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Archivio Giugno 2014

A FINE MAGGIO NELLA SALA DEGLI “AMICI DEL LIBRO” – II 2° convegno di studi “Francesco Alziator” Nuovorientamenti, 28 giugno 1998 di LUIGI SPANU

29 Giugno 2014 Commenti chiusi

Nella Sala degli “Amici del Libro” (Cagliari) si è svolto (22 e 23 maggio) il 2° Convegno di Studi “Francesco Alziator”, organizzato magistralmente dalle ‘Edizioni Castello’ di Nino Careddu. La forza intellettuale e professionale di Francesco Alziator (messa in luce nel Io convegno), è stata ribadita con profonda sicurezza in questo 2° convegno da un gruppo di studiosi.
Nato a Cagliari nel 1909 e morto nel 1977, Alziator si è occupato a fondo della cultura popolare facendola conoscere in forma facile ed accessibile a tutti; scrittore, saggista, storico, illustre etnografo, collaboratore di vari quotidiani e riviste oltre che brillante conferenziere, si laureò in Lettere e in Scienze Politiche. Di lui, libero docente in Storia delle Tradizioni Popolari (Università di Sassari) restano centinaia di articoli e le opere “Storia della Letteratura di Sardegna”, “Folklore sardo”, “La città del sole”, “Picaro e folklore”, “I giorni della laguna”, e le tre postume: “L’elefante sulla Torre”, “Attraverso i sentieri della memoria” e “Versi di Francesco Alziator”.
Il dr. Gianni Filippini, (Assessore comunale alla cultura che ha sponsorizzato il Convegno), aprendo i lavori ha detto che questo convegno, è certamente una restituzione di un debito di riconoscenza sull’opera di questo scrittore di grande giornalismo, ricercatore appassionato, grande divulgatore. Alziator, ha continuato Filippini, aveva un italiano con un lessico alto, raffinato, da uomo colto, da intellettuale impegnato; era un grande camminatore e un rievocatore della città di Cagliari; andava a cercare quanto di bello, di strano, di curioso e singolare essa aveva; con lucide osservazioni ha lasciato una lezione su Cagliari che aveva conosciuto, visto, scoperto, raccontato; nell’arco di tutte le sue scoperte (alcune molto attente al fatto che parlava di materiale scientifico, di tradizioni, di costumi, di antropologia culturale) ha raccontato l’anima di Cagliari; le pagine dedicate al Castello sono di grande letteratura.
A F. Alziator, ha concluso l’assessore, questo convegno era dovuto, ma ancora altro si deve fare e programmare per rendergli tutto l’omaggio che a lui è dovuto: bisogna riprendere le sue opere, accorparle in un unica edizione e riproporle con un supporto critico; sono opere che devono trovare tutta l’attenzione e l’interesse soprattutto dei lettori giovani; bisogna rendere ancora più robusto l’omaggio a F. Alziator impegnandosi a far leggere, con nuove edizioni, le sue splendide e importanti opere.
Per Luigi Spanu, Alziator che con i suoi studi sull’animo popolare, ha aperto una strada nuova agli studi demologici, è stato lo studioso per eccellenza della vita degli isolani e un grande interprete dell’animo dei sardi e proprio in lui abbiamo trovato l’identificazione dell’uomo nello spirito della sua terra: lo studioso sardo ha scritto sì moltissimo sulla sua città, ma in circa cinquant’anni di vita giornalistica, ha scritto anche di Sassari, di Iglesias, di Oristano e di altri centri ed ha pubblicato anche il resoconto dei suoi viaggi in Europa, Asia e Africa: sono scritti di grande spessore culturale che propongono un incontro con la vita quotidiana di diversi popoli; in questi articoli sulla Grecia antica e moderna, sulla Bulgaria, sulla Turchia Europea, su Barcellona e la Spagna, sulla Romania, sul Portogallo e sul Marocco si incontra un Alziator giornalista, scrittore, narratore, studioso, demoetnografo, fotografo e, infine, anche poeta. Alziator ha visitato parecchi paesi mediterranei alla ricerca di forme di vita e di costumi di popoli diversi e per metterle a confronto con quelle del mondo sardo: sono servizi.
