Archivio

Archivio Ottobre 2014

Cagliari nel 1600 –

26 Ottobre 2014 Commenti chiusi

Nel 1600 il capoluogo sardo era amministrato dagli spagnoli. In un saggio di célere lettura usi e costumi di una città modellata dalla cultura dei conquistadores.
Miseria e nobiltà durante la colonizzazione spagnola. Tra artigiani, accademici, e “streghe” destinate al rogo
——-
Com’era Cagliari nel Seicento, il secolo dell’arte barocca? Rispetto a oggi, la città era blindata come se dovesse difendersi da accerchiamenti nemici improvvisi. I quartieri avevano mura e porte che si chiudevano nelle ore notturne. Le sentinelle erano sempre all’erta. La città pullulava di soldati spagnoli, artigiani, pescatori, impiegati, nobili e religiosi. Lungo i moli del porto molte navi mercantili di diversa nazionalità. Nelle strade carrozze e uomini a cavallo, ma la maggior parte delle persone camminava a piedi.
Nel diciassettesimo secolo Cagliari faceva parte di un impero che si estendeva su mezza Europa, ma il cui declino sembrava inarrestabile. Il controllo sull’isola era completo. Da Madrid arrivavano direttive che non potevano essere messe in discussione. Unica forma di contrattazione: i parlamenti, che si svolgevano nella cattedrale di Cagliari ogni cinque anni. In cambio di una forte cifra in danaro, il re concedeva ai sardi piccoli privilegi. Tra questi anche l’apertura, proprio agli inizi del Seicento, delle università di Cagliari e di Sassari. Ma i giovani appartenenti a famiglie facoltose snobbavano i due atenei isolani, iscrivendosi in facoltà universitarie italiane o spagnole.
Oggi gli storici sono concordi nel sostenere che i quattro secoli di dominazione catalana è aragonese non furono solo un periodo di oscura sottomissione coloniale. Dalla penisola iberica arrivarono anche novità, i cui benefici riguardavano soprattutto i centri urbani dove traffici commerciali avevano dato impulso a diverse attività collaterali. La città più aperta alle sollecitazioni che arrivavano dall’esterno era comunque Cagliari.
Basti pensare che il sale delle Saline (tra le più grandi d’Europa) era esportato ovunque, che la sua prima tipografia (libri in castigliano, in sardo e in latino) era attiva con numerose opere in prosa e in versi arrivate sino ai giorni nostri. Nel capoluogo c’era anche una una zecca che stampava monete pregiate.
Diversi studiosi hanno fatto il punto su questi e altri aspetti della città in un secolo controverso come quello della Controriforma. L’ultimo in ordine di tempo è Luigi Spanu, con Cagliari nel Seicento (edizioni Castello, un volume preceduto da una densa prefazione di Cenza Thermes. Il lavoro ha richiesto diversi anni di ricerca negli archivi sardi e iberici, oltre alla lettura di quanto sinora scritto sull’argomento dagli storici che se ne sono occupati.
Ma a Spanu non interessa parlare solo dell’economia, della società, e della cultura. La sua indagine si rivolge anche alla vita quotidiana e alla realtà materiale, come i cibi e i passatempi. Un capitolo inquietante è quello che si sofferma sulla persecuzione delle streghe da parte dell’Inquisizione. La magia nel Seicento era particolarmente diffusa. Per le operatrici dell’occulto che confessano, durante torture agghiaccianti, le loro pratiche spesso per conto terzi, c’era una condanna documentata da un’incisione riportata nel libro: l’impiccagione. Seguita dallo squartamento del cadavere. In altri casi si ricorse invece al rogo.
Malgrado i roghi dei libri proibiti e licenziosi, proprio a Cagliari fu scritto un romanzo erotico che ebbe fortuna al di là del mare, anche perché fu stampato a Toledo. Lo compose Giuseppe Zatrilla intitolandolo Engaños y desengaños del profano amor. Si basa su una storia boccaccesca ambientata nel quartiere del Castello, con personaggi ispirati da figure prese dalla realtà. Ma per non avere inevitabili noie, l’autore ricorse a uno stratagemma: anziché scrivere Cagliari, usò il nome di una città spagnola.
Nella parte conclusiva del libro ho immaginato come doveva svolgersi la vita, nei diversi quartieri cittadini: è un sabato del mese di gennaio dell’anno 1657. Ecco cosa succede all’ora di pranzo: «Sono ormai le tredici, si chiudono i negozi e i mercati. Molta gente si porta nella piazza retrostante la Torre dell’Elefante, per assistere all’impiccagione di un brigante, reo di aver ucciso una persona, mentre tentava di derubarla. Ed ecco i confratelli della Congregazione della Buona Morte del Monte del Castello che provvedono al trasporto del cadavere del giustiziato fuori del Castello di Cagliari. Pochi i passanti nelle strade e nelle viuzze: è l’ora del pranzo. Poveri e ricchi si siedono alla mensa a consumare il pasto: brevissimo per il povero, lungo e sostanzioso per il ricco».
Ma la vera catastrofe del Seicento, a Cagliari come nel resto dell’Europa, furono le epidemie di peste. Tutto il resto (guerre, esecuzioni capitali, omicidi, carestie, torture, povertà) non aveva gli effetti devastanti di questo flagello. Senza che ci fosse un possibile rimedio. La più terribile fu la peste del 1655: i medici in un primo tempo esclusero che fosse questo male la causa delle morti improvvise. I cadaveri furono talmente tanti che non si sapeva dove seppellirli. Il comune assunse dei seppellitori per gettare i morti nei pozzi. Ma a volte, dentro questi ultimi, venivano gettati per errore appestati ancora vivi.
Un libro come Cagliari nel Seicento sarebbe stato incompleto senza immagini. Le foto in bianco e nero, le stampe, le piante topografiche, i disegni, consentono al lettore di avere davanti agli occhi una città attraverso i molti documenti iconografici riferibili a un secolo come il Seicento. Da tanti punti di vista, l’eredità spagnola è ancora presente in città. Anche quando si va a Barcellona, Madrid, Valencia si avverte una certa familiarità nelle strade. Scatta un feeling legato a ricordi di un passato ancora vivo.

Categorie:Senza categoria Tag: