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AL TEMPO DEGLI “HIDALGOS”dì Roberto Cuccureddu -La fisionomia della nostra città durante il XVII secolo in un corposo volume di Luigi Spanu: “Cagliari nel Seicento”

25 Novembre 2014

Scavando in tutte le direzioni, il libro illustra tutte le componenti del capoluogo isolano:urbanistica, toponomastica, istituzioni, religione, economia, gremì, confraternite,scuole, arti, feste, giochi, abbigliamento, gastronomia, ecc.
Un’indagine scrupolosa che, pur non ignorandone gli aspetti negativi, evidenzia la vitalità
del capoluogo isolano in quel periodo
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A Cagliari il 17 gennaio 1652 non è una giornata come le altre. Stando al racconto lasciatoci dal cappuccino Giorgio Aleo, di buon mattino, numerosi popolani, particolarmente eccitati, si dirigono verso il Castello per inscenare una protesta sotto il palazzo reale. Molti sono armati di bastoni e pietre. Originata dalla mancanza di viveri, conseguente al cattivo raccolto dell’anno precedente e la serrata dei negozianti, i quali si rifiutano di accettare la moneta spicciola, in larga misura falsificata, l’agitazione è contro la monarchia spagnola, ma punta a colpire i responsabili del malgoverno. I manifestanti, infatti, avanzano gridando «Morte ai governanti e viva il re».
Giunti davanti alla dimora, che ospita il viceré, la plebaglia prende a sassate la finestra e usa i bastoni per demolire le persiane. Si tenta di penetrare nel palazzo reale, ma l’assalto fallisce in seguito alla decisa reazione dei militari che lo presidiano. Tuttavia, facendo buon viso a cattivo gioco, il viceré, Pedro Martinez Rubiò, si vede costretto ad affacciarsi e promettere immediati interventi per ristabilire l’approvvigionamento dei generi alimentari e stroncare la serrata.
Poche parole che convincono i dimostranti a desistere. Ma, qualche tempo dopo, il potere reagisce con violenza: tutti i capoccia vengono arrestati e giustiziati. L’assolutismo non ammette ribellioni di questo tipo.La singolare notizia è una tra le mille offerteci dal volume “Cagliari nel Seicento” di Luigi Spanu (Edizioni Castello) che ricostruisce puntigliosamente le vicende della nostra città durante il XVII secolo, assetto urbanistico, toponomastica, istituzioni, economia, gremi, confraternite, scuole, arti, religione, feste, giochi, abbigliamento, gastronomia, ecc. Dunque, un libro-enciclopedia che, scavando in ogni direzione, evidenzia tutte le componenti, comprese quelle minori, della vita cagliaritana nel siglo de oro.
Ciò non infirma, però, la sostanziale validità dell’opera che riscatta il Seicento cagliaritano dai pregiudizi negativi con cui è stato sempre liquidato. Come si sa, la propaganda del successivo periodo piemontese ha sparato a zero sulla dominazione spagnola in Sardegna, dipingendola come il peggiore dei mali. Un quadro fosco ripreso e rilanciato nei secoli XIX e XX da personaggi quali Giuseppe Manno, Giovanni Spano,Dionigi Scano, Riccardo Truffi e Antonio Marongiu. Per costoro, dal 1479 ai primi del Settecento – tanto dura la presenza spagnola nell’isola – soltanto tenebre ed arretratezza in tutti i campi.
Spanu confuta apertamente questa tesi e lo fa alla luce della pluriennale quanto approfondita ricerca compiuta a Cagliari (Archivio storico comunale ed Archivio di Stato), Barcellona, (Archivio Corona d’Aragona, Archivio comunale) e Madrid (Archivio centrale). Senza dire della lettura di tutti i testi, manoscritti e stampati, apparsi a Cagliari nel Seicento. Una montagna di materiali utilizzati per il volume in questione e dai quali si ricava l’idea che la stroncatura di quel secolo sia figlia di un’affrettata conoscenza della documentazione.
