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Archivio Agosto 2014

Influenza spagnola in Sardegna (Conferenza tenuta nel salone dell’Associazione ”Focus” da Luigi Spanu)

19 Agosto 2014 Commenti chiusi

Gentili signore e signori, buona sera. A me l’incarico di iniziare la serata di studi, dopo i saluti delle autorità e la premessa del presidente dell’associazione. Innanzi tutto ringrazio l’associazione Focus per avermi dato la possibilità di parlare a questo grazioso pubblico e nello stesso tempo poter dire che il mio intervento riguarda, come è stampato nel programma, quanto vi è ancora dell’opera lasciata ai posteri dai sardi che vissero con i governanti che per quattro secoli sono stati i signori della Sardegna. Qualche decennio fa si diceva che gli spagnoli avevano distrutto tutto e, lasciando l’isola, donata ai piemontesi, avevano portato via tutti i loro lavori o bruciato i documenti di questo lungo periodo chiamato dagli storici “La Sardegna spagnola”. Tutto falso e lo dimostrerò con questo mio intervento di quaranta minuti, poco tempo per esporre quantità di volumi scritti o da scrivere su questo lunghissimo periodo di storia sardo-spagnola.
Ma prima devo riassumere in brevi linee il periodo che va dal 1323, anno dello sbarco degli eserciti catalano-aragonesi in Palmas Suergiu, fino al 1720 quando gli spagnoli lasciarono la Sardegna. Quindi i catalano-aragonesi, portando la guerra nell’Isola, la conquistano, prima assieme agli arborensi e, dal 1360, entrano in lotta proprio con gli alleati, essendosi rivoltati. La lotta durò fino al 1450, ma continuò con le sollevazioni soprattutto degli arborensi fino al 1478, con la loro definitiva sconfitta nella piana di Macomer: nello stesso tempo la Spagna si formava come nazione a seguito del matrimonio della regina di Castiglia Isabella e del re d’Aragona Fernando, chiamati dagli storici i re cattolici.
Sia nel Millecinquecento, come nel Seicento la pace nell’isola veniva rotta soltanto con la tentata invasione dei francesi in Oristano, nel 1637, sconfitti dalle milizie sarde, e dalle diverse incursioni barbaresche in tutte le parti delle coste sarde; infine, nel 1708 con lo sbarco delle truppe anglolandesi ed austriache comandate dall’inglese Lake che conquistavano Cagliari e quindi la Sardegna. L’Austria dominò nell’Isola sino al 1718, quando le truppe spagnole, sbarcate lungo la costa cagliaritana, riconquistarono la Città e l’isola e la Sardegna passò, con il trattato di Londra, dopo la guerra di successione spagnola, ai Savoia nel 1720. Questo in grande linee la storia dell’isola dal 1323 al 1720. Sono passati circa tre secoli, ma ancora le orme della Spagna si possono vedere in tanti aspetti della vita quotidiana dei sardi.
Prima di entrare nell’argomento sull’influenza spagnola in Sardegna, è bene dare delle notizie sulla società, sul lavoro, sull’assistenza e la sanità e su altri aspetti della vita di quel periodo, tale da avere un piccolo quadro di quanto saranno imperniati di vita ispanica i secoli successivi. Queste note che presenterò sono in parte estrapolate dal lavoro “Cagliari nel Seicento”, dallo studio dello spagnolo Joaquín Arce “Spagna in Sardegna” e da miei lavori e da quelli di altri studiosi.
Per quanto riguarda l’organizzazione sociale, la classe nobiliare, una delle componenti più importanti della vita quotidiana della società cagliaritana, partecipava ai lavori parlamentari (tra parentesi, dal 1450 al 1700 funzionò in Sardegna il parlamento che si riuniva ogni quattro anni su chiamata del viceré spagnolo. Si riuniva in tre bracci (nobiltà, ecclesiastico e reale, ossia dei comuni) per chiedere ai sovrani miglioramenti e detassazioni, e riforniva al potere sovrano un appannaggio annuale chiamato donativo); inoltre, i nobili contribuivano ai mutamenti della vita economico-sociale; fu, però, in lotta continua con il potere viceregio e si scontrò con il potere sovrano per strappare privilegi che servissero a darle una posizione politica superiore.
La nobiltà occupò alcuni posti eminenti nelle cariche militari e governative, non solo nell’isola, ma anche in Spagna; partecipò alle guerre che i sovrani spagnoli conducevano in Europa ed ebbe in contropartita titoli e feudi.
Nel Cinquecento, gli aristocratici ottennero dal sovrano diversi privilegi, come li ebbe la borghesia, con titoli nobiliari, concessione di posti di responsabilità, ma combatterono la politica interna del sovrano. Il quale non concedeva posti di responsabilità per i figli dei nobili, anzi creava nobili e cavalieri anche nella borghesia, con lo scopo di incamerare somme necessarie per la sua politica finanziaria in continuo dissesto.
