuì a decidere i mutamenti nella vita economico-sociale, sia a suo vantaggio, sia a vantaggio delle altre componenti sociali; fu in lotta continua con il potere viceregio e si scontrò con il potere sovrano, per potergli strappare privilegi che servissero a darle una posizione politica superiore; fu quella classe che cercò di occupare posti eminenti nelle cariche militari e governative, non- solo nell’isola, ma anche nella terraferma spagnola; fu infine quella classe che vide cadere sotto la scure del boia viceregio, durante la repressione governativa, dopo l’uccisione del viceré Camarassa, molte teste dei suoi uomini di primo piano.
Quattro erano le possibilità riservate ai figli dei nobili, per poter raggiungere un posto eminente nella scala aristocratica del tempo: la vita militare, la vita ecclesiastica o monacale, la carriera giudiziaria o forense e la carriera dell’impiego pubblico, con l’esclusione dalle cariche civiche. Le possibilità per le patrizie erano tre: sposarsi e divenire le consorti fortunate dei nobili; entrare in un monastero e condurre una vita claustrale; divenire dame di Corte. Ai nobili erano riservati i posti più elevati nella gerarchia militare e in quella governativa, sia nel regno di Sardegna, che in quelli della terraferma, soprattutto nella seconda metà del secolo. Essi facevano vita di Corte, avevano incarichi nelle diverse strutture governative, alcuni venivano nominati cavallerizzi regi, altri alabardieri, portolani, capitani delle torri, altri ancora governatori.
In seno alla nobiltà cagliaritana si era venuta a formare una vera e propria graduatoria di valori: in testa stava la nobiltà di sangue, che manteneva un certo distacco da quella di privilegio. Si aggiungeva a questa seconda categoria la nobiltà di toga, costituita, per lo più, da cadetti, che non disdegnavano la carriera nella magistratura. Venivano poi i nobili decaduti, che erano costretti a stare al servizio di altri nobili, al fine dì mantenersi nella classe aristocratica. Nel seicento, infine, facevano parte della classe patrizia anche quei mercanti e professionisti che, attraverso servigi e favori erano riusciti a comprare prima il titolo di cavalieri e poi quello di nobiltà. Non tutti i nobili partecipavano ai lavori parlamentari, ma solo quelli che avevano ricevuto l’autorizzazione ad esercitare l’ufficio, dopo un periodo di tirocinio. Il braccio aristocratico, che prendeva nome di braccio militare, si riuniva anche al di fuori dei lavori parlamentari, quando la sezione parlamentare era chiusa, per discutere e preparare le diverse richieste da portare poi nel consenso parlamentare. I nobili vivevano soltanto nella parte alta della città, il castello, in abitazioni che, durante il Seicento, furono internamente ristrutturate e ampliate. Nelle facciate delle abitazioni ponevano gli stemmi del casato, alcuni dei quali tuttora visibili nelle strade del Castello.
Le patrizie, alle quali era lasciato il gusto dell’arredamento della casa, curavano con grande amore tutto l’aspetto interno dell’abitazione e abbellivano le camere con quadri, arazzi, tappeti, vasi, cuscini, candelabri e soprammobili di grande valore. Esse avevano alle dipendenze una servitù molto preparata, di cui si servivano anche quando uscivano per fare acquisti, o quando andavano, alla sera, a fare visita a parenti, o a conoscenti, per passare alcune ore in conversazioni salottiere, o in trattenimenti per le feste familiari. Molte famiglie nobili avevano in casa anche un altarino, davanti al quale si riunivano per pregare, essendo molto religiose, o per varie ricorrenze familiari, come nascite e matrimoni; possedevano anche una cappella di famiglia nelle chiese conventuali, che si trovavano fuori del Castello, in cui riponevano i loro estinti. Il ceto nobiliare non era costituito in un tutto unitario come nei secoli precedenti, bensì formava una classe composita, divisa in gerarchie rigorosamente osservate: al vertice, l’oligarchia dei grandi signori dell’alta nobiltà, che davano il tono della vita di società nella capitale o nel villaggio in cui dimoravano, e una miriade di nobili di grado inferiore che parteggiava per l’una o per l’alta fazione nobiliare. Nei loro feudi i nobili esercitavano diritti feudali con pienezza di poteri che l’assolutismo regio non era riuscito a logorare.
Anzi, l’investitura reale aveva conferito loro un potere virtualmente sovrano: erano i tutori della giustizia e dell’ordine pubblico, venivano processati, per i loro reati, non dalla massima autorità giudiziaria, ma da un foro, composto dai loro stessi pari; imponevano tributi; disponevano a loro arbitrio delle braccia della loro servitù e conservavano tutti i loro antichi diritti.
L’amministrazione dei beni veniva a volte affidata ad agenti o ad affittuari che liberavano il nobile proprietario da ogni preoccupazione, con il versamento di una gabella annua; questi nobili prendevano in appalto le diverse proprietà del sovrano: saline, tonnare, peschiere, ecc. Possedevano cavalli, carrozze, portantine, vestivano alla moda spagnola con abiti eleganti e sfarzosi; passavano a cavallo nelle strade cittadine, mettendosi in mostra e, nelle manifestazioni, erano sempre eleganti. Avevano alla loro dipendenza palafrenieri, stallieri, cocchieri e portantini. Tra gli svaghi della nobiltà vi era la caccia; seguivano la passione per l’arte del cavalcare, l’addestramento militare di equitazione e le lezioni di scherma per mantenersi in esercizio continuo, dato che i duelli erano molto frequenti. Si duellava nelle stradette, nelle piazze e negli spiazzi, poco fuori le mura, non solo la notte, ma anche alla luce del giorno. A tale vana esibizione di valentia si opponevano i bandi del viceré che comminavano l’allontanamento dal centro e perfino la morte ai duellanti. Venivano poi il gioco delle carte, quello degli scacchi e delle canne simile al lancio de! giavellotto. C’era chi si preparava per i tornei, che erano molto frequenti, in occasione di feste per nascite reali, matrimoni, vittorie nelle guerre e per la festa annuale di S. Saturno, patrono della città e, in particolare, dei nobili. C’era chi si dilettava di musica, di arte e di poesia, e chi, soprattutto di notte, preferiva girare per le strade cittadine, accompagnato da musici, per fare serenate, sotto le finestre, alle belle dame. Vi erano quelli che si dilettavano di letture; altri si riunivano abitualmente nei loro salotti e queste riunioni venivano chiamate accademie, come si legge nel romanziere cagliaritano del Seicento Giuseppe Zatrilla, ed erano simili a quelle che tenevano già da parecchio tempo in diverse parti d’Europa, in cui si declamavano poesie, si parlava di astronomia, di astrologia e di alchimia; si rappresentavano commediole e piccole accademie. Vi erano dame che in tali riunioni si esibivano in concerti strumentali e in canti. Non c’era nobile cagliaritano che non appartenesse ad uno dei quattro ordini cavallereschi spagnoli: da quello di Santiago, certamente il più antico, il più nobile e il più potente, a quello di Calatrava; da quello di Alcantara a quello di Montresta. Condizioni generali per essere ammesso a far parte di uno degli ordini erano la legittimità, la purezza del sangue e la nobiltà del lignaggio. Nelle cerimonie i cavalieri cagliaritani vestivano l’abito dell’ordine, che era coperto interamente da un lungo mantello, nel quale era ricamato lo stemma dell’Ordine cavalleresco a cui il nobile apparteneva. Sia nelle cerimonie che nelle processioni, gli Ordini occupavano un posto ben preciso.
Sardegna Magazine, dicembre 1989 e Sanluri notizie, 31 ottobre 1989

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IL MONDO ISPANICO IN ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA di Luigi Spanu