In effetti, proprio nel Seicento, quando diventa spagnola nel senso più pie¬no del termine, la Sardegna esce dalla sua tradizionale emarginazione e si apre all’Europa. Cagliari, per ovvie ragioni, è la località isolana che trae il maggiore vantaggio da questo clima.
Come si legge nel libro, a provarlo sono i documenti archivistici, le carte notarili, gli atti giudiziari ed i lavori a carattere letterario, storico e giuridico prodotti dagli intellettuali locali. Compulsando queste testimonianze si evince che nel Seicento il capoluogo isolano non vive chiuso in se stesso, oppresso dalla paura delle incursioni barbaresche, ma è una città vivace e creativa dove, oltre le numerosissime feste pubbliche (religiose e non), si tengono spettacoli di prosa, rappresentazioni drammatiche e accademie letterarie. Né più e né meno di quanto avviene nelle altre città spagnole di media grandezza. Un’attività chiaramente allineata con le mode e la mentalità che, tramite i galeoni, arrivano tra noi dalla penisola iberica.
Peraltro, nonostante il ferreo centralismo del potere, non manca una certa autonomia. Spanu la ritrova nel libero uso della parlata cagliaritana che coinvolge la massa, ma anche il clero e gli autori di drammi religiosi i quali scrivo¬no in dialetto per arrivare meglio all’animo dei fedeli. Spanu è manifestamente innamorato della materia trattata. Tuttavia, non trascura di evidenziare le negatività che nel XVII secolo fanno da contrappeso agli aspetti positivi: la bardatura del feudalesimo che soffoca l’economia; i continui contrasti tra i nobili; lo scarso valore di molti viceré; la serpeggiante disonestà nelle file della Reale Udienza (massima magistratura giudiziaria); il popolo condannato al più totale isolamento.
Ma, sotto il profilo urbanistico, qual è la fisionomia di Cagliari nel Seicento? La città per eccellenza è il Castello che esercita ancora un netto predominio sulle appendici di Stampace, Marina e Villanova; fanno corona tre sobborghi: Sant’Avendrace, San Bartolomeo e San Giuliano.
Nel 1610 mette piede in Sardegna il Visitatore reale Martin Carrillo che si trattiene nell’isola due anni per raccogliere notizie sul suo stato. Un attento osservatore che poi trasmette al sovrano le cose di cui è venuto a conoscenza. Nella sua relazione si legge che Cagliari, oltre a vantare un formidabile dispositivo difensivo (fortificazioni ed artiglieria), si presenta accogliente, economicamente sviluppata (particolar¬mente importanti le saline) ed è sede di intensi traffici marittimi.
Il Castello sorge su un colle di fronte al mare. La paternità della sua nascita spetta ai pisani che lo costruiscono a partire dai primi decenni del Due¬cento, con l’obiettivo di realizzare una rocca inespugnabile. Per questo, esclusi gli strapiombi naturali, l’intero perimetro del colle viene circondato con una cinta muraria intervallata da torri quadrate e circolari. All’inizio del XIV secolo, i toscani, in previsione dello sbarco aragonese, integrano il complesso con tre possenti baluardi che, da quel momento, caratterizzeranno la rocca: la Torre di San Pancrazio, a nord; la Torre del Leone e la Torre dell’Elefante, del versante sud.
Gli aragonesi ereditano questo apparato militare e si limitano, come si dice oggi, a gestirlo. Gli spagnoli provvedono, invece, a modernizzarlo affinché possa fronteggiare le neonate armi da fuoco: cannoni, colubrine, spingarde. Pertanto, nell’ultimo scorcio del Quattrocento, si comincia ad elevare giganteschi bastioni. Il lavoro s’intensifica nel secolo successivo che vede operare a Cagliari celebri architetti militari, quali Rocco Capellino ed i fratelli Giorgio ed Iacopo Palearo Fratino. La mole dei bastioni (San Pancrazio, Leona, Santa Croce, della Città, del Balice, dello Sperone, ecc.) conferisce alla rocca un aspetto sempre più arcigno. A fare le spese delle novità sono alcune cortine e torri minori pisane che vengono abbattute.
