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Archivio Febbraio 2016

UN INGLESE VISITA IL SANTUARIO DI BONARIA di Luigi Spani

7 Febbraio 2016 Commenti chiusi

Tra i non pochi illustratori del Santuario e della statua della Vergine di Bonaria vi è l’inglese John Warre Tyndale, nato a Londra il 2 gennaio 1811, dove esercitò l’avvocatura, morto a Canford Cliffs il 26 dicembre 1897. Il Tyndale fu nell’isola nel 1843 e pubblicò un vasto resoconto di quanto aveva visto e di quanto gli avevano raccontato gli amici. Nel suo lavoro, intitolato ‘The Island of Sardinia” (L’Isola dì Sardegna), pubblicato a Londra nel 1849, in tre volumi, e mai tradotto in italiano, vi sono pagine che trattano del Monastero di Bonaria.
Di Tyndale si sono interessati Alberto Boscolo in “I viaggiatori dell’Ottocento in Sardegna” (Cagliari 1973), dove fu pubblicata la parte su Portotorres e Sassari, e Miryam Cabiddu in “Viaggiatori inglesi dell’800 in Sardegna” (Cagliari 1980), che provvide alla descrizione dell’opera e alla pubblicazione di alcune parti in lingua originale.
Per quanto si riferisce al tempio di Bonaria, il Tyndale scrive che, adagiato su una rocca vicina alla costa, esso domina su un bellissimo panorama e che i benefici che i trentadue mercedari ne ricavano sono soltanto la coltivazione della terra e il ricavato del lavoro dì alcune cave di alabastro appartenenti alla fondazione. Anche in questo lavoro il loro profitto personale è stato abbastanza considerevole. Alcuni anni dopo la fondazione del monastero, avvenuta nel 1324, continua l’inglese, era certamente auspicabile che qualche miracolosa circostanza lo facesse diventare famoso. I desideri dei Mercedari furono realizzati nel 1370, quando, secondo la leggenda, un vascello catalano, durante il viaggio di ritorno dall’Italia in Spagna, s’imbatte in una violenta tempesta, che l’obbligò a buttare a mare il carico. Tutto affondò ad eccezione di una piccola cassa, che i marinai videro galleggiare; questa cassa guidò il loro corso con grande ostinazione verso Cagliari. Lo stupore dell’equipaggio aumentò quando videro che la nave seguiva, come per una sua iniziativa, la scia della cassa. Nave ed equipaggio furono alla fine salvati dopo che la nave si era incagliata nel lido di Bonaria. I marinai, ansiosi di esaminare ancora la “guida galleggiante” che li aveva portati in salvo, scesero per vederla meglio, davanti a una enorme folla e, per smuoverla dalla spiaggia, unirono tutti i loro sforzi, che però risultarono inutili; la cassa era così fermamente fissa sul posto come lo era lo stesso colle di Bonaria. Finalmente uno dei marinai scoprì che nella cassa vi era apposto lo stemma dei Mercedari, quindi due frati, essendo stati chiamati, la sollevarono come se avessero preso una manciata di sabbia. La notizia si sparse subito per la città e le autorità ecclesiastiche e civili furono chiamate ad assistere alla cerimonia dell’apertura della cassa. L’operazione fu compiuta nella chiesa del Monastero: all’interno della cassa vi era una statua della Vergine con un Bambino in braccio!
Calmato lo stupore, nacque quindi una discussione animata sul luogo dove doveva essere posto il tesoro benedetto: l’altare maggiore della chiesa era già occupato dalla statua della Madonna del Miracolo e l’arrivo, pertanto, di un’altra di valore costituiva un imbarazzante quiz, che causò un grosso scontro sulla priorità e sul sacro cerimoniale. Alla fine fu deciso che la nuova statua si sarebbe dovuta porre, e fu immediatamente posta, in una delle cappelle laterali.
Le due immagini però, d’accordo, nella notte si scambiarono il posto. I frati sorpresi, desiderando avere un’ulteriore prova della forza di movimento delle due statue, le misero come erano la sera precedente. Durante la notte però, le statue, di nuovo, si scambiarono il posto. Non c’era altro da fare che prendere le statue e fare una terza prova. In presenza di molte persone, che erano intervenute per vedere le statue, per la terza volta si scambiarono il posto. Da ciò, inequivocabilmente vista l’espressa determinazione di occupare in quel modo i posti, a queste particolari reliquie fu concesso di restare in questi posti e da allora fino ad oggi sono oggetto di estrema venerazione.
La statua della cassa sta nell’altare maggiore, decorato con catenelle d’oro e argento, con lumi e ornamenti di ogni immaginabile tipo e materiale, mentre nell’altare stesso, costruito in argento lavorato, si trova la vecchia cassa nella quale era arrivata la statua; piccole schegge erano state acquistate ad alto prezzo dai devoti, come sicuro salvagente: un’infallibile sicurezza contro il naufragio! I sentimenti di paura e di riverenza con cui queste reliquie furono presentate al londinese, gli sembrava fossero una componente dell’intero miracolo e particolarmente i segni della bruciatura causata dalla candela.
Scrive ancora il Tyndale che nell’altare maggiore c’era una barchetta d’avorio, appesa al soffito con una cordicella: è come una sacra bandiera che, con la posizione della prua, indica la direzione del vento che spira nel golfo di Cagliari. Nel 1680, il viceré conte di Egmont, per un gesto di pietà verso la navicella e di gentilezza verso i sardi, sostituì l’ordinaria, con cui era stata appesa, con una catenella d’oro, adornata di pietre preziose. Ma la sacra barchetta non accettò il cambiamento e la prua ostinatamente si rifiutò di girare secondo il vento; così i monaci rimisero la fune originale.
Secondo l’autore, non sarebbe un atto giusto verso la rivale Madonna del Miracolo tralasciare la sua storia, poiché la sua origine è chiara ed esauriente come quella della sua “compagna”. Il titolo le deriva dalla circostanza di un devoto deluso che aveva implorato, senza successo, il suo aiuto in un giuoco d’azzardo; per il suo rifiuto e per la conseguente perdita al giuoco le piantò un pugnale in gola. Al momento del crimine sacrilegio, cioè nell’istante in cui la statua versava un grosso fiotto di sangue dalla ferita del petto, che le aveva causato il giocatore deluso, la collera del cielo si manifestò con un rimbombante tuono, e l’audace peccatore cadde a terra svenuto. La ferita, come pure la macchia di sangue, sono ben visibili e producono gli effetti desiderati d’orrore e di venerazione nei devoti. Ma se la statua della Madonna del Miracolo non poté difendersi contro lo spietato pugnale dell’assassino, possiede, tuttavia, la forza di preservare dalla putrefazione molti corpi che sono sepolti nel cimitero di Bonaria.
A riguardo del processo di decomposizione, il Tyndale scrive che nel cimitero il processo è ritardato, come in molti altri luoghi, dall’umidità del carbonato di calcio e dall’argilla esposta al sole, come giustamente osservava il Capitano Smyth, (si tratta di William Henry Smyth, ufficiale della Marina inglese, autore di “Sketch of the Present State of the Island of Sardinia”, pubblicato a Londra nel 1828). Ma i cagliaritani capiscono e credono più nelle statue che nella chimica e nella geologia.
L’autore termina le sue considerazioni sul monastero di Bonaria osservando che, tra le pitture del convento, ve n’è una che rappresenta i mercedari che danno insegnamenti religiosi ai Gesuiti; una cosa questa, osserva ancora, offensiva verso tutti i sapienti discendenti di Ignazio di Loyola che, secondo la storia, hanno frequentemente cercato, ma senza successo, di accaparrarsi un’opera d’arte che li rappresenti, cosa che essi considerano impossibile. Un altro quadro, che si trova nel chiostro, rappresenta la storia di un turco che, dopo aver rinunciato alla sua fede per la cristianità, in seguito la riabbraccio, poiché non volle pagare un certo contributo pecunario alla chiesa; quindi, di notte, cinque diavoli lo presero e gli portarono via la povera anima apostata; ma la Madonna di Bonaria gli apparve, combatté i demoni, e gli fece così rinnegare la conversione maomettana e, naturalmente, pagò il contributo.
L’Eco di Bonaria, giugno 1985

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