21 Maggio 2014 Commenti chiusi

Nelle mie continue ricerche di notizie riguardanti aspetti della vita isolana, mi sono imbattuto in due scritti, in lingua spagnola; questi presentano due aspetti della vita di altri popoli, che mostrano strette affinità con alcuni usi della Cagliari antica uno, della Cagliari moderna il secondo, ma sempre con radici nel passato. La prima lettura offre un quadro di molte somiglianze con la figura cagliaritana caratteristica del capoluogo isolano sino ai primi anni trenta di questo secolo. Parliamo de «Is piccioccus de crobi» di cui scrissero parecchio gli studiosi sardi e no, e a cui si ispirarono poeti, scrittori e ritrattisti, tra cui ricordiamo l’artista fotografo Mario Pes, di cui ricorreva, pochi giorni fa, il venticinquesimo anniversario della morte.
A Cagliari questa caratteristica figura è scomparsa. Francesco Alziator, uno dei più attenti osservatori ed interpreti degli aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane, ne «La città del sole», che è del 1963, scriveva: «II piccioccu de crobi (letteralmente ragazzo della cesta) era una specie di servitore di piazza che, per qualche soldo, si offriva per il trasporto, nella sua capace cesta, de sa spesa, cioè dei cibi e di quanto altro s’acquistava ai mercati».
E più avanti aggiungeva che «essi erano la caratterizzazione degli esportilleros spagnoli, servi di piazza che traevano il nome dalla esporta o esportilla con la quale trasportavano le derrate dei loro clienti».
Orbene, nelle grandi città dell’America del Sud si possono tuttora vedere questi «esportilleros». In un breve racconto dal titolo «Alfredo Aldana», di un testo scolastico spagnolo, in uso in alcune scuole di Stuttgart, nella Germania occidentale, si parla di una figura che ci ricorda chiaramente «Is piccioccus de crobi» cagliaritani. Si legge, infatti, che a Bogotá i ragazzi aiutano le donne a portare, per pochissimi pesos de propina, la cesta della loro spesa. Questi ragazzi appartengono agli strati più umili e generalmente sono ragazzi dai tredici ai diciotto anni.
In una illustrazione che accompagna questo racconto, appaiono i «piccioccus de crobi», che nelle notti fredde, in Bogotá, dormono nelle strade e, per riscaldarsi, si rannicchiano l’uno accanto all’altro. Anche i ragazzi «porta ceste» cagliaritani non avevano una dimora stabile; trascorrevano le notti sotto i portici della via Roma, specialmente sotto quelli del palazzo Vivanet, con la corbula per cuscino e i manifesti strappati dai muri per lenzuolo e coperte. Così ce li descrive l’Alziator.
L’altro aspetto di cui troviamo una chiara immagine nella nostra gastronomia si riferisce a «is zippulas». In una pubblicazione de «El sol» di qualche anno fa, si legge che in Castro Urdiale, porto a nord della Spagna, ogni mattina si possono trovare venditori di fritture. Queste, nella forma, nel materiale usato e nei metodi della confezione, rassomigliano alle zeppole sarde. Mentre, però, i nostri zippolari usano un imbuto per far scendere la pasta nell’olio, posto in piccole caldaie, questi spagnoli impiegano una macchina rotante, da cui la pasta esce in forma allungata e poi viene posta in una grande pentola, in cui vi è dell’olio bollente. Questa frittura prende il nome di «churro» che ha come corrispondente italiano «frittella». La forma di questo «churro» è simile alla lunga frittella delle zeppole sarde, che si trovano però anche in forma quasi di ciambella. Ricordiamo che anche «zippula» ha il corrispondente italiano appunto in frittella.
E interessante riportare la parte dell’articolo con la ricetta, poiché da essa possiamo vedere meglio come le lunghe frittelle abbiano una straordinaria rassomiglianza con le nostre. Occorre la farina, che viene impastata con dell’acqua, con un po’ di sale e bicarbonato. Noi usiamo il lievito, ma anticamente si usava il cremor tartaro. Nel frattempo si scalda l’olio in una grande pentola. Quando l’olio è molto caldo si pongono le lunghe frittelle (los churros) che devono diventare dorate. Allora si tolgono dall’olio e si mettono in un foglio di carta e si servono con miele diluito in poca acqua o con zucchero. Da noi generalmente non si usa il miele, ma lo zucchero. Inoltre los churros vengono anche usati a colazione, cosa che da noi non avviene. Comunque, le somiglianze, nonostante le varianti, sono notevoli.
A quanto mi consta, non è solo nella Spagna del nord in cui si possono trovare queste frittelle, simili alle zeppole sarde. Si trovano anche in Portogallo e in molti paesi del mondo arabo. Tutto ciò fa pensare che si tratti di una usanza del mondo musulmano, portato in occidente, probabilmente, nel periodo bizantino, e arrivato anche in Sardegna forse proprio dai bizantini.
Riu Mannu, 14 febbraio 1981

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ALZIATOR, LA CITTA’ DEL SOLE (tratto da “Vita e opere di Francesco Alziator”, pag. 64) di Luigi Spanu. Edizioni Castello, 1986

20 Maggio 2014 Commenti chiusi

Opera di notevole importanza per aver dato un grosso contributo alla storia delle tradizioni popolari: è un opera di grosso impegno. Il titolo è tutto un programma: Cagliari è veramente considerata la Città mediterranea dove il sole è di casa per quasi l’intero anno e le strade e i palazzi riflettono il bel sole mediterraneo.
Nella prefazione l’autore spiega il perché del libro. Diciotto i capitoli che compongono quest’opera: alcuni dei quali di argomento completamente nuovo nella scena degli studi sulla vita cagliaritana: la medicina popolare, il folklore dell’osceno e del crimine, la paremiologia e un elenco di proverbi cagliaritani, che vuole segnare una traccia per una futura indagine. E’ uno studio veramente vasto e profondo dove si possono trovare i riferimenti ai più diversi aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane e dell’area più propriamente cittadina.
Sul ciclo dell’uomo, l’Alziator ci offre un capitolo di notevole valore in cui sono presi in esame tutti i momenti della vita, con le usanze e le espressioni usate. Vi si trovano riferimenti all’antico calendario sardo e sono riportate alcune usanze delle feste popolari, Vengono passate in rassegna le feste annuali e le ricorrenze liturgiche, alle quali sono legati i nomi dei santi. Sono presenti le tradizioni e le leggende e si rifà sempre ai documenti e riordina gli elementi sul quel personaggio di grande statura che è S. Efìsio, in onore del quale il 1o maggio si celebra una grande festa.
Nel capitolo sul folklore del mare l’autore pone in risalto l’elemento sardo nella grande comunità mediterranea. Scrive che un’indagine sul folklore dei mari sardi non può che partire da Cagliari, il più importante dei porti isolani; da ciò l’importanza della componente marinara in qualsiasi aspetto della storia cagliaritana, anche perché la città é circondata, per tre quarti, dall’acqua: mare, laguna navigabile di Santa Gilla e il grande stagno di Molentargius.
Vengono poi presentate le attività del mare aperto e lagunari, gli attrezzi della pesca e le diverse specie di pesci e di uccelli; si parla in particolare dei fenicotteri, dei quali è tuttora viva l’eco nella tradizione popolare. Sono analizzate le danze e i canti popolari delle epoche più lontane, presenti nell’area cagliaritana. Sono presentati anche i diversi strumenti musicali, per i quali l’autore da notizie sulla loro provenienza. Parte preminente hanno i canti religiosi, is goccius, sulle cui origini ispano-catalane F. Alziator non ha dubbi. Il capitolo si chiude con l’analisi del tipico canto dell’area cagliaritana: su mutetto, l’espressione popolare più studiata del
Argomento del capitolo nono è lo studio dei proverbi, soprattutto come espressione dell’animo e del costume popolare, presentando un’analisi attenta sui proverbi e sui modi di dire cagliaritani che presentano la realtà del tempo e del luogo e costituiscono una preziosa riprova della natura storica del folklore.
In un capitolo sono inclusi i giuochi e i giocattoli, considerando quelli che presentano caratteri singolari, quali sa mamma cua, su serazzeddu e su sighi sìghi. Inoltre presenta i giuochi che sono accompagnati da cantilene. Parla del giuoco del barraliccu che deriva dal catalano barral (barilotto) e presenta i giuochi delle carte e la pedrea o pétrea, giuoco quest’ultimo ancora in uso nel periodo piemontese, ma certamente del tempo degli aragonesi: più che un giuoco era una sfida organizzata tra quartiere e quartiere.
Per la gastronomia, F. Alziator scrive che nell’alimentazione è possibile ritrovare i segni delle usanze lasciate dalle varie genti passate nella terra sarda. Per i pasti nell’area cagliaritana, asserisce che la cucina del capoluogo poggia su un maggior numero di elementi e i pasti sono quantitativamente maggiori e qualitativamente più ornati.
Capitolo di grande importanza riguarda l’abbigliamento, in cui asserisce che dall’indagine sull’abbigliamento popolare, risulta che le tracce della dominazione spagnola, lunga e profonda, sono maggiori e più evidenti di quelle più remote, sebbene maggiori siano le difficoltà per lo studioso a causa delle diverse fogge del vestiario, la descrizione del vestiario femminile e maschile, sia di quello popolare che di quello aristocratico.
Un capitolo è dedicato all’arte del volgo cittadino di Cagliari e della sua area, mentre un altro è imperniato sul magico, esaminando i diversi aspetti delle pratiche magiche delle streghe cagliaritane, in numero assai alto anche nel Seicento, sebbene l’Inquisizione operasse in continuità contro di esse, e quelli riguardanti i sortilegi, le forme della magia e la funzione delle diverse pietre.
Anche alla medicina è dedicato un capitolo in cui vengono presentate le tre sorgenti dalle quali la medicina popolare deriva: l’antico mondo della magia, l’empirismo e la volgarizzazione di nozioni scientifiche. Anche per i termini del lessico dell’anatomia F. Alziator riscontra una derivazione catalano-castigliana. L’arte medica ebbe grande importanza nel Cinquecento e nel Seicento, quando il capoluogo sardo si diede una migliore organizzazione sanitaria con medici preparati, alcuni provenienti dalla penisola iberica, ed ebbe una facoltà di medicina nell’Università, che iniziò la sua attività didattica e scientifica nel 1626.
Nella toponomastica è viva la tradizione popolare e cosi F. Alziator si sofferma nello studio delle denominazioni delle strade cagliaritane, a cui viene dedicato un capitolo. Per molte strade dei quattro quartieri cittadini l’autore ci da alcune notizie storielle e ne prende in esame i nomi legati alla tradizione popolare. Alcune strade ci ricordano le diverse dominazioni succedutesi nel capoluogo e per molte l’autore riferisce ipotesi e ricorda leggende.
L’ultimo capitolo, dedicato al folklore dell’osceno e del crimine, è molto importante. Fa un’indagine sull’argomento attraverso vari testi, per conoscere come venivano puniti i reati contro la bestemmia, il turpiloquio e l’osceno e analizza la tradizione giuridica medioevale, pisana, aragonese e spagnola, di cui ancora vi sono tracce nella parlata dell’area demologica cagliaritana.
di Luigi Spanu

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VITA E OPERE DEL PIU’ GRANDE DEMOETNOLOGO SARDO, FRANCESCO ALZIATOR di Luigi Spanu

14 Maggio 2014 Commenti chiusi

F. Alziator, nato a Cagliari il 12 marzo 1909, completati gli studi liceali, si era iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo cagliaritano; sotto la guida di professori di chiara fama, aveva potuto seguire con vivissimo interesse le vicende della storia sarda e quanto riguardava le tradizioni popolari dell’Isola. A diciannove anni, intraprende la carriera giornalistica collaborando a “L’unione Sarda”, con “Prefiche e canti funebri” (settembre, 1928). Nello stesso anno, nella rivista letteraria “Mediterranea”, compaiono lo scritto “Un fiorentino contemporaneo di Dante” e uno studio su “La decorazione delle casse sarde”, di oltre sette pagine, con interessanti illustrazioni. In seguito, il settimanale “Il Lunedì dell’Unione” gli pubblica tre liriche.
Francesco Alziator si laureò nel 1932, discutendo la tesi “Momenti della drammatica religiosa in Sardegna” e, due anni più tardi, conseguì una seconda laurea in Scienze politiche. Intanto collaborava con l’Unione sarda e con diversi periodici della Penisola (“Il giornale d’Italia”, “Il Marzocco”, “Il tempo di Roma” e la rivista universitaria “Sud-est”). A riguardo di quest’ultima rivista, Marcello Serra, alcuni anni dopo la scomparsa di Alziator, scrive: “Tra i realizzatori del progetto di far nascere il periodico cagliaritano di cultura ed arte c’era proprio Francesco che ospitava a casa sua anche le riunioni movimentate e talvolta persino burrascose della redazione”.
Dell’Alziator, nel 1937, “Diorama della musica in Sardegna” pubblica “Il teatro in sardo”, mentre “Ariel” riporta la ricerca “Nuovi documenti su Maria Cristina di Savoia”. Durante i bombardamenti su Cagliari da parte degli americani (febbraio, 1943), perde il padre e la sua abitazione riporta gravi danni. Rivede la sua città qualche mese dopo e rimane scosso constatandone le terribili rovine. Nel 1945, a guerra ultimata, riprende l’attività didattica. Insegna negli istituti superiori e poi nell’università cagliaritana. Sempre nel 1945, con Nicola Valle, fonda l’associazione culturale “Amici del libro” e collabora con varie riviste locali. L’anno successivo, pubblica alcuni articoli nella rivista “Il convegno”(diretta dall’impareggiabile Nicola Valle) e, in “Almanacco letterario ed artistico della Sardegna”, appaiono le sue considerazioni su “Scritti di alcuni autori inglesi in Sardegna”. Seguono altri importanti lavori: “La letteratura in Sardegna dalle origini al periodo bizantino”, “La drammatica religiosa in Sardegna” e “Las comedias di Padre Antonio Maria da Esterzili”. Nel 1954 vede la luce il suo primo grande lavoro, che gli dà lustro e successo: “La storia della letteratura di Sardegna” e, dall’allora direttore de “L’Unione Sarda”, Franco Maria Crivelli, gli viene affidato il settore della demologia. Dal 1954 al 1963 l’Alziator si fa conoscere per la frenetica attività giornalistica. Complessivamente, settimana dopo settimana, vengono pubblicati non meno di cinquanta suoi articoli.
Dopo la pubblicazione della “Storia della letteratura di Sardegna”, viene dato alla stampa “Caralis panegyricus di Roderigo Hunno Baeza”, dedicato all’allora illustre sindaco di Cagliari Pietro Leo. Con questo scritto, Francesco Alziator si conquista il grande merito di aver tolto dall’oblio un’opera di un importante umanista cagliaritano del ’500. Sia “La Storia della letteratura di Sardegna, sia lo scritto di R. H. Baeza sono state recensite da F. E. Martinez nella “Revista de Arc. Bibl. y Museos”(Madrid, maggio e agosto 1956).
Ad opera di Giuseppe Della Maria, altro benemerito studioso cagliaritano (deceduto alcuni mesi dopo l’Alziator) nacque il “Nuovo bollettino bibliografico sardo” (1955) che, nell’ultimo numero, inserì un commosso ricordo del nostro Francesco. Che vi collaborò con vari articoli e, per alcuni numeri, ne curò la “Rassegna critica”. Sempre nel 1955, di Francesco apparvero anche articoli in “Ichnusa”, in “Prospettive sarde – turismo oggi e domani” e in “Cagliari economica”.
Nel 1956, Alziator si interessa delle maschere cagliaritane e sarde, della storiografia delle tradizioni popolari e scrive della sagra di sant’Efisio attraverso i secoli. L’anno dopo, per le edizioni “La Zattera”, esce il suo interessantissimo lavoro “Il folklore sardo”, con la ricca, stimolante prefazione di quel grande maestro delle tradizioni popolari, Paolo Toschi. Tre anni più tardi, Francesco Alziator ottiene la libera docenza, grazie alla quale ha la possibilità di insegnare nell’università tradizioni popolari sarde. Nello stesso anno, pubblica “Picaro e folklore” (il suo lavoro più impegnativo sulle tradizioni popolari). Nel 1961, effettua un profondo studio sulla “Sartiglia” (la secolare giostra oristanese) e su “I misteri della settimana santa” (un testo di Francesco Carmona, del 1600″). Il 22 giugno di quell’anno, in riconoscimento per il suo attento studio su “Il sacrificio umano in Sardegna”, gli viene assegnato il Premio Pitré, ambito premio Internazionale istituito nel 1958, a Palermo, per onorare l‘illustre figura del demoetnografo siciliano Giuseppe Pitrè.
Il 14 luglio 1961, la “Real Academia de las buenas letras” di Barcelona, il massimo Istituto di ricerca storica per la Catalogna e una delle principali istituzioni culturali della Spagna, gli conferisce il titolo di “Membro dell’Accademia” e lo chiama a far parte dell’alto consesso culturale spagnolo (in considerazione dei suoi studi nel campo delle tradizioni popolari italiane, cagliaritane e, in modo particolare, di quelle catalane e spagnole).Una serie di articoli dell’Alziator appare sul “Notiziario SES” degli anni 1959-60-61-62: “Le sette meraviglie di Cagliari”, “Dalle grotte dei cavernicoli alla grande Cagliari”, “Natale in Sardegna”, “L’artigianato del legno”, “La grande battaglia” e “Cagliari, città spettacolo”. Contemporaneamente, egli scriveva anche per le riviste “Sardegna fieristica” e “Almanacco di Cagliari”. Nel 1963, vedono la luce le sue tre opere fondamentali: “La città del sole”; la “Collezione Luzzietti” (le cui tavole furono da lui rintracciate nella Biblioteca Universitaria di Cagliari e gli servirono per alcune note sulla storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna.) e la “Raccolta Cominotti”. Compaiono anche gli atti del convegno di studi religiosi, comprendente la comunicazione dell’Alziator “Tracce di rituali pagani nella tradizione popolare sarda”. Nella prefazione all’opera “La città del sole” l’Alziator spiega il perché del titolo. E’ uno studio veramente vasto e profondo, dove il lettore può trovare riferimenti ai più diversi aspetti delle tradizioni popolari dell’area cagliaritana e di quella più propriamente cittadina.
Sempre nel 1963, nella pubblicazione “Sardegna” (Tuttitalia, per l’Istituto Geografico De Agostini), sono inseriti tre densissimi suoi saggi: “Il voto a Sant’Efisio”, “Aria d’Africa” e “La cavalleria del popolo” (“Il giuoco della Sartiglia)”. Negli anni successivi, lo studioso compie alcuni viaggi che, dal 1964 al 1968, descriverà per i lettori de “L’unione sarda”. Nel 1965, collabora alla monografia “Sanluri terra ‘e lori” (curata dal padre scolopio Francesco Colli Vignarelli) con due importanti studi, uno su Fra Antonio Maria de Esterzili e l’altro su “Sanluri nella storia delle tradizioni popolari” (con il ciclo dell’uomo, il ciclo dell’anno, la casa, la vita familiare, il blasone, le leggende popolari e l’abbigliamento popolare). Per un servizio speciale sulle tradizioni popolari di Iglesias, pubblicato sul quotidiano cagliaritano, l’Associazione culturale “Lao Silesu”, nel 1969, gli assegna il premio “Sulcis -iglesiente” e, in occasione del ventennio di fondazione del Rotary club di Cagliari (di cui Francesco era socio) viene pubblicato il volume “Testi campidanesi di poesie popolareggianti”.
Nel 1970 appare “Barbaricinorum libri di Giovanni Proto Arca”, mentre con Fernando Pilia, l’Alziator collaborava alla ristampa del volume “Grazia Deledda, tradizioni popolari di Nuoro”. Per il cinquantenario della morte di Bacaredda (nel 1971), a Francesco Alziator è toccato l’impegno di parlare della Cagliari del periodo in cui il Bacaredda visse e operò. Due anni dopo, oltre a diversi articoli ne “L’unione sarda”, interessanti i quartieri cagliaritani di Stampace, Marina, Villanova e Sant’Avendrace, scrive la prefazione per un lavoro su “Antonio Lo Frasso”.
Nel 1975, per “La biblioteca dell’elefante”, scrive “Testi di drammatica religiosa della Sardegna”, con l’analisi degli scritti di F.Carmona, A.Del Arca e G.P. Chessa Cappai. Nello stesso anno appare, per la stessa collana, “Sa vida et sa morte et sa passione de sanctu Gavinu Prothu e Gianuariu”.Nel 1976, Francesco è impegnato in uno studio sulla storia secolare della bella ed importante laguna della Cagliari del passato: Santa Gilla. Il libro. intitolato “I giorni della laguna”, appare in libreria pochi giorni dopo la morte dello studioso. Dopo la sua scomparsa esce “L’elefante sulla torre”: una miscellanea dei suoi articoli su Cagliari, già apparsi in precedenza sul quotidiano cagliaritano.
Dopo queste brevi notizie biografiche, lasciate che ricordi l’Alziator come un grande personaggio della cultura sarda e cagliaritana in particolare. Egli andrà ricordato come illustre etnografo, saggista elegante, brillante scrittore e conferenziere, sempre chiaro nelle sue dotte esposizioni. Si è sempre interessato di teatro, di arti figurative, di storia, di letteratura, di linguistica, di poesia, di musica e, soprattutto, di tradizioni popolari. Il giornalista Gianni Filippini, a conclusione del secondo convegno su Francesco, lo ha definito “un pezzo unico, un esemplare irripetibile”. E ci sembra giusto il giudizio più vero sul nostro indimenticabile studioso ed amico.