I nobili, che facevano vita di Corte, avevano incarichi nelle diverse strutture governative; alcuni venivano nominati cavallerizzi regi, altri alabardieri, portolani, capitani delle torri, altri ancora governatori nelle città regie. Il ceto nobiliare sardo era una classe composita, divisa in gerarchie rigorosamente osservate. Nei feudi esercita¬va diritti feudali con pienezza di poteri che l’assolutismo regio non era riuscito a logorare. Non tutti i nobili partecipavano ai lavori parlamentari, solo quelli che avevano ricevuto l’autorizzazione ad esercitare l’ufficio assegnato dopo un periodo di tirocinio. Essendo molto religiosi, molte famiglie nobili avevano in casa anche un piccolo altare, davanti al quale si riunivano per pregare, per varie ricorrenze familiari, come nascite e matrimoni; possedevano anche una cappella di famiglia nelle chiese conventuali, fuori del Castello, in cui seppellivano i loro estinti, perché nel castro non vi erano templi in cui tumulare i morti; così li portavano nelle cappelle della chiesa di San Francesco di Stampace, fuori le mura, o in quella dei Cappuccini di S. Antonio da Padova, nella chiesa di S. Domenico, o in Bonaria.
Tra gli svaghi della nobiltà vi era la caccia, l’arte del cavalcare, l’addestramento militare di equitazione e le lezioni di scherma per mantenersi in esercizio continuo, perché i duelli erano molto frequenti. Gli aristocratici facevano parte della confraternita del santo Monte di Pietà col compito di curare l’anima e il corpo dei poveri, privi di ogni possibilità, e di provvedere ad essi con medicinali, medici e alimenti; inoltre, avevano il compito di concedere generosamente doti alle orfanelle di modestissima condizione, di elemosinare nella Cattedrale, durante le messe domenicali, per i poveri che si vergognavano di chiedere l’elemosina e di assistere il condannato a morte nelle settantadue ore precedenti l’esecuzione, in una sala che era conosciuta come sala del confortatorio. Ogni nobile apparteneva ad uno dei quattro ordini cavallereschi spagnoli: da quello di Santiago, il più antico, il più nobile ed il più potente, a quelli di Calatrava, Alcantara e Montera. Condizioni necessarie per essere ammesso a far parte di uno degli ordini erano la legittimità, la purezza del sangue e la nobiltà del lignaggio. Non potevano essere eletti nel consiglio comunale. Nel corso del Seicento i cavalieri raggiungevano il centinaio. Nelle cerimonie e nelle processioni, vestivano l’abito dell’Ordine, che era composto da un lungo mantello, nel quale era ricamato lo stemma dell’Ordine cavalleresco a cui il nobile apparteneva. Sia nelle cerimonie che nelle processioni, gli Ordini occupavano un posto ben preciso.
Il ceto medio conduceva una vita molto semplice, ma sempre migliore di quella del popolo; ad esso appartenevano i commercianti, gli armatori, provenienti da diverse località della Spagna e dell’Italia, stanziatisi nella capitale sarda e possedevano grossi censi derivanti da traffici marittimi, dalla vendita di grosse quantità di merci, di carni e di cuoi. I borghesi vivevano in case con più vani, arredate con mobili di gran pregio. I proprietari di grossi empori, accanto ai quali vi era la stalla dove sostavano i carri e i cavalli, vivevano in abitazione sovrastanti il negozio.
I borghesi di alto censo, arricchitisi col commercio e con l’attività bancaria e divenuti, in un certo senso, anch’essi degli aristocratici, possedevano carri, case, terreni e grosse quantità di denaro. Alla stessa categoria appartenevano ¡ notai, gli speziali, i medici, gli avvocati, i piccoli commercianti e grossi artigiani, persone che riuscivano a crearsi condizioni economiche discrete od anche buone. Inoltre, essi potevano essere eletti nel consiglio comunale. All’ultimo posto nella scala sociale vi era il popolo. Vita difficile e grama per il ceto popolare, che non contava nulla nella vita sociale cittadina, sebbene gli artigiani fossero riusciti ad entrare nel Consiglio Municipale attraverso le rappresentanze dei sobborghi. Il popolo viveva nelle appendici, in abitazioni ad un solo piano, sovraffollato ma decoroso, che parevano tuguri, in un’unica stanza: soggiorno, stanza da pranzo e stanza da letto. Le case popolari, con poca aria e poca luce, si aprivano in strade tanto strette che i carri passavano sfiorando i muri delle abitazioni.