Lo Spanu ha concluso asserendo che 1′Alziator risulta essere come uno di quei viaggiatori stranieri che vennero in Sardegna a trovare una civiltà antica e incontaminata, e con i suoi ‘reportages’ ha dato la possibilità a noi sardi di osservare che in tutti i popoli della terra c’è un poco di Sardegna. La natura della nostra isola, infatti, a tratti è visibile anche in quella europea, asiatica ed africana.
Secondo la direttrice della Biblioteca Universitaria Giuseppina Cossu, la vita culturale di Alziator, iniziata da giovanissimo con la frequentazione della Biblioteca dell’Università, per la compilazione della bibliografia sulla Sardegna (del Ciasca), è continuata per tutta la vita. Oltre all’attività pubblicistica e didattica, F.Alziator frequentava l’Associazione “Amici del Li¬bro” (nata nel 1944 per opera sua e del prof. N. Valle), in cui tenne moltissime conferenze su diversi aspetti della sua attività poliedrica.
Molto interessante l’intervento del dr. Cubeddu sull’ispezione nella biblioteca dello scrittore sardo e su quanto è rimasto dei suoi appunti per i lavori già pubblicati, comprese alcune poesie. Il giornalista dr. Pisano ha detto che Alziator non è stato mai un cortigiano, poiché rifiutava sempre il servilismo alla carta stampata, mentre il prof. Enzo Espa (Università di Sassari) ha aperto i lavori della seconda giornata presentando gli articoli di Alziator su ‘La nuova Sardegna’ riguardanti Sassari: l’altra città che lo studioso sardo ha amato, percorrendola e raccontandola ai Sassaresi e ai Sardi.
A sua volta il prof. G. Mameli è intervenuto con una interessante e approfondita relazione sulla scrittura dello studioso sardo; ha sottolineato il fatto che il suo stile era alto, ma ora è necessario raccogliere l’opera onnia sullo scrittore isolano, come è stato fatto per Ottone Bacaredda.
La relazione del prof. Matteo Porru è stata incentrata sull’attività demologica dello studioso cagliaritano, che si riscontra già nel suo primo articolo del 1928, in cui non mancano precisi e chiari riferimenti storici ai costumi, alle tradizioni e alle civiltà dell’Oriente, di Grecia e di Roma; inoltre, lo ha colpito la descrizione minuziosa dei ceri che nella camera ardente proiettano ombre strane sulle pareti e danno riflessi fantastici alle grandi cassapanche istoriate di legno nero con le donne che esprimono qualcosa di indefinibile che l’orecchio può notare, ma che difficilmente una perfezione musicale può prendere adeguatamente. L’opera di Alziator, ha affermato Matteo Porru, parla di singolari significativi aspetti dell’isola e dell’universo ma il centro del lavoro di ricercato¬re, il vero oggetto dell’amore infinito, coltivato nella vita e per la vita, fu esattamente Cagliari, di cui fu l’interprete. Le pagine dell’”Elefante della Torre” appartengono alla letteratura e alla storia, nonché alla cultura e alla scienza, e sono scritte magistralmente dal poeta di una città e con un rigore morale senza eguali dall’alto di una solitudine e dallo stadio della solitudine responsabilmente scelto per vocazione.
Ha chiuso i lavori il prof. A Romagnino, il quale si è interessato dei “Sapori e profumi nelle opere di F. Alziator, con una lucidissima e importante relazione con la quale ha toccato molti temi sugli scritti dello scrittore sardo.
Nuovorientamenti, 28 giugno 1998