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PREFAZIONE (al lavoro su “Cagliari nel Seicento” di Luigi Spanu) di Cenza Thermes (1)

6 Maggio 2014 Commenti chiusi

Dire che questo nuovo studio di Luigi Spanu sulla vita a Cagliari, durante il Seicento, è una miniera di notizie, è un giudizio che dice e non dice. È opportuno aggiungere subito, ed è essenziale farlo, che le notizie, suddivise e ordinate per capitoli, raccolgono dati, sparsi qua e là, nei più diversi documenti d’archivio, per lo più fino ad oggi inesplorati: ricercarli e suddividerli per argomento con l’impegno di non trascurare nessuno degli aspetti della vita cagliaritana del Seicento, è stato dunque un lavoro di impegno serissimo, di pazienza, di fatica e di attentissima rielaborazione e interpretazione dei dati raccolti.
Si è soliti sentir dire che il dominio spagnolo fu la rovina della Sardegna, in tutti i sensi. Ce lo hanno ripetuto a sazietà, fra i grandi del passato, Giuseppe Manno, Giovanni Spano e Dionigi Scano e, fra i più moderni, il Truffi e il Marongiu, sebbene quest’ultimo avanzi dei “distinguo” e delle palesi perplessità.
Chi questo ha affermato in passato, sotto l’impulso di un travolgente entusiasmo per il regno d’Italia nascente e per i suoi esperti manipolatori e chi lo afferma oggi, “tout court”, forse per inerzia forse per aver condotto uno studio non troppo personale e approfondito sui documenti della storia e sulle leggi che la storia regolano, avrebbe dovuto, o dovrebbe, oggi, aggiungere anche, alle parole di aspra polemica, l’affermazione che ogni dominazione straniera è sempre un male per ogni popolo. Perciò, dunque, come ci dice Luigi Spanu, è giusto anche cercar di mettere in luce quanto di nuovo, di buono e di utile le diverse domi¬nazioni hanno sempre portato con sé, dovunque, insieme al male. 
Come in ogni libro, dice Plinio il Vecchio, attraverso Plinio il Giovane, non tutto è fatto così male che non vi si possa trovare qualcosa di utile, così può dirsi per ogni vita umana, giunta al suo termine, così anche per ogni lunga dominazione e quindi anche per la dominazione spagnola in Sardegna; lo studioso attento, infatti, troverà, fra il male, che certo è tanto, anche il bene, che pure non è poco.
A questa ricerca si è dedicato con passione Luigi Spanu, riguardo al Seicento a Cagliari, così come già, per tutta la Sardegna, aveva cercato di fare Joaquín Arce, il valoroso docente di Lingua e Letteratura Italiana presso l’Università di Madrid, spentosi un anno fa. La sua importantissima opera,”España en Sardeña,” tradotta recentemente da Luigi Spanu in lingua italiana, se anche è, in certo senso, viziata da una evidente carità di patria che, qua e là, annebbia le carte e oscura il vero, pure ci fa ricava¬re dati e conoscenze nuovissime su quanto la Spagna ha fatto in Sardegna, soprattutto nel suo “Siglo de oro”, che ha lasciato anche fra noi tracce del suo splendore, della sua elegante vita di corte, della sua cultura – è del 1626 l’apertura dell’università cagliaritana – e di tutte le sue tradizioni, molte delle quali possiamo ritrovarle ancora intatte nell’isola e, soprattutto, nel capoluogo.
Ci torna alla mente il lavoro che Roland Mousnier, professore di Storia Moderna nella Facoltà di Lettere della Sorbona, ha di recente dato alle stampe: si tratta dell’opera “Parigi capitale nell’età di Richelieu e di Mazzarino”, che inquadra tutto ciò che riguarda la società, la struttura urbanistica, la storia della popolazione e la rinascita del movimento religioso, a Parigi, fra il 1610 e il 1661. Luigi Spanu affronta gli stessi problemi, per Cagliari, durante il Seicento e li svolge con ampio respiro e abbondante documentazione.
L’Autore ha diviso il suo lavoro che, nel suo complesso, possiamo affermarlo, è del tutto originale, in cinque parti, più un orientamento bibliografico che è assai più di una semplice bibliografia, alla quale potrà fruttuosamente attingere chi vorrà approfondire qualcuno degli argomenti che l’autore, per necessità di spazio, ha soltanto sfiorato, dando il “la” ad altri.
Nella prima parte Luigi Spanu ci presenta la città nel suo tessuto urbanistico e toponomastico, suddiviso per quartieri: Castel¬lo, Sa bidda de Stampaxi, Biddanoa, La Pola, e nei borghi di Santa Tenera, di San Bartolomeo e di Santu Lianu Conti. Sono ricordati anche il castello di Bonvehì (San Michele) e il Mons Vulpinus (Monte Urpinu).
Le notizie sono precise e documentate, spesso anche attinte di prima mano a fonti scarsamente note o del tutto sconosciute, come quando compare il riferimento a un convento di monaci e a una chiesa di Sant’Andrea, dentro un enorme spelonca, a Stampace, o ci viene illustrato il cavalcavia che, dalle mura del palazzo viceregio, portava a Villanova e si afferma come certa l’esistenza di una fitta rete di cunicoli sotterranei in tutto il Castello.
Possiamo anche dire che di prima mano è tutto l’itinerario, seguito con precisione su fonti dell’epoca, che ci guida fra le mura, le porte e le torri che cingevano la città nel Seicento.
Appaiono, in questa parte, anche i primi accenni sulla vita economica, sociale e culturale della città e un esame attento delle vecchie strade, con le antiche denominazioni e delle nuove chiese sorte nel XVII secolo, in un’atmosfera di rinnovato ardore religioso che ci veniva dalla Spagna.
Nella seconda parte, l’autore, all’inizio, ci presenta, con ordine e con estrema chiarezza, la complessa organizzazione politico-militare ed amministrativo – giudiziaria del regno, in vetta alla quale stava il viceré, i cui poteri erano quasi assoluti e le cui azioni non sempre erano oneste, come l’autore ci fa risultare, parlando delle ispezioni condotte per ordine del re dai vari Visitatori Generali (Luigi Spanu ne conta ben 24 fra il 1558 e il 1699).
Alla base, però, di tutta la legislazione spagnola in Sardegna, osserva Luigi Spanu, rimane la Carta de Logu, con le aggiunte e le modifiche dei decreti viceregi e delle prammatiche reali. In questa parte, l’autore lamenta la mancanza di una storia completa dei Parlamenti, cioè di quell’organo che si riuniva ogni dieci anni, con cui i Sardi facevano giungere la loro voce al sovrano e i cui lavori, che duravano circa un anno, erano sconvolti spesso dalle lotte fra il viceré e i suoi funzionari da una parte e dall’altra i componenti dei tre Bracci, spesso anch’essi in lotta fra loro per i motivi più diversi. Luigi Spanu mette in evidenza, senza pietosi veli, queste controversie e si duole del fatto che il viceré non potesse mai essere un sardo.
Segue un elenco di tutti i viceré‚ che si susseguirono lungo il corso del secolo, a cominciare dal Coloma fino al Solis Valdebarrano, con brevi cenni sull’operato di ciascuno di essi. Il quadro si completa con le notizie sulla Magistratura Civica Cagliaritana, di tipo catalano, che agiva con una sufficiente indipendenza. 
Luigi Spanu ci fa notare la sua azione benefica nel campo della cultura e degli studi in genere, poiché‚ dopo l’istituzione degli Studi Primari gratuiti e dell’Università, la Magistratura Cagliaritana si fece carico degli oneri più gravi per il loro funzionamento. Molte pagine sono dedicate a presentarci e a commentare i molteplici compiti di quest’organo, che funzionava nelle mani dei Sardi e dal quale erano esclusi i nobili.
La terza parte è dedicata, in primo luogo, alla vita economica e alle attività industriali in genere. Lo Spanu, anche a questo proposito, lamenta la mancanza di studi approfonditi, che potrebbero invece essere effettuati, poiché i materiali esistono. 
Comunque, servendosi di quelle fonti che già si conoscono, egli ci dimostra come il movimento del porto cagliaritano fosse nel Seicento, piuttosto intenso: anima di esso era una classe mercantile, in prevalenza genovese, che si fermò alla Marina, il quartiere dove si verificò un rapido sviluppo urbanistico; il Castello, però, mantenne sempre la sua posizione di preminenza, anche in questo campo.
Intensa l’attività artigiana in tutti i quartieri, dove i lavoratori si riunivano nei gremi, quelle associazioni cioè che regolavano tutto il mondo del lavoro, ma influivano non poco anche sulla vita comunitaria della cittadinanza, come lo Spanu ampiamente illustra più avanti, in questa stessa terza parte, nella quale opportunamente, per quanto non presentino aspetti evidenti di carattere economico, tratta anche delle confraternite, numerose e frequentatissime nel Seicento, che, sotto certi aspetti, possono ricollegarsi ai gremi. L’azione delle confraternite, di chiara derivazione ispanica come i gremi, non solo si riferisce, infatti alla condotta religiosa dei singoli soci, ma investe tutta la complessa vita cittadina, in una specie di missione apostolica laica. Ed anche a questo proposito Luigi Spanu lamenta l’assenza di uno studio unitario e approfondito, ci dà un quadro generale di tutte le confraternite e mette in rilievo quei particolari momenti in cui tutta la città rimaneva coinvolta nelle loro attività: il momento, in primo luogo, della Settimana Santa.
Anche le industrie ricevettero, in confronto al periodo aragonese, un notevole impulso. Su tutte le attività, in questo campo, prevalse l’esportazione del sale, lavorato localmente. Il governo spagnolo, dice Luigi Spanu, provvide a favorire anche la coltivazione dell’olivo e quella del gelso, collegata con l’introduzione dell’industria della seta e la piantagione della canna da zucchero, con la conseguente fabbricazione del prodotto pronto per l’uso domestico. Né mancano altre concessioni per favorire alcune industrie nascenti. Tutto ciò portò, naturalmente, ad una attività commerciale più intensa e quindi a possibilità di un più elevato benessere.
Le ultime pagine della terza parte sono dedicate all’attività della Zecca, saltuaria nel Seicento, alla circolazione delle varie monete, alla frequente coniazione di moneta falsa, in auge allora come oggi, e ai rimedi escogitati da Carlo II per eliminare questa piaga.
Mi riesce impossibile dare un cenno su tutte le diverse tematiche delle parti terza e quarta, che riguardano la vita sociale e culturale nella Cagliari del Seicento, a causa della loro ampiezza e della quantità straordinaria degli argomenti trattati. 
Penso, però, di dover affermare almeno che queste sono le parti che meglio danno un’immagine viva della vita cagliaritana in questo secolo, che non fu squallida e spenta, come molti credono, ma, chiarisce Luigi Spanu, offrendoci un materiale abbondantissimo, fu invece il momento più ricco di linfe creatrici. Interessantissime sono anche tutte le notizie che riguardano le usanze dei nobili, dei borghesi, quelle meno “eclatantes” del popolo e quelle del clero, delle quali lo Spanu ci offre un quadro che ne tocca tutte le sfumature, compresi i giochi, i tornei, le cacce, le feste e le processioni, le serenate, i concerti, i canti e le manifestazioni teatrali a diversi livelli. Particolare rilievo viene dato all’intensa opera dei vari arcivescovi e alle molte feste celebrate durante l’anno dai gremi, dalle confraternite, dagli ordini religiosi e dalle parrocchie, come pure ricche sono le notizie riguardanti il Carnevale e le maschere, l’alimentazione e l’abbigliamento, tutte usanze nelle quali forti sono gli influssi della Spagna, come, del resto, in tutte le manifestazioni cui si è fatto cenno.
La quarta parte del lavoro di Luigi Spanu è rivolta al mondo della cultura e delle arti. Con l’istituzione dell’Università e delle scuole tenute dai Gesuiti e dagli Scolopi, la cultura fa un balzo in avanti, aprendosi all’Europa, quantunque più che mai stretti fossero i legami con la Spagna. Questo nuovo fervore verso gli studi fu favorito anche dal potenziamento della stampa e a questa attività, di così evidente importanza, Luigi Spanu dedica molte, accurate schede, come pure molta attenzione egli pone nel rilevare l’uso della lingua castigliana nelle opere letterarie dei Sardi, mentre il campidanese e il cagliaritano continuavano a vivere, in città, nella vita di tutti i giorni, nelle chiese e nella drammaturgia sacra, rivolta particolarmente al popolo. Per quanto riguarda l’arte, Luigi Spanu ci offre notizie sufficienti per illustrare lo sviluppo, soprattutto, dell’edilizia sacra, della pittura, della scultura, delle attività musicali in genere e delle arti minori, mentre l’esame si fa più approfondito per quanto riguarda i poeti, i romanzieri, i cronisti, gli stori¬ci, i giuristi e i teologi: i letterati, insomma. E, a questo punto, mi è proprio impossibile offrire ai lettori una traccia del lavoro di Luigi Spanu, poiché‚ i nomi sono veramente tanti e stanno a dimostrare, afferma l’autore, che anche nel campo della letteratura in genere, la vita cagliaritana, nel Seicento, fu quanto mai fiorente e importante.
Chiudono questo poderoso lavoro un breve quadro degli avvenimenti del secolo e alcune pagine in cui, con un soffio di fantasia, raro nel resto dell’opera che risente della mentalità oggettiva dello storico più che di quella del poeta, ci viene offerto lo spaccato di una intera giornata, in città, dal mattino alla notte.
E qui dovrei tentar di fare un riepilogo conclusivo. Ma, dopo quanto ho scritto, questo passo mi sembra superfluo.
Sento però di dover dire che la fatica affrontata da Luigi Spanu, con pazienza e passione, merita il plauso di quanti hanno a cuore la vera storia della nostra città e desiderano vederla, conoscerla e rivalutarla, contro le opinioni superficiali correnti, nei suoi momenti più felici e fortunati, durante la dominazione spagnola che, nel Seicento, accese delle sue luci il mondo cagliaritano, in tutti i suoi aspetti, prima del fatale declino.
Settembre 1983

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(1)THERMES CENZA (Sinnai 1913-Cagliari 2009). Figlia dell’alto magistrato Ettore. Ha profonda conoscenza delle tradizioni popolari sarde e cagliaritane. Laureatasi in Lettere antiche nell’Università di Cagliari, ha insegnato per molti anni, poi, per alcuni lustri è stata Preside di scuole medi. Scrittrice di grande valore, nel 1980/81 ha pubblicato “Cagliari, amore mio” una guida storica, artistica e sentimentale della città di Cagliari, con numerosissime illustrazioni antiche e moderne. A tali volumi, altri ne sono seguiti, tra cui vanno ricordati: “S. Efisio Story”, “Iuan Francisco Carmona”, “Sigismondo Arquer”, “La settimana Santa”, “Valse oublièe”, “I versi di Francesco Alziator”, “In ombra e luce, Cagliari”, “E a dir di Cagliari”, “Il mio Giorgio Aleo e la sua ‘Historia’” e “Nuoro – 1984”. Ha collaborato spesso con il quotidiano “L’Unione Sarda”, con il settimanale “NuovOrientamenti” e con altri periodici isolani. Le è stato conferito il premio “Eleonora d’Arborea” istituito dall’International Inner Wheel Club di Cagliari con l’alto riconoscimento di “Donna dell’anno”. CASTELLO. IL CUORE STORICO DI CAGLIARI (2007)-

