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1573 – RELAZIONE PER LA COSTRUZIONE DI TORRI COSTIERE IN SARDEGNA di Luigi Spanu

3 Luglio 2014

Non saranno pochi ad essersi chiesto a cosa servissero le torri che si possono vedere lungo le coste della Sardegna. Chi provvide alla loro costruzione, quando furono costruite e chi decise la loro edificazione nei punti in cui ora le vediamo?
Alle domande sopra esposte abbiamo le risposte. Essendoci occupati a fondo della relazione, in castigliano, si sa che don Marco Antonio Camos, capitano di stanza in Iglesias, la compilò nel 1573. La decisione, si legge nella relazione, fu presa dal viceré di Sardegna, don Juan Còloma, barone di Elda, ad un anno di distanza dalla caduta della Goletta di Tunisi, roccaforte musulmana, avvenuta nel 1571, anno della battaglia di Lepanto (in ottobre) vinta dall’armata navale cristiana.
Non solo si riapriva il grosso problema delle incursioni barbaresche lungo le coste della Sardegna, che avevano subìto un rallentamento dopo la spedizione di Carlo V in terra d’Africa (1535); ma anche quello della Spagna, che dominava nell’isola e in alcune parti dell’Italia meridionale; non si avrebbe potuto più controllare il commercio marittimo nell’area del Mediterraneo centrale. Così, con la perdita definitiva della Goletta, la potenza spagnola fu messa fuori gioco sia per quanto riguardava l’Africa sia per quanto si riferiva al resto del Mediterraneo occidentale.
Prima di iniziare i lavori di costruzione delle torri e del rafforzamento delle mura e dei bastioni delle città costiere sarde, il viceré Cóloma, su mandato di Filippo II (re di Spagna), diede istruzioni al capitano Camos, affinché percorresse le coste sarde, per individuare i luoghi in cui era necessario costruire torri d’avvistamento da servire per cingere l’isola con un cordone difensivo atto a mantenere lontano i barbareschi dalla Sardegna. Sarà lo stesso Camos a scrivere che erano necessarie molte torri; e quando intraprese il periplo dell’isola erano con lui il pittore disegnatore Raxis (da intendere oggi Raccis), il maestro maggiore e architetto militare Pirela e il nocchiero Vincenzo Corso. Il capitano aveva allora 29 anni, essendo nato nel 1543, – nella “Enciclopedia Universale ilustrada Europea-americana”, si legge che nacque in Barcellona -.
Il Camos, della famiglia nobile dei Requesens, nacque probabilmente a Cagliari nel 1543, come scritto sopra, poiché la madre era sorella di Gaspare Requesens, che resse la vicaria di Cagliari nel 1575 e sposò il nobile Francesco Camos: questi nel 1557 era Capitano e Castellano della città di Iglesias. Ciò fa supporre anche che Marco Antonio possa essere nato ad Iglesias, sicuramente non in Barcellona.
Intrapresa la carriera militare, raggiunse il grado di capitano della piazzaforte di Iglesias, carica che aveva avuto il padre Francesco, che fu anche castellano della città mineraria. Due anni dopo il periplo della Sardegna, fu nominato governatore della piazzaforte di Alghero, ad opera del viceré barone di Elda, e nello stesso anno fu comandante del Logudoro. Essendo rimasto vedovo e senza figli, il Camos, passò in Spagna ed entrò nell’Ordine dell’Agostina. Fu ottimo teologo ed anche buon poeta. Fu proposto per occupare la sedia arcivescovile di Ivani, ma lo sorprese la morte a Napoli, nel 1606.
Il Camos intraprese il periplo, iniziando da Cagliari, l’ultimo giovedì di maggio del 1572 e, dopo un viaggio di circa quattro mesi, terminò il mercoledì 26 dello stesso anno. Dopo aver effettuato la circumnavigazione dell’isola, dopo quattro mesi di lavoro per individuare i luoghi in cui innalzare le vedette e dopo aver visitato tutti i porti, le cale, i ripari, le spiagge e aver controllato l’interno per oltre 50 chilometri, riferendo anche la situazione delle città e ville, Marco Antonio Camos provvide a stendere una lunga, dettagliata e circostanziata relazione, divisa, in due parti. La prima, nel 1573, in fogli, e la seconda, nello stesso anno, in 21 carte che raccoglieva i disegni del Raxis.
Questa relazione, che si trova nell’Archivio Generale di Simancas (Spagna), fu rintracciata dallo studioso di cose sarde Evandro Pillosu (1). Il quale, dopo aver provveduto alla pubblicazione del libro sulle torri litoranee in Sardegna, apparso nel 1957, in cui non analizza i documenti del Camos, provvide allo studio “Un inedito rapporto cinquecentesco sulla difesa della Sardegna di Marco Antonio Camos” riportato in “Nuovo Bollettino Bibliografico Sardo”,nn.21-25, (Cagliari 1959-60). Nel lavoro riporta in trascrizione tutto il documento in spagnolo, facendolo precedere da una interessantissima introduzione, che serve a presentarci, in brevi tratti, tutto il lavoro effettuato dal Camos. Inoltre rileva gli interessanti notizie che l’autore delle relazione dà sull’economia e sulla situazione difensiva dei diversi porti e delle zone dell’isola.