Gli artigiani più fortunati vivevano in piccole dimore nelle quali il piano terra era occupato dalla bottega, e nell’ammezzato, a cui si accedeva per una ripida scala, era riservato ad ufficio e ad abitazione.
Nei quartieri, abitati in maggioranza da persone degli strati sociali più umili, la popolazione si agglomerava in case basse e di piccole dimensioni. Certe volte disponevano di un solo vano , dove i componenti vivevano in promiscuità, alle volte assieme agli animali da cortile, asinello, che serviva per le macine e con il maiale erano le loro uniche ricchezze.
All’ozio e al fasto delle classi superiori facevano riscontro, all’estremo opposto, la fatica, la miseria, gli stenti della grande massa, la più sfruttata e la più oppressa. Nelle famiglie povere la vita era molto modesta e l’educazione dei figli molto meno formalistica, più adatta a fare dei giovani dei bravi artigiani e dei valenti operai. Lo stato di povertà si poteva riscontrare nel numero elevato di accattoni, come si rileva dalle molte grida che riguardavano appunto mendicanti e vagabondi. Se, fra la nobiltà, la donna arrivava al matrimonio già preparato dai genitori, nell’area popolare la giovane non aveva nessun promesso sposo già predestinato, ma le capitava di trovare marito per puro caso. Con il fidanzamento, si aveva una promessa di matrimonio che raramente veniva infranta. Vi era quindi l’incontro delle due famiglie. Il fidanzato, con la propria famiglia, presentava “sa domanda”, cioè richiedeva in forma ufficiale la mano della propria ragazza. Dopo il saluto di rito, il padre del fidanzato, rivolgendosi al padre della fidanzata, gli comunicava che era contento di dare suo figlio a sua figlia. Si arrivava, quindi, al matrimonio, dopo che la madre della sposa aveva prov¬veduto a riempire la cassapanca delle nozze con il corredo. Spesso la donna conosceva il futuro sposo da lontano, amoreggiando dal balcone: lui di sotto, nella via, e lei in alto nella finestra, o nella soglia della casa, controllata dai familiari. Questo tipo di amoreggiamento, che a Cagliari si poteva ancora vedere negli anni trenta e quaranta (ed io ragazzo, l’ho potuto vedere) era detto “su fastiggiu” (dal cat. “festeig”) ed era fatto di sguardi e di cenni.
Nelle famiglie patrizie il primogenito ereditava tutti i beni, con l’impegno di conservarli integri e di tramandarli, assieme al nome, ai futuri discendenti, tanto che i matrimoni erano tra consanguinei. Per gli altri maschi, chiamati cadetti, non si poneva il problema dell’eredità, perché venivano avviati alla carriera militare, o diplomatica, allo scopo di conquistarsi un cavalierato e poi ottenere la nobiltà, dando così inizio ad un altro casato. Le femmine avevano la possibilità del matrimonio con primogeniti patrizi, o il velo monacale, oppure diventavano dame di corte: perciò la loro educazione era svolta in funzione di queste possibilità. Un personaggio, che preparava i matrimoni, soprattutto nelle famiglie di ceto borghese e del popolo, era il “paralimpu”, figura che si trovava ancora fino alla prima metà del XX secolo, soprattutto nei paesi; il paraninfo, il sensale dei matrimoni, o anche mezzano, (figura oggi presa dalle agenzie matrimoniali), era un regista di incontri e di approcci prefabbricati tra persone di diverso sesso, aspiranti al matrimonio; egli era incaricato di dirigere l’avvicinamento e l’abbordaggio degli amanti con il consenso dei genitori; in spagnolo esiste la stesso vocabolo, come mezzano, ma vuol dire anche colui che fa la prolusione. In occasione della nascita di un figlio, in famiglia si facevano grandi feste, soprattutto se si trattava di un maschio. La prima educazione dei figli era demandata alla madre. Dolcezza e severità si alternavano, ma vi erano anche bastonate. A sette anni i figli venivano mandati dai parroci che, oltre ad insegnare loro il catechismo, come voleva il Concilio di Trento, davano i primi rudimenti di lettura, di scrittura e di conto: cioè, preparavano i giovani alla vita.
A dieci anni i figli del popolo entravano nelle botteghe artigiane, per imparare un mestiere. Venivano presi sotto la tutela di un maestro e iniziava, così, per il ragazzo, la vita di apprendista, che poi l’avrebbe portato ad entrare in un gremio artigianale. Lo studio e la cultura erano riservati ai figli più fortunati che potevano avere precettori, i quali insegnavano loro a leggere, a scrivere e a far di conto. Quindi, questi ragazzi continuavano gli studi sino a giungere alla laurea.
Le fanciulle, invece, restavano in casa ad aiutare la madre nei lavori casalinghi, a ricamare e a preparare il corredo per il loro eventuale matrimonio; ma avevano anche la possibilità di seguire le scuole nelle aule della parrocchia, dove i chierici insegnavano loro la religione e le educavano ad essere buone cristiane per provvedere ai figli e alla casa, sottomesse però alla volontà del marito. Al riguardo, non vi era differenza fra la classe nobile, quella borghese e quella popolare. I figli degli aristocratici si recavano nelle scuole in Spagna, oppure entravano nei collegi cittadini, mentre i figli dei professionisti seguivano gli studi nelle scuole comunali e poi entravano nell’Università; dall’ateneo uscivano con una preparazione che dava loro modo di esercitare nobilmente una professione.
Prima che venissero istituite le scuole comunali, tenute dagli Scolopi, non erano molti gli adolescenti che potevano frequentare le scuole. Con il 1641 inizia l’attività scolastica anche per i figli del popolo che potevano continuare gli studi fino all’università, che nella seconda metà del Seicento vede aumentare di molto il numero degli iscritti, anche perché si era intrapresa la politica di ridurre l’importo delle tasse d’iscrizione e della frequenza. Nel Cinquecento i Gesuiti fondano le scuole in Cagliari, Sassari e in altri centri dell’Isola; l’iglesiente Nicolò Canelles introduce prima ad Iglesias e poi a Cagliari la tipografia e l’edito¬ria, pubblicando numerosi testi di carattere sociale, letterario ed ecclesiastico. Nel Seicento sorgono le Università, a Cagliari nel 1626 e a Sassari nel 1635; nascono le cattedre di Giurisprudenza, Medicina, Teologia, Filosofia ed arte. Giungono a Cagliari i calasanziani, che fondano nel 1640, come detto sopra, le scuole per tutti, dalle elementari agli studi superiori, ed aprono scuole in molti altri centri isolani. Il Soto Real, un cronista del Seicento, scrive che nella seconda metà del sec. XVII a Cagliari c’erano otto strutture scolastiche per una popolazione di circa 15mila abitanti. Intanto anche le tipografie si raddoppiano, dopo quella del Canelles, sempre a Cagliari sorge nella seconda mera del Seicento, quella tenuta dai mercedari e poi quella dei domenicani. Si stampano nel secolo XVII più di duecento opere tra le quali di alcuni letterati cagliaritani; anche a Sassari viene impiantata una stamperia nella seconda metà del Seicento. Sia nel Cinquecento che nel Seicento letterati sardi pubblicano delle opere di grande impegno. Ricordiamo l’algherese Antonio Lo Frasso, che pubblica in Barcellona tre opere, il cagliaritano Baeza con due lavori in latino e uno in greco, i cagliaritani Giuseppe Delitala, con un raccolta di liriche di vario metro e genere, e Giuseppe Zatrilla, autore del primo romanzo sardo ambientato a Toledo, ma riguarda invece la società cagliaritana ed altri. Anche il teatro è un aspetto che viene curato, soprattutto dai gesuiti e dagli scolopi, con accademie e incontri di cultura. Nell’arte, possiamo dire che dal Quattrocento al Settecento si sviluppano le architetture chiesastiche, dal gotico aragonese al rinascimentale e infine al barocco. In tutti i centri grandi e piccoli sorgono chiese; a Cagliari abbiamo nel Quattro, Cinque e Seicento le chiese di San Giacomo, di Santa Rosalia, di Sant’Eulalia, del Sepolcro, di San Francesco di Paola, di San Benedetto, di San Mauro, della Purissima, di Santa Caterina, di San Lucifero, dell’Annunziata, di San Michele e tante altre; in ogni paese sorgono chiese in stile gotico, e a Pirri le chiese di San Pietro Apostolo e di Santa Rosalia.
Dal Quattrocento al Settecento sono molti i pittori che esercitano l’arte pittorica; sorge a Cagliari la bottega di Stampace con i Cavaro e i Mainas ed altri. Una grande serie di quadri sono rimasti a Cagliari, Sassari, Iglesias, e in diversi centri isolani ad opera di pittori aragonesi, catalani, spagnoli e sardi, basta ricordare i molti trittici e i polittici che si ammirano oggi nelle sale della pinacoteca della Cittadella dei Musei.
Un altro aspetto riguarda l’organizzazione del lavoro con i gremì, associazioni d’arti e mestieri organizzate in strutture rigide che controllavano tutto il lavoro da quello delle botteghe artigiane a quello dei manufatti, ai bisogni della sanità e dell’assistenza, il cosiddetto moderno Welfare, alla organizzazione del seppellimento e dell’assistenza ai figli e alle vedove. I gremì erano corporazioni di lavoratori che regolavano l’apprendistato, attribuivano il titolo di maestro, dirigevano i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore e prescrivevano norme di mutua assistenza nel caso di malattia, povertà e inabilità al lavoro. Provvedevano ai funerali, ai suffragi per i defunti, al soccorso delle vedove e degli eredi e ad assegnare doti alle figlie dei consociati. I gremì dovevano risiedere in un edificio sacro, dove doveva¬no tenere le riunioni; avevano norme di provenienza catalana e funzionavano come organo di diffusione di costume e di conseguenza come condizionatore del modo di pensare. Furono per secoli la manifestazione più importante del mondo del lavoro e dell’economia.
A capo del gremio vi erano i maggiorali, gli amministratori della cassa sociale, che annualmente organizzavano le feste patronali. Alcune corporazioni oltre al patrono avevano i compatroni. Vi erano i gremì dei ferrai, degli scarpari, dei carpentieri, dei muratori, degli ortolani, dei pescatori, dei bottai, dei vasai, o figoli, dei conciatori, dei barbieri, dei medici e farmacisti, degli orefici ed argentieri, dei pittori e dei musici. Ogni socio pagava una annualità. Oltre ai maestri, che avevano una proprìa bottega artigiana, nel gremio facevano parte anche le vedove, che pagavano la stessa annualità avevano gli stessi diritti dei maestri. I garzoni erano coloro i quali avevano superato un primo esame e lavoravano sotto la direzione di un maestro; erano salariati e pagavano la metà di una annualità. Il gremio aveva a sue spese uno o due avvocati, un medico, un segretario, un procuratore, un usciere, dei preti per funerali e messe e uno scrivano. Le cariche gremiali erano assegnate mediante l”insaccolazione” con la relativa estrazione. Era cura dei maggiorali uscenti e di quelli scaduti nell’anno precedente, formare la matricola dei nuovi maggiorali, cioè una lista delle persone adatte a ricoprire le cariche. La matricola non era fatta annualmente, ma si faceva per un periodo che variava, a seconda dei gremì, da due ai cinque anni. I nomi dei matricolati erano tanti quanti erano le cariche del gremio, cioè da uno a quattro maggiorali ed il clavario, moltiplicati per tante volte quanti erano gli anni per i quali si preparava la matricola. I nomi dei matricolati venivano scritti su striscioline di carta, racchiuse spesso in pallattoline di cera, che si imbussolavano, cioè si insaccolavano in borse di cuoio, una per ognuna delle cariche del gremio. Ogni anno si estraeva un nome da ogni borsa; si aveva così la maggioralia per quell’anno. Scaduto il periodo, biennale, triennale, quadriennale o quinquennale, si proce¬deva alla formazione della nuova matricola. Chi aveva ricoperto una carica non era immediatamente rieleggibile, non poteva essere nuovamente immatricolato prima che fosse passato il periodo di una matricola. Chi trasgrediva alle norme statutarie gli veniva comminata una pena, che poteva essere una multa o una sospensione.

Le spese erano per la festa del patrono o patrona, per la messa, la predica, la cera, la paga al sacrestano, per la candelaria, il tamborino, gli ufficiali e il segretario. I gremì entrarono nella vita delle famiglie e formarono una forte componente nelle tradizioni religiose, civili e talvolta anche politiche, così come, del resto, anche gli Ordini religiosi costituivano una delle componenti più attive e dinamiche della vita economica, sociale e religiosa della Sardegna secentesca. Infatti, gli aggremiati esercitavano una forte influenza anche nelle riunioni del Consiglio Civico, del quale facevano parte, in quanto eletti. Tutto il settore produttivo era sotto il controllo diretto degli stessi soci dei gremì, che seguivano regole, norme e direttive emanate dagli statuti, rifacendosi generalmente a quello dei gremì corrispondenti di Barcellona. I gremi, o corporazioni di mestiere e d’arte, riuscirono a unificare e, quindi, a rafforzare la difesa degli interessi dei lavoratori, facendo in modo che tutti gli operai di uno stesso mestiere si associassero per il bene della categoria intera, tenendola, d’altra parte, sotto un attento controllo.
Queste associazioni artigianali divennero floridissime, nel corso della loro storia, tutelando gli interessi ed il buon nome della categoria operaia e funzionando come associazioni di mutuo soccorso. Istituite a base tipicamente professionale, erano una delle espressioni caratteristiche dell’associazionismo, perché avevano carattere di associazione artigianale e religiosa, nonché caritativa; avevano un proprio patrimonio, il cui reddito, unito ai proventi fissi e variabili, serviva per pagare le spese del donativo reale ed ecclesiastico. Possedevano terreni, fabbricati, magazzini, e chiese, cappelle, oratori per le funzioni religiose e per le adunanze e luoghi di sepoltura, da cui ricavavano enormi cespiti.
Il gremio sorgeva spontaneamente tra gli esercenti di uno stesso mestiere e la Magistratura civica, alla quale era demandato ¡I controllo amministrativo nella persona del vicario, ne approvava la costituzione e ne sanzionava lo Statuto. Ma il riconoscimento finale del gremio spettava all’autorità regia, vale a dire al viceré e alla Reale Udienza che approvavano lo Statuto. I testi erano per la maggior parte in catalano, alcuni in casigliano, con termini sardi; pochissimi erano in sardo.
Per essere nominato maestro era necessario trascorrere un periodo di alunnato, o apprendistato. L’aspirante ad un mestiere, chiamato “incartato” (perché si compilava una carta come contratto), entra¬va presso un maestro abilitato, che lo preparava per l’esame, insegnandogli il mestiere; lo accoglieva in casa sua, gli forniva gli alimenti e il vestiario e lo assisteva come un figlio. Il maestro non poteva avere più di due alunni alla volta. Dopo il periodo di apprendistato, l’alunno, che voleva far parte della categoria degli artigiani, effettuava un “capolavoro d’arte”, ossia provava la sua abilità mediante una prova pratica ed un esame, per il quale pagava una tassa di mezzo ducato. All’esame, oltre agli esaminatori, presenziavano gli anziani del gremio, che ne dovevano garantire la regolarità. Di solito, le domande d’esame, oltre all’opera d’arte, erano tre; per sostenere moralmente l’allievo, era concessa la presenza del maestro. In caso di promozione, la cerimonia prevedeva il giuramento del socio allo statuto ed egli acquisiva così la patente certificatoria. Il nuovo maestro, allora, sceglieva un marchio di riconoscimento da imprimere su ogni suo manufatto (oggi marchio DOC, non è una scoperta attuale). Era costume, dopo il superamento dell’esame, fare feste e banchetti ai quali venivano invitati tutti i soci del gremio, i familiari ed anche degli stranieri.
Quanto ai prezzi dei manufatti, le norme impedivano che una bottega, attraverso una offerta più vantaggiosa, togliesse il lavoro ad un’altra e che un maestro possedesse più di una officina, o bottega, aperta con il permesso del Consiglio Civico. Per facilitare il controllo, era stabilito che i laboratori e le botteghe fossero pubblici.
Il posto di lavoro era quasi sempre nella stessa abitazione; alcune di esse erano malsane, perché si trovavano in locali poco igienici, non molto illuminati dal sole e poco spaziosi. Il manufatto era venduto completamente nello stesso mercato cittadino ed i maggiori acquirenti erano le classi nobiliare ed ecclesiastica, L’intera attività veniva controllata anche dalle autorità regie e comunali. I manufatti delle corporazioni esistenti a Cagliari erano serrature, chiodi, mobili, stoviglie, oggetti di rame da cucina, pianelle, tegole, vasellame di terracotta, filati, coltelli, pelli, ferri battuti ed oggetti in argento, che coprivano il fabbisogno locale. Le regole tariffarie e tecniche stabilivano la qualità della materia prima, la tecnica della lavorazione, i livelli e i prezzi e la preparazione della manodopera, che doveva garantire la bontà del manufatto. Le norme statutarie stabilivano, tra l’altro, il controllo all’interno del gremio al fine di stroncare prima la concorrenza interna e poi ogni iniziativa proveniente dall’esterno. Sul rispetto delle leggi gremiali veniva formato un “apparato”, ossia una commissione che puniva i trasgressori con multe e, in casi più eclatanti, anche con l’espulsione dal gremio e il ritiro della licenza per tenere aperta la bottega o l’officina.
Grande importanza ricopriva il dovere religioso, ampiamente considerato negli Statuti che prevedevano anche pene pecuniarie per i trasgressori. La religiosità era alla base della vita sociale della corporazione, poiché essa cementava i vincoli comunitari fra ¡ soci e garantiva lo spirito confessionale e gremiale. Non erano le funzioni (matrimoni e funerali), o le feste religiose, soprattutto nei giorni festivi e nelle ricorrenze della festa dei patroni, le sole occasioni per testimoniare la solidarietà reciproca e per manifestare lo spirito corporativistico, ma vi era anche il dovere di assolvere alle pratiche amministrative con la riscossione delle imposte e con l’elezione dell’apparato interno. Ovviamente le somme raccolte andavano al fondo sociale che prevedeva assistenze mutualistiche, il mantenimento dei beni comuni, l’assistenza continua ai maestri vecchi, invalidi e malati, o comunque poveri, la dote alle figlie dei maestri. L’osservanza di tutte queste norme statutarie era demandata ai soci eletti a cariche gremiali, che erano anche sottoposti a continui controlli.
I doveri religiosi obbligavano gli aggremiati a prendere parte a tutte le funzioni religiose e a concorrere alla buona riuscita della festa annuale del santo patrono e del compatrono, a partecipare alle funzioni e alle messe in suffragio delle anime dei confratelli e dei loro congiunti, ad intervenire ai funerali dei soci e a mettersi gli abiti più variopinti e belli nelle giornate della Natività e di Resurrezione e ad astenersi dal lavoro nelle giornate festive. La mancanza ad uno di questi doveri doveva essere giustificata, pena una multa o una sospensione.
Le feste principali a cui i soci erano tenuti a partecipare, punibili in caso di assenza, erano il Corpus Domini, l’Ottava e il giorno della festività del Patrono.
I gremì di alcune categorie iniziarono il lavoro e la vita associativa nella prima metà del secolo XV e modificarono in seguito statuti e norme;
altre categorie si riunirono in corporazioni nel Cinquecento. Ma, nel Seicento, per opera soprattutto dell’arcivescovo de Esquivel, che aveva provveduto ad una organizzazione religiosa e sociale della città più aderente alla realtà dei tempi, (al fine anche di amalgama¬re e cementare sempre più lo spirito religioso tra le famiglie e le comunità), sorsero nuove associazioni gremiali. Inoltre, furono introdotti nel mondo del lavoro altri tipi di comunità e, alla fine del secolo XVII, a Cagliari i gremi superarono la ventina e raggiunsero il loro maggior splendore, come pure a Sassari, una decina; ad Alghero oltre sei, mentre a Bosa, ad Iglesias e ad Oristano, tre o quattro; anche in Castelsardo ce n’erano alcuni.
Altra componente molto importante nella vita associativa erano le confraternite, che si trovavano in quasi tutti i villaggi e paesi nonché nei maggiori centri isolani; avevano lo scopo di organizzare la vita ecclesiastica, le feste e gli uffici ecclesiastici. Questi quattro secoli di preponderanza spagnola hanno lasciato profonde tracce nella lingua sarda, nelle manifestazioni religiose, nei comportamenti, nei costumi, nonché nella gastronomia e nell’abbigliamento. Gli ispanismi, poi, conservati nel sardo testimoniano che non è stata per i sardi un qualcosa di assorbito con la forza, ma è stata una componente di vita di tutti i giorni. La lingua sarda, che non è stata avversata dai governati iberici, non è stata in posizione subalterna. Gli statuti dei gremi e delle confraternite erano sì scritti in catalano fino al 1600 ed alcuni rimasero scritti, o tradotti in castigliano, o restarono in catalano, ma, poiché i soci non parlavano quelle lingue vi era nelle riunioni, in cui si leggevano
i capitoli da osservare, il notaio che leggeva in catalano gli articoli e subito li traduceva in sardo, come si legge nei verbali delle riunioni dei gremì. Gli elementi catalami prima e casigliani poi si sono sovrapposti alle parole sarde. Questa continuità ¡spano-sarda continua anche oggi nei diversi dialetti e nelle diverse aree linguistiche isolane. Il campidanese e il cagliaritano sono ancora imperniati di ispanismi. A Cagliari i nobili parlavano anche il catalano, o lo spagnolo, ma conoscevano bene il sardo. Il popolo invece parlava il sardo, ma capiva anche lo spagnolo, o il catalano. In famiglia, nelle case, tra gli amici, nei rapporti più amichevoli si parlava il sardo compreso da tutti. Nelle chiese i preti predicavano in sardo; ma gli atti scolastici, dei tribunali, delle parrocchie, o delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni erano in casigliano. Tutti i comuni sardi che hanno mantenuto bene i loro archivi, possiedono registri, documenti, atti in catalano e in casigliano, come io ho potuto constatare “de visu” in alcuni archivi comunali; anche gli archivi diocesani e capitolari sono in catalano, o in spagnolo. I comuni stanno provvedendo al riordino dei documenti, grazie anche ai giovani che in vari comuni hanno costituito delle coperative chiamate “memoria storica”. Come si può constatare, ¡ documenti sono ancora in Sardegna; ve ne sono molti anche negli archivi di Stato della Sardegna e in quelli della Spagna. Nelle scuole si insegnava lo spagnolo, tanto che questa lingua divenne un idioma parlato da molti e di diffusione popolare. Là lingua sarda resiste e continua la sua vita.
La profonda presenza ispanica ha creato, quindi, conseguenze nella lingua isolana. Il pesce ragno in sardo è detto aragna, in spagnolo, aragna; la febbre, in sardo è calentura, in spagnolo calentura, la parola coperta, in sardo è manta, come pure in spagnolo; spaccapietre, in sardo picaparderi, in catalano picapedres; la parola “monaca”, in sardo mongia, in catalano monxia; il verbo “finire£, acabai in sardo, acabar in spagnolo, asino, burricu in sardo, borrico in spagnolo; frittella, sardo brugnolo, catalano bugniol; presepio, sardo nascimentu, spagnolo nacimiento; carta, paperi, spagnolo papel; ora alcuni detti sardi: non d’inzerta una; spagnolo, no acierta una; tengu gana de dromiri, in spagnolo, tengo gana de dormir; sardo, chini no arriscada non piscada; e molti altri detti e parole. Più di trenta per cento delle parole della lingua sarda è di provenienza di area iberica. C’è poi da osservare che una parola sarda è sparita nell’area meridionale, ma si ritrova in quella centrale, o viceversa. E’ giusto dire che i quattro secoli di testimonianza ispanica, non possono essere dimenticati né nascosti. Moltissime sono ancora le testimonianze che si riferiscono a quel periodo, collegabili agli aspetti di vita culturale sarda: dalle tradizioni popolari alla cultura, all’arte, all’artigianato. Parecchie sagre popolari che si svolgono in diversi centri dell’isola, hanno radici nella cultura ispanica. Tra queste ricordo le più conosciute: I Candelieri di Sassari, le manifestazioni, in tutta l’isola, dei Misteri della Settimana Santa; la Sagra del 1 ° Maggio a Cagliari e la Sartiglia di Oristano. Queste manifestazioni hanno avuto inizio proprio nel periodo di maggior splendore della vita sarda nella seconda metà del Cinquecento. Nel primo decennio del Seicento iniziò tra le chiese cagliaritana e sassarese una controversia per il primato religioso in Sardegna, che durò alcuni decenni. Frutto di questa controversia è stata la costruzione della cripta nella cattedrale di Cagliari ad opera dell’arcivescovo spagnolo De Esquivel, tuttora meta di visita da parte dei turisti.
Nel campo delle manifestazioni religiose, il modo stesso di effettuare certe pie pratiche mantiene tracce del fervere spagnolo. Oltre alle processioni dei misteri e dell’Incontro, nella Settimana Santa, il Giovedì Santo a Cagliari si fa una funzione religiosa, che evoca la solennità delle processioni spagnole.
Anche la festa di Sant’Efisio risale al tempo della dominazione spagnola. Anche Sassari mantiene il carattere che la Spagna le aveva impresso: basti considerare la più importante festa religiosa che ancora celebra la seconda città dell’Isola, la festa dei Candelieri, appunto, che risale come quella di Sant’Efisio al periodo spagnolo, essendo stata istituita nel 1580. Sono sette i candelieri di legno argentato e dorato, di circa tre metri d’altezza, che sono portati in processione, ognuno da quattro uomini, e che ricordano il voto che anticamente fecero i gremi alla Vergine. G¿j aggremiati vi partecipano ancora oggi con gli abiti spagnoli tradizionali, con le cappe nere e i caratteristici sombreros. La fontana di Rossello, costruita nel Seicento, divenuta simbolo poetico della città, è uno dei motivi di maggior orgoglio della Sassari spagnola.
La suggestiva e pittoresca Alghero è un vivo esempio della persistenza in Sardegna della tradizione iberica, particolarmente di Barcellona, tanto che oggi la chiamano civettuolamente “la città catalana”. Nelle processioni e in diverse feste religiose delle chiese di San Francesco, della Misericordia e del Carmelo, è ancora vivo il segno della Spagna. In queste chiese si intonavano in lingua castigliana canti che sono stati trasmessi di generazione in generazione. Strutture murarie di quel periodo sono ora locali per cultura, come le torri aragonesi di Portoscuso, di Ghilarza e di Torregrande e di altri centri e come il carcere spagnolo di Selargius, tralasciando di elencarne molte al|tre, impiegate per manifestazioni culturali e molti altri monumenti in vari centri isolani.
Per chiudere, una piccola digressione per parlare di Pirri, che sotto gli aragonesi faceva parte del contado di Cagliari e fu concessa in feudo ai De Serra nel 1426; passò poi alla Corona spagnola, e quindi nei primi anni del Settecento, ancora sotto la Spagna, passò alla famiglia Pes. La chiesa di San Pietro, settecentesca, la si ricorda per due interessanti dipinti su tavola, situati in sacrestia; uno è la Crocifissione attribuita ad Antioco Mainas della scuola pittorica di Stampace di Cagliari, in una cornice gotica, e l’altro dipinto rappresenta una Madonna e Santa Caterina, opera pregevole della fine del Cinquecento. Con questo termino il mio intervento, credendo di aver portato in questo pubblico una ventata di cultura sarda, perché il periodo conosciuto spagnolo fa parte interamente della storia patrimoniale della Sardegna. Grazie.
Luigi Spanu

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