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ANTONIO LO FRASSO (Poeta sardo-ispanico) – rielaborazione in versi italiani e campidanesi) di LUIGI SPANU e NATALINO VARGIU

1 Maggio 2014 Commenti chiusi

INTRODUZIONE
Nel 1974 è stato pubblicato il mio libro “Antonio Lo Frasso, poeta e romanziere Sardo Ispanico del Cinquecento”; da allora, diversi studiosi e varie fonti d’informazione, compresa la Rai TV, se ne sono interessati con importanti recensioni e conferenze. Prima di dare notizie su Antonio Lo Frasso, ho il piacere di dire che la prefazione al suddetto libro è stata approntata in una ventina di pagine dallo studioso Francesco Alziator (l’autore della “Storia della letteratura di Sardegna”, pubblicata a Cagliari nel 1954). Al mio succitato lavoro si sono interessati diversi giornalisti, tra cui Francesco Corda, il quale, in “Tutto Quotidiano” del 9 gennaio 1975, ha scritto: “Dopo una premessa dell’autore, tendente a chiarire attraverso quali diligenti ricerche e quale paziente lavoro è stata effettuata la stesura del libro, un’illuminante introduzione di Francesco Alziator mette in risalto, ad un tempo, l’alto interesse storico ed il limitato valore letterario dell’opera di questo «militar sardo de la ciudad de Lalguer», il cui nome non sarebbe forse giunto fino a noi se il Cervantes non ne avesse fatto cenno nel “Don Chisciotte” ed in altre sue opere, non tanto con sincero elogio, quanto con smaliziato sorriso e garbata ironia….; l’autore dell’opera, il Lo Frasso, dimostra la conoscenza di più lingue, quasi rivelando di possedere, come l’antico Ennio, «tria corda»: tra i versi e le prose in castigliano egli inserisce infatti un sonetto e alcune rime nella lingua catalana della sua Alghero e alcuni componimenti in lingua sarda (precisamente un sonetto per san Leonardo e un’ottava accompagnata da «glossa») da porre tra i rari documenti dell’epoca”.
Anche il giornalista Gianni Filippini – ora direttore editoriale de “L’Unione Sarda” – nel 1975 ha scritto: “L’opera di Luigi Spanu propone innanzitutto la riscoperta del «personaggio» Lo Frasso, arricchendone il profilo con i tratti che sono emersi da lunghe e pazienti ricerche e, quindi, una lettura o rilettura delle sue opere che conservano, malgrado i secoli trascorsi dalla loro pubblicazione, un’indubbia validità ed un non trascurabile significato, certo ora più avvertibili grazie dall’attenta e meditata traduzione”. L’antica e abbastanza nota rivista cagliaritana “II Convegno” (diretta dal letterato Nicola Valle), a riguardo del mio lavoro su Antonio lo Frasso, ha scritto: “11 poeta e romanziere sardo, sconosciuto da molti, è stato riscoperto da un nostro conterraneo che, con un lavoro storico/letterario, lo presenta ai lettori al fine di risvegliare in loro un po’ di interesse per questo corregionale che portò alto il nome della sua cara terra madre: la Sardegna…. Ignorato dagli studiosi, pressoché ignorato dagli stessi sardi, e non solo in Alghero (sua città d’origine), non si trovano documenti che lo ricordino, ma anche gli archivi spagnoli sono sprovvisti di documenti dai quali trarre notizie atte a farci conoscere la sua vita e soprattutto il luogo della sua morte. Si sa che Antonio Lo Frasso ha continuato la grande tradizione poetico-pastorale, e sta tra l’opera de «La Diana de Montemayor» e la «Galatea» di Cervantes. Anzi è certo che, se il poeta sardo non fosse stato menzionato dal Cervantes in ben tre sue opere, sarebbe rimasto nell’ombra e nessuno l’avrebbe forse riesumato e ricordato”.
Ferdinando Corti (pseudonimo di Dino Sanna), nel quotidiano cagliaritano “L’Altro”, ha scritto: “Ricordiamo in queste pagine questo singolare poeta avvalendoci dell’importante ed esauriente studio di Luigi Spanu pubblicato nel 1974 dall’Editore Ettore Gasperini col titolo “Antonio Lo Frasso, poeta e romanziere sardo-ispanico del Cinquecento”. Un’opera che rinnova la luce su questo singolare algherese e che rappresenta il frutto, oltre che di un impegno editoriale non indifferente, di una ricerca lunga, appassionata e dotta dello Spanu”.
Altro studioso interessatosi al lavoro su Lo Frasso, è stato lo storico Manlio Brigaglia il quale, nella rubrica radiofonica del 17 gennaio 1975 della RAI di Cagliari “Sette giorni in libreria”, ha osservato quanto segue: “Dice bene Francesco Alziator, presentando questo libro, che lo Frasso è il primo sardo che esce dalla massa dei bollati degli ingiuriosi blasoni popolari che si siano particolarmente coniati per gli isolani, i sardi “venales” dei latini, il “sardo pappalardo” degli spagnoli e le non poche ingiurie di più recente data. Chi era, dunque, Lo Frasso? Chi era, come dice Alziator, un soldato alla battaglia di Lepanto, un agente del servizio segreto, un cantautore mendicante o un nobile in esilio dopo essere stato imprigionato e poi assolto dall’accusa di omicidio? A questo misterioso personaggio e ai suoi libri cosi diffusi ha dedicato, appunto, con questo ricco volume, il cagliaritano Luigi Spanu, che si è sforzato di offrire una sua immagine più completa possibile, prima dando notizie sulla sua vita e giudizi sulla sua formazione letteraria, e poi ripubblicando con una traduzione a fronte i testi di due delle sue opere”.
Nel novembre 1991, Sergio Congia ha riferito dell’interesse suscitato dalle parole dell’allora presidente de! Consiglio Francesco Cossiga il quale, durante il viaggio fatto verso Barcellona per ricevere la laurea Honoris Causa dall’Università della Catalogna, ebbe ad invitare gli studiosi sardi ad approfondire le ricerche su Antonio Lo Frasso “grosso poeta sardo ancora poco noto persino fra i suoi corregionali”. Prontamente, l’editore cagliaritano Gasperini si era premurato di inviare all’on. Cossiga una copia dello studio su Lo Frasso eseguito da Luigi Spanu.
Nella rivista “L’Alguer” (maggio/giugno 1995), il letterato algherese Antonio Nughes, riferendosi al lavoro dello Spanu, ha provveduto a pubblicare in lingua catalana uno studio su Lo Frasso, corredandolo di immagini e della ristampa di alcune poesie, di sonetti e di una glossa in sardo. Questa è la traduzione in lingua italiana di quanto ha scritto il Nughes: “Lo studio del prof. Luigi Spanu ha illustrato le opere di Antonio Lo Frasso ed ha evidenziato alcuni aspetti dell’opera letteraria e poetica nell’ambito della letteratura spagnola del ’500. Sicuramente il sardo più famoso e conosciuto negli ambienti letterari spagnoli, questo personaggio e la sua dimensione letteraria sono stati e restano, però, problematiche e, sotto diversi punti di vista, ancora controversi. Se non è facile, per ora, fissare e dargli una chiara e definitiva collocazione nel panorama globale della letteratura spagnola, nessuno può pensare di trovare la soluzione alle problematiche legate a questa figura, sminuendone acriticamente il valore o arrivando alla conclusione, sicuramente superficiale, che la menzione di Miguel Cervantes nel “Chisciotte” sia stata fatta all’insegna dell’ironia”. Nella stessa rivista viene riferito, sempre in lingua catalana, che i testi delle poesie, così come alcuni dei disegni che vengono riprodotti, sono tratti dal lavoro di Maria A. Roca intitolato “Antonio Lo Frasso, militar de l’Alguer” (Editore C. Delfino. Sassari 1992) che, dopo una estesa e interessante presentazione del personaggio e del letterato, ha pubblicato la riproduzione anastatica della pri¬ma edizione barcellonese de “Los diez libros de Fortuna di Amor (1573)”.