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ATTIVITÀ EDITORIALE IN SARDEGNA NEL SEICENTO di Luigi Spanu

22 Giugno 2014 Commenti chiusi

L’editoria cagliaritana, in epoca spagnola, è stata già oggetto di studio soltanto per il periodo che va dagli inizi alla fine del ’500. Per completare il quadro manca, quindi, un riferimento al Seicento e ai primi anni del Settecento, quando nell’isola giunsero i Savoia, dopo il Trattato di Londra nel 1718. Nel capoluogo isolano il progressivo sviluppo dell’arte tipografica ed editoriale, grazie all’attività di ben tre tipografie, durante la seconda metà del Seicento, dimostra che per i cagliaritani le attività culturali e librarie avevano raggiunto una importanza straordinaria, al fine di migliorare le loro conoscenze in tutti i campi dello scibile. Nella seconda metà del secolo XVII, infatti furono molte le biblioteche esistenti in Cagliari, dovute soprattutto ad alcuni nobili e a chierici intellettuali.

Il primo tipografo-editore del ’600 è stato Martin Saba, un napoletano giunto a Cagliari alla fine del cinquecento, con una profonda esperienza acquisita in molti anni di lavoro nelle tipografie napoletane, che già nel corso del secolo XVI avevano raggiunto notevoli traguardi, come si legge in “Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento”, di Nino Cortese. Il Saba iniziò la sua attività, forse, come lavorante alle dipendenze di Giovanni Maria Galcerin (o Galcerin), dal quale, in seguito, a causa della mancanza di capitali sufficienti per continuare l’attività, rilevò i torchi e tutto il materiale di stampa (Galcerin morì nel 1597
Iniziò così il periodo di questo editore napoletano, che coprì un arco di tempo abbastanza lungo: un quarto di secolo, dal 1598 al 1623, anno in cui gli subentrò il cattedratico cagliaritano Antonio Galcerin, nipote di Giovanni Maria, fondatore dell’editoria. Il quale aveva acquistato il materiale tipografico dal vescovo iglesiente Nicolò Canelles, primo editore in tutta l’isola, nella seconda metà del Cinquecento. A Nicolò Canelles, illustre prelato sardo, studioso di lingue orientali, nato ad Iglesias agli inizi del Cinquecento e morto a Bosa, nel 1586, dove era vescovo (per alcuni egli morì a Cagliari nel 1585), si deve l’introduzione della stampa in Sardegna intorno al 1566. La prima tipografia da lui creata funzionò prima ad Iglesias, fino al 1576, da cui passò a Cagliari, in Castello. Licenziò delle edizioni pregevoli, da poter competere con quelle dell’Italia e della Francia. La famiglia Galcerin, attraverso quattro generazioni, man-;enne la stampa a Cagliari, dalla seconda metà circa del secolo XVI fino agli inizi del Settecento, con un intervallo, di venticinque anni.
