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Cagliari nell’inferno del ’43 – Nel cinquantenario dei bombardamenti aerei su Cagliari. di Luigi Spanu

6 Dicembre 2014

Lo scopo di questo articolo è di presentare le catastrofiche giornate del febbraio 1943 nel cinquantenario degli avvenimenti. I segni evidenti di quella immane tragedia non riescono a cancellare quel dramma che sconvolse la città di Cagliari. Basta osservare attentamente le colon¬ne dei portici lungo la via Roma, i muri di parecchie case dei quartieri della Marina, di Castello e di Stampace e in parecchi altri luoghi.
Le azioni militari e i bombardamenti su Cagliari ebbero inizio subito dopo lo scoppio del conflitto mondiale e sin dal 10 giugno del 1940 la città vive¬va l’incubo degli allarmi e dei bombardamenti. Nei primi mesi del ’40 gli aerei nemici, soprattutto francesi, avevano preso di mira le postazioni militari: l’aeroporto di Elmas, San Bartolomeo, il porto, ma solo casualmente erano stati colpiti edifici civili in città.
Quasi tutte le notti, per tre anni, dal ’40 al ’43, i cagliaritani venivano svegliati dalle sirene degli allarmi; per fortuna però si era sempre trattato di falsi allarmi e perciò si erano abituati a convivere con questa triste abitudine, oramai quasi nessuno dava più importanza a quel lugubre sibilo delle sirene.La vita era stata, in quegli anni, molto triste e le difficoltà economiche avevano costretto i cittadini a molti sacrifici. Tutte le merci erano sparite dai negozi: mancavano i tessuti di qualsiasi tipo, le scarpe e ogni altro tipo di vestiario. Non esistevano più collegamenti navali con la penisola e la Sardegna, priva di industria, si trovò senza merci di alcun genere. I generi alimentari di prima necessità erano tesserati e potevano essere acquistati solo dopo file estenuanti che duravano due o tre ore. Il latte, l’olio, il pane corrispondevano, ogni giorno, ad una fila di almeno un’ora. L’inverno del ’42-43 fu abbastanza rigido e piovoso e fare la fila, di mattina per il pane, di sera per il latte di pecora e una volta alla settimana, il venerdì, per l’olio, comportava almeno tre ore al giorno di intemperie sopportate con infinita pazienza.
Non esistendo più in commercio scarpe di pelle, i sandali, costruiti artigianalmente con strisce di pelle vecchia riciclata, erano l’unica difesa ai poveri piedi. Altro grosso problema era il pane. La razione giornaliera prevista dal tesseramento era di un panino a testa (100 gr.). La vita in città, intanto, andava spegnendosi. Non si trovava più un solo negozio aperto e chi voleva trovare da man¬giare doveva spostarsi in bicicletta sino ai paesi del vicino Campidano. Anche in questi paesi, però, non era facile trovare qualcosa. Si erano creati dei punti di vendita nelle case di alcuni privati che, come si diceva allora, vendevano a «sa martinica» sottobanco e a prezzi altissimi. I rivenditori abusivi (is martinicheris) divennero in pochi giorni ricchissimi però permisero ai pochi cagliaritani rimasti in città di poter sopravvivere in quel drammatiche giornate.
La prima incursione degli aerei americani sul capoluogo ebbe luogo il 17 febbraio 1943. Fu la prima giornata triste che sconvolse tutti gli animi. L’attacco aereo durò una mezz’ora provocando una immane tragedia. Cessata quella furia, ci si volle rendere conto di quanto era accaduto. Chi a spalle, chi con altri mezzi di fortuna trasportava dei feriti all’Ospedale Civile. Si seppe che molti uomini, donne e bambini che si trovavano ammassati davano al rifugio di Santa Restituta, in attesa di entrarvi, erano stati falciati da proiettili di mitragli e da schegge di piccole bombe Per terra giacevano molte persone, alcune erano già esanime, altre invocavano aiuto.
Intanto giungevano notizie di altre vittime in diversi luoghi della città e di parecchie case colpite e danneggiate e voci sempre più allarmanti sui danni subiti dagli altri centri dell’Isola. A Gonnosfanadiga era stata colpita, tra l’altro, un scuola elementare e centinai erano i bambini morti e feriti. Spezzonamenti a San Gavino, a Iglesias, a Sassari e mitragliamenti aerei su moltissimi altri centri. A partire da quel giorno, la vita dei cagliaritani divenne ancora più misera e affannata. Si rimaneva nel rifugio il più a lungo possibile e si usciva solo per trovare un po’ di cibo o per trasferire dalle abitazioni un po’ di masserizie, coperte soprattutto. Qualcuno aveva portato dei tavoloni di legno che, sollevati dal terreno con delle pietre, potevano servire di giorno come sedili e di notte come giaciglio che, anche se duro, era meno freddo della nuda terra.
Dopo quel primo giorno di lutto e di morte, i successivi passarono nella tristezza e nella paura di altre incursioni più violente. Arrivò, purtroppo, quel terribile bombardamento del venerdì 26 febbraio. La giornata era iniziata all’insegna del bel tempo e il sole tiepido annunciava l’arrivo della primavera. Verso la fine della mattinata ci fu il solito allarme, l’urlo delle sirene non aveva impaurito più di tanto. Improvvisamente, invece, l’aria fu squassata da improvvise esplosioni e subito dopo, assieme al rombo degli aerei, un odore pesante, di polvere, rese difficile respirare. Il panico si impadronì di tutti noi, fu un fuggi fuggi generale, una corsa disperata verso i rifugi. La paura non dava modo ai più forti di aiutare gli anziani, i vecchi e i bambini restavano indietro e qualcuno inciampava o cadeva bocconi sulle strade, sfinito. I più coraggiosi, finito l’allarme, erano usciti per controllare i danni subiti dalla città durante il bombardamento; la maggior parte, invece, aveva preferito trascorrere la notte al riparo e solo alla mattina del sabato, quando tutto sembrava oramai tranquillo, parecchie famiglie ebbero il coraggio di tornare nelle rispettive abitazioni.
Quella notte nessuno dormì, del resto sarebbe stato impossibile, perché il rumore dei camions militari e delle sirene era continuo. Di tanto in tanto rientrava qualche coraggioso che portava le ultime notizie dall’esterno. «Hanno colpito il porto e due navi stanno bruciando» diceva uno, e subito dopo: «la Marina è stata colpita e stanno scavando per togliere i morti da sotto le macerie rincarava un altro.
Alcune improvvise esplosioni non precedute dal fischio delle sirene dell’allarme preoccuparono ancora di più e si restò a lungo col fiato sospeso. Le notizie si intrecciavano e spesso si contraddicevano e tutto ciò faceva aumentare il panico e la confusione. Per fortuna in città esistevano numerosi rifugi, grotte naturali che costellavano tutta la parte collinare della città vecchia e di Castello. I più frequentati erano quelli di via Portoscalas, che aveva offerto riparo agli abitanti del Corso Vittorio Emanuele, quello della grotta Marcello, in Piazza Jenne, e quelli in cemento armato, costruiti dentro il Porto, di fronte alla darsena, che avevano ospitato sia i militari, sia i civili accorsi dalle strade vicine. Gli abitanti di Bonaria avevano trovato ricovero nelle grotte che si aprono sotto il colle e le grotte del giardino pubblico avevano accolto gli abitanti di Villanova. Purtroppo, però, ci furono molti morti e tanti feriti. La sorpresa aveva contribuito a peggiorare il danno causato da quel primo bombardamento.
Per tutta la giornata i camions militari avevano proseguito nel loro andirivieni; passavano carichi di macerie e di tanto in tanto si udivano le sirene delle auto che portavano i feriti all’ospedale. Nessun allarme aereo interruppe il lavoro di quel giorno e la sera, dopo una lunga discussione, i nostri genitori decisero di rischiare e di stare a dormire a casa. Sebbene il giorno dopo fosse l’ultimo del mese di febbraio, splendeva un sole primaverile e faceva piuttosto caldo per quella stagione. Il cielo era terso e non lasciava intravvedere una nuvola. Questo poteva essere invitante per un bombardamento. Non fu suonato neppure l’allarme, non si fece a tempo. Fu questione di attimi; molte famiglie, come pure la mia, furono colte di sorpresa nelle loro abitazioni. Era infatti iniziato il tremendo bombardamento della domenica 28 febbraio; data indimenticabile per tutti quei cagliaritani che vissero quei momenti. Il bombardamento continuava implacabile. Si sentivano in continuazione i fischi delle bombe e pochi attimi dopo forti esplosioni e boati che indicavano l’abbattimento di palazzi, chiese e monumenti. Si era in mezzo ad un vortice di fuoco e di morte, che da un momento all’altro poteva travolgere tutti.
Il bombardamento continuava e assieme ai forti boati e alle esplosioni violente si sentiva il rumore degli aerei che faceva supporre che fossero tanti e che avessero l’intento di continuare ininterrottamente il loro lavoro di distruzione. Dopo più di un’ora di quel continuo e infernale sconquasso, che sembrò un’eternità, tutto si calmò. Come improvvisa¬mente aveva iniziato così improvvisamente cessò. Si aspettò con ansia di udire il segnale di cessato allarme, ma non si sentì nulla.
Si pensò, allora, che l’incursione aerea avesse avuto un attimo di sosta e che avrebbe ripreso quanto prima. Si aveva paura di muoversi, e così si stette per altri lunghissimi minuti in attesa di eventi. Non accadde altro. Gli aerei nemici si erano allontanati definitivamente, lasciandosi dietro un mare di rovine e un’infinità di morti. Il primo di marzo, finalmente la fuga. Sì, una fuga triste, dolorosa ma necessaria. Non c’era però la possibilità della partenza immediata per due motivi, primo perché non si poteva raggiungere in quattro e quattr’otto la stazione ferroviaria delle Complementari, comunemente chiamata «Ferrovie Secondarie», poco distante dal porto; secondo perché non si sapeva se la stazione e le sue strutture avessero subito danni tali da poter essere utilizzate. Inoltre la città era calata in un profondo silenzio e non aveva neppure la forza di trattenere i suoi figli che l’abbandonavano al suo destino.
Dopo aver percorso il lungo viale, passammo sotto la torre dell’Elefante, e poi percorremmo la via Università. Anche qui palazzi distrutti, muri cadenti o lesionati, e montagne di pietra sulle strade da superare e diverse case pericolanti da evitare. Pochissimi edifici rimasti illesi. Dell’antico Teatro Civico, che durante le stagioni sinfoniche e teatrali era sempre strapieno della migliore società cagliaritana, restava solo la struttura esterna, come è tuttora.
Anche il nuovissimo teatro di Viale Regina Margherita, il Politeama, distrutto interamente da un pauroso incendio di alcuni mesi prima, era un ammasso di macerie. Il Bastione di Saint Remy, alla destra del Teatro Civico, costruito all’inizio del secolo, si presentò ai nostri occhi quasi distrutto. La «Porta dei Leoni», passaggio obbligato dalla città bassa al quartiere alto, aveva resistito e così la potemmo superare. Continuammo per il Viale Regina Margherita, dopo aver lasciato alle nostre spalle la Piazza Martiri. Non si vedevano che macerie e voragini nonché rivoli d’acqua che fuoriuscivano dalle condutture saltate.
L’albergo della «Scala di Ferro» con le sue mura merlate, uno dei migliori di allora, fu colpito in varie parti. Svoltammo, poi, l’angolo che immetteva nell’ultimo tratto del viale e scorgemmo il porto illuminato a giorno dal grosso incendio delle navi alla fonda e fummo pervasi da un acre odore di fu¬mo e da una enorme nuvola che si elevava fino al cielo. I locali della Manifattura Tabacchi, alla sinistra del viale, un ex convento di cappuccini nei secoli precedenti, formavano una montagna di macerie e molti alberi del viale erano sradicati e qualche altro spezzato in due, come se fosse stato reciso da una sega elettrica. Terminammo di percorrere il lungo viale e incominciammo quello di viale Bonaria. Le basse costruzioni ai due lati erano danneggiati. A fatica facemmo l’ultimo tratto fino alla stazione, che nella parte esterna non aveva subito danni al contra dell’edificio interno che dava al viale Armando Diaz era fortemente lesionato. La ex Satas ove oggi sorge il palazzo delle Assicurazioni Venezia, era completamente distrutto, molte carrozze automobilistiche sventrate e contorte. Uno spettacolo veramente allucinante. Stremati più dalla fatica del lungo cammino che dal peso dei bagagli, giungemmo alla meta. Avevamo portato poche robe e alcuni vestiti, dato che non ci era stato possibile caricare quanto sarebbe stato necessario per una lunga lontananza. Solo quando si fosse avuta l’occasione, si sarebbe provveduto al trasporto del suppellettili.
Durante il trasferimento dal rifugio alla stazione notammo solo desolazione. Il tragitto molto più lungo e difficile del previsto. Ci dovemmo fermare diverse volte per spostare qualche masso che ostacolava il mostro passo. Giungemmo così alla stazione che erano quasi le sei. Ci rallegrammo nel vedere che i vagoni erano sul binari di partenza. Molti posti erano già occupati e questo ci fece comprendere che coloro che ci avevano preceduto, avevano bivaccato tutta la notte per essere sicuri di partire e allontanarsi da Cagliari. Salimmo nell’ultimo vagone, perché venimmo informati che non si doveva cambiare carrozza per raggiungere la stazione di Serri, dove saremmo dovuti scendere. Il convoglio, infatti, avrebbe fatto scalo a Mandas e qui si sarebbe diviso in due: una parte avrebbe continuato per Isili, Laconi e Sorgono passando per Serri, men¬tre l’altra per Nurri, Lanusei ed Arbatax.
I sedili erano di legno e scomodi, le carrozze sconquassate e molto vecchie, ma quello non era né il momento, né l’occasione per farci caso. Mio padre era molto stanco e madido di sudore per la grande fatica; per lui il tragitto era stato veramente massacrante e simile alla salita del Monte Calvario. L’attesa era spasmodica perché si temeva che arrivassero gli aerei americani per completare il loro massacro. Diversi passeggeri si addormentarono, forse anche loro esausti della lunga attesa, altri mostravano nei loro visi la paura e l’angoscia nel raccontare le loro disavventure. Ci fu chi raccontò di non aver ritrovato la propria casa nel rientrare dopo il bombardamento. I volti dei passeggeri erano segnati dalle sofferenze e dalla fame, dal timore e dal terrore di venire colti dagli improvvisi ululi della sirena e dai fischi delle bombe.
Tante persone non toccavano cibo da più di due giorni per non aver trovato nulla da mettere sotto i denti, altre, più fortunate, conservavano qualche tozzo di pane duro e lo nascondevano agli altri per non essere costretti a dividerlo. In tali frangenti l’uomo diventa perfino egoista. Finalmente arrivò l’alba, un’alba diversa da molte altre: quella che ci portava la certezza della partenza e quindi l’allontanamento da quel luogo desolato. Le ultime ore sembravano più lunghe del solito, mentre nelle nostre menti passavano, come un carosello d’immagini, le ore d’inferno delle precedenti giornate a ricordarci il dolore e la sofferenza. Intanto tutti i vagoni si erano riempiti e risultavano già stracarichi. In quelle fetide carrozze ferroviarie i passeggeri erano stipati eppure ne arrivavano altri. Sembravano tante formiche che, costrette a nascondersi per un forte ed improvviso temporale, riprendevano il lavoro interrotto e continuavano la ricerca del mangime per il loro normale sostentamento. Così apparivano quelle persone, che, dopo una tremenda notte passata nei disagiati rifugi, si affrettavano a cercare mezzi di trasporto per allontanarsi da quel luogo che ormai non offriva alcuna sicurezza e in cui non vi era possibilità di vita.
L’ora della partenza era trascorsa da alcuni minuti la gente chiedeva con insistenza il perché di quel ritardo. Molti passeggeri protestarono e inscenarono una pacifica dimostrazione. Parecchie persone, salite nell’interno dei vagoni dai finestrini e sui tetti delle carrozze, venivano sollecitati a scendere, perché era pericoloso viaggiare in quelle condizioni. Dopo lunghe discussioni e l’assicurazione che un altro treno sarebbe partito, la situazione si normalizzò. Si udì il fischio della locomotiva e il convoglio si mosse lentamente e con lo stesso passo superò il recinto della stazione. La linea ferroviaria non aveva subito danni, sebbene diverse bombe fossero cadute nelle vicinanze e lungo il recinto del Camposanto.
Dai finestrini potemmo dare uno sguardo al Cimitero Monumentale sotto il Colle di Bonaria. Vedemmo diverse tombe scoperchiate, monumenti sepolcrali distrutti e cancelli divelti. Intanto il convoglio, col solito passo, raggiunse la via Dante e lasciò scorgere a sinistra le macerie della Chiesa paleocristiana di San Saturno e a destra, oltre la piazza, oggi denominata Piazza Repubblica, il nuovo Palazzo di Giustizia colpiti in diverse parti. Quella visione di distruzione continuò fino all’apparire della campagna. La prima stazione raggiunta fu quella di Monserrato, una frazione poco distante da Cagliari, e poi quelle di Settimo, Donori e Dolianova. Quel terrbile anno 1943 fortunatamente passò, ma non ebbero termine le sofferenze. L’anno successivo non si prospettava migliore; persisteva la guerra, la fame e la miseria, ma si era fiduciosi in una pronta ripresa anche se lenta.
A Cagliari la vita riprendeva lentamente anche se perduravano tante incognite. Multi cittadini rientrarono alle loro case, mentre altri sarebbero rientrali non appena avessero avuto la possibilità di trovare una abitazione. Incominciò subito la ricostruzione, seppure lenta e contrastata da diverse contingenze. Erano giunte, intanto, le truppe americane che portavano i generi di prima necessità, e non scomparvero in un primo tempo le tessere annonarie, poiché rimaneva l’incertezza economica e continuava la vendita sotto banco (la borsa nera) di molti generi alimentari.
La nostra vita riprese normale, anche se la guerra continuò per un altro anno causando sofferenze e lutti a milioni di italiani. L’alacrità e l’amore dei cagliaritani per la loro città superò ancora una volta l’odio dell’uomo. Certo la ricostruzione fu lenta e difficile, ma qualche cosa dell’antico vigore era rimasto ed oggi, a distanza di cinquant’anni, sulle rovine, si leva una nuova realtà che è sicura speranza per gli anni futuri e che mi rende felice.
LUIGI SPANU, in Sanluri notizie, 15 gennaio 1993

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