Nell’aprile/maggio 1992, in “Sardegna Fieristica”, la studiosa Maria Giuseppina Meloni ha pubblicato un importante lavoro di oltre due pagine dal titolo “Col virus della poesia. Antonio Lo Frasso, un letterato del Cinquecento scarsamente conosciuto nell’Isola”. La Meloni, a conclusione del suo articolo, porta a conoscenza che l’Istituto per i rapporti italo-iberici di Cagliari sta per arricchirsi di una nuova edizione critica dell’opera “Los diez libros de fortuna de amor”, dovuta all’intellettuale catalana Maria Asunción Roca che ha condotto minuziose ricerche, soprattutto a Barcellona, sulla produzione letteraria del Lo Frasso. Purtroppo, la Maria Giuseppina Meloni non ha fatto alcun riferimento al mio libro sul poeta algherese. Dopo la pubblicazione del suddetto mio lavoro, delle successive recensioni e degli studi tatti dai citati Nughes, Meloni e M. Asunción Roca, sono dell’avviso che il presente lavoro approntatalo a due mani da me e da Natalino Vargiu serva a far meglio conoscere il poeta Antonio Lo Frasso a chi si interessa di letteratura sarda. Ritengo ora necessario dire qualcosa su questo poeta conterraneo che, nel 1500, lontano dalla sua terra, ha pubblicato tre opere, imponendosi ali’attenzione del mondo letterario, soprattutto di quello spagnolo.
Il primo a parlare di Antonio Lo Frasso è stato Miguel de Cervantes y Saavedra (l’autore del “Don Chisciotte”). Nel Settecento e Ottocento, però, anche alcuni studiosi nostrani hanno trovato giusto inserire il nome di Lo Frasso nella storia della letteratura sarda; lo hanno fatto Giuseppe Manno, Pasquale Tola, Pietro Martini e Siotto Pintor. Nel Novecento, si sono interessati al Lo Frasso: VA. Arullani in “Echi di poeti e rimatori sardi dal Cinquecento ai dì nostri” (1910); Egidio Pilia in “Letteratura narrativa in Sardegna”( 1926); Stanislao Ruinas in “La Sardegna e i suoi scrittori” (1927); Rai-mondo Carta Raspi in “La Sardegna” ( 1952); Francesco Alziator in “Storia della letteratura di Sardegna” (1954); l’ispanista Francisco Elias de Tejada in “El pensamiento político” (1954); Joaquín Arce in “La letteratura ispanica in Sardegna” (1956); io stesso in “La Spagna in Sardegna” (1960 e Cagliari 1982) ed altri ancora. Nessuno è riuscito a scoprire in quale anno sia nato e in quale anno sia morto il nostro poeta; a tale scopo, sono andate a vuoto anche le mie personali e rigorose ricerche effettuate negli archivi e biblioteche di Barcellona, oltre a quelle fatte nei registri parrocchiali della città catalana e della cattedrale barcellonese. Anche in Alghero (come asserisce anche Antonio Nughes nel citato articolo pubblicato su “L’Alguer”) non restano documenti che riguardino la data di nascita e di morte del Lo Frasso. Dai frontespizi delle sue opere, tuttavia, apprendiamo che lo stesso Lo Frasso dice di essere nato in Alghero da famiglia benestante.
Di lui sappiamo poco, ma è quasi certo che sia nato nel secondo decennio del Cinquecento e che, in Spagna si sia rivelato come uno dei letterati più famosi del suo tempo, tanto che le sue poesie venivano imparale e declamate a memoria dalle dame spagnole. Nel secolo XVIII, Lo Frasso ha acquistato gran fama, come scrive nei suoi “Quattro poemi editi” Gaspar Melchor de Jovellanos (la figura più rappresentativa della Spagna settecentesca); infatti, Jovellanos afferma che il poeta algherese, nel Settecento, è stato “quasi un simbolo tra i letterati” (cfr. J. Arce, in “España en Cerdeña”, Madrid 1960).
Il Lo Frasso è stato certamente un brillante cavaliere che ha seguito la carriera militare, acquisendo anche una buona cultura generale, come si deduce dalla lettura delle sue opere piene di riferimenti filosofici, giuridici, storici ed archivistici. Dal prologo dell’opera maggiore “Los diez libros de Fortuna de Amor” (I dieci libri di Fortuna d’Amore), apprendiamo che egli si è sposato e che ha avuto due figli. Dure vicende, però, si sono abbattute su di lui, tra cui un’accusa di omicidio; è stato riconosciuto innocente soltanto dopo una lunga fase istruttoria e dopo aver scontato quasi due anni e mezzo di carcere. Forse temendo ritorsioni, Lo Frasso lascia allora Alghero e la famiglia per stabilirsi definitivamente a Barcellona ove, per almeno venticinque anni, si fa apprezzare come poeta della nobiltà catalana.
Nella capitale della Catalogna, come ha scritto Cenza Thermes in un articolo pubblicato da “Nuovorientamenti” e intitolato “La via Lo Frasso, un cavaliere del Cinquecento”, il poeta inizia la sua fortuna come prosatore, rivelandosi buon cavaliere, amatore cortese delle donne ed anche attento studioso di lettere e di storia. Verso la fine del secolo, il nostro poeta, ammalato ed abbandonato da tutti (come capita talvolta ai letterati ed agli artisti che, nella vita, si sono coperti di gloria), è stato ricoverato in un ospedale di Barcellona e lì è morto all’età di circa ottant’anni.
Nella capitale catalana, nel 1571, Lo Frasso ha pubblìcato due opere in un unico volume; il primo è “El verdadero discurso de la Batalla de Lepanto”, un poema epico di ben 109 ottave in versi endecasillabi, opera celebrativa della vittoria dei cristiani contro i turchi; in questo poema, l’autore descrive con grande ricchezza di particolari, tanto da farci pensare che fosse stato presente alla spedizione, le fasi della partenza della flotta da Barcellona, la sosta dell’armata della Lega Santa a Genova e a Napoli, il suo successivo scalo a Messina e la vittoriosa battaglia della cristianità nelle acque di Lepanto.
Sicuramente, a detta della Thermes, si è servito di questa pubblicazione per presentarsi alla ribalta letteraria con il principale intento di ringraziare il conte di Sorres (don Giacomo Alagón Cardona, sardo, ma residente a Barcellona) perché lui l’ha aiutato ad inserir¬si nell’alta società catalana.
La seconda opera del Lo Frasso è un poemetto di terzine intitolato “Los mil y dozientos consejos y avisos discretos” I mílleduecento consigli e saggi avvertimenti che, però, sono racchiusi in ben mil-letrecento strofe) dedicati agli “‘amatissimi” figli Alfonso e Scipio-ne. II poeta, con questo scritto, da l’indicazione di varie possibili posizioni sociali che un uomo può raggiungere, purché si comporti nella vita di tutti i giorni sempre con dignità ed onestà. Francesco Corda (con l’articolo “Un «Cameade» sardo del ’500. Antonio Lo Frasso avventuriero e poeta”, pubblicato nel 1974 su “Tutto Quotidiano”), ha detto: “Dopo alcuni consigli dì carattere generico rivolti ai suoi figli, l’autore presenta con dovizia di particolari le condizioni di vita, le arti e le professioni più comuni nel secolo XVI. Sfilano così davanti a noi, in terzine di ottonari, dalla caratteristica cadenza castigliana, i più svariati personaggi appartenenti alle varie classi sociali dell’epoca (monache e sacerdoti, pastori e contadini, artigiani e mercanti, medici e avvocati, fanti e cavalieri), con note di costume che talora sembrano riflettere certi usi tuttora radicati in Sardegna”.