Nel Seicento si persiste in questo cri¬terio: al miglioramento dei bastioni si contrappone la demolizione di altre opere pisane. Le stesse torri maggiori (San Pancrazio, del Leone e dell’Elefante) subiscono un progressivo declassamento, in quanto ritenute strategicamente inutili, e vengono adibite ad al¬tri usi. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nel bastione di San Pancrazio, in cima alla rocca, si crea un arsenale dove si fabbricano ordigni ed attrezzature guerresche.
Ad ogni modo, pur con l’accennata eliminazione di molte testimonianze pisane, nel XVII secolo il Castello rag¬giunge la punta massima della sua forza, tanto da essere considerato inespugnabile. Chi osasse attaccarlo avrebbe ben scarsa possibilità di successo.
All’interno della rocca un dedalo di vie strette e dall’andamento tortuoso. Ai bordi di ciascuna residenza patrizia, case borghesi e abitazioni popolari. Vi abitano nobili (molti di origine iberica), mercanti napoletani, siciliani, veneziani e soprattutto genovesi la cui intraprendenza incrementa i commerci. Ci sono anche numerosi sardi per i quali, sino ad un centinaio d’anni prima, il Castello è stato tabù; ma ora, finito l’apartheid, convivono tranquillamente con i discendenti dei conquistatori aragonesi ed i forestieri stanziati a vario titolo nel quartiere.
La toponomastica, già trasformata in epoca aragonese, sotto la Spagna muta ancora. Spanu si limita a citare le due strade principali: il Calle de los Caballeros ed il Calle Mayor, cioè le odierne via Canelles e via Lamarmora. A metà del primo si apre un ingresso laterale del Municipio il cui prospetto guarda sulla piazza antistante il Duomo. Nella parte alta, detta “Calabraga”, stazionano, da tempo immemorabile, le prostitute. Ma il Calle de los Caballeros è ricordato, innanzi tutto, per un evento criminale: il 16 luglio 1668 il viceré marchese di Camarassa viene ucciso a schioppettate mentre in carrozza percorre quella strada.
Calle Mayor, chiamato anche “Calle de los plateros” per le molte botteghe che vi s’incontrano, inizia dalla Torre del Leone, tocca la Plazuela (piazzetta Carlo Alberto), dove si trovano gli uffici pubblici, e termina nella Plaza Mayor (piazza Indipendenza).
L’edilizia privata del Castello si mantiene anche nel Seicento in tono minore. Peraltro, gli aristocratici s’ingegnano a scimmiottare le sontuose residenze iberiche facendo propri i nuovi stili – rinascimentale e barocco – che, attraverso la Spagna, penetrano nell’isola ed a Cagliari. Tra l’altro, i nobili non trascurano di sistemare sopra i porto¬ni lo stemma della loro casata. Di questi adattamenti, rimossi in larga misura nei se¬coli successivi, attualmente rimane appena qualche traccia. Tuttavia, fatta eccezione per qualche casa costruita in seguito, il volto dell’odierno Castello ricalca quello definitosi nel Seicento.
Il volume s’intrattiene anche sull’edilizia pubblica rappresentata in primo luogo dal palazzo regio che ospita i viceré e nel quale, in passato, hanno dimorato due sovrani aragonesi: Pietro IV (1354) ed Alfonso V (1421). Eretto nel 1337, l’edificio è stato ristrutturato più volte nei secoli XV e XVI. Altri interventi nel 1605, quando la residenza viene ampliata accorpando due case contigue al monastero di Santa Lucia. Poi, i lavori per rimediare ai disastrosi incendi del 1647, 1655 e 1658. Infine, gli ingrandimenti compiuti quando il XVII secolo volge al termine: scalone principale, cortile, fontane e locali per la guarnigione. Significativo il palazzo destinato a ricevere l’Università, istituita nel 1626, che viene edificato in Plaza Mayor.
Senz’altro ricca l’edilizia religiosa, con la costruzione di chiese e conventi che, ovviamente, riflettono i due stili artistici appena menzionati a proposito delle dimore patrizie. Per il gotico catalano, che ha contrassegnato il passato, dal 1326 a metà Cinquecento circa, non c’è più spazio.
Nel 1638, all’incrocio tra via Canelles ed il bastione di San Remy, sorgono un convento di Carmelitane e chiesa annessa: entrambi intitolati a Santa Caterina. Ventitré anni più tardi, di fronte all’omonimo bastione si costruiscono la chiesa di Santa Croce e l’attiguo monastero gesuitico dove avrà sede un fiorente collegio. Dopo il 1672, come prova un documento custodito nell’Archivio della Corona d’Aragona, si eleva la chiesa di San Giuseppe raccordata col convento-collegio dei padri Scolopi.
Il volume pone poi l’accento su grandi lavori che, in due riprese, modificano radicalmente l’assetto interno della Cattedrale. Edificato dai pisani nella seconda metà del Duecento, ingrandendo una precedente chiesa dedicata a Santa Maria, il Duomo viene ampliato dagli aragonesi i cui interventi non valgono, però, ad alterare la struttura primitiva. Ma, all’inizio del Seicento, l’arcivescovo Francesco d’Esquivel costruisce il coro, un nuovo presbiterio e, sotto quest’ultimo, la cripta che dovrà ricevere le urne con le spoglie dei martiri cagliaritani rinvenute nella necropoli di San Saturno chiamata Santuario dei Martiri. La cripta verrà inaugurata nel 1618.
La seconda ondata va dal 1669 al 1672. Progettate dall’architetto Francesco Solaro, le opere vengono eseguite da maestranze liguri agli ordini del maestro Domenico Spotorno. La città partecipa alle ingenti spese con 12 mila scudi. La navata centrale viene ampliata fino ad incrociarsi col transetto sopra il quale svetta una grande cupola; scompare il soffitto a capriate, sostituito da una volta a botte; si aprono nuove cappelle; il pulpito di Guglielmo, appartenuto al Duomo di Pisa e sino ad allora addossato ad una colonna, viene diviso in due parti e sistemato all’interno della facciata. La Cattedrale acquista così una cadenza barocca. All’esterno resiste l’originario prospetto romanico, risalente all’impianto pisano, che sarà demolito nel primo Settecento per fare posto ad una facciata barocca.
Gli elementi forniti da Spanu sul Castello sono tanto numerosi da rendere difficile il riassunto. Tuttavia, non possiamo tacere l’immagine complessiva della rocca che si ricava dalla costruzione di Spanu. Un ambiente quasi sempre senza sole e d’inverno oppresso dal vento che s’insinua in strade e vicoli. Nondimeno, la vita ferve: artigiani al lavoro nelle loro botteghe; casalinghe intente a sfaccendare; bambini che giocano; poveracci che chiedono l’elemosina; signore e signori altolocati, facilmente individuabili dall’abbigliamento; popolani cenciosi; cavalieri a cavallo; carrozze e portantine occupate da gente facoltosa. Un’esistenza dura quella dei castellani nel Seicento, fatta naturalmente eccezione per i ricchi che hanno mezzi finanziari e servitù. Per le classi inferiori è tutto complicato: basti pensare al pane fatto in casa, dopo aver macinato il grano per ottenere la farina. Lo stesso dicasi per l’acqua il cui rifornimento comporta una vera faticacela: chi non dispone di una sorgente nell’ambito della propria abitazione, deve recarsi con damigiane e brocche ad uno dei pozzi pubblici distribuiti nel quartiere: San Pancrazio, Santa Croce, Santa Lucia, Santa Caterina e nella Plazuela. Gli ultimi quattro – precisa Spanu – aperti nel XVII secolo.
Cortine e torri anche nell’appendice di Stampace, creatasi intorno alla seconda metà del Duecento sotto le mura che chiudono a occidente il Castello. Ma le une e le altre, risalenti all’epoca pisana, sono più basse e meno spesse di quelle della rocca. Partendo dalle mura della Marina, la cinta corre lungo le odierne via Azuni e via Ospedale, raggiunge la zona di San Guglielmo e si collega con le fortificazioni del Castello. Si entra nell’appendice attraverso Porta Stampace (all’inizio dell’odierna via Manno), la porta sotto la torre costruita da Grazia Alberti nel 1293 (dove oggi si trova l’Ospedale militare) e Po¬ta dei Cavoli (vicina al fosso di San Guglielmo). Peraltro, durante il Seicento gli spagnoli si disinteressano delle fortificazioni di Stampace che, infatti, prendono a decadere.
Cuore del quartiere è la piazza dell’Abbeveratoio (così detta per la presenza di una fontana riservata agli animali) o di Stampace, dove si tiene il mercato. La strada principale è via dell’Abbeveratoio che dalla piazza appena menzionata sale verso la parte alta dell’agglomerato. Perpendicolari a questa via, alcune strade minori: dall’alto verso il basso, s’arrugh’e su monti (via Ospedale), via San Paolo (Siotto Pintor), via Sant’Antoneddu (Carlo Buragna), via Santa Restituta, via Sant’Anna (Sant’Efisio), Vicus dels Mercaders (Farà), via San Giorgio (oggi inesistente) e via Santa Margherita.
L’appendice è abitata in prevalenza da gente del ceto popolare: artigiani, operai, ortolani, contadini. I sardi prevalgono, ma non mancano elementi provenienti da Spagna e Italia. Stampace è, dunque, un rione povero. Cionondimeno, vi si svolgono transazioni commerciali di una certa entità con i paesi isolani dell’interno e l’oltremare. La cosa non deve stupire in quanto, l’appendice ospita dal periodo pisano vari mercanti, come attesta quel Vicus dels Mercaders menzionato poc’anzi.
Il quartiere è completato da aggruppamenti di case fuori dalle mura: attorno alla chiesa di San Francesco, lungo la contrada dei Ferrai (segmento iniziale del corso Vittorio Emanuele) e verso la chiesa di San Bernardo (a metà della stessa strada). Numerose le chiese. In testa, quella di San Francesco, davanti alle mura meridionali e demolita a fine Ottocento ed il cui primo impianto risale al XIII secolo. In seguito, la chiesa, officiata dai Minori Conventuali, sarà integrata da strutture gotico-catalane, tra cui un bellissimo chiostro. Nel Cinquecento, il San Francesco consegue il massimo splendore e si arricchisce di magnifici retabli ed opere scultoree. Per il suo tramite, la lezione pittorica del gotico catalano, che arriva dalla penisola iberica, si introduce in tutta la Sardegna. Considerato un museo per le numerose quanto pregevoli opere d’arte, questo tempio rivestirà anche nel Seicento una posizione di eccezionale rilievo.
A Stampace ci sono poi le chiese di Sant’Efisio, Sant’Anna, San Giorgio, Santa Restituta e Santa Chiara, infine, la chiesa di San Michele, edificata sulla sommità di via dell’Abbeveratoio ed annessa al complesso (oggi Ospedale militare) nel quale ha sede il Noviziato dei Gesuiti. La sua costruzione, in stile barocco, risale all’ultimo Seicento.
In sintesi, un’appendice di basso profilo. Non diversa la condizione di Villanova che nasce quando il XIII secolo si avvia alla conclusione. Il quartiere, ubicato nell’area in leggera discesa che si estende ad oriente del Castello, è popolato in primo luogo da contadini i quali coltivano vigne, orti e frutteti. Non a caso, l’insediamento rifornisce la rocca di primizie. Accanto agli agricoltori, molti artigiani.
I pisani circondano l’appendice con mura e torri che, per altezza e robustezza, ricordano quelle di Stampace. Anche qui i varchi che assicurano l’entrata e l’uscita sono tre: Porta Cabanas (ad est, subito dopo la chiesa di San Cesello); Portico Romero (a metà circa del¬l’odierna via Garibaldi) e Porta Villanova (tra piazza Costituzione e piazza Martiri dei nostri giorni). Pozzi nel convento di San Domenico e Bonaria, a La Vega e nella zona detta Tristani. Strade lunghe, strette ed unite tra loro da numerosissimi vicoli. Le arterie principali sono via San Giacomo, via San Domenico, via San Giovanni e via Piccioni o Pixoni, dal nome di un illustre orafo attivo in quella zona nel Cinquecento.
Tranne l’ultima, le vie prendono il nome da chiese omonime. Quella dedicata a San Giacomo, in gotico catalano, risale al Quattrocento e racchiude alcune interessanti opere d’arte: un quadro di Joan Figuera (la “Vergine col bambino”), il gruppo scultoreo “della Pietà”, in terracotta policroma; un crocifisso ligneo scolpito tra Quattro e Cinquecento al quale si attribuiscono molti miracoli. Gotico-catalana anche la bellissima chiesa di San Domenico. A fine Cinquecento il complesso viene integrato dalla cappella rinascimentale dedicata alla Madonna del Rosario, opera dell’architetto cagliaritano Michele Barrai col quale collaborano, in qualità di scalpellini, il padre Giuseppe ed il fratello Gaspare. Unito alla chiesa un bellissimo chiostro con due bracci in gotico catalano, costruiti prima del 1493, e due bracci rinascimentali (ultimo Cinquecento). Purtroppo, la chiesa, il chiostro e l’annesso convento sono andati distrutti durante i bombardamenti del 1943. Senza dubbio più modesta la chiesa di San Giovanni, databile alla fase iniziale dell’appendice ma ristrutturata dopo il 1639, quando in essa trova sede l’Arciconfraternita della Solitudine.
Nel periodo esaminato dal volume, Villanova si dota di altri edifici religiosi: la chiesa di San Cesello, elevata a fine Seicento, ed in piazza San Giacomo gli oratori del Santo Cristo (1616) e delle Anime (1695). A levante, dopo le mura, aie, coltivazioni e case di campagna. Poi, nei pressi dell’odierna via Dante, la chiesa di San Lucifero, costruita nel 1660 per volere della Municipalità. Nato a Cagliari, Lucifero è stato anche vescovo della sua città. Facciata timidamente barocca, qualche bella tela e nella scala del presbiterio tanti azulejos (mattonelle di origine ispanica prodotte da una bottega locale).
A due passi la chiesa di San Saturno il cui primo impianto è del V secolo d.C; quindi, uno tra i più antichi monumenti religiosi della Sardegna. Nel 1089 il San Saturno viene donato dai giudici di Cagliari ai monaci Vittorini i quali lo ingrandiscono in forme romanico-provenzali. Durante il Seicento la necropoli attorno alla chiesa viene scavata ripetutamente con l’obiettivo di riportare alla luce le sacre spoglie dei martiri cagliaritani. Inoltre, nella seconda metà del secolo, l’arcivescovo cede la chiesa alla Congregazione dei medici e degli speziali che la intitola a Cosimo e Damiano, suoi santi protettori.
A poca distanza, e precisamente nell’attuale piazza antistante il cimitero di Bonaria, ecco la chiesa di San Bardilio (romanico pisana) alla quale è annesso un convento occupato, dopo il 1508, dai Padri Trinitari che vi restano sino alla costruzione del monastero di San Lucifero. Sul colle retrostante sorge il santuario intitolato dagli aragonesi a Nostra Signora della Mercede ed oggi comunemente chiamato Bonaria. Officiato dai Padri Mercedari, è famoso per la statua della Madonna trovata nella vicina spiaggia dentro una cassa. In sacrestia vari quadri di grande formato dovuti al pittore Domenico Conti che porta a temine il ciclo nel 1670.
Ad Oriente, sempre fuori dalle mura, negli anni Cinquanta del XVII secolo, viene aperta al culto la chiesa di San Benedetto, costruita impiegando l’ingente somma elargita dal benefattore Benedetto Nater. La facciata della chiesa, che ha una sola navata, è sormonta¬ta da alcuni merli. Al tempio è annesso un convento utilizzato dai Cappuccini come sede del loro noviziato. Un’altra chiesa, intitolata a San Mauro, sorge nel 1650 oltre le mura settentrionali dell’appendice; la officiano i Padri Minimi che occupano anche il convento. Tutta¬via, qualche anno dopo, chiesa e convento passano ai Minori Osservanti.
Roberto Cuccureddu – In Almanacco di Cagliari, 2001

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