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Archivio Luglio 2014

L’ISOLA NEL SECOLI XV E XVI – CULTURA E INSEGNAMENTO IN SARDEGNA NEL ’500. di Luigi Spanu

22 Luglio 2014 Commenti chiusi

Nei secoli XV e XVI l’ignoranza delle classi inferiori, piaga comune a tutti i paesi europei, aveva in Sardegna proporzioni maggiori, secondo quanto hanno scritto gli storici dei secoli scorsi, senza però portare documenti che confermino questa loro affermazione. Anche nel clero l’ignoranza era preminente e qualche sacerdote era addirittura analfabeta.
Per quanto si riferisce all’insegnamento, dobbiamo constatare che gli studi erano seguiti solo dai figli dei nobili, da quelli del ceto mercantile e professionale e da quei giovani che potevano entrare nel conventi, e infine dai figli dei funzionari regi. I popolani che si dedicavano allo studio erano in piccolissima percentuale, anche perché la popolazione scolastica era esigua; nell’isola non vi erano più di 200.000 abitanti. Sino alla seconda metà del ’500, i giovani potevano intraprendere gli studi solo nei monasteri. Tenevano scuola i domenicani e i mercedari e altri ordini religiosi. Vi erano parecchi maestri che davano lezioni private.

Non si creda che nelle altre regioni della Spagna e dell’Italia di allora la situazione dell’insegnamento e di quella scolastica fosse migliore. In Italia vi erano poche scuole, tutte tenute da religiosi. Pochissime le Università (Bologna, Pisa, Napoli e Padova). Per la medicina si andava a Salerno, che godeva fama internazionale sino agli inizi del Cinquecento (università scaduta nel corso del XVI secolo). In Spagna vi erano atenei a Salamanca, nota anche per la formazione di ottimi medici (seguita da molti sardi) assieme all’università di Saragozza (nel ’500 il cagliaritano Porcell fu medico nell’Ospedale di quella città) e di Alcalá de Henares. In Francia, tre soli Studi Generali: Parigi, Nizza e Montpellier. Queste sedi universitarie erano le uniche nel bacino mediterraneo, come si legge in “Lo Frasso, poeta sardo del Cinquecento” (Barcellona, 1571). Quella di Napoli, però, non viene citata in atti sardi di quel periodo, perché iniziò come “Studio generale” nel primo decennio del ’500, qualche anno prima che questi Istituti nascessero a Sassari e a Cagliari.
Per quanto si riferisce ai testi scolastici, sappiamo che circolavano molti manoscritti rilegati e repertori di lezioni ed appunti. La scuola dei poveri era certamente quella degli insegnanti privati. Dopo, però, l’introduzione a Sassari e a Cagliari e in altre località isolane dei Collegi dei gesuiti, erano state introdotte norme ben precise per gli studenti, essi non potevano seguire lezioni private. Nonostante ciò, continuavano anche ad esistere i professori (o istitutori) che davano lezioni nelle loro abitazioni. Dobbiamo anche far notare che la Chiesa e gli ordini religiosi ebbero una forte ingerenza nello studio e nell’insegnamento. Verso la metà del Cinquecento fu aperta a Sassari una scuola di Grammatica latina, da parte di Bernardino Palumbo, al quale seguì quella del discepolo Sebastiano da Campo, sotto il controllo della Magistratura Civica. Nello steso tempo due religiosi romani insegnavano Teologia, Sacra scrittura e Logica e un medico poteva insegnare anatomia umana. Per coloro che non potevano seguire gli studi, era aperto il corso di apprendistato presso maestri, organizzato dalle associazioni di mestiere, i cosiddetti gremi. I maestri non potevano tenere più di due alunni che, alla fine del corso, facevano l’esame d’arte. Anche per i paramedici vi era un’organizzazione, che dava la possibilità di inserirsi nell’attività sanitaria. Le cronache sarde, purtroppo, riferiscono poco di scolari e non si hanno notizie, finora, di quanti erano gli studenti in tutta la Sardegna.
Si sa che dal 1560 Cagliari e Sassari, per volere del sovrano Filippo II, che accolse la richiesta degli Stamenti per l’apertura di collegi e Studi generali con tutte le facoltà, ebbero uno Studio Generale, che però non assegnavano titoli accademici. Nella seconda metà del secolo vennero istituite, nelle diocesi sarde, i seminari tridentini che provvedevano alla formazione religiosa e culturale dei chierici, ma potevano dare il dottorato solo in Teologia e in Arte Oratoria.

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Un poeta del Seicento sardo: Giuseppe Delitala CON L’HOBBY DEI VERSI di Luigi Spanu

19 Luglio 2014 Commenti chiusi

Nato a Cagliari, abbracciò la carriera militare e poi la diplomazia. Questi impegni non gli impedirono però di comporre una raccolta di poesie, che riflette la corrente barocca in auge ai suoi tempi, intitolata “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”. Un’opera di buon valore riscoperta dallo studioso statunitense Louis Saraceno ed oggi studiata dagli allievi dello “State University College New Paltz” di New York .
Da New York giunge una notizia straordinaria: gli allievi dello “State University College New Paltz” studieranno il canzoniere barocco del poeta cagliaritano Giuseppe Delitala, grazie alla ristampa dovuta al loro docente di lingua spagnola Louis Saraceno e che ha visto la luce la fine 1997.
Ma chi era Giuseppe Delitala? Come mai la sua opera è giunta sino alle sponde atlantiche degli Stati Uniti d’America? Rispondiamo subito alla prima domanda. Delitala nacque a Cagliari il 10 novembre 1627 da Angelo e Maria Amat di Castelvì. Seguiti gli studi primari presso il Collegio dei Nobili, nel 1641 fu inviato a Madrid dove intraprese gli studi militari. A 19 anni ottenne il grado di tenente; alcuni anni dopo fu maggiore e, nel 1660, raggiunse il grado di colonnello. Cinque anni più tardi fu nominato cavallerizzo maggiore di Carlo II e successivamente passò alla carriera diplomatica, divenendo governatore del Capo di Cagliari e Gallura. Nel 1686, dopo la morte del viceré Antonio Lopez de Ayala, ebbe l’incarico di viceré ad interim. Morì a Cagliari il 15 agosto 1689.
Un brillante cursus honorum, dunque, militare e politico. Delitala fu anche un buon poeta ed acquistò fama, soprattutto in Spagna. La sua opera, in castigliano, 441 pagine più 54 di introduzione, edito a Cagliari nel 1672, s’intitola “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”
Il volume contiene una vastissima raccolta di poesie, suddivisa in tre parti. Nella prima (50 sonetti dedicati a re, eroi, filosofi e letterati, un sonetto acrostico, un poema eroico, canzoni e romanze religiose) il poeta cagliaritano canta molti eroi dell’età classica e dei periodi medioevale e contemporaneo. Particolarmente interessante una lunga romanza sulle feste celebrate a Cagliari per le nozze del Principe di Piombino con Maria de Alagon. Questa sezione comprende anche un sonetto sulla fontana del Rosello a Sassari.
La seconda parte comprende, invece, 51 sonetti su temi amorosi, 14 canzoni di lamenti d’amore, 3 madrigali, un’ottava acrostica, 58 romanze, 2 poesie funebri e 3 quartine. Nella terza infine prevalgono canti funebri e commemorazioni di personaggi noti.
Come modelli, Delitala ebbe presenti soprattutto Gongora, Quevedo e Lope de Vega dai quali prese temi, versi e strumenti stilistici, rielaborati spesso con fantasia esuberante e, naturalmente, barocca. L’influenza dei poeti iberici su Delitala fu evidenziata da Saraceno in uno studio sull’autore cagliaritano, pubblicato nel 1976 ed intitolato “Vida y obra de José Delitala y Castelvì poeta ispanosardo del Seicento”. Un lavoro di notevole interesse dove il legame che unisce Delitala ai più noti colleghi spagnoli appare chiarissimo.
Come sia nata quest’opera ce lo dice lo stes¬so Saraceno: «Avevo letto del poeta sardo un articolo sul numero XVII del “Bulletin Hispanique” (1941) dal titolo “Libro raro y curioso. Poesias de Josè Delitala Castelvì, un clásico olvidado (dimenticato) di Homero Serìs».
Saraceno si mise a caccia del canzoniere e lo rintracciò in una biblioteca di New York. Seguì una lunga e meticolosa indagine dell’opera di Delitala che approderà al citato studio edito nel 1976. Poi, come abbiamo già detto in apertura, Saraceno cura a fine ’97 la ristampa del canzoniere.
«I critici che si sono dedicati alla letteratura di Sardegna – ha scritto Saraceno nel suo lavoro – sembrano credere che l’opera del poeta sardo-spagnolo, quasi sconosciuto fino ad oggi, meriti uno studio più ampio.» Ciò che egli fa con una minuziosa ricostruzione basata su ricerche d’archivio. In effetti, il volume di Saraceno (350 pagine più un’appendice documentaria) ha tratto Delitala dagli angusti confini regionali, facendolo conoscere negli Stati Uniti. Un merito tanto maggiore se si pensa che in Sardegna quel poeta era praticamente ignorato. Un certo interesse nei suoi confronti lo aveva manifestato soltanto Pasquale Tola nel suo “Dizionario degli uomini illustri di Sardegna” dove, tra l’altro, si legge: «la brevità di questo articolo non consente di riportare altri esempi di bel poetare che nelle rime del Delitala sono assai frequenti».
Il contributo di Saraceno valse, dunque, a riscoprire la figura di Delitala, inquadrata nel¬la temperie degli anni in cui visse. Un’epoca indagata a fondo dallo studioso statunitense che ce la illustra con una montagna di riferimenti quanto mai utili per conoscere la storia sarda del XVII secolo ed i personaggi che la animarono. In questo quadro, gli avvenimenti di Cagliari rivestono una parte rilevante ed in essi si colloca il personaggio Delitala. Pertanto, dobbiamo essere grati all’impegno di Saraceno che, con la sua Vida y obra de Josè Delitala y Castelvì poeta ispanosardo del Seicento, ci ha consentito di colmare ampie lacune documentarie.
Nella nostra isola, il Seicento letterario si sviluppò quasi completamente sotto l’influenza del barocco. Su quel periodo così si è espresso Francesco Alziator nella “Storia della letteratura di Sardegna”: «cosa valga la letteratura sarda del Seicento è facile dire se si pensa che essa fu una letteratura di imitazione di una letteratura già assai discussa. Eppure, ad onta del giudizio nettamente negativo che di essa si deve dare in sede puramente estetica, essa presenta lati assai interessanti ed un carattere di unità e di continuità quale non si era mai avuto».

In quel secolo balzano i nomi di due romanzieri: Jacinto Bolea e Giuseppe Zatrilla. Il primo è autore del romanzo El Forastero (Cagliari, 1636), mentre del secondo ci restano Engaños y desengaños del profano amor (Napoli, 1687-’88), un romanzo boccaccesco nel quale si trovano molti riferimenti alla società sarda, ed un poema eroico (Barcellona, 1696).
Il nostro poeta si colloca accanto a questi autori, entrambi impegnati in posti di rilievo nelle istituzioni pubbliche. Tuttavia, per quanto riguarda la poesia, Delitala è senz’altro il maggio¬re rappresentante. Un autore non certo immune dai difetti del suo tempo, come hanno scritto alcuni, ma che era dotato di facile ispirazione poetica e di un certo estro che lo hanno fatto ben figurare nella letteratura spagnola seicentesca.
Delitala è stato a lungo trascurato dagli ispanisti isolani che lo consideravano un poeta di secondo piano indegno di attenzione. Un destino durato sino al 1976 quando Saraceno ha rimosso la polvere che, ingiustamente, ricopriva la sua opera. La riattualizzazione ha riproposto il valore di “Cima del monte Parnaso español con las tres musas castellanas Caliope, Urania y Euterpe”, la raccolta poetica che oggi viene studia¬ta anche a New York. Quasi una vendetta postuma per il militare e diplomatico cagliaritano del Seicento che, tra un incarico e l’altro, coltivava k’hobby di scrivere versi.
Luigi Spanu, Sardegna Fieristica, aprile–maggio 1998

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Lingua e cultura sarda nelle scuole. Problema decennale, ancora irrisolto di Luigi Spanu

16 Luglio 2014 Commenti chiusi

Con questo intervento intendo dare un contributo alla questione sulla cultura e lingua sarda che ancora oggi, dopo decenni di dibattiti, di convegni, di disegni di legge regionali e nazionali continua ad essere dibattuta e non ha dato alcun esito.

L’uomo sin dalla sua apparizione sulla terra ha iniziato a parlare e a sviluppare una lingua che, poi, come patrimonio, è diventata cultura. E questo patrimonio non si deve perdere. È necessario, però che la cultura sia legata alla lingua e la lingua alla cultura. La lingua sarda, che non si è persa per tanti secoli di amministrazione di diversi dominatori, non si perderà 
neppure ora, anche se non si provvederà a tutelarla e a salvaguardarla, si continuerà a parlarla e produrrà storia e cultura.
A detta di Francesco Alziator, il più grande etnografo e docente di tradizioni popolari della Sardegna, la lingua à il miglior indice della profondità della penetrazione di una cultura e di conseguenza anche delle tradizioni e della cultura popolare.
È indubbiamente importante e necessario conoscere la vita dei sardi durante le diverse fasi delle varie dominazioni passate sulla nostra terra, non per fare confronti, o per esaltarle o condannarle; con una conoscenza più adeguata e approfondita, si potrà avere un quadro più reale dell’evolversi della civiltà sarda nei secoli e rendersi conto delle conquiste sociali raggiunte dagli isolani nei periodi di queste dominazioni.
Mentre in altri miei interventi ho presentato la situazione della lingua sarda nei confronti di quelle catalana e castigliana, osservando come queste tre realtà linguistiche riuscirono a convivere, senza che la lingua sarda venisse annientata o fagocitata, – anzi si è notato come la lingua dei nostri avi avesse attinto nuovo vigore e nuova linfa a contatto con queste due civiltà, tanto da allargare il proprio lessico, ora mi sono interessato a divulgare la realtà isolana in tutti i suoi aspetti, con articoli e pubblicazioni.
Ho avuto la possibilità di leggere migliaia e migliaia di documenti dei secoli che vanno dal trecento al settecento esistenti non solo nei nostri archivi, ma soprattutto in quelli stranieri. Ne ho trovato parecchi scritti in sardo ed altri in cui la lingua sarda era inserita in altre lingue e aveva lo stessa parità del catalano, lo spagnolo e il latino. Quando gli aragonesi portarono la loro lingua e le loro istituzioni in Sardegna, hanno creduto opportuno lasciare che il popolo continuasse a parlare la propria lingua. Non l’hanno combattuta per demolirla, anzi la loro lingua ha avuto il potere di dare nuova linfa alla lingua sarda, tanto che gli stessi sardi potevano conoscere discretamente anche la lingua del signore di turno. Tutti i testi degli statuti dei gremi delle Arti e dei mestieri e quelli delle confraternite erano scritti in catalano e, in seguito al passaggio dell’Isola alla dinastia spagnola, con l’unione dei regni iberici, tra cui il Regno di Sardegna, sotto un sovrano castigliano, alla fine del Seicento, ancora gli statuti erano scritti e tramandati in catalano, e alcuni furono tradotti in spagnolo poiché era la nuova lingua del nuovo signore. Ma se si rileggono questi statuti, si nota che accanto alla lingua catalana o a quella spagnola
vi sono parole sarde del mondo agro-pastorale che non avevano il corrispettivo nel catalano o nel castigliano, tratte dalla legislazione sarda della Carta de Logu, che non sono state tradotte poiché il popolo le conosceva ormai nella propria lingua.
In questi ultimissimi anni sono apparsi numerosi lavori che hanno interessato i nostri comuni: è stata così ricuperata la microstoria dei loro territori. Dobbiamo fare in modo che tutto questo studio non si perda ma anzi ne generi altro. È giusto tramandare ai posteri la cultura sarda, non si deve però dimenticare di legarla con la lingua: una cultura senza una lingua non potrà vivere. Fra qualche decennio si studierà la propria cultura nelle aule scolastiche della Sardegna, senza parlare più la lingua che l’ha generata? La lingua è la linfa di un popolo, è stato detto in più di una volta.
Non è vero che la lingua sarda sia povera lessicalmente e sintatticamente, come alcuni hanno scritto, e quindi incapace di consentire un linguaggio metacritico. Io ho usato la lingua sarda nella variante che io conosco bene, ma capisco bene anche gli altri dialetti, come conosco bene le varianti spagnole, che non sono poche; ho avuto modo di parlare con spagnoli di diverse località della Spagna e mi son fatto capire. Per ritornare a quanto ho fatto con la lingua sarda devo dire che ho composto una piccola commedia su un grosso avvenimento della storia cagliaritana e quindi della Sardegna: quello dei moti del 1906 e quelli avvenuti poi in altre località dell’Isola. Mi sono accorto che la lingua sarda ha la possibilità grammaticali e sintattiche nonché metacritiche che hanno le altre lingue europee.
È necessario ricordare quale importanza avrebbe una legge che salvaguardi la cultura sarda. Bisogna provvedere alla conservazione del grosso patrimonio culturale sardo, soprattutto perché nelle scuole e nei paesi si sta recuperando molto materiale del passato e appunto per questo Š necessario creare un sistema archivistico storico sardo e provvedere al reperimento di tutto il materiale archivistico d’interesse per l’Isola, prima che una seconda volta tutto si disperda. Abbiamo un patrimonio che non dovrà essere visto come resistenza a quella cultura paneuropea che va affermandosi anche in Sardegna. È necessario il ricupero anche della lingua, che significa ricupero della coscienza dei sardi. Anche la scuola dovrà fare il suo compito. È necessario prendere coscienza dell’importanza e del peso delle parlate sarde. Non dobbiamo fingere che non esista una lingua sarda, e impedire a questa di operare.
Luigi Spanu
Nuovorientamenti 11 marzo 1998

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PER CONOSCERE LA SARDEGNA L’ISOLA VISTA DAGLI INGLESI di Luigi Spanu

14 Luglio 2014 Commenti chiusi

Oltre vent’anni fa una giornalista di un quotidiano londinese fu in Sardegna per un reportage. Visitò l’Isola allo scopo di riportarne impressioni, considerazioni e immagini che stimolassero gli inglesi a venire in Sardegna. Gli articoli, poi, furono raccolti in un volume di 200 pagine con ventisette foto, scattate dalla stessa giornalista, alcune delle quali molto interessanti e significative .Il libro, edito nel 1968, è composto di sei capitoli e due appendici, e queste, poste a chiusura del libro, sono utili al turista poiché gli presenta un elenco degli alberghi e il modo per giungere in Sardegna.

La giornalista, Mary Delane, presenta agli inglesi un’isola con una realtà diversa da quella presentata circa ottant’anni fa da D. H. Lawrence con “Sea and Sardinia” e da J.W.Tyndale con “Sardinia”, ai quali la scrittrice si riferisce per le notizie storiche inserite nel suo libro, dal titolo, molto originale “Sardinia: the undefeteated Island”(Sardegna: l’isola non vinta). La narrazione della inglese, sciolta, semplice, scorrevole e interessante, parla di un’isola moderna e protesa verso una completa industrializzazione, ma con campagne spopolate e molti problemi sociali da risolvere. Assieme al racconto, notevole significato assumono le immagini, tra le quali quella che presenta la realtà sarda attuale. La giornalista parla dell’espansione dell’edilizia in tutti i centri isolani. Parla anche dell’evoluzione della vita sociale ed economica e della presenza di molte industrie e degli investimenti effettuati in diverse zone turistiche, ed afferma che la Sardegna possiede un patrimonio paesaggistico ed archeologico notevole ancora da sfruttare.
Di Cagliari, la Delane scrive che supera i 200 mila abitanti e che durante l’ultimo conflitto mondiale ebbe la distruzione del 50% delle abitazioni, ma attualmente la città ha mutato assai il suo aspetto. Nota anche che la capitale dell’Isola presenta diverse tracce delle dominazioni: dalla cartaginese alla romana, alla bizantina, alla pisana, alla aragonese e alla spagnola, per ì ruderi dell’anfiteatro romano e per le alte torri pisane, purtroppo chiuse ai turisti. Raggiunta Alghero, dopo la visita del Sulcis, la giornalista inglese abbandona con rammarico la Sardegna, ed immagina la bellez¬za di un soggiorno più lungo per godere il bel sole, le immense spiagge e le splendide scogliere, lambite da acque sempre trasparenti, le grotte stupende e il soave profumo dei fiori e le meravigliose e strane torri coniche: i nuraghi.
Nuovorientamenti, 29 aprile 1990

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Paese di Sedilo in Sardegna di Luigi Spanu

3 Luglio 2014 Commenti chiusi

Centro situato accanto al Lago Omodeo, ad oltre 55 chilometri da Oristano, con più di 2600 abitanti, che si dedicano alle attività agro-pastorali ed artigianali.
Nella chiesa parrocchiale (con strutture quattrocentesche, a tre navate), intitolata al patrono dei pastori San Giovanni Battista, si festeggia, il 24 giugno (con riti religiosi e manifestazioni civili), il Santo con una sagra ripristinata da qualche anno.
Il 16 gennaio, si celebra la festa di Sant’Antonio abate con un grande falò nella piazza. Una volta vi era l’usanza delle serenate alle finestre delle ragazze. In maggio, si ricorda il patrono dei massai Sant’Isidoro, ora in decadenza per la mancanza di contadini.
A breve distanza del paese, in un pendio che si allunga verso il lago Omodeo, si trova il Santuario (forse di origine medievale), dedicato a San Costantino (Sant’Antine, o Santantinu). Le pareti del santuario sono letteralmente tappezzate di ex-voto provenienti da ogni parte dell’isola. In onore del Santo Imperatore, nei giorni 5, 6 e 7 luglio, si celebra una delle feste più suggestive e caratteristiche dell’isola. Una lunga e circostanziata presentazione della manifestazione si trova in “Sagre, riti e feste popolari di Sardegna” a cura di Rossana Copez (“L’Unione Sarda”, 1997).
La favolosa sagra dell’Ardia (manifestazione di abilità e di coraggio tra cavalieri) ha una notevole importanza religiosa, storica ed etnografica per il concorso di una variopinta folla di fedeli e di turisti e per lo spettacolo emozionante della corsa sfrenata di un grosso numero di cavalieri. Questi al galoppo, in una pericolosa carica, si gettano da una collina verso il recinto della chiesa. La corsa dell’Ardia, in questi ultimi anni, viene ripetuta dai sedilesi anche in un processione non a cavallo ma a piedi.
Per l’occasione della festa di San Basilio, il primo di settembre, alla presenza di numerosi sedilesi emigrati, si assiste alla corsa dei ragazzi, sull’asinello.

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1573 – RELAZIONE PER LA COSTRUZIONE DI TORRI COSTIERE IN SARDEGNA di Luigi Spanu

3 Luglio 2014 Commenti chiusi

Non saranno pochi ad essersi chiesto a cosa servissero le torri che si possono vedere lungo le coste della Sardegna. Chi provvide alla loro costruzione, quando furono costruite e chi decise la loro edificazione nei punti in cui ora le vediamo?
Alle domande sopra esposte abbiamo le risposte. Essendoci occupati a fondo della relazione, in castigliano, si sa che don Marco Antonio Camos, capitano di stanza in Iglesias, la compilò nel 1573. La decisione, si legge nella relazione, fu presa dal viceré di Sardegna, don Juan Còloma, barone di Elda, ad un anno di distanza dalla caduta della Goletta di Tunisi, roccaforte musulmana, avvenuta nel 1571, anno della battaglia di Lepanto (in ottobre) vinta dall’armata navale cristiana.
Non solo si riapriva il grosso problema delle incursioni barbaresche lungo le coste della Sardegna, che avevano subìto un rallentamento dopo la spedizione di Carlo V in terra d’Africa (1535); ma anche quello della Spagna, che dominava nell’isola e in alcune parti dell’Italia meridionale; non si avrebbe potuto più controllare il commercio marittimo nell’area del Mediterraneo centrale. Così, con la perdita definitiva della Goletta, la potenza spagnola fu messa fuori gioco sia per quanto riguardava l’Africa sia per quanto si riferiva al resto del Mediterraneo occidentale.
Prima di iniziare i lavori di costruzione delle torri e del rafforzamento delle mura e dei bastioni delle città costiere sarde, il viceré Cóloma, su mandato di Filippo II (re di Spagna), diede istruzioni al capitano Camos, affinché percorresse le coste sarde, per individuare i luoghi in cui era necessario costruire torri d’avvistamento da servire per cingere l’isola con un cordone difensivo atto a mantenere lontano i barbareschi dalla Sardegna. Sarà lo stesso Camos a scrivere che erano necessarie molte torri; e quando intraprese il periplo dell’isola erano con lui il pittore disegnatore Raxis (da intendere oggi Raccis), il maestro maggiore e architetto militare Pirela e il nocchiero Vincenzo Corso. Il capitano aveva allora 29 anni, essendo nato nel 1543, – nella “Enciclopedia Universale ilustrada Europea-americana”, si legge che nacque in Barcellona -.
Il Camos, della famiglia nobile dei Requesens, nacque probabilmente a Cagliari nel 1543, come scritto sopra, poiché la madre era sorella di Gaspare Requesens, che resse la vicaria di Cagliari nel 1575 e sposò il nobile Francesco Camos: questi nel 1557 era Capitano e Castellano della città di Iglesias. Ciò fa supporre anche che Marco Antonio possa essere nato ad Iglesias, sicuramente non in Barcellona.
Intrapresa la carriera militare, raggiunse il grado di capitano della piazzaforte di Iglesias, carica che aveva avuto il padre Francesco, che fu anche castellano della città mineraria. Due anni dopo il periplo della Sardegna, fu nominato governatore della piazzaforte di Alghero, ad opera del viceré barone di Elda, e nello stesso anno fu comandante del Logudoro. Essendo rimasto vedovo e senza figli, il Camos, passò in Spagna ed entrò nell’Ordine dell’Agostina. Fu ottimo teologo ed anche buon poeta. Fu proposto per occupare la sedia arcivescovile di Ivani, ma lo sorprese la morte a Napoli, nel 1606.
Il Camos intraprese il periplo, iniziando da Cagliari, l’ultimo giovedì di maggio del 1572 e, dopo un viaggio di circa quattro mesi, terminò il mercoledì 26 dello stesso anno. Dopo aver effettuato la circumnavigazione dell’isola, dopo quattro mesi di lavoro per individuare i luoghi in cui innalzare le vedette e dopo aver visitato tutti i porti, le cale, i ripari, le spiagge e aver controllato l’interno per oltre 50 chilometri, riferendo anche la situazione delle città e ville, Marco Antonio Camos provvide a stendere una lunga, dettagliata e circostanziata relazione, divisa, in due parti. La prima, nel 1573, in fogli, e la seconda, nello stesso anno, in 21 carte che raccoglieva i disegni del Raxis.
Questa relazione, che si trova nell’Archivio Generale di Simancas (Spagna), fu rintracciata dallo studioso di cose sarde Evandro Pillosu (1). Il quale, dopo aver provveduto alla pubblicazione del libro sulle torri litoranee in Sardegna, apparso nel 1957, in cui non analizza i documenti del Camos, provvide allo studio “Un inedito rapporto cinquecentesco sulla difesa della Sardegna di Marco Antonio Camos” riportato in “Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo”,nn.21-25, (Cagliari 1959-60). Nel lavoro riporta in trascrizione tutto il documento in spagnolo, facendolo precedere da una interessantissima introduzione, che serve a presentarci, in brevi tratti, tutto il lavoro effettuato dal Camos. Inoltre rileva gli interessanti notizie che l’autore delle relazione dà sull’economia e sulla situazione difensiva dei diversi porti e delle zone dell’isola.
Ritornando alla relazione, in cui vengono presentate 132 località marine, ci interessa subito porre in rilievo in quali zone della costa meridionale, nel golfo di Cagliari, il Camos avesse inteso far sorgere le torri d’avvistamento: risulta purtroppo soltanto quella di Cala Regina, che chiama “Sarreyna”. Ma infatti è importante perché il relatore dice che la torre è da costruire nella cala, in territorio della baronia di Quartu, nella collinetta dove sogliono fare la guardia i quartesi. Si deve costruire una piccola vedetta per due uomini. Nel luogo vi è possibilità di trovare la pietra, mentre la sabbia e l’acqua, per la costruzione, si porteranno dalla caletta; la calce necessaria verrà portata da Cagliari e, all’interno, si costruirà una cisterna per la provvista dell’acqua. Secondo la relazione del maestro architetto Pirela, per la costruzione saranno necessari solo 200 scudi e la torre si troverà a cinque miglia dal corrispondente monte Finolo, o Fenugu, e cinque da Quartu, da cui potrà essere rifornita e soccorsa a cavallo, sebbene sarebbe più vantaggioso correre a piedi alla difesa. Dalla torre si potranno scorgere la piazza del “Vergezete”, il porticciolo, la stessa cala Sarreyna, o cala Ytte, e la piazza di Quartu.
Il Camos osserva che nei dintorni non vi è pascolo per nessun genere di bestiame, sebbene nel Vergezete, ve ne sia di ottima qualità; accanto si trova un ruscello d’acqua purissima, che scorre per tutto l’anno. Sono necessarie, a detta del Camos, altre torri, poiché la zona non può essere difesa da una sola torre.
Per conoscere la data di costruzione di detta torre, ci viene incontro lo stesso Evandro Pillosu. Infatti, in “Torri litoranee in Sardegna (Cagliari 1957) si legge che la torre di Cala Sa Reina era stata riparata nel 1605; pertanto la costruzione deve essere sicuramente di circa 25 anni prima, e precisamente del 1578, cinque anni dopo l’indicazione del Camos.
Sempre dal Pillosu, apprendiamo che le altre torri del litorale quartese, che appartenevano alla Baronia di Quartu, si trovavano nella marina: Torre de Mortoriu, Torre di S. Andrea, Torre di Carcangiola e torre de Boca de Rio. Tutte avevano a presidio due guardie. La torre de su Mortoriu, o del Mortorio, o di Cala Martina, a detta di Foiso Fois, in “Torri spagnole e forti piemontesi in Sardegna” (Cagliari 1981), compare nelle carte geografiche, disegnata dal Colombino. Oggi, della torre, abbandonata dopo la seconda guerra mondiale, rimane solo qualche traccia. Anche della torre di S. Andrea, costruita alla fine del Cinquecento, non restano tracce.
In questo primo articolo, a cui ne seguiranno altri, ci interessa presentare in quali zone della costa ogliastrina e del Sarrabus il Camos intendeva far sorgere le torri. Sono dodici i punti, da Monte Santo a capo Carbonara. Per quel che riguarda il Monte Santo il relatore scrive che si doveva innalzare una vedetta per due uomini ed il luogo è uno dei più aspri della Sardegna: roccia tagliata tutto intorno al monte, che non può esser risalito dal mare, se non da una parte e con molta difficoltà. Questa torre sta ad otto miglia di distanza da Baunei, collegata da una pessima strada per uomo a piedi, ma non può essere percorsa a cavallo. Da Baunei provvederanno a fornirla le guardie, sia per i viveri che per la scorta d’acqua. La torre avrà corrispondenza con Cala Chiembar ?, da cui dista venticinque miglia. La spesa non sarà eccessiva, poiché vi provvederanno gli abitanti di Baunei.
il Camos osserva che in tutto questo tratto, che va da Orosei al Monte Santo non c’è luogo dove si possa fermare vascello essendo tutta spiaggia scoperta e terra inutile in tutta la costa.
Nella torre di Arbatax, già esistente al tempo del periplo, si deve fare vedetta per due uomini; sta sedici miglia dalla corrispondente Pitzo e a Lojo di Ogliastra quattro miglia da cui si rifornirà e verrà soccorsa; dal Monte Santo fino a Monte Ferro vi si scorge il mare e il porto dell’Ogliastra. È una cala che ha dalla parte di mezzogiorno una buona vista sia che non possa scoprire la cala che sta a tramontana e sia che per questo verrebbe controllata bene ogni mattina da un corriere a piedi. Il Camos avverte che nel capo di Monte Santo verso mezzogiorno, luogo che si chiama Monte d’Oro, quelli di Baunei di giorno sogliono fare un’altra guardia due uomini a piedi, e un’altra guardia fanno quelli di Ossara nel luogo detto Monte Onosu. Le guardie appaiono infruttuose, perché dalla Torre di Arbatax non si vede nulla e la ragione che danno quelle di Tortoli è che potrà essere che di notte, in tempo di bonaccia approdano alcuni vascelli in Monte Santo. I vascelli viaggiano terra terra e fanno del danno al porto; ciò si può evitare, perché se la guardia deIla Torre non è addormentata, i vascelli da terra sono scoperti e qui, se si facesse tanta diligenza, basterebbe la torre di Orosei, perché quella di Monte d’Oro non crede che faccia qualche effetto.
Nel Giudicato d’Ogliastra si dice che vi sono 23 villaggi, la principale è Tortoli. Questa sta ad un miglio dal mare, circondata da molti luoghi del giudicato, dai quali al suono di una campana si riuniranno più di duemila uomini da combattimento: la maggior parte a cavallo e tutta buona gente; è terra molto abbondante di ogni cosa, sebbene malsana in estate, cioè, quello che sta nel piano, mentre in montagna tutto è sanissimo.
A Tortoli, si legge nella relazione, vi è del commercio e si imbarcano formaggi, pellami e lane e sarebbe molto di più il beneficio se nel luogo dello sbarco si facesse una torre gagliarda che con due pezzi d’artiglieria assicurasse i vascelli che qui si accostano; alcuni vascelli si riparano a ridosso dell’isoletta, nei cui pressi sta l’antica chiesetta di nostra Signora, la quale, per essere stata edificata per una regina di Navarra, come dicono, prende il nome di Navarrese.
A riguardo del Monte del Ferro o Ferru) il Cammos rileva che è una montagna alta e aspra come lo sono quei monti che gli stanno intorno, nella quale esce più al mare, che si chiama Monte Cartuceddu. Si deve fare vedetta per due uomini senza torre, poiché non lo sopporta l’asprezza del luogo. Sta dalla corrispondente del Sapilo diciasette miglia e dieci dalla villa di Tartenia – così chiamata allora – del conte di Quirra da cui vi provvederà le guardie. Si scorge la torre di Arbatax sino a capo Ferra, cioè al mare; non aumenta il suo costo, poiché la stessa guardia sogliono farla quelli di detta villa del monte che essi chiamano della Guardia, e farà maggior effetto in detto luogo di Cartuceddu.
In località Punta Negra, che si dice “Sapilone”, vi è un rialzo degradante verso il mare: è terra del Conte di Quirra. Si deve fare vedetta per due uomini in torre semplice. Vi è la possibilità di pietra e sabbia e dal mare si porterà l’acqua, la calce invece da Monte Santo e, secondo la relazione del maestro generale, si spenderanno 250 scudi. Vi è acqua da bere e sta dalla corrispondente torre di Arbatax otto miglia e quattro da Bari, luogo del detto conte. Potrà essere rifornita da Barì (oggi Barisardo) e dagli altri luoghi del giudicato d’Ogliastra; sarà soccorsa a cavallo, sebbene nel proprio posto sarà più efficace la gente a piedi. Occorrerà però tagliare il bosco che sta all’intorno, con poca spesa, poiché controllerà bene tutta la spiaggia di Bari e la cala che sta di sotto, da cui si riceve danno da parte dei corsari. Non aumenta la spesa per le guardie della torre, poiché, come al solito, la fa Barì in Monte Araxi, la quale comandandola di fare qui, sarà di maggior effetto ed evita le guardie che fanno i cittadini di Tortoli in Monte di San Salvatore e la villa di Airus (?) del conte del luogo detto Sesse. Non vi è pascolo per nessun genere di bestiame.
In Punta di Monterosso, montagnola alta sul mare, vi si deve costruire vedetta per due uomini in torre semplice. Vi è disponibilità di pietra; Ia sabbia e l’acqua si porteranno dal mare e la calce si porterà da Quirra. Secondo la relazione del detto maestro si farà con la spesa di 230 scudi. Controlla Monte Ferro sino a Capo Ferra e le due calette che vi sono in basso. Si nota che in tutta questa costa, cioè da Arbatax sino a Capo Ferrat non c’è posto dove un vascello possa fermarsi, poiché è tutto spiaggia scoperta, se non alcune calette di poca importanza, le quali si possono notare. Dista dalla corrispondente torre di Cartuceddu quindici miglia e quattro o cinque dalle ville del Sarrabus del detto Conte, dalle quali potrà essere rifornita e soccorsa a cavallo; ma sarebbe meglio con la gente a piedi. Al di là della corrispondente darà avviso ai detti luoghi, principalmente a Muravera che sta di fronte. Non aumenterà il costo della guardia, poiché la sogliono fare quelli di Villaputzu nel più alto della montagna, e ancora ora quello che quelli della stessa villa fanno in Santa Maria, la quale è infruttuosa.
(1. continua)
(1)PILLOSU EVANDRO (Villanovafranca 1910-Cagliari 1963). Dopo la laurea in Lettere, iniziò l’insegnamento nelle scuole medie e, diversi anni dopo, fu nominato preside. Si dedicò all’approfondimento di aspetti della storia militare dell’Isola pubblicando alcuni lavori come “Le torri litoranee della Sardegna (1957) e “Difesa costiera, contrabbando. Austriaci e Piemontesi” (1962).
Luigi Spanu