Nel 1573, il poeta algherese si ripresenta alla ribalta letteraria pubblicando la sua opera più famosa: “Los diez libros de Fortuna de Amor”, una specie di autobiografia romanzata; in essa troviamo lavori in prosa e versi di presentati in castigliano, in catalano e in sardo, per cui ci sembra giusto considerarlo come un letterato che ha preceduto tanti altri autori sardi. L’opera merita, inoltre, di essere tenuta presente come studio dì ambiente e come eco di’ diverse correnti letterarie.
Il nome di Lo Frasso va tenuto presente anche per aver avuto l’onore di figurare in uno dei massimi capolavori della letteratura spagnola e, inoltre, per aver ottenuto il privilegio, nel 1740, a Londra, di una ristampa delle sue opere. E’ da segnalare che i suoi scritti sono stati diffusi dopo che Cervantes li ha menzionati nella celeberrima opera “El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha (1605)” e negli altri suoi lavori: “El viaje al Parnaso” (1614), “El Vizcaíno fingido”e “Los entremeses” (1615). Alcuni studiosi spagnoli, ed anche alcuni storici italiani, propendono per la tesi che il giudizio su Lo Frasso dato dal Cervantes nelle sue citazioni abbia il sapore dell’ironia. Personalmente, non sono dello stesso parere perché, pur sapendo che il Cervantes è stato un grande scrittore, la maggior parte degli studiosi non gli riconoscono la qualità di valido critico; c’è da supporre, piuttosto, che egli fosse geloso della popolarità raggiunta dal Lo Frasso e, quindi, dal fatto che i suoi versi venissero recitati a memoria dalle dame del suo tempo. Nel 1974, ho provveduto a presentare in originale le opere di tale poeta, mettendo la traduzione a fronte di due suoi lavori poetici. Nell’opera “I dieci libri di Fortuna d’Amor” vi sono frequenti richiami, notazioni e passi autobiografici che testimoniano della nostalgia sofferta dal Lo Frasso per la sua Isola, tanto che, antesignano della valorizzazione della lìngua sarda, inserisce glosse, sonetti e composizioni poetiche nel linguaggio logudorese. Questo scritto è molto importante anche perché, essendo autobiografico, riporta varie notizie sulle famiglie patrizie barcellonesi ma, soprattutto, sulla città di Alghero e sulle famiglie nobili del luogo, alcune delle quali risiedenti nella capitale catalana.
Puntualizzo che l’opera didascalica “I milleduecento consigli” è contenuta in un volume pieno di saggi consigli, scritti in rima, e che ora, unitamente al mio amico Natalino Vargiu, ho il piacere di presentare nella versione italiana ed in campidanese. Ciò comprova che anche un’opera scritta in una lingua straniera può esse¬re tradotta bene anche in sardo. Il poema didascalico dei consigli sono piacevoli perché contengono arguti accenni alle usanze della società del Cinquecento.
Tutti i consigli dati dal Lo Frasso sembrano davvero molto semplici ma, sebbene siano passati circa cinque secoli, potrebbero essere ancora rivolti ai nostri giovani affinché abbiano il giusto incoraggiamento per credere nell’utilità di un qualsiasi lavoro, anche il più umile, purché onesto, come quello dell’agricoltore, del pastore e dell’artigiano.
Qui finiscono le brevi notizie che ho ritenuto opportuno dare sulla vita e le opere dello scrittore sardo/ispanico, ma non mi voglio esimere dal riportare il giudizio, certamente non troppo bonario e lusinghiero, espresso su Lo Frasso dell’insigne letterato spagnolo Marcelino Menéndez Pelayo (1856-1912); egli ha scritto: “Nell’opera Los diez libros… vi sono gravissimi difetti, improprietà dí linguaggio, il periodo è pesante e sconnesso, c’è l’accozzaglia farraginosa delle più svariate avventure; non manca tuttavia qualche bella descrizione e qualche verso abbastanza espressivo. (Cfr. “Il cammino dei Sardi. Storia, letteratura ed arte in Sardegna”, di Natale Sanna, Cagliari 1964).
Personalmente, rifuggo dall’esprimere giudizi troppo severi sul conto di un personaggio sardo che non ha conosciuto la letteratura e la cultura dei tempi moderni ma che, tuttavia, si è fatto apprezzare in terra straniera attraverso la sua fantasia e la sua verve poetica, meritando massimo rispetto ed alta considerazione. Ribadisco che l’opera del Lo Frasso “LOS MIL Y DOZIENTOS CONSEJOS Y AVISOS DISCRETOS”, da me tradotta, viene ora presentata in questo libro con la rielaborazione in versi italiani e sardi (nella variante campidanese) fatta dall’amico Natalino Vargiu che, nonostante le non poche difficoltà, ha cercato in tutti Ì modi di rimanere fedele al testo originale.
Con il Vargiu, ho un collaudato rapporto dì collaborazione; tra l’altro, assieme a lui, ho lavorato per svariati anni nella redazione di “Nuovorientamenti” (lo storico settimanale che è entrato per lungo tempo nelle case di oltre cinquemila famiglie della provincia di Cagliari). Inoltre, mi piace segnalare che, Vargiu ed io, abbiamo dato alle stampe anche altri lavori, tra cui l’importante volume “Sardegna quasi sconosciuta”, opera ricavata dalla nostra traduzione di un reportage dell’australiana Helen Dunstan Wrigt e da un saggio di Guido Costa (figlio del noto scrittore Enrico), ambedue lavori pubblicati in una importante rivista americana. Il predetto libro, pubblicato in edizione di lusso è prezioso perché contiene numerose e bellissime fotografie (realizzate dal marito della Wrigt più di cento anni fa), riguardanti i pittoreschi costumi sardi.
Chiudo questa introduzione dicendo che l’impegnativo lavoro fatto per rielaborare “I milleduecento consigli” di Lo Frasso, e affidato a questo libro, ha un duplice scopo: quello di proporre la rivalutazione di un pioniere della vita letteraria sarda e, nello stesso tempo, di dare un ulteriore e significativo contributo alla conservazione del dialetto che interessa buona parte della popolazione che vive nell’area centrale e meridionale della nostra Isola.
Luigi Spanu
PRECISAZIONI E RINGRAZIAMENTI