Ritornando al Saba, le opere da lui date alle stampe, secondo quanto si rileva dai frontespizi delle edizioni possedute dalla Biblioteca Universitaria di Cagliari, furono una ventina. Siamo certi, però, che i testi stampati furono più numerosi di quelli giunti fino a noi. Sono quasi tutte opere di carattere religioso e giuridico, manuali di devozione, raccolte di sermoni e rituali e diverse cause giudiziarie (Tutto questo materiale aspetta lo studioso di leggi per trarre notizie riguardanti il campo dell’amministrazione giudiziaria). Alcuni volumi sono opera di personaggi di primo piano, in quel primo quarto di secolo. Vi sono testi in 4° e in 8°, alcuni in foglio ed un solo testo in 16°; abbondano opere di piccolo formato, di modesto aspetto e di comune interesse generale. Ci rimangono testi in latino, in catalano, ancora linguaggio comune nel capoluogo dell’isola in quel periodo, in spagnolo, una ristampa, in sardo, della “Carta de Logu”, moltissimi pregoni e grida viceregie, in catalano, alcune in castigliano o nelle due lingue contemporaneamente.
Nel periodo di attività del Saba sono pochissimi i testi scolastici, o universitari, stampati a Cagliari, perché non esisteva ancora uno Studio Generale. Furono però editi testi per gli studenti del Collegio e del Noviziato dei Padri Gesuiti, come risulta dall’atto di concessione della tipografia affidata al Saba negli ultimi del Cinquecento; ma vi è una traduzione in Castigliano di un poema sardo.In alcuni testi si trovano stemmi gentilizi ed episcopali ed alcune stupende incisioni di cui sarebbe necessario uno studio specialistico che porterebbe a conoscere quali tecniche usarono sia nell’incisione, sia nella stampa gli artigiani e i disegnatori-incisori.
Di libri, certamente, ne arrivarono, in particolare dalla Spagna, come attestano alcuni documenti: erano i cagliaritani della classe dirigente ed agiata a farseli spedire. Durante la prima parte del Seicento erano i librai che vendevano e prestavano libri in lettura: tra questi vi era il padre del francescano Tommaso Polla. I librai venivano dal regno di Napoli e da Barcellona; giravano l’isola per la vendita di libri di ogni genere. Essi, nel rifornire il mercato sardo di autori stranieri e cagliaritani, che stampavano fuori dall’isola, favorivano una regolazione culturale fra la Sardegna, la Spagna e l’Italia. Da ciò si deduce che la capitale sarda era interessata alla cultura spagnola e a quella italiana. Moltissimi i libri stampati fuori dell’isola che furono letti e studiati da nobili e dal clero cagliaritano, come attesta il romanziere contemporaneo G. Zatrilla.Durante il secondo periodo del secolo XVII, a Cagliari ci furono anche diverse biblioteche non private, cioè destinate all’uso di più persone e di gruppo, oltre a quelle che si formarono presso i collegi dei Gesuiti, dei Padri delle Scuole Pie e a quelle dei vari conventi religiosi, che servivano alla gioventù scolastica cagliaritana, che seguiva sempre con più vivo interesse l’insegnamento ricevuto. Molti libri della Biblioteca dell’arcivescovo di Cagliari Parragues de Castillejo e di quella del Canelles passarono alla libreria del Rossellò, che aveva provveduto alla raccolta anche di numerosi testi stampati nell’isola e fuori. Questa biblioteca, di circa cinquemila volumi, passò poi a quella dei Gesuiti, che la dovettero cedere alla Biblioteca Universitaria di Cagliari.

L’attività editoriale del cagliaritano Antonio Galcerin, che faceva parte del primo corpo docente universitario di Cagliari, è stata più lunga di quella del predecessore, poiché ebbe inizio nel 1624, con la stampa della prima opera del cappuccino Serafino Esquirro. Questo lavoro presenta la cronaca dettagliata del ritrovamento dei Corpi Santi a Cagliari e la descrizione particolareggiata della costruzione della Cripta nella Cattedrale, utile per la conoscenza della storia della primaziale cagliaritana nella prima metà del Seicento e fon¬te autorevole per la storia non solo della chiesa diocesana di Cagliari, ma anche dell’intera città. L’attività del Galcerin, forse a causa della sua morte, terminò nel 1667, dopo ben qua-rant’anni di intenso lavoro; in quell’anno ebbe inizio l’attività del figlio Hilario. Durante questo periodo, i testi e i pregoni venivano stampati sotto la direzione di Bartolomeo Gobetti, del quale non si hanno che poche notizie. Nel 1626 il Gobetti venne inviato a Sassari per dirigere anche la seconda stamperia dei Galcerin, che era stata impiantata alcuni anni prima nel capoluogo sassarese, ma nello stesso tempo dirigeva anche quella cagliaritana. I testi stampati per Antonio Galcerin, in 4° ed in folio, comprendevano opere di carattere giuridico, di storia, di oratoria e di scienza nonché trattati di religione e di filosofia. Vi erano anche opere di carattere lette¬rario e, fra queste, le più im¬portanti furono quelle di Jacinto Arnal de Bolea “Encomio en octavas” e “El Forastero”, in buona stampa e con splendide incisioni nelle orlature delle pagine.
Diversi i reggenti che si alternarono nella tipografia sotto i Galcerin; il primo fu Giacomo Polla, forse fratello di Tommaso, seguì Gianni Andrea Corona, poi vi fu Bartolomeo Gobetti, che la diresse per ben un quarto di secolo, lasciandola ad Onofrio Martin, seguito a sua volta da Gregorio Gobetti, fratello di Bartolomeo, solo per qualche anno. Dal 1660 al 1667 abbiamo prima Nicola Pisa, seguito di nuovo da Gregorio Gobetti e da Marco Antonio De Ferraris, solo per il 1665. L’attività terminò con Nicola Pisa, che ritornò dopo un intervallo a dirigere la stamperia, e con Giovanni Antonio Pisa, qualche anno più tardi.
Alla morte di Antonio Galcerin, il figlio Hilario divenne, nel 1670, proprietario della tipografia fino al 1703. Suoi direttori furono il Pisa prima, quindi Onofrio Martin e di nuovo Nicola Pisa, per terminare con Giovanni Antonio Pisa. Onofrio Martin giunse a Cagliari nel 1635 da Madrid, suo luogo di nascita, su richiesta di Antonio Galcerin, che intendeva migliorare la tecnica dell’arte tipografica.Il Martin riuscì a riempire il vuoto lasciato dalla scomparsa di parecchi operai, che aveva¬no già lavorato al servizio del Sambenino, e mai sostituiti,chiamando dalla Spagna alcuni incisori e stampatori
Ma il fatto più significativo e importante per la storia editoriale cagliaritana fu l’apertura, nella seconda metà del Seicento, di altre due tipografie, cosa che non si ripeterà nel Settecento. Ciò significa che aumentò l’interesse verso la stampa e verso il lavoro tipografico e che vi fu una maggiore richiesta di libri e una vita culturale più intensa; questo perché a Cagliari esistevano ormai tutti gli ordini di studi. Queste nuove tipografie ave¬vano sede una nel Convento dei Domenicani, che fu aperta nel 1679 per opera di Onofrio Martin, figlio di un altro Onofrio Martin, che vendette le casse e i torchi ai padri domenicani nel sobborgo di Villanova, e fu direttore della stampe¬ria che stava nel Convento. Onofrio rimase fino al 1684, anno in cui fu sostituito da Giovanni Battista Pani. Nel 1686 ne fu direttore il padre Michele Vacca e dal 1695, fin dopo il 1700, il padre G. Battista Cannavera. L’altra tipografia fu aperta nel convento dei Mercedari, nel l665, sotto l’egida dei frati e del tipografo Onofrio Martin. Dai torchi di queste due tipografie conventuali uscirono libretti di devozione, testi di studio e ristampe di opere che riguardavano la storia della Madonna di Bonaria e quella dei Mercedari; purtroppo molte di queste opere sono andate disperse.
Dalla tipografia dei Domenicani, che certamente non era all’altezza di quella dei Galcerin, sia per esperienza dei lavoranti, sia per i macchinari impiegati, uscirono libretti di devozione, di panegirici ed anche opere di un certo valore storico-letterario, la cui stampa non solo andò persa, ma non ce ne giunse neppure il titolo. In questa seconda metà del Seicento fu più intensa l’attività tipografica e libraria. In soli quarant’anni di stampa gli elencatori contano una pubblicazione di 300 edizioni con una media di circa una trentina all’anno, tra le quali le opere del poeta cagliaritano Giuseppe Delitala, di alto valore letterario. Per quanto si riferisce alla tipografia dei Galcerin, dal 1670 Hilario ebbe come collaboratore Nicola Pisa, catalano, chiamato a Cagliari da Barcellona dai Galcerin. Dai torchi di proprietà di Hilario uscirono diversi lavori di carattere letterario e giuridico.
Purtroppo non si sono trovati documenti che ci dicano quanti erano gli operai addetti alla tipografia che, secondo noi, non dovevano superare la decina.

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IL MONDO ISPANICO IN ASPETTI DI VITA CAGLIARITANA di Luigi Spanu

5 Giugno 2014 Commenti chiusi

Nelle mie continue ricerche di notizie riguardanti aspetti della vita isolana, mi sono imbattuto in due scritti, in lingua spagnola; questi presentano due aspetti della vita di altri popoli, che mostrano strette affinità con alcuni usi della Cagliari antica uno, della Cagliari moderna il secondo, ma sempre con radici nel passato. La prima lettura offre un quadro di molte somiglianze con la figura cagliaritana caratteristica del capoluogo isolano sino ai primi anni trenta di questo secolo. Parliamo de «Is piccioccus de crobi» di cui scrissero parecchio gli studiosi sardi e no, e a cui si ispirarono poeti, scrittori e ritrattisti, tra cui ricordiamo l’artista fotografo Mario Pes, di cui ricorreva, pochi giorni fa, il venticinquesimo anniversario della morte.
A Cagliari questa caratteristica figura è scomparsa. Francesco Alziator, uno dei più attenti osservatori ed interpreti degli aspetti delle tradizioni popolari cagliaritane, ne «La città del sole», che è del 1963, scriveva: «II piccioccu de crobi (letteralmente ragazzo della cesta) era una specie di servitore di piazza che, per qualche soldo, si offriva per il trasporto, nella sua capace cesta, de sa spesa, cioè dei cibi e di quanto altro s’acquistava ai mercati».
E più avanti aggiungeva che «essi erano la caratterizzazione degli esportilleros spagnoli, servi di piazza che traevano il nome dalla esporta o esportilla con la quale trasportavano le derrate dei loro clienti».
Orbene, nelle grandi città dell’America del Sud si possono tuttora vedere questi «esportilleros». In un breve racconto dal titolo «Alfredo Aldana», di un testo scolastico spagnolo, in uso in alcune scuole di Stuttgart, nella Germania occidentale, si parla di una figura che ci ricorda chiaramente «Is piccioccus de crobi» cagliaritani. Si legge, infatti, che a Bogotá i ragazzi aiutano le donne a portare, per pochissimi pesos de propina, la cesta della loro spesa. Questi ragazzi appartengono agli strati più umili e generalmente sono ragazzi dai tredici ai diciotto anni.
In una illustrazione che accompagna questo racconto, appaiono i «piccioccus de crobi», che nelle notti fredde, in Bogotá, dormono nelle strade e, per riscaldarsi, si rannicchiano l’uno accanto all’altro. Anche i ragazzi «porta ceste» cagliaritani non avevano una dimora stabile; trascorrevano le notti sotto i portici della via Roma, specialmente sotto quelli del palazzo Vivanet, con la corbula per cuscino e i manifesti strappati dai muri per lenzuolo e coperte. Così ce li descrive l’Alziator.
L’altro aspetto di cui troviamo una chiara immagine nella nostra gastronomia si riferisce a «is zippulas». In una pubblicazione de «El sol» di qualche anno fa, si legge che in Castro Urdiale, porto a nord della Spagna, ogni mattina si possono trovare venditori di fritture. Queste, nella forma, nel materiale usato e nei metodi della confezione, rassomigliano alle zeppole sarde. Mentre, però, i nostri zippolari usano un imbuto per far scendere la pasta nell’olio, posto in piccole caldaie, questi spagnoli impiegano una macchina rotante, da cui la pasta esce in forma allungata e poi viene posta in una grande pentola, in cui vi è dell’olio bollente. Questa frittura prende il nome di «churro» che ha come corrispondente italiano «frittella». La forma di questo «churro» è simile alla lunga frittella delle zeppole sarde, che si trovano però anche in forma quasi di ciambella. Ricordiamo che anche «zippula» ha il corrispondente italiano appunto in frittella.
E interessante riportare la parte dell’articolo con la ricetta, poiché da essa possiamo vedere meglio come le lunghe frittelle abbiano una straordinaria rassomiglianza con le nostre. Occorre la farina, che viene impastata con dell’acqua, con un po’ di sale e bicarbonato. Noi usiamo il lievito, ma anticamente si usava il cremor tartaro. Nel frattempo si scalda l’olio in una grande pentola. Quando l’olio è molto caldo si pongono le lunghe frittelle (los churros) che devono diventare dorate. Allora si tolgono dall’olio e si mettono in un foglio di carta e si servono con miele diluito in poca acqua o con zucchero. Da noi generalmente non si usa il miele, ma lo zucchero. Inoltre los churros vengono anche usati a colazione, cosa che da noi non avviene. Comunque, le somiglianze, nonostante le varianti, sono notevoli.
A quanto mi consta, non è solo nella Spagna del nord in cui si possono trovare queste frittelle, simili alle zeppole sarde. Si trovano anche in Portogallo e in molti paesi del mondo arabo. Tutto ciò fa pensare che si tratti di una usanza del mondo musulmano, portato in occidente, probabilmente, nel periodo bizantino, e arrivato anche in Sardegna forse proprio dai bizantini.
Riu Mannu, 14 febbraio 1981

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