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La città di Iglesias tra il Cinque ed il Seicento, di Luigi Spanu

3 Luglio 2014 Commenti chiusi

POCHE MA SIGNIFICATIVE NOTIZIE TRAMANDATECI DA INFLUENTI SPAGNOLI

Sebbene poche le notizie su Iglesias nel primo periodo del governo spagnolo in Sardegna, esse sono molto significative ed interessanti. Uno dei primi a darci notizie della città mineraria è stato il capitano d’Iglesias Antonio Maria Camos. Egli, avendo avuto l’ordine di controllare i luoghi lungo le coste della Sardegna per la costruzione di strutture adatte all’avvistamento marino, provvide ad effettuare il periplo dell’Isola tra il 1572 e il 1573. In seguito, fece una relazione (in spagnolo) di quanto aveva potuto osservare in questo suo viaggio intorno all’isola. La relazione che si trova nell’Archivio Generale di Simancas (Spagna), fu rintracciata da Evandro Pillosu e pubblicata integralmente nel Bollettino Bibliografico Sardo. Il Camos compilò un rapporto sulla configurazione orizzontale dell’Isola; mise in evidenza la situazione dei porti, delle città, delle calette e lasciò altre notizie che sarebbero servite per la posizione delle torri da costruirsi lungo la costa.
A riguardo di Iglesias, egli scrive che è una città antichissima, la prima ad essere conquistata dagli aragonesi e che, a causa della sua fedeltà, passò molti guai. La città – secondo la descrizione del Camos – si trova ai piedi delle montagne, all’ingresso di una vasta, splendida e molto fertile vallata; fu per questo motivo, si crede, che prese il nome di ‘Vall deslglesyas’; la separano dal mare otto miglia e, nel piano, ha abbondanza di cose necessarie all’uomo per vivere, particolarmente frutta; non produce grano, non perché vi manchi la buona terra adatta per coltivarlo, ma perché le hanno tolto questa possibilità i corsari, quando fu perseguitata da essi; perciò, la popolazione – dice il Camos – è molto impoverita. Aggiunge che Iglesias è terra di acqua buona ed è ricca di cacciagione, cosicché, eliminata la paura dei corsari e, posto fine alle liti con i baroni vicini e con l’arcivescovo, si può dire che è una delle migliori terre di questo regno.
La città, sì legge più avanti, ha un castello che è in cattive condizioni, essendo stato distrutto da alcuni ufficiali di sua maestà nel tempo in cui avrebbero dovuto tenerlo su, ma che ancora potrà essere riparato in modo che, ad un segnale d’allarme, vi si possa raccogliere tutta la gente in difesa della città, come sua maestà aveva ordinato di fare durante la visita fatta nell’anno precedente. Sarebbe molto utile la fortificazione, scrive ancora il capitano d’Iglesias, perché attorno alla città vi sono miniere ricche d’argento e altri minerali, tra cui il turchese, che lui aveva avuto modo di vedere.
Altro cittadino spagnolo che ha scritto dì Iglesias è il visitatore generale Martin Carrillo, uomo di vasta cultura che, nel 1611, fu inviato in Sardegna dal re di Spagna per un controllo sulla situazione sociale ed economica, ma soprattutto finanziaria. A Cagliari, nel convento di Bonaria, stese una relazione (in lingua spagnola), pubblicata l’anno successivo. Sulla città d’Iglesias lo scrittore spagnolo nota che è cinta di mura antiche e che, nel suo distretto, vi sono molte miniere di oro, argento, piombo, ferro e, alcune, anche di turchese; ma poiché i pozzi delle miniere sono molto profondi (circa 300 braccia) vi è difficoltà ad entrarvi e quindi, dì esse, la città non pur avvantaggiarsene.
Nuovorientamenti, 13 giugno 1999

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