I miei eventuali lettori, qualora si imbattessero in palesi imperfezioni sui versi di lingua italiana, sono invitati a non essere critici troppo severi perché non potrei addurre valide scusanti, tranne quella di aver trovato una certa difficoltà nel conciliare tre cose: massimo rispetto del pensiero dell’Autore; necessità di tener conto delle principali regole della metrica e obbligo di trovare le appropriate rime. Per quanto concerne, invece, i versi sardi, alle suddette difficoltà ne debbo aggiungere un’altra: quella di accontentare tutti i lettori che conoscono il dialetto campidanese; tutti sappiamo, infatti, che parole ed espressioni variano da paese a paese. Io sono nato a Terralba (OR), ma ho soggiornato per lunghi periodi anche a Villacidro, Gonnoscodina, Cagliari, Sarroch, Pirri, Quartu S. Elena e Selargius. Dovendo pur scegliere, ho optato per un linguaggio che possa essere compreso dalla maggioranza dei corregionali che abitano nella Sardegna centromeridionale; è questa, comunque, la mia speranza.
Chiedo venia ai puristi della “limba sarda” se mi sono permesso, per i versi sardi, di mettere troppi accenti, pur sapendo che spesso non sono indispensabili; ne ho abusato soltanto per volerne facilitare la lettura. Confesso anche un altro mio peccatuccio: ho fatto uso di molti “italianismi” perché, volenti o nolenti, dobbiamo riconoscere che, anche le persone molto anziane, non adoperano più certi termini arcaici; d’altro canto, se li avessi usati, avrei costretto i lettori di queste pagine a ricorrere frequentemente ai vari dizionari sardi, lo, comunque, amo la lingua viva. Sebbene possa essere ritenuto superfluo, desidero precisare che, almeno in certe parti, il cristianesimo “predicato” dal Lo Frasso è alquanto “sui generis” e, ovviamente, non può trovarsi in sintonia con l’autentica fede proclamata dalla Chiesa; ne dovremmo tenere ben conto, soprattutto pensando che l’Autore scrisse i “consigli’) circa cinque secoli fa e che, pur avendo dimostrato di possedere una buona cultura generale, non ci risulta che abbia fatto particolari studi teologici. Prima di ogni altro amico, avrei voluto ringraziare il noto poeta sardo Faustino Onnis; purtroppo, recentemente, egli se n’è andato a spaziare nei cieli infiniti per continuare in eterno il suo canto di gloria al creato ed al suo Autore. Faustino è stato tra i primi a leggere la prima parte della bozza di questo lavoro, a compiacersi della mia fatica, a darmi preziosi consigli ed a darmi belle parole d’incoraggiamento. Un grazie sentito al Prof. Luigi Spanu (con il quale ho preparato questo libro) perché è lui l’esperto studioso che ha tradotto dalla lingua spagnola antica i versi del poeta Lo Frasso. Luigi Spanu è la persona di alto profilo culturale, tanto che possiamo trovare nelle più importanti librerie una ventina dei suoi libri (alcuni imperniati sulle opere di artisti e letterati sardi, altri sulla storia e tradizioni della nostra Isola).
Un grazie di cuore anche all’avvocato, giornalista e scrittore Carlo Thorel [anch’egli già passato al di là] che mi ha onorato della sua amicizia e che mi ha sempre sostenuto moralmente, incitandomi a non mollare anche nei momenti in cui ritenevo impossibile portare a termine questa piccola impresa.
L’avv. Thorel è l’autore del bel romanzo “D’amore, malefìzi ed altre storie” (Ediz. Segno di Udine) e di elevate liriche pubblicate su “Ciliegie” (Ediz. Diapasón di Roma). Ringrazio anche l’amico Efisio Cordeddu per i preziosi consigli che mi ha generosamente dato; egli è un appassionato cultore di tutto ciò che interessa la nostra Isola e, in particolare, del dialetto campidanese. Di recente, come scrittore, si è messo in luce con il “Ceraxus nel tempo”, un ponderoso ed importante volume sulla storia, antica e moderna, della bella ed accogliente cittadina di Selargius.
Infine, desidero dare un sentito grazie al Prof. Roberto Copparoni (appassionato cultore di tutto ciò che la Sardegna ha di bello) perché, apprezzando l’impegno che Luigi Spanu ed io abbiamo posto per realizzare questo lavoro, ha ritenuto opportuno provvedere alla sua pubblicazione (per i tipi di Artigianarte Edizioni).
Natalìno Vargiu
Finito di stampare nel dicembre 2007 – Edizioni Artigianarte Editrice

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