Ritornando alla relazione, in cui vengono presentate 132 località marine, ci interessa subito porre in rilievo in quali zone della costa meridionale, nel golfo di Cagliari, il Camos avesse inteso far sorgere le torri d’avvistamento: risulta purtroppo soltanto quella di Cala Regina, che chiama “Sarreyna”. Ma infatti è importante perché il relatore dice che la torre è da costruire nella cala, in territorio della baronia di Quartu, nella collinetta dove sogliono fare la guardia i quartesi. Si deve costruire una piccola vedetta per due uomini. Nel luogo vi è possibilità di trovare la pietra, mentre la sabbia e l’acqua, per la costruzione, si porteranno dalla caletta; la calce necessaria verrà portata da Cagliari e, all’interno, si costruirà una cisterna per la provvista dell’acqua. Secondo la relazione del maestro architetto Pirela, per la costruzione saranno necessari solo 200 scudi e la torre si troverà a cinque miglia dal corrispondente monte Finolo, o Fenugu, e cinque da Quartu, da cui potrà essere rifornita e soccorsa a cavallo, sebbene sarebbe più vantaggioso correre a piedi alla difesa. Dalla torre si potranno scorgere la piazza del “Vergezete”, il porticciolo, la stessa cala Sarreyna, o cala Ytte, e la piazza di Quartu.
Il Camos osserva che nei dintorni non vi è pascolo per nessun genere di bestiame, sebbene nel Vergezete, ve ne sia di ottima qualità; accanto si trova un ruscello d’acqua purissima, che scorre per tutto l’anno. Sono necessarie, a detta del Camos, altre torri, poiché la zona non può essere difesa da una sola torre.
Per conoscere la data di costruzione di detta torre, ci viene incontro lo stesso Evandro Pillosu. Infatti, in “Torri litoranee in Sardegna (Cagliari 1957) si legge che la torre di Cala Sa Reina era stata riparata nel 1605; pertanto la costruzione deve essere sicuramente di circa 25 anni prima, e precisamente del 1578, cinque anni dopo l’indicazione del Camos.
Sempre dal Pillosu, apprendiamo che le altre torri del litorale quartese, che appartenevano alla Baronia di Quartu, si trovavano nella marina: Torre de Mortoriu, Torre di S. Andrea, Torre di Carcangiola e torre de Boca de Rio. Tutte avevano a presidio due guardie. La torre de su Mortoriu, o del Mortorio, o di Cala Martina, a detta di Foiso Fois, in “Torri spagnole e forti piemontesi in Sardegna” (Cagliari 1981), compare nelle carte geografiche, disegnata dal Colombino. Oggi, della torre, abbandonata dopo la seconda guerra mondiale, rimane solo qualche traccia. Anche della torre di S. Andrea, costruita alla fine del Cinquecento, non restano tracce.
In questo primo articolo, a cui ne seguiranno altri, ci interessa presentare in quali zone della costa ogliastrina e del Sarrabus il Camos intendeva far sorgere le torri. Sono dodici i punti, da Monte Santo a capo Carbonara. Per quel che riguarda il Monte Santo il relatore scrive che si doveva innalzare una vedetta per due uomini ed il luogo è uno dei più aspri della Sardegna: roccia tagliata tutto intorno al monte, che non può esser risalito dal mare, se non da una parte e con molta difficoltà. Questa torre sta ad otto miglia di distanza da Baunei, collegata da una pessima strada per uomo a piedi, ma non può essere percorsa a cavallo. Da Baunei provvederanno a fornirla le guardie, sia per i viveri che per la scorta d’acqua. La torre avrà corrispondenza con Cala Chiembar ?, da cui dista venticinque miglia. La spesa non sarà eccessiva, poiché vi provvederanno gli abitanti di Baunei.
il Camos osserva che in tutto questo tratto, che va da Orosei al Monte Santo non c’è luogo dove si possa fermare vascello essendo tutta spiaggia scoperta e terra inutile in tutta la costa.
Nella torre di Arbatax, già esistente al tempo del periplo, si deve fare vedetta per due uomini; sta sedici miglia dalla corrispondente Pitzo e a Lojo di Ogliastra quattro miglia da cui si rifornirà e verrà soccorsa; dal Monte Santo fino a Monte Ferro vi si scorge il mare e il porto dell’Ogliastra. È una cala che ha dalla parte di mezzogiorno una buona vista sia che non possa scoprire la cala che sta a tramontana e sia che per questo verrebbe controllata bene ogni mattina da un corriere a piedi. Il Camos avverte che nel capo di Monte Santo verso mezzogiorno, luogo che si chiama Monte d’Oro, quelli di Baunei di giorno sogliono fare un’altra guardia due uomini a piedi, e un’altra guardia fanno quelli di Ossara nel luogo detto Monte Onosu. Le guardie appaiono infruttuose, perché dalla Torre di Arbatax non si vede nulla e la ragione che danno quelle di Tortoli è che potrà essere che di notte, in tempo di bonaccia approdano alcuni vascelli in Monte Santo. I vascelli viaggiano terra terra e fanno del danno al porto; ciò si può evitare, perché se la guardia deIla Torre non è addormentata, i vascelli da terra sono scoperti e qui, se si facesse tanta diligenza, basterebbe la torre di Orosei, perché quella di Monte d’Oro non crede che faccia qualche effetto.
Nel Giudicato d’Ogliastra si dice che vi sono 23 villaggi, la principale è Tortoli. Questa sta ad un miglio dal mare, circondata da molti luoghi del giudicato, dai quali al suono di una campana si riuniranno più di duemila uomini da combattimento: la maggior parte a cavallo e tutta buona gente; è terra molto abbondante di ogni cosa, sebbene malsana in estate, cioè, quello che sta nel piano, mentre in montagna tutto è sanissimo.
A Tortoli, si legge nella relazione, vi è del commercio e si imbarcano formaggi, pellami e lane e sarebbe molto di più il beneficio se nel luogo dello sbarco si facesse una torre gagliarda che con due pezzi d’artiglieria assicurasse i vascelli che qui si accostano; alcuni vascelli si riparano a ridosso dell’isoletta, nei cui pressi sta l’antica chiesetta di nostra Signora, la quale, per essere stata edificata per una regina di Navarra, come dicono, prende il nome di Navarrese.
A riguardo del Monte del Ferro o Ferru) il Cammos rileva che è una montagna alta e aspra come lo sono quei monti che gli stanno intorno, nella quale esce più al mare, che si chiama Monte Cartuceddu. Si deve fare vedetta per due uomini senza torre, poiché non lo sopporta l’asprezza del luogo. Sta dalla corrispondente del Sapilo diciasette miglia e dieci dalla villa di Tartenia – così chiamata allora – del conte di Quirra da cui vi provvederà le guardie. Si scorge la torre di Arbatax sino a capo Ferra, cioè al mare; non aumenta il suo costo, poiché la stessa guardia sogliono farla quelli di detta villa del monte che essi chiamano della Guardia, e farà maggior effetto in detto luogo di Cartuceddu.
In località Punta Negra, che si dice “Sapilone”, vi è un rialzo degradante verso il mare: è terra del Conte di Quirra. Si deve fare vedetta per due uomini in torre semplice. Vi è la possibilità di pietra e sabbia e dal mare si porterà l’acqua, la calce invece da Monte Santo e, secondo la relazione del maestro generale, si spenderanno 250 scudi. Vi è acqua da bere e sta dalla corrispondente torre di Arbatax otto miglia e quattro da Bari, luogo del detto conte. Potrà essere rifornita da Barì (oggi Barisardo) e dagli altri luoghi del giudicato d’Ogliastra; sarà soccorsa a cavallo, sebbene nel proprio posto sarà più efficace la gente a piedi. Occorrerà però tagliare il bosco che sta all’intorno, con poca spesa, poiché controllerà bene tutta la spiaggia di Bari e la cala che sta di sotto, da cui si riceve danno da parte dei corsari. Non aumenta la spesa per le guardie della torre, poiché, come al solito, la fa Barì in Monte Araxi, la quale comandandola di fare qui, sarà di maggior effetto ed evita le guardie che fanno i cittadini di Tortoli in Monte di San Salvatore e la villa di Airus (?) del conte del luogo detto Sesse. Non vi è pascolo per nessun genere di bestiame.
In Punta di Monterosso, montagnola alta sul mare, vi si deve costruire vedetta per due uomini in torre semplice. Vi è disponibilità di pietra; Ia sabbia e l’acqua si porteranno dal mare e la calce si porterà da Quirra. Secondo la relazione del detto maestro si farà con la spesa di 230 scudi. Controlla Monte Ferro sino a Capo Ferra e le due calette che vi sono in basso. Si nota che in tutta questa costa, cioè da Arbatax sino a Capo Ferrat non c’è posto dove un vascello possa fermarsi, poiché è tutto spiaggia scoperta, se non alcune calette di poca importanza, le quali si possono notare. Dista dalla corrispondente torre di Cartuceddu quindici miglia e quattro o cinque dalle ville del Sarrabus del detto Conte, dalle quali potrà essere rifornita e soccorsa a cavallo; ma sarebbe meglio con la gente a piedi. Al di là della corrispondente darà avviso ai detti luoghi, principalmente a Muravera che sta di fronte. Non aumenterà il costo della guardia, poiché la sogliono fare quelli di Villaputzu nel più alto della montagna, e ancora ora quello che quelli della stessa villa fanno in Santa Maria, la quale è infruttuosa.
(1. continua)
(1)PILLOSU EVANDRO (Villanovafranca 1910-Cagliari 1963). Dopo la laurea in Lettere, iniziò l’insegnamento nelle scuole medie e, diversi anni dopo, fu nominato preside. Si dedicò all’approfondimento di aspetti della storia militare dell’Isola pubblicando alcuni lavori come “Le torri litoranee della Sardegna (1957) e “Difesa costiera, contrabbando. Austriaci e Piemontesi” (1962).
Luigi